Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXX

De’ Mercati e della Mercatura dei secoli rozzi.

Antichissimo è, e fin da’ primi secoli si può credere istituito il mestiere della mercatura. Siccome la circolazione del sangue è necessaria al corpo dell’uomo, così al corpo politico la circolazione dei frutti della terra o dell’umana industria, o dell’oro, argento ed altri metalli, affinché con questo commerzio ognun possa procacciarsi que’ beni che a lui mancano, con rifondere quello che del proprio gli sopravanza. Non è da dubitare che l’Italia sempre abbia ritenuto quest’uso, troppo necessario al genere umano, e che anche dopo la calata delle nazioni barbare si continuasse come prima il commerzio suddetto. Come questo si esercitasse, in poche parole lo dirò. E primieramente nella guisa stessa dei nostri tempi, un privato commerzio si facea fra’ cittadini e contadini, con istabilire dei mercati in più luoghi. A questo fine era destinato un giorno, cioè il sabbato per lo più di ogni settimana, acciocché ciascun potesse provvedersi dell’occorrente per la seguente domenica, in cui si dovea attendere alle finzioni della pietà. Così si praticò anche dagli antichi tempi. Plauto nel Persa (Act. II, Scen. 3) così parla:

Nam herus meus me Eretriam misit, domitos boves ut sibi mercarer:

Dedit argentum; nam ibi mercatum dixit esse die septimi.

Die septimi in vece di die septimo dissero gli antichi Latini, cioè in diem septimam. Abbiamo da Varrone, Dionisio Halicarnasseo, Macrobio ed altri, che non solamente erano in uso i mercati della settimana, ma anche le nundine, oggidì fiere (dalla voce feria, adoperata dagli stessi antichi scrittori), che erano mercati più solenni, stabiliti in uno o più giorni fissi dell’anno. Seguitò il nome di fiere presso i Cristiani, perché anch’essi cominciarono a tener queste pubbliche adunanze pel traffico ne’ giorni feriali di qualche Santo, e fino nelle domeniche: costume per altro poco lodevole, che non s’è mai potuto sminuire non che sradicare in Italia. Certamente, oltre ad alcuni Concilj, Carlo Magno nella legge CXL fra le Longobardiche, affinché non si pregiudicasse alla venerazion della domenica, ordinò ut mercata et placita a Comitibus illo die prohiberentur. Così Lodovico II Augusto nella Giunta II alle Leggi Longobardiche (par. II del tomo I Rer. Ital.) comandò ut omnis homo nullas audeat operationes, mercationesque peragere, praeter in cibalibus rebus pro itinerantibus. I mercati oggidì si fanno fra la settimana. Ma niuna legge o pena ha potuto finora rimuovere le fiere solenni delle feste: così profonde son le radici di questa consuetudine. Dissi che alle fiere de Cristiani diedero l’origine i giorni natalizj, o sia le feste de’ Santi. Concorrendo a quelle solennità gran copia di popoli, trovavano i mercatanti il conto loro in esporre le loro merci e venderle: il che dura tuttavia. San Basilio nel lib. Regni. fusius disput. (Reg. 39 e 40) fa nel secolo IV di Cristo un’interrogazione: De Nundinis illis, quae in Sanctorum celebritatibus habentur, quid? Ripruova tali fiere quel sapientissimo Vescovo Cassiodoro anch’egli nel lib. VIII, epist. ultima ci fa sapere che una gran fiera di molti popoli si faceva nella Lucania ad Natale Sancti Cypriani. E Gregorio Turonense (lib. I, cap. 32 de Gloria Martyr.) scrive che nella città di Edessa, adveniente festi vitale Sancti Thomae Apostoli, colà concorreva un’incredibil folla di varj popoli per loro negozj, a’ quali vendendi, comparandique per triginta dies, sine ulla telonei exactione, licentia datur. Truovasi la medesima consuetudine ne’ secoli susseguenti. Nell’anno 1105, essendo state trovate in Milano alcune sacre Reliquie nella chiesa di Santa Maria in Porta, il Clero di Milano (come s’ha da Landonfo iuniore, cap. 22 della Storia da me pubblicata nel tomo V Rer. Ital.) istituì un dì solenne di festa da osservarsi in perpetuo VII idus maii, tanquam in die Resurrectionis et Nativitatis Domini N. I. Ch. Qua etiam die ad frequentationem solemnitatis statutum est, annuale esse mercatum, et omnibus venientibus ad hanc solemnitatem vel caussa orationis, vel caussa mercandi, et redeuntibus, stabilita est ab omni civitate firma et inviolabilis trevia (cioè tregua) octo dies ante, et octo dies post Festum. Così Adelberto vescovo di Bergamo nell’anno 902 concedette a miei Canonici mercatum, quod in Festa beati Alexandri Martyris annualiter publica coadunatione hominum, longinquis etiam e partibus advenientium fit. Né fu diversa la consuetudine de’ Modenesi, come consta dai loro Statuti MSS. dell’anno 1306. Qui ancora tre giorni prima e tre dopo la festa di San Geminiano si faceva una gran fiera, dove copioso concorso era de’ confinanti paesi; del che resta tuttavia un lieve vestigio.

