Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXIII

Catalogo

Di molte voci Italiane, delle quali si cerca l’origine

Lettere A - B

A

ABBAGLIARE. In Latino Perstringere oculos. Intorno all’origine di questa voce molto discordi fra loro troviamo Ottavio Ferrari e il Menagio. Quegli la trae da adpalpebrare, verbo sognato; questi da baluca, o sia balux, significante un granello d’oro. Non perderò tempo a riprovar sì fatte strane opinioni, Sarebbe mai questa una voce Celtica, o Germanica antica? Gl’Inglesi hanno abhall, che significa difetto. Potrebbesi anche sospettare a noi venuta dalla lingua Arabica, che ha balagia, significante fulsit, splenduit. Più plausibile pare l’opinione del sig. Giuseppe Pecci, pubblico lettore di Siena, che la trasse da adpalliare Latino. Ma io sinceramente confesso di credere tuttavia ignota l’origine di questa voce; perché pare che il primitivo vocabolo sia non abbagliare, ma bensì abbarbagliare, di cui tanto si servono i Lombardi, che i Toscani: laddove abbagliare non si usa dai Lombardi, avendo la Toscana accorciato il suddetto abbarbagliare. Onde poi sia venuto questo verbo, chi sa dirmelo? Solamente osservo che alcune voci comincianti da bar denotano confusione, come barlume, barbottare, barbugliare, barbagio. Uno sfinimento dai Modenesi è chiamato barbaione. Gli antichi Toscani appellarono bagliore un improvviso splendore, e questo ha che fare con abbagliare.

ABBANDONARE. In Latino Deserere; alterius arbitrio aliquid dimittere. Non fo io menzione di questo verbo per isperanza di trovar meglio che il proposto da varj Eruditi, ma per eccitar altri a più accuratamente cercarne l’origine. Il Du-Cange da bandum o bannum trasse tal voce. Il Menagio così ne parla: «Viene da bando, che val pubblicazione con suono di tromba da ministro pubblico. Cosa abbandonata è cosa data al pubblico, e della quale non si prende cura.» – Ma questa nozione non esprime la forza del verbo abbandonare, o sia mettere o pur lasciare in abbandono. All’incontro il Ferrari stimò che abbandonare fosse a bando discedere, cioè dalla bandiera. Ma noi abbiamo formato sbandare, e non abbandonare, dal bando. Porta il Du-Cange antichi esempli di abandum, abandonum; né ivi comparisce relazione colla bandiera. Potrebbero esaminare gli Eruditi Tedeschi se mai dall’antichissimo loro abhandeln fosse uscito abandum et abandonum. Quel verbo riguarda varj contratti, ne’ quali ancora noi usiamo abbandonare, significante dimittere alicui aliquam rem.

ABBATACCHIARE, parola poco usata. In Latino Pertica poma dejicere. Hanno i Modenesi bacchio, in Latino baculus; e i Sanesi il batacchio della campana, che i Modenesi chiamano batocchio. Non può se non lodarsi il Menagio, che tira abbatacchiare dall’antico Latino batuere. Solamente aggiungo, avere la lingua Arabica bataka, che anche significa pertica ramos percussit, poma dejecit (Vedi il Gollio e il Giggeo). Usasi da noi altri Lombardi dar delle patacche, cioè delle busse e percosse. Hanno i Greci patasso; la lingua Tedesca patsch, suono delle sferzate; e patschen, dar delle sferzate.

ABBATTERE. Prosternere. Vedi la Dissert. XXVI.

ABBORRACCIARE. Pensano gli Autori del Vocabolario Fiorentino che sia lo stesso che acciabattare, cioè far qualche opera imperitamente. Con che esempli lo provino, nol veggo. Non altro è abborracciare, che ubbriacare, tratto da borraccia, vaso contenente il vino. Va sodamente nel fidarti, e non t’abborracciare: così ha una Cronica citata dai suddetti Autori; ma vuol dire: guárdati di non ti ubbriacare. In altro libro si legge: Abborracciarsi senza altro bicchiere. S’intende tosto. Dallo emborrachar degli Spagnuoli pare a noi venuto questo verbo; perch’essi chiamano borrachia un certo vaso, oggidì adoperato dai Cappuccini. Il Menagio, che da borra deduce questo nome, non avrà seguaci.

ABBOZZARE. Lineamenta prima cuipiam operi dare. Ne è scura l’origine, a scoprir la quale certamente non è giunto il Menagio, traendo tal parola da bozza significante tumore. Che ha che fare l’una coll’altra parola? Più ancora s’allontanò dallo scopo il Ferrari, con crederla derivata da bozze, significante presso non so quali popoli frutti putridi. Penso io che s’abbia ad esaminare se dal Franzese esbaucher sia uscito l’Italiano abbozzare. A buon conto noi Lombardi diciamo anche sbozzare, ch’è lo stesso colla parola Franzese. Questo verbo della lingua Gallica è formato dalla parola bosco, originaria dalla lingua Germanica, cioè da exboscare. La prima forma che si dà alle terre incolte e imboschite per ridurle a coltura, consiste in roncarle, cioè in isboscarle. Di là venne esbaucher, adoperato prima nell’agricoltura, e poscia propagato alla scultura e pittura, quando si formano i primi lineamenti di qualche opera. Finché altri adduca di meglio, sia lecito a me di proporre questa etimologia.

ABBRUSTOLARE. Suburere. Truovasi qui subito il Latino ustulare, significante lo stesso. Ma perché vi s’è intruso br s’ha da aggiugnere, altro non essere questo verbo, che adperustulare, o abreustulare. Né da brace o da brutius discende abbrustiare, come pensò il Menagio; ma o da ustulare, o pure da ustum, reustum, colla giunta dell’ab, si formò abreustum, abreustiare.

ABBRUZZO. Aprutium, provincia del Regno di Napoli. Il famoso Andrea Alciato stima posto a quel paese tal nome (certamente ignoto ai Romani) quia Urbicium Picenum tamquam Romae Suburbanum diceretur, et sub dispositione Vicarii urbis esset. Applaudì a sé stesso l’Alciato per questa scoperta. Io sono coll’Alciato, aggiugne il Menagio. Ma si troveranno affatto aerei i fondamenti di questa etimologia. I Romani conobbero Picenum Suburbicarium, ma non mai Picenum Urbicium. Né Urbicio si sarebbe cangiato in Abbruzzo. Se non è certo, almen sembra molto verisimile che dalla città appellata Aprutium, e nota ne’ secoli barbarici, perché capo di quel paese, ne venisse la denominazione a tutta quella provincia, come dalla città di Forum Julii la nobil provincia del Friuli prese il suo nome. Menzione si vede d’Aprutii, e del vescovo che quivi s’avea da ordinare, nell’epistola XII, lib. XII di San Gregorio M. papa, per tralasciare altre antiche memorie di quella distrutta città. Ora vien creduto che il luogo suo fosse, ove ora è la città di Teramo. Se con ragione, lascerò cercarlo a chi vuole.

ACCONTARSI. Nancisci, Congredi. Voce dismessa. Se ne servivano anche i Franzesi; ma è similmente svanita presso di loro. «Da conto, che vale intrinseco e confidente, che viene da cognitus, adcognitus, acconto, accontare »: sono parole del Menagio. Ma s’inganna, perché non passa analogia fra cognitus ed accontarsi. Sembra più tosto che si sia formato questo verbo da adcomitari. Ora diciamo accompagnarsi. Detratto l’I ne riuscì adcomtari, e finalmente accontare ed accontarsi. Aggiungo che nella nostra lingua conto addiettivo non significa intrinseco e confidente, ma sì bene noto e conosciuto. Se poi conto venga da cognitus, può dubitarsene.

ACCORGERSI. Vedi qui sotto SCORGERE.

ACCOZZARE, RACCOZZARE. Vedi qui sotto COCCIO

ACCUDIRE. Diligentem operam dare alicui rei. È verbo di origine Spagnuola. Onde l’abbiano preso gli Spagnuoli, a me è ignoto.

ACQUISTARE. Acquirere. Il Menagio lo trasse da adquaesitare. Potea più brevemente dire che fosse nato dal medesimo acquirere. Cioè da acquisitum, acquistum, acquisto, acquistare. Ci sono altre parole della lingua Italiana derivate dai participj o supini della Latina, come si vedrà andando innanzi. Da questo fonte gli stessi Latini, ricavavano i loro frequentativi.

ADESSO. Nunc. L’Eritreo e il Menagio pensano nato questo avverbio da ad et ipsum, sottintendendo tempus o momentum. È lodevole opinione. Contuttociò s’ha da riflettere che ad ipsum tempus o momentum non esprime punto il Latino nunc, adesso. E però sarebbe da vedere se mai la lingua Germanica potesse averci dato un tale avverbio, usando essa ietz, itz, itzo, significante nunc. Premesso l’ad, ne sarebbe uscito adesso, o adess, come molti Longobardi pronunziano.

ADIZZARE, ATTIZZARE, AIZZARE, IZZARE. Incitare canem ad mordendum. Pensa il Ferrari nato questo verbo dal suono della voce. Così credo ancor io, e non già, come il Menagio s’immaginò, tirandolo con gli argani da titio titionis, o pure da adirritare. I ragazzi in Modena per attizzare i cani, dicono uzz, uzz, ed uzzare il cane. In vece d’uzz i Fiorentini dissero izz, e di là venne aizzare, ec. Dicono essi ancora izza per significare ira o contesa. Osservisi che la lingua Tedesca ha hetzen significante aizzare, ed anhetzen, da cui formare si potè aezzare. Non sappiamo se noi da loro, o essi da noi abbiano ricevuto questo verbo: forse gli uni e gli altri dal suono della voce. Fu poi metaforicamente adoperato il verbo attizzare per irritare il fuoco. Non è inverisimile che da noi abbiano i Franzesi imparato il loro atiser, e gli Spagnuoli atizar.

ADDOBBARE. Vedi la Dissert. LIII.

AFFANNO. Angor, Anxietas animi. Da anhelare poco fondatamente lo trassero il Ferrari e il Du-Cange, essendo diverso il significato: il Monosini, da afa voce Ebraica, la quale solamente significa cuocere: il Menagio, da afa Italiano, ma conosciuto da pochi Italiani. Ora è da vedere se questo stesso afa ed affanno venissero dall’Arabico, il quale ha affa, significante taedebit, ed uffan interjezione di chi si lamenta. Gli Spagnuoli, che ritengono molte voci Arabiche, dicono afan, e secondo loro vuol significare fastidium e moerorem.

AFFARE. Negotium. Da adfacere, dice il Menagio. Lo credo io nato dallo stesso fare, dicendosi aver molto a fare. O pure è venuto dal Franzese affaire, che il Du-Cange deriva da affarium, antica voce; la quale perché significava le sostanze tutte delle persone, produsse il dirsi: un uomo di basso o di alto affare.

AFFATTO. Prorsus, Omnino. Sembra veramente formato dal Latino affatim; ma vi ripugna la penultima breve; e poi affatim significa abundanter, e non già prorsus. I Franzesi hanno tout à fait. Forse questa è origine più verisimile, se pur quelli non l’hanno preso da noi.

AFFRONTO. Injuria, Dedecus alicui inlatum. Usano anche i Franzesi ed Inglesi affront, e confessano passata in loro questa voce negli ultimi secoli. Ma né pur noi la troviamo usata da’ nostri vecchi. Hanno gli Spagnuoli afrenta, non so se da noi, o noi da essi. Il Covaruvia stimò nata tal voce dal rossore che ascende alla fronte di chi è offeso. A me sembra più verisimile dal riputare i nobili e maggiori un’ingiuria qualora un ignobile o inferiore voleva star loro a fronte, e del pari: onde affrontare. Così pure abbiamo venire in confronto.

A FUSONE. Abundanter. Parola scomunicata, venuta dall’antico Franzese à foison, che scappucciò una sola volta nella Storia di Giovanni Villani, il quale copiando le Gazzette dei Fiorentini, dimoranti allora in Francia, la lasciò scappare ne’ suoi libri. Il Menagio trasse foison da fusio fusionis. Meglio il Tassoni, che nelle Note MSte al Vocabolario della Crusca scrisse, a fusone essere parola corrotta in vece di ad effusionem.

AGGAVIGNARE. Manu comprehendere, Manu constringere. Voce Fiorentina, probabilmente non conosciuta in alcun altro paese d’Italia. Dalla parte del collo, ch’essi Fiorentini chiamano gavigna, sospettarono gli Autori del Vocabolario Fiorentino uscita questa voce, forse perché costume è di prendere pel collo l’avversario. Fuor di ogni regola il Menagio vuol trarre questo verbo colle solite sue fantastiche scale da capus, capulus, significante il manico. Nulla qui di tollerabile a me si presenta. Veggo solamente che i Tedeschi, hanno gefangen, che vuol dire pigliare, prendere. Chi vi avesse aggiunto l’ad, ne avrebbe formato aggafingare, aggafignare, aggavignare. Sarà forse un sogno.

AGGIUSTARE. Ad justam mensuram, ad justum ordinem aliquid redigere. Ognun vede che dal Latino-barbaro discende. Ma non son da lodare gli Autori del Vocabolario Toscano per avere riferito fra le Italiane frasi aggiustar fede per dar fede, credere. È un mero Francesismo, che nulla ha che fare colla nostra lingua; ne doveano almeno avvertire i Lettori. Adjouster foy dicono i Franzesi: ma quella voce viene dal barbaro adjuxtare composta da ad e juxta. Sarebbe un ircocervo fra gl’Italiani quell’aggiustar fede, perché aggiustare nella nostra lingua non vuol dire addere.

AGGRADIRE. Probare, Placere. Da gratus è venulo avere a grado, gradire, aggradire, siccome ancora il gré ed agréer de’ Francesi.

AGGRAPPARSI. Adrepere. Vedi la Dissert. XXVI.

AGIO. Commodum. Dal Latino otium lo trasse il Menagio; da adaptare il Ferrari dedusse il nostro adagiare. Né l’uno né l’altro può stare. Per me è ignota questa origine. Solamente ricorderò, avere i Franzesi aise nel medesimo significato: o noi da essi, o essi da noi han presa tal voce. Dalla Francia probabilmente trassero gl’inglesi il loro ease. Credette lo Schiltero ase significante facile, antico vocabolo Celtico, tuttavia usato in Alsazia. Ma sarà passato colà dalla Francia. Il Corbinelli, scrittore Italiano, pensò che in vece di Asiatico si dicesse Agiato. Veramente agiato significa persona ben provveduta di comodi e delizie; e del lusso ed opulenza dell’Asia parlano Cicerone, Livio, Plinio, Santo Agostino, ec. I Modenesi dicono adasi per adagio; asiato per agiato, facile.

AGONÍA. Anxietas. Viene dal Greco agon, che vuol dire certamen, periculum, molestia. Di là agonía di morte. I Sanesi, i Modenesi ed altri popoli dicono angonía, quasi dal Greco anchone, o pure dal Latino ango. Frate Jacopone da Todi, antico poeta Italiano, usa anch’egli angonía.

AGUATO. Insidiae. Così è spiegata tal voce nel Vocabolario Toscano. Doveasi anche aggiugnere occulta speculatio. Vedi l’origine sua Tedesca nella Dissertazione XIX.

ALLAGARE. Inundare. Formarono i nostri maggiori questo verbo da lago, perché i fiumi sboccando dagli argini, o le pioggie soverchie inondando i campi, vi formano in certa maniera un lago.

ALLETTARE. Allicere, Leniter invitare. Non dovea il Menagio notar questo verbo, perché pretto Latino. Gli esempj di allectare si truovano presso Cicerone, Columella ed altri. Ma dice esso Menagio: Allettare viene da lacio, laxi. Dovea più speditamente dire: Allectare è un verbo frequentativo formato da allicio, allectum, allectare, allettare.

ALLODIALI. Bona propria. Vedi la Dissert. XI.

