Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXIII

Catalogo

Di molte voci Italiane, delle quali si cerca l’origine

Lettere N - R

N

NACCHERE. Suono di due ossicelli o legni battuti colle dita. Dal Greco anacara, specie di timpano o tamburo, pretese il Menagio venuto a noi questo nome, con citare Giorgio Codino, autore di niuna autorità in questo proposito, perché creduto scrittore del secolo XV. Tale etimologia l’avea già proposta il Vossio. Ma i passi allegati dal Du-Cange sufficientemente indicano che nella lingua Arabica s’ha da cercar l’origine di nacchera, essendosi servita anticamente quella nazione di questa romoreggiante invenzione. E in fatti nachera è nato dall’Arabico naqara, che per testimonianza del Gollio significa percussit et illisit pollicem medio digito, et inde divulsit crepitandi ergo. Di là formarono ancora naqron, cioè la stessa nacchera, cioè quelle che oggi dì si chiamano castagnette. Chiamano gli Spagnuoli nacar il guscio delle conchiglie. Forse i fanciulli con essi faceano il suddetto romore.

NANO. Pumilio. È parola Greca, di cui parla Gellio, lib. XIX, cap. 13. Né fanno menzione Aristotele e lo Scoliaste di Aristofane. Se ne servì anche Laberio fra i Latini, e in un’iscrizione del Grutero si truova tal vocabolo. Però dice il medesimo Gellio: In consuetudine quidem imperiti vulgi est frequens, sed barbarum non est.

NAPPO. Patera, Crater. Stranamente sospettò il Menagio che potesse venir da navis. Aggiugne: O dall’antico Franzese anap, di cui parleremo. Non so mai come al Ferrari cadesse in pensiero di trarlo da obba. Fuor di dubbio è, essere Germanica l’origine sua. Ha quella lingua napf e napp, significante catino, bacino; e dura presso i Toscani questa antica significazione, perché nappo è da loro più sovente adoperato per bacino o bacile. Ma fu questo nome trasferito anche a’ vasi ove si bee il vino. Nel Glossario Germanico di Elfrico cyathus è chiamato hnaep. Di là il Franzese hanap, che vuol dire bicchiere, et hanapus, adoperato dagli scrittori Latino-Barbari: intorno a che si può vedere il Du-Cange.

NEGHITTOSO. Desidiosus, Piger, Otio diffluens. Benché nulla fosse difficile al Menagio, pure non toccò questo vocabolo. Pare verisimile che da negligo neglectum si formasse neglectosus, neghittoso.

NEL, NELLO. Preposizione della lingua Italiana. Non si può dubitare che non sia formato da in et illo, illa, illis, mutato illo in ello, e rigettato l’I primordiale. Per esempio, In illo tempore, ne venne i nello tempo, e poi nello tempo e nel tempo. Così ne’ fu un’abbreviatura di in illis, i nelli, nelli, ne’. NESSUNO. Nemo. Ascoltiamo il Menagio. «Niuno da ne unus. Gli Spagnuoli da nec unus, ninguno. Da ningunus, niguno, nizuno, nisuno, nissuno, nessuno.» – Certamente da nec unus si formò neuno e niuno; o, per dir meglio da ne unus quidem. Ma per conto di nessuno più probabile, a me sembra che venga da nescio unum. NETTARE. Polire, Mundare. Scipion Gentile dal Latino retare, con più ragione il Menagio da nitidare tirò questo verbo. Ma non occorreva qui il far forza alle antiche parole Latine per torcerle in Italiano, quando l’origine sua è da dire Germanica, dicendo i Tedeschi net; i Sassoni ed Inglesi neat o net; i Franzesi net, nette, nettoyer, significanti il nostro netto e nettare. Oltre al non essere propriamente nitidare lo stesso che nettare; come mai tanti popoli si sarebbero accordati a corrompere nitidus o nitidare con formarne netto e nettare? Ma ogni qual volta ci ricordiamo delle trasmigrazioni de’ popoli settentrionali in Italia, Gallia e Bretagna, tosto s’intende la maniera con cui netto da una sola nazione passò in altre.

NICCHIO. Concha o Testa Ostreorum. È vocabolo della Toscana. Il Menagio si mette in cattedra e dice: Da nidus, nidius, nidiculus, niculus, nicchio, con aggiugnere: Ne viene sicuro. – Se così sia, lascerò esaminarlo a chi vuole. Un altro significato ha la voce nicchio, per disegnar que’ vôti o camerette nelle pareti, dove si collocano le statue. Tal nome gli Autori del Vocabolario credono venuto dalla somiglianza che hanno quelle cellette con le conchiglie appellate nicchi: certo ingegnosamente, ma non so se con verità. Intanto sappia il Lettore che anche la lingua Germanica ha nitsche nel medesimo senso. Se non han preso i Tedeschi questo nome da noi, noi l’avremo imparato da essi. Anche i Franzesi dicono niche. Non vo’ tacere un ghiribizzo. Dai Latini erano chiamate aediculae quelle cellette. Potè formarsi inaediculare per mettere la statua nell’aedicula, come inaltare, incappare, incamerare, ec. Quel verbo è egli possibile che per brevità diventasse inechiare (a guisa d’oculus, occhio) e poi inichiare, pronunziato finalmente innicchiare, verbo da noi usato, benché non rapportato nel Vocabolario?

NIENTE. Nihil. Il Cinonio da ne ens quidem stimò venuto questo vocabolo avverbiale. E veramente come da ne unus quidem discese niuno (gli antichi dicevano neuno), così anche niente pare che venisse da ne ens quidem, e massimamente perché i nostri maggiori usarono neente. Ciò che non mel lascia credere, si è che la voce ens è della Filosofia Scolastica, e però di non molta antichità, e quel che più importa, ignota anche al popolo. Scrive l’Hichesio che gli antichi Teutoni e Franchi esprimevano nihil colle voci niewith, niewet, nieht. Quest’ultima si accosta molto al nient de’ Lombardi.

NOIA. Taedium, Angor, Molestia animi. Intrepidamente il Menagio tira questo vocabolo dal Latino noxia. Nol credo. Differente è il significato di noxa o noxia, sia che significhi delitto, misfatto, sia che denoti danno; Hanno i Franzesi ennui ed ennuyer, lo stesso che il nostro noia ed annoiare. Adunque o noi da essi, o essi da noi avran preso questo vocabolo, il qual certo è molto antico della nostra lingua. Se vien da noi, si potrebbe essere formato da no, o sia non. Chi è attediato e malinconico dice di no ad ogni cosa e richiesta. Pien di noia, pien di lasciami stare, noi appelliamo, chi dato alla malinconia nulla vuole, ricusa tutto. Spezialmente questo si osserva ne’ fanciulli, Allorché si danno a piagnere. Così per contraria ragione sarebbe nato il Franzese joye dal Tedesco io, per significare allegrezza, divenuto gioia nel nostro linguaggio.

NUCA. Occiput. Da nux nucis, onde da nucula volle trarla il Menagio. Ma quale analogia v’ha tra occiput e noce? Io truovo che secondo il Bocharto, il Giggeo e il Gollio, la lingua Arabica ha nacha nel senso stesso di nuca. Se ne servì più volte Avicenna. La Tedesca anch’essa chiama nack e nacken il nostro nuca. Ma non intendo come nacha si sia cangiata in nuca. I Milanesi e Modenesi dicono gnucca. Perché mai?

O

OIBÒ. Interiezione o esclamazione di chi abborrisce qualche cosa. Il Monosini la trasse dal Greco oimoi; ma indarno, perché questo significa heu mihi, e italicamente oimè. Carlo Catone da oi buono, detto ironicamente, come anche stima il Menagio. Potrebbesi anche dire da heu, bone Deus, ritenute solamente le prime sillabe. Ma sempre ci troviamo nel buio.

OLTRAGGIO. Injuria. Presso gl’Italiani è voce antichissima al pari del Franzese outrage. La sua terminazione indica che da essi Franzesi sia a noi venuto questo vocabolo. Ultragium chiamarono i Latino-barbari tutto quello che è oltre alla misura e al giusto. Cioè mostra eccesso in qualsivoglia cosa, come notò il Du-Cange.

ONTA. Injuria, Contumelia. Dal Greco onemi il Monosini e il Menagio derivarono tal voce; ed è etimologia lodevole. Ma antichissima voce della lingua Germanica è hohn, o sia hon, significante onta, scherno, affronto, vergogna; ed honnen, far onta ad alcuno. Abbiamo più vicino il fonte da cui anche i Franzesi ricavarono honte. Perché cercar questa origine in Grecia? Ma questa medesima voce, dirai, i Tedeschi la trassero dalla Grecia. Poco commerzio passava una volta fra’ Germani, Franzesi e Greci. La divisa dell’Ordine della Giarettiera è qui da riferire. Cioè on (o sia hon, onta e vergogna ) y soit qui mal y pense.

OPPIO. Arboris genus. Vedi la Dissert. XXIV.

ORDIGNO. Machina. Qualunque strumento artificiosamente si fabbrica, il qual possa servire a far qualche altra fattura, si chiama ordigno, e da’ Modenesi ordegno. Lo credo venuto da ordior, ordiri, ec., o pure da ordine e da ordinare, di modo che prima ne risultò ordinium, convertito poscia in oridigno.

ORLO. Fimbria, Ora. Il Menagio da ora, orula, orulum, orulm, ricavò orlo: etimologia sicura. Anche i Franzesi si servono di questa voce; e di là il nostro orlare. Ma non vo’ lasciar di dire che l’Hichesio dallo Scandico hurle, significante limbum, fasciam, spezialmente del cappello, credette nato questo vocabolo.

