Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXIII

Dell’origine o sia dell’Etimologia delle voci Italiane.

Si è trattato nella precedente Dissertazione in generale dell’origine della Lingua Italiana; convien ora aggiugnere qualche particolar notizia intorno ai vocaboli dalla medesima adoperati. Veramente lo studio dell’Etimologie suol parere a taluno una vana fatica, quasiché lieve frutto di erudizione se ne ricavi. Ma altro è il sentimento de’ Saggi; perché siccome gli amatori di essa erudizione tendono a scoprire tutti i costumi degli antichi, così anche amano di conoscere onde sia venuta la massa delle parole componenti il proprio linguaggio. Per tal cagione conseguirono lode parecchi degli antichi; e per attestato di Quintiliano (lib. I, cap. 6) continet in se Etymologia multam eruditionem. Perciò a sì fatto studio si applicarono, e ne riportarono piacere e gloria amendue gli Scaligeri, Lipsio, Salmasio, Meursio, Martinio, il vecchio Vossio, il Du-Cange, tutti uomini insigni, e il Somnero e l’Hickesio, per tacere il Beccano, scrittore pieno di sogni, il Covaruvia, il Caninio, il Nicozio ed altri. In questi ultimi tempi oltre ad altri furono benemeriti della lingua Germanica il Leibnizio, lo Schiltero e l’Eccardo, scrittori chiarissimi. Per quel che concerne l’Italiana, molti presero ad illustrar l’origine ed etimologia delle sue voci, e son qui spezialmente da menzionare il Castelvetro e il Tassoni Modenesi, il cardinal Bembo, l’Accarisio, il Monosini, Celso Cittadini, Carlo Dati, Francesco Redi, Antonio Salvini, e principaltnente Ottavio Ferrari, ed Egidio Menagio, l’ultimo de’ quali, tuttoché Franzese, illustrò non poco la nostra lingua coll’Opera intitolata: Le Origini della Lingua Italiana, nell’anno 1685. Ma sia a me permesso di dire, mancar di molto in chi ha finquì ricercato onde sia nata buona copia de’ nostri vocaboli: imperciocché troppo facilmente si persuasero uomini dotti che quasi tutte le voci Italiane sieno derivate dalla lingua Latina o Greca: nel che li credo io ingannati. Ci sono altre nazioni, presso le quali si dee cercare, e si truova l’origine di non pochi de’ nostri vocaboli. Né migliore strada presero coloro che dedussero dalla Provenzale non poche di esse voci, e di bei sogni propose il Giambullari con cercarne la miniera nella lingua Aramea. Ma noi molto meno di quel che si crede abbiam preso dal Greco linguaggio, pochissimo dagli Ebrei; e quei pochi vocaboli che della Provenza passarono in Italia, furono bensì usati da qualche scrittore, ma non già adottati dal popolo. Il perché son io di parere che più diligentemente di quel che finora s’è fatto, s’abbiano a scrutinare le lingue settentrionali, anzi fino l’Arabica, per trovare la vera origine di assaissime nostre voci, che nazioni tali indussero nella nostra Lingua, o perché in Italia lungo tempo signoreggiarono, o col mezzo del commerzio e della mercatura si familiarizzarono con gl’Italiani. Forse a qualche minore ingegno parrà disonore il riconoscere da’ Barbari l’accrescimento di questa lingua, siccome altri ancora si vergognano di trarre dai popoli Boreali i principj della lor nazione: quasiché sia solamente onorevole il discendere da Trojani, Greci e Romani; il che è una vecchia pazzia. Ma noi troppo delicati ci pasciamo di dolci fantasmi; e abbandonata, anzi sprezzata la verità, imprudentemente ci fermiamo alla sola ombra di essa. Chi all’incontro abbonda di giudizio, si studia di trovare, non quel che piace, ma quel che è vero. Oltre di che in gran credito furono una volta gli Arabi; e le tante nazioni della Germania e del Settentrione non solamente sono oggidì, ma anche negli antichi secoli furono nobilissime e in assaissima stima. Aggiungo ancora, che quando anche da popoli abbietti avesse la nostra lingua prese in prestito varie voci, che mai ne verrebbe di discapito alla medesima? Da che fossero passate nel nostro nobile linguaggio, avrebbero contratta la medesima nobiltà. Anche Platone nel Cratilo scrisse: Qualora non si truova l’origine de’ nomi Greci presso gli stessi Greci, s’ ha da prendere dai Barbari, da’ quali han preso i Greci assai vocaboli. Antichissimo è il commerzio delle lingue fra loro, e purché si stia bene attento, si scuoprono non meno i passaggi de’ popoli, che quei delle voci, ne’ paesi confinanti.

Cercando noi dunque, da quai fonti sieno scaturite le voci della nostra volgar lingua, vero è che alcune poche a noi son venute dalle lingue Greca ed Ebraica; ma per averne parlato più persone, ed anche più del dovere, altro non aggiungo io. Quel che è evidente, la principal massa delle voci Italiane viene dalla lingua Latina, avendo ritenuto i popoli di questo Regno tanti vocaboli, frasi e forma di struttura di quella, che anche l’ignorante volgo se ode un basso Latino, giugne ad intenderne assaissime parole, e non di rado anche il senso. È nondimeno da osservare, che quantunque il Vocabolario Fiorentino della Crusca abbia raccolto tante voci procedenti da esso Latino, molte nondimeno vi restano, che non son da dire voci del popolo d’Italia, o Toscano. Imperocché gli uomini o per loro arbitrio, o per necessità di spiegar dei sottili pensieri, o per pompa di eloquenza, hanno fabbricato, e fabbricano nuove parole e frasi, o le traggono dalla stessa lingua Latina, o dalle confinanti. Di queste giunte il popolo non ha conoscenza né uso, né le riguarda come merci usuali della propria lingua. Convien anche andar cauto in sentenziare che una lingua di qualche nazione abbondi più dell’altre nella quantità e varietà delle voci. Noi troviamo chi esalta per questo la Greca, l’Arabica, la Germanica, ec. Quanto a me, osservo che il popolo di qualsivoglia città per uso proprio ha quasi sempre una determinata quantità di parole atta a spiegare tutti i suoi pensieri, e i nomi di tutte le occorrenti cose, con abbondar anche di molti sinonimi. Questa provvisione di voci e maniere di dire forma il linguaggio di ciascun particolare popolo. Gli Eruditi poi ed ingegnosi, e quei singolarmente che posseggono le lingue straniere, ne formano dell’altre senza numero, e le spacciano ne’ loro ragionamenti e libri. Perché dunque una sterminata copia di vocaboli sia attribuita a qualche nazione, non ne seguita che ogni città di quel paese adoperi tanta abbondanza di voci e frasi; ma bensì che quel dovizioso magazzino di parole è ricavato dal parlare di quella nazione e d’ogni città, e tanto delle dotte che delle ignoranti persone, costituenti la vasta popolazione di un gran tratto di paese. Ogni particolar città ebbe sempre, ed avrà il suo particolar dialetto, e l’uso di molte o poche parole, delle quali non si servono l’altre città, anch’esse provvedute d’altre differenti e proprie voci, maniere di dire o proverbj. Il perché quanto si stende l’ampiezza di una nazione, tanto più abbondante in essa si truova l’erario de’ vocaboli, i quali si possono ben dire di quella lingua e nazione, ma non tutte sono di qualsisia città e popolazione di quella nazione. Ho osservato nel dialetto Modenese un’incredibil quantità di voci non conosciute punto da’ Fiorentini e Toscani. Lo stesso forse ritroveremo in altre città e provincie d’Italia. Ora coloro che presero a formar i Lessici Greci, non solamente raccolsero i vocaboli usati in Atene, né quei di un secolo solo, ma sì bene ammassarono tutti quei di tant’altre città Greche, e di tanti scrittori Greci di diversi paesi. Parlavasi anticamente quella nobil lingua nella Grecia, Macedonia, Tracia, e nelle Isole del Mare Egeo, e in parte della Sicilia e del Regno di Napoli, e in assaissime città dell’Asia e dell’Egitto, cadauna delle quali aveva il suo dialetto, e non poche proprie voci. In questa guisa i compilatori de’ Lessici Greci trovarono di che ingrossarli assaissimo, e di far comparire sì doviziosa la lingua Greca. Lo stesso si può dire dell’Arabica, la quale anticamente correva per una vasta estension di paesi. Torno ora alla lingua Italiana, figlia bensì della Latina, ma non men bella e nobile della madre. Da questo fonte non s’ha da pretendere che vengano tutte le nostre voci. Né pure i Romani poterono impedire che non si mischiassero nel loro linguaggio delle straniere parole: ora quanto più dobbiam credere che si frammischiassero nella nostra favella voci forestiere, e nello spazio di più secoli, da che le nazioni barbare piantarono qui e tennero per lungo tempo signoria ed abitazione, e i nostri mantennero un continuo commerzio coi confinanti? Il perché non v’ha città in Italia che non abbia ed usi, oltre alle voci comuni ad ognuno della nostra lingua, altre non poche particolari, prese dal Latino, o dalle lingue circonvicine, che non s’usano da altri popoli. Ci sono anche molte voci comuni ad una provincia, e ignote all’altre, non usando, per esempio, i Toscani e Napoletani tante voci che sono in bocca de’ Lombardi, né questi le usate in Toscana e nel Regno di Napoli. Per conseguente un troppo smisurato Vocabolario, ed anche deforme, compilerebbe chi alla rinfusa volesse raunar le voci tutte di tanti dialetti e popoli d’Italia.

Volendo noi dunque indagar l’origine dei vocaboli della nostra lingua volgare, primieramente possiam credere che tuttavia in essa e ne’ varj suoi dialetti si conservino molti, de’ quali si servirono prima del dominio Romano gli antichi abitatori d’Italia. Qui in fatti dominarono una volta i chiamati Indigeni, gli Etrusci, gli Heneti, i Liguri, ed altri Galli e genti, delle quali trattato hanno il Cluverio e il Cellario. In che fosse diversa la lingua Sabina dalla Latina, non si sa. In questi ultimi tempi s’è data meglio a conoscere l’Etrusca, il cui linguaggio s’accosta in qualche cosa al Latino, ma è troppo differente da esso: anzi fa meraviglia l’udire l’aspro e duro parlare de’ vecchi Etrusci, con essere poi succeduto ad esso il così dolce che in Toscana oggidì si parla. Altri popoli certamente di lingua diversa da quella del Lazio e di Roma nutrì l’Italia ne’ più antichi secoli; e a me par difficile che, tutti i lor vocaboli perissero, dappoiché que’ popoli vennero sotto il giogo de’ Romani. E perché non possono essere durati alquanti, o molti di essi nella comune lingua d’Italia e nei diversi dialetti della medesima in Italia? Particolarmente gli abitatori delle montagne ne avran conservati alcuni, e fra essi qualche nome necessario dell’arti, o l’usato anticamente de’ fiumi e luoghi. Per esempio l’Eridano, cioè il maggiore de’ fiumi d’Italia, ora da noi vien chiamato Po, e Padum lo appellarono i Latini. Ma questo vocabolo discende dai Galli Celti, o Liguri, padroni della moderna Lombardia prima de’ Romani. Odasi Plinio (lib. III, cap. 16) che così parla: Metrodorus Scepsius dicit, quoniam circa fontem arbor multa sit picea, quae Pades Gallice vocatur, Padum hoc nomen accepisse. Ligurum quidem lingua amnem hunc Bodincum vocari. Se in pronunziare Bodinco si calca la prima sillaba, ne viene Po; il resto della parola per maggior brevità dovette cadere. Nel Glossario delle antiche voci Celtiche del Boxhornio boddi significa sommergere. Così penn, antichissima voce de’ Celti, significante un alto monte, diede il nome all’Alpi Pennine, e al monte Appennino. Certamente allorché si cerca l’origine di qualche voce usata dalla comune lingua Italiana, o dai varj dialetti della medesima, né maniera apparisce di dedurla dalle lingue Latina, Greca, Arabica, Germanica, e da altre, colle quali abbiano una volta gl’Italiani avuta qualche relazione e commerzio: giusto sospetto può nascere, quella essere un resto della lingua usata dagli antichi abitatori d’Italia. Così il linguaggio Franzese, Spagnuolo ed Inglese conserva alcuni e forse molti vocaboli usati fra loro ne’ più remoti secoli, ancorché troppo difficile sia il poterne dare buon conto, se non ricorrendo alle lingue antichissime, conservate nella Bretagna minore, in alcune parti dell’Inghilterra, Scozia, Irlanda, e nelle nazioni settentrionali dell’Europa. A me non sembra verisimile tanta fortuna ne’ Romani vincitori, che potessero abolire ed estirpare tutte le voci delle precedenti lingue, e che non ne restasse alcuna in un popolo, ed altre in altre città e popolazioni, e spezialmente fra gli abitatori delle montagne.

