Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXV

De’ Sigilli de’ secoli barbarici.

Non occorrerebbe ch’io trattassi de’ Sigilli usati dopo la declinazione del Romano Imperio, da che dopo i celebratissimi scrittori Papebrochio e Mabillone, a’ quali si dee aggingnere il P. Abbate Gotwicense nella sua Cronica, Giovanni Michele Heineccio nella sua erudita Opera de veteribus Germanorum, alla aliarumque nationum Sigillis, sembra avere appieno dilucidato questo argomento nell’anno 1719. Tuttavia perché restano alcuni punti o non toccati da lui, o meritevoli di maggior luce, alcun poco ne ragionerò anch’io. Già abbiamo avvertito che nel visitare gli antichi archivj, non senza esame si debbono accogliere i sigilli de’ vecchi secoli, perciocché talvolta i sigilli di cera dai sinceri diplomi si truovano trasportati negli adulterini. Che ciò sia succeduto, l’ho io più di una volta osservato, e qui ne voglio recare in pruova un esempio. L’Ughelli nell’Appendice al tomo V dell’Italia Sacra produsse tre diplomi di Carlo Magno in favore della Chiesa di Reggio. Del terzo, pubblicato alla pag. 563, intendo ora di parlare. Ebbi io sotto gli occhi la pergamena che mostrava tutti i segni di veneranda antichità, e quel che di rado accade, tuttavia ornata di un ben custodito sigillo. Trovavasi, per quanto io penso, questo documento nell’archivio de’ Canonici di Reggio; ora è guardato in altro luogo. A tutta prima baciai così preziosa memoria, e l’ho poi rapportata in quest’Opera senza gli errori che si veggono nell’edizione dell’Ughelli. Quivi dunque Carlo Magno nell’anno 781 conferma ad Apollinare vescovo di Reggio e alla sua Chiesa tutti i suoi beni e privilegj. Le note son queste: Data in mense junio, die octavo, in anno tertiodecimo et septimo, indictione decima Actum Papia civitate. A me non sarebbe caduto in pensiero di mettere in dubbio l’autenticità di questo privilegio, massimamente al veder ivi il sigillo di cera coll’effigie di Carlo Magno, e le lettere XPE PROTEGE CAROLVM REGE FRANCOR. Ma sospetto mi nacque in osservare che esso sigillo non era ben inserito nella pergamena, né ribattuto nella parte deretana, ma bensì staccato in maniera che poteva senza alcuna difficultà levarsi; anzi, affinché non cadesse, era ritenuto da un cerchietto di legno colla giunta ancora d’un filo per sostenerne l’attaccamento alla membrana. Ciò, dico, sospettar mi fece che quel vero sigillo potesse essere trasportato altronde in quel privilegio. Quindi esaminai le note cronologiche, le quali rettamente corrono, per quel che riguarda le epoche di Carlo Magno tanto di Francia, che del Regno Longobardico, e l’essersi trovato quel Monarca nell’anno 781 in Pavia nel mese di giugno. Ma per disgrazia in quell’anno era in corso l’indizione quarta, e non già la decima, come ivi si leggeva: errore che non si può in guisa alcuna giustificare. In oltre ivi è chiaramente scritto Longobardorum; il che non voglio asserire per difetto benché in altri diplomi di Carlo Magno si legge Longobardorum. Dissi di Carlo, perché in altre memorie antiche si truova anche Longobardi, come rilevai nella Dissertazione XXI, dello Stato d’Italia. Tali minuzie nondimeno l’arte critica vuole che non si trascurino. Ma quello che in fine non si può accordare colla verità, e persuase a me non trattarsi qui di un legittimo documento, è la formola in esso adoperata, cioè: id nobis ad AVGVSTALIS excellentiae culmen proficere credimus. Dato fu questo diploma in tempo che Carlo era solamente Re e probabilmente non pensava alla dignità imperiale. Non può dunque stare ch’egli parlasse come imperadore. Si truova questa formola usata da Lottario I suo nipote, e da qualche altro Augusto; ma punto a lui non conveniva. Posto dunque che tal documento sia di merce spuria, benché antichissimo, leggendosi anche nel rovescio con lettere majuscole scritto, ha già moltissimi secoli, Confinia Episcopatus Regensis ejusdem Karoli ad Apollenarem, et quicquid ad eundem Episcopatum pertinet; si dee aggiugnere che, fidatosi del medesimo privilegio l’Ughelli, all’anno 780 inserì nel Catalogo de’ Vescovi di Bologna Pietro vescovo, con poscia dimenticare di riferire un altro Pietro vescovo qui nominato fra’ Vescovi di Parma. Ma l’esistenza dell’uno e l’altro Pietro dipende da un diploma in cui si scorgono troppi difetti. Il P. Mabillone negli Annali Benedettini all’anno 781, servendosi di questo documento come di fattura legittima, si persuase di avere scoperto in que’ tempi un Gerardo duca, il quale nondimeno nella pergamena è nominato Goerado. Di qua pertanto impariamo, con quanta circospezione ed attenzione s’abbia da esaminare la fedeltà degli antichi diplomi, e come sussista l’opinione già proposta da Monsig. Fontanini.

Però se ci fosse chi al presentarsegli uno de’ privilegj dati dai Re od Imperadori de’ vecchi secoli, tuttavia munito del sigillo, pensasse di non avere a cercar altro per giudicarlo originale, potrebbe ingannarsi, perciocché con riscaldar la cera del sigillo si può esso ricavare da’ veri documenti, e trasportarlo ai finti. Anche Innocenzo III papa, come si legge nella sua Vita al num. 43, avendo con singolare sagacità scoperto vizioso il sigillo un privilegio prodotto dall’Abbate Scozulense, lo dichiarò apocrifo; il che fu notato dal P. Mabillone. Né già mancano altri esempli di simil frode. Un d’essi merita d’essere qui ricordato. Diede fuori l’Ughelli un privilegio di Ratchis re dei Longobardi nel tom. III dell’Italia Sacra fra Vescovi di Chiusi dove si dice fabbricato da esso Re il Monistero di Monte Ammiate, situato in quella Diocesi. Questo documento il Tommasi lo inserì come una gemma nella sua Storia di Siena. Di esso fece menzione anche il suddetto P. Mabillone nei suoi Annali Benedettini all’anno 750 con dire: Diploma refert Ughellus cum narratiuncula de origine Monasterii (cioè dell’Ammiatino) quae fabulam sapii. Annum conditi Coenobii septingentesimum quadragesimum secundum praefert diploma, quod ex authentico Ughellus existimavit: quod omnino sincerum esse pervelim. Così quel grand’uomo colla sua consueta modestia. Ma, siccome io mostrerò qui sotto nella Dissertaz. LXV, de’ Monisteri, di tanti ridicoli errori abbonda quel documento, che tosto si scuopre da capo a fondo per fattura d’uno ignorantissimo falsario. Ho rinovata qui la menzione di tale impostura, per riferire ciò che intorno ad essa carta notò già il Tizio storico Sanese, i cui MSti si conservano in Siena presso gli eredi del fu sig. Uberto Benvoglienti, dottissimo amico mio. Hoc privilegium (così scrive il Tizio) est munitum sigillo cerco, innexo ex mitraque parte cum duobus imaginibus humanis impressis. Literae vero circumscriptae comode legi non valent propter vetustatem. Caput utriusque sigillo coronatum est, et virgam utriusque manum tenet. Atque hoc privilegium est apud Abbetiam Sanati Salvatoris in agro Senensi. Un sigillo con due immagini d’uomini portanti corona indica due principi nello stesso tempo regnanti e però nulla ha che fare col re Ratchis, che solo regnò. Tuttavia anche con un falso sigillo si potea una volta far credere vero ed autentico un diploma battuto alla macchia. Ma andiamo innanzi.

