Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXII

Dell’origine della Lingua Italiana.

Piacemi ora di trattar qualche poco dell’origine della nostra Lingua Italiana, come argomento spettante all’istituto mio, cioè a que’ tempi che ho preso ad illustrare. Intorno a ciò fu pubblicata una Dissertazione dall’abbate Benedettino Angelo della Noce nelle note della Cronica Casinense di Leone vescovo d’Ostia; ma sì smilza e digiuna, che nulla più. Per tempo nondimeno debbo confessare anch’io, che se in altri argomenti riescono deboli le forze mie, qui mi trovo io affatto spossato, non ostante il molto che son per dire. Cosa manifesta è ed incontrastabile, essere nata non solamente la lingua nostra, ma anche la Franzese e Spagnuola dalla corruzione della lingua Latina. Ma in che maniera, in qual tempo e per quali cagioni seguisse tanta mutazione nel linguaggio Latino, e nascesse fra noi sì gran varietà di dialetti, è ben permesso il farne ricerca e proferir qualche opinione, ma non si potrà mai accertare con sicuri documenti. Imperciocché anche allora che la Romana Repubblica era in fiore, e sotto i primi Imperadori, chi di grazia ci può concludentemente mostrare qual fosse lo stato della lingua Latina nelle provincie, e fuor di Roma e del Lazio, per esempio nelle Gallie e in tutta quasi l’Italia? Contuttociò noi sappiamo l’indole e natura delle lingue. Una sola, per così dire, è professata e parlata da un’intera nazione, ma divisa in più dialetti; altrimenti si parla in una provincia, e in forma diversa nell’altre. Anzi nella medesima provincia una città è alquanto differente dall’altra nella favella; e nelle stesse vaste città qualche, sebben lieve, diversità di linguaggio si truova fra gli abitanti de’ differenti borghi e rioni. Non occorre che io ricordi qual sia in questo la pratica dell’Italia, Francia, Spagna, Germania, tutte provvedute di differenti dialetti, perché ne son testimonj le orecchie di ognuno. Come mai di grazia possiamo noi pensare, essere stati sì felici i tempi dei Romani, che la pura Latinità si mantenesse e parlasse in tutte le provincie di quel vasto Imperio, e che la conservassero intatta tutte le città e fin le stesse ville, e niuno di tanti popoli discordasse dall’altro? Quanto a me, non so persuadermi tanta uniformità di linguaggio, e tengo che s’inganni chiunque voglia credere che fiorisse per tutta l’Italia la medesima purità e pronuncia della lingua Latina, che si osservava in Roma Ci erano anche allora varj dialetti; e però contuttoché Livio senza fallo avesse studiata la più pura Latinità, e se ne valesse in tessere le sue Storie, pure i Romani vi trovarono qualche vestigio del dialetto Padovano, ch’essi chiamarono Patavinità. Anzi né pure la stessa gran Roma, dov’era il sacrario del migliore linguaggio Latino, ne’ tempi stessi di Cicerone, non che di Quintiliano, non andava esente da’ solecismi e barbarismi; e fin d’allora bisogno ebbero i Romani di studiare la Gramatica, per ottener la lode Latine loquendi, come cercai di mostrare nel tomo II della Perfetta Poesia Italiana alla pag. 101. Fu negata questa partita dal chiariss. abbate Anton Maria Salvini nelle note critiche a quel mio Trattato, ristampato in Venezia; pretendendo che parecchie fossero le scuole di Gramatica in Roma ne’ tempi suddetti, ma solamente di lingua Greca, e non già della Latina, perché i Romani purissima l’apprendevano dalle lor madri o nutrici. Ma sta dalla mia Suetonio, il quale, nel suo Trattato degl’Illustri Gramatici, ci fa vedere M. Antonium Gniphonem, in Gallia natum, non minus Graece quam Latine doctum, qui docuit primum in D. Julii domo pueri adhuc, et duo tantum volumina de LATINO SERMONE reliquit. Anche Asinio Pollione, presso il medesimo Suetonio, loda Atejum nobilem Grammaticum Latinum.

Però i più di essi Gramatici interpretavano i libri Latini, e coi loro scritti pulivano la lingua Latina: al che spezialmente sappiamo che s’applicò Marco Terenzio Varrone uomo insigne, per tacere di altri, il quale nel libro VII della Lingua Latina scrive: Graecos et Latinos da utraque declinatione nominum et verborum, libros fecisse multos. Ma non si dee tralasciare ciò che Quintiliano lasciò scritto in favellare della Gramatica al lib. I, cap. 7. An ideo (sono sue parole) minor est M. Tullius Orator, quod idem Artis hujus diligentissimus fuit, et in filio (ut in Epistolis apparet) RECTE loquendi ac scribendi asper quoque exactor? An vim C. Caesaris fregerunt editi de Analogia libri? Aut ideo minus Messala nitidus, quia quosdam totos libellos non de verbis modo singulis, sed etiam literis dedit? Esigeva Cicerone che il figlio rettamente parlasse e scrivesse, non già in Greco, ma in Latino, cioè secondo le regole della Gramatica, e non già secondo il costume dell’ignorante volgo. Il che dicendo io, ho lo stesso Tullio che nel lib. III dell’Oratore scrive: Praecepta Latina loquendi puerilis doctrina tradit, cioè la Gramatica, che anche i fanciulli Romani erano obbligati a studiare. Così Vitruvio parlando ad Augusto, il pregava, ut si quid parum ad Artis Grammaticae regulam fuerit explicatum, volesse scusarlo. Le ragioni da me recate nel suddetto Trattato della Poesia, che il Salvini non toccò, bastavano bene a decidere questo punto. Imperciocché se dalle madri e balie s’imparava il buon Latino, non avrebbe Cicerone scritto: Non tam praeclarum esse scire Latine, quam turpe nescire. Né Ovidio avrebbe consigliato i Romani, ut linguas duas ediscerent, cioè la Greca e Latina. Né l’Autore della Retorica ad Erennio scritto avrebbe: rationem vitandi soloecismos et barbarismos, in Arte Grammatica dilucide disci. Veggasi ancora Daniele Morloffio, Tedesco erudito, nel suo Opuscolo de Patavinitate Liviana, e il Barthio (Adversar. lib. XIII, cap. 2), che molte cose osservarono su questo argomento. Ma a che più affaticarsi, da che lo stesso Quintiliano (lib. I, cap. 10) chiaramente confessa, aliud est Latine, aliud Grammatice loqui? E certamente possiamo mostrar iscrizioni composte in Roma a’ tempi del medesimo Augusto e di Tiberio, nelle quali manca la Gramatica, e si sente la corrotta lingua del volgo. Intorno a che basterà consultar quelle dei Liberti e Servi di Livia Augusta, scoperte nell’anno 1726, ch’io ho rapportato nel mio Tesoro delle antiche Iscrizioni. Certamente nella loquela del volgo, e particolarmente de’ servi nati fuor di Roma, si truovavano non poche storture; ma è anche probabile che gli stessi Romani nobili e Letterati non pronunziassero nel quotidiano linguaggio le voci come le scrivevano. Per testimonianza di Suetonio, cap. 88, lo stesso Augusto Orthographiam, idest formulam rationemque scribendi a Grammaticis (adunque v’erano anche Gramatici di lingua Latina) institutam, non adeo custodiit; ac videtur eorum sequi potius opinionem, qui perinde scribendum ac loquimur existiment. Per esempio in vece di ipse ed ipsi allora pronunziavano isse ed issi, come fanno tuttavia i Napoletani, donde è poi nato il nostro esso ed essi. E però non è da stupire se nelle antiche iscrizioni spezialmente del basso popolo si truovano voci scorrette, parte delle quali nondimeno sono da attribuire agl’ignoranti marmorai.

Ma qui ci chiama Santo Agostino con dire (lib. XIX, cap. 7 de Civ. Dei): Imperiosa civitas Roma non solum jugum, verum etiam linguam suam domitis gentibus imposuit. Pure chieggo io: s’ha egli forse da credere che ne’ popoli vinti insieme si estinguessero affatto le primitive loro lingue? Chi lo può credere? Non era questo assai facile. Lo stesso Agostino attesta che fino a’ suoi tempi durava nell’Affrica la lingua Punica. Ne’ tribunali bensì e negli alti pubblici per tutte le città del Romano Imperio si usava la lingua Latina, e particolarmenle la parlavano gli uomini delle colonie colà dedotte da Roma. Altrettanto si fa oggidì ne’ paesi dell’America o dell’Asia, dove signoreggiano i Re di Spagna e Portogallo. Anzi si pratica anche in Italia, dove secondo la Gramatica gli atti pubblici e le prediche sogliono stendersi in buon linguaggio, mentre il popolo seguita ad usare il dialetto proprio di ogni città o provincia, che è differente dal parlare dei Dotti. Però non si dee credere tolta dai Romani la lor lingua nativa ai suggellati popoli; ed è troppo verisimile che per lungo tempo durassero i loro primitivi linguaggi, e che anche coll’andare de’ tempi si mantenessero presso il volgo molti vocaboli e forme di parlare differenti dal Latino idioma. Talché allora eziandio che fioriva la Romana Repubblica, si dovettero usar da molti le lingue che prima della propagazion della Latina erano proprie de’ varj paesi, come Etrusci, Greci, Osci, Insubri, Liguri, Galli, ed altri popoli, che a poco a poco piegarono il collo sotto i vincitori Romani. E sembra additarlo Quintiliano nel Lib. I, cap. 9, dove parlando delle parole pellegrine scrive: Taceo de Tuscis, Sabinis et Praenestinis quoque; nam ut eo sermone utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in Livio Patavinitatem. Aggiungasi Aulo Gellio, che nel lib. XVII, cap. 17 attesta che Q. Ennius tria corda habere sese dicebat: quod loqui Graece, Osce et Latine sciret. Adunque ai tempi di Ennio era tuttavia in vigore la lingua Osca. Presso Festo parimente si legge, in favellando di una Favola di Titinnio: Qui Obsce et Volsce fabulantur, nam Latine nesciunt. Aggiungasi Varrone, di cui sono le seguenti parole nel lib. XIX Rer. hum. Multae vocabulum, non Latinum, sed Sabinum est; idque ad meam memoriam mansit in Lingua Samnitium, qui sunt a Sabinis nati. Ma che era questa lingua de’ Sanniti o Sabini? Non altro che la lingua Osca, di cui fecero menzione Livio, Varrone, Festo ed altri, con rapportarne ancora alcuni vocaboli. Veggasi eziandio il Cluverio (lib. III, cap. 9 dell’Italia Antica) che dottamente ne parla. Sappiamo in oltre che anche nel fiore della lingua Latina, ed anche nella sua declinazione, in Roma stessa si rappresentarono commedie Atellane, composte in lingua Osca. Ecco Strabone, vivente sotto Tiberio Augusto, che ne fa fede nel lib. V della Geografia, scrivendo: Quum Oscorum gens interierit, Sermo eorum apud Romanos restat, ita ut carmina quaedam ac Mimi certo quodam certamine, quod instituto Majorum celebratur, in scenam producantur. Così Velio Lungo gramatico scrive: Harena, ut testis est Varro, a Sabinis Fasena dicitur. È anche fuor di dubbio che gli Etrusci, la signoria de’ quali si stese una volta molto lungi, ritenevano molto della loro lingua fin sotto l’imperio di Augusto, giacché Dionisio Alicarnasseo scrive che la lingua de’ Tyrrheni era molto diversa dalle lingue dei Romani e dei Lidi. Hanno uomini dottissimi [... che hanno] scritto molto in questi ultimi anni per illustrare ed interpretare l’antica lingua Etrusca, e tante iscrizioni che della medesima si sono scoperte. Non si pensasse alcuno che tutti que’ marmi e memorie appartenessero all’antica dominante Etruria. La maggior parte è nata ne’ tempi della Romana Repubblica, e fors’anche de’ primi imperadori. E però nello stesso secolo aureo della lingua Latina altre lingue tuttavia sussistevano in varj popoli delle città d’Italia. Il che può anche dedursi da Livio, che nel lib. XL, cap. 42 scrive: Cumanis petentibus permissum, ut publice Latine loquerentur, et Praeconibus Latine vendendi jus esset. S’ha dunque da credere che quel popolo usasse un’altra lingua, non peranche abolita dalla Latina.