Per esempio, se si cerca onde sia venuta la voce mallo, significante la molle e verde corteccia onde son vestite le noci e le mandorle fresche (i Modenesi dicono malla, e andare in malla, quando essa corteccia spontaneamente si stacca dall’altra dura corteccia), Ottavio Ferrari risponderà: da mollis; il Menagio, dal Greco mallos significante vellus, lanam. Ma è troppo larga la significazione di mollis Latino, e diverse le lettere; e il Greco mallos altro non è che un globo o fiocco di lana; né uniformità ha colla tonaca verde delle noci. E qui di passaggio si osservi che i Modenesi tuttavia si servono di questa voce ignota ai Toscani, con dire un mallone di lana, di canepa, di capelli, cioè un globo o mucchio di lana, ec. Anche Anastasio Bibliotecario, o qualunque sia l’Autore della Vita di Benedetto II papa, scrive: Hic una cum Clero et exercitu suscepit Mallones capillorum Domni Justiniani et Heraclii filiorum clementissimi Principis. Però più largo di quel che pensò il Du-Cange, è il significato di questa parola né significa crine, ma bensì un globo o palla di qualche cosa sciolta, che abbia fili, peli ed altre simili cose molli, riunite insieme. Però i Modenesi dicono ancora un mallocco di cera, di neve, ec. Quando dunque non si truova alcuna competente origine della voce mallo o malla, ragionevol sospetto dee nascere, finché non apparisca un fonte più sicuro, che la medesima a noi venga dalle antichissime lingue dell’Italia. Né altronde vo io credendo derivati alcuni nomi dell’agricoltura e d’altre arti, che tuttavia durano fra’ contadini ed altri artefici, né si possono trarre dalla lingua Latina. Chi mi sa dire onde venga il nome di vanga (bipalium dissero i Latini), cioè quello strumento di ferro con cui si cava il terreno, mercè del piede, che fa forza in una prominente lastra pure di ferro? Il Menagio contro ogni verisimiglianza volle dedurlo da pango, o dallo stesso bipalium. Anche il Somnero Inglese indarno tirò tal voce dal Sassonico fangan, quod est manu prehendere. Più giustamente potremo noi immaginare questo essere uno de’ vocaboli antichissimi dell’Italia: giacché Palladio nel Trattato de Re Rustica nomina vangas, e San Gregorio Magno circa l’anno 594 nel libro III Dialog. rammenta ferramenta, quae usitato nos nomine Vangas vocamus, con aggiugnere che i ladri, mutato parere, presero le vanghe, colle quali cuncta horti illius spatia, quae inculta fuerant, coluerunt. Truovasi ancora il nome di vanga presso i Bollandisti nella Vita di San Felice al dì 14 di gennaio, come osservò il Vossio, il qual poscia poco avvertitamente chiamò ligonem. Di tale strumento abbiamo la figura in un marmo del cemeterio di Callisto, spettante a un certo Leone, rustico de’ primi secoli della Chiesa, presso il Fabretti, pag. 574 delle Iscrizioni. Potrebbe anche cercarsi onde sia venuto il nome di gramola, strumento di legno adoperato per rompere e mondare il lino e la canepa, e per affinare la pasta. Nella Dissertazione XXIV troverai linum gramulatum, o grammulatum. Niun vestigio di tal vocabolo ho saputo rinvenire nelle lingue Greca, Latina, Franzese e Germanica. Ciò che ne dice il Menagio scrivendo, Forse viene a terere Latino, può solamente far ridere, se si considera la strana scala da lui adoperata cioè tero, terimo, terimum, terimulum, rimulum, ramulum, ramula, ramola, gramola. Forse in alcuna delle antiche lingue settentrionali se ne troverà qualche origine. Carlo Magno Augusto nel suo Capitolare delle Ville (tomo I, pag. 337 dell’edizion Baluziana) annoverando utensilia (la qual parola vien malamente interpretata dalla Glossa nella l. eos qui utensilia, ff. de Decurionibus, prendendola per significar cose spettanti al cibo e alla bevanda; siccome ancora dal Budeo alla l. 2 de Nundinis; quando è certo che vuol dire gli strumenti de’ quali si servono i rustici, gli artefici ed altre persone per far le loro fatture): riferendo, dissi, gli utensili rusticali delle sue ville, fra gli altri nomina andedos, catenas, cramaculos, secures, terebras, ec. Parimente gramacula si legge nel Compendio delle cose Fiscali, pubblicato dall’Eccardo. Lo stesso a me sembra cramacula e gramacula. Ma il Du-Cange pensa che tal nome significhi la catena del fuoco, o sia cremasteres focarios: opinione approvata dal medesimo Eccardo. Nelle antiche Chiose Fiorentine da esso Eccardo date alla luce, cramacula è spiegata in Tedesco habala; e nelle Chiose Fuldensi cramaillas habla. Potrà meglio giudicar della voce cramacula chi intende l’antica lingua Tedesca.

Degna eziandio della curiosità degli Eruditi è l’origine delle parole cavolo e verza. La prima si truova usata da’ Romani, Toscani e Napoletani; e tal nome vien dal Latino caulis, la qual voce tuttoché significhi il torzo, o, per meglio dire, gambo degli erbaggi, pure con singolare uso denota la brassica de’ Latini. Ne abbiamo esempj in Orazio. Plinio e Marziale. Però da esso caulis è nato il cavolo Italiano, il Germanico khol e il Franzese chou. Ma onde viene caolo cappuccio? I Modenesi tali erbaggi, come differenti dalla brassica o verza, chiamano capucci. Pensarono alcuni derivato questo nome da brassica capitata, perché si assomiglia in certa maniera al capo degli uomini. Ma cotal nome fu inventato dal Mattiolo e dai moderni per esprimere in Latino i cappucci, chiamati da’ Milanesi gambusi, e da’ Franzesi cabus. Qual dunque sia la primitiva voce, e se noi da’ Franzesi, o essi da noi abbiano ricevuta questa parola, non si sa. Ben si può credere che i Toscani abbiano spiegato la Latina voce caulis con quella di gambo (gambone in Modenese), e che se ne sia poi formato gambuso e cabus. Fors’anche dal Latino crambis, significante caolo, o verza, si potrebbe essere formato crambuso, gambuso. Ma passiamo al nome di verza da noi usato per significare il cavolo ordinario. Hanno anche gli Spagnuoli berza nel medesimo significato, scuro restando se essi da noi, o noi, da essi abbiam ricevuta questa voce. Ma onde vien verza? Dante nel C. XVIII dell’Inferno scrive:

Ahi come facean lor levar le berze!

Questa voce nel Vocabolario Fiorentino vuol dire le gambe. Non è spiegazione sicura, mentre abbiamo Benvenuto da Imola, che amico fu del Petrarca e del Boccaccio, il quale interpreta berze per calcagni. Con poco plausibil coniettura il Berteto traeva berza e verza da brassica. Migliore è quella del Menagio, che forse da viridis crede nata verza, benché Ottavio Ferrari disappruovi tale etimologia. Certamente la nostra lingua ha verziere formato da viridarium, virdarium, verdarium, verzarium. Gli antichi dissero ancora berzarium. E viridigarium si truova nelle Formole del Lindenbrogio, cap. 79. Ebbe la lingua Italiana verzicare per verdicare, e verzume per verdume; ed ha verzura significante viretum. Però non è improbabile che le brassiche dalla lor molta verzura fossero chiamate verze. Chi non s’appagasse di tal derivazione, potrà credere portato a noi questo vocabolo dai popoli settentrionali. Imperciocché nelle antiche Glosse Tedesche stampate dall’Eccardo (tom. I Hist. Franc. Orient.) si legge brassica, nome che in Tedesco è wirz. Questa lieve scorsa già può farci intendere come gli antichi popoli ritenessero voci della maggiore antichità spettanti alle loro arti necessario. Il che ho anche osservato nel linguaggio de’ rustici nostri, allorché dicono: E’ tempo di solvere; andiamo a solvere: cioè è tempo di mangiare, o sia di far colezione, o di pranzare: frase non conosciuta né usata dal popolo della città. Significano essi il solvere jejunium degli antichi Latini. Così dejejunare dissero una volta, per terminare il digiuno, onde è nato il franzese dejuner, far colezione, e il nostro desinare in vece di prandere. Anche i rustici della Toscana chiamano il far colezione sciolvere, asciolvere, vegnente dallo stesso Latinismo. Parimente i rustici nostri chiamano dogaro un canale che riceve l’acque piovane nelle campagne, o dal Greco doche significante ricettacolo, o dal Latino duco, per denotare un canale ducario, da noi appellato condotto. – Ducaria in questo senso si truova presso l’Ughelli negli Arcivescovi di Pisa. Nell’edizione di Gregorio Turonense fatta dal P. Ruinart (lib. I, cap. 25 de Gloria Martyr.) si legge: Ne forte togis (altri hanno locis) occultis limphae deducerentur in fontes. Ma ivi s’ha da leggere dogis. Così presso noi ed altri popoli dura la parola biroccio, significante una carretta da due ruote. Si può credere che anche gli antichi usassero birotium o birotum carpentum, che appunto si truova nel libro de’ Miracoli di San Waldeberto Abbate Luxoviense, e negli Atti antichi de’ Santi Nereo ed Achilleo al dì 12 di maggio. In oltre il popolo di Modena usa arsenzare, tratto, a mio credere, dal Latino recentare. Anche la lingua Spagnuola ritiene recentar, da noi detto rinfrescare, rinovare. Il dialetto di Modena pronunzia ar in vece di re, dicendo arstituire in vece di restituire; arcomandare in luogo di raccomandare. Il che talvolta succede anche presso i Fiorentini, i quali dicono arnione, che i Modenesi chiamano rognone, e i Franzesi roignon dal Latino ren renis. In Toscana l’adversarius Latino è avversario, nel linguaggio Modenese arvesario coll’E tacitamente pronunziato, come fa la lingua Franzese. Notò già Matteo Egizio Napoletano nella bella Spiegazione del Senatusconsulto de’ Baccanali, che i Romani o Latini in alcune voci usarono R in vece di D, cioè dicendo arfuisse per adfuisse; arvorsum per advorsum; arversarius per adversarius. Non è facile il decidere se i Modenesi da così remoti secoli abbiano condotto il loro arvesario sino a questi tempi. Certo è bensì, adoperar essi questo vocabolo per significare il Diavolo, chiamato nelle sacre lettere Adversarius. Mi servì tale osservazione per rispondere al chiarissimo abbate Anton-Maria Salvini, allorché mi ricercò, onde credesi originata la versiera, voce usata dalla plebe Fiorentina. Altro non è essa che il Latino adversarius così travolto da quel popolo. Fra Giacopone da Todi, che circa il 1298 compose molte Rime, nel lib. III, Ode 25 dice:

Il Nemico ingannatore

Aversiero del Signore.