ORMA. Vestigium. Da forma il Ferrari, dal Greco orme, altri lo tirano. Forma nulla ha qui che fare. Orme, cioè conatus, impetus, è lontano mille miglia dal significato di vestigio. Sembra pertanto che tal voce sia a noi venuta dalla lingua Arabica, che ha aorma, cioè vestigio, indicio, come osservò il Giggeo. A confermar ciò cospira la lingua Spagnuola, che dice horma. Gli Arabi, o Mori, o Saraceni furono una volta padroni della maggior parte delle Spagne.

OSTAGGIO. Obses. Il Vossio (de Vitiis Serm. libro III, cap. 14) dottamente scrisse che da obsidage si formò ostaggio, da che Entropio ed Ammiano si servirono del vocabolo obsidatus. È da lodare tal sentenza. Ma può dubitarsi che non sia irrefragabile. Sospetto ho io che da hostis si formasse questa voce per significare pignus o vadimonium ab hoste traditum. La lettera T, che si truova in ostaggio, indica più tosto l’origine da hostis, che da obses. Abbiamo anche presso gli antichi hostagius con l’H, ed hostaticus che più si accosta ad hostis. Nel fine del lib. I delle Croniche di Genova di Caffaro si legge: Dederunt centum Saracenos de melioribus obstaticos in potestate Januensium. Da obsto non può già venire questo vocabolo.

P

PADIGLIONE. Tentorium, Tabernaculum militum. Non mi oppongo al Ferrari e al Menagio, che traggono tal voce dal Latino papilio, e massimamente dicendo i Franzesi pavillon, e gli Spagnuoli pavellon. Tuttavia a me resta qualche dubbio. Truovo in padiglione un D. Come mai s’è cacciato questo in papilio? Sarebbe mai possibile che da pando pandis si fosse formato pandilio pandilionis, e poi padiglione? Certamente da tendo tirarono i Latini tentorium, e n’è poi venuto tensa e tenda. Vedi qui sotto SBADIGLIARE.

PAESE. Regio. È un pezzo che lo Scaligero, il Bignon ed altri osservarono che questo vocabolo, come anche il pays de’ Franzesi, è disceso da pagus, significante non già una villa, ma bensì un buon tratto di terra. Di là venne pagensis, pagense, territorium, paese. Di tale etimologia solamente ho fatto menzione, per confermarla con un passo dell’antica Leggenda di un certo Felice, conservata nella Biblioteca Estense. Cessaron (così ivi si legge) li ambasciadori, li quali lo Re havea mandati per li Pagiesi, a ciò che la gente venisse, ec.

PALCO. Vedi sopra BALCONE.

PALIO. Bravium. Finquì s’era creduto che i nostri maggiori avessero derivato questo vocabolo dal Latino pallium, significante il mantello, di cui principalmente i Greci e filosofi si servivano. Ma il Menagio soggiugne: «Credo però più tosto da palmarium, palmalium, pamalium, palium, palio.» – Dio buono! quanto mai questo scrittore si lasciava trasportare dalla sua fantasia! Niun dubbio v’ha da essere che l’Italiano palio non sia tolto dal pallium de’ Latini, poco importando se i Fiorentini lo scrivono con un solo L per esprimere la loro pronunzia. Un panno o drappo di seta, prezioso talvolta per oro intessuto, chiamavasi pallium ne’ tempi barbarici. Vedi il Du-Cange che ne rapporta vari esempli. Perché con questo drappo si orna la parte inferiore degli altari, perciò da noi viene appellato palio, pallio, palliotto. Anche l’ombrella quadrata, che porta il nome di baldachino, perché vecchiamente formata di panno o drappo di Baldacco, cìoè di Babilonia, fu detta pallium. Finalmente perché si esponevano più braccia di esso panno in premio ai vincitori nella corsa dei cavalli, fu chiamato il palio, e correre al palio. PALTONIERE. Mendicans panem. È voce oggidì disusata in Italia. Non colpì nel suo significato il Du-Cange, interpretandola per superbo e feroce. Tutti gli esempli da lui addotti significano un mendico, un birbante. Aggiugne, essere uscito questo vocabolo da pacto pactonis, nome dato ai publicani. Ma oltre al non provarsi chiaramente, che i publicani fossero appellati pactones, nulla han che fare i mendichi coi publicani. Troppo francamente il Ferrari fece nascere tal voce da poltrone. Ne sarebbe venuto poltroniere, e non paltoniere. Dicevano una volta i Franzesi pautonier. Non è inverisimile che noi da’ Franzesi, o più tosto dai Provenzali imparassimo questo nome. Onde poi essi, ciò resta nelle tenebre. Nella Satira XVI di Fra Jacopone da Todi, composta mentre egli, detenuto in carcere per comandamento di papa Bonifacio VIII, intrepidamente componea delle Rime, si legge:

Nobil tasca di paltone.

Lo stesso è paltone e paltoniere. Chi volesse trarlo dal Latino pulto, significante pulsare, anch’egli giocherebbe ad indovinare.

PANCA. Vedi qui sopra BANCA.

PANCIA. Infimus venter. Giuseppe Scaligero, il Vossio, Nicozio, il Menagio ed altri dal Latino pantex la derivano. Ma non è peranche ben chiarito il significato di pantex. All’incontro sappiam di certo che i Franzesi hanno panse; gl’Inglesi paunch; i Fiamminghi pansse; gli Spagnuoli panza; i Tedeschi pantz o pantsch. Un consenso cotanto universale in questa voce de’ popoli Boreali ed Occidentali può e dee farci intendere che da’ Celti o pure dai Germani, e non altronde, si dee dedurne l’origine: e particolarmente perché il vocabolo pantex era pochissimo in uso fra gli stessi Latini, non che fra tante nazioni lontane dal Lazio.

PANIA. Se ascoltiamo i dottissimi Autori del Vocabolario della Crusca, significa vischio. «È nata questa voce (dice il Menagio) da panis, come se si dicesse gluten farinaceum; perché appiccia insieme a guisa di pasta. Ovvero, conforme al parere del sig. Ferrari, da panus, onde pana del latte.» – La prima etimologia, mi sia permesso di dire, non è mai degna d’un uomo di tanta erudizione ed ingegno. Da quando in qua panis è stato mai adoperato per gluten farinaceum? Colla farina stemperata in acqua, e non col pane, si fa gluten, da noi chiamato colla. Più strana è anche l’altra etimologia. Il panus de’ Latini altro non credo io che sia se non il glomus, o sia la cannetta col filo che si mette nella spuola, o sia navetta o navicella, così appellata perché somigliante ad una picciola nave. Navette la chiamano ancora i Franzesi. Però fra il panus de’ Latini e l’Italiano pania non passa veruna analogia. Ma onde ricavi tu pania? dirà qui alcuno. – Se anch’io volessi qui spacciar de’ sogni, direi che pania viene da Pan, tenuto da’ Pagani per Dio soprastante alla caccia degli uccelli, quasiché le verghe invischiate si credessero inventate da lui per prendere gli uccelli, e perciò chiamate panie. Ed è ben antico l’uso di tali verghe. Ovidio nel lib. XV delle Metamorfosi:

.......nec volucrem viscatā fallite virgā.

 Ma sinceramente confesso di non saper l’origine di pania. Anche la lingua Franzese ha paneau o panneau, cioè una specie di rete di lino. Anche di questo vocabolo è a me ignota l’etimologia. Del resto appellai la pania una verga invischiata, più tosto che vischio, perché questo è il suo proprio significato. E chi ha detto o dice prendere gli uccelli col vischio, altro non vuol significare, che con verghe coperte di vischio. I Modenesi chiamano tali verghe paine, e non panie. Dante nell’Inferno, can. XXI, scrive:

Cercate intorno le bollenti pane.

Così egli con licenza poetica per panie. Benvenuto da Imola, che fiorì nel secolo d’esso Dante, e compose un Commento, ch’è il migliore di tutti, sopra la di lui Commedia, conservato MSto nella Biblioteca Estense, scrive al suddetto passo: Pane appellantur Paleae vel Virgae, ductae et unctae Visco, quibus viscantur et capiuntur aves.

PAPPAGALLO. Psittacus. Ulisse Aldrovandi, celebre filosofo nel lib. XI, cap. 1 Ornithol. propose da considerarsi se papagallus ita vulgo dictus fuerit, tamquam Papa Gallus, idest dignum Papa munus; an potius tamquam Papa, idest princeps, seu primus gallus inter reliquas aves. Scoperta questa sì stravagante etimologia, il Menagio, senza nominar l’Aldrovandi, se la fece sua, e dopo aver deriso il Sansovino, che ricavava tal nome da Papae, imperiosamente scrive: «Viene pappagallo da papa e da gallo, come se si dicesse un padre gallo, un maestro gallo. » – Inezie tutte e meri sogni degli Etimologisti. Che ha mai che fare papa e gallo con quegli uccelli? Il che anche si scorge da altre lingue; perciocché gli Spagnuoli lo chiamano papagayo, dove vedi che sparisce gallo; e i Franzesi, che lo dicono, oggidì perroquet, una volta lo appellavano pappeguais. In un arresto del Parlamento dell’anno 1321, citato dal Du-Cange, son rammentati papegaldi. Gl’Inglesi dicono popinjay; i Polacchi papuga, ec. Ora è da dire che pappagallo è vocabolo Arabico, essendo dagli Arabi chiamato babagà questo uccello, che da noi calcatamente pronunziato si cangiò in papagà e poscia in pappagallo, e dagli Spagnuoli in papagayo, e da’ Greci degli ultimi tempi in papagàs. Gli Arabi Saraceni, quegli una volta erano che portavano in Europa tali uccelli: ci portarono anche il nome. Gli Annali Genovesi all’anno 1205 nominano una nave appellata papagasium. Noi diremmo ora la nave pappagallo.