Posto ciò, confesseremo bensì con Santo Agostino che i Romani imposero linguam suam domitis gentibus; ma ci sarà insieme permesso di sostenere che non perciò vennero, né poterono venir meno, se non dopo molti secoli, le lingue proprie e native di que’ popoli, di modo che molti fuori del Lazio, e massimamente fuori d’Italia non bevevano col latte il linguaggio Latino, ma sel doveano procacciare con lo studio e colla fatica. Di quanto dico ho mallevadore l’Autore del Panegirico di Costantino il Grande (cioè probabilmente Nazario) recitato in Treviri nell’anno 315. Neque enim (dice egli) ignoro, quanto inferiora sint ingenia nostra Romanis. Siquidem LATINE et diserte loqui illis ingeneratum, nobis elaboratum. Aggiungasi Cicerone, il quale nell’orazione pro Archia Poeta così parla: Graeca leguntur in omnibus fere gentibus; Latina suis finibus, EXIGUIS sane, continentur. Se noi vogliamo che al pari dell’armi si stendesse la lingua Latina per tanti popoli soggiogati, e passasse nell’uso comune di essi, non le avrebbe dati Tullio sì angusti confini. Resta dunque che anche sotto la dominazion dei Romani le lingue native de’ paesi ritenessero il loro vigore, e che solamente dopo molti secoli decadessero, benché alcune continuassero a vivere come prima. Esempio ne sia la Grecia. Tuttoché forse i suoi atti pubblici si scrivessero in Latino (il che io non affermo), pure la forza e l’uso della Greca lingua punto non si sminuì; anzi in Roma stessa talvolta s’udirono orazioni ed arringhe composte in quel linguaggio. Lo stesso avvenne d’altri popoli. Ascoltiamo San Girolamo, il quale circa l’anno 388 nella Prefazione all’Epistola ad Galatas, lib. II, scrive che i Marsigliesi furono chiamati da Varrone trilingues, quod et Graece loquantur, et Latine, et Gallice. Più sotto aggiugne: Galatas (excepto sermone Graeco, quo omnis Oriens loquitur) propriam linguam eamdem paene habere, quam Treviros. Nec referre, si aliqua exinde corruperint; quum et Afri Phoenicum linguam nonnulla ex parte mutaverint; et ipsa Latinitas et regionibus quotidie mutetur, et tempore. Se i Marsigliesi non solamente usavano il linguaggio Latino, ma anche il Gallico, e se i Galati, razza degli antichi Celti, tuttavia ritenevano a’ tempi di San Girolamo la lingua usata da quei di Treveri; per conseguente anche allora sussisteva l’antica lingua de’ Galli; siccome anche in Affrica la lingua de’ Fenicj, la quale non era punto diversa dalla Punica, siccome fra gli altri ha mostrato il Salmasio nell’Exercit. Plinianae. Cesare anch’egli scrive che a’ suoi dì la Gallia era divisa in tre parti, cioè Belgi, Celti, o sian Galli ed Aquitani. Hi omnes LINGUA, institutis, legibus inter se differunt. Se lingue tali fossero solamente diversi dialetti, o pure idiomi particolari, resta ignoto. Anche Santo Ireneo, correndo il secolo secondo dell’Era Cristiana, nella Prefazione a’ suoi libri, chiamava lingua barbara quella dei Celti Lionesi, presso i quali egli dimorava. Dopo questo Santo fiorì Ulpiano celebre giurisconsulto a’ tempi di Severo Alessandro Augusto. Sue parole sono nella legge XI de Legatis 3, – Fideicommissa quocumque sermone relinqui possunt; non solum Latina, vel Graeca, sed etiam Punica, vel Gallicana, vel alterius cujuscumque gentis. Lascerò ancora considerare agli Eruditi le parole di Aulo Gellio, il quale nel lib. XI, cap. 6 scrive di aver colle proprie orecchie udito un Avvocato Romano di gran grido servirsi davanti al Prefetto di Roma di vocaboli tanto antiquati e disusati, che mossero prima lo stupore, poi le risa di tutti gli uditori. Aspexerunt (dic’egli) omnes qui aderant alius alium, primo tristiores turbato et requirente vultu, quidnam illud utriusque verbi foret. Post deinde, quasi nescio quid Tusce vel Gallice dixisset, universi riserunt. Sembra di qui che anche allora fossero in uso le lingue Gallica ed Etrusca, quando alla sparata di que’ vocaboli strani s’immaginarono gli astanti di udir parlare un Toscano o Gallicano. Delle lingue morte non si può intendere questo; e massimamente per avere già avvertito di sopra che in que’ tempi durava la lingua Gallica; e Apollinare Sidonio (lib. II, epist. 3) accenna Sermonis Celtici squamam, tuttavia mantenuta nella sua città; e Lampridio nella Vita di Alessandro Severo Augusto scrive che Mulier Drujas eunti exclamavit Gallico sermone: Vadas, ec. Ma quello che merita speciale attenzione, si è l’avere San Girolamo scritto, come di sopra vedemmo: Ipsa Latinitas et regionibus quotidie mutabatur, et tempore: parole indicanti che la lingua Latina avea già provato delle mutazioni, e quotidianamente si andava alterando.

Il perché né pure s’ha unicamente da ricorrere ai tempi de’ Barbari stabiliti in Italia, per osservar declinante dalla sua purità la lingua Latina. Questo deliquio era già cominciato alcuni secoli prima, essendo esso linguaggio ogni dì sporcato da assaissimi solecismi e barbarismi nel commerzio del popolo, perché mischiato colle lingue usate prima delle conquiste Romane, e non mai estinte, oltre alla natura delle lingue tutte sottoposte coll’andare del tempo a varj cambiamenti. Avea il Grutero data alla luce (pag. DCVII,1, del suo Tesoro) un’insigne iscrizione, contenente un Memoriale dato da Arrio Alfio, liberto di Arria Fadilla madre di Antonino Pio Augusto, al medesimo Imperadore, per poter trasportare da un monumento in un altro i corpi della moglie e del figlio defunti. Ho io ristampata quella bella iscrizione, più uniforme all’originale, in cui si possono osservare alcuni difetti della lingua Latina di allora. Così ho dato alla luce un nobilissimo decreto, fatto nell’anno di Cristo 260 dal Collegio de’ Fabri di Sentino per eleggere il lor patrono Corezio Fusco. Esiste ora quel marmo nella mirabil Galleria del Campidoglio in Roma. Ivi ancora si può scorgere, in che decadenza fosse allora il linguaggio Latino. Altri esempli di questo cangiamento si veggono rapportati da Celso Cittadini nel suo Trattato dell’Origine della Lingua Italiana, da Giusto Lipsio nel Dialogo de recta Pronunt., dal Brisson, dal Salmasio, dal Naudeo e da altri, coll’osservare spezialmente chartam plenariae securitatis, ristampata dal P. Mabillone nell’Appendice della sua Diplomatica. Fu essa scritta in Ravenna nell’anno 564, regnante Giustiniano I Augusto, dove si truovano voci pellegrine, e non pochi errori comprovanti le piaghe già inferite all’idioma Latino. Altri papiri Ravennati pubblicò il medesimo Mabillone, ed altri ne diede fuori il chiarissimo marchese Scipione Maffei, raccoglitore indefesso di simili rare memorie. Anch’io perciò ho inserito in quest’Opera un riguardevole papiro, che Jacopo Grimaldi copiò dall’originale esistente nell’archivio della Basilica Vaticana, credendo più esatta la mia copia, che quella del suddetto sig. Marchese. Quivi si contiene la vendita di una casa e fondo, fatta in Ravenna a Montano uomo chiarissimo da Domnico uomo onorevole nell’anno di Cristo 540. Come fosse scorretta la lingua Latina allora, non dirò in bocca del volgo, ma fin degli stessi magistrati, si può comprendere da questo documento; siccome ancora si viene a conoscere che Belisario, non già nell’anno 540, come pensarono il cardinal Baronio e il P. Bacchini, ma bensì nel 539, come scrissero Girolamo Rossi e poscia il P. Pagi, s’impadronì di Ravenna. Si può sentire anche più evidentemente maltrattata la lingua Latina in una formola, rapportata dal Baluzio nel tomo V delle sue Miscellanee alla pag. 546, scritta Honorio et Theodosio Consulibus, e però, per quanto pare più verisimile, nell’anno di Cristo 422. Ne rapporto il solo principio. Ob hoc igitur ego ille, et conjux mea illa, commanens orbe Arvernis, in pago illo, in villa illa. Dum non est incognitum, qualiter Cartolas nostras per hostilitatem Francorum in ipsa villa illa manso nostro, ubi visi sumus manere, ibidem perdimus; et petimus, vel cognitum faciemus, ut qui per ipsas stromentas et tempora habere noscuntur possessio nostra, per hanc occasionem nostrorum pater inter Epistolas illas de mansos in villa illa, de qua ipso attraximus in integrum, ec. Se i magistrati e notai, i quali non si può supporre che fossero affatto ignoranti e privi di lettere, maltrattavano così la lingua del Lazio; che non avrà fatto il popolo rozzo e nella stessa Roma? giacché, come abbiamo da Santo Isidoro (lib. I Orig.), unaquaeque gens facta Romanorum, cum suis opibus vitia quoque et verborum et morum Romam transmisit: il che vien da lui ripetuto nel lib. I, cap. 9.

Dissi che non s’ha da aspettare l’arrivo de’ Goti e Longobardi in Italia, per trovare già introdotta la corruzione del linguaggio Latino; perciocché questa tanto prima si può osservare ne’ marmi antichi, trovandosi gran copia di solecismi e barbarismi nelle iscrizioni plebee dei secoli spezialmente quarto e quinto. Gli esempli se ne veggono nelle Raccolte del Grutero, Reinesio, Spon e Fabretti, e forse più nel mio Tesoro Nuovo delle vecchie Iscrizioni. Non ne recherò io alcuno, perché abbastanza lo mostrò Celso Cittadini nel suo libro dell’Origine della Lingua Italiana, ed anche ne parlò il P. Mabillone, cap. III, pag. 15 del Supplemento alla Diplomatica. Più sotto avvertirò, che per quanto notai nella Dissertazione XXVI; della Milizia, Urbicio scrittore Greco dell’Arte Militare fiorì circa l’anno di Cristo 500. I suoi libri ci restano, ma privi finora di luce. Il Fabretti (cap. V, pag. 390) da un MSto di quell’Autore esistente nella Biblioteca Medicea trasse le parole colle quali i Capitani o Tribuni Romani una volta comandavano a’ soldati. Sono Latine, ma scritte con caratteri Greci in questa forma:

CIΛENTIO MANΔATA KOMΠΛETE.

NON BOC TOYPBATIS.

OPΛINEM CEPBATE.

BANΔOYM CEKYITE.

NEMO ΔEMITTAT BANΔOYM ET INIMIKOC CEKE.

Cioè silentio mandata complete. Non vos turbatis: Ordinem servate BANDUM (cioè la bandiera) sequite. Nemo dimittat bandum, et inimicos seque. Avete udito bandum sequite, et inimicos seque? Qui si sente l’Italiano seguite, e segui il nimico, e non vi turbate. Qui poi si sovviene di Andrea Alciati, insigne interprete delle Leggi, il quale nella sua Raccolta delle Antichità Milanesi, conservata nella Biblioteca Ambrosiana, così, scrive: Mediolani in Sanctae Valeriae aedicula tumulus Concii conspicitur, qui se Biboarcham ridiculo nomine inscripsit. Injuria quidem vetustatis est semifractus, sed post tot saecula hunc in modum legi potest:

B.M.

EGO CONTIVS

ME BIBOARCHA

FECI.

Ma quel valentuomo, che sì ben possedeva le ricchezze del buon Latino, non avea studiato, quanto dopo Costantino il Grande quella lingua si scostasse dalla purità ed ortografia del secolo d’oro. Qui è Bibo in vece di Vivo, secondo il costume de’ Napoletani, dei quali si fa che un Tedesco graziosamente dicesse: Felices, quibus vivere est bibere! Spesse volte nelle iscrizioni de’ Cristiani de’ primi secoli, ed anche dei Pagani, si trova questa formola: SE BIBO, BIBERE, SE VIVVS, SE BIVVS; e simili, non senza solecismo. Però qui altro non si legge, se non che Contio sé vivo (Archa fecit, in vece di Arcam) si preparò un’arca sepolcrale. Chi vorrà leggere il capitolo delle Iscrizioni Cristiane, vi troverà un buon sortimento di queste barbariche galanterie. Noi dunque abbiam potuto fin qui conoscere, come ne’ primi cinque secoli dell’Era Cristiana non solamente nelle provincie, ma in Roma stessa, la lingua Latina era scaduta nel commerzio popolare dalla sua natural purità e bellezza, ed avea contratto presso il volgo un colore di barbarie; sì perché a deformarla era concorsa tanta feccia di gente forestiera, prima che i Barbari piantassero qui il piede; e sì perché le lingue naturalmente sono esposte a cangiamenti presso il popolo. Che se nella stessa Roma e ne’ secoli felici Quintiliano attesta (lib. I, cap. 6) vulgo imperitos barbare loquutos, et tota saepe Theatra; et omnem Circi turbam exclamasse barbare; quanto più spesso e più gravemente dovette essere strapazzata la lingua Latina nel secolo quinto e sesto, nei quali l’Imperio Romano, dai Goti ed altri popoli barbari afflitto, troppo cominciò a decadere, con finalmente soccombere al peso delle lor armi! E quanto più ancora fuori di Roma, e nelle stesse provincie d’Italia, si sarà sminuita la dignità di esso linguaggio, quando né pur s’era potuto svellere un gran numero di vocaboli proprj delle loro antiche lingue? Per attestato di Varrone (lib. V de Ling. Lat.) Quiritare Urbanorum est, Jubilare Rusticorum. Aveano i villani delle parole lor proprie, diverse dal parlare cittadinesco. Nel lib. VI scrive il medesimo Varrone: In Atellanis (commedie) licet animadvertere, Rusticos se adduxisse pro scorto pelliculam. In oltre Rustici pappum Maesum, non Mesum, dicunt. Odasi ora Pompeo Festo, che nel libro XVI de Verb. signific. scrive: Orata genus piscis appellatur a colore Auri, quod Rustici Orum dicebant, ut Auriculas Oriculas. Dura tuttavia nel linguaggio Italiano Orata, Oro, ed altri simili nomi. Perciocché non solamente i Franzesi impararono a pronunziare l’AU per O, ma ancora gli stessi antichi Latini. Prisciano nel libro primo dice: Transit quoque AU in O productum more antiquo: ut Lotus pro Lautus, Plostrum pro Plaustro, Cotes pro Cautes. Noi non sappiamo in che tempo fiorisse Palladio, che ci diede i suoi libri de Re Rustica. Certamente pare che vivesse prima del secolo VI. Sue parole sono (lib. II, cap. 1) Ablaqueandae sunt vites, quod Itali Excodicare vocant. Sicché tocchiamo con mano che fino ne’ secoli antichi si distinguevano per conto del linguaggio i Rustici e gl’Itali dai Romani o sia dai Latini, e che molti vocaboli non accettati dal linguaggio Latino si mantenevano nel commerzio de’ primi. Del che ci somministrerà un altro esempio il sopra lodato San Girolamo nel cap. IV sopra Ezechiele con dire: Quam nos Vitiam (oggidì Vezza ai Modenesi, Veccia ai Toscani) interpretati sumus, Septuaginta, Teodotioque posuerunt όλύραν, quam alii Avenam, alii Sigalam putant. Aquilae, autem prima editio, et Symmacus τέας sive τείας interpretati sunt, quam nos vel Far, vel gentili Italiae Pannoniaeque sermone Spicam, Speltamque dicimus. Vedi quanta disputa fosse una volta intorno al nome di quel legume! Noi teniamo per diversi legumi la Vezza, la Segala e la Spelta. Ed ecco quanta sia l’antichità della voce Spelta, la quale dura tuttavia presso di noi e dei Germani, che la chiamano Speltz. E questa non l’ebbero i nostri paesi dai Latini, ma bensì dagl’italiani, che prima del dominio Romano qui abitarono, e ne furono padroni. Vegniamo perciò a conoscere che anche dopo avere i Romani conquistata la Gallia Cisalpina, che nel secolo IV nominata fu Italia, continuarono questi popoli ad usar molte voci particolari dell’antico loro linguaggio. Così noi ora dimandiamo Parenti i congiunti a noi di sangue: la qual parola non è Latina. Attesta il medesimo San Girolamo (lib. II Apol. ad Rufinum) che anche a’ suoi tempi si usava questa voce nel significato suddetto. Nisi forte (dic’egli) Parentes militari vulgarique sermone Cognatos et Affines nominat. E San Gaudenzio vescovo di Brescia, contemporaneo di esso San Girolamo, nel Serm. II ad Neophytos ci fa vedere adoperata al suo tempo la voce Brodo, con iscrivere: Ut immaculatus Dei Agnus hostiam mundam traderet, sine ustione, sine sanguine, sine Brodio, idest jure carnium. Ma quanta maggior copia di parole straniere possiam credere che fossero introdotte nella lingua de’ vinti Italiani dai popoli settentrionali che qui per tanti anni signoreggiarono come in proprio suolo?