Non v’ha dubbio alcuno che anche ne’ più antichi tempi i Romani Pontefici ed alcuni vescovi ancora adoperarono sigilli di piombo appesi alle pergamene, che noi chiamiamo Bolle. Però non dobbiamo acquietarci a tutto quello che Pietro Boerio vescovo d’Orvieto lasciò scritto circa l’anno 1368 nelle Chiose tuttavia MSte, da me vedute, alle Vite de’ Papi, cioè alle da me date alla luce nella Par. I del tomo III Rer. Ital. Illustrando egli quella di Pasquale II papa, così parla: Bulla idem est ac sigillum, et bullare sigillare est. In primaevo statu Ecclesiae Ecclesia Romana non utebatur sigillo vel bulla. A tempore autem Gregorii I citra reperiuntur Literae quaedam Apostolicae cum subscriptionibus tantum Romani Ponteficis, Presbyterorum et Diaconorum Urbis. Tunc enim quasi omnia expediebantur in Conciliis, et Episcoporum subscriptionibus roborabantur agitata in ipsis. Et loco sigilli subscriptio Episcopt Urbis fiebat cum atramento, idest unus circulus, in quo per circuitum scribebatur VERBUM CARO FACTUM EST, vel CHRISTUS REGNAT, CRISTUS IMPERAT vel aliquid verbum ejusmodi. Et olim quamvis Episcopi, vel Ecclesiae quaeque haberent sigilla, tamen sigillo fides non dabatur, Bullatam enim literam non recolo me vidisse antiquiorem bulla Alexandri Papae Secondi. In quibusdam enim Monasteriis antiquis privilegia quamplura Caroli Magni Regis Franciae et Augusti vidi integra. In quibusdam non appenduntur sigilla per corrigiam vel fila, sicut hodie; sed sunt affixa literis, tendentia chartam amplexam ex utraque parte cum bona quantitate cerae: Nunc autem Imperator utitur bulla aurea; immo Imperatores Romanorum, uti et Graecorum, utriusque enim literas tenui, autea bulla signatas vidi. Sed his non utuntur ante coronationem, sicut nec etiam Papa sua bulla. Dicit enim Petrus Blesensis, quod ex plumbeo Papali nascitur aurum; et qui onerati auro Romanam intrant Curia, plumbeo exeunt onerati interdum. ec. Imperciocché certa cosa è che esistono lettere di Romani Pontefici munite di bolla di piombo avanti papa Alessandro II, come può vedersi nel fine di questa Dissertazione. Né si dee ascoltare Domenico Rinaldi presso Leone Allazio (libro I, cap. 6 de perpetuo consensu Occid. et Orient. Eccles.) allorché scrive trovarsi conservata nell’archivio della Chiesa di Arezzo lettera di Silvestro I papa, portante bolla di piombo, ed altre simili di Leone I e Gregorio Magno custodite in Castello Sant’Angelo. Metto fra sogni queste magnifiche asserzioni. Ho io veduto l’archivio episcopale di Arezzo, né v’ho trovato di tali gioie; e lo stesso s’ha da dire del Romano. Quanto agl’Imperadori, hanno già avvertito il Freero, il Mabillone, il Baluzio, l’Heineccio, ed altri Eruditi, trovarsi dei loro diplomi, benché rarissimi da’ quali pende la bolla di piombo. Quel che è più, Pietro Diacono nel lib. IV, cap. 109 della Cronica Casinense rammenta Praecepta magnorum Imperatorum Caroli, Ludoyci, Pippini, Carlomanni, Lodoyci, Ugonis, ec., cera, plumbeo, aureisque sigillis signata, quae Casinensi Monasterio fecerant. Vedi la precedente Dissertazione, dove ho recato un diploma di Guido Augusto, e un altro di Ottone III imperadore nella Dissertazione VII, amendue con bolla di piombo. Altrove ancora ho commemorato diplomi, da’ quali pendeva una cordicella indizio di simil bolla una volta esistente. Contuttociò aggiungo, che comparendo privilegj degli antichi Re od Imperadori, ornati di queste bolle di piombo, anzi que’ pochi ancora che veggonsi mentovati dagli antichi scrittori, s’hanno da accogliere con molta circospezione. Di sigilli di cera quasi sempre si servirono Carlo Magno e i suoi successori. Ben parecchi di questi lor sigilli ho io veduto negli archivj d’Italia. Che talvolta ancora ne usassero d’oro, non si può negare. Nella Cronica di Farfa (Par. II del tomo II Rer. Ital. è scritto che Ildeprando, monaco scellerato di quel Monistero, portò via sigilla duo de auro, quae miserunt Carolus et Pippinus filius ejus in uno praecepto. Alia sigilla duo de auro, quae Guido et Lambertus Imperatores miserunt in alio praecepto, quod fecerunt. Anche Leone Ostiense rammenta nocerm praecepta imperatorum aurea brilla bullata. Un altro codice addotto da Angelo della Noce nulla ha di queste bolle d’oro. Io per me fra tanti diplomi da me veduti non ne ho trovato con sì preziose bolle, forse perché seco portano una fiera tentazione. Ma dopo il mille cominciarono ad essere più frequenti gli aurei sigilli di essi Angusti: il che non è mancato anche in questi ultimi secoli, ne’ quali la maggior parte è di cera, ma d’oro anche talvolta. Adunque allorché si tratta di sigilli di piombo, sempre mi risovviene di quanto lasciò scritto Ugo Abbate Farfense nell’opusc. de Destructione Monasterii sui, composto circa l’anno 998, e da me dato alla luce qui sotto nella Dissertazione LXXII. Cioè racconta egli, quante calamità in quel secolo X piombarono sopra il Monistero di Farfa, fra l’altre cose parlando dei Monaci che s’erano immersi in ogni vizio. Costoro furbantur denique quaecumque diripere poterant de Monasterio. Sigilla aurea de praeceptis tollebant, ac ponebant plumbea; QUAE MONDO APPARENT. Ora chi può di grazia assicurarci che anche in altri diplomi in vece de’ tolti sigilli d’oro, non ve ne sieno stati rimessi di piombo? Ma nulla voglio dissimular. Il Margarino nel tomo II del Bollario Casinense, Constit. 78, riferisce un diploma di Arrigo fra gl’Imperadori primo, conceduto all’insigne Monistero di San Salvatore di Pavia. Anch’io vidi esso privilegio in quell’archivio, e nel fondo della pergamena pendeva la bolla di piombo, di cui ho dato alla luce la figura. Della sua sincerità io non dubito. Solamente sarebbe da confrontarlo con altri simili di lui sigilli, se si trovassero.