PARCO. Septum. Non da palus pali, come sognò il Ferrari, ma da parc, Celtica o Germanica voce, si dee derivar questo nome. Nelle antichissime Leggi Ripuarie questa si truova, e se ne servono non solo Italiani, ma anche Franzesi, Inglesi e Fiamminghi. L’Eccardo dal Germanico bergen, significante custodire, dedusse parco. I Modenesi ed altri Lombardi dicono barco. S’è vero questo significato del Tedesco bergen, di là si può credere venuto il Franzese berger, pastore; e non già da berg, monte, né da berbicarius, come s’ideò il Menagio.

PARECCHI. Nonnulli, Non pauci. È voce della Toscana. Se ne servono anche i rustici nostri. Se scappasse detta da alcuno degli abitanti nella nostra città, sarebbe notato come contadino. Da plures indarno stimò il Ferrari una cotal parola: da plerique il Caninio e il Menagio. Al primo aspetto sembra questa etimologia la vera; ma meglio esaminata non può soddisfare. Plerique vuol dire la maggior parte: laddove parecchi significa solamente alcuni, molti. La propria origine dunque s’ha da tirare da par paris, e dal barbaro pariculi, parecchi, siccome da pariculae, parecchie, come da auricula uscì orecchia. Anticamente i Notai adoperavano la voce paricula ne’ contratti, perché a chi dei contraenti ne voleva, se ne dava una copia. Tali carte essi Notai le appellavano pariculas e pariclas, cioè paris, o sia unius tenoris. Vedi l’accuratissimo Du-Cange, che ne rapporta più esempli. Così pariculas causas legge il Baluzio nelle Giunte alla Legge Salica. Truovasi anche tal voce in Marcolfo, e in altre Memorie. Sulle prime lo stesso era chartae pariculae che chartae pares. Col tempo carte parecchie significò fare più d’una carta. L’origine suddetta vien confermata dagli esempli recati nel Vocabolario della Crusca, da’ quali apparisce che parecchio e parecchi era una volta adoperato per pari e simile. Nelle antiche Rime leggiamo:

E far de’ suo’ begli occhi a’ miei duo specchi,

Che lucon sì, che non truovan parecchi.

Anche Dante e il Boccaccio adoperarono in questo senso parecchi. I Napoletani dicono tuttavia paricchi, che più si accosta al fonte sopraddetto.

PARTIGIANA. Species Bipennis, Hasta velitaris, da alcuni creduta l’alabarda, chiamandola tuttavia i Franzesi pertuisane. Il Nicozio derivò questo nome da pertuis, forame; cioè da pertundere, forare. Tale etimologia è riprovata dal Ferrari, perché tutte l’armi forano. Il Menagio all’incontro di cattivo raziocinio accusa il Ferrari. Ma Italiani, Germani, Inglesi e Spagnuoli, con appellare partigiana e partesana asta tale, assai fanno conoscere che non viene da pertuis de’ Franzesi. E chi mai sognò che dall’Italiano pertugio sia nato partigiana? Lo stesso Menagio, incostante nell’origine della lingua Franzese, dall’Inglese partisan dedusse pertuisane: quasi che non anche altri popoli si servano di tal voce. Altro io non so qui che dire, se non che vi truovo alquanto della lingua Tedesca, cioè barte, baërt, che significa scure, accetta, il cui B facilmente fu mutato in P. Ma come a barte o sia parte si sia aggiunto giana o sana, nol so dire.

PASSARE. Transire, Excedere, ec. Dal Latino passus hujus passus senza dubbio pare nato cotal verbo; perciocché co’ passi da un luogo si va ad altro. Siccome osservò il Du-Cange, particolarmente passivus significò vagus, trovandosene esempli in Tertulliano, e ne’ Santi Girolamo ed Agostino. Ciò non ostante l’Eccardo nelle Note alle Leggi Saliche pretende che il nostro passare debba l’origine sua al Germanico patschen, significante andare.

PASSEGGIARE. Deambulare. Il Menagio da spatium, exspatiari lo deriva. Tengo io per fermo che anche questo verbo discenda da passus, onde passaggio e passeggio. Nient’altro è passeggiare, che far dei passi. E lo diciamo anche de’ cavalli.

PASTA. Farina in massam ope aquae subacta. Il Menagio intrepidamente giusta il suo solito dice: Da pinso (cioè subigo) pistum, pista, pasta. – Ma il Latino pinsere significò rompere e stritolare col pestello, onde il Toscano pestare, e il pistare e pista e pisto de’ Modenesi. Però poco verisimile sembra che se ne formasse pasta, e massimamente per l’I mutato in A. Il Vossio nel lib. VI de Vitiis Sermonis così scrive: Pasta vel a Latino pasco, quia ea pascimur, vel Graeco passo, inspergo, unde paste, inspersa; puta, farina. – Etimologie ingegnose, ma che nulla ci esibiscono di certo, perché pastus significa solamente pasciuto; ed innumerabili son le cose delle quali ci pasciamo, che niuno osò chiamar pasta; né la pasta serve a cibarci, ma bensì il pane. Troppo vago ancora è il significato del verbo passo, inspergo. Ho più volte detto, e lo ripeto, aver noi men di quello crediamo ricevuto dalla lingua Greca. Porto io opinione che sia antichissimo presso di noi il nome di pasta, e che questa non fosse ignota agli antichi Latini. Ebbero, dico, i Latini pastillus, certamente derivato da pasta, per significar quello che noi diciamo pastello. E se tal voce fu in uso allora, perché non anche pasta? Del resto non i soli Italiani, ma anche i Germani, Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi usano questo vocabolo. Adunque o vien dalla lingua Latina, o ce lo ha dato il Settentrione.

PASTOIA. Pedica equorum. Non pare che gli Eruditi Fiorentini nel Vocabolario abbiano sufficientemente spiegata questa voce con dire: Quella fune che si mette a’ piedi delle bestie da cavalcare, per dar loro l’ambio. È poi chiamato da essi l’ambio per incessus tolutarius, cioè andare di portante e traino. Non niego che pastoia si chiami quella fune che si adopera al fine da loro enunziato; ma aggiungo che pastoie principalmente furono dagli antichi appellati quegl’impedimenti di ferro o fune che si mettono ai piedi de’ giumenti, acciocché nel pascersi non si allontanino. Dai Franzesi son detti entraves, dai Modenesi balze da cavallo, onde il verbo imbalzare. Presso lo Schiltero nel Glossario Teutonico antico si legge walza, pedica. Di là sarà venuto il nostro balza. Ora i Latino-barbari chiamarono l’impedimento suddetto pastoria, pasturia, e questo diventò pastoia. Non comprese il Vossio la forza di tal voce nel lib. III, cap. 33 de Vitiis Serm., allorché scrisse: Pastorium videtur id cui imponitur foenum, vel aliud jumenti pabulum, volendo forse significare la greppia, praesepe. Nelle leggi Baioariche (tit. 2, cap 6) leggiamo: Si quis in exercitu aliquid furaverit, pastorium, capistrum, frenum, ec. Così il re Rotari nella legge Longobardica CCCIII dice: Si quis pastorium de caballo alieno tulerit, componat solidos sex. Ne’ codici Modenesi si legge pasturium e pasturias, onde pastoia e pastoie. Forse fu posto il nome di pasturia agl’impedimenti de’ cavalli, che si metteano ad essi, quando andavano ne’ prati o campi a pascersi, ad pastum.

PATERINO. Haereticus. Vedi la Dissert. LX.

PAVESE. Scuti genus. Vedi la Dissert. XXVI.

PAZZO. Stultus. Demens. Son d’accordo col Menagio, che deduce tal vocabolo da patior, e non già da fatuus, come immaginò il Ferrari. Solamente discordo nella maniera con cui egli lo fa discendere, cioè da patior, paticius, pazzus, pazzo. Forse si formò da patior patiare, come da puteo putiare, puzzare. Vi fu aggiunto in per dire intus, o pure in mente, e ne venne impatiare, poi impazzare, che i Lombardi dicono impazzire, cioè in mente pati. E siccome da putiare venne puzzo e puzza, così pazzo da patiare.

PELLICINO. Così chiamano in Toscana le estremità de’ sacchi che si possono prendere colle mani. Suderai molto a scoprirne l’origine. Ma ce l’insegna il dialetto Modenese. Noi diciamo pedesino, cioè presa la voce dai piedi de’ sacchi. Così i Fiorentini chiamano pellicello un vermetto quasi invisibile che nasce sotto la palma delle mani, che alcuni credono essere l’acarum de’ Latini. Stimollo il Menagio così nominato, perché sta fra le pelle, o sia cute, e la carne. Penso io più tosto che sia vocabolo corrotto; perché varj popoli d’Italia chiamano quel vermicello pedicello, diminutivo del Latino pediculus, pedicellus. Sogliono i Modenesi appellarlo pinsello.

PERLA. Margarita. Qui il Menagio: «Viene sicuramente dal Latino perula.» – Anzi sicuramente non s’ha da trarre di là. Nient’altro pera significò presso i Latini, che saccoccia, o picciolo sacco. Che ha dunque che fare perula colle perle, chiamate ancora uniones dai Latini? Adunque, come l’Hottomano e il Vossio già avvertirono, perla degl’Italiani e Spagnuoli e pearl degl’Inglesi venne da alcuna delle lingue settentrionali, e probabilmente dalla Germanica, la quale ha perl nel significato medesimo. Se noi troviamo negli scrittori de’ secoli barbarici perulam o perulum, si dee credere ch’essi trasportassero il vocabolo volgare perla alla lingua Latina.

