Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXIX

Degli Spettacoli e Giuochi pubblici de’ secoli di mezzo.

Qual pubblici giuochi e spettacoli magnifici si dessero al popolo d’Italia dopo la declinazione del Romano Imperio, e prima dell’anno millesimo della nostra Era, poco si può conoscere, perché non restano se non pochi pezzi della Storia di que’ tempi. Oltre di che si può sospettare che i popoli di allora allevati nella barbarie, o, per meglio dire, nella semplicità, non sapessero o non curassero que’ diletti e divertimenti che una volta i Greci e Romani con tanta profusion di danaro praticarono, e con tanto studio e concorso il popolo correva a godere. Eccettuo io sempre Teodorico, quell’inclito re dei Goti, il quale benché barbaro di nazione, pure portava in cuore un animo Romano, e per quanto potè imitò i costumi de’ Romani. Negli Estratti pubblicati da Adriano Valesio in fine della Storia di Ammiano Marcellino, noi impariamo, aver egli dato per divertimento del popolo ludos Circensium, et Amphiteatrum, ut etiam a Romanis Trajanus, vel Valentinianus, quorum tempora sectatus est, appellaretur. Più sotto vien detto che a guisa di un trionfatore egli entrò in Roma, e diede a quel popolo un congiario, cioè centum viginti millia modios di grano. Parimente Cassiodoro (lib. III, epist. LI) attesta che Teodorico gran cura si prese de’ giuochi circensi, per dar piacere al popolo, assueto a somiglianti spettacoli, tuttoché egli punto non gli approvasse (Vedi sopra anche la Dissertazione XXIII de’ Costumi degli italiani, dove s’è parlato di questo insigne principe). Alla riserva de’ giuochi militari, de’ quali si dilettava forte la nazione de’ Longobardi, da che si fu impadronita della maggior parte d’Italia, altri indarno se ne troveranno in quella gente. Sotto i Re Augusti Franchi bensì l’Italia vide talvolta qualche magnifico spettacolo. Reginone, l’Annalista Sassone, Mariano Scoto, ed altri Cronologi all’anno di Cristo 877 riferiscono le nozze di Bosone duca e di Ermengarde figlia di Lodovico II Augusto, celebrate in Pavia tanto apparata, tanta que ludorum magnificentia, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Ma in che consisterono questi giuochi? La Storia non ne dice parola. Verisimilmente furono giuochi militari per la maggior parte. Sappiamo da Ennodio nel Panegirico del re Teodorico, che questo principe, affinché i soldati e la gioventù non s’avvezzassero all’ozio, istituì alcuni finti combattimenti, co’ quali si teneva in esercizio la loro bravura, e si dava al popolo un gustoso spettacolo. Pubem (così egli dice al medesimo Re) indomitam sub oculis tuis inter bona tranquillitatis facis bella proludere, ec. Implent actionem fortium; agitur vice spectaculi, quod sequenti tempore poterit satis esse virtuti. Dum amentis puerilibus hastilia lenta torquentur; dum arcus quotidianae capitum neces diriguntur, urbis (cioè di Pavia) omne pomoerium simulacro congressionis atteritur. Agit figura certaminum, ne cum periculo vero nascantur. Perciò scrisse Olao Magno (lib. I, cap. 2 Hist.) che gli antichi Goti ebbero per costume il dare publica spectacula; e possiamo conietturare che un pari studio non mancasse ai Longobardi e Franchi, allorché regnarono in Italia. Presso l’Anonimo Poeta (de Laud. Berengarii Augusti, lib. II) no’ leggiamo:

.....quingentaque robora belli,

Eduxit patriis horrentia viribus, atque

Francigenis olim duris exercita ludis.

Questi giuochi dovettero essere non semplici giuochi, ma finte battaglie. Ci fa anche sapere l’Aulico Ticinerse (tomo XI Rer. Ital.) che i Pavesi sul principio del secolo XIV, in cui egli scriveva, continuavano tuttavia ad esercitarsi in sì fatte pugne, per rendersi più abili esperti nelle vere. Battagliole si chiamavano queste zuffe, descritte da lui nel cap. 13 colle seguenti parole: Ut autem a pueritia melius doceantur ad bellum, singulis diebus dominicis atque festis, ec., quaedam spectacula faciunt, quae battaliolae, sed Latine convenientius bellicula nuncupantur. Dividunt enim civitatem in partes duas, quarum uquaeque multas societates, sive cohortes habet. Pugnant autem invicem ligneis armis, aliquando simul omnes, aliquando duo seorsim, se per occursum a longe clypeis ferientes, alterutri obviando. Habent enim in capitibus galeas ligneas, quas cistas vocant, pannis et mollibus interius exteriusque partitas, habentes in superficie decisa vel depicta suae societatis insignia, et ante faciem cratem ferream circumflexam , ec. Ebbero anche i Romani in uso clavas et gladios igneos per esercizio de’ giovani. Costumavano ancora scuta de vimine in modum cratium corrotundata; e armati con essi si addestravano a scagliare il palo. Di ciò parla Vegezio (lib. I, cap. II), e da lui si può credere che imparassero gli uomini de’ secoli posteriori: il che sia detto di passaggio.

Aveano anche i Ravennati anticamente un’altra specie di battaglie civili, ma che talora divennero spettacoli funesti e crudeli. Il fatto è raccontato da Agnello, scrittore del secolo IX, nelle Vite degli Arcivescovi di Ravenna (tomo II, par. I Rer. Ital.) dove tratta di Damiano arcivescovo XXXVI. Cioè ivi s’era introdotto il costume che in quasi tutti i dì di festa fuori della città una parte del popolo contro l’altra faceano una finta battaglia, che poscia un giorno degenerò in una strage e carneficina. Die omni dominico (così egli scrive) vel Apostolarum die, Ravennenses cives, non solum illustres, sed homines diversae aetatis, juvenes et ephoebi, mediocres et parvuli, promiscui sexus, per diversas portas aggregatim egredientes ad pugnam procedunt. Deliri et insani, quando sine caussa se morti subjiciunt. Contingit eo tempore (cioè circa l’anno DCXC) ut Tiguriensis Porta iniret certamen cum Posterula, quae vocatur Summus Vicus, juxta fossam Lamisem. Qui ingressi in prima fronte, a fundibulariis insecuti, terga Posterulenses dederunt. Tigurienses vero eos insequentes multa straverunt corpora, et venerunt ad praedictam Posterulam, minaverunt residuum infra, et confregerunt molchos et serras, et cum victoria in suas reversi sunt domos. Peggio poscia seguì, siccome si può vedere presso il suddetto Agnello. Forse non s’ingannerà à chi vorrà sospettare che quelle gare civili fossero, se non procurate, almen volentieri tollerate nel popolo di Ravenna dai Greci, allora quivi dominanti, acciocché più facilmente con tal discordia si assicurassero la lor signoria: la qual arte fu poi praticata da altri in Italia. Verisimile è ancora che l’altre città d’Italia in que’ tempi bellicosi usassero le stesse finte battaglie per assuefare il popolo loro all’arte e alle fatiche della vera milizia. In una carta Modenese dell’anno 1187 si vede che fuori della città v’era Pratum de Battaglia. A questo si può ragionevolmente credere che fosse imposto un tal nome, perché ivi si esercitasse la gente nel mestiere dell’armi. Anche in Novara, per attestato di Pietro Azario (tomo XVI Rer. Ital.), fu un somigliante luogo per questi combattimenti. Né priva ne fu la città di Milano. Galvano Fiamma, che circa il 1330 scrisse il Manipulus Florum, così ne discorre al cap. 25. Extra muros civitatis (cioè di Milano) erat Brolium magnum, ubi juvenes in armis et pugnis diversis, exercitationis caussa, conveniebant. Poscia aggiugne: Ex alia parte urbis ex opposito, ubi dicitur Sancta Maria ad Circalum, erat Hippodromum Circi, ubi equestres milites sua hastiludia peragebant more Romano. Aggiungasi l’altro Anonimo Scrittore Milanese, il quale nella Cronica presso di me scritta a penna così de Spectaculo civitatis Mediolani parlò: Spectaculum erat quoddam magnum spatium, ubi pueri de Mediolano certis diebus conveniebant ad diversos ludos peragendos, qui fiebant pluribus modis, aut de arcubus sagittes emittendo, vel hastas pondere librato jaciendo, vel laterum complexu se prosternendo, vel saltu longiori seu altiori prosiliendo. Est iste locus, ubi nunc est Pratum Communis. Fu pubblicata dai PP. Gesuiti di Anversa nell’Acta Sanctorum al dì 21 di maggio la Vita di San Pietro Patenzo, il quale nell’anno 1199 nella città di Orvieto ucciso dai Manichei acquistò la palma del martirio. L’Autore contemporaneo così scrive di lui: Prohibuit Urbevetanos in Carnisprivio a bellorum conflictibus abstinere, quia cotempore sub ludi occasione multa consueverant homicidia perpetrare. Così San Bernardino (come si raccoglie dalla sua Vita scritta da un Autore di quel tempo): radicitus evertit lusum, qui Perusii inter cives vetusto consuetudine vigebat, cum scutis et clava. Vedi eziamdio le Annotazioni del Benvoglienti alla Cronica Sanese nel tomo XV Rer. Ital. pag. 42, da cui imparerai che nell’anno 1291 nella città di Siena oltre al dovere si scaldarono gli animi delle due fazioni popolari nel farsi la battaglia all’Elmora; di modo che per questo si levò via, che non si giocasse con battaglia di pertiche né di sassi; ma che si giocasse alla pugna per meno scandalo. E così fu il principio del giuoco della pugna in Siena, e levossi via l’altre battaglie. Quello ch’io ora scrivo de’ secoli posteriori, forse trasse la sua origine da una maggiore antichità. Perciocché oltre all’antico esempio del popolo Ravegnano, si truovo menzione di queste pericolose battaglie anche nel secolo quinto della nostra Era. Odi Santo Agostino, che così scrive nel lib. IV, cap. 53 de Doctr. Christiana. – Quum apud Caesarem Mauritaniae populo dissuaderem pugnam civilem, vel potius quam civilem, quam Catervam vocabant: neque enim cives tantummodo, verum etiam propinqui, fratres, postremo parentes, ac filii, lapidibus inter se in duas partes divisi, per aliquot dies continuos certo tempore anni sollemniter dimicabant, et quisque ut quemque poterat occidebat: egi quidem granditer, quantum potui, ut tam crudele et inveteratum malum de cordibus et moribus eorum evellerem, ec. Così Santo Agostino circa l’anno 426, le cui parole abbastanza fanno conoscere qual forza abbia un invecchiata consuetudine, tale che animali dotati di ragione non avvertano di lasciarsi trasportare all’ultima pazzia.

