Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXIV

Dei Diplomi e Carte antiche o dubbiose o false

Quanto sia povera e scarsa l’erudizione italiana, e quanto priva di memorie istoriche l’Italia, da che dopo la declinazione del Romano Imperio cadde il suo governo in mano di barbariche nazioni, ogni persona erudita lo sa, e me ne sono anch’io lagnato più volte. Per supplire in qualche maniera in questo gran vacuo, altro rimedio non v’ha, che di ricorrere a’ vecchi archivj, ne’ quali si conservano alcuni avanzi della veneranda antichità; e di là in fatti cominciarono gli uomini dotti di questi ultimi secoli a raccogliere tutto quello che per avventura vi resta, e può servire a formare in qualche guisa il ritratto di quegl’infelici tempi. Ma per disavventura troviamo che gli stessi archivj han patito varie burrasche, o perché furono tempo fa svaligiati, o perché le carte che per la maggior parte son vere ed autentiche, si veggono mischiate con delle false: disgrazia avvenuta anche alle antiche medaglie ed iscrizioni. Il distinguere poi, quali sieno legittimi e quali spurj i diplomi e gli strumenti dell’antichità, non è già un facile mestiere. Perciocché quantunque se ne incontrino alcuni sì scioccamente finti, che anche i principianti nello studio dell’erudizione ne possono scorgere l’impostura; pure altri ve n’ha fabbricati con tal arte ed ingegno, ed anche ne’ vecchi secoli, che anche i più sperti Critici penano a decidere intorno alla loro autenticità o falsità. I primi che cominciarono a piantare alcuni fondamenti dell’Arte Diplomatica, cioè ad esaminar le antiche carte, furono i chiarissimi PP. Henschenio e Papebrochio della Compagnia di Gesù. L’opera d’essi quella fu, che mosse l’insigne P. Giovanni Mabillon Benedettino della Congregazione di San Mauro a formare il celebre suo Trattato de Re Diplomatica, dove con somma erudizione e giudizio si vede maneggiato questo argomento. Suscitate poi varie controversie e diversità di sentimenti, entrarono in questo aringo altri uomini dottissimi, come Giorgio Hickesio in Inghilterra, il P. Bartolomeo Germon Gesuita, e il P. Teodorico Buinart Benedettino in Francia, e Monsig. Giusto Fontanini in Italia. Anche il chiarissimo marchese Scipione Maffei, gloria de’ Veronesi, coll’aver, dati alla luce nell’anno 1727 molti antichi papiri, accrebbe non pochi lumi a quest’arte. Finalmente assaissimo ha giovato alla cognizione della Diplomatica Germanica il dottissimo P. Don Gottifredo Abbate Gotwicense nel tomo I della Cronica di quel Monistero. Truovasi anche la Storia della Critica Diplomatica, trattata negli anni addietro da GiamPietro Ludewig nella Prefazione della sua Raccolta d’antichi MSti e Diplomi; e più copiosamente ancora ne ha parlato il dottissimo P. Don Gasparo Beretti Benedettino nella sua Dissertazione intorno alla Censura della sua Tavola Corografica. Sarebbe dunque di dovere che io qui mi tacessi senza entrare in un argomento da tanti Eruditi sì ampiamente illustrato, che né pur sembra restato luogo a qualche spicilegio. Contuttociò da che io mi son prefisso di dilucidare l’erudizion de’ secoli barbarici, non credo che a me disconverrà il produrre alcune osservazioni da me fatte in questo proposito, le quali potrebbero servire di qualche uso a chi vuol imprendere lo studio delle carte antiche.

Pertanto s’ha in primo luogo a stabilire, non esservi stato alcun secolo, alcun regno che adoperasse Lettere, il quale si possa vantare d’essere ito esente dagl’impostori. Anzi né pure gli stessi ultimi tempi e né pure la medesima nostra età sono stati privi di questa abbominevol sorta di mortali. Il recarne esempli sarebbe superfluo per gli Eruditi, e noioso al resto delle persone. Ma di lunga mano riusciva una volta facile e comodo ai falsarj il fabbricar delle carte adulterine, e lo spacciarle con franchezza; perché, stante l’ignoranza delle Lettere l’imperizia nell’Arte Critica diffusa per tutti gli allora viventi, apparenza ordinariamente non restava di scoprire l’impostura, se pure qualche lite non rendeva industriosi i contraddittori ad impugnarne l’autenticità. Però si poteano a man salva fingere diplomi: trovavasi la buona gente ben disposta a ricevere col medesimo ossequio e credulità quelle finzioni che usavano per li legittimi documenti. Ora due specie di persone si osservano negli antichi tempi, le quali si dilettarono di sì fatte merci. I primi, guidati dalla buona fede, e nulla sospettando di falsità, facilmente accettavano come buona moneta i diplomi fabbricati da’ falsarj per loro onore e vantaggi. Ma probabilmente fu la famosa donazione di Costantino alla Chiesa Romana, che niuno oggidì c’è che non la riconosca per una finzione de’ secoli posteriori. Altri ancora consentirono in somiglianti frodi, perché non credevano atto di malvagità di valersi di questo soccorso, mentre quelle carte tendevano solamente alla conferma e difesa di veri diritti, né alcun danno ne risultava a qualsivoglia altra persona. Ciò principalmente accadde allorché per qualche disavventura perduti i veri privilegj, diplomi e strumenti, si volle risarcire tal perdita con supporre altri documenti battuti alla macchia in vece dei primi. Non cade già in mia mente di scusare o difendere somiglianti frodi, ancorché fatte senza pregiudizio altrui. Solamente intendo di dire che non dovea parere ad alcuni illecito il difendere in quella maniera i lor giusti titoli. Accadeva in fatti non rade volte che o per le incursioni de’ Barbari in Italia, o per le guerre che insorgevano nel paese, o per altre funeste cagioni, restavano incendiati i loro archivj: il che principalmente avvenne sul principio del secolo decimo Cristiano, allorché la ferocissima gente degli Ungari con varie irruzioni portò immense calamità alla Lombardia. Anche la Francia e la Germania per le violenze dei Normanni provarono desolazioni maggiori che le nostre. Non sapendo i Religiosi, che soggiacevano a simili tempeste, come riparar le perdite, onde potea loro venir col tempo un grave danno, perché se i malviventi avessero occupati con qualche pretesto i lor beni, non poteano più mostrarne i titoli giusti; altro ripiego non ebbero, che di ricorrere al Re od Imperadore per ottener nuovi privilegj per loro cautela in avvenire. Di questi ricorsi fanno fede due diplomi di Berengario I re d’Italia, oltre ad altri riferiti in quest’Opera. Nel primo, dato nel novembre dell’anno 894, Egilulfo vescovo di Mantova, confuso dall’Ughelli nell’Italia Sacra con un Giovanni, avendo rappresentato al suddetto Re, quod pro peccatis Mantuanae Sedis Ecclesia cum preceptis et cartarum firmitatibus, qua rum scriptionibus res et familias (cioè de’ servi) sibi collatas hactenus meruit obtinere, combusta videantur, ottenne decreto che niuno ardisse di molestare la Chiesa di Mantova nel possesso de’ suoi beni. Nella stessa guisa essendo ricorsa al medesimo Re Adelberga Badessa del Regio Monistero delle Vergini di San Sisto di Piacenza, con esporre quod per irruptionem Paganorum (cioè degli Ungari) et incuria quorundam hominum quedam precepta et instrumenta carta tum deperissent, riportò un privilegio, dato in Corte Olonna nel giugno dell’anno 905, o pure 906, di tutti i diritti e stabili di quel sacro luogo, tamquam eadem cartarum et preceptorum istrumenta non fuissent amissa atque deleta.

Ma non tutti procurarono di provvedere alla loro indennità con questi legittimi mezzi. Vi furono altri che senza malizia accettarono strumenti spurii, fabbricati da qualche impostore; o pure senza scrupolo e ad occhi aperti sustituivano in luogo de’ vecchi perduti, i lavorati di nuovo. Quel che è peggio, altri non mancarono, i quali non ebbero difficultà di fingere antiche pergamene e privilegj, o per attribuirsi de’ non giusti dominj, o per acquistarsi un maggiore, ma falso decoro. Imperciocché ogni tempo ha veduto chi per brama, di far comparire illustre o più illustre l’origine, le prerogative e la nobiltà della sua famiglia, città, congregazione, s’è industriato di provare con documenti falsi ciò che non poteva con veri. A questo biasimevol mezzo altri parimente ricorrevano per occupare la roba altrui, o per conservare la indebitamente acquistata. Né pure i secoli nostri si possono mostrare esenti da questa macchia; ma negli antichi tempi maggiormente avea voga e fortuna questo infame mestiere, perché l’ignoranza dominava, e il diretto della critica metteva in salvo le frodi della malizia. Molte leggi veramente ebbero gli antichi contro i falsari; ed anche fra le Longobardiche una si truova, per cui sono condannati i notai impostori, e chiunque si serviva di falsi strumenti. Che se un di questi portato davanti ai giudici era scoperto vizioso, si forava o si lacerava, acciocché più non tornasse nel commerzio degli uomini. Nella Par. II del tomo II Rer. Ital., pag. 508, vien rapportato un insigne placito tenuto in Roma nell’anno 998 fra i Monaci di Farfa e i Preti di Santo Eustachio. Questi produssero una carta falsa. Chiarita che fu la falsità, tenente Domno Abbate ipsam chartam in manu, jussu Domni Leonis tulit Leo Arcarius Sanctae Apostolicae Sedis cultrum, et signum Crucis in ea, abscindendo per medium, fecit, et reliquit in manu Domni Abbatis in conspectu omnium ibidem residentium, ec. Ma somiglianti leggi erano come le tele de’ ragni, dove facilmente son colte mosche e zanzare, ma dall’ale e penne degli uccelli son rotte. Però l’editto feriva la bassa gente, se volea combattere con istrumenti che si scoprissero falsi, e si puniva chiunque si fosse trovato fabbricatore di merci tali; ma i Grandi godevano qui una buona esenzione. E spezialmente non si recava noia ad alcuno, allorché la gente, non per guadagno, ma per sola brama di gloria mettea fuori delle imposture. Udiamo ora Monsig. Fontanini, il quale (Vindic. antiqu. Diplom. pag. 58) pretende: Diplomata spuria ex antiquitus confictis nulla superesse; adducendo per pruova di tale asserzione, che multis poenis infalsarios variis temporibus animadversum, qua vigilantia et rigore chartae supposititiae obliteratae et expunctae fuerunt. Ma è da stupire, come questo dotto uomo spacciasse sì enorme decisione; e si scorge bene ch’egli non dovette mai mettere il piede negli archivj giacché certissimo è darsi pochi d’essi, dove non si conservi qualche finto diploma o strumento. È celebre in questo genere, ed approvata dagli Eruditi l’asserzione del chiarissimo P. Mabillon, testimonio il più riguardevole di tutti in sì fatte materie. Scrive egli nel lib. III, cap. 6 de re Diplom. – Collegia prope nulla paucissimas ecclesias, aut familias, immunes esse ab hac spuriorum instrumentorum labe. Lo stesso viene asserito dal dottissimo P. Germon della Compagnia di Gesù, che trattò di questo argomento. Per pratica ne posso parlare anch’io, per aver avuto adito in assaissimi archivj d’Italia, in alcuni de’ quali, oltre alla gran copia di strumenti e monumenti indubitatamente autentici, trovai qualche carta di cunio ben differente. Avrei potuto riportar copia anche di queste; ma unicamente andando io in traccia di buone merci, né voglia né tempo ebbi per copiarne delle cattive.