Del resto le stesse nundine, oggidì appellate fiere, si truovano una volta disegnate col nome di mercato: laddove per denotare il mercato della settimana si vede alle volte usata la voce forum, stesa anche talora alle fiere. Il concedere la facoltà delle fiere, per consenso dei Giurisconsulti, era ed è riserbato al Principe supremo, o a chi gode questo con altri diritti di Sovranità, conceduti dal supremo Padrone; perciocché fra le regalie, et anche maggiori, si annovera questo gius, come ha il Sistino, de Regal. lib. I, cap. 6, num. 30: il che si dee intendere delle fiere solenni che si tengono una o due volte l’anno, e non già le minori, da noi chiamati mercati, perché questi si pretende che li possa istituire il signore territoriale: intorno al qual punto si può vedere il Knipschild de Jure a privil. Civit. imperia. E perché anticamente alcuni si attribuivano d’istituir nuovi mercati, cioè fiere a mio credere, Carlo Magno nella legge LII delle Longobardiche ordinò ut mercatum in nullo loco haberetur, nisi ubi antiquitus fuit, et legitimum esse debet; cioè, per quanto si può credere, istituito coll’autorità, del Sovrano, e non già dall’arbitrio de’ Conti governatori delle città, o del popolo. Quanto al gius de’ mercati, si truova questo conceduto dai Re d’Italia, o pure dagl’Imperadori, non solamente allorché si trattava dei settimanarj, ma anche de’ maggiori, cioè delle fiere. Si osservi un privilegio dato da Lodovico II Augusto nell’anno 852 alla Pieve di Giovenalta sul Cremonese per riparare ad essa la perdita delle sue carte. Quivi son confermati i mulini, atque etiam mercatum ibidem devenientia tam in montanis, quamque in planicie. In questo diploma egregiamente si vede segnata l’epoca di Lodovico II, come ancora di Lottario Augusto suo padre: con che si può correggere la cronologia del cardinale Baronio. Non è ben certo se qui si tratti de’ mercati minori. Più servirà al proposito un diploma di Guido imperadore, che tratto dall’archivio dello Spedale Sanese di Santa Mania della Scala, mi fu inviato dal sig. Uberto Benvoglienti patricio dottissimo di quella città. Ivi quell’Augusto nell’anno 892 conferma tutti i suoi beni e diritti al Monistero del Salvatore di Monte Amiate, dicendo fra l’altre cose: Simulque concedimus supra memorato Monasterio mercatum sabbatinum, seu annualem habere, qua in loco terrae ejusdem Caenobii Abba vel Praepositus fuerit, instruere voluerint ad utilitatem vestimentorum Monachorum atque pauperum, peregrinorumque fratrum. Et quicquid ex suprascripto mercato privatim vel publice exigere deberet, omnia omnino in usus Monachorum ac pauperum, peregrinorumque fratrum contulimus in alimoniam. Meritano qui attenzione le note cronologiche; cioè Data XVIII kalendas octobris, indictione XI, anno Christi DCCCXCII, anno Regni Domni Widonis IV, Imperii Actum Roxelle. Abbiamo qui l’epoca di Guido Augusto rettamente collocata, tanto del Regno che dell’Impero: intorno a che si potrà vedere quanto ho detto qui sotto nella Dissertazione XXXIV, de’ Diplomi. Il Pagi nella Critica del Baronio all’anno 892, per emendare i conti mal presi da quel grande Annalista, così scrive Sigonius in lib. VI de Regno Ital. ex probo aliquo antiquitatis monumento hauserit, quod scribit, Widonem nempe Imperatorem a Stephano Pontifice IX kalendas martii coronatum esse, cioè nel dì 21 di febbrajo. Onde il Sigonio apprendesse questa notizia, mi credo di poterlo additare. Ho io veduto, e pubblicherò qui un diploma del medesimo Imperadore, esistente nell’archivio de’ Canonici di Parma, in cui si leggono le seguenti note. Data IX kalendas martii, indictione IX, anno Incarnationis Domini MCCCXCI, Regnante Domno Widone in Italia, anno Regni ejus III, Imperii illius die prima. Actum Romae. Un simile diploma produsse l’Ughelli nel tomo II dell’Italia Sacra nel catalogo de’ Vescovi di Parma. Ma è diverso dal veduto da me, che contiene una conferma di beni fatta da Guido Augusto all’Imperatrice Ageltrude sua consorte. Ivi si vede il sigillo pendente col Renovatio Regni Franc. Torniamo al privilegio di Monte Amiate, dove abbiamo trovato mercatum sabbatinum, seu annualem. Ecco dunque i mercati che si tenevano ogni sabbato non festivo dell’anno. Anche Agobando arcivescovo di Lione nell’Opusc. de Insolentia Judaeorum si lamentava perché i Messi Regii, ne sabbatismus eorum impediretur, mercata, quae in sabbatis solebant fieri, transmutari praeceperint. Vedi se avessero que’ Giudei gran nerbo in quella città. Ma che significa in fatti mercatum annualem habere? Chi dirà una fiera in ciascun anno, e chi i mercati sabbatini che si tenevano per tutto l’anno. In quest’ultimo significato vo’ io credendo che s’abbia a prendere mercatum annuale, che s’incontra ne’ Patti della lega stabilita nell’anno 1208 fra i Mantuani e Ferraresi. Lo strumento esiste in un antico registro dell’archivio Estense. Quivi si legge: Et hoc debent attendere tam in omnibus mercatis annualibus sui districtus, quam in feriis civitatis. Praeterea permittant omnibus volentibus venire ad nostras ferias; et nos permittemus omnibus ire ad suas, nostris scilicet finitis: hoc modo, quod die mercurii in sero ante dominicam Lazari detur licentia publice per praeconem omnibus extraneis volentibus ire ad ferias Ferrariae, a quarto die post Festum omnium Sanctorum similiter detur licentia in foro, ut dictum est. Miriamo qui due fiere tenute dai Ferraresi, l’una nella domenica di Lazzaro, e l’altra alquanti dì dopo la festa d’Ognissanti. In oltre sono mentovati mercatus annuales districtus Ferrariensis in maniera tale, che paiono diversi dalle fiere, e per conseguente sabbatini. Da questo documento apparisce qual dominio avesse Azzo marchese d’Este in Ferrara nell’anno 1208; del che ancora ho trattato nella parte I, cap. 39 delle Antichità Estensi. Truovansi in questa carta nominati i Paratici, siccome ancora in una carta Cremonese addotta dal Du-Cange nel Glossario Latino, il quale sospetta disegnati con questa voce i Nobili. Ma di qui traluce, significar quella voce i merciari, ed altri mercatati. Nella suddetta carta di Cremona si veggono enunziati Consules Paraticorum; ma vedremo che v’erano una volta Consules Mercatorum. Anzi nella medesima carta da me ora mentovata si truovano Consules Mercatorum Mantuae. Forse Paratici furono appellati que’ merciani, perché faceano parata, mostra e distenderia delle lor merci, come si pratica anche oggidì. Ma benché il nudo nome di mercato, che si truova nelle carte de’ secoli bassi, per lo più somiglia significar quelli che ogni settimana si tengono, pure è talora incerto il significato suo. In un diploma del Monistero della Vangadizza, dove Federigo II re de’ Romani nell’anno 1219 conferma a Giovanni Abbate Camaldolese tutti i beni di quella Badia, altro non si legge, se non che l’investisce cum placitis, mercatis, theloneis, ec. In un altro diploma, esistente nell’archivio dell’insigne Monistero di San Zenone di Verona, si legge che Corrado I Augusto nell’anno 1037 riceve sotto la sua protezione il picciolo Monistero Trevisano di San Teonesto, col concedere fra l’altre cose a que’ Monaci annualiter ad ecclesiam Sancti Laurentii Martyris Christi in Pendia mercatum publicum habere, et theloneaticum inde ad ecclesiae vel suos usus suscipere. Non è ben chiaro qual significato abbia qui tal voce. Ma ne’ secoli superiori con essa erano anche disegnate le fiere. Presso il Campi (tom. I della Storia Eccles. di Piacenza) Angilberga Badessa di San Sisto nell’anno 896 chiede ad Arnolfo imperadore, che le sia permesso mercatum in Festivitate Sanctae Martinae ad Xenodochium ipsius Monasterii congregare. Comanda esso Arnolfo che possa a XII kalendas junii usque in nonas jidii pars ipsius Monasterii mercatum ibidem celebrare.