Forse dal Franzese adversaire venne a dirittura aversiero, e poi la versiera. In oltre i Modenesi dicono adracato de’ vecchi in vece di adarcato; siccome ancora frabbo, cioè faber in Latino fabbro in Italiano. Potrebbe essere che ancor questo discendesse dall’antica Latinità. Monsig. Vignoli nell’Appendice alla Dissert. de Columna Antonin., pag. 202, riferisce un’iscrizione posta M. IVLIO PRAEFECTO FRABVM, in vece di Praefecto Fabrum, o Fabrorum. Leggesi anche freve in vece di febre nelle Rime del suddetto Fra Giacopone. Così in due carte Alamanniche presso il Goldasto, riferite anche dal Du-Cange, si legge fruniscat cum cratia Dei et Sancti Petri. Non altro è fruniscat se non fruatur, cioè una voce della più antica lingua Latina, ripudiata poi da’ Romani più eleganti, ma conservata dal volgo nelle provincie. Fruniscor et frunitum dixit Cato, son parole di Festo Pompeo, in vece di fruor. Se ne truova anche esempio in qualche antica iscrizione. S’è finquì veduto che anche ne’ vecchi secoli le voci Latine si adoperavano contro le regole della Gramatica, e si guastavano. Avvenne ciò in Roma stessa: or quanto più facilmente potè questo avvenire nelle provincie? Succederono poscia i secoli barbarici, ne’ quali a poco a poco vennero trasfigurate le voci Latine, in guisa che si dura fatica ad intendere come vengano da quel fonte: sì diversa è la forma che hanno in bocca del popolo. Cercava il Franzese Egidio Menagio, onde nascesse l’Italiano bruciare ed abbruciare. Ecco il suo parere: da pruna, prunacius, prucius, brucius, brucia, bruciare. Niuno crederà salto sì strano. Né più felicemente pensò Ottavio Ferrari, traendo da amburere il nostro bruciare. Non istimerò io d’ingannarmi con dedurre questo verbo dal Latino peruro. Cioè ha peruro nel preterito perussi; e forse ’il popolo disse anche perussus in vece di perustus. Da perussi fu formato perussiare, o perussare; poi prussiare o prussare; e finalmente pronunziato il P dolcemente, ne venne brusare de’ Lombardi, e brusciare e bruciare de’ Toscani. Così pruina diventò brina; opprobrium, obbrobrio; e pruna fu da noi Lombardi mutato in brugna. Per la stessa ragione, siccome dirò qui sotto, il Latino peramare si convertì in bramare. In Lombardia dura brusare; altri popoli dicono brusciare, e i Toscani bruciare. Truovasi nondimeno brusare nel lib. VII, cap. 78 nella Storia di Giovanni Villani. Usarono i Latini perustulare. Diventò questo nella Gallia perussulare, poi perussuler, brussuler, e finalmente brusler. Lascerò considerare ad altri, se dal Lombardico brusare si possa dedurre l’origine della voce brasa; in Latino pruna, in Toscano brace, bragia, bracia: perché veramente non si soleva mutare l’U in A. Presso i Franzesi braise significa lo stesso, e di là embraser, e lo Spagnuolo abrasar: da’ quali verisimilmente noi prendemmo brasa, brage, ec. S’ingannano, a mio credere, coloro che tirano l’Italiano bruciare e brusare dal Greco brazo, che significa ebullire et agitari. Simile è bensì il suono delle lettere, ma diverso il significato. Più anche s’allontanò dal vero il Du-Cange nel Glossario, con pretendere adoperato bruscare in vece d’amburere, e citare il solo Sanuto autore Italiano. Brusciare, e non bruscare, avrà scritto il Sanuto; perché niun Italiano ha mai usato bruscare. Veggano anche i Franzesi, se il loro brasser la biere venga da per et assare: giacché si arrostisce l’orzo per farne la birra. Né so se il Du-Cange toccasse il punto, allorché pensò nato il Franzese broussailles, o brossailles, nato da bruscia e brozia. I Modenesi chiamano brusaglia tutto ciò che si cava da’ boschi ed alberi atto a bruciarsi; nome tratto da brusare: talmente che pare che da noi i Franzesi abbiano imparata tal voce. Chiamiamo anche brocchi e brocche i rami degli alberi e de’ virgulti. Se alla Franzese si pronunziasse broches, quindi anche si potè formare brochailles. Ritengono tuttavia i nostri contadini il nome Latino di stiva, significante il manico dell’aratro. Dicono segolo e messora, de’ quali si servono a mietere. Viene il primo vocabolo da secando; l’altro dalla falce messoria. Chiamano in oltre persello la pertica che sovrapongono al fieno condotto sulle carra: cioè presellum dal Latino premo, pressi. Diciamo ancora un regoletto di persone, per significare una man d’uomini raunati e parlanti insieme, dal Latino recollectus. Parimente dal Latino ruspari noi riteniamo ruspare: del qual verbo son privi i Fiorentini; ed esso è diverso da raspare, di cui parleremo più abbasso. Servonsi ancora i Modenesi ed altri popoli Lombardi della voce gerla, o zerla, per significare quella cesta in cui si porta il pane cotto: nome trasferito in essa dai geruli Latini. Né si dee tralasciare quella che noi appelliamo manizza o manizzo, e i Toscani manicotto, per difendere le mani dal freddo del verno. Discese tal voce dal Latino manicia, che si truova nell’epist. V del lib. III di Plinio juniore. Nella Vita di San Filiberto Abbate Gemiticense pubblicata dal Mabillon si legge: Manicia, quae nos peregrina lingua (cioè Germanica) wantos vocamus. Dalla lingua appunto Tedesca è a noi venuto il nome di guanti. Nella Dissertazione IX si vede una carta dell’anno 820, dove sono menzionate maniciae. In oltre i Modenesi non solamente al pari degli altri Italiani chiamano brina il Latino pruina, ma anche galaverna essa brina gagliarda congelata negli alberi. Non saprei dire se tal voce fosse mai composta d’una parola Greca, cioè da gala, significante latte, e dalla Latina hybernus, che noi abbiamo convertito, in inverno o verno. Hanno altresì i Modenesi con altri popoli in uso la parola ancona, corrotta dal greco eicon, eicona in accusativo, significante immagine. Usano pur anche la voce zemena, con cui esprimono ambe le mani unite ed incavate per prendere qualche cosa sciolta, come danaro, grano, ec. Vien questo vocabolo da gemina, dicendosi in Latino gemina manu cavata aliquid comprehendere. Presso Ammiano Marcellino (lib. XVI, cap. V) leggiamo: Utraque manu cavata. Così pollesini colla penultima longa diciamo i polli delle galline. Lampridio nella Vita di Alessandro Severo rammenta pullicenos nel medesimo significato. Cesare, Tacito e Marcellino appellarono concaedem una siepe fatta con alberi tagliati. In alcuna di queste parti cede tuttavia si chiamano le siepi. V’ha negli Statuti di Bologna, lib. VI, una Rubrica de cedis non frangendis. Non mi è noto se i Toscani adoperino la voce Cògoma; non l’ho trovata nel Vocabolario. Se ne servono i Modenesi ed altri popoli, ed è cucuma de’ Latini, cioè un vaso spezialmente usato da’ barbieri per tenervi l’acqua calda. Abbiamo anche pavera colla penultima lunga, significando con tal voce i giunchi, ed altre erbe alte che nascono nelle paludi. Viene dal Greco papyrus. Il lixivium de’ Latini è chiamato da’ Fiorentini ranno. Ritengono i Modenesi la parola Latina con averla mutata in liscía, o lescía. Anche lixiva fu usata dagli antichi Latini; siccome ancora sitella, significante vaso da cavar acqua. Dura tal voce presso i Milanesi, i quali hanno formato sitellinum, e poi sedellino. Il calcedro de’ Bolognesi, che vuol dire lo stesso, viene dal Greco χαλκυδρία. Né vo’ lasciare indietro le burnise de’ Modenesi, col qual nome accennano delle picciole brage accese sotto la cenere: Dal Latino pruna dee discendere, tal voce, se non che presso gl’Inglesi si truova to burn per bruciare. Ma forse anch’eglino lo trassero da pruna. Pertanto non si troverà popolo che non conservi qualche antica voce, di cui niun vestigio apparirà presso gli altri. Cercando noi dunque l’origine delle voci Italiane, non poche s’incontrano, delle quali è ignoto, o almeno incerto e dubbioso il principio; giacché niuna competente maniera si scorge di tirarle dal Latino o dal Greco, o dal linguaggio de’ popoli confinanti. Io ne registrerò qui la serie di molte, acciocché gl’ingegni più perspicaci ne cerchino, se vogliono, l’etimologia. Fra queste alcuna forse ve ne sarà, la cui origine si potrà dubitare che sia da riferire alle lingue più antiche dell’Italia.

Catalogo

Di alcune voci Italiane, l’origine delle quali è tuttavia sconosciuta o dubbiosa

Accivire. Voce disusata.

Accoccare.

Addare per Avvedersi, Accorgersi. Voce usata da’ Fiorentini, Modenesi e Milanesi. Forse da Avvedersi, Avvedarsi, e finalmente Addarsi.

Aguzzetta. Voce non più usata.

Aguzzino. Dallo Spagnuolo Alguazil la trasse il Tassoni Modenese nelle Note MSte al Vocabolario della Crusca.

Albagia, ed Albasia nel dialetto Modenese. Pare nome Arabico per quell’articolo Al, Ma non ne Lo trovato vestigio.

Alla rinfusa da Reinfusus. Ma come ha preso il significato di Confuso?

Allocco, uccello. Molto ne parla il Menagio, più Ulisse Aldrovando. Contuttociò sembra tuttavia scura la sua origine.

Ambascia. Animi angor, deliquium.

Ambasciata, Ambasciatore. Se non viene dall’Arabico, verrà dal Germanico. Nella Legge Salica v’ha Ambasia Dominica. E Abbasciatum Remedii Episcopi si legge nella lettera di Paolo I papa nel Codice Carolino.

Anfanare.

Appalto, Appaltare. Pachten ai Tedeschi è affittare. Forse se ne formò Appalto, Appaltare.

Appiattarsi.

Arcolaio.

Ardiglione, che i Milanesi e Modenesi dicono Ardione.

Arnia, Alvearium.

Arrancare, e Voga Arrancata.

Arrogere, cioè Addere. Parola de’ Fiorentini, e disusata.

Arzigogolo.

Attignere, dal Latino Attingere. Ma perché vuol dire Haurire?

Attutare. Più non s’usa.

Avvenente. Perché da Adveniens? Babbuino, sorta di scimia. Vien forse dall’Arabico.

Baco da seta.

Badalucco.

Bagaglie. In Franzese Bagage; in Ispagnuolo Bagaye.

Bagordo. Vedi il Du-Cange alla voce Bohordicum.

Baleno, Balenare.

Balordo, Sbalordire.

Balzano.

Baratto, Barattare.

Barbuta. Galea in Latino.

Bardotto.

Baruffa.

Basire, cioè spirar l’ultimo fiato. I Modenesi usano transitivamente Sbasire per Uccidere.

Basto. Clitellae. Ne pare tuttavia scura l’origine.