Né venga in mente ad alcuno, poter essere cotanta l’autorità di un archivio, che qualsivoglia strumento indi uscito o ivi conservato, seco porti il sigillo d’una incontrastabile legittimità. Ma niuno archivio gode di sì riguardevol privilegio, che che sognando ne dicano alcuni Legisti. Né pure gli stessi marmi, né le tavole stesse di bronzo, in cui talvolta si veggono incise le vecchie memorie, e con caratteri anche antichi, ci possono assicurare che quivi si contengano indubitati monumenti dell’antichità. Ne do per pruova il diploma di Teodosio minore Augusto in favore dei Bolognesi, che si truova scolpito in marmo; e l’editto spurio di Desiderio re dei Longobardi, inciso in tavola marmorea nella città di Viterbo, che a’ dì nostri qualche successore d’Annio da Viterbo ha tentato di difendere qual gemma vera. Finalmente ne sia testimonio un diploma di Carlo Magno, che verso il fine della dissertazione XXI rammentai, quantunque il Turrigio (Parte II, pag. 219 delle sacre Grotte Vaticane) scriva, restarne tuttavia le vestigia nella parete del Monistero Romano de’ Santi Vincenzo ed Anastasio. E lo stesso Turrigio quegli è che diede alla luce nella pag. 203 del medesimo libro un diploma finto sotto nome di Carlo Magno, e cavato dall’archivio del Capitolo de’ Canonici della Basilica Vaticana, di cui egli stesso subodorò i difetti, ed ora niun v’ha fra gli Eruditi che non ne ravvisi tosto l’impostura. Del resto s’ha da ricorrere ai libri sopra lodati del Mabillone e dell’Hickesio, per imparar le regole da discernere dalle vere le false carte degli antichi. Mi son io qui prefisso di dar qualche lieve lume che servir possa agl’ingegni minori per riconoscere i diplomi e strumenti o falsi, o interpolati, o dubbiosi, rimasti a noi dell’antichità. Già indicai nella Par. II del tomo I Rer. Ital. quanti diplomi manifestamente supposti inserisse nella sua Cronica il Monaco di San Vincenzo del Volturno, e in quali appariscano segni di fede incerta; siccome ancora mostrai in altre carte della Cronica di Farfa nella Par. II del tomo II Rer. Ital. Assai più di simili false merci si contengono nell’Italia Sacra, perché non ebbe l’Ughelli bastante cognizione di critica, o non usò la convenevol diligenza per distinguere le vere dalle false memorie. Fra queste se ne truovano tali, che alla prima occhiata se ne scuopre l’impostura: cotanto si allontanano le formole d’esse dallo stile e da’ Costumi delle persone e dei tempi, e combattono contro i monumenti della Storia indubitata. Alla classe di questi fiuti documenti s’ha da riferire il decreto di Vitelliano o sia Vitaliano papa, dallo stesso Ughelli pubblicato nel tomo I nel Catalogo de’ Vescovi di Ferrara, dove il Pontefice vien rappresentato come istitutoro del Vescovato Ferrarese, e dove egli costituisce Marino per governatore di quella città, col consenso ancora dell’Imperadore. Quivi si leggono espresse le leggi colle quali s’ha in avvenire da reggere la città di Ferrara. Così insipida e inetta comparisce ivi la farragine delle cose e parole, che tosto traluce l’ignoranza e simplicità del falsario. Maraviglia è che quella nobil città non abbia se non documenti falsi per mostrare l’origine ed antichità sua. E se fossero antichi, e la Chiesa Romana si fosse mai servita d’essi per provare l’antico suo dominio in quelle parti, si sarebbe certo mal appoggiata. Un altro documento ho io prodotto spettante ad essa città, e tratto dai MSti di Pellegrino Prisciano, cioè una bolla finta di Adriano I papa, con cui costituisce vescovo di Ferrara Giovanni cardinale della santa Chiesa Romana. Essa è data Pontificatus Domni nostri Adriani Summi Pontificis et universalis Papae in Apostolatu anno nono, Domno nostro Carolo Imperatore Augusto anno tertio, die nono mensis martii, indictione decima. Il solo vedere che non s’accorda con gli anni di papa Adriano, e l’essere noto ad ogni Erudito che a’ tempi d’esso Papa non fu mai Carlo Magno imperadore, senz’altra ricerca, fa tosto intendere la finzione. Altri simili documenti ha quella Chiesa, che non importa riferire. Perché e quando si fabbricassero carte tali, si può conietturare che seguisse, allorché si moveva qualche controversia, né si trovavano titoli e memorie per sostenere il punto, o perché perdute, o perché non mai scritte. Sappiamo che fra Adriano IV papa e Federigo I Augusto nell’anno 1159 si svegliarono liti intorno al dominio di Ferrara. Per attestato di Radevico (lib. II, cap. 30 de Gest. Friderici) chiedeva il Pontefice ut sibi possessiones Ecclesiae Romanae restituerentur, et tributa Ferrariae, Massae, Ficoroli, ec. In quella occasione non istimo io che si adoperassero quelle carte illegittime, perché non mancavano titoli e pergamene migliori alla Chiesa Romana per sostenere i suoi diritti. Più verisimile sembra che a fingere i documenti suddetti porgessero motivo le controversie più d’una volta agitate fra gli Arcivescovi di Ravenna e i Vescovi di Ferrara. Imperciocché da molti secoli la Chiesa Ferrarese dipende dal solo Romano Pontefice, né riconosce per suo Metropolitano l’Arcivescovo Ravennate. Sotto papa Benedetto XIII, pochi anni sono, si risvegliò la pretensione d’esso Arcivescovo, e fu promossa la lite in Roma. La vinse Ferrara, che ad altre ragioni aggiugneva la prescrizione di più secoli; laonde venne poscia questa Chiesa decorata col titolo ed onore di Arcivescovo, per opera del cardinale Ruffo vescovo allora, e poscia arcivescovo di Ferrara. Si può pertanto conietturare che ne’ vecchi tempi essendo messa in disputa l’indipendenza del Vescovo Ferrarese dall’Arcivescovo Ravegnano, né trovando egli le vecchie bolle di questa esenzione, che il tempo o altra cagione avea fatto perdere, se pure mai vi furono, ebbe la fortuna di trovare chi, senza credere di recare offesa alla verità e alla giustizia, fabbricò di pianta le carte suddette, abili a sostenere la pretension Ferrarese. Questa a me sembra l’origine di que’ falsi documenti. Erano essi allora ben riveriti, né cadeva in mente ad alcuno di riputarli merce guasta. Ma ne’ tempi nostri, ne’ quali sono aperti gli occhi mercé della Critica risuscitata, poca fatica si dura a scoprire la supina ignoranza di molti antichi impostori, benché non ci riesca di ravvisar le furberie di tant’altri, perché più maliziosi e meno ignoranti.

Né pure da simili finzioni andò una volta esente la stessa celebratissima Chiesa di Ravenna. Una bellissima lettera di S. Gregorio Magno papa vien rapportata da Girolamo Rossi (lib. IV Hist. Ravenn.) cavata ex vetustissimis monumentis Bibliothecae Ursianae, con cui il santo Pontefice conferma nell’anno 595 Mariniano Ravenna Archiepiscopo quaecunque ab Caesaribus accepisset. Essa lettera o bolla come una gemma fu inserita dal P. Ughelli nel tomo II della sua Italia Sacra. Se ne servì anche Monsig. Ciampini nel tessere il Catalogo de’ Bibliotecarj della S. R. Chiesa. Ma è da stupirsi come il Rossi, nobile e regolarmente giudizioso scrittore, non iscoprisse la falsità di quel documento. Chiama il pontefice Mariniano confratrem filiumnque carissimum. Questo è alquanto alieno dall’uso di S. Gregorio e della Chiesa Romana. Nomina Innocentem Innocentium Papam. Non conviene sì fatto giocolino al gravissimo stile di quel santo Pontefice. Veggonsi ivi confermate alla Chiesa di Ravenna civitates, Castella, villae: cosa troppo contraria alla storia. Niuna città, e forse né pur castello era allora di dominio temporale d’essa Chiesa. Placita et districtiones quivi s’incontrano, nomi solamente usati ne’ secoli precedenti. Le note cronologiche si truovano anch’esse difettose, perché mancanti dell’indizione e degli anni dell’imperador Maurizio. Ma quello che decisivamente scuopre in fine l’impostura, si è il comandarsi ivi, ut nullus Dux, Marchio, Comes, ec., praedationem aut contrarietatem faciat. Siccome vedemmo nella Dissertazione VI, solamente nel secolo IX cominciò ad udirsi il nome de’ Marchesi: come dunque comparisce in documenti del secolo VI? Ritorno alla carta Ferrarese. Quanto ho io notato intorno ad essa, può servire a conoscere qual capitale s’abbia a fare d’un’altra simile carta, in cui Cesario console e duca dona molti beni al Monistero di Subiaco nell’anno 775. Esso strumento, da me dato alla luce, si dice scritto Imperante Adriano piissimo Papa anno quarto, Imperii piissimi Karoli Magni Imperatoris, Imperii ejus anno quarto, indictione prima, mense augusti, die XXI. Chi ha un po’ di tintura della storia e delle antiche carte scorge incontanente che quell’Imperante, e l’unione dell’Imperio di Carlo Magno col Pontificato di papa Adriano I son parti dell’ignoranza di chi finse questo dono. Né di questo abbiamo da stupire. Siccome apparisce dalla Cronaca di quell’insigne antichissimo Monistero, da me data alla luce, Leone IX papa di nota santità, ito a Subiaco, Sublacenses ad se convocavit in Monasterio, quorum et requirens monumenta chartarum, notavit falsissima, et magna parte ante se igne cremari fecit.

Ma i suddetti esempli non son da paragonare con una troppa ridicolosa donazione, che si finge fatta da Lorenza figlia di Ataulfo, regina d’Aquileia, alla Chiesa di Aemonia, oggidì Città Nuova nell’anno 163 della Natività. L’ho io pubblicata, affinché si, scorga fin dove arrivasse l’arditezza ed ignoranza degli antichi impostori. E questa si vede copiata dal suo originale autentico, munito di due sigilli di cera, pendenti uno da una corda di Canape e l’altro da una corda di seta coll’assistenza di tutti i Canonici del Capitolo di Aquileia nell’anno 1150, ipsa sede vacante, con dirsi che nella circonferenza di que’ sigilli si leggeva PATRIARCA AQUILEGIA mentre era vescovo di essa Città Nuova Giovanni. Egli è da osservare che men difficoltà si prova nel discernere l’ingenuità o falsità delle carte originali, che delle copie, percioché in quelle la forma de’ caratteri, del monogramma, del sigillo, ed altri segni ben considerati, danno a conoscere se v’entri o no qualche finzione. All’incontro per le copie non si può bene spesso proferire un giudizio, unicamente si suole attendere se la cronologia, le formole, la storia convengano, o se vi s’incontri qualche altro difetto. Ma nel documento suddetto così sfacciata è la stoltizia del falsario, che bisogna ben essere affatto ignorante di simili studi per non iscoprire l’inganno. E pure nel 1150 que' Canonici nulla s’avvidero di sì stravagante pasticcio. Ma si dirà che quattro notai riconobbero l’autenticità di quella carta. Né pur cento o mille notai poteano far divenir bianco sì brutto Etiope. Allorché regnavano i secoli dell’ignoranza, molta impressione faceva questa pompa di più notai, che riconoscevano per legittimo uno strumento. Si sono aperti gli occhi ed oggidì non resta sì facilmente pericolo che la gente dotta si lasci ingannare. Solamente gli ignoranti sono tuttavia esposti alla disgrazia di prendere le lucciole per lanterne. Pare che si possano credere finti, non per far danno o ingiuria : ad alcuno, i più di simili documenti. Ma ve n’ha di quell’che giustamente si può sospettarli formati una volta non solo per i motivo di accrescere la propria gloria, ma anche per ricavarne profitto. Qui sotto, cioè nella Dissertazione XLIV, della fortuna delle Lettere io dovrò far menzione dell’opinione di molti antichi, e fors’anche di alcuni viventi Bolognesi, che giudicarono istituita la celebre loro Università degli Studj da Teodosio minore Augusto, già son passati più di mille e trecento anni. Ma cotal credenza, già impugnata da uomini dottissimi, la farò anch’io conoscere per mancante d’ogni anche menomo fondamento di verità. Impercioché quantunque io non ceda a veruno nella stima ed ossequio verso quella floridiasima città e i suoi egregi cittadini, come mi sono sempre guardato di tener lungi, da miei scritti la taccia dell’adorazione, contenente il disprezzo della verità, come cosa indegna d’onesto uomo. Aggiungasi che a niuno è maggiormente lecito, che ad un Modenese, l’insorgere pubblicamente contro tale opinione, da che gli stessi Bolognesi ne’ vecchi tempi si serviron d’essa in danno e rovina del popolo di Modena. Il che come succedesse, ed anche per intendere meglio per qual uso una volta si fingessero antichi privilegj, bene sarà l’informarne i Lettori. A fine di conciliare maggior credito e venerazione all’Università di Bologna, che nella sopr’accennata Dissertazione mostrerò nata nel secolo XI, si avvisò non so chi di riferirne l’origine al suddetto Imperadore, e a’ tempi di S. Petronio, vescovo e protettore di quella città. Ma perciocché non v’era né vi potea essere testimonianza alcuna di questo sogno, senza molto lambiccarsi il cervello, egli fabbricò un privilegio, con cui persuadette alla credula gente la magnifica istituzione, ed antichissima di quella Università. Non occorre dire con che plauso ed allegrezza fosse accolto come caduto dal cielo un sì glorioso e prezioso monumento, e celebrato anche ne’ 1210 loro atti e libri. Per quanto si può conietturare, solamente esso comparve alla luce nel secolo XIII. Ma che inetta e ridicolosa fattura produsse mai quel falsario per accrescere il decoro a Bologna, tanto illustre per tanti suoi pregi veri! Due esemplari si veggono del preteso privilegio Teodosiano, diversi l’uno dall’altro. L’Ughelli nel tomo II dell’Italia Sacra nel Catalogo de’ Vescovi di Bologna ne riferisce uno il quale, per valermi delle sue parole, extat in marmorea tabula incisum apud ecclesiam Sancti Petronii, tametsi apud cordatos, rerumque antiquarum peritos claudicare videatur. Dice zoppicare. Lo leggano gli Eruditi: darà loro tosto negli occhi la patente impostura; anzi potran sospettare che questo sia stato a bella posta fabbricato da qualche malevolo più tosto per mettere in ridicolo presso gli stranieri la soverchia credulità degli stessi Bolognesi. Ma io ho pubblicato un altro ben differente esemplare d’esso diploma, cioè quello che verisimilmente fu la prima volta finto ed esibito alla Repubblica di Bologna, giacché essa lo fece incidere in una tavola di marmo, ed esporlo nella Basilica di S. Petronio, dove tuttavia si mira, né so perché l’Ughelli ce ne desse copia tanto diversa.

Né pure una parola ho io voluto aggiugnere per dimostrare la falsità di sì fatto diploma, per esser tale che ogni intendente persona alla prima occhiata se ne accorge. Sembra bene che dal nostro Sigonio non fosse riprovata questa solenne impostura nella Storia di Bologna. Ma giusto motivo c’è di credere che in quell’Opera, pubblicata solamente dopo la di lui morte, fosse intruso quanto ivi si legge intorno al suddetto diploma. Veggasi la Vita del medesimo Sigonio da me compilata, e premessa a tutte l’Opere sue nell’ultima edizione fattane in Milano. Anche il P. Don Celestino Petracchi monaco Celestino nella sua Storia dell’insigne Abbaziale Basilica di Santo Stefano di Bologna, data colle stampe alla luce nella medesima città nell’anno 1747, animosamente dichiarò apocrifo esso privilegio, e non sussistente cotanta antichità dello Studio di Bologna. Lo dissi io poco fa anche supposto in danno dei Modenesi e intorno a ciò s’ha da sapere che quell’impostore, a cui poco costava l’inserirvi tutto ciò che gli piaceva, non solo pel decoro, ma ancora in utilità de’ Bolognesi, spacciò a suo talento i confini fra il territorio di quella città e di Modena, sicut Scoltenna, seu Panarium, defluit in Padum. Sicché, a udire questo mascalzone, questo fiume divideva le giurisdizioni di queste due città. Ma cotal finzione viene smentita da tutte le antiche Memorie, secondo le quali chiaramente consta che Nonantola, Bazzano, Monte Veglio, San Cesario, ed altre castella di là dal fiume Scolterana appartenevano anche ne’ vecchi tempi al territorio di Modena, e questo pare molto verisimile che una volta arrivasse fino al Lavino, o almeno alla Samoggia, come eruditamente mostrò il P. Don Gasparo Berettii Benedettino nella sua Dissertazione, da me inserita nel tomo X Rer. Ital. Puossi parimente vedere quantò anch’io ho osservato su questo punto nella Dissert. XXI, dell’antico stato dell’Italia. Ma nulla importava ai Bolognesi l’informarsi del vero nelle antiche memorie. Per attribuirsi un diritto sopra tutto il territorio posto di là da Scoltenna, loro bastò di consultare e produrre l’adulterino privilegio di Teodosio. Però, fondati su questo, niuno sforzo omisero per istendere i loro confini al suddetto fiume, e pelar ben bene la Repubblica di Modena. Ciò spezialmente tentarono essi nel secolo XIII di Cristo, in cui, secondata la loro potenza dalla propizia fortuna, sotto misero al loro dominio un bel tratto della Romagna, e minacciavano catene al popolo Modenese. Grande strepito allora facea l’insigne decreto di Teodosio, ed incoraggiva ciascuno a spogliare i Modenesi colla forza armata dell’antichissimo possesso di più terre situate di là da Scotenna, siccome paese attribuito a Bologna da quel ridicoloso pezzo di carta, a cui l’ignoranza d’allora non sapeva che rispondere. Pertanto formato fu un decreto da quel popolo, ed anche maestosamente inciso in marmo, per cui erano tenuti i nuovi Podestà a giurare di portar l’armi contro a’ Modenesi, finché riuscisse loro di restituire alla Repubblica Felsinea il distretto sino al sopraddetto fiume. Poscia nell’anno 1271 si diede all’armi per effettuare questo iniquo disegno. Ma perciocché la fazione de’ Geremei amica de’ Modenesi vi si oppose, fu atterrato quel marmo, e abolito l’ingiusto decreto. Per tal cagione l’odio interno e le vecchi nemicizie fra i Lambertacci e i Geremei vennero crescendo con tal furore, che nel 1274 seguì fra loro una guerra civile, e furono forzati i Lambertacci a mettersi in salvo colla fuga. Per questa rivoluzion di cose, la quale costò non lieve spargimento di sangue e l’esilio di tanti cittadini, di qua venne il principio della declinazione della potenza Bolognese. E perciocché mancarono qui al Ghirardacci e ad altri Storici molte notizie, convien ricorrere al Sigonio, che ne’ libri de Regno Italiae trattò più copiosamente gli avvenimenti di que’ tempi. Odasi ora un Autore contemporaneo, cioè Ricobaldo, la cui Cronica pubblicai nel tomo IX Rer. Ital. Anno (dic’egli) Christi MCCLXXII seditio magna Bononiae, quum una partium secundum decretum suum, quod in petra scripserant, exercitum vellent ducere in Mutinenses, ec., et altera pertinaciter prohiberet: obtinuit tamdem pars Hieremiarum, et egit ut petra illa, quae Decretum continebat, de muro evulsa confrigeretur omnino.