PESTARE. Tundere, contundere. Dal Latino pinso, che una volta fu adoperato nello stesso senso, discende questa voce, e non già da pes, quasi sia pedibus premere. Da pinso si formò pistum, e di là pistillum, e pistare, come dicono i Modenesi, e pestare, come i Toscani. Ebbero anche gli antichi Latini pisito vegnente, da pisare (di cui parleremo alla voce PIGIARE), e pinsito frequentativi. Da essi ancora potè discendere pestare.

PEZZA, PEZZO. Frustum, Fragmentum, Pars alicujus rei. Truovasi sovente nelle carte de’ secoli barbari pecia o petia de terra, come ho veduto in quelle del secolo nono, e fors’anche nel precedente. Il Guieto e il Menagio dal Greco ptysso fecero venire il Francese piece, lo stesso che l’Italiano pezza e pezzo. Anche la lingua Spagnuola ha pieza; e dalla Gallia riceverono gl’Inglesi il loro piece. Ma il Greco verbo altro non significa, se non plicare, complicare, e però mal suo grado strascinato in questa etimologia. Parere fu dell’Hichesio che dalle lingue settentrionali a noi venisse pezza, giacché nella lingua degli antichi Franchi si truova blezza, plezza, che poscia potè cangiarsi in piece. Aggiungo io, che se abbiam da credere a Mattia Cramero, la lingua Germanica ha pletzen, significante rappezzare, risarcire; il che può confermar l’origine dagl’idiomi settentrionali. Imperciocché tanto fu in uso pezza di tela, di panno, quanto una pezza di terreno. Anche lo Schiltero trovò presso gli antichi Germani blezza significante pezzo di panno. Da petia o pezza o pezzo si formò poi spezzare, cioè ridurre in pezzi. Nella Dissertazione IV ho rapportato una carta dell’anno 729, in cui si legge pezza terrae.

PIATTO. Patina. Dal Greco platys, largo, se udiamo il Menagio, discende piatto. – È lodevole etimologia. Tuttavia la lingua Germanica più a noi vicina ha platt e platte. Di là più facilmente, quando sia voce antica, potrebbe essere venuto il vocabolo nostro: da piatto, piattonata, cioè colpo dato col piano della spada. Diciamo anche viso piatto, navi piatte, ec. Pertanto piatti furono appellati que’ vasi di terra, perché hanno figura piana e larga, a differenza d’altri vasi.

PIAZZA. Platea. Vedi la Dissertazione XIX.

PICANTE. Vedi sopra la voce BECCO.

PICCA. Hasta peditum praelonga. Da pungere per incredibili salti si avvisò il Menagio di trarla. Ma i Germani la credono voce propria della lor lingua, cioè picke e pike. Il Turnebo dal Latino spicare derivò picca; ma infelicemente, come osservò il Vossio: il Ferrari da spiculum, arme ben diversa. Avendo Italiani, Spagnuoli, Franzesi e Fiamminghi questa voce, indizio è questo d’essere Celtica, o d’altra lingua settentrionale.

PICCHIARE. Pulsare, Pultare. Dal verbo pungo volle tirarla il Menagio in questa forma: Pungo, punctus, punctare, puncare, puccare, piccare, piculare, picchiare. – Chi mai lo crederà? Vedi se più tosto dall’uccello picus de’ Latini s’avesse a derivare. Questo uccello da piculus è divenuto picchio in Toscana, ed è noto ch’esso fora col becco gli alberi. Sicché da pico si formò picare; da piculus, piculare, piclare, picchiare. O pure potrebbe tal voce essere venuta dal Tedesco picken significante beccare. Vedi sopra la parola BECCO.

PIEGERIA. Voce de’ Veneziani. Fidejussio, Cautio, in Italiano Sicurtà. Dal vocabolo settentrionale pleger, pro aliquo spondere, l’Hichesio la derivò. Questa etimologia è ben più verisimile che quella del Salmasio, che volle tirarla da praes, praedis. Ora dall’antico pleger venne il Franzese pleigerie e l’Inglese pleggery. Hai da consultare il Du-Cange alla voce Plegius e Plegium. I Veneziani dicono ancora piezzo. Voleva il Menagio derivarlo da praes, praedis; ma questo pure è di origine settentrionale.

PIETANZA. Porzione di cibo che si dà ai monaci e ad altre persone pel vitto loro oltre al pane. Molto si son qui affaticati gli Eruditi per trovar l’origine di questo vocabolo. Fra gl’Italiani l’Accarisi, il Pergamino ed altri, poscia il Vossio, il Furetiere, il Somnero, il Menagio ed altri lo han tirato da pietate; l’Alciato, il Salmasio, il Marano, il Cironio, il Ferrari ed altri da pittacium; da pite, parte d’un’oncia, il Papebrochio; il Browero con poco garbo da pitissare; da picta, moneta de’ Conti di Poitù, il Du-Cange, perché il cibo si dava ad valorem unius pictae. A tali conietture mi sia permesso di aggiugnerne anche una, qualunque sia. Perché non si potè formar questa voce dall’Italiano piatto, patina? Certamente presso alcuni popoli d’Italia si chiama piatanza, e non pietanza, il companatico o cibo che si dà ai monaci e servitori, perché in un piatto o sia patina. I Fiorentini troppo sovente cangiano l’A in E; e però in vece di piatanza poterono dire pietanza. Forse passò tal voce in Francia, e dissero pitance, come fanno anche gl’Inglesi. Fra queste opinioni elegga il Lettore.

PIGIARE. Premere, Calcare. È vocabolo de’ Fiorentini. Non vien da pilare, come s’ideò il Ferrari. – «Forse da pes, pedis (dice il Menagio), o da pilum, cioè pistillum.» – Non altronde lo credo io disceso, che dal Latino pisare, significare tundere, calcare. Tuttavia gli Spagnuoli dicono pisar nel medesimo significato, e pison quel martello di legno con cui si calca il pavimento. Pisare per calcare lo dissero gli antichi Latini, come osservò Giuseppe Scaligero nelle Note a Festo; e presso Seneca si truova pisatio.

PIGLIARE. Accipere, Apprehendere, Capere. Scura è l’origine di questa voce; né io altro so dire, se non che mi sembra non isprezzabile l’opinion del Ferrari, che da capio stimò nato pio, piglio. Meglio sarebbe da capiare, piare. In fatti dicono i Lombardi piare quel che i Toscani pigliare. La nobil Casa de’ Pii Modenese una volta in Toscana era chiamata de’ Pigli o de’ Pigi. Ma come cadde la prima sillaba di capio, o capiare? Non mi soddisfà l’etimologia del Menagio, che da pilare de’ Latini pensò venuto pigliare. Non s’accorda il significato di pilare col verbo Italiano.

PIGNATTA. Olla. Non può venire tal voce, come sospettò il Ferrari, dalla disposizione delle pignatte nella fornace, imitanti una pigna, perché altri vasi ancora vengono ivi disposti nella stessa forma. Perché le pignatte sono acute in cima come le pigne, perciò sortirono questo nome, se crediamo al Menagio. Ma queste han la bocca larga, né acuta è la lor cima. Tuttavia s’egli intendesse di parlare del loro coperchio, che forse era formato come una pigna, non sarebbe improbabile il suo sentimento.

PILUCCARE, SPILUZZICARE. Sensim aliquid carpere, uti pilos, plumas, ec. Da pilus, pilutus, piluticus, piluticare pensò il Menagio nato questo verbo; da pilus, pilutius, expilutiare, spilucciare, spiluzzare, spilizzicare il medesimo scrittore con tale scala (ché ne aveva egli una per ogni bisogno) cioè dal medesimo pilus trasse spiluzzicare. Veramente in tali verbi si sente la voce pelo, e sembra che significhi pelare a poco a poco. Ma non è certo. Anzi sembra a me più verisimile che sieno venuti dal Germanico verbo pfluchen, che significa deplumare, cavar le penne, il che si fa a poco a poco. Verbo è quello antico e proprio di quella lingua. Levato secondo il solito quell’aspro F, in Italiano divenne pluccare, piluccare; ed aggiunto ex, secondo il dialetto Modenese, ne uscì spluccare, siccome ancora il Franzese esplucher. Hanno poscia i Toscani raffazzonato tal verbo a lor modo, e formatone il diminutivo spiluzzicare. Il Nicozio da explicare (oibò) e il Menagio da expellicare (peggio) vollero trarre l’esplucher de Franzesi. Né s’avvide il Menagio, essere l’Italiano piluccare e spiluzzicare lo stesso che il loro esplucher.

PIPISTRELLO, VIPISTRELLO. Vespertilio. Non m’accordo col Ferrari che deduce tal nome a sonitu stridulo (etimologia stramba), ma col Menagio, il quale dallo stesso vocabolo Latino lo tira. Ne fo solamente menzione, acciocché senta il Lettore come il popolo a poco a poco corrompendo gli antichi vocaboli, li trasfigura. In vece di vespertilio si disse vipistrello, e poscia pipistrello. Più lontano andarono i Modenesi, che ne formarono palpastrello. E qui mi sovviene il lepido nome che danno i Cremonesi al pipistrello, chiamandolo sgrignapappola dallo sgrignare, cioè mostrare i denti, de’ quali son provveduti quegli uccelli fuor del costume degli altri. Nel Vocabolario della Crusca della precedente edizione nottola si chiama vespertilio. Temo che vi sia scappato questo nome per inavvertenza. Nottola altro non è che noctua de’ Latini, civetta in Italiano.