Da simili mercati o fiere si ricavavano allora, come anche oggidì, varj emolumenti. Olderico vescovo di Padova nell’anno 1076, come consta da un suo strumento esistente nell’archivio dell’insigne Monistero di Santa Giustina, fra l’altre cose donate a quel sacro luogo, dice: item dono et offero in eodem Monasterio mercatum unum cum omnibus juribus et condicionibus. Apparteneva ai Re od Imperadori il diritto d’istituire mercati, cioè le fiere; però qui altro non vuol dire il donare, e non il trasferire ne’ Monaci quel gius che il Vescovo avea ricevuto dai Re od Angusti. In fatti Corrado, primo fra gli Angusti, siccome consta da un suo privilegio rapportata dall’Ughelli, nell’anno 1027 concede alla chiesa di Padova mercata et castella, ec. In quelle fiere poi i Superiori vegliavano, affinché non seguissero frodi o furti. Vedesi tuttavia nell’atrio della Cattedrale di Lucca inciso in marmo il giuramento, quod Cambiatores et Speciarii omnes istius Curtis tempore Rangerii Episcopi fecerunt, ut omnes homines possunt cum fiducia cambiare, et vendere, et emere. Cioè giurarono: Quod ab illa hora in antea non furtum faciant nec treccamentum, aut falsitatem, ec. Sunt etiam insuper qui Curtem istam custodiunt, et quicquid male factum fuerit, emendare faciunt anno Domini MCXI. Qui solamente si veggono nominati Cambiatores et Speciarii. Col primo nome son disegnati i Banchieri, nelle scritture barbare Gampsores. Coll’altro non s’hanno già da intendere gli Speciali, chiamati già Seplasarii o Aromatarii, ma chiunque vendeva specie di ogni altra merce. Presso gli antichi Species si distinguevano dall’oro e dall’argento. Qui Treccamentum sembra adoperato per Tricamentum, cioè imbroglio, o furberia, come Nonio Marcello espone la voce Tricas.

Vengo ora alla mercatura e ai mercatanti. Niun tempo possiamo immaginare, in cui qualche commerzio non sia stato fra gl’Italiani e i Regni confinanti, e massimamente colle nazioni orientali. Imperciocché dall’Oriente si portavano gli aromi, e varie tele e panni e bambagia, ed altri prodotti naturali che qui non si poteano sperare. In Italia poi inviava ne’ paesi settentrionali vino, olio e diverse manifatture. Come fosse esercitata la mercatura sotto i Re Longobardi, non si può conoscere, per la scarsezza delle memorie. Ma sotto i Franchi divenuti padroni dell’Italia ne abbiamo de’ chiari vestigj. Fra le Giunte alle Leggi Longobardiche, pag. 14 (par. II del tomo I Rer. Ital.), io produssi un Capitolare di Carlo Magno de Negotiatoribus, qui partibus Sclavorum et Avarorum (oggidì Ungheri) pergunt, quousque procedere cum suis negotiis debeant. Questo riguarda la Germania, siccome ancora pare che si cavi da altri Capitolari del medesimo Carlo. Ma non si può non intendere che non meno gl’Italiani doveano in que’ tempi attendere allo smaltimento delle loro merci nelle provincie oltramontane. Anzi faceano essi buon commerzio anche per mare. Negli Annali Bertiniani all’anno 820 si legge: In Italico mari octo nave: Notiatiorum de Sardinia Italiam revertentium a piratis captae ac demersae sunt. Sembra verisimile che andassero innanzi agli altri nel negozio per mare i Veneti, o sia i Veneziani. Perciocché quantunque nel secolo VI di Cristo per gli abitatori di quelle Isole in salinis exercendis tota contentio esset, et inde eis fructus omnis enasceretur, et paupertas ibi cum divitibus sub equalitale conviveret, come scrive Cassiodoro, lib. XII, epist. 24; pure nel progresso dei tempi quell’industrioso popolo talmente si addestrò alla mercatura, che quasi solo portava in Italia ciò che di più prezioso nasceva o si fabbricava in Oriente. Per attestato del Monaco di San Gallo, le cui parole recai di sopra nella Dissertazione XXV, mentre Carlo Magno dimorava in Italia, i suoi nobili cortigiani modo de Papia venerant, ad quam nuper Venetici de transmarinis partibus omnes Orientalium divitias advectarant. Ecco pertanto chi allora in Italia sopravanzava gli altri nell’arte di navigare e mercantare ne’ paesi stranieri. Particolarmente attendevano essi al commerzio nella Soria e in Egitto, come consta dalla Storia della traslazione del Corpo di San Marco, che circa l’anno 820 si dice rubato, e da Alessandria trasportato a Venezia. Animati erano a questa navigazione e traffico dalla lor situazione marittima, e dalle convenzioni che passavano fra essi e i Greci: del che abbiamo la testimonianza del Dandobo nella sua Cronica. Però ne’ patti che di man in mano essi andavano rinovando coi Re od Augusti padroni dell’Italia, v’era sempre il seguente: Negolia inter partes fiant, et liceat dare quaecunque inter eos convenerit sine aliqua violentia aut contrarietate, ita ut acqua conditio utrarumque partium Negotiatoribus conservetur. Fu da me pubblicato su questo un diploma di Ottone II Augusto nell’Appendice alla Piena Esposizone dei diritti Cesarei ed Estensi sopra Comacchio. Ma questo non bastava agli antichi Veneziani. Usavasi allora di avere servi cioè schiavi, e di venderli, durando tuttavia il costume de’ vecchi Romani e Greci. Alcuni di costoro erano Pagani, ed altri più senza paragone Cristiani. Agobardo arcivescovo di Lione, scrivendo a Lodovico Pio Augusto de insolentia Judaeorum, non sapeva digerire che gli schiavi Cristiani fossero comperati dai Giudei abitanti in Lione, a’ quali anche venisse permesso di poi venderli ai Saraceni occupanti la Spagna. Hoc (dic’egli) passi sumus a fautoribus Judaeorum, non ob aliud, nisi quia praedicavimus Christianis, ut mancipia eis Christiana non venderent, ut ipsos Judaeos Christianos vendere ad Hispanias non permitterent. Ma né pure si faceano scrupolo i Veneziani di far questo abbominevol commerzio. Ecco ciò che Anastasio, o qualunque sia l’antichissimo Autore della Vita di papa Zaccheria, vivuto nel secolo precedente circa l’anno 747 lasciò scritto: Contigit, plures Veneticorum hanc Romanam advenisse in urbem Negotiatores, et mercimonii nundinas propagantes (ecco qual fosse il loro fervore per la mercatura), multitudinem mancipiorum, virilis scilicet et feminini generis, emere visi sunt, quos et in Africam ad Paganam gentem nitebantur deducere. Quo cognito, idem Sanctissimus Pater fieri prohibuit, hoc judicans, quod justum non esset, ut Christi abluti Baptismate Paganis gentibus deservirent. Datoque eisdem Veneticis pretio, quod in eorum emtione se dedisse probati sunt, cunctos a jugo servitutis redemit. Ecco fin dove si lasciano rapire i Cristiani per la cupidigia del guadagno. Qui nondimeno fine non ebbe così detestabil abuso. Così scrive il Dandolo nella Cronica circa l’anno 878: Quo tempore Mercatores Veneti lucri cupidi a piratis et latrunculis mancipia comparabant, et transfretantes de eis commercium faciebant. Cui manifesto facinori Duces obviare volentes, pie decreverunt, ne quis de mancipiis commercium faciat, vel in navibus recipiat.