Però può talun chiedere, in qual secolo veramente seguisse tanta confusione del linguaggio Latino con voci, frasi e sintassi cotanto diverse e pellegrine, onde si formasse la lingua Italiana di oggidì, divisa in varj dialetti, ma ciò nonostante intesa da ognuno. Tal mutazione s’andò a poco a poco facendo; anzi dai più antichi secoli s’ha da prendere l’origine di questa corruzione. Lodovico Castelvetro, dottissimo Modenese, nelle Giunte ai libri del Bembo della Lingua Volgare, fu di parere che, massimamente regnando i Longobardi in Italia, la lingua Latina anche prima corrotta, e da questi nuovi ospiti deformata, si cangiasse in un’altra lingua. Ma quai piaghe s’inferissero sotto i Longobardi alla già dominante lingua Latina, colui solamente ci potrebbe far conoscere, che vivente in que’ tempi avesse lasciato qualche scritto nel linguaggio di allora. S’ha qui, a mio credere, da tenere per cosa ignota, anzi falsa, che principalmente sotto i Goti e Longobardi nascesse e fosse ridotta al suo vero stato la lingua Volgare Italiana, di cui ora ci serviamo per esprimere i nostri pensieri. Fu questo cambiamento opera di molti secoli; e quanto più si scostarono gl’Italiani dall’età degli antichi Romani, tanto più ancora si allontanarono dalla loro lingua. Quel sì che possiam credere come cosa verisimile, si è che a’ tempi de’ Longobardi e Franchi crescesse non poco la corruzione della lingua Latina. Allora gran folla di persone dell’uno e dell’altro sesso, allevata nella lingua Germanica, si scaricò sopra l’Italia; ed impararono bensì il linguaggio de’ vinti popoli, siccome più dolce e qui stabilito da più secoli, perciocché sempre maggior fu il numero degl’Italiani che quello de’ vincitori stranieri. Impararono, dissi, ma in maniera che anch’essi introdussero nella nostra lingua varj loro vocaboli, e servirono a mutar più di prima la pronuncia e desinenza delle parole Latine: al che molto ancora cooperò l’ignoranza di allora. Si possono perciò, non senza ragione, attribuire a que’ secoli barbarici varie mutazioni che oggidì continuano nella lingua Italiana. Per esempio usando i Longobardi e Franchi, siccome nazioni Germaniche, di anteporre l’articolo ai nomi, facilmente gl’Italiani abbracciarono tale usanza, e cominciarono ad adoperare il, la, lo, li, o i, le. Come ciò avvenisse, il Castelvetro, acuto esaminatore delle etimologie, fu il primo ad avvertirlo, e ne profittò poi Celso Cittadini. Cioè dal Latino pronome ille, illa, illi, illae, si formarono gli articoli della lingua Volgare. Imperciocché solendo il volgo dire illo caballo, illa hasta, illae feminae, lasciando la prima o l’ultima sillaba di esso pronome, incominciò per abbreviare il parlare a dire il cavallo, lo cavallo, la asta, l’asta, le femmine, ec. La quale opinione del Castelvetro viene mirabilmente confermata dal nostro pronome loro, formato senza dubbio da illorum, toltone il; siccome ancora dalle Litanie, scritte circa l’anno 790 a’ tempi di Carlo Magno, e pubblicate dal Padre Mabillone negli Analect., il che fu anche avvertito dal Du-Cange alla voce Lo in vece d’Ille. Ivi si legge acclamato dal popolo Adriano summo Pontefice et universale Papae (in vece di dire Pontifice et universali) Redemptor Mundi. Tu lo adjuva. Così legge il Du-Cange; ma Mabillone: Tu lo juva. Vedesi ripetuto nelle preci susseguenti tu los juva, parlando in plurale: conoscendosi chiaramente formate queste maniere di dire da tu illum, o illos juva. Un altro esempio s’ha dal Campi (tom. I della Storia Ecclesiastica di Piacenza) in un diploma di Carlo Magno Augusto spettante all’anno 808, dove si legge: Inde percurrente in la Vegiola, ex alia vero parte de la Vegiola usque Castellioni, ec. Sembra ancora che gli antichi secoli in vece d’illi dativo, per distinguerlo da illi nominativo plurale, dicessero illui, onde poscia nascesse lui: la qual voce si truova nelle formole antichissime di Marcolfo (lib. I, cap. 17) dove son queste parole: Sicut constat, antedicta villa ab ipso Principe lui fuisse concessa. Tuttavia il Bignon e il Menagio stimano, e forse con più fondamento, formato lui da illius. Del resto i Modenesi ed altri popoli di Lombardia dicono sti servitor, sti cavai, sta carrozza, pro isti, ista, o sia, come ha la lingua comune, questi e questa, formati da qui isti, quae ista. Ciò che mosse gl’Italiani, Gallicani e Spagnuoli ad aggiugnere tali pronomi ai nomi, dei quali è priva la lingua Latina, fu, siccome dissi, l’esempio delle nazioni settentrionali abitanti in questi meridionali paesi. Cioè udivano i discendenti dai Latini, o Goti, o Longobardi, o Franchi usar particelle che disegnavano qualche determinata cosa, e dire per esempio Der Koenig, cioè questo Re; Die Frau, questa Donna; Das Grab, questo Sepolcro, con qualche variazione nei casi e nel plurale; e però anch’essi cominciarono a dire lo, la, li, in vece di ille rex, illa mulier, ec. Così i Galli usarono le, la, les, ec., e gli Spagnuoli el, la, los, ec. Gran commerzio ancora ebbero coi popoli occidentali i Greci ed Arabi, o sia i Saraceni. Sa ogni Erudito che i Greci usarono gli articoli; altrettanto fanno anche gli Arabi con adoperare al, lo stesso che il nostro il, la, lo, e lo Spagnuolo el. Matteo Selvatico nelle Pandette della Medicina, scritte nel 1317, così parla: Al et El Articulus apud Arabes significat id, quod apud nos vulgariter addimus, praeponendo nominibus la, le, li, lo. Forse questo articolo Arabico al fu conservato dai Toscani nella voce Altalena (Dinigatta la chiamano i Modenesi con vocabolo veramente strano) che significa un giuoco de’ fanciulli sedenti sopra una tavola sospesa fra due funi, ch’essi fanno ondeggiare, o pure sopra una tavola librata sopra un trave, e talmente disposta, che alzandosi l’un capo, s’abbassa l’altro. Vien Altalena dal Latino Tolleno Tollenonis, come rettamente osservò il Menagio, e forse vi fu anteposto l’articolo Arabico al, che in fine diventò Altalena. Potrebbe ciò far dubitare che i nostri antichi prendessero dagli Arabi gli articoli. Quello che ora è fra noi il, non rade volte fu anticamente detto el, di cui, come vedemmo, si servirono anche gli Arabi.

V’ha chi crede, e spezialmenle lo credette il P. Bouhours (Entretien II d’Ariste), che la lingua Franzese sino al fine del secolo IX non usasse articolo veruno. Se certa sia la di lui sentenza, niuno potrà facilmente deciderlo per mancanza di memorie, siccome né pur noi mostrar possiamo, di che tempo gli articoli s’introducessero nella nostra. Noi parimente per indicare i nomi indefiniti usiam di dire un cavallo, una città. Probabilmente abbiam preso tal costume dai Tedeschi, che hanno il medesimo articolo di unità: cioè ein, eine, uno, una, propagato all’altre lingue occidentali. I segni ancora de’ casi pensò il già sig. Uberto Benvoglienti che fossero per necessità introdotti nella nostra lingua; perché mancando essa di declinazione e diversità di casi, se non vi si fosse aggiunta qualche particella distintiva di un caso dall’altro, ne nascerebbe non lieve confusione nel ragionamento. Segni tali dei casi gli ha presi la lingua nostra dal Latino ad, ab, de, onde sono venuti a, di, de, da; forse ancora in parte dalla lingua Tedesca. In una carta originale di Lucca, scritta nell’anno 777, si legge: Regnante D. N. Carolo Francorum Rege et Langobardorum, anno Regni ejus in Dei nomine quod Langobardiam cepit, quarto kal. julias, indictione quartadecima. Ideo ego Magnari filius Magnenti havitator in Paterno offero adque cedo a Deo onnipotenti, et ad Ecclesia Monasterii Beati sancti Reguli Martiris Christi, ubi corpus eius requiescit in loco, qui dicitur Waldo, ec. Osservisi offero a Deo onnipotenti, et ad ecclesia, ec. Vi si sente il nostro Volgare: Offro a Dio onnipotente e alla chiesa. Così il da bene spesso s’incontra nelle vecchie carte. Il cum diventò con. In una antichissima iscrizione Romana presso il Turrigio (par. II, pag. 457 delle Grotte Vaticane) si veggono queste parole: LOCVS SERINI SVBD. REGI (cioè Subdiaconi Regionarii) QVEM COMPARAVIT AB ISPECIOSA ABBA (cioè da Speciosa Badessa) CON TVTA CONGREGATIONE SVA. Si osservi già mutato il CVM in CON; e il Latino TOTA in TVTA; e anteposto una I a Speciosa, come s’usa da’ Toscani per togliere l’incontro duro delle consonanti. Così le voci Latine a poco a poco differentemente pronunziate, vennero col tempo a costituire una novella lingua. Del che abbiamo un altro esempio nelle Leggi Alemanniche (cap. 45, tomo I Capitolar. del Baluzio) dove si legge pausare arma sua josum. Ora diciamo: posar giù le sue armi. Antico vocabolo Latino è Pausare per Quetarsi, che il volgo poi fece transitivo. In oltre il Vossio e il Du-Cange notarono che la parola Josum (onde il nostro giuso, giù, e il Lombardo ) fu adoperata da Santo Agostino, da Notkero, dall’ignoto Casinese e da altri. Ch’essa venga dal Latino Deorsum, fu sentimento del Menagio; ma non par verisimile.

