Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXI

Dei Placiti e Mali de’ secoli di mezzo.

Passo ora ad esporre, con qual ordine e con quai riti una volta si amministrasse dai magistrati al popolo la giustizia, e si decidessero le liti. Imperciocché diversi costumi dai nostri furono in Italia, allorché in queste provincie regnarono i Re Longobardi, Franchi e Tedeschi. Pertanto in primo luogo s’ha da supporre, non essersi provata in que’ tempi quella fertilità di liti, che da alcuni secoli in qua tanto incomodo reca non alla sola Italia, ma anche a tutta l’Europa. Poche erano allora le leggi, poche perciò anche le controversie, comprovando la sperienza quel detto di Platone: Apud quos plurimae leges, ibi et plurimae lites. Non v’erano allora primogeniture, maggioraschi; non si parlava di fideicommissi e sostituzioni, che tengono oggidì occupati tanti giudici, e servono ad empiere la borsa degli avvocati e procuratori; e se questi venisse in pensiero a qualche principe di levarli, s’indurrebbe una specie di sterilità nelle tenute dei giurisconsulti. Coloro eziandio che ne’ secoli della barbarie attendevano alla Giurisprudenza, sì perché pochi erano, e sì perché poco patrimonio possedevano di sapere, non istudiando né chiose, né consigli, né trattati, né decisioni, spedivano in poco tempo le cause con allegar la legge, e adattarla al caso presente. Senza fallo è da lodare il risorgimento delle Leggi Romane, e l’istituzion delle scuole ed università, dove concorrono gli studiosi per meritarsi la laurea dottorale. Ma non si dee tacere, come ho già dimostrato nel Trattato dei Difetti della Giurisprudenza, che a quel benefizio tennero dietro dei non lievi incomodi, perché si moltiplicarono senza fine le quistioni del gius, l’una combattente contra dell’altra; e però son cresciute le liti, e queste poi tirate in lungo per anni, e quasi dissi per secoli. Almeno dalla poca copia delle leggi barbariche, dal poco sapere de’ causidici e giudici di allora, questo bene si ricavava, che solevano terminarsi in breve le controversie delle persone private. Né occorre rispondere, che per l’ignoranza de’ giudici ed avvocati di que’ tempi erano facilmente esposti i giudizj al pericolo dell’ingiustizia, dal quale oggidì ci libera lo stupendo sapere de’ nostri giurisperiti; perché questo sarebbe un adular troppo sfacciatamente i tempi nostri. Anche una volta abbondavano uomini di acutezza di mente; e di sodo ingegno forniti. La sola ragion naturale li conduceva a distinguere il nero dal bianco, il giusto dall’ingiusto, e massimamente non insorgendo allora quelle questioni brocardiche, originate parte dalle leggi nostre, e parte dalla sottigliezza de’ nostri legisti. E volesse Dio che ora non prendesse a giudicare se non chi è veramente dotto, e che niuno si abusasse mai del proprio sapere per inchinare le bilance della Giustizia al proprio volere. Sarebbe anche da desiderare che i giudici non mai si lasciassero sedurre da passione o parzialità alcuna in proferir le sentenze. Non vo’ io negare che una volta più tosto per ignoranza, che per malizia, potessero que’ giudici cadere nell’ingiustizia: resta nondimeno incerto se ciò succedesse. Ora non è da mettere in dubbio, se sempre i magistrati nostri proferiscano retti giudizj da che ogni di udiamo le voci di chi appella dalle loro sentenze, chiamandole inique ed ingiuste, e miriamo sopra la medesima lite opposti decreti de’ giudici, ancorché tanto si esalti il sapere de’ nostri tempi.