In oltre i Principi Longobardi e Normanni, che dominarono in Benevento, Salerno, Capoa, ed altre città del Regno ora di Napoli, talora usarono sigilli di cera, e talvolta di piombo. Così i Dogi di Venezia fin dagli antichi secoli costumarono di confermare le lor carte col sigillo di piombo. Marino Sanuto juniore nella Cronica Veneta, da me pubblicata nel tomo XXIII Rer. Ital., in parlando di Sebastiano Ziano doge, scrive che Manuele imperador de’ Greci privò il Doge Veneto del privilegio di bollare col piombo, prerogativa a lui conceduta dagli altri imperadori. Anzi ad imitazione de’ Veneti, quasiché questo fosse un privilegio di gran rilievo la Repubblica di Lucca impetrò dal Romano Pontefice la facoltà d’usare un pari sigillo. Odasi Tolomeo da Lucca negli Annali brevi all’anno 1064 che così parla: Eodem anno Alexander II Papa civitatem Lucensem nobilitat. Nam primo tribuit et bullam plumbeam pro sigillo Communitatis, ut habet Dux Venetorum, ec. Non mi ha mai potuto portare la mia fortuna al celebratissimo Monistero di Monte da dove avrei desiderato di vedere quel dovizioso archivio, e considerare non pochi sigilli tuttavia esistenti negli antichi diplomi. Ciò non ostante ho potuto presentare a’ Lettori alquanti di que’ sigilli, e de monogrammi adoperati da’ que’ principi, e dai Re ed Imperadori, che a me comunicò una volta il chiariss. P. Abbate Benedetto Bacchini. Qui solamente dirò che il primo sigillo di cera appartiene a Lottario I Augusto in un diploma dato nono kalendas martii, anno Imperii XXVII indictione XIII, in Papia civitate, cioè nell’anno 835. Intorno al suo volto si legge XPE ADIVVA HLOTHARIVM AVG. Veggonsi ivi due privilegj di Ugo e Lottario Regi d’Italia nell’anno 941 e 942. Il sigillo di cera rappresenta i loro capi con corona gigliata, e tengono amendue in mano uno scettro con giglio in cima. Veggonsi ivi parimente due diplomi di Ottone I Augusto dati nel 964 e 967. NeI suo sigillo di cera compariscono intorno all’immagine sua OTTO IMPERATOR AVGVSTVS. Seguitano i diplomi di Ottone II con questa iscrizione sopra il suo capo: OTTO IMP. AVG. In un diploma di Arrigo I fra gl’Imperadori dell’anno 1020 si vede il sigillo di cera corroso, restandovi solamente nel contorno EINRICVS IM.... Un sigillo di Lottario II fra gli Angusti, di ottone, dato nel 1137, nella cui prima parte restano le sole lettere LOTHARIVS DEI GRA, e nell’altra.... IT ORBIS FRENA ROTVNDI. Similmente ivi si truova una bolla di papa Vittore II, data circa l’anno 1055 con sigillo di piombo, leggendosi nel contorno TV P MENAVE LIQVISTI SVSCIPE CLAVES; e nell’altra facciata in mezzo AVREA ROMA, e nel contorno VICTORIS. PAPE II. Fra i diplomi de’ Principi Longobardi uno se ne mira di Landolfo principe di Benevento, dato anno XII, nel cui sigillo di cera il contorno ha le seguenti parole: LANDOLFI PRINCIPIS ET MARCHIONIS. Penso io che qui si parli di Landolfo I di cui così scrive Camillo Pellegrini nella serie dei Principi Beneventani. Auctor Cronici Sancti Vincenttii ad fontes Voltumi, lib IV, hunc Landulfum factum Marchionem putavit, id conjungens cum irruptione Hungarorum in Campaniam, quae congit in DCCCCXXXVI sive DCCCCXXXVII. Veggasi la Par. II del tomo I Rer. Ital. alla pag. 422, dove lo storico Volturnese scrive: In ipso tempore (cioè circa l’anno 944) Landulfus Princeps Marchio efficitur. Ungri Campaniam devastarunt. Pare che il Pellegrini non si fidi qui della Cronica del Volturno; ma in una carta Casinense noi troviamo Landolfum Principem et Marchionem. In un diploma di Landolfo ed Atenolfo principi il sigillo di cera han nel contorno LANDOLFI ET ATENOLFI PP. In un diploma di Paldolfo e Paldolfo principi, il sigillo di cera rappresenta il volto di amendue colle lettere intorno PALDOLFI ET PALDOLFI PRINCIPVM. Anche in una donazione fatta da Paldolfo e Giovanni principi di Capoa circa l’anno 1025, nel sigillo di cera si veggono le immagini di amendue, e nel contorno PALDOLFI ET IOHANNI PRINCIPIBVS. Parimente ivi si truova una donazione di Atenulfi Principis della chiesa di Santa Maria in Capua col sigillo di cera, nel quale e la sua effigie, ed ATENOLFI PRINCIPIS. Un altro diploma di Giordano II e Roberto II principi di Capoa, dato nel 1125, ha sigillo di cera, dove si mira il prospetto di una città, e all’intorno CAPVA SPECIOSA. Un diploma di Riccardo I e Giordano I principi Capoani, dato nel 1066, ha il sigillo di piombo. Leggesi nell’una parte, dove è la loro effigie, RECARDVS ET IORDANVS DI GRA PRINCIPES. Nell’altra una città con CAPVA SPECIOSA. Un altro sigillo di piombo pende da un privilegio di Giordano I principe e duca con CAPVA SPECIOSA nell’una facciata, e nell’altra IORDANVS DEI GRATIA PRINCEPS. Quivi ancora esiste un diploma di Guamario (non so quale) principe di Salerno, che ha bolla di piombo colle lettere GVAIMARIVS PRINCEPS intorno alla sua effigie, e nell’altra parte una mano colle medesime lettere. Una carta di Rainolfo conte, scritta nel 1122 ha sigillo di cera, e nel contorno RAINVLFVS COMES. Nel mezzo sta un ippogrifo. Appartiene all’anno 1092 una donazione di Ugo conte di Molise colle lettere in sigillo di cera: VGO COMES DE MOLISIO. In una carta di Roberto vescovo di Aversa, scritta nel 1113, da cui apparisce alzato a quella cattedra molto prima di quel che suppose l’Ughelli, si vede il suo sigillo di cera colla sua effigie, e nel contorno SIGILLV ROTHB TI AVERSANI EPISCOPI. Mirasi in oltre una donazione fatta nel 1126 da Guglielmo duca di Puglia con bolla di piombo, colla figura di un Santo nell’una parte, e le lettere S. MATHEVS; e nell’altra G. DVX CAL. ITAL. SIKL. cioè Guillelmus Dux Calabriae, Italiae, Siciliae. Succedono diplomi di Ruggieri II, anch’esso duca di Puglia, Calabria, ec., con bolla di piombo, dove sono le precedenti iscrizioni, se non che in vece di un G vi si legge un R. Egli era figlio di Ruggieni I conte di Sicilia, e sono dell’anno 1104 e 1110. V’ha eziandio un altro diploma del medesimo Ruggieri II duca dell’anno 1130 con bolla d’oro, nell’una parte del quale sta l’immagine della Beata Vergine colle lettere MP.ΘOΥ , cioè Madre di Dio. Nell’altra le seguenti parole: POΓEPIOC EN Xω KPATAIOC KAI BOHΘOC TωN XPICTIANωN. Cioè Rogerius in Christo potens auxiliator Christianorum. Havvi anche un diploma dello stesso principe, già divenuto Re, con bolla di piombo, nel cui mezzo si legge: ROGERIVS DEI GRATIA REX SICILIE DVCATVS APVLIE ET PRINCIPATVS CAPVE. Nel contorno DEXTERA DNI FECIT VIRTVTEM. DEXTERA DNI EXALTAVIT ME. Sonvi ancora due donazioni di Barasone re di Sardegna, del qual principe ho parlato nella Dissertazione V e XXXII. La prima è dell’anno 1182 con bolla di piombo, nel cui diritto è la croce con due stelle e due mezze lune, e nel contorno BA.RE.SO.NVS.REX. Nel rovescio AR.BO.RE.A. Nell’altra carta il sigillo di piombo ha BARVSONE REX.