AMMACCARE, MACCARE. Contundere, Confringere; o più tosto aliquid durum, sed flexibile, comprimere ita, ut cedat. Il Menagio non ne parla. Infelicemente il Ferrari lo tirò da macchina. Sarebbe da vedere, se fosse di origine Arabica, avendo quella lingua al-makko, profligatio, abolitio, imminutio, dal verbo makka, significante diminuire, perdere, mancum reddere, per attestato del Giggeo e del Gollio. Anche la lingua Ebraica ha machà e machatà, significante deletio, plaga, ictus, percussio.

AMMAINARE. Contrahere, Demittere vela. Si può credere venuta dalla lingua Franzese, che ha amener les voiles. Forse una volta i Provenzali scrivevano e pronunciavano amainer. Il Furetiere dalla Celtica voce amena crede derivato amener. E perché non da a e mener? Minare presso l’antico volgo Latino significò menar via.

AMMANARE. Praeparare. Odi il Menagio: Da manna: etimologia inettissima. Ovvero da mano. Questa è la vera ed unica origine. Ad essa maggiormente ancora si accosta il dialetto Modenese, che ha ammanuare, ad manum, promtum et paratum aliquid habere. I Parmegiani ed altri dicono ammanire.

AMMUTINARSI. Seditionem contra dominum conflare. Tralasciarono i Fiorentini questa voce nel Vocabolario. Dal Franzese mutin e mutiner è a noi venuta. Pensa il Menagio che da moveo si formasse motinus, e poi mutin. Ma è troppo larga la significazione di moveo per esprimere una sedizione. Più probabilmente fu preso il vocabolo dal Tedesco meuten, lo stesso che ammutinarsi: forse da muth, che significa cuore, ardire. O dalle lingue settentrionali, che hanno mot e gemot, che significa concorso, come scrisse l’Hichesio. L’antico Gotico usò moti per dire contro.

ANCA. Vedi FIANCO qui sotto.

ANCHE, ANCORA, ANCO. Etiam. Da anche ora si formò ancora. Ma onde anche? Al Menagio scappò questa voce, solamente dicendo che il Ferrari immaginò nato anche, anco, ancora, da hoc quoque, hocque; e che questa è derivazione inverisimile assai. Stimò il nostro Castelvetro nelle Giunte al Bembo dell’ultima edizione formato anche dalle particelle Greche an e ki significanti unione e raddoppiamento. Ma dove mai unirono i Greci quelle due particelle? Oltre di che quel ki fu in uso de’ poeti e non del popolo. Sarebbe a proposito per questa etimologia l’auch Tedesco, significante anche, se avessimo esempli dell’U mutato in N. Sicché abbiam pescato e côlto nulla.

ANDARE, IRE. Ambulare, S’incontrano qui gravi battaglie fra gli Etimologisti per iscoprir l’origine di questo verbo. Dal Greco antao, occurro, il Castelvetro; da ante eo il Berteto; da antruare il Guietto; da un immaginato Greco verbo ao il Menagio trassero andare. Niuna di queste etimologie può soddisfare. Sia lecito anche a me di produrre le mie conietture, finché alcuno truovi di più certo. La lingua Arabica ha un verbo poco differente, cioè anada, significante recessit, declinavit, discessit. Trasportata in Italiano tal voce, ne potè venire anadare, e poi andare, cioè andarsene via. Sì gran commerzio ebbero una volta gl’Italiani con gli Arabi, che non è inverisimile il passaggio suddetto. Nel che influisce anche la lingua Spagnuola, ereditaria di tante parole Arabiche, perché usa andar nel senso stesso degl’Italiani. In oltre potè il nostro andare formarsi dal Latino adnare, cioè nuotando andare a qualche luogo. Non te ne maravigliare. Dai naviganti abbiam preso arrivare e approdare; e i Franzesi aborder. Poterono dunque i Siciliani dire in vece di adnare, annare, e gli altri Italiani andare. Scrisse il Castelvetro che gli antichi Italiani dicevano anante e anare in vece di andante e andare. Né pur questo ti aggrada? Va alla lingua Germanica, la quale ha wanderen significante camminare, viaggiare, passeggiare. Tolto l’W ne risulta il puro Italico andare. Convieni anche osservare l’antichità di questa voce. Cum viis et aquis et anditis suis, si legge in una carta della Cronica del Volturno dell’anno 800. Il Latino aditus pare mutato in anditus significante sentiero; e forse da anditus si formò andare. In due altre carte di essa Cronica dell’anno 972 e 985 è scritto: Et liceat porcos et peculia, eorum andare et pascere infra jam dictos fines. In un’altra carta in vece di andare si legge ambulare. Se alcuna di queste conietture tocchi lo scopo, ne giudicheran gli Eruditi.

A POSTA. Dedita opera. Consulto. Viene dal Latino apposite. Diciamo Una cosa fatta a posta per quel fine. I Latini avrebbono detto Apposite ad eum fine. Si propagò poi tal voce ad altri usi per analogia.

APPARARE. Vedi qui sotto IMPARARE.

APPIATTARSI. Abscondere se, Celare se. Il Castelvetro da platea, il Ferrari da adplacitare tirano questo verbo; ma indarno. Gli Autori del Vocabolario della Crusca propongono, dubitando, se possa essere venuto da piatto, significante piano; perche chi si nasconde, chinandosi si appiana il più che si può. È ingegnosa la coniettura, ma non soddisfà abbastanza. Si può nascondere, e star tuttavia ritto o sedere; e chi si abbassa, dee dirsi rannicchiato, non appianato. Non so io che mi dire, se non che truovo l’avverbio di soppiatto, significante nascostamente, che mi par preso da sotto piatto, o sia sub patina. Co’ piatti si coprivano le vivande, e si facevano anche delle burle.

APPICCARE. Suspendere, Jungere simul. Stimò il Ferrari nato questo verbo da affigitare. Lo ripruova, e meritamente, il Menagio, il quale poi lo tira da appingere, appictus, appictare, appiccare. Manca ancor qui l’uniformità del significato; né appictare fu mai conosciuto da alcuno; e ne sarebbe uscito appittare, e non già appiccare. Tre conietture posso io presentare ai Lettori: l’applicare de’ Latini forse fu mutato ne’ secoli barbari in appiccare di pari significato. Secondariamente da pece potè venir questo verbo, usato prima per significare l’unir insieme qualche cosa la pece: nel qual senso ancora i vecchi dissero picare. Né dee far difficultà il doppio C, perché i Fiorentini non di rado raddoppiano lettere dove una sola ne ha il Latino.

Poi s’appiccâr, come di calda cera

Fossero stati.

Così Dante nel canto XXV dell’Inferno. Così tenacemente si congiunsero insieme, l’uno all’altro si attaccò. Anche gli Spagnuoli da pece formarono pegar, significante anch’esso attaccare, appiccare. Fra Giacopone, coetaneo di Dante, usò appicciare in vece di attaccare, ed anche i Modenesi dicono appizzar il fuoco. Potè poi questo verbo essere riferito ad altri significati, come è impiccare, appiccare, sottointendendo per la gola, pe’ piedi, alla forca. In oltre hanno i Tedeschi anpichen, verbo significante attaccare, impegolare, da pech, cioè pece. E di là forse è nato l’Italiano impiccio ed impaccio, e il Franzese empêcher; e non già da impedire, come si figurò lo Spelmanno. Falla certo il Menagio, allorché tira impiccare da pila, pilus, ec., quasi che fosse palo affigere. Hanno parimente gl’Inglesi peg, attaccare con chiodi; e gli Anglo-Sassoni dissero piich. E la lingua Arabica abiqua per adhaesit, affixus fuit. Essendo varj i significati di questo verbo, potè anche essere più d’una l’origine sua.

APPRESSO, PRESSO. Apud. Se crediamo al Ferrari e al Menagio, venne da proxime, proxe, presse, presso. A me pare incredibile questa metamorfosi. Forse dal Franzese auprès è preso il nostro appresso; anzi abbiamo anche convertito in appresso il loro après significante dopo. Si potrebbe riflettere se mai da premo e pressum si fosse formato presso, appresso, significando quel verbo incalzare, avvicinarsi. Da pressum è venuto pressare, prope urgere.

APPROCCIARE. Appropinquare. Trasse il Castelvetro questa voce da approximare. S’inganna, dice il Menagio; e la fa discendere da appropriare. Ma evidente cosa è che il Menagio s’inganna, e che sussiste l’etimologia del primo. Imperocché è fuor di dubbio che Dante e alcuni pochi vecchi, i quali si servirono di approcciare, verbo oggidì sbandito dall’Italia, altro non fecero che introdurre nel nostro linguaggio l’approcher de’ Franzesi. Ma questo è preso da approximare, e non da appropriare, togliendo ogni dubbio la lor lingua, che convertì proximum in proche e prochain.

ARCIGNO. Fare il viso arcigno. – Torvo vultu aspicere. L’usano solamente i Toscani. Opinione è degli Autori del Vocabolario Fiorentino, che sia detto quasi arricigno da arricciare. A me sembra che non abbiano colpito. Il Ferrari lo trasse da arco: quod vultus veluti in arcum contrahatur. Come si possa torcere il volto in arco, nol so comprendere. In parola tanto astrusa sia anche a me permesso di dire che i Modenesi dicono arghignarsi, lo stesso che il Franzese rechigner. L’uno e l’altro significano fare il viso arcigno. O i Lombardi mutarono la parola Franzese in arghignarsi, o quelli cambiarono la nostra. Ma onde rechigner? Il Menagio vuol che venga da rixa, rixare, rixinare. Poscia da adrixinus, arxinus trasse arcigno. Sogni son tutti questi. A me più tosto pare che il Latino ringere abbia prodotto rechigner, raghignarsi, arghignarsi. Come ognun sa, ringere significa os torquere, e di là rictus, minax habitus oris. Da ringere nacque ringinare, siccome gli antichi da natare formarono natinare; da farcire farcinare; da lurcari lucinari.

ARDIRE. Audacia. O il Latino audere, o il Sassonico hard, significante cuore, coraggio, diede i natali a questo nome. Così il Menagio. Quanto all’audere ripugnano le leggi dell’Etimologia. Più tosto da hard si può credere originata questa voce. Solamente è qui da osservare che non hard, ma heort gli antichi Sassoni chiamarono il cuore. – Hertz ha la lingua Germanica; gl’Inglesi, figli degli Anglo Sassoni, heart. Nell’antica legge de’ Frisoni (tit. 22, § 28) leggiamo: Si praecordia, idest hertamon, gladio tetigerit. Però non facilmente si può da tal voce dedurre ardire; et è da vedere se più acconciamente discendesse dal Germanico hart, che significa cosa dura, o difficile a farsi (Vedi lo Schiltero a questa voce). Facile fu il formarne hartire, da noi più dolcemente proferito ardire, per ispiegare il fare un’ardua impresa. Nelle antiche Formole alle Leggi Longobardiche di Ottone II Augusto (da me pubblicate nella par. II del tomo I Rer. Ital.) si truova la voce ardire, allorché si esibisce il duello. Vis ei ardire? Volo. – Vadiate pugnam. Più sotto: Vis ardire? Volo. – Et tu vis te defendere? Volo. – Vadiate pugnam. Poscia si legge: Si adversarius responderit per pugnam, interrogetur: Vis ei adardire, ut illa charta sit falsa? Volo. – Et tu vis eam defendere? Volo. – Vadiate pugnam. Ritruovasi anche presso Leone Ostiense nel secolo XI Guglielmo, cui Test-ardita fuit cognomen: dal che apparisce l’antichità della voce. L’Hychesio pensa che hard, parola Cimbrica e Gotica, significante duro, metaforicamente fosse trasferita a denotare un uomo forte ed audace, e nato di là l’hardì Franzese.

ARGANO. Macchina usata per sollevar pesi. Da arco il Covaruvia; da ergatum, parola Vitruviana, il Ferrari; da organum il Menagio, si sforzarono di derivar questo vocabolo. Porto io opinione che più tosto l’abbiamo ricevuta dalla lingua Arabica, la quale, per attestato del Giggeo, ha al-argano, significante il conato, lo sforzo. È da credere trasportato questo nome alla macchina con cui si fa lo sforzo, e tanto più perché la lingua Spagnuola, ricca di voci Arabiche, usa anch’essa la voce argano.

ARINGA. Pesce che alcuni pretendono chiamata dai Latini halec o halex. Da questa voce colle sue sognate scale il Menagio tirò il nostro aringa. Chi mai lo crederà? Né pur sappiamo che l’halece fosse l’aringa, come si può vedere presso l’Aldrovandi, Jonston ed altri; e noi troviamo le alici un pesce ben diverso. Però maggiormente vedi a che aerei fondamenti si appoggi il Menagio. Adunque non fallerà chi creda passato in Italia il nome di aringa dai popoli settentrionali, presso i quali nascono e si prendono que’ pesci. Lo chiamano i Tedeschi hering; erring gl’Inglesi; hareng i Franzesi. Ci può far ridere il Belloni presso il Furetiere con dire imposto a que’ pesci un tal nome, à cause qu’on les arrange dans des tonnes. Costui alloggiò alla prima osteria.

ARREDO. Supellex. Qui il Menagio: «Arroy dicono i Franzesi nell’istesso sentimento, ed arreo gli Spagnuoli. Credo che sia voce Tedesca, come quella d’arnese.» – Ma due diversi nomi sono arredo et arnese. Non v’ha dubbio che dal Teutonico harnisch noi abbiamo preso arnese, come anche gl’Inglesi il loro harness, e i Franzesi harnois. Ma onde viene arredo? Veramente arrajatus ed arrayamentum per significare ornato ed ornamento si truova presso gli antichi scrittori Inglesi; ma non si sa se arroy e l’Italiano arredo sieno la stessa cosa, ed abbiano la medesima origine. La lingua Arabica ha aardon ed aardo, che significano suppellettile, per testimonianza del Gollio e del Giggeo; e di là vien certamente la voce Franzese hardes; se anche il nostro arredo, nol saprei dire.

ARRESTARE. Fermare un che corre o cammina.

ARRESTARSI. FERMARSI. Dal Franzese arrester. Lascerò determinare ad altri, se tal verbo venga dal Latino restare colla giunta di ad, o pure dall’antico Sassonico restan, che, per attestato dell’Hichesio, significava quiescere.

ARROSTO. Assum. ARROSTIRE. Torrere ad ignem. Non so approvare il Menagio che deduce arrostire dal Latino torrere con una metamorfosi tollerabile nel solo Ovidio. Tostum (dic’egli), tosti, tostire, rostire, adrostire, arrostire. Ovvero da ustum, osto, rosto, rostire, arrostire. – Più tollerabile è il dire egli altrove, che rosto fu chiamato quasi reustum. Tuttavia son io di parere che dal Settentrione sia a noi venuta questa voce. Presso alcuni Tedeschi rosten è lo stesso che il nostro arrostire. Gl’Inglesi nel significato medesimo usano to rost; e rostmeat l’arrosto; siccome ancora i Franzesi rostir, rost, rosti. La voce primitiva è della lingua Germanica, che chiama rost la gradella; e di là cuocere la carne ad rost; carne cotta ad rost; e di là l’italiano carne cotta arrosto, ed arrostire.

ARRUFFARE. Barbam, aut capillos, aut vultum perturbare. Tirò il Menagio questa voce dal Latino rufare citando Plinio, che scrive: cortice eorum rufatur capillus. Ma rufatur vuol dire si tinge di colore rossiccio. – Lionato o Biondo noi appelliamo il rufum o rufatum dei Latini. Soggiugne il Menagio: Ora chi bagna i capelli per farli biondi, li disordina. Non ha bisogno il Lettore che io l’avvisi esser questa un’inezia. Può essere che anche tal verbo tiri l’origine sua dal Germanico raufen, di pari significato. Così dall’antico tauffen, che significava immergere, battezzare, nacque l’Italiano tuffare, come anche il Menagio riconobbe.