Due sorte di giudizj furono principalmente tenuti ne’ secoli da noi appellati barbarici, cioè il Mallo e il Placito, amendue pubblici, cioè esercitati in faccia del popolo, e di chiunque vi voleva intervenire. Ma qual differenza passasse fra questi due giudizj, e cosa fosse usata o permessa nell’uno, che non convenisse nell’altro, non sì facilmente si può discernere. Parere è stato del Vasaio, Bignon, Baluzio e Du-Cange, che i malli fossero pubbliche adunanze del popolo, dove si trattavano le cause maggiori. Di questo fatto vien citato per testimonio il gramatico Papia. Il Baluzio nel tomo II, pag. I 193 de’ Capitolari dei Re Franchi cita un’antica Nota marginale, dove il mallo è chiamato generale placitum; di maniera che sembra essere stati i placiti giudizj minori a’ quali non fosse invitato tutto il popolo; laddove ai malli tutto il popolo concorresse. Il perché di rado si tenevano i malli, sovente i placiti. Chi bramasse l’origine della parola mallo, oda l’Hickesio, che così scrive nel tomo II delle antiche Lingue. Ab Allamannico Mahal, Mahl, Curia, quod a Gothico Mathls Forum, Marci 7, vers. 4. Forum autem Gothis Mathls a Mathlgian, Loqui, Sermonem habere. Itidem apud Islandos at Moela, vel Mala est loqui, et Mal sermo. Frustra igitur Bradejus Mallum a Mahl, quod est Saxonice, ut ait, Signum, deducit. Altrove aggiugne il medesimo Hickesio: METHEL, sermo a Gothico Mathls, Forum in qua conciones habentur. Nota, Maelen Cimbricum esse; nam apud Cimbros at Maela est Loqui. Iride Mallus et Mallare Latino-barbara derivantur. Ho anche io osservato che nelle antiche Chiose di Rabano Mauro Curia in Tedesco è appellata Mahal. Pertanto ne’ Capitolari di Carlo Magno (lib. VII, cap. 33) si fa sapere che due volte l’anno tutti gli uomini liberi concorrano al mallo: Ut ad mallum venire nemo tardet, unum circa aestatem et alterum circa autumnum. Ma di qua non s’ha da inferire che solamente si tenessero due malli per anno; percioché si aggiugne: Ad alia vero, si necessitas fuerit, vel denuntiatio Regis urgeat, vocatus venire non tardet. Veramente in un altro testo si legge: ad alia vero placita, ec.; ma son persuaso che oltre ai due consueti malli, altri se ne tenessero fra l’anno, per riferire al popolo tutto qualche regolamento nuovo, o bisogno del Regno suggerito dal Sovrano. V’ha nondimeno dei passi che paiono imbrogliare questa materia, trovandosi le voci Mallo e Placito confuse, né apparendo, quali cause si trattassero nell’uno, e quali nell’altro. Fra le Leggi Longobardiche (par. II, tomo I Rer. Ital.) nella legge LXXVII di Carlo Magno abbiamo: De manire vero, nisi de ingenuitate, aut de hereditate, non de opus observare. De ceteris vero caussis per districtionem Comitis ad mallum veniant. Legge molto scura, da cui nondimeno pare che traluca essersi, a riserva di due, portate al mallo tutte le altre cause. Nel Precetto di Lodovico Pio presso il Baluzio (tomo II, pag. 550 Capitular.) si legge: Pio majoribus causis, sicut sunt homicidia, raptus, incendia, depraedationes, membrorum amputationes, latrocinia, alienarum rerum invasiones, et undecumque a vicino suo aut criminaliter aut civiliter fuerit accusatus, et ad placitum jussus, ad Comitis sui mallum omnimodis venire non recuset. Qui abbiamo in certa guisa confusi i nomi di mallo e placito; da che tanto negli uni che negli altri pare che fossero discusse non men le maggiori che le minori cause. E veramente noi troviamo adoperato il nome di placito per disegnare non solo i minori, ma anche i maggiori giudizj. Nella legge Longobardica LXIX di Carlo Magno si legge: Ingenui homines nulla placita custodire (cioè ad intervenire ad essi non son tenuti) postquam illa tria custodierint placita quae institida sunt. Di sopra abbiam veduto ch’era invitato il popolo a concorrere al mallo almen due volte l’anno. E pur nella legge XLIX del medesimo Carlo è comandato, ut mallus alius de liberis hominibus ad placitum, vel ad mallurn venire cogatur, exceptis Scabinis et Vassis Comitum, nisi qui suam caussam quaerere debet, aut respondere. Sicché era bensì invitato, ma non forzato chi non v’avea che fare, ad intervenire a que’ giudizj.

Di qui dunque intendiamo che i malli altro non furono che giudizj generali, a’ quali era invitato, ma non obbligato il popolo libero; laddove ai placiti, che furono giudizj particolari, bastava che concorressero i Giudici,  gli Scabini e le persone interessate nella lite. Carlo Magno nella Dieta di Pista decretò, ut vicini Comites (cioè i governatori delle città) in una die, si fieri potest, mallum non teneant, propter francos homines et advocatos, qui ad utrumque mallum non possunt occurrere. Vedesi carta del medesimo Augusto Carlo, prodotta dal Meibomio nelle Note a Witichindo, in cui costituisce Trutmanno conte in Sassonia, ut residuat in Curte ad campos in mallo publico, ad universorum causas audiendas, vel recta judicia terminanda. Lo stesso si legge in una Formola Bignoniana, cap. 6, presso il Baluzio. Ma di simil maniera di dire si serviva ancora chiunque teneva de’ placiti, come vedremo andando innanzi. Colla parola Mallare intendevano gli antichi il citare in giudizio, e però si vede steso anche ai placiti il nome di mallo. S’ha ora da osservare, aver Carlo Magno nella legge Longobardica XCIX decretato, ut neque Abbates, neque Presbyteri, ec., ad publica vel saecularia judicia trahantur. Poscia nella legge CXX ordinò il medesimo Augusto, ut placita publica, vel saecularia, neque a Comite, nec ab ullo Ministro suo, vel Judice, nec in ecclesiis, nec in terris ecclesiae teneantur. Sembra qui che i placiti pubblici sieno diversi dai secolari; ma li credo la stessa cosa per distinguerli dai tenuti da’ vescovi. Giusto è poscia il credere che a que’ placiti generali fosse invitato il popolo tutto; perché ivi si poteano conoscere e decidere le liti di ogni particolar persona, ed era questa una via più corta, acciocché chi volea litigare, avesse quivi in pronto i suoi avversarj. E perciocché avveniva che l’accusato opponesse delle eccezioni, e chiedesse tempo a preparare strumenti o testimonj, egli si obbligava, anzi aggiugneva sigurti e giuramento di presentarsi al prossimo venturo placito, dove poi si decideva la sua controversia. Questo fu il metodo di que’ tempi nei giudizj, molto più senza dubbio spedito, che lo sterminato de’ nostri tempi. Né solamente i secolari erano invitati ai placiti, allorché venivano i Messi Regj ad amministrar la giustizia, ma vi doveano intervenire anche gli Ecclesiastici, non essendosi osservata dipoi la legge poco fa allegata di Carlo Magno. Nella legge LXXXIII di Lottano I Augusto fra le Longobardiche (par. II del tomo I Rer. Ital.) è ordinato: Ut omnes Episcopi, et Abbates, et Comites, excepta infirmitate, vel nostra jussione, nullum habeant excusationem, quin ad placita Missorum nostrum veniant, aut talem Vicarium suum mittant, qui in omni caussa pro illis rationem reddere possit. Potea alcuno aver lite con loro, e in que’ tempi erano gli usi differenti da quei di oggidì in Italia. Del resto anche per onore, allorché i messi regj alzavano tribunale, tanto i vescovi che i marchesi e conti solevano intervenirvi. Truovansi anche talvolta i vescovi sedere ne’ placiti de’ conti, spontaneamente, a mio credere, accorsi, e non per obbligazione. Quivi i conti senza controversia precedevano ai vescovi. Né solamente i messi regj, i marchesi e conti ed altri minori giudici nei malli e placiti amministravano la giustizia al popolo, ma fin gli stessi Re ed Imperadori si recavano a gloria di udire i litigj de’ lor sudditi, e insieme co’ giudici e cortigiani loro pazientemente esaminavano le ragioni de’ litiganti, per proferire la sentenza, conforme al maggior numero degl’intendenti del giusto. Il chiarissimo P. Mabillone nel lib. VI della Diplomatica produce alcuni placiti tenuti da Clodoveo III, Childeberto III e Chilperico III re de’ Franchi; siccome altri tenuti da Pippino, alborché era solamente Maggiordomo di Francia, e dappoiché fu alzato alla dignità regale. Altrettanto praticò ancora il glorioso suo figlio Carlo M. Pare che i susseguenti Re di Francia non si mettessero gran pensiero di questo; ma in Italia durò lungamente una sì nobil usanza, perché i Re ed Imperadori non rade volte intervenivano almeno ai placiti generali, e attendevano a comporre le controversie del popolo. Ho io pubblicato un placito, che originale trovai nell’archivio de’ Canonici di Arezzo, spettante all’anno 881, in cui Carlo il Grosso imperadore insieme co’ suoi Giudici e Magnati determina, appartenere al Vescovo e Diocesi d’Arezzo alcune chiese poste nel territorio di Siena. Il suo principio è questo: Dum in Dei nomine, civitate Sena, in domum Episcopii ipsius civitatis intus Caminata, ubi Domus Karolus piissimus Imperator in sudicio residebat, adessent cum eo Berengarius Marchio; item Benergarius, ec. Comitubus; Liuto, ec. Vassi idem Augusti; Petrus, ec., Judices sacri Palatii; Farulfus Comes Domini Apostolici, ec. Ivi niuna menzione è di Adelberto allora marchese di Toscana, ma sì bene vi si legge Berengario marchese del Friuli, cioè, come si può credere, lo stesso che dopo la morte di esso Carlo Augusto fu eletto Re d’Italia. Quivi comparisce Lupo vescovo di Siena, non conosciuto dall’Ughelli, e però mancante nel catalogo di que’ Vescovi. Altri esempli d’Imperadori e Re che intervennero ai placiti pubblici, ho io addotto nella parte I, cap. 14, 18, 20 e altrove delle Antichità Estensi. Altri ancora se ne veggono nella presente Opera.