Seguitavano, ciò non ostante, gli antichi Italiani a chiamar Latina la loro lingua. Paolo Diacono (lib. V, cap. 29 de gest. Langob.) parlando de’ Bulgari trasferiti nel Ducato di Benevento a’ tempi di Grimoaldo re, scrive: Qui usque hodie, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt. Chiama Latina la lingua che allora si usava in Puglia: il che anche dopo qualche secolo sembra detto da Ottone vescovo di Frisinga (lib. II, cap. 13) con attribuire ai Milanesi Latini sermonis elegantiam; anzi praticato fu quasi in questi ultimi secoli da Dante, dal Petrarca e dal Boccaccio, i quali appellarono Lingua Latina la Volgare Italiana. Così i Greci moderni Greca chiamano la lor lingua materna; e i Franchi lungo tempo chiamarono Romana la Franzese da loro oggidì usata, come si osserverà più abbasso. Però qualche ragione c’è di stimare che principalmente sotto i Re Longobardi il linguaggio Latino, già molto prima decaduto in bocca de’ popoli, più sensibilmente si corrompesse e mutasse, talmente che cominciasse a pigliar un’apparenza di nuova lingua. Imperciocché se alcuni, come pare, han creduto che l’Italica lingua, di cui ora ci serviamo, così diversa dall’antica Latina o Romana, fin quando fioriva il Romano Imperio, fosse in uso; questo è un sogno che bisogno non ha d’essere confutato. Anzi sotto gli stessi Longobardi troppo diversa era la lingua del popolo Italiano da quella vaghezza e stabilità che nel secolo XIII si comincia a scoprire, trovandosi allora un Latino crudo con voci straniere; e pure non ne comparivano in esso tant’altre che poscia di mano in mano v’introdussero i Franchi e Tedeschi padroni dell’Italia, e i Normanni e i Provenzali. Per altro si può giustamente sospettare che ne’ tempi ancora de’ Longobardi e Franchi così alterata fosse e scostata dall’antico puro parlar Latino la lingua de degl’Italiani, che difficilmente allora 863 il volgo intendeva il vero Latino. Qua, se non m’inganno, s’hanno da riferir le parole di Sesto Pompeo Festo, il quale nel lib. de Verb. signific. così scrive: Latine loqui a Latio dictum est: quae locutio adeo est versa, ut vix ulla ejus pars maneat in notitia. Incerta e dubbiosa è l’età di Festo. Ragioni ci sono per crederlo vivuto prima di Macrobio, e durando tuttavia la lingua Latina. Perciò io non ardirei di attribuire a lui le suddette parole, ma bensì a Paolo Diacono, vivuto dopo la caduta dei Re Longobardi anche sotto Carlo Magno; imperocché egli abbreviò i libri di Festo, e vi aggiunse alquanto del suo. E così potè egli scrivere, perché a’ suoi tempi un gran crollo era avvenuto alla lingua Latina. E ciò che succedette in Italia, anche in Francia e Spagna si potè osservare. Anche prima de’ Goti e Franchi il volgo di que’ paesi non parlava il puro linguaggio de’ Latini, storpiando la pronunzia d’esso, e mischiandovi non pochi de’ suoi proprj antichi vocaboli. Occuparono poscia i Goti, e dopo loro i Saraceni la Spagna; i Franchi s’impadronirono delle Gallie; e questo miscuglio di genti servì a maggiormente alterare il loro linguaggio, di modo che due diverse lingue se ne formarono. Tuttavia i Franchi continuarono a chiamare Romana la lingua volgare de’ popoli Gallicani, come il Du-Cange con assai esempli ha provato nel Glossario Latino, ed apparisce dal celebre giuramento di Lodovico re di Germania, riferito da Nitardo nel lib. III della sua Storia presso il Du-Chesne. Non sarà discaro ai Lettori ch’io lo metta qui sotto i loro occhi. Fu esso conceputo nell’anno 842 Romana Lingua, cioè nella lingua volgare usata allora nelle Gallie, in cui compariscono molte parole somiglianti alle nostre Italiane. Carlo Calvo re allora di Francia formò il suo giuramento Teudisca Lingua. Or ecco le parole del re Lodovico: Pro Deo amur, et pro Christian poblo, et nostro comun salvamento dist di in avant, in quant Deus savir et podir me donat, si salvareio cist meon fradre Karlo, et in adiudha, et in cadhuna 864 cosa, si cum om per dreit son fradre salvar dist, in o, quid il mi altre si fazet. Et ab Ludher plaid numquam prindrai, qui meon vol cist meon fradre Karle in damno sit. Il senso di tali parole in Italiano è questo: Per amore di Dio, e per bene del popolo Cristiano, e per comune salvezza, da questo dì in avanti, in quanto Dio mi darà sapere e potere, così salverò questo mio fratello Carlo, e gli sarò in ajuto, e in qualunque cosa, come uomo per diritto dee salvare il suo fratello in quello che un altro farebbe a me. Né con Lottario (comune lor fratello) farò mai accordo alcuno, che di mio volere torni in danno di questo mio fratello Carlo. Ecco qual fosse la lingua Romana, cioè la volgare de’ Franco-Galli, molto certamente più somigliante allora che adesso alla nostra Italiana. Anche nell’anno 860 trattata fu la pace fra i suddetti due Re, e il Baluzio nel tomo II, pag. 144 de’ Capitolari ne rapporta gli atti, dove si legge: Haec eadem Domnus Karolus Romana Lingua adnuntiavit, et ex maxima parte Lingua Theodisca recapitulavit. E più sotto: Tunc Domnus Karolus iterum Lingua Romana de pace commonuit. Sicché noi intendiamo essere stato tale nel secolo nono il cangiamento dell’antica lingua Latina in Francia, che già se n’era formata una nuova ben diversa. Possiam perciò giustamente credere che non fosse differente allora la fortuna del Latino in Italia, e che talmente fosse cresciuta la corruzion di quello, che ancor qui si usasse una lingua molto diversa, cioè la nostra volgare, benché non ridotta peranche al segno che è.

Ciò che ho detto della Francia, vien confermato da un altro testimonio autentico, cioè da San Gerardo abbate nella Vita di Santo Adelardo insigne abbate di Corbeia, cap. 8, negli Atti Bollandiani al dì 2 di gennaio. Di esso Adelardo scrive egli: Si Vulgari, idest Romana Lingua, loqueretur, omnium aliarum putaretur inscius. Si vero Theutonica, enitebat perfectius; si Latina, in nulla omnino absolutius. Testantur hoc quamplures ejus Epistolae. Fede ancora della già mutata lingua Latina in quel Regno farà il Concilio Turonense III, celebrato nell’anno 813, vivente tuttavia Carlo Magno. Quivi è avvertito qualsivoglia vescovo nel can. 17, ut habeat Homilias continentes necessarias admonitiones, quibus subiecti erudiantur, ec. Più sotto: Et ut easdem Homilias quisque aperte transferre studeat in Rusticam Romanam Linguam, aut Theosticam, quo facilius cuncti possint intelligere quae dicuntur. Lo stesso vien ripetuto nel can. 2 del Concilio di Magonza dell’anno 847. Sicché per far intendere al popolo d’allora le Omilie, cioè le prediche sacre, fu creduto bene, anzi necessario che si trasportassero in lingua Tedesca professata dai Franchi nazione Germanica, o pure in Rustica Romana, che si parlava dal popolo di nazione Gallica. Non era già estinta affatto la lingua Latina; ma essendo essa difficilmente intesa dal volgo, convenne tradurre quelle Omilie nella lingua usata da lui. Rustica fu questa appellata, perché diversa dalla civile Latina, e perché principalmente parlata dai Rustici Galli. Che il medesimo ancora succedesse per la nostra lingua Italiana, si può ricavare dal Monaco di Bobbio, che circa l’anno 950 scrisse i Miracoli di San Columbano abbate, pubblicati poi dal Padre Mabillone, Act. Sanct. Benedict. saeculi III. Descrive egli un monte, vicino a Bobbio con queste parole: Alter vero, qui est ad laevam, nuncupatur Rustica Lingua Groppoaltum. Voce Italiana è Groppoalto. Il medesimo nel capit. 27 nomina ferramentum, quod vulgo Manuariam vocant: oggidì detta Mannaia in Toscana, e Manara in Lombardia. Ma solamente quello scrittore intese del linguaggio adoperato dai contadini. E ancora da osservare che Niceta Choniate storico Greco circa l’anno 1200 nominò la Manara nella Vita di Andronico. Anche nei Capitolari dei Re Franchi (libro VI, cap. 185) è imposto ai preti di ammaestrare i popoli in lingua che da loro fosse intesa. Noi ben sappiamo che la lingua dei Franzesi di allora si chiamava Romana, e poi fu appellata Romance. Fu di parere monsignor Fontanini che anche l’Italiana e Spagnuola fossero così denominate. Si può certamente dubitarne dell’Italiana. Gli esempli da lui addotti solamente indicano la Franzese. Altrimenti allorché il Tesoro di Ser Brunetto si dice tradotto de Latin en Romans, non si sarebbe inteso se tal traduzione fosse in Italiano o Franzese. Lo stesso Brunetto nel cap. I induce chi l’interroga, perché essendo egli Italiano, abbia scritto in Romana o Francica Lingua; parole indicanti che la sola Franzese era chiamata Romana. Rapporta il medesimo Fontanini l’epitaffio di papa Gregorio V sul fine del secolo X, in cui si legge:

Usus Francigena, Vulgari et voce Latina,

Instituit populos eloquio triplici.

 Poscia aggiugne, esservi stato chi in vece di Francigena ha letto ivi Francisca, e che la parola Francigena disegnava allora i Tedeschi. È da stupire che scrittor tale con tanta franchezza abbia osato asserire che ivi si legge Francigena con censurare chi ha letto Francisca. Vero è ch’egli ha dalla sua il cardinale Baronio. Ma Francisca ha il Du-Cange a quella voce nel Glossario. Così il Leibnizio (tomo I Script. Brunsuic.), Pietro Manlio o Mallio, che a’ tempi di papa Alessandro III raccolse i monumenti della Basilica Vaticana, opera data alla luce dai chiarissimi PP. Bollandisti nel tomo VII di giugno. Così parimente lesse il Panvinio nelle Annotazioni alle Vite de’ Papi: così anche il Turrigio nelle Grotte Vaticane. Ma che perdo io qui il tempo? Amico mio pregato di visitar quel marmo, mi assicura leggersi ivi Francisca, e non già Francigena. Che poi la voce Francisca in quell’epitaffio significhi più tosto Tedesco che Franzese, sembra più verisimile; perché Gregorio V veramente fu di nazione Tedesca. Con assaissimi esempli pruova Adriano Valesio nella Notizia delle Gallie alla parola Francia, che una volta tanto la Germania che la Gallia portavano il nome di Francia. Quella era Francia Orientale, e questa Occidentale. Ottone duca di nazione Sassonica, o pur di Franconia, padre fu del suddetto Pontefice. Per attestato di Ditmaro, degli Annali di Hildesheim e del Cronografo Sassone, ebbe anche il governo della Marca di Verona; e di questo parlerò anch’io nella Dissertazione XLI, de’ Nomi. Ora è da dire che non meno la Gallica che la Germanica lingua fu appellata Francisca, come osservai nelle Note ad Ermoldo Nigello, par. II del tomo II Rer. Ital. Fu di sentimento il Du-Cange che solamente la lingua oggidì Franzese fosse chiamata Francisca. Ma i versi del suddetto Ermoldo assai dimostrano che si stendeva tal voce anche ai Tedeschi. Ci vorrebbe far credere il Fontanini suddetto che il nome di Francigena additasse unicamente la nazione Germanica; ma a me nol potrà persuadere. Presso Donizone (lib. II; cap. 18) troviamo Francigenam Stratam, e nelle carte di Siena è parimente menzionata Strata Francigena, che va da Firenze a Siena. Guglielmo Britone nel suo Poema chiama Francigenas nostros, oggidì i Franzesi. Nella Cronica di Parma (tomo IX Rer. Ital.) Francigenae e Francisci veggiamo appellati i medesimi Franzesi. Il suddetto Donizone nella Prefazione alla Vita della Contessa Matilda così scrive:

Haec apices dictat, scit Teutonicam bene Linguam.

Haec loquitur laetam quin Francigenamque loquelam.

Vedi in qual senso una volta fosse adoperata la voce Francigena. Anche il Monaco di Bobbio sopra menzionato, al cap. IV racconta che un Francigena per divozione venne colà, e poscia se ne tornò in Franciam, cioè nella Gallia. Ma ciò che può decidere questo punto, si è l’epitaffio di papa Silvestro II, successore di Gregorio V, rapportato dal cardinal Baronio all’anno 1003 dove si legge:

Primum Gerbertus meruit Francigena Sede

Rhemensis Populi Metropolim patriae.

Ognun sa che la città di Rems è nelle Gallie; e però s’intende che Francigena, contro il sentimento del Fontanini, significava ancora gli abitatori della Francia di oggidì.

Torniamo ora a que’ due versi dell’epitaffio di Gregorio V.

Usus Francisca, Vulgari et voce Latina,

Instituit populos eloquio triplici.

Tre lingue adunque esso Gregorio V avea imparato, e l’una d’esse fu la volgare, cioè l’Italiana: giacché suo padre il duca Ottone dimorava in Italia al governo della Marca di Verona. Dal che risulta che nell’anno 999, in cui finì di vivere il suddetto Pontefice, talmente s’era questa lingua del volgo, o sia popolare, scostata dal linguaggio Latino, che ne formava un assai differente; e chi parlava la volgare, come l’ignorante popolo, non intendeva più la Latina. Tuttavia i Notai studiavano alquanto di Latino, e corredandolo poi di molti barbarismi e solecismi, il men male che poteano, stendevano i loro atti. Ma qual fosse questa lingua volgare Italiana ne’ secoli VIII, IX e X, confesso io di non saperne dir parola. Certamente allorché per motivo di erudizione feci molti viaggi, e visitai molti archivi d’Italia, uno de’ miei più vivi desiderj era di trovar qualche pezzo di lingua Italiana fra le carte vecchie. Possiam credere che da’ tempi di Carlo Magno in avanti non mancassero vescovi e parrochi, predicanti al popolo la parola di Dio. Se ciò facevano in Latino, si dimanda, come il popolo gl’intendeva. In oltre se i mercatanti, ed altri ignoranti la lingua Latina, aveano da scrivere lettere e tener i lor conti, si può egli pensare che non si servissero della stessa lingua volgare; giacché la Latina non la sapevano? Però speranza v’era di scoprir qualche frammento di essa antica lingua degl’Italiani. Ma indarno ne feci io diligenza: indarno anch’altri probabilmente ne cercheranno. Solamente ho potuto pubblicare alcune composizioni per tingere i musaici, ed altri segreti dell’arti, scritti nel secolo VIII, come si può vedere nella Dissertazione XXIV, dove fra il molto grossolano Latino si truova qualche miscuglio di lingua volgare, ma non già l’effettiva volgare. Nelle Annotazioni alla legge CCCXLI del re Rotari (parte II del tomo I Rer. Ital.) esaminando io la voce Tornaverit, feci anch’io menzione di un passo della Storia Miscella, spettante all’anno 579, o circa. Ivi si narra che l’esercito Cristiano prese la fuga, perché un di que’ soldati all’improvviso gridò patria voce Torna, Torna, frater; o, come ha Teofane, Torna, Torna, fratre; o Retorna, come scrisse Teofilato Simocatta. Non apparisce bene che tal motto uscisse di bocca ad un Italiano; ma sembra verisimile, e Giusto Lipsio lo tenne per certo, perché parecchi Italiani militavano nelle armate de’ Greci Imperadori; e qui però comparisce un barlume della lingua Italiana di allora. Carlo Dati Fiorentino e il Menagio Franzese dal Torno, onde Torniare e Tornire Italiano si formò, trassero il verbo Tornare e Ritornare. Si può dubitare se sia incontrovertibile cotale etimologia. Perciò si potrebbe cercare, se più tosto dall’antica lingua Germanica fosse passata in Italia questa voce, giacché questa poterono portarla qua i Goti o Longobardi; i Sassoni nell’Inghilterra, dove Turn e Return si usa; e i Franchi nella Gallia, dove Tourner e Retourner dura tuttavia; e i Goti in Ispagna, dove Tornar ha lo stesso significato. In uno strumento della Cronica del Volturno (par. II, tomo I Rer. Ital.), scritto nell’anno 855, si legge: Si nos per quodlibet ingenium Returnare quaesierimus.