ARSENALE. Navale. Vedi la Dissertazione XXVI.

ARTIGLIO. Unguis rapacium animalium. – Articulus, come osservò il Menagio, senza dubbio è stato mutato in artiglio. Ne fo solamente menzione perché si esamini se articulus sia così detto, perché è artus o membrum parvum. Trattandosi di fiere, pare più tosto che dal verbo artare, strignere, sia tratto artiglio, quasi sia artile, perché se ne servono essi animali per aggraffare la preda. I Franzesi per la stessa ragione dicono les serres d’un faucon, d’un aigle. Gli Spagnuoli dicono las presas.

ASCAREZZA, ASCARO, vocabolo de’ Modenesi, Bolognesi, Sanesi ed altri popoli, significante un desiderio pungente di qualche persona che s’è partita da noi, o da cui noi ci siamo partiti. Di qui inascarito, inascarirsi, aver ascaro. In Ferrara scarone dicono per ascaro, ascarore, cioè prurito. Nell’anno 1579 un Medico Ferrarese scriveva: Avendo questa notte Sua Altezza scritto un pezzo nel letto, stando scoperto il braccio sempre, gli venne un gran scarore al detto braccio. Credo che venga ascaro dal Greco ascaris, significante vermicelli quasi invisibili che cagionano gran prurito, massimamente ne’ fanciulli. S’è poi per metafora trasferito questo vocabolo all’inquietudine che dà il desiderio. I Lucchesi dicono ascara. Forse i Fiorentini non l’usano.

ASCIUGARE. Siccare. Humorem detrahere. Il Ferrari lo dedusse da exsiccare. Ma come entrò l’U in asciugare? Però il Menagio lo trasse da ad et exsugo, benché poi altrove dica che sciugare viene da exsudicare. Ora è da avvertire, avere la lingua Italiana due diversi verbi significanti due diverse azioni, cioè succiare e sciugare. Questo viene da exsuccare, formato da exsuccus de’ Latini; il primo, cioè succiare, nasce da exsugere, mutato in exsugiare. Non bisogna confondere questi due verbi.

ASSAGGIARE. Delibare, Degustare, Experimentum capere. Di qui ancora si può imparare, quanto poco non rade volte s’abbia a fidare delle scale adoperate dal Menagio nel ricercar le origini delle voci. Uditelo: Assaggiare vien dalla particella ad e dal nome sapor. In che guisa? Sapor, sapos, sapus, sapa, sapagium, sapagiare, sapgiare, sagiare, adsagiare. – Questi sono eccessi di una sbrigliata fantasia. Ed è strano che aggiunga aver noi il verbo assaporare: il che stabilisce affatto la nostra derivazione. Anzi avendo gl’Italiani tratto da sapor assaporare, dovea più tosto raccogliere da ciò, che non aveano ricavato un altro verbo affatto diverso dal nome stesso. Come ho mostrato nella Dissertazione XXVII, dall’exigere de’ Latini si formò exagium, e di là uscì il nostro saggio, significante specimem, experimentum. Aggiunto ad, se ne formò assaggiare, cioè fare il saggio: il che spezialmente fu detto e praticato alle mense de’ principi per timore di veleno. Da exsagium anche i Franzesi trassero il loro essay ed essayer, e non già da examinare, come pensò il Furetiere.

ASSEMBRARE. Colligere, Congregare. Vedi qui sotto INSIEME.

ASSETTARE. Aptare, Accommodare. Non altronde che da sesta, cioè dal compasso, venne assestare. Questo poi sembra mutato in assettare. In una carta del 1111 si truova Bulgarellus male assetatus.

ASSO. Unum, ne’ giuochi di carte e dadi. Carlo Dati, erudito Fiorentino, dedusse questa voce dall’asse de’ Latini, che il Salmasio, il Gronovio ed altri presero per uno. Per me ne dubito. Dicono gl’Italiani lasciare in asso, restare in asso, cioè abbandonato e solo. Il Tassoni nelle Note alle Rime del Petrarca immaginò che lasciare in asso volesse dire lasciare in Nasso, alludendo ad Arianna lasciata da Teseo sola nell’isola di Nasso. Ingegnosa, ma non vera è questa interpretazione. Tanto di erudizione non ebbero i nostri vecchi. Più innanzi va il Menagio con dire: «Credo assolutamente che sia detto dal Latino nassum in cambio di nassa». Può egli credere ciò che vuole; ma non saran già del suo parere altri, a’ quali parrà sognato il nassum Latino, e che sanno essere diverso il significato delle suddette voci. Restar in asso vuol dire restar in luogo deserto e abbandonato da tutti; l’altro, cioè restar nella nassa, entrar nella nassa significa essere ingannato, preso, privato della libertà. Perciò s’ha da tornare alle due prime interpretazioni, alle quali ne voglio io aggiugnere un’altra, qualunque sia. Absus ne’ secoli barbarici si chiamava un campo deserto ed incolto. Molti esempli se ne truovano presso il Du-Cange nel Glossario, ed anche in quest’Opera. Sarebbe dunque da vedere se i nostri maggiori dicessero relinquere in abso, in asso, per lasciare in abbandono. Elegga il Lettore ciò che gli parrà meno inverisimile.

ASTIO. Invidia, Odium, Malevolenza. Molte parole spende il Menagio in ricercar l’origine di questa voce. E pensa che aschio, non astio, si dicesse una volta. Poi deriva aschio da fastidium. Tutte inezie. Bada tu a Plauto che nel Poenulo (Act. V, sc. 4, v. 80) dice sine asto animo. Disse anche in Truculent. Astis fallaciis, adoperando un adiettivo, non già nuovo, come pensò Roberto Stefano, ma usato dalla lingua Latina. Il legista Calvino scrisse nel suo Lexic. Jur. che gli antichi Giurisconsulti Romani si servirono di questa frase, e citò alcuni passi, come presi dai Digesti; e il Du-Cange copiò qui il Calvino. Quei passi non sono delle Leggi Romane, ma bensì delle Longobardiche; ed è certo che in queste s’incontra più volte asto animo, significante per mal animo, per odio, per malevolenza. Quindi si può credere nata la parola astio. In oltre gl’Inglesi hanno hate, che vuol dire odiare, forse nato dal Sassonico hatiam. – Atya si chiama anche da essi il mal animo verso di alcuno. Nella lingua Spagnuola hastio significa avversione al cibo. Può ancor questa essere l’origine del nostro astio, trasportato poi a significare anche l’avversione d’animo.

ATTACCARE. Affigere, Suspendere, Conjungere. Il Ferrari da affigitare, contro tutte le leggi dell’etimologia, lo dedusse. Né più di lui seppe il Menagio, tirandolo da adaptare con questo galante salto: Adaptare, adattare, attaccare. – Ci vuole far ridere: tanto è sproporzionata la fabbrica. Anche i Franzesi usano attacher. Pare che dalle lingue settentrionali sia venuto questo verbo. Da tack, significante piccioli chiodi, gl’Inglesi formarono to tack, cioè attaccare; e tacked, cioè attaccato. Aggiungo, trovarsi nella lingua Arabica attaka, che vuol dire adhaerere, per testimonianza del Gollio. E gli Arabi si servono della medesima parola per dire, come gl’Italiani, attaccar battaglia. L’Hichesio da ad e tacan, voce settentrionale che significa capere, tollere, auferre, pensò derivato attaccare. Ma non può stare, per la diversità del significato.

ATTIZZARE. Vedi ADDIZZARE di sopra.

AVELLO. Luogo dove si sepelliscono i morti, Sepoltura: così spiegano questa voce gli Autori del Vocabolario Toscano. Meglio avrebbero fatto dicendo arca o cassa sepolcrale. Secondo il Menagio l’origine è questa: Alvus, alveolus, avellus, avello. Non è inverisimile. Ovvero (dic’egli) da cavum, cavellum, chavellum, havellum, avello. Non ha garbo veruno quest’altra. I Modenesi dicono albio de’ porci quella conca di legno o di marmo, dove quegli animali beono l’acqua colla crusca: dal Latino alveus, come pare credibile. Contuttociò non altronde penso io venuto avello, che dal Latino labrum, il cui diminutivo è labellum, nome significante vasi di pietra, contenenti acqua, olio ed altri liquori. Lavellum dissero i secoli posteriori per l’uso di mutare il B in V consonante. Labellum in una carta del Puricelli si vede chiamato il vaso dove ne’ templi si conserva l’acqua benedetta. E i Modenesi appellano lavello il vaso di marmo in cui si lavano i vasi della cucina. Fu trasferito questo nome alle arche sepolcrali. Io non so mai come in Toscana si lasciasse cadere L, e in vece di lavello si dicesse avello. Nella Vita di Santo Anselmo Abbate Nonantolano, scritta, per quanto pare, nel secolo IX (par. II del tomo I Rer. Ital.), si legge ch’egli fu seppellito in marmoreo lavello. Abbiamo presso i Bollandisti al dì 2 di aprile i Miracoli di Santa Zita Lucchese, defunta nel 1272. Quivi si legge che fu risanata Chesina fanciulla ante corpus et lavellum Sanctae Virginis. Ma Galvano Fiamma, scrittor Milanese che fioriva nel 1330, differentemente esprime questa voce nella Cronica maggiore MSta, scrivendo al cap. 286: Cujus corpus jussit Imperator sepeliri in ecclesia Sancti Ambrosii in loco, ec. Et in illo navello fecit sculpi imaginem istius Comitis. Anche l’Autore della Cronica MSta intitolata Flos Florum scrive: Et fuit sepultus in navello Comitum Angleriae. Qui vedi navellum significar lo stesso che labellum, quasiché quell’arche fossero a guisa di navi. Ma il vero primitivo nome vien da me creduto labellum. Così nella Cronica di Bergamo (tomo XVI Rer. Ital. alla pag. 925) troviamo, apertum fuisse unum lavellum existens in ecclesia, ec., in quo lavellum reperta fuerunt tria corpora Martyrum. Nel Glossario del Du-Cange si legge un solo esempio di albellum. Anche ivi pare posto in vece di labellum.

AVANTAGGIO, VANTAGGIO. Melior conditio. Dal Franzese avantage credo essere a noi venuta questa parola. Anche gli Spagnuoli hanno ventaja. Potrebbe parere derivato avantage da avant ed age, per disegnar la prerogativa de’ primogeniti. Ma più verisimilmente dal solo avant si formò. Così oltraggio discese da ultra, dicendosi così quello ch’eccede oltra i limiti dell’onesto.

AVVEZZARE. Vedi qui sotto SVEZZARE.

AVVISARE. Admonere, Significare, Certiorem facere, ec. Il Menagio lo riputò disceso dal Latino advisare, verbo non conosciuto da alcun de’ Latini. S’ha da cercare l’origine di questo vocabolo, non già nel Lazio, ma bensì nella Germania. Quivi si dice wissen o wisen, et aus weisen, che significa mostrare e docere. Presso ad altri Tedeschi vuol dire sapere, avere notizia. Secondo l’uso della nostra lingua, mutata quella voce in wissare, e aggiunto ad o a, si formò avvissare, avvisare. E siccome i Tedeschi colla giunta di zu, preposizione eguale al nostro a, formarono zuwissen per far sapere ad alcuno; così anche il nostro avvisare ritiene questo significato. In oltre l’Hichesio nella Gramatica Franco-Tedesca insegnò che gli antichi Settentrionali usarono wisan per monstrare, instruere, monere quemquam ut advertat. Dal medesimo fonte scaturirono il Franzese advis et adviser; e lo Spagnuolo avisar; le quali voci tanto presso di loro, che degl’Italiani, si usano con diverse significazioni. Di là ancora venne divisare, essere d’avviso, dicendo i Franzesi estre d’avis; e i Modenesi: mi è d’avviso, cioè mi pare.

B

BABBIONE. Stolidus, Bardus. Voce anche Familiare nel linguaggio Modenese. Non sarà inutile l’osservare che i Latini ebbero un nome poco differente. Odasi Cicerone nella Filipp. III: Tuae conjugis Bambalio quidam pater, homo nullo numero: nihil in illo contemtius, qui propter haesitantiam linguae, stuporemque cordis, cognomen ex contumelia traxit. Se crediamo al Boxhornio, un’antica voce Celtica fu baban, significante pupum, puellulum. Di questa voce tuttavia si servono i Modenesi per denotare una persona inetta che al pari de’ fanciulli si lascia vendere delle vesciche. Forse da baban derivò babbione.

BACCELLO. Parola Fiorentina, significante Fabarum siliquam. I Modenesi la chiamano cornecchia, non so mai perché. Baccello non è voce conosciuta dai Lombardi. Intrepidamente il Menagio deduce tal voce da bacca latino, che vale coccola. Felice è questa bacca, perché fra poco partorirà anche bagattella per sentimento di esso Menagio. Ma bacca presso i Latini solamente significò i frutti minori e rotondi de lauri, ulivi, ellere, ec. S’ha da tenere per certo che baccello è voce Arabica. In un MSto della Biblioteca Estense si leggono Expositiones simplicium medicinarum Elhani, o Elhavi, dove son queste parole: Faba Arabice appellatur Bakilla, et est quoddam granum de specie leguminum, et est notum. Anche Matteo Selvatico, che nel 1317 scrisse le Pandette della Medicina, più volte stampate, conferma questa notizia con dire: Bachile, Arabice Faba. Bachali Stephano. E più sotto: Bakilla est Faba. Finalmente il Gollio nel Lessico Arabico attesta che la fava è chiamata dagli Arabi bakillam e bakilaon.

BACINO. Pelvis, Labrum. Vaso in cui si lava qualche cosa. Il Ferrari da abacus sproporzionatamente lo trasse. Il Menagio da vas, vasinum, bacinum (infelice etimologia) o pure dal Tedesco back significante vaso. Non truovo questo back in quella lingua, ma bensì becken significante bacile o bacino. Però sembra verisimile che di là sia a noi venuta questa parola, e tanto più perché Gregorio Turonense tanti secoli prima nel libro IX, cap. 28 della Storia scrisse: Cum duabus pateris ligneis, quas vulgo Bacchinon vocant. Di là venne il Franzese bassin, e lo Spagnuolo bacia o bazin.

BACO. Bombix. Vedi qui sotto BIGATTO.

BADARE. Moram facere. Rigettò il Menagio l’opinione del Castelvetro, che trasse dal Latino vadari questo verbo. Egli poi lo dedusse dal Latino badare, perché nelle Chiose d’Isidoro si legge hippitare, oscitare, badare. Ma il Ferrari pretende corrotto quel passo, e che vi fosse scritto abbalare. Io una volta credei badare vocabolo venuto dall’Arabico. Come c’insegna il Gollio, aabada significa Moratus, Cunctatus fuit facere. Da qua mi pareva uscito il nostro Tenere a bada, Stare a bada, e formatone poi Badare. Stimava in oltre che l’italiano badare per advertere animum fosse nato dal fermarsi l’animo a considerar qualche cosa. Ma fatti meglio i conti, deposta tale opinione, passai ad un’altra, che proporrò alla voce SBADIGLIARE.

BAGASCIA. Inhonesta foemina. BAGASCIONE. Inhonestus puer. Nulla di certo producono il Ferrari e il Menagio. Solamente si può osservare, trovarsi nella lingua Arabica baghizon, significante Improbitati deditum, Impudicum, Obscoenum. Da qui potè venire bagascia e bagascione. È anche da vedere se da un’altra voce Arabica birdaso o bardason, che significa scelestum, improbum, superbum hominem, noi abbiamo ricevuto bardassa e bardassone, usato da’ Modenesi ed altri popoli per denotare un fanciullo o giovane di cattivi costumi. Anche gli Spagnuoli chiamano bagasa una donna impudica, e tal voce il Covaruvia la crede derivata dall’Arabico bagax.