E veramente merita d’essere qui rammentata la nobil risoluzione di Corrado fra gl’Imperadori prima, il quale nell’anno 1036 calò in Italia per provvedere colla sua presenza e col rigore della giustizia a questo Regno, malmesso dai tiranni e dalle interne sedizioni. Ne fa menzione Landolfo seniore nel lib. II, cap. 22 della sua Storia, che pubblicai nel tomo IV Rer. Ital. Per idem tempus (tali sono le sue parole) quum Conradus Imperator, Papiae, circumstante exercitu, Imperialibus perfulgens dignitatibus, consedisset, universis, qui Ecclesiarum beneficia invaserant, aut qui homincidia injuste commiserant, aut orphanorum et viduarum praedia devastando contriverant; et omnibus, qui injuste a perfidis hominibus per aliquam caussam cruciabantur, ut sui Imperii vigor exigebat, secundum legem facere humanam et judicare decrevit. Itaque circumspiciens, multos in Italiae partibus circumspersos, sine lege, sine foedere, omni dimisso timore, in humaniter invicem offendere, ut omnes a malo in bonum revocaret, quatenus qui sine lege omnia habentes promiscua, illicite se se exercuerant, per legem districte judicarentur: Edicto per diversas Italiae partes volante, hujus rei caussa diem statuit. Quo audito orphani multi, viduaeque multae, quamplurimi Daces, multique Episcopi, velut aqua in sentinam, Papiam ante Imperatoris aspectum, unusquisque de propria conquerens injuria confluxere, ec. Costume in oltre fu che anche i placiti minori talvolta si tenessero alla presenza degli stessi Monarchi, i quali nondimeno non giudicavano, ma lasciavano tal ufizio al Conte del Palazzo, o ad altri destinati da loro giudici: del che recai esempii nella parte I, cap. 24 delle Antichità Estensi. Uso tale vien confermato da un altro esempio, cioè di Berengario I re, e poscia imperadore, il quale intervenne ad un placito tenuto in Pavia nella sala maggiore, ubi sub Teuderico dicitur, nell anno 908, e tratto dall’archivio de’ Monaci Cisterciensi di Sant’Ambrosio di Milano. Quivi Giovanni vescovo di Pavia, e Adelberto vescovo di Bergamo, giudici deputati da esso Re, insieme con Aione arcivescovo di Milano, decidono una lite insorta contro Gaidolfo abbate del Monistero Ambrosiano, dichiarando servi, e non aldii alcuni uomini da esso indipendenti. Il suddetto Arcivescovo di Milano è dall’Ughelli chiamato Athone o Achone, e detto della famiglia Oldrada, con rapportar anche un epitaffio in conferma di questo: tutte fole, perché non peranche si usavano i cognomi, che tanto ora sono in uso. Un altro insigne e prolisso placito, tratto dall’archivio de’ Canonici di Parma, spettante all’anno 935, ho io dato alla luce, ai quale furono presidenti Ugo e Lottario Regi d’Italia, con esser ivi deciso in favore della Chiesa di Parma contra di Alboino giudice ed Anscanio marchese. Insigne chiamai questo placito, perché inserito contiene un altro placito già tenuto nell’anno 906 contra di Adelberto marchese per la medesima causa, e un diploma del suddetto re Ugo, scritto nell’anno 930. Documenti tali contengono molte utili notizie per la Storia di allora. Scrisse il Fiorentini nella Vita della contessa Matilda (lib. III, pag. 42) che Uberto, bastardo del suddetto re Ugo, solamente dopo l’anno 936 fu costituito marchese di Toscana. Ma qui nell’anno 935 (se pure l’indizione IX si mutò nel settembre) noi abbiamo esso Uberto già decorato col titolo Illustris Marchionis, benché possa restar dubbio se questo titolo gli venisse dal governo essa Toscana. Quando poi l’indizione IX appartenesse tutta all’anno 936, luogo vi sarebbe di conietturare ch’egli prima delle calende d’esso anno fosse assunto al governo suddetto. Di qui ancora impariamo che Attone, o sia Azzo, celebre vescovo di Vercelli, fu ornato di quella dignità molto prima di quel che suppose l’Ughelli, il quale differisce la sua assunzione alla cattedra fino all’anno 945. Manca eziandio nel catalogo de’ Vescovi d’Ivrea presso il medesimo Ughelli Batericus Yboriensis, che si vede, menzionato in questo placito. Truovasi poi tenuto l’altro placito dell’anno 906 nel territorio di Parma in Curie propria Domni Adelberti Comes et Marchio. Ma chi è questo Adelberto? Due di questo nome ne fiorirono in Italia, cioè Adalberto soprannominato il Ricco, marchese di Toscana, e l’altro marchese d’Ivrea. Che si parli del primo, apparisce, perch’egli è nominato Adelbertus Comes, et Marchio, et Berta conjux ejus. Quello d’Ivrea era già defunto. Fra i Vescovi di Parma presso l’Ughelli si truova Elburgo; ma qui è egli appellato Elbuncus. Finalmente compariscono in questo bel documento Alda moglie del re Ugo; Ermengarda di lui sorella, già maritata con Adelberto marchese d’Ivrea; Sansone conte, che dallo Storico Liutprando è chiamato praepotens Comes; ed Anscharius Marchio quondam Adelberti Marchionis filius. Egli è quello che dal suddetto Liutprando (lib. IV, cap. 14 della Storia) vien detto Anscarius Berenganii (che fu poi Re d’Italia) frater, quem ex Adelberto Ermengarda Regis Hugonis genuit soror, vinium audacia potentiaque clarebat. Un privilegio del re Ugo simile al contenuto in questo placito è riferito dall’Ughelli nel tomo II fra i Vescovi di Parma, colle stesse note cronologiche che qui si leggono. Ma avendo io avuto sotto gli occhi l’originale stesso, vi trovai le seguenti: Data XV kalendas octubris anno Dominicae incarnationis DCCCXXXIX, Regni vero Domni Hugonis invictissimi Regis quarto, indictione tercia. Actum Parmae.