Che se noi scorriamo le carte scritte a’ tempi dei Longobardi, in esse troviamo qualche vestigio della nostra lingua, ancorché tutto fosse scritto in Latino, perché di questo solo linguaggio uso e debito fu il valersi negli atti pubblici, e ne’ contratti delle persone private. Nella legge XCIV di Lottario I Augusto vien comandato che i Notai sieno Legibus eruditi; e però doveano studiar tanto di Latino, che potessero intendere le leggi, e scrivere in quella lingua gli strumenti. Sì poco nondimeno era il capitale di questo lor sapere, che a furia sfibbiavano solecismi e barbarismi. Si potrebbe dunque cercare, se per avventura in que’ secoli il popolo parlasse come i Notai scrivevano. Fra tante tenebre dell’antichità sembra a me certo, anzi certissimo, che diverso fosse allora il parlare del popolo Italiano da quello de’ Notai. Ciò che vedemmo del linguaggio Franzese nell’anno 842, ragionevolmente si può credere che avvenisse anche in Italia; e siccome in Francia, Germania, Spagna ed Inghilterra i Notai si servivano nelle lor carte non della lingua volgare, ma della Latina; fu questo costume mantenuto poscia per più secoli anche in Italia, tuttoché già fossero stabilite le lingue volgari di tali nazioni. Ora essendo frequente, anzi comune l’ignoranza de’ Notai in que’ tempi, non s’ha a meravigliare se i medesimi di tanto in tanto prendevano dalla lingua popolare vocaboli e modi di dire, che loro non somministrava la poca perizia del Latino. Vedesi perciò sparsa ne’ loro atti Latini la lingua volgare: del che abbiamo assaissimi esempli nelle formole antiche di Marcolfo. Io stesso ho pubblicate non poche carte, ed altre ne produrrò andando innanzi, che serviran di pruova di quanto ho detto. Qui ho rapportato una donazione esistente nell’archivio arcivescovale di Lucca, e fatta alla chiesa di S. Donato territorio di Lucca da Gregorio figlio di Maurizio che l’avea edificata, Regnante Domno nostro Desiderio et Adelchis Regibus, anno Regni eorum tertio et primo, quarto calendas januarii, per indictione tertia decima, cioè nell’anno 759. Similmente un’altra donazione fatta da Rixolfo prete alla chiesa di Santa Maria e di San Donato, fabbricata da Regnolfo abbate suo padre nel distretto di Lucca. Appartiene tal carta all’anno 765. In oltre un’offerta di tutti i suoi beni, fatta da Aliberto e Rotperto prete suo figlio alla chiesa di San Fridiano, fabbricata da loro in Settimana del Lucchese. Fu scritta quella carta nell’anno 768. In tali reliquie dell’antichità si va scorgendo il genio della lingua volgare in Toscana. Scuopresi lo stesso anche nelle carte Milanesi di que’ tempi, che si conservano nell’insigne archivio de’ Cisterciensi di Santo Ambrosio. Contiene una di esse il testamento fatto Domno Excellentissimo Karolo Rege in Italia, Christo propitio, anno tertio, octavo die mensis magi, indictione quinta decima, cioè nell’anno 777, in cui un certo Totone fabbrica uno spedale per li pellegrini, lasciandolo alla Basilica di Santo Ambrogio e a Tommaso arcivescovo di Milano. Fra quei che si sottoscrivono, si vede: Signum manus Garibaldi filio quondam Placito de Porta Argenta. Cioè nel linguaggio volgare era costui appellato Garibaldo figlio del quondam Placido da Porta Argenta. Così altrove si truova da pars; e nel notare i confini de’ campi da un lato, uno capu, da mane, da sera, da duabus partibus. E in un diploma del re Desiderio dell’anno 772 (tomo II del Bollario Casinese) leggiamo in carpeno grosso, in rovere arsa, usque in alia rovere verde pertusata. In una memoria di Bertario Abbate Casinense dell’anno 884, accennata da Leone Ostiense (lib. I, cap. 44), si legge Fossatum de la vite; e in una carta di Lucca dell’anno 753 si truova una torre de auro fabricata. Uno strumento del 1034 ha: In loco, ubi stode-garda dicitur.

Scrisse a me anche il P. D. Virginio Valsecchi, Benedettino, Letterato chiarissimo, d’avere osservata una carta scritta a’ tempi del re Liutprando nell’anno 730, dove sono le seguenti parole: Uno capite tenente in terra Chisoni, et in alium capite, tenente in terra Ciulloni; de uno latere corre via publica, et de alium latere est terrula Pisinuli plus minus modiorum dua, et staffilo. In un’altra dell’anno 816 egli lesse: Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo pedes dece, de alio nove in traverso .... de uno capo duas pedis, cinque de alio capo. In altra carta del 1084 stile Pisano trovò: De rebus meis illis, quae videntur esse ine la Plebe di Radicata. Anche il celebre P. Abbate D. Guido Grandi mi scrisse di avere osservato uno strumento Actum Arizio nell’anno 1013. Singno manibus Tarolfo filio quondam Teudelasi, qui Teuzo fuit clamatus. Questo clamatus è l’Italiano chiamato. E nel fine si legge: pro se suscrivere rogaverunt. In altra carta del 1029 osservò queste parole: In loco et finibus, ubi dicitur Civitate vetera ... prope loco, qui dicitur a le Grotte. In altra nel 1031 prope loco, qui nominatur ad la Rivolta. In altra del 1047 in loco et finibus Selva longa, cum via andandi et regrediendi cum capras et boves, et aliis bestiis carcatis et incarcatis. Tralascio altre simili espressioni spettanti al secolo XI per additarne una che si legge nel precedente X, cioè in una carta del Monistero della Cava, scritta nell’anno 994, in cui Giovanni e Guaimario principi di Salerno donano beni al Monistero di San Magno. Fra gli altri rottami della lingua volgare è spezialmente osservabile il nominarsi Sancta Maria da li Pluppi, cioè dai Pioppi. Certamente in nessun luogo delle vecchie carte si fa sentire la lingua volgare, che nel determinare i confini delle terre. Così Ingone vescovo di Modena presso il Sillingardi, donando molti beni nell’anno 1029 al Monistero de’ Benedettini di San Pietro, nomina jugera duo in Mutina in loco, qui dicitur a la Crux. Similmente, siccome feci vedere nella par. I, pag. 236 delle Antichità Estensi, in uno strumento di Guido marchese dell’anno 1052 si legge: in Cingnano usque ad Fechano fine al capo del Monte. Più anticamente ancora si truova lo stesso. In una carta dell’archivio de’ Canonici di Modena dell’anno 767 abbiamo Sortes in loco, ubi nuncupatur Rio Torto Terreturio Feronianensi, oggidì Ritorto nel Frignano. Un’altra Lucchese dell’anno 793 s’incontra Monasteriolum Sancti Quirici in loco la Ferraria; e nel testamento di Almerico marchese del 948 un fondo qui vocatur due Rovere. A indicare eziandio la lingua volgare de’ vecchi secoli possono servire i Sopranomi (costume antichissimo de’ popoli), de’ quali addurrò qualche esempio. In una carta di Audiberto Abbate Veronese dell’anno 845, che ho rapportato nella Dissertazione XXXI, viene mentovato Lupo Suplainpunio nominatus. Questo sopranome, per quanto a me sembra, era in volgare Soppia in pugno. Così in una carta Modenese dell’anno 918 è nominato Lampertus filius quondam Leonardi, qui supranominatur Cavinsacco, cioè probabilmente Capo in Sacco. In una Lucchese del 941 Johannes Clericus, qui Rabia dicitur; e in un’altra del 1073 è menzionato Toccacoscia, e in una del 905 Johannes, qui alio nomine Bracca curta vocitabatur. In uno strumento Modenese del 1025 v’ha Johannes Cunza-Casa; e Robateza, cioè chi ruba un fenile; e Petrus dictus Cavazocchi, cioè chi cava il pedale sotterraneo degli alberi, chiamato Zocco in Lombardia. Innocenzo III papa (libro III, epist. 45) rammenta truncos arborum, quos ipsi Zoccos, vel Capitones appellant. Parimente in una carta del 1019 si truova Cacatossico filio b. m. Petri Massario.

Che dunque s’incontri nelle vecchie pergamene maggiore o minor copia di parole e frasi volgari, e di solecismi o barbarismi, dipendeva dalla maggiore o minor perizia della lingua Latina degli antichi Notai; e non già ch’essi Notai scrivessero i contratti nella lingua del popolo. Eglino bensì quanto men sapevano di Latino, tanto più declinavano all’uso della lingua volgare. In una carta Cremonese dell’anno 1097, da me pubblicata nella par. I, pag. 251 delle Antichità Estensi, l’ignorante Notaio scrive: Marchio Alberto filio Opicio de alio Filolo Opicio, et ala (cioè alia ) mulere Labilia, det pro suo avere contrafato de suo avere omnia busco, et castella, et terra, et aqua, et omnia, quae erant inter Poyono, et omnes servi, et franci, et omnia quae abebat. Costui, per sapere poco Latino, si raccomanda alla lingua volgare. Né alcuno mi dimandi che gli dica, se nel secolo VIII, IX e susseguenti, 874 per esempio, la stessa lingua volgare fosse tanto in Firenze, che in Siena, che noi troviamo nel secolo XIII; né se in Napoli, Roma, Venezia e Milano si parlasse anticamente quella lingua o dialetto che ivi ora si pratica. A me qui mancando memorie, mi convien tacere. Di un certo dotto Franzese abitante in Roma nel secolo XI così scriveva San Pier Damiano nell’Opusc. XLV, cap. VII: Scholastice (a mio credere, Latinamente) disputans, quasi descripta libri verba percurrit. Vulgariter loquens, Romanae urbanitatis regulam non offendit. Adunque era creduto in que’ tempi assai bello ed elegante il linguaggio volgare Romano, diverso dal Latino. Ma quale esso fosse, nol sappiam dire. Lo stesso che oggidì? per me nol credo, massimamente perché nel secolo XIII si accostava non poco al Napoletano. Ora considerando la natura delle lingue, che a poco a poco vanno facendo de’ cangiamenti, si può solamente pensare che la lingua Italiana quanto più fu vicina alla madre sua Latina, tanto meno ebbe di novità, e meno da essa discordò; e quanto più s’allontanò da essa, tanto più diventò dissomigliante, non solamente perché andò ammettendo sempre più delle parole straniere, ma ancora perché cambiando le terminazioni e le forme di dire, prese un nuovo colore di lingua diversa. Arrivò poi questa al suo stato nel secolo XIII, come può vedersi nell’Opere a noi rimaste de’ vecchi Fiorentini, ed altri Toscani: stato nondimeno che si può credere più antico, avvegnaché ci manchino memorie per poterlo provare. Imperciocché non v’ha lingua la quale non sia arrivata, a guisa de’ corpi umani, alla sua consistenza per varj gradi, e non possa mutarsi o in meglio, o in peggio, secondo le vicende alle quali son sottoposti i paesi per le mutazioni de’ governi, e per altre ragioni. Ho udito persone dotte di nazion Germanica dire, essersi così la lor lingua slontanata da quella che si usava nel secolo VIII e IX, che anche i Letterati confessano di trovarsi non poco intricati a intendere quell’antica. Truovansi nel Concilio Leptinense dell’anno 743 alcune formole scritte in lingua Tedesca; e in essa lingua ancora abbiamo Parafrasi Tedesca de’ Vangeli, composta da Otfrido, o più tosto, come altri pretendono, da Notkero monaco di S. Gallo nel secolo X, ed altre Opere antichissime in Tedesco, stampate dallo Schiltero, dal linguaggio delle quali si vede molto allontanato il moderno Tedesco.