BAGATTELLA. Res levis pretii ac momenti. Nugae. Il Menagio ha dato la sentenza con dire: È un diminutivo di Bacca Latino, che vuol dire perla. Poscia dà le sue lodi al Salmasio, autore di tale etimologia nelle Note a Solino, di cui sono queste parole: Baccatum monile dicimus Nugas et Jocularia. Latini quoque Nugas dixere res omnes muliebris mundi. Ma questo a me sembra un mero sogno. Per significar le perle non altro nome usò la lingua Latina, che Margarita, Unio (Vedi Plinio, lib. IX, cap. 35). I soli poeti per metafora e necessità del verso le chiamarono baccas. Non è verisimile che il popolo usasse e conservasse il nome di bacche per significar perle. Né il Franzese bague viene da bacca, come pretende il Menagio. Secondariamente Nonio alla voce Nugivendos di Plauto scrive: Plautus dici voluit omnes eos qui aliquid mulieribus vendant. Nam omnia, quibus Matronae utuntur, Nugas voluit appellari. Che Plauto abbia trattato da cose di niun prezzo e stima gli ornamenti donneschi, niuno glielo impediva; ma che gli altri Latini e i seguenti Italiani abbiano stimate tali le gemme, le perle, le collane preziose, e che da un monile di perla abbiano tratto bagattelle, niuno mai lo crederà. Se a me si chiede l’origine di questa voce, rispondo di nulla aver trovato di certo, e poter io solamente esibire una coniettura. Ha la lingua Arabica bakatta, che accomodato alla nostra lingua diventa bagattare. Significa esso, per attestato del Gollio, Festinare in sermone, vel in incessu. I Modenesi dicono abbagattare ciò che i Fiorentini chiamano acciabattare. Un altro simile verbo hanno essi Arabi, cioè bagata con un solo T significante Miscere, Confundere negotium, cibum, sermonem suum. Non è inverisimile che gl’Italiani dalla gente Araba, o sia dai Saraceni, che una volta dominarono in Sicilia e Calabria, e gran traffico faceano per varj nostri paesi, imparassero bagattare, come ne hanno imparato tant’altre parole; e chiamassero le cose da nulla e le furberie e i giuochi de’ cantambanchi, bagattelle. Paolo Scordilla, che circa l’anno 1398 scrisse le Vite degli Arcivescovi di Ravenna (par. I del tomo Rer. Ital. pag. 214), così scrive: Cujus zizaniae seminator fuit Servideus, primo cantor hujus Ecclesiae, ec., cognomine vocatus el Bagatella, propter ejus cavillationes umbratiles et pueriles, vel quod illam artem noverit bagattandi. E circa l’anno 1298 Fra Giacopone da Todi nella Sat. I scrisse:

Lassovi la fortuna fella

Travagliar qual bagattella.

Di meglio non saprei recare.

BAIA, IRRISIO. Qua e là si torce il Menagio per trovarne l’astrusa origine di questa voce, sospettandola nata da verbalia, verbagium, o varius: tutte immaginazioni vane. Dello stesso calibro è quanto dice il Ferrari per trarla da bagiana, da badare o da baccali olearum. Non mi fermerò già io a rigettar sì fatte etimologie. Solamente produrrò un mero mio sospetto. Gli Spagnuoli chiamano baya e vaya che noi appelliamo baia e burla Vaya vostè, dicono essi, allorché alcuno narra cose non degne di fede, cioè: Vada Vossignoria, formola disapprovante quell’inezia. Anche i Napoletani e Siciliani invece di va pronunziano ba. Ora siccome da no abbiamo formato noia, come dirò a suo luogo, così da ba o va potè nascere baia, se pure non abbiam preso a dirittura dagli Spagnuoli il loro baya. Si osservino le frasi Italiane conformi a tale etimologia: Voler la baia. Dar la baia. Far le baie. Nel Vocabolario Fiorentino si legge: Gli dettero la maggiore baiata del mondo. Non pare che da baiare, abbaiare si possa trarre questo vocabolo.

BAIOCCO. Specie di bassa moneta di rame. Nome tale è spezialmente usato in Roma e Bologna. Dal colore baio lo trasse il Menagio. È un sogno. Sarebbe da vedere se mai Bayeux città di Francia, per esser ivi battuta tal moneta, le avesse dato il nome perché essa vecchiamente era chiamata Bajocae e Baioca. Adriano Valesio, uomo dottissimo, nella Notizia delle Gallie scrive d’essa città: In quibusdam nummis Bajocas legitur in quarto casu, aut certe nomine indeclinabili. Anche nella Corsica truovo monete appellate bajocas presso Pietro Cyrneo nella Storia di Corsica scritta circa il 1490.

BALAUSTRO. Così si chiamano le colonnette che reggono l’architrave di una ringhiera o ballatoio. Ne’ secoli barbarici balineum o balneum, cioè il bagno, fu chiamato balustrum, balustrium, ballastrum, come osservò il Du-Cange. Il chiariss. marchese Maffei ebbe perciò a dire: Di qua venne alla nostra lingua la voce Balaustri, perché intorno alle celle de’ bagni rigiravan portici con piccole colonnette. Prese egli tal opinione dal suddetto Du-Cange e dal Furetiere. Ma non si addurrà ragione alcuna di tale etimologia, se non la similitudine del nome, che poco vale senza la similitudine delle cose. Eranvi anche di queste colonnette nelle chiese, ne’ palazzi, ec. Ora è da dire che questa sorta di picciole colonne prese il nome dal fiore di melo granato, o mali punici, chiamato balaustrum nelle lingue Greca e Latina, come si ricava da Plinio e Dioscoride. Perché tali colonnette imitavano la forma di quel fiore, perciò furono appellate balaustri.

BALCONE. Da palus, palicus, palco, balco, balcone, se crediamo al Menagio, discese questa parola. Ma si scostano troppo palo e balcone l’uno dall’altro pel significato e per la struttura delle lettere. L’origine sua viene dal Germanico balck o balcken, che significa trave. Gli Accademici della Crusca scrissero, altro non essere balcone che finestra. Ma, a mio credere, non han colpito nel segno. Si denotava con questa parola un poggiuolo, loggetta, sporto o ringhiera che si stendeva fuori delle pareti delle case. In questo senso è usata anche da’ Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi. Gli esempli recati nel Vocabolario concorrono in tale significato. Perché tali sporti erano formati di travi, o sia di una travatura, presero il nome di balcone. Anche da balck Tedesco viene il palco Italiano, e non già da palus, come immaginò il Menagio. Luce darà a questa interpretazione l’antico Statuto di Pistoia da me pubblicato nella presente Opera. Quivi al § 46 si comanda: Ut Potestas faciat destrui omnes balcos, cum jussu Consulum designatos, et non destructos, aut tunc destructos, et mox refectos, ec. Certo è che il nome di balco qui disegna i balconi cioè moeniana dei Latini, tuttavia appellati in Roma mignani, e però non finestre. Di qui ancora s’intende nato balcone, palco, palchetto dal Tedesco balck.

BALÍA. Auctoritas. Potestas. Bellamente trasse il Menagio dal Latino bajulus l’Italiana voce di balia, significante la nutrice de’ fanciulli. Balio fu anche appellato il tutore ne’ secoli barbarici. Puossi parimente abbracciare l’opinione del Du-Cange e dello stesso Menagio, che credono derivata dallo stesso bajulus la voce Italiana balía, significante autorità e potere; e di là anche ballivi, baylia. Mi sia nondimeno permesso di aggiugnere che ne’ vecchi tempi valere fu usato in vece di posse; e però gli Spagnuoli hanno valía per esprimere la possanza, forza ed autorità, lo stesso che balía. In una carta Sanese dell’anno 1151, spettante a Rinieri vescovo di quella città, si truova Balitor per denotare chi ha la Balía, o sia il governo pubblico.

BALZO. Saltus pilae. Ha qui più cose il Menagio. Secondo lui, con citare Hesychio, palla è nome Greco, significante il Latino pila. Ma al Glossario d’Hesychio poterono i moderni aggiugnere varie voci. Da palla (soggiugne) balla, ballum, balli, ballitium, baltium, balzo. Scala da rompersi il collo. Ma s’ha da osservare, essere antica voce della lingua Germanica ball, che esprime l’Italiano balla, palla; e però forse di là, e non dalla Grecia, vien questa voce. Ma dice il Menagio: Anche i Latini dissero palla. Chi di grazia? Goffredo da Viterbo nel fine del Pantheo ha Aures ille globus, pomum vel palla vocatur. Ma questo scrittore Italiano, che scrisse circa il 1190, espresse non già una parola Latina, ma una Tedesca od Italiana. Un altro significato ha balla, cioè un collo di roba, e involto grosso di mercatanzia, forse così detto dalla forma somigliante ad un globo, o sia balla. Potè veramente dal Germanico ball, o dall’Italiano balla formarsi ballizzare e balzo. Tuttavia avendo i Greci il verbo ballizein, che significa saltare, ballare, onde ballo, di là anche potè venire ballizzare, balzare, balzo, per dire il salto della balla o sia palla. Ma il Menagio travalica ogni confine con voler tirare da ripa l’Italiano balza, significante rupe, luogo scosceso, per mezzo di quelle sue mirabili gradazioni. Per me nulla ne so, e né pure onde vengono le balze da cavallo, ed imbalzare del dialetto Modenese (Vedi qui sotto PASTOIA). Siccome né pure perché gl’Italiani chiamino cavallo balzano quello che ha nel fin della gamba qualche segno bianco.

BAMBINO Infans, Infantulus. Pretende il Menagio che questo sia un diminutivo del nome bambo, vegnente dal Siriaco babion. Anche babus secondo il Bocarto si truova nella lingua Arabica, e si crede che di là passasse nella Inglese. Molte cose dice qui esso Menagio di bao della lingua Greca; se a proposito, non so. A me sembra più verisimile e forse certa l’opinione delMonosini, accettata anche dagli Autori del Vocabolario della Crusca: cioè che l’Italiano bambino discenda dal Greco participio bambeinon, che significa balbettante. Così un fanciullo è appellato infans perché non sa parlare, e lactens perché vive di latte.

BANCA, BANCO, PANCA, PANCO. Subsellium. Stimarono il Vossio e il Menagio derivato questo vocabolo dal Latino abacus. Non si può credere. Diverso è l’ordine delle lettere e del significato. Io all’incontro lo crederei venuto dal Tedesco banck, parola antichissima di quella lingua, come osservò lo Schiltero, e parola che diede l’origine al banc Franzese e al banck Inglese. Ma mi ritiene la voce Latina planca. Odi il Gramatico Pesto: Plancae dicebantur tabulae planae, ob quam caussam et planci appellantur, qui supra modum pedibus plani sunt. Anche Plinio, lib. VIII, cap. 43: Nec pontes asini transeant, per raritatem plancarum translucentibus fluviis. Così si crede ivi scritto. Levato L, ne può essere venuto panca, pronunziato da altri banca. Nella stessa guisa dal Latino glomus cangiato in diminutivo, e toltone L, i Fiorentini formarono gomitolo, e i Modenesi gomissello (Vedi la Dissertaz. XIX, dove si truovano planchae esposte ne’ mercati). La lingua Franzese ritiene planche per significar le tavole, che son chiamate asse dai Modenesi. Sta al Lettore l’eleggere ciò che gli paja più verisimile.

BANCHETTO. Convivium. Dal Tedesco pancket, significante lo stesso, se pure è voce antica di quella lingua: altrimente potrebbe essere passata colà dall’Italiana.

BANDA. Pars dextera, aut sinistra. Latus, ec. Odi una maravigliosa etimologia. Se crediamo al Ferrari e al Menagio, viene da sponda lecti, colla qual voce i Latini significarono la parte esteriore del letto. Ma altro è sponda, altro è banda, e nulla conviene la struttura delle lettere. Inclinerei a credere venuto a noi questo vocabolo dalla milizia. Cioè quando passava uno da una schiera o compagnia in un’altra, si diceva passare all’altra banda; perciocché le schiere dal bando (così chiamavano la bandiera) furono chiamate bande in Italia, Francia ed Inghilterra. Tuttavia dicono i Francesi aller de bande en bande nella milizia. Potè poi più generalmente dirsi in Italia, allorché uno da un luogo passa in altro, o va dall’una nell’altra parte.

BARACCA. Militare tentorium. Scura n’è l’origine. Il Ferrari la dedusse da barra, che noi ora diciamo sbarra. Non mi pare verosimile. Forse così furono appellate le tende, perché fatte di tela barrata, cioè listata di due colori. Potè il panno barraccano o dare o prendere il nome da esse. Nella Vita di papa Pasquale II (da me stampata nel tomo III, par. I Rer. Ital.) si legge: Caelum papilionis in modum zonis ... rubeisque a superiori ad inferius insignitum apparuit.

BARATTA. Dante l’usò per contesa e zuffa. L’Hichesio osservò tuttavia appellarsi barratta una contesa nella Scandia et Islanda.

BARDA. Panno con cui si cuoprono i cavalli nelle pompe, spettacoli e funerali. Di qui cavallo bardato. Da bardus, bardaicus, Latino, onde nacque bardocucullus, trasse questa voce il Menagio. È troppo inverisimile. Ha la lingua Arabica bardaton significante ciò quod ex panno aut sagmate dorso jumenti insternitur, come s’ha dal Giggeo e dal Gollio. Tale origine ce la persuade anche la lingua Spagnuola abbondante di molte voci Arabiche, la quale ha albarda, albardar nel medesimo significato. Notoriamente es Arabigo, dice il Covaruvia.

BARGAGNARE. Parola andata affatto in disuso. Tractare, dicono gli Accademici della Crusca; e bargagno, tractatio. Non mi pare che abbiano colpito nel vero significato. I Franzesi dicono barguiner, e di là passò per contrabbando questa voce in Italia. Certo è, come osservò il Du-Cange, che tal verbo venne dal Latino-barbaro barcaniare, barganniare. Ma onde questo? Oltre alle conietture di esso Du-Cange, dello Scaligero e del Sirmondo, vorrei che i dotti Tedeschi osservassero, se da bar e gagn potè formarsi bargagnare, per dire guadagnar molto o più del dovere: mestier proprio degli avidi ed avari mercatanti. Perciocché tal verbo in fatti significava una volta tricari, tergiversari, stiracchiare, per far più guadagno nei loro contratti. Vedi qui sotto la voce GUADAGNO.

BARGELLO. Satellitum o Apparitorum Dux. Il Sirmondo, lo Spelmanno e il Menagio lo traggono dall’antico barigildus: il fu dottissimo amico mio Uberto Benvoglienti, da baroncellus. E veramente negli Statuti di Modena e di alcune altre città il bargello viene appellato baroncellus. Troppo antica voce, e voce d’altro significato è barigildus, per poterne dedurre la voce bargello. Perciocché solamente nel secolo XIV, o pure nel XIII si cominciò ad usar questo nome ed ufizio in Italia. Nella Toscana bargello o baroncello significano diverse cose. E se bargello viene da esso baroncello, perché non si disse sulle prime baroncello? Dai Modenesi e da altri popoli di Lombardia vien chiamato barisello, parola diversa da baroncello. – Baresellos satellites Bononiensium circa l’anno 1352 si legge in una Storia da me pubblicata nel tomo XVI Rer. Ital. Da baresello formarono i Toscani bargello. Però io non so trovar cosa che appaghi circa l’origine di tal voce. Barrachel è appellato il bargello dagli Spagnuoli. Verrebbe mai dall’Arabico?

BARLUME. Obscurum diei. Confinium lucis et umbrae, come ha il Vocabolario Toscano. E perché quegli Autori aggiungono vario lume, tra lume e bujo, il Menagio aggraffò queste parole, scrivendo derivato questo vocabolo da varium lumen. Ma altro è un vario lume, e un lume dubbioso, confuso e picciolo. Né può venire da barlong, parola di significato troppo diverso. Il Ferrari la dedusse da parum luminis. Io credo tuttavia ignoto come bar aggiunto a lume sia giunto a denotare un principio di lume.