Furono in oltre uno spettacolo favorito de’ secoli barbarici i duelli, de’ quali parlerò nella Dissertaztone XXXIX, del Duello. Questi si facevano in pubblico; né solo vi concorreva il popolo tutto per mirare quest’empia pruova, un anche gli stessi Re ed Imperadori, quando si trattava di Nobili vegnenti a questa detestabil battaglia. Sino al secolo XVI durò l’uso de’ duelli, e ne sono assai noti gli esempli. Quel più tosto che si dee avvertire, si è che non furono ignoti a’ Greci e Romani, come si può vedere in Vergilio; e presero poi il primo luogo fra i pubblici giuochi quelle finte battaglie che tornei, o torneamenti e giostre tuttavia si chiamano in Italia. Il dottissimo Du-Cange tanto nel Glossario Latino, che nella Dissertazione VII a Joinvilla, eruditamente secondo il suo solito cercando l’origine de’ tornei, l’attribuisce ai Franzesi, e con particolar titolo a Guaufredo II signore di Prulì, il quale, per attestato della Cronica Turonense all’anno 1066, gl’inventò. Certamente la stessa parola Torneamento, tratta da tourner, conferma tale opinione, oltre a Matteo Paris, che all’anno 1179 chiamò essi tornei conflictus Gallicos. Ottone Frisingense nel libro I, cap. 17 de Gest. Frid. nomina Tyrocinium, cioè della milizia, quod vulgo nunc Turniamentum dicitur. Quello che facevano una volta i soldati Romani in tempo di pace, e ciò che poco fa abbiam veduto del re Teodorico, pare che sieno stati un abbozzo di questi militari giuochi, i quali si fanno da schiere di cavalieri armati, che formano varj giri co’ lor cavalli e si feriscono con lancie e spade spuntate ed ottuse. Tuttavia anche con armi alle volte aguzze, e a guisa in certa maniera di nemici, si facevano tali giuochi; così che non finiva quasi mai la faccenda, che col sollazzo quasi sempre s’intrecciava la morte di qualche persona nobile: giacché solamente dai Nobili si facevano questi giuochi. Perciò nel Concilio Lateranense II Ecumenico dall’anno 1139, al canone 14; in quello di Rems del 1148, al canone 12, e in molti altri Concilj furono di mano in mano proibiti tutti i tornei, cioè quelli da’ quali potea provenire la morte di uomini. Ma indarno si opposero a tal costume i sacri Canoni, perché sì alte radici avea esso fatte, che non si potè sradicare. Anzi l’addottarono i circonvicini popoli, quasi mezzo proprio per far conoscere la loro destrezza e bravura. In che tempo s’intrometessero in Italia i tornei, è cosa incerta. Fors’anche furono in uso fra noi molto prima di quel che si credano gli Scrittori Franzesi. Lorenzo Vernense o Veronese, che nell’anno MCXV scrisse il poema de Bello Baleaneo (tomo VI Rer. Ital.), loda colle seguenti parole Ugo Visconte Pisano.

At vice qui Comitis Pisana praesidet urbe

Hugo, militae cui praebent singula laudem,

Agmine qui toto vitam servavit honestam,

Hastarum ludis, et cursibus usus equorum,

Ac proponendo vincenti praemia cursu.

Benché questo si possa interpretare solamente di que’ giuochi che noi chiamiamo giostre, tuttavia non è inverisimile che vi si parli anche di tornei, al vedere unito insieme il giuoco delle lancie e il corso de’ cavalli. Nell’anno 1158, come racconta Radevico (lib. II, cap. 8 de Gest. Frid. Aug.) Cremonenses Placentinorum militiam ad certamen provocaverunt, quod modo vulgus Turneimentum vocant; ibique hinc inde aliqui sauciati, aliqui capti, quidam occisi sunt. Ma sopra tutto nel susseguente secolo si costumarono tali finte battaglie in Italia, da che Carlo I conte di Provenza nell’anno 1266 conquistò il Regno di Napoli e Sicilia. Incredibile era in questo Principe l’affetto a questi giuochi, e la perizia in essi; e con tali spettacoli gran piacere non solo procurava al suo popolo, ma anche ai Nobili Franzesi, che a lui concorrevano da ogni parte, per far pompa della lor prodezza in que’ sollazzi. Ma Lodovico re di Francia il Santo, e fratello d’esso Carlo, non vedea di buon occhio questi gran movimenti d’animi e d’armi; e però allorché si trattò di chiamare esso suo fratello all’acquisto delle Due Sicilie, riguardando ciò come proprio interesse, non solamente consentì alla di lui esaltazione, ma concorse anche volentieri a quella spesa. Di ciò parla Tolomeo da Lucca negli Annali Eccles. (tomo XI Rer. Ital.) con dire: in qua quidem facto adfuit favor Regis Francorum triplici de caussa, ut dictus Rex aliquando retulit, ec. Tertia caussa fuit quies sui Regni, quod perturbabat Carolus in torneamentis et aliis. Perciò a me sembra che spezialmente in que’ tempi fossero solennizzati in Italia somiglianti giuochi, e massimamente dai principi. Dante nel canto XXII dell’Inferno gli addita come cosa familiare nel principio del secolo XIV, scrivendo:

             .... E vidi gir gualdane,

Ferir tornïamenti e correr giostra.

Le quali parole Benvenuto da Imola, scrittore del secolo medesimo, nel Commento da me pubblicato in quest’Opera, illustra colle seguenti parole:

GUALDANE: idest Masinatas, brigatas in dicto tumultu Arretii. – FERIR TORNIMENTI. Hic considera quod aliqui glorificare volentes suam patriam, dicunt: Ista tornimenta et equisternia facta sunt arretii tempore Guidonis Tarlat de Petramala, qui vir valentissimus terram illam maxime exaltavit, et exornavit viris, viribus, muris et omni genere pulcro, sub quo multi viri militares exercebant e in istis rebus bellicis. Sed quidquid dicatur, istud est alienum ad proposito; quia dictus Episcopus magnificus non claruit tempore Auctoris, imo post ejus, non mortem. Nec dubito, si novisset gesta ejus non tacuisset omnino. Ideo dico quod Auctor non refert amplius dictum suum ad terat ridissi ista spectacula Florentiae, Bononiae, Ferrariae et alibi. Ecco dove spezialmente si praticavano sì fatti spettacoli. Anche Ferreto Vicentino nel lib. IV del Poema (tomo IX Rer. Ital.) dove espone le giovanili applicazioni di Can Grande della Scala, scrive che i medesimi si frequentavano anche in Verona.

Jam non hasta gratis, jam on puerilibus armis,

Aut vacua pugnare manu, simulacraque belli

Sumta javant, factaeque novis concursibus hastae,

Et galeae, validoque ensis collisus ab ictu,

Sive celer medris producis equiria campis,

  Agmen agnes equitum, ec.

Così in Italia da lungo tempo furono in uso i finti combattimenti di due cavalieri, vegnenti l’uno contro all’altro con cavallo e lancia in resta, e da noi chiamati Giostre. L’origine di questa voce la deduce dal Greco Tzostra il Salmasio nelle Note alla Storia Augusta. Ma, come osservò il Menagio nelle Origini della Lingua Italiana, Niceforo scrittore Greco chiaramente dichiarò che Giostra era parola Latina, cioè Italiana; laonde il Ferrari, e poscia lo stesso Menagio da giusta pugna la stimarono formata. Io amo più tosto di confessar la mia ignoranza, che di adottare etimologie sì poco verisimili. E quando pur volessi dirne qualche cosa, dedurrei giostra da chiostro, che i Toscani chiamano chiostra, e i Lombardi ciostra, nome significante lo steccato in cui si faceano tali spettacoli, e che potè facilmente essere mutato in giostra. Massimamente nel secolo XIV furono in voga per Italia somiglianti giuochi. Il Cortusi (lib. IV, cap. 6 della Storia) descrivendo un pubblico giuoco, così scrivono: Ibi fuerunt dominae pulcherrimae, hastiludia et torneria; et breviter ad perfectum gaudiam nihil defecit. In oltre nel lib. V, cap. 7: Fuerunt etiam hastiludia, giostrae, torneria, et omnia salatia cogitata: dove sembra insinuare che le giostre fossero cose diverse dagli hastiludii. Anche il giuoco della quintana noto fu in que’ tempi, trovandosene menzione presso Roberto dal Monte nel lib. III della Storia Gerosolimitana, e presso Matteo Paris all’anno 1253, e nel Dittamondo di Fazio degli Uberti Fiorentino (Veggasi il Du-Cange nella Dissertazione VII a Joinvilla). Un altro giuoco militare si praticava una volta dagl’Italiani, chiamato Bagordare ed Armeggiare. il suo principale istituto consisteva in questo, che i giovani, quasi sempre nobili, a cavallo con divisa simile, e d’armi eguali magnificamente guerniti, o faceano mostra del loro valore per la città, fingendo battaglie fra loro; o andando all’incontro di qualche principe, il precedevano poi nel cammino con far delle scappate di cavalli, e mostrando di combattere fra loro con lancie e spade. Se ne desideri un ritratto, l’avrai da Saba Malaspina nel tomo VIII Rer. Ital., il quale nel lib. II, cap. 17 descrive l’inaspettato arrivo a Roma di Carlo conte di Provenza, destinato Re di Sicilia nell’anno 1265, e gli onori a lui fatti dal popolo Romano. Quilibet (dic’egli) Nobilis secundum suarum facultatum potentiam, secum quorumdam equitum comitivam signanter induit ad ludendum; et omnes excipiunt plausu pavidos, gaudentqne videntes Francigenae. Postquam omnes laeti Francos, oculosque suorum lustravere in equis; signum clamore paratis dabat militiae praecursor. Ceteri discurrebant pares; et alterni agmina sobolebant deductis choris; ruralesque vocati convertere vias, hastas e contra ferebant. Inde alios cursus, aliosque recursus alternos spatiis frequentabant; nec alternos cessabant orbes orbibus impedire. Nec terga fitgae nudant. Nunc certuni hostilia (leggo hastilia) inoffensi. Ac sicut labyrinthus quondam, velut fertur, in alta Creta caecis parietibus habuit textum (o tectum) iter et ejam ancipitem mille dolis: non aliter Romaria girata vestigia cursu impediunt pluries repetito. Hunc autem morem cursus Ascanibus, quum muris cingeret Albam, priscos Latinos edocuit celebrare. Anche Giovanni Villani ed altri Storici vecchi fecero menzione di sì fatti bagordi.