E veramente riflettendo noi alla natura delle lingue, due osservazioni faremo, per le quali saremo condotti a credere che anche a’ tempi de’ Longobardi e Franchi, dominatori dell’Italia, fosse la lingua nostra, se non diversa dalla Latina, almeno assai declinata dal tenore della medesima. Siccome di sopra avvertimmo, proprio è d’ogni lingua vivente l’essere divisa in più dialetti; né v’ha regno, anzi né pure provincia, in cui ancorché ognuno intenda la lingua comune, pure tutti i popoli la parlino nella stessa maniera ed uniformità. Evidentemente apparisce ora, quanto vada discorde il parlare dei Calabresi e Napoletani da quello de’ Fiorentini, Genovesi, Milanesi, Torinesi, Bolognesi e Veneziani. Che lo stesso si osservi nella Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna ed altri paesi, è cosa fuor di dubbio. Anche nella lingua usata dagli antichi Giudei si trovavano varj dialetti, come si ricava dai sacri libri, e spezialmente dal cap. 26 di San Matteo. Ora scorgendo noi che nelle carte e libri del secolo VIII e IX era adoperata una uniforme lingua Latina, assai rozza per altro e difettosa, non si può credere che quella fosse la lingua volgare, cioè la usata nel pubblico commerzio dai popoli Italiani. Osservinsi le carte scritte allora in tante diverse parti dell’Italia, tu vi truovi la medesima Latinità, ma senza che vi apparisca alcuna notabil diversità fra la lingua Latina dei Notai Napoletani, Toscani, Modenesi, Veronesi, ec.; le quali città nondimeno usavano un dialetto ben diverso dall’altro. Per conseguente s’ha da credere che quella lingua Latina non s’imparasse dalle madri o nutrici, ma provenisse da qualche studio de’ libri, o pure dall’uso degli uomini non affatto privi di lettere. Ed essendo poi certo che anche nella Germania, Francia, Inghilterra ed altri paesi si scrivevano gli atti pubblici in quella stessa barbarica lingua Latina, ancorché que’ popoli avessero la lor propria volgare; però s’ha similmente da credere che anche in Italia il Latino de’ Notai non fosse la lingua volgare de’ popoli. Altrimenti se coloro si fossero serviti del linguaggio popolare, noi troveremmo una mirabil diversità fra le carte delle varie provincie e città d’Italia, stante l’accennata varietà dei dialetti. L’altra osservazione è questa. Qualunque sia la dolcezza o asprezza della lingua o dialetto di qualsivoglia popolo, la sperienza nondimeno ci fa vedere che ogni popolo usa natural Gramatica per esprimere i suoi pensieri; di modo che anche la stessa plebe e i rustici ignoranti nel parlare non commettono errore nelle concordanze de’ nomi, verbi, tempi, ec.; e se ne commettessero, sarebbe tal errore e maniera di dire comune a tutto quel popolo. Per esempio, non congiungono essi un addiettivo feminino con un nome mascolino; non un verbo plurale con un sostantivo singolare; non un tempo per un altro. Ma nelle carte anche scritte sotto i Re Longobardi non si osserva Gramatica né naturale, né artificiale; e vi si truova una dissonanza frequente. Purché i Notai esponessero i lor sentimenti in idioma che paresse Latino, non si mettevano pensiero, se strapazzassero sovente le regole della Gramatica, ed usassero uno stile quasi peggiore del maccaronico di questi ultimi secoli. Figuratevi un uomo di bassa sfera oggidì, il quale abbia un po’ di tintura della lingua Latina, e impari da’ Predicatori e Letterati molte voci di quella, quando gli venga in capo di parlar Latino, parlerà senza fallo; ma un Latino pieno di solecismi e barbarismi, e vi mescolerà voci della volgar sua lingua; né osserverà regola alcuna di casi, numeri, verbi e nomi. Altrettanto fecero gli antichi Notai, benché s’abbia a credere che studiassero alquanto di Latino. Cioè, per esempio, scrivevano: Anno Lotharii, ec., et Domni filio ejus Regem in Italia, come apparirà da una carta che ho qui data alla luce. In una lingua vivente non si può immaginare tanta deformità. Così in altra carta dell’anno 839 (vedi la Dissert. XIII) si legge: Post poena composita, hos libelli conveniencie in sua permaneat firmitate. Non è differente la sottoscrizione di una carta pubblicata qui nella Dissertazione XXI. Ego Radeberto presbitero rogatus ad Aliberto presbiter manu meo subscripsi. Voglio qui aggiugnere un’iscrizion Veronese, rapportata dal Panvinio, Moscardi, Ughelli, Francesco Bianchini, Fontanini, e ultimamente dal chiarissimo marchese Maffei nella Verona Illustrata. Circa l’anno 725 fu essa incisa in marmo; ed ecco le sue parole, testimonj autentici dell’ignoranza di allora:

X  IN N ΔNI I HV XPI DE DONIS

SCI IVHANNES

BAPTESTE EDI

FICATVS EST HANG

CIVORIVS SVB TEMPORE

DOMNO NOSTRO

LIOPRANDO REGE

ET VB PATERNO

DOMNICO EPISCOPO

ET CUSTODES EIVS

VV VIDALIANO ET

TANCOL P RBRIS

ET RELOF GASTALDIO

GONDELME

INDIGNVS DIACONNVS SCRIPSI

 Nell’altra parte del marmo si legge:

X VRSVS MAGESTER

CVM DISCEPOLIS

SVIS IVVINTINO

ET IVVIANO EDI

FICAVET HANC

CIVORIVM

VERGONDVS

TEODOAL

FOSCARI

Non so figurarmi che il volgo, se avesse usato allora la lingua Latina, fosse caduto in sì grosse deformità, come è il dire: edificatus est hanc Civorius, ec. Così nella Dissertazione XIV rapportai le note cronologiche di varie carte Lucchesi dall’anno 736 sino al 742. Ivi fra l’altre si legge: Regnante piissimi Domno nostro Liutprand et Hilprand vir excellentissimis Regibus, ec. In un’altra: Regnante Domnos nostros Liutprand et Helprand viri Rex excellentissimis Regibus, ec. Se questa fosse stata la lingua popolare d’allora, non si sa vedere come nello stesso tempo e nella medesima città que’ Notai fossero così discordi fra loro; perché, come anche oggidì ne’ più corrotti dialetti della lingua d’Italia si può scorgere, tutti adoperano il medesimo ordine e struttura di parole. Voglio qui aggiugnere due antichissimi contratti, ricavati dal ricchissimo archivio dell’Arcivescovato di Lucca. Nell’uno, scritto l’anno 740, si contiene la donazione di alcuni stabili fatta da Sichimondo arciprete alla chiesa di San Pietro. Nell’altro, spettante all’anno 746? regnando il re Ratchis, si legge una vendita fatta da Tanualdo prete. Chiunque ben considera le sconcordanze del Latino di esse carte, meco verrà a confessare che quella non potea essere la lingua del popolo, perché quasi nulla v’ha di Gramatica, di cui nondimeno dicemmo servirsi ogni lingua vivente; e però avere i Notai, siccome forzati a valersi del Latino, fatto un guazzabuglio di quella lingua colla volgare, commettendo perciò tanti solecismi e barbarismi. Qualora il popolo avesse comunemente parlato quel Latino corrotto, quale lingua materna, confrontando insieme molte carte di quel tempo, noi troveremmo fra esse una sensibile uniformità di parole, frasi e costruzione, terminazion di vocaboli, ec. Venti Notai Milanesi, per esempio, de’ nostri giorni, che scrivessero un contratto nel dialetto corrente di quella città, non discorderebbono mai nella Gramatica e sintassi di lingua tale: laddove nelle antiche carte i Notai niuna regola osservano di Gramatica, niuna uniformità nelle costruzioni e declinazioni de’ verbi e nomi, eccettoché dove si servono de’ formolarj comuni a ciascuno, ricorrendo essi al volgare, dove mancava loro provvision di Latino. Riflessioni tali quelle in fine sono, che mi fan credere, essere stata, mille anni sono, la lingua del volgo Italiano diversa dalla Latina.

Più di una volta ho detto che negli antichi secoli furono differenti dialetti, come oggidì si scorge, di maniera che appena v’ha città che non si distingua dall’altra per la pronuncia, suono degli accenti, terminazion delle voci e vocaboli suoi particolari. Molto più discorda il dialetto di una provincia dall’altra; anzi v’ha talora tanta dissimiglianza, che gl’Italiani stessi dell’altre provincie, tuttoché si servano della lingua comune, non che i forestieri, difficilmente intendono il linguaggio dell’altre. Se il medesimo succeda nelle lingue oltramontane, convien chiederlo a chi è pratico di que’ paesi. Ma quali fossero i dialetti in Italia, allorché fioriva la Romana Repubblica, e quando e in che maniera si formassero tali dialetti, resta tutto nel bujo. Ingegnosa nondimeno mi sembra un’opinione del soprallodato marchese Scipione Maffei nell’insigne opera della Verona Illustrata, il quale per mostrare che i Galli Cenomani, dominanti prima de’ Romani in Brescia, niun gius e dominio ebbero in Verona, figlia degli Heneti o Veneti, osserva essere il dialetto Veronese somigliante al Vicentino e Padovano, e scostarsi molto dal Bresciano, inferendone perciò che differenti popoli una volta signoreggiarono in quelle due città; certa cosa essendo, come egli dice, che i nostri odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di pronunziare negli antichi tempi, e di parlare popolarmente il Latino. Veramente non si può con franchezza inferire dai moderni dialetti ciò che si praticasse nei remoti secoli dei Cenomani, e poscia dei Romani e dei Longobardi, potendo essere che il moderno dialetto Veronese più si assomigli al Veneto, perché più vicina alla inclita città di Venezia è Verona, di quello che sia Brescia; e i Veneti, perché non mai sottoposti ai Longobardi, Franchi e Tedeschi, hanno conservato un linguaggio Latino corrotto, più che quello dei Lombardi. Contuttociò pare non inverisimile, non procedere da altro, che i Lombardi fin quasi a Rimini per la maggior parte abbrevino o tronchino i vocaboli, se non perché anticamente i Galli prima del dominio Romano stesero fino a Rimini la lor signoria, e probabilmente anche allora per lo più terminavano le lor parole in consonanti, come praticano anche oggidì: laddove i Toscani, e quasi tutti gli altri popoli sino al fine orientale dell’Italia terminano per lo più in vocali la massa delle lor parole. Questa opinione nondimeno è suggetta a gravi difficultà, perché troppe mutazioni di cose e di linguaggi son succedute in tanti secoli addietro. Osservate specialmente la Toscana dominata dagli Etrusci, la lingua de’ quali ivi sussistè anche dappoiché se ne furono impadroniti i Romani. Per tante iscrizioni scoperte in questi ultimi tempi noi troviamo ben aspro e duro quell’antico linguaggio; e pure in essa Toscana è succeduta una lingua sì dolce, come è la presente. Oltre di che coll’immaginare fino ne’ tempi Romani una diversità di tanti dialetti, e così sensibile come oggidì, noi verremmo a stabilire fin d’allora le lingue volgari nostre diverse dalla Latina: il che non si dee mai credere.

Né voglio lasciar di avvertire che le carte scritte novecento e mille anni sono abbondano per lo più di maggior barbarie, sconcordanze ed errori, che le scritte ne’ secoli susseguenti, ancorché la lingua nostra maggiormente si fosse scostata dalla Latina. Non per altro, se non perché dopo l’anno 800 anche in Italia si alzò qualche scuola di Latino. Pongasi mente al sapere del secolo VIII nella città di Lucca. Nell’archivio arcivescovile di quella io vidi un’antichissima pergamena dell’anno 718, il cui principio, tolto dal formolario, è questo:

Regnante D. N. Liutprand viro Excellentissimo Rege, anno Regni ejus septimo, mense decembrio, per indictione seconda, feliciter. Venerabilis Talesperianus gratia Dei Episcopus Maurino Urb. Acolatus famulo et servienti suo perpetuam salutem. Quoniam bene servientium obsequia dignum semper remunerationem sublevare deveatur, et mercidis mea vacua esset, non dives, ec. Confirmamus in ti Basilica Beati Sancti Prosperi Martheris sita in loco, qui dicitur Interaccole, ec., sicut jam antea a bone memorie quondam Marino Genituri tuo cesseramus, ec. Ego Talesperianus umilis Episcopus huic cartule donationis facta in famulo meo.... propria manus mea sumscripsi. Ego Walprand in Dei nomine Episcopus in hanc cartula donationis facta in Maurino a Domno Talesperiano antecessori meo, posteas mihi relecta est, cum consenso de Sacerdotis, propria manus meas suscribsi et confirmavi. Ego Osprandus Diaconus ex autentico exemplavi, nec pluraddedi, nec minime scribsi. Ego Peredeo in Dei nomine Episcopus qualiter.... Maurino Pbro cartula donationis de ecclesia Sancti Prosperi, quem facta fuerat a quondam Domno Talesperiano, et ipsa cartula fecimus relegere et exemplare, ec. Anno Domni Desiderii.... kal. januaria, indict. undecima.

Si meraviglierà forse più di uno dell’ignoranza di que’ vescovi. Ma convien ricordarsi che colla stessa lingua Latina erano venuti meno i buoni maestri della medesima; e bastava allora l’averne qualche tintura. Figuratevi le donne Lombarde del nostro tempo, che hanno imparato qualche poco di scrivere, ma poco o nulla della pura lingua Italiana. Scrivono bensì, ma per lo più strapazzano la Gramatica ed ortografia della stessa. Né pure la gran città di Roma vantava in que’ tempi esenzione da questa calamità. Vedi la Lettera di Pasquale I papa a Petronace arcivescovo di Ravenna (par. I del tomo II Rer. Ital.) scritta nell’anno 819; sebbene gran sospetto della sua autenticità a me reca quella barbarie, e l’anno di Lottario non peranche coronato in Roma. Ma quando sia monumento legittimo, apparisce come fosse malconcia presso i Letterati di allora, e nello stesso sacrario della Latinità, la povera lingua Latina. Una ruggine quasi eguale noi troviamo nell’Epistole del Codice Carolino, e in altre lettere di que’ tempi; e più ancora ne scontreremmo, se sotto gli occhi avessimo gli originali, e non si avessero gli antichi copisti o i moderni editori de’ vecchi libri presa la libertà di darci quelle Opere, non quali erano, ma come essi credettero bene di correggere. Il Surio principalmente vien qui riprovato dagli Eruditi per avere emendato a suo capriccio il linguaggio delle Vite de’ Santi: dall’imitar il quale saggiamente si sono guardati i celebri Padri Gesuiti di Anversa nell’insigne Raccolta degli Atti medesimi. Rinomato è in Roma il Triclinio fabbricato, per testimonianza di Anastasio, da Leone III papa, nel Palazzo Lateranense circa l’anno 798. Ne abbiamo il musaico ben rappresentato dall’Alemanni (de Lateran. Parietin. cap. 12) e dal Pagi nella Crit. Baron. all’anno 796. Mirasi ivi l’immagine di San Pietro, a’ cui piedi stanno papa Leone e Carlo Magno re de’ Franchi, non peranche imperadore. Se badiamo all’Alemanni, ivi è scritto:

BEATE PETRE DONA VIT A LEONI PP. E BICTORIAM CARVLO REGI DONA.

Ma il chiarissimo Monsignor Ciampini (par. II, cap. 21 Veter. Monum.) dandoci un esatto conto di quel musaico, non altro lesse ivi se non

BEATE PETRVS DONA VITA LEONI PP. E BICTORIA, ec.