BARO. Qui fraudat. Diciamo barare per ingannare, spezialmente nel giuoco e ne’ contratti. Qualche cosa di uniforme ha la lingua Arabica, cioè bara, che significa perdidit, exitio dedit, periit, perditus et corruptus fuit, siccome ancora a fide descivit. Da barare discendono baratto e baratteria, significanti frode; e barattiere, fraudator, deceptor: nomi adoperati anche da’ Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi, siccome nati dalla mercatura, e però dilatati fra le varie nazioni. Non so se con ragione alcuni credono venuto dal medesimo fonte baratto, permutatio; e barattare, permutare, con figurarsi anche essere questa la parola primitiva. Ma resta tuttavia nel bujo l’origine di questi nomi. Barone, per denotare nebulonem, è tiglio di baro.

BARRACANO. Specie di panno. Non so a che fine adduca qui lo Scaligero, che scrive farsi dai Turchi col pelo più sottile de’ caproni, pretiosos pannos, quos zarcacan vocant. Che ha che fare zarcacan con barracano e con panni preziosi un panno vile? Tengo io per vera o almen verisimile la sentenza del Du-Cange, che crede così nominato il barracano a barris varii coloris, oggidì liste, striscie, rigoni. – Discolor barracanus è detto da San Bernardo, de Vita et morib. Religios. cap. 9. O esso panno prese il nome dalle baracche, o loro le diede. Potrebbe anche essere di origine Arabica, avendo essa baracan nel medesimo significato. Vedi il Gollio e il Giggeo.

BASSO. Humilis, Depressus. Anche i Franzesi hanno bas, e gl’Inglesi base per significar vile. Il Nicozio lo trasse da basis poco propriamente; il Menagio e il Furetiere da bassus Latino. Ma bassus non fu conosciuto dai vecchi Latini. L’usarono i secoli barbari, e significava, per attestato d’Isidoro, un uomo grasso e corpulento. Papia e Giovanni da Genova, autori poco antichi, espressero la parola Italiana. Potrebbe essere disceso questo vocabolo dal linguaggio Arabico, il quale ha baassa, prostravit. Se si italianizza questa parola, ne esce bussare; e aggiunto l’ab, abbassare, da cui poscia basso, abbassato, ec. O pure dee dirsi parola Celtica, trovandosi essa col medesimo senso nel Glossario Celtico del Boxhornio e nel Cimbrico del Daviesio. Vedi anche lo Schiltero alla voce Baz.

BASTA. Sufficit, Satis est. Il Menagio da vaco, ovvero col Covaruvia da bene stat, il Ferrari dal vocabolo de’ facchini basta derivarono questa voce. Io non ho che tenebre. Potrebbe forse venire dall’Arabico. La lingua Persiana, impinguata dagli Arabi dominanti una volta in Persia (come attesta Angelo da San Giuseppe nel Gasophil. Persico) ha bas, sufficientia; ba-asta, sufficit. Anche la lingua Spagnuola, impastata di molti vocaboli Arabici, adopera basta per sufficit, e abastar per satis esse.

BASTIA. Arcis genus. Vedi la Dissert. XXVI.

BATTELLO. Navicula. Tengo per fermo che venisse a noi dal Franco-Tedesco bat, che significa lo stesso, avendone noi formato un diminutivo. Anche Giovanni Villani usa la straniera voce batti per navi. Di là il Franzese bateau, e il boat o bot degl’Inglesi. Da bastum significante baculum, o perticam presso i Latini, o sia presso i Greci, sospettò il Menagio nata la voce battello. Con poca grazia.

BAVA. Saliva che particolarmente esce di bocca ai pargoletti. Anche i Franzesi l’usano, siccome gli Spagnuoli baba, bavear, bavoso. – «Forse dall’inusitato babus, significante bambino, sendo per lo più bavosi i bambini» – sono parole del Menagio. Ma gl’Italiani mai non conobbero babus per bambino. Più tosto in Toscana i fanciulli chiamano babbo il padre. E poi così ridicolo sarebbe stato una volta chi bava avesse appellato la saliva, perché i fanciulli si appellassero babi, come sarebbe oggidì chi la chiamasse bambina dal vocabolo bambino. Perciò potran considerare gli Eruditi, se mai i nostri maggiori avessero ricevuta dagli Arabi questa voce, usando la lor lingua lababa significante, secondo il Gollio, salivam ex ore emittere, sicut infans. E certamente, come osservò il Covaruvia, los Arabigos dizen que bava es propria voz suya. I Modenesi dicono per similitudine bava i filamenti esteriori de’ follicelli de’ vermi da seta, e bavella que’ filamenti preparati per farne filo.

BECCO. Rostrum avium. Di sopra recai un passo di Suetonio assai noto, dove parla di Antonio nato in Tolosa, cui cognomen in pueritia Becco fuerat. Id valet gallinacei rostrum. Rettamente perciò il Menagio ed altri chiamarono questa una delle antichissime voci Celtiche. I Franzesi tuttavia dicono bec e becquer; gl’Inglesi to peck, beccare; pecken i Fiaminghi; pichen o picken i Tedeschi. Indarno il Covaruvia volle dedurlo dall’Ebraico. Viene dai Celti. E di là pare originato il picus de’ Latini, che col becco fora gli alberi; e il chiamarsi dagl’Italiani picante il vino che punge il palato. Da pix picis derivò il Ferrari picante; da picare, sognato verbo Latino, il Menagio. Ma è più verisimile che discenda dal Germanico picken. Dicono i Modenesi: Vino che dà di becco alle stelle. Dal medesimo fonte derivarono gli Spagnuoli il loro picar, e i Franzesi piquer, che il Turnebo poco fondatamente stimò nato da spicare, ed altri da apiculare.

BEFFARE; Irridere. BEFFA; Irrisio. Dopo il Salmasio, Vossio ed altri, s’affatica il Menagio per persuaderci originato beffare da bucca, buffa, buffari. Nol so io credere: bucca non può divenir buffa. Fu bensì adoperato buffa per beffa; ma che questa voce nascesse dall’altre, pare che la diversità delle lettere vi si opponga. Vaglia quel che può valere una mia coniettura, che non ho scrupolo di proporre, giacché non posso di meglio. Potrebbe mai venire tal parola da bene facit, o bene factum, accorciato in be fa, ed ironicamente pronunziato? La lingua Italiana ha benbè per bene bene, proferito anch’esso con ironia. Dicono anche i Fiorentini ombè per or bene, e me’ per meglio, ed è antichissima tal frase. In San Marco, cap. 7, vers. 37: Admirabantur, dicentes: Bene omnia fecit. Quivi è detto seriamente e per amore della verità. I posteri poterono usarla per ironia. Anche gli Spagnuoli hanno la voce befa: forse da noi. Buffa, usato in Toscana, o diede il nome a buffone, o pure da esso lo ricevette. Chiamano anche i Modenesi buffa un velo che asconde parte del volto. Buffare è gonfiar le guancie. Onde vengano, io nol so dire.

BELLETTO. Colore rossetto, con cui le donne si dipingono il viso per parer belle. Il Menagio, cercando l’origine di belletta significante la posatura che fa l’acqua torbida, intrepidamente così parla: Viene da limus indubitatamente. Come può essere questo? Limus (risponde egli), limellus, limellettus, mellettus, bellettus, belletta. E noi gli diremo che questi indubitatamente sono ridicoli sogni. Aggiugne poscia: Da belletta imbellettare. Lo diciamo del lisciarsi delle femmine. Ma che ha mai che fare col liscio o belletto donnesco la posatura dell’acqua torbida? Quanto ad esso belletto, potremmo sospettarlo nato da bello, cioè da color bello, o che fa bello il volto.

BENDA. Vitta, Fascia, Taenia. Dal Persiano band, significante fascia, trasse il Salmasio il Greco e Latino bandum, e di là il Menagio benda. Stimo io più sicura, anzi vera la sentenza del Du-Cange, che deduce tal parola da binde, parola primitiva della lingua Germanica, che vuol dire fascia. In fatti bintan per legare si truova presso Otfrido, antichissimo scrittore di quella lingua. Lo compruova anche il dialetto Modenese, che usa binda. Hanno parimente i Tedeschi binden per legare; e di là il nostro bendare gli occhi. Da binda formarono i Lombardi bindello diminutivo, per significare una stretta fascia di seta, lino o lana di qualsivoglia colore. Nella Vita della Beata Umiliana de’ Cerchi, morta nell’anno 1246 al dì 9 di maggio, presso i Bollandisti, si legge che essa distribuì ai poveri bindas omnes: il che può far credere che anche i Fiorentini antichi pronunziassero binda.

BERICOCCOLO. Prunum o Malum Armeniacum. Il Menagio deduce tal voce dal Latino praecopuum. Meglio avrebbe detto praecocia. Ma si dee osservare che i Greci de’ tempi di mezzo, come notò il Du-Cange nel Gloss. Greco, usarono la parola bericoccon. Anche gli Arabi appellarono tal frutto barkokon, per attestato del Giggeo e del Gollio. Di là venne tal nome. Ve n’ha di due sorte; l’una appellata da’ Modenesi baricoccolo, e l’altra moniaca da armeniaca. Anche i Sanesi dicono barcoche e moniache. I Fiorentini più si slontanarono, appellando l’una di esse meliache.

BERLINA. In Greco kiphon, in Latino numella, collare di ferro con cui si esponevano i rei alla derisione del popolo. Niuno mai si accorderà col Menagio, che dallo stesso numella la volle far nascere, cioè numella, numellina, mellina, merlina, berlina. Non si sa intendere come quel dotto uomo ne spacciasse di queste. E pur egli franco soggiugne: È derivazione, indubitata. – Il Ferrari esponendo la parola verrone, maenianum de’ Latini, fra noi poggiuolo, scrive appellarsi la vera del pozzo quel circondario del pozzo sopra terra, che da Modenesi è chiamato la delta del pozzo, perché una volta si formava di quella figura, e n’ho veduto io una di marmo tuttavia esistente nella terra di San Felice. Ma nulla ha che fare tal nozione con berlina. Più tosto potrebbe venire da vera o verra, che in Modenese significa cerchio di ferro, o di altro metallo. Ma a me sembra tuttavia scura ed incerta tale origine: né saprei dire se da pilori Franzese si fosse formata berlina.

BERLINGACCIO. Così chiamavano i Fiorentini l’ultimo dì di carnevale. Da berlingare, significante ciarlare, cianciare, trasse il Varchi questa parola. Ma e non si ciancia in altri giorni? Il Menagio sfoderò uno de’ suoi sogni, deducendo berlingare da varie linguare. A me si rende più verisimile di trarre il nome di quel giorno da’ burlenghi, o burlingozzi; ché così qualche popolo di Lombardia chiama lo stemperar farina, e fattane una falda sul suolo di rame col testo di sopra, e ben unta di sopra e di sotto, farla cuocere e come arrostire, per mangiarsela poi così calda. Queste pastelle sospetto io chiamate brulenghi dal Franzese brûler, e poi burlenghi, e da’ Fiorentini berlingacci. Il povero popolo negli ultimi dì di carnevale faceva banchetto di questi, e tuttavia ne ho veduto osservato il costume in qualche luogo.

BETTOLA. Vilis caupona, dove la plebe va a bere. Forse è venuta dalla lingua Germanica, che ha betteln, mendicare; e bettler, pauper. L’osteria de’ poveri si potè nominare bettelhauss, e per brevità bettela, e poi bettola. I Modenesi dicono bettla. Presso gli’Ebrei beth significa Casa.

BIANCO. Albus. Non so perché venisse in mente a Giulio Cesare Scaligero di far nascere questo vocabolo dal Greco blax, che vuol dire iners, socors, ignavus. Il Menagio colle sue solite fantastiche gradazioni lo tirò da albus. Ma quale è l’origine sua? Senza dubbio dal Tedesco blanck. Gli Spagnuoli ne formarono blanco, i Franzesi blanc, e gl’Inglesi blanch. Ora il Germanico blanck forse è nato da blinchen, o blaencken, che significa rilucere, e riflettere la luce, e nulla v’ha che più la rifletta del bianco. La prima significazione di blanck fu lucido. Collo stesso nome i Tedeschi tuttavia denotano ciò che è lucido e bianco. Il Furetiere così definisce il color bianco ce qui reflechit la lumière en toutes ses parties. Anche lo Spagnuolo Covaruvia scrisse: Blanco es nombre Godo (cioè nome Gotico), septentrional, blanch.

BIASIMARE. Vituperare. Concordi veggo quasi tutti gli Etimologisti in credere derivata tal voce da blasphemare. Il Du-Cange reca molti esempli di blasphemare adoperato per damnare, culpare, infamare, vituperare. Mi sottoscrivo anch’io al loro parere. Tuttavia potrebbe darsi che differente fosse l’origine dell’Italiano biasimare, perché la nostra lingua fin dagli antichi tempi, oltre il biasimare, ha bestemmiare, o biastemare, procedente al sicuro dal Latino blasphemare, o, per dir meglio, dal Greco blasphemein. Tal differenza pare che accenni diversi fonti di tali verbi. Potrebbono osservare i periti delle lingue settentrionali, se mai da alcuna delle lor parole potesse essere a noi venuto biasimare, e a’ Franzesi blasmer. Hanno i Franzesi blesmir, impallidirsi per vergogna e dolore. Presso gl’Inglesi blemish significa difetto, cosa vergognosa, colpa; e to blemish, vituperare. I Lombardi dicono biasmare. Anche Fra Giacopone da Todi (lib. IV, cap. 39) ha: Ogni mio fatto blasmando.

BICA. Acervus foeni, spicarum, palae. Vocabolo Toscano, ignoto agli altri Italiani. Apex, apicis, apicus, apica, bica, parve al Ferrari l’origine di tal voce. La riprovò, e non senza ragione, il Menagio. Altro è la cima, ed altro un mucchio di cose. Il Menagio poi: Acervus, acervi, acervicus, acerbicus, bicus, bica. Gran Mago dovea essere quest’uomo. Nulla vale sì fatta etimologia, e pure egli aggiunge: Questa derivazione, benché poco verisimile, è verissima. – Si può egli trovare persona più ardita di questa? Per me confesso di nulla saperne. M’era passato per pensiero che dal Greco pycazo, denso, stipo, potesse venir bica per mucchio; ma questo è un mero sospetto.

BICCHIERE. Calix. Dall’inusitato Latino bicarium, voce che niun dei Latini vecchi conobbe mai, il Menagio fa venir bicchiere. Più duramente da pocillum la derivò il Ferrari. Certa cosa è che il nostro bicchiere altro non è se non l’antichissimo Tedesco, becher, che ora è detto pecher. E di là il Franzese picher. – Bicarium è il Teutonico becher latinizzato.

BIETTA. Cuneus. Si può esaminare se venisse da vis, o da via. In Tedesco si dice wech.

BIGATTO, BIGATTOLO. Verme di qualsivoglia specie. Intrepidamente il Menagio: «Viene da bombix in questo modo: Bombyx, bombycus, bicus, bica, bicatus, bicattus, bicattulus.» – Stento, a crederlo. Nulla a me di verisimile si presenta. I vermi da’ Modenesi son chiamati beghi, bigatti, vermi; e quei da seta bigattini. Le api dai nostri contadini son dette le beghe, secondo l’uso degli Spagnuoli, che dicono abeje, cioè abeche. Tanto questo nome, che il pecchia de’ Toscani, si formò da apicula.

BIONDO. Flavus, Flavicomus. Da albus, albidus, blidus, ec., o pure da blandus, volle il Menagio tirar colle tanaglie questo vocabolo. Niuna verisimiglianza vi comparisce. Dello stesso calibro è l’etimologia del Ferrari, che stranamente mise qui in campo apluda, significante le guscie del miglio e panico. Dalla lingua Germanica, come osservarono il Du-Cange e l’Hichesio, discese biondo, avendo essa blond, in Sassonico blonden, che significa tinto, perché una volta si tingevano i capelli per dare ad essi il color giallo. BIRCIO. Qui transversis oculis conspicit. Strabo fu detto da’ Latini. Da varius, varicius, varcius il Menagio immaginò la sua origine. Non vale un frullo. Io nulla so dirne, se non che questo mi fa sovvenire del verso di Virgilio, Eclog. III.