Nello stesso secolo XIII la Storia d’Italia ci fa vedere spettacoli d’altra fatta. Da Rolandino Padovano, nel lib. I, cap. 10 della sua Cronica all’anno 1208 vien descritto magnus ludus factus in Prato Vallis. Et omnes contratae de Padua, singulae videlicet ad unum et idem signum vestimentorum (A UNA STESSA DIVISA si diceva in volgare) se novis vestibus innovarunt. Et tunc in praedicto loco de Prato dominae cum militibus, cum nobilibus populares, senes cum junioribus, in magnis solatiis existentes in Festo Pentecostes, et ante et post plures dies, cantantes et psallentes, tantam ostendebant laetitiam, quasi omnes fratres ec. Qual cosa singolare si facesse in que’ sollazzi, nol dice Rolandino. Ma nel medesimo libro al cap. più accuratamente descrive uno spettacolo fatto in Trivigi nell’anno 1214. Fuit autem hujuscemodi Curia, sive ludus. Factum est enim lubricum quoddam castrum, in qua positae sunt dominae cum virginibus, sive domicellabus et servitricibus earundem, quae sine alicujus viri auxilio castrum prudentissime defenderent (M’immagino io che con tale aspetto volessero disegnare il castello dell’Onestà). Fuit autem castrum talibus munitionibus undique praemunitum, scilicet variis, gryseis et cendatis, purpuris, samitis et riceltis scarletis et baldachinis et armerinis. Quid de coronis aureis dicam cum grysolitis et hyacinthis, topaziis et smaragdis, pyropis et margaritis, omnisque generis ornamentis, quibus dominarum capita tuta forent ab impetu pugnatorum? Ipsum qua que Castrum debuit expugnari, et expugnatum fuit hujuscemodi telis et instrumentis, pomis, dactylis et muscatis, tortellis, pyris et cotanis, rosis, liliis et violis, similiter ampullis balsami, ec. A questo spettacolo corsero a gara i Veneziani, Padovani, ed altri popoli confinanti, ciascuno colle loro bandiere. Ma quello che fra i giuochi degl’Italiani fu in maggior credito e più familiare; si è il curiam habere, che noi diciamo tener corte. S’incontra ancora tener corte bandita, il che si facea col mandare un bando o pubblico invito per li vicini paesi, che serviva di tromba per trarre colà anche i principi, non che la nobiltà straniera. Eccellino da Romano presso il suddetto Rolandino (libro II, cap. 14) accennò una corte tenuta in Venezia nell’anno 1206 colle seguenti parole: Erat constituta curia quaedam caussa solatii Venetiis, ubi fuit Azo Marchio (d’Este) pater Marchionis, et alii de Marchia nobiles et potentes. Quam curiam pater meus honorare desiderans, habuit undecim milites, et ipse extitit duodenus; quorum omnia similia fuerunt vestimenta, in re una solummodo discrepantia: quod scilicet mantatura patris mei fuit de armerinis, sed aliorum de pretiosis varis Sclavoniae, ec. Ciò che in quella corte si facesse, lo tralascia Rolandino. Nulladimeno si sa che l’uso era di far giuochi militari, cioè giostre, tornei ed altre finte battaglie, magnifici conviti e balli, condurre schiere di cavalieri ornati colla stessa divisa, far corse di cavalli, e simili altri pubblici divertimenti con incredibil magnificenza ed apparato di addobbi. Per lo più nel palazzo era preparata la mensa per tutta la nobiltà forestiera. Allorché Bonifazio marchese e duca di Toscana celebrò le nozze con Beatrice figlia di Federigo duca di Lorena, cioè circa l’anno 1039, splendida ben fu quella funzione, come narra Donizone nel libro 1, cap. 9 della Vita di Matilda loro figlia. Ecco le sue parole:

.... Qui Dux cum pergeret illo,

Ornatus magnos secum tulit, atque caballos,

Sub pedibus chalibem non ponere solum,

Jtusserat, argentum sed ponere, sit quasi ferrum:

Esse repercussum clavum voltat quoque nullum,

Ex hoc ai gentes possent reperire quis esset.

Aggiugne più sotto:

Per menses ternos fiunt convivia: vero

Non ibi pigmenta tritantur, sed quasi spelta

Ad cursum lymphae molendinantur ibidem.

Gurgite de putei potus trahiturque Lyaei;

Ex alia puteo refluebat potio: vero

Situla pendebat ex argentove catena,

Cum quibus hauritur dulcissima potio, vinum:

Obbas vel lances ad mensam fert equus, atque

Argento splendent, auro quoque vascula mensae, ec.

Particolarmente poi questi magnifici sollazzi ed allegrie si soleano praticare, allorché alcuno de’ principi menava moglie, o era ammesso al cingolo militare, o sia creato cavaliere. In così solenne occasione costume fu di creare altri nuovi cavalieri. Nella Cronica Estense (tomo XV Rer. Ital.) all’anno 1295, o più tosto 1294, Azzo Marchio Estensis, Ferrariae, Mutinae, Regii, ec., Dominus, factus fuit miles per Dominum Girardum de Camino, qui tunc Dominus erat civitatis Trivixii, super Platea Communis Ferrariae ante portam Episcopatus. Et magna curia tunc fuit in Ferraria. Vedesi narrata questa medesima funzione dall’Autore della Cronica di Parma (tomo IX Rer. Ital.) all’anno 1294 colle seguenti parole: In festivitate omnium Sanctorum Dominus Azo Marchio Esterisis, una cum Domino Franceschino fratre suo, congregavit in civitate Ferrariae maximam et honorabilem curiam omnium Procerum civitatum Lombardiae de amicis suis. In qua curia factus fuit miles cum praedicto fratre suo per Dominum Gerardum de Camino Dominum Tervisii, ec. Non fu minore la magnificenza con cui Can Grande della Scala nell’anno 1328 tenne corte bandita. Poco fa aveva egli aggiunto al suo dominio la splendida città di Padova, e per solennizzare un sì felice avvenimento concertò quella magnifica funzione, e in tal congiuntura creò di sua mano molti cavalieri. Che continuò la Cronica di Paris da Cereta (tomo VIII Rer. Ital.) così parla di Cane: Ad gloriam ampliorem de obtentu et vitalis Paduae, ultimo octobris in Verona maximum gaudium et curiam celebravit; et creavit triginta octo manu sua (milites ) de diversis partibus Lombardiae, et daravit festum per unum mensem in civitate et palatio Veronae. Ne abbiamo anche la testimonianza de’ Cortusi (lib. IV, cap. 6) colle seguenti parole: Dominus Canis gaudium voluit esse solenne, et multis Nobilibus donavit honorem militiae, quos ornavit vestibus aureis et purpureis, aureis cingulis, destreriis et pulcherrimis palafrenis. Ad hoc gaudium convenerunt de diversis partibus Histriones universae nationis; et omnibss donis et ex pensis Dominus Canis voluit providere. Fra questi spettacoli popolari ve n’era di quelli che gran diletto recavano alla plebe, ma oggidì verrebbono accolti con riso dalle persone serie e savie. Nell’anno 1162 avendo Udelrico patriarca di Aquileia fatta un’invasione nel distretto della Repubblica Veneta, fu preso e condotto prigione con altri a Venezia. Ricuperò poi la libertà con obbligarsi di pagare ogni anno al Doge dodici porci grassi e dodici pani die mercurii Carnisprivii, cioè nell’ultimo mercordì del carnevale. Ob hoc (sono parole di Andrea Dandolo nella Cronica, tomo XII Rer. Ital.) reperitur statutum, ut annuatim die triumphi, assistente Duce et jubente, uni tauro et animalibus praedictis in platea capita amputentur. Deinde ut Dux in majori sala procedens coram populo cum baculis ferratis castra figuraliter condita dejiciat, ut eorum poena in animalibus figuraliter designata, et castrorum Patriarchae depressio in Castris ligneis exemplariter demonstrata, tanti triumphi posteris memoriam derelinquant. De occisis taliter animalibus Dux postea omnes et singulos de majori Consilio participes reddit, ut sicut in obtinenda victoria se periculis snbmiserunt, ita ea obtenta illam sibi sentiant fructuosam. Ma perciocché, per attestato del Sansovino (lib. X, cap. 273 della Descrizione di Venezia), tal funzione Sembrava aver del ridicolo, e non corrispondere alla dignità Veneta, conservata solamente la decollazione di un toro, il resto della funzione fu abolito sotto il doge Andrea Grillo. Perché movesse tale spettacolo il riso, l’abbiamo inteso dal Dandolo; perché sotto la figura del bue significavano di tagliar la testa del Patriarca, e sotto la figura dei dodici porci di decollare i dodici Canonici con esso lui fatti prigioni, e coi castelli di legno l’abbattimento delle castella de’ Magnati del Friuli. Né una volta si credeva disdicevole alla gravità del Doge e de’ Senatori il dar battaglia a quelle finte castelle. Odasi Marino Sanuto nella Storia Veneta (tomo XXII Rer. Ital.) all’anno 1156. Il Patriarca promise egli e i successori di non molestare mai più Grado, e di dare ogni anno al Doge e al Comune di Venezia per tributo nel giovedì grasso un toro grande con dodici porci, e dodici pani grandi di uno stato di farina l’uno, e certo vino. E fu decretato che ogni anno in tal memoria nel giovedì suddetto si faccia una festa sulla piazza di San Marco di caccia di toro, e si tagli la testa a’ detti porci, che significano i Calonaci predetti. Poi si vada in sala, la quale al presente si chiama de’ Signori di Notte. E il Doge con gli altri primi della città co’ brazolari in mano traggano contro alcuni, come castelli, tenuti in mano per gli scudieri del Doge, in segno della rovina de’ castellani della patria. Tamen detti brazolari al presente non si tirano più; ma il Patriarca manda quanto è notato di sopra, e si fa la caccia, ec. In quella stessa inclita città durò fino all’anno 1379 il costume che dodici donzelle nel primo giorno di maggio, superbamente vestite erano con gran pompa condotte per la città: la qual funzione si truova descritta dal suddetto Francesco Sansovino nel lib. XII della sua Opera. Nella Storia del poco fa addotto Marino Sanuto s’ha, che non vive vergini, ma statue di legno erano portate come in processione a’ tempi di Pietro Candiano doge. Così per avere i Bolognesi nell’anno 1281 presa per tradimento Faenza, e tagliati a pezzi o scacciati i Lambertacci, istituirono la festa della Porchetta, che tuttavia vien da loro osservata nel giorno di San Bartolomeo Apostolo, benché non lasci d’essere funzione ridicola.