Finquì i sigilli ricavati dall’archivio dell’insigne Monistero Casinense. Passiamo ora ad altre ricerche. Notissima cosa è che ne’ sigilli degli antichi Re ed Augusti quasi sempre si mira scolpita la loro effigie coll’iscrizione esprimente il loro nome. Fu questo in uso ne’ vecchi secoli anche presso le persone nobili, che con gli anelli imprimevano la loro immagine, o qualche simbolo. Due anelli rari mi comunicò il fu rinomato marchese Alessandro Capponi, Forier maggiore del Papa, d’oro amendue. Nel primo, dissotterrato in Bagnarea l’anno 1727, facea vedere il busto d’uomo barbuto colle lettere AVFRET. Nell’altro, maggiore di mole e di peso, una quasi simil figura con lettere, ch’io non so ben intendere, conietturando solamente di poter leggere OVA, giacché presso i Goti noi troviatno i nomi di Totila, Baduila, Baza, Chintila, Goda, Hibba, Liwa, Ovida, Teja, ec. Certamente i nomi di que’ due anelli sembrano Gotici o Longobardi. Nell’effigie di quegli uomini è uguale la capigliatura, e questa corta, e che anche pare arricciata. Da Claudiano son chiamati i Goti Crinigeri. E Sidonio Apollinare nel lib. I, epist. 2, a Teodorico re dei Goti scrive: Capitis apex rutundus, in quo paululum a planicie frontis in verticem caesaries refuga crispatur. E più sotto: Aurium legulae, sicut mos est gentis, crinium superjacentium flagellis operiuntur. Adunque uso fu de’ Goti il coprir co’ capelli le orecchie, e poi fattane treccia, lasciarla cadere giù per la schiena. Ma ne’ suddetti anelli altro non si vede che capigliatura intorno al capo, e questa non copre le orecchie. Odasi ora Santo Isidoro (lib. XIX Origin.). Nonnullae gentes (dic’egli) non solum in vestibus, sed et in corpore aliqua sibi insignia vendicant ut videmus cirros Germanorum, Grannos et cinnabar Gothorum. Diede molto da strologare la voce Granus ad insigni Letterati, cioè al Sirmondo, al Savarone, alla Cerda, al Salmasmo. Pensarono essi che significasse la capigliatura o sparsa o raccolta in treccie. Ma è da preferire il parere del dottissimo Du-Cange, il quale scrive disegnati con essa i mustacchi. A questo proposito egregie son le parole di Ernolfo vescovo Rossense nello Spicilegio del Dachery. Evenit frequenter (così egli scrive) ut barbam et prolixos Granos, dum poculum inter epulas sumunt, prius liquore pilos inficiant, quam ori liquorem infundant. In uno de’ suddetti anelli si mirano questi mustacchi, de’ quali secondo Isidoro si vantavano i Goti. Nella Dissert. XXVII ho rapportato una moneta di Baduila re de’ Goti con figura somigliante alla stessa dell’anello suddetto. Andiamo ai Longobardi. Per quanto s’ha da Paolo Diacono (lib. IV, Cap 23 de Gest. Langob.), essi a’ tempi del re Agilulfo cervicem usque ad occipitium radentes nudabant; capillos a acie usque ad os demissos habentes, quas in utramque partem in frontis discrimine dividebant. Quest’orrido aspetto non si mira nelle persone di que’ due sigilli, a riserva della division de’ crini quello d’Ova. Ma Paolo assai fa intendere che a’ suoi giorni erano mutati i costumi de’ Longobardi, e molto più questo si comprende dal narrare Anastasio Bibliotecario nella Vita di Gregorio III papa, che regnante il re Liutpraudo molti Nobili Romani si tosavano e vestivano more Langobardorum. Per altro è noto che i Longobardi e i Goti nudrivano la barba; e questa si osserva nell’effigie del suddetto Aufredo. Della capigliatura de’ Franchi si vuol udire Agatia nel I. de Bello Gothico. – Mos est (dic’egli) Francomm Regibus tonderi numqnam, sed a pueris comam alere, quac pulchre impendet humeris, etiam frontis crinibus dividuis, et in utramque se spargentibus partem, ec. Idque apud illos Regiae gentis insigne, decusque est, quum privati in orbem tonderi soleant, neque promittere capillum sinantur. Anche Gregorio Turonense (lib. lII, cap. 18 della Storia) scrive: Habito consilio pertractari oportet, quod de his (cioè de’ fanciulli Regj) fieri debeat: utrum incisa caesarie, ut reliqua plebs, habeantur. Però non mancherebbe ragione a chi ne’ sigilli suddetti credesse di trovar degli uomini Franchi. Certamente non appartengono essi a persone Romane, ma bensì a Settentrionali e Nobili: del che fanno pruova gli stessi sigilli d’oro, e il vedere nella veste di Aufredo clavi per ornamento. Non furono i clavi bolle di vetro, come immaginò il Gutherio (lib. III, cap. 17 de Officiis Domus Aug.) ma ornamenti di porpora o d’oro a guisa di fiori cuciti o intessuti nelle tele delle vesti.