In questi placiti costumarono particolarmente tanto gli Ecclesiastici secolari che i Monaci d’implorare il patrocinio del Re o Imperadore contra di chi usurpava o inquietava i loro beni. Allora il Principe o pure i suoi Messi imponevano Bannum, cioè una pena contra di simili malviventi. Due esempli ho rapportato di tali placiti tenuti dagli stessi Augusti, il primo de’ quali si conserva l’originale nell’archivio dell’insigne Monistero Padovano de’ Benedettini di Santa Giustizia. Cioè Arrigo terzo fra gli Augusti nell’anno 1095 in un placito tenuto in Padova concede la sua protezione ai beni de’ Monaci suddetti. Intervennero pure a quella adunanza Walbrunus Veronensis Episcopus ac Cancellarius, Bruchardus ci Walnerius (o sia Warnerius) Marchiones, Bonefacius Comes, Manfredus Comes. L’altro placito, a me comunicato dal sig. Giuseppe Antenore Scalabrini canonico Ferrarese, tenuto fu in Governolo, luogo del Mantovano, da Arrigo quarto fra gl’Imperadori nell’anno 1117, in cui fu accordata l’Imperial protezione ai Canonici Regolari di Melara. Assisterono a quel placito Wernerius Bononiensis, cioè il rinomato dottore che interpretava allora le Leggi di Giustiniano in Bologna, Opizo de Gunzaga, uno probabilmente degli antenati della Casa Gonzaga, ed altri già vassalli della contessa Matilda. Aveano anche i Messi Regj la facoltà di accordare la medesima regal protezione. In un placito tenuto in Verona in Caminata Monasterii Sancti Zenonis nell’anno 1077, ed esistente nell’archivio de’ Canonici di Padova, come anche il seguente,  Bennone vescovo di Osnabruch e Odone vescovo di Novara concederono ai parrochi di molte pievi di Padova il suddetto patrocinio. Nello stesso anno 1077 Gregorio vescovo di Vercelli, e Cancelliere Regio, con Odelrico messo del Re Arrigo tenne un placito in casa Monasterii Sancti Zenonis di Verona, e mise il bando per difesa dei beni de’ Canonici di Padova. Come in questi due placiti Arrigo sia nominato Re terzo, a me sembra inusitata asserzione, avendo noi tant’altri documenti di que’ tempi, ne’ quali egli è detto Rex quartus. Due soli ne ho io addotto, cioè un suo diploma dato in Pavia nel medesimo anno 1077 in favore de’ Monaci di San Salvatore, e custodito nel loro archivio, dov’egli è intitolato Heinricus quartus Rex. Un altro diploma originale ho veduto di lui in Lucca nell’archivio delle Monache di Santa Giutistina, dato in essa città di Lucca nell’anno 1081, in cui col medesimo titolo di quartus Rex conferma tutti i beni e diritti ad Heritha Badessa del Monistero Lucchese di San Salvatore.