S’è fatta poco fa menzione de’ Giudei: si dee ora aggiugnere che quella nazione, non meno di quel che faccia oggidì, studiosamente attendeva al traffico e alla mercatura. In un Capitolare di Carlo Magno dell’anno 806 si legge: singuli Episcopi, Abbates et Abbatissae diligenter considerent thesauros ecclesiasticos, ne propter perfidiam aut negligentiam custodum aliquid de gemmis, aut de vasis, reliquo quoque thesauro, perditum sit: quia dictum est nobis, quod Negotiatores Judaei, nec non et alii gloriantur, quod quicquid eis placeat, possint ab eis emere. Né s’ha da dubitare che anche in que’ secoli la nazione Giudaica avesse gran piede in Italia, e mano nel traffico, perché niun paese andava esente da sì industriosa gente. Per testimonianza di Agnello, che fioriva circa l’anno di Cristo 830, nelle Vite degli Arcivescovi di Ravenna (par. I del tomo I Rer. Ital. pag. 162) si custodiva in essa città corona ex modico auro una sed tamen habens pretiosissimas gemmas, ita ut temporibus nostris interrogatus Negotiator Judaeus a Carolo (cioè il Magno) Imperatore, quo pretio venundari posset, adjecit, quod omnes opes istius ecclesiae, et omnia etiam ornamenta et tegmina, si venundentur, non possint eam explere. Vedi la Dissertazione XVI, dei Prestatori ad usura.

Parlai de’ Veneti: s’ha ora da dire che non minore accortezza e cura della navigazione e mercatura ebbero gli Amalfitani, dell’origine de’ quali, benché non libera da favole, e de’ lor viaggi per negoziare, si vegga la Cronichetta da me data alla luce nella Dissertazione VI, dei Duchi, e ne parla anche l’Anonimo Salernitano ne’ Paralipomeni da pubblicati nella par. II del tomo I Rer. Ital. Scrive quest’ultimo Autore che gli Amalfitani nel secolo IX andarono a Taranto mercimonia secum gestantes. Della lor mercatura nel susseguente secolo X abbiamo testimonianza di Liutprando storico nell’Opusc. dell’Ambasceria a Niceforo imperador de’ Greci, pag. 487, tomo II, par. I Rer. Ital. Imperciocché essendo vietato da’ Greci ad esso Liutprando di comperare alcune preziose vesti in Costantinopoli, rispondeva a coloro, che non erano rari in Italia quegli abiti. Chiedendo essi, onde l’Italia li ricevesse, replicava: Veneticis et Amalfitanis institoribus, qui nostris ex victualibus, haec ferendo nobis, vitam nutriunt suam. Scrive ancora il medesimo Storico che nell’armata de’ Greci erano sopra gli altri in credito Venetici et Amalfitani: il che dic’egli ridendo, quasiché quella gente più si distinguesse nella sagacità e industria della mercatura, che nel valore dell’armi. Veggasi ora ciò che della città di Amalfi scrisse nel secolo XI Guglielmo Pugliese nel lib. III de Normannis.

Urbs haec dives opum, populoque referta videtur,

Nulla magis locuples argento, vestibus, auro;

Partibus innumeris, ac plurimus urber moratur

Nauta, maris caelique vias aperire peritus.

Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe,

Regis et Antiochi. Haec freta plurima transit.

His Arabes, Indi, Siculi noscuntur et Afri.

Haec gens est totum prope nobilitata per Orbem,

Ei mercanda ferens, et amans mercata referre.

Più non si potea dire di magnifico per quel popolo. Ugo Falcando anch’egli nella Prefazione della Storia Siciliana, descrivendo Palermo nell’anno 1189, riconosce posto in quella città Amalfitanorum vicum, peregrinarum quidam mercium copia locupletem, in quo vestes diversi coloris ac pretii, tam sericae, quam de Gallico contextae vellere, emtoribus exponuntur. Chiude questo racconto Guglielmo arcivescovo di Tiro nel lib. 18 della Storia sacra, il quale dopo avere descritto il sito della città di Amalfi, soggiugne: Hujus regionis habitatores, ut praediximus, primi merces peregrinas, et quas Oriens non noverat, ad supra nominatas paries (cioè al Regno di Gerusalemme, Soria ed Egitto) lucri faciendi caussa inferre tentaverunt. Tutto ciò aveano fatto gli Amalfitani, prima che nell’anno 1099 i Cristiani conquistassero Gerusalemme; perciocché fin quando quella santa città era sotto il dominio del Sultano di Egitto, vi aveano essi fabbricati due Monisterj e uno Spedale di pellegrini: dal che si vede, come quel popolo avesse propagato le forze e il credito suo in Levante.

Cominciarono anche dopo il mille a maggiormente esercitar la mercatura i Pisani e Genovesi, non solamente con darsi al traffico, ma col formare fin delle armate navali contra de’ Saraceni, e fors’anche con prendere gusto alla pirateria. Pisa spezialmente divenne un ricco emporio del Mediterraneo. Goffredo Malaterra nel lib. II, cap. 34 della Storia di Sicilia scrive all’anno 1063: Pisanos mercatores saepius navali commercio Panormam (allora suggetto ai Saraceni) venire solitus fuisse. Aggiugne nel lib. IV, cap. 3: Pisanos, qui apud Africani negotiando proficiscebantur, quasdam injurias passos, exercitu congregato, Urbem Regiam Regis Tunicii oppugnantes, usque ad majorem turrim, qua Rex defendebatur, cepisse. Ecco qual fosse fin d’allora la potenza de’ Pisani. Per altro permetteva quel popolo ch’essi Saraceni colle lor navi venissero a negoziare non solo in Porto Pisano, ma anche nella stessa città di Pisa. Il Monaco Donizone nel lib. I, cap. 20 della Vita della contessa Matilda si scalda forte contro quella libertà e costume de’ Pisani, essendo egli in collera contro quella città, per essere stata seppellita quivi, e non in Canossa, la duchessa Beatrice madre di Matilda, chiamando perciò essa città indegna di tanto onore. Odi il buon Poeta.

Qui pergit Pisas, videt illic monstra marina.

Haec urbs Paganis, Turchis, Lybicis quoque, Parthis

Sordida. Chaldaei sua lustrant littora tetri.

Sordibus a cunctis sum munda Canossa, ec.