Per conto delle corti bandite una volta celebrate, non si dee tacere che vi soleva intervenire immensa copia di cantambanchi, buffoni, ballerini da corda, musici, sotatori, giocatori, istrioni, ed altra simil gente, che coi lor giuochi e canzoni dì e notte divertivano grandi e piccioli in quelle occasioni: Giullari e Giocolari erano costoro appellati in Toscana e Joculares e Joculatores venivano chiamati da chi scriveva allora in Latino. Quello che può cagionar meraviglia, si è l’essere stata in tanta considerazione e fortuna la razza di questi fabbricieri di divertimenti, che non partivano mai se non ben regalati. Anzi il costume era che le vesti preziose donate a’ medesimi principi venivano poi distribuite a costoro. Imperciocché non solevano in que’ tempi intervenire i gran signori alle feste suddette o di nozze, o d’altre solenni corti ed allegrie, senza offerir qualche dono ai principi in attestato della loro amicizia od ossequio. Puoi leggere, se vuoi, quanto lasciò scritto Benvenuto Aliprando, disgraziato, ma veridico poeta dei suoi tempi, nella Cronica Mantovana da me data alla luce in quest’Opera, cioè nel lib. II, cap. 53, dove descrive la gran corte tenuta in Mantova nell’anno 1340, in cui i Gonzaghi quivi dominanti celbrarono alcuni lor maritaggi. Allora varj principi d’Italia e molti nobili, i nomi de’ quali si veggono annoverati, regalarono di varie preziose vesti essi Gonzaghi. Col nome di Robe erano disegnati varj vestiti d’allora. Altri offertirono generosi cavalli, altri de’ vasi d’argento, o pur delle gioie: cose tutte minutamente annoverate da quel plebeo Poeta; di maniera che non si può di meno di ammirare i costumi di allora si diversi dai nostri. Ma che diveniva di quelle tante vesti comperate sì caro, e delle quali a’ era fatta l’offerta? I principi di Mantova le diedero in dono ai musici e buffoni. Ecco le parole del suddetto Aliprando:

Tutte le robe sopra nominate

Furon in tutto trent’otto e trecento,

A buffoni e sonatori donate.

Scambievolmente ancora i Gonzaghi esercitarono la lor munificenza verso molti di que’ Nobili, come dice lo stesso Poeta, chiudendo con questi rozzi versi:

Otto giorni la corte si durare;

Torneri, giostre, bagordi facia,

Ballar, cantar e sonar facean fare.

Quattrocento sonator si dicia

Con buffoni alla corte si trovoe.

Roba e danari donar loro si facia.

Ciascun molto contento si chiamoe, ec.

Con qual magnificenza in quel medesimo secolo i Visconti, principi di Milano e di tant’altre città, tenessero corte bandita alle occasioni, in più d’un luogo lo racconta il Corio. Ma spezialmente si svegliò l’ammirazione di ognuno per la solenne pompa con cui si celebrarono le nozze di Leonetto figlio del Re d’inghilterra con Violante figlia di Galeazzo Visconte nell’anno 1368. Fecesi quella solennità in Milano con apparato mirabile, doni innumerabili, lusso, conviti e sollazzi tali, che niuno avea mai più veduto il simile. Ne fa la descrizione il Corio, e prima di lui la fece l’Autore Anonimo degli Annali Milanesi, da me dato alla luce nel tomo XVI Rer. Ital. Ma più diffusamente ne parla il suddetto Aliprando Mantovano nel cap. 49 del suo rozzo Poema, dicendo con isbaglio solennizzata quella magnifica finzione nell’anno 1366. Dice fra l’altre cose:

Fu fatta la detta corte in Milano;

Non se ne fece mai la somigliante.

Tralascio il resto, che non si può leggere senza stupore, per solamente dire quel che riguarda i sonatori, musici e buffoni: giacché a sì splendido spettacolo vi concorsero le squadre di quella professione. Ecco i suoi versi:

Messer Lionel colla sua compagnia

D’altri Baroni per farsesi onore

Robe cinquecento ai buffon dasìa.

Buffoni, zigolarti e sonatore

Per Galeazzo assai robe donate.

Bernabò lor fe’ dar danari ancore.

Costume ancora fu ben osservato in que’ tempi, che non vi fo quasi alcuna corte di principi anche saggi, dove non si trattenesse ben pagato qualche buffone, e talvolta più d’uno. Mira de’ gran signori era di ricrearsi dalle gravi cure colle facezie di costoro, ed anche di udire qualche verità ridendo, che niun altro avrebbe forse osato di porgere alle lor delicate orecchie. Nel processo di Bernabò Visconte (tomo XVI, pag. 795 Rer. Ital.) più volte si veggono rammentati gl’istrioni e buffoni di quel principe crudele. Rinomati ancora furono il Gonella ed altri buffoni, de’ quali si servirono i marchesi d’Este, signori di Ferrara, ec., e massimamente il duca Borso, ottimo e prudentissimo principe. Forte se ne dilettò anche Alfonso I re d’Aragona e delle Due Sicilie. Descrive Ricordano Malaspina il felice stato della Repubblica Fiorentina all’anno 1283 nel cap. 219 della sua Storia, scrivendo spezialmente che i nobili e potenti cittadini non attendevano ad altro, che a virtù e gentilezze. E attendeano per le Pasque a donare a uomini di corte e a’ buffoni molte robe e ornamenti. E di più parti, e di Lombardia, e d’altronde, e di tutta l’Italia, venivano alla detta Firenze i detti buffoni alle dette feste, e molto v’erano volentieri veduti. Avete udito uomini di corte? Questo nome fu dato a quelle facete e lepide persone, non perché tutti abitassero nelle corti de’ principi, ma perché intervenivano a tutte le solenni curie, chiamate corti in Italiano. Furono anche appellati ministrieri, quasi piccioli ministri de’ principi: il qual nome fu usato dagli storici Villani, e nel Vocabolario della Crusca spiegato con quello d’uomini di corti, i quali coi lor giuochi e facezie tenevano allegri i principi e la nobiltà. Nell’edizione fatta dai Giunti delle Storie di Giovanni Villani (lib. VII, cap. 88) si legge: Alla qual corte vennero di diverse parti e paesi molti gentili uomini di corte e giucolari; e furono ricevuti e provveduti onorevolmente. Ma quel gentili s’ha da cancellare, e leggere molti uomini di corte. Più sotto si ripete: Onde di Lombardia e di tutta l’Italia vi traevano buffoni, e bigerai, e uomini di corte. Nel codice MS. di cui mi son servito per far l’edizione di Giovanni Villani, non si legge Bigerai. M’immagino io che alcuno v’aggiugnesse questa parola, probabilmente tratta dalla lingua Franzese, che chiama bigarrè un uomo vestito di abiti di diverso colore, quali una volta solevano essere i buffoni (Vedi nella Dissertazione XXXIII qui sotto la voce Bizzarro). Ma siccome abbiamo dal suddetto Storico (lib. X, cap. 552), nell’anno 1330 fu pubblicato editto da’ Fiorentini più accorti degli altri: Che a corte de’ cavalieri, novelli non si potesse vestire per donare robe a’ buffoni, che in prima assai se ne donavano.

Ma in altre città si continuò l’uso di donar veste robe. Cola di Rienzo, tribuno di Roma, uomo fantastico, nel 1347 si fece crear Cavaliere. L’Anonimo Autore della Vita di lui al cap. 25 racconta che allora concorse a Roma la molta cavalleria di diverse nazioni di gente, Baroni, popolari, foresi, a pettorali di sonagli, vestiti di zendado con bandiere. Facevano grande festa; correvano giocando (che, come dissi, si appellava bagordare). Ora ne vengono buffoni senza fine. Poi nel cap. 27 descrivendo il magnifico convito del Tribuno, scrive: Mentre lo manucare si faceva, senza gli altri buffoni molti, fu uno vestito di cuoio di bue; le corna in capo avea: giocò e saltò.

Ecco di che sommamente si dilettassero gl’Italiani d’allora. Né differente fu il costume de’ Tedeschi e Franzesi di que’ tempi. Nell’anno 1356 Carlo IV Ausgusto nella città di Metz tenne una solenne corte, per testimonianza di Alberto da Argentina storico, dove Electores et Officiales, seu Ministeriales Imperii veniebant super equo usque ad mensam. Descendentes vero de equo coram mensa, histrionibus et mimis dabatur equus. Scrive parimente Conforto Pulce nella Storia di Vicenza, che fu 1382 tenuta una magnifica corte nelle nozze di Antonino dalla Scala principe di Verona, dove fuerunt plures quam ducenti histriones diversarum regionum, qui nova indumenta singuli perceperunt secundum dignitates, valoris ad minus decem ducatorum pro quoqua. Di lunga mano ancora prima di questi tempi il sopra lodato marchese Bonifazio nelle nozze con Beatrice di Lorena, cioè nell’anno mxxxix, mostrò un’insigne munificenza, dicendo fra l’altre cose Donizone, lib. I, cap. 9:

Timpana cum citharis, stivisque lyrisque sonant heic.

Ac dedit insignis Dux praemia maxima nimis.

Ora solamente mi sono accorto che questo passo avea bisogno di correzione. Cioè in vece di nimis s’ha da scrivere mimis; perché allora usavano i principi di regalar bene i giocolieri e buffoni. Lo richiede anche la prosodia, veggendosi altrove nimis breve presso quello Storico. Anzi in que’ medesimi tempi, per quanto narra l’Annalista Sassone pubblicato dall’Eccardo, avendo Arrigo II fra gli Augusti nell’anno 1045 (altri dicono nel 1043) condotta moglie Agnese figlia di Guglielmo principe Pictaviense, in quella occasione infinitam multitudinem histrionum et joculatorum sine cibo et muneribus vacuam et moerentem abire permisit. Lo stesso è narrato da Ottone vescovo di Frisinga nella Cronica colle seguenti parole: Quumque ex more regio nuptias Inglinheim celebraret, omne balatronum et histrionum collegium, quod, ut assolet, eo confluxerat, vacuum abire permisit, pauperibusque ea, quae membris Diaboli subtraxerat, large distribuit. Ne parla ancora Ermanno Contratto all’anno 1043 nella più copiosa edizione di quella Cronica. Le quali notizie ci guidano a conoscere che non già nel secolo XI, ma anche ne’ precedenti abbondava la razza di questi giocolieri, che tutti accorrevano alle solenni funzioni de’ principi, e ne riportavano gran copia di regali. Anche Rigordo (de Gest. Phil. Aug. ) all’anno 1185 attesta che costoro in Francia si vedevano in curiis Regum et Principum, ut ab eis aurum, argentum, equos, seu vestes extorquerent. Così i Genovesi, come abbiamo dai loro Annali (tomo VI Rer. Ital.), dopo avere nel 1227 soggiogati i Savonesi ed altri ribelli, mirabilem curiam tenuerunt, in qua innumerabilia indumentorum paria a Potestate et aliis nobilibus et honorabilibus viris fuerunt joculatoribus, qui de Lumbardia, Provincia, Tuscia et aliis partibus ad ipsam curiam convenerant, laudabiliter erogata, et convivia magna facta. Andò poscia all’eccesso questa usanza. Perciocché, come narrano molti Storici, nell’anno 1300 furono celebrate le nozze di Galeazzo Visconte e Beatrice Estense con tanta magnificenza e prodigalità, che di stupore si riempì tutta la Lombardia. Odasi il solo Guglielmo Ventura, autore contemporaneo, nella, Cronica d’Asti (tomo XI Rer. Ital.) che così scrive: Admirabiles nuptiae pro ea Mediolani factae sunt, ad quas invitati fuenunt omnes Lombardi; et ibi data fuerunt joculatoribus plusquam septem millia pannorum bonorum. Anche nelle Giunte alla Storia de’ Cortusi (lib. V, cap. 6) si veggono descritte le nozze di Marsilio da Carrara nell’anno 1335. Tunc Veronae fit curia generalis, ec. Nec deerat histrionum atque joculatorum maxima copia, ec. Facta sunt hastiludia, jostrae, torneria, et alia quaecunque virilia atque nobilia, quae sensu hominum excogitari potuerunt. Quae quidem decem diebus durante curia non cessarunt. Et Marsilius de Carraria Dominabus Paduanis multa jocalia condonavit, et joculatoribus multas vestes: quibus deficientibus, aurumn et argentum pro supplemento largitus est.

Però comprendiamo che per uno de’ principali pregi di quelle corti bandite veniva considerata la grande abbondanza dei giocolieri, talché se ne prendeva nota, e quanto maggiore ne era il numero, si riputava più solenne e più magnifico lo spettacoto. L’Autore della Cronica di Cesena (tomo XIV Rer. Ital.) all’anno 1324 ci fa sapere che in Rimini dai Malatesti principi tenuta fu un’insigne corte, a cui concorsero omnes Potentes de Tuscia, Marchia, Romandiola, et fere tota Lombardia, ec. Fuit etiam multitudo histrionum circa mille quingentos et ultra. Si può conietturare ancora che non mancassero a tali feste quei che dagli antichi furono appellati Cyclici Poetae. Imperciocché siccome presso gli antichi Galli i Bardi cantavano alla lira le imprese dei loro Regnanti e di altri insigni personaggi, tanto in guerra che alte mense, come scrive Diodoro nel lib. V, e si potrebbe mostrare praticato lo stesso dai Greci e Romani così presso i Barbari son da mettere nel catalogo de’ cantambanchi anche i poeti popolari; giacché d’essi non mancò giammai la razza, come anche oggidì si vede. La Canzone d’Orlando o sia Cantilena Rolandi fu spezialmente in uso: alla qual voce è da vedere il Du-Cange nel Glossario Latino. Pensa egli che questa solamente si usasse avanti le battaglie, per accendere gli animi de’ soldati coll’esempio degli antichi eroi alla bravura. Son in di parere che anche nelle piazze si cantassero le favolose imprese di Orlando. Nella Cronica MS. di Milano, che un certo Anonimo compilò da altre Croniche precedenti, è descritto l’antico teatro de’ Milanesi, super qua histriones cantabant, sicut modo cantantur de Rolando et Oliverio. Finito cantu, bufoni et mimi in citharis pulsabant, et decenti motu corporis se circumvolvebant. Presso il Ghirardacci nella Storia di Bologna all’anno 1288 è rammentato un decreto di quel Comune: Ut cantatores Francigenorum in plateis Communis ad cantandum omnino morari non possint. Colle quali parole sembra verisimile che sieno disegnati i cantatori delle favole romanze, che spezialmente dalla Francia erano portate in Italia. Quel che più è da osservare, queste cantilene in verso non furono invenzioni de’ secoli barbarici, ma dagli antichi secoli passarono di mano in mano ne’ susseguenti. Aristofane (in Avib.) parla di una veste da darsi ad un poeta, perché avea ben cantate le lodi di una città. Per testimonianza ancora di Marziale, in Roma si praticò di regalare i poeti con vesti nuove. E Santo Agostino (Tract. 100, cap. 2 in Johann.) scrive: donare res suas histrionibus vitium est immane, non virtus; et scitis de talibus, quam sit frequens fama cum laude. Usarono anche gli Arabi di regalare con somiglianti doni i loro poeti, animati a ciò dal loro falso profeta Maometto, il quale rimunerò col suo mantello il poeta Caabo. Forse da loro passò in Italia e Francia questo rito. Col nome di mimi ancora pare che fossero disegnati coloro che impararono dagli antichi d’imitare le azioni delle persone plebee per isvegliare il riso degli uditori, formando commedie per lo più nomi secondo le regole, ma con estemporaneo discorso. Però il Salmasio sopra Solino, cap. V, così scrive: Et sane quas hodie agunt et vocant Itali comoedias, mimi sunt et planipedes verius quam comoediae. Personas tantum habent ex comoedia. Non parla il Salmasio delle commedie regolatamente formate, delle quali una grandissima copia da due secoli in qua ha dato l’Italia come in un suo Trattato dell’origine delle Commedie in Franzese ha fatto vedere Luigi Riccoboni, celebre comico de’ nostri tempi sotto nome di Lelio; ma bensì di quelle buffonesche, le quali in parte colla maschera e con varj dialetti si fanno oggidì con lazzi e facezie talvolta insipide. Non è improbabile che mimi sì fatti e tali plebee commedie sieno fin dagli antichi tempi durate in Italia. Certamente S. Tommaso (2, 2, Quaest. 168, art. 3) abbastanza accenna che nell’età sua, cioè nel secolo XIII non mancavano gl’istrioni fra gl’Italiani, scrivendo: Eorum officium non esse secundum se illicitum, dummodo moderate ludo utantur, idest non utendo aliquibus illicitis verbis vel factis ad ludum. Da tanti altri antichi Scrittori fatta è menzione degl’istrioni. Faceano costoro in que’ tempi ciò che ne’ nostri vediam fatto da’ saltimbanchi, cantambanchi e simili, che rappresentano qualche pezzo di commedia nelle piazze. Alla questione mossa da San Tommaso pare che desse occasione Filippo Augusto re di Francia, il quale sul principio del secolo XIII cacciò dal suo Regno tutti gl’istrioni, come gente creduta perniciosa al pubblico. All’incontro attesta Ruggieri Hovedeno che Riccardo I re d’inghilterra de Regno Francorum cantores et joculatores muneribus illexerat, ut de illo canerent in plateis. Presso Papia gramatico de’ tempi barbari lo stesso furono scenicus, histrio, jocularis. Tal sorta di gente non v’è stato secolo che ne sia stato senza. Nell’anno di Cristo 791 Alcuino Albino nell’epist. 107 detestava spectacula et diabolica figmenta, con aggiugnere: Nescit homo, qui histriones, mimos et saltatores introducit in domum suam, quam magna eos immundorum sequitur turba Spirituum. Così nel Concilio Cabilonense II dell’anno 813 è fatta menzione histrionum, sive scurrarum, et turpium seu obscoenorum jocorum. Anche Agobardo arcivescovo di Lione nel lib. de Dispens. circa l’anno 836 così scrive: Inebriat histriones, mimos, turpissimosque et vanissimos joculatores, quum pauperes Ecclesiae fame discruciati intereant.

Che né pure mancassero mai all’Italia poeti popolari, può apparire da quanto lasciò scritto l’Autore Anonimo della Cronica della Novalesa, lib. V, cap. 10 (par. II, tomo II Rer. Ital.). Contingit (dic’ egli) joculatorem ex Longobardorum gente ad Carolum (cioè al Magno nell’amino 774) venire, et cantiunculam a se compositam de eadeim re rotundo in conspectu suorum cantare. Adunque sotto nome di giocolieri venivano una volta compresi anche questi cantanti per le piazze. Similmente niun età vi fu, che non avesse saltimbanchi, cantimbanchi, ciarlatani, cerretani, ec. Negli Statuti di Milano (parte II, cap. 433) fra gli altri sono annoverati e proibiti Avantatores Corregiolae, Pulvereae, dantes gratiam Sancti Pauli, aut Sanctae Apolloniae, aut praedicantes Brevia pro febribus. Molto scuro è ciò che qui si dice dei Vantatori della Corregiola e Polverea. Qualche barlume possono prestarci gli Statuti di Cremona, nei quali alla Rubr. 181 si legge: Si quis Avertator (in vece di Avantator) repertus fuerit ludere ad Corezolam, vel Polverellam, condemnetur in solidis viginti Imperialium. Adunque la corregiola e la polverella doveano essere due differenti giuochi, che dai furbi erano proposti all’incauta plebe, per ismugnere con facilità dagli sconsigliati, che osavano di giocare, il danaro. In Toscana Correggiuolo altro non è che il Crogiuolo, o Crociuolo; e v’ha de’ ciurmadori che con tre bussolotti fingendo di nascondere sotto l’un di essi un bottone, tirano alla trappola i goffi villani. Ma presso i Lombardi corregiola è un diminutivo di correggia. Un proverbio recato da Orlando Pescetti dice: Fare alla scorreggiuola; o ch’ella è dentro, o ch’ella è fuora. E qui mi sovviene cio che lessi in Quintiliano (lib. X, Capit. 7 Istit. Orat.): Quo constant miracula illa in scaenis Pilariorum et Ventilatorum, ut ea quae emiserint, ultro venire in manus credas, et quae jubentur, decurrere. Questo era far giuochi di mano, come anche oggidì. Talvolta ancora si veggono questi giocolieri menare attorno orsi ben istruiti a qualche giuoco, o a ballare. V’ha un bel passo d’Hincmaro arcivescovo di Rems, il quale nel secolo IX scrivendo a’ suoi preti un Capitolare, al cap. 14 dice: Nec plantus et risus inconditos, et fabulas inanes ibi referre aut cantare praesumat. Nec turpia joca cum urso aut tornatricibus ante se facere permittat. Le femmine tornatrici erano le ballerine. Somiglianti bagattelle sono accennate da Alberico monaco delle tre Fontane nella Cronica pubblicata dal Leibnizio. Rapporta egli le nozze di Roberto fratello del Re di Francia all’anno 1237, fra l’altre cose dicendo: Et illi, qui dicuntur Ministelli (ch’ è lo stesso che Ministrieri, della qual voce s’è anche parlato di sopra in spectaculo vanitatis multa ibi fecerunt, sicut ille, qui in equo super chordam in aere equitavit; et sicut illi, qui duos boves de scarlata vestitos equitabant, cornicantes ad singula fercula, quae apponebantur Regi in mensa. Quel cavallo probabilmente era finto. Perché coloro che a guisa degli antichi Satiri vestiti ballavano, furono appellati Satirici da alcuni.

Il nome di Cerretani, secondo l’opinione di Celio Rodigino e di Leandro Alberti e d’altri, ebbe origine da Cerreto, terra del Ducato di Spoleti, perché di là gran copia di ciarlatani solea uscire. Verisimile è il loro sentimento. Quanto al nome di Ciarlatani, se vogliam credere al Menagio nel libro nell’Origine della Lingua Italiana, si formò da Circulus in questa maniera: Circulus, Circulo, Circulonis, Circulone, Cirlone, Ciarlone. Inezie son queste. Da Circulare noi abbiamo cavato Cerchiare, e non già Ciarlare. Da quest’ultimo, significante un gran parlatore, nacque Ciarlatano. Ma onde Ciarla sia venuto, e Ciarlare, non l’ho potuto finora scoprire; se non che m’è passato per mente, se mai dal nome Franzese di Carlo Magno, cioè da Charles, fosse derivato Ciarlare per significare un racconto delle imprese di quel celebre Monarca. Imperocché una volta le canzoni e i romanzi, che si cantavano nelle piazze e alle tavole de’ signori da’ ciarlatani, consistevano nelle favolose azioni di esso Carlo Magno e de’ suoi Paladini. Di là potè nascere la voce Ciarleria, di cui s'è servito Fra Giacopone da Todi, uno de’ più antichi scrittori della lingua Italiana, per significare racconti di cose da nulla. Questo medesimo vuol dire Ciarlare, cioè dar piacere al popolo col cantar fole, per trarre danaro con questo allettamento dalla borsa degli uditori. Ciò mi rimette alla memoria quanto lessi in un’Operetta MS., esistente nella Biblioteca Ambrosiana, composta col titolo di Dialogus Veritatis da Maffeo Vegio da Lodi, autore celebre per la sua erudizione nel secolo XV. Ivi la discorrono fra loro la Verità e un Filosofo. Pretende essa di non poter trovar luogo fra i mortali; e in pruova di questo rapporta quanto le è avvenuto apud circulutores, histriones, alchimistas, philosophos, judices, negotiatores, ec. In altre mille maniere ed anche con rimedj superstiziosi que’ giuntatori ingannavano ne’ vecchi tempi (e né pur s’è dismesso ne’ nostri) l’ignorante volgo. E qui è da udire Boncompagno scrittore Italiano, il cui libro MS. de Arte dictaminis vien lodato dal Du-Cange nell’Appendice del Glossario Latino. Vel ut scurra (sono le di lui parole) totam Italiam regiravit cum cantatoribus, et tamquam eximius Tructanoram se fingit esse Medicum doctrinarum, ut fornicandi et adulterandi opportunitatem valeat invenire. Fiorì Boncompagno, per testimonianza d’esso Du-Cange, nel 1213. E però non è da dubitare che sia il medesimo che scrisse l’Operetta de obsidione Anconae, ch’io diedi alla luce nel tomo VI Rer. Ital., dove trattai della sua patria e de’ suoi studj. Procurai poscia di ottener copia del suddetto Trattato de Arte dictaminis, conservato nella Real Biblioteca di Parigi, né si trovò chi avesse intelligenza, o volesse averla del difficil carattere di quel MS. Ora i Tructani commermorati da Boncompagno erano anch’essi ciarlatani che la volevano colla borsa del rozzo popolo. Né solamente con questo nome erano disegnati i mendicanti, giacché si fingevano Medici: mestiere anche oggidì praticato da altri della loro specie. In Ispagna il buffone è chiamato Truan o Truhan. Nelle Annotazioni alla legge VI di Astolfo re de’ Longobardi, coll’autorità di Papia gramatico, dissi che Troctingi furono Joculatores. Tuttavia non è da sprezzare l’altra interpretazione da me proposta; cioè che sotto nome di Trottinghi venivano i Paraninfi. Nella lingua Tedesca Truthine si prende per accompagnatore delle nozze, o sia paraninfo. Così nelle Chiose Tedesche pubblicate dall’Eccardo il Paraninfo in lingua antica Tedesca si chiama Truthigomo e Truteboto.

Ma forse chiederai, se gli antichi secoli ebbero fra’ loro giuochi anche delle tragedie, o almeno delle commedie. Veramente ne’ remoti secoli barbarici io non ne truovo vestigio. Dopo il secolo X ne comparisce alcuno, non cessando io tuttavia di credere che l’Arte Comica de’ Latini non si sia mai abolita sì fattamente, che niun uso ne restasse. Però vo’ sospettando che durasse in qualche maniera quella parte che una volta si esercitava dai pantomimi, con essere poi chiamati in Italia i professori di essa Mattacini, i quali non con parole, ma con gesti rappresentavano qualche azione. Penso ancora che non venisse mai meno quella plebea forma di commedie che in Roma si chiamano Giudiate, e si pratica da alcuni cantimbanchi, quantunque sia difficile il recarne pruova colle memorie de’ vecchi tempi. Veramente il Concilio di Aquisgrana dell’anno Sig. nel can. 83 ordina: Quod non oporteat sacerdotes aut clericos quibuscunque spectaculis in scaenis aut nuptiis interesse; sed ante quam Thymelici (cioè gl’istrioni, musici o mimi) ingrediantur, exsurgere eos convenit, atque inde discedere. Anche nel Concilio Turonense III dell’anno 813, can. 7, si comanda che i sacerdoti debbano histrionum turpium et obscoenorum insolentias jocorum effugere. Vedesi ripetuto questo canone da Azzo vescovo di Vercelli circa l’anno 945 nel suo Capitolare edito nello Spicilegio del P. Dachery. Ma non si può quindi conchiudere cosa veramente fossero i Thymelici, né se veramente durasse nel secolo IX la lor professione; perché quel canone fu a parola per parola tratto dall’antichissimo Concilio Laodiceno, a fine di rimuovere il Clero da tutti i giuochi osceni e sconvenevoli, de’ quali, per vero dire, né pure ne’ secoli IX e X vi fu carestia, senza però sapersi se alcun d’essi si esercitasse in teatri e scene. Ascoltisi ora Giovanni Sarisburiense vescovo di Sciartres, che circa l’anno 1160 compose i libri de nugis Curialium. Il cap. 8 del lib. I è intitolato de Histrionibus, et Mimis, et Praestigiatoribus, dove fra l’altre cose dice: At nostra aetas prolapsa ad fabulas, et quaevis mania, non modo aures et cor prostituit vanitati, sed oculoram et aurium voluptate suam mulcet desidiam. Nonne piger desidiam instruit, et somnos provocat instrumentorum suavitate, aut vocum modulis, hilaritate canentiumn, aut fibulantum gratia; Avea detto di sopra multos gratiam suam histrionibus et mimis prostituere. Soggiugne ancora: Admissa sunt spectacula, et infinita tyrocinia vanitatis. Hinc mimi, salii vel saliares, halatrones, aemiliani, ec. et tota joculatorum scena procedit. Quorum adeo error invaluit, ut a praeclaris domibus non arceantur, ec. Questo poco basta per farci intendere che in quel secolo non mancavano spettacoli; ma non bene apparisce se commedia vera si rappresentasse ne’ teatri. Non furono in que’ tempi più pudichi e corretti i costumi degl’Italiani. I Padri del Concilio di Ravenna dell’anno 1286, rapportato dal Rossi e dal Labbè, si dolgono di una consuetudine introdotta laicorum importunitate, qui clericis plurimum sunt infensi, ut quumn laici decorantur cingulo militari, seu nuptias contrahunt, joculatores et histriones transmittunt ad clericos, ut eis provideant, prout et idem laici faciunt inter se. Ma queste son voci scure, perché sotto nome d’Istrioni allora venivano tutti coloro che con burle e giuochi recavano piacere e da ridere al popolo. Odi Everhelmo nella Vita di San Poppone Abbate Stapulense negli Atti dei Santi del Bollando al dì 25 di gennajo, cap. 6. Contigit etiam ludis histrionum Imperiales fores occupari, atque eo spectaculi genere Regem cum suis delectari. Era Arrigo I fra gli Augusti quel re che fu poi per la sua santità canonizzato. Seguita a dire: Ursis etiam nudus quidam vir, membra melle perunctus, exhibetur, a quo etiam plurimum pro periculo suimet timetur, ne forte ad iisdem ursis ad ossa sui, melle consumto, perveniretur. Porro Rex ejusdem spectaculi adeo amore in oculis suis captus tenetur, ec. Ecco di che si dilettavano anche gl’Imperadori stessi nel principio del secolo XI.

Certamente, a mio credere, tempo non fu in Italia in cui non si vedesse una grande e varia copia di questi giocolieri. Teofane nella Cromografia all’anno 17 di Giustiniano il Grande imperadore, cioè nel 543 della nostra Era, racconta un fatto che viene anche rapportato dall’Autore della Miscella (tomo I, par. I Rer. Ital.). Le sue parole son queste: Eodem anno planus ac circalator quidam, Andreas nomine, ex ITALICIS partibus adfuit, fulvum et orbum lamine circumducens canem, qui ab eo jussus, et ad ejus nutum mira edebat spectacula. Is siquidem in forum, magna populi circumstante caterva, prodiens, annulos aureos, argenteos et ferreos, clam cane, a spectatoribus depromebat, eosque in solo depositos, aggesta terra cooperiebat. Ad ejus deinde jussum singulos tollebat canis, et unicuique suum reddebat. Similiter diversorum imperatorum numismata permixta et confusa sigillatim proferebat. Quin etiam adstante virorum ac mulierum circulo, canis interrogatus mulieres uterum gestantes, scortatores, adulteros, parcos ac tenues, ac denique magnanimos, idque cum veritate, demonstrabat. Ex quo eum Pythonis spinta motum dicebant. Né pur i tempi nostri son privi di tali illusioni, le quali il volgo per lo più sospetta che si faccino per arte diabolica; e veramente cose talvolta si veggono, che paiono eccedere l’arte e sapere degli uomini. Anche i Goti a’ tempi del suddetto Giustiniano I Augusto, come s’ha da Procopio (lib. I, cap. 18 de Bello Goth.), rinfacciavano ai Romani che l’Italia non riceveva dai Greci se non dei rappresentanti delle tragedie, dei mimi e dei corsari. Tuttavia se noi cercheremo commedie o tragedie composte ne’ secoli dopo Giustiniano, forse né pur una ne troveremo. Io non so ricordar altro che un’Operetta, pubblicata dal Padre Bernardo Pez Benedettino (parte II del tomo II Thesaur. Anecdot.) con questo titolo: Ludus Paschalis de adventu et intenta Antichristi in scena saeculo XII exhibitus. Quivi si mettono in iscena il Papa, l’Imperadore, i Re di Francia, Germania, Grecia, Babilonia, ec., l’Anticristo e la Sinagoga. Molti Re si lasciano affascinare dall’Anticristo, ma in fine costui resta abbattuto. Anche Albertino Mus sappiamo. Manifesta cosa è bensì che nel secolo XV dagl’ingegni Italiani si cominciò a rimettere in piede l’Arte Comica e Tragica, e che poi si aggiunse la musica alla tragedia: del che hanno trattato parecchi Eruditi. Del resto nel secolo XIII e XIV si truova una specie di spettacoli, chiamati Rappresentazioni, consistenti nell’imitazione di qualche vera o verisimile e per lo più sacra azione. Se in prosa o in versi, nol so dire. Nella Cronica del Friuli di Giuliano canonico di Cividale, da me data alla luce, si dice fatta nell’anno 1298. Repraesentatio Ludi Christi, videlicet Passions, Resurrectionis, ascensionis, Adventus Spiritus Sancti, et Adventus Christi ad Judicium, in Curia Domini Patriarchae honorifice et laudabiliter per Clerum. Parimente nell’anno 1304 facta fuit per Clerum, sive per Capitulum Cividatense Repraesentatio de creatione primorum Parentum; dende de Annuntiatione Beatae Verginis de Partu, Passione, ec. Et praedicta facta fuerunt solemniter in Curia Domini Patriarchae, con gran concorso di popolo e dei Nobili circonvicini. Ma un fatto funestissimo vien raccontato da Giovanni Villani (lib. VIII, cap. 70), accaduto in Firenze nell’anno 1304. Come (dic’ egli) per antico aveano per costume quelli di Borgo S. Priano di fare più nuovi e diversi giuochi, sì mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell’altro mondo, dovesse essere il dì di calendi maggio in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno. Et ordinarono in Arno sopra barche e navicella palchi; e fecionvi la simiglianza e figura dell’Inferno, con fuochi, et altre pene e martorii, con uomini contrafatti a Demonia, orribili a vedere, et altri i quali aveano figura d’anime ignude (era ben barbarico e cattivo il gusto di quella gente), e mettevangli in que’ diversi tormenti con grandissime grida e strida e tempeste: la quale panca odiosa cosa, e spaventevole a udire e vedere. E per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini. E il ponte alla Carraia, il quale era allora di legname da pila a pila, si caricò sì di gente, che rovinò in più parti, e cadde colla gente che v’era suso. Onde molta gente vi morì, et annegò in Arno, e molti se ne guastarono la persona; sicché il giuoco da beffe tornò a vero, ec. Se di tutti i secoli avessimo Storici, poeti ed altri Scrittori, probabilmente troveremmo che a niun tempo mancarono spettacoli per recare diletto al popolo, e spezialmente per cavar di borsa il danaro a chi vi concorreva. Ma abbastanza di questo. Ci resta anche un po’ di viaggio.

Fra gli spettacoli de’ nostri maggiori, tuttavia ritenuto in Roma, Firenze, Bologna e in altre città d’Italia, si dee riferire il corso de’ cavalli. Quanto si compiacessero di giuoco tale di diverse specie i Greci e Romani antichi, solamente nol sa chi è affatto forestiere nei paese dell’Erudizione. Da gran tempo scaduto, fu dagl’Italiani rimesso in uso, ma solamente con cavalli sciolti, o pur guidati da qualche ragazzo, essendo rarissimo quello delle carrette. Un premio si destinava ai vincitori, per lo più consistente in molte braccia di tela di seta o di panno di lana, ma di prezzo non vulgare: onde poi nacque il chiamar questo giuoco correre il Palio o correre al Palio. Che se palio non si proponeva, qualche altro dono si soleva esporre. Truovasi usata nel secolo XII la corsa dei cavalli: se prima, altri lo cercherà. Negli Statuti antichi del popolo di Ferrara, MSti nella Biblioteca Estense, all’anno 1279 fu ordinato (lib. II, Rubr. 116) Ut in Festa Beati Georgii equi currant ad Pallium, et Porchetam et Gallum. Ecco tre premj. Nella Rubr. 117 del medesimo libro si legge: Ut in Festo Sanctae Mariae de augusto in civitate solatium habeatur. Potestas, qui pro tempore fuerit, teneatur octo diebus ante diem dicti Festi scire voluntatem hominum majoris Consilii de faciendo equos currere ad Bravium in dicto Festo, scilicet ad unum Buncinum, Ancipitrem (cioè Accipitrem; che così usavano di dire gli Scrittori barbarici) et duos Bracos, cioè due cani da caccia. Nello Statuto MS. del popolo di Modena all’anno 1327 (libro 11, Rub. 27) fu decretato Ut in Festa Sancti Michaelis equi currant ad scarletum sex brachia de scarleto, et ad Porchetam et Gallum secundum consuetudinem: dal che si scorge che non fu allora inventato questo divertimento, ma che solamente se ne confermò la consuetudine. Anche i Bolognesi, per testimonianza degli Annali da me pubblicati nel tomo XVIII Rer. Ital., e del Ghirardacci all’anno 1281, determinarono che nel dì 24 di agosto, festa di San Bartolomeo, si corresse al palio con cavalli, e che il premio fosse un cavallo ben addobbato, uno sparviere e una porchetta. Scrive Scipione Ammirato il vecchio nel lib. I della Storia Fiorentina, che fu rapportata un’insigne vittoria dai Romani contra di Radagasio re dei Goti in Toscana nell’anno di Cristo 407 (anzi nel 405), e che a perpetua memoria di quel fortunato giorno fu istituita nel dì 8 di ottobre la corsa de’ cavalli: il qual costume (dic’ egli) È DURATO FINO AL PRESENTE. Quando l’Ammirato non ci rechi qualche buon mallevadore di tanta antichità di quella funzione, abbia pazienza, se qui non gli si presterà fede. Solamente molti secoli dopo quel fatto tengo io che si tornasse ad usare il correre al palio. Certo è che qualche prosperoso avvenimento quasi sempre diede occasione a questo pubblico sollazzo nelle città d’Italia. Felicemente fu nell’anno 1256 tolta di mano all’empio Eccelino la città di Padova; e però nell’anno susseguente quella Repubblica formò un decreto di solennizzar da lì innanzi quel felice giorno con gran festa e divota processione, e col corso de’ cavalli, a’ quali si proporrebbero per premio duodecim brachia scharleti et unus spariverius, cujus pretium non excedat summam soldorum sexaginta et duae chirothecae, come apparisce da quel decreto da me dato alla luce. Né solamente si correva con cavalli, ma ancora si usò la corsa d’uomini donne, meretrici, asini, ec. Dante circa l’anno 1304 scriveva nel canto XV dell’Inferno:

Poi si partì: e parve di coloro

Che corrono a Verona ’l drappo verde

Per la campagna, ec.

Le quali parole sono colle infrascritte parole spiegate da Benvenuto da Imola, scrittore del secolo medesimo, nel Commento da me pubblicato in quest’Opera. Ad quod sciendum est, quod in civitate Veronae est consuetudo, quod annuatim, idest prima Dominica Quadragesimae currunt homines pedites ad unum pallium viride certatim. Itaque ibi videtur maxima celeritas currentium. Hunc autem actum viderat Dantes, quando stetit Veronae. Fu eziandio cosa particolare di que’ tempi, che qualora per qualche rotta era costretto un popolo a rifugiarsi fra le mura della sua città, il vincitore facea correre il palio da cavalli fino alle porte di quella città. Quivi in oltre facea battere moneta, con altre che ora parrebbono ridicole usanze. Nell’anno 1263 i Pisani, come s’ha dai loro Annali (tomo VI Rer. Ital.), colla loro armata penetrarono fino alle porte di Lucca, ubi ad perpetuam rei memoriam, et laudis nostrae praeconium, et adversariorum sempiternum opprobrium, et ad superabundantiam ultionis, monetam nostram novam duorum solidorum cum impressione nostrae victricis aquilae coronatae cudi fecimus, et quamplures novos milites cingulo novae militia decorari. Quadrellos, sagittamina et virgas Sardorum in civitatem Lucanam projici fecimus, ex quibus supra muros et in civitate ipsa plures fuerumt lethaliter sauciati. Ludum ad massa, scutum et alia jucunda tripudia fieri. Così nell’anno 1289 i vincitori Fiorentini arrivati alle mura d’Arezzo, secondoché, viene scritto da Giovanni Villani (lib. VII, cap. 132) fecionvi correre il palio per la Festa di S. Giovanni, e rizzaronsi più difici, e manganaronvisi asini con la mitra in capo per rimproccio del loro Vescovo. All’incontro nell’anno 1325 riportò Castruccio signor di Lucca un’insigne vittoria de’ Fiorentini, e penetrò fino alle mura della lor città, saccheggiando e bruciando ovunque passava. Quivi dunque per far onta ad essi Fiorentini ordinò tre corse, con premio proposto a ciascuna. La prima fu de’ cavalli, la seconda d’uomini a piè, e la terza di donne pubbliche. Fecevi anche battere dei denari, appellati poscia Castruccini. Altrettanto poi fecero gli stessi Fiorentini nelle loro vittorie contro i Pisani, Sanesi e Milanesi. Nello stesso anno 1325 i Modenesi, assistiti dalle soldatesche di Passerino signor di Mantova, di Azzo Visconte e de’ marchesi d’Este, diedero una gran rotta a’ Bolognesi a Zappolino, e passarono coll’armata vittoriosa sino alle porte di Bologna. Scrive il Morani nella Cronica Modenese (tomo XI Rer. Ital.) d’essi vincitori: A dicta porta civitatis (Bononiae) ad pontem Rheni facientes correre equos ad pallia et scharleta; unum videlicet pro Communi Cremonae, cujus civitatis praefatus Azzo extitit titulatus; aliud pro Communi Ferrariae; aliud pro Communi Mantuae, et reliquum pro Communi Mutinae antedicto, ad aeternam memoriam praemissorum, et aeternum Bononiensium scandalum. Qui mi sia lecito di emendare il Corio, che riferisce questa vittoria all’anno 1323. Molto più si allontanò dal vero il Ghirardacci, il quale a chiusi occhi seguitando il Corio, sì credette di acconciare quell’anacronismo con immaginar due volte sconfitti i Bolognesi da’ Modenesi, cioè nel 1323 e nel 1325. Altri esempli di quella consuetudine tralascio, per dire più tosto che ben erano puerili quelle invenzioni di vendetta, e di fare scorno ai nemici. Né diverso parere portò Filippo Villani nel lib. XI, cap. 63, dove descrivendo la guerra fra’ Pisani e Fiorentini fatta al suo tempo, cioè nel 1363, così parla: Il perché i Pisani (giunti colla vincitrice armata alle porte di Firenze) feciono correre il palio per traverso a Rifredi e tra le schiere. Più feciono battere muneta; e al ponte a Rifredi impiccarono tre asini; e per derisione, loro puosono al collo il nome di tre cittadini, a ciascuno il suo. Ecco in che i savi Communi di Firenze e di Pisa spendono i milioni di forini, rinovellando spesso queste villanie.

Ci sono altri spettacoli da più secoli usati in Firenze; Siena e Venezia, cioè il giuoco del caldo, le regatte, ec., de’ quali non intendo di parlare. Nel secolo XIV era costume de’ Romani il fare la caccia de’ tori, cioè la battaglia de’ giovani nobili con tori non domati nell’Anfiteatro di Tito. Lodovico Monaldeachi negli Annali (tomo XII Rer. Ital. pag. 535) ci dà il catalogo de’ Nobili ch’entrarono in quell’aringo, e delle lor sopravvesti ed emblemi. Loda egli la bravura de’ combattenti; ma qual fine avesse un sì pericoloso cimento, lo diranno le seguenti parole di lui. Tutti assaltarono il suo toro, e (de’ combattenti) ne rimasero morti dicidotto, e nove feriti; e dei tori ne rimasero morti undeci. Ai morti si fece un grande onore. Se veramente vi fu tanta copia di Nobili uccisi, lascerò ch’altri decida qual fosse la sapienza d’allora. Più prudenti al sicuro furono i posteri di que’ Romani e gli altri popoli, che di questo giuoco eseguito nell’antica Roma da vili gladiatori, lasciarono tutta la gloria all’agilità e destrezza degli Spagnuoli, i quali non si son peranche indotti, per la morte che talora accade ai combattenti, di dismetterlo. Abbiamo parlato della magnificenza degli antichi principi ne’ loro spettacoli; conviene ora aggiugnere che i nobil giovani formavano le loro schiere con divisa uniforme, cioè con sopravvesti del medesimo colore. Alle volte ancora i loro abiti erano di due differenti colori, di modo che, per esempio, la parte destra mostrava il rosso, la sinistra il giallo, come mostrerò nella Dissertazione XXXIII alla voce Bizzarro. Resta tuttavia vestigio di tal costume in Milano ne’ Serventi del Comune, e ne fanno fede anche le pitture de’ secoli XIV e XV. E di qui, a mio credere, nacque il nome di Divisa (oggidì diciamo Livrea), perché si usava di dividere le vesti in guisa che l’una parte rappresentava un colore, e l’altra un altro. Nella Vita di Santa Francesca Romana negli Atti de’ Santi del Bollando al dì 9 di marzo, Visione 30, si legge: Pulcherrima Divisa est color albus et rubeus. Nelle Annotazioni questa voce è spiegata così: Idest Partitio. Item Modus et Electio, ut scribunt Academici Fiorentini. Ma nient’altro fu Divisa, che Livrea; e però si dicea Vesti divisate, panni divisati, cioè di doppio colore. Altri esempj della magnificenza de’ nostri maggiori si potrebbero aggiungere; ma a me è bastato di pubblicare l’ordine e magnjficenza dei Magistrati Romani nel tempo che la corte del Papa stava in Avignone, cioè nel secolo XIV, in accogliere i Principi o pure i Legati Pontifizj. Tratto è questo racconto dall’incomparabil Biblioteca Vaticana. Oltre agli spettacoli profani, ci furono una volta anche i religiosi, né pure incogniti a nostri tempi. Se n’è parlato di sopra. Aggiungo ora che è da vedere Falcone Beneventano (tomo V Rer. Ital., pag. 94) dove riferisce la traslazione de’ sacri corpi di Marziano, Doro, ec., celebrata in Benevento nel 1119. Così nell’anno 1336, per attestato di Galvano Fiamma (de Reb. gest. Azonis Vicecom. tomo XII Rer. Ital.), fu istituita in Milano una particolar forma di solennizzare la festa dell’Epifania. Fuerunt (scriv’egli) coronati tres Reges in equis magnis, vallati domicellis, vestiti variis cum somariis multis, et familia magna nimis. Et fuit stella aurea discurrens per aera, quae praecedebat istos tres Reges. Et pervenerunt ad columnas Sancti Laurentii, ubi erat Rex Herodes effigiatus cum Scribis et Sapientibus. Et visi sunt interrogare Regem Herodem, ec. Quo audito, isti tres Reges coronati aureis coronis, tenentes in manibus scyphos aureos cum auro, thure et myrrha, praecedente stella per aera, cum somariis et mirabili famulatu, clangentibus tubis et buccinis praentibus, simiis, babuynis, et diversis generibus animalium, cum mirabili populorum tumultu, pervenerunt ad ecclesiam Sancti Eustorgii. Ubi in latere altaris majoris erat praesepium cum bove et asino, et in praesepio erat Christus parvulus in brachiis Virginis Matris. Et isti Reges obtulerunt Christo munera. Deinde visi sunt dormire, et Angelus alatus eis dixit, quod non redirent per contratam Sancti Laurentii, sed per Portam Romanam: quod et factum fuit. Et fuit tantus concursus populi, et militum, et dominarum, et clericorum, quod nunquam similis visus fuit. Con che pio spettacolo il popolo di Modena accogliesse Borso, ottimo duca loro e de’ Ferraresi, allorché questo principe venne a questa città nel 1452, sta scritto nella Storia di Fra’ Giovanni Minorita, tomo XX Rer. Ital. Così conchiusa la pace nell’anno 1379 fra Bernabò Visconte signor di Milano, e Bartolorneo e Antonio dalla Scala signori di Verona e Vicenza, il popolo Vicentino con uno spettacolo pio spiegò la sua allegria, che produsse stupore e venerazione in tutti. Ne fa il racconto Conforto Pulce nella Storia Vicentina (tomo XIII Rer. Ital. ) con dire fra l’altre cose: Omnibus autem hoc modo in admiratione manentibus, qui super solario superiori aderant, faciebant sclopos igneos (Scoppio vuoi dire, onde poi si formò Schioppo) ad modum maximorum tonitruum et fragorum: quare non solum qui erant super aedificio, sed qui ad spectaculum convenerant, stupefacti aspicientes versus caelum stabant. Ecco qual meraviglia cagionasse allora la novità ed uso della polve da fuoco in chi non avea mai veduto uno somigliante fenomeno. Ma abbastanza di questo.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011