Bazzicare.

Beccaio. Lanius. Perché gl’Italiani e Franzesi abbiano tratta questa voce da Becco, cioè Caprone, non ben si sa.

Belletta.

Beretino.

Bertuccia, scimia.

Biacca.

Biasciare. Presso Vitruvio calx in lacu macerata ascietur. Sarebbe mai nato questo verbo da Bis, o Vi, ed Asciare?

Bica. Parola de’ Fiorentini.

Bigio.

Birba, Birbone, Birbante.

Birro, Sbirro.

Boja.

Bolso.

Boria. Forse da Boreas?

Borzacchino. In Ispagnuolo Borzequi.

Botta, cioè Rospo. Parola Fiorentina.

Bozzema. In Modenese Bosma. Non so perché il Menagio abbia preso Bosima per Sterco di Bue. Nella Dissertaz. XLII si troverà Imbosemato. Sopranome in una carta del 973.

Bretto. Sterile. Più non si adopera.

Brillare. Forse da Beryllus, se pur non viene dalla lingua Germanica. Se ne servono spezialmente i Franzesi.

Broccolo.

Bronco.

Brusco.

Buccia.

Buganza. In Modenese Busanca.

Bugigattolo, In Modenese Busigatt.

Bugno. Alvearium. Parola Fiorentina.

Bulino. In Franzese Burin.

Burattino.

Burbero, Burbanza.

Burchio, Burchiello.

Busto.

Caffo, Impar.

Calamità. Questa voce ha qualche somiglianza con Petra Calibita.

Camuffare.

Cangiare. In Franzese Changer.

Cantina.

Capriccio. In Franzese Caprice. Vedi anche Raccapricciare.

Carcasso. Pharetra. Voce non adoperata da’ Fiorentini.

Carcioffo.

Carota. In Franzese Carotte; in Inglese Carrot.

Carpone.

Casacca. Parola a noi venuta più tosto di Francia, che di Spagna.

Cascare.

Catafalco.

Catapecchia.

Caviale.

Cazzuola da Muratore. Trulla.

Cencio.

Chiacchiera, Chiacchiarare.

Chiavica.

Cinguettare.

Cionco.

Ciottolo.

Ciurma, Ciurmare.

Civanza. Lucrum. Voce dismessa, ma tuttavia usata in Venezia e Padova.

Cocca. Screna. Coccare.

Cocchio. In Franzese Coche; in Inglese Coach.

Coreggia. Crepitus ventris.

Corrotto. Cioè Luctus in funere. Così. Da Sic senza dubbio. Ma come aggiunto Co? Lo stesso è da dire di Cotanto e Cotale.

Covone. Manipulus. Da’ Modenesi si chiama Covo una unione di molti manipoli. Forse da Cubus? o da Cubare?

Crociuolo. In Modenese e Spagnuolo Crisol, o Grisol. Si sente in questa voce Chrysos, significante Oro. Forse perché qui vi si squaglia l’oro?

Cruna dell’ago.

Cucuzza.

Cugino.

Cupo.

Destro. Latrina. Voce Fiorentina.

Dilimare.

Diporto.

Doga.

Domandare,

Dimandare, da Demando, come pare. Ma come si usi per chiedere ed interrogare, forse è tuttavia scuro.

Facchino.

Fandonia. Forse da Fando?

Fardello. In Franzese Fardeau; in Ispagnuolo Fardel. Sarebbe mai venuto dal Franzese Hardes?

Farsetto.

Fatta. Species, Genus.

Fattezze.

Ferraiuolo.

Filastrocca.

Fiutare.

Fogna. Cloaca. È de’ Fiorentini.

Foia. Libido.

Forziere.

Frappa,

Frappare.

Frasca.

Fratta.

Fregata. Specie di navi.

Frosone. Specie d’uccelli. Frison in Milanese e Modenese.

Frottola.

Frusco,

Fruscolo.

Fuscello.

Gabinetto. Difficilmente si può credere formato da Capanna.

Gala, Galante. Le stimo voci Spagnuole. Nondimeno pensa se da Elegans elegantis, variato l’ordine delle lettere, potesse essere nato Galante.

Galleria. In Francese Galerie.

Garretto. In Franzese Jaret.

Gavazzare. Strepere prae laetitia.

Gavetta. Mataxa.

Gergo. In Franzese Jargon.

Il Menagio colle sue mirabili scale lo trasse da Barbaricus, e per l’allegrezza gridò: L’ho trovato. – Chi lo crederà?

Gherminella.

Ghermire,

Gremire.

Ghezzo. Negro, come si crede. Più non è in uso.

Ghiado. Morto a ghiado dissero gli antichi Toscani. Ora è disusato.

Ghiribizzo.

Gioia. Gaudium.

Giornea. Chlamys.

Gnocco.

Gogna. Lo stesso che Berlina. Voce de’ Fiorentini.

Gora. Canalis, Euripus. I Milanesi chiamano Gora la Gola coll’O stretto.

Gota. Gena. In Modenese Golta.

Grascia. Annona.

Grezzo, o Greggio.

Gretto. Parcus. È de’ Fiorentini.

Grigio.

Grimadello. In Modenese Grimaldello.

Groppa. In Franzese Croupe.

Guaime. In Modenese Guaiume. – Foenum secundarium.

Gualdrappa.

Gualercio.

Guarire.

Guidalesco. Piaga nella schiena de’ giumenti.

Guitto. In Modenese Ghitto.

Imbandire. Tavole ben imbandite disse l’antico Passavanti.

Indarno. Vien creduta voce dell’antica lingua Germanica.

Inferigno. Voce Fiorentina. Così chiamato il pane in cui è mischiata la crusca.

Leggiadro.

Lercio.

Lesina. In Ispagnuolo Alesna.

Lezzo. Foetor. Come mai trarre da Oleo ciò che solamente significa mandar fuori odore?

Lista. Voce antichissima, comune anche ai Franzesi, Germani ed Inglesi; è usata da Anastasio Bibliotecario, da Giovanni Diacono e da altri.

Lizza.

Locco. Da’ Fiorentini è anche detto Lolla.

Loffa.

Macca. Cioè Abbondanza.

Macco. Cibo grosso. I Modenesi dicono Macco de’ polli, de capponi.

Maciulla. Parola Fiorentina per significare la Gramola.

Malandrino. Il Du-Cange la crede derivata da Malandria, specie di lebbra in Egitto. Non pare vero.

Manigoldo. Forse vien dalla lingua Germanica.

Mantice. Dal Greco Mandax francamente la tira il Menagio. Ma si dee meglio esaminare.

Marangone. Carpentarius. Voce de’ Modenesi, Parmigiani, ec.

Mariuolo.

Marmaglia.

Martello. Voce antichissima de’ Franzesi.

Mascalzone. Verrebbe mai da Malo-Scalzane? Come Mal-uomo, Mal-avventurato, ec.

Melangolo.

Mezzo. Metus.

Miccia. Cordicella di lino che serve all’artiglieria.

Mostaccio.

Mozzo di stalla. Dallo Spagnuolo. Ma onde quello?

Muso.

Nanfa. Acqua odorifera.

Orza. Andare a orza.

Padire. Concoquere, Digerere cibum. Parola de’ Lombardi. La usò anche Fra Jacopone, lib. II, cap. 23.

Il tuo stomaco si muore,

S’egli non ha che Padire.

Paggio.

Paiuolo. Vaso di rame. In Modenese Paruolo.

Palandrana. Da Balandrana.

Paléo. Turbo. È de’ Fiorentini. In Modenese Prilla.

Palischermo.

Palmento. Calcatorium uvarum. Si dice ancora de’mulini.

Pantano.

Pápero, Anserculus. In Modenese Pávaro.

Paragone. Lapis Lydius. In Modenese Parangone.

Pattina.

Pattume.

Pentola.

Perno.

Perrucca. Parrucca.

Pialla. Runcina. In Modenese Piola.

Picciolo,

Piccolo,

Piccino.

Piloto. Voce ancora de Franzesi, Germani e Spagnuoli.

Pilottare.

Pinzochero.

Bizocco.

Piuolo.

Pizzicagnuolo.

Presciutto,

Prosciutto. In Modenese Persutto. Vi si sente il principio di Perna Latino. Dicono i Modenesi Sutto per Asciutto.

Prugnuolo. Specie di funghi.

Quaglia. Specie d’uccelli.

Rabbuffare. Al certo da Buffa.

Racchetta. In Franzese Raquette. I Fiorentini hanno mutata questa voce in Lacchetta.

Ramarro.

Ranno.

Rappatumare. Pacificare.

Raviuolo. Altrove ho veduto scritto Raffiuolo.

Razza. In Franzese Race. Se dal Latino Radix, se ne può dubitare.

Rischio, Risico. I Franzesi hanno Risquer: gl’Inglesi Risk; gli Spagnuoli Riesgo ed Arriesgo.

Ronzare. Pare dal suono.

Rovaio. Ventus.

Ruffiano.

Ruga,

Rua. In Franzese Rue. Voce nota agli antichi. In una carta dell’anno 780 presso il Baluzio si truova Rua Sancti Germani.

Russare. Lascivire Lusitare.

Sbiavare,

Sbiadato. Da Blavus. Ma onde questo?

Scappucciare.

Scarabocchiare.

Scarmigliare. Forse da Excarminare.

Schiappare. I Tedeschi hanno Clap significante Colpo.

Schiccherare.

Schidone.

Schiena. In Franzese Eschine; in Inglese Chine.

Scimunito. Si truova qui la voce Scemo.

Sciocco. Zocco appellano i Modenesi un pezzo di legno duro. Danno anche tal nome a persona d’ingegno duro.

Scoglio. Da Scopulus. Ma come?

Scorruccio. Lo stesso che Corrotto.

Scozzonare, Cozzone.

Sdrucciolo, Sdrucciolare.

Sdrucire.

Semola. Lo stesso che Crusca.

Sesta. Circinus.

Sezzo. Postremus. Non è più in uso.

Smagare. Verbo disusato.

Smargiasso.

Smarrire.

Sornacchiare.

Sovente. In Franzese Souvent. Dubito se da Subinde.

Spago.

Spalto.

Stantío.

Starna.

Strabiliare. Forse da Extra Jubilare.

Stropicciare.

Stroppa.

Stuccio. In Franzese Estui; in Ispagnuolo Estuche.

Stucco. Ristucco. In Modenese Stuffo.

Succhio. Terebra. In Modenese Trivello.

Svenire. In vece di Svenimento gli antichi Toscani dissero Sfinimento.

Taccola, Taccolare.

Talento. Voglia, Desiderio.

Tanghero.

Tarchiato.

Tartaruga.

Tartassare.

Tartuffo. Specie di funghi.

Tazza.

Testè. Nuper.

Tinello.

Tirare. Se si vuol dedurre da Traho, strana è la metamorfosi; perché l’adoperiamo anche per Conjicio, Projicio.

Traccia. In Franzese Trace.

Trafelare, preso nel significato di Languere, Deficere, più non s’usa.

Tramoggia.

Trasecolare. Quasi extra saeculum ferri, cioè fuori del mondo.

Trippa. Voce adoperata anche da’ Franzesi, Inglesi, Spagnuoli e Fiamminghi,

Tronfio.

Truffa, Truffare.

Turcasso.

Vanni. L’ale degli Uccelli.

Verone.

Vezzo per Carezza, e Vezzo di Perle.

Vispo.

Vivagno.

Vizzo. In Latino Flaccidus.

Vôto. Vacuus. Vôtare, Vacuare. I Modenesi ed altri Lombardi dicono Vodar; i Franzesi Vuider; gl’Inglesi chiamano Void, il Vôto.