Ma che di grazia conteneva quel decreto? Ecco la memorie che tuttavia se ne conserva nell’antico Registro in carta pecorina della Repubblica Modenese, le cui parole son le seguenti: Reperitur in Libro Reformationum Domini Bertholi quondam Dominici, Notarii ad Reformationes Consiliorum Communis Bononiae in primis sex mensibus regimi. Domini Luchini de Gatiluxiis Potestatis Bononiae et Ymolae, in hunc modum sub anno Domini millesimo ducentesimo septuagesimo secundo, indictione XV.

IN NOMINE DOMINI. AMEN.

CONSILIUM INFRASCRIPTORUM SAPIENTUM, VIDELICET

DOM. UBERTINI UCHETI DOCT. LEGUM, DOM BONREUPRI etc

DOM BONROMEI DOCTORIS LEGUM,

HABITUM ET DECRETUM IN PALATIO COMMUNIS BONONIAELIG;

IN CAMERA DOMINI LUCHETI DE GATTELUXIIS

POTESTATIS BONONIAELIG, DIE MARTIS XXVI APRILIS

SUPER EO, VIDELICET: CUM IN QUAM REFORMATIONE

SEU ORINATIONE POPULI, NATA EX

PRIVILEGIO D. IMPERATORIS THEODOXII, OCCASIONE

TERRITORII ET TERRARUM POSITATUM CIRCA SCULTENNAM

ET PANARIUM, CONTINEATUR, QUOD DOMINUS

POTESTAS TENEATUR GENERRALEM EXERCITUM

FACERE CONTRA PRAELIG;ICTA LOCA ET TERRAS

RESISTENTES COMMUNIS BONONIAELIG; SI EXPEDIERIT,

HINC AD KALENDAS MADII: LECTA EIS DILIGENTER

IPSA REFORMATIONE ET ORDINAMENTO,

AN PRAELIG;DICTUS DOMINUS POTESTAS TENEATUR PRAELIG; DICTUM

EXERCITUM FACERE PRAELIG;CISE, CUM IBI SIT

ILLUD VERBUM, SI EXPEDIERIT; ET AN EXPEDIANT,

VEL FIERI DEBEANT, QUAELIG; IN IPSA REFORMATIONE

CONTINENTUR, etc.

Appresso soggiugne, aver que’ Savj assentito che quel decreto fosse suggetto all’interpretazione, né esservi obbligo che il Podestà per quell’affare raunasse l’esercito, perché allora non era spediente. Nell’altro decreto de’ Bolognesi, formato nel dì 2 di maggio del medesimo anno 1272, parimente si leggono le seguenti parole: In Reformatione Coscilii et Massae Populi, facto partito per Dominum Capitaneum, placuit toti Consilio et Massae Populi, quod omnes Reformationes et Ordinamenta facta occasione terrarum et locorum, et jurisdictionum positarum citra Panarum et Scultennam (è lo stesso fiume con due nomi), et omnes processus, concondempnationes et banna, factae et data contra Commune et personas Mutinae, et districtus cassentur, removeantur in totum de Libris Commnunis et Popoli Bononiae. Et quod lapis, qui est sculpitus et positus in muro Palatii occasione dictorum ordinamentorum, removeatur et tollatur, ita quod inde nulla memoria per hoc de praedictis habeatur, ec. Finalmente succede un altro decreto del dì 5 di giugno dello stesso anno 1272 in cui le precedenti risoluzioni si veggono confermate, e di nuovo si aboliscono i processi fatti occasione territorii praedicti citra Panarium et Scultennam, pro jurisditiione Communis Bononiae amplianda. Può qui cadere in mente al Lettore che alcuno de’ Savj allora soprastanti al reggimento del Comune di Bologna, scoperta la patente impostura del diploma Teodosiano, a cui unicamente si appoggiava allora quel bollore d’animi contro ai Modenesi, suggerisse ai colleghi suoi di non imprendere sì ingiusta guerra in danno d’un popolo confinante. Potrebbe essere. Tuttavia a me più probabile sembra che per sole politiche ragioni si mutassero le risoluzioni prese. Erano bene allora gran maestri della scienza delle Leggi i Dottori di Bologna; ma non così nell’erudizione ed arte critica: difetto allora comune a tutti i popoli, anche oltramontani. Certamente pare che non dubitassero della validità di quel privilegio i Bolognesi, da che lo fecero infimo scolpire in marmo.

Né più dotti e periti in questa professione erano allora i Modenesi; il che si può confermare con un altro esempio. Nel suddetto secolo XIII, o nel seguente, per quanto si può conietturare, insorta lite fra un certo Nobile Modenese di casa Peterzana, che avea in commenda la chiesa di S. Michele di Zena, ed altre persone, egli produsse in favor suo un diploma di Carlo il Grosso re di Germania ed Italia, dato nell’anno 880, che, esistente nell’archivio del Comune di Modena, ho io dato alla luce. Si può credere che niuno mettesse in dubbio allora questo monumento, e massimamente perché esso fu preso da qualche autentico, o pure da qualche sincera copia d’altro diploma del medesimo Re. Tuttavia esso è interpolato colla giunta de’ confini, ivi scritti ed aggiunti, secondoché piacque al copista. E tale interpolazione oggidì manifestamente apparisce dal vedere ivi fatta menzione Cruciferum Templi Sancti Johannis, il nome ed istituto de’ quali solamente ebbe principio dopo l’anno 1100, né si può accordare coll’anno 880. Non ho punto di difficultà a credere che di molt’altre simili frodi partorisse la malizia degli antichi, che l’ignoranza d’altri accoglieva facilmente come monumenti d’incontrastabil fede. Intanto avrà osservato il Lettore, quali conseguenze si tirasse dietro quella falsa e troppo informe pergamena de’ Signori Bolognesi. Oggidì son cessati questi inganni; e se pure saltano fuori dei falsarj, solamente turbano e liti delle private persone, o prendendo ad ornare qualche nobil famiglia, la sporcano; poiché per conto delle inette e spurie carte antiche, e i supposti diplomi dei Re ed Augusti, per lo pià se ne scuopre e deride l’impostura. Ma con altri occhi i nostri maggiori miravano carte tali, e come gente ignorante e semplice solevano senz’alcun sospetto prendere le furberie per cose vere: dal che procedevano molti comodi ed incomodi, a misura della potenza di chi se ne valeva, e dell’impotenza degli avversarj. Certamente per qualche fine si fabbricavano questi falsi documenti, o volentieri si ricevevano, se fabbricati da altri. In che tempo cominciasse a uscir in campo l’opinione che Costantino Magno Augusto con incredibile liberalità avesse donato dei Regni alla Chiesa Romana, è cosa incerta. A me sembra non inverisimile che a qualche Oratore scappasse detto, forse nel secolo vili in esagerare le prerogative certamente grandi ed indubitate del Romano Pontefice, che Costantino il Grande si ritrasse in Oriente, acciocché Roma e parte del Ponente restassero libere e suggette al dominio de’ Papi, come nel secolo spezialmente XI, a’ tempi di San Leone IX, si andava dicendo. Questa magnifica asserzione potè parer vera non solo agl’ignoranti, ma anche ai dotti di allora; e ne trasparisce qualche lume dall’epistola XLIX del codice Carolino, in cui papa Adriano I, scrivendo al re Carlo Magno, dice: Per Constantini largitatem Sancta Dei Cattolica Apostolica Romana Ecclesia elevata et exaltata, cui a potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est. Non può intendersi della podestà spirituale, perché questa si stendeva anche su le Chiese Orientali: adunque della temporale. Parole tali perciò sembrano indicare già nata l’opinione di un’amplissima donazione di Costantino, di cui si fece menzione, acciocché i re di Francia Pippino e Carlo esercitassero la loro liberalità versa la Chiesa Romana. Probabilmente poscia nel secolo X vi fu chi, per farsi merito coi Papi, stimò di poter fingere la famosa donazione Costantiniaria, e di farla credere vera. Nel diploma di Ottone III Augusto, che fu pubblicato dal cardinale Baronio all’anno 1191 è scritto che autore di quella finzione fu Johannes Diaconus cognomento Digitorum mutius, o sia mutilus. Ma perciocché esso Baronio, il Pagi ed altri tengono quel diploma per apocrifo, tuttoché cavato dall’archivio del Vaticano (nella qual quistione io, non voglio entrare), convien qui sospendere il giudizio. Quel nondimeno ch’è fuor di dubbio, la donazione e il diploma di Costantino, il quale oggidì niuna persona erudita ci è che nol riconosca per finto, anticamente era cosa santa, ed abbracciato con unanime consenso e venerazione da ognuno, e spesso apparve in iscena o per accrescere, o almeno per confrermare i diritti temporali della Romana. Vedi nondimeno la Cronica di Farfa alla pag. 637, Par. II del tomo II Rer. Ital., dove sembra che anche anticamente sorgesse qualche dubbio e difficultà contro del medesimo documento.

Mi sia lecito di aggiugnere, esserci luogo di sospettare, per non dire di più, che non diversa fosse l’origine della donazione di Lodovico Pio Augusto, la quale non men della Costantiniana e rinomata nella Storia Ecclesiastica. Le ragioni per le quali le persone erudite hanno creduto o affatto finto, o almeno interpolato quel diploma, non occorre ch’ora le ricordi, da che ne ho abbastanza parlato nella Piena Esposizione dei Diritti Cesarei ed Estensi sopra la città di Comacchio. Tuttavia non vo lasciar di dire, non essere inverisimile che fabbricato fosse quel diploma dopo la metà del secolo XI. Imperciocché conoscendosi più che mai quanto fosse pernicioso e greve alla Chiesa Romana il non potersi consecrare senza il consenso degl’Imperadori l’eletto Papa; e similmente non potendosi sofferire che i Normanni sottomettessero con tanta barbarie e senza alcuno giusto titolo al loro dominio il Regno di Napoli e di Sicilia (due punti per li quali si svegliarono acri controversie fra i Romani Pontefici, gl’Imperadori e i Normanni stessi); probabilmente alcuno si avvisò di prestare un buon servigio alla Chiesa Romana col formare un diploma, da cui apparisse che Lodovico Pio imperadore avea rinunziato al preteso gius o sia consuetudine degli Augusti nella consecrazione de’ Papi, e paresse ch’egli avesse donata Corsicam, Sardiniam et Siciliam sub integritate alla Chiesa Romana. Imperciocché chi mai si può persuadere che Lodovico Pio, principe sì celebre per la sua religione e giustizia, avesse donata ad altrui la Sicilia, sopra cui niun diritto egli aveva, e che era posseduta dall’Imperador Greco, ed amico? E particolarmente osservando noi che ne’ susseguenti diplomi, come son prodotti dal cardinale Baronio, solamente si concede Patrimonium Siciliae, si Deus nostris illud tradiderit manibus. Il nome di Patrimonio significa poderi ed altri stabili privati, e non già il dominio principesco. Era allora occupata la Sicilia dai Saraceni, e quegli Augusti desideravano di liberarla da que’ nemici del nome Cristiano. Di più non dico, ed anche parlando così non intendo di attribuir male arti ai supremi Rettori della Chiesa Romana, quasi di loro ordine o consenso fossero fabbricati que’ diplomi. La probità e virtù manifesta dei Papi di allora preclude l’adito a tali sospetti. Più ragionevole portare opinione che allora succedesse ciò che miriamo accadere alle persone nobili, o ai principi, desiderosi di trovar ne’ secoli più rimoti i lor maggiori. Eccoti comparire impostori che presentano loro delle speciose memorie, corrispondenti a tali desiderj; e queste bensì vengono accolte e serbate come gemme, ma con buona fede e credenza di verità. Lo stesso sarà accaduto in Roma; né diversamente penso che s’abbia a credere de’ Bolognesi, e d’altri finquì rammentati, a’ quali fu fatto l’inganno, perché l’ignoranza di que’ tempi non sapea guardarsi da somiglianti frodi.

