Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXVIII

Delle varie sorte di Denari

che anticamente furono in uso in Italia.

L’argomento ch’io ora propongo, leggiermente (lo confesso) verrà trattato da me, essendo così vasto, che in mano di chi maggiormente abbondasse d’ozio, basterebbe per farne un grosso libro. Ne dirò io quel poco che mi andrà sovvenendo, e che mi s’è affacciato nello studio delle antiche memorie, affinché i Lettori abbiano qualche notizia delle monete usate ne’ secoli barbarici. Come presso i Romani, così sotto i Re Goti, Longobardi, Franchi e Tedeschi, il pubblico commerzio si facea con tre sorte di monete, cioè d’oro, d’argento e di rame. Nelle iscrizioni Romane si truovano le seguenti lettere applicate a qualche magistrato, cioè A. A. A. F. F., le quali sono interpretate dagli Eruditi Auro, Argento, Acre, Flando, Feriundo. Odasi Cassiodoro, che nel lib. VII Variar. num. 32, sotto nome di Teodorico re de’ Goti in Italia espone la formola qua moneta committitur cioè si commette ad alcuno la cura della zecca. Auri fiamma nulla injuria permixtionis albescat. Argenti color gratia candoris arrideat. Æris rubor in nativa qualitate permaneat, ec. Pondus quin etiam constitutum denariis praecipimus debere servant. Che vi fossero anche denari, come noi diciamo, erosi, cioè d’argento e di rame mischiato, pare che non se ne possa dubitare. E trovando noi in tanti diplomi e contratti ordinato che si paghi con oro, il qual sia obrizum, obrizatum, optimum, purum, probatum, ec., fa sospettare che vi fossero denari d’oro dove entrasse qualche lega d’argento. Ora anticamente non fu moneta più rinomata ed usata, che i soldi. A tutta prima, se mal non mi appongo, furono solamente d’oro; poscia ve ne furono anche d’argento. Il nome e la fabbrica de’ primi si truova prima de’ tempi di Costantino il Grande. Veggasi il Codice Teodosiano, dove in più leggi vien fatta menzione de’ soldi; e che fossero d’oro, lo attestano le chiare parole di que’ testi. Però chi diceva allora un soldo, significava una moneta d’oro di peso determinato dalle leggi. Nel libricciuolo de Mensuris di antico Scrittore Anonimo presso il Goesio de Re Agraria, si legge: Duodecim unciae libram, viginti solidos continentem, efficiunt. Sed veteres solidum, qui nunc aureus dicitur, nuncupabant. Gran tempo durò in Italia il nome e l’uso de’ soldi d’oro; ma non so dire di certo se i Re Lombardi, i quali tassavano, in soldi il pagamento delle pene imposte ai trasgressori delle leggi, intendessero di soldi d’oro. Sembra verisimile che sì, essendo fuor di dubbio che anche ai lor tempi correva per l’Italia quella moneta d’oro. Di ciò tengo l’attestato in uno strumento dell’anno 736, originale, per quanto mi parve (cosa ben rara), che si conserva nell’archivio dell’Arcivescovato di Lucca, contenente la vendita di una casa fatta Domno Walpert glorioso Duci di Lucca, pretium placitum et definitum auri solidos vigenti. Attesta anche il Grimaldi nell’Opusc. MS. de Sudano, che in un antichissimo papiro Egiziano della Vaticana Biblioteca si veggono nominati aurei solidi, dominici, probati, obrizati, optimi, pensantes, integri ponderis, singulares numero, super vendicione sex unciarum, fundi Geniciani. Actum Ravennae per Julianum Forum civitatis Ravennae Scriptorem. Testes Eusebius Adinscutanius Florentinus ex Praefectis (se pure non dice Expraefectus) Pistorum, Oderiscus Probus ex Primiceriis (se pure non v’ha Exprimicerius), Petrus Collictar. ante custodiam carcerum. Così in altri papiri pubblicati dal chiariss. marchese Scipione Maffei.

Chieggo io ora: se non v’erano allora soldi d’argento, perché nel nominare i soldi vi si aggiugneva d’oro? Bastava dir soldi, come oggidì si fa nominando doble, zecchini, ungheri, i quali non occorre chiamarli d’oro, perché non ve n’ha se non d’oro. Certamente allorché non si usava se non soldi d’oro, s’intendeva, senz’altro aggiunto, di che metallo era quella moneta. Omnes solidi, in quibus Nostri Vultus ac veneratio una est, dice Costantino M. nella legge I, tit. 22, lib. IX del Codice Teodosiano. Così nella legge XIII, tit. 6, lib. XII del medesimo Codice è scritto: Quotiescunque solidi ad largitionum subsidia perferendi sunt, ec. Così in altre leggi, è in varj passi di San Gregorio M. Da che vien dunque che ne’ secoli susseguenti non bastava il dire soldi, ma costume fu di aggiugnere d’oro? Eccone una nuova testimonianza in altra pergamena dell’archivio arcivescovile di Lucca dell’anno 746, in cui Walprando vescovo di quella città concede ad uso o livello una casa. Dice il livellario che se non manterrà il pattuito cumponamus tivi Domno Walprando Episcopus, vel ad tuos erides auri soledus numero sexagenta. Io nulla determino; e solamente passo ad avvertire che almeno nel secolo susseguente v’erano soldi d’argento. Nell'archivio poco fa accennato altro strumento esiste dell’anno 847, in cui Ambrosio vescovo di Lucca concede ad Uberto diacono una Pievania, il quale promette censum dare et persolvere debeam argentum solidos viginti, bonos denarios expendiviles. Quando circatas ad consignationes de Pleve in Pleves vestrasfeceritis, ec. Col nome di circata son disegnate le visite che anche allora si facevano dai vescovi per le chiese rurali, a fin di ministrare il sacramento della Cresima, ivi appellata Consignatio. E si vede che anche allora i parrochi erano tenuti a dare alloggio e pasto al Prelato e alla sua famiglia. Così in altra pergamena dell’anno 807, di cui si parlerà qui sotto, noi troveremo solidos argenteos. Qual fosse il valore e peso de’ soldi d’oro, lo cercò Jacopo Gotofredo, letterato insigne, alla legge unica, tit. 24 de oblat. votorum, lib. VII del Codice Teodosiano. Pensa egli che ai tempi di Costantino ottantaquattro soldi d’oro formassero la libra d’oro, e però l’oncia fosse composta di sette soldi. Cotal sentenza fu impugnata dal Gronovio. Quel ch’è certo, Valentiniano seniore volle che settantadue soldi costituissero la libra, con accrescere il valore estrinseco di quelle monete. Quanti denari di rame occorressero allora per uguagliare il prezzo di un soldo d’oro, ce l’insegna Cassiodoro (lib. I, epist. 10) scrivendo: Sex millia denariorum solidum esse voluerunt, il che si può anche confermare con alcuni testi del Codice Teodosiano. Truovansi ancora nominate presso gli antichi le silique, e ne abbiamo menzione nella legge CCLVIII di Rotari re de’ Longobardi. E San Gregorio M. lasciò scritto che il soldo d’oro presso i Romani valeva vigintiquatuor siliquis. Santo Isidoro all’incontro notò che solamente venti silique costituivano il soldo d’oro. Né maraviglia è, perché non meno in que’ tempi, che nei nostri, i principi e i popoli faceano guerra all’oro e all’argento, studiandosi ognuno di valutar sempre più ed oltre al dovere le loro monete.

Gran mutazione al certo in esso di prezzo dovette introdurre il tempo e la cupidigia sfrenata della gente. Imperciocché pare che la libra d’oro fosse ridotta a soli venti soldi d’oro. Lo accenna Carlo M. nella legge Longobardica. XXIII de Herribanno, con dire: Qui vero non habuerint amplius in suprascripto pretio, valente nisi libras III, solidi XXX, ab eo exigatur, id est libra una et dimidia. Di sopra ancora abbiam veduto l’Anonimo attestante che a’ suoi dì con venti soldi si aveva una libra d’oro; ma libra, a mio credere, ideale. Impariamo parimente da un’altra legge del medesimo Augusto Carlo, cioè dalla LXXVI de omnib. debit., con quanti denari si comperasse un soldo, cioè con quaranta; e in altri tempi e luoghi con soli 12 denari. De omnibus debitis solvendis (dic’ egli parlando delle pene) sicut antiquitus fuit consuetudo, per duodecim denarios solidi solvantur per totam Salicam Legem, excepto si Leudes, idest Saxo aut Frixo Salicum occiderit, per XL denarios solidi solvantur. Qui si parla di soldi d’argento, come apparirà fra poco. È anche da avvertire ciò che ha il Sinodo di Francoforte dell’anno 794, dove concorsero anche i vescovi d’Italia, e vi si trovò anche lo stesso Carlo M. Fu ivi stabilito che le biade non si, vendessero di più in tempo di carestia che di abbondanza, e che si misurassero col moggio pubblico, nuovamente stabilito. De modio de avena, denarius unus. Modio hordei, denarii duo. Modio sigali, denarii tres. Modio frumenti, denarii quatuor. Si vero in pane vendere voluerit, duodecim panes de frumento, habentes singulos libras duas pro denario dare debeat; sigalacios quindecim aequo pondere pro denario; ordeaceos viginti similiter pensantes. Nel Can. V chiaramente si vede espresso che quei denari erano ex mero argento. Nella legge Salica, tit. 57, cap. V, sexcenti denarii danno solidos quindecim. E nel tit. 2, cap. I centum viginti denarii faciunt solidos tres; di maniera che ogni soldo costava quaranta denari. Né tal mutazione del prezzo de’ soldi seguì solamente per le pene de’ delitti che si pagavano in soldi, con isminuire il valore estrinseco de’ soldi, ma passò anche nel pubblico commerzio. A questo proposito sarà quanto si legge in uno strumento autentico dell’archivio arcivescovile di Lucca, scritto nell’anno 807, in cui Alberto cherico cede a Walprando prete una chiesa, col consenso di Jacopo vescovo, riserbandosi una pensione, colle seguenti parole: Tu mihi reddere debeas decem solidos argento de bonos denarios mundos, grossos, expendiviles, una duodecim denarios pro solido tantum. Ecco dunque come s’ha da intendere la sopra riferita legge di Carlo M.; cioè dodici denari formavano un soldo d’argento. E però qui mi nasce gagliardo dubbio che i soldi, tante volte menzionati nelle Leggi Longobardiche, fossero d’argento, e non d’oro; e massimamente perché vi s’incontrano pene che troppo grevi sarebbero state, se d’oro; e miti all’incontro, se di soldi d’argento. Nulla, nondimeno oso io di determinare.

Egli è certamente credibile che il soldo d’oro, non ideale, ma vero, a’ tempi di Carlo M. superasse di poco le monete che noi ora chiamiamo mezze doble e scudi d’oro, o ducati di Camera. Contuttociò v’ha chi pretende che essi soldi d’oro fossero solamente di un quarto minori delle doble d’oro e de’ luigi battuti dal re Lodovico XIV. E il Wendelino nel Glossario Salico credette che i soldi mentovati nelle Leggi Saliche fossero nel valore somiglianti ai fiorini del Reno. Intanto dal poco finora osservato nasce sospetto che anche anticamente vi fossero monete ideali, come oggidì è in Inghilterra la lira sterlina, che ne’ secoli precedenti fu specie di effettiva moneta. Anche in Modena il soldo, da noi appellato bolognino, si divide in dodici denari, che una volta erano in uso, ed ora vivono solamente nel opinione del popolo. Che se talun desidera di sapere quanti denari occorressero ne vecchi tempi per una libra d’argento, io ne recherò ciò che si truova in uno strumento dell’anno 958, a noi conservato da Fulvio Azzari nella Storia Ecclesiastica di Reggio. Quivi Azzo figlio del fu Azzo, o sia Attone, de Comitatu Parmensi, cioè un personaggio di linea diversa fra i maggiori della contessa Matilda, vende ad Adalberto Azzo Conte, bisavolo della medesima Contessa, alcune terre; e il prezzo è tale: Argentum per denarios bonos libras sexaginta, habentes ducenti quadraginta denarii libra. Si potrebbe pensare che tale fosse anche in altri paesi il corso dei denari, ma non si può asserir con franchezza per le diversità delle zecche allora esistenti. Perciocché siccome a’ tempi di San Gregorio M. meno valevano i soldi di Francia che i Romani, cosi ne’ susseguenti secoli, e massimamente da che si moltiplicarono cotanto le officine monetarie, si può credere che non fosse per l’Italia uniforme il valore de’ soldi e dei denari. Nella Cronica del Volturno all’anno 870 noi troviamo solidos numero centum quinquaginta Siculos; e di sotto solidos octoginta Siculorum; siccome ancora auri libram unam Beneventanam. Le quali monete per conseguente pare che indicassero una differente valuta. Così noi troviamo denarios Papienses, ed argentum denarios bonos Lucensium libras centum in uno strumento del 1096. E parimente in altra carta del 1104 denarios Veneciae libras mille. Ogni zecca, come oggidì, anche anticamente tassava il valore delle sue monete. Ma perciocché nelle carte vecchie, e massimamente ne’ contratti dopo il mille, si truova gran copia di monete di differenti paesi, delle quali non si sa il valore; grata cosa credo io che farò ai Lettori, producendo un’antica memoria, a me somministrata, da Jacopo Grimaldi, cherico beneficiato della Basilica Vaticana, che nel 1621 scrisse un Trattato tuttavia MS. de Sudario Veronicae. Cioè rapporta egli una Relazione fatta, quattrocento anni sono, da un Giovanni Cabrospini, Nunzio della Sede Apostolica in Polonia ed Ungheria, del valore delle monete allora correnti, e che anche prima di quel tempo sì trovavano mentovate nei libri e nei pubblici strumenti. Di non poche d’esse si troverà anche menzione nel Trattato dei Censi della Chiesa Romana, composto da Cencio cardinale e Camerlengo di essa Romana Chiesa nel 1191 che rapporterò nella Disserazione LXIX qui sotto. Ecco la Memoria del Cabrospini, scritta in latino, e da me tradotta in volgare.

NOTA DELLE ANTICHE MONETE.

Il fiorino di debito censuale vale X soldi e un denaro di denari turpizj antichi.

Un grosso vale XII denari turpizj.

La libra d’oro vale XCVI fiorini.

La marca d’oro LIX fiorini.

L’oncia d’oro in oro VIII fiorini.

L’oncia d’oro in argento V fiorini.

La marca d’oro vale due parti di una libra d’oro.

La marca d’argento vale due parti di una libra d’argento.

La libra d’argento vale LXXV grossi.

La marca d’argento, per convenzione antica in Inghilterra, vale IV fiorini.

La marca d’argento in altre parti vale quel prezzo che comunemente corre al tempo del pagamento.

La libra d’argento puro, o sia due marche d’argento, vale VIII fiorini.

La libra d’argento d’Inghilterra XV grossi; e della Curia Romana VII fiorini, II grossi e mezzo grosso.

La libra d’argento di Aragona, Toscana, Sardegna, e simili, vale VII fiorini e mezzo.

L’oncia d’argento vale VII grossi e mezzo.

Il marabotino d’argento vale un fiorino meno dodici dentari tornesi.

Dodici malguriensi vagliono un grosso.

Un obolo d’oro vale un fiorino.

Un massatrazio d’oro vale due parti di un fiorino.

Dodici denari de’ Sipioni un malachino.

Un malachino vale VIII grossi.

Un bisuntino vale XV grossi e mezzo.

Un tunello, VII soldi e IV denari vagliono un fiorino.

Un mantesino e X soldi vagliono un fiorino.

Un mantesino, IX soldi e V denari vagliono un fiorino.

Un friguento e XII denari vagliono un grosso e mezzo antico.

Nel Regno di Sicilia, spezialmente di qua dal Faro, roncia vale II canini gigliati.

Un tareno vale due canini.

Il carleno vale I grano.

Il grano vale VII denari.

L’altre monete, come i fiorini, sono valutate al prezzo di questa moneta.

La cosina, o salma del grano è di XV tumoli.

Parimente nel Regno di Castiglia e Leone vi son le monete usuali, cioè i coronati di valore di V oboli.

Il marabizio di X denari. E VL coronati vagliono un marabizio. E XXV marabizj vagliono una dobla di Maracco. E XXII marabizj uno sciliato vecchio.... un montone, una cattedra. E XXV marabizj vagliono un agnello. E XXV marabizj vagliono un reale. E XXVI marabizj vagliono una dobla di Castiglia. E parimente XXX doble vagliono una dobla grande e larga de’ Saraceni.

Et è da sapere che la marca de’ grossi d’argento di Boemia vale comunemente XLVIII grossi di Praga, o XXXV scoti.

In oltre in qualsisia marca sono IV fertoni.

E VI scoti vagliono un fertone.

E uno costo vale due grossi di Praga.

E un grosso di Praga vale XVI denari.

Parimente è da sapere che nella predetta marca vi sono XVI lothoni. E un lothone vale uno scudo e mezzo o sia tre grossi, che è lo stesso.

Qualsivoglia fertone consta di quattro lothoni.

Un bisanzio o sia bisante vale due parti d’un fiorino oro.

Medesimamente lo stesso valore si truova e pratica nel massamulino.

Vale il marabotino un forino d’oro, meno X denari.

Un malachino costa otto grossi d’argento.

Finquì il Cabrospino in quel foglio MS. Furono alcune di queste monete d’oro, ed altre d’argento. E primieramente per quel che concerne i marabotini, già battuti in Ispagna e monete di gran credito, certo è ch’erano monete d’oro. Negli antichi secoli l’oro si traeva dalle miniere di questo metallo in Ispagna; oggidì non si vuol durare fatica a ricavarne, perché unicamente si bada a quelle dell’America Spagnola, tanto più abbondanti che le Europee. Il prezzo d’essi marabotini, una volta assai celebri, si trova indicato da Girolamo Rossi nel lib I della Storia di Ravenna dell’anno 1076. Di lui sono le seguenti parole: Gerardus quotanni pensionem solveret duodecim marabosinorum (pare che s’abbia a scrivere marabotinorum) [ita in vetustis tabulis hujus locationis, quas nos ligimus in Biblioteca Ursiana, scribitur], qui ejus esset poderis, ut septem unciam conflarent, cioè d’oro. Truovasi altre antiche memorie concorrenti ad assicurarci che fossero d’oro i marabotini. Tuttavia siccome è avvenuto d’altre monete, le quali quantunque portassero il medesimo nome, pure parte erano d’oro e parte d’argento; così che pare che siano stati in uso anche i marabotini d’argento, scrivendo il sopra lodato Grimaldi: In libro Magisteri Marini de Ebulo, centum quadriginta morabotini sun decem marche argenti. Ma questo passo non basta a fondare tale opinione. Si può vedere il P. Giovanni Mariana Spagnuolo nel suo Trattato de Ponderib. et Mensur., che molto parla de’ Maravedini, i quali temporibus Regum Legionis, sed et Gotthorum tempore ex auro signabantur. Vo io credendo che il nome di marabotino si convertisse in maravotino, e finalmente in maravedino. Secondo esso Autore, Inter solidum Romanum et maravedinum aureum Gotthorum exiguum erat in valore discrimen; il che conviene col foglio sopra riferito del Cabrospino in uno strumento del 1247, da me dato alla luce, in cui è tassato il censo da pagarsi alla Camera del Papa pel castello di Agantico nella Diocesi Magalonese, troviamo nominati tres Marabotinos aureos anfusinos, cioè dal re Anfus, che noi oggidì chiamiamo Alfonso.

Torniamo alle sopra riferite Note del Cabrospino. Ivi è detto che XXII Marabitii valent Sciliatum veterem. Moneta diversa dai marabotini è da credere che fossero questi marabitii. Che moneta fossero gli sciliati, nol so dire; né se tal nome fosse posto in vece di liliatum, o pure scyphatum, ovvero schjfatum. Di queste ultime monete sovente s’incontra menzione nella Cronica Casinense di Leone Ostiense, e in altre antiche carte. Il corso degli schifati fu spezialmente nella Puglia e Calabria; e di questa moneta abbiamo menzione in uno strumento del 1112, da me dato alla luce, comunicatomi dal P. Sebastiano Pauli della Congregazione della Madre di Dio, letterato chiarissimo, contenente la vendita del casale di Santo Apollinare fatta a Cristadoro ammiraglio di Guglielmo duca di Santa Maria del Patiro. Confessa il venditore di aver ricevuto da esso Ammiraglio quingento schifatos et tres destrieros. Opinione fu del Du-Cange che così fossero appellate queste monete, perché formate colla figura di uno scipho, e perciò non diverse dai cauci mentovati ed usati da’ Greci; giacché caucum nella lor lingua significa lo stesso che il Latino scyphus, o sia vaso da bere. Se così fosse, nol so io determinare. Con franchezza bensì dico che nummi tali, o Greci o Latini, imitavano più tosto una scodella, e furono simili alle monete d’argento battute in Milano a tempi di Ottone Augusto il Grande, le quali erano alquanto cave nel mezzo e prominenti nel contorno: del che s’è parlato nella precedente Dissertazione. Che poi gli schifati fossero denari d’oro, l’ha fatto conoscere il suddetto Du-Cange, e dopo di lui il sopra lodato P. Pauli nelle Giunte al Beverino de Ponderibus. Anche il Doerdelino nel suo Trattato de Nummis Germaniae mediae parla delle monete cave battute in quel paese. Rinomati ancora furono gli augustali, moneta d’oro che Federigo II imperadore fece battere in Sicilia, nel qual paese, siccome anche nel Regno di Napoli, fu molto in uso. Comunemente si crede che fossero così nomati dallo stesso Augusto Federigo. Ma il sig. Apostolo Zeno, egregio raccoglitore e intendente di tali merci, mi assicura che presero il nome da Cesare Augusto, il cui volto è ivi effigiato, e perciò appellati augustarii, augustales ed agustales. Ecco ciò che ne ha Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21 delle sue Croniche. L’agostaro d’oro (così scrive egli) valea d’uno la valuta d’uno fiorino e quarto d’oro; e dall’uno lato dell’agostaro era improntato el viso dello Imperadore, e dell’altro un’aquila, al modo de’ Cesari antichi, e era grosso di carati venti di fine oro a paragone. Di questa moneta è fatta menzione in una carta che io ricavai dal Registro di Cencio Camerario, che contiene la concessione in feudo del castello d’Arsa fatta da Innocenzo IV papa al vescovo di Castro nell’anno 1253, sub annuo censit duorum augustariorum auri, vel viginti solidorum denariorum Senatus: notizia che ci fa anche intendere qual fosse il valore della moneta Romana battuta da quel Senato. Riccardo da San Germano ci scuopre il tempo in cui si fece la battuta d’essi agostari, con iscrivere all’anno MCCXXXI. Nummi aurei, qui augustales vocavitur, de mandato Imperatoris in utraque Sicilia Brundisii et Messanae cuduntur. Ma dalla Giunta fatta alla Cronica di esso Riccardo, e data alla luce da Cesare Vergara nel libro de Numm. Regni Neapol., impariamo il peso e valore di tali monete e parimente che molto prima ne fu fatta la fabbrica. Quivi sta scritto: MCCXXII mense Junii quidam Thomas de Bando civis Scalensis, novam monetam auri, quae augustalis dicitur, ad Sanctum Germanum detulit, destribuendam per totam Abbatiam, et per Sanctum Germanum, ut ipsa moneta utantur homines in emtionibus et venditionibus suis juxta valorem ei ab Imperatore constitutum, ut quilibet nummus aureus recipiatur et expendatur pro quarta unciae, sub poena personarum et rerum Imperialibus literis, quas idem Thomas detulit, annotata. Figura augustalis erat ab uno latere capiti hominis cum media facie, et ab alio aquila. Ma nella Vita di papa Gregorio IX, nel tomo III, par. I Rer. Ital. pag. 584, si legge ch’esso Federigo II fabbricò altra moneta di peggior condizione, anzi falsa. Di lui ivi è scritto: Novus monetae falsarius, dum aera cudit diverso charactere, argenti tenui superinduta cuticula.

In somma riputazione ed uso anticamente furono anche i nummi chiamati byzantii, o bysantu, moneta d’oro degl’Imperadori Greci, fabbricata in Costantinopoli, e poco diversa dai ducati d’oro di Venezia, dagli ungheri ed altri ducati d’oro della nazione Germanica, e dai fiorini d’oro di Firenze. Nelle vecchie carte, e spezialmente in quelle del Regno di Napoli e delle vicine provincie, noi troviamo semplicemente mentovati solidos byzantios, e alle volte auri solidos bisanteos. Frequente menzione se n’incontra nella Cronica del Volturno, par. II del tomo I Rer. Ital. Ivi eziandio miriamo mentovati in uno strumento dell’anno 882 centum auri solidos constantinianos, i quali si possono credere gli stessi che i bisanzj. Nel Catalogo de’ Vescovi di Salerno presso l’Ughelli talvolta si veggono solidi constantini; ma probabilmente si dovea scrivere constantiniani, o pure constantinopolitani. In una carta del Monistero della Cava, da me pubblicata, che contiene la donazione della chiesa di San Felice in Lucania, fatta da Guaimario IV principe di Salerno, nell’anno 1051, noi troviamo ducentos altri solidos constantinatos, probabilmente per errore del copista. Talmente poi invalse l’uso e il credito de’ bisanzj, che anche nel secolo XIV era quel nome familiare in Italia; ed allorché uno si augurava d’aver buoni bisanti, niuno almeno in Toscana ignorava ciò che questa voce significasse. Per la stessa ragione in bocca e negli atti degl’Italiani spesso si faceva anticamente udire la voce tornese, denotante la moneta turonense, o sia battuta in Tours. Dubbio alcuno non resta che i bisanzj fossero d’oro: il che eziandio si legge in un giudicato autentico, esistente in Arezzo presso i Benedettini di Santa Flora e da me pubblicato, dove Costantino vescovo ed Ugo conte in un placito attribuiscono a Guido abbate di quel Monistero la corte di Sesto, imponendo per pena a’ trasgressori duo milla bisancios auri, nell’anno 1079. Col tempo nondimeno si videro anche bisanzj bianchi, cioè d’argento, come pruova il Du-Cange; e questi valevano uno scudo Romano da dieci giuli.

Truovansi in oltre nelle vecchie carte nominati sovente i mancusi, o mancosi; e questi ora chiamati mancusi auri, ed ora mancosi argenti. Nelle Chiose Fiorentine pubblicate dall’Eccardo leggiamo: Philippos (nummos) maneusa: si dee leggere mancusa. Presso gl’Inglesi, come dimostra il Du-Cange, la voce mancusa significava marca; e pero secondo tale opinione, proposta anche Vossio e dall’Hickesio, allorché noi troviamo nelle vecchie carte nominati i mancusi, s’ha da intendere una marca d’oro o d’argento. Per conto dell’Italia, ho qualche difficultà ad abbracciar sì fatta opinione, stante l’osservarsi negli antichi strumenti tanta copia di mancusi, costituita per pena ai trasgressori: il che non si solea praticare parlando dell’oro. Alcuni esempli ne darò. L’uno d’essi è tratto dall’insigne archivio del Monistero Ambrosiano di Milano, e da me pubblico renduto: cioè in un diploma dell’anno 857 Lodovico II imperadore conferma ad Ansperto diacono Milanese alcuni beni da lui evinti in giudizio, imponendo per pena a chi contravenisse mille marcutsos auri. Così un riguardevol placito dell’anno 998 ho dato alla luce, ricavato dal Registro del Vescovato di Cremona. Quivi Ottone duca e messo di Ottone III imperadore, alla presenza del medesimo Augusto, riconosce per vero e legittimo un diploma imperiale, prodotto da Olderico vescovo di Cremona contro i cittadini della stessa città, con decretare per pena a’ contraffacienti duo milla mancosos auri. Un altro placito dell’anno 1055 ho io prodotto, esistente nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Padova. Tenuto fu esso placito in Mantova da Gunero cancelliere e messo di Arrigo II imperador, il quale confermò ai Canonici di Padova il gius delle decime, costituendo per pena duo mille mancosos aureos. Così Milone vescovo di Padova, in un altro placito tenuto in essa Padova davanti a Liutaldo duca nell’anno 1085, vince una lite contra di alcuni usurpatori de’ beni della sua Chiesa. Troviamo ivi ancora imposti per pena duo mille mancosos aureos. Se vogliamo col nome di mancusi, o mancosi significata una marca d’oro, possono sembrar eccedenti quelle pene. Quel ch’è più, truovo io disegnati con questa voce una sorta di soldi d’oro o d’argento. Presso Anastasio Bibliotecario nella Vita di Adriano papa possiamo osservare in auro solidos mancussos ducentos; e nella Vita di papa Leone multos ei in argento mancosos praebuit. Da Isone Maestro philippei son chiamati mancusi; e Papa grammatico e le Chiose MSS. attestano che il filippeo era un soldo. Anche in un antichissimo papiro Ravennate, scritto allorché i Franchi regnavano in Italia, dato alla luce dal celebratissimo marchese Scipione Maffei, pag. 175 della sua Diplomatica, noi troviamo scripto pretio solidos mancosos trecentos. Né io dissimulerò di aver prodotto un diploma dell’anno 1014, conservato nell’archivio del Monistero Veronese di San Zenone, in cui Arrigo I fra gl’Imperadori conferma Rozo o Rozone abbate tutti i beni di quel sacro luogo, obbligandolo a pagare al vescovo solamente mancusos viginti, ovvero solidos quinquaginta. Forse i mancusi erano d’oro, i soldi d’argento. Il finquì detto mi fa sovvenire di un diploma di Carlo il Grosso imperadore scritto nell’anno 883 che si legge nel tomo VI dell’Italia Sacra nel Catalogo de’ Vescovi di Bergamo. Ivi è statuito che i trasgressori pagheranno per pena triginta millia mancosorum aureorum, come ha anche il P. Celestino Cappuccino, copiato dall’Ughelli. Ma simili eccessive e non mai pagabili pene non si solevano imporre, e perciò è da credere guasto quel passo. Chiuderò il racconto de’ mancusi colle parole dell’Hickesio nella Dissertazione Epistolare, tomo II Linguar. veter. Septentrional. Monetae percussae argenteae unum, ut videtur, apud Anglo-Saxones genus fuit: nempe argenteus ille nummus, quem penning, pennig, penninc, et cum simplici N penning, ec., vocabant. Penning autem, qui a nobis penningus Latino barbare nuncupatur, cusum nummulum argenteum, quem dicimus hodie a three pence, idest tres denarios esterlingos, quod trutina probat, pondere e valore aequabat. Quinque penningi pecuniae argenteae summulam, quae Anglo-Saxonice, a enne scyling, idest unum scyllingum, et triginta penningi summulam pecuniae argenteae, quam a enne mancus, vel aenne mancas, unam mancusam constituebant (vel unam marcam) marc enim, sive marc apud Anglo-Saxones idem argenti pondus ac mancus significabat, ec. Mancusa pariter argentea, quae triginta penningos fales continebat, nonaginta nostros valebat penningos, seu tres excusos patriae nostrae nummos argenteos, quos vocamus halferoums. Mancusa vero vel marca auri decies valebat mancusam argenti, secundam valorem quo aurum argentum superabat apud Graecos et Romanos. Così l’Hickesio.

Convien ora dir due parole, dei folli, antichissima sorta di moneta, folles presso i Latini e pholles presso i Greci, che diedero l’origine ad essi. Furono moneta bassa. Il Salmasio nelle Annotazioni al libro di Tertulliano de Pallio, alla pag. 112, notò, ritrovarsi nella Real Biblioteca di Parigi un libro Greco da conti, da cui si ricava la proporzione che correva fra le monete Greche degli antichi. Nummus (dic’egli) aureus tum duodecim milliarensibus argenteis valebat. Milliarense (di questi soldi menzione si ritruova nella Cronica del Volturno da me pubblicata nella par. II del tomo I Rer. Ital.) viginti quatuor aereis follibus. In bessem nummi aurei, dicerati nomine, postulabant exactores folles sexdecim pro hexaphollo; sex folles bes aurei cum dicerato et hesaphollo, milliarensia octo colligit, et folles duo et viginti. Abbiamo da Suida, non essere stato il folle che un obolo. La maggior parte di essi fu di materia erosa, quantunque si possa forse mostrare che talvolta se ne battessero d’argento. Solamente per moneta d’oro li riconobbe il Gutherio, de Offic. Dom. Aug. lib. III, cap 17. Penso ch’egli s’ingannasse all’ingrosso. Marcellino conte nella sua Cronica all’anno di Cristo 498 così scrive di Anastasio imperadore: Nummis, quos Romani terentianos vocant (il Sirmondo ha ragion di sospettare ch’egli scrivesse teruntios, o teruntianos), Graeci follares (altri codici hanno folles ), Anastasius princeps suo nomine figuratis, placibilem plebi commutationem distraxit. Dissi antichissimo l’uso e nome di questa Greca pecunia, trovandosene menzione presso Lampridio, nel Codice Teodosiano, nel lib. XXII, cap. 8 de Civit. Dei di S. Agostino, siccome ancora presso Evodio vescovo Uzalense nel lib. I, capit. 14 de Miraculis Sancti Stephani. Ne fa anche commemorazione un’iscrizione rapportata dal Grutero (pag. 810, num. 10) dove son minacciati poenae nomine folles mille. Ne parla anche un’altra iscrizione del mio Tesoro, pag. 376, imm. 5. Il Commentatore de’ Libri Basilici nell’Ecloga XXIII parla di questi e di altri nummi Greci, scrivendo: Nosse oportet, ceratium unum follibus valere duodecim, sive miliarisio dimnidio. Valent itaque ceratia duodecim nomismatis dimidio, nam integrum nomisma continet miliarisia duodecim, seu ceratia XXIV. Da tuttociò apparisce essere, stati i folli moneta intima. Chi più ne desidera, veda una Dissertazione del Padre Petavio, mirabile ingegno, sopra l’opuscolo di Santo Epifania de Mensur. et Ponderibus.

Parimente fra le monete Greche in uso furono i michelati, soldi battuti da Michele imperador di Costantinopoli; e i romanati, a’ quali diede il nome Romano Greco Augusto. Truovansi ancora gli esmerati in una carta conservata nell’archivio del Monistero di Subbiaco, dove Leone abbate nell’anno 936 compra alcuni beni, il prezzo de’ quali sborsato in argento bono esmeratos libram, justoque perasantem. Ma questi non li tengo io per sorta di moneta particolare, credendoli più tosto così chiamati i soldi fabbricati ex mero argento e ben purgato. In un Capitolare di Carlo Calvo re presso il Baluzio (tomo II, pag. 178) si legge: Quorum argentum ad purgandum acceperint, ipsum argentum exmerent. Qui exmerare significa purgar bene. Una specie bensì di nummi proprj nella Grecia furono i perperi, de’ quali sovente vien fatta menzione nella Cronica Veneta del Dandolo, e ne’ monumenti de’ popoli orientali. Per testimonianza di Marino Sanuto iuniore nella Storia Veneta (tomo XXII Rer. Ital.) due perperi valevano un ducato d’oro Veneto. Truovansi anche nominati hyperperi, o hyperpera. Di essi, dopo il Du-Cange, ha trattato il sopra lodato P. Pauli nelle Giunte al Beverino. Aspri, ovvero albi furono chiamati i nummi Greci d’argento; del nome e valor di essi è da vedere il suddetto Du-Cange nella Dissertazione delle Monete de’ Greci. Ma il poco fa mentovato Sanuto sembra indicare che gli aspri non fossero diversi dai perperi, mentre scrive che un ducato d’oro Veneto, oggidì zecchino, era valutato due aspri. Forse furono così chiamati come a’ tempi nostri s’usa in Firenze il nome di raspi. Di sopra vedemmo mentovati dal Cabrospino i melachini, che valevano otto grossi. Cencio Camerario nel suo Cerimoniale Romano li chiama meloquinos; e questi son creduti dal Du-Cange moneta Italiana. Sembra a me più probabile che fossero d’origine Arabica, così detti da Melech significante Re, siccome battuti dai Re Saraceni, che gran commerzio ebbero in Italia. Tali ancora furono i marabotini. I tareni si fabbricavano nel Regno di Napoli e Sicilia. Tuttavia da Leone Ostiense son anche mentovati tareni Africani. Dei denari o soldi imperiali si cominciò ad udire il nome in Italia nel secolo XII, e fors’anche più antica fu la loro origine; così chiamati o perché battuti nell’imperiale zecca di Pavia, o perché inventati da Federigo I gran propagatore del nome Cesareo in Italia. In una carta di Gerardo arcivescovo di Ravenna dell’anno 1176 un livellario promette di pagare imperialem unum. Da Riccardo da San Germano all’anno 1236 fu scritto che Federigo I imperadore fece battere novos imperiales. Quanto si apprezzasse la libra o lira imperiale, lo accenna Matteo Paris all’anno 1249, scrivendo: Octodecim millia librarum de moneta imperialium, quae tantum fere valet, quantum esterlingorum, dette oggidì lire sterline. E celebri anche furono una volta i denari sterlingi, de’ quali varia fu la maniera di formarne la lira presso i Franzesi ed Inglesi. Su questo è da consultare il Du-Cange. Altro io qui non accennerò, se non quanto ha uno strumento della Raccolta di Cencio Carnerario, spettante all’anno 1232, in cui Giovanni della Colonna cardinale confessa di avere ricevuto una somma di danaro da papa Gregorio IX colle seguenti parole: Septuaginta marcas bonorum novorum et legalium sterlingorum, scilicet XIII solidis et quatuor sterlingis pro marca qualibet compulatis. Item et viginti uncias boni et legalis auri tarenorum Regni Siciliae ad pondus Romanum. Item et ducentas et viginti libras bonorum Proveniensium Senatus. Item et odo uncias et unam quartam auri pulveris ad pondus Romanum.

Ho scritto Proveniensium, per essere abbreviata quella parola nel testo; ma probabilmente si dee leggere Provinensium, o più tosto Provisinorum Senatus. Di questa moneta, battuta allora per ordine del Senato Romano, frequente memoria s’incontra in altri documenti da me dati alla luce nella presente Opera. Il sig. le Blanc nel suo Trattato delle Monete di Francia accenna molti nummi battuti a’ tempi di Carlo il Calvo re e poi imperadore, e fra l’altre cose scrive in Franzese: Castis PRVVNIS, id est Provins en Brie. – Ejus ager in Capitularibus Caroli Calvi appellatur Pagus Provinisus et Provinensis. Apud auctores, atque in chartis sub tertia Regum Francorum stirpe, saepe fit merttio solidorum ac libraram Provinensium. Ego de iis fusius loquar in Tractatu de Monetis Praelatorum ac Baronum: libro ch’io non so se mai sia stato da lui messo alla luce. Il Du-Cange pensa che Provisini fosse appellata la moneta dei Duchi di Sciampagna. Quanto a me, in troppi contratti scritti in Roma nel secolo XII, e molto più nel XIII, truovo essere ivi state in uso libras Provisinorum Senatus, cioè lire di denari o soldi battuti in Roma per ordine e regolamento del Senato Romano, che godeva il diritto della zecca. Pietro Manlio, che nell’anno 1157 fioriva, nella Storia della Basilica Vaticana, data alla luce dal chiariss. P. Gianningo della Compagnia di Gesù, nel tomo VII degli Atti de’ Santi del mese di giugno, scrive essere stati dati ai Canonici tres solidos Provinienses pro clareto. E presso il Turrigo (par. II, cap. 3 delle Grotte Vaticane) in una pergamena si legge: XIV kalendas augustas obiit felicis recordationis Innocentius Papa III reliquens Basilicae nostrae sex libras Provisinorum pro anniversario sito. Potrà al certo parere strano ai Lettori che i Romani prendessero in prestito il nome della lor moneta o lira dal villaggio o terra di Provins di Francia. E quantunque quella terra non sia molto distante da Parigi, e forse da qualche Re quivi dimorante potesse emanare qualche editto costituente il prezzo della libra corrente; o pure posta ivi la zecca, potesse dar la denominazione alla moneta che poi si sparse per l’Italia: contuttociò la coniettura del Blanc, in cui concorre anche il Du-Cange, né pure fu approvata dal suddetto P. Gianningo, il parere di cui fu che più tosto i soldi o denari Romani prendessero quel nome dalle Provisioni o rendite delle chiese. Truovo io nondimeno che la terra di Provins in Francia fu rinomata per una gran fiera che ivi si teneva; e presso Rolandino Bolognese nella Somma dell’Arte Notariale scritta nel secolo XIII veggo mentiovate decem brachia panni de Pruyn: il che fa vedere molto dilatata la fama di quel luogo. Intanto i documenti del codice MS. del suddetto Cencio Camerario, da me dati alla luce, potran giovare per intendere di che valore fosse una volta la libra o la lira de’ Provisini, o Proveniensi, o Provenienti. In uno dell’anno 1195, dove Guido prete cardinale e Giovanni di Guido del Papa, ec., fratelli e figli del quondam Cencio del Papa, rinunziano al loro diritti sopra Civita Castellana, si leggono le seguenti parole: Datis et persolvitis pro duecentis sex libris Proveniensium (o sia Provisinorum) Senatus, et quinque solidis, eo quod denanius Papiensis secundum formam statutam a Judicibus et mercatonibus urbis, duodecim denarii pro viginti Proveniensibus veleribus nunc computantur; et habita proportione Proveniensium veterum ad Provenienses Senatus, qui duodecim Provenienses veteres hunc pro sex Proveniensibus et dimidio Senaius cambiantur. Unde usque ad praedictam summam argenti extenduntur dictae duae partes prelibatae dotis. Questa dote era stata costituita nella somma centum librarum denariorum Papiensium. In un altro strumento del medesimo anno, spettante allo stesso affare, si parla di una porzione centum aliarum librarum Proveniensium, vel Inforciatoram. In un altro del 1232 Giovanni dalla Colonna cardinale confessa di avere ricevuto dalla Camera Pontificia centum et octo uncias auri Regis et dimidiam ad pondus Romanum, et centum septuaginta quatuor libras et quatuor solidos bonorum Proveniensium Senaius.

Della pecunia Provisina ha anche parlato il Grimaldi sopra nominato, uomo accuratissimo, alcune di cui osservazioni che scorrono sopra altre specie di moneta, meritano di aver luogo qui. Libra Proveniens è da lui appellata questa moneta. Ma a me, in considerare i vecchi MSS., nacque dubbio se si avesse più tosto a leggere Provisiensium, o Provisorum, senza poter io determinare questa voce, per essere abbreviata, e capace di più d’una interpretazione. Così dunque scrive il Grimaldi:

 Libra Proveniens Senatus valoris erat... 2, 50.

Libra parva Provisinorum Senatus valoris erat bol. 15. Et 20 solidi Provisinorum conficiebant libram. Solidus Provisinorum Senatus argenteus valoris erat bol. 12 semis. Solidus Provisinorum Senatus valoris erat quatuor quadrantum. De differentia solidorum Provenientum et Provisinorum extat memoria in instrumento anni MCCXV in Archivo Sancti Petri, fascicul. 356, capsula 66. De libra vero Provisinorum Senatus docent Libri, Censuales dictae Basilicae ab anno MCCCLXXVII usque ad MCCCL. Florenus aureus valoris erat scuti unius, bol. 25. Hic namque aureus erat, et ponderabatur, ut liquet ex instrumento venditionis octo petiarum vineae in costis Montis Mali anno MCCCXIX, pretio XLIX florenorum boni et puri auri et ijsti ponderis, ex dicto Archivio capsula 66 fasciculo 189.

Et in libro Transumptorum, fol. 253, anno MCCCLXXVII quinquaginta floreni boni auri et recti ponderis, praeter alia exampla brvitatis caussa omissa. Florenus Romae currens tempore Eugenii IV multo etiam ante et post, ex Instrument. Laelii Petronii in Archivio, et in Libris Censualibus, valebat bol. 35 etquadrantem unum. Et 47 solidi florenum conficiebant. Tempore Innocentii III, uti ex ejus vita habetur, valida fames inaluit, ut rubium frumenti a 20 ad 30 solidos venderetur, hoc est ad 24 et 36 julios ascendit frimenti rubium.

– Ex Caeremoniali Gregorii X in Bibliotheca Vaticana, fol.,7. In coronatione Ponteficis processio a Sancto Petro ad Laterarum. Fuint Domino Papae arcus; et clerici Romani occurrunt eidem via sacra, ubicumque possunt, cum thuribulis et incenso. Et in remuneratione dantur Romanis librae XXXV Provenientium. Et clericis pro thuribolus XIV librae et dimidia Provenientium. Item fol. 62 de Mundato faceindo. Missa igitur solemniter peracta, ascandit Palatium, comitantibus eum tam episcopis, quam presbyteris et diaconibus, omnibus partis secundum ordinem suum. Pontifex vero ingreditur Basilicam Sancti Laurentii de Palatin, vel capellam Sancti Martini, si est ad Sanctum Petrum, et exuit planetam, et assumit sibi mantum in scapulis, imposito super caput ejus fanone cum mitra, et facit mundatum, XII subdiaconis roquetum cum superpellico portantibus (Hodie sunt duodecim paupers, quibus Papa lavat pedes). Cubicularii ponunti concham ante eum; ipse vero praecinctus linteo, habens ante se linteum mundum, quo unus diaconus ei servit, secundum Dominum Jacobum Gaytani ipsum Papam praecingit, cracheolam ad hoc pase tenens. Quae omnia debent parari per Thesaurarium, vel Fratres de Pagnotta (Fratres de pagnotta Ordinis Sancti Benedicti Ecclesiam Sancti Blasii in via Julia incolebant; curabant etiam corpus Pontificis defuncti. Hodie hujsmodi curam habet Sacrista Papae Ordinis Sancti Augustini) et duodecim subdiaconi manenti foris Basilicam discalciati. Duo vero ostiarii accipiunt Priorem in ulnis, et portant eum ante Pontificem. Pantifex cum aqua calida, quam infondere Cubicularii, lavat pedes ejus, et tergit linteo, et deosculatur pedem ejus dextrum, et dat ei duos solidos Provenientes. Et sic facit unicuique subdiaconorum, et dat eis XII denarios, etc.

 

Bene ancora sarà l’aggiugnere quello che ha il suddetto papa Innocenzo III nella Costituzione sua al Rettore ed ai Frati dello Spedale di Santo Spirito, che fra l’Opere sue stampata si ritruova. Così adunque egli parla: Jubemus, ut pro mille pauperibus extrinsecus adventantibus, et trecentis personis intus degentibus, decem septem librae usualis monetae (ut singuli accipiant tres denarios unum pro pane, alterum pro vino, aliumque pro carne) ab Eleemosynario Summi Ponteficis annuatim vobis in perpetuum tribuantur. – Comanda parimente il medesimo Innocenzo III pontefice che ai Canonici, qui effigiem Salvatoris processionaliter deportabunt, singulis duodecim nummis de oblationibus Confessionis Beati Petri praestentur.

– Il Grimaldi, prendendo ad illustrar questi passi, vien poi soggiungendo le seguenti parole:

Supra dictae decem et septem librae usualis monetae erant scuta auri in auro triginta quatuor, ut colligitur ex pluribus observationibus a me factis ex scripturis Archivi praedictae Basilicae. Solidi, de quibus infra, valoris erant bononenorum sive obolorum duodecim semis pro quolibet. Decem solidi argentei conficiebam nummum aureum juliorum decem et bonon 25. Quatuor nummi argentei erant unus solidus. Nummus valoris erat trium obolorum seu denariorum. Triginta solidi valebant marcham unam argenti puri: sunt scuta tria, bonon 75. Ita habetur fol. 71 in libro antiquissimo MSto in membranis Callisti II papae. Ex Vita ejusdem Innocentii III colligitur, marcham majorem esse scutorum trium, bol. 75, atque etiam scutorum quinque, bol. 75. Librae XXXV Provenientium Senatus sunt scuta auri in auro LIX. Idem etiam Innocentius pro subsidio Terrae Sanctae fecit novam navem, in qua cum armamentariis suis mille trecentas libras expendit. Sunt scuta in auro 2600. Hinc colligitur libram hunc esse magni valoris. Pro mille igitur et trecentis personis, largiendo singulis tres denarios seu obolos, conficiebant summam scutorum 39 monetae. Et supradictae librae XVII sunt auri in auro scuta 34, ad julios duodecim pro scuto. Sic satis superque erat hujusmodi eleemosyna, et sufficiebant illis temporibus dicti tres denarii seu oboli ad panem, vinum et carnem praedictas emendas. – In Caeremoniali Gregorii X in Bibliotheca Vaticana de electione novi Pontificis haec leguntur: Recipit Papa de manu Carnerarii denarios argenteos valentes decet solidos Provenientes, et projicit super populum, dicens singulis vicibus: Dispersit, dedit pauperibus, ec.

– S’incontrano ancora nelle carte antiche della città di Roma librae affortiatorum, delle quali s’è parlato nella precedente Dissertazione. Il suo prezzo, ragguagliato colla libra Lucensis monetae, forse si potrebbe ricavare da uno strumento dell’anno 1159, da me stampato, in cui la rocca di Santo Stefano con altri luoghi è data in pegno a papa Adriano IV. Nel testo è detto pro centum quadraginta libris Lucensium et quinque solidis; e nella rubrica pro centum libris affortiatorum et quinque solidis.

Finalmente mi resta da dire qualche cosa de fiorini, moneta sopra tutto celebratissima d’Italia. Per testimonianza di Ricordano Malaspina, cap. 152, e di Giovanni Villani, lib. VI, cap. 53 delle Storie, nell’anno 1252 cominciò il popolo Fiorentino a battere questa moneta d’oro, chiamata da essi fiorino, e ducato d’oro da altri, perché nell’una parte era impresso un giglio, e nell’altra l’immagine di San Giovanni Batista. Questa è l’origine del fiorino d’oro; però sembra scura la sentenza del Borghini nel libro delle Monete Fiorentine, dove scrive: Questo nome di fiorino fu innanzi alcuni secoli (cioè prima che Carlo I di Angiò conquistasse il Regno di Napoli e Sicilia), e tutta la cosa della moneta nostra era prima firma, che questo Carlo avesse che far nulla, o pur pensasse al Regno di Napoli. Quel che è certo, nell’anno di Cristo 1266 Carlo I s’impadronì di quel Regno; e il fiorino fu la prima volta battuto nell’anno 1252. Dove dunque sono que’ secoli che il Borghini spacciò? Fors’egli proferì questo con prenderlo da’ proprj suoi giorni. Ora il nome e pregio di tali fiorini si dilatò sì fattamente per tutta l’Europa, che quasi tutti gli altri principi a gara cominciarono a batterne anche essi con ritenerne lo stesso nome. Come fa fede il suddetto Villani nel lib. IX, cap. 48, Arrigo VII Augusto contra de’ Fiorentini adirato sentenziò: Che i Fiorentini non potessono battere moneta d’oro né d’argento; e consentì per privilegio a messer Ubizino Spinoli da Genova, et al Marchese di Monferrato, che potessero battere in loro terre fiorini d’oro contraffatti sotto il segno di quegli di Firenze. Ciò parimente fecero altri principi o per proprio diritto, o per privilegio. Fra gli altri (secondo la testimonianza del medesimo Storico, lib. IX, cap. 169) Giovanni XXII papa nell’anno 1322 fece fare in Avignone una nuova moneta d’oro, fatta del peso e lega e conio di Firenze, senza altra insegna, se non che dal lato del giglio diceano le lettere il nome di papa Giovanni. – Aggiugne nel cap. 278: Per intrasegna di costa a San Giovanni vi avea una mitra papale, e dal lato del giglio diceano le lettere SANTUS PETRUS, Santus Paulus. Scrive in oltre che il medesimo Papa fulminò la scomunica contro chiunque battesse fiorini d’oro ed imitazione de’ Fiorentini, quando egli stesso non ebbe scrupolo di fabbricarne per sé. Maravigliaronsi forse allora i Fedeli che saltasse fuori la scomunica per sostenere la moneta de’ Fiorentini. Ma anche i Re di Francia col nome di fiorini batterono moneta, non però in quel tempo che immnaginò il sig. le Blanc. Attribuisce egli i fiorini Franzesi a Filippo Augusto, Lodovico VI, VII ed VIII Regi, senza badare che questi fiorirono prima del 1252, in cui ebbero principio e nome i fiorini di Firenze. Il perché è da credere ch’essi furono battuti da Lodovico IX, o X, e da Filippo il Bello. Né s’hanno da confondere co’ fiorini i gigliati, moneta d’oro di Carlo I re di Napoli e Sicilia, e così appellati perché anch’essi portavano il giglio, insegna dei Re di Francia. Non è però certo che anche i fiorini di Firenze presso alcuni non sortissero lo stesso nome di gigliati, come oggi dì vengono anche chiamati in Firenze i battuti a somiglianza degli antichi, ed hanno parimente il nome di ruspi. Qual fosse il valore del fiorino ragguagliato colla libra Romana di Provenienti o Provisinisi può ricavare da uno strumento ch’ io ricavai dal codice MS. di Cencio Camerlengo, scritto nel 1295, dove troviamo octingentos sexaginta sex florenos, et duas partes unius floreni auri pro sexcentis quinquaginta libris Provisinorum (o Provenientium) pagati dagli uomini di Frosinone. Otto fiorini della zecca Fiorentina davano il peso di un’oncia d’oro, e ciascun di essi valeva XX soldi. Per attestato ancora di Guglielmo Ventura nella Cronica di Asti, i fiorini d’oro nell’anno 1290 valebant solidos XX Astenses. Così Giovanni Villani nel lib. VII, cap. 89 scrive che cento mila libre di gienovini (moneta di Genova) erano più di cento venticinque migliaia di fiorini d’oro. Presso i Bresciani (per quanto scrive Jacopo Malvezzi nella Cronica di quella città circa l’anno 1270) Mille aurei sexcentis libris aequivalebant. Nam tunc in civitate hac Brixia duodecim soldi tantum pro floreno aureo dabantur. Ora così crebbe nel secolo XIV la fama e il nome de’ fiorini, che sopra l’altre monete d’oro essi erano in corso per tutta l’Italia, ed anche fuori. Nel libro MS. dei Decreti e Privilegj, esistente nell’archivio del Comune di Modena, si leggono tre diplomi di Giovanni re di Boemia, dati nel 1331 in cui egli fece tanti progressi in Italia, Nobili viro Andreae de la Molza, in un de’ quali gli dona Castello Leone, dopo aver tenuto al sacro fonte Gherardino di lui figlio. In un altro il costituisce Domus nostrae domicellum et familiarem domesticum. Ivi ancora si legge una Memoria presentata dallo stesso Andrea a Carlo IV Augusto, figlio di esso Re Giovanni, per pregarlo di essere soddisfatto delle somme di danaro prestate al medesimo Imperadore e al Re suo padre. Imprima (dic’egli) prestà eo Andrea al meo Signore misser lo Re di Boemia, dando in Modena, li quae ello ge fe dare a misser Eusilmaro Tedesco, li quae ello ge donò, e foe a dì X d’aprile MCCCXXXI in presentia di messer Loyxe de Savoia, e de misser Zim da Castione, e de messer Raynero da Monte Pulzano soe cancellero, fiorini CCC d’oro. Item prestà eo Andrea al deto meo Signore, siando in Bologna in casa del deto Andrea; e recevelli misser Nicolò, che era allora soe cancellero, e da poi foe vescovo de Trento; et haveli per pagare l’albergo là, ove era stae molti cavaleri, e famia dei deto Re, e per vari drapi che comprò lo deto misser Nicolò, per vestire lo deto misser lo Re, e li Conti de Namurco soe Cuxini; e foe a dì XV d’aprile MCCCXXXIII in presentia di misser Guido de’ Scali da Fiorenza factore e donzello di misser lo Legato Cardinale de Hostia e Signore di Bologna, ec. Fiorini DCC d’oro. Item prestà eo Andrea al dicto misser l’Imperatore a dì XXII d’aprile MCCCXXXIII, siando lo deto Re a Modena in casa di Fra Predicatori; e ricevelli misser Nicolò alora soe cancellero per pagare spese che havea facto misser lo Re in Modena, non possendone havere nesuno da misser Manfrè de’ Pii, né in Comune; e questo in presentia de misser Guido de’ Pii da Modena, e de Fra Iacomo da Collegarola Priore di Fra Predicatori di Modena, ec. Fiorini MDC d’oro, di qual da lo deto Imperatore ne ricevè cartha siando in Modena in casa di Fra Predicatori. – Oltre a quello che s’è detto de’ fiorini nella precedente Dissertazione, diede alla luce una Dissertazione su questo argomento il dottissimo Francesco Vettori, cavaliere di Santo Stefano, che abitante in Roma, sì per la sua erudizione che pel suo Museo gran nome si è acquistato.

È ora da avvertire, che dopo essere stata conceduta alle città Italiane dagli Augusti tanto la libertà, quanto il gius di battere moneta d’oro e d’argento, allora non poche di esse regolarono il corso della propria moneta a tenore de’ soldi o denari che le medesime fabbricavano, di modo che non di rado altro era in una e diverso in altra l’ordine e nome della pecunia. In una carta esistente nell’archivio de’ Canonici di Modena scritta nell’anno 1212, Honestus Dei gratia Abbas Monasterii Sancti Benedicti de Lene (cioè ad Leones) in Diocesi Brixiae, ex praecepto Domini Sicardi Cremonensis Episcopi, et Apostolicae Sedis Legati (era a me ignota questa prerogativa di Sicardo, allorché pubblicai la di lui Cronica nel tomo VII Rer. Ital.) vende alcuni poderi, e particolarmente Curtem Sancti Vincentii, quae est posita prope Castrum de Badiano (nunc Bazzano) pretio CCCLI librarum Imperialium in Bologninis, vel Ferrarinis, vel Parmesianis, tribus sold, per unum Imperialem. Il P. Mabillone negli Annali Benedettini all’anno DCCLIX fa menzione del Monistero Leonense Bresciano, e lo chiama a Conrado II Imperatore solo aequatum. Eccolo tuttavia in essere nell’anno 1212. In un’altra carta del 1179 mi si affaccia Donnus Erizo Monachus venerabilis Monasterii Sancti Benedicti de Leune, Prior de Panzano, cioè di un Monasteruolo esistente nel luogo di Panzano, allora territorio di Modena, ed ora di Bologna. Abbiam dunque veduto soldi Bolognesi, Ferraresi e Parmigiani, e tuttavia dura il nome di Bolognini non solo in Bologna, ma anche in Modena e in altri luoghi, ma con gran mutazione di moneta e valore. Nell’antichissimo codice degli Statuti MSS. di Ferrara (lib. II Rub. 341) s’ha un titolo de valore Bagatinorum, cioè quod quilibet teneatur recipere quatuor Bagatinos protribus Ferrarinis. Era moneta bassa: anche oggidì diciamo: Io non ti stimo un bagatino. Presso i Pavesi due diverse libre si usavano, scrivendo Galvano Fiamma dell’Ordine de’ Predicatori nella sua Cronica maggiore MS. al cap. 286: Ex hoc postea Communitas Papiensis solvit decem et octo mille libras illius grossae monetae, cujus libra valebat florenum. Così scriveva Galvano circa il 1330, tempo in cui sopra l’altre monete era celebre il fiorino. Ascoltisi anche l’Anonimo Autore di una Cronica Milanese tuttavia MS., parte di cui pubblicai nel tomo XVI Rer. Ital. Così egli parla nella parte da me tralasciata: De Moneta ab Archiepiscopis Mediolanensibus cusa. Prima moneta dicebatur Marca auri, et valebat XVI florenos (cioè d’oro). Alia fuit Marca argenti, quae valuit quatuor florenos cum dimidio. Tertia moneta dicebatur Augusta, habens Imperatori: imagines et suprascriptionem, et erat de argento purissimo. Decem solidi Imperialium valebant unum florenum. Quinta moneta dicebatur Tertiolus, quia ejus tertia pars erat tantum argentea, et XX solidi valebant unum florenum. Né si dee tralasciare la memoria degli zecchini Veneti, chiamati una volta ducati aurei Veneti. Abbiamo da Marino Sanuto nella Storia Veneta (tomo XXII Rer. Ital) che questa moneta si cominciò a battere in Venezia l’anno 1285. Furono dello stesso peso e forma che i ducati d’oro Germanici ed Ungarici, e degli antichi e moderni fiorini.

Passiamo ora ai nostri tempi. Non v’ha provincia, non v’ha città in Italia, che non riconosca una somma differenza fra le libre e i soldi dell’antica e della presente età. Una volta con poche ed ora con molte libre si cambiano le monete d’oro e d’argento; anticamente poche libre comperavano un campo, ora parecchie se ne esigono. All’osservare gli antichi contratti, si viene a poco a poco scorgendo questa mutazion di valore nella pecunia, che anche oggidì miriamo accadere. O sia che tale instabilità si debba attribuire alla non mai sazia avarizia degli uomini, che sempre si studiano di valutar più caro il prezzo dell’oro e dell’argento nel vendere e spendere; o pur sia, come io vo’ credendo, ch’essa provenga dalla condizione della moneta bassa ed erosa che sempre va peggiorando nelle nostre zecche, al valor della quale si adatta quello de’ metalli preziosi (giacché non si può attribuire questa metamorfosi alla rarità di essi metalli); certo è che un gran divario passa fra l’antica e recente pecunia. Ne’ vecchi secoli la moneta si soleva fare di soldi d’argento buono per lo più. Nell’archivio della Comunità di Modena ho osservato quanto valesse il pane e il vino presso i nostri antenati. Anno MCCXLIX indict. VII, die martis X intrante mense augusti, Regnante Domino Imperatore Frederico. – Haec est ratio qualiter vinum vendi debeae ad minutum. Vinum, quod constat X solidos Mutinenses quartarium, debet fieri mensura de XXXIII unciis et una drama. Item mensura vini de XXXIII lidis Mutinensibus, debet esse de XXX unciis et una drama, ec. Nota quod quartarium vini est in summa CCCXXXIII libras. Quando sextarium frumenti valet XX solidos Mutinenses, devet esse panis coctus VIII uncias et meza pro duobus denariis Mutinensibus. Item ad rationem XIX soldorum, debet esse IX uncias, minus una drama, ec. Per la stessa ragione nell’anno 1283, essendo podestà Guidotto degli Arcidiaconi, e capitano del Comune e popolo di Modena Guido da Correggio panis venalis bene coctus, qui fiet de sextario frumenti, qui valuit XX solidos Mutinenses vel ultra, fieri debeat tribus denariis Mutinensibus XIV unciarum, et trium tramarum minus quarta parte unius tramae, ec. In Ferrara (come si legge negli Statuti di quella città compilati l’anno 1268) Fornaxarii tenebantur dare milliarium lapidum (cioè di mattoni) pro XX solidis Ferrarinis; et millianium tavellarum (cioè di mattoni più sottili) pro XV solidis Ferrarinis; et modium calcinae pro XVII solidis Ferrarinis; et milliarium cupporum pro XXIV solidis Ferrarinis. Quanto al prezzo delle terre, nell’anno 1221 Ubertinus Campetia de Spilamberto vendidit per alodium duas petias terrae positas in Curie Spilamberti. Prima petia est duodecim bubulcae. Secunda est VI bubulcae pro XL et octo libris. Nell’anno 1228 Guglielmo vescovo di Modena comperò nella villa di Porcile una pezza di terra di biolche XIV con pagare XLIX libras Imperiales ad rationem trium librarum Imperialiam pro qualibet bubulca. E nel medesimo anno un’altra ne comperò ad rationem quindicim librarum Parmensium quamlibet bubulcam. Nell’anno 1260 Guido da Suzara, molto rinomato giurisconsulto de’ suoi tempi, creato cittadino di Modena, di cui parlerà nella Dissertazione XLIV, della fortuna delle Lettere, comperò due pezze di terra, poste nel bosco della Lama, di biolche XCVI ad rationem XIII librarum Mutinensiurum pro qualibet bubulca. Correndo il medesimo anno, dal Comune di Modena fu comperata una pezza di terra posta nel distretto di Fiorano per lire secento ventuna ad rationem novem librarum et septem solidorum Mutinensium pro qualibet bubulca, quae petia terrae debet esse septuaginta septem bubulcas minus decem tabulis. Oggidì presso di noi una biolca di terra si suol vendere cinquecento, ed alle volte anche mille e più lire di denari correnti.

Si può riconoscere questa eccessiva mutazion delle monete, crescente quasi ogni anno, dai tempi susseguenti. Nei libri dell’archivio de’ Benedettini di San Pietro di Modena ho fatto le seguenti osservazioni. Nel 1470 un migliaio di mattoni cotti si pagava bolognini cinquanta, cioè due libre e mezza di soldi. Ora si paga 40 e più libre. Nell’anno 1471 lire 96, bolognini 16 e un denaro di moneta Fiorentina valevano lire 48, bolognini 12 e denari 3 di moneta di Modena. In quell’anno ancora ad un copista delle Omelie di Beda per ciascun giorno si davano 4 bolognini. Nel 1482 un fiorino d’oro valeva, soldi 98 di moneta Modenese. E nell’anno 1487 il fiorino largo d’oro correva in Modena per tre lire e due bolognini. Nel 1508 il ducato d’oro si valutava soldi 71, e scudi 26 d’oro si prezzavano lire 93. Modenesi. Parimente lo scudo d’oro nel 1560, si pagava lire quattro e mezzo. La dobla d’oro di Spagna nel 1597 valeva lire 12 e mezzo di moneta di Modena. La dobla d’oro d’Italia lire 12 e bolognini tre; lo zecchino d’oro di Venezia lire 7 e bolognini 6; l’unghero d’oro lire 7 e bolognini cinque. Tralascio il resto delle mutazioni susseguenti, per solamente dire che in Modena giunse a’ dì nostri la dobla d’oro di Spagna e il luigi d’oro battuto da Lodovico XIV a valere lire 50 di bolognini, e poscia con un maraviglioso salto giunse fino a lire 65. Una pari incostanza nelle monete si truova anche ne’ paesi vicini. Ognun sa quanto oro ed argento, da che furono scoperte le Indie Occidentali, sia passato in Europa. Dovremmo nuotare in que’ preziosi metalli. Ma il lusso insaziabile ne consuma non poco. Di troppo abbonda la moneta erosa; laonde conviene impiegarne molta quantità per comperar oro ed argento. Ci è in oltre un’ampia voragine di questi metalli, molto più grave dell’altre e men conosciuta: cioè il portarsi dagl’ingordi mercatanti un’indicibil copia d’oro e d’argento alle contrade de’ Turchi, del Gran Mogole, della Cina, ed altri paesi di Levante, per trarne le loro merci da vendere in Europa, giacché i popoli orientali, contenti del proprio, poco curano le manifatture e merci Europee. Tal costume né pur fu ignoto ai precedenti secoli. Attesta Giovanni Villani (lib. XII, cap. 96 della Storia) parlando dell’argento de’ Fiorentini, che i mercanti per guadagnare il raccoglievano e portavano oltre mare, dove era molto richiesto. Crebbe poscia il lusso, ed allora s’andavano a prendere dagli Orientali a furia più merci con discapito più greve dei tesori d’Italia. Vedi le Note del Benvoglienti alla Cronica Sanese nel tomo XV Rer. Ital. all’anno 1337, quante diverse merci trasse dalla Storia con effusione di gran danaro la sola famiglia dei Salimbeni.

Del resto, mai non sono mancati fabbricatori di moneta falsa e adulterata, e tosatori della buona. Nel Codice Teodosiano abbiamo molte leggi (lib. IX, tit. 2 e seg.) contra di questa abbominevol razza di ladri. Anche l’imperador Tacito, come avvertì Vopisco, cavit, ut si quis argento publice privatimque aes miscuisset; si quis auro argentum; si quis aeri plumbum, capital esset cum bonorum proscriptione. Anche ne’ tempi dei Longobardi e Franchi regnava questa iniquità. Perciò il re Rotari nella legge CCXLVI pubblicò questa legge: Si quis sine jussione Regis aurum signaverit, aut monetam confinxerit, manus ejus incidatur. Le quali parole ci fanno conoscere che già i Re Longobardi battevano moneta col loro nome, benché io non abbia potuto trovar dei loro denari più antichi. Carlo Magno, acciocché non si potesse fare falsa moneta, comandò che la sola real zecca ne avesse da battere. Anche Lodovico Pio nella legge XXVII fra le Longobardiche rinovò la Costituzione di Rotari, imponendo anch’egli il taglio della mano. Et qui hoc consenserit, si liber est, LX solidos componat; si servus est, X ictus accipiat. Ma che anche ne’ secoli barbarici, oltre ai soldi e denari d’oro e d’argento, si usassero nummi di rame, o di argento mischiato col rame, si può con fondamento asserire. Erano nondimeno più rari che presso i Romani, da’ quali si truova battuta tanta copia di monete di rame; laddove molto di rado si scuopre moneta erosa dopo la declinazione dei Romano Impero; ed essa quasi tutta battuta sotto gli Augusti Germanici e dalle città libere. Né altrimenti si potea fare, richiedendolo la necessità del commerzio umano. Perciocché, siccome scrisse Niccolò Oresmio nel secolo XIV (lib. de Mutat. Monetae, cap. 3): Quoniam portiuncula argenti, quae juste dari deberet pro libra panis, vel aliquo tali, esset minus bene palpabilis propter nimiam parvitatem: ideo facta fuit mixtio de minus bona materia cum argento; et inde ortum habuit nigra moneta, quae est congrua pro minutis mercaturis. Veramente nulla ho io potuto trovare di questa moneta erosa ne’ tempi dei Longobardi ed Augusti Franchi. Né pure il Blanc, nel suo Trattato delle Monete di Francia, ha osato di asserire se sotto la prima e seconda stirpe dei Re di Francia fosse in uso la moneta de’ biglioni, cioè fabbricata di schietto rame, o di argento mischiato di rame. Tuttavia la ragione addotta dall’Oresmio sembra assai persuadere che né pur que’ tempi fossero privi di bassa moneta per li loro bisogni; perché non si sa capire come la povera plebe si potesse procacciar tante minute cose alla giornata, quando non vi fosse stata qualche specie di vile pecunia. Nella Puglia e Calabria, correndo il secolo XII, fu in uso la moneta romesina di bassa lega. Falcone Beneventano, parlando dell’assedio di Bari fatto nel 1139 dal re Ruggieri, scrive che quel popolo comprava panem unum sex romesinis. Fu anche battuto da esso Re nel 1140 un ducato che valeva octo romesinas (Vedi il Du-Cange, dove tratta di questa moneta). Abbiam veduto di sopra che i folli furono moneta bassa; e il medesimo Ruggieri battè dipoi follares aereos, romesinam unam appretiatos: moneta sì cattiva, che, per testimonianza dello Storico suddetto, accrebbe sommamente la calamità e la povertà di quel Regno: tanto è vero che i vizj del secolo nostro né pur furono incogniti agli antichi tempi. Trattano del valore delle vecchie monete il P. Giovanni Mariana nell’Opusc. de Ponderib. et Mensunis, che si truova stampato in fine del suo Trattato de Rege et Regis Institut; Antonio Sola in fondo al suo Commentario sopra i Decreti dei Duchi di Savoia, stampato in Torino nel 1607; e Antonio Gobio Mantovano nel suo Trattato de Monetis, stampato nel 1699, fra i suoi varj Trattati Legali. Delle più antiche ha anche trattato il Padre Beverini nel suo libro de Ponderibus, ec.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011