 

...... Transversa tuentibus hircis.

 

Altri coll’autorità di Suetonio e Servio leggono hirquis, dicendo, hirquos esse oculorum angulos. Non so se mai da hirquus potesse discendere bircio.

BIRRACCHIO. Vitulus a primo ad secundum annum. Qui molto a proposito il Menagio cita le parole di Festo. Burrum dicebant antiqui, quod nunc dicimus rufum. Unde rustici burrum appellant buculam, quae rostrum habet rufum. Io le credo parole di Paolo Diacono aggiunte a Festo. Ma perché non dice egli più tosto che i vitelli di un anno furono chiamati burri, mentre più allora mostrano il color rossiccio? Tengo per fermo che i Toscani abbiano preso da noi il nome di birracchio, familiare in Lombardia, da cui molti ne comperano. A me poi sembra verisimile che una volta i rustici dal colore rossiccio, chiamato pyrrichus, dessero il nome suddetto ai vitelli adulti. Pyrraches, cioè co’ capelli rossi, è chiamato David nel testo Greco, lib. I, cap. 16 Regum. Si potè formarne byrrhaculus e birracchio. Il Salmasio nelle Note alla Vita di Caro e Carino di Vopisco stimò chiamati dal medesimo colore burricchi i cavalli piccioli.

BISBETICO. Phantasticus. Non ne parla il Menagio. Un uomo bestiale da noi è chiamato chi senza ragione va in collera. Parrebbe perciò che da bis bestia si fosse potuto formare bisbeticus e bisbetico. Così bigoncia viene da bis congio Latino.

BISCAZZA. Ludus publicus alearum. Tal nome si truova negli Statuti di varie città, e dura fra i Modenesi, che dicono anche bisca. Anche i Toscani se ne servirono una volta. Il Sansovino lo credette nome del dialetto Furlano, ma è familiare ad altri popoli. Ridicolosamente pensa egli detto così, quasi sguazza, butta-via, consuma. Qualche sospetto ho io che potesse venire dal Tedesco bescheissen, significante fallere, decipere e che se ne formasse biscazzare, verbo anche usato da’ nostri maggiori; e biscazza, quasi luogo tale sia un’officina di frodi ed inganni. – Ludus biscazariae è proibito negli Statuti di Bologna, siccome ancora mutuare ad ludum, sive occasione ludi biscazariae. Forse ancora dall’antico Germanico beschiss presso lo Schiltero, che significa frode, è nato bischizzo, giuoco nella somiglianza delle voci.

BISCIA. Serpens. Odi il Menagio: Viene da bestia : sicuro. Vedi che arditezza! Aggiugne che può venir dal Greco ophis. Ancor questa è galante. Il Ferrari, e prima di lui il Landino da sibilo o da anguicula sognarono nata tal voce. In Germania era da cercarne l’origine. In quella lingua bis significa morso, morsicatura; e beissen, mordere, pungere. I Modenesi e Milanesi dicono bisiare o bissiare pel pungere dell’api, vespe, scorpioni; e bissa per biscia, ritenendo più strettamente la parola Germanica.

BISOGNO. Indigentia, Egestas, Defectus. Non peranche è liberata dalle tenebre l’origine di questa voce. Ci vuol far ridere il Menagio con dire: Forse da bis senium. Né merita di essere ascoltato Ottavio Ferrari, tirandola da usio usionis, antica voce di Catone significante uso. Che ha che far questo con bisogno? Io truovo sonnis o sunnis, antichissima parola Francica o Germanica (ch’è lo stesso), e chieggo se mai potesse aver ella prodotto il nostro vocabolo. Di tale antica voce molto han parlato il Vossio, il Bignon, il Du-Cange ed altri Eruditi. Nella legge Salica (tit. 19, num. 6.) leggiamo: Si in mallum vocatus fuerit, et is, qui vocatus est, non venit, si eum aut infirmitas, aut ambascia dominica detinuerit, vel forte aliquem de proximis mortuum intra domum suam habuerit: per istas sonnis se poterit homo excusare. Anche nel tit. I, num. 1 si legge: Si eum sunnis non detinuerit. Si vede che sunnis è preso per impedimento, necessità, bisogno; e noi diremmo ora: Se qualche bisogno nol ritenesse. Fu aggiunto be a sunnis, onde il Franzese besoin; che non è bis, ma una particella pregnante o preposizione della lingua Tedesca, aggiunta a tante altre voci. Besogno fu una volta in uso.

Era besogno che ’l lume accendesse.

Così ha Fra Giacopone, che circa il 1298 scriveva le sue Rime, nella Satira II. Presso Marcolfo in vece di sunnis si legge sunnia, che col be Tedesco rende besunnia. Di là pare che venisse a noi bisogna, e a’ Franzesi besogne per faccenda ed occupazione; siccome ancora bisogno per significare qualunque occupazione giusta, et indigenza.

BIZZARRO. Iracundus, Ferox, secondo i Fiorentini; ma secondo il più comune significato presso altri popoli significa superbia, e novità di cose. Da bis varius venne, se vogliam credere al Menagio; ma niuno gli crederà. Ignota è a me l’origine primitiva di questa voce; tengo nondimeno per certo che dal medesimo fonte sia nato il Franzese bigarré per significare un vestito di due colori, e lo Spagnuolo abigarrado, e il nostro bizzarro. Ne’ precedenti secoli furono in uso vesti di diverso colore; per esempio la parte destra era d’uno, e la sinistra d’altro colore. Ho veduto pitture antiche che spezialmente ci rappresentano la diversità delle calze; e in Milano ne dura ancora il rito negli uscieri del Consiglio Generale, e in Lucca ne’ famigli del Governo. Talvolta ancora erano que’ colori divisi a quartieri. Giorgio Stella negli Annali Genovesi (tomo XVII Rer. Ital.) all’anno 1308 scrive: Illi de Auria et Grimaldi pro majori ipsorum colligatione insimul se induerunt simile vestimentum, duorum scilicet pannorum coloris diversi, ex quibus quilibet vestimentum unum habens, gerebat pro dimidia colorem, et pro reliqua colorem alterum. Poscia all’anno 1311, descrivendo l’arrivo a Genova del re Arrigo VII, poscia Augusto, racconta che multi valde Januenses novis se munierunt vestibus. Erat ex vestibus illis singula, ex parte una rubei coloris, et ex alia coloris citrini. Tali vesti erano chiamate bigarrées. Dal Franzese bigarré venne il nostro bizzarro, e da noi presero i Franzesi bizarre e bizzarrerie.

BLOCCARE. Parola militare de’ Franzesi, passata anche in Italia, per significare un largo o lontano assedio di qualche città o fortezza. Il Borelli da un’antica e forse sognata voce Franzese blocal, significante lo stesso che barricade, dedusse il suo bloquer. Altri la trasse da buculare, voce anch’essa troppo pellegrina. L’Hichesio la stimò nata dalla vecchia parola belocan, composta da be e loc, che vuol dire serratura e chiusura. Intorno a ciò lasciamoli disputare.

BOCCIA. Calyx ne’ fiori, o sia fiore non peranche aperto. È vocabolo de’ Toscani. Presso i Lombardi solamente è in uso bottone, e se ne servono anche gli stessi Toscani. Il Menagio sospetta che da valvus, o dal medesimo bottone si formasse boccia. Ma questa voce più verisimilmente viene dal Tedesco butz, significante bottone. Di là bozza di noi Lombardi. Il za nostro, secondo il solito mutato dai Toscani in ccia, partorì boccia. Se poi il Germanico butz sia primitivo di quella lingua, o formato dal Latino pultare, altri lo potranno decidere. I Modenesi chiamano burlire quello che in Latino è pultare. Fors’anche dall’antichissima parola buttis nacque bottone e boccia, voci trasferite a significar qualche cosa rotonda. Vedi qui sotto BOZZA.

BOLCIONE, BOLZONE. Strumento una volta da guerra per rompere le mura. Così ancora fu chiamata una specie di dardi o saette: il Menagio e il Ferrari dal Greco bolos, che significa l’atto del saettare. Si può considerare se da pultare, o pulsare (lo stesso è) fosse mai nato poltione, che pronunziato poi più dolcemente diventasse bolzone. Quanto al significare una sorta di saetta, difficilmente si può ingannare, tirando questo vocabolo dal Tedesco boltz, se pure ancor questo non venisse da pultare. Chiamano i Modenesi anche bolzone un ferro immobile nel coperchio delle casse, entro cui si caccia colla chiave una stanghetta mobile, con cui si serra la cassa. Perché tal nome, nol so dire.

BORDONE. Vedi qui sotto BRULLO. BOSSOLO. Pyxis. Perché del legno buxus, in Toscano bosso e bossolo, si formano vasi tali, ne nacque bussola. Tale è il sentimento del Ferrari e del Menagio, e credo anch’io vera tale etimologia. E tanto più perché il Latino pyxis tratto fu dal Greco pyxos significante il busso. Fo menzione di questo per dire che il Leibnizio, uomo insigne, nelle Annotazioni alla Franco-Gallia dell’Ottio, stimò probabile che dal Germanico buchs e buchse, significante pyxidem, sia venuto il bussolo o bossolo de’ Toscani, e perciò bussola de’ Lombardi. Ma essendo così antichi il Greco e Latino pyxis e buxus, più tosto è da credere che anche i Tedeschi di là traessero il loro buchs. Da pyxis e suo diminutivo pyxula venne il Lombardo bussola; o pure da buxus, buxola

BOTARGA. Ova piscium salita. I Fiorentini la chiamano buttarga. Il vecchio Scaligero, scrivendo contro il Cardano, stimò questa essere voce Greca, cioè oa taricha, uova salate. Ma come entrò qua il B? Il Menagio volle trarre da botus, botulus, vivanda di carne che nulla ha che fare con questa. Per attestato del Gollio, la lingua Arabica usa boutarga nello stesso significato. Se questa è antica di quel linguaggio, i mercatanti Arabi l’avran portata in Italia.

BOTTA coll’O pronunziato largamente. Ictus, Percussio. Non ne parlò il Menagio. Ne è veramente scura l’origine. Veggasi se mai potesse venire dal Latino pultare. In più luoghi di Plauto e Terenzio si truova pultare fores, pultare ostium, in vece di pulsare. Di là pultus, lo stesso che pulsus, percossa, battuta. Forse questo polto diventò bolto e botto, come presso i Napoletani volta e otta. Usasi anche botto mascolino, come un botto di campana, sonare la campana a botti. E parimente in femminino. Dar delle botte, cioè percuotere. Diciamo ancora: Ogni botta non vuol risposta, cioè: Non s’ha da rispondere ad ogni parola che punga o percuota. Così dire una bella botta; cioè proferir parola che ingegnosamente ferisca o punga altrui. Perché poi nel dialetto Fiorentino botta si appelli il Latino bufo, nol so dire. Noi Lombardi diciamo rospo, di cui similmente credo ignota l’origine, e indarno la cercò il Menagio.

BOTTE coll’O strettamente pronunziato. Dolium. Il Cuiacio e il Menagio traggono tal voce dal Greco bouttis, citando i Glossarj Greco-Latini; ma senza osservare che i Greci moderni molte parole presero dalla lingua Italiana, inserendole ne’ loro Glossarj; e fra queste è da mettere botte. Questo vocabolo adunque o fu usato dall’antica plebe Latina, o a noi venne portato dai Goti, o da altri popoli settentrionali. Presso i Tedeschi botte e butte significa tuttavia mastello, tinaccio, brenta, bigoncia. Così presso gl’Inglesi a butt lo stesso è che il nostro botte; e l’Hichesio osservò che nel linguaggio Cimbrico bytis significa lo stesso. Nell’antichissima carta Plenariae securitatis, scritta sotto Giustiniano Augusto in Ravenna nell’anno 565, e pubblicata dal Brison e dal Mabillon, si legge butte de cito, butte minore. Quando non sia d’origine Latina, l’avran portata i Goti in quella città, siccome ancora in Ispagna, dove bota e bote tuttavia s’usa per significar vasi minori. Di qua venne l’ufizio Buticularii nel palazzo degli antichi Re di Francia. Più felicemente nel Settentrione che in Oriente si truova la miniera di molte nostre voci.

BOTTEGA. Officina. Il Du-Cange, il Caninio e il Menagio ne toccarono la vera etimologia con dire mutato il Latino o Greco apotheca in botega, che i Toscani ora pronunziano con doppio T. Il Salmasio indarno la dedusse da zotheca. Truovasi anche potheca in vece di apotheca, in qualche antica carta presso l’Ughelli.

BOTTONE. Vedi la susseguente BOZZA.

BOZZA. Tumor. Da bauca, significante non so qual vaso, la dedusse il Ferrari: dal Greco physao, cioè sufflo, il Menagio. Niuno mai se ne appagherà. Si potrebbe più tosto vedere se dall’antichissima voce buttis fosse nato buttia, bozza. I Modenesi chiamano bozzola un vaso di vetro col ventre gonfio. Boccia presso i Toscani significa lo stesso. Così metaforicamente potè essere chiamato bozza qualunque tumore o gonfiezza che somigli quella delle botti. La lingua Inglese ha bottle significante il Modenese bozzola, con accostarsi anche più a bottis e buttula. – Bottoni ancora noi chiamiamo ne’ fiori quello che da’ Fiorentini è detto boccia; e bottoni que’ globoli co’ quali si stringono le vesti, perché rotondi e gonfi.

BOZZO. Vedi di sopra ABBOZZARE.

BRACIA, BRAGIA. Vedi di sopra, dove s’è esaminata l’origine del verbo Bruciare.

BRAGHIERE, o BRACHIERE. Cingulum inguinale, di cui si serve chi patisce d’ernia. Potrebbesi conietturare venuta questa voce dal Tedesco brak significante rottura, quasiché braker significasse un legame della rottura. Ma non mi soddisfà. I Modenesi dicono sbragare per violentemente sciogliere per mezzo qualche cosa. Forse venne da imbragare, che presso di noi vuol dire mettere una braga o striscia di ferro, tela o legno per riunire qualche cosa rotta. Io non so mai perché voce corra che di tali cinture fosse autore Fra Paolo Sarpi, nome famoso. Forse le rendè egli più utili o comode. Dell’antichità di esse, per tralasciar altre memorie, basterà leggere nei Miracoli di San Gerlando, raccolti l’anno 1328 e stampati dal P. Papebrochio al dì 18 di giugno, le seguenti parole: Reddita fuit incolumitas Riccardo de Claromonte, qui ab utero matris suae crepuit. De qua infirmitate constitit per jusjurandum Ventorini de Claromonte, qui ob ipsam infirmitatem eidem Nicolao in femore et testibus bracale imposuit.

BRAMARE. Vehementer cupere. Il Monosini e il Nicozio dal Greco brhamo, cioè fremo, resono; il Ferrari dallo Spagnuolo hambre, che significa fame, tirano questo verbo. Il Menagio con mio stupore è qui mutolo. Ecco la mia opinione. Usarono i nostri maggiori amare per desiderare; peramare per gagliardamente amare, e sommamente desiderare. Si cangiò peramare in pramare, e pronunziato dolcemente in bramare. Così da perussare uscì brusare, bruciare; e da experulare, sbrollare, come qui sotto apparirà. Ma qui viene in campo il chiariss. marchese Maffei con dire nel lib. XI, pag. 313 della Verona Illustrata, che bramosus fu voce propria della plebe Latina, restando cupidus presso la gente colta. Cita qui il Sermone VIII de Exodo, e il Sermone in Psalm. 49, scritti da San Zenone, trovandosi quivi bramosus. Ma doveva egli avvertire ciò che dianzi avea osservato il Du-Cange nel Glossario Latino, cioè essere scorretta quivi la parola bramosus, e doversi scrivere brumosus o bromosus: del qual vocabolo si servì in que’ medesimi tempi Ruffino nel lib. III De Vitis Patrum, Esso significava fetente, immondo, dal Greco brhomos, come già avea insegnato il Turnebo, e fu anche osservato da la-Cerda, cap. 124 Adversar. Certamente bramosum convivium, e bramosae pecudes presso San Zenone in significato di cupidus, non rende alcun senso convenevole.