Ma né pur mancarono una volta falsarj di così acuto ingegno, che nel finger monumenti de’ precedenti secoli si condussero in maniera da non peccare contro la Cronologia, contro la fede della Storia, o contro le formole notariali. Sapevano anche ben controllare i caratteri e le note degl’antichi, o pur formar copie come ricavate da strumenti e diplomi originali. Se talvolta s’inciampa in simili documenti, non potendosi negare che sì fatte finzioni si potessero una volta fare, e potendone alcuna tuttavia sussistere, indarno per lo più si adoperano gli aiuti dell’arte critica per discernere le vere dalle false merci. Inoltre escono talora privilegj e strumenti che sembrano onninamente legittimi; e pure si veggono aspersi da alcune macchie che fanno restare l’animo in forse della loro ingenuità. Quanto a me, in più luoghi ho avuto sotto gli occhi diplomi che portavano tutta l’apparenza di esser autografi, siccome scritti co’caratteri che si truovano negl’indubitati originali; vi si miravano ancora le note consuete del cancelliere, e quelle scorrerie di penna (giacché non le credo cifre, né note arcane) solite ad apporsi sotto il sigillo. Appariva eziandio il luogo del sigillo perduto, cioè il taglio della pergamena in forma di croce. Ma in essi diplomi o mancava il monogramma dell’Imperadore o del Re; o pure del taglio della cartapecora non parea fatto uso alcuno, né compariva alcun segno d’untume, che pur quasi sempre solea trovarsi ne privilegj; onde cadde il sigillo, talmente che si potea con ragion dubitare, se esso mai vi fosse stato apposto. Queste osservazioni, ed altre anche più minute, le quali non si possono spiegare senza l’oculare ispezione delle pergamene, me alle volte menavano, se non a tenerle per apocrife, almeno a non crederle in tutto parti sicuri del Re od Imperadore ivi enunziato. Ma per quel che riguarda le note cronologiche, bene o mal congegnate, e la storia accomodata alle cose e persone e alle formole proprie de’ tempi, in alcune carte errori e difetti tali s’incontrano, che non si possono mai accordare colla verità; e però lecito è il tosto registrarle fra le finzioni. Di questa fatta apparisce il famoso diploma del Monistero delle monache di Landau, giudicato apocrifo da Ermanno Conringio, ed anche dal celebre P. Mabillone, tuttoché non gli manchi il sigillo con altri segni di autenticità. Fu bensì questa controversia dedotta al supremo tribunale della Germania, né mancarono avvocati di quel diploma: ciò non ostante sarà contrario ad esso il giudizio degli Eruditi. Si possono vedere su questo composte da uno Anonimo Vindiciae Historicae in difesa del sentimento del Conringio, e stampate nel 1700 in Landau. Per questi medesimi riflessi io non seppi approvare un diploma di Lottario I Augusto, conservato in un archivio che gran copia contiene d’altre legittime carte. Certamente l’antichità della membrana, la forma de’ caratteri ed altri segni vi comparivano, indicanti la sincerità del documento. Ma vi mancava il monograrnma, ed oltre ad altri cattivi indizi, le seguenti note terminavano il documento: Data VII kalendas julias, anno Christo propitio Domni Filotarii (così) gloriosissimi Augusti in Francia II, in Italia XIV indictione XII. Actum Papia Palatio Regio. Pruovisi alcuno di accordare insieme, se può, queste note, e le epoche del Regno e dell’Imperio, che negli altri sinceri diplomi di Lottano Augusto si truovano. Quando non gli riesca, giusto motivo succede di sospettar qui, o di tener certa la frode. Per questo io lasciai nelle tenebre quel privilegio. Può anche talora avvenire che una sola parola basti per condennare d’illegittimità un antico documento. Ho dato alla luce un diploma di Lodovico Pio imperadore, in cui conferma a Frodoino Abbate del Monistero della Novalesa in Piemonte il testamento di Abbone fondatore d’esso sacro luogo, con tutti i suoi diritti, nell’anno 814. Ivi si mira conceduto a quell’Abbate Forum, omicidium, assassinium in nostro Imperio perpetratum media civitate. Qualora nell’antica pergamena veramente si legga la parola assassinium, nulla più si esige per proferir contro di essa la sentenza. Imperciocché assassini e assassinio son voci che solamente dopo la presa di Gerusalemme fatta dai Cristiani nel 1099 si cominciarono ad udire in Oriente e poi passarono in Occidente Ma forse questa parola fu aggiunta al vero testo, o intrusa in qualche sua copia; siccome ancora le seguenti poco proprie: in nostro Imperio perpetratum media civitate, per tralasciar altre cose: giacché nel resto ha colore di non adulterina fattura. Vedi un altro diploma conceduto da Carlo Magno al medesimo Frodoino. Abbate nel tomo IV dell’Italia Sacra nel Catalogo de’ Vescovi di Torino: non istenterai molto a riconoscerlo per monumento spurio.

Talvolta ho io anche osservato, per così dire, alcuni abbozzi di antichi diplomi mancanti d’anno, e dell’altre autentiche note; e ciò non ostante scritti col carattere usato negl’indubitati diplomi, tanto nelle lunghe lettere iniziali, quanto nelle quadrate del testo. Il perché, nol seppi raggiugnere. Possiam credere che documenti tali imperfetti uscissero anch’essi della Cancelleria Imperiale; pure non si può rimuovere il sospetto che persone una volta vi fossero, le quali sapessero immitar la scrittura de’ Cancellieri di Corte. Il che sia detto solamente a fine di rendere circospetti e cauti in quest’arte i meno periti, e non già per eccitar sospetti contro ai diplomi d’incorrotta fede, che innumerabili tuttavia esistono, molti de’ quali ho io avuto sotto gli occhi, ed anche ho pubblicato in quest’Opera. Imperciocché se è stravagante, anzi falsa l’asserzione di Monsig. Fontanimi, che volle sradicata da tutti gli archivj Europei la razza de’ falsi strumenti e de’ finti diplomi, incomparabilmente più assurda sarebbe e da non tollerarsi l’opinione di chi sospettasse della verità di tanti sicuri documenti dell’antichità. Ancor qui ha da aver luogo il consiglio del sapientissimo Apostolo (I. Thessal. cap. V, vers. 21): Omnia probate: quod bonum est, tenete. Esaminate prudentemente tutto; poscia abbracciate quel che è vero e buono; e quel che scorgete falso e cattivo, rigettatelo. Alle volte se non si possono tener francamente per legittime le carte, né pur convien correre tosto a dichiararle illegittime. Giova allora sospendere il giudizio. Per esempio, verranno accennati, o s’incontreranno (il che troppo di rado accaderà) diplomi scritti con lettere d’oro; non essendo questo regolarmente in uso delle Regie Cancellerie, allora meglio è il non proferir sentenza. Non che io osi negare che privilegj simili mai ci sieno stati, e possono tuttavia sussistere. Paolo Diacono scrisse che una donazione fatta alla Chiesa Romana da Ariperto re de’ Longobardi, era aureis exarata literis. Contuttociò se fosse a noi permesso di ben esaminare monumenti tali con averli sotto agli occhi, forse vi si potrebbero scoprire nei tali da non ammetterli per vere gioie. Un solo di questa sorta, fra tant’altri da me veduti, mi fu mostrato in un archivio di un insigne Monistero, e lo trovai in guerra colla verità. Così niuno negherà che sia da rigettar fra le finzioni un privilegio conceduto da papa Leone III e da Cado Magno Augusto al Monistero delle tre Fontane all’Acque Salvie per paginam aeream exauratam, che I’Ughelli come rara gemma pubblicò nei Catalogo de’ Vescovi d’Ostia, tomo I dell’Italia Sacra. Né io finora ho saputo prestar fede al Puricelli, scrittore per altro sì benemerito delle buone lettere e da me sommamente prezzato, allorché alla pag. 282 Monum. Ambros. Basilicae, riferendo un diploma di Ugo e Lottano Regi d’Italia, scrive che fu scritto il suo originale aureis literis in corio piscis. Quel che più mi fece stupire, fu l’aggiugner egli: Architepum illud contilimus cum aliis imperatorum Regumque diplomatibus apud nos authenticis, et hactenus in medium productis, eaque pariter visa nobis fuerunt in corio piscis, et aureis literis conscripta: proinde ac si hac ipsa praerogativa conscribi ea honoris grafia solerent. Visitai anch’io il medesimo Archivio Ambrosiano, che senza fallo dee dirsi de’ più insigni d’Italia, ed ha pochi pari; ma nulla di così rara suppellettile mi venne agli occhi, quale senza dubbio sarebbe tanta quantità di diplomi in cuoio di pesce, e scritti con lettere d’oro, e in quel solo luogo conservata, porse l’allume di rocca mischiato coll’inchiostro fece travedere quell’egregio scrittore. Lascerò ancora considerare a professori della Storia naturale, se i pesci abbiano cuoio, o di tal natura che si possa ridurre alla forma, consistenza ed uso delle pergamene.

Particolarmente poi convien procedere con gran circospezione, allorché ci compariscono davanti alcune origini di nobiltà, privilegj e donazioni di castella e città, spettanti alla più remota antichità, fra le carte di qualche chiesa, monistero o famiglia. Imperciocché alcuni ci sono, ch’ebbero un basso principio, ma avanzatisi a poco a poco, ed alzati col tempo ad una sublime fortuna, cade poi loro in cuore il desiderio di una più nobile estrazione. Né mancano talora persone, le quali non potendo con vere, appagano con false carte questo loro appetito. Nell’Opera sommamente lodevole ed utile dello Spicilegio (pag. 319, tom. III dell’ultima edizione) il P. Dachery produsse un privilegio conceduto da Pippino re de’ Franchi al Monistero Figiacense, che si dice prima fabbricato in Pago Caturcino, dove vien confermato ad esso sacro luogo Castrum Strimolum, già donatogli dai Re antecessori ad munimentum et tuitionem. Egli poi vi aggiugne molte ville, chiese e castella, immunitatis praerogativam per duo milliaria circa ipsam ecclesiam extendens. Dicesi dato quel diploma VI idus novembris anno ab Incarnatione Domini DCCLV indictione nona. Ma quivi mancando gli anni del regno di Pippino, e adoperandosi l’Era Cristiana, che molto più tardi i Re Franchi introdussero ne’ loro diplomi; questo solo, per tacer altre cose, basta per decretare che quel documento non sussiste, perché o finto di pianta, o interpolato. Nato ancora mi sarebbe sospetto di frode nel privilegio che si crede conceduto da papa Benedetto III nell’anno 855 al celebre Monistero di Corbeia, e che fu pubblicato dal suddetto Dacbery nel tom. III, pag. 343 dello Spicilegio, se il chiarissimo P. Mabillon con un esemplare autentico, trovato in carta egiziaca, non avesse purgata da alcuni errori l’edizione Dachenana. E ciò, perché a me pareva più verboso di quel che si costumava da’ Romani Pontefici. Che se Lottario nello stesso anno 855; alquanti giorni prima di morire rinunziò all’Imperio, e finì poi di vivere quarto o pure sexto kal. octobris: come mai diceva io, non s’era giunta in Italia a saper quella mutazione di cose? Aggiugnevasi il mancar ivi gli anni del Pontificato di papa Benedetto; cosa che non si soleva ommettere. Tralascio altri dubbj sull’edizione del Dachery, per aggiugnere questo solo. Cioè il comandarsi ivi l’Abbate ab omni Episcopati liberum dominatione, e ch’egli avrà Christum tantummodo Judicem, cui redditurus est de creditis ovibus rationem. Sicché quell’Abbate sarà stato acefalo, mentre né pur si dice che abbia da essere suggetto alla Romana Chiesa: il che non si accorda coll’uso di que’ secoli. Contuttociò, giacché d’altro parere s’è mostrato il P. Mabillone a cui si dee il primato nell’Arte Diplomatica, io impongo silenzio a me stesso, né passo ad ulteriore esame. Anche il difensore sopra commemorato della censura Conringiana raccolse varj diplomi falsi, attribuiti al secolo degli Augusti Carolini. Altri ancora ne accennò tinti della medesima pece lo stesso Mabillone negli Annali Benedettini con quella sincerità che ciascun onorato scrittore sempre dee seguitare: restando con ciò maggiormente annientata l’opinione già riferita di Monsignor Fontanini. Qui nondimeno chieggo licenza di poterne produrre un altro esempio. Fra gl’insigni monisterj d’Italia si ha senza dubbio da annoverare il Padovano di Santa Giustina, celebre per molti titoli. Il suo istitutore, o ampliatore vien creduto Opilione, che lo Scardeone (lib. II, classe 13 Antiquit. Patav.) gli dà il titolo di Viri Consularis, e il fa vivente nel secolo V dell’Era Cristiana; anzi come se l’avesse conosciuto di vista, il chiama Aeligitii viri carissimi filium, pel cui valore Alarico ed Attila re barbari furono rispinti fuori d’Italia. Fu di questo parere anche il Cavaccio nella Storia del Monistero medesimo di Santa Giustina. All’incontro il conte Orsati nel lib. II della Storia di Padova portò opinione ch’egli vivesse nell’anno Cristiano DXXIV, e ripruova quel marmo consecrato alla di lui memoria dai Monaci Benedettini, in cui si fa Opilione vivuto a tempi di Adriano Augusto circa l’anno di Cristo CXXV. Ecco con quanta facilità vanno gli uomini a fabbricarsi de’ sogni, non cercando il vero, ma quel che di dolce loro rappresenta la fantasia. Il P. Mabillone ne’ soprallodati Annali Benedettini, investigando l’origine di quell’illustre Monistero, fa anch’eghi menzione del suddetto Opilione, e poscia aggiugne, trovarsi in quell’archivio lo strumento di lui, scritto Imperante piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, pacifico magno Imperatore, anno quintodecimo, sub die mensis junii, indictione prima; con soggiugnere, essere certo non hoc de constantino Magno, ut quidam volunt, ma bensì doversi intendere di un altro Costantino, ideque facile definiri posset si integrum instrumentum haberemus. Ma giacché tale strumento per cura del dottissimo P. Angelo Cologierà monaco Camaldolese nel tomo III degli Opuscoli, insieme con una Dissertazione postuma del chiarissimo P. Abbate Benedetto Bacchini, fu dato alla luce, anch’io ho voluto ripubblicarlo per isperanza che avendolo sotto gli occhi gli Eruditi, più comodamente potranno proferirne giudizio. Qui si tratta di una pergamena scritta con caratteri per quanto pare, di molta antichità, e formata più secoli sono, ma che non ha faccia alcuna d’originale. E tanto più volentieri penso che se ne abbia a far l’esame, da che Monsig. Giusto Fontanini nella Prefazione al Commentario di Santa Colomba, nell’anno 1726 dato alla luce, con gran bocca e coraggio, secondo il suo costume in tutte le cose sue, proferì qui sentenza, e comandò quello che s’ha da credere di questo documento.