Così egli scriveva circa l’anno 1115. Non dubito io che gli stessi Saraceni, vegnenti a Pisa per mercantare, dessero il nome di Kinsica a quella parte della città, o più tosto del borgo dove quegl’Infedeli tenevano abitazione e botteghe. Si può vedere ciò che scrisse di quella parte di Pisa il chiariss. P. Abbat e D. Guido Grandi nella sua lettera de Pandectis. Gli Annali Pisani nel tomo III dell’Italia Sacra all’anno 1156 hanno queste parole: Pisani fecerunt barbacanas circa civitate, et Hinticam, et muraverunt a turre. Vedi gli Annali Pisani da me prodotti nel tomo VI Rer. Ital. dove è scritto: Et Kinsicam muraverunt a turre, ec. Santa Bona vergine Pisana, morta nell’anno 1208, come s’ha dalla sua Vita negli Atti de’ Santi al dì 29 di maggio, nata est in civitate Pisana, parte quac Chinsitha dicitur, juxta Arnum fluvium in parochia Sancti Martini. S’ha ivi da scrivere Chinsia; come ancora si legge nella Vita della Beata Chiara Pisana al dì 17 maggio, dove è descritto locus situs Pisis in parte civitatis posterioris, cui Chinsica homen, in fronte Vici Sancti Ægidii, qui locus hodie nomen habet proprium a Sancto Dominico. Contuttociò se alcuno volesse sostenere la lezione Henthicam nell’edizione dell’Ughelli, potrebbe presentarci la greca parola Enthece, significante Magazzino perciocché potè adoperarsi da’ Pisani la voce Entheca ed Inticha, o pure Hintica per significare un conservatorio di merci. Gli Autori del Vocabolario della Crusca così spiegano la voce Italiana ENDICA: il comperar robe per serbarle, e poi a tempo rivenderle per guadagnarvi. Ma non raggiunsero, a mio credere, il vero. Presso Giovanni Villani Endica altro non è che Magazzino, e non già Incetta, come essi si persuasero. Vedi il Du-Cange alla voce Entheca, che ne produce varj esempli degli antichi; e parimente nella Dissertazione XXXIII, dell’origine delle voci Italiane, alla parola Endica. Però indarno si affaticò il Menagio per trarre da Emo quella voce, che vien certamente dal Greco. Torno ora ai mercatanti Pisani. Contemporaneo di Donizone Hariulfo monaco Centulense, tessendo l’elogio di Anscherio Abbate, pubblicato dal Mabillone nel tomo V degli Annali Benedettini, fra le sue lodi il chiama

Notior Urbanis, et ditior ille Pisanis.

Dalle quali parole comprendiamo, in qual credito fossero allora i Pisani, quasi popolo il più ricco degli altri. Talmente poi crebbe la potenza di essi Pisani e Genovesi in Oriente, che nel secolo XII gl’Imperadori de’ Greci pagavano loro un’annua pensione, come ne siamo assicurati dagli Annali Pisani, e da quei di Caffaro Genovese. Furono anche una volta celebri per la mercatura di mare gli Anconitani; e perciò fra loro e i Veneziani più volte insorse emulazione e guerra.

E certamente quanto fosse applicata al traffico con gli oltramontani nel secolo XI la nazione Italiana, si può raccogliere dalla lettera V, lib. II di papa Gregorio VII a’ Vescovi di Francia, scritta nell’anno 1075. Fra gli altri mancamenti, de’ quali egli crede colpevole quel Re, è da notare il seguente al proposito nostro. Qui etiam (dic’egli) mercatoribus, qui de multis terrarum partibus ad Forum quoddam (cioè ad una fiera) in Francia nuper convenerant, quod antehac a Rege factum fuisse nec in fabulis refertur, more praedonis infinitam pecuniam abstulit. Non si fermò qui la doglianza dell’animoso Pontefice per l’avanìa fatta da quel Re ai mercatanti Italiani. Veggasi l’altra lettera, cioè la XVIII del lib. II, scritta nel medesimo anno a Guglielmo conte Pictaviense. Quivi ancora da quel santo Papa si rinuova la querela contro il Re di Francia con dire: tideo Regiae dignitatis posthabuit verecundiam, ut avaritia potius inflammante, quam ratione aliqua poscente, Italiae Negotiatores, qui ad partes vestras venerant, depraedatus fuerit. Ecco qual fosse allora l’industria de’ negozianti d’Italia, e quanta l’iniquità altrui contra de’ medesimi. Non diverse scene, ma con più sottigliezza inventate, si son vedute anche ai dì nostri. Che se abbiamo da credere a Costantino Gaetano abbate Benedettino, i Pisani furono i primi a procurare, ut quando mare nullis antea legibus navigabatur, certis in posterum ejus navigatio coerceretur. Così egli nelle Annotazioni alla Vita di Gelasio I papa, tomo III, parte I, pag. 402 Rer. Ital. Aggiugne egli che leggi tali furono nell’anno 1075 approvate dal sopra lodato papa Gregorio VII; ma senza recar pruova alcuna di questa sua asserzione. Fa bensì menzione d’esse leggi, appellate il Consolato del Mare, il P. Virginio Valsecchi monaco Benedettino nell’epist. de veter Pisan. Constit., avvertendo che le medesime sono state illustrate dall’abbate Giuseppe Maria Casaregi, nobile giurisconsulto. Ma particolarmente si accesero a fomentare ed accrescere il traffico e commerzio le città d’Italia, da che nel secoto XII ebbero ricuperata la libertà, non trovandosi la mercatura più sostenuta e più sicura che nelle Repubbliche. Allora dunque in molte d’esse città invalse il costume di creare i Consoli de’ Mercatanti, che tuttavia dura in qualche paese. Concedevasi a questo ufizio un’ampia autorità per comporre o decidere le controversie mercantili, e a punire ancora alcuni reati, e a far lega coi popoli stranieri. Niuna memoria più antica di atti fatti da questo ordine di persone ho potuto io trovare, se non una somministratami dall’archivio della Comunità di Modena, benché persuaso che prima di gran lunga fosse inventato il loro ufizio. Si contengono in esso strumento i patti della concordia stabilita fra i Consoli maggiori e i Consoli de’ Mercatanti di Modena, e i Consoli maggiori e i Consoli de’ Mercanti di Lucca nell’anno 1182. Erano i Consoli maggiori il magistrato supremo delle città libere; e questi doveano autenticare le leghe che i minori Consoli de’ mercatanti faceano con altre libere città. Nello stesso archivio ancora esistono i patti stipulati fra i Ferraresi e Modenesi nell’anno 1198, ne’ quali è parlato de’ Consoli de’ Mercatanti di Modena, e di quello che s’avea a pagare da’ Modenesi nelle fiere di Ferrara. Ho io parimente rapportata la Concordia fatta nell’anno 1193 dai Bolognesi co’ Ferraresi, e tratta dell’archivio Estense, in cui si legge la tassa di quanto pagavano i Bolognesi, concorrenti ad Forum annuale Ferrariae. Truovasi in questa carta nominato Torsellus o Torsellum. Gli Autori del Vocabolario della Crusca interpretano questa voce Balletta, Balia picciola; non so se fosse assai acconciamente. Altro non è torsello che un volume o rotolo di qualche tela o panno; e noi tuttavia diciamo un torsello di panno, un torsello di tela. Il Menagio nelle Origini della Lingua Italiana la deriva da tortus, torsus, torsellus: poco felicemente. Più tosto penso io che discenda da tyrsus, onde torso: col qual nome indichiamo una statua mancante di capo, braccia e coscie, quasiché qualche similitudine passi fra essa e un rotolo di panno. Nelle carte Franzesi trosellus lo stesso è che il nostro torsello.