Dissi prerogativa de’ Nobili, tanto Romani che Goti, Longobardi e Franchi, non solamente l’anelli, ma anche lo scolpire in si la loro effigie. Usavano i Romani di bassa sfera in luogo di sigillo l’imprimere il loro nome in una tavoletta o di legno o di metallo. Noi la chiamiamo stampiglia. Due anelli di bronzo coi nomi FORTVNIVS e VITALIS diede alla luce il canonico Boldetti, lib. Il, cap. 14 de Coemet. Martyr ho anch’io avuto sotto gli occhi alcune tavolette, fatte a guisa d’anello, e ne ho anche pubblicata la figura. Furono di due sorte: cioè alcune erano adoperate per formar le sottoscrizioni, non sapendo scrivere, ed altre perché confermassero la fede delle carte, come si fa co’ sigilli. E ciò praticarono talvolta i medesimi principi inducendo inchiostro sopra le lettere o scavate o di rilievo nella lamina. Di Giustino I Augusto così scrive Procopio: Ligneae tabellae perpolitae formam quatuor literarum, quae legi Latine possent, incidendam curant, eaque libello imposita, calamum colore imbutum, qui scribere mos est Imperatoribus, huic Principi tradebant in manum. E qui mi sia lecito di proporre un mio sospetto. Veggonsi i monogrammi degli Augusti e Regi continuati da’ tempi di Carlo Magno per qualche secolo da’ lor successori (essendo per altro più antico l’uso di essi monogrammi); e questi servivano una volta per sottoscrizione, contenendo infatti in compendio il nome di que’ monarchi. Molti ne ho osservato, che paiono veramente di lor mano; ma altri son delineati con caratteri sì delicati e linee sì ben tirate, che non li credo formati con penna, ma sì bene colla stampiglia. Potranno gli Eruditi esaminar meglio questo punto con collazionare varj de’ loro diplomi. Fors’ande i primi erano un’imitazion più esatta della mano di que’ principi. Praticarono dunque i Romani le già enunziare tavolette. Un esempio se n’ha presso il Molinet nel libro Da Cabinet de Sainte Genevieve. Cinque altre di tal sorta ne produsse il Fabretti, Inscript. antiq. cap. 7, pag. 536. Altre cinque inedite ne ho dato io. Cioè aria esistente nella Galleria del Serenissimo Duca di Modena, spettante ad uomo Greco, dove unicamente si legge in lamina di bronzo con caratteri molto rozzi solamente ΠETPOY, cioè Pietro. La seconda, esistente una volta in Modena presso i Pedroni, e poi passata nella Galleria del sig. Apostolo Zeno, era parimente di rame o bronzo colle lettere MARVLP. PROCVL. cioè Marco Ulpio Procolo, o Proculeio. Della famiglia Consolare Proculeia parlano l’Orsini ed il Patini. Anche nella parte superiore del manico si mirano iscavate lettere iniziali, esprimenti il medesimo suo nome, cioè MVP., come anche ho osservato nella tavoletta del Molinet: cioè si serviva Marco Ulpio delle lettere prominenti per sottoscrivere, e delle cavate per sigillare in cera. Altre due tavolette si conservano nel museo del Reverendiss. P. Abbate D. Alessandro Chiappini Piacentino, oggidì Generale de’ Canonici regolari, gran cacciatore di antichità, co’ loro marchi. Nella prima si legge. Q NEMONI MARCIANI, e nella seconda P. P. POT. LY. cioè di Pablio Potamio, e Potentino, o Potito, Lysimacho, o Lysandro, ec. Due altre lamine di bronzo aggiungo, Fornite di manico, esistenti presso il suddetto P. Chiappini. L’una e l’altra, o almeno una sembra usata non per sottoscrivere, ma per sigillare. Nell’una si legge EVSTOR, verisimilmente Eustorgius. Nell’altra con lettere incavate CONC. ORDI. forse Concordia Ordinum o Ordinis, quando non si volesse più tosto il nome di qualche Concordio. Sappiamo che nelle città vi furono una volta gli Ordini, cioè il Senato o i Collegj de’ Magistrati, de’ quali frequentemente si truova memoria ne’ marmi antichi (vedi anche la Dissert. XVIII dove son rammentati gli Ordini); e però non è inverisimile che qui si accenni la concordia di alcuno d’essi. Finalmente conserva il chiariss. abbate Girolamo Baruffaldi, Arciprete dell’insigne Collegiata di Cento, una tavoletta con lettere incavate, portanti il nome Q FABI HERMETIS.