Leggonsi ivi le note cronologiche poco fa accennate dal P. Mabillone, e si vede una magnifica donazione fatta al Monistero suddetto da chi s’intitola Opilio gloriosus Imperialis Patricius Romanorum. Ma chi è costui? Se ne dimandiam conto al Fontanini, egli risponde: Mi troverò molto disposto a darlo per un Esarco di Ravenna, perché questo era il titolo proprio che nel secolo ottavo si dava agli Esarchi di Ravenna. Da lì poscia a poco intrepidamente passa a questo decreto: Fu CERTAMENTE Esarco di Ravenna sotto Costantino Copronimo e dovrà collocarsi tra Paolo ed Enutichio, il quale fu l’ultimo Esarco di quella città. Per farci bere questa indubitata sentenza, soggiugne: Bisogna che Opzione fosse per qualche tempo surrogato a Paolo. Ed essendo poi succeduto Eutichio, Bisogna pure che il medesimo Opilione, benché fuori di carica, non deponesse il primo suo titolo di PATRIARCIUS ROMANORUM. – Ma qui si vede, quanta sappia lavorare l’immaginazione riscaldata degli Eruditi. Senza nulla provare, suppone essa tutto ciò che a lei piace. Il P. Don Gasparo Beretti monaco Benedettino con soda critica nella sua Dissertazione, da me preposta al tomo. X Rer. Ital., avea combattuto contra questi Bisogna; e qui convien ritoccare il medesimo punto. Prima dunque dovea monsig. Fontanini provare che Opilione Patricio de’ Romani fiorisse nell’anno di Cristo DCCXXXIII, e poscia si sarebbe aperto il campo alle sue conietture. Ma è da stupire ch’egli abbia qui cacciato per forza un Esarco, ignoto finora a tutti, il quale né pure s’intitola Esarco; e ciò unicamente fondato in uno strumento, della cui fede appunto si dubita, fabbricando sopra di esso tutte le sue meditazioni, nelle quali anche si desidera il colore della verisimiglianza. Imperciocché da una iscrizione recata dal Rossi nel lib. IV della Storia di Ravenna noi impariamo che Eutichio Patricius et Exarcus governava l’Italia Romana nell’anno DCCXXXI. Quivi compariscono le seguenti parole:

GVVERNANTE ITALIAM.

DOMNO EYTYOHIO EXCELL. PATRICLO ET EXARCHO

III. KAL. FEB. IND. XIV.

Cioè nel gennaio dell’anno 731, e per conseguente Eutichio era Patricio ed Esarco di Ravenna e d’Italia nel 733, e non già Opilione. Né era mai permesso ad Opilione, dopo aver deposto il magistrato, l’attribuirsi quel titolo che solamente conveniva a chi era attualmente in ufizio. Né mai comparirà verisimile che Opilione, se fu costante nella fede verso il Greco Augusto, e fece scrivere in Roma quella donazione (il che sembra indicare il Notaio che s’intitola Anestasius Tabellius de civitate Romae), avesse fatto un sì ampio dono di beni ad un monistero fondato in Padova, cioè in una città allora sottoposta ai Re Longobardi, nemici del nome ed Imperio Greco, e che moveano frequenti guerre contra dell’Esarcato. Che se, come pretende il Fontanini, Opilione s’era ritirato a Padova, supponendolo ribelle dell’Imperadore, e fu scritto lo strumento in quella città, ripugna ai riti di quel tempo il dirsi scritto Constantino a Deo coronato, pacifico, magno imperatore; perciocché s’avea a scrivere Regnante Rege Liutprando. Anzi combatte esso anche col vero, enunziando il solo Costantino Copronimo, quando Leone Isauro suo padre tuttavia era sul trono in que’ tempi, e l’uso era di ricordare l’imperio di amendue negli atti pubblici. Vegga dunque il Lettore se conveniva a Monsig. Fontanini lo spacciare Opilione, e questo con un Certamente, cioè cosa fuor di dubbio, Esarco di Ravenna, e comandare che il di lui nome sia registrato nel catalogo degli Esarchi, quando questo nome è solamente a noi noto per una carta almeno dubbiosa, e di cui si disputa. Questo Esarco Opilione ha da porsi fra Paolo ed Eutichio nella serie degli Esarchi. Così egli. Ma dappoiché egli non ebbe scrupolo di chiamar finta l’iscrizione posta al medesimo Opilione, ancorché paia di molta antichità, e si conservi ne’ chiostri di Santa Giustina; sarà ben anche permesso agli Eruditi in avvenire di dubitare della legittimità di quella donazione. Certamente il P. Bacchini, dopo avere anch’egli provato se si potea essa riferire all’anno 733 sotto Costantino Copronimo, s’incontrò in tali difficultà, che abbandonata quella opinione passò ad un’altra con figurarsi il suddetto strumento scritto nell’anno 793 sotto Costantino figlio di Leone e d’Irene. Ma proseguiranno le persone dotte più che mai a dubitarne; perché non è mai da credere che in quell’anno fosse o venisse appellato glorioso Imperiale Patricio dei Romani, mentre chiara cosa è che il solo re Carlo Magno tanto in Roma che in Padova godeva di questo titolo e carica; né apparisce che alcuno con titolo tale a nome del Greco Augusto comandasse in Roma. Che se talun dicesse trovarsi, fra i testimonj che sottoscrivono, Barbatum domesticum numeri Armenorum, il quale militava nella coorte o legione degli Armeni; risponderanno che tal menzione porta buon colore di antichità, ma non potersi credere che in que’ tempi sussistesse in Roma, Esarcato o Padova esercito alcuno dei Greci Augusti. Di tutti que’ paesi era pacifico padrone l’imperador Carlo Magno, e il Papa comandava in Ravenna. Né pare adattata a quei tempi la formola ivi adoperata: Nec supplicandum Principibus, neque per Ecclesia interpellatione, aut per Regalem, vel Imperiali maestate vel potestate, ec. Nella Dissertazione VI, dei Marchesi, ho io rapportata una carta di Pistoia dell’anno MIV. Ivi si osserva una somigliante formola, che più conviene al secolo X et XI, ne’ quali v’era ora un Re ed ora Imperadore. Aggiungasi che quella carta abbonda di troppi errori; è mancante del luogo dove fu scritta, con altri difetti che si possono ben attribuire ad un disattento ed ignorante copista, ma fanno maggiormente dubitare della verità d’essa, mentre si vuol darle il pregio di originale. Poiché quanto all’avere il P. Bacchini trovato un evidente sbaglio in quelle parole: Domino sancto ac merito ac ter beatissimo, seu et venerabili Monasterio Sanctae Justinae, quasiché ivi sia stato ommesso il nome dell’Abbate a cui fu fatta la donazione; a me non dà gran fastidio, perché ho veduto somigliante formola in altre antiche carte senza dubbio legittime, quantunque sia vero che il costume era di nominar l’Abbate, se esisteva.

Ma quello che può aumentare il sospetto contro la donazion di Opilione, si è l’aver io trovato nelle Schede MSte del medesimo P. Bacchini copia di una bolla di papa Gregorio IV, che si dice scritta nell’anno 828, e con caratteri antichi non diversi dalla carta di Opilione, la di cui donazione si vede ivi confermata. Fu ancor questa ricavata dall’archivio di Santa Giustina, col notare di più che ve ne sono due esemplari, o originali, o copie, nell’uno de’ quali molto più si legge di cose, che nell’altro. Ho io dalle Schede Bacchiniane data alla luce la più ampia di quelle bolle, con avvertire quello che non si legge nell’altra. Ivi s’incontra Gabiano inter Claudia et Strata. Come entri qui la Via Claudia, che da molti secoli vien chiamata quella che per Modena conduce a Piacenza, nol so vedere. Nella carta d’Opilione si legge inter Clodia et Strata. Ciò sia detto di passaggio. A me duole bensì di dire, tali difetti e sbagli concorrere nel testo di questo documento, che niuno potrà mai riceverlo facilmente per fattura legittima. Imperciocché, oltre alla dissonanza di due esemplari della medesima bolla; oltre all’affettata menzione del sepolcro ove si dice deposto Opilius Patricius Romanorum; ed oltre ad altre cose che io tralascio: fra le note cronologiche insorge una tal discordia, che niuno, per acuto che sia, non potrà levarla. Ivi sta scritto: Daumi Romae XII kalendas julias, anno ejusdem Sedis primo, et Domno Lothario secundo, indictione octava. Non si può trovare una data più discorde dai riti di allora, e massimamente della Cancelleria Pontificia. Si dice che decorreva l’anno primo di papa Gregorio IV, cioè l’anno 828. In quell’anno non cadde l’indizione ottava, ma sì bene la sesta. Poscia si legge anno Domino Lothario secundo. Disconvien troppo questa maniera di dire alla dignità della Santa Sede, che serbò sempre qualche onore alla lingua Latina. Oltre a ciò, manifesta cosa è che Lottario ricevette in Roma nell’anno 823 la corona e il nome Imperiale. Adunque l’anno secondo di lui non poté correre nell’anno di Cristo 828. Aggiungasi, che niuna menzione si fa di Lodovico Pio Augusto, ch’era imperadore, non men di Lottano suo figlio. Nell’altre sincere carte non si soleva tralasciare il suo nome. Fors’anche abborrisce dai costumi di quei tempi l’imporre per pena due mila mancusi d’ora ottimo, da pagarsi la metà al sacro nostro Palazzo, trattandosi di un Monistero posto fuori del dominio temporale del Papa. Queste, ed altre cose ch’io trapasso, mi fanno almen dubitare del valore di quella carta. Non intendo perciò di negare che antichissima sia l’origine del Monistero di Santa Giustina, e che possa avergli donata gran copia di beni un Opilione, come certamente insigne benefattore del Monistero della Novalesa fu un Abbone. Ma potè anch’essere, che siccome nel progresso dei tempi i Monaci della Novalesa, per accrescere il credito del luogo e del fondatore, diedero il titolo di Patricio al loro Abbone; così anche i Padovani attribuissero una pari dignità al loro Opilione (Vedi quanto io osservai intorno alla Cronica della Novalesa nella Par. II del tomo II Rer. Ital. ). Anche l’Ughelli nel tomo IV dell’Italia Sacra pubblicò un diploma di Carlo Magno, spettante al Monistero di essa Novalesa, dove si truova il nome di Abbone Patricio, ma che sia un’impostura quel documento, lo può scorgere ogni persona erudita. Finalmente il conte Orsati nella Storia di Padova, e il suddetto Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra produssero una lettera di Gauslino vescovo di Padova, scritta nell’anno 970, o pure secondo l’epoca volgare 971 da cui sembra apparire che prima di quel tempo vi fosse Ecclesiam Sanctae Justinae, a cui fosse annesso uno spedale, ma senza alcuna menzione d’un precedente Monistero. Anzi Gauslino chiaramente protesta di essere stato ispirato da Dio, ut ob ipsius amorem, Sanctorumque omnium, nec non et Beatae Justinae Martyris, Beatique Confessoris, Coenobium aedificarem Monachis. Vedi ancora una Lettera di Burcardo vescovo di Padova nella Dissertazione XXXVI qui sotto, in cui e rinovata questa medesima notizia. Però quando non si producano monumenti più sicuri, solamente nel secolo X sarà più conveniente riporre l’origine del Monistero suddetto: secolo appunto in cui anche i Monisterj di Monaci Benedettini si fabbricarono in Venezia, Modena, Reggio, Parma, e in altre città.