E qui convien rammentare le due arti della lana e della seta, dalle quali gran profitto una volta ricavavano alcune città d’Italia, ben attente a’ proprj vantaggi. Non v’ha fra gli Eruditi chi non sappia che il filare e tessere la lana viene dalla più remota antichità, e in Italia il suo lavoro e commerzio non venne mai meno. Diverso fu il destino della seta. A’ tempi di Vopisco, come egli scrive nella Vita di Aureliano imperadore, libra serici libra auri fuit. I Persiani prendevano la seta dalle Indie Orientali, dai Persiani i Greci e Romani. Ma per testimonianza di Procopio (lib. IV, cap. 17 de bello Gothico) sotto Giustiniano I Augusto passò in Grecia dalle Indie l’arte di alimentare i bachi, e di cavarne e poi di tessere la seta. Di che tempo poi fosse portata anche in Italia quest’arte, non truovo antico scrittore che di cosa tanto utile abbia lasciata memoria. Vedi nondimeno ciò che ho detto di sopra nella Dissertazione XXV. Ora qui indichierò quanto della seta fabbricata una volta in Modena ho potuto osservare; perciocché non furono pigri i nostri maggiori ad accogliere e coltivare quest’arte; e massimamente perché nel territorio di Modena si fa seta di tal bontà e vaghezza, che gareggia colle migliori d’Italia, e supera quella di molte altre città. Nelle Leggi Statutarie MSte della Repubblica Modenese dell’agosto del 1327 (lib. II, Rubr. 23) si legge: Folexelli civitatis et districtus Mutinae, a cujuslibet alterius loci, de qua conducti fuerint Mutinam vendibiles, tantum in platea Communis Mutinae ad pensam Communis vendantur et emantur. Nec extra districtum Mutinae folexelli, nec seta, nisi fuerit extracta de folexellis ad molinellum in civitate Mutinae extrahantur, ec. Et duo Fratres de Poenitentia eligantur ad brevia, quorum sit stare in platea, et pensare folexellos. In que’ tempi per qualsivoglia libra di follicelli il venditore pagava al Comune di Modena unum Mutinensem, cioè un soldo; e un altro ne pagava il compratore. In oltre nel lib. I, Rubr. 71 è statuito: Quod denarii, qui colliguntur per Fratres deputatos ad pensam follexellorum tam pro Communi, quam pro Massario Sancti Geminiani, non intelligantur nec esse debeant Conductorum, ec. Prima anche di allora veggo che la Repubblica Modenese ricavava una non lieve rendita dalla pesa de’ follicelli. Nel Registro MSto, dove san riferite le deliberazioni di questo popolo nell’anno 1306, uno è de boacia e redditu follisellorum locanda. In un altro decreto, fatto pochi giorni dopo per bisogno del Pubblico, si stabilisce quod redditus follisellorum debeat duplicari. Col nome di follicelli, che tuttavia s’osa dai Bolognesi, Ferraresi, Modenesi ed altri popoli, già avrà inteso il Lettore che son disegnati quegli artificiosi lavori ne’ quali il verme da seta come in un sepolcro si chiude, per sorgere poi ad una vita nuova, e da’ quali si trae dipoi la seta. Questa voce la rapportò il Du-Cange nel suo Glossario, ma senza spiegarla. Gallette son chiamate da’ Milanesi, perché somiglianti in qualche guisa alla galla degli alberi; e Bozzoli da’ Fiorentini, i quali nel Vocabolario appellano il verme da seta Baco filugello. Ma perciocché niun passo di antichi rapportano per illustrar questa voce, quasi m’è nato dubbio se abbiano rettamente esposto il significato della parola Filugello, la quale altro non pare che il Follisellus, Folexellus, o Follicello de’ Lombardi, discendente dal latino Folliculus, e che disegna non il verme che fa la seta, ma il lavoro del verme, quasi Baco da filugello, o sia Verme che fa i follicelli. Ma i Fiorentini avran seguitato in ciò il loro proprio dialetto. Ora conoscendo i Modenesi qual vantaggio provenisse dalla seta, nell’anno 1327 ordinarono che si attendesse all’ampliazione e coltura de’ mori, appellati gelsi in Toscana, col seguente decreto, che forse potrebbe far ridere. Ordinatum est pro publica utilitate, quod quaelibet persona quae habet clausuram intra confines civitatis, et a serra de Ligorzano inferius, teneatur et debeat plantare, seu plantari jacere tres plantas de ficubus, et totidem de moris, et totidem de pomis granariis, et tres amandolas, et eas custodire et allevare. Et ad hoc teneantur laboratores et tezolani, ec. Ecco dove si stendeva lo zelo del popolo di Modena pel proprio comodo, già san più di quattro secoli. Ma perciocché forse i soli industriosi Bolognesi aveano di quegli edifizj mirabilmente formati, che si chiamano Filatoi, per torcere ed orsoiare i fili della seta, e d’uopo era che i Modenesi ricorressero colà per questo effetto, cautamente custodendo i Bolognesi quell’utile loro invenzione; finalmente avvenne che nel secolo XVI la maniera di formar tali edifizj fu portata a Modena, e qui accolta con gran festa. Però i nobili Rangoni, senza far caso delle minaccie de’ Bolognesi, ne piantarono tosto uno nella lor terra di Spilamberto, e un altro in Modena presso la chiesa di San Giorgio, ad imitazion del quale poscia molti altri se ne formarono in città, onde parte del basso popolo ricava il suo sostentamento. Ma questo artifizio è poi passato in altri paesi, ed anche al tramonti ai dì nostri, con grave pregiudizio degl’Italiani. Da tanta abbondanza di seta quante manifatture ai formassero ne’ vecchi tempi, potrà averlo osservato il Lettore di sopra nella Dissertazione XXV.