Ma da che il ragionamento è corso in questa sorta di anticaghie Romane, mi sia permesso di pubblicarne alcuni altri pezzi a me comunicati dal Reverendiss. P. D. Ascanio Varese Padovano, Abbate de’ Canonici Regolari di San Giovanni in Verdafa di Padova, che fu Generale d’essi Canonici: giacché egli con infaticabile cura ha raccolto quanti mai sigilli degli antichi ha potuto. Varie specie di sigilli ebbero i Romani, altri in gemme ed anelli, altri in lamine o tabelle; alcune con lettere prominenti, altre con incavate. Eccone gli esempli. Il primo sigillo ci presenta queste lettere P CORNELI ACERAEI. Nel secondo si leggono quest’altre: M. SEMP. PRISCI. I punti son quasi come cuori. Nel terzo si vede in mezzo la figura di un delfino, ed intorno: P. CAE DIOGNE. cioè Publio Cecilio, o Celio Diogne o Diogneto. Questo è un anello di bronzo. Il quarto, in lamina di rame senza manico, ha lettere sì rozze ed abbreviate, che non si possono accertatamente esporre, cioè C. NESM. forse Cajus o Gajus Nesmius. Il quinto sigillo di rame è un anello spettante a qualche fornaio, perché vi si vede la bocca d’un forno, e appresso la pala con cui vi si mette il pane. Le lettere corrose non si possono comprendere. Costume ancora fu negli antichi secoli che i lavoratori di mattoni e tegole avessero il proprio sigillo, che imprimevano nelle lor fatture. Di questi mattoni, embrici e coppi, chiamati opera doliaria, se ne veggono alcuni presso il Fabretti, cap. 7 delle Iscrizioni antiche, e presso il Boldetti, lib. lI, cap. 17 de Coemeteriis. Assai più ne ho prodotto io nel mio Nuovo Tesoro e antiche Iscrizioni. Quivi spesse fiate si veggono impressi i nomi degli artefici, e il tempo, cioè i nomi de’ Consoli, e di chi era padrone di quella fabbrica o bottega. Conservasi in Modena presso il conte Giambatista Scalabrini un pezzo di antichità assai raro cioè una parte di coperchio di terra cotta, trovato nel 1727 nel cavare un pozzo dodici e più braccia sotterra. Imperocché s’è tanto alzato il suolo di questa città sopra quello di Modena antica, che talora venti e trenta braccia sotterra i cavatori de’ pozzi truovano alberi rovesciati, o le loro foglie, o altre cose e vestigj dell’antico suo piano. Vedesi il suddetto pezzo formato di terra, tanto purgata e dimenata dall’artefice, che non vi comparisce vacuo o pelo alcuno. La sua superficie è mirabilmente liscia, e tanto in essa che nell’interno si conserva un vivo colore rosso. In due siti si scorgono impresse queste lettere col sigillo: L. TETI SAMI. Furono i vasi fabbricati nell’Isola di Samo celebratissimi ne vecchi secoli; e se ne faceva uso non solamente alle mense dei ricchi, ma anche ne’ templi, tanto per la bellezza di quella creta, come per la perizia de’ lavoratori di Samo. Contuttociò credo io fabbricato questo coperchio, non già in Samo, ma bensì in Modena stessa, o suo territorio. Imperocché è da osservare che ne’ tempi Romani questa città si distinse ancora colla vaghezza e buona manifattura de’ vasi di terra cotta. Ne abbiamo un’autentica testimonianza in Plinio (lib. 35, cap. 52) dove parla degli artefici di terra cotta. Samia etiam vasa (così scrive egli) in escidentis laudantur. Retinet hanc nobilitatem Aretium (o sia Eretum, oggidì Monte Rotondo) in Italia, at calicum tantum. Surrentum, Asta, Pollentia. In Hispania Saguntum. In Asia Pergamum. Habent et Tralleis opera sua, et Mutina in Italia: quondam et sic gentes nobilitantur. Sicché ne’ secoli Romani noi troviamo celebre Modena per la fabbrica di vasi di terra, e si può ragionevolmente credere che i nostri antenati per maggiormente perfezionarli chiamassero da Samo quel Lucio Tetio.

Abbiam di sopra accennato che ne’ secoli barbarici si costumarono sigilli ne’ quali erano scolpite le teste degli uomini illustri. Quanto durasse tal uso, nol so io dire. Presso il sig. Giambattista Bianconi, pubblico Lettore di Lingua Greca nell’Università di Bologna, ho veduto il sigillo di Carlo Malatesta, rinomato principe di Rimini nel 1385, dove si vede la sua testa colle lettere nel contorno SIGILLVM. CAROLI. DE MALATESTIS. Il volgo solamente vi esprimeva il suo nome. Così in un d’essi io leggeva S. (cioè Sigillum) INCHONTRATO IACOMI. Ma i sigilli degli Ecclesiastici si distinguevano da quei de’ secolari per la figura, la quale odinariamente era ovale. Nel Museo del soprallodato P. Abbate Varesi si truova un sigillo, spettante all’insigne Monistero di San Martino di Tours, in una candida pietra intagliato, dove comparisce un Arcivescovo che dà la benedizione ad un Abbate, con questa iscrizione nel contorno: SANCTE. MARTINE. PROVINCIE. MAIORIS. TVRONIE. Così presso il sig. Giovanni Carnevali, onorato cittadino di Modena, esiste un sigillo di bronzo, di cui si serviva una volta l’Abbate Benedettino Modenese di San Pietro. Mirasi ivi San Pietro Apostolo colle chiavi e un libro nelle mani, e alla sinistra S. Benedetto Abbate, portante il pastorale e il libro della Regola. Sotto, i lor piedi sta l’arme del Monistero, cioè due chiavi. L’iscrizione è questa: S. (cioè Sigillum) ABBATIS. S. (cioè Sacri) CONVENTVS MONASTERII. SANCTI. PETRI. MVTINEN. Del resto da che l’introdussero fra gl’italiani l’armi gentilizie, delle quali si tratterà nella Dissertazione LIII, i principi cominciarono ad usarle ne’ loro sigilli in vece dell’effigie. Per molti secoli i nobilissimi Marchesi Estensi tennero per loro arme l’aquila bianca; e questa comparisce ne’ loro antichi sigilli. Due a me ne comunicò il soprallodato chiarissimo Arciprete Baruffaldi. Nel primo si vede in mezzo essa aquila, e nel contorno: S. AZONIS DEI ET APLI CA GRA ANCHONE ET ESTENSIS MARCHIONIS. Tre Marchesi d’Este portarono il titolo di Marchesi di Ancona, cioè Azzo VI, a cui nel 1208 dato fu quel governo da papa Innocenzo III, ed Azzo VII ed Azzo VIII. A quale di questi tre appartenga il sigillo, non si può determinare. Nell’altro si legge: S ALBERTI MARCH. ESTEN VICAR CIVIT FRE P SCA ROMAN ECL AC MVT DNI GNAL. Mancò di vita Alberto nel 1393. I Conti di Savoia, che poscia hanno aggiunto il Regio titolo alla loro nobilissima ed antichissima famiglia, per gran tempo usarono ne’ lor sigilli la figura d’un soldato armato con cavallo corrente, come si può vedere nell’Opera del Guiehenon. Oltre a ciò, da che le città d’Italia conseguirono la libertà, presero anch’esse a sigillare i loro atti. Alcune d’esse costumarono di far vedere l’immagine del Santo loro Patrono con la giunta di un verso leonino. Come s’ha dal Benvoglienti nelle Annotazioni alla Cronica di Siena (tom. XV, p. 32 Rer. Ital.), la Repubblica di Siena usava un sigillo rappresentante la Beatissima Vergine col fanciullo Gesù in braccio; e all’intorno il seguente verso:

SALVET VIRGO SENAM, QVAM SIGNAT AMENAM.