E questi son documenti, sieno diplomi o strumenti di tal fatta, che ogni persona versata nell’erudizione de’ vecchi tempi può scoprire se s’abbiano a tenere per veri, dubbiosi o falsi. Ma altri se ne incontrano, nell’esame de’ quali si truova molto imbrogliata anche la critica dei più dotti, perché nulla vi manca per riconoscerli originali; e pure contengono qualche neo, per cui l’animo, non resta pienamente quieto. Certamente non si dee negare che in tanta copia d’indubitati e sinceri privilegj alcuno se ne possa trovare, dove sia corso qualche errore per poca attenzione del Cancelliere, o del suo aiutante, e spezialmente nelle note cronologiche. Per questa sola cagione purché lieve sia lo sbaglio, non s’ha da correre tosto a condennare que’ resti della veneranda antichità. Nell’insigne ed antichissimo Monistero delle sacre Vergini di Santa Maria Teodota, oggidì della Posterla, in Pavia, per umanità di quelle piissime Monache, gran copia vidi di nobili e preziosi privilegj, da me poi pubblicati nella presente Opera. Ma alcuni non si presentarono, che mi cagionarono qualche dubbio, perché l’indizione non corrispondeva agli anni di Cristo. Ma dopo aver più posatamente ponderato il tutto, veniva io meglio a scorgere che nulla mancando ivi dei segni costituenti un originale, non si dee molte volte dubitare delle parole, de’ sentimenti o monumenti degli antichi, ma bensì della nostra imperizia ed ignoranza. Imperciocché non avendo noi una piena notizia de’ costumi, delle opinioni e della lingua de’ vecchi secoli, noi diamo incontanente la colpa agli autori o copisti, quando questa si dee rovesciare sopra il solo nostro poco sapere. Eccone gli esempli. Quivi si vede un privilegio, da Guido imperadore conceduto ad Asia, già Badessa di Santa Maria Teodota nell’anno 892, o pure 891. Mirasi tuttavia pendente nel mezzo il sigillo imperiale di piombo col nome di Guido Augusto dall’un lato, e nell’altro RENOVATO REGNI FRANC. Due pergamene di quel diploma ivi si conservano di carattere quasi somigliante. Mi sembrò originale al primo aspetto l’una di esse, e la copiai. Ma osservando che niun segno v’era che vi fosse stato applicato alcun sigillo, non sapeva io che giudizio formarne: quando eccoti scoprirsi il vero e sicuro originale, a cui pendeva il già riferito sigillo, pendente da una cordicella: il che si dee avvertire, perché non sempre gli antichi Imperadori usarono sigilli di cera. Truovasi un saggio di questo diploma inciso in rame nel tomo II Rer. Ital. per cura del nobile e dotto conte Donato Silva, che dopo di me l’ebbe in mano. Osserviamo ora le note cronologiche. Data V kalendas augusti, anno Incarnationis Domini DCCCXCII, Regnante Domno Widone in Italia, anno Regni ejus IIII, Imperii primo, indictione VIIII Actum Papia. Qui troviamo congiunta l’indizione IX coll’anno delI’Incarnazione DCCCXCII quando negli altri luoghi d’Italia correva in quell’anno l’indizione X. Che s’ha qui da dire? O s’ha da trovare un anno diverso dal nostro volgare, o una differente indizione: il che come possa farsi, nol veggo. Al certo popoli furono una volta in Italia, e ci son tuttavia, particolarmente i Fiorentini e Veneziani, i quali più tardi di noi cominciano l’anno nuovo nel dì 5 di marzo, giorno dell’Incarnazione: il che si dee ben avvertire per la differenza che passa fra l’anno ab Incarnatione, e l’altro a Nativitate, o pure a Circumcisione, come più saggiamente che gli altri usano di dire i Reggiani. Ad altri poi, e massimamente ai Pisani piacque di dar principio all’anno dell’Incarnazione nove mesi prima del nostro anno volgare della Natività. Alcuni in oltre vi furono, e spezialmente gli antichi Germani, che cominciarono l’anno nuovo nel dì del Natale 25 di dicembre. S’ha dunque ora da riconoscere che l’anno adoperato da Guido Augusto nel diploma Pavese, e numerato ab Incarnatione, non è già il nostro anno volgare DCCCXCII ma bensì l’DCCCXCI secondo l’Era Pisana. Nella Dissertazione III, dell’Elezione degl’Imperadori Romani, ho già mostrato che Guido fu dichiarato Augusto, e coronato in Roma prima delle calende di maggio dell’anno 891. Adunque corre qui egregiamente l’anno primo del suo Imperio nel mese di luglio. Il che si conferma con altri esempli. Ho veduto nell’archivio archiepiscopale di Lucca una carta scritta anno I Guidonis Imperatoris nel dì 10 di luglio, e un’altra del dì 21 di agosto coll’indizione VIIII, ed altre del dì 9 e 11 di settembre coll’indizione X, perché ivi cominciava l’indizione nuova alle calende di settembre. Queste carte appartengono all’anno 891. Altre se ne veggono scritte anno II Guidonis Imperatoris Angusti nel dì 18 di agosto, indictione X, o pure nel dì 16 di novembre, indictione XI, spettanti all’anno 892. E non ne mancano altre scritte anno III nel dì 28 di febbraio, o nel dì 30 di aprile, o nel dì 15 di maggio coll’indizione XI, che son da riferire all’anno 893. Dalle quali notizie vegniamo finalmente ad intendere che prima del mese di marzo fu conferita la corona imperiale a Guido. In uno strumento dell’anno 890, giorno 5 di ottobre, son queste note: Anno III post mortem Karoli Imperatoris, indict IX; il che vuol dire che era allora vacante l’Imperio. Ma che vo io cercando? Vedi la Dissertazione XXX, dé Mercati, dove ho pubblicato un diploma di esso Guido, scritto nell’anno 891, nono kalendas martii, Imperi die prima. Nell’archivio della Cattedrale di Parma si legge un altro simile privilegio, edito già dall’Ughelli nel tomo II dell’Italia Sacra, ma non assai corretto nelle note cronologiche, le quali ricavate dall’originale sono le seguenti: Data IX kalendas martii, indictione IX, anno Incarnationis Domini DCCCXCI. Regnante Domno Widone in Italia, anno Regni ejus III, Imperii illius die prima. Actum Roma in Dei nomine feliciter. Amen. Ivi tuttavia si vede il sigillo di piombo pendente: cosa rara, come poco fa accennai. Nell’una parte è il capo coronato dell’Imperadore, tenente in mano lo scudo colla croce, e nell’altra le lettere sopra accennate del diploma Pavese. Abbiamo qui non solamente l’anno, ma anche il giorno preciso in cui Guido conseguì la corona imperiale; e però intendiamo che il mio concittadino Sgonio rettamente stabilì questo punto di cronologia nel libro VI de Regno Ital. E con tali notizie l’accorda una lettera di Stefano V papa, data alla luce dal Campi nel tomo I della Storia Eccles. di Piacenza, e scritta IV kal. martias, Imperante Domno piissimo Augusto Wido, ec., Imperatore, anno I, indictione nona. Così in uno strumento Lucchese lessi anno III Guidonis Imperatoris, pridie kalendas martias, indictione XI, cioè nell’anno 893; dal che parimente risulta la coronazione di Guido celebrata prima di marzo nell’anno 891. Finalmente si aggiunga una carta stampata dall’Ughelli nel tomo V, nell’Appendice, de Episcop. Aprut., con queste Note: Guido Imperator Augustus, anno Imperii ejus quarto, sed et Regnante Lamberto ejus filio Imperatore tertio, sed et tertia die mense mali, per indictione duodecima, cioè nell’anno 894. Dal che impariamo ancora che Latuberto figlio di Guido fu alzato al trono imperiale nell’anno 892, e correndo il mese di marzo, o almeno prima del seguente maggio. Imperciocché ivi un’altra carta è scritta anno quinto Lamberti Imperatoris, mense martio, per indicione XV, cioè nell’anno 897. Aggiungasi una carta accennata dal Fiorentini nella Vita della Contessa Matilda, libro III, e scritta anno Imperii Domni Lamberti sexto, quarto die mensis martii, indict. XV. Se l’una e l’altra carta è senza difetti, in uno dei primi tre giorni di marzo dovette ricevere Lamberto la corona dell’Imperio. Ma perché in niuno di que’ giorni cadde la domenica, festa in cui si solevano celebrar le coronazioni, sospetto qualche mancanza in una di tali carte.

Già indicammo le tenebre occorrenti nel diploma Pavese di Guido Augusto. Quella diversa maniera di principiar l’anno molto incomodo dovette recare una volta e può recarne tuttavia per riconoscere la sussistenza degli antichi diplomi. Certamente non si sa ben comprendere come cadesse in mente al Cancelliere di esso Augusto di abbandonar l’Era comune usata da alquanti Imperadori recedenti, ed anche dai susseguenti. Quel che 1235 e più, ne pure in Pavia era differente rito, restando tanti privilegj ivi scritti, e portanti annum Domini a Nativitate. Convien anche osservare che gli anni Dominicae Incarnationis, familiari nelle vecchie carte, non rade volte designavano il nostro anno a Nativitate, o sia a Circumcisione: il che suole apparire dall’indizione aggiunta. Suole, dissi; perciocché altre oscurità possono a noi venire dal differente uso delle indizioni stesse. Cioè vi furono una volta Papi, Imperadori e popoli d’Italia che cominciarono la nuova indizione dalle calendee di gennajo, altri dalle calende di settembre, ed altri dal dì 14 di esso settembre. Il P. Valsecchi Benedettino in una lettera de veter. Pisan. civit. Constituts al P. Abbate Camaldolese Grandi così scrivea: Utebantur etiam tum Pisana Indictione Romana, seu Pontificia, quae incipit a calendis Januarii, non vero Constantinopolitana, neque Constantiniana, quarum altera a Calendis septembris incipit, altera a die XXIV ejusdem mensis. Ma egli stesso poi con sue lettere mi avviso d’avere con più diligenza esaminato il punto, e trovato in parecchie carte che i Pisani anticamente si servirono della Constantiniana, cominciante il suo corso dal dì 24 di settembre, benché altre non poche sieno coll’indizione Pontificia. Così egli, come amatore della verità. Fu dunque presso gli Imperadori Carolini in uso l’indizione dedotta dalle calende di gennajo; ma che fosse da loro adoperata anche l’indizione Constantinopolitiana, principiata dalle calende di settembre, si pruova con varj esempli. La qual varietà molto alle volte ci intrica a stabilire il vero anno dei diplomi, e ci guida inavvertentemente a prendere un anno per l’altro, come talvolta è avvenuto ad uomini dotti. Ha dato ben da fare questa incostanza al Cointe, al Papebrochio, al Mabillone, e ad altre eruditissime persone. Forse anch’io non mi son talora per la fretta applicato a far bene i conti in riferire l’anno certo di qualche diploma. Certamente più spesso troviamo usata dagli antichi Augusti l’indizione Romana, che ora da noi si adopera; ma dopo il secolo IX quasi sempre fu in vigore presso di loro l’indizione Greca. Sopra questo punto due esempli mi vengono somministrati da altri opuscoli, recavati dall’archivio delle suddette Monache Pavesi della Posterla, e dimostranti l’uso dell’indizione Ponitificia. Ivi si legge un diploma di Carlo il Grosso dell’anno 881 con queste note: Data II nonas decembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXI, indictione XIV, anno vero piissimi Imperatoris Karoli primo. Un altro dato nel medesimo anno e giorno ivi si legge. Nell’anno 881 correva l’indizione XIV cominciata nel dì primo di gennajo, e trovandola noi segnata II nonas decembris, si scorge ch’essa occupò tutto quell’anno. In un altro privilegio del medesimo archivio, conceduto da Arnolfo re d’Italia, v’ha le seguenti note: Data kalendarum decembrium die, anno Incarnationis Domini DCCCXCV, indictione XIII, anno Regni Arnulfi Regis VIII. Actum Papiae. In questo diploma l’indizione XIII, congiunta coll’anno DCCCXCV, si vede che corre per tutto l’anno. Il Padre Pagi nella Critica al Baronio all’anno 896 ha queste parole: Arnulphus Germaniae Rex anno superiori a Formoso Papa in Italiam vocatus, corrente illuc pervenit. Non volle quel dottissimo uomo aderire al Sigonio, il quale più accuratamente scrisse: Arnulfum anno DCCCXCV in Italiam octobri mense iter suscepisse, et Lunae Natalicia celebrasse. Eccolo in Pavia nell’anno medesimo, e nel dì primo di dicembre.

Né mancarono altri susseguenti Re d’Italia che segnarono i lor diplomi coll’indizione Pontificia. Nell’archivio del Capitolo dei Canonici di Parma esiste un privilegio conceduto ai medesimi nell’anno 922 da Rodolfo re d’Italia. Le sue note son queste: Data VI idus decembris, anno Dominicae Incarnationis DCCCCXXI Domni vero Ruodulfi piissimi Regis in Italia I, in Burgundia XII, indictione X. Actum Papiae. Ancor qui l’indizione X occupa tutto l’anno, e però Romana. Un altro diploma del medesimo Re, esistente nell’archivio dell’insigne Capitolo dei Canonici di Padova, e dato a quel vescovo Sibicone nell’anno 924, termina così: Data pridie idus novembris, anno Dominicae Incarnationis DCCCCXXIV Domni vero Rodulfi piissimi Regis in Italia III, indictione XIIII. Actum Veronae. Ma come qui l’indizione XIV? In quell’anno correva l’indizione volgare Quand’anche mettessimo cominciata nel settembre l’indizione XIII, almen questa si dovea segnare, e non la XIV. Ebbi sotto gli occhi tal privilegio, e mi parve di trovarvi tutti i contrassegni d’un sincero originale. Però o io nella copia aggiunsi un’unità di più, o nell’aiutante del Regio Cancelliere s’ha da rifondere questo sbaglio, o pure si dee dubitare del documento stesso. Aggiungasi una donazione fatta alla Chiesa di Parma da Ugo e Lottano Regi d’Italia, nell’anno 936, e conservata nel suddetto archivio del Capitolo di Parma, colle seguenti note: Data VIII idus februarii, anno Dominicae Incarnationis DCCCCXXXV, Regni antem Domni Hugonis invictissimi Regis X, item Domni Lotharii Regis V, indictione VII. Actum Papiae. L’indizione volgare di quest’anno era nel febbraio la IX. Pure qui si legge l’VIII, spettante all’anno precedente. Non oso io qui di chiamare in aiuto l’anno Fiorentino Pisano, perché non si accorda né coll’uno né coll’altro. Scioglierà questo nodo chi ne rigetterà il difetto nella poca attenzione di chi scrisse il diploma. Ma né pure in tal caso cesseranno le difficultà, qualora esso si confronti con un altro, a me somministrato dall’archivio delle soprallodate Monache della Posterla di Pavia. In esso i predetti due Re nell’anno 937 confermano due Corti ad Anna Imperadrice, vedova di Berengario Augusto, e vi si legge: Data XVI kalendas julii, anno Dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII; Regni vero Hugonis invictissimi Regis X, et Domni Lotharii item Regis V, indictione VIIII Actum Papiae. A me parve tal documento sicuramente autentico. Nel diploma precedente noi vedemmo il febbrajo dell’anno 936 congiunto coll’indizione VIIII, e qui troviamo il giugno del 937 segnato coll’indizione IX; sicché nell’uno e nell’altro documento apparisce usata la medesima Era per conseguente il medesimo imbroglio. Perciocché nel giugno del 937 la comune e volgare indizione era la decima. A dunque s’ha qui da immaginare un’indizione, o pure un’Era diversa dalla nostra. Il che non piacendo, converrebbe attribuire ai regj scrittori somiglianti sbagli. Il P. Mabillone nel lib. V de Re Diplom., alla Tavola II rapporta una bolla autentica di Pasquale II papa, scritta nell’anno 1103, in cui è posta l’indizione X in vece dell’XI che allora correva. Anche il Baluzio nelle Annotazioni alle Lettere di papa Innocenzo III nel di lui Registro dell’anno X osservò alcune volte incontrarsi l’indizione IX, quando allora era in corso la X. Ho anch’io un breve autentico di papa Sisto IV ad Ercole duca di Ferrara colla nota seguente: Die VII aprilis MCCCCLXXXXIV, pontificatus nostri anno tertio decimo. V’è un X di più; e quello ha da essere l’anno 1484. In oltre il Campi nell’Append. del tomo I della Storia Eccles. di Piacenza rapporta un diploma dei suddetti due Re, dato VIII kalendas januarii, anno Dominicae Incarnationis DCCCXXXVI Hugonis X, Lotharii vero V, indictione octava, dove son le medesime note che poco fa abbiam veduto nel diploma Parmigiano, dì modo che l’uno di tali documenti conferma l’altro. Si accorda poi con questa Era un altro privilegio conservato nel soprallodato archivio di Parma, in cui Lamberto imperadore conferma a que’ Canonici i lor beni colle seguenti note: Data VI kalendas Augusti, anno Incarnationis Domini DCCXCVIIII, Domni quoque Lamberti piissimi Imperatoris VI, indictione I. Actum Papiae urbe Ticinensis. Nell’anno 899 correva la volgare indizione seconda. Come qui dunque la prima? A conciliar tale dissonanza si può o si dee ricorrere all’anno Pisano, che ebbe principio nel dì 25 di marzo, e per nove mesi anticipò il nostro anno comune; e per conseguente il diploma appartiene all’anno 898, e non già all’anno 899. Il che altronde ancora è evidente, perché Lamberto Augusto tolto fu di vita nell’anno 898. Quando si possa adoperar la stessa ricetta ad altri diplomi, rimarranno tolte le difficultà apparenti in essi. E certamente, allorché c’incontriamo in diplomi forniti di tutti i contrassegni di autenticità, non s’ha facilmente a dubitarne per qualche apparenza dì discordia fra l’anno e l’indizione.