PIZZICARE. Leviter pungere. Stimò il Menagio che dallo stesso pungere per mezzo di varie metamorfosi, bene spesso incredibili, nascesse in fine pizzicare. Ma vedi sopra BECCO, rostrum. Di là venne il verbo suddetto. Beccare se ne formò, poscia beccicare frequentativo per andar beccando. E questo per la facile conversione del B in P diventò pizzicare. Così i Tedeschi dicono pichen per beccare. Toglie poscia ogni dubbio il verbo bezzicare adoperato dagl’Italiani nel senso medesimo: del che varj esempli adducono gli Autori del Vocabolario. Di qui poi nacque pizzico e pizzicotto, che significa prendere colle dita da qualche massa una picciola porzione di farina, miglio, ed altre simili cose, a guisa degli uccelli che prendono il cibo. Hanno ancora alcuni popoli della Germania pitzen significante pizzicare.

POLTRONE. Ignavus, Iners. Il Savarone, il Lindenbrogio e il Salmasio da pollice truncato; il Ferrari, il Vossio ed altri da murcus; l’Alunno, il Galesini, il Landino, il Tassoni ed altri da poltro, significante letto, han derivato poltrone. Finalmente al Menagio cadde in mente di trarre questo vocabolo da pullus, pullitrus, ec., che è delle più strane etimologie. Mi sottoscrivo io agl’Italiani, derivanti poltrone e poltrire da poltro, letto: voce a noi somministrata dalla lingua Germanica, che ha polster, coltre, guanciale, piumaccio. Di là polstro e poltro sembra formato. Poltrire altro non è che stare troppo in letto o nelle piume, o pure sotto le coltri.

PONTARE. Vim pacere, o Niti in aliquid. O da pultare o da fultus il Menagio, da impingere il Ferrari trassero questo verbo. A tali misere conietture chieggo licenza di aggiugner anche la mia, qualunque sia. Forse da pons, pontis venne questa voce, perché il ponte fa forza nell’una e l’altra riva. Sembra poi trasferita metaforicamente l’azione del ponte all’uomo che fa forza contro l’altr’uomo, o contro altra cosa ch’egli vuoi ributtare, componendosi allora colle mani e co’ piedi a maniera di ponte. I Franzesi dicono pointer, e in questo senso il nostro pontare probabilmente preso da loro, verrebbe da punta, alludendo a chi colla punta della spada fa forza contro il nemico.

POSTICCIO. Fictus, come capelli e barba posticci. Da imponere si formò impositicius, per finto e non naturale. E di là posticcio.

POZZA. Lacuna. Vedi la parola seguente.

POZZANGHERA. Lacuna, particolarmente nella strada che contiene acqua. Da fovea fece il Ferrari uscir questa voce. A chi mai lo darà ad intendere? Da pozzo trasse il Menagio pozza e pozzanghera. Ma dimandategli, perché vi fu aggiunto ánghera. Dal Latino puteus venne senza dubbio pozzo. Ma pozza, che ha un significato alquanto diverso, a mio credere, passò a noi dalla lingua Germanica, la quale al pozzo dà il nome di sodbrunne; e volendo poi disegnare un luogo dove l’acqua si ferma, dicono pfutze o pfotze di genero femminino. Questo nome, tolto via l’F, noi l’abbiamo cangiato in pozza. Non saprei dire onde pozzánghera, quando per avventura non fosse venuta dalla giunta a pfutze, pozza, dell’adiettivo geraum significante ampio, largo.

PRETTO. Purus, Merus. Il Corbinelli, il Menagio e Carlo Dati da puretto, diminutivo di puro, dedussero per sincope questo vocabolo. Merita onore tale etimologia. Tuttavia perché niun simile esempio possono recare i Toscani, e più tosto puro che puretto, cioè alquanto puro, si dovrebbe dire; inutil cosa non sarà qui l’avvertire che fra le antichissime voci della lingua Germanica v’ha preht, brecht, significante puro, generoso, nobile: di modo che non è inverisimile che il vino puro fosse dai Tedeschi appellato wein preth, e che a noi venisse vino pretto.

PRIGIONE. Carcer, e chi è chiuso in carcere. Il Menagio scrive: Prendo, prisum, prisio, prisionis, prigione. – A tutta prima sembra indubitata questa etimologia. Tuttavia significando prisio solamente l’atto del prendere, e non già chi è preso, né il luogo dove sta chiuso il preso; si può dubitare che dalle lingue settentrionali venga questo nome. Olao Verelio e l’Hichesio scrivono, essere voce dell’antica Gotica lingua prisund, e ne portano pruove tratte da antichissimi MSti. Anche gli Anglo-Sassoni chiamarono prisum la carcere. Il Borello stima che la Franzese parola prison sia presa dall’Italiano prigione. Potrebbe essere, quando anch’essi non l’avessero imparata dal Germani. Se poi i popoli settentrionali dal Latino prehendo abbiano dedotto il loro prisund, chi lo può decidere?

PRODE. Strennus. Vedi la Dissert. XXVI.

PUTTO. Puer. Putta, Puella. Son voci de’ Veneziani, Modenesi ed altri popoli. Anche da’ Toscani una volta putto era usato per puer, come consta dagli esempli recati nel Vocabolario, a’ quali si dee aggiungere Fra Jacopone da Todi, che nel lib. VI, cantic. 23 disse:

Di nïente fece il tutto

Chi per noi già si fe’ putto.

Putta una volta significava meretrice in Toscana: se oggidì, nol so. Negli Annali di Caffaro (tom. VI Rer. Ital.) all’anno di Cristo 1165 i Pisani diceano: Filii di male putte. Ora è più in uso puttana. Vuole il Menagio che dal Latino putus, significante picciolo, venga putto. Cita le Glosse, nelle quali putus è detto micros. Ma noi non sappiamo di che tempo sieno quelle Glosse; ed ivi s’incontrano voci Italiane tradotte in Greco. Si credette Giuseppe Scaligero d’aver trovato putam o putillam nella Satira III, lib. 2 di Orazio; ma in varie maniere si legge quella parola. Io non truovo presso i Latini se non purum putum di significato tutto diverso. Pertanto, finché vengano migliori documenti, convien sospendere il giudizio intorno a questa parola.

Q

QUA E LÀ. Huc et Illuc. Sentenza è del Menagio che da eccum, hac, coac, quoac sia nato qua, e da illac uscito . – Sia qui anche a me permesso di fantasticare. Uso degli antichi fu di dire hacce parte et illa, o pure de hac-ce parte et illa. Forse poi dissero in, o de hacca parte; e gittata la prima sillaba di hacca e parte, poterono dire di ca, o di qua. I Napoletani tuttavia dicono de ca; i Toscani di qua, e i Lombardi de za. Così de, o in illa parte partorì in là, o di là. In una carta Milanese del 1153, esistente nell’archivio del Monistero Ambrosiano, si legge Enricus de Magizate dixit idem quod Lando a L annis in za, et a XXX in là. Vaglia questa conghiettura quello che può.

QUAGLIARE. Coagulo. Non v’ha dubbio alcuno, è lo stesso coagulare travolto in quagliare. Così squagliare da excoagulare.

QUALCHE. Aliquis. Se ne domandi l’origine al Menagio, tosto risponde: Dal Latino qualisque, detto per qualiscumque. – Ma qualisque è una sognata voce, fuorché quando si adopera in vece et qualis. E da qualiscumque abbiam formato qualunque. Finalmente altro significa qualche, ed altro qualiscumque. Anche la lingua Franzese ha quelque. Potrebbono mai aver detto i nostri maggiori si qua aliqua, si qui aliquis? Ne sarebbe nato se qualche. Ridicola sarebbe stata cotal frase; ma non impossibile, né inverisimile nell’ignorante popolo.

QUATTO. Occultus e Reclinatus. Da quattare, verbo a tutti ignoto, o da captare, trasse questa voce il Menagio. Niuna di tali etimologie ha garbo. Penso io che quatto possa essere venuto dal Germanico wachte, significante sentinella. Vedi fra le Leggi Longobardiche la CXXVIII di Carlo Magno. Ivi wactae si truovano per disegnare persone poste per ispiare se il nemico viene. Di là il nostro a-guato. In simile senso presso gli antichi s’incontrano wactae, wagtae, guetta, guaita. Però quacto e poi quatto ne potè venire. I Modenesi dicono star quaccio per tacere, acquacciarsi per cessar di parlare o di gridare. Forse da adquietare se.

QUELLO. Ille, o Illud. Fu di parere il Castelvetro che tal pronome venisse composto da hoc ed illud. Anche il Cittadini così pensò. Ma il Menagio da ecco ille trasse quello. Mia coniettura è che quello possa essere nato da qui ille, che diventò quillo, come tuttavia dicono i Napoletani. Stimò il Cittadini da hic iste originato questo. Sembra a me più verisimile da qui iste, onde i Napoletani dicono chisto; ed usano ancora chisso, probabilmente da qui ipse. Anche il nostro codesto o cotesto forse è venuto da quod istud.

QUI. Heic, Hoc in loco. Da ecco hic, coic, coi, colle sue consuete scale il Menagio derivò qui. In cosa tanto scura è da vedere se mai i nostri maggiori avessero aggiunto all’hic un I con dire hichi, che presso i Franzesi divenne icy. Poi lasciato l’hi, ritenessero chi, come tuttavia pronunziano i Modenesi: laddove altri popoli dicono qui.

R

RABBUFFARE. Vedi disopra BUFFARE.

RACCONTARE. Enarrare. La primitiva parola è contare, significante lo stesso. Quando contare significa enumerare, senza fallo viene da computare. Ma usato per narrare, si dee cercarne altro fonte. La lingua Franzese ha nel medesimo significato conter; e similmente usa conte per favoloso racconto. Chi favole narrava una volta, sulle 1125 prime fu detto conter, e poi trasferito fu questo verbo a qualsivoglia racconto. Così chance, significante, come già dissi di sopra, avvenimento, diede origine al verbo cianciare. Perché poi da’ Franzesi conte fosse chiamato un racconto favoloso, nol so dire.