Qualche parola di più esige il verso, e tengo per fermo che vi fosse QVAM IESVS, o pure NATVS, ec. Ne’ più antichi sigilli di Siena si vedeva il prospetto di un castello o sia d’una città con questo verso nel tramonto:

VOS VETERIS SENAE SIGNVM NOSCATIS AMENAE.

Così i Ferraresi nel loro sigillo mostravano l’immagine di San Giorgio, come apparisce dal Museo del soprallodato Arciprete Baruffaldi; e all’intorno si leggeva: FER RARIM CORDI TENIEAS O SANTE GEORGI. Anche il chiarissimo marchese Maffei pubblicò l’antico sigillo della Repubblica Veronese, in cui si mira un magnifico e turrito palazzo, o sia città, colle lettere VERONA; e nel contorno un verso rimato, cioè

EST IVSTI LATRIX VRBS HAEC ET LAVDIS AMATRIX.

Nella Notizia MS. della Città, che il Pignoria citò nelle note alla Storia di Albertino Mussato, si legge della città di Firenze: Demiror, quid sculpturae signjficent sigillo ipsius civitatis impressae. Est enim in eo Herculis imago clavam manu gestantis, et versus :

HERCVLEA CLAVA DOMAT FLORENTIA PRAVA.

Poi soggiugne che quella città col mezzo de’ suoi fiorini d’oro doma tutto e signoreggia per l’universo mondo. E veramente Giovanni Villani nel lib. VIII, cap. 95 delle Storie mentovò il sigillo del Comune di Firenze, dove era intagliata l’immagine di Ercole. Così la Repubblica di Genova, ancorché nelle sue bandiere portasse la croce rossa in campo di argento, pure nel suo sigillo mostrava un gallo preso pel collo da una volpe, e un griffo tenente sotto i piedi essa volpe e gallo. Nel contorno si leggeva questo verso:

GRIFFVS VT HAS ANGIT, SIC HOSTES IANVA FRANGIT.

La città di Pisa nell’anno 1161 ne’ suoi sigilli avea l’aquila col seguente verso all’intorno:

VRBIS ME DIGNVM PISANAE NOMINE SIGNVM.

Prima anche della città costornarono alcuni vescovi di adoperar somiglianti sigilli. Nella Cronica del Monistero di Santa Sofia (tom. VIII Ital. Sac. ) si vede che Angelo vescovo di Troia nell’anno 1037 nelle sue bolle usava un sigillo dove era l’effigie della Madre di Dio col Salvatore in braccio, e questo verso:

VERGINEIS MEMBRIS GENVIT, QVEM GESSIT IN VLNIS.

Galvano dalla Fiamma, che circa l’anno 1340 compose il Manip. Flor. stampato nel tom. XI Rer. Ital., riferisce i sigilli adoperati da alcune città, scrivendo al cap. 75 che Roma usò Leonis figuram. Similiter Brundusium figuram habet Cervi; Carthago Bovis; Mediolanum Puellae aureatae cum Gallo albo in manu; Troja Equi; Janua Griffonis; Papia Vulpis; Placentia Galli; Cremona Porcac. Quanta fede egli qui meriti, nol so dire. Col tempo nondimeno buona parte delle suddette città assunsero ne’ loro sigilli il sacro segno della Croce: al che diedero, a mio credere, impulso le Crociate, mandando allora ogni città gran copia de’ suoi soldati Crocesignati contro i nemici del nome Cristiano. E finquì aveva io scritto, quando il sig. Gian Francesco Muschi arciprete della Cattedrale di Verona, mio singolare amico, mi somministrò una bella raccolta di sigilli, già fatta dal celebre monsig. Francesco Bianchini, e pervenuta alle sue mani. Il perché seguiterò ad illustrare questo argomento colla pubblicazione di tali reliquie dell’antichità. Poco fa ho parlato de’ sigilli delle città. Il primo Muselliano ci rappresenta quello di Alquileia dove si mira un aquila coll’ale stese, che sta fra le mura di una città o palazzo, con questo meschino verso:

VRBS HAEC AQVILEGIE CAPVD EST ITALIE.

In secondo luogo ecco il sigillo d’Udine, oggidì bella città e metropoli del Friuli, siccome quella che, dopo le mutazioni seguite in quella nobil provincia, è giunta a pareggiare molte illustri città d’Italia. Ivi si vede una città turrita con queste lettere intorno:

EST AQVILEIENSIS FIDES HEC VRBS VTINENSIS.

Il terzo sigillo ci fa vedere il tempo dell’antica città d’Austria, appellata una volta Civitas Forojuliensis, e che vien fondatamente creduta il Forum Julii, colonia de’ Romani, oggidì Cividal di Friuli. V’ha questa iscrizione:

SECRETVM CIVITATIS AVSTRIAE.