Non s’ha qui da dissimulare un altro modo, da me osservato ne’ suddetti diplomi. Coll’anno 936, octavo kalendas februarias, nel primo diploma Parmigiano abbiam veduto concorrere annum X Hugonis, et annum V Lotharii. La stessa epoca del Regno si truova nel diploma Pavese, dato nel 937, XVI kalendas julii. Come si può accordare questa discordia? Avrei desiderato di aver di nuovo sotto gli occhi quelle pergamene, per iscorgere se avessi io fallato. Intanto altri esaminerà se il diploma di Pavia possa significar l’anno Pisano, che secondo l’Era nostra era l’anno 936. Maggiormente potrà dilucidarsi questo punto, se accertatamente sapremo da qual anno e mese s’abbia da dedurre l’epoca dei re Ugo e Lottano. Serviranno a ciò le carte da me vedute in altri archivj, fra le quali avrei desiderato maggiore uniformità. Que’ Lettori a’ quali poco importa la notizia delle minuzie cronologiche, potran qui fare un salto. Una carta Lucchese adunque comparisce scritta anno I Hugonis Regis kalendis novembris, indictione XV, cioè, per quanto io penso, nell’anno di Cristo 926. Un’altra anno VII Hugonis et secundo Lotharii III kalendas martii, indictione sexta, cioè nell’anno di Cristo 933. Ve n’ha un’altra coll’anno X del re Ugo, il dì 6 di luglio, coll’indizione IX dove è fatta menzione Bosonis Ducis Tusciae e però scritta nel 936. In un’altra si veggono queste note: Hugo gratia Dei Rex anno Regni ejus Dea propitio secondo ipsa die kalendarum annaru indictione prima, dove è menzione Widonis Ducis Tusciae, spettante all’anno 928. Un’altra fu scritta Regnante Domno Ugo Rex, ic in Italia anno quinto de mense aprilis indictione quarta cioè nell’anno 931. Questa esiste nell’archivio de’ Canonici di Modena. Ivi è un’altra carta, in cui Uberto Abbate del Monistero Bresciano Leonense concede a livello alcune terre poste in Villa Bajoariae, con queste note: Ugo et Lothario filio ejus anno vero Domni Ugoni duodecimo et Domno Lothario septimo, dei decima praesentis mensis aprilis indictione duodecima, cioè nell’anno 939. La terza, esistente nel medesimo archivio, fu scritta Regnante Domno nostro Hugo gratia Dei Rex ic in Italia anno octavo, et regnante Domno nostro Loctario filio ejus gratia Dei Rex ic in Italia anno tercio, et dies XII de mense julio, per indictionem VI. Qui è l’anno 933. Nella Dissert. LXII si vedrà un diploma de’ suddetti Re dato VII kalendas aprilis, anno Dominicae Incaruationis DCCCCXLI, Regni Domni Ugonis Regis XV, Filii ejus Lotharii item Regis X, XIV indictione. Presso il Boldoni e l’Ughelli nel Catalogo de’ Vescovi di Parma un altro se ne legge dato XIII kalendas martii, indictione XV, anno primo Regni, anno DCCCCXXVII. E un altro dato anno IV Regni, anno DCCCCXXIX, quarto idus maji, indictione II. Atti tali non paiono sempre fra loro concordi. Tuttavia forse non ci inganneremo con istabilire che il re Ugo fu creato Re d’Italia nell’anno 926 nel mese di aprile, o pure prima del dì IV idus majas. Però si pena ad intendere come nel diploma Pavese di sopra accennato l’anno X del regno di esso Ugo vada congiunto col giorno XVI kalendas julii anni DCCCCXXXVII. Certamente difettoso a me sembra il testo della Cronichetta dei Re d’Italia, da me pubblicata nel tomo II de’ miei Anecdoti, dove si legge: Ugo intrabit, et percurrit indictio octava. Il copista ignorante avrà facilmente cambiata l’indizione XIIII nell’VIII.

Non debbo tralasciar di dire che talvolta si presentano diplomi, ne’ quali manca o il luogo dove furono spediti, o vi manca l’indizione: difetti che non bastano per subito rigettarli, se non in caso che concorressero altri motivi. E giacché qui parliamo dei re Ugo e Lottano, ho io dato alla luce un loro privilegio, dato nell’anno 942 al vescovo di Padova Adverto, che, esistente nell’archivio di quel Capitolo, a me parve indubitato originale. Quivi si leggono le seguenti note: Data VIII kalendas junii, anno Dominicae Incarnationis DCCCXLII, Regni vero Domini Hugonis XVI, Lotharii vero XI. Actum in Garda Opido. Non si tralasciava l’indizione negli altri loro diplomi, come anche si vede in uno conservato nell’archivio dei Canonici di Modena, e dato anno Dominicae Incarnationis DCCCCXXXIV, Regni autem Domni Hugonis invictissimi Regis octavo, et Domni Lotharii item Regis tertio, indictione VII. Aduni in Prata Palude. In più luoghi de’ monumenti della Basilica Ambrosiana il Puricelli fu di parere che gli antichi Milanesi dessero principio all’anno nuovo alla Fiorentina, cioè non alle calende di gennajo, ma al di 25 di marzo susseguente; il qual anno perciò si chiamava ab Incarnatione. Però egli alla pagina 237 pretende che un diploma di Carlo il Grosso, Datum XII kalendas aprilis, anno ab incarnatione Domini DCCLXXX, indictione XIII, appartenga all’anno 881. E alla pag. 421 vuole che Eriberto arcivescovo di Milano mancasse di vita nell’anno 1046, perché nel suo epitaffio si dice che morì anno Dom. Incarn. MXLV, XVI die mensis januarii indict. XIII. E alla pag. 750 pensa che s’abbia a riferire all’anno 1162 uno strumento scritto anno Dom. Inc. MCLXI, undecimo die mensis martii, indictione nona. Non so se io m’inganni, ma certamente non so qui accordarmi col di lui sentimento; perché con essi non va d’accordo l’indizione. Se nel privilegio di Carlo il Grosso fosse sottinteso l’anno 881, non l’indizione ma la XIII, sarebbe corsa XII kal. aprilis. Così nell’anno 1045 Eriberto arcivescovo si fa defunto indictione XIII, die XVI mensis januarii. Ma non potendo tale indizione convenire all’anno 1406, bisogna concludere che ivi si parli del nostro volgare anno 1405. Pare che quel dottissimo uomo si lasciasse trarre in questa sentenza dai codicilli dello stesso Eriberto, scritti anno ab Incarn. Domini Jesu Christi MXLV mense decembris, indictione XIII. Ed essendo egli passato all’altra vita anno MXLV, die XVI januarii, perciò pensò il Puricelli che l’anno 1045 scorresse per tre mesi nel 1046. Ma si dee ricordare che popoli parecchi usarono una volta di dar principio all’anno nel dì 25 di dicembre, e alla nuova indizione nel settembre. Però sembra che i codicilli di Eriberto fossero scritti dopo il dì 25 di dicembre del nostro anno 1044, in cui potea già correre l’indizione XIII, ed aver avuto principio l’anno 1045.