Che se alcuno portando le sue querele ai placiti de’ Re, o de’ suoi ministri, noti potea riportar la decisione della causa per l’oscurità del fatto, soleva il Principe destinar persone che andassero sul luogo a prendere le necessarie informazioni coll’esame di testimonj. Ciò si compruova da un bel placito da me dato alla luce, ed estratto dal registro della Chiesa Cremonese, scritto per ordine di Sicardo celebre vescovo di quella città circa il 1210. Leggesi ivi un’Inquisizione, fatta per ordine di Lodovico II imperadore, mentre gli teneva suum generale placitum infra civitatem Ticinensem nell’anno 852, o pure 851, da Teodorico di lui messo intorno ai diritti pretesi da Benedetto vescovo di Cremona contro i cittadini della sua città per le navi che passavano pel Po. Fu proferita la sentenza in favore del Vescovo. Mostra quella carta ch’esso Benedetto, prima di quel che suppose l’Ughelli ottenne la sedia episcopale di Cremona. Impariamo ancora da questo documento una prerogativa della città di Comacchio, 834 perché ivi erano allora le Saline: del che ho parimente favellato nella Dissertazione XIX, de’ Tributi. Ben lodevol costume fu quello degli antichi Re ed Imperadori, non solo di ascoltare chi chiedeva giustizia, ma anche di assistere ai giudizj; perché alla presenza del Sovrano non sì facilmente poteano peccare di parzialità i giudici. Dopo gl’Imperadori e Regi il primo amministratore della giustizia era il Conte del Palazzo, come vedemmo nella DISSERTAZIONE VII, ed ho anche mostrato nelle Antichità Estensi; e in qualunque parte dell’Italia egli si trovava, a riserva del Ducato di Benevento, ufizio suo era di presiedere ai giudizj tenuti anche alla presenza dei Regi, cedando a lui l’autorità degli altri ministri o governatori. Parimente non solo lecito, ma obbligo era ai Duchi, Marchesi e Conti di tener placiti, entro i confini della lor giurisdizione. Benché si tratti di cosa nota, pure ho prodotto un placito dell’anno 1072, tratto dall’archivio dell’insigne Spedale di Santa Maria della Scala di Siena. Fu esso tenuto nel Contado di Chiusi da Beatrice duchessa di Toscana, e da Matilda sua figlia, in cui Lanfranco vescovo di Chiusi è condennato a restituire la rocca di Scanzano a Mauro abbatte di San Salvatore di Monte Ammiate. Finalmente anche i conservatori del luogo, Servatores loci, poteano o doveano tener placiti, come ho fatto vedere nella Dissertazione X. Forse tale autorità competeva ad essi, allora solamente che il Conte, o sia il governatore della città era assente. Già dicemmo che la facoltà dei Messi Regi per tener giudizj fu straordinaria, e durava quando la lor precaria dignità. Passiamo ora a scorgere gli altri riti osservati nei placiti, o siano giudizj suddetti.

Cioè coi Duchi, Marchesi e Conti, e fin quando v’intervenivano i Re e gl’Imperadori, sedevano nel placito i Giudici del Sacro Palazzo, i Giudici dell’Imperadore, gli Scabini, e vi assistevano i Notai, gli Avvocati, ed altri Periti delle Leggi, affinché il più rettamente possibile ne uscisse sentenza conforme alla giustizia. Non solevano per lo più i Conti, ed altri rettori de’ popoli e i Magnati logorarsi il capo per istudiar le leggi ed esaminare i garbogli delle liti; ed uopo era perciò che v’intervenisse il consesso dei professori della giurisprudenza. Spesse volte ancora, come notai di sopra, allorché i Messi Regi tenevano giustizia, v’intervenivano i vescovi; affinché, per quanto io credo, la venerabil presenza e prudenza loro impedisse ogni frode e prepotenza nel giudicare. A tali placiti, se non aveano legittima scusa, erano certamente obbligati ad assistere i Conti. Anzi i medesimi Principi e Conti stranieri, se accadeva che si trovassero dove i Messi Regj o altri Principi tenevano placito, per onore anch’essi v’intervenivano. Tengo un frammento di placito tenuto in Ferrara nell’anno 1079 dalla contessa Matilda duchessa di Toscana. Trovavasi in quella città. Azzo II marchese, cioè quel rinomato Principe Estense da cui discende la Real Casa dei Duchi di Brunsuic regnanti nella Gran Bretagna, e quella dei presenti Duchi di Modena. Bollivano allora le guerre mosse fra Arrigo IV re di Germania ed Italia, e la fazione Italiana, capo di cui era la suddetta Contessa. Forse per questa cagione si abboccò il marchese Azzo con lei in Ferrara; e dovendo la medesima in quella sua città, decidere una controversia pendente fra il vescovo di Ferrara Graziano, e Girolamo abbate della Pomposa, a quel placito si trovò anche Domnus Azzo Marchio. Ed ecco con quanta solennità si discutevano e decidevano una volta le controversie del popolo. E perciocché non con una sola legge si va allora in Italia, professando alcuni la Romania, altri assai più la Longobardica, ed altri la Salica, l’Alamannica o la Buvarese, secondo che s’avea da giudicare di chi professava quella legge, non vi mancavano mai giudici periti della medesima, come si può vederne nella Prefazione da me fatta alle Leggi Longobardirche, par. II del tom. I Rer. Ital. In oltre anche i buoni uomini, cioè persone di buona fama ed amanti della giustizia, erano chiamati ai pubblici giudizj, come testimonj e protettori della verità. Ma sopra gli altri erano pregati i Nobili di assistervi. Un bel placito, esistente nell’archivio de’ Benedettini di Ferrara, tuttavia possessori del Monistero Pomposiano, ch’io ho dato alla luce, ci fa vedere residentes et adstantes Nobiles Viros, laudabilesque fama. Tenuto fu quel placito in Ravenna nell’anno 990 da Giovanni appellato arcivescovo di Piacenza, e da Ugo vescovo di Amburgo, messi della vedova imperadrice Teofania, madre di Ottone III re in que’ tempi giovanetto. Si meraviglierà qui più di uno all’udire un Arcivescovo di Piacenza, quando tutte le antiche memorie parlano solamente della dignità episcopale goduta da quell’illustre città. Ma siccome ho altrove mostrato, quel Giovanni, monaco Calabrese Greco, il più furbo ed ambizioso dei mortali, tanto s’era insinuato nella grazia di quella Imperadrice, che non solo ottenne quel vescovato, ma carpì anche dalla Santa Sede il titolo di Arcivescovo per sottrarsi al Metropolitano Milanese, e finalmente giunse ad usurpare il Papato nell’anno 997, come s’ha dalla Storia ecclesiastica. In quel placito merita di essere osservato Palatium, quod olim construere jussit Domnus Hotto Imperator, dove tenuto fu esso giudizio, cioè nei borghi di Ravenna; e che venne quel giudizio celebrato jussione Domnae Theophana Imperatris: notizie tutte che ci fanno intendere chi fosse allora signore di Ravenna e del suo Esarcato. La gran copia ancora dei giudici e nobili intervenuti a quel consesso mostra la precauzione usata allora, alfinché non uscissero sentenze inique.