BRANCHE. Ferarum pedes ungulis armati. Molto s’affatica il Menagio per trovar l’origine di questa voce, che anch’io riconosco per astrusa. Il Salmasio sopra Solino la trasse da brachium. Ma ai piedi e alle mani e all’unghie conviene il significato di branca, e non già alle braccia; e noi dal Latino brachium abbiam formato braccio, e non branca. Il Menagio, che dal Latino ramus derivò per forza frasca, tralcio, e tutto quel che gli piacque, di là ancora volle ricavar branca, perché i Franzesi chiamano branche un ramo di albero. Uditelo: Ramus, rami, ramicus, ramica ranca, branca. Sono etimologie da far trasecolare. Che ha che fare un ramo colle mani, o più tosto co’ piedi delle fiere? Per conto mio, o branca è di origine Latina, perché fra gli scrittori Rei Agrariae presso il Goesio Latino Togato nomina brancam Lupi, e brancam ursi; o quando questo fosse scrittore de’ secoli, non già Latini, ma barbarici, chieggo licenza di proporre una coniettura che mi passa per mente. Cioè da perango a poco a poco formar si potè brancare. Certo è che il Latino ango significa stringere, e di là nacque angustus, angiportus e angina, male che strigne la gola, Dal Greco ancho venne l’ango dei Latini. Perango composto significò molto strignere. Ora i Latino-Barbari, come apparirà qui sotto da varj esempli, usarono di valersi degl’infinitivi della terza coniugazione, come se fossero della prima: minuare, per esempio, in vece di minuere. Da extergere formarono i Modenesi stergiare; arraparsi da adrepere: il che fu fatto anche dagli stessi Latini, come pretese il Salmasio. Però i nostri maggiori in vece di perangere poterono dire perangare, e finalmente brancare, come da peramare poco fa dicemmo nato pramare e bramare. Formossi poi abbrancare e branca pel piede delle fiere. Così da artando di sopra dicemmo nato artiglio. Ne venne anche brancata per un pugno di qualche cosa. Con tal coniettura si accorda la voce spranga, in Latino subscus, subscudis, significante un ferro o legno, con cui le tavole ed altre parti si uniscono insieme. Da perangere venne pranga, a cui fu unito l’S secondo l’uso di molte voci Italiane. Perché poi si dica un branco di pecore, di storni, ec., e se perché la mano per metafora si appelli branca, sarà meglio il lasciarne la decisione ad altri.

BRANDO. Ensis. O da brano, o dall’antico Franzese brand il Menagio derivò questa voce: il Ferrari da vibrans; l’Hichesio da brandr, Scaldrica o Cimbrica parola, significante titionem, torrem, quasiché ensis flammeam speciem et igneum splendorem referat. Non è inverisimile che per metafora si sia trasferito questo nome alla spada. Secondo il Vocabolario Fiorentino imbrandire null’altro significa che vibrare, per esempio la spada, o la lancia. Perché gli altri popoli dicano imbrandire, cioè dar di mano all’asta, alla spada, allo stocco, ec., non ne saprei rendere ragione.

BRANO. Frustulum rei alicujus, e particolarmente di carne e di panno. Sbranare, dilaniare, in frusta discerpere. Udiamo il Menagio: «Viene forse dal verbo Latino laniare, ec. (Chi lo potrà credere?) O più tosto da membrum, membrana.» – Ma che ha che fare membrana con brano? Vo’ io credendo che dall’antichissima voce brandeum, di cui fa menzione anche San Gregorio Magno, e che significava una fascia o velo sottile, sia nato sbranare: quasiché exbrandeare, mutato poscia in sbranare, significasse brandeum discerpere, e tagliarlo in più parti. Imperciocché s’ha da osservare che simili fascie o veli appellati brandea furono (come ha Giovanni Ferrando [ Disquis. Reliqu. ], il Du-Cange nel Glossario ed altri) particelle lunghe di tela. Queste si sa che dopo aver toccato i sepolcri de’ Santi, e tanto più se le loro reliquie erano tenute per reliquie, e poi per soddisfare alla divozion de’ parenti ed amici, divise in pezzi nel ritorno alla patria. Però exbrandeare si mutò in exbrannare secondo il costume de’ Napoletani, e finalmente in sbranare, cioè tagliar in pezzi. Di là poi venne brano, cioè pezzo di carne, panno, e simili cose. E perciocché le fiere fanno in pezzi i corpi degli animali, si trasportò ad esse la medesima parola. Osservisi ancora, avere i Toscani il diminutivo brandello, che significa un picciolo pezzo; e brandone significante un pezzo grande: di maniera che sufficientemente fondata si scuopre la coniettura suddetta, cioè che sbranare e brano vengono da brandeum. Della stessa origine è sbrandellare, che nel dialetto Modenese significa mandare in pezzi, e si dice delle vesti.

BRAVO. Audax, Strenuus, Ferox. Dal Greco brabejon, o dal Latino pravus, o da rabies il Cuiacio, il Nicozio ed altri infelicemente trassero questo vocabolo. Fa qui un gran viaggio il Menagio, e finalmente lo fa nascere da probus, senza verisimiglianza. Di tal voce si servono Germani, Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi. Nella lingua Italiana non pare di molta antichità, perché non si truova ne’ vecchi scrittori. Mattia Cramero scrive che brau o braf è parola primitiva della lingua Germanica. Anche lo Schiltero la crede Celtica. Se questo è vero, non altro fonte dobbiam cercare. Negli Statuti Veronesi del 1228 troviamo camphiones bravos. E negli Atti della Repubblica Modenese all’anno 1178 i nomi de’ Consoli sono Boschetto, Lucio e Bravo. Questo è nome proprio, ma preso dall’adiettivo.

BRECCIA. Fractura murorum. Vocabolo militare, passato di Francia, dove è breche, in Italia, non ha gran tempo. Della medesima origine il Menagio pensò che fosse bricia e briciolo, mica panis in Latino. Se sia vero, andremo a vederlo. Ha da essere fuor di dubbio che il nostro breccia e il Franzese breche nacquero dal Tedesco brechen, che significa rompere, smantellare: il che non fu avvertito dal Menagio. Ma quanto a bricia e briciolo, tengo parimente per fermo ch’esso a noi viene dal Franzese bris, di cui fu formato briser, rompere; e debris, cosa rotta. I Modenesi ed altri popoli d’Italia chiamano brise i frammenti del pane, che dai Tedeschi son dette brosen. In vece di brisa secondo il solito i Toscani dicono bricia. Lontano dal vero a me sembra il voler trarre briser dal Greco brizo: troppo ne è diverso il significato. Né si dee tacere che dal Tedesco brechen, frangere, nacque l’Italiano brocco, denotante un ramo svelto dall’albero. In Modenese si dice brocco, e poi brocca un pezzo di ramo. Gli stessi Tedeschi da brechen formarono brock e brocken, che ha il medesimo significato. Però eccede i limiti l’arditezza del Menagio, il quale fa questa stupenda gradazione: Veru, verucum, berucum, brucum, brochum. Così lo spiedo diventa un ramo d’albero. Si dura fatica a non ridere. Da brocco formano i Modenesi sbroccare, e i Toscani broccare per isvellere i rami e le foglie degli alberi.

BRICCONE. Parola ingiuriosa per denotar persona di disonesti e sfacciati costumi. Nulla ne dice il Menagio. Il Du-Cange nel Glossario alla parola Brica per Briga scrive: Hinc forte nostris Bricon, et Italis Briccone pro impudente, et qui facile rixatur. – Quasi briacone, disse Udieno Nisielli. Non hanno colpito. La vera origine eccola. Familiare è a’ Modenesi ed altri popoli di Lombardia la parola bricco per significare il Latino aries, e l’Italiano montone. Di là briccone, come altri simili nomi ingiuriosi, caprone, pecorone, civettone, becco, barbagianni, oca, asino, allocco, porco, merlotto, cicalone, ec. Di là bricconeria. Onde poi sia a noi venuto brico, non so darne notizia.

BRIGA. Contentio, Molestia. Di là brigante. Dal Latinobarbaro briga dice il Menagio, con poi soggiugnere: Non so d’onde venga il Latino-barbaro briga. Così egli più cautamente che l’Acarisio, il quale da trica, e il Ferrari che da preces vollero dedurre questo vocabolo contro tutte le leggi dell’etimologia. Sinceramente confesso anch’io di nulla trovare che mi soddisfaccia. Solamente si potrebbe esaminare se da barra, barricare potesse essere nato, bricare, brigare, e briga per impedire e impedimento. Nelle carte del 1100 e 1200 si truova imbrigare e disbrigare, per mettere e levare l’impedimento. Altri significati ha briga, forse perché metaforicamente usata.

BRIGLIA. Fremuti equorum. Gran ricerche fanno qui gli Etimologisti per li bossoli de’ Greci e Latini per trovarne l’origine. Il Ferrari da retinaculum o da habena, o da frenum cercò di trarla. Maraviglia è che in mente d’uomo dotto cadano somiglianti sconcordanze. Il Menagio dal Greco rhyo, che significa tirare, colle sue favorite scale la tira. Io tengo tal voce per figlia della lingua Germanica. Brydle fu in uso presso gli antichi Sassoni. Brittil si truova nell’antichissima versione dei Salmi di Notkero. I Franchi portarono nella Gallia bride, e gli Anglo-Sassoni nell’Inghilterra a bridle. Dai Tedeschi o Franchi impararono i Modenesi ed altri popoli bria in vece di brida, che i Toscani mutarono in briglia. BRIO. Animus, Fortitudo, Vivacitas, Vigor. Nella bottega del Menagio si dura poca fatica a trovarne l’origine. Cioè dice egli: Vis, vires, virium, birium, birio, brio. Chi lo crederà? Pare che a noi sia venuta questa voce dalla lingua Spagnuola; né è sprezzabile la coniettura del Covaruvia, che la deduce dal Greco briao, robustum reddo, robore polleo. Ma essendo quel verbo poco usato da’ Greci, citandosene solamente esempio da Esiodo, qui non si può fermare. Perciò tuttavia s’ha da cercare se i Goti o gli Arabi avessero portato brio in Ispagna. Per attestato del Daviesio nel Lessico Cambrico, la nazione Cambrica chiama brid l’animo.

BROCCHIERE. Sorta di Scudo. Vedi la Dissertazione XXVI.

BROCCO. Vedi BRECCIA di sopra.

BRODETTO. Jus carnium elixarum. Dal Latino brodium, di cui è fatta menzione nel Sermone de Paschate di San Gaudenzio scrittore del secolo quarto, discende l’Italiano brodo. Così il Menagio. Ma nella precedente Dissertazione lodai la coniettura del canonico Gagliardi, che scrisse non esser mai verisimile che dalla penna di San Gaudenzio scappasse quel barbarico brodo, e però quella essere una spiegazione del Latino jure posta in margine, e passata poi nel testo. Che poi brodium venga dal Greco blydion, si pruova solamente col Lessico di Hesichio, a cui i Moderni han fatto troppe giunte. Però più tosto è questo vocabolo di origine settentrionale. Gl’Inglesi tuttavia dicono broth; e l’Hichesio ci avvertì, questa essere parola Gotica. Il Franzese broet o brouet viene, a mio credere, dall’Italiano brodetto.

BROLLO. Luogo chiuso e piantato d’alberi. Vedi la Dissertazione XXI.

BRONZO. Æs (Rame in Italiano) cum stanno mixtum. Dure etimologie ci presenta il Menagio, mentre colle arbitrarie sue immaginazioni strascina questo vocabolo da Cyprium æs, o da fronte. Il Ferrari lo voleva trarre dal Germanico ertz, quasi aenitium, sive aeritium, aut a colore prunarum, quasi prunitium. Nulla di questo può soddisfare. Sarebbe più tosto da vedere se da bruno parola Germanica, cioè dal colore, a differenza di quello dell’oro e dell’argento, potesse aver preso quel metallo questo nome. Bruniae furono per tal ragione a’ tempi di Carlo Magno appellati gli usberghi. Forse in vece di æs subnigricans si formò æs brunitium, e in fine bronzo. Per metafora dicono i Modenesi un volto abbronzito, una ciera bronzina, per significare la faccia nericcia di un uomo.

BRUSCARE. Frondes amputare. Così spiegano questa disusata parola, o almen parola non conosciuta fuor di Toscana, gli Accademici della Crusca. Si può dubitare se questo sia il vero significato. Nulla di difficile si presenta al Menagio. Da lucare (verbo, per quanto io penso, finto da lui da lucus) venne blucare, brucare. Mi rimetto al giudizio de’ Lettori. Quando veramente brucare significhi il Latino frondare, con qualche verisimiglianza avrebbero potuto i Fiorentini mutare lo sbroccare de’ Lombardi in brucare, siccome da sbrollare trassero brullo, come fra poco vedremo. Noi appelliamo brocche le frondi e i rami svelti degli alberi. Di là uscì sbroccare. Vedi sopra alla voce BRECCIA.

BRUGHIERA. Terra inculta, humillimis plantis infrugiferis horrida. Dalla Francia passò questo vocabolo nel Milanese. Dal nome Franzese bruyere, erica de’ Latini, si formò brughiera. Il Furetiere stimò discendente tal voce dall’antico gallico bruir, o brouir, che vuol dire bruciare, perché le brughiere, per metterle a coltura, si bruciano prima.

BRULLO. Spoliatus. È vocabolo de’ Fiorentini. Anche secondo il parere di Benvenuto da Imola ne’ Commentarj MSti alla Commedia di Dante, significa pauperatum, nudatum. Confessa il Menagio di non saperne l’origine, e solamente dubitando dice: Forse per brulato. Ecco la mia coniettura, o più tosto la sicura nascita di questa voce, che veramente è curiosa. I Modenesi non dicono brullo, ma sbrollo, nato da sbrollare, significante nudare substantiis, vestibus, ec. Verbo tale non altronde si fondò che da perula o pera de’ pellegrini. Se ne stupirà chi legge. Rito celebre ne’ vecchi secoli di coloro che andavano in pellegrinaggio, fu di prendere la pera (oggidì bisaccia, tasca, scarsella, saccoccia) e il bastone, poscia appellato bordone, o per metafora, perché il bastone serviva in vece di giumento, o più tosto nome preso dal Tedesco bort, significante fulcrum, sustentaculum. Tuttavia in Modena si chiama bordonale il trave maestro che sostenta il tetto. Da bort, bortone, e più mollemente bordone. Si prendeva una volta la pera dal sacro altare per mano del sacerdote che l’avea benedetta. Il Passavanti, antico scrittore della nostra lingua, scrive: Presono il bordone e la scarsella, come è usanza, dal proprio prete (Vedi presso il Martene, tom. III, lib. 2, cap. 23 de antiq. Eccl. Ritib. Ordinem ad benedicendum baculum et peram peregrinorum). Gli stessi volendo andare in pellegrinaggio, in quella forma prendevano dalla chiesa peram et baculum. Per attestato del Monaco Engolismense (cap. 24 della Vita di Carlo Magno), sopra il cadavere di quell’inclito Monarca, et super vestimentis Imperialibus pera peregrinalis posita est, quam Romae portare solitus erat. Parimente Leone IX papa se n’andò a Roma, assumta pera sicut peregrinus. Nella scarsella si portava il danaro, e talvolta il cibo necessario al viandante. Discese probabilmente quel rito dall’antichità, mentre leggiamo nel Vangelo che Cristo Signor nostro ordinò agli Apostoli di viaggiare sine baculo et sine pera. Ora se i pellegrini inciampavano negli assassini di strada (il che talvolta accadeva), erano spogliati, non già del bordone, ma sì bene della pera o sia tasca, a cui particolarmente coloro aveano divozione. Di qua venne experulare significante spogliare, che mutato, secondo il costume, in exprulare, finalmente divenne sbrollare, come abbiamo veduto in bramare da peramare, e in prusare da perussare, ec. Di là sbrollo, spogliato. I Fiorentini mutarono il nostro sbrollo in brullo.