Pertanto a poco a poco negli antichi secoli s’andò mutando la lingua Latina; e quanto più dai tempi d’essa s’andò allontanando, tanto più cresceva la lingua volgare; e quantunque questa fosse in bocca di tutto il popolo, pure i Letterati e tutti i Notai seguitavano a scrivere il meglio che sapevano le storie, gli strumenti e tutti gli atti della Religione. Credevasi dovuta questa venerazione a quella nobilissima lingua che la Chiesa Romana e tutte l’altre di Occidente aveano in certa maniera renduta sacra. Si aggiugneva un altro motivo di gran peso, che dura tuttavia, cioè l’essere intesa e praticata dalle più colte nazioni dell’Europa; talmente che scrivendo uno in Latino, faceva intendere i suoi sentimenti anche a tutte le genti straniere, studiose di essa lingua: cosa che non accadeva a veruna delle lingue volgari allora, e né pure adesso. Che se i vescovi predicavano al popolo, di essa lingua Latina si servivano, se non che finalmente s’introdusse il costume di spiegare la stessa predica in lingua volgare. Nella parte I, cap. 36 delle Antichità Estensi io pubblicai la consecrazione della chiesa del Monistero Estense delle Carceri, fatta nel 1198. Allora Gottifredo patriarca di Aquileja recitò un’Omilia Latina, che susseguentemente Gherardo vescovo di Padova espose al popolo in lingua volgare. Cum praedictus Patriarcha (così ivi si legge) litteraliter sapienter praedicasset, et per eum (cioè pro eo) praedictus Gherardus Paduanus Episcopus maternaliter ejus predicationem explanasset, et populum ibi stantem amonuisset, ec. Ecco quanto fosse tuttavia onorato il linguaggio Latino. Ma intanto non si sa ben capire come dopo il mille fossero intesi dal popolo i Sermoni e le Epistole Latine che restano di que’ tempi. Per esempio, come scrisse San Pier Damiano lettere Latine a sua sorella, ad alcune vergini sacre, e ad altre donne? Converrà credere che queste studiassero allora il Latino: altrimenti non le avrebbero intese; o pur se le faceano spiegare da chi era intendente di quella lingua. Abbiamo anche i Sermoni de’ Santi Francesco, Antonio, Bernardino ed altri in Latino. Furono senza dubbio recitati al popolo in volgare, e poi dovettero essere tradotti in Latino. Così abbiam le Lettere del Petrarca a tante persone. Chi non avea studiato il Latino, dovea ricorrere a qualche interprete.

Ma finalmente arrivò la gente disingannata a rompere i ceppi che avea lasciato imporsi dalla lingua Latina, o sia perché l’ignoranza di essa conducesse gli scrittori a valersi per necessità della volgare; o più tosto perché capirono gli uomini essere questa più comoda e alla mano, né meno atta dell’altra per ispiegare i nostri pensieri e sentimenti. Fu di parere l’abbate Crescimbeni ne’ suoi libri della Poesia Italiana, che fin sotto Federigo I Augusto, cioè nel secolo XII, si cominciasse a comporre versi nella nostra lingua volgare; ma non ne reca alcuna bastevol pruova. Produrrò io quattro versi che nel musaico della Cattedrale di Ferrara s’erano conservati fino ai nostri dì, cioè:

Il Mile cento trempta cinque nato

Fo questo Tempio a Zorzi consacrato.

Fo Nicolao Scolptore,

E Glielmo fo l’Autore.

Se questi versi son fattura di quel tempo (del che io non voglio fare sigurtà), abbiamo un antico pezzo della lingua volgare in marmo. Né si può negare che a questa appartenga e all’anno 1122 una carta pubblicata dall’Ughelli nel tomo IX dell’Italia Sacra fra gli Arcivescovi di Rossano. Quivi specificati si truovano i confini di alcuni casali colle seguenti parole, poco accuratamente per altro copiate dall’originale. Incipiendo da li Finaudi, et recte vadii per Serram Sancti Viti; et la Serra ad hirta esce per dicta Serra Groinico; e li fonti aqua trondente inverso Torilliana; e esce per dicte fonte a lo Vallone de Ursara; e lo Vallone Apendino cala a lo forno, et per dicta flumaria ad hirto (credo che sia ivi scritto adhirito, o pure a dritto) ferit a lo Vallone de li Caniteli; et predicto Vallone ad hirto esce sopra la Serra da li Palumbe a la crista custa; et deinde vadit a lo vado drieto da Thomente; et dicta Ecclesia Sancto Andrea abe ortare unum, et non aliud. Et dicta Serra Apendino cala a lo Vallone de Donna Leo; et lo Vallone Apendino ferit alla via, che vene ad Santo Iorio, et volta supra l’ara de li Meracini, et ferit a la Gumara de li Lathoni, ec. Scrisse ancora Benvenuto da Imola circa l’anno 1385 ne’ suoi Commentarj alla Commedia di Dante, che ante ducentos annos, cioè circa il 1185 si cominciò a comporre versi in rima nella lingua volgare Italiana. Almeno è fuor di dubbio che nel susseguente secolo XIII si truovano molti versi e monumenti scritti in essa lingua. Il sig. Uberto Benvoglienti, già grande ornamento di Siena, mi comunicò una Prosa, o sia una lettera, scritta da Tuto Arrigo Accattapane a Ruggieri da Bagnolo, capitano del popolo di Siena per Corrado re de’ Romani e di Sicilia nell’anno 1253. L’ho io data alla luce. Anche Galvano Fiamma nel Manip. Flor. (tomo XI Rer. Ital.) fa menzione Bonvisini de Ripa Fratris Tertii Ordinis, qui Chronicam de magnalibus civitatis Mediolani composuit. Nell’epitaffio di questo Bonvicino del Terzo Ordine degli Umiliati, da me pubblicato, si legge, ch’egli composuit multa Vulgaria.

Sembra nondimeno che si cominciasse prima ad usare la nostra lingua nelle rime, o sia in versi, e a poco a poco anche in prosa. Nell’anno 1260 scrisse Rolandino Padovano la sua Storia, ristampata nel tomo VIII Rer. Ital. Osservinsi queste sue parole nel Prologo, a me somministrate dal codice MSto della Biblioteca Estense. Forte non erit inutile, vel delectabile minus aliquibus, et praecipue Literatis, id quod de modernorum injuriis et laboribus scriptum per Latinum invenient, quam quod de gestis Nobilium antiquorum audiunt per Vulgare, quod Dirimatum vulgo dicimus, et Romanum. Questo parlar Dirimato, lo stesso che Volgare in Rima, è il Romanus che poi fu appellato Romanzo. Perciocché abbondavano anche allora le favolose prodezze de’ Paladini e dell’antica Cavalleria. Ma spezialmente servì l’esempio de’ Provenzali, Corsi e Sardi a indurre gl’Italiani a servirsi anche in iscritto della lor propria lingua. Quanto ai primi, sappiamo che i poeti Provenzali, le Vite de’ quali ci diede il Nostradamo tradotte poscia in Italiano dal Crescimbeni, composero nella lor lingua materna gran copia di versi, la maggior parte di argomenti amatorii. S’acquistarono essi con ciò un’illustre fama anche per l’Italia. Per quanto io credo, i principali di que’ poeti fiorirono fra l’anno 1100 e il 1254, come apparisce dall’insigne codice delle Rime di essi Provenzali, esistente nella Biblioteca Estense, scritto nello stesso anno 1254. Veggonsi ivi le Poesie di Peire d’Alvergne, Peire Rogier, Zirald de Borneill, Azemar, Bernard de Ventador, Peire Vidal, Ganselm Faidiz, Arnald de Marvoill, Folchet de Marsella, Arnaut Daniel, Bertrans de Born, ed altri, i nomi de’ quali ascendono a 113. Seguita poscia un altro catalogo con queste parole: Haec sunt inceptiones Cantionum de Libro, qui fuit Domini Alberici, et nomina repertarum hujusmodi Cantionum. E qui si truovano altri poeti diversi dai precedenti. S’aggiugne il terzo catalogo con questo titolo: Iste sunt Cantiones Francigene, cioè, come di sopra osservammo, composte anticamente in lingua Franzese. Ora fra gl’Italiani i primi a valersi della nostra lingua in far versi furono i Siciliani, il felice esempio de’ quali commosse gli altri poeti d’Italia, e massimamente i Toscani, ad imitarli. Come già osservai nel lib. I, cap. 3 della Perfetta Poesia Italiana, attesta Francesco Petrarca che i Siciliani in sì fatto studio precedettero agli altri Italiani, con lasciar anche in dubbio se essi da’ Provenzali, o i Provenzali da loro imparassero quest’uso della nostra lingua volgare. V’ha chi il crede ingannato in tal opinione, o ch’altro egli voglia significare colle sue parole: io lascerò disputarne a chi vuole. Pertanto nel secolo XIII scapparono fuori per varie città d’Italia non pochi poeti, i componimenti de’ quali furono dati alla luce da Leone Allazio. Alcuni di essi chieggono misericordia; altri mostrano buon colore. Finalmente per cura massimamente de’ poeti Fiorentini la poesia Italiana acquistò un insigne decoro, ed è poscia pervenuta a quel nobile stato d’onore che anche oggidì conserva. Rammentai l’esempio de’ Sardi e Corsi, che si servivano della lor lingua in iscrivendo, e pare che prima degl’Italiani. Nell’anno 1164 Barasone giudice d’Arborea in Sardegna conseguì da Federigo I imperadore il titolo di Re, per testimonianza del Morena, delle Croniche Pisane e d’altri Storici: il che fece insorgere molte guerre fra i Genovesi e i Pisani, come raccontano i Continuatori di Caffaro negli Annali Genovesi (tomo VI Rer. Ital.). Vivente esso Barasone, e nell’anno 1170 Alberto arcivescovo Turritano in Sardegna concedette al Monistero di Monte Casino l’esenzione di alcuni censi. Lo strumento esistente nell’archivio del suddetto Monistero, e da me dato alla luce, è scritto nella lingua volgare di Sardegna, la quale era un misto d’Italiana e Spagnuola. E ciò mi rimette in mente l’osservazione fatta dal sig. Antonio Maria del Chiaro Fiorentino nella Storia della Valacchia, da lui pubblicata nell’anno 1718. Ritiene essa molti vocaboli Latini, colà portati dai coloni antichi Romani, anzi contornati alla foggia della lingua d’Italia, dicendo essi Valacchi: Ce ai scris? cioè che cosa hai scritto? N’ai facuto bine, cioè non hai fatto bene. – Adam parinte al nostro a peccatuit, cioè Adamo padre nostro ha peccato. – Cristos a passit pentrus peccatele noastre, cioè Cristo ha patito per li peccati nostri. Cioè che fecero i Valacchi corrompendo alla lor maniera la lingua Latina, si osserva fatto anche dai Sardi. Un’altra simile carta ho io dato alla luce, tratta dal suddetto archivio Casinense, e fatta da Gunnario giudice Turritano in Sardegna l’anno 1153 in favore di Monte Casino. Anch’essa è scritta in lingua volgare di quel paese. Veramente ivi s’incontra il nome del Re Barasone, figlio del medesimo Gunnario: notizia che non s’accorda coll’esser egli stato creato Re da Federigo Barbarossa nel 1164. Ma è da sapere che coloro i quali signoreggiavano anticamente col titolo di Giudici nella Sardegna, prima che i Pisani e Genovesi vi fissassero il piede, prendevano bensì il titolo di Giudici dai quattro Giudicati di quell’Isola, ma insieme usarono quello di Regi, e come Re o Regoli erano onorati dai popoli, siccome principi sovrani, assoluti, e non dipendenti dalla giurisdizione di alcuno (Vedi quanto di sopra dicemmo nella Dissertaz. V). Così gli Spagnuoli, per attestato di Luca Tudense nell’Era 961, davano il titolo di Giudice ai loro Re. Leone Ostiense nella Cronica (libro III, cap. 23 e seg.) scrive che furono mandati ambasciatori al Monistero Casinense ex parte Barasonis Regis Sardiniae, chiedendo Monaci per fondare un Monistero, e che poi fu loro conceduta una chiesa in Sardegna, con soggiugnere appresso: Hunc aemulatus ad bonum alter Rex ejusdem Sardiniae nomine Torchytorius, fecit et ipse chartulam oblationis, ec. Avvennero tali cose circa l’anno 1064, e cento anni per conseguente, prima che l’altro Barasone si facesse coronare Re di tutta la Sardegna da Federigo Barbarossa. E perché s’è veduto poco fa menzione di Torchitorio Re di Sardegna, ho anch’io ricevuta dal fu canonico Pisano Angelo di Abramo, e pubblicata una carta contenente una donazione fatta alla Chiesa di Pisa nell’anno 1070 da Torgotore giudice di Cagliari. Non v’è titolo di Re, e né pur si osserva in altra carta di esenzione conceduta nell’anno 1103 al popolo Pisano da Turbino, intitolato omnipotentis Dei gratia Judex Karalitanus. Contuttociò in quest’ultimo documento si legge: Ut Populus Pisanus sit amicus mihi, et Regno meo, et non offendant studiose neque me, neque Regnum meum. Fu di parere il Padre D. Gasparo Beretti, dottissimo monaco Benedettino, nella sua Dissertaz. Corogr. (che si legge nel tomo X Rer. Ital.) che il passo sopra citato di Leone Ostiense fosse da qualche ignorante aggiunto alla di lui Cronica, fondando tal sospetto sulla credenza che il solo Barasone de’ tempi di Federigo I Augusto portasse il titolo di Re nel 1164. Ma noi dobbiam tenere per certo che un altro Barasone re in Sardegna fiorì verso la metà 889 del secolo XI. Anche Pietro Diacono (lib. IV, cap. 67 della Cronica Casinense) così scrisse: Sub jam dicto Abbate Gyrardo Gunnarius Sardorum nobilissimus, parentum suorum Barasonis et Torchytorii Regum vestigia, sequens, cum licentia Archiepiscopi sui, obtulit Beato Benedicto Ecclesiam, ec. Circa l’anno 1112 l’abbate Girardo e il suddetto Gunnario fiorivano, e però di qui chiaro apparisce ch’era vivuto prima un altro Barasone Re, e che i padroni della Sardegna nei quattro Giudicati di quell’Isola egualmente s’intitolavano Giudici e Regi. Quanto al secondo Barasone coronato nel 1164, sappiamo dagli Annali Pisani (tomo VI Rer. Ital. ) ch’era Giudice d’Arborea, e perseguitato dai Giudici di Turri e di Cagliari, fece ricorso ai Genovesi e all’Imperadore. E il Continuatore di Caffaro negli Annali Genovesi (tomo VI Rer. Ital.) nota, aver chiesto esso Barasone, ut Imperator daret ei totam Sardiniam, et esset solus Rex, et teneret Insulam Sardiniae pro eo. Del più antico Barasone s’ha autentica memoria nell’archivio Casinense che da me fu data alla luce, e dove è nominato il vivente celebre Abbate Desiderio, che fu poi assunto al pontificato col nome di Vittore III. A Barasone II appartiene poscia un privilegio, da me parimente pubblicato, e tratto dal suddetto archivio, ch’egli concedette nel 1182 al Monistero di San Niccolò di Urgen, scritto in lingua volgare Sarda. Chiaramente esso Barasone s’intitola Giudice d’Arborea, e pure nomina Algaburgam Reginam moglie sua: il che sempre più fa conoscere che i nomi di Giudice e Re indifferentemente erano usati da que’ principi. Nella carta sopra riferita dell’anno 1170 è nominato per figlio del medesimo Barasone Gostantinus Rex. Ma in due pergamene di lingua volgare Sarda, pubblicate dal Tronci negli Annali di Pisa, si truova Ego Judike Gostantine de Laccon Rex, ec. Suo figlio si sottoscrive così: Ego Judike Barusone di Gallur, ki la renovo custa carta, ki fekit patre meu Judike Gostantine. Maggior luce riceveran tali notizie da ciò che scrisse il P. Mabillone (Itiner. Ital. pag. 182, ricavato dall’archivio Camaldolese di Fonte buono. Le sue parole son queste: Extat in multis una charta barbaro sermone (cioè volgare Sarda) de donatione Ecclesiae Sancti Nicolai in Regno Sardiniae, Guidoni Priori inscripta, consentiente Domno Costantino Judice, seu Rege cognomine de Laccon, et Donna Marcusa Regina, anno MCXIII. Sigillum ex plumbo appensum, ex una parte caput Regis inconcinne praefert, ex alia GOSTANTINE REGE. Di un altro Constantino Re, e di suo padre, i dottissimi Benedettini Martene e Durand produssero più antiche memorie nel tomo I Veter. Script. pag. 523, cioè la fondazione del Monistero di San Giorgio in Sardegna., che nell’anno 1089 fece Arzo Rex et Judex Caralitanus cum uxore sua Domna Vera, et cum Constantino filio suo. Si sottoscrivono Constantinus Rex et Judex, e Marianus Rex et Judex filius suprascripti Constantini. Altre memorie ivi sono di esso Costantino Re, e di Mariano Re suo figlio, amendue Sovrani di Cagliari. Però non è da stupire se Lorenzo Vernense, o Veronese, nel lib. I de Reb. gest. Pisan. (tomo VI Rer. Ital.) scrisse che la flotta Pisana nell’anno 1114 arrivò in Sardegna,