Ubbia. Mal augurio.

Zacchera. Nol truovo nell’Arabico.

Zaino.

Zampillare.

Zanzara. In Modenese e Milanese Senzala, quasi volante senz’ali.

Zolla.

Zucca.

Dopo le lingue de’ primi abitatori dell’Italia, succedette la Latina, la qual prese tal dominio, spezialmente per mezzo delle Colonie Romane, che dipoi questa sola regnò fra tutti i popoli dell’Italia; benché essa non fosse dappertutto la stessa, stante qualche diversità di dialetto nelle città o paesi: del che s’è favellato nella precedente Dissertazione. Ma a poco a poco cominciò a cangiarsi e corrompersi questa lingua, ed allora massimamente che le nazioni settentrionali non solamente piombarono in Italia, ma qui ancora fissarono e per gran tempo tennero saldo il piede. Parlo degli Heruli, che sotto Odoacre s’impadronirono di queste contrade; e dei Goti, che, condotti da Teoderico, formarono qui un bel Regno; e dei Longobardi; e de’ Franchi; e finalmente dei Germani, che a noi diedero più Re ed Imperadori. Per queste mutazioni di Governo si perde l’uso di molte parole e frasi Latine, e in luogo di esse prevalsero le Germaniche: giacché mi fo lecito di attribuire a tutte quelle nazioni la lingua Germanica o Tedesca, quantunque io sappia che non lieve divario passava fra le loro lingue, come anche oggidì si osserva fra i popoli della superiore ed inferiore Germania, e della Danimarca, Svezia, ed altri popoli settentrionali, onde principalmente mossero le trasmigrazioni barbariche. Oltre di che la lingua Germanica di oggidì è molto differente da quella de’ secoli antichissimi, o per abbondare anch’essa di molti dialetti, uno de’ quali prevalse agli altri, o perché così abbia portato la natura delle lingue sempre incostante e suggetta a delle sorde mutazioni. Né è da maravigliarsi che non poche voci settentrionali si mischiassero col linguaggio Italiano; perciocché i primi Barbari che vennero alla conquista di questi paesi, erano centinaia di mila persone, oltre le lor mogli e fanciulli; di modo che abitando qui e signoreggiando sì gran numero di gente straniera, e tirandone dell’altra per avidità della preda, facil cosa fu che la lingua degl’Italiani sempre più s’irrugginisse col commerzio di tanti Barbari. Gli Heruli, Turingi e Rugi sotto Odoacre, come ha l’Autore della Miscella nel libro XV (tomo I Rer. Ital.) multas civitates Italiae parantes resistere, extinctis habitatoribus, ad solum usque dejecere. Sopravvennero poscia i Goti condotti da Teoderico, anch’essi incredibil copia di gente che abbattè gli Heruli; perciocché, per attestato del medesimo Autore, esso Principe cum omni Ostrogothorum multitudine calò in Italia. Scrisse ancora Procopio che vennero parvulis feminisque in plaustra impositis. Molta di questa gente, dappoiché fu loro tolto il Regno da Giustiniano Augusto, e massimamente i fanciulli e le donne, si può credere che seguitassero ad abitare in Italia. Succederono poscia i Longobardi nel dominio di gran parte dell’Italia, popolo anch’esso innumerabile, avendo per venir qua abbandonata la Pannonia, e data a godere agli Hunni amici. Aggiungasi, che con costoro si unirono altri popoli della Germania, come scrisse Paolo Diacono, lib. II, cap. 26. Certum est (sono sue parole) tunc Alboin multos secum ex diversis, quas vel alii Reges, vel ipse ceperat, gentibus ad Italiam adduxisse; unde usque hodie eorum, in quibus habitant, vicos Gepides, Bulgares, Sarmatas, Pannonios, Suavos, Noricos, sive aliis hujusmodi nominibus appellamus. Ma anche prima dell’irruzion de’ Longobardi una fiera pestilenza avea spogliata di abitatori spezialmente la Gallia Cisalpina; e successivamente una terribil carestia universam Italiam devastarat. In luogo di essi le famiglie Longobarde sopravvenute dilatarono la razza loro per le città. Ucciso che fu Alboino, Cleph suo successore multos Romanorum viros potentes, alios gladio extinxit, alios ab Italia exturbavit. Dopo Cleph dai Duci Longobardi multi nobilium Romanorum, cioè degli antichi abitatori d’Italia, interfecti sunt; et spoliatis ecclesiis, sacerdotibus interfectis, populisque, qui more segetum excreverant, extinctis, exceptis his regionibus, quas Alboin ceperat, Italia ex maxima parte capta et a Longobardis subjugata est. Così Paolo Diacono. Ascoltiamo ancora ciò che ha San Gregorio Magno ne’ Dialoghi, libro III, cap. 38. Mox effera (così egli scrive) Langobardorum gens de vagina suae habitationis educta, in nostram cervicem grassata est; atque humanum genus, quod in hac terra prae nimia multitudine quasi spissae segetis more surrexerat, SUCCISUM ARUIT. Nam depopulatae urbes, eversa castra, concrematae ecclesiae, destructa Monasteria virorum ac feminarum; desolata ab hominibus praedia, atque ab omni cultore destituta; in solitudine vacat terra; nullus hanc possessor inhabitat; occupaverunt bestiae loca, quae prius multitudo hominum tenebat. Le guerre poi fatte da essi Longobardi contra de’ Romani maggiormente troncarono le vite degli uomini. Lo stesso santo Pontefice nel lib. III, cap. 8 scrive che talmente cunctae Aquinatis civitatis habitatores et Barbarorum gladiis, et pestilentiae immanitate vastatos, ut post mortem Jovini nec quis Episcopus fieret inveniri potuerit.

Per tante stragi e calamità noi intendiamo che si scemò di troppo l’antica gente Italiana parlante il Latino, e all’incontro crebbe la progenie della Barbarica che usava la lingua Germanica. Contuttociò, perché sempre maggiore fu nelle città e campagne il numero degli abitatori Latini, ne venne che la lingua Latina prevalse all’altra nell’uso; ma non si potè impedire ch’essa nella folla di tanti Barbari maggiormente si guastasse, e prendesse altra forma, e mischiasse colle sue le voci del popolo dominante; e tanto più perché quasi tutti gli ufizj e le dignità sacre e profane si conferivano ad essi Longobardi. Anzi nelle montagne del Veronese, Vicentino e Trentino v’ha tuttavia delle ville che ritengono molto dell’antica lingua Sassonica; e il Re di Danimarca sul principio del presente secolo parlando con quella gente, molte vestigia vi trovò della lingua Danese. Ma prima di far viaggio convien qui ascoltare il chiariss. marchese Scipione Maffei, che nella sua insigne Opera della Verona Illustrata, lib. XI, prende a confutare chi ha creduto essere discesi i più de’ moderni Italiani dai popoli settentrionali: opinione da lui creduta molto falsa, con istudiarsi di mostrare che non fu grande il numero de’ Barbari venuti in Italia. Ma forse troppo pretesero i primi, troppo poco il secondo. Tengo io per fermo che sempre fosse maggiore il numero degli abitatori d’Italia, che quello delle nazioni settentrionali conquistatrici d’essa; ma insieme penso che molte più di quel che ha creduto esso sig. Marchese, sieno le famiglie che da que’ popoli Boreali traggono l’origine, e massimamente in Lombardia e Regno di Napoli. Scrive egli che de’ Goti vinti dall’armi di Giustiniano Augusto niuno restò in Italia: giacché attesta Procopio nel lib. IV, cap. 35, che con questa condizione terminò quella guerra, ut qui supererant Barbari cum rebus suis omni Italia confestim excederent. Questo avvenimento riguarda l’anno di Cristo 552. Ma non badò egli che le parole di Procopio son da riferire a que’ soli Goti i quali nell’ultima battaglia, in cui Teia ultimo re loro venne meno, restarono in vita. In fatti per attestato di Agatia, che scrisse dopo Procopio, Gothorum superstites, instantium perpetuo Romanorum fatigati incursibus, pepigere cum Narsete, ut suas sibi terras habitare tutum esset, Romano Imperatori parituris in posterum. Fu loro accordata tal grazia da Narsete. Perciò Gothi post illa conventa diversi iverunt, quibus citra Padum sedes fuerant, in Tusciam, Liguriamque, aut alio quo vellent, atque ibi vivere assueverant. Ceteri in castella oppidaque circa Venetiam, quibus se multo ante tenere erant soliti. Mossero poi nell’anno seguente 553 nuova guerra i Goti, perché fiancheggiati da un forte esercito di Franchi; ma il vigilante Narsete gli oppresse tosto, e tutti quelli che trovò armati contro di sé, ne iterum rebellarent, omnes ad Imperatorem Byzantium misit. Tutto il resto che non avea prese l’armi, seguitò a vivere quieto in Italia. E se ne poteva accorgere lo stesso marchese Maffei, rileggendo la sua Storia Diplomatica alla pag. 161, dove rapporta una carta dell’anno 557, cioè tre o quattro anni dopo l’ultima guerra de’ Goti scritta in Rieti. Ivi Gunduhil inlustris femina chiede un tutore per li suoi figli pupilli Laudarit e Landarit a cagion della lite mossa a Gudhuls vir inlustris, padre d’essi pupilli morto poco fa, da Adiud inlustri viro, vel a Rosemund cognomine Taffone, nec non a Gunderit. Ecco, anche dopo disfatto il Regno de’ Goti, uomini Goti, e questi nobili, abitanti in Rieti. Quanto ai Longobardi, vuole di nuovo il marchese Maffei che fossero poca gente, fondato sulle parole di Tacito: Langobardos paucitas nobilitat. Ma dovea avvertire che da’ tempi di Tacito sino al 568, in cui essi invasero l’Italia, talmente era cresciuto quel popolo, che all’imperio suo sottomise il vastissimo paese della Pannonia, parte del Norico, anzi la Suevia stessa, se s’ha da credere a Paolo Diacono. Oltre di che quando quell’intera nazione dalla Pannonia passò in Italia, e di gran parte se n’impadronì, trasse seco alla preda, siccome accennammo di sopra, molti altri popoli della Germania; e però si dee credere che un gran nembo di gente straniera venisse a stabilirsi in queste contrade, e che coi matrimonj dipoi contratti da essi Longobardi co’ vecchi abitanti del paese passasse il loro sangue in una incredibil quantità degli ora viventi. Senza fondamento poi vien detto, a mio credere, che l’Italia nell’anno 568, tuttoché esausta per la fiera precedente pestilenza e carestia, più abitatori nodrisse che oggidì. Vedi ciò che abbiamo osservato nella Dissertazione XXI.