Nel quarto, spettante alla città di Antiochia, si vede il Principe degli Apostoli colle chiavi nella destra, colta croce nella sinistra, e all’intorno SANCTVS PETRVS. Nel rovescio lo stesso Apostolo predica il Vangelo a quel popolo, colle lettere: S. CVMVNIS ANTIOCHIE. Io non dubito che tal sigillo appartenga alla real città di Antiochia capitale della Soria, acquistata sul fine del secolo undecimo dai principe Boamondo, e goduta da alcuni suoi successori. Di sopra alquanto si parlò delle bolle di piombò de’ Romani Pontefici, e quelle stimai più antiche di quello che sia sembrato ad alcuni. Posso ora confermare tal verità con varie bolle tratte dal Museo Muselliano. La prima appartiene a Paolo I papa, che nell’anno 757 ottenne il pontificato. Nel diritto si veggono i capi degli Apostoli Pietro e Paolo Nel rovescio si legge ΠΑΥΛΟΥ, cioè di Paolo pontefice. La seconda è SERGII PAPAE. Se sia del Primo eletto nell’anno 687, o del Secondo creato papa nell’844, o del Terzo alzato alla cattedra Apostolica nel 904, non si potrà facilmente determinare. Tuttavia perché produrrò fra poco un’altra differente bolla spettante probabilmente al Terzo, questa 1274 potrebbe appartenere al Primo o al Secondo. La terza è ZACHARIE PAPAE, il quale nell’anno 742 fu innalzato al trono pontificio. La quarta è LEONIS PAPAE. E ancor qui resta incerto se sia indicato il Terzo eletto papa nel 795, o pure alcuno de’ suoi successori. Sembra nondimeno verisimile che vi si parli del Terzo. La quinta bolla è GREGORII PAPAE. Può essere che spetti al Quarto, eletto nell’827; ma se paresse ad alcuno de’ posteriori Pontefici del medesimo nome, io non mi opporrei. La sesta è SERGI PAPAE. Essendo di figura diversa dalla recata di sopra, può appartenere al Secondo o al Terzo. La settima è LEONIS PAPAE. Poco è differente dall’altra del precedente Leone, di modo che potrebbe dirsi dei medesimo. Se la credi diversa, potrà indicare Leone IV eletto nell’anno 847. L’ottava bolla è STEPHANI PAPAE. Troppo difficilmente si può chiarire, a quale de’ Papi di questo nome sia essa da riferire. Nel nono secolo fiorirono il Quarto, il Quinto e il Sesto; nel decimo il Settimo e l’Ottavo. La nona è MARINI PAPAE, probabilmente spettante al Primo, eletto nell’882. Ma se talun piuttosto volesse attribuirla al Secondo, assunto al pontificato nel 943, non ne avrà a chiedere licenza a me. La decima, l’undecima e dodicesima sono IOHANNIS PAPAE. Siccome tutte e tre portano un differente monogramma e una forma diversa, cosi indicano tre diversi Papi, forse il XII, il XIII e il XV. Ma nulla oso io di asserire. Nella tredicesima si legge BENEDICTVS PAPAE. Si stupirà alcuno in trovar qui un solecismo; ma s’ha da perdonare all’ignoranza di que’ tempi. Anche la decima ha IOHANNES PAPAE. Non so dire se questa appartenga a Benedetto VI eletto nel 972, o al VII creato papa nel 975, o all’VIII nel 1012. La quattordicesima ha le seguenti parole: PASCHALIS PAPAE. È incerto se quivi si parli di Pasquale I consecrato nell’anno 817, o pure del Secondo eletto nel 1099. Credo io del Primo. Nella quindicesima si legge HONORIVS PP. II. che nel 1124 fu ornato della pontificia tiara. Nella sedicesima si vede CELESTINVS PP. III. alzato al Papato nel 1191. La decimasettima ha queste parole INNOCENTIVS PP. III. eletto 1198. Nella decimaottava comparisce HONORIVS PP. III. giunto alla sedia di San Pietro l’anno 1216. L’altre susseguenti bolle sono di papa Gregorio VIII, di Alessandro IV, di Martino IV, di Onorio IV, di Niccolò IV, di Bonifacio VIII, di Gregorio XI, di Urbano VI. Tutte hanno nei diritto le teste de’ Principi degli Apostoli colle lettere S. PA. S. PE. Perché San Paolo paia avere la precedenza a San Pietro, è stato disputato fra gli Eruditi. L’assunto mio non esige ch’io entri in si fatta confroversia. La ventesima settima bolla ha MARTINVS PP. V. consacrato nel 1417. La seguente appartiene al medesimo, ma è diversa dalla precedente, leggendosi ivi MARTINO V. Nel rovescio si mira una croce coronata, con una colomba. L’ultima fu usata dalla Curia Romana in sede vacante, come io vo conietturando. Nel diritto si vede il triregno pontificio coll’iscrizione BVLLA CVRIE DNI PAPE; e nel rovescio due chiavi colla croce e le parole DNI CIVITATIS AVENIONIS.

Quello che ora particolarmente dobbiamo osservare, si è che non solo i Romani Pontefici usarono i sigilli, o vogliam dire le bolle di piombo, ma ancora altri vescovi e principi e magnati cospicui per la loro nobiltà. Il che quando io considero, mi si rende alquanto sospetta la facoltà che dicono data ai Dogi di Venezia e alla città di Lucca, come per privilegio, di valersi di tali bolle. Se questo fu permesso a persone nobili, perché non anche a principi, quali anche negli antichi secoli furono i Dogi di Venezia. Il costume suddetto voglio io comprovare con gli altri esempli, ricavati dal soprallodato Museo Muselli di Verona. La prima bolla di piombo ha nel diritto IOH ET DECIBILIS V PA, cioè Johannes et Decibilis viri patricii (furono essi duchi di Gaeta circa l’anno 875, e ne parla Leone Ostiense nel lib. II cap. 37, e la lettera 38 di papa Giovanni VIII) nell’altra parte si legge SCS. ERASMVS Patrono di Gaeta. La seconda bolla di piombo ha un monogramma, il quale non so a chi si deggia riferire. Nel rovescio si legge IN SCA TRINITATE CONFIDENS. La terza ha un monogramma, forse SERGI, e all’intorno lettere corrose, restando nondimeno visibile DIACONI. Il rovescio si vede una grue, una ruota e una croce colle lettere FE. La quarta bolla di piombo ha due monogrammi, nel primo de’ quali mi pare di poter leggere MAPKOY, cioè di Marco. Né son meno scuri i monogrammi della quinta bolla. Forse vi si legge τω δουλου σου, cioè al tuo Servo. La sesta bolla di piombo ha queste lettere ΘΕΟΔΟΡΟΙ ΠΑΤΡΙΚΙΟΝ, cioè di Teodoro Patricio. Nell’altra facciata non so spiegare il monogramma, in cui un PN si veggono chiari, forse indicanti Ravenna; perciocché noi conosciamo Teodoro Patricio, cognominato Calliopa, i cui parla Anastasio nella Vita di papa Teodoro. Fu nell’anno 650 un altro Teodoro appellato Patricius et Exarchus Ravennae da Agnello nella Vita di Teodoro arcivescovo di Ravenna; si crede che governasse l’Esarcato circa il 686. Ma potendosi trovare altri Teodoni Patricii, nulla qui si può determinare. La bolla settima è di Johannis, senz’altro distintivo. L’ottava di un THEODOSII con uno scuro monogramma. Nella nona si legge solamente THOMA. La decima è THEOPHVLACTI PR. ECCL. cioè Presbyteri Ecclesiae Romanae. L’undecima è GAVDENTII PRIMICERII, come penso, della medesima Chiesa Romana. Nelle due facciate della duodecima si legge RVFINI V. C. (cioè Uomo Chiarissimo) C. B. AVG., non so se Curator Beneficiorum, o Bibliothecae Augusti. Questa pare la più antica bolla dell’altre; ma non la crederei spettante a Ruffino famoso del secolo quarto. La decimaterza è THEODORI NOTARII. Né si dee tralasciare, aver noi veduto nella Dissert. XXXII dell’origine della Lingua italiana, che anche i Re o Giudici di Sardegna usavano bolla di piombo. Ma chi desidera di vedere una prodigiosa quantità di antichi ed antichissimi sigilli e monete di piombo, vegga l’Opera de’ Piombi antichi, pubblicata dopo la mia dall’abbate Francesco Ficoroni, celebre Antiquario Romano, dove resterà ben soddisfatta l’erudita sua curiosità.

Homepage Indice delle Dissertazioni Dissertazione 36

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011