.   .   .   .   .   .   .   .   ubi Constantinus habebat

Sedes, Rex clarus, multum celebratus ab omni

Sardorum populo, ec.

Non dovrebbe rincrescere ad Erudito alcuno ch’io abbia qui raunate alquante notizie, non inutili ad illustrare la Storia della Sardegna, tuttavia involta in molte tenebre. Anzi sperai di conseguir la loro grazia, coll’aggiugnere un’altra carta, presa dall’archivio di Monte Casino, la quale sempre più ci assicurerà che prima di Barasone, creato Re da Federigo I, altri in Sardegna si distinguessero col regio titolo, e ci farà meglio intendere la genealogia di Gunnario re Turritano in Sardegna; giacché questi nell’anno 1147 confermò al Monistero Casinense tutti i beni da’ suoi maggiori ad esso donati.

Ma dalla Sardegna passiamo in Corsica. Il fu rinomatissimo P. Abbate Camaldolese D. Guido Grandi a me comunicò alcune memorie, scritte in vecchie carte, che si conservano nel Monistero Pisano di San Michele. Appartengono alla Corsica, e al Monistero di San Mamiliano posto nell’Isola di Monte Cristo. Le ho io rendute pubbliche, quali mi vennero da quell’insigne Amico, ma con protestare per tempo ch’io qui mi truovo cieco affatto, per non avere Storia alcuna ben tessuta della Corsica, che mi somministri lume per le antichità di quell’Isola; e per non sapere qual giudizio si possa formare delle memorie suddette, tuttoché io abbia creduto meglio di darle alla luce. Contiene il primo strumento la vendita di alcuni beni fatta da un tale Arrigo a Matilda contessa Moglie di Guglielmo conte in Corsica nell’anno, se pur s’ha da credere, 936. È quivi nominato un Simone Re di Corsica, ignoto finquì ad ognuno. Il secondo documento, che si dice scritto nell’anno 951, è un testamento o codicillo della suddetta Matilda contessa, vedova del fu conte Guglielmo. A’ tempi anche anteriori s’ha da riferire un’altra carta, scritta nell’anno 900, in cui Dominus Berlingerius Rex, Dei gratia Dominus de Corsica et de Sardinia, conferma al Monistero de’ Santi Benedetto e Zenobio d’Ilaria tutti gli acquisti fatti e da farsi. Berlingeri è il nome di Berengario così mutato nella vecchia lingua Provenzale ed Italiana. Veramente nell’anno 900 fioriva Berengario re d’Italia; ma non parrà mai che di lui si parli in questo documento; il quale se fosse di tenore sicuro, somministrerebbe al catalogo de’ Vescovi Acciensi Riccobono e Niccolò e a quello de’ Vescovi Marranesi Lunergio, ignoti all’Ughelli. Ma io confesso di non saper che mi dire di tali carte, nell’ultima delle quali si truova un pezzo di lingua Italiana. Chiamarle apocrife non oso, perché gl’ignoranti copisti possono avere spacciati errori che non si trovavano negli originali. In fatti la suddetta ultima carta non può essere dell’anno 900, perché vi si legge: Istas possessiones damus cum licentia Domini Papae Alexandri. Adunque essa fu scritta, sedendo Alessandro II nella cattedra di S. Pietro nell’anno 1067, o pure sotto Alessandro III nel 1172. Però anche le precedenti carte, che si dicono scritte in Corsica nell’anno 936 e 951 son da riferire ai secoli posteriori. Ma chi potè essere quel Re Berlingieri, signore di Corsica e Sardegna nel secolo XII? Chi quel Simone Re da noi veduto di sopra in Corsica? Sarebbe da cercare se mai alcuno de’ Berengarii o sia Berlingieri Conti di Barcellona fosse stato investito di quelle due Isole da papa Alessandro III per eludere le pretensioni di Federigo I imperadore sopra di quelle, in pregiudizio delle ragioni Pontifizie. Intanto aggiugnerò un’altra carta, fatta copiare nel 1354 da Fratre Blasio Vescovo Aleriense, che contiene una donazione in lingua Italiana (forse il Notaio la tradusse dal Latino) fatta da Ottone conte in Corsica a Silverio Abbate di Monte Cristo, regnando Messer Berlinghieri Re e Giudice. Le note cronologiche sono spropositate. Vi è menzionato un Sinibaldo arcivescovo di Ravenna, non conosciuto nella Storia Ecclesiastica di Ravenna. Vedesi un’altra donazione fatta da Angelo conte, signore di Corsica, a Giovanni Abbate di Santo Stefano di Venaco, anch’essa in Italiano colle note affatto scorrette. E in oltre un testamento di Simone conte, signore di Corsica, non si sa di qual anno, per essere affatto guaste ed inverisimili le note cronologiche. Havvi anche una carta in lingua Italiana dell’anno (chi mai lo crederà?) 719, contenente la querela di Giulio Abbate dell’Isola di Monte Cristo davanti a Rolando conte, signore di tutta l’Isola di Corsica. Un’altra carta Latina del 1019 ci fa vedere una donazione di beni fatta al Monistero suddetto da Guglielmo marchese, signore in Corsica, e Giudice di Cagliari. Forse fu uno de’ marchesi di Casa Malaspina, i quali si sa che ebbero qualche dominio in Corsica. Da un’altra carta Latina scritta nell’anno 1021 apparisce che Ugo marchese, signore di Corsica, e Giudice di Cagliari, dona molti beni a Simone Abbate dello stesso Monistero. In un’altra carta il medesimo è intitolato Dominus Ugonus, Dei gratia Marchio Massae, Domino de Corsica, et Judex Calaritanus. Ho parimente prodotto una donazione fatta nell’anno, se pure è vero, 981 da Ruggieri signore di tutta la Corsica, e un’altra dell’anno 1039 fatta da Ruggieri conte, non so se lo stesso che il precedente.

Qual sia il mio sentimento intorno alle suddette carte da me date alla luce, forse alcuno bramerà di saperlo. Già dissi di non avere Storia veruna della Sardegna e Corsica compilata da qualche erudito Scrittore che tratti con buoni strumenti e memorie delle antichità di quelle due Isole. Certamente si può credere che ne’ vecchi secoli vi signoreggiassero varj Principi. Imperciocché, siccome consta dagli Annali de’ Franchi, nell’anno 828 Bonifacio conte di Toscana, cui tutela Corsicae Insulae tunc erat commissa, assumto secum fratre Berethario, et aliis quibusdam Comitibus de Tuscia, Corsicam atque Sardiniam parva classe circumventus, quum nullum in mari piratam invenisset, in Africam trajecit, ec. Adunque finallora i Saraceni non aveano fissato il piede in quelle due Isole. Ma circa l’anno 852 molte schiere di Corsi si rifugiarono a Roma, sedente Leone IV papa, per non poter più tollerare le scorrerie ed insulti de’ Mori. II buon Pontefice, pieno di carità, per testimonianza di Anastasio, assegnò loro luoghi da abitarvi. Ma non per questo vennero in poter di que’ Barbari la Sardegna e la Corsica. Scrisse al medesimo anno il cardinal Baronio, che i Sardi furono astretti ad abbandonare affatto la lor patria, perché circa que’ tempi in Roma si truovava Vicus Sardorum. Ma v’era anche il Vicus Saxonum; né si può altro inferire, se non che una contrada era abitata dai Sassoni. E qui toglie ogni dubbio lo stesso Anastasio con iscrivere che circa l’anno 865 venne relazione de Insula Sardinia, quod Judices ipsius Insulae cum populo gubernationibus suis subjecto, cum proximis ac sanguinis sui propinquis incestas et illicitas contraherent nuptias. Pertanto il Pontefice inviò colà dei Legati per rimediare a questo disordine. Dal che intendiamo che anche allora fiorirono in Sardegna dei Principi, e questi Cristiani, e chiamati Giudici, con titolo che abbiam veduto vigoroso anche ne’ tempi susseguenti. Poscia nel secolo XI Mugeto, o sia Musaito, re dei Saraceni, occupò l’una e l’altra Isola; ma non andò molto che dalle forze dei Pisani e Genovesi fu cacciato di là, come abbiamo dalle Croniche Pisane, e dagli Annali di Caffaro, tomo VI Rer. Ital. Troviamo poscia che Gregorio VII papa (libro V, epist. 4) nell’anno 1077 scrisse ai Vescovi e Nobili dell’Isola di Corsica, lamentandosi per non aver essi da gran tempo prestato alcun servigio e segno di fedeltà a San Pietro. Il medesimo pontefice Leone IV nell’epist. X, libro VIII scrisse ad Orzoco Giudice di Cagliari in Sardegna, riprendendolo perché avesse forzato quell’Arcivescovo a radersi la barba. Il perché ci sarebbe luogo di sospettare che le carte di sopra accennate appartenessero veramente a que’ remoti secoli. Contuttociò a me sembra più verisimile che le medesime sieno da riferire al secolo XII, ed anche al XIII. Ho tralasciato due altre carte, l’una scritta nel 1209, contenente una donazione fatta da Amaldo conte de’ confini della Corsica; e un’altra dell’anno 1260, in cui Domino Rinaldo Marchese quondam Ugonis, qui fuit similiter Marchio, concede al Monistero di Cristo una villa. Non altro pare questo marchese Ugo, che il trovato da noi in una carta, la qual si dice scritta nel 1021. I copisti ignoranti probabilmente hanno alterati tutti questi documenti, i quali non so credere finti di pianta. Almeno l’edizion di essi potrà servire a qualche uso, qualora qualche uomo dotto prendesse un dì ad illustrare la Storia di Corsica e di Sardegna. Del resto, qualunque sia il destino delle carte suddette, non credo che si possa dubitare che i Corsi e Sardi prima degl’Italiani cominciassero a valersi della lor lingua volgare negli atti pubblici, o che nei Latini frammischiassero molte voci e forme di dire volgari. Però sull’esempio suddetto anche la lingua volgare Italiana, che fino al secolo XIII era stata solamente in bocca degli uomini, cominciò in quello stesso secolo a farsi vedere ne’ versi de’ poeti, nelle lettere, ne’ libri, e in altre memorie. Abbiamo questa obbigazione principalmente agli Scrittori Fiorentini, che valendosi della bellezza del proprio lor dialetto, trassero essa nostra lingua a quella dignità ed onore che ritien tuttavia per l’Europa. Ma forse verran tempi che anch’essa s’invecchierà e cadrà in rovina; imperocché cosa v’ha di stabile e durevole nelle fluttuanti cose de’ mortali, e massimamente ne’ linguaggi? Ci sta davanti il funerale della lingua Greca e Latina: miglior destino non s’ha sempre da sperare alla nostra.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011