Ai Goti e Longobardi s’ha ora da aggiugnere tante famiglie di Franchi e Germani, che dominando in Italia, qui si stabilirono. Aggiungansene tant’altre de’ Normanni, popoli anch’essi settentrionali, che conquistato il Regno, oggidì di Napoli, quivi propagarono il loro sangue. Finalmente si aggiungano i Sarmati ed Alamani, de’ quali si parlerà, venuti anticamente ad abitare in Italia; e si conchiuderà allora che maggior copia di quello che talun pensa, di nazioni straniere, abituata nelle nostre contrade, qui dilatò la sua prosapia. Ma niuno potrà meglio rendere conto di questo, che chi ha maneggiato le carte di molti archivi. Quanto a me, ho io osservato in essi un incredibil numero di coloro che professavano d’essere venuti da’ Longobardi, Salici, cioè Franchi, e talvolta Bavaresi. In alcune città vedrai più persone riconoscere la loro origine da quelle nazioni, che dalla Romana. Attestava il già amico mio sig. Uberto Benvoglienti, che in Siena prevalevano sopra gli altri i professori della Legge Salica. In altre città maggiore era il numero del popolo Romano. Ora da quanto finquì s’è detto, possiamo comprendere, come facilmente una volta potesse la nostra lingua adottar voci e maniere di dire Germaniche. Però non solamente questa riflessione, ma anche la sperienza stessa mi ha fatto conoscere che dalla Germania s’ha da prendere l’origine di molte nostre parole. Ed anche più ne troveremmo procedenti di là, se diligentemente pescassimo nelle lingue Celtiche, e in quelle della Scandia, Dania e Gotia, e d’altri popoli settentrionali. Ma il sopra mentovato marchese Maffei nel libro XI della Verona Illustrata scrive: Che rileva, se forse una ventina di vocaboli usiamo originali dal Tedesco? Che monta ciò nel corpo e nell’impasto d’una lingua? Assai più ne abbiamo dal Greco, e assai più ne abbiamo dal Provenzale. Una ventina, ed anche col forse, di vocaboli originati dal Tedesco? Mostrerò io fra poco, quanto si allontani dal vero una tal proposizione. Intanto si dovrebbe egli ricordare che principalmente dalla calata de’ Barbari in Italia dobbiam riconoscere la mutazione della lingua Latina in Italia. E s’egli, come crederei, non saprà dedurre dal Latino, Greco, o Provenzale, tanti vocaboli della lingua comune Italiana, e dello stesso dialetto Veronese; a quale delle lingue antiche ne riferirà l’origine? Che noi poscia meno di quel ch’egli crede abbiamo nell’uso della lingua nostra di voci Provenzali, l’ho detto di sopra. Veramente i primi a poetare in lingua Italiana, siccome studiosi dei poeti Provenzali, usarono molte voci di quella lingua, ma esse non furono ricevute in commerzio del popolo; anzi, per testimonianza del cav. Salviati, a poco a poco vennero bandite anche da’ libri. Chi poi diligentemente esaminasse i dialetti di moltissime città d’Italia, e sopra tutto di quelle della Lombardia, oltre alle adoperate nella nostra comune lingua, ne troverebbe non poche provenienti dalla Germanica. Ma mi ha fatto in vero maravigliare il suddetto marchese Maffei in asserire che il dialetto Veronese niun vocabolo usa, che si possa riferire alla lingua Germanica. Come mai questo? Parla o non parla quella città la lingua volgare d’Italia? Quando sì, non dee peranche aver egli avvertito che questa comune nostra lingua ha tante voci prese dalle lingue Germaniche.

Certamente ne’ dialetti di altre città succede quanto poco fa io diceva, e ne sarà testimonio quella di Modena. Dicono dunque i Modenesi bioss, cioè spogliato, nudo. Presso i Milanesi biott significa lo stesso. Vien questa voce dal Tedesco bloss, significante nudo, semplice, privo d’ogni ornamento; e di là blossen, nudare. I Modenesi chiamano entino quel ramicello con cui si fanno gl’innesti degli alberi. Potrebbe ben questa voce essere venuta a dirittura a noi dal Franzese ente; ma non men la Franzese che l’Italiana sono discese dal Tedesco einthun, che significa in Latino immittere, inserere, cioè mettere dentro. In vece di entino i Toscani dicono marza, voce, per quanto a me sembra, che poco propriamente alcuni traggono dal mese di marzo. Hanno anche innesto i Toscani. Sentite che bella scala inventò il Menagio per far venire dal Latino insero questa parola. Annestare, innestare, da inserere Latino. Insero, insitus, instus, enstus, ensto, nensto, nesto. Grida misericordia tale etimologia, et è da stupire che quel valentuomo non conoscesse che innesto, il cui participio innexus fu nei secoli rozzi mutato in innextus, onde poi innesto. Così i Modenesi chiamano rogna, ed anche grinta il Latino scabies. Viene il secondo nome dal Tedesco grind, significante lo stesso. Quanto al primo di rogna, il Ferrari e il Menagio lo pretendono derivato da rubigo, da noi detta ruggine. Ma oltre alla differenza notabile delle lettere, né pur passa somiglianza fra la rogna e la ruggine. Inclino io più tosto a credere che il vocabolo rogna venga dal Franzese ronger, in Latino rodere. Sulle prime avran detto gl’Italiani rongia, e poi rogna, nella forma stessa che mensonge de’ Franzesi è divenuto menzogna in Italia. E come i Tedeschi da kratzen, cioè grattare, formarono kratze, rogna: così dal Franzese ronger i nostri e gli stessi Franzesi han ricavato rogne; perciocché anche nel linguaggio Gallico si truova rogne, e rogner per rodere. Oltre a ciò dal Germanico stoss i Modenesi trassero stussare, significante urtare; e stuss per esprimere il suono di un urto o percossa. Chiamano essi ancora schinchi le gambe, nome preso dal Tedesco schincke. Anche lo stinco de’ Toscani è venuto di là. Parimente chiamano ranfo l’improvviso intirizzimento dei nervi delle dita o delle gambe. L’abbiamo imparato dai Tedeschi, i quali dicono krampff. Similmente usiamo il verbo striccare per istrignere, ed è lo stesso che stricken della lingua Tedesca. Noi chiamiamo scaffa ciò che i Toscani dicono scaffale. Amendue son presi dal Germanico schaff, significante armadio, o pure ripostiglio. Adoperiamo parimente slisciare in vece di sdrucciolare: verbo che pare preso dal Tedesco glitschen, che vuol dire lo stesso: se pure non si volesse più tosto tirare da liscio, voce di cui si parlerà qui sotto. Chiamano i Milanesi il grembo e scossale, il grembiule dei Toscani, e il grembiale dei Modenesi. l’hanno tolto dal Germanico schos significante grembo. Da loro eziandio viene appellato ratt il sorcio, che è parola Franzese o pure Tedesca. Trebbo della scala si chiama in Modena quel piano che interrompe la scala, e dove si riposa. Da treppe Tedesco, significante gradino o scalinata, forse è venuta tal voce. Un odor disgustoso da noi si appella tuffo, dal Germanico dumpf, che ha il medesimo significato. Vasca noi similmente diciamo un gran vaso contenente acqua. Potrebbe venire da vasculum e vascula. I Tedeschi dicono waschen per lavare. In un papiro dell’anno 650, pubblicato dal chiariss. sig. marchese Maffei, si legge basca cum forno, macina et rota. Usata è presso i Milanesi e popoli confinanti la voce rogia o roggia, per denotare un canale di acqua con cui s’irrigano i campi. Può venire dal Latino rigare. Nelle carte del Monistero di Casauria si truova rigus in vece di rivus; e in una dell’anno 873 rogium de fluvio Piscaria. Potrebbe anche tirarsi dal greco rhoa, che significa lo stesso. Per testimonianza dell’antico gramatico Festo, benna fu appellata dai Galli una specie di carrella. Ritengono i Modenesi questa voce, e truovasi anche nella lingua Tedesca. In Roma si chiama valca il luogo dove si affollano i panni; gualchiera in Toscana. Dalla Germania è a noi venuto questo vocabolo, usandosi ivi walche nel significalo medesimo. Il Tedesco W si rende GV in Italiano. In oltre usano i Modenesi gualcire, o sgualcire, per pestare, calcare: il che principalmente si dice dell’uve per cavarne il mosto. Anche i Sanesi usano gualcare, significante lo stesso. Qui senza dubbio vi si sente il Tedesco walchen, usato spezialmenle per follare i panni (Vedi nel Vocabolario della Crusca Gualcire, Gualcito, dove non è portato il vero significato di tal verbo). Da calx, calcis, indarno trasse questa voce il Menagio. Senza dubbio è Germanica l’origine sua. In alcuni luoghi di questo e di altri paesi d’Italia, dura tuttavia la voce lama, di cui si servì Dante nel canto XX del Purgatorio, e che poco ben fu intesa dai suoi interpreti. Significa una piscina, palude o laghetto; et è di origine Longobarda, se vogliam credere a Paolo Diacono, che nel lib. I, cap. 15 scrive: Et quia de Piscina, quae eorum lingua Lama dicitur, abstulit, ec. Non è da ascoltare Beato Rhenano, che stima doversi leggere in quel luogo qualamam. Ma forse si ingannò Paolo; perché lama fu voce pure Latina, e se ne servì Orazio, lib. I, epist. XIII. In oltre il ventricolo degli uccelli, appellato ventriglio dai Toscani, vien chiamato magone dai Modenesi. E’ voce Tedesca ed antichissima. Nella Chiose di Fulda pubblicate dell’Eccardo (tom. I Hist. Franc. Orient.) lo stomaco in Tedesco è detto mago. Ora in Germania il ventricolo si appella magen. Usano anche i Modenesi aver della picca con qualcuno, dal Germanico pick, pik, significante rancore, odio, mal animo. Così abbiamo stroppa, che vuol dire ramoscello, virgulto o vinchio, proveniente dal Tedesco stropf. Sogliono i Bolognesi appellare traftà un velo di seta, forse dal Germanico taffet corrotto, o dal Franzese taffetas. Chiamano i Modenesi mummiare il masticar senza denti. Si crederà derivato delle mummie Egiziane; ma hanno anche denti molte mummie. Sembra perciò più verisimile che tal verbo venga dal Tedesco mummelet, che ha il medesimo significato. Chiamiamo anche luchina un falso racconto. Giovanni Schiltero nel Glossario Teutonico rapporta lugine, cioè bugia; lughin, luginari, bugiardo. Diciamo ancora un caspo di pomi o noci, cioè un gruppo, un complesso. Forse dall’antichissima voce kaspan, che significa ligatorium. Odesi parimente fra noi la frase di andare in frega per denotare chi è preso dalle fiamme della libidine. Presso lo stesso Schiltero si truova pruovato che la Dea de’ Goti appellata Friga era Venere, onde nacque il Tedesco frech, cioè libidinoso; e frechett, libidine. Truovasi pure nelle lingue settentrionali braiare per gridare con grande strepito. Forse il nostro sbraire viene di là. Altre parole ci sono da me non osservate, e vo’ credendo che se esaminassimo anche i dialetti di altre città, e massimamente delle Lombarde, noi troveremmo varie altre voci Germaniche quivi allignate fin dai vecchi secoli.