RAGAZZO. Servus ad vilia ministeria adhibitus. Ci vuole far trasecolare il Menagio, allorché pretende che dal Latino verna si sia formato non solamente garzone, ma anche l’Italiano ragazzo e il Franzese laquais. Parole non occorrono contra di sì strani salti della sua fantasia. Né pur io so onde sia nata questa voce. Solamente si può riflettere, avere i Greci la parola rhaca, significante una specie di veste vile o lacera, di cui si truova menzione in alcuni Autori. Onorio Augusto nell’anno 399 (come s’ha dalla legge 3, lib. 4, tit. 20 del Codice Teodosiano) proibì l’uso d’esse, come indecente al decoro di Roma. Intra urbem Romam nemo vel ragis vel tzancis utatur. Potrebbesi mai immaginare che ragatii fossero una volta appellati gli uomini di vil condizione, quali fra gli altri erano i servi, perché si servivano di quelle vesti? Anche la lingua Ebraica o Siriaca ebbe raca, significante un uomo da nulla, un uomo povero e vile, come apparisce dal cap. V di S. Matteo. Ha parimente la lingua Franzese racaille, in Italiano ciurmaglia, feccia del popolo. Furono poi appellati ragazzi anche i fanciulli grandicelli, nella guisa stessa che i servi dagli antichi furono chiamati pueri. Menzione de’ ragazzi spezialmente si truova nell’antica milizia; perché gli uomini a cavallo seco menavano ragazios che avessero cura del loro cavallo. Domenico da Gravina nella Cronica (tom. XII Rer. Ital.) parlando de’ Cavalieri Ungheri, scrive: Hoc unanimi deliberato consilio, datis equis eorum Ragaczinis, unusquisque pedes, evaginatis gladiis, concivibus civitatis mortem minantur.

RALLEGRARSI. Laetari, Exsultare. La sua origine è alacer, alacris, onde allegro; e aggiunto l’R se ne formò rallegrarsi.

RAMINGO. Solitarius, Vagus, Profugus. Degli uccelli rapaci così scrive il Crescenzio, come avvertirono gli Accademici della Crusca nel Vocabolario: Quello che di nidio uscito, di ramo in ramo va seguitando la madre, e si chiama ramingo, è migliore. Per la somiglianza credono essi Accademici chiamato ramingo quegli che va pel mondo errando. È fondatissima etimologia, e con ragione approvata dal Menagio. Tuttavia non apparendo molta similitudine fra un uomo errante pel mondo o solitario, e un uccello che vola di palo in frasca, come sogliam dire, perché ciò potrebbe convenire a qualsivoglia persona che si muova da un luogo ad altro, e pur niuno l’appellerebbe raminga; resta tuttavia da cercare se mai da eremus fosse venuto ramingo. Veramente osta il ra diverso da re. Ma da eremita nacque ancora romito. Così dal Greco chelone con ragione si crede venuto galana de’ Lombardi, significante la testuggine. Come da solus si formò solingo, così da eremus pare che si potesse formare ramingo. – Perché stai tu così ramingo nella strada? cioè così solo, così solitario. È un esempio portato dal Vocabolario della Crusca.

RAMPICONE. Harpago. Vedi la Dissert. XXVI.

RAMPINO. Uncinus. Vedi la medesima Dissertazione.

RAMPOGNARE. Objurgare, Conviciari, acriter Arguere. Sospetta il Menagio nato tal verbo da reimpugnare. Lodevole etimologia. Ma sembra diverso il significato di rampognare. All’incontro sospetto io metaforica questa parola, e venuta da rampone, che i Latini chiamarono uncum o harpagonem: quasiché il rampognare sia un lacerare altrui con parole torte ed acute. Così i Latini dissero lacerare maledictis; e i Franzesi estriver, cioè staffilare con parole ingiuriose. In tale sospetto mi conferma Guglielmo Malmesburiense, lib. VI Histor., dove scrive che Guglielmo II re d’Inghilterra andò nelle furie contro di Elia conte del Mans. Tunc Willielmus prae furore fere extra se positus, et obuncans (cioè, a mio credere, rampognando) Heliam: Tu, inquit, nebulo, tu quid faceres? Così nel lib. III parlando egli d’Ildebrando arcidiacono, che fu poi papa Gregorio VII, dice: Archidiaconus a longe clamans, et Abbatem obuncans: Tu tu, inquit, male cogitasti. Nelle Chiose antiche pubblicate dall’Eccardo (tom. I Hist. Franc. Orient.) si legge obunco, objurgo. Verisimile perciò si rende che siccome gli antichi da uncus trassero obuncare, così da rampone sia uscito ramponiare, rampognare, quasi stracciare con pungenti parole.

RAMPOLLO. Germen, Surculus. Dal Latino repullulare o reinpollulare fu formato, o pur da ramus e pullulo.

RANDA. Vedi la voce seguente.

RANDELLO. Brevis baculus saepe in arcum inclinans, con cui si stringono le funi alle some de’ giumenti. Sgraziatamente ricavò il Ferrari questo vocabolo da rastrum. «Forse da ramus (dice il Menagio), ramidus, ramdus, randus, randellus, randello.» – È da vedere se più tosto fosse venuto da rand, voce della lingua Germanica, significante giro, cerchio, come anche orlo, margine. Diciamo la randa di un volto, di un arco. E gli artefici hanno uno strumento appellato randa, per disegnare un cerchio nelle ruote, botti, ec. Dico poter essere nato randello, non per significare un ramo (il che niuno mai intende con tal voce), ma sì bene per indicare la sua figura, o più tosto l’azione del girare che si fa strignendo le funi alle bagaglie con un pezzo di bastone curvato. Vedi la parola Toscana Randagio, significante bestia o uomo liberamente qua e là andante: il che diciamo girar pe’ campi, pel mondo. I Modenesi in vece di randello dicono rondanello; e far la ronda vuol dire girare. Varie parole Tedesche si truovano pronunziate per A o per O secondo i diversi dialetti. In Dante si truova a randa a randa, cioè orlo, margine; e non già appena, come avvisò il Bembo. Nella breve Cronica Pisana da me pubblicata si legge: Alla randa del giorno, cioè sull’orlo del giorno.

RANNICCHIARSI. Contrahere se. RAGGRUPPARSI. Da nicchio, significante la scorza o guscio delle ostriche, derivò questa voce il Menagio; ed è etimologia lodevole. Tuttavia, perché non si può dire che il guscio suddetto si rannicchi, il che parimente avviene de’ nicchi, cioè delle caselle o sia del vacuo dove si mettono le statue, perché le caselle non si raggruppano; ardisco di proporre un mio dubbio, cioè se mai da rana, ranicula si fosse formato raniculare, rannicchiare. Né dia fastidio il doppio N, perché i Fiorentini lo raddoppiano, se così richiede la loro pronunzia, senza far caso se il Latino ne abbia un solo. Certamente le rane con ritirare i piedi al corpo si raggruppano.

RANTOLO. Catarro cadente nell’ugola, per cui è impedita la voce: così definiscono gli Autori del Vocabolario questa parola. Sarebbe da vedere se più tosto s’avesse a dire così nominato un certo suono o fischio, procedente dall’ugola infestata dal catarro, quando si tira il fiato. Asperitas animae nello stesso significato si truova in Plinio seniore. Da’ Greci la raucedine è chiamata brancos. Il Menagio, cui nulla è difficile, da brancus colla sua autorità ricava brantus, brantulus, rantulus; e soggiugne: Ne viene sicuro. Ma non per questo altri lo crederà. Io confesso a me ignota l’origine di tal voce. Solamente noto, dirsi dai Modenesi rantica quello che in Firenze è rantolo. Anche i Sanesi dicono rantaco, e vecchia rantacosa. Sarebbe possibile che rantica fosse vox errantica?

RASCIA. Specie di panno di lana. Dice il Menagio: «Credo da rasum, rasicum, rascicium, rascicum.» – Nol credo io. Verisimile è che tal sorta di panno prendesse una volta il nome dal paese dove si fabbricava, come è avvenuto ad altre tele e panni. Il regno della Rascia, oggidì Servia, fu celebre nella storia de’ secoli di mezzo. Tuttavia que’ popoli son chiamati Rasciani.

RASPARE. Unguibus terram scalpere. Lo trasse il Menagio assai verisimilmente da ruspari; e prima di lui fu questa l’opinione di Francesco Giunio nelle Note a Tertulliano. Pure v’ha differenza di significato fra ruspari e raspare. Il primo compete a chiunque va cercando (scrutatur) e in qualunque maniera, ma raspare è cavar qualche cosa coll’unghie o in altra guisa. I Modenesi perciò hanno ruspare e raspare. Porto perciò opinione che raspare venga dal Germanico raspel, che significa una raspa o sia ferro con cui si rade la superficie delle cose. Da varj artefici si ritiene questo nome e strumento. Raspen dicono i Tedeschi; noi raspare. Il che facendo i cavalli con battere i piedi, e le galline con l’unghie, si dice che raspano. Crede il Furetiere che raspe sia antica voce Celtica.

RATTOPPARE. Resarcire. Non può venire dal Greco raptein, come pensò ilMonosini. Derivò il Menagio questa voce da toppa, significante un pezzo di panno, cucito nelle vesti consunte, con aggiugnere, dirsi da noi toppa in vece di stoppa: onde stoppare. – Ma falso è che toppa in Italia sia adoperato per stoppa. Soggiugne che «da rattoppare, (Italiano) vogliono alcuni sia formato il Franzese radouber.» – Tutto il contrario penso io che sia avvenuto. Cioè che il Franzese adouber, da noi fatto readuber, sia diventato radobare, e dipoi ratopare, pronunziato il D per T, e il B per P al solito dei Tedeschi. Hanno poscia i Fiorentini duplicato il T e il P.