Abbiam di sopra avvertito che gli antichi non di rado, benché parlassero dell’anno ab Incarnatione, pure in fatti cominciavano taluni di essi l’anno o dalla Natività del Signore, ovvero dalla Circoncisione. Da ciò vien prodotto non lieve imbroglio nell’esame delle antiche carte. Altre vi sono, consistenti in copie, dove s’incontrano più dubbj, cagionati talora dall’imperizia del copista. S’ha in casi tali a camminar con prudenza, per non condannare oltre alle veramente false, anche le vere. Né convien essere così rigido, che per ogni lieve cagione si venga a sentenza contraria. Ho dato alla luce un diploma di Guido re d’Italia, che nell’anno 889 dona un’Isola alla chiesa di San Nicomede. Esiste il medesimo nell’insigne archivio de’ Canonici di Parma con questa data: VIII kalendas maji, anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, anno II, Regnante Domno Witone Rege in Italia, indictione VIII. Actum Piacentiae. Qui va congiunta l’indizione VIII coll’aprile dell’anno 889. Ma in quell’anno o mese correva l’indizione VII. Qui pare che non possa aver luogo né l’anno Pisano, né il Fiorentino, né il vario uso delle indizioni. Ma s’ha egli perciò a rigettare senza misericordia alcuna questo documento? Penso io che più tosto s’abbia a rigettar la colpa sullo scrittore, o ad altre cagioni, per le quali non cessano di essere legittimi gli antichi diplomi, che in tutto il resto tali compariscono. Al susseguente anno 890 appartiene un privilegio di Berengario I re d’Italia, esistente nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Reggio, e contenente la donazione di una Corte fatta a Giovanni prete. La data è questa: III nonas novembris, anno Incarnationis Domini DCCC et XC, anno vero Domni Berengarii gloriosissimi Regis I, indictione VII: Actum Verona. Se alcun diploma mostrò segni di bella sincerità, certamente io li trovai in questo, e massimamente perché ivi tuttavia si conserva il sigillo di cera intero che rappresenta un giovane colle parole BERENGARIVS REX il che è da notare. Il Mireo nel codice delle Donazioni pie rapporta il testamento di Everardo conte, che fu padre di Berengario, con crederlo fatto nell’anno 837. Se tal sentenza fosse vera, noi avremmo allora nato Berengario, siccome ivi nominato. Ma Adriano Valesio riprovò con ragione ne’ Prolegomeni al Panegirico del medesimo Berengario l’opinione di chi il fece sì vecchio, mostrando che quel testamento s’ha da riferire all’anno 867. E da stupire che il Foppens nell’edizione seconda dell’Opera del Mireo non profittasse della giusta censura del Valesio, la quale vien confirmata dal suddetto sigillo, rappresentante Berengario di età giovanile. Sicché concorre qui la storia a farci credere originale esso diploma, dato in Verona, perché tuttavia egli regnava in quella città contro gli sforzi del re Guido. Ma quelle note non van d’accordo colla cronologia. Nell’anno 890 correva l’indizione VIII, e forse la XI cominciata in settembre. Né quello era l’anno primo di Berergario, ma bensì il terzo. Chi non resterà qui perplesso e non sospetterà della frode? Ma io con più attenzione fissando il guardo nella pergamena, osservai qualche rasura nelle note suddette: il che quando e perché si sia mai fatto, nol so immaginare. Però è da credere che indi una o due unità sieno state tolte, e che vi fosse prima scritto Regis III, indictione VIII, o pure VIIII. In un altro diploma 1244 del medesimo archivio di Reggio osservai una pari alterazione, fatta per mano di qualche ignorante. Contiensi ivi la donazione fatta da Carlo il Grosso imperadore dell’isola di Suzara ad Aronne vescovo di Reggio nell’anno 883. Le note son queste: Data VIIII kalendas junii, anno Dominicae Incarnationis Domini DCCCLXXXI, indictione I, anno vero Domini Karoli Imperatoris in Actum in Monasterio Nonantole. L’isola di Suzara, che Carlo Augusto conferma alla Chiesa di Reggio, non altro credo io che fosse, se non quella che tuttavia esiste nel Mantovano di qua da Po sotto la Diocesi di Reggio, poche miglia distante da Guastalla. Di qui si può comprendere quante mutazioni abbiano fatto una volta i fiumi. Era allora quest’isola posta in Comitatu Brixiensi, come ha il privilegio, e però di là da Po. In un diploma di Lodovico II imperadore conceduto alla medesima Chiesa, e rapportato dall’Ughelli nell’Appendice al tomo pag. 568 della prima edizione, si legge: Insula Regni nostri italici, quae nominatur Suzara in Comitatu Brixiensi, idest inter Vadum et Zaram. Più abbasso vien detta situata in Comitatu eodem Regiensi? È un errore: nell’originale comparisce Brixiensi. In un altro diploma di Lodovico III imperadore presso il medesimo l’Ughelli si vede: Insula, quae Erezara vocatur inter Padum et Xaram fluvium, cum aliis Insulis, quae vulgo Pulcini vocantur. Ha l’originale quae Suzara vocatur inter Padum et Zaram; e poscia quae vulgo Pulicini vocantur. Erano Pulicini, ora in italiano Polesini, de’ quali spesso fanno i Ferraresi menzione, certi dossi di terre o isole che il Po ed altri fiumi, allora vaganti senz’argini, andavano formando, che poi si andavano riducendo a coltura da que’ popoli. Ne ho già parlato di sopra nella Dissertaz. XXI, dello Stato d’Italia. Torno alle note cronologiche di questo diplomi, in cui, come vidi, apertamente si legge l’anno DCCCLXXXI, ma s’ha senza fallo da leggere DCCCLXXXIII; il che viene anche iudicato dall’indizione prima, e dall’anno terzo dell’imperio di Carlo il Grosso; giacché tutto va ad accordarsi nello stesso 883. Ma come mai sì fatte mancanze in documenti non finti? Nato m’è sospetto che sieno talvolta stati guasti da’ moderni mezzo dotti, ed anche da persone scienziate, perché non li credeano conformi a qualche loro o storica o cronologica opinione; e perciò con ardire intollerabile gli accomodavano a questa o cassando o aggiugnendo. Ve n’ha in oltre di quelli che sembrano originali, né altro sono che copie formate ad imitazione di quelli; e noi sappiamo quanto facilmente si possa prendere abbaglio nel trascrivere. Il perché allora solamente s’ha da sentenziare contro gli antichi diplomi, quando più ed insoffribili errori s’incontrano: altrimenti s’ha da inclinare alla parte più mite, o almen sospendere il giudizio. Mi varrò io di questa legge verso un privilegio somministratomi dal più volte lodato archivio delle sacre Vergini della Posterla in Pavia, in cui Ottone I Augusto conferma i lor beni a Regingarda Badessa di quel Monistero. La data è questa: III nonas januarias, anno Dom. Incarn. DCCCCLIIII , Regni vero Domni Ottonis Sereniss. Imperatoris III, indict. VIIII. Actum ad Sanctum Ambrosium in III. nere ipsius Imperatoris. S’io non ho fallato in copiare, ivi si legge l’anno dell’Incarnazione DCCCCLIIII, con errore manifesto, essendo cosa certa che Ottone il Grande, chiamato qui Imperator Augustus, solamente nell’anno DCCCCLXII fu incoronato in Roma, e ornato di questo glorioso titolo. Adunque ragionevole cosa, è il giudicare che allo scrittore del diploma scappasse qui un X in volendo scrivere DCCCCLXIIII. Noi abbiamo dall’Annalista Sassone, pubblicato dall’Eccardo, che Ottone nell’anno DCCCCLXI Natalem Domini Papiae celebrarit, indeque progredices, Romae, ec., Imperator et Augustus coronatur. Il suo arrivo a Roma e la sua coronazione, perché marciava coll’accompagnamento di un esercito, non potè accadere se non molto dopo 1246 il di 3 di gennajo. III nonas januarias del 962. Però ritornando questo giorno nell’anno, come abbiam posto, 964, non l’anno III dell’imperio, come si legge nel privilegio, ma il secondo correva. Togliesi anche il dubbio se nel febbrajo dell’anno 962, o pure nel gennaio seguisse la coronazione Romana di quel Monarca. Imperocché un altro Cronografo Sassone, pubblicato dal Leibnizio, così scrive all’anno 961: In vigilia Natalitatis Domini corpus Sancti Mauritii, ec., praefato Regi gloriosissimo Ratisponae alletae sunt. Celebrata igitur ibidem Nativitate Domini (più rettamente l’Annalista Sassone dell’Eccardo scrive che Ottone celebrò in Pavia quel sacro giorno: intorno a che è da vedere Ottone da Frisinga e il Sigonio) accelerato Romam itinere venit; ibique, ec., aucta super eum summi Pontificis benedictione, quarto nonas februarii Imperator et Augustus appellatur. Solenne fu quel giorno, sì per essere la domenica, come anche la Purificazione della Vergine. Adunque nel suddetto diploma o avea da scrivere anno DCCCCLXV, anno III, o pure anno DCCCCLXIV. Questi son duri nodi; e deesi anche osservare che qui mancano gli anni del Regno di Ottone, il quale tanto tempo prima cominciò a regnare. Quivi è solamente scritto: Regni vero Domini Ottoris Sereniss. Imperatoris III contro il costume di allora e contro la sintassi. Finalmente ciò che sembra mettere la falsità alla radice, si è l’indizione VIIII qui adoperata, la quale appartiene all’anno DCCCCLXV, e ciò combatte coll’altre note. A chi dunque si persuaderà che questo sia un autentico documento? Contuttociò a me si permetta di dire, non essere inverisimile ch’esso diploma sia una copia fatta a simiglianza dell’originale da qualche poco avvertito scrittore, il quale avendo trovato nel vero diploma l’anno DCCCCLXV, divise le due numerali ultime note in quattro unità, e incautamente un’unità aggiunse all’indizione VIII. Però potrebbe appartenere questo documento all’anno DCCCCLXV e al terzo e imperio di Ottone, e all’indizione VIII. Il che sembra anche potersi dedurre dall’essere Actum ad Sanctum Ambrosium in itinere ipsius Imperatoris. Odasi l’Annalista Sassone dell’Eccardo al medesimo anno DCCCCLXV: Imperator Natale Domini Papiae celebravit, et peracta festivitate statim in patriam, dispositis in Italia Regni negotiis, commeavit. S’accorda questa notizia col diploma, purché quell’Annalista usi l’anno volgare, che va sino al fine di dicembre: il che pare da lui fatto anche di sopra. Ma chi non si soddisfacesse di queste ragioni, creda di questo diploma quel che vuole. Particolarmente poi nell’esame delle vecchie carte s’ha da osservare se vadano d’accordo colla Storia di que’ tempi; perché qui è dove più facilmente inciampano i falsarj, i quali, siccome gente ignorante, prendono a fingere antiche memorie. E perciocché poco fa s’è parlato dell’epoca di Ottone il Grande, non voglio abbandonar questo argomento, se prima non sottopongo alla censura un diploma del medesimo Augusto. Lo vidi io, coll’aiuto del chiariss. marchese Scipione Maffei, nell’archivio del Monistero antichissimo di Santa Maria ad Organum, oggidì dé Monaci Olivetani. Era esso una copia, ma ben antica formata alla foggia di un originale, ma senza che vi apparisse segno alcuno che vi fosse stato il sigillo. Concede ivi l’Augusto Ottone alcune esenzioni ad alcuni uomini incensiti del Monistero suddetto. Le note cronologiche son queste: Datum (ne’ diplomi di Ottone I il solito fu Data) XI kalendas februarii, anno Dominicae Incarnationis DCCCCLXIIII, Imperii vero Domni Ottonis VIII, indictione XIII. Actum Papiae. Correva nell’anno 969 l’indizione XII cominciata in gennaio; come qui dunque l’indizione XIII? Ma si ricordi il Lettore che l’onesto e prudente Critico dee, per quanto è possibile, interpretare in bene le antiche memorie. L’Era de’ Fiorentini stendeva l’anno sino al dì 25 di marzo, in cui dava principio ad un altro. Però secondo essi l’anno 969 durava nel gennaio del nostro volgare anno 970. Di sì fatta Era si può credere che si servisse qui il Cancelliere Imperiale, di maniera che s’ha da intendere in questo diploma l’anno nostro DCCCCLXX, col quale nel gennaio rettamente andava congiunta l’indizione XIII. Colla Storia ancora pare che stia d’accordo esso anno e mese; perciocché allora correva l’anno VIII dell’Imperio di Ottone. E né pure discorda il luogo dove fu dato il privilegio. L’Annalista Sassone, pubblicato dall’Eccardo, così scrive: Anno Dominicae lncarnationis DCCCCLXX Imperator Mitale Domini Papiae, Pascha Ravennae celebravit. Pare che quello Storico desse qui cominciamento al nuovo anno 970 nel Natale del nostro anno 969. Però forse vien tolto ogni sospetto dall’ingenuità di questo documento; e conviene intanto confessare che da tali varietà ed incostanze de’ vecchi tempi scaturiscono molte tenebre e dubbietà nella Diplomatica; e talora anche nella Storia. Il che si può confirmare con un altro diploma, esistente presso le più volte lodate sacre Vergini della Posterla di Pavia, alle quali Arrigo re III Imperadore II concede il suo mundiburdio, o sia la Cesarea protezione nell’anno 1055. Le note cronologiche son queste: Data XIII kalendas martii, anno Dominicae Incarnationis MLV indictionii; anno Domni Henrici tercii Regis, Imperatoris II, ordinationis ejus XXV, Regni quidem XIII, Imperii vero VIIII. Actum Turego. A me parve quel documento fornito di tutti i contrassegni di autenticità, se non che niun segno era del monogramma imperiale. Ma probabilmente questi mundiburdj li sottoscriveva talvolta il solo Cancelliere dell’Imperadore. Anche un altro simile mundiburdio conceduto dal medesimo Augusto alla Chiesa di Parma, pubblicato in quest’Opera, è privo del monogramma. Il giorno XIII kal. martii dell’anno 1045 nella comune epoca portava l’indizione VIII, e qui abbiamo l’indizione VII. Veggo la discordia, ma non veggo la maniera di levarla, parendo che né l’anno Fiorentino né il Pisano possano aver qui luogo. Altri diplomi di esso Augusto ho consultato, ed avendo anch’essi discordie, non si son tolte, anzi son accresciute le tenebre. In uno dell’antichissmo Monistero del Senatore di Pavia osservai le seguenti Note: Datum XI kalendas maji, anno Dominicae Incarnationis MLIV indictione VI, anno autem Domni Henrici tertii Regis Imperatoris autem Secundi, ordinationis ejus XXV, Regni quidem XIII, Imperii vero VII. Actum Turego, cioè in Zurigo. Con passo pari ancor questo cammina, perché l’indizione VI si truova congiunta coll’anno MLIV. Quando secondo l’Era nostra correva in quell’anno l’indizione VII. Anche nel Bollario Casinense (tomo II, Constitut. 96) un diploma di esso Augusto si dice Actum VII idus aprilis, indictione VII, anno Dominicae Incarnationis MLV, che son le note stesse del riferito diploma, talmente che pare che il Cancelliere di quell’Augusto si sia servito di un altro anno o di un’altra indizione differente dalla nostra. Ma che sarebbe se in altri documenti del medesimo Augusto Arrigo si trovasse adoperato l’anno comune e la volgare indizione? Ma questo appunto l’ho io osservato in varj suoi diplomi, pubblicati nella presente Opera. Però io resto qui sospeso, né so qual giudizio proferire. Del resto a ben giudicare della sincerità dei diplomi e degli strumenti, converrebbe non solo l’aver avuto sotto gli occhi le pergamene, ma il poterle anche considerare, ogni volta che decorra, e pesar tutto con attenta considerazione. Ho io maneggiato gran numero di antiche membrane negli archivj, e trattane copia. Pure tornato a casa, mentre esaminava i copiati documenti, mi si affacciavano dubbj che non potea superare, per non poter di nuovo consultare i troppo lontani originali, o creduti originali. Imperciocché ve n’ha di quelli ne’ quali per la vecchiaia s’è smarrita qualche lettera, vi si mirano sigilli trasportati altronde (del che è da vedere la Dissertazione seguente), in altri le note cronologiche si mirano o emendate o guaste da altra mano. Mancano per lo più i sigilli, periti nel trasporto dei documenti, bisognando perciò cautamente osservare se vi fossero una volta affissi; il che sogliono indicare i vestigj lasciati della cera. Ho vedute pergamene aventi tutto l’aspetto di originali, e il taglio in esse, per cui il sigillo dovea essere stato inserito e ribattuto nella parte deretana; e pure niun segno vi rimaneva di esservi mai stato applicato. Che se non possiamo sempre fidarci di aver veduto i diplomi, quando non s’abbia la facoltà di rivederli a nostro piacimento, per meglio considerare se sieno originali: quanto meno s’avrà a fidare delle copie? Il che non dico delle fatte da giudici e notai periti le quali niun vizio in sé contengano, perché abbondano le copie di tal peso ed autorità, che equivalgono agli originali. Nell’archivio del Monistero della Cava esiste un’autentica carta, con cui nell’anno 1179 vien rinovata la pergamena guasta dalla vecchjaia di un diploma di Siconolfo principe di Salerno, dato nell’anno 841, in favore di Aione vescovo di quella città. Intendo dunque delle copie fatte da persone ignoranti ed imperite, non essendo mestiere di tutti l’intendere i caratteri e le formole dei secoli rozzi; e nel copiarli facilmente sbagliano i notai de’ nostri tempi. Di tali copie mal fatte non poche s’incontrano nel Bollario Casinense del Marfarino, e nell’Italia Sacra dell’Ughelli. Chi le esaminasse così malconce, non durerebbe fatica a dichiarar falsi que’ documenti; ma converrebbe consultar gli originali, ne’ quali si troverebbero meglio concertate le scritture. Simil controversia è stata fra due dottissimi miei amici Benedettini, cioè il P. D. Gian Andrea Astezati, oggidì Abbate di San Sisto di Piacenza, ed il fu P. D. Gasparo Beretti pubblico Lettore nell’Università di Pavia. Questi impugnò due diplomi, come li vide pubblicati nel suddetto Bollario Casinense, e l’altro li difese con appellare agli originali esistenti nel nobilissimo Monistero di Santa Giulia di Brescia, dove differenti si truovano le note cronologiche. Se poi si sia adoperata bastante medicina, non assumo io il giudicarne. Certamente altrove abbiam veduto il Margarino reo di molta negligenza. Aggiungo ora, riferirsi da lui nella Costit. 28 del tomo II un diploma di Lottario I Augusto, dato XVIII kalendas januarii anno Imperii Domni Hlotharii Pii Imperatoris XVIII, indictione decima quarta. Ma nella pergamena da me veduta, e formata con aspetto di originale, io lessi indictione I. Ivi tuttavia esiste il sigillo di cera coll’effigie di esso Lottario, e all’intorno le lettere XPE ADIVVA. HLOTARIVM AVG. L’epoca di questo Imperadore è presa dall’anno 820, e corrisponde all’anno 837 in cui correva l’indizione I. Probabilmente il Margarino si prese l’autorità di mutar essa indizione. Ma in quel privilegio osservai non solo il monogramma Hlotarii gloriosissimi Augusti, ma anche Hludowici glorissimi Augusti, cioè di Lodovico II suo figlio, il quale nondimeno nell’anno 837 non era peranche ornato della dignità imperiale. Che s’ha da dire qui? O tal monogramma sarà stato aggiunto da qualche ignorante, o pure esibito poscia il diploma ad esso Lodovico II, vi avrà messo il monogramma proprio, il che se mai sia stato usato, nol so dire. Così nella susseguente Costit. dal Margarino vien prodotto un altro diploma del medesimo Lottario coll’indizione I, quando nell’originale io ho letta l’indizione X, la quale come si possa accordare coll’altre note, lascerò esaminano ad altri: In oltre nella Costit. 43 il Margarino ci diede un diploma di Carlo il Grosso, dato anno Regnii Karoli X: Io nell’originale trovai anno VIII, siccome ancora il sigillo di cera coll’effigie laureata di esso Re, e colle lettere CAROL. AVG., che dà a conoscere per autentico quel diploma, ed esso conceduto nell’anno 866, giacché esso Carlo nell’anno 879 fu creato Re d’Italia, come mostrai nella Dissert. XI, degli Allodj. In oltre il Margarino tralasciò un diploma autentico di Berengario I re, che si conserva nell’archivio di Santa Giulia di Brescia, tuttavia munito del sigillo, rappresentante l’effigie di esso Re. Finalmente dallo stesso Margarino e dall’Ughelli nell’Italia Sacra, tomo IV, nel Catalogo dei Vescovi di Bobbio fu rapportato un privilegio di Lodovico II imperadore, dato non octobris, anno Christo propitio DCCCLIX, Imperii Ludovici piisimi Augusti XI, indictione XIV. Actum Maringo. Ma nella pergamena di Bobbio io lessi indictione VIII. Actum Maringo, cioè nell’anno DCCCLIX. Finalmente voglio ricordare una lepida impostura. Il Tassoni nella Secchia rapita (canto IV, strofa 64) così parla de’ Reggiani:

Al fin l’ultimo ottenne, e fu giurato

Con giunta, che chiunque all’osterìa

Con Modenese alcun fosse alloggiato

Di questo stuol che di Rubiera uscìa

A trargli per onor fosse obbligato

Scarpe e stivali, o s’altro in piedi avìa.

Il Salviani nelle note accenna lo strumento fatto di questa obbligazione, ed esso resta; ma è un ridicolo pasticcio.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011