Dai placiti nacque placitare, che i Franzesi mutarono in plaider, e i Toscani ed altri Italiani una volta convertirono in platire e piato, per significare una lite agitata davanti ai giudici. Sopra l’altre cause poi costume o almeno obbligo era di conoscere e sbrigare quelle dei poveri. Comandò Carlo Magno nella legge Longobardica LVIII: Ut Comites pleniter justitiam diligant, et juxta vires eorum expleant, ec. Ut primitus ad placita eorum, orphanorum, viduarum, ne non et pauperum causae deliberentur: ne propter aliquam dilatationem eorum justitia a Judicibus dilatetur. Altrettanto ordinò Lodovico Pio Augusto nella legge Longobardica XI, con aggiugnere che se i poveri non trovassero avvocato della lor causa, o non sapessero il tenor della legge, il Conte sovvenisse al loro bisogno, dando ejs talem hominem, qui eorum rationem teneat, vel pro eis loquatur. Ed affinchè i giudici, per quanto fosse possibile, non s’ingannassero, o non ingannassero, Lottario I imperadore nella legge Longobardica XCIV ordinò: De Judicibus, ut inquiratur, si Nobiles et sapientes, et Deum timentes constituti sint; et jurent, ut juxta eorum intelligentiam rectum judicent et pro manibus, vel humana gratia justitiam non pervertant nec differant, ec. Egregia premura che era questa degl’Imperadori della stirpe Carolina, fra i quali Lodovico II nella legge IV Longobardica fece il seguente decreto: De judicio autem Judicis tam frequenter tantum secundum scripturam judicent, et nullatenus secundum arbitrium suum. Ecco quanto avessero a cuore allora i Sovrani d’Italia un affare di tanta importanza. Certamente io non farei sigurtà che non vi fossero in que’ tempi giudici parziali, ignoranti, iniqui: ve ne sarà finché durerà il mondo. Ma almeno procuravano quegli Augusti che ve ne fosse il men possibile; e perciò incaricavano i Messi Regj di eleggere per giudici i migliori che si potessero trovare, e di cacciar via coloro che si scoprissero inetti o malvagi. Noi chiamiamo que’ tempi secoli di ferro, barbari, incolti. Anche allora v’erano regolamenti che a’ nostri dì meriterebbero gran lode. Né si dee qui tralasciare una legge di Carlo Magno, cioè la XCIV, in cui si prescrive, ut nec Comes placitum habeat nisi jejunus. E nella legge XLII, ut Judices jejuni causas audiant et discernant. Sarà cura d’altri il cercare se mai per avventura i Franchi, popolo Germanico passato anche nelle Gallie, fosse allora così divoto di Bacco, come è da gran tempo qualche parte della Germania. Da queste leggi al certo si può dedurre che sotto Carlo Magno tanto i Franchi dominatori, che i Longobardi sudditi, amendue popoli Germanici venuti in Italia, non istudiassero molto la sobrietà, di modo che quell’attento ed insigne Imperadore stimò necessario di proibire i giudizj dei dopo pranzo, e di allontanare, per quanto era in sua mano, l’ubbriachezza dal Foro.