Né solamente nell’esame delle voci Italiane dovrebbe consultarsi l’antica lingua de’ popoli settentrionali, come Goti e Longobardi, ma quella ancora de’ Franchi, nazione anch’essa Germanica, e degli altri Germani che dominarono una volta in Italia, e qui si fermarono colle intere famiglie. Noi anche abbiamo vocaboli che parimente si usano in Francia, e si possono credere colà portati dall’antico popolo de’ Franchi, e passati poscia in Italia: oltre ad altri che prima i Normanni, gente settentrionale, e poscia Carlo I, conte di Provenza e poi re, poterono introdurre nel Regno di Napoli. A tale studio potrà anche contribuire lo studio della lingua Spagnuola ed Inglese. Come ciò, dirà taluno, non avendo avuto l’Italia commerzio con Inglesi, a riserva de’ mercatanti, e di quella gran compagnia d’Inglesi che nel secolo XIV infestò cotanto le città d’Italia? Ma c’è un’altra ispezione di pescare anche in que’ remoti paesi; perciocché i Goti, gente settentrionale, lungamente dominarono in Ispagna; e i Danesi, Sassoni e Normanni, tutti di nazione Germanica, s’impadronirono dell’Inghilterra. Se dunque noi troviamo voci usate da noi anche nella Spagna ed Inghilterra, si può credere che tanto noi che essi le abbiamo ricevute dagli antichi popoli del Settentrione. Ed affinché meglio s’intenda qual fosse una volta la trasmigrazione e la mescolanza de’ popoli, e per conseguente delle lingue, s’ha da avvertire che circa l’anno 334 i servi de’ Sarmati, oggidì Polacchi, rivolte l’armi contro de’ loro signori, li costrinsero alla fuga, come s’ha da Ammiano Marcellino, lib. XVII, cap. 13. Ricorsero questi a Costantino il Grande, il quale, per attestato dell’Anonimo Valesiano, pulsos libenter accepit, et amplius trecenta millia hominum mixtae aetatis et sexus per Thraciam, Scythiam, Macedoniam, Italiamque divisit. Ecco nuovi abitatori in Italia. Scrive il suddetto Ammiano, che Teodosio, padre di Teodosio I Augusto, mandò quoscumque cepit ex Alamannis ad Italiam jussu Principis, ubi fertilibus pagis acceptis, jam tributarii circumcolunt Padum. Col nome di Pago gli antichi disegnarono non una villa, ma un tratto largo di paese che abbracciava molte ville. Di nuovo Costante Augusto, nell’anno 377, come abbiamo dal medesimo Storico, circa Mutinam, Regiumque et Parmam Italica oppida, rura culturos exterminavit tutti que’ Goti che in gran copia erano rimasti in vita. Se dunque nel territorio delle città suddette tuttavia restasse qualche vocabolo portatovi dalle suddette nazioni, non sarebbe da meravigliarsene. Sanno i Franzesi che nella Bretagna minore dura tuttavia la lingua degli antichi Britanni, cacciati dai Sassoni e rifugiati in Francia. Certo è bensì che i popoli trasportati o dominanti in Italia a poco a poco si accomodarono alla lingua comune del paese; pure si può pensare che qualche lor proprio vocabolo si mischiasse col linguaggio degli antichi abitatori. Oltre a ciò, come dissi, il commerzio delle nazioni potè trasportare dei vocaboli dall’un popolo nell’altro, come osserviamo anche oggidì di alcune parole o Spagnuole o Franzesi penetrate in Italia, e di molte Italiane che son passate in Francia e Germania. Ma qualora osserviamo nella lingua Germanica qualche parola comune agl’Italiani, Franzesi ed Inglesi, difficilmente falleremo in attribuendone l’origine più tosto alla Germanica, che ad altra lingua.

Presso il Menagio, per esempio, s’ha una lunga quistione onde venga la parola mastino, significante cane grosso. Pietro Liesina la trasse, dal Greco mastevein, significante indagare, investigare. Non lo credo, perché non è una particolare proprietà di sì fatti cani il cercar le fiere. E tuttoché si truovi ne’ libri degli antichi scrittori mastivus, ciò venne dall’esprimere in Latino la voce Franzese ed Inglese mastife e mestif. Né il mastevein è parola del comune linguaggio Greco, trovandosi solamente presso Hesychio. Ridicola eziandio è l’etimologia proposta dallo Spagnuolo Covaruvia, che trasse mastino da mixtus. Ma più di tutti vaneggiò il Menagio con derivare tal voce da molossus con questa, galante scala: Molossus, molottus, molottino, malattino, matino, mastino. Questo si chiama ben sognare. Ecco la mia opinione, che non do per certa, ma solamente per più verisimile. Hanno gl’Italiani mastino, e i Franzesi mastin; e gli uni e gli altri sembrano aver preso questo vocabolo dalla lingua Germanica, la quale ha mast, significante grasso o grosso. Appellarono dunque i Tedeschi mast hund un cane grosso, ché così appunto vuol dire mastino in Italiano. Noi poscia e i Franzesi mast hund mutammo in mastino; o pure da mast formammo il diminutivo mastino. Gl’Inglesi chiamano masty dog un grosso cane di villa. Voci ancora ci sono, che paiono venute a dirittura dal Latino, ma forse noi le abbiam ricevute dalla Germania. Noi, per esempio, cerchiamo l’origine del verbo tagliare, e se dal medesimo fonte sia provenuta taglia. È da lodare l’opinione del Vossio, Martino, Nicozio, Ferrari, Menagio e d’altri, che dal Latino talea, significante marza o intino degli alberi, reciso dalla pianta, si sia formato tagliare. A proposito Varrone nel lib. I de Re Rustica scrive: Nunc intertaleare rustica voce dicitur Dividere vel Excidere ramum, ex utraque parte, aequalibiliter praecisum, quas alii Calbulas, alii Taleas appellant. Tuttavia può essere passata questa voce a noi, a’ Franzesi e Spagnuoli. Nella Legge Alamannica, tit. 34, e nella Ripuaria, tit. 64, si truova talare. L’usano anche gli Spagnuoli; e in una carta di Garcia Fernando conte nell’Era 1010, o sia nel nostro anno 972, presso il Yepez si legge: Licentiam habeant fratres, ubi voluerint, ligna talare. Ora la lingua Tedesca ha theilen, che significa partire, dividere in parti, assegnare a ciascuno la sua porzione, da theil, deil, cioè parte, porzione. Come di una voce antichissima o originaria della Germania ne parla lo Schiltero. Di là dunque credo venuta la voce taglia (e non dal Latino talea, come sospettò il Vossio) significante la parte che ciascuno ha da pagare del tributo. Se poi dalla stessa voce sia venuto tagliare, per recidere, lo credo incerto. Benché da oculus si sia formato occhio, pure i Modenesi dicono occ con quel suono che gli Spagnuoli pronunziano noche. In Tedesco l’occhio è chiamato aug. Se leggi l’au per o hai og. Tengo io per fermo che noi abbiamo preso il mis significante male in Tedesco, e ce ne serviamo in misleale, miscredente, misfatto, ec. Altre parole si truovano, le quali si può dubitare che sieno passate in Italia dalla Francia o Spagna, come la voce Latino interpretata nel Vocabolario della Crusca per largo, agiato, Latine Latus. La forza di questo vocabolo non è questa. Ladino è parola usata in Lombardia per significare una cosa che facilmente si muove, o è mossa da altri, come un catenaccio ladino, un albero ladino, un uomo ladino di lingua, di mano, di gambe, ec. Anche gli Spagnuoli dicono ladino nel medesimo significato. Per ladino i Toscani vecchi dissero latino. Giovanni Villani (lib. XI, cap. 20) di papa Giovanni XXII dice: E assai era latino di dare udienza: cioè facile. Nel Trattato della Cura de’ Cavalli si legge: E allora vedi e ragguarda, se spronando si va arrestando la coda, o s’egli scavezza, e s’egli è bene latino o no a volgersi a ogni mano. Se noi dagli Spagnuoli, o quelli da noi abbiano imparato questa voce, chi può dirlo?

Il Furetiere pensa che il Franzese chere, e per conseguente il chear Inglese sia venuto dall’Italiano ciera o cera: e in fatti la lingua nostra ne ha degli esempli antichi di molto. Ma il Menagio erede che noi siamo debitori alla Francia di tal voce. All’incontro stimo io che il Franzese sapper, usato per cavare i fondamenti di qualche cosa, venga dall’Italiano zappa, significante uno strumento de’ rustici per muovere e cavar la terra. Non è improbabile che questa sia una delle più antiche voci che prima della Latina si usassero in Italia. In una carta della Cronica del Volturno, scritta nell’anno 980, si legge: Ipsas arbores ramare, et cultare, et vitare, et zappare juxta rationem. Nel Glossario Romano Tedesco di Fulda, che l’Eccardo diede alla luce, troviamo il Romano sappas, interpretato in Tedesco havva. Tuttavia la zappa degl’Italiani è appellata have in Germania: laonde si vede l’antichità di questa voce. Né dissimile forse è l’origine della voce imbroglio, imbrogliare, che vuol dire confusione, intrico. Ottavio Ferrari lo trasse da broglio, significante bosco o selva. A questa opinione aderì sulle prime il Menagio, ma poi pentito scrisse che brogliare venne dal Latino turba. Come mai sì strana cosa? chiederà ciascuno. Ecco la via per cui si perviene a sì rara metamorfosi. Turba, turbula, turbolium; Bulium, brulium, broglio, brogliare. Già osservai nella Dissertazione XXI, altro non essere stato brolium (brollo oggidì in Modenese) se non una chiusura di alberi fruttiferi, o pur destinata a nudrir fiere; però nulla ha che fare con imbroglio, non bastando in casi tali la sola somiglianza delle lettere: altrimenti noi prenderemmo per uomini nella lingua Inglese women, quando tal parola significa femmine; e crederemmo strignere il loro strecht, che pure vuol dire in Latino laxare; e per caldo interpreteremmo il loro cold, che nondimeno significa freddo, come anche dissero i vecchi Tedeschi. Vien forse il nostro imbroglio ed imbrogliare dal Franzese embrouiller: o pure hanno i Franzesi preso da noi tal verbo? Nel Vocabolario Fiorentino molti antichi esempj di brogliare si truovano. Forse discese da qualche antichissima voce significante confusione. Presso i Franzesi brouillard è la nebbia, e bruit un suono confuso. Ebbe anche la lingua Greca embolium denotante una rete per prendere le fiere. Se ne servì Cicerone in più di un luogo. Sarebbe possibile che da questa voce fosse nato imbroglio? Ma noi non dobbiamo sperare di scoprir l’origine di tutte le voci. Quanto me, più amo di confessare ignoto a me, onde sia venuta nella lingua Lombardica la parola barba significante zio paterno, che dedurla, come fa il Menagio, dal Latino barba, perché per lo più sono barbati i zii. Ma e non han forse barba anche gli altri parenti? Antichissima è presso di noi questa voce, trovandosi nelle leggi di Rotari e Liutprando re de’ Longobardi barbanus in vece del Latino patruus. Nel Monistero di San Bartolomeo di Pistoia, spettante ai Canonici Regolari, carta si vede, scritta quinto kalendas ... Regnante Domnis nostris Carulo et Pippino filio ejus Regibus Francorum et Langobardorum, ac Patricio Romanorum in Italia, que ille Papia civitate ingressus est anno octavo et secundo per indictione quinta. feliciter, cioè nell’anno 782. Poscia si legge: Teuperto et Feudeam quondam Clerici, barbas et nepos, filii quondam Blancani, et Teudeado, qui fuit presbiter, ec. In una pergamena Modenese, scritta anno IV Bernardi Regis ind. nona, cioè nell’anno 816, comparisce Dominicus barba vester.