Qualche cosa diciamo ancora dell’arte della lana, che medesimamente, con molto studio era esercitata una volta in Modena. Siccome si legge nel Registro MSto di questo Comune nell’anno 1306, i cittadini, qui faciunt et exercent artem pignolatorum, totaliarum et staminolarum in civitate Mutinae, qui sunt in magna quantitate, dimandano licenza di avere il proprio Massaro. Negli Statuti della medesima città del 1327 in oltre si truova: Nullus qui sit scriptus in arte bixellorum (oggidì biselli o bigelli del loro colore, panno grosso di lana, spezialmente fabbricato nelle nostre montagne) audeat immiscere aliquod pilum de bove, vel de capra, vel de asina, vel de hirco, de capreto, vel de cane, vel lanam de petegatiis, cum lana de pecora, vel de agnellino, ec. Ma non vi credeste che qui si fermasse allora l’industria de’ Modenesi. Dallo stesso Statuto abbiamo: Textares, vel textrices panni lanae, lini, bindae, setae, vel zendalis, non debeant recipere aliquod filum praedictorum, vel setam, nisi primo totum fuerit pensatum, ec. Ma particolarmente in Firenze dopo l’anno 1200, e senza paragone più dopo il 1300, crebbero l’arti della seta e del lanificio, talmente che in esse si occupavano migliaia di persone, e quivi si procacciavano il vitto. Con gara non minore vi si applicarono ancora i Bolognesi, Milanesi, Veronesi, Padovani ed altri popoli; e tanti lavori faceano, che l’Italia ne inviava anche agli Oltramontani; ma oggidì dimentica di sé stessa ed immersa in ozio vile, a riserva di alcune poche città, compra caro dagli stranieri quello che potrebbe fabbricare da sé stessa. Abbbiamo nella I Interdum ff. de Publicanis, quali specie al tempo dei Romani pertinerent ad vectigal. Odasi ora quanto di gabella si pagasse in Modena nell’anno 1306 per le merci condotte per Stratam Claudiam, che sembra chiamata Emilia dagli antichi Romani, ma in queste parti da molti secoli è detta Strada Claudia Regale, o Maestra. E di qua si può anche intendere quai generi di merci allora fossero in uso. Nel Registro adunque dell’anno suddetto si legge: Soma setae laboratae et non laboratae. Soma zaffrani et braxilis (si noti questa parola, di cui parleremo fra poco). Soma pannorum de Mediolano, et Gomo, et Florentio, et tutalanis de Bononia (cioè fatti di tutta o sia sola lana). Soma lanae de Cunixe (leggo Tunixe, cioè Tunisi d’Affrica) et de Buzea (città del Regno di Algeri). Soma pannorum mezalanorum de Bononia, Mantuanorum, Veronensium et Brixiensium. Soma bixillorum et agnellinorum tinclorum et non tinctorum. Soma terrae tinae, de qua fit auricalchum. E fatta qui menzione di Buzea. Certamente ne’ vecchi tempi i Saraceni ed Arabi Affricani sopravanzavano gli altri nell’acconciare i cuoi degli animali, e gran copia ne distribuivano per l’Italia. Quindi è che da molti secoli s’ode fra noi il nome di marocchino, cioè cuoio preparato dai popoli di Marocco in Affrica; e cordovano, cioè cuoio lavorato dai Mori, padroni una volta di Cordova in Ispagna. Lascerò io ad altri il dirci, se da essa Bugea, o pure da qualche terra oltramontana appellata Bazano, sia venuto il nome di bazana, pelle di vitello o pecora, oggidì molto usata, o pure da altro paese o cagione a me ignota.

Vedemmo poco fa mentovata fin l’anno 1305 la soma del Brasile. Che vuol dir questo? Concorda tal memoria coll’altra de’ patti stabiliti fra i Bolognesi e Ferraresi, che accennai di sopra, parlandosi ivi fra l’altre merci de omnibus drapis de batalicio, de lume zucarina, de grana, de brasile; e quello strumento è dell’anno 1198. Ma solamente dopo l’anno 1500 i vastissimi Regni del Brasile, dianzi incogniti, furono per la prima volta scoperti da’ Portoghesi, e poscia da Americo Vespucci Fiorentino, che diede il suo nome a quelle nuove Indie di un continente sì vasto. Ma onde venne che il nome di brasile, cioè di un legno di cui se ne servono i tintori a tingere i panni di rosso (si chiama anche verzino), era noto in Italia fin l’anno 1198? Di questa voce nulla ha detto il Du-Cange nel suo Glossario Latino, come né pure della grana, colla qual voce i nostri antenati significarono, e noi pure intendiamo il cocco, o sia la grana de tintori, con cui si tingono di vermiglio i drappi di seta e i panni di lana; perciocché le sue bacche o grani abbondano di piccioli insetti producenti quel colore. Del cocco così parla Dioscoride: Optimum gignitur in Galatia et Armenia, deinde Asia et Cilicia, ultimum ex omnibus Hispanicum (Veggasi il Commento del Mattioli su queste parole, e il Salmasio, Plinian. Exercit. pag. 192, 213, e in altri luoghi). Da Plinio fu rammentato granum cocci, onde l’italiano Grana. Scrive il Theveto, parlando dell’America Meridionale, che il legno suddetto, perché trovato per la prima volta nel paese appellato Brasile, sortì il medesimo nome. Il Baulino anch’egli attesta nulla trovarsi del nome di Brasile presso gli antichi. Pure avendo noi già veduto che più secoli prima del 1500 era adoperato in Italia il nome di brasile per significare un legno da tintori, è probabile che Americo Vespucci per aver trovato gran copia di tali alberi nella costa orientale dell’America, la chiamasse paese del Brasile, cioè abbondante del legno suddetto; e restasse perciò tal nome al Regno posseduto in oggi dal Re di Portogallo. Saprà poi dirvi la gente del mestiere, che differenza o convenienza passi fra cocco, chermes, blatta e cocciniglia, a noi portate dalle Indie Occidentali; perché io qui non mi voglio fermare.

Poco fa abbiam riferiti i patti de’ Ferraresi coi Bolognesi, ne’ quali si veggono specificate molte merci che si portavano per Italia. Si dee ora aggiugnere un altro documento, cioè la concordia stabilita fra il Comune di Modena e quello di Lucca nell’anno 1281, e i Consoli de’ Mercatanti dell’una e l’altra città. Quivi si truova annoverata gran quantità di merci, e tassata la gabella di ciascheduna, passando pel territorio di Modena. De soma qualibet (sta ivi scritto) pannorum ultramontanorum; de soma lanae ultramontanae; de soma setae; de soma mercadantiae et laborerii; de soma pellizariae salvatizae; de soma rerum ultramontanarum; de soma zafarani; de soma granae (ne abbiam già parlato): sex solidi Mutinenses auferantur. Item de soma pannorum de colore laboratorum ultra montes, exceptis bixaninis; de soma bombacis, cujuscunque conditionis sint, de soma lanae Tunizis et Buzeae; de soma cerae; de soma telarum; de soma datillorum, zaccarellorum et uvae passae: quatuor solidi Mutinenses auferantur. Itemde soma lanae citramontanae grossae; de soma bixetorum; de soma agnellinorum tinctorum et non tinctorum; de soma pignolati; de soma lini; de soma canepina; de soma coriorum et pellium; de soma pilizariae domesticae; de soma boraziotum (tela grossa di lino o canape) et pannorum de lino; de soma funium; de soma anchalchi (così è ivi scritto), galecti, butiri, sepi, amigdalarum, pignolorum extractorum de pignis, nizollarum (cioè nucum avellanarum), ficuum de Piscaria, Romaniola, Marchia et Apulia; ferri laborati, cujuslibei metalli laborati: tres solidi Mutinenses auferantur. Item de soma ferri non laborati, plumbi, stagni, rami, terrae ymiae, de qua fit anchalcum, casei, foliae valaniae, gallae, tozolororum, lapetum de petrez, cuchari sachari, synapis, ruzae, cornuum, saponis tarsii, setae, unde jiune sedazii, cineris de cetro, guadi, lumae rozae: tres solidi Mutinenscs auferantur. Abbiamo qui una non lieve serie delle merci che nell’anno 1281 passavano da Lucca a Modena, da distribuirsi per altre città. Di più non ho io ricercato, perché non è qui il luogo di formare un’esatta storia della mercatura, bastando a me di darne un saggio. Del resto tal profitto ricavavano una volta le città d’Italia, e sopra tutte le marittime, dalle studio della mercatura, e dalle arti della seta e della lana, che crebbero perciò a molta potenza. I Veneziani, già da tanti secoli prima avvezzi al traffico ne’ paesi stranieri, e che non volevano lasciar marcire nell’ozio le loro navi, oltre ad altri negozj, fecero come lor proprio il commerzio degli aromi. Fino anche ne’ tempi de’ Romani un immensa copia di merci passava dalle Indie Orientali, o pel Mare Rosso, o per la Persia, in Egitto. Navigando i Veneziani in determinati tempi dell’anno ad Alessandria, di là particolarmente asportavano le specie ne od aromi, che poi distribuivano per quasi tutte l’altre provincie dell’Occidente. Anche gli Amalfitani, i Pisani, i Genovesi, ad imitazione de’ Veneti, gran commerzio faceano in Levante. Ma l’emulazione e gara non tardò a produrre odj, nemicizie e guerre, nelle quali in fine toccò ai Pisani di soccombere, senza avere mai più rimessa in piedi l’antica loro potenza. Molto prima di essi il potere e la fortuna degli Amalfitani avea fatto naufragio.