Né pure mancavano in que’ tempi persone che s’ingegnavano di schivare i placiti, per non venire a fronte coll’avversario davanti ai giudici. A questa frode si rimediava nella seguente forma: veniva citato più di una volta colui, contra del quale si faceva l’istanza o querela. Rifiutando egli di comparire, l’attore era messo in possesso della cosa controversa; o se già la possedeva, con decreto del giudice era confermato in quel possesso. Ma nello stesso tempo si lasciava luogo al reo di dedurre, se poteva o voleva, le sue ragioni in petitorio. Però il Presidente del placito, fondato sull’avviso de’ giudici, o sa di periti delle leggi, imponeva bensì pena a chi turbasse quel possesso: ma salva querela, cioè restando libero al reo di sperimentar le sue ragioni, ma in modo che dopo il bando non fosse lecito ad alcuno di turbare il possessore sine legali judicio. In pruova di questo rito ho io recato un placito tenuto l’anno 1037 nel borgo d’Arbia, territorio di Siena, da Ermanno arcivescovo di Colonia, e da Bertolfo conte, messi dell’imperador Corrado, in cui è restituito il possesso di alcuni poderi ad Odelrico abbate di San Salvatore di Fonte buona. Un altro placito tenuto fu nell’anno 1004 in Cremona nel palazzo di Odelrico vescovo di essa città da Adelelmo, chiamato anche Azzo, messo del re Ardoino, in cui esso vescovo ottiene il bando per difesa de’ beni della sua chiesa. Da questa carta impariamo che il suddetto Odelrico era vivo tuttavia nel febbraio del 1004, laddove l’Ughelli gli dà pel successore Landolfo nel 1003. Di qui parimente risulta che nel suddetto mese non era peranche decaduto dal trono il Re Ardoino. Vedesi poi un diploma di Ottone III Augusto dell’anno 1000, in cui conferma al medesimo vescovo Odelrico due Corti evinte in un placito. Più frequentemente poi dopo il mille usarono gli Ecclesiastici d’impetrare il bando regio per sicurezza de’ loro beni, come apparisce ancora da un placito tenuto l’anno 1055 nel Contado di Verona da Guntero cancelliere e messo di Arrigo II fra gl’Imperadori, in cui è pubblicato il bando in favore dei Canonici di Padova, presso i quali si conserva il documento.

Che se tanto l’attore che il reo concorrevano al placito, o sia giudizio, ed ivi erano esaminate le ragioni dell’una e dell’altra parte, senza tante dilazioni usate ne’ nostri tempi, si proferiva la sentenza, e si ordinava a un notaio di metterla in iscritto. Soleva questa appellarsi charta judicati, in cui costume fu d’indurre il reo a confessare di bocca propria ch’egli niuna ragione più pretendeva sopra la cosa controversa. E così Finita est causa pronunziavano i giudici, formola indicante la decision delle lite. Ho io prodotto un palcito, ricavato dagli scritti di Pellegrino Prisciano Ferrarese, esistenti nella Biblioteca Estense, e tenuto in Massa Fiscaglia da Onesto arcivescovo ed Ravenna e da Olderico vasso e messo dell’imperadore Berengario, in cui si decreta che gli uomini di quella Massa sieno sudditi dell’Arcivescovo Ravegnano. Cotal documento io immaginai che appartenesse all’anno 921, perché chiaramente vi si legge: Imperante Domno Berengario, ec., Imperatore, anno X. Ma non si accordano insieme gli anni in esso Augusto con quelli di papa Giovanni X. Oltre di che Onesto arcivescovo, secondo i Rossi, fiorì a’ tempi di Ottone reggesse la Chiesa di Ravenna a’ tempi di Ottone I Augusto; e quando non si pruovi che un altro Berengario, non può sussistere quella carta. Potrebbe essa più tosto appartenere all’anno 971 in cui correva l’anno VII di papa Giovanni XIII e il X di Ottone I; ma in quell’anno correva l’indizione XIV, e non 840 già la IX. In vece di un sì dubbioso documento, meglio sia l’attendere un bello e sicuro placito, esistente in Verona nell’archivio del nobil Monastero degli Olivetani di Santa Maria all’Organo. Fu esso tenuta nella Corte Ducale della città di Trento nell’anno 845 da Garibaldo messo di Ludovico II re, e da Paulizione messo di Liutifredo duca, in cui Audiberto abbate del suddetto Monistero vince una lite contro di alcuni suoi servi. Egregia chiamai questa carta che vi veggono espressi i riti di allora nell’esame delle controversie, e perché vi si truova menzione di Liutifredo duca, il quale penso io che fosse governatore della Marca di Trento, che tale anche era essa a’ tempi dei Longobardi. In oltre impariamo, doversi ammettere un’epoca non conosciuta dal Padre Pagi di Lodovico Il figlio di Lottano I Augusto, come Re d’Italia, cominciata nell’anno 840, o pure nell’841; giacché quel documento si vede dato anno Domnorum nostrorum Hlotharii invictissimi Imperatoris vicesimo quinto, et Domni Hludowichi filii ejus gloriosissimi Regis anno quinto, sub die vicesimo sexto de mense februario, indictione octava. Sicché non aspettò Lottario Augusto per dichiarare Re d’Italia il figlio la coronazione di lui in Re, fatta nell’anno 844 da Sergio II papa. L’epoca stessa risulta ancora da un’altra carta riferita dal Campi nel tomo I della Storia Ecclesiastica di Piacenza, e scritta anno Domni Hlotharius Imperator, Hludovici Rex ejus filii anni Regni eorum XXVII et VII, mense junio, indictione X. Sapeva ben di lettera quel Notaio. Riferì il Campi questo documento all’anno 850, ma appartiene all’847.