Anche la mercatura e la milizia, come dinanzi accennai, furono un veicolo per far passare da una in altra nazione alcune voci proprie di quell’arti. L’Autore di un libro Franzese stampato nel 1673 col titolo: De la connoissance des bons livres, al cap. IV così scrive: Da che gl’Italiani furono accolti in Francia sotto i re Carlo VIII, Lodovico XII, Francesco I ed Enrico II, cagion furono che la lingua Franzese si mutasse più d’un terzo. Anzi molto prima, cioè nell’anno 1583, Enrico Stefano, uomo celebre fra i Letterati, con occultare il proprio nome, pubblicò un libro intitolato: Deux Dialogues du nouveau langage François Italianizé, ou autrement deguisé, entre les courtisans du temps. Quivi pretende egli che tutta quasi la lingua Franzese si sia formata dall’Italiana, non solo per le voci ricavate dal nostro linguaggio, ma anche per la leggiadria delle frasi, e per la nuova pronunzia: il che è da ricordarsi, alloraché si cerca se le voci comuni all’una e all’altra lingua sieno derivate più tosto dall’una che dall’altra. S’ha in oltre a riccorere alla lingua Arabica per trovare il fonte di molte parole oggidì usate in Italia. Imperocché gli Arabi, chiamati anche Saraceni, come dirò nella Dissertazione XLIV, nel secolo VIII impadronitisi di quasi tutta la Spagna, occuparono dipoi nel secolo IX susseguente la Sicilia, ed alquante città della Calabria. Erano anche in credito allora di essere superiori ai Cristiani nella coltura delle lettere; e siccome applicatissimi alla mercatura, frequentemente praticavano nelle città marittime de’ Cristiani. Perciò facilmente dalla lor lingua, che era in molto pregio, i nostri antenati presero molte parole, le quali tuttavia sono in uso. Alcune ne riferirò qui, riconosciute già di origine Arabica da uomini dotti. Cioè: alchimia, alcova, alfiere, almanacco, ambra (succinum de’ Latini, voce nondimeno creduta dallo Skinnero ed Eccardo di origine Germanica), avania, azzurro, canfora, caraffa, carato, caravana, cremesi, cremesino, elissire, fanfarone, gelsomino, giraffa, giubba (anche la lingua Tedesca ha ioppe e iuppe), giulebbo, lacca, lambicco, limone, liuto (se pur non vien dal Tedesco), magazzino, maschera, muschio, ribeba, ricamo (pare che questa voce venga dall’Ebraico), sommacco, tamburo, torcimanno, zafferano, zagaglia, zibetto, zibebbo (Vedine altre nella Dissertazione XXVI). Fors’anche da essa lingua degli Arabi son da dedurre alabarda, ambasciata, barare, capanna, cifra, ragghiare, scarlatto (se pur non viene dalla Germanica), timballo, ed altre, suggette nondimeno a dispute. Avrei, creduto io gabella di nascita Arabica, se il celebre Leibnizio non la giudicasse Teutonica. Trassero ancora Italiani e Franzesi il nome del vizio nefando dagli Arabi: il che non fu avvertito dal Menagio. Più abbasso poi riferirò altri vocaboli procedenti dalla medesima lingua. Molti ne ha conservati la Spagna; altri può essere che si ravvisino ne’ dialetti della Sicilia e del Regno di Napoli. Anzi ho talvolta pensato se mai i Modenesi avessero dagli Arabi ricevuto abbagattare un mestiere; i Fiorentini dicono acciabattare, per indicare l’esercitare imperfettamente un’arte o per imperizia, o per soverchia fretta (Vedi qui sotto BAGATTELLA). Diciamo anche savasare, cioè agitare vino, acqua, o altro liquore in un vaso. Forse viene da vaso. Ma la lingua Arabica ha scavassa significante perturbavit, miscuit. Diciamo anche insamararsi, per accendersi fieramente di collera. Hanno gli Arabi zamhara, cioè Rubuit prae ira oculus. Zamhamaron, iratus, iracundus. Fra noi s’usa zangiare, esprimente il gittar via con émpito qualche cosa. La lingua Arabica ha zagiara, che significa depellere, abigere. Se queste voci Modenesi possano essere venute dì là, io nol saprei dire.

Allorché la prima volta lessi le Origini della Lingua Italiana del Franzese Egidio Menagio, accolsi tutto pacatamente come oracoli proferiti dal tripode della sapienza e dell’erudizione. Cioè nulla dubitai che quel dottissimo uomo avendo, dopo Ottavio Ferrari, con sommo studio ricercati i fonti della nostra lingua, non avesse colpito sempre nel vero. Ma a poco a poco esaminando ora una, ora un’altra sentenza di lui, cominciai a scoprirne non poche di vetro, anzi aeree affatto, con istupirmi, come essendo passato quel libro sotto la revista degli Accademici della Crusca, non si fosse osservato aver ben egli rettamente esposte l’origini di molte voci, ma in altre aver egli lavorato troppo a capriccio. Il credo io per due diverse ragioni non rade volte ingannato. L’una è, ch’egli non badò alla lingua Germanica, persuaso troppo che più tosto dalla Latina, o pure dalla Greca procedessero le voci che in essa Latina non comparivano. L’altra è, che egli finse alcune scale, che ora per troppo inverisimili, per non dire ridicole, ognuno conoscerà. La qual maniera di pescar le etimologie, se si dovesse approvare o tollerare, non c’è parola che non potesse trarsi senza fatica dal Latino o pure dal Greco. Già ne abbiam veduto qualche esempio. Altri ora mi convien suggerirne al Lettore. Menzogna in Italiano significante bugia, ai Franzesi è mensonge. Il Menagio dalla parola Latina mendacium tira quella parola nella maniera seguente: Mendacium, mendaciolum, mendaciolium, mendacionium, mendacionia, mencionia, menzogna. Bella scala in vero! Non già da mendacium, ma bensì da mentior discese menzogna; ed è meraviglia che egli non se ne accorgesse. Il volgo da quel verbo formò mentio, mentionis, poi mentionia, che diventò menzogna. Nelle Chiose Greco-Latine, come osservò il Du-Cange, si truova mentio, pseusma, cioè mendacium, bugia. Della stessa voce mentio in vece di mendacium si servì l’antico Autore della Regula Magistri. Così ancora nella legge Alamannica, tit. 41, troviamo mentiosus in vece di mendax; e presso Anastasio Bibliotecario nella versione Latina della Storia Ecclesiastica in Leone Isauro si truova la voce mentioniarius, che è lo stesso che il nostro menzognero. Ma a chi mai caderebbe in mente che l’Italiano frasca, significante un ramo di albero colle sue foglie, derivasse dal Latino ramus? Questa maravigliosa discendenza ce l’insegnò il suddetto Menagio, con ispirarne i gradi in questa maniera: Ramus, rami, ramiscus, framiscus, framisca, framsca, frasca. Difficilmente si trattiene il riso. Né più felicemente avvenne ad Ottavio Ferrari, che da viridesco, viridasco, urasca, tirò frasca. Anche questa etimologia nacque nel paese de’ sogni. Io per me confesso di non saper l’origine di questo vocabolo. Solamente so ch’esso fu anche usato ne’ secoli antichi, trovandosi nell’archivio de’ Canonici di Modena una carta di accordo, seguito nell’anno 871 fra Leodoino vescovo di quella città, ed Orso figlio di Vitaliano, dove si legge Frascarium ad virgas faciendum. Anche in una carta della Cronica del Volturilo, scritta nell’anno 928, si legge: Nullus praesumat in praememorata silva introire, aut et lignum exinde incidere, vel frascas, vel perticas, ec. Meglio è ancora il confessare ignota a noi l’origine della voce fratta, nome che gli Autori del Vocabolario Fiorentino, forse non assai accuratamente, dissero significare un borroncello. Imperocché non altro è borroncello, che un luogo scosceso e profondo, laddove fratta vuol dire uno spinaio. – Macchia ha presso di noi un poco diverso significato, e macchione, denotante una macchia grande. Anche nelle antiche carte si truova macla e maccla nel senso medesimo. Ma onde questa voce? Pochi sanno donde venga, dice il Menagio. Senza fallo lo saprà egli. In fatti seguita a dire: Viene sicuro (vedi che franchezza sia questa) da dumus in questa maniera. Stia bene attento il Lettore ad ascoltare l’oracolo, che così parla: Dumus, dumum, duma, dumachus, dumaculum, dumacula, macula, macchia. Che differenza mai c’è tra il dirne di queste, e lo spacciar inezie? Quando qui si volesse far l’indovino, più comportabile sarebbe il dire che dal Latino macula nacque macchia, usata metaforicamente per significare un picciolo bosco, o folto ammasso di razze, spine e virgulti, nascente in mezzo alle campagne, che pare, mirandolo, una macchia in quella superficie. Nel territorio Romano ampliata questa voce significa bosco o selva. Nel resto d’Italia non ha sì largo significato.

Presso il Ferrari e Menagio non poche simili origini di voci Italiane si possono vedere, alcune delle quali non meritano accoglienza, ed altre restano dubbiose, come io mostrerò qui sotto. Miglior viaggio avrebbe fatto quell’erudito Scrittore, se badando a Wolfango Lazio nel lib. de Transmigr. Gent., e al Vossio de Vitiis Serm., in vece di andare in Oriente, si fosse rivolto al Settentrione ed Occidente, per cercar le miniere di molti nostri vocaboli. A buon conto uomini dotti hanno riconosciuto che dalla Germania sono a noi venute moltissime voci, delle quali voglio qui dare il catalogo, tralasciandone nondimeno altre assai, che non son così certe. E questo farà sempre più intendere se sussista l’opinione del chiariss. marchese Maffei, che stimò trovarsi appena nel linguaggio Italiano una ventina di vocaboli originati dal Tedesco. Sono dunque di origine Germanica alabarda, albergo, alto (voce militare far alto), araldo, aringo, arnese, arpa, aspo, naspo, inaspare, baldo, baluardo, bando, bara (cioè cataletto), barone, bastardo, becco (cioè rostrum avium), biada (ma non è certo), biadetto (colore, in Franzese bleu), birra, bolzone (saetta), bordo, borgo, bosco, bottino, bracco, briglia, bruno, daga, drudo, elmo, falbo, falda, fello e fellone, feltro, fiasco (altri lo tirano dal Greco), foderare, fodero della spada, foraggio, foresta, e verisimilmente freccia, giardino, gonfalone, gonna, granfo (cioè granchio in Fiorentino), grappo, graspo, raspo (dal Tedesco traube, del che io dubito), guanto, guardare, guattero, guernire, guerra, guiderdone, guindolo, indarno, investire (di un feudo), forse lampreda, milza, nastro, pantofola (forse predella), piffero, pisciare, piva, ratto (da’ Milanesi e Franzesi, sorcio in Toscano), recare, arrecare, ricco, roba, rocchetto, roncino, rozza per cavallo, rubare, sala, scalco, scherno, schernire, scherma, schermire, scherzare, schifo (barchetta), schinco (lo stesso che stinco), smaltire, snello, soga, spanna, sparviere, spiedo, staffa, stampare, stanga, stecco, stendardo, stivale, stocco, stoffa, talco, tasca, trappola, tregua, tuffare, valigia, usbergo, zuppa, suppa. Altre voci ho già accennato di sopra; altre più ne mostrerò andando innanzi: giacché ho preso anch’io a cercar l’origine di molte voci Italiane, tralasciando quelle che chiaramente si conoscono discendenti dal Latino, o delle quali hanno già gli Eruditi scoperta l’indubitata sorgente. Prima d’imprendere questa carriera, bene è da ricordare ai Lettori che a varj pericoli si espone chiunque si mette ad indagare i fonti delle parole, e si becca il cervello per superar le opposte tenebre o coll’acutezza della mente, o coll’ajuto dell’erudizione. Imperciocché (come scrive Giovanni Alberto Fabricio nel vol. X della Biblioteca Greca, pag. 20) Quis nescit, omnibus in linguis quantum hac in parte sibi omni aetate indulserunt ingenia; quam multa pseudetyma in Platone ipso et Varrone notant eruditi; quam facile falsa species pro vera notione alludit et abblanditur etiam acutissimis et peritissimis? Però stimo di potere con qualche fondamento appellare lo studio delle etimologie un’Arte di conietturare. Per conseguente non s’ha da esigere dappertutto una chiara ragion delle cose, ma dove manca la luce, convien contentarsi del barlume. Però sarà irragionevole chiunque non voglia distinguere una coniettura, un sospetto, una dubitazione da una sentenza, e si rida delle altrui conietture, purché sieno discrete e non temerarie, come abbiam già osservato, ed osserveremo essere alcune del Menagio, il quale troppo trasportato dall’immaginazione, ingegno e capriccio suo, non rade volte spaccia i suoi sogni, come se fossero patenti verità.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011