BRUSCO, BRUSCOLO. Parola de’ Fiorentini per significare pezzi minuti di legno o paglia. Dice il Menagio: Può derivare da frustum, frustulum; o pure da bosco. Finalmente dà la sentenza con dire: Ma credo derivi da festuca, fistuca, fustuca, fusca, vusca, busca, buscum, bruscum, brusco. Chi mai potrà bere trasmutazione sì strana? Nulla ho io qui da aggiugnere, se non che i Modenesi chiamano fruscule que’ pezzetti e striscie che i legnaiuoli colla pialla de’ Fiorentini, piolla in Modenese, cioè dolabra Latino, o pure runcina, cavano in pulire il legno. Tal voce si trasferisce ad altri minuti frammenti. Se poi il nostro fruscula sia disceso da frustulum, o se i Toscani avessero mutato fruscula in bruscolo, chi ce lo può dire?

BRUTTO. Deformis. Rettamente scrive il Menagio che da bruttare, significante inquinare, inficere, nacque brutto: Poscia deduce bruttare da brutia, essendo così chiamata la pece che ottima nasce nella Calabria. Secondo lui brutiare avrà significato inquinare tamquam brutia, e di la sarà nato il sognato verbo bruttare. Ma niuno lo crederà, perché niuno mai usò brutia, per denotare la pece. Era la pece brutia una specie di pece, e però niuno mai indefinitamente disse brutia, ma sì bene pix brutia. L’Acarisio, il Caninio ed altri dedussero la parola brutto da brutus, bruta, brutum; il Corbinelli da imbrattare; il Ferrari da impurus e da impuritare. A questi sogni un altro ne voglio aggiugnere io. Da peramare vedemmo nato bramare; da perussare, brusare, bruciare. Potrebbe mai essere nato da perunctus brutto? cioè dall’uso de’ popolari mimi e saltimbanchi, i quali, a dire di Orazio, peruncti faecibus ora davano spasso al popolo. Ma né pur una di tali origini è da abbracciare, e nulla ha côlto la rete.

BUCO. Vedi qui sotto BUGIO.

BUCATA. Purgamentum pannorum lineorum per lixivium. Pare che prima si dicesse Mettere i panni in bucato, cioè nel vaso bucato; ché tali sono i vasi destinati a questa faccenda. Questa etimologia venne in mente al nostro scrittor Modenese Alessandro Tassoni. Ma si ha da osservare, colla testimonianza di Mattia Cramero, avere la lingua Germanica bauchen significante fare il bucato. Pronunziando l’au per O, pare che ne nascesse bocare, e poi bocato e bucato. Così presso lo Schiltero gli antichi Germani dissero buchen per lavare. In Italiano quel verbo si muta in bucare, e di là bucato.

BUCINARE. Clam et caute rumores spargere. Susurrare. Alle volte ancora i Fiorentini dissero buzzicare. Ma la prima è voce usata, l’altra disusata. I Modenesi dicono businare. Da buccinum la trasse il Menagio; ovvero da vox, vocis, vocare, vocicare, bocicare, buzzicare. Conchiude poi egli con dire: Viene sicuro da buccinum. A me è ignota la voce buccinum. Conosco bensì buccinam e buccinare de’ Latini, significante sonare la tromba, cioè il contrario di bucinare. Sarebbe dunque da vedere, se mai il Modenese businare potesse essere nato da busino, cioè buco picciolo, quasiché chi parli in segreto, parli come per un buco angusto. Potrebbero poi avere i Fiorentini mutato il Lombardo businare in bucinare, giacché dicono buco ciò che da noi si chiama buso. O pure se da vocina, o bocchina, si fosse mai formato tal verbo; perché chi parla all’orecchio altrui, si serve di una tenue e sottil voce, o parla colla bocca stretta. Usano tuttavia i Toscani vocina, e boce per voce. Chi più ne sa ne dica.

BUFFARE. Insufflare, Flare, Inflare. Se vogliamo fidarci del Menagio, dal Latino bucca, mutato non so come in buffa, nasce non solamente buffare; ma anche beffa, e buffetto significante un armadio o credenza; e pan buffetto e buffone e bufera; e più, se occorre. Ma chi niega la prima metamorfosi, tutti questi castelli sen vanno a terra. Per me inclinerei a credere originato tal verbo dalla figura della bocca, o dal suono di essa, allorché si soffia, nascendone buff. Anche nella lingua Germanica ed Inglese troviam puff; e il dialetto Modenese ha tirare un buff. Di là buffare, e bufera vento. Così dal suono trassero i Latini sibillare, mugere, rugire, ed altre simili voci. Così noi diciamo abbaiare, aezzare, bisbigliare, frullare, tartagliare, ed altri. Vedi qui sotto FISCHIARE.

BUGÍA. Mendacium. Il Caninio andò a cercare in Soria budua; il Ferrari futilis nel Lazio, per insegnarci un’etimologia che non ha garbo. Confessa il Menagio di non averne trovata l’origine: ed è un miracolo. Tengo io per certo, o almeno per molto verisimile che il Germanico boss sia il fonte onde scaturì bugía. Cioè boss in Tedesco significa burla, scherzo, facezia, baia. Dicono ora bossen; ma fu la primitiva voce boss, come osservò il Cramero. Parlare per giuoco, o, come dicono i Tedeschi, Redem zum boss, o bossen, lo stesso è che parlare da burla, dire una favola, non parlare con verità. La maggior parte delle parole giocose contiene una BUGÍA, ma non peccaminosa, come osservò Santo Agostino. Pertanto gl’Italiani cominciarono ad appellare boss la bugía giocosa, e poscia trasportarono ad ogni sorta di detto falso tal voce con formare bosía e busía, come pronunziano ed usano i Lombardi. Anche più si accostano all’origine di questo vocabolo i Napoletani con dire bossía. Secondo il loro costume i Toscani l’hanno convertito in BUGÍA. Truovasi anche bos nella lingua Tedesca, significante un uomo cattivo e fraudolento. Potrebbe anche apparire fra quella voce e il Lombardo bosía qualche affinità. E che bos una volta significasse un bugiardo, un mentitore, si può ricavare da Raterio vescovo di Verona nel secolo decimo, il quale nell’Opusc. Qualit. Coniect. scrive: Non habeo fidum, cui hoc committam ministerium; siquidem illum, cui unam libram argenti pro trabibus emendis commiseram anno praeterito, immaniter inde mihi bausiasse percepi. E nell’altro Opusc. de Contemtu Canon., par. I, dice: Fraudulentus adeo est, ut bausiator vulgo dicatur. Altro non è bausiator e bausiare, pronunziando per O l’au, che bosiare e bosiator, se non chi mentisce, inganna, bugiardo, e che dice bugíe.

BUGIO. Perforatus, Vacuus. Dedusse il Menagio l’Italiano buca, significante una fossa, dal Latino bucca; e da buca stimò disceso bugio e buco cioè foramen. Si tenga la sua etimologia. Noi diciamo bocca per bucca; né la bocca ha che fare colla buca. Nel dialetto Lombardo si dice una busa, fovea; un buso, foramen. Quando non possa questo venir dal Tedesco bos o boss, meglio è confessare di nulla saperne; e così confesso io.

BUIO. Obscurus, Tenebrosus. Tuttavia si cerca, né si truova l’origine di questa voce. Indarno il Castelvetro pensò mutato pullus in buio. Può far ridere il Pergamini con tirarla dall’ebraico bohu. Né da furvus, come si avvisò il Guietto, alcuno la dedurrà. Il Caninio e il Monosini la trassero da burrus, o sia dal Greco pyrrhos; e il Menagio dalla cattedra pronunzia: Ne viene sicuro. Ma il Greco pyrrhos non significò mai nero, denotandosi con esso solamente il colore rossuccio, per testimonianza di Festo e d’Isidoro. Nella Regola de’ Templarj leggiamo al cap. 20: Vestimenta, unius coloris esse jubemus, verbi gratia, alba, nigra, vel etiam burella. Né discende buio dalla Greca parola phajos, come sospetta il Ferrari, ancor quello essendo un colore tra il bianco e il nero. Tengo io per certo che buro, e non buio, sia il vocabolo primitivo. Così pronunziano i Bolognesi, Modenesi ed altri popoli. Gli stessi Fiorentini dissero una volta buro, come provò il Redi, e lo mutarono in buio. Onde esso venga, né pur io so dirlo, se non che si può vedere qui sotto BURRONE e BURLARE.

BULLO. Thraso. Satelles. Lo stesso che smargiasso e sgherro. È vocabolo di Lombardia. Vien da me creduto di origine Germanica, avendo quella lingua bul, buhl, significante drudo, amante, bertone. Così furono una volta chiamati gli amanti o bravi delle donne pubbliche, e tal voce fu poi trasferita a tutti gli smargiassi. Anche presso gl’Inglesi bully vuol dire un falso bravo.

BURASCA, o BURRASCA. Tempestas, Procella maris. Pensò il Menagio nata questa voce da buffa e bufera. Non merita d’essere ascoltato. Il Ferrari la volea tirare da Borra, o da Boreas vento, o da bullitione maris. Per me tengo che burasca venga da buro, o sia buio. Il mare in tempesta si chiama tale, perché le sue onde ne rendono nera la superficie.

BURELLA. Se vogliamo stare agli Autori del Vocabolario della Crusca, è una specie di prigione, e forse quella che oggi diciam segreta. Il vero è che burella propriamente significa fossa. Vedi il susseguente BURLARE, ed anche la parola BURRONE.

BURLARE. Fallere, Deludere. Da burra nel significato di quisquiliae, cioè cose da niente, il Menagio si sforzò di trarre burla. Da pila lo ricavò il Ferrari. Indarno amendue. L’origine vera crederei di poterla io accennare. Cioè da burrella, o borrella, significante nel linguaggio di Lombardia una fossa, o luogo cavato sotterra, si formò burrellare, e poi burlare. Gli antichi per prendere i lupi, le volpi ed altri animali selvaggi, cavavano in terra una fossa, coprendola poi con canne e terra, o con una tavola mobile, e verso quella cacciavano le fiere. Foveae, quibus feras venamur, sono mentovate da Plinio, lib. X, cap. 38. Presso Plauto nel Poenulo (Act. I, Sc. I) si legge decipere fovea. Di là burrellare per decipere, trasferito poscia ad altre significazioni coerenti. Così diciamo uccellare o trappolare altrui. Né solamente alle fiere, ma anche agli uomini ci stendevano sì fatti trabocchelli. Abbiamo nel Salmo LVI, vers. 5: Laqueum paraverunt pedibus meis. Foderunt foveam ante faciem meam, et inciderunt in eam. Così in altri luoghi delle divine Scritture. Si può confermar l’origine di burlare da burella. Perché noi Modenesi diciamo sburlare gli occhi, cioè cavar fuori gli occhi dalla lor fossa o cavità, per mirar qualche cosa colla maggior attenzione possibile. I Milanesi dicono burlar giò per cadere giù, a guisa di chi incautamente cade in qualche fossa. Odi Paolo Diacono, che nel lib. IV, cap. 46 de Gest. Langob. parla degli Sclavi che afflissero molto il paese di Benevento. Qui occultas foveas circa sua castra facientes, quum Ajo Beneventi dux super eos venisset, eosque debellare vellet, equus ejus in unam de eisdem foveis cecidit, atque irruentibus super eum Sclavis, extinctus est. Così nella legge CCCX di Rotari re de’ Longobardi, si quis fossatum occulte cooperuit per far danno agli animali altrui, gli è intimata una pena. Abbiamo parimente dall’Anonimo Salernitano ne’ Paralip. cap. 57 (Par. II del tomo II Rer. Ital.) che assai Cristiani furono presi e svenati occultis in foveis, fatte da’ Saraceni. Anche all’antipapa Cadaloo Beatrice duchessa di Toscana avea preparata foveam in strata Motinensi, attestandolo Donizone nella Vita di Matilda. È di tali fosse fatta menzione nell’assedio di Crema dell’anno 1159 presso Radevico, lib. II, cap. 57. Se ne servì anche Ruggieri di Loria contro i Franzesi in Catalogna nel 1285, come s’ha da Niccolò Speciale, lib. II, cap. 4 Hist. Sic. E questa a me sembra la vera origine dell’Italiano burlare. Onde poi discenda burella, o borella, lo dirò qui alla voce BURRONE. Del resto in Modena ed altre città di Lombardia è in uso tra fanciulli il giuoco della burella, così chiamato da una picciola fossa cavata in terra, dove essi da lungi gittano le noci.

BURRO. Così è chiamato da Fiorentini in Latino Butyrum. Vedi quanto essi si sieno scostati dalla voce prima. Probabilmente dal Franzese beurre l’hanno essi preso. Noi Lombardi tuttavia diciamo butero e butiro. Anche i Tedeschi ed Inglesi ritengono butter.

BURRONE. Locus asper et profundus sub rupibus. Così gli Accademici della Crusca nel Vocabolario. Anche borro, per loro attestato, significa locum praeruptum, per cui scorre acqua. Stimò il Menagio di diversa origine borro e burrone. Secondo lui, burrone viene da burrus Latino, significante cirratus, crispatus, hispidus: ma borro dal Greco boros, che significa rivus in praelo. Probabilmente tal voce è finta, o almeno dubbiosa. Né alcuna di tali etimologie si confà col nostro caso. Odi il dialetto Modenese. Qui appelliamo budrione qualunque voragine, cavità o fossa profonda sì nel piano, come ne’ monti, ed anche fra le stesse case. Né io dubito che questa sia la medesima che il burrone de’ Toscani, voce ch’essi avrebbono potuto più accuratamente definire. Ora i Modenesi senza dubbio han tirato budrione dal Greco bothrion, significante una fossa, un luogo cavo sotterra. Di qui ancora pare nato borro, non essendo necessario che acqua scorra per esso; e certamente ne viene burrella, diminutivo di borro, per denotare una picciola fossa. Oltre a ciò si può qua trarre il burro de’ Lombardi, buio in Toscana, essendo i budrioni e burroni profondi e scuri. Ha anche la lingua nostra burrana o borrana, che vuol dire luogo basso, dove si radunano l’acque. E celebre nel Ferrarese un luogo tale dove si raccolgono molte acque del Mantovano, Reggiano e Modenese. Nella Novella II della Giornata VIII del Boccaccio abbiamo: Corre l’acqua alla borrana. Ho paura che i Fiorentini non ci abbiano dato il suo vero significato, credendola essi l’erba borraggine. Ma nel testo del Boccaccio non seguita appresso: e fa tremar la foglia, come essi scrivono. Però con più fondamento si può credere che borrana ivi ci additi un luogo concavo in cui si riducono l’acque.

BUSSE. Verbera. Parere fu del Menagio, che buffare procedesse da pulsare, e da bussare busse. Non mi oppongo. Solamente noterò essere voce antichissima della lingua Tedesca busse, che significa penitenza, pena: e bussen, far penitenza disciplinandosi, come si faceva dai penitenti col flagello. Di qui il Germanico buss-tag, giorno di penitenza; buss-kleid, cilicio; buss-psalmen, penitenza fatta con recitare i Salmi. Però potrebbe nascere sospetto che noi a dirittura avessimo ricevute di là busse, battiture, e bussare per battere e percuotere.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011