Ora i giudici di que’ tempi barbarici non proferivano il decreto loro in iscritto, come a’ dì nostri; ma alla presenza delle parti contendenti, come più giusto loro sembrava, sentenziavano in favore dell’una di esse. Il vinto confessava, o si fingeva che confessasse di aver torto; e il notaio scriveva i voti de’ giudici. Ho io nondimeno veduto dei giudicati, ne’ quali senza confessione alcuna del vinto è pronunziata la sentenza. Tale è quella di una carta della contessa Matilda, scritta nell’anno 1114, e presa dall’archivio Estense, in cui quella Principessa, stando nella rocca di Carpineta, decise una lite. Non è essa carta l’originale, ma una copia fatta per consilium Guidonis Judicis et Advocatus DUCIS GUELFI, cioè di Guelfo VI, uno de’ principi della linea Estense di Germania, il quale da Federigo I imperadore fu creato Dux Spoleti, Marchio Tusciae, et Dominus Domus Comitissae Matildis: di cui ho trattato nella par. I delle Antichità Estensi. Molto ancora si praticò ne’ vecchi tempi il ripiego, usato anche a’ dì nostri, di terminar le controversie dubbiose col mezzo di testimonj concordi; cioè con ricorrere, quando erano smarrite le scritture, all’asserzione di persone informate e dabbene. Questo rimedio benché approvato da tutte le leggi, pure sel procuravano gli Ecclesiastici dagli stessi Imperadori, come consta da un diploma di Lottario I Augusto, che copiai dall’antico registro del Vescovato di Cremona. Cioè quell’Imperadore circa l’anno 840 concedette a Pancoardo vescovo di essa città il potere ricercare stabili e schiavi tolti a quella chiesa, in quibus locis inquisitio facta fuenit per bonos, et veraces, et nobiles homines ipsius ibi commanentes, ubicunque de his facta fuerit causa. Si seppe ben prevalere di tal privilegio il Vescovo suddetto, perché tuttavia esiste un riguardevole placito, tenuto nell’anno 842 in Cremona da Adelgiso conte, per sanctionem sacri Principis et Serenissimi Augusti Hlotharii, magni et gloriosissimi Imperatoris, dove intervenne il prefato Pancoardo una cum Benedicto Diacono, ejusdem Praesulis nepote, Capellano Domni Regis Hludowici, Augusti Lotharii filius. Scritta fu quella Notitia inquisitionis di alcune Corti, già donate da Carlo Magno alla Chiesa di Cremona, anno Domni et Serenissimi Lutharii Augusti XXII, ejusque dilecti filii gloriosi Regis Ludovici idemque II, XI kalendas aprilis per indictione V. Ecco di nuovo confermata l’epoca del Regno d’Italia conferito a 842 Lodovico II nell’840, o pure 841; del che poco fa abbiam parlato, e si può anche osservare nella Dissertazione X. Truovasi qui un Antonio prete, il qual dice: Scio et bene memoro, quando Domnus Karolus Rex istam patriam Longobardiam adquisivit, ec. Qui ancora s’incontra Rotchildus Bajulus Pipini Regis. Due Pippini vissero in quel secolo, l’uno figlio di Carlo Magno e re d’Italia, defunto nell’anno 810, e l’altro figlio di Lodovico Pio Augusto e re di Aquitania, morto nell’anno 838. Ancorché quest’ultimo nulla avesse che fare in Italia, pure di lui solo si può credere che fosse stato Ballo quel Rotchildo. Adelgiso conte presidente del placito suddetto, negli Annali de’ Franchi si dice spedito in Italia nell’anno 836 per trattar di pace col figlio Lottario. Di lui pure è menzione nel Concilio Romano dell’anno 853. Dell’iquisizione fatta per mezzo di testimonj ne abbiamo altro esempio in un placito tenuto nell’anno 838 in Lucca da Agano conte di quella città e da Cristiano diacono, messi di Lottario piissimo Augusto, in cui Jacopo vescovo di Lucca pruova il suo gius sopra la chiesa di San Fridiano. Aggiungo un placito tenuto in Cremona nell’anno 891 da Ardengo o sia Aldenico, Missus Domni Guidonis Imperatoris. In esso vien provato da Landone vescovo di Cremona il suo diritto sopra la riva e certe isole del Po, contra di Anselmo avvocato della Corte Sexpilas.

Si vuol anche osservare (e già ne ho detto qualche cosa nella Dissertazione IX) che non v’era luogo determinato ove si tenessero i placiti. Si truovano celebrati nel palazzo e nelle Corti Regie, e sovente ancora in luoghi e case altrui, se per avventura ivi si trovavano i Re, i lor Messi, Duchi, Marchesi e Conti, e vi fossero i giudici richiesti per quella funzione. Anche a cielo aperto si teneano talvolta. Che se nelle case altrui s’avea da fare quella adunanza, d’uopo era chiedere licenza al padrone di esse, o dello stabile, affinché da quell’atto pubblico non provenisse pregiudizio ai di lui diritti; e costume fu di esprimere questa licenza nella carta del placito. Varj esempii di ciò si possono vedere in quest’Opera. Ma si dee aggiugnere, che intervenendo il Re od Imperadore al placito, ancorché esso fosse tenuto in qualche fondo altrui, si dimandava la permissione, non al padrone del luogo, ma bensì allo stesso Re od Imperadore, quasiché il Principe Sovrano fosse signore non solo della città, ma eziandio di qualsivoglia luogo privato. Ne servirà di pruova un placito tenuto nell’anno 838 in Vivinaia distretto di Lucca, intus casa domnicata Domni Bonifati Marchio, per data licentia Domni Conradi Imperatonis, qui ibi aderat, da Cadeloo cancelliere e messo del medesimo Augusto, in cui Giovanni vescovo di Lucca si fa confermare alcuni suoi diritti. E questo sia letto dei placiti. Dopo i diplomi dei Re od Augusti, niuna carta nelle ricerche da me fatte negli archivi d’Italia mi fu più cara, che quella di essi placiti, perché sogliono contenere notizie molto utili ai costumi e all’erudizione degli scuri secoli di mezzo.

FINE DEL TOMO SECONDO

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011