Assaissimo contribuì ad accrescere le forze e la ricchezza delle città suddette la celebratissima Crociata de’ Cristiani formata sul fine del secolo XI per liberar Gerusalemme dalle mani de’ Saraceni, e continuata dipoi per due secoli. Innumerabili Cristiani allora raccolti da tutta l’Europa impresero per divozione il viaggio a quella volta la maggior parte per mare. A trasportarli colà erano pronti colle lor navi i Veneziani, Pisani e Genovesi, che da questo nolo ricavavano immensa quantità d’oro e d’argento. In oltre unendo essi le lor armi co’ Cristiani divenuti possessori del Regno di Gerusalemme contro l’empia nazione de’ Saraceni, non solamente soleano riportare a casa ricche spoglie e prede, ma eziandio si procacciarono molti diritti, castella e città in Oriente, che assaissimo servirono ad ampliare il negozio della loro mercatura. Veggansi gli Annali Veneti del Dandolo, i Genovesi di Caffaro, e quei di Pisa, da me pubblicati nella Raccolta Rer. Ital. Ho io qui dato alla luce alcuni documenti tratti dall’archivio della Primaziale di Pisa, non poco utili per la storia orientale de’ Cristiani. Cioè un privilegio di Tancredi celebre principe d’Antiochia, in cui promette nell’anno 1108 un sito nella città di Laodicea, potendola conquistare, e una contrada nella città d’Antiochia. Un altro del medesimo anno, con cui effettivamente concede loro una contrada nella suddetta conquistata città di Laodicea, ed esenzione e libertà a tutte le loro navi. Di grandi preparamenti fece nell’anno 1169 Amalrico re di Gerusalemme contra de’ Saraceni; e per impegnar le forze de’ Pisani in aiuto suo, con suo privilegio promise loro quanto chiesero di esenzioni, stabili ed altri diritti per totam terram, quam mihi Deus dederit in Ægypto, in Alexandria, et Damiata, et Temnis, in Babilonia, ec. Ma egli fece vanamente i conti sulla pelle dell’orso. Così molte altre immunità ed acquisti si procacciarono i Pisani nell’anno 1170 da Boamondo III principe d’Antiochia, figlio di Raimondo principe, e di Urgellosa sua moglie, come consta dal suo diploma da me dato alla luce. Similmente nell’anno 1182 si vede un privilegio di Baldovino IV re di Gerusalemme, in cui dona ai Pisani una piazza nella città di Achon, già Tolemaide. In oltre Raimondo conte di Tripoli nell’anno 1187 concedette al Comune di Pisa ogni esenzione delle merci in quella sua città. Trovavasi nella città di Tiro la Compagnia degli Umili, cioè di alcuni mercatanti Pisani che quivi attendevano al traffico. Di somiglianti società e compagnie, spezialmente formate in Firenze, parla sovente Giovanni Villani. Ora avendo i Saraceni con fiero e lungo assedio stretta quella città, con quante forze e spese poterono, assisterono i Pisani al valoroso Corrado, figlio celebre di Guglielmo marchese di Monferrato, il quale con incredibil bravura difese e sostenne quella città, per questo e per altre sue gloriose imprese sommamente lodato da Sicardo vescovo di Cremona, e da Bernardo Tesoriere nelle lor Croniche da me pubblicate nel tomo VII Rer. Ital. Esercitò dunque esso Corrado la sua gratitudine verso i Pisani col concedere ad essi in Tiro e suo distretto molti diritti e casali, come apparisce dal suo privilegio dato nel 1188. Nel susseguente anno 1189 anche Guido re di Gerusalemme con suo diploma confermò ed accrebbe tutti i diritti e privilegi che i Pisani godevano nella città e territorio di Tiro. Quivi più volte è nominato Fundacum Pisanorum. Il Menagio spiega questa parola con dire Bottega di Drappi. Altro non vuol essa dire, se non Magazzino. Ho parimente pubblicato un diploma del sopra lodato Corrado principe di Tiro, figlio del marchese di Monferrato e d’Isabella, quondam Illustris Amalrici Begis Jerosolymitani filia, dato nel 1191 in confirmazione di tutti i privilegi del popolo Pisano. Finalmente ho prodotto un documento dell’anno 1216, in cui Rapinus Dei gratia princeps Antiochiae, Raimundi principis fillus, voluntate et consensu Dominae Heluisae uxoris meae principissae, nec non et Domini Leonis illustrissimi Regis Armeniae avuneculi mei, et rogatu piissimi Domini Hugonis illustris Regis Cipri, mei sororii, concede nuovi diritti e conferma i vecchi alla nazione Pisana. Più largamente ancora sì colla forza delle lor armi, come per lo studio della mercatura, dilatarono la lor potenza e nome in Levante. Ho io portato il diploma di Baldovino II re di Gerusalemtne, dato nel 1130, in cui sono confermati tutti i privilegj e diritti de’ Veneziani nel di lui Regno. Già s’è detto che v’erano leggi e consuetudini della mercatura marittima. A questo proposito ho io addotto un documento dell’anno 1190, dal quale apparisce qual fosse l’uffizio del Cintraco, o sia Precone della città di Genova, e quali onori e benefizj egli godesse. E questo sia detto della mercatura de’ secoli barbarici.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011