RAVANELLO. Raphanus. Odi bella pretensione del Menagio: Ravus, rava, ravanus, ravanellus. – Il nostro ravanello è lo stessissimo raphanus degli antichi, di cui s’è formato il diminutivo. Ravus fu detto per obtusus.

REGALO. Donum. È di parere il Furetiere che tal vocabolo sia venuto dallo Spagnuolo regalo, o dal Latino regalis. L’usano gl’Italiani, Franzesi, Spagnuoli e Tedeschi. Da qual fonte, io nol so. Non trovandosene esempio presso gli antichi Scrittori Italiani, indizio è che tardi sia egli passato in Italia.

REMATICO. Cosa significhi tal voce, è spiegata dagli Academici Fiorentini con queste parole: «Rematico in vece di aromatico. L’usiamo, per fastidioso e fantastico.» – Ho paura che non abbiano colpito nel segno. Noi diciamo cose rematiche, affare rematico, azione rematica, per denotare cosa, negozio od azione che se fosse udita, cagionerebbe orrore, e degna sarebbe di grave gastigo. I Modenesi dicono roba romatica, che s’accorda con aromatico. Ma non è questa la vera origine di rematico, significando tal voce cosa o azione di cattivissimo odore, e il contrario d’aromatico. Dicono in fatti rematico i migliori, e non romatico. Il Davanzati dal Greco rheuma stimò proceduta questa voce, quasi le spiacevoli cose sveglino il catarro. Etimologia sì ricercata come questa niuno l’abbraccierà. Tengo io dunque nato rematico da remo; cioè che altro non voglia dire, se non cosa od azione la quale se si facesse, o fatta si scoprisse, sarebbe degna del remo. Recano i Fiorentini questo esempio di Ciriffo Galvaneo,

E portan bastonacci assai rematici.

RIBALDO. Vedi la Dissertazione XXVI.

RIBALTARE. Gli Autori del Vocabolario Toscano non so se abbiano ben espresso il significato di questo verbo con dire: Dar la volta, mandar sossopra. Il Menagio ne trasse l’origine da volta, voltare, rivoltare, riboltare, ribaltare. Poi soggiugne: «Ovvero da altum. Più m’aggrada la prima opinione.» – Ma l’ultima è l’unica vera. Cioè ribaltare fu formato da ab alto colla giunta in principio di re o ri. Come la lingua Latina da ex alto trasse exaltare, e noi da a basso abbiam formato abbassare; così ancor noi abbiamo inventato questo verbo per denotare una cosa che ab alto precipiti, come ribaltare un vaso d’acqua, una carrozza, ec. E ribalta prese tal nome, per essere una finestra di legno che discende da alto al basso.

RIBREZZO. Subitus horror corporis. Con assai parole nulla c’insegnò il Menagio, portando opinione che da reprimere sia nato repressum, repressicium, reprezzo, ribrezzo. Nulla ha che fare ribrezzo col Latino reprimo. Se volessi imitarlo, direi con fondamento maggiore che da reobrigere sia uscito reobrigecium, e da questo abbreviato ribrezzo, tale essendo veramente il significato di obrigere.

RIGATTIERE. Propola. RIVENDERUOLO. Il Ferrari da reaptare deriva questo vocabolo. Il Menagio dal Latino-barbaro regratarius. – Ma perché appellati regratarii i rivenderuoli? – «Perché (risponde esso Menagio) rigrattando le robe vecchie, le abbelliscono, e fanle parer nuove.» – Né di parer differente fu il Du-Cange, a cui parve che regratare lo stesso fosse che corradere. Ma altro ci vuol che grattare o radere per racconciare e rinnovare le vesti vecchie. Però o si dee abbracciar l’etimologia proposta dal Ferrari, o pure la mia. Cioè penso io che fossero chiamati regratarii, quod recrearent vestes, comperate da loro per rivenderle. Recreatarii furono detti alla prima, e poi regratarii. In Firenze rigattieri sono appellati coloro che comprano non solamente vesti, ma anche altre massarizie di casa. Anzi fu stesa tal voce compratori delle vettovaglie. In una carta di Lodovico VII re di Francia del 1178 si legge: Regratarii non emant victualia infra Banlivam. Il fu sig. Uberto Benvoglienti, erudito amico mio, pensò che la parola Rigattiere fosse discesa da raccato, cioè da vesti vecchie ricuperate per rifarle; ed essersi prima detto raccattiere, e poi rigattiere; e che i Sanesi, mutato R in L, dissero ligrittiere. Lodevole è tal conghiettura, da che anche in Milano tal sorta di persone porta il nome di reccatoni. Ma è da credere che i Milanesi prendessero questo vocabolo dagli Spagnuoli, i quali usano recaton e regaton nel significato medesimo. Sembra poi recaton formato da re accatare, in Franzese, re-acheter. Dice poi il Menagio che i Franzesi non han preso altronde il loro acheter, che vale emere, che da accatare, cioè da una parola Italiana. In Sicilia e regno di Napoli veramente accatare significa comperare; ma incerto è se i Napoletani da’ Franzesi, o i Franzesi da loro abbiano ricevuto questo verbo. Accattare in Toscana significa mendicare il pane.

RIMBECCARE. Repercutere. I Modenesi dicono rebeccare. Niun dubbio ho che questo verbo sia nato da becco, rostrum; e da beccare o percutere rostro, colla giunta di re et in.

RIMBROTTO. Exprobratio. RIMBROTTARE, Exprobrare. È parola de’ Fiorentini. Alcuni vi furono che dissero rimproccio e rimprocciare in vece di rimbrotto. Adunque si sente che tal voce dal Franzese reprocher passò in bottega di qualche Toscano, ma che non si propagò pel resto d’Italia.

RIMPROVERARE. Beneficia Exprobrare. Si conosce che venne da reimproperare. Ne fo menzione, perché si osservi il P mutato in V consonante: il che è avvenuto anche a separare, talvolta detto da’ Toscani sceverare; e a sapere, dicendo noi anche savere.

RINCRESCERE. Pigere. Toedere. Non da re et increscere dei Latini venne, come fu d’avviso il Menagio, perché non ne risulta senso simile al nostro verbo. Verisimile è bensì, e quasi certo, che nacque da ingravescere, come egli sospettò. Grave est mihi, cioè cosa molesta, è frase Latina. Cominciò il volgo a dire ingravescit mihi, che a poco a poco diventò incravescit, e per brevità increscit, incresce. Aggiunto re, si formò re-increscit, rincresce. Fredegario storico, il quale si crede che fiorisse nel secolo VII, al cap. 60 così scrive: Nomina concubinarum, eo quod plures fuissent, increvit huic Cronico inserere. Cioè m’increbbe, forse da ingravere.

RIOTTA. Rixa. Contentio. Parola usata dagli Scrittori Fiorentini. Eccone l’origine secondo il Menagio: Rixia, rixutum, rixuta, rixota, riotta. – Chi mai degli antichi si sognò di dire rixutum, rixuta, ec.? Facile è con quest’arte il trovar qualunque etimologia che si voglia. O viene dal Latino re-obstare; o pure si può dubitare che sia un’antica voce Gallica o Inglese, avendola usata gli antichi Scrittori di quelle nazioni. Non tutto abbiam ricevuto dai Latini. Durano tuttavia de’ vocaboli usati prima de’ Latini, e molti presi dalle lingue settentrionali.

RIPENTAGLIO e REPENTAGLIO. Periculum. Ben verisimile a me sembra l’opinione del Menagio, che da repente deduce tal voce. Ma non vo’ lasciar di dire che ben considerato repente, solo non basta a darci il significato di repentaglio. Sarebbe perciò da considerare se il verbo poenitere fosse mai venuto a formare questo vocabolo: giacché diciamo mettere la vita, la riputazione, la roba, ec., a ripentaglio, pare che significhi esporla al pericolo di pentirsene.

RISCUOTERE. Exigere, Recuperare pecuniam. Non possiamo accordarci col Menagio, il quale tira questa voce da scotto, significante un pranzo preso all’osteria, e il prezzo che a rata pagano i convitati. Se ne sarebbe formato scottare, non riscuotere, ed avrebbe più tosto indicato il pagare, che il contrario. In fatti gli antichi Inglesi diceano scottare per pagare il censo. Credo io di poter dare la sicura origine di tal verbo. Il Latino excutere e reexcutere a noi diede riscuotere; ed excussio, riscossione. Secondo gli antichi Giurisconsulti excutiebantur debitores, acciocché col loro danaro o sostanze venissero pagati i creditori. Però a poco a poco excutere, oggidì scuotere, colla giunta di ri divenne riscuotere o riscotere. Veggansi le Leggi Romane ed anche le Saliche, tit. X, leg. 7.

RISMA. Viginti quaterniones Chartarum. Odi il Menagio: – Da scapus, scapulus, scapulismus, scapulisma, lisma, risma. » – E si veggono stampate tali etimologie? Dal Greco rachane trasse tal voce il Ferrari. Se ne ride, e con ragione, il Menagio. Ora ecco la vera origine, cioè il Greco arithmos, cioè numero, che fu mutato in aritma, arisma, risma, significante un numero determinato di fogli di carta. Non ci lasciano prendere qui abbaglio i vecchi Toscani, i quali arismetica appellavano l’aritmetica. Dante nel Convito, il Passavanti ed altri si servirono di tal voce (Vedi il Vocabolario della Crusca). Siccome gli antichi Greci e Latini diedero il nome di Numeri alle schiere o coorti de’ soldati; così i nostri vecchi dissero risma di carta un fascio di cinquecento fogli. Da noi presero i Franzesi il loro rame, gravemente deformando risma. Verisimilmente anche i Tedeschi da noi trassero riem, e gli Spagnuoli rezma.

RISPARMIARE, SPARAGNARE. Parcus esse, Parcimoniae studere. Però il Ferrari trasse questo verbo da parcimonia, e il Menagio da parcus per varj incredibili salti. Il Salmasio, e dopo di lui esso Menagio tirano l’Italiano sparagnare e il Franzese espargner dal Latino exparcinare; il Ferrari da exparcimoniare. Son verisimili queste etimologie. Più verisimile nondimeno a me sembra l’origine de’ due suddetti verbi da una voce propria e primitiva della lingua Germanica, cioè da sparen, significante lo sparagnare e risparmiare Italiano. Da sparen venne sparanium (sparagno dicono tuttavia i Modenesi) e sparaniare, sparagnare, e colla giunta di e il Franzese espargner. Anche nell’Inghilterra i Sassoni introdussero to spare nel senso medesimo; e nelle Glosse antichissime di Rabano Mauro parsimonia è detta in Tedesco spari. Alcuni popoli d’Italia in vece di sparaniare dissero sparamiare e sparamio; ed anteposto un re o ri, i Toscani dissero risparmiare. Raterio vescovo di Verona, uomo celebre pel suo sapere non meno per l’incostanza della sua fortuna, circa l’anno 950 compose un libro di Gramatica, ch’egli intitolò Sparadorsum: cioè, per quanto io suppongo, risparmia la schiena dalle sferzate con istudiare.

ROCCA coll’O stretto pronunziata. Colus in Latino. Dallo stesso colus e dal Greco koros il Menagio la trasse; il Ferrari da colicula. M’incresce di dover tante volte abbandonare l’opinion dei dotti uomini. Tengo io adunque per fermo che tal voce sia a noi venuta dalla lingua Germanica, la quale ha il vocabolo suo primitivo rocke e rocken, significante il Latino colus. Se ne servono anche i Fiamminghi, Danesi ed Inglesi. Così nelle antiche Glosse pubblicate dall’Eccardo colus è detto roccho in Tedesco.

ROCCA coll’O aperto. Arx in Latino. Tanto contorse e martirizzò il Menagio la voce rupes, formandone rupis, rupia, ruchi, roccia, rocca; o pure rupes, rupicus, rupica, ruca, roca, che al dispetto delle Muse ne cavò fuori rocca. Il Monosini ed altri pensarono doversi prendere l’origine di tal parola dal Greco rhox; ma non significò mai rhox uno scoglio, una rupe, un gran sasso. Usano Italiani, Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi il nome di rocca. Verisimilmente esso è antichissimo d’una di queste nazioni, e comunicato poscia all’altre. Roccia tanto i vecchi Italiani che Franzesi chiamarono una rupe. Di là si può credere nato rocca, perché costume fu di fabbricar le fortezze ne’ luoghi alti e scoscesi. Roccas e speluncas troviamo nominate negli Annali de’ Franchi all’anno 767; il che ci fa intendere l’antichità del vocabolo. Mi sia lecito nondimeno di aggiugnere un mio sospetto, cioè che dalla stessa lingua Latina potesse discendere l’Italiana rocca. Abbiamo da Nonio Marcello che i Latini chiamarono Verrucam un luogo alto, dove costumarono di fabbricar fortezze. Cita egli Catone che scrisse: Quadringentos aliquos milites ad Verrucam illam ire jubeas, eamque uti occupent, imperes. Negli Stati del Serenissimo Duca di Modena sono tuttavia due picciole fortezze in ciglioni di montagne che ritengono il nome di Verrucole. Ve n’ha in Lunigiana, nel Pisano, Veronese, Urbinate, Monferrato, e in altri luoghi collo stesso nome. Potrebbesi dubitare che di verruca si fosse formato verroca, e poi lasciato il ver, ne fosse uscito roca e rocca.

RONCA. Arme in asta, adunca e tagliente: dicono gli Autori del Vocabolario Fiorentino. Uncus, unca, runca, ronca, aggiugne il Menagio. Ma dall’antico Lazio pure a noi venne questa voce. Eruncare è verbo noto de’ vecchi Latini, come anche runcare. Secondo Santo Agostino (lib. 1136 IV, cap. 8 de Civitate Dei) i Romani praefecerunt ergo quum runcantur, idest a terra auferuntur, Deam Runcinam. Di là runcones, quibus vepres secantur, a runcando dicti, scrive Isidoro, lib. XX, cap. 14. Di là anche il nostro ronca, ronchetta, roncone e runcina, voce usata ne’ tempi di Carlo Magno.

RONZINO. Mannulus. Cavallo di bassa statura, di cui si servivano i mulattieri per portar le bagaglie, e gli scudieri che servivano a’ cavalieri loro padroni. Dal Vossio è creduto cantherius, cioè cavallo castrato, in Tedesco e Fiammingo ruyn. Anche il Menagio tenne il medesimo parere. Runcinus presso i Barbaro-Latini scrittori si truova, significante qualsivoglia cavallo piccolo, ed altro non è che il diminutivo del Germanico ross, cioè cavallo. Sì fatti cavalli tuttavia in Francia portano il nome di roussin, e presso gli Spagnuoli di rocin e rozin. Noi vi abbiam frapposto un N, e detto ronzino.

ROSELLÍA E ROSOLÍA. Pusulae (se pur non è pustulae in Latino). Morbo che con rosse macchie a guisa de’ vaiuoli comparisce nella cute degli uomini. Prese il nome dallo stesso colore. I Franzesi lo chiamano rougeolle. Osservisi che i Modenesi e Reggiani lo chiamano ferse, i Parmigiani sferse. Di qua suffersato. Se ciò avesse saputo il Du-Cange, forse nel Glossario Latino non avrebbe scritto fersa, scabies. Nota il medesimo Du-Cange alla parola Sturolae che il Franzese Rougeolle è chiamato da Michele Scoto (cap. X de Physionom.) Sturolae o Scurolae. – Oportet (dice quello Strologo) de necessitate, quod quilibet homo natus, tempestive, aut tarde, habeat quatuor passiones inevitabiles, scilicet variolas, sturolas, fersas et scabiem humidam vel siccam. Non colpì il celebre Du-Cange. Michele Scoto col nome di ferse denotò la rosolía. D’uopo è dunque che sturolae significhi altro male. Le donne Modenesi, e probabilmente d’altri popoli di Lombardia, chiamano gazoli un altro simile morbo che viene a’ fanciulli. I Latini gli appellarono morbilli, i Fiorentini morviglioni da morbillones. Col vocabolo di sturolae disegnò, a mio credere, Michele Scoto essi gazoli o morviglioni. Aggiugni un proverbio Italiano: La madre non può dire che sia suo figliuolo, finché non ha avuto la fersa e lo storuolo. Due esempli porta il Du-Cange, che fan vedere la fersa chiamata anche farsa. Ma l’aver egli soggiunto che fersa in Italiano significa calorem immensum, con addurre un passo di Dante che dice, sotto la gran fersa de’ dì canicular, né pur questo regge. Fersa è ivi in luogo di ferza o sferza, metaforicamente adoperato per significare gli ardenti raggi del Sole che feriscono la terra e il ramarro.

ROSTA. Così chiamano i Fiorentini flabellum, chiamato da’ Lombardi ventaglio, ventaruola, ventalina. Da ramus contro tutte le leggi dell’etimologia lo volle dedurre il Menagio, perché si credette che rosta una volta significasse un ramuscello, fondato sulla pretesa autorità di Dante, il quale nel canto XIII dell’Inferno dice:

Et ecco due alla sinistra costa

Nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

Che della selva rompieno ogni rosta.

Recarono anche gli Accademici della Crusca questo passo di Dante, ed interpretarono rosta per ramuscello. Si fidarono essi del Landino e del Vellutello, che ciò scrissero ne’ lor Commenti a Dante. Ma amendue s’ingannarono, per non saper la forza della voce Lombarda rosta. Significa questo a noi un impedimento posto in fiume o canale per trattenere il corso, dell’acqua (chiusa ancor lo nominiamo), o pure in una via per trattenere la gente dal passare per di là, ricavato da obstare, reobstare; onde reobsta, e in fine rosta ne formarono i nostri vecchi. Da Rolandino nel lib. IX, cap. 9 della Storia è mentovata rosta de Longare, per cui tolta fu a’ Padovani l’acqua del fiume Bacchiglione. Così roste erano dette certe catene di ferro, colle quali si serravano le strade delle 1138 città, acciocché non vi potesse scorrere la cavalleria. Dicevano ancora arrostare, del qual verbo tuttavia si servono i rustici nostri, e si legge anche nel Vocabolario della Crusca. Vedi gli Annali Bolognesi di Matteo Griffone (tom. XVIII Rer. Ital.) per tacer altri autori. Nient’altro adunque volle dir Dante col rompere ogni rosta della selva, che fracassare ogni ostacolo della selva. L’antico Commentatore tuttavia MSto di Dante così spiega questo luogo: Cum tanto impetu et furore, quod frangat omne claustrum arborum. Benvenuto chiama claustrum quello che noi diciamo chiusa, ed è lo stesso che rosta dei Lombardi. Fra Jacopone da Todi, contemporaneo d’esso Dante (lib. V, cantic. 25) dice:

Le vizïa, che stanno a la nascosta,

Ciascheduno si sbriga d’aiutare;

Fanno d’accordo tutti insieme rosta

Di non voler l’albergo suo lassare.

Onde sia uscito rosta Fiorentino significante ventaglio, nol saprei indovinare. Rost chiamano i Tedeschi la craticola. Qualche somiglianza ha con essa la ventalina quadra. Sia detto per burla.

RUBIGLIA. Sorta di legume. Vedi la Dissert. XXIV.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011