Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXVII

Della Zecca, e del diritto o privilegio di battere Moneta.

Andiamo ora a cercare come passasse l’affare delle Monete, da che in Italia declinò il Romano Imperio, e qua posero o fissarono il piede le nazioni straniere. E primieramente s’ha a vedere a quali città competesse il privilegio d’avere Zecca, o sia diritto di battere moneta. Certo è che la regina delle città Roma, tuttoché fosse trasferita in Grecia la sedia dell’Imperio, conservò questa prerogativa, almen sino ai tempi d’Eraclio imperadore. Truovansi denari degl’Imperadori dopo Costantino, ed anche dei Re Goti con segni d’essere stati battuti in Roma, leggendosi ivi R. P. cioè Romae percussa, cioè Pecunia, o pure R. M. ovvero ROM, ed anche ROPS. cioè Romae pecunia signata. Ho veduto una picciola moneta d’argento, battuta sotto Giustino minore circa l’anno 570, nel cui diritto si mira il capo di un Augusto con diadema tempestato di perle o gemme, e colle lettere D. N. IVSTINVS PP. AVG. cioè Dominus noster Justinus perpetuus Augustus. Nel rovescio v’ha un monogramma colle lettere RAOSD. le quali coll’autorità che si attribuiscono gl’interpreti delle antiche cifre, possono significare Roma o Romae, Obsignatus Denarius. Incontransi ancora in que’ tempi Mondani Romani, cioè presidenti alla zecca di Roma. Di questo nome Zecca si parlerà nella Dissertazione XXXIII. Presso il Grutero (pag. 1054, num. 8) in una iscrizione fatta Consule FL. Herculano, cioè nell’anno 452, Si truova Porphyrus Primicerius Monetariorum. Se dopo i tempi di Eraclio Augusto, cioè dall’anno 640, continuasse in Roma la fabbrica della moneta sino ai tempi di Carlo Magno, nol so io dire. Quel ch’è certo, da che fu ai Romani Pontefici conferito il temporal dominio sopra Roma e suo Ducato, cominciarono essi a battere denari, e continuarono un pezzo mettendovi il proprio nome, e quello del regnante Imperadore. Hanno creduto gli Eruditi Romani a’ nostri dì, che in que’ denari entrasse il nome degl’Imperadori, per esser eglino avvocati della Chiesa Romana. Di lunga mano è più fondata l’opinione d’altri, che ciò si facesse per denotare l’alto dominio tuttavia conservato da essi Augusti in Roma. Ne abbiamo un chiaro esempio in Grimoaldo principe di Benevento. Gli concedette Carlo Magno quell’insigne Principato o Ducato, ma con ritenerne la sovranità: in segno di che l’obbligò a mettere in tutti i pubblici atti o strumenti, e nelle monete ch’egli battesse, anche il nome di esso Carlo Magno: ut chartas, nummosque sui nominis (cioè di Carlo) characteribus superscribi semper juberet, come s’ha da Erchemperto. Altrettanto si fece anche in Roma negli strumenti e denari. Intorno alle monete de’ Sommi Pontefici hanno faticato alcuni Letterati del secolo presente, cioè Monsignor Giovanni Vignoli, il sig. le Blanc Franzese, il P. Filippo Bonanni della Compagnia di Gesù, Saverio Scilla e l’abbate Benedetto Fioravanti. Profitterò io delle loro ricerche per rappresentare a’ Lettori le monete Pontificie di molti secoli, senza toccare alcuna delle moltissime de’ secoli recenti.

Roma e i Romani Pontefici

Il primo denaro Pontifizio lo dobbiamo al suddetto abbate Fioravanti. Nel diritto si vede il busto d’un Pontefice con lettere nel contorno HADRIANVS PAPA. Di qua e di là sono I. B. Nel mezzo del rovescio una croce con R. M. Stanno all’intorno queste altre VICTORIA DNN., di sotto CONOB. Che il denaro sia battuto in Roma, s’ha dalle sigle R. M. E quando tal moneta appartenga ad Adriano I creato papa nell’anno 772 (intorno a che lascerò giudicarne ad altri), converrà dire che i Romani Pontefici ottenessero dai Greci Augusti il gius di battere moneta, come poi tanti altri vescovi l’impetrarono dai Franchi. Ma chi tuttavia fosse il Sovrano di Roma, è indicato dalle sigle DNN. significanti Domini nostri, o Dominorum nostrorum. Che vogliono dire le lettere I. B. sarà cura d’altri lo strologare. Disputano tuttavia gli Eruditi intorno al significato della parola o sia delle sigle CONOB.; né io mi sento d’entrare in questa lite. Male è che un solo di questi denari sia venuto alla luce. Punto non somiglia a quei de’ susseguenti Papi.

Il secondo denaro dal Vignoli fu creduto appartenere ad esso papa Adriano I, ma con supplire le lettere. Hanno tenuto la cattedra di S. Pietro Adriano II e III. Potrebbe quivi parlarsi dell’uno di essi.

Il terzo, prodotto dal Vignoli, ci fa conoscere Leone III papa col monogramma, da cui si ricava LEO., e colle lettere SCS. PETRVS. Nell’altra facciata si legge CARLVS, e nel monogramma IPAT. cioè Imperator. Egli è Carlo Magno, circa l’anno 801, tempo nel quale è fuor di dubbio che i Papi, divenuti signori anche nel temporale di Roma, battevano moneta.

Il quarto, pubblicato dal signor le Blanc, ha le lettere guaste. Il Vignoli volle a suo capriccio supplire. Quel che vi ha di certo, è il nome di Carlo Magno, e nel rovescio SCS PETRVS ROMA.

Il quinto denaro, pubblicato dal Vignoli, vien da lui creduto di papa Stefano IV. Dal monogramma risulta STEFANVS, e nel contorno SCS. PAVLVS. Leggesi nel rovescio SCS. PETRVS. ROMA. Ma se talun tenesse che ivi si parlasse di Stefano VI, o VII, o VIII, non so come si potesse abbattere tal coniettura.

Dal signor le Blanc fu prodotto il sesto, dove una facciata ha LVDOVVICVS IMP. ROMA. cioè Lodovico Pio Augusto. Nell’altra si legge PSCAL. cioè Pasquale I papa circa l’anno 818.

I denari VII, VIII e XI, presso le Blanc e Vignoli, appartengono a Gregorio IV papa, e portano anche il nome di Lodovico Pio Augusto. Ne’ due primi dall’un de’ lati v’ha PP. GREII SCS PETRVS; dall’altro LVDOVVICVS IMP. PP. cioè Perpetuo, come spiega il Vignoli, o pure Perpetuus, come credo io, secondo varie iscrizioni presso il Grutero e Reinesio. Vi s’aggiugne ancora PIVS, titolo dato a Lodovico vivente: il che fu negato dal Mabillone. Nel nono denaro, che ha il nome di papa Gregorio, si truova anche HLOTARIVS IMP. e in mezzo PIVS: dal che si scorge che la denominazion di Pio non fu data per singolar fregio a Lodovico, principe per altro piissimo, quando ne fu partecipe anche Lottano suo figlio, principe cattivo.

Il decimo denaro, pubblicato dal Fioravanti, appartiene a Sergio II papa. Nel mezzo v’è SER, e nel contorno SCS PETRVS. Nel rovescio HLOTHARIVS IP. cioè Imperator nel contorno, e PIVS nel mezzo. Nell’anno 844 fu eletto e consecrato Sergio II.

L’undecimo denaro, presso Scilla e Fioravanti, è di papa Leone IV circa l’anno 848. Nel monogramma comparisce LEO PAPA, e nel contorno SCS PETRVS. Nell’altra parte HLOTARIVS. IMPR. Quale in questi denari sia il diritto e quale il rovescio, chi può deciderlo? I denari XII e XIII, pubblicati dal Vignoli, riguardano Benedetto III papa e Lodovico II Augusto circa l’anno 856. Ivi si legge BENEDICT. P. cioè Papa, S. P. cioè Sanctus Petrus. Nell’altra LVDOVVICVS IMP. e nel mezzo una mano con lettere RO, che vengono a formare ROMANVS. Vedi come anche in que’ tempi Roma si dilettasse di questi giocoloni. Nel secondo aggiugne PIVS al nome di Lodovico II.

I denari XIV e XV, presso il Vignoli, furono battuti da papa Niccolò I circa l’anno 860. Ivi è nel monogramma NICOLAVS. SCS PETRVS; e nell’altra parte LVDOVVICVS IMP. ROMA. Nel secondo si legge solamente ROMA.

Il XVI, prodotto dal Blanc sotto Lodovico Pio e restituito al suo luogo dal Vignoli, appartiene ad Adriano II papa, il cui nome è quivi ADRIANVS senza aspirazione con SCS PETRVS. Nell’altro campo LVDOVVICVS IMP. ROMA, cioè Lodovico II circa l’anno 870.

I denari XVII, XVIII, XIX, XX, dati dal Vignoli, sono di Giovanni VIII papa. Ne’ primi si legge IOHANNES SCS. PETRVS. LVDOVVICVS IMP. ROMA. Nel terzo si vede il nome d’esso Papa, e nel contorno CAROLVS IMP. cioè il Calvo, o il Grosso, amendue coronati imperadori.

Il XXI, da me dato alla luce ed esistente presso l’Arciprete della Cattedrale di Verona Gian-Francesco Muselli, si riferisce a Marino I papa, eletto nell’anno 882. Nel monogramma è MARINVS, nel contorno SCS PETRVS. Nell’altra facciata CAROLVS IPAR, cioè Imperator. Egli è Carlo il Grosso.

Il XXII, prodotto dal Vignoli, ha MARINI PP. cioè Papae Denarius, ROMA. Poi KAROLVS. SCS PETRVS circa l’anno 883. Questo Marino si convertì presso gl’ignoranti scrittori Martino, e cagion fu che poi si nomasse Martino V, che solamente era da dirsi Martino III.

Il XXIII lo dobbiamo al Fioravanti, e si riferisce a papa Adriano III, eletto nell’884. Quivi si legge HADRIANI SCS PETRVS. e CAROLVS IMP. ROMA cioè il Grosso.

I XXIV e XXV furono battuti circa l’anno 886 da papa Stefano V. Vi si legge nel monograrmma STEPHAINVS SCS PETRVS, e CAROLVS IMP. Nell’altro v’ha ROMA SCS PAVLVS.

Il XXVI, presso il Fioravanti, è simile ai due precedenti, se non che è scritto SEPANVS e CAROLVS IPA.

Il XXVII, presso il medesimo, ha STEPHANVS SCS PETRVS. CAROLVS IMP. ROMA.

Nel XXVIII e XXIX troviamo papa Formoso circa l’anno 892. Vi si legge il suo nome, e VVIDO IMP. ROMA con S. P. cioè Sanctus Petrus.

Il XXX, rapportato dal Fioravanti e battuto da Giovanni IX papa circa l’anno 898, ha nel monogramma IOHAN; nel contorno LANTVERT. IMP. Vedi come era appellato Lamberto imperadore. V’ha eziandio SCS PETRVS.

I denari XXXI, XXXII, XXXIII, divulgati dal Vignoli, appartengono a papa Benedetto IV, eletto nell’anno 900. Il nome del Papa è chiuso nel monogramma. Poi vi si legge LVVDOIGVS IMP. ROMA, cioè Lodovico III Augusto.

Il XXXIV e XXXV, prodotti dal Fioravanti, sono di Sergio III papa, eletto nel 904, e che tenne la sedia di S. Pietro fino al 911. Nel primo comparisce una croce e ROMA nel contorno SERGIVS. PP. Nel rovescio SCS PETRVS, coll’immagine sua, o dello stesso Papa. Non v’è il nome di Lodovico III imperadore, perché acciecato gli convenne abbandonar l’Italia.

Il XXXVI si crede che appartenga a papa Anastasio, parendo che dal monogramma si ricavi il suo nome. Quando ciò sia, sarà stato battuto quel denaro nell’anno 912 in cui era vacante l’Imperio.

Il XXXVII rappresenta Giovanni X papa, assunto al Pontificato nell’anno 914. Parimente ivi si legge: BERENGARLV. (cioè Berengarius) IMP. ROMA, il quale nell’anno 916 ricevette in Roma la corona Imperiale.

A Leone VI papa è da riferire, per quanto io conietturo, il XXXVIII denaro, dove si legge LEO PAPA. SCS PETRVS. Nel rovescio sta il medesimo monogramma colle lettere SCS PAVLVS. Nell’anno 926 e ne’ seguenti, ne’ quali fiorì anche Leone VII papa, niuno imperadore fu in Italia.

Il denaro XXXIX si può rapportare a Giovanni XI papa, che salì sul trono pontifizio nel 931, vacante l’Imperio. Quivi si legge DOMnus IOANnES, e nel mezzo PAPA. Nell’altra facciata SGS PETRVS.

I denari XL e XLI furono battuti in Roma sotto Agapito II papa, consecrato nell’anno 946. Nel contorno del primo si legge ALBERICVS, cioè Alberico figlio di un altro Marchese Alberico, Console de’ Romani, che tirannicamente usurpò il dominio di Roma. Nell’altro v’ha AGAPITVS PApa, ALBERICVS, e SCS PETRVS.

I denari XLII e XLIII pubblicati dal Vignoli, sono da lui riferiti a Giovanni XII papa. Il primo, battuto nella vacanza dell’Imperio, ha solamente DOMNVS IOHAnnes PAPA. SCS PETRVS. ROMA. L’altro, battuto nell’anno 962 in cui fu creato imperadore Ottone I, ha nell’una parte DOM. IOANES PAPA, nell’altra OTTO IMP. Ma forse questo appartiene a Giovanni XIII, eletto nel 965, perché il volto dell’Imperadore è da giovane e non da vecchio, quale era Ottone I Grande.

I denari XLIV e XLV ci fanno conoscere Leone VIII, eletto papa nel 963. Ha il primo LEONI PAP. OTTO. Nel rovescio il busto d’un uomo colle lettere P. S. che il Vignoli interpreta Petras Sanctas. Nell’altro solamente si legge DN. LEONI PAPE. SCS PETRVS.

Il denaro XLVI dal Vignoli è creduto spettante a Benedetto V papa nell’anno 964. Ma non se ne può giudicare, essendo corrose le lettere.

Il denaro XLVII esistente in Verona presso l’Arciprete Muselli, ci fa vedere l’effigie di Benedetto Quinto, o Sesto, o Settimo, colle lettere BENE. PP. Nell’altra faccia ROMA. SCS PETR. OTTO, cioè il I o II degli Ottoni.

Il denaro XLVIII dal Fioravanti è riferito a Giovanni XIII papa, eletto nel 965. Ivi si legge DOM. IOHA. PAPA. In mezzo OTTO. Nel rovescio una mano, e SCS. PETRVS.

Il XLIX pare che possa appartenere a Benedetto VI papa, consecrato nel 972. Quivi si legge nel mezzo D. BE. P. cioè Domnus Benedictus papa. Nel contorno OTTO IMPE. ROM. Il rovescio ha l’effigie del Papa o del Principe degli Apostoli colle lettere SCS PETRVS.

Il denaro L vien creduto di Benedetto VII papa, eletto nel 975. Nel monogramma comparisce BENEDICTVS; all’intorno SGS PETRVS. Nel rovescio OTTO IMP. ROM. cioè il II.

Il denaro LI appartiene a Sergio IV, eletto papa nell’anno 1008, essendo allora vacante l’Imperio. V’ha il suo monogramma colle lettere SALVS PATRIAE. Nel rovescio ROMA. SCS PETRVS.

Il denaro LII si riferisce a San Leone IX, eletto nel 1049. In mezzo si legge LEO P., nel contorno SCS PETRVS. Leggesi nell’altra facciata HENRI. CVS IMP. ROMANORV. cioè il II fra gli Augusti.

Il denaro LIII è di papa Pasquale II, eletto nel 1099. Quivi si legge PASCHALIS. PP. II., e lo stesso nel rovescio.

Finquì i denari degli antichi Romani Pontefici. Perché poi quasi per tre secoli desistessero i lor successori dal battere moneta, se ne può attribuir la cagione alle turbolenze insorte fra i susseguenti Pontefici, e il Senato e Popolo Romano. Sedotti nell’anno 1142 i Romani da Arnaldo da Brescia eresiarca, si sollevarono contro i successori di San Pietro, e vollero rimettere in piedi il Senato e l’antica Repubblica. Gran tempo durò questo loro entusiasmo, e seguirono accordi, ma di corta durata. Allora fu, che esso Senato e popolo occupò la zecca, e si cominciò ad usare i soldi, o denari, chiamati Affortiati nelle vecchie carte, ed anche Infortiati, battuti, a mio credere, da essi Romani. Nella concordia seguita l’anno 1188 fra Clemente III papa, e il Senato e Popolo Romano, dicono essi Romani: Ad praesens reddimus vobis Senatum, et Urbem, et Monetam, cioè la Zecca. Tamen de moneta habebimus tertiam partem. Ma questo prurito di battere moneta poco stette a risorgere. Que’ denari appellati negli strumenti Romani Provisini si truovano ancora chiamati Pecunia Senatus, come proveremo nella Dissertazione seguente. Truovansi perciò monete d’oro ed argento battute nel secolo XIII, dove comparisce il nome del Senato o del Senatore di Roma. Nell’anno 1252 fu la dignità di Senatore sostenuta da Raimondo Capizucchi, e da lui si crede battuta una moneta d’oro, nel cui diritto sta Cristo che colla sinistra tiene un libro colle seguenti lettere: VOT. S. P. Q. R. ROMA CAPVT M. cioè Mundi. Nel rovescio San Pietro porge la bandiera ad un uomo inginocchiato con veste senatoria e berretta in capo. Nel fondo dello scudo apparisce l’arme della casa Capizucchi. Si aggiugne l’iscrizione S. PETRVS. SENATOR VRBIS. La seconda moneta ci fa vedere Roma in foggia di donna che colla destra tiene il pomo, colla sinistra una palma, e nel contorno ROMA CAPVT MVNDI. Nel rovescio si vede un lione con queste lettere: BRANCALEO. S. P. Q. R. Negli Annali di Genova si truova podestà di quella città nell’anno 1225 Nobilis Brancaleo de Bononia filius Andalonis; ma perché si dice mancato di vita in quell’anno, egli non può essere stato il Senatore di Roma, ma bensì l’avolo suo. Siccome osservò Francesco Valesio uomo dottissimo, Brancaleone juniore fu Senator di Roma nell’anno 1253. Matteo Paris, storico Inglese di que’ tempi, scrive che sul fine dell’anno 1253, che secondo noi viene ad essere il 1252, fu riferito al Re che mense augusti Romani elegerunt sibi novum Senatorem, civem Bononiensem, virum justum et rigidum, jurisque peritum, qui noluit electioni de se factae quomodolibet consentire, nisi securum eum facerent, quod tribus annis contra Statutum urbis staret in ipsius Senatus potentia. L’Autore della Miscella Bolognese scrive all’anno 1252: in quello anno Messer Brancalione di Andalò da Bologna fu eletto Senatore di Roma, e partissi con una bella compagnia, e andò al suo viaggio. Anche l’Autore della Vita di papa Innocenzo IV fa menzione d’esso Brancalione. Cinque altre monete Roma da altri Senatori, come apparisce dalle loro arme, ho io prodotto, comunicate a me dall’Arciprete di Verona Muschi, già raccolte dal chiarissimo Monsig. Francesco Bianchini.

In Roma parimente furono in corso nel medesimo secolo XIII i paparini, moneta battuta dal Senato, come apparisce da uno strumento del 1291. Probabilmente furono appellati così o dall’arme d’un Senatore, o pure dal suo nome. Presso il Ciampini in un musaico Romano si truova Paparone uomo nobile. Sino al principio del secolo XV non si truovano monete pontifizie; e pare strano che papa Bonifazio VIII, personaggio di grande animo, non ne abbia battuta alcuna; da che si truova che Benedetto XI suo successore esercitò questo suo diritto. Ma da che da Clemente V fu trasportata in Francia ed Avignone la Corte Pontifizia, allora da’ Papi si ripigliò l’uso della zecca con vigore, né mai più fu interrotto. Molte di quelle monete, per quanto porta l’istituto mio, ho raccolto io dalle Vite de’ Papi di Avignone del Baluzio, dal libro di Saverio Scilla, e dal più copioso di Benedetto Fioravanti, siccome da alcuni musei de’ miei amici. Alcune d’oro, altre d’argento, o pure di rame.

La prima ha queste parole: PP. BENEDICTVN. cioè Benedetto XI papa, uomo santo, che nel 1303 fu alzato al trono pontifizio. Nel mezzo è una croce, nel rovescio due chiavi S. PETR. PATRIMONIVM.

La seconda appartiene a papa Clemente V che porta la tiara, colla destra benedice, colla sinistra tiene la croce. V’è scritto CLEMENS PAPA QVINTVS, eletto nel 1305. Nell’altra facciata una croce sta nel mezzo, contornata da COMIT. VENASINI. cioè del Contrado Venayssino, di cui era già padrona la Chiesa Romana di Provenza. Il contorno più largo ha AGIM. TIBI. GRA. OMNIPOTENS DE. Di sopra son due chiavi, insegna della Chiesa Romana.

La terza è di Giovanni XXII papa, eletto nel 1316. Vi si vede un busto di donna, cioè di Roma, che siede sopra due leoni (se pure quella figura non disegna faldistorio o sedia) coll’iscrizione IOHES PAPA. XXII. COMIT. VENASINI. Nel rovescio una croce ed AGIM. ec.

La quarta è un fiorino d’oro, fatto ad imitazione de’ Fiorentini: del che fece doglianza Giovanni Villani. Vi si mira l’effigie di San Giovanni Batista con lunghi capelli e barba; nel di sopra la mitra pontifizia colle lettere S. IOHANNES. B. Nel rovescio un giglio, e nel contorno due chiavi con SANT. PETRV.

La quinta ci fa vedere lo stesso Papa sedente colle lettere PP. IOHANNES. Nel rovescio una croce con SALVE SCA CRVX.

La sesta ha una croce in mezzo; all’intorno PP. IOHANNES. Nel rovescio VIGESIMVS SEC. VDS. cioè Secundus.

La settima porta due chiavi colle lettere IOES. PAPA XXII. Nell’altra parte una croce con PATRIM’ DIV’ PÈ, cioè Patrimonium. Divi Petri.

L’ottava ha l’effigie del Pontefice, portante due chiavi nella destra, nella sinistra la croce con PP IOHES XXII. Nel rovescio due chiavi, e S. ECCLIE ROME, cioè Sancte Ecclesiae Romanae.

La nona appartiene a Benedetto XII papa, eletto nel 1334. Siede il Pontefice nella cattedra, tenendo in mano il baston pastorale, col motto BENEDICTVS. Nell’altra facciata una croce, e intorno ad essa PP. DVODECIMO.

La decima ha una croce con PP. BENEDICTVS XII. e nel rovescio PATRIM. S. PETRI.

L’undecima riguarda Clemente VI papa, eletto nel 1342. Vi si mira la sua effigie con CLEMS. PP. SEST. e le due chiavi. Nel rovescio la croce con COMES VENESI. Nel giro più largo AGIMVS TIBI GRAS OMNIPOTES DEVS.

La XII ha il papa sedente, e CLEMENS PP. SEXTVS. Il rovescio ha due chiavi, e SANCTVS PETRVS E PAL. cioè et Paulus.

La XIII mostra il Pontefice sedente con CLEMS PP. SEXTS. Nel rovescio una croce cum SANTS PETRVS.

La XIV fu battuta da papa Innocenzo VI, consecrato nel 1352. Siede il Pontefice sopra due lioni, o più tosto nel faldistorio o sedia, col motto INNOCENTIVS PP. SEXTVS. Nel rovescio una croce con quattro paia di chiavi e SANTVS PETRVS.

La XV ha l’immagine di San Pietro sedente nella cattedra col manto pontifizio e le chiavi in mano. V’ è scritto SANTVS PETRVS. Nell’altro lato la tiara papale con tre corone. Di sotto due chiavi, ed INNOCENTIVS PP. SEXTVS.

La XVI appartiene ad Urbano V papa, eletto nel 1363. Siede nella sedia o sopra i lioni con VRBANVS PP. QVNTS. Nel rovescio due chiavi e SANCTVS PETRVS.

La XVII ha l’effigie del Papa colle lettere VRBA. V. PP. Nel mezzo del rovescio V. R. B. I. ed intorno IN ROMA, dove egli venne nel 1368.

La XVIII. Siede ivi il Pontefice individuato dalle lettere VRBANVS PP. QVNTS. Nel rovescio due chiavi, e FACTA IN ROMA.

La XIX ci fa vedere sedente il Papa col motto VRBAN. PAPA QVNTS. Nell’altro lato una croce con quattro paia di chiavi, e SANTVS PETRVS.

La XX mostra nel mezzo una mitra, all’intorno un paio di chiavi, ed VRB. PP. QNTS. Il rovescio ha due paia di chiavi, ed intorno S. M. T. PET. E PAS.

La XXI ha il busto del Papa con VRB. PP. QVITS. Nel rovescio S. PET. E PAL. e in oltre nel mezzo V.R.B.I..

La XXII ha nel mezzo la mitra con VRBAN QVNTS, e di sotto V. PP. cioè Universalis, o pure Urbis Papa. Miransi nell’altra facciata due mitre con due paia di chiavi, e nel contorno SANCTVS PETRVS.

La XXIII ci rappresenta Gregorio XI, eletto papa nel 1371. Ivi è il motto GREGORS PP. VNDEC. Nel rovescio due chiavi e SANTVS PETRVS.

La XXIV ha il busto del Papa con due rosette, e GG. PP. VND. Nell’altro lato il mezzo ha V. R. B. I. e IN ROMA.

La XXV è simile alla precedente, se non che nel contorno v’ha una corona regale.

La XXVI si crede spettante allo stesso papa Gregorio. Vi si mira il busto d’un Pontefice con picciola chiave, due rosette e S. PETRVS. Nel rovescio DE ROMA colle lettere V. R. B. I.

La XXVII appartiene a papa Urbano VI, eletto nell’anno 1378. Siede ivi il Papa col motto VRBANVS PP. SEXTVS. Veggonsi nel rovescio una croce, quattro paia di chiavi e SANCTVS PETRVS.

La XXVIII è di Clemente VII antipapa, eletto nel 1378. Vi si mira la sua effigie colle lettere CLEMENS PP. SEPTIVS. Nell’altro lato le chiavi e SANCTVS PETRVS.

La XXIX simile ha SEPTIMVS, o pure SEPTIVS, e nel rovescio SANCTVS PETRVS ET PAVLVS.

La XXX ci rappresenta la tiara pontificia coll’arme dell’Antipapa, e CLEMENS PP. SEPTIVS. Nell’altra parte San Pietro colle lettere S. PETRVS APOSTOLVS.

La XXXI ha la tiara con due paia di chiavi e il nome di Clemente VII. Nell’altro lato due chiavi incrociate e SANCTVS PETRVS ET PAVLVS.

La XXXII appartiene a Bonifazio IX papa, eletto nel 1384. Vi si vede il Papa sedente col motto BONIFA. PP. NONVS. Nel rovescio le chiavi e SANCTVS PETRVS.

La XXXIII altro di diversità non ha, che la testa d’un Moro nel contorno del rovescio, e BONIFATI.

La XXXIV ha il busto del Pontefice, e le lettere BONIFAT. PP. N. Il rovescio ha IN ROMA, e lettere compartite V. R. B. I.

La XXXV col busto d’esso Papa ha PP. B. NONVS. Nel rovescio DE MACERATA.

La XXXVI mostra il triregno, e nel contorno B. PP. NONVS. Mirasi la croce nel rovescio col motto DE FIRMO.

La XXXVII si riferisce a Benedetto XIII antipapa, eletto nel 1394. V’ha la sua effigie e RENEDICT. PP. TRDEM. Nel rovescio le chiavi e le lettere SANTVS PETRVS ET PAVLVS.

La XXXVIII riguarda Innocenzo VII papa, eletto nel 1404. Siede il Pontefice coll’iscrizione INNOCENTIVS PP. VII. Nel rovescio le chiavi, e SANCTVS PETRVS.

La XXXIX ha il medesimo diritto. Il rovescio mostra le chiavi con SANCTVS PETRVS. S. P. Q. R.

La XL appartiene a Gregorio XII papa, eletto nel 1406. Il Papa siede, colle lettere GREGORIVS PP. XII. Nel rovescio le chiavi col capo d’un Moro.

La XLI rappresenta Giovanni XXIII papa, eletto nel 1410. V’ha la figura del Papa sedente, e IOVANNES PR XXIII. Nel rovescio le chiavi e SANCTVS PETRVS. C’è un’altra somigliante col capo d’un Moro. E un’altra colla coscia, arme di esso Papa.

La XLII ha nel diritto il triregno e IOHES PP. VIGESIMVS III. Nel rovescio le chiavi e SANTVS PETRVS ET PAVLVS, colla lettera R. fra le chiavi.

La XLIII ha l’arme di esso Papa colla tiara, e IOHES PP. VIGEXIMVS III. Nel rovescio San Pietro colla chiave nella destra e il libro nella sinistra, e SANCTVS PETRVS APOSTOLVS.

Chiunque brama le monete de’ papi da Martino V sino ad Innocenzo XI, vegga il libro del Molinet Franzese, del Padre Filippo Bonanni della Compagnia di Gesù, e del Fioravanti.

Ravenna

Passiamo a Ravenna. Nell’anno 402 questa nobil città divenne sedia dell’Imperio Occidentale, perché vi si portò ad abitare Onorio Augusto, e almeno da quel tempo essa cominciò a godere il privilegio della zecca. Vedesi una moneta d’esso Onorio presso il Du-Cange colle lettere R. V. P. S. cioè, se crediamo agl’interpreti, Ravennae Pecunia Signata. Un’altra battuta sotto Giovanni tiranno ha le medesime lettere. Non ho io dubbio che sotto i re Odoacre, Teoderico, Atalarico, Teodato, Witige e Baduila ritenesse Ravenna la prerogativa suddetta dall’anno 476 sino al 540. Niuna moneta ho io veduto di Odoacre, una bensì di Teoderico battuta in Roma. Sotto gli occhi ancora ho avuto un curioso pezzo di antichità, spettante ad esso Teoderico, che il chiariss. Apostolo Zeno trasportò da Modena al suo Museo. Consiste in un picciolo quadrato di bronzo della sottigliezza de’ medaglioni. In una facciata si legge DN. THEODERICI; nell’altra si vede la sola figura di un T che forse è l’iniziale del nome di Teoderico, intorno a cui gira una corona di lauro o di quercia. Nella costa di esso bronzo si leggono queste lettere: CATVLINVS V. C. ET I... L... P... V.. Sono d’argento i nomi dell’uno e dell’altro con lettere cavate nel bronzo, e riempiute d’argento, le quali restano quasi tutte illese nel nome di Teoderico; scaduta è la maggior parte di quelle di Catulino, ma ne restano chiari i segni nella cavità del bronzo. Di nobilissima ed illustre famiglia fu questo Catulino, come quella che nell’anno 349 ebbe per Console Aconio Catullino, credendo io che non pieno diversi nomi quei di Catullino e Caludino. Ebbe de’ Prefetti di Roma, de’ Proconsoli, ed altri saliti alle più cospicue dignità, come apparisce dal Codice Teodosiano, e da altre memorie dell’antichità. Apollinare Sidonio (lib. I, epist. II) racconta che circa l’anno 460 fu sparsa in Arles una carta satirica: Accidit casu ut Catullinus illustris tunc ab Arvernis illo venire, ec. Anche il Poema XII d’esso Sidonio è indirizzato ad virum clarissimum Catullinum. Mancò di vita Sidonio nell’anno 482. Sicché a que’ tempi fioriva un Catulino uomo chiarissimo ed illustre: titolo che si dava al Prefetto di Roma. Nell’iscrizione suddetta abbastanza si scorge che vi si leggeva ancora INLVSTRIS PRAEF. VRB. Per conseguente questo Catulino vivente nell’anno 404 si può credere lo stesso che il nominato da Sidonio, o almeno sarà stato suo figlio. S’ha da riporre quel pezzo d’anticaglia fra le tessere, o fra i donativi che in onore de’ Principi per qualche solennità si dispensavano agli amici. Ottavio Strada e il Du-Cange hanno pubblicato monete degli altri Re Goti, probabilmente battute in Ravenna loro stanza. Rapporterò io le da me vedute nel Museo Piacentino del Reverendiss. P. D. Alessandro Chiappini Generale dei Canonici Regolari. In esse particolarmente merita attenzione il trovarvisi ancora l’effigie e il nome di Giustiniano I Augusto, e col solo nome dei Re Goti, ma senza la loro immagine. Uso tale vien confermato dalle parole di Procopio, lib. III, cap. 33 de Bello Goth. – Nummos (dic’egli, parlando de’ Re Franchi) cudunt ex auro Gallico, non Imperatoris, ut fieri solet, sed sua impressos effigie. Monetam quidem argenteam Persarum Rex arbitratu suo cudere consuevit; auream vero neque ipsi, neque alii cuipiam Barbarorum Regi, quamvis auri Domino, vultu proprio signare non licet. Non per altra ragione i Goti ritenevano il nome di Giustiniano imperadore nelle loro monete, se non perché tuttavia riconoscevano in lui l’alto dominio sopra l’Italia: il che fu praticato anche dai Romani Pontefici, come s’è osservato di sopra.

Vedesi dunque un denaro d’argento che ci rappresenta Giustiniano I imperadore col diadema e colle lettere D. N. IVSTINIANVS P. F. AVG. cioè Dominus noster Iustinianus Pius Felix Augustus. Nel rovescio si legge D. N. ATHALARICVS REX. con corona d’alloro all’intorno. Circa l’anno 527 fu battuta questa moneta.

Il secondo denaro ci fa vedere l’effigie del suddetto Giustiniano imperadore; e nel rovescio D. N. THEODATVS REX. circa l’anno 535. Lo Strada e il Du-Cange hanno un’altra moneta di esso Re, dove non si mira memoria alcuna dell’Imperadore, ma la sola effigie di esso re Teodato, e nel rovescio VICTORIA. PRINCIPVM. Credesi che questo Re per qualche tempo mostrasse poca stima dell’autorità Imperiale.

Il terzo denaro, battuto circa l’anno 537, nel diritto ha il busto di Giustiniano col suo nome, e nel rovescio D. N. VITIGES REX.

Il quarto nulla ha di Giustiniano, ma solamente il busto del Re colle lettere D. N. BADVLLA REX. Son ripetute nel rovescio le medesime parole. Questi fu l’ultimo dei Re Goti, preso da Belisario nell’anno 539.

Benché si battesse moneta allora in Roma, pure anche Ravenna godeva il diritto di batterne in que’ tempi. In un papiro, di cui si parlerà nella Dissertazione XXXII, scritto in Ravenna nell’anno 540, si truova Vitalis vir clarissimus Monitarius, cioè Ministro o Presidente della Zecca. Nel Museo di Alessandro Bertacchini in Modena si vede un denaro d’argento che mostra il busto di Giustiniano I col motto D. N. IVSTINIANVS P. AVG. Nel rovescio il seguente monogramma con corona all’intorno

Veggo gli Eruditi far da indovini nello spiegar le sigle e cifre degli antichi. Sia anche a me permesso di sospettare in quelle lettere D N RATS Denarius Ravennatis, cioè Urbis. Comunque sia certo è che v’ha monete battute da Eraclio e da Eradio Costantino Augusti di Ravenna. Due ne produrrò, perché non rapportate dal Du-Cange.

Il sesto denaro, del Museo Bertacchini, ci fa veder tre figure, portanti corona in capo colla croce, e un globo nella destra. Credo quivi disegnati Eraclio Augusto, Martina sua moglie, ed Eraclio Costantino Augusto loro, figlio dopo l’anno 613; se pure in vece di Martina non fosse ivi Flavio Eracleona altro lor figlio dichiarato Cesare nell’anno 630. Nel rovescio comparisce il monogramma di Cristo. Sotto v’ha M. ai fianchi ANNO XXIIII RAV. cioè nell’anno di Cristo 633.

Il settimo fa vedere i busti di due Imperadori; l’uno è appoggiato ad un’asta, l’altro con un globo in mano. Vedesi nel rovescio il monogramma di Cristo coll’M. sotto, e ai lati ANNO XXVI. RAV. cioè nell’anno 635.

L’ottavo rappresenta il busto di un Imperadore o Re coronato. Nel contorno v’ha FELIX RAVENNA. Nel rovescio un’aquila con due stellette.

Ma dappoiché Ravenna fu presa dai Longobardi, e poi donata alla Chiesa Romana, per lungo tempo restò priva quella nobil città della prerogativa della zecca. Che poi questa fosse conferita da Arrigo IV re di Germania e d’Italia nell’anno 1063 agli Arcivescovi di Ravenna, l’abbiamo da Girolamo Rossi. Tuttavia si conserva nel Museo Muselli di Verona, e in quello dell’Accademia di Cortona una pruova di questo, cioè un denaro d’argento che nel diritto ha ARCIEPISCOPVS, e nel rovescio DE RAVENA.

Pavia

Da che i Re Goti s’innamorarono di Pavia, e cominciarono a beneficarla ed ampliarla, quivi ancora ebbe principio il gius di battere moneta. Ne ho rapportata la pruova con un denaro, esistente in quella città presso il nobile sig. Siro Rho. Nel diritto si vede il capo di un Re col motto FELIX TICINVS. Leggesi nel rovescio D. N. BADVILA REX. Molto più gode Pavia di questo ornamento sotto i Re Longobardi, che quivi fissarono la sedia del Regno d’Italia. Ma qui è da avvertire che regnando i Longobardi, non solamente Pavia, ma anche Milano, Lucca e Trevigi ebbero zecca. Se non queste quattro città ho io potuto trovar finora, che in que’ tempi avessero facoltà di battere moneta; e in esse la medesima durò anche sotto gli Augusti Franchi e Tedeschi. Son io persuaso che in niun’altra città del Regno Italico fosse allora permesso questo pregio, eccettuatone sempre il Ducato Beneventano, e quello ancora di Spoleti, nel qual ultimo è credibile che non mancasse un tal onore. Desiderava io di poter dare monete battute dai Re Longobardi; pure, a riserva d’una, non n’è venuta altra alle mie mani. Ne ha bene Angelo Beneventano prodotta una di Agilulfo; ma ci vuol poco a riconoscere che è merce falsa. Esibisco dunque una moneta d’oro, esistente in Milano il marchese Alessandro Trivulzio dignissimo cavaliere. Mirasi nel diritto d’essa l’effigie di un Re, con queste lettere LIVTPRN. R. cioè Liutprandus Rex. Già è stabilito fra gli Eruditi che il nome di questo insigne Re fu Liutprando, e non Luitprando, come consta dai marmi e documenti, da me prodotti e da altri. Nel rovescio si vede l’immagine di San Michele Arcangelo colle lettere SCS. MAHEL, cioè Sanctus Michael. Gran venerazione professarono i Longobardi a questo Arcangelo, e il presero per protettore della loro nazione: il che fu praticato anche dai principi di Benevento. Esiste tuttavia nella città di Pavia una cospicua Basilica insignita del di lui nome. Senza pruova alcuna l’hanno creduta gli scrittori Pavesi fabbricata da Costantino Magno; ma si dee tenere per fattora dei Re Longobardi. Di essa fa menzione Paolo Diacono, ed ivi talvolta furono coronati i Re d’Italia. Un’altra assai riguardevol Basilica di San Michele resta nella città di Lucca, la cui fabbrica si dee riferire ai tempi suddetti. Grande era in fatti una volta la divozion dei popoli a questo Arcangelo. Liutprando storico (lib. I, capit. 2) scrive che da Basilio Augusto fabbricata fu in Costantinopoli una Basilica pretioso ac mirabili opere in honore summi et caelestis militiae Principis Archangeli Michaelis. Sembra eziandio che i Franchi il prendessero per tutelare della loro nazione. In oltre attesta il suddetto Paolo Diacono, in parlando del re Cuniberto, che nella bandiera dei Re Longobardi era dipinta l’effigie di S. Michele. Del suo patrocinio ancora pare che favelli la Storia dell’ignoto Monaco Casinense presso il Pellegrini, dove è detto dei Longobardi: Post haec dominantes Italiam, Beneventum introierunt ad habitandum. Horum autem... Princeps militiae caelestis exercitus Michael exstitit Arcangelus. V’era scritto, a mio parere, Patronus, o Protector. Andiamo ora a veder l’altre monete battute in Pavia, alcune poche delle quali furono pubblicate dal signor le Blanc Franzese; il resto viene spezialmente dal Museo del soprallodato signor Siro Rho patrizio Pavese.

La prima fu battuta in Pavia, dappoiché Carlo M nell’anno 774 s’impadronì del Regno Longobardico. Nel diritto v’ha una croce con queste lettere intorno: CARLVS. REX. FR. Nel rovescio il monogramma d’esso Re, e nel contorno PAPIA. Fu dato alla luce dal dottore Antonio Gatti nel libro de Gymnasio Ticin. un medaglione dove si legge DEVICTO DESIDERIO ET PAPIA RECEPTA DCCLXXIIII, e nel rovescio CARLVS REX FRANCIAE, e nel mezzo TRSF. Lo tengo per un’impostura.

La seconda viene dai Museo dell’abate Benedetto Fioravanti. Benché sia corrosa, pure bastevolmente lascia conoscere i segni delle seguenti lettere: KARLVS IN PATOR. Chiaramente si ravvisa nel rovescio PAPIA. Fu battuta dopo l’anno 800.

La terza pare che si possa riferire a Lodovico Pio Augusto circa l’anno 815. Esiste ivi la croce colle lettere HLVDOVVICVS IMP. Il rovescio ha PAPIA. Ma può anche appartenere a Lodovico II imperadore suo nipote.

La quarta è di Lottario I Augusto circa l’anno 840. Truovasi nel Museo Rho. V’ha la croce e HLOTHARIVS IMP. e nel rovescio PAPIA.

La quinta mi fu comunicata dal signor Uberto Benvoglienti patrizio e letterato riguardevole Sanese. Vi si vede il monogramma di Cristo colle lettere BERENGARIUVS IN P. Nel mezzo del rovescio PAPIA CIvitas, e nel contorno KPIstiana RELIGIO. Fu battuta questa moneta dopo l’anno 915.

La sesta, nel Museo Rho, non so a chi attribuirla. Ivi una croce, e all’intorno FI PAPIA, cioè Fidelis, se pure non fosse FL. PAPIA., cioè Flavia. L’altra facciata ha P. R. C. I. e intorno IMPERATOR. Finché altri meglio indovini, leggo qui alla Tedesca Pe Ren Car lus, o PRen Car Ius, cioè Berengario I creato imperadore nell’anno 916.

La settima è simile alla precedente, e pare del medesimo Prencario, o sia Berengario I imperadore.

L’ottava, esistente nel Museo Rho, riguarda Rodolfo re di Borgogna, che nell’anno 922 venne ad ingojare il Regno d’Italia. Intorno al monogramma di Cristo si legge RODVLPHO PIVS RX. Nel rovescio PAPIA CI. cioè Civitas, e nel contorno CHRISTIANA RELIG.

La nona, dello stesso Museo, appartiene ad Ottone I Augusto dopo l’anno 962, se pure non s’ha da riferire ai due, seguenti Ottoni. In mezzo si legge OTTO, e intorno IMPERATOR. Nel rovescio PAPIA INCLIT. CIVIT. Nella zecca Pavese in que’ tempi s’ha menzione in uno strumento dell’anno 989, menzionato di sopra nella Dissertazione VI. Cioè in Civitate Ticinensi Gundefredus qui et Azo Magister Monetae (della zecca) fa una permuta con Giovanni arcivescovo di Piacenza (che così egli si facea chiamare) ed Abbate Nonantolano.

La decima, nel Museo Bertacchini di Modena, appartiene ad uno dei tre Ottoni imperadori. Vi si legge OTTO IMPERATOR, e nel rovescio AVGVSTVS PAPIA.

L’undecima è poco o nulla diversa dalla precedente.

La XII, esistente presso Giuseppe Maria Cattaneo Modenese, nel diritto ha OTTO SEMPER AVGVSTVS. Nel rovescio IMPERATOR PAPIA. Ne’ diplomi dei tre Ottoni si legge Romanorum Imperator Augustus, e non mai Semper Augustus. Però questa moneta si dee più tosto riferire ad Ottone VI, che nel 1209 ricevette la corona imperiale in Roma. Ma ne’ diplomi egli è intitolato Romanorum Imperator, et Semper Augustus, e il popolo di Pavia sempre il contrariò: di modo che non è probabile che vi si parli di lui. Ma se appartiene ad uno de’ primi Ottoni, quel Semper Augustus è cosa ben rara.

La XIII, nel Museo Rho, può appartenere ad Arrigo fra gl’imperadori Primo, coronato nel 1014, o più tosto al Secondo, perché il primo fece bruciar Pavia, sebbene vi possono pretendere anche i tre altri Arrighi posteriori. Nel mezzo si legge HRICV, e nel contorno AVGVSTVS. Nel rovescio IMPERATOR PAPIA. CI.

La XIV, esistente presso il sig. Domenico Vandelli lettor pubblico nell’Università di Modena, ha poco diverso il diritto; e nel rovescio ha IMPERATOR, nel mezzo PAPIA.

La XV, del Museo Rho, ha la croce con HENRICVS IMP. e nell’altra parte PAPIA.

La XVI, nel Museo Chiappini di Piacenza, ha nell’uno de’ lati HENRICVS AVGVSTVS, e nell’altro IMPERATOR PAPIA.

La XVII è solo diversa pel comparto de’ titoli, leggendosi nel diritto HENRICVS IMPERATOR, e nel rovescio AVGVSTVS PAPIA.

La XVIII, presso Bartolomeo Soliani Modenese, libraio rinomato, appartiene ad uno de’ due Federighi imperadori, amati non poco dai Pavesi. Nel diritto è FEDICV. AVGVSTVS, nel rovescio IMPERATOR PAPIA.

La XIX, nel Museo del P. Generale Chiappini, ha FE. AVGVSTVS ROMAN. e nel rovescio IMPERATOR PAPIA.

La XX, nel Museo Rho, ha nel diritto l’effigie di un Vescovo colle lettere SANTV. SYRVS, protettor di Pavia. Nel rovescio IMPERATOR PAPIA.

La XXI, nel Museo Bertacchini, ha FREID. ROM. AVGVSTVS, e nel rovescio IMPERATOR PAPIA.

La XXII d’oro, presso il marchese Giuseppe Beccaria, la cui nobil casa fu padrona di Pavia, ha nel diritto MVS BECCAR. PAP. PRIN. La sua arme è nel rovescio.

La XXIII, presso il conte Costanzo Dadda patrizio Milanese, nel diritto ha SANCTVS SYRVS PAPIA. Nel rovescio un serpente che divora un fanciullo, e le lettere GALEAZ VICECOMES. D. MEDIOLANI.

Scrive l’Aulico Ticinense che la moneta di Pavia era antichissima. Quae moneta per totam olim Italiam valore et pondere approbata, usque nunc sola inter alias, quas viderim, Graecis literis deformatur. Moneta di Pavia con lettere Greche non mi è avvenuto di vederla.

Milano

Fino dagli antichissimi tempi cominciò la nobilissima città di Milano a godere il pregio della zecca, e del battere moneta. Vicina era veramente Pavia: tanta nondimeno sempre fu la dignità e lo splendore di Milano metropoli dell’Insubria che non meno i Re Longobardi che gl’Imperadori Franchi e Tedeschi, a riserva di Federigo I, vollero sempre in essa conservato quell’onore; perché, ivi sovente i Re ed Imperadori posero la lor sede, e vi persero talvolta la corona, come dimostrai nella mia Dissertazione de Corona ferrea. Anzi anche sotto gl’Imperadori Cristiani nel secolo IV troviamo moneta battuta in Milano, come apparisce dalle monete di Massimo, Vittore, Arcadio ed Onorio, rapportate dall’Occone e dal conte Mezzabarba. lvi si truovano le sigle MDPS, che secondo l’interpretazione degli Eruditi significano Mediolani Pecunia Signata. Che parimente a’ tempi dei Re Goti continuasse ivi la suddetta prerogativa, sembra molto credibile. Certamente non si può dubitarne, allorché regnarono i Longobardi, giacché il Franzese le Blanc possedeva la terza parte d’uno scudo d’oro col nome di Desiderio Re de’ Longobardi col motto FLAVIA MEDIOLANVM. Scrive Paolo Diacono (lib. III, cap. 16 de Gest. Langob.) che fu eletto re dai Longobardi Autari, quem etiam ob dignitatem Flavium appellaverunt: quo praenomine omnes, qui postea fuerunt, Langobardorum Reges feliciter usi sunt. Questo suo titolo lo trasfusero poi quei Re nelle più riguardevoli città del Regno loro, e spezialmente in quella di Milano, che sopra l’altre era eminente. Sotto i Monarchi Franzesi e Tedeschi dissi continuato questo diritto, come faran fede le monete battute sotto i medesimi, ch'io ho potuto vedere: alle quali aggiugnerò l’altre delle due potentissime case Visconte e Sforza, che quivi signoreggiarono.

La prima, presso il Blanc, battuta circa l’anno 775, appartiene a Carlo Magno. Quivi è una croce colle lettere CARLVS REX FR. che non avea peranche conseguita la dignità Imperiale. Nell’altra parte è il monogramnma esprimente il nome di esso Monarca, e all’intorno MEDIOL.

La seconda vien creduto che appartenga a Lodovico Pio Augusto circa l’anno 815. Vi si vede l’effigie d’un Imperadore colle lettere HLVDOV VICVS IMP. AVG. e nel rovescio la facciata di un tempio, e MEDIOLANVM.

La terza ha nel diritto HLVDOVVICVS IMP. e nel rovescio MEDIOLANVM. Ancor questa è attribuita dal Blanc a Lodovico Pio, ma forse amendue son da riferire a Lodovico II Augusto suo nipote, che tanto tempo dimorò ed anche morì in Italia.

La quarta è di Lottario I imperadore circa l’anno 841. Ivi si legge LHOTHARIVS IMP. e nel rovescio MEDIOLANVM.

La quinta, presso il marchese Teodoro Trivulzio patrizio Milanese, riguarda Ugo re d’Italia nell’anno 926.; V’ha il motto HVGO PIYSSIM. REX. Nel mezzo queste sigle IHXL che credo indicare IHesus Christus. Nel rovescio CRISTIANA RELIGIO, e nel mezzo MEDIOLA.

La sesta, presso il medesimo, battuta circa il 930, riguarda anche Lottario suo figlio, eletto dal padre per collega. Vi si leggono le suddette sigle, ed VGO LOTHARIO REGES. Il rovescio è lo stesso che il precedente.

Anche sotto gl’Imperadori Germanici continuò Milano a godere il privilegio della zecca. Ne ho per testimonio l’Annalista Sassone pubblicato dall’Eccardo, il quale trattando di Ottone il Grande, all’anno 951 così scrive: Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottolini dicuntur. Il Goldasto (de Re Monet. tit. 48) cita un decreto d’esso Ottone I che ha le seguenti parole: Mediolanensibus, qui falsificaverunt nostram monetam auream et argenteam, mandamus et injungimus hac Imperialis nostrae sententiae condemnatione ut nulla moneta, nisi de conio facta, in posterum utantur. Cita egli Witichindo storico, nella cui Cronica non ho saputo rinvenir parola di questo. Tengo io per finto affatto un tal decreto, e massimamente perché il Goldasto non si facea scrupolo di fabbricar simili documenti, se l’argomento l’esigeva: con che ingannò molti Eruditi. Avrebbe potuto più tosto adoperare la testimonianza di Gobellino, persona che nel Cosmedrom (Act. VI, cap. 48) scrive di esso Ottone: Deinde cepit Mediolanum. Sed Rege Ottone recedente, Mediolanenses monetam ejus respuerunt, et a fidelitate ejus recesserunt. Quare Rex Mediolanum regressus, cogit Mediolanenses de corio antiquo incidere nummos, et illos ab eis recipi mandavit. Altrettanto ha Teoderico di Niem nel lib. de Privil. et Jur. Imper. Ma finché non si rechino autori di maggior antichità (giacché questi due non hanno la barba assai canuta), è a noi permesso di credere una ridicolosa favola quella moneta di cuoio, siccome ancora la ribellion de’ Milanesi, di cui nulla scrivono gli antichi Storici. All’incontro noi abbiamo il vecchio Annalista Sassone che milita in contrario; e se fino a’ suoi dì i nummi battuti in Milano si chiamavano ottoleni, convien credere che fossero di buon metallo, e col nome di Ottone. Ma cotale impostura si può annientare con produrre una moneta già esistente nel Museo del chiariss. sig. Apostolo Zeno, e battuta probabilmente sotto il suddetto Ottone Magno, di cui egli generosamente me ne fece un dono.

Pertanto la settima è un denaro di lamina sottile e concava, nel cui mezzo si mira il monogramma, onde risulta OTTO, e all’intorno IMPERATOR. e nel rovescio AVG. MEDIOLANIV. Altrove ho mostrato che ne’ secoli barbarici, ed anche prima, fu in uso MEDIOLANIVM, nato dalla favola che nel fabbricar Milano si trovasse la figura d’un porco mezzo settoloso e mezzo lanuto: se pure la parola Mediolanium quella non fu che diede motivo col tempo ai ridicoli ingegni d’inventare quel sogno. Due altre simili monete ho poi veduto. Chiamai concavi sì fatti denari; e non era già nuova una tal figura e forma di moneta. Furono in uso anche presso i Greci, e si chiamavano caucii, perché simili a una coppa. Se ne truova menzione nella Novella CV, cap. di Giustiniano Augusto. Pensa il Du-Cange che tali fossero anche gli sciphati d’oro, de’ quali parleremo nella Dissertazione seguente.

L’ottava, esistente in Modena, non si sa a quale degli Arrighi imperadori appartenga. Quivi comparisce HENRIC. IMPERATOR, e nel rovescio MEDIOLANVM.

La IX, nel Museo Bertacchini di Modena, ha intorno alla croce HENRICVS REX, e nell’altra facciata MEDIOLANVM. Forse è da riferire ad Arrigo Quarto fra i Re.

La X, in mio potere, ha il diritto precedente. Nel rovescio si mira l’effigie di Santo Ambrogio sedente nella cattedra colle lettere MEDIOLANVM. Forse è da riferire ad Arrigo VII circa l’anno 1311.

L’XI, presso il marchese Trivulzio, mostra FRIDERICVS, e nel mezzo I PR T. cioè Imperator. Nel rovescio MEDIOLANVM. Sa chiunque è alquanto infarinato della Storia, quanto sdegno et odio concepisse Federico I, appena assunto al regno, contra del popolo di Milano, come consta dalle Storie di Ottone Morena, Ottone da Frisinga, ed altre non poche; e quante guerre egli facesse per metterlo sotto il giogo. Fra gli altri mali che loro inferì prima dell’eccidio di quella nobil città, vi fu ancor quello di privarli del privilegio di battere moneta con trasferire questo diritto nel popolo di Cremona. Nel suo diploma, da me pubblicato ed esistente nell’archivio d’essa città di Cremona, sotto l’anno 1155 si legge: Jus faciendae monetae, quo Mediolanenses privavimus Cremonensibus donavimus. Ma fatta nell’anno 1183 la pace di Costanza fra esso Federigo Augusto e i Lombardi, fu restituito a’ Milanesi l’antico diritto; e presso il Puricelli in un diploma dell’anno 1185 si veggono confermate a quel popolo tutte le regalie, fra le quali s’intende anche la suddetta. Allora fu battuta la poco fa accennata moneta.

La XII ha FREDERICVS I PR T, e nel rovescio AVG. MEDIOLANIV. Un’altra ha FRDIC. IP. AVGVSTVS, e nel rovescio una croce e MEDIOLANVM.

La XIII ha un’aquila nel mezzo contornata dalle lettere HENRICVS REX, e nel rovescio la croce con SEMPER AVGVSTVS. Probabilmente è di Arrigo VII, che nell’anno 1311 abbattuti i Torriani, assunse il dominio di Milano. Ma potrebbe anche attribuirsi ad Arrigo VI, il quale prima che fosse imperadore usò il titolo di Semper Augustas; credendo io che s’inganni chi crede inventato più tardi si fatto titolo. Se poi questo denaro appartenga a Milano, non posso con franchezza asserirlo.

La XIV sembra battuta dai Milanesi circa l’anno 1260, in cui era vacante l’Imperio. Vi si mira l’effigie di Sant’Ambrosio colle lettere S. ANBROSIVS, e nel rovescio la croce e MEDIOLANVM.

La XV appartiene ad Azzo Visconte signor di Milano circa il 1330; giacché pare che Matteo Magno avolo suo e Galeazzo suo padre non battessero moneta. Vi si mira la croce colle lettere AZO VICECOMES. MEDIOLANVM. Nel rovescio è l’effigie di Santo Ambrosio col suo nome.

La XVI ha nel diritto AZ. VICECOMES; nel rovescio la croce, e nel contorno CVMANVS. Nel 1336 Azzo Visconte s’impadronì di Como, e se ne fece memoria in questo denaro.

La XVII ha l’effigie di due Santi colle lettere S. PROTASI. S. GERVASI, e IOHS VICECOMES, cioè Giovanni Visconte signore ed arcivescovo di Milano nel 1349. Nel rovescio l’effigie di Santo Ambrosio e MEDIOLANVM.

La XVIII ha un elmo con serpente che divora un fanciullo, arme de’ Visconti, e nel rovescio l’immagine di Santo Ambrosio. In amendue le facciate si mira D. B. cioè Dominus Bernabos, signore di Milano nel 1354.

La XIX ha l’arme suddetta colle lettere B. G. che indicano Bernabò e Galeazzo fratelli Visconti, signori di Milano circa il 1360. Nel contorno BERNABOS ET GALEAZ VICECOMITES. Nel rovescio S. AMBROSIVS MEDIOLANI.

La XX ha nel mezzo D. B., all’intorno VICECOMES MEDIOL. Nell’altro lato l’arme de’ Visconti, e le lettere DOMINVS BERNABOS.

La XXI ha un elmo con un drago, e uno scudo col serpente e le lettere G. Z. Nel contorno si legge GALEAZ VICECOMES. Ha il rovescio un tronco nodoso colle fiamme sotto, e due secchie con acqua pendenti dal tronco. Vi si legge DNS MEDIOLANI PAPIE ETC. È del suddetto Galeazzo II Visconte.

La XXII appartiene al medesimo. V’ha l’arme de’ Visconti, e GALEAZ VICECOMES MEDIOLANI PPQ. cioè Papiaeque, sottintendendo Dominus. Anche vi si mirano due rami d’albero colle secchie. Nel rovescio l’effigie di un Vescovo colle lettere S. SIRVS PAPIA. Egli è protettore di Pavia, città presa nell’anno 1359 da Galeazzo II Visconte.

La XXIII riguarda Galeazzo III Visconte soprannominato Comes Virtutum, figlio di Galeazzo II. Comparisce ivi la croce colle lettere GALEAZ COMES VIRTVTVM. Nel rovescio G Z. cioè Galeaz, DOMINVS MEDIOLANI. Fu battuta circa il 1385.

La XXIV ha la croce, e nel contorno COMES VIRTVTVM D. MEDIOLAN.

La XXV ha nel mezzo G. Z. e intorno D. MEDIOLANI, e nel rovescio la croce, e COMES VIRTVTVM.

La XXVI ha I. G. VICECOMITIS, cioè Iohannis Galeatii. Così era egli appellato, vivente il padre, e ne’ primi anni del suo pieno dominio; poscia fu solamente chiamato Galeazzo.

La XXVII appartiene ad Estore Visconte. Vi si vede l’arme de’ Visconti con HE. da un lato, e in oltre HESTOR D.... VICECOMES K. Nel rovescio l’effigie di Santo Ambrosio col suo nome. Costui fu bastardo di Bernabò, ed occupò nel 1412 il dominio di Milano, ma ebbe la vita de’ funghi. Essendo assediato da Filippo Maria duca di Milano in Monza, da una pietra scagliata da un mangano ebbe fracassata una gamba, e assai giovane di spasimo si morì. Nell’anno 1698 essendo io ito alla nobil terra di Monza, trovai che poco prima era stato disseppellito in occasion di fabbrica il di lui corpo, già chiuso in vile casa di legno. Era incorrotto quel corpo, cioè colla pelle intatta, e si vedeva rotto l’osso della gamba. Appoggiato coll’altra gamba alla cassa aperta, stava diritto in piedi quel corpo; né certo era di un Santo, ma bensì di uno scellerato.

La XXVIII appartiene a Filippo Maria Visconte, terzo duca di Milano. V’ha l’arme gentilizia, e all’intorno FILIPPVS MARIA DVX MEDIOL. Nel rovescio l’effigie di Santo Ambrosio colle lettere S. AMBROSIVS EP. MEDIOLANI.

La XXIX è simile alla precedente, se non che in vece dell’arme ha un uomo a cavallo corrente colla lancia in mano.

La XXX ha il serpente, e PHILIPPVS MARIA, e nel rovescio MEDIOLANI. Si sottintende Dux.

La XXXI ha l’arme de’ Visconti, e PHILIPVS MARIA... D. M. cioè Vicecomes Dux Mediolani. Nel rovescio Santo Ambrosio.

La XXXII ha l’arme suddetta, e FR. SF. DVX. MDLANI, cioè Francesco Sforza, insigne capitano de’ suoi tempi, che da bassa fortuna salì al Ducato di Milano. Santo Ambrosio si mira nel rovescio.

La XXXIII è un medaglione. Ivi il busto di Francesco Sforza, e di qua e di là V. F., probabilmente Vivat Franciscus. Nel contorno FR. SFORTIA VICECOMES. MLI DVX IV. BELLI PATER ET PACIS AVTOR. MCCCCLVI. Nel rovescio un cane presso un albero col motto: IO. FR ENZOLE PARMENSIS OPVS.

La XXXIV ha un elmo coll’arme de’ Visconti, e nel contorno FR. SF. DVX MLI. Nel rovescio FR. S. con corona di sopra, e nel contorno PAPIE. ANGLEQ. (cioè Angleriaeque) COmes.

La XXXV ha l’effigie di esso Duca colle lettere FRANCISCHVS SFORTIA VICecomes. Nel rovescio un cavaliere colla lancia, e DVX MEDIOLAN AC IANVE. Fu battuta dopo l’anno 1464.

La XXXVI ha le seguenti lettere: G. S. DVX. MEDIOLA. D. PP. cioè Galeaz, o sia Galeatius Sfortia, e poscia Dominus Papiae, circa l’anno 1466. Nel rovescio la croce, e CONRAD REX ROMANO II, da cui i Milanesi riconoscevano il gius di battere moneta.

La XXXVII ha l’arme Visconte e Sforzesca, e GZ. MA. SF. VICECO. DVX MLI. V. PP. ANGLEQ. CO. AC IANVE D.

La XXXVIII ha l’impresa di tre rami d’albero, da’ quali pendono due secchie. All’intorno GZ. M. SF. V. VICECO. DVX. MLI. V. Nel rovescio il serpente colle lettere G. M. e nel contorno PP. ANGLEQVE CO. AC IANVE D. cioè Papiae Angleriaeque Comes, ac Januae Dominus.

La XXXIX ha l’effigie di esso Galeazzo Maria, e nel resto somigliante alla precedente.

La XL ha G. M. con sopra la corona, e intorno DVX. MLI. AC IANVE D. II rovescio ha nel mezzo B. M. con corona di sopra, cioè Bianca Maria Visconte, già moglie di Francesco Sforza e madre di Galeazzo Maria, il quale sul principio del governo mostrò sommo rispetto alla madre. Nei contorno si legge DVCISA. MLI. AC CR. D. ec. cioè Ducissa Mediolani, ac Cremonae Domina.

La XLI ha l’elmo col serpente. Delle lettere corrose non resta se non MLI. Nel rovescio G. M. colla corona di sopra.

La XLII, XLIII e XLIV appartengono a Giovanni Galeazzo Sforza, che nell’anno 1477 succedette a Galeazzo Maria suo padre ucciso dai congiurati. Vi si vede la sua effigie, e IO. GZ. SF. VICECOMES DVX MLI SX. cioè Sextus. Nel rovescio l’armi sue, e LVDOVICO PATRVO GVBNANTE, cioè Gubernante.

La XLV è poco diversa, se non che v’ha l’effigie di Santo Ambrosio

La XLVI ha l’effigie giovanile di Gian Galeazzo, e la virile di Lodovico il Moro, tutore e poscia assassino di quell’infelice principe. Il resto è simile alla precedente.

La XLVII ha l’effigie di Lodovico il Moro, che nel 1494 fu dichiarato duca di Milano. V’ha questa iscrizione: LVDOVICVS. M. SF. ANGLVS DVX MLI, e nel rovescio ANGLEQVE CO. AC IANVE D.

La XLVIII è simile alla precedente.

La XLIX ha l’effigie di Lodovico d’Orleans, che poi fu Lodovico XII re di Francia conquistatore di Milano. Ha le seguenti lettere: LVDOVICVS AVRELIANEnSIS. Nel rovescio l’arme sua, e MEDIOLANI. AC. AST. DN. cioè Signore d’Asti.

La L e LI appartengono ad esso Lodovico, già divenuto re di Francia. V’ha un’istrice coronata coll’iscrizione: LVDOVICVS DE. G. FRANCORVM REX. Nel rovescio MLI. DVX. ASTENSISQVE V. DNS.

La LII ha nel rovescio un cavaliere corrente a cavallo coll’arme di Francia, e le lettere MEDIOLANI DVX.

LIII e LIV sono d’esso Re; nel rovescio d’una di esse è l’effigie di Santo Ambrosio colle lettere S.A. e nel contorno MEDIOLANI DVX

Altre quarantadue monete spettanti ai principi di Milano con giugnere sino a Carlo V imperadore e a Francesco II Sforza, ultimo di quella nobile e principesca famiglia, furono aggiunte in Milano alla mia Raccolta dalla diligenza de’ Socii Palatini. Io, per non affaticare maggiormente i Lettori, le tralascio. Chi le desiderasse vegga la Dissertazione XXVII Antiq. Ital.

Lucca

Siccome provai nella parte I delle Antichità Estensi, cap. XVII, la città di Lucca fu ne’ vecchi secoli capo della Toscana, e però ivi sotto i Re Longobardi ed Imperadori Franchi e Tedeschi esisteva il privilegio della zecca, e la pecunia Lucchese non era in minor credito per l’Italia che la Pavese. In uno strumento spettante all’anno 746 nominati si veggono auri solidi bonii Lucani numero centum. In un altro scritto anno primo Aistulfi viro Excellentissimo Rege, indictione III, cioè nell’anno 750, promette un prete di ben servire alla chiesa di San Regolo sub poena cc solidorum bonorum Lucensium. Allorché io fui in Lucca, mi fu mostrato un soldo o denaro, nel cui diritto si leggeva DN. AIST. REX. cioè Domnus o Dominus Noster Astulfus Rex. Nel rovescio era FLAVIA LVCA, titolo di cui vedemmo onorata dai Re Longobardi anche la città di Milano. Parimente attesta il signor le Blanc di aver posseduta una moneta di Desiderio re de’ Longobardi, dove si leggeva FLAVIA LVCA. La credo simile ad un’altra che Angelo Breventano pubblicò, e di cui si farà qui al num. II menzione.

Pertanto la prima moneta spettante a Lucca, ed esistente già in Siena presso il signor Uberto Benvoglienti, non so a quale dei Re appartenga. Nel davanti ha la croce con questa troppo strana iscrizione VIVIVIVIVIVIV. Lascerò io ad altri il far qui da indovino. Se vi fosse il nome del Re, potremmo immaginare che fossero più e più VIVAT. Non parrebbe così proprio il dir questo della croce. Si potrebbe immaginare battuta, allorché il monaco Ratchis, già Re, tentò di ripigliar la corona. Fra le monete Pisane, come si dirà andando innanzi, una simile iscrizione si truova: laonde amendue si possono credere battute nello stesso da me non saputo secolo. Nel rovescio si vede una stella, e FLAVIA LVCA. Si osservi che anche nella seguente comparisce la croce, e una somigliante stella, siccome anche nella quarta moneta.

La seconda, rapportata dal Breventano, ha nel mezzo la croce, e all’intorno DN. DESIDER. REX. circa l’anno 757. Nel mezzo del rovescio la stella e nel contorno FLAVIA LVCA.

La terza, presso il Blanc, ha nel diritto CARLVS REX FR., e però battuta prima dell’anno 800. Nel rovescio ha il monogramma d’esso Re, cioè CARLVS o CAROLVS. Nel contorno LVCA.

La quarta, pubblicata dal Blanc, ha la croce nel mezzo, e le lettere DN. CARVLVS REX. Nel rovescio è la stella con FLAVIA LVCA. Sino a’ tempi di Ottone il Grande non ho potuto rinvenire alcun altro denaro di Lucca.

Nel Museo Bertacchini esiste la quinta moneta. Ivi nel mezzo si legge LVCA, e all’intorno OTTO IMPERATOR. Nel rovescio l’effigie di San Pietro colle lettere S. PETRVS. A quale dei tre Ottoni Angusti appartenga, nol so dire.

La sesta, a me comunicata dal suddetto signor Uberto Benvoglienti, ha nel mezzo il monogramma dell’Imperadore, cioè OTTO e nel contorno IMPERATOR. Nel rovescio è LVCA, ed intorno OTTO PIVS REX.

La settima, esistente in mio potere, ha nel mezzo LVCA, e all’intorno EINRICVS, e nel rovescio IMPERATOR, con delle sigle, delle quali parleremo fra poco. A quale de’ sei Arrighi imperadori appartenga tal moneta, non si può determinare.

L’ottava e la nona son ben somiglianti alla precedente, ma non son quelle. Qui non si dee tralasciare, avere Tolomeo antico storico Lucchese negli Annali brevi scritto all’anno 1155: Fridericus Imperator concessit sive confirmavit Lucensibus monetam, eis concessam per suos antecessores Imperatores. Poscia all’anno 1180 racconta che i Bolognesi si obbligarono de moneta Lucensi tenenda et expendenda per civitatem Bononiae et totam suam fortiam. Al seguente anno aggiugne: Lucius Papa natione Lucensis (per quanto egli pretende) concessit Lucensibus monetam cudendam: quam civitatem summe commendans, omnibus Tusciae, Marchiae, Campaniae et Romagnolae et Apuliae in moneta praeponit. Unde dicta moneta ab illo tempore in praedictis partibus magis fuit usualis. Osserva in oltre lo stesso Istorico duas monetas antiquis temporibus magis cucurrisse. In Italia Papiensem (cioè nella Lombardia per favore di Federigo I Augusto), Lucensem, ubi Ecclesia magis dominabatur; eo quod dicta civitas Romanae Ecclesiae semper fuit subjecta. Tutto ciò si può credere del corso della moneta Lucchese; ma non già che papa Lucio concedesse ai Lucchesi il privilegio di batterla, perché ciò non apparteneva ai Romani Pontefici, ma bensì agl’Imperadori i quali tanto prima (e lo attesta egli stesso) aveano conceduta cotal facoltà ai Lucchesi. Ch’egli poi dica essere stata la città di Lucca Romanae Ecclesiae semper subjecta, s’ha da intendere nello spirituale, perché nel temporale sempre fu inchiusa nel Regno d’Italia.

La X ha in mezzo le sigle, delle quali parleremo fra poco, e all’intorno OTTO REX. Nel rovescio il volto di un uomo colle parole S. VVLTVS DE LVCA: cioè conservano i Lucchesi nella loro Cattedrale la statua di legno del Signor nostro pendente dalla croce con corona regale in capo. Grande ne è la venerazione, antica la fama, credendosi che questa rappresenti la vera effigie del Divino Salvator nostro, fatta da S. Nicodemo, e miracolosamente pervenuta a Lucca. Queste leggende e traslazioni miracolose facile fu ne’ tempi dell’ignoranza l’inventarle, più facile il crederle. Per quanto racconta Franco Sacchetti, autore del 1300, nella Novella LXXIII, Fra Nicolao Siciliano dell’Ordine de’ Minori, dottissimo maestro di teologia, in una pubblica predica parlando della faccia di Cristo, diceva: Non è fatta come la faccia del Volto Santo che è colà: che ben ci vegno a crepare, se Cristo fu così fatto. Dissi nondimeno antica la fama e il credito di quella sacra immagine. Anche nel secolo XI Guglielmo II re d’Inghilterra (come s’ha da Guglielmo Malmesburiense nel lib. IV Hist. e da Eadmero, lib. I e II Hist.) soleva giurare Per sanctum Vultum de Luca. L’Autore Franzese nel libro intitolato Les Amenitez de la Critique, pensa che quel Re giurasse per santo Volto del Signore dipinto da S. Luca. Ma penso che s’inganni. Ebbero dunque in uso i Lucchesi di mettere questo Volto santo nelle loro monete. Quando cominciassero a farlo, mi è ignoto. l’Ottone Re qui menzionato potrebbe essere Ottone III, che per molti anni coi solo titolo di Re tenne il Regno d’Italia, e fu poi coronato Imperadore nell’anno 996. Ma potrebbe anche essere Ottone IV, che circa il 1209 molti privilegj e grazie compartì al popolo di Lucca. Certamente il Volto santo si truovi frequente negli antichi denari di quella città. Ho anche veduto le lor picciole monete di rame, cioè sesini, battute in questi ultimi tempi, ne’ quali si legge LIBERTAS, e all’intorno OTTO REX: segno che riguardavano uno degli Ottoni, e probabilmente il Quarto, per loro benefattore, e per chi loro avea confermato il gius di battere moneta, tolto forse ad essi da alcun altro, Anche i Genovesi ripetevano una volta nelle lor monete Corrado Re per questa cagione.

L’XI ha le sigle trovate anche nelle precedenti, che paiono due TT. o pur due colonne, legate con una traversa nel mezzo. Pare che sieno il monogramma di OTTO, e che ne facessero sempre memoria per la ragione poco fa accennata. Leggesi qui nel contorno OTTO REX, e nel rovescio l’effigie suddetta colle lettere S. VVLTVS DE LVCA.

La XII ha nel mezzo LVCA, e nel contorno OTTO IMPERATOR. Nel rovescio l’immagine suddetta colle lettere SANTVS VVLTVS. Può questa appartertere ad uno degli antichi Ottoni, ma anche al Quarto, supponendola battuta da che egli fu dichiarato Imperadore.

La XIII ha i due TT. o le due colonne legate insieme, con OTTO REX nel contorno, e nel rovescio S. VVLT. D. LVCA. La XIV è simile alla precedente, se non che sopra il monogramma v’ha un’aquila.

La XV mostra un’aquila, e all’intorno OTTO REX. Nell’altra facciata si mira nel mezzo un L. e nel contorno LVCA IMPERIALIS.

La XVI mostra in uno scudo l’arme della Repubblica Lucchese, cioè la parola LIBERTAS, e nell’intorno OTTO IMPERATOR. Nel rovescio l’effigie di un Vescovo con le lettere SANCTVS PAVLINVS, vescovo e protettore di Lucca.

E queste son le monete Lucchesi da me vedute. Perché sovente si legge in esse il nome di Ottone re o imperadore, non si figurasse alcuno che fossero tutte battute ne’ tempi di esso Ottone. Torno a dire ripetuto il suo nome anche ne’ tempi susseguenti, perché principe benefattor de’ Lucchesi.

Le XVII, XVIII e XIX son da riferire a Carlo IV imperadore, da cui nel secolo XIV quel popolo ricuperò la sua libertà. Non hanno bisogno di spiegazione. Allorché io fui in Lucca, mi disse un amico mio di aver veduta moneta di quella città, nel cui contorno si leggeva il seguente verso:

LVCA POTENS STERNIT SIBI QVAE CONTRARIA CERNIT.

Temo io ch’egli prendesse per moneta il sigillo di quella città, perché uso fu delle città libere, spezialmnente nel secolo XIII, di aggiugnere ai lor sigilli un verso leonino, come apparirà qui sotto nella Dissertazione de’ Sigilli.

Principi di Benevento e Salerno

Oltre alle tre suddette città del Regno Italico, si truova che anche i duchi o principi di Benevento battevano una volta moneta. Fu ben luminosa ne’ secoli barbarici la dignità, l’ampiezza e la potenza di quel Ducato, siccome quello che abbracciava la maggior parte del Regno chiamato oggidì di Napoli. Finché durò il regno de’ Longobardi, non sapeva io credere che fosse loro permesso di fabbricar denari. Ma Angelo Breventano pruova questa loro prerogativa coll’addurre una moneta, da me prodottà nel num. I. Vi si vede l’effigie di un uomo colla croce e due stelle, e nel rovescio un monogratnma contenente le lettere OGRE, o, per dir meglio, GREO, ch’esso Breventano interpreta GREGORIVS. E veramente regnando il re Liutprando, cioè circa l’anno 731, si truova duca di Benevento un Gregorio. Da quel monogramma né pur io so spremere se non questo nome, contuttoché mi sembri poi difficile a credere tanta autorità nei duchi di quella provincia, che riconoscendo essi per loro sovrano il Re dei Longobardi, battessero poi moneta solamente colla propria immagine, senza inserirvi il nome del Regnante. Fuor di dubbio è bensì che dopo avere Carlo M. nell’anno 774 occupato il Regno Longobardico, Arichis o Arichiso duca di Benevento pretese di restar libero signore di quel Ducato, e con quante forze potè fece resistenza al Re de’ Franchi. Però, a riserva del nome di Re, prese tutti gli ornamenti e diritti regali, fra’ quali anche la facoltà di battere moneta, intitolandosi non più Duca, ma bensì Principe: titolo significante allora sovranità. Non inferior coraggio ereditò alla morte del padre Grimualdo III suo figlio. Trovandosi egli in Francia per ostaggio della fedeltà paterna, ottenne d’essere messo in possesso del dominio, con patto ut chartas nummosque sui nominis (cioè di Carlo M.) characteribus superscribi sempre juberet, come s’ha da Erchemperto e dall’Anonimo Salernitano. Ma dimenticò egli in breve la fatta promessa, in suis aureis ejus nomen (di Carlo) aliquando figurari placuit; mox pacta pro nihilo duxit observanda.

Vedesi dunque la seconda moneta, pubblicata dal Blanc, rappresentante l’effigie di esso Grimoaldo colla croce sopra il capo, e nel contorno GRIMVALD. Nel rovescio la croce, e G. o pure S. dall’un dei lati, e V dall’altro, e di sotto VII. All’intorno si legge DOMS. CARLVS R. cioè Domnus Carlus Rex. Ma non assai esattamente fu letto ed espresso quel denaro dal Blanc. Da altri Musei ho io ricevuto altra moneta del medesimo Principe, la quale servirà di correzione a questa.

La terza dunque, battuta circa l’anno 787, ci fa vedere l’effigie di Grimoaldo col diadema, e con globo in mano, sopra cui la croce, e col suo nome. Nel rovescio DOMS. CAR. R., di qua e di là della croce S. R. che io interpreto Sacra Religio, o pure Salus Regni. In fondo non VII, ma VIC. si legge, cioè Victoria.

Poco stette, come dissi, Grimoaldo a dimenticarsi i patti; anzi rebellionis jurium initiavit, come s’ha da Erchemperto, cap. 4 Hist. Però si osservi la quarta moneta, già data dal Breventano, ed esistente anche in Roma nel Museo Sabbatini. Il diritto è quasi simile al precedente. Nel rovescio la croce con S. R. ed intorno VICToR. PRINCI, cioè Victoria Principis, o Principi, ed in fondo CONOB. formola tanto frequentata nelle monete de’ Greci Augusti Cristiani, e non peranche ben intesa.

La quinta moneta d’oro, nel Museo Sabbatini, appartiene a Sicone principe di Benevento, che nell’anno 817 succedette a Grimoaldo IV. Vi si mira l’immagine sua, che tiene in mano il globo colla croce sopra, ed all’intorno si legge SICO PRINCES. Nel rovescio è l’effigie di San Michele, protettore, come dissi, de’ Longobardi. Nel contorno MIHAEL ARHANGELV. ONO, o più tosto CONOB.

La sesta d’argento, nel Museo Bertacchini di Modena, mostra l’effigie del Principe col diadema di perle in capo, sopra cui è la croce. All’intorno le lettere SICO PRINCE. Nel rovescio la croce con doppia traversa, e di qua e di la S. C. cioè a mio credere, Salus Christianorum. Nel contorno S. MICHAEL ARHANGELV.

La settima, nel Museo Sabbatini, ci fa vedere Sicardo principe di Benevento, che nell’anno 833 succedette a Sicone suo padre. Si vede l’effigie sua colle lettere SICARDV. Nell’altra facciata è la croce usata nelle monete Greche colle lettere S. I. forse significanti Salus Imperii. Nel contorno VICTOR PRINCIP. e CONOB.

A me scrisse il P. de Vitry della Compagnia di Gesù, raccoglitore di un insigne Museo in Roma, di possedere una moneta di rame indorata, ch’egli incautamente avea pagata come d’oro. Ivi era il diritto simile al precedente colle lettere SICONOLFVS, e nel rovescio la croce con S. I. e VICTOR PRINCIP. CONO. Egli è Siconolfo primo principe di Salerno, fra cui e Radelchiso principe di Benevento nell’anno 840 si accese lunga guerra.

L’ottava fu pubblicata dal Blanc. Ivi è la croce colle lettere HLVDOVICVS IMPR. cioè Lodovico II Augusto che circa l'anno 871 dimorava in Benevento. Nel rovescio si legge BENEVENTVM. Di qui può apparire, non essere mancati ad Arigiso, allora principe di Benevento, giusti motivi di muovere una sedizione contra del medesimo Augusto, e di cacciarlo da Benevento, giacché egli facea cotanto il padrone di quella città e principato, che ne pareva escluso esso Arigiso. Ne è testimonio questo stesso denaro. Tralascio l’altre insolenze usate dai Franzesi a’ Beneventani.

La nona, nel Museo Chiappini di Piacenza, appartiene a Gisolfo principe di Salerno. Vi si vede l’effigie sua colle lettere GISVLF. PRIN. SAL. Nel rovescio la facciata d’una città in collina colle lettere CIVITAS SAL. Non so se sia da riferire al Primo o al Secondo Gisolfo.

I Principi di Napoli

La splendidissima città di Napoli, tanto commendabile per la sua antichità, ampiezza e vaghezza, ora capo d’un Regno nobilissimo, al cui dominio non poterono mai giugnere le forze e i tentativi dei Re Longobardi e dei duchi di Benevento, fin dagli antichi secoli gode il pregio della zecca; e però truovansi denari battuti ne’ vecchi secoli dai duchi di quella città, appellati anche Magistri Militum, de qua i s’è parlato nella Dissertazione V. Alcuni di essi li debbo alla diligenza di O. Ignazio Maria Como patrizio Napoletano, mio singolare amico.

La prima moneta è incerto in qual tempo fosse battuta. Comparisce ivi l’effigie di San Gennaro Martire, e celebre protettore di Napoli, colle lettere SCS. IAN. Nel rovescio la croce con S. T. cioè Salutis Trophaeum. Di questa moneta hanno fatta menzione molti scrittori Napoletani.

La seconda né pur si sa a qual tempo sia da riferire. Vi si mira l’effigie del suddetto Santo colle lettere SC. IA Nel rovescio è la croce con Neapolis scritto con lettere Greche.

La terza esibisce l’immagine di esso Santo, dal cui collo pende la stola. Nel petto ha SIS, forse significanti Sanctus Ianuarius. Nel contorno in lettere Greche corsive si legge Aposto. Ianuarius. Perché abbiano i Napoletani conferito il titolo di Apostolo a quel santo Vescovo e Martire, lascerò che ce l’insegnino essi. Nel rovescio l’iscrizione è Greca coi caratteri corsivi e rozzi, che denotano a liberazione dall’incendio del Vesuvio. Ha tutta la clera di non essere fattura di molta antichità.

La quarta ha l’effigie del Santo simile alla precedente, e nel contorno SANCTVS IANVARIVS. Nel rovescio si legge con lettere Greche Neopolitan in vece di Neopoliton, cioè de’ Napoletani.

La quinta fa vedere la stessa effigie, e di qua e di là SCS. IANV. Il rovescio ha la figura d’uomo che tiene colla sinistra un globo, sopra cui è la croce. Nel contono sta scritto SERGLV DVX. Cinque furono i Sergii duchi di Napoli. Credono alcuni che questo denaro appartenga a Sergio padre di Santo Atanasio vescovo di Napoli; ma Monsignor Niccolò Carminio Falcone arcivescovo di Santa Severina, nella Vita di San Gennaro, fu di parere che riguardasse Sergio III, il quale si procacciò dai Greci Augusti il titolo di Protosebasto.

La sesta, nel Museo Chiappini, è simile alla precedente, se non che Sergio duca tien colla destra una croce.

La settima ha l’effigie del santo Martire colle lettere SCS. IAN. Mirasi nel rovescio quella di un Vescovo coll’iscrizione ATHA EPS. cioè Atanasio vescovo, cioè il giovane, vescovo insieme e duca di Napoli, famoso per li suoi vizj, nell’anno 880.

L’ottava, presso il P. Domenico Putignani Gesuita, è poco diversa dalla precedente.

Queste sole poche monete antiche di Napoli ho io potuto raccogliere. Facile sarà ai Letterati di quella insigne metropoli di accrescerne il catalogo. Altre ancora si troveranno battute dagli antichi Principi di Salerno e di Capoa, e da’ duchi di Amalfi e di Sorrento. Francesco Pansa nella Storia di Amalfi attesta di aver veduto tareni d’oro degli Amalfitani, nel diritto de’ quali si mirava un lione colle lettere GLORIA ROMANORVM, e nel rovescio un rinoceronte con QVIES REIPVBLICAE. Ma qui segno alcuno non v’ha, che tal moneta appartenga ad Amalfi. Aggiugne ancora d’aver veduto altra moneta colle lettere MANSO DVX ET PATRICIVS. Questi fu duca di Amalfi nell’anno 892.

Normanni Principi e Re di Sicilia e di Napoli

Nel dominio della Puglia, Calabria e Sicilia succederono poi nel secolo XI i Normanni, gente che con maravigliosi avvenimenti di valore ed industria tolse a’ Greci e a varj altri principi Cristiani le contrade oggidì appellate Regno di Napoli, e a’ Saraceni il Regno di Sicilia. Cesare Antonio Vergara raccolse e stampò molte loro monete. Profitterò io della sua fatica colla giunta d’altre da lui non osservate.

La prima, molto rozza, ci fa vedere un Principe a cavallo, tenente sulla spalla un’asta, da cui pende la bandiera, colle lettere ROGERIVS COMES. Sta nel rovescio l’immagine della Beata Vergine sedente in una cattedra, e tenente nelle braccia il Signor nostro; e nel contorno MARIA MATER DMI. cioè Domini.

Le seconda, conservata in Piacenza nel Museo del P. Generale Chiappini, ha il medesimo principe a cavallo, e le lettere ROGERI COM. Nell’altra facciata è la Vergine col divino Infante sì rozzamente formata, che nulla più. Vi si legge MARIA MATER D.

La terza è poco diversa dalla prima. Chi abbia battuto queste tre grossolane monete, cioè se Rugieri I fratello del valoroso Roberto Guiscardo duca, dappoiché nel 1071 si fu impadronito di Palermo; o se il di lui figlio Rugieri II, il quale per molti anni usò il titolo di Conte, prima di assumere il titolo di Re di Sicilia e Puglia nel 1130, non so dirlo. Le seguenti monete sembrano disegnare due diversi principi.

La quarta e la quinta mostrano una croce gemmata colle lettere ROGE COME. Nell’altra facciata v’ha un T. da cui forse è indicata Trinacria, cioè la forma della Sicilia. Verisimilmente queste appartengono a Rugieri II succeduto al padre nel dominio di quell’isola.

La sesta fu battuta da esso Rugeri, da che fu divenuto Re. Ivi si legge ROGERIVS REX. Nel rovescio l’iscrizione Arabica è Malech Sarir, cioè Regis thronus; o perché quella lingua dopo tanti anni di dominio dei Saraceni divenne usuale in Sicilia, o perché Rugieri s’impadronì di Tripoli nell’Africa.

La settima ha ROGERIVS DVX, e nel rovescio l’immagine della Madre di Dio colle lettere S. M. cioè Sancta Maria. Crede il Vergara spettante cotal moneta al medesimo Rugieri II, che deposto il titolo di Conte, prese quello di Duca. A me sembra più probabile che appartenga a Rugieri duca di Puglia e Calabria, figlio di Roberto Guiscardo, che nell’anno 1111 diede fine al suo vivere.

Altre monete furono battute da esso re Rugieri. Falcone Beneventano all’anno 1140 così scrive di lui: Edixit, ut nemo in toto ejus Regno viventium Romesinas accipiat, vel in mercatibus distribuat. Et mortali consilio accepto monetam suam introduxit, unam vero, cui Ducatum nomen imposuit, octo Romesinas valentem, quae magis magisque aerea quam argentea probabatur. Induxit etiam tres Follares appretiatos, de quibus horribilibus monetis totus Italicus Populus (cioè di Puglia e Calabria) paupertati et miseriae positus est et oppressus.

Guglielmo I, Guglielmo II e Tancredi Regi di Sicilia

La prima colle lettere corrose fa solamente vedere REX W. cioè Rex Willelmus. L’altra facciata ha l’immagine di due sante donne forse della Madre del Signore visitante Elisabetta.

La seconda nel mezzo tiene W. cioè Willelmus. Seguitano due lettere credute dal Vergara P. V. o pure P. R. A me paiono RX. cioè Rex. All’intorno DVCAT APVL PRINCIPATVS CA. cioè Capuae. Nel rovescio altro non s’ è conservato che APVLIE. H.....

La terza ha la croce colle lettere Greche IC XC NIKA, cioè Jesus Christus vicit. Nel contorno vi son lettere Arabiche, forse indicanti il nome del Re, ma smarrite. Anche il rovescio ha l’iscrizione Arabica, ma con lettere che corrose non si possono leggere. Non si sa a quale dei due re Guglielmi appartengano queste monete, cioè se al primo, che nell’anno 1154 succedette a Rugieri suo padre nel Regno; o al secondo, che nel 1166 succedette a Guglielmo I suo genitore.

La quarta pare che sia da riferire a Guglielmo II, perché ivi si legge W. REX. II. Tuttavia da me più tosto vien creduta spettante al primo, perché fra i re di Sicilia secondo. Nel rovescio compariscono tre torri colle lettere S A., dalle quali il Vergara sospettò disegnato il nome di Santo Androfico. Io le credo indicanti Salerno.

La quinta fa vedere un albero da me tenuto per palma. Le due lettereWR. indicano Willelmus Rex. L’iscrizione del rovescio e la Latina nel contorno sono perite.

La sesta ha nel mezzo la croce, e intorno W. DEI GRA REX. L’altra facciata rappresenta una rocca quadrata, cioè la città di Gaeta, leggendosi ivi CIVITAS CAIETA.

La settima tiene nel mezzo una croce gioiellata colle lettere TANCRE, cioè Tancredi, eletto re di Sicilia nel 1189; nel rovescio è un T. con corona di sopra, cioè il nome del medesimo, e nel contorno REX SICILIE.

L’ottava nel mezzo ha TACD. REX SICIL. Nel contorno DEXTERA DOMini EXALTAVIT ME. V’è nel rovescio un’iscrizione Arabica.

La nona ha solamente nel diritto TANCREDVS REX SICIL. e nel rovescio delle lettere Arabiche.

Arrigo V fra gli Augusti, Federigo II Imperadore,
Corrado Re de’ Romani e Manfredi Regi di Sicilia

Nell’anno 1193 e 1194 Arrigo VI fra i Re di Germania, e V fra gl’Imperadori, barbaricamente s’insignorì dei Regni di Sicilia e di Napoli, facendo valere i diritti di Costanza sua moglie. Però a lui appartiene la prima moneta. Nel diritto comparisce la croce con E. IMPERATOR, cioè Enricus. Nel rovescio un’aquila colle lettere C IMPERATRIX, cioè Constantia.

Il loro figlio Federigo II fanciullo succedette in que’ Regni nel 1199, e conseguì poscia la dignità imperiale. A lui e a Costanza sua madre appartiene la seconda. L’una facciata ha la croce, e CONSTANCIA R. cioè Regina; l’altra un’aquila e FREDERICVS. R.

La terza, battuta dopo la morte della madre, mostra la croce circondata dalle lettere F. DEI. G. REX. SICIL. Nel rovescio si mira, se crediamo al Vergara, un manipolo di spiche, o pure un fiore, con DVCAT. APV. PR. CAE. cioè Ducatus Apulae, Principatus Capuae. Fu battuta prima dell’anno 1220.

La quarta, battuta dopo l’anno 1223, in cui assunse il titolo di Re di Gerusalemme, ha nel mezzo FR. cioè Fredericus, e nel contorno ROM. IMPERATOR. Nel rovescio la croce, e IESA ET SICIE. R. cioè Hierusalem et Siciliae Rex.

La quinta ha il busto di esso Federigo, e all’intorno F. ROM. IPR. SER. AVG. cioè Fredericus Romanorum Imperator semper Augustus. Nel rovescio un’aquila, e R. IERSL. ET SICIL. che non han bisogno di spiegazione.

La sesta, nel Museo Chiappini, ha il capo d’esso Augusto col diadema e con FRIDERICVS II. Nell’altra parte la croce, e ROM. IMP. AVG. Non essendo qui menzione di Gerusalemme e Sicilia, forse fu battuta prima dell’anno 1223.

La settima ha la croce nel mezzo con E. Im PERATOR; nell’altro lato il busto di lui coronato con REX IERL. ET. SIC.

L’ottava e nona simili sono augustales, o agostari, cioè denari d’oro, formati alla foggia delle antiche monete Romane. Pesavano la quarta parte di un’oncia d’oro, cioè eguali ad una dobla d’Italia meno 29 grani, siccome alcuni scrivono. Ma Giovanni Villani, come ricorderò nella seguente Dissertazione, attribuisce non peso ad essi. Vi si mira l’effigie di Cesare Augusto giovane, portante in capo corona coi raggi. Nella nona v’ha la medesima effigie, ma col diadema in capo. Ivi si legge CESAR AVG. IMP. ROM. Nel rovescio un’aquila e FRIDERICVS.

Mancò di vita nel 1250 Federigo II, ed ebbe per successore Corrado suo figlio, che nel 1252 divenne padrone del Regno di Sicilia e Napoli; ma da lì a due anni terminò i suoi giorni. A lui si dee riferire la decima moneta, nel di cui mezzo comparisce COR. cioè Corradus, e nel contorno IERVSALEM. Nel rovescio una croce, e all’intorno ET SICIL. REX.

La XI appartiene al medesimo Corrado. Mirasi nel mezzo la croce e CONRADVS. Il rovescio ha IER. ET. SICIL. e nel mezzo REX. Terminato che ebbe i suoi giorni Corrado, tuttoché vivesse il giovinetto Corrado suo legittimo figlio, Manfredi bastardo di Federigo II, finta la di lui morte, nell’anno 1255 si fece coronare Re dell’una e dell’altra Sicilia. A lui appartiene la moneta XIX. Nel diritto si legge MAYNFR REX. Una croce è nel rovescio colle lettere SICIL.

Al medesimo si crede spettante la XIII, in cui esiste l’effigie di un Principe, e nel rovescio due sole lettere, cioè R. M., le quali si coniettura che dicano Rex Manfredus.

Carlo I Conte di Provenza e Re di Sicilia

Abbattuto ed ucciso Manfredi, pervenne il Regno di Sicilia e Napoli a Carlo I conte di Provenza, e fratello di S. Lodovico re di Francia nel 1266. Nell’anno precedente era egli stato creato anche Senatore di Roma. La prima e seconda delle sue monete fanno vedere la figura d’una donna ornata di corona, che siede sopra cuscini o sedia, se pur non si volesse sopra due lioni col globo nella destra, e ramo di ulivo nella sinistra. Carlo Molinet pensò che questa fosse l’immagine del medesimo re Carlo. Io per me la stimo l’effigie di Roma, ancorché paiano ripugnanti a tale opinione alcuni denari del re Carlo II e Roberto susseguenti. Il leggersi ivi ROMA CAP. MVNDI porge troppo vigore al mio sentimento, essendo ornato esso re Carlo della dignità senatoria di Roma, ed avendo noi trovato di sopra lo stesso motto nelle monete del Senato e popolo Romano. Nel rovescio v’ha la figura di un lione con sopra uno scudo portante il giglio, arme della Real Casa di Francia. Sopra il giglio v’ha un rastello, che oggidì si usa dai non legittimi figli di Francia nella lor arme, ed allora dovea usarsi per distinguere i cadetti dalla primogenita linea reale. Nel contorno KAROLVS S. P. Q. R. Furono battute queste due monete nel 1265, cioè prima che Carlo assumesse il titolo di Re.

Nella terza si vede la stessa figura di donna colle lettere KAROLVS REX SENATOR VRBIS. Nel rovescio ROMA CAPVD MVNDI S. P. Q. R.

La quarta e la quinta son poco diverse dalla precedente. Nella quarta sotto il lione si vede un F. Furono tali monete battute prima dell’anno 1278, in cui Niccolò III papa tolse al re Carlo la dignità senatoria.

La sesta, battuta dopo quell’anno, ha nel mezzo i gigli con KAROL. DEI GRATIA. Nell’altra parte la croce, e IERVSAL. ET SICILIE REX.

La settima ha KAR DEI GRACIA, e nel rovescio REX SICILIE colla croce nel mezzo.

L’ottava porta queste lettere: KA DEI GRA REX SICIE. Nell’altra facciata DVCAT APVL. PRIN. CA. cioè Ducatus Apuliae Principatus Capuae.

La nona ha nel mezzo K. e nel contorno KAROLV. DEI GRACI; nel rovescio REX SICILI.

La decima ha i gigli nel mezzo, e intorno KAROL. DEI GRA.; nel rovescio REX SLCILIE.

La XI è poco diversa dalla precedente.

La XII, nel Museo Bertacchini di Modena, ha lo scudo co’ gigli, e la croce, arme del Regno di Gerusalemme. All’intorno KAROL. IERL. ET SICIL REX. Nel rovescio l’Annunciazione della Vergine, e nel contorno AVE GRA PLENA DNS TECVM. Il Vergara attribuisce a Carlo I questa moneta; dubito io che s’abbia da riferire al secondo, nelle cui monete si truova la Vergine Annunziata. Non so se dal primo o dal secondo sia disceso il costume tuttavia mantenuto nel Regno di Napoli di chiamar Carlini somiglianti denari. In una bolla di Benedetto XII del 1342 si legge: Una uncia auri ad pondus Regni valet altra Ducatos quatuor de carlenis. E in una iscrizione Napoletana del 1370: A quo recepit Sancta Restituta carolenos ducentos octuaginta quatuor.

Carlo II Re di Puglia, o sia di Napoli

Passato che fu all’altra vita nel 1285 il re Carlo I, a lui succedette nel Regno di Puglia o sia di Napoli Carlo II suo figlio, allora prigione in Ispagna, che poi fu coronato in Roma nel 1289 da papa Martino IV.

La prima moneta a lui spettante è simile nel diritto alle prime di sito padre: cioè ci fa vedere una donna sedente con un globo in mano. Nel contorno ha CAROL. SED. (cioè Secundus) DEI GRA IERL ET SICIL REX. Nel rovescio la croce gigliata, come nelle monete Franzesi di que’ tempi, e il motto HONOR REGIS IVDICIVM DILIGIT. Indovinar non so perché Carlo II, il quale non fu mai senatore di Roma, mettesse qui una tal figura, rappresentante Roma a mio credere, e non già lo stesso Carlo II, come fu di avviso il Vergara. Somigliante moneta fu ritrovata in Benevento dal P. Domenico Viva della Compagnia di Gesù nell’anno 1698. Ma quivi non si leggeva il SED. cioè Secundus; e però a Carlo I la medesima apparteneva.

La seconda ha uno scudo dove comparisce l’arme del Regno di Gerusalemme, e la regale di Francia coll’iscrizione KAROL. SED. IERL. ET SICIL. REX. Nel rovescio l’Annunziazione della Vergine colle lettere AVE GRACIA PLENA DNS TECVM. Una singolar divozione professò questo Principe alla Vergine Annunziata, e sotto il di lei nome fece fabbricare in Napoli una nuova Cattedrale.

La terza ha il busto d’esso Re colle parole KAROL. SED. REX. Nel rovescio la croce, e IERL. ET SICIL.

La quarta è simile alla precedente, ma più picciola.

La quinta ha l’effigie d’esso Re col manto, in cui tre gigli colla traversa di sopra, e colle lettere K. S. (cioè Carolus Secundus) IEB. SICIL. REX. Il rovescio ha la croce e COME (cioè Comes) PROVINCIE.

Roberto e Giovanna I Regi di Puglia

Nell’anno 1309 Roberto succedette a Carlo II suo padre. La prima e terza delle sue monete hanno la donna sedente in una sedia, o sopra due lioni, da noi veduta nelle precedenti, e da me creduta Roma. V’ha questa iscrizione: ROBERT. DEI. GR. IERL. ET SICIL. R. Nel rovescio HONOR REGIS ec. Non fu Roberto senatore di Roma, e pure si servì di quella figura.

La seconda è simile alla precedente nel diritto, diversa nel rovescio, perché ha COMES. PROVINCIE ET FORCALQERI.

La quarta appartiene a Giovanna I nipote di Roberto defunto nel 1343. Ivi si mira una corona regale, sotto cui tre gigli col rastello. All’intorno IOHAN. HIER. ET SICIL. REG. Il rovescio ha la croce, insegna del Regno di Gerusalemme, e i gigli col rastello, e le lettere COMITSA PVICE. E FORCAL. cioè Comitissa Provinciae et Forcalquerii.

La quinta mostra la medesima corona senza gigli, ed AVE MARIA GRACIA. PL. Nel rovescio la croce gighiata ed AVE M.

La sesta è attribuita dal Vergara a Giovanna I. Io la riferisco alla seconda. Vi si vede un’aquila con IVHANNA REGINA. Nel rovescio l’effigie di un Romano Pontefice, e S. PETRVS PP. cioè Papa. Vedi le monete di Giovanna II.

La settima ci fa vedere la corona e le lettere IOVA. D. G. SCICIL. sottintendi Regina. La croce coi gigli è nel rovescio, e COMISA PRO....

L’ottava ha nel diritto quattro lettere, cioè G. V. A. R. che lascio interpretare ad altri. Nel contorno IVHANNA REGINA. Nell’altra facciata l’effige d’un Pontefice Romano colle lettere S. LEO PAPA. II Vergara la riferisce a Giovanna I. Forse appartiene alla seconda.

La nona ha l’effigie d’una Regina coronata, e IVH. REGINA. Vedesi nel rovescio la croce e IER. SICIL. Secondo il Vergara è di Giovanna I. A me sembra più tosto della seconda.

Carlo III, Lodovico d’Angiò e Ladislao Regi di Napoli

Carlo III, nipote del Duca di Durazzo, sopranominato della Pace, essendosi impadronito del Regno di Napoli nel 1381, levò nel seguente di vita la regina Giovanna I. A. lui appartiene la prima moneta, conservata nel Museo Bertacchini di Modena. Ivi nel diritto queste sigle: S. T. P. E. Le spieghi chi vuole. Nel contorno REXL KROLVS. T. cioè Tertius. Nel rovescio l’immagine di un Papa colle lettere S. PETRVS P.

Nella seconda si vede la croce Gerosolimitana e tre gigli; nel rovescio un’altra croce. E perché ivi compariscono quattro fascie, insegna del Regno d’Ungheria, appartiene tal denaro a Lodovico Re d’Ungheria pretensore del Regnò di Napoli, o a Carlo III pretensore di quello d’Ungheria.

La terza è da attribuire a Luigi Conte, o sia Duca d’Angiò, il quale adottato dalla regina Giovanna I nell’anno 1382, dichiarato Re di Napoli dall’antipapa Clemente VII, infelicemente morì nel 1394. Nel mezzo si vede una corona coi gigli e il rastello, chiamato da Franzesi lumbel. Nel contorno si legge LVDOV. HIER. ET SICIL. REX. Mirasi nel rovescio l’arme regale di Francia col rastello e colla croce del regno di Gerusalemme, e all’intorno COMES PROVICE. ET FORCALquerii.

La quarta ha nel mezzo queste lettere: I. I. Q. L.; nel contorno LVDOVICVS REX. Nel rovescio l’effigie di un Papa colle lettere S. PETRVS CONFES. cioè Confessor. Credo io qui disegnato S. Pier Celestino papa, come nella prima di Carlo III.

Appartiene la quinta moneta a Ladislao re di Napoli, che da alcuni Winceslao e da altri Lancislao si truova nominato, figlio di Carlo III, che nel 1390 cominciò a signoreggiare nel Regno di Napoli. Nel mezzo comparisce A Q L A, cioè la città dell’aquila, a cui dicono conceduto di poter battere moneta. Nel contorno si legge LADISLAVS REX. Nell’altra parte l’immagine di un Romano Pontefice colle lettere S. PETRVS PP. CONFES. creduto San Pietro Apostolo dal Vergara, da me San Pier Celestino.

La sesta ha quattro sigle S. M. P. E.; all’intorno LADISLAVS II. E simile al precedente il rovescio.

Nella settima compariscono le quattro lettere da noi vedute nell’ottavo denaro di Giovanna I, cioè GVAR., e all’intorno LADISLAVS II. Nel rovescio l’immagine d’un Pontefice Romano coll’iscrizione S. LEO PP. cioè Papa.

L’ottava ha le arme di Francia e del Regno di Gerusalemme, e le quattro fascie, cioè l’insegna del Regno d’Ungheria, preteso da esso re Ladislao. Nel contorno LADISLAVS REX ET DV. Nel rovescio due chiavi colle lettere SANCTVS PETRVS. Forse battuta in Roma, dove Ladislao fece da padrone.

Giovanna II e Renato d’Angiò Regi di Napoli

Nell’anno 1414 succedette Giovanna II nel Regno di Napoli a Ladislao suo fratello. La prima moneta a lei spettante ha nel mezzo un’aquila coll’ale aperte, e all’intorno REGINA IOVA. Nel rovescio l’effigie d’un Pontefice Romano, e S. PETRVS PAPA.

La seconda, nel Museo Bertacchini, ha la medesima aquila, e REGINA IVHANNA. Il rovescio è simile al precedente.

La terza ha quattro sigle, cioè AQLA. denotanti la città dell’aquila, e all’intorno IVHANNA REGINA. Nel rovescio l’immagine di un Romano Pontefice, e S. PETRVS PP.

La quarta appartiene a Renato duca d’Angiò, che nel 1438 fu proclamato in Napoli Re. Nella prima moneta comparisce la donna coronata, sedente sopra la sedia e sopra i lioni, con lo scettro e globo, di cui s’è più volte parlato di sopra. In un lato si vede una picciola aquila. Nel contorno RENATVS DEI GRE IRVLE SIC II. Nel rovescio la croce, e il motto HONOR REGIS IVDICIV. DILIGLT.

La quinta ha nel mezzo una corona, e le lettere R. IER. ET. SICIL. REX. Il rovescio ha la croce co’gigli negli angoli, e COMES PVINCIE.

La sesta ci fa vedere un’aquila con corona di sopra, e nel contorno REX. RENATVS. Nel rovescio l’immagine di un Papa sedente coll’iscrizione S. PETRVS E. cioè Eremita: il che conferma quanto ho detto di sopra, che in queste monete si parla di San Pier Celestino.

La settima ha un’aquila, e RENATVS. REX. DEI. G. Nel rovescio l’effigie d’un Pontefice, e S. PE.. TRVS PP.

L’ottava solamente è diversa dalla precedente per la picciolezza.

La nona, ha uno scudo coll’arme di Francia, Gerusalemme e Lorena. L’iscrizione rapportata dal Vergara è questa: RENATVS D. G. REX. SIC IER. ARLIOTI D. Strana parola Arlioti D. Per me credo che ivi si legga AC LOTH. D. cioè Lotharingiae Dux. Nel rovescio un braccio armato, e le parole FECIT POTENCIAM IN BRACHIO SVO.

Alfonso I d’Aragona e Ferdinando I Regi di Napoli

Nell’anno 1442 s’impadronì di Napoli e di tutto il Regno Alfonso I insigne re d’Aragona e Sicilia, e ne fu spogliato dalla morte nel 1458. La prima moneta appartenente a lui mostra il busto di un Re coronato, con ALFONSVS. DEI. GRACIA. REX. Il rovescio ha delle fascie pendenti, insegna d’Aragona; le orizzontali, insegna d’Ungheria; i gigli e la croce, insegna di Francia e Gerusalemme. Nei contorno CICILIE. CITRA ET VLTRA.

La seconda ha le suddette arme o insegne, ed ALFONSVS (o pure ALHONSVS) D. G. R. ARAG. S. C. V. H. cioè Dei gratia Rex Aragonum, Siciliae Cura Ultra, Hierusalem, o Hungariae. Ovvero invece di H. si dee leggere F. cioè Citra Ultra Farum. Nel rovescio la donna coronata col globo e scettro, e l’iscrizione: DNS M. ALFO. AIVT. E. D. I. M. cioè Dominus mihi Alfonso adjutor. Ego despiciam inimicos meos.

La terza è poco diversa dalla precedente. Chiaramente vi si legge l’iscrizione da me recata di sopra ALFONSVS, ec.; laddove il Vergara leggeva D. G. R. AR. S. E. VN. Nel rovescio è aggiunto un S. alla figura di donna, quasi denotante la Sicilia.

Nella quarta è la stessa iscrizione.

La quinta, di forma picciola, ha il busto del Re colle lettere ALFONSVS D. G. Nel rovescio son le armi regali con R. AR. S. C. V. F.

La sesta rappresenta l’effigie del Re, e nel contorno ALFONSVS REX ARAGONVM. Nel rovescio si mira 642 la Vittoria tirata da correnti cavalli, e il contorno ha VICTOR SICILIE PRECI, cioè Vincitore del Regno di Napoli per le preghiere della Sicilia.

La settima appartiene a Ferdinando, o Fernando I, che nell’anno 1458 succedette al padre nel Regno di Napoli. Nella prima moneta si vede l’immagine di esso Re coronato con una picciola aquila, e il motto CORONATVS QA. (cioè Quia) LEGLTIME CERTAVI. Nel rovescio è la croce, e FERDINANDVS D. G. R. SICIE. IER. V. cioè Ungariae. Denari tali si nomavano coronati.

L’ottava fa vedere le sopra riferite arme od insegne, e FERDINANDVS D. G. R. SI. I. V. Nel rovescio è la donna coronata col globo e scettro, e il motto DNS. M. AIVT. ET EGO D. I. M.

La nona è simile alla settima nel diritto. Vi si legge chiaramente R. SIG. IER. VNG. Nel rovescio si vede l’effigie del Re sedente, a cui un Cardinale impone la corona, e un Vescovo tiene il libro Rituale. V’ha il motto CORONATVS, ec.

La decima mostra l’effigie di esso Re con FERDINANBVS D. G. R. SICILIE IE. Nel rovescio è l’immagine di San Michele, sotto i cui piedi sta il drago. Il motto è IVSTA TVENDA.

L’undecima ha le insegne di Aragona, Sicilia, Gerusalemme ed Ungheria, e FERDINANDVS D. G. R. S. I. V. Nel rovescio si vede l’effigie del Re coronato con un M., e nel contorno RECORDATVS MISERICORDIE SVE.

La XII fa vedere il Re coronato con FERRANDVS REX. Nel rovescio si mira un cavallo che marcia senza briglia, arme di Napoli. V’ha ancora un’aquila picciola, e nel fondo un T. con rose di qua è di là. Nel contorno si legge EQVITASREGNI.

La XIII e le tre seguenti poco diverse mostrano l’effigie di esso Re, e FERRANDVS, o pure FERDINALNDVS REX. Nel rovescio si vede un cavallo, e un L. ovvero A. o pure BR. Questi denari di rame tuttavia in uso son chiamati cavalli.

La XVII ha la figura della donna sedente col globo e scettro, e FERDINANDVS D. G. Nel rovescio la croce, e SICILIE IERVS. VN.

La XVIII è simile alla settima, ma di minor mole.

La XIX ha l’effigie del Re con FERDINANDVS D. G. REX, e nel rovescio la Vittoria tirata da cavalli, e nel contorno SICILIE VICTOR.

La XX, del Museo Chiappini, fu battuta dagli Aquilani, allorché nel 1486 ribellati al re Ferdinando si diedero a papa Innocenzo VIII. Quivi si mirano le chiavi colla tiara pontifizia, e all’intorno INNOCENTIVS PP. VIII. Nel rovescio un’aquila, e nel contorno AQVILANA LIBERTAS.

La XXI fu battuta da Nicolò conte di Campobasso, che con altri Magnati nel 1459 ribellato a Ferdinando, seguitò Giovanni d’Angiò figlio di Renato. Nel diritto si mirano i ceppi che si veggorio nelle monete di San Lodovico re di Francia, colle lettere NICOLA COMes. Nel rovescio una croce, e CAMPIBASSI.

Alfonso II Re di Napoli

Nell’anno 1494 finì i suoi giorni Ferdinando I, a cui succedette Alfonso II suo figlio, che abbattuto da Carlo VIII re di Francia, nel seguente anno terminò il suo vivere. La prima moneta appartenente a lui ha San Michele, che ferisce il drago, colle lettere ALFONSVS D. G. SIC. IE. V. Nel rovescio è l’effigie sedeute d’esso Re, a cui un Cardinale mette la corona in capo. L’iscrizione è questa: CORONAVIT E VNXIT ME MANVS T. D. cioè Tua Domine.

La seconda ha l’arme di Aragona e di Napoli con ALFONSVS TI. D. G. R. S. cioè Dei gratia Rex Siciliae. Nel rovescio si mira donna sedente con scettro nell’una mano e croce nell’altra, colle seguenti parole SVB DEXTERA. TVA SALVS M. D. cioè Mea Deus.

La terza ha nel mezzo un ermellino; dal di sopra pende una fascia in cui è scritto DECORVM. Intorno v’ha ALFONSVS II. D. G. R. SICIL. IER. V. Nel rovescio si mira un altare, sopra cui arde fiamma colle parole IN DEXTERA TVA SALVS MEA.

Ferdinando II e Carlo VIII Regi di Napoli

Figlio di Alfonso II fu Ferdinando II, che nel 1495 ricuperò il Regno. La sua prima moneta è simile alla precedente, se non che ha questa iscrizione: FERRANDVS II. D. G. R. SIC.

La seconda ha le insegne d’Aragona e di Napoli colle parole: FERDINADVS II. D. G. R. SI. Nel rovescio l’ermellino o donnola con sovrapposto un E. e la parola DECORVM; e nel contorno OMNIA SERENA. In fondo LICI.

La terza è quasi la stessa che la precedente.

La quarta appartiene a Carlo VIII re di Francia, che nel 1494 s’impadronì del Regno di Napoli. Fu battuta nell’Aquila, città delle prime ad entrare nel suo partito, e si fece confermare da lui il privilegio della zecca. Vi si mira in uno scudo l’arme regale de’ gigli, e sopra d’essi la corona, colle parole CHARLES e un K. al rovescio, e ROI. D. FR E. Nel rovescio è un’aquila, insegna di quella città, e nel contorno CITE DE LEIGLE, cioè Città dell’Aquila.

La quinta, parimente battuta dagli Aquilani, ha il suddetto scudo, e CAROLVS REX FRA. Nel rovescio la croce, una picciola aquilia, e le lettere AQVILANA CIVITAS.

La sesta ha il medesimo scudo, e KROLVS D. K. G. REX FRA. il rovescio simile al precedente.

La settima comparisce co’gigli, e colle lettere KROLVS D. G. R. FR. SL. Nel, rovescio la croce, e TEATINA CLVITAS.

L’ottava presenta il medesimo scudo, e di qua e di la K. L. e KAROLVS D. G. R. FRANCORV. SIC. IEH. Nel rovescio la croce, e XPS. VINCIT. XPS REGNAT. XPS. IMPer AT.

La nona è poco diversa dalla precedente.

La decima allo scudo aggiunge CAROLVS D. G. FRACCORV. IHEM. ET. S. R. Si mira nel rovescio la croce di Gerusalemme colle lettere PER LIGNV S. CRVCIS LIBERET N. D. N. cioè nos Deus noster.

L’undecima ha tre gigli colla corona di sopra, e nel basso S. M. P. E. Nel contorno KROLVS. D. G. R. FR. SI. I. Nel rovescio la croce con quattro crocette, e XPS VINC. ec.

Federigo II Re di Napoli

A Ferdinando II succedette nel 1496 Federigo II suo zio paterno. La prima fra le sue monete ha il busto di lui coronato con un T. nel mezzo e FEDERICVS DEI GR SIHI. e le lettere RECEDANT VETERA, indicanti che dimentica i torti a lui fatti dal popolo.

La seconda ha l’arme d’Aragona e Sicilia, e FEDERICVS DEI GRA REX SI. I. V. In una di rame REX SI. HIER. Due cornucopie nel rovescio, e VIGTORIE FRVCTVS.

La terza ha un’aquila, e FRIDERIC. T. D. GRA. REX. SICIL. È chiamato Terzo in riguardo a Federigo II Augusto; ma egli non fu che primo fra i Re di Sicilia. Nel rovescio l’insegna degli Aragonesi, e DVC APVL. PRINCIPAT. CAPVE.

La quarta ha l’effigie del Re coronato, e FEDERICVS D. G. R. SI., e nel contorno la croce e SIT. NOMEN DNI BENEDICtum.

La quinta ha la stessa effigie, e FEDERICVS REX. Nel rovescio un cavallo senza freno, e il motto EQVITAS REGNI.

E questo basti, non passando l’assunto mio oltra al 1500.

I Dogi di Venezia

Non lascia d’essere antichissima la zecca dell’inclita città di Venezia, ancorché non se ne sappia bene l’origine. Andrea Dandolo, il più dotto e antico degli Storici Veneti, scrisse che tal diritto era stato conceduto a Venezia fin dai più antichi tempi; perciocché parlando di Rodolfo re d’Italia circa l’anno 921 così scrive: Hic Rodulfus Regni sui anno quarto, Papiae solium tenens, immunitates Venetorum in Regno Italico ab antiquis Imperatoribus et Regibus concessas, privilegium renovavit. Et in eodem declaravit, Ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constituit, antiquos Duces hoc continuatis temporibus perfecisse. Ma Marino Sanuto juniore, il Sansovino ed altri han preteso che a Pietro Candiano III doge circa l’anno 950 fosse conceduta la facoltà di battere moneta da Beretengario II re d’Italia: in segno di che sotto l’immagine di quel Doge posero il seguente distico:

Multa Berengarius mihi privilegia fecit:

Is quoque monetam cudere posse dedit.

 Ma non può sussistere sì fatta opinione, e dee dirsi che Berengario II solamente confermò quel diritto. L’Anonimo Scrittore delle Vite MS. dei Dogi Veneti, che si conservano nella Biblioteca Estense, e giungono sino a Bartolommeo Gradenigo eletto nel 1339, così parla di Pietro Candiano III doge circa l’anno 942 Iste Dux fuit filius suprascripti Petri Candiani Ducis. Cujus tempore Berengarius Rex, Venetorum antiqua jura confirmavit, et denuo concessit, ec., et cudendi monetam auri et argenti, ut sub imperio Graecorum habuerant, potestatem dedit: parole chiaramente indicanti che anche prima sotto i Greci Imperadori ebbero i Dogi di Venezia il gius della zecca. Scrive il sopra lodato Dandolo all’anno 1031 di Otto Orseolo patriarca: Hic monetam parvam sub ejus nomine, ut vidimus, excudi fecit. E all’anno 1194 di Arrigo Dandolo doge scrive: Hic agenteam monetam, vulgariter dictam Grossi Veneziani, vel Matapani, cum imagine Jesu Christi in throno ab uno latere, et ab alio cum figura Sancti Marci et Ducis valoris viginti sex parvulorum, primo fieri decrevit. E che la moneta Veneziana nel secolo XI fosse in corso per l’Italia, lo pruova uno strumento del 1054, esistente nell’archivio de’ Canonici di Modena, dove è fatta menzione denariorum Veneticorum. Ma ciò che maggiormente accredita la moneta Veneziana, è un passo di Raterio vescovo di Verona, che fiorì ne’ tempi del soddetto re Berengario II, perciocché nell’Opuscolo intitolato Qualitatis conjectura nomina sex libras denariorum Veneticorum: dal che si può inferire che non aspettassero i Dogi Veneti le grazie d’esso Berengario per battere denari, cioè per esercitare una prerogativa di cui solamente goderono in que’ tempi i Duchi di Benevento e Napoli. Poiché quanto al Porcacchi, il quale nel lib. IV della Famiglia Malaspina scrive di aver veduto una moneta con capo virile, e colle lettere ADALBERTVS. THVSCIAE MARCHIO che fioriva nell’anno 905, non falleremo credendo, questa essere una delle favole che quello Scrittore francamente usò di spacciare a’ tempi suoi. Parimente pensò che s’inganni chi vuol battuti denari da Bonfacio marchese di Toscana, padre della contessa Matilda. Neppure il Fiorentini giudicò sussistente sì fatta opinione. Anzi v’ha chi crede che anche allorché signoreggiarono in Italia i Re Goti, usassero di battere moneta, ma di basso metallo, ricavandolo da Cassiodoro, il quale nel lib. XII, epist. 24, parlando delle loro Isole, cosi scrive: Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Ma altro, a mio credere, fu il sentimento di Cassiodoro. Col suo fiorito stile egli loda le Saline Venete: Inde (così egli parla) vobis fructus omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis, possidetis. Moneta illic quodammodo, cioè per così dire Le vostre saline per voi sono una zecca, perché il sale ivi formato vi provvede di tatto quanto si richiede al vostro vitto. Il sale vi è in luogo di moneta. – Sommamente desiderava io di poter rinvenire uno di que’ denari Venetici che abbiam veduto spesi nel secolo X, e grandi ricerche ne feci. A questa mia voglia in fine soddisfece l’Eccellentissimo sig. Domenico Pasqualigo del quondam Vincenzo Senator Veneto, con aver egli trovato tre antichi denari simili, che somministrarono a lui occasione anche d’illustrarli con una erudita Dissertazione stampata. Io ne ho prodotto un solo. Quivi si mira la croce e nel contorno CHRISTVS IMPERAT. Il rovescio rappresenta una figura di tempio colle lettere VENECI, e un’A. più basso. Punto non dubito io che tal moneta appartenga alla nobilissima città di Venezia, grande ornamento d’Italia, e non già alla picciola di Francia. E questi denari si doveano battere ivi ne’ vecchi secoli. Già li abbiam trovati in uso nel secolo X, e questo vien confermato dal chiarissimo P. Bernardo de Rubeis dell’Ordine de’ Predicatori, da cui furono lette in uno strumento del Friuli dell’anno 972 le seguenti parole: Et persolvere exinde debeant singulis annis per omnem Missam Sancti Martini, argentos bonos Mediolanensis solum quinque, aut de Venecia solum decem. A que’ tempi adunque credo io che s’abbia a riferire il denaro suddetto, nel quale non comparendo nome di alcun Imperadore Greco o Latino, indizio può essere fin d’allora della sovranità di quella insigne Repubblica. Andiamo ora a vedere quali altre monete Venete ho io potuto raccogliere.

La seconda appartiene ad Enrico, o sia Arrigo Dandolo, doge di Venezia nel 1192, che lasciò gran memoria delle sue illustri azioni. Siccome accennammo, fu egli il primo a mettere ne’ denari il suo nome: cosa non praticata in addietro. Nel diritto comparisce l’immagine di Cristo con lettere greche IC. XC. cioè Jèsus Christus. Nel rovescio San Marco consegna al Doge la bandiera colle lettere H DANDOLVS (cioè Henricus) e S. M. VENETI, cioè Sanctus Marcus, Venetia, o Venetiarum, o Veneticorum. Denari tali furono appellati Grossi, o Matapani.

La terza, presso il fu Padre Caterino Zeno, fratello del rinomato sig. Apostol., riguarda Pietro Ziani, eletto doge nel 1205. Quivi si vede Cristo sedente col Vangelo, e le lettere IC. XC. Il rovescio è simile alla precedente, fuorché nell’iscrizione, cioè P. ZIANI, e S. M. VENETI.

La quarta nel Museo Bertacchini, appartiene al suo successore Jacopo Tiepolo, eletto nel 1229. È simile alle precedenti, se non che ha l’iscrizione IA. TEVPL. DVX.

La quinta, parimente in Modena presso il sig. Domenico Vandelli, pubblico lettore, non è diversa. Ha le lettere RA. CENO. DVX. cioè Raynerius Zeno Dux nel 1252.

La sesta, presso il sig. Giuseppe Cattaneo in Modena, simile all’altre, ha queste lettere LA. TEVPL. DVX. cioè Laurentias Teupulus Dux, eletto nel 1268.

La settima, presso il dottore e parroco Padovano Adamo Pivati, ha IO. DANDVL. DVX. cioè Giovanni Dandolo, eletto nel 1280.

L’ottava, nel Museo Bertacchini e presso altri in Modena, ha le lettere PE. GRADONICO DVX, cioè Petrus, eletto nel 1288. In una di queste si legge solamente XPVS, cioè Christus.

La nona, esistente presso il sig. Pietro Gradenigo di Jacopo, patrizio Veneto, è d’oro con figura diversa dalle precedenti. Quivi San Marco in piedi porge la bandiera al Doge inginocchiato, colle lettere PET. GRADO. DVX. cioè Petrus Gradonico Dux, mentovato nella precedente. Nell’altra facciata si vede l’effigie del Salvatore in piedi, ornato di varie stellette. Nel contorno si legge: SIT T. XPE. DAT. Q. TV REGIS ISTE DVCA. cioè, s’io mal non m’appongo,

Sit tibi, Christe, datus, que tu regis, iste Ducatus.

I precedenti denari sono d’argento; questo è d’oro. Giovanni Dandolo, predecessore di Pietro Gradenigo, fu quegli che cominciò a battere moneta d’oro. Di lui scrive Rafaino Carisino continuatore del Danolo: Qui etiam Ducatos aureos primitus fieri jussit. Quel denaro fu poi appellato zecchino dalla zecca, da cui ricevette la forma.

La decima, in Modena presso il sig. Giuseppe Maria Cattaneo, fu battuta dal celebre doge e storico Andrea Dandolo, eletto nel 1342. Vi si vede San Marco che dà la bandiera al Doge, colle lettere S. M. VENETI, e AN. DANDVL. DVX. Nel rovescio l’effigie di Cristo Signore che sorge dal sepolcro, colle lettere XPS. RESVRESIT.

L’XI, nel Museo Bertacchini, è simile alla precedente, ma con questa iscrizione alquanto diversa, cioè S. M. VENETI ANDR. DANDVLO DVX. L’altra facciata ha Cristo che sta in piedi col Vangelo in mano, e benedice col verso sopra riferito SIT. T. XPE, ec.

La XII ha l’effigie del Doge colle lettere ANDR DANDVLO D. Nel rovescio è un lione, insegna della Repubblica Veneta, che tiene la bandiera colle lettere S. MARCVS VENETI.

La XIII, presso l’abbate Domenico Vandelli, in altro non è diversa dalla precedente che nell’iscrizione leggendosi ivi IOH. DELPHYNO DVX. che nell’anno 1356 ottenne tal dignità. La XIV, nel Museo Bertacchini, è un zecchino, e però ha solamente di diverso dagli altri il nome, cioè IO. DELPHINO DVX.

La XV, nello stesso Museo, è simile alla precedente, fuorché nel nome, ch’ è ANDR. CTAR DVX, cioè Andrea Contareno, eletto nel 1367.

La XVI, nel medesimo Museo, ha questa iscrizione: FR. FOSCARI DVX. cioè Franciscus Foscari, creato doge nel 1423. Nel rovescio si vede l’effigie del Salvatore col motto GLORIA TIBI XPE, cioè Christe.

La XVII, nello stesso Museo, ha il busto del Doge colle lettere NICOLAVS TRONVS DVx. eletto nel 1471. Nel rovescio il lione tenente la bandiera, e SANCTVS MARCVS.

La XVIII ha queste parole: AND. VENDRAMIN. DVX. e le lettere M. P. Fu egli eletto doge nel 1476. Nel rovescio l’immagine del Salvatore, e le lettere IESVS CHRISTVS GLORIA TIBI SOLI. Non so se sia di quelle monete che in Venezia si chiamano oselle.

La XIX, presso il conte Giovanni Bellincini di Modena, ha IO MOCENICO DVX. e le lettere A. M. Fu promosso alla dignità ducale nel 1478.

La XX, nel Museo Bertacchini, appartiene allo stesso. Vi si mira la effigie che tiene in mano la bandiera, colle lettere F. F., e nel contorno IOANES MICENIGO, o sia MOCENIGO. Nel rovescio mirasi il leone Veneto alato col libro de’ Vangeli.

La XXI, nel medesimo Museo, fa vedere Cristo che siede e benedice, coll’iscrizione GLORIA TIBI IC XC. Nel rovescio S. M. VENETI. MARC. BARBADICO DVX. Z. M. Fu eletto nel 1485.

La XXII, nello stesso Museo. Vi si mira la croce, e all’intorno AVG. BARBADICO DVX. cioè Agostino Barbanigo, eletto nel 1485. Nel rovescio il lione con due lettere M. B. e nel contorno SANCTVS MARCVS VENETI.

La XXIII si dovea riferir molto prima, ma per non essere moneta, l’ho riserbata a questo sito. Essa è un medaglione, o sia, come dicono in Venezia, un’osella battuta per onore. Vi si vede l’effigie del Doge che porta in capo la berretta ducale, colle lettere CRISTOFORVS. MAVRO. DVX. Nel rovescio una corona che contiene questa iscrizione: RELIGIONIS. ET IVSTICIAE CVIJTOR. Fu promosso alla dignità ducale nel 1462.

E finquì delle più antiche officine monetarie d’Italia. Vennero poi tempi in Italia che non poco cangiarono il sistema e l’aspetto delle cose. Perciocché i vescovi e non poche città, volendo accrescere il loro decoro, andarono ottenendo dagli Angusti le regalie, fra le quali il gius di battere moneta. Ciò principalmente cominciò ad introdursi nel secolo XI, benché non manchino esempli di vescovi che anche molto prima ebbero temporal dominio e batterono denari. Intorno a ciò son da vedere il Tomasino e il Blanc. E certamente ad alcuni vescovi ed anche abbati in Francia si truova conferita prima del mille una tal facoltà. Mi sia nondimeno permesso di dire che tante cose dette di essi vescovi non s’hanno da ricevere senza esame. Se vogliam credere al Browero (lib. IX Annal. Trever.), Lodovico re di Germania nell’anno 902 conferì a Rabodo arcivescovo di Treveri Trevenicae civitatis monetam. Ma si può dubitare di quel diploma, conceduto da un Re giunto appena all’età d’undici anni, particolarmente perché tal prerogativa si dice non conceduta, ma restituita a Rabodo: Quae quondam tempore Wemodi ejusdem ubis Archiepiscopi de Episcopatu obstricta, et in Comitatum conversa noscuntur. Nell’anno 773 fu creato vescovo di Treveri Weomodo. Creda chi vuole che fino allora, e forse prima, appartenesse a que’ vescovi la fabbrica dei denari. Ma non sono mai mancati coloro che han cercato di dedurre dai più vecchi secoli la presente loro nobiltà e potenza; e ciò che l’antichità ignorò, si vide con finti strumenti asserito. Lo stesso Browero avendo trovato all’anno 902 il Conte in Treveri, immaginò Comites pro Archiepiscopo in urbe jus dixisse; e che fu con quel diploma restituito jus Treverensis urbis Archiepiscopo. Ma ministri del Re ed Imperadori, e non già de’ vescovi, anticamente furono i Conti. Ma lasciando andar questo, diciamo che in Italia nel secolo XI e XII, oltre alle città di sopra riferite, cominciarono altre a godere il privilegio di battere moneta, con obbligo nondimeno di mettere in essa il nome del Re od Imperadore in segno del supremo loro dominio. Il qual rito andò a poco a poco cotanto crescendo, che niuna città libera o principe vi resta, a cui non fosse permesso di battere denari d’argento, e in fine anche d’oro. Anche allora si otteneva tutto coll’oro. Io dunque, secondo l’ordine dell’alfabeto, andrò notando tutte quante le monete de’ principi e delle città che ho potute finora raccogliere.

Ancona

Parecchi denari della città d’Ancona ho io trovato in Modena; perché andando per divozione i pellegrini ad Assisi, o alla santa Casa di Loreto, riportavano sovente da Ancona di quelle monete, stimando che San Ciriaco o Quiriaco ivi impresso particolar virtù avesse per impetrar da Dio qualche determinata grazia.

La prima moneta, nel Museo Chiappini, e in Roma presso il cavaliere Francesco Vettori, ha questa iscrizione nel diritto X PP. S. QVIRIACVS, con prendere le tre ultime lettere dal centro. Nel rovescio è una croce, e all’intorno DE ANCONA. L’Ughelli (tomo I dell’Italia Sacra) ne rapporta una simile.

La seconda, conservata da molti in Modena, benché di varie forme, rappresenta l’immagine di un Vescovo colle parole PP. S. QVIRIACVS, e in altre PP. S. CIRIACVS. L’altra facciata ha la croce, e nel contorno DE ANCONA.

La terza, nel Museo Bertacchini, è simile alle precedenti, se non che ha le chiavi per indizio del dominio della Chiesa Romana. Protettore di Ancona è da lunghissimo tempo San Ciriaco; ma chi egli sia stato, s’è disputato assaissimo fra gli Eruditi, e tuttavia resta questo affare nelle tenebre. Chi l’ha giudicato un vescovo di Gerusalemme e Martire; vogliono altri che sia stato un vescovo di Ancona. Spezialmente si vegga l’Ughelli ne’ Vescovi di Ancona, e il Padre Papebrochio nella Prefazione agli Atti di San Ciriaco nel dì 4 di maggio. Hanno qua cacciato il capo non poche favole, e non mancano atti apocrifi. Se non mi avesse trattenuto una moneta di Rimino, di cui si farà menzione qui sotto, avrei sospettato che gli Anconitani avessero tenuto San Ciriaco non per un vescovo di Gerusalemme, o della loro città, ma per un Pontefice Romano. Perciocché quando ai Santi si aggiugne il doppio P, questo non suoi significare se non PAPA, come consta da innumerabili pruove. In fatti nell’antica e favolosa Leggenda di Santa Orsola, e di (quasi non mi attento a dirlo) undici mila Vergini e Martiri sue compagne, si truova Papa Ciriaco, Pontefice fabbricato dagl’impostori, se pure non è con tal nome indicato San Siricio papa, come ha immaginato taluno per sostenere quella filastrocca di favole. Ma a tal sospetto non resta luogo, da che anche il PP. si truova nella moneta di Rumino, oltre di che qui esso si mette innanzi al nome del Santo, laddove per significare un Papa suole posporsi. Potrebbe essere che avvertiti gli Anconitani, non poter quello essere un Patriarca di Gerusalemme, si riducessero a intitolano di Ancona. Nel Museo Bertacchini si veggono denari Anconitani coll’effigie di un Vescovo, e senza il PP., ma solamente S. QVIRIACVS EPS, cioè Episcopus.

La quarta, nel Museo Muselli di Verona, ha un uomo che corre a cavallo, colle lettere DE ANCONA. Nel rovescio un’a. nel mezzo, e nell’intorno S. QVIRIACVS PP. Qui veramente è posposto il PP.; contuttociò non credo che significhi Papa.

La quinta, nel Museo Bertacchini, ha le arme di papa Paolo II, e sovrapposte le chiavi e il triregno, e nel contorno PAVLVS PAPA II. Nel rovescio è l’effigie di un Santo, probabilmente San Ciriaco, e nel contorno MARCHIA ANCONE. Fra le monete di questo Pontefice pubblicate dal P. Bonanni non ho trovata la presente.

La città dell’Aquila

Già s’è veduto nel catalogo delle monete del Regno di Napoli, quante ne sieno state battute in questa città. Il trovarsi in esse così spesso l’aquila, può servire d’indizio ch’essa veramente godesse un particolar privilegio della zecca.

Aquileia e suoi Patriarchi

Lungo tempo fu una delle più nobili e riguardevoli città d’Italia quella di Aquileia, finché il furibondo re degli Hunni Attila sì fattamente l’atterrò, che mai più non alzò dipoi la testa. Veggonsi molte monete ivi battute sotto i primi Imperadori Cristiani. Ma dopo il suo lagrimevol eccidio, per più secoli niun vestigio ivi si truova di officina monetaria. Finalmente ai Patriarchi di Aquileia, perché signoreggianti all’ampia e nobil provincia del Friuli, fu da Fedenigo II Augusto conceduta la facoltà di battere moneta. Se prima que’ Patriarchi esercitassero questo diritto, nol so dire. Almeno da quel tempo si veggono denari della loro zecca. L’effigie di molti di essi, cavata dal Museo Padovano del conte Giovanni da Lazzara, fu a me trasmessa dal dottore Adamo Pivali, mio singolare amico. Maggior copia ancora me ne somministrò il sig. Gian-Francesco Muselli, arciprete della Cattedrale di Verona, già raunate dal chiariss. Monsig. Francesco Bianchini.

La prima, nel Museo Muselli, ci presenta l’effigie del Patriarca che Lieti colla destra la croce, un libro colla sinistra, colle lettere VOLFKER. EP. cioè Volfkerius Episcopus. Nel rovescio un’aquila coronata, e nel contorno CIVITAS AQVILEGIA. Fu battuta circa l’anno 1220.

La seconda, nello stesso Museo, ha una somigliante effigie e BERTOLDVS P. cioè Patriarcha. Nel rovescio la figura di un uomo colle mani alzate, e CIVITAS AQVILEGIA. All’anno 1234 o circa si dee riferire.

La terza, nel Museo Lazzara, è del medesimo Patriarca, simile alla precedente, se non che nel rovescio di essa v’ha un’aquila.

La quarta, nel Museo Muselli, ha un somigliante diritto. Nel rovescio una porta con tre torri, e CIVITAS AQVILEGIA.

La quinta, nello stesso Museo, ha la seguente iscrizione: GREGORIus ELECTVS. Nell’altra facciata l’Arcivescovo, a cui un Santo (probabilmente Hermagora) porge la croce, e CIVITAS AQVILEGIA. Egli è Gregorio da Montelongo, eletto patriarca nel 1252.

La sesta, nel Museo Lazzara, appartiene allo stesso Gregorio già consecrato. Nel diritto GREGOrius PATRIarcha. Nel rovescio un’aquila, e nel contorno AQVILEGIA.

La settima, ottava e nona, nel Museo Muselli, appartengono al medesimo Gregorio. Mirasi un giglio nelle due prime, una croce nella terza.

La X, XI e XII, nello stesso Museo, hanno questa iscrizione: RAIMVNDVS PAtriarcha, e nel rovescio AQVILEGENSIS. Egli è Raimondo della Torre, eletto nel 1272, la di cui arme, cioè la torre, si mira nella decima e l’aquila o i gigli coll’immagine della Beata Vergine nell’altre due.

La XIII nel Museo Lazzara, appartiene al medesimo Patriarca, et ha due chiavi denotanti l’autorità spirituale e temporale; e due torri, insegne della sua casa.

La XIV nello stesso Museo, ha la seguente iscrizione: PETRVS PATRIARKA, eletto circa l’anno 1299. Nel rovescio un’aquila coll’arme del Patriarca, e le lettere AQVILEGENSIS.

La XV, nel Museo Muschi, è poco diversa dalla precedente.

Nella XVI, del Museo Lazzara, comparisce l’effigie del Patriarca colle lettere OTOBONVS PAtriarcha. Nel rovescio le sue armo, ed AQVILEGENSIS. Fu eletto nel 1301.

Nella XVII, del Museo medesimo, si legge PAGAnus PATRiarcha, eletto circa il 1319. Il rovescio ha una torre, ed AQVILEGIA.

La XVIII, nello stesso, ha l’immagine della Madre di Dio, che ha in braccio il Divino Infante, e BERTPANDVS P. cioè Patriarcha, eletto nel 1335. Nell’altro lato un’aquila, ed AQYILEGENSIS.

La XIX, nel Museo Muselli, ha nel diritto una croce, e DEVS. All’intorno BERTRANDVS PATriarcHA. Nel rovescio l’effigie d’un Santo coll’iscrizione S. HERMACHORas AQVILEGIeNSIS.

La XX è poco diversa dalla precedente.

La XXI, nel Museo Lazzara, ha un lione coronato rampante, colle lettere MONETA NICOLAI. Nel rovescio sta la croce, e all’intorno PATRiarchAE AQVILEGensis. Fu questi eletto nel 1350.

La XXII ivi pure si truova. Nel diritto ha MONETA LVDOVICI. Di qua e di là due scettri colle lettere LV. Nel rovescio è l’aquila, e PATRIARCHA AQVILeGENsis, eletto nel 1358.

La XXIII, nel Museo Muselli, è del medesimo Lodovico. Siede egli nella cattedra o faldistorio, colle lettere LVDOVICVS PAtriarcha. Nell’altra facciata una torre, arme sua, da cui escono due scettri gigliati, e di qua e di là LV. Nel contorno AQVILEGIA. La XXIV, del Museo Lazzara, fa vedere un’aquila. Nel contorno si legge MONETA MARQVABDI PATriarchaE, eletto nel 1364. Nel rovescio l’immagine di un Santo colle lettere S. HELIMACORA, che fu il primo vescovo di Aquileia.

La XXV, nel Museo Muschi, ha un globo sopra un guanciale, sotto cui sta un’M., e all’intorno MARQVARDVS PATR. Nel rovescio la croce con AQVILEGENSIS.

La XXVI, nel Museo Lazzara, ha l’arme regia di Francia, cioè tre gigli, colle lettere FILIPPVS COMINARIS. Nell’altra parte un’aquila con PATRIARCHA AQVILEGENSIS. Era questi del sangue Reale di Francia, e de’ Conti di Alenzon, ornato della porpora cardinalizia, e destinato circa l’anno 1382 a reggere la Chiesa d’Aquileia. Ma che è quel Cominaris? Forse son corrose le lettere. Il mio sospetto è che sia un’abbreviatura di COMm ENd Aa RIu S, cioè Commendatarius; perché a cagion di questo titolo, che facea diventare quella ricchissima Chiesa, per così dire, un benefizio sempli ce, si rivoltò la patria del Friuli, e ne nacque una lunga guerra.

La XXVII, nel Museo Muschi, ha nel diritto un’aquila scavata, e le lettere IOANES PATRIARCA AQVI. Nel rovescio un Vescovo sedente nel faldistoro coll’iscrizione S. HERMACLIORAS. Questo Giovanni, durante lo Scisma, fu eletto circa l’anno 1389.

La XXVIII, nel medesimo Museo, ha un elmo colle penne sopra l’arme dello stesso Patriarca, colle lettere IOANES PATRIHA. Il rovescio poco diverso dal precedente.

La XXIX, nel suddetto Museo, ha lo scudo coll’arme della casa Gaetana, con due fascie o vipere trafitte da uno spiedo. Nel contorno ANTONIVS PATRIARCHA, eletto nel 1395. Il rovescio ha la croce, ed AQVILEGENSIS.

La XXX, in esso Museo, è poco diversa dalla precedente. Ha nel rovescio un’aquila.

La XXXI nello stesso Museo, ha uno scudo coll’arme differenti dalle precedenti, e le lettere ANTONIVS PATRIARCHA. Nel rovescio un’aquila, ed AQVILEGENSIS. Appartiene ad Antonio da Portogruaro, eletto nel 1402.

La XXXII, nello stesso Museo, ha uno scudo con arme a scacchi, e le lettere LVDOVICVS DVX DE TECH, eletto nel 1318. Nel rovescio l’immagine della Beatissima Vergine, e PATRA AQVILE.

La XXXIII, parimente nel Museo Muselli, è un medaglione. V’ha la figura di un Ecclesiastico colla corona chericale, e all’intorno LVDO... AQVILEGIENSIVM PATRIARCHA ECCLESIAM RESTITVIT. Nel rovescio soldati in moto coll’iscrizione ECCLESIAM RESTITuit EX ALTO. Appartiene a Lodovico Scarampo cardinale, che nel 1440 eletto Patriarca, venne ad un accordo colla Repubblica Veneta.

Ariminum, cioè Rimino

Più monete di Rimino ho io veduto di differente mole, ma quasi tutte col medesimo aspetto. Vi si mira l’effigie di un Vescovo colle lettere PP. S. GAVDECIVS, cioè San Gaudenzio vescovo e protettore di quella città. Nell’altra facciata una croce, e DE ARIMINO. Come ne’ denari di Ancona, così qui compariscono i due PP., i quali quantunque altrove sogliano significare Papa, qui nondimeno pare che altro senso non abbiano, fuorché quello di Perpetuus Patronus, o Patriae Protector, o altro simile.

La seconda in Roma presso l’abbate Benedetto Fioravanti. Quivi si legge SANT. IVLIANVS. Nel rovescio la croce, e DE ARIMINO.

Aggiungasi un medaglione del Museo Bertacchini. Ivi l’effigie di un Principe laureato coll’iscrizione SIGISMVNDVS PANDVLFVS MALATESTA PANdulfi Filius. Nel rovescio la facciata del tempio di San Francesco, da lui fabbricato, colle lettere PRECLArum ARIMINI TEMPLVM AN. GRATIAE V. F. (cioè Vivens fecit) MCCCCL. Vedi qui sotto alla voce Malatesta altre monete di lui.

Arezzo

Un’antica moneta d’Arezzo fece a me vedere il cavaliere Gregorio Redi, figlio del celebre Francesco e patricio di Arezzo. Nell’una parte si vede l’effigie di un santo Vescovo colle lettere S. DONATVS protettore della città. Nell’altra una croce, e DE ARITIO.

La seconda, poco diversa, ha questa iscrizione: PP. S. DONATVS; da cui sempre più si scorge che PP. nelle monete è adoperato non per Papa, ma per Patronus. Nel rovescio sta DE ARITIO.

La terza è simile alla precedente, fuorché nel rovescio.

La quarta, nel Museo Muschi, è poco differente dalla precedente. Leggesi anch’ivi DE ARITIO. Così si scriveva allora. Gorello nella Cronica da me data alla luce ne fa fede scrivendo:

Il vero nome mio fu sempre Arizio

Per le molt’are ch’eran nel mio centro,

Dove agli Dei si facea sacrifizio.

Ma nelle picciole monete di rame di essa città si vede DE ARRETIO.

Ascoli

Anche ad Ascoli, città della Marca Anconitana, appartenne una volta il pregio di poter battere moneta. Dal Padre Filippo Camerini presidente dell’Oratorio di Camerino mi fu inviata una moneta di rame, dove comparisce la facciata di una porta, o ponte, o altro edifizio con torri. Nel contorno le lettere DE ASCHOLO. Il rovescio ha la croce con de’ gigli negli angoli.

La seconda, nel Museo Bertacchini, ha l’arme gentilizie di un Papa, probabilmente Alessandro VI, con sopra le chiavi e il triregno, e nel contorno ALE.... P. M. Nel rovescio una porta con due stellette, e DE ASCVLO.

La terza, più antica ha le lettere MARTIN. PAPA, e le chiavi di sopra. Sarà Martino V. Nel rovescio si legge S. EMIgDIVS (protettore della città) ESCVLO.

La quarta, presso l’abbate Fioravanti, ha R. SFORTIA, cioè Roberto Sforza signore d’Ascoli. Nel rovescio S. EMIDIVS DE ESCVLO. Un’altra simile, presso il cavalier Francesco Vittorio, ha PP. S. EMIDIVS, ec. E in altra si legge EVGEMV. PAPA. S. EMMID. D. ESCVLO.

Asti

Gran figura fece una volta in Lombardia la città di Asti. Una delle sue monete, esistente nel Museo Chiappini di Piacenza, ha nel contorno CVNRADVS II. e nel mezzo R E X. Nel rovescio la croce colle lettere ASTENSIS. Da esso Corrado II ebbe quel popolo licenza di battere denari, jus faciendae monetae, nell’anno 1140, come apparisce dal suo diploma nel tomo IV dell’Italia Sacra. Un’altra simile moneta si conserva in Modena nel Museo Bertacchini.

Bergamo

Tre denari di Bergamo ho io veduto. Ne posseggo io uno, dove si vede la figura di un Imperadore laureato colle lettere IMPRT. (cioè Imperator) FREDERICVS, da me creduto il Primo. Nel rovescio la figura di una città con torri posta sopra un monte, come appunto sta Bergamo. V’ha le lettere PERGAMVM; ché così ne’ secoli barbarici si nomava quella città. Rapporta l’Ughelli nell’Italia Sacra, tomo IV, un diploma di esso Federigo I, dato nell’anno 1156, in cui concede a Gherardo vescovo di Bergamo, ut liceat et in civitate sua monetam publicam cudere, per omnem Comunitatum et Episcopatum ejus dativam. I denari da me veduti li credo battuti dalla Repubblica di Bergamo, avendo essa continuato anche ne’ tempi susseguenti a mettere in essi il nome di Federigo conceditore di quel privilegio, come usarono anche altre città.

Bologna

Già fu avvertito da Carlo Sigonio nel lib. IV Hist. Bonon. e poscia dal Ghirardacci, che l’insigne città di Bologna ottenne nell’anno 1191 da Arrigo V fra gli Angusti, e VI fra i Re, la facoltà di fabbricar denari. Ho io pubblicato lo stesso diploma dato in Bologna Idibus Februarii del suddetto Arrigo, non peranche coronato imperadore, in cui concedè ai Bolognesi licentiam in civitate Bononiae cudendi monetam. Non si dee tacere, aggiugnere esso Sigonio (se pur non è questa una giunta fatta da altri a quella postuma Storia di lui) che non mancò a Bologna il gius di battere moneta Langobardorum temporibus, quemadmodum ex privilegio Desiderii Regis Viterbiensibus dato cognoscitur. Il privilegio qui citato altro non è che il famoso Editto, tuttavia inciso in tavola di marmo ed esistente in Viterbo, che lo stesso Sigonio rammentò nel. lib. III de Regno Ital., e il Grutero inserì come una gioia nel Tesoro delle Iscrizioni, per tacere altri suoi panegiristi. Non è da stupire se non seppero ben guardarsi da questo finto Editto i vecchi, perché non abbondava in essi la critica. Abbiamo bensì da maravigliarci, come l’Olstenio, uomo certamente da mettere fra i primi Letterati, e bene sperto in essa critica, dopo tanta luce data in questi ultimi tempi all’Erudizione Ecclesiastica e profana, giugnesse non solo ad approvare, ma anche a difendere (come non ha molto ha tentato anche un Letterato da Viterbo) un sì screditato monumento, riconosciuto per sin’impostura dal coro degli altri uomini dotti. Basta vedere il solo sopr’accennato passo per conoscere la falsità della merce. Ivi si legge: Permittimus (cioè al popolo di Viterbo) pecuniis imprimi F. A. L. I, sed amoveri Herculem, et poni Sanctum Laurentium eorum patronum, ut facit Roma et Bononia. Lascio andare quella frase pecuniis imprimi; e dico trovarsi qui se non che una favola. Si dee tenere per falso che fosse conceduto il gius della zecca ad un castello o fortezza, come era Viterbo, detto da Anastasio Bibliotecario Viterbiense Castrum, quando ne erano prive quasi tutte l’altre più illustri città d’Italia. Falso è parimente che allora si battesse moneta in Bologna; e molto più il dire che la pecunia Romana e Bolognese portasse l’effigie di San Lorenzo. Niuna di tali monete si è mai veduta, né si vedrà. Quello che in fine strozza questo spurio Editto, si è il dir ivi Desiderio d’aver egli edificata PETRAM SANCTAM, OLIM FAr VVM FERONLAE. Ma quella fabbrica non gli costò un quattrino. Già Rafaello Volaterrano scrisse che Pietra Santa fu fabbricata dai Lucchesi, allorché erano in apprension di guerra coi Genovesi. Petram Sanctam Lucensium aedificium, quo tempore definibus illi cum Genuensibus litigabant. Ma più precisamente dell’origine di quella terra parlò uno storico più antico, cioè Tolomeo da Lucca, negli Annali brevi, scritti da lui nell’anno 1303. Ecco le sue parole all’anno 1255: Dominus Guiscardus de Petra Sancta (Milanese) fuit hic Potestas (di Lucca) qui de Versilia duos burgos, unum ex SUO NOMINE nominavit; alterum vero Campum Majorem. Hunc rusticis, seu hominibus Cattaneorum; alium vero de Petra Sancta replevit hominibus de Corvaria et de Vallecchia, ec.. Ci vuol egli di più per riconoscere sfacciatamente finto tutto quell’editto? Per conseguente va anche a terra il dirsi che Bologna a’ tempi de’ Longobardi battesse moneta.

La prima moneta de’ Bolognesi, da me e da moltissimi altri posseduta, ha nel diritto ENRICVS, e nel mezzo I P RT. cioè le lettere iniziali delle sillabe che formano la parola I m Pe Ra Tor. Egli è Arrigo V fra gli Augusti, il quale, siccome vedemmo, nel 1191 concedette un tal privilegio ai Bolognesi. Nel contorno del rovescio si legge BONONI. con un’A. nel mezzo che compie la parola Bononia.

La seconda, nel Museo Bertacchini e presso altri Modenesi, nell’una parte ha BONONIA, e nell’altra MATER STVDIORVM; il qual glorioso titolo quella illustre città non senza ragione se l’attribuì e per gran tempo ritenne nelle sue monete.

La terza, a me comunicata dal riguardevole Cavaliere di Bologna marchese Gian Paolo Pepoli, ha nel diritto la croce e TADEVS DE PEPOLIS, cioè quegli che nel 1337 eletto signore di Bologna, nobilmente la governò, con trasmettere anche a’ suoi figli quella signoria. Nel rovescio si mira l’effigie di San Pietro col libro nella sinistra e le chiavi nella destra. Stanno all’intorno le lettere S. P. (cioè Sanctus Petrus, in riconoscimento della Sovranità Pontificia) DE BONONIA. Attesta il Ghirardacci che tali denari furono da lui battuti nell’anno suddetto; e ciò vien confermato dall’autore della Miscella da me data alla luce, con aggiugnere ch’essa moneta valeva due soldi d’argento.

La quarta esiste in Modena nel Museo Bertacchini. Nel diritto si legge IA. ET. IO. DE PPLIS, e nel mezzo FRES, cioè Jacobus et Iohannes de Pepolis Fratres, i quali dopo la morte di Taddeo loro padre nell’anno 1347 cominciarono a signoreggiare in Bologna. Nell’altra facciata v’ha BONONIA.

La quinta, in Modena, ha le lettere IOHES VICECOMES, cioè Giovanni Visconte arcivescovo e signor di Milano, che nell’anno 1350 comperò dai Pepoli il dominio di Bologna. Nel rovescio BONONIA.

Nella sesta si vede l’effigie di un Pontefice Romano colle lettere VRBAN. PP. V., e nel rovescio BONONIA coll’arme o del Legato Pontifizio, o del Gonfaloniere. Fu battuta nel 1368.

La settima, nel Museo Bertacchini, è molto più recente. Quivi l’effigie di San Petronio vescovo e protettore di Bologna, colle lettere S. PETRONIVS. Nel rovescio un lione rampante che tiene una bandiera, colle lettere BONONIA DOCET; del quale elogio tuttavia si serve quella città per denotare l’antica sua prerogativa.

L’ottava, nello stesso Museo, ha la croce con tre stelle, arme di non so chi, e all’intorno BONONIA. Nel rovescio è il suddetto lione, e DO. CET.

La nona, nel Museo Muselli di Verona, è molto somigliante alla settima. Ivi comparisce l’effigie del santo Protettore colle lettere S. PETRONIVS DE BONONIA.

La decima, nel Museo Chiappini di Piacenza, ha le chiavi, cioè l’arme della Chiesa Romana, che nel 1360 e più altre volte ricuperò il dominio di Bologna. Nel contorno si legge DE BONONIA. Nell’altra facciata il Protettore portante in mano la città colle lettere S. PETRONIVS.

L’undecima d’oro ha l’immagine di San Pietro coll’iscrizione S. PETRVS APOSTOLVS. Nel rovescio BONONIA DOCET. Il Sigonio (libro III de Episc. Bonon.) parlando di Filippo Caraffa Napoletano, scrive che i Bolognesi nell’anno 1380 nummum aureum percusserunt, in quo ab uno latere Leonem vexillum libertatis tenentem cum literis BONOMIA DOCET; ab altero imaginem cum nomine Sancti Petri finxerunt.

Si può aggiugnere qui una medaglia di Giovanni II Bentivoglio, esistente nel Museo Bertacchini. Fu egli come padrone di Bologna. Un’altra più tosto medaglia, che moneta, mi fu comunicata dal dottore Giamnbatista Bianconi, pubblico rettore di Bologna. Ivi l’arme Bentivoglia e le lettere IOANNI II. BENTIVOLO. Nel rovescio l’aquila imperiale, e CONCESSIO MAXIMILIANI, cioè Imperadore.

Brescia

Per quanto scrive il Caprioli nel lib. V della Storia Bresciana, nell’anno 1162 Brixianis a Federico (cioè il Primo) imperatore, Brixiae diebus octo manente, concessum est eorum signis monetam cudere. Il canonico Paolo Gagliardi una di tali monete mi additò, esistente in Brescia presso il conte Giovanni da Martinengo. Una simile si conserva in Padova nel Museo Lazzara. Quivi è la croce colle lettere BRISIA; e nel rovescio le immagini de’ Santi Protettori della città, cioè S. FAVSTINV. S. IOVITA.

La seconda nel Museo Bertacchini. Ivi la croce, e BRISIA. Nel rovescio restano le sole lettere ATOR. Verisimilmente v’era scritto FEDERIC. IMPERATOR. Questa è più antica della precedente.

La terza, comunicatami dal suddetto canonico Gagliardi, ha la croce colle lettere I. II. P. P. compartite negli angoli. Nel contorno BRISIA, e nel rovescio l’effigie de’ Santi Protettori. Era quel dottissimo uomo di parere che tal moneta fosse battuta dai Bresciani in onore di Papa Innocenzo II, il quale, secondo il Malvezzi nella Cronica di Brescia, nell’anno 1132, o pure nel seguente, come pretendeva esso Canonico, si portò a Brescia. Mancano scrittori contemporanei che c’inistruiscano meglio di questo fatto. Ma posto anche l’arrivo di esso Papa colà, non si sa intendere come il popolo di Brescia battesse allora moneta, dappoiché tanto dopo ne impetrarono il gius da Federigo I. Né certamente in quella città ebbe o pretese temporal dominio il Pontefice suddetto. Sarebbe da veder meglio, se da quelle lettere risultasse più tosto INPR, cioè Imperator.

Camerino

Celebre fu ne’ secoli barbarici la città di Camerino, perché capo di una Marca, distinta dal Ducato di Spoleti, ancorché talvolta un solo principe ad amendue comandasse. Anch’essa dipoi si mise in libertà, e battè monete alcune delle quali posseggo, e l’altre le debbo al P. Filippo Camerini prete dell’Oratorio.

La prima è nel Museo Bertacchini di Modena. Nel suo contorno si legge VRB. CAME, e nel mezzo LUNA. Nel rovescio l’immagine del Vescovo colle lettere S. ANSOVINVS.

La seconda è in mio potere. Nel mezzo si mira la croce, e all’intorno DE CAMMERENO. Somigliante al precedente è il rovescio.

La terza per la grandezza è alquanto diversa, simile nel resto, se non che ha in cima l’arme di quella città, cioè tre torri o case.

La quarta, presso il P. Camerini, ha VR. CAMERIN. e nel mezzo A. cioè Urbs Camerina. Nell’altra facciata SANTVS VENA, e nel mezzo TIVS, cioè San Venanzo, altro protettore di quella città.

La quinta ha l’arme della città colle lettere D. CAMER. cioè de Camerino, se pur non fosse Dominus Camerini. Nell’altra parte la croce, e S. VENANTIVS.

La sesta, settima ed ottava, nel Museo Muselli, son simili alle precedenti, e pur v’ha fra loro qualche diversità.

La nona, da me posseduta, mostra l’effigie di un Principe coll’iscrizione: IO. MARIA VARANVS CAMERINI D. cioè Giovanni Maria Varano signore o duca di Camerino. Lungamente signoreggiò in quella città la nobil casa Varana. Gian-Maria verso il fine del secolo XV prese il titolo di Duca. Nel rovescio l’arme gentilizia col motto DISTINGVE ET CONCORDABIS. Altre monete di lui e di Giulia sua figlia ho veduto, ma le tralascio.

La decima ha l’effigie di San Venanzo, che tien la bandiera colle lettere VENAN. Nel rovescio l’arme della casa Varana e nel contorno CAMARINEN. VR. cioè Urbis.

L’XI, nel Museo Muselli, ha questa iscrizione: IOANNA M. ET. IO. MARIA VAR. CAM. Cioè Giovanna de’ Malatesti madre, e Gian Maria Varano, signori di Camerino. Nel rovescio S. VENAnTIVS. DE CAMERIno.

Como

Truovasi nel Museo Bertacchini di Modena una moneta di Como. Mostra l’effigie di un Imperadore, tenente colla destra lo scettro, e colla sinistra accostante una rosa al naso. Si legge FREDERICVS IMPERT. Se il Primo, o il Secondo, nol so dire. Nel rovescio pare un’aquila, ornata di perle o gemme, e nel contorno CIVITAS CVMANA; che così una volta i Comaschi confondevano la loro città con quella di Cuma. Al che non avendo fatto mente il P. Pagi, contro il dovere censurò il Sigonio.

La seconda, parimente in Modena, ha il diritto simile. Nel rovescio l’aquila è diversa. Solamente vi si legge CVMANVS, cioè Populus. Vedi nel tomo V Rer. Ital. il Poema intitolato Cumanus.

Non so se la terza appartenga a Como. Vi si veggono le lettere CO. R. o pure B. VICECOMES. Nel rovescio VB... MANA. Tutto qui è scuro.

Cortona

Debbo all’abbate Rodolfino Venuti patrizio di Cortona la seguente moneta, esistente nel Museo di quell’accademia. Vi si legge CORTONA, e nel rovescio S. VINCENTIVS.

Cremona

Di sopra vedemmo che Federigo I Augusto nel 1155 tolse a’ Milanesi, e trasferì ne’ Cremonesi il gius di battere moneta. Tal verità vien confermata da una moneta esistente nel Museo Bertacchini di Modena. Nel diritto si legge FREDERICVS, nel mezzo P. R. I., non so se Imperator, o Primus Romanorum Imperator. Nell’altro lato la croce, e DE CREMONA.

La seconda, in Modena, ha nel mezzo F. cioè Fredericus; nel contorno IMPERATOR. La croce sta nel rovescio con CREMONA.

La terza, nel Museo Bertacchini, è poco diversa dalla precedente.

La quarta nel Museo Chiappini. Quivi nel contorno si legge FREDERICVS, e nel mezzo IPR. come sopra. Il rovescio è simile al precedente.

La quinta nello stesso Museo. La croce è nel mezzo coll’iscrizione AZO. VICECOMES. Nel rovescio CREMONA. Di quella città s’impadronì nell’anno 1335 Azzo Visconte signor di Milano.

La sesta, inviatami dal chiarissimo Francesco Ansi Cremonese, ha nel diritto un braccio armato colle lettere FORTIDVDO MEA IN BRACHIO. Nel rovescio S. HIMERIVS EPISCOPVS, protettore di Cremona.

La settima è di Francesco II Sforza Visconte.

Deciana

Famosa è nella Storia di Vercelli la casa de’ Tizzoni, che anche signoreggiò talvolta quella città. Deciana, oggidì Desana, è castello di quel distretto, che Lodovico Tizzone cominciò nell’anno 1411 a godere con titolo di Conte (Vedi la Storia di Benvenuto da San Giorgio). Esiste la sua moneta in Piacenza nel Museo Chiappini.

Dertona, cioè Tortona

Anche alla città di Tortona fu conceduto da Federigo I. Augusto il privilegio della zecca, come apparisce dal suo diploma da me dato alla luce. Nel Museo Bertacchini si conserva una moneta di quella città. Si legge nel mezzo FR. e nel contorno IMPERATOR. Nel rovescio è la croce colle lettere TERDONA.

Eugubium, oggidì Gubbio

Gubbio, città del Ducato di Urbino, richiede anch’essa luogo in questo teatro. Ivi sembra battuta una moneta che nel diritto ha COMES FEDEBICVS. V’ha di sopra una picciola aquila. Nel contorno del rovescio ai legge DE. EV. OV. BIA. Può appartenere a Federigo III da Montefeltro, che nell’anno 1444 ricuperò Urbino, e nell’anno 1471 da papa Sisto IV fu dichiarato duca di quella e di altre città. Potrebbe nondimeno riferirsi a Federigo I conte di Montefeltro, che nel 1322 fu tagliato a pezzi dagli Urbinati.

L’altra, esistente nel Museo Chiappini, ha FEDERICVS, ec. Nel mezzo l’arme sua. Nell’altra parte EV. GV. BI. VM. e l’arme verisimilmente della città.

Ferrara, e i Marchesi d’Este

Non ho dubbio alcuno che Federigo I imperadore concedesse a Ferrara città libera il gius di battere denari, giacché, come vedremo nella Dissertazione XLVIII, quell’Augusto nell’anno 1164 le concedette molti privilegj, ed altri pare che ne concedesse dipoi, fra quali la facoltà suddetta. Quanto ho detto, vien confermato dalle vecchie monete. Una d’esse, conservata nel Museo Bertacchini di Modena, ha queste lettere nel mezzo: F. D. R. C. cioè Fredericus, e nel contorno IMPERATOR. Nel rovescio la croce colle lettere FERARIA. Né si credesse alcuno che qui si parlasse di Federigo II, perché prima del di lui tempo si truova Ferrariensis Moneta. Ciò apparisce dallo strumento de’ Patti stabiliti nell’anno 1205 fra i Bolognesi e Ferraresi super facto monetae Bononiensis et Ferrariensis, allorché Azzo marchese d’Este era podestà di Ferrara. In un altro strumento del 1209, dove si legge che s’erano obbligati Ferrarienses et Bononienses super facto monetae in uno et eodem statu tenere, et facere, et fabricare et nulla illarum civitatum sine licentia et parabola data in Consilio generali a Rectore vel Rectoribus alterius civitatis, monetas illas posse facere diminuere. A me inviò quante monete potè raccogliere di Ferrara il canonico Giuseppe Scalabrini, spezialmente ricavate dal Museo del chiarissimo Arciprete di Cento Girolamo Baruffaldi.

La seconda, forse battuta circa il 1340, ha l’immagine di un Vescovo colle lettere S. MAVRELIVS P. cioè Protector. Nell’altra facciata l’arme della città di Ferrara, e DE FERRARIA.

La terza, nel Museo Baruffaldi ed anche in Museo Baruffaldi ed anche in Modena, non è molto diversa dalla precedente, né abbisogna di spiegazione.

La quarta, posseduta da molti in Modena ha un’aquila, arme degli Estensi, colle lettere NICHOLaus MARCHIO, cioè Estensis, signor Ferrara, ec. Nel rovescio l’ernie della città, e FERRARIA. Non so dire se appartenga a Nicolò II marchese, che nel 1362 signoreggiava in Ferrara, o pure a Niccolò III, che cominci sua signoria nel 1393.

La quinta, nel Museo Bertacchini, ha un elmo, sopra cui sta il capo d’aquila coronata, colle lettere N. I. cioè Nicolaus. Nel contorno si legge NICHOLaus MARCHIO. Nel rovescio un Monocerote, e nel contorno DE FERRARIA. Probabilmente è moneta del marchese Niccolò III.

La sesta, nel Museo Baruffaldi, mostra nell’una parte l’arme della città di Ferrara, e all’intorno LEONELVS MARCHIO. Nell’altra l’effigie d’un Vescovo colle lettere S. MAVRELIVS EPIScopus. Nel 1441 cominciò Lionello marchese a signoreggiare in Ferrara.

La settima, nel Museo Bertacchini, appartenente al medesimo Marchese, è poco diversa dalla precedente, se non che qui si legge S. MAV. (cioè Sanctus Maurelius) FERARIENSIS.

L’ottava, nel Museo Baruffaldi, mostra S. Giorgio che porge la bandiera a Borso marchese d’Este, come negli zecchini. Nel contorno S. GEORGIVS. BORSIV. Dux; cioè nel 1452 dichiarato Duca di Modena, Reggio, Comacchio, ec., e nel 1471 da papa Paolo III creato duca di Ferrara.

La nona, nel Museo Bertacchini, fa vedere l’aquila con due teste coronate, e BORSIVS DVX. Nel rovescio l’arme della città, e nel contorno DE. FERRARIA.

La decima, nello stesso Museo, appartiene al predetto Dorso duca, e somigliante alla precedente, se non che mostra l’arme più antica della città di Ferrara.

L’undecima, nel Museo medesimo, ha nel diritto il Monocerote colle lettere FERARIE D. CORNIGER. Nel rovescio l’aquila da due teste coronata, e CLAR. COMITAT. INSIGE. Forse la prima iscrizione vuol dire Fer RARIAE DECVS COLINIGER, cioè il Monocerote. La seconda forse vuol dire Clarum Comitatus Insigne, o Clari Comitatus Insigne, cioè di Rovigo e Comacchio eretti in Comitato da Federigo III Augusto.

La XII, in Modena, ha l’effigie di un Principe, e le lettere HERCVLES DVX FERRARIAE, cioè Ercole I Estense, che nell’anno 1471 succedette nel Ducato. Nel rovescio l’immagine di San Giorgio protettore de’ Ferraresi, e DEVS FORTITVDO MEA.

La XIII ha l’aquila da due teste coronata, arme gentilizia de’ Principi Estensi, e nel contorno HERCVLES DVX, ec., cioè lo stesso Ercole Primo. Nel rovescio il Monocerote, e DE FERRARIA.

Nella XIV si mira San Maurelio in piedi che benedice il Duca inginocchiato, e all’intorno S. MAVRELIVS HERCules DVX FERR. Mirasi nell’altro lato l’immagine del Salvatore colle lettere IESVS, e nel contorno il motto: SALVS IN TE SPERANTIVM.

La XV ha l’aquila da due teste, ed HERCVLES. DVX. Nel rovescio un cavallo, e DE FERRARIA.

Il diritto della XVI è simile al precedente. Nel rovescio son le arme della città di Ferrara.

La XVII mostra l’effigie di un Vescovo, e SANTVS MAVRELIVS. Nel rovescio un fiore, inserito in un anello che mostra un diamante acuto col motto DEXTERA DNI EXALTAVIT ME.

La XVIII ha il busto di esso Ercole I duca, colla capigliatura all’uso di que’ tempi. Nel rovescio un uomo nudo a cavallo.

Le monete de’ susseguenti Duchi le lascio alla cura d’altri, perché battute dopo i confini dell’assunto mio. Veggansi ancora le monete di Modena e Reggio qui sotto. Ma perciocché nel secolo XV si cominciò a formar dei medaglioni in onore de’ principi, ed alcuni ne ho io veduto spettanti a’ principi della nobilissima Casa d’Este, vogliò aggiugnerli qui.

Il primo ci fa vedere l’effigie di Niccolò III marchese, signor di Ferrara, ec., coll’iscrizione NICOLAI MARCHIOnis ESTENSIS. Nel rovescio l’arme della Serenissima Casa d’Este. Fu battuto circa il 1415.

Il secondo nel Museo Estense. V’ha l’effigie di Lionello marchese coll’iscrizione LEONELLVS. MARCHIO ESTENSIS. Nel rovescio la testa di un uomo che ha tre faccie puerili. Nel contorno OPVS. PISANI. PICTORIS.

Il terzo, nello stesso Museo, ha la stessa effigie e le medesime iscrizioni. Ma differente è il rovescio, mirandosi ivi due uomini nudi, portanti sopra il capo due canestri di fiori, forse indicanti il felice stato di Ferrara sotto quel principe.

Il quarto, nel medesimo Estense Museo, ha il busto di esso Lionello colle lettere LEONELLVS. MARCHIO. ESTENSIS. D. FERRARIE. REGII. ET MVTINE. Vedesi nel rovescio la figura di un uomo nudo, forse un fiume. Di sopra un fiasco, da cui escono due rami d’alberi.

Il quinto nel Museo Bertacchini. Nel diritto è l’effigie di Lionello, e una pari iscrizione. Sopra il capo le lettere GE. R. AR. Nel rovescio un lione, e davanti a lui un Cupido o Genio alato. Si aggiunge OPVS PISANI PICTORIS. E in un colonna, dove si mira una nave, è scritto l’anno MCCCCXLIV.

Il sesto nel Museo Estense. Ivi è l’effigie di Borsa, ottimo principe, colle lettere BORSIVS... MARCHIO... ESTENSIS... DOMINVS. Corrose son l’altre.

Il settimo, nello stesso Museo, appartiene al poco fa lodato Borsa creato duca. Vi si vede il suo busto, e BORSIVS. DVX. MVTINE. LT. REGII. MARCHIO. ESTENSIS. RODIGII. COMES ETC. Nel rovescio un monte; di sopra un globo solare o lunare, che sparge i suoi raggi sopra il monte. Nel contorno OPVS IACOBVS LIXIGNOLO MCCCCLX.

L’ottavo, nel Museo Bertacchini, ha quasi la stessa effigie ed iscrizione. Nel rovescio un monte, nel quale un’arca con delle croci. Di sopra v’è il sole che sparge i raggi, e le lettere OPVS PETRECINI DE FLORETIA MCCCCLX.

Il nono, nel Museo Estense, ci fa vedere Alfonso I tuttavia fanciullo, e poi duca, nato nel 1476 da Ercole I e da Leonora d’Aragona. Vi si vede la sua effigie colle lettere ALFONSVS MARCHIO ESTENSIS. Nel rovescio Ercole che nella cuna strozza i serpenti. Di sopra alcuni rozzi caratteri Greci, de’ quali non ho potuto intendere il senso.

Fermo

Alla città di Fermo, capo una volta della Marca, per attestato del Binaldi negli Annali Ecclesiastici, Onorio III papa concedette il gius di battere moneta nell’anno 1220; il che mi pare cosa rara. Fra le monete pontifizie la XXXIV di Bonifacio IX papa fu battuta in quella città.

Ne produco una più antica, comunicatami dall'abbate Giovacchini avvocato di Fossombrone. Vi si veggono le chiavi pontifizie colle lettere M. PAPA QVARTVS. Nel rovescio VB. (cioè Urbs) FIRMANA. fu battuta circa il 1282 sotto Martino IV papa.

Nel Museo Chiappini altra moneta si vede coll’iscrizione: D. L. DE MELIORATIS. Nel rovescio VB. FIRMANA, cioè Dominus Ludovicus de Melioratis, nipote di papa Innocenzo VII, che nell’anno 1405 cagionò un grande sconvolgimento in Roma. In que’ tempi sconcertati fu egli investito della città di Fermo.

La terza in Roma presso l’abate Francesco Valesio. Appartiene alla suddetta città, perché nel rovescio si legge VB. FIRMANA. Ma chi fosse allora signore d’essa, lo diranno i più pratici che io della città. Le lettere CO VICECOMES coll’arme del serpente forse denotano Francesco Sforza, che fu poi duca di Milano.

La quarta ha le chiavi, insegna della Chiesa Romana, ed EVG. PP. QVARTVS, cioè Papa Eugenio IV. Nel rovescio le stesse chiavi, ed VB. FIRMANA. Una simile si vede in Roma nel Museo del cav. Francesco Vettori con altre lettere, cioè M. PAPA QVINTVS. E di Martino V.

La quinta, nel Museo Bertacchini, mostra l’effigie di un Vescovo colle lettere S. SAVINVS. Celebre fu una volta il Monistero di San Sanvino nel territorio di Fermo. Nel rovescio è uno scudo, le cui arme sono smarrite, e di sopra si legge URBIS FIRMI.

La sesta, nel medesimo Museo, ha nel contorno SANTVS. SAVIN. e nel mezzo VS. Vi son due lettere scadute, forse PR. cioè Protector, quale probabilmente fu quel Santo. Nel rovescio la croce, e DE FIRMO.

Firenze

Delle monete Fiorentine ha trattato bastevolmente il Borghini ne’ suoi Libri delle Memorie Fioreritine. Gloria è certamente di quella sì riguardevol città l’essere stata la prima a battere i fiorini d’oro, moneta che, siccome dirò nella seguente Dissertazione, divenne celebre per tutta l’Europa, e fino per l’Asia e per l’Affrica. Si mantenne sempre la stessa figura di tali monete, se non che vi si cominciò ad aggiugnere in uno scudetto l’arme del Gonfaloniere. Chi conosce tali arme, sa eziandio di che tempo furono battute. Farò io qui menzione solamente di sei monete Fiorentine.

La prima d’argento, nel Museo Bertacchini, rappresenta l’immagine di San Giovanni Batista, protettore di Firenze, colle lettere S. IOHANNES B. Nel rovescio il giglio, arme del popolo Fiorentino, e nel contorno FLORENTIA.

La seconda è di rame con argento della figura suddetta. Tale è l’iscrizione S. IOANNES FLORENTIA.

La terza d’argento ha la medesima forma, ma con un picciolo scudo. Vi si legge S. IOHANNES B. DE FLORENTIA.

La quarta d’argento, ne’ Musei Bertacchini e Chiappini, fa vedere il Batista sedente che tien colla sinistra un’asta, nella cui cima è la croce, e colla destra una fascia. Vi si legge SANCTVS IOHANNES BAPTHISTA PR. cioè Protector. Nel rovescio un giglio, e all’intorno il seguente verso:

DET. TIBI. FLORERE. XPS. FLORENTIA. VERE.

Forse questa è delle più antiche.

La sesta d’oro, nel Museo Bertacchini, è un fiorino dei più vecchi, alla cui somiglianza e peso oggidi si battono in Firenze i gigliati o ruspi. Vi si mira il Batista colla pelliccia, e all’intorno S. IOHANNES B. Nel rovescio il giglio, e FLORENTIA. Nella Notizia delle Città, che MSta vien citata dal Pignoria nelle Annotazioni alla Storia del Mussato, è scritto: Civitas ista cudit monetam, cum qua fere totus Mundus tunditur, imo per illam peccata hodie fiunt mirabilia, ec. Hodie civitas ipsa aureis, quos fabricat, ab ipsa Fiorentia nominatis Fiorenis, majora longe, quam dava Herculis, domat, et dominatur in Orbe. Guglielmo Ventura nel cap. 46 della Cronica d’Asti scrive che Raimondo da Terzago capitano del popolo Astigiano fu corrotto ex multa quantitate terrae rubeae Fiorentinae. Vuol dire de’ Fiorini. Ma intorno a questa celebre moneta, tornata oggidì in uso per l’Italia, è da vedere una Dissertazione del cavaliere Francesco Vettori, che diligentemente ha illustrato tutto quanto appartiene alla medesima.

Forlì

Dal fu conte Fabrizio Monsignani fui assicurato, e lo attesta anche l’Autore della Storia di Forlì nel lib. X, che i Forlivesi da Federigo II imperadore ottennero il privilegio di battere denari. Ma niun di essi m’e riuscito di trovare finquì. Ho bensì veduto un medaglione fatto in onore di Gecco, cioè Francesco degli Ordelaffi, signore di quella città. Nei contorno si legge CLCCVS III. ORDELAPHVS FORLIVIY. P. P. ET PRINCEPS.

Nel mezzo un V. (forse Vivat) MCCCCVII. Nel rovescio l’effigie di Curzio Romano a cavallo, che per la salute della patria si precipita in una voragine, con questo verso:

SIC MEA VITALI PATRIA EST MIHI CARIOR AVRA.

Sotto il cavallo si legge: IO. EP. PAPITIVS. Sembra questi il fabbricatore del medaglione. Ma se taluno pretenderà che qui si nomini il Vescovo di Forlì allora vivente, non mi opporrò, purché si spieghi quel Papitius. Ai dotti Forlivesi parimente rimetto l’insegnarci perché chiamino Gecco o Francesco degli Ordelaffi il figlio; di Antonio e di Caterina Rangoni da Modena, nato nel 1435, quando qui comparisce secco Terzo principe di Forlì nell'anno 1407.

Esistono poscia in quella città monete battute dal conte Ottaviano Riario e da Caterina Sforza Visconti, che ivi dominavano sul fine del secolo XV. Nel rovescio delle quali si vede l’effigie di San Mercuriale colle lettere S. MERCVRIALIS FORLivii PROTector.

Genova

L’antico Cronista Genovese Gaffaro così scrive nel tomo VI Rer. Ital. – In isto Consulatu moneta data fuit Januensibus a Conrado Theutonico Rege; et privilegia inde facta, et sigillo auro signata, Cancellarius Regis Januam duxit, et Consulibus dedit anno mcxxxix. Perciò fino a questi ultimi tempi usarono i Genovesi di mettere nelle loro monete il nome di esso Corrado II re di Germania e d’Italia. Anche Agostino Giustiniano negli Annali di Genova scrive che mettevano il nome d’esso Re nel diritto, e nel rovescio formam arcis sive casti cum tribus turribus.

Tre monete Genovesi, esistenti nel suo Museo di Piacenza, mi ha somministrato il P. Don Alessandro Chiappini Generale dei Canonici Regolari. La prima d’oro ha la croce, e CONRADV. REX. Nel rovescio DVX IANVE.

La seconda d’argento con lettere corrose C.... S. II. RO. REX. M. Nel rovescio DVX. GE....

La terza d’argento ha CONRADVS. REX. R. Nel rovescio DVX. IANVENSIVM. PRIMVS. Fu eletto per la prima volta doge di Genova nel 1339 Simone Boccanegra.

La quarta d’oro ha CONRADV: REX: ROMANORVM. Nel rovescio la figura d’una porta o rocca turrita, colle lettere DVX: IANVENSIVM: QVARTV: cioè o Giovanni Visconte arcivescovo e signor di Milano, o più tosto lo stesso Boccanegra che nell’anno 1361 tornò ad essere doge.

La quinta appartiene a Lodovico XII re di Francia, che nel 1499 a’ impadronì di Genova. Nel diritto CONRAD. REX. ROMANOR. LT. B. I. forse Benefactor Januae. Nel rovescio LVDOVICVS REX FRANC. IAN. D. cioè Januae Dux o Dominus.

I Conti di Lavagna

La nobil casa de’ Fieschi, che nel secolo XIII diede due Papi alla Chiesa Romana, e tanti altri insigni personaggi produsse, lungo tempo signoreggiò il Comitato di Lavagna come feudo imperiale. La prima moneta da me veduta ha uno scudo puro senza segno d’arme, e l’aquila di sopra, che posa sopra una corona. All’intorno MONETA. FELISC. in vece di Fliscorum. Nel rovescio la croce, e SANCTVS TEONETVS MART. in vece di Theonestus.

Due monete del Museo Veronese Muselli ci assicurano che la moneta suddetta appartiene ai Conti di Lavagna. Nella prima si vede l’effigie di un uomo, e nell’altra un’aquila coll’iscrizione: PETRVS. LVCAS. FLISCVS. LAVANIE COmes. Nel rovescio d’amendue l’effigie di un Martire, e S. TEONESTVS MARTIR.

Anche nel Museo del cav. Francesco Vettori in Roma esiste moneta colle lettere LVDOVICus FLISCus LAVANIE, ec., DOminus. Nel rovescio S. THEONESTus MARTIR.

Macerata

Di sopra abbiam veduto fra le monete papali la XXXII, battuta in Macerata ad onore di papa Bonifazio IX. Nel Museo Padovano del conte Giovanni Lazzara si truova una moneta, probabilmente più antica. Ivi si legge S. IVLIANVS, protettore della città. Nell’altra parte DE MACERATA.

La seconda ha l’effigie d’un Santo che colla sinistra tiene una spada e colla destra un bastone, e le lettere S. IVLIANVS. Nel rovescio la croce, e nel contorno DE MACERATA.

I Malatesti

De’ tanti Malatesti, principi valorosi ed illustri di Rimino e d’altre città, non ho veduto se non due medaglioni, spettanti a Sigismondo figlio di Pandolfo. Il primo, presso l’abbate Domenico Vandelli, pubblico lettore nell’Università di Modena, ha l’effigie di esso principe coll’iscrizione: SIGISMONDVS. P. D. (cioè Pandulfus De) MALATESTIS S. R. E. C. (cioè Sanctae Romanae Ecclesiae Capitaneus) GENERALIS. Nel rovescio un lambequin, come dicono i Franzesi, colle lettere SI. cioè Sigismundus, e di sotto MCCCCXLVI.

L’altro, presso il sig. Bernardino Abbati Modenese, in cui si mira il busto del medesimo colle lettere SIGISMVNDVS PANDVLFVS MALATESTA. PAN. F. cioè Pandulfi Filius. Nell’altra parte l’immagine di un castello torrito coll’iscrizione: CASTELLVM SISMVNDVM ARIMINENSE. MCCCCXLVI.

Mi sia permesso di aggiugnere un altro medaglione, posseduto dal sig. Bartolomeo Soliani, rinomato libraio di Modena. Nel diritto è l’immagine di una donna colle lettere Dominae ISOT. TAL ARIMINENSI. Nel rovescio si mira, se non fallo, un libro chiuso con quattro fibbie, e le lettere ELEGIA. Celebre a’ suoi tempi fu Isotta da Rimini, la quale per le sue doti di corpo e d’ingegno piacque sommamente al suddetto Sigismondo. V’ha chi la dice sposata da lui; altri la pretendono solamente concubina. Quel che è certo, nel suo sepolcro in San Francesco di Rimini fu essa chiamata DIVA ISOTTA, titolo ben gentilesco.

Mantova

Non avrei mai creduto che la nobil città di Mantova avesse goduto il privilegio della zecca prima del Mille, se non avessi veduto ed anche pubblicato un diploma di Ottone III imperadore, a noi conservato da Pellegrino Prisciano Ferrarese, che fioriva nel 1490, ne’ suoi MSS. esistenti nella Biblioteca Estense. Fu esso dato nell’anno 997 in favore della chiesa di Mantova, e di Giovanni vescovo di quella città. Quivi si legge: Monetam publicam ipsius Mantuanae civitatis nostro Imperiali dono ibi perpetualiter habendam concedimus et stabilimus. Ma non so dire se mi sia avvenuto di trovar alcuna delle antiche monete di Mantova. Registrerò quelle che mi son venute alla mano.

La prima d’argento è in mio potere, e si truova anche nel Museo Chiappini. Mirasi nel diritto un’aquila coll’ali tese, e nel contorno VIRGILIVS. Ognun sa quanto vada gloriosa Mantova per aver dato alla luce il principe de Poeti Latini. Perciò ne volle perpetuato il nome anche nelle sue monete. Eravi in oltre la sua statua che Carlo Malatesta fece abbattere, come consta da mia mordente Orazione contra di lui del vecchio Vergerio, da me data alla luce. Vedesi nel rovescio la croce, e nel contorno DE MANTVA. Forse ben antica è tal moneta; solamente ne dubito, perché s’è veduto che l’altre città mettevano nelle lor monete il nome del Re o dell’Imperadore.

La seconda, nel Museo Bertacchini, è molto simile alla precedente.

La terza, nello stesso Museo, ha la croce colle lettere VIRGILIVS. Nel contorno dell’altro lato MANTVE, e nel mezzo tre lettere E. S. R. Se queste significassero EnricuS Rex, la moneta sarebbe delle più antiche.

La quarta, nel Museo Muselli, mostra Virgilio sedente in una cattedra colle lettere VIRGILIVS MANTVE. Nel rovescio l’immagine di San Pietro Apostolo e di un Vescovo, e S. PETR. EPS, cioè Sanctus Petrus Episcopus.

La quinta, nel Museo Bertacchini, rappresenta l’arme della nobilissima Casa Gonzaga, ben diversa da quelle che si usavano ne’ tempi addietro. Nel contorno LO. D. (cioè Lodovicus de) GONZAGA, che nel 1365 fu creato Vicario Imperiale di Mantova da Carlo IV imperadore. Nel rovescio il di lui busto colle lettere V. D. MANTVA, cioè Vicarius de Mantua.

La sesta, presso l’abbate Domenico Vandelli ha nel contorno e nel mezzo FRAN. CIS. CHVS, cioè Francesco Gonzaga, quegli, a mio credere, che nel 1382 succedette nel dominio di Mantova, e s’acquistò gran nome nell’armi. Nel rovescio V. D. MANTVA.

La settima, presso il Soliani in Modena, mostra un busto di un Principe colle lettere FRANCISCVS MB. (cioè Marchio) MANTVE IIII. Egli succedette nell’anno 1444 a Federigo suo padre. Nel rovescio si mira un crociuolo attorniato da fiamme con tre lamine d’oro o d’argento che ne escono fuori, e il motto: D. PROBASTL ME ET COGNO. M. Sono parole del Salmo 138: Domine probasti me et cognivisti me. Allude alle disgrazie patite.

L’ottava, nel Museo Berlacchini, ha il busto di esso Principe colle lettere FRANC.... e nel rovescio un ostensorio sacro coll’iscrizione SANG VINIS XPI IESV, che da più secoli si venera in Mantova.

I Marchesi di Monferrato

Tengo per fermo che gli antichi nobilissimi Marchesi di Monferrato avran battuto molti denari; ma non più che quattro mi son venuti sotto gli occhi. Il primo, nel Museo Chiappini, porta l’arme del Marchese colle lettere GVIL. MA. MO. FE. cioè Guillelmus Marchio Montis Ferrati, forse quegli che nel 1460 fu marchese. Nel rovescio un soldato che colla lancia corre addosso ad un serpente di tre teste, colle lettere S. THEODORVS CVSTOS.

Il secondo nel Museo Bertacchihi. V’ha la sua effigie, e GVLIELMVS MAR. MONT. FER. Nell’altra parte la sua arme, e nel contorno SACRI RO. IMP. PRINC. VIC. PP. cioè Perpetuus.

Il terzo nel Museo Muselli. Quivi si legge GV. MAR. MON. PRINC. VICARIVS PP. SAC. RO. IMP. Più Guglielmi signoreggiarono il Monferrato: non so a qual d’essi sia da attribuire questa moneta.

Il quarto, in Bologna presso il marchese Gian-Paolo Pepoli, ha coll’arie la suddetta iscrizione. È differente il rovescio.

Anche in Roma il cav. Francesco Vettori ne ha una colle lettere IO. GEORGIVS M. MONTIS. FERRATI. IMPERATO. VICARI VS.

Modena

Pare che non prima dell’anno 1242 la Repubblica di Modena battesse moneta, leggendosi negli antichi Annali di questa città a quell’anno: Primo coeptum fuit cudere nummos in civitate Mutinae. Contuttociò ho io dato alla luce il diploma di Federigo II imperadore, spedito in Borgo San Donnino nell’anno 1226, dove ad essa città si veggono confermati tutti gli antichi privilegj. Fra l’altre grazie si legge: Ex abundantori quoque gratia Celsitudinis nostre concedimus predictae civitatis Communi, ut licitum sit eis monetam sub charactere nominis nostri pro voluntate et commodo suo cudere facere, et habere magnam, vel parvam, quae ubique terrarum Imperii nostri expendatur et currat, et ei debeant nomen pro sua imponere voluntate, ec. Di questo Federigo, più tosto che del Primo si truova poscia ripetuto il nome nelle antiche monete di Modena.

La prima di esse d’argento, nel Museo Chiappini, ha nel contorno FEDERICVS, e nel mezzo L. P. R. T., cioè Imperator. Nel rovescio D. MVTINA, cioè de Mutina.

La seconda la tengo io, ed anche il Museo Bertacchini. Nel mezzo si veggono tre lettere F. D. C., cioè Fredericus, e nel contorno Imperator. Nel rovescio M. DE MVTINA, cioè Moneta de Mutina.

La terza, posseduta dal marchese Gian-Paolo Pepoli e dal dottore Gian-Francesco Soli mio nipote, ha nel diritto AZO MARCHIO, e nella sommità un’aquila, arme della Serenissima Casa d’Este. Il rovescio è simile al precedente. Nell’anno 1293 Azzo VIII marchese d’Este succedette ad Obizzo suo padre nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, Comacchio, ec.

La quarta, presso il marchese Bonifazio Rarigone in Modena, ha l’effigie di San Geminiano vescovo e protettore della città colle lettere S. GEMINIA. MVTINAE EPS. Nel rovescio uno scudo colla croce, arme della città, e nel contorno RESPVBLICA MVTINAE.

La quinta d’argento, coll’effigie e nome di esso Santo, ha nel rovescio la croce colle lettere COMVNITATIS MVTINE.

Novara

Una sola moneta di Novara, esistente nel Museo Bertacchini, ho io trovato. Ivi comparisce la croce, e all’intorno le lettere NOVARIA. Nel mezzo del rovescio si veggono tre sole lettere S. T. C. Quelle del contorno son corrose. Che significhino tali sigle nol so dire. Salvinus Turranus Capitaneus si potrebbe dire che figlio di Pagano dalla Torre ivi signoreggiò nel secolo XIII. Ma sarebbe forse un sogno.

Parma

Nell’anno 1037 Corrado I Augusto fu in Parma. Forse anche passò per colà nel 1027, tornando dalla coronazione Romana; e potè in uno di questi due anni concedere al popolo di Parma il gius dell’officina monetaria. Quel ch’è certo, egli lo concedette, constando ciò dalla prima moneta, posseduta in Modena dal conte Giambatista Scalabrini. Quivi si mira la croce colle lettere CONRADVS AVGVStus. Nel rovescio si vede un abbozzo del ponte del fiume Parma con torri, e v’ha le lettere CIVITAS PARMA.

La seconda si truova in Modena e Piacenza. Nel diritto si legge FRE. D. RI. C. IP., cioè Fredericus Imperator, da me creduto il Primo. Nel rovescio la forma del ponte suddetto, colle lettere PARMA.

La terza nel Museo Bertacchini. Nell’una parte ha FILIP. e nel mezzo REX., cioè Filippo I figlio minore di Federigo I, eletto re nel 1198, da cui i Parmigiani ottennero la conferma de’ lor privilegj. Nell’altra parte si legge P. A. R. M. A.

La quarta, nello stesso Museo, fa vedere un montone e nel contorno CIVITAS. Nel rovescio la croce, e P. A. R. M. A.

La quinta, in Modena, ha la croce, e F. S. VICECOMES, cioè Francesco Sforza duca di Milano e signore di Parma. Nel rovescio l’effigie di un santo Vescovo colle lettere nel contorno S. ILARIVS (protettore) PARME.

La sesta parimente in Modena. V’ha l’immagine di un Santo, e all’intorno SANCTVS HILARIVS. Nel rovescio la croce, e nel contorno COMVNITAS PARME.

Padova, e i Signori da Carrara

Finora non ho potuto scoprire che i vescovi di Padova, come in tante altre città avvenne, ottenessero dagl’Imperadori il Comitato o sia la signoria di quella nobilissima città: e pure a Bernardo vescovo è conceduta la facoltà di battere moneta, e di mettervi la figura della città, come s’egli vi signoreggiasse; quando sia sincero e indubitato il diploma di Arrigo II fra gl’Imperadori, dato nel 1049 in favore di Bernardo vescovo di Padova, già pubblicato da Sertorio Orsato (lib. III Hist. Patav.) e poscia da me più corretto dicendo nell’anno suddetto esso Augusto a quel Vescovo licentiam et potestatem monetam faciendi in civitate Pataviensi, secundum pondus Veronensis monetae, sibi, suaeque Ecclesiae perpetuediter concedimus atque permittimus, ec.; più sotto: In una superficie denariorum nostri nominis et imaginis impressionem; in altera vero ejusdem civitatis figuram imprimi jussimus. È forse da dire che il Vescovo fosse allora capo di quella Comunità, alla quale egli procurasse quel pregio con che nondimeno i proventi appartenessero alla mensa episcopale. Certamente in essi denari non si dice che abbia a comparire alcun segno di dominio episcopale. (Vedi quaggiù le monete di Reggio). Quelle di Padova spezialmente furono raccolte dal conte Giovanni Lazzara patrizio di quella città.

La prima moneta, in esso Museo, ha la croce colle lettere CIVITAS. Nell’altra parte PADVA.

La seconda, che si truova anche nel Museo Bertacchini di Modena, ha nel diritto un’aquila, e all’intorno PADVA REGIA. Nel rovescio la croce, e CIVITAS. Vi si vede anche uno scudetto coll’arie di non so chi.

La terza, da me trovata anche in Modena, mostra la croce nel diritto colle lettere CIVIT. PAD. Negli angoli della croce le due lettere I. A. Sarebbe da veder meglio se fossero V. A. per compimento della parola PAD VA. Nell’altra facciata l’immagine d’un santo Vescovo, e le lettere S. PROSDOCIMVS, protettore della città di Padova.

La quarta fu creduta dal conte Lazzara spettante ad essa città. Ma non v’ha che un P. nel diritto, senza altre lettere, e senza altro segno indicante Padova. Però è stata messa in dubbio. Nel rovescio si vede uno scudo con arme a me ignota.

La quinta, in esso Museo, ha nel mezzo un’A; nel contorno CIVITAS. Nel rovescio una stella, e le lettere PADVA.

E finquì le monete battute dalla Repubblica Padovana. Succedono altre impresse dai Carraresi signori di quella città, fra quali nondimeno pare che solamente i due Franceschi seniore e juniore battessero moneta. Può essere che anche gli altri non facessero di meno. Il carro fu l’arme ed insegna di que’ principi; però quasi sempre ne comparisce un abbozzo ne’ loro denari. E questi a quali de’ due Franceschi appartengano, nol so io discernere.

La sesta dunque, nel Museo Lazzara, fa vedere nel diritto il carro colle lettere FRAN. DE CARBAIA. Nel rovescio la croce, e le lettere D. I. P. AD. VA, cioè Dominus in Padua.

La settima ha il carro colle lettere R. R. di qua e di là, e nel contorno FRANCISCI DE CARARIA. Nel rovescio l’effigie di un Vescovo colle lettere B. Z. dai lati e all’intorno S PROSDOCIMVS.

L’ottava è simile alla precedente, se non che nel rovescio ha CIVITAS PADVA.

La nona fa vedere il carro con questa iscrizione: F D. KRARIA PADVE ECETERA; sottintendi Dominus. Nel rovescio la figura di un Santo che tiene nella destra una città, colla sinistra una bandiera, e le lettere S. DANIEL MARTIR N.

La decima, nel suddetto Museo ed anche in Roma presso l’abbate Francesco Valesio, mostra il carro, e all’intorno FRANCISCVS DE CARARIA. Nel rovescio la figura di una Sfinge con due AA. dai lati, e nel contorno SEPTIMVS DVX (cioè Dominus) PADVE. Altre simili monete colla Sfinge ho veduto, senza iscrizione e solamente colle lettere F. F. o pure R. R., ed altre col carro dall’una parte, e dall’altra il giglio (arme di Lodovico re d’Ungheria protettore di Francesco seniore), ed altre io fine col carro nell’un canto, e un elmo nell’altro. Ma per non infastidire i Lettori, le tralascio.

Finalmente l’undecima, nel suddetto Museo, ha la croce radiata, e all’intorno FRANCISCI DE CARARIA. Nel rovescio la croce colle lettere CIVITAS. PADVE.

Perugia

Cinque monete della città di Perugia son venute a mia notizia. La prima, nel Museo Chiappini di Piacenza, ha nel mezzo un P., cioè Perusia, se pur non fosse Pecunia; e all’intorno DE PERVSIA. Il rovoscio ha la croce colle lettere S. ERCVLANVS, protettore di quella città. Ma pare che questo sia più tosto il diritto, e che nell’altra parte il P. significhi Protector.

La seconda, nel Museo Bertacchini, porta la croce, e nel contorno DE PERVSIA. Nel rovescio si mira l’effigie d’un santo Vescovo colle lettere S. ERCVLANVS.

La terza, in Roma nel Museo del cav. Francesco Vettori, ha nel diritto S. ERCVLANVS, e nel mezzo P., cioè Protector o Patronus. Nel rovescio un ippogriffo coronato colle lettere AVGVSTA PERVSIA. Truovasi così nominata quella sì riguardevol città ne’ marmi antichi.

La quarta, presso il Padre Filippo Camerini prete dell’Oratorio di Camerino. Vi si mira l’effigie di un Santo colle lettere S. ERCVLANVS. E nell’altra parte ud contorno DE PERVSI., e nel mezzo un’A. che compie la parola PERVSIA. All’intorno quattro stellette.

La quinta, posseduta dal dottore Dionisio Andrea Sancassani da Scandiano, medico rinomato, ha il griffo alato, insegna de’ Perugini. Nel rovescio le chiavi segno del dominio pontifizio. Altre simili di differente modello ho veduto; ma di più non ne reco, bastando le accennate.

Pisa

In che tempo cominciasse la già potente città di Pisa a fabbricar moneta, non si può sufficientemente conoscere. Certamente quel popolo avea zecca nel 1175, scrivendo Tolomeo da Lucca a quell’anno, sententiam fuisse latam per Imperatorem Fredericum contra Pisanos de moneta non cudenda in ea forma et cuneo qua et qua Lucenses cudere possunt. Vien ciò confermato dall’antico Caffaro negli Annali di Genova, che scrive d’esso Federigo I Augusto: Pisanis monetam Lucensem, quam malitiose cudebant et falsificabant, ob juramento debito interdixit. Ma forse né pure ne’ piu vecchi secoli di questo pregio fu priva quella nobil città. Imperocché in uno strumento dell’anno 782, da me accennato nella Dissertazione I, noi trovammo menzionati solidos septimentos Lucani et Pisani. Certo è che allora in Lucca si batteva moneta: perché non anche in Pisa? S’è veduto che non solamente Pavia, ma anche la vicina città di Milano ne’ vecchi secoli goderono un pari privilegio. Il P. O. Virginio Valsecchi nell’epistola de veteribus Pisanae civitatis Constitutis rapporta uno strumento di concordia fra i Pisani e Lucchesi intorno alle monete, scritto nel 1181, dove è stipulato che nella Lucchese nomen Lucae vel Henrigi signandum esse; e in quella, quam Pisani fabricare debent, nomen Friderici seu Curradi, et nomen Pisae, s’abbia da scrivere: segno che Corrado II re d’Italia e Federigo I Augusto aveano confermata quella facoltà ai Pisani. Ricavasi anche da quella carta che in Lucca solamente avea da essere la zecca, e quivi si doveano battere anche i denari di Pisa, con partire poi fra loro il guadagno.

La prima moneta, esistente presso il fu signor Uberto Benvoglienti in Siena, avea la croce colle lettere intorno GLORIOSA PISA. Nel rovescio la croce colle lettere VI VI VI VI VI VI VI. Eccoti una Sfinge. Si può sospettare sette volte ripetuto VIVAT. Torna a mirare il primo denaro Lucchese. Chi sa che questo ancora non sia fattura del secolo ottavo?

La seconda, presso il medesimo, ha nel mezzo F. (cioè Fredericus) e nel contorno IMPERATOR. Il rovescio ha nel mezzo PISA, e all’intorno CIVITAS.

 La terza, in Pisa presso il fu sig. Angelo Pogesi, ha un’aquila coronata colle lettere FEDERICVS IMPERATOR. Nel rovescio l’immagine della Beatissima Vergine col Bambino in braccio col motto: PROTEGE VIRGO PISas.

La quarta, in Roma presso il fu abbate Valesio, e la posseggo anch’io. Vi si vede un’aquila, e FR. IMPATOR, cioè Fredericus Imperator. Nel rovescio la suddetta immagine, e PISE.

La quinta, nel Museo Bertacchini di Modena e Vettori di Roma. V’ha un’aquila, e all’intorno FR. IMPTOR. Vedesi nell’altra parte la stessa immagine, e con lettere Greche MP. ΘΥ., cioè Mater Dei, e sotto PISE.

La sesta, nel Museo Bertacchini, in Pisa e Siena, ha la croce nel diritto colle lettere POPVLI PISANI. Nel rovescio la suddetta effigie, e PROTEGE VIRGO PISAs.

La settima ha nel diritto la croce e PISANI COMMVNIS, e nel rovescio l’immagine con PROTEGE VIRGO PISAS.

L’ottava, in Modena presso il sig. Lodovico Parma, ed altrove, ha nel mezzo KL, cioè Karolus. Nel contorno: KAROLVS. REX. PISANORVM. LIB., cioè Liberator. Egli è Carlo VIII re di Francia, che nel 1494 sottrasse Pisa al dominio de’ Fiorentini. Nel mezzo del rovescio l’effigie della Vergine colla suddetta iscrizione, e al suo lato un’A colla croce.

La nona, in Modena presso il sig. Bartolomeo Soliani. Vi si vede l’arme regia di Francia, e KAROLVS REX. Nel rovescio un P. nel mezzo: non so se Pisae, o Protector. E all’intorno CIVITAS PISANA.

Finalmente, in Roma nel Museo Vettori, un denaro ha nel diritto POPVLI PISANI; nel rovescio PROTECTRIX. PISANORVM. Un altro ha F. IMPERATOR, e nel rovescio S. MAR. D. PISIS.

Pesaro

Nell’anno di Cristo 1444 cominciò a signoreggiare in Pesaro Alessandro Sforza fratello del celebre Francesco Sforza I duca di Milano. A lui appartiene la prima moneta, esistente presso l’avvocato Giovacchini di Fossombrone. Vi si legge ALEX. SFORTI. e DOMINVS PISAVRI.

La seconda di Costanzo suo figlio, che nell’anno 1473 fu signore di Pesaro, esiste nel Museo Bertacchini Ivi la croce colle lettere CONSTAN. SF. PISAVRI; sottintendi Dominus. Nel rovescio l’immagine di un Martire, e S. TERENTIVS, ch’è protettore di Pesaro.

La terza, presso il fu abbate Valesio, ha nel diritto CONSTANTIVS. S., cioè Sfortia; e nel rovescio DOMINVS PISAVRI. con uno scudetto che ha le sue arme.

La quarta, nel Museo Bertacchini, ha un leone rampante che tiene un ramo fiorito, e all’intorno CONSTANTIVS SF. P., cioè Pisauri Dominus. Nel rovescio PISAVR.

La quinta, in Bologna, ha la Vergine inginocchiata che adora il Divino Infante col motto HIC TE ADORAT. Nell’altra facciata CONSTANTIVS SFORTIA DE ARAGONIA PISA., cioè Pisauri Dominus.

La sesta, nel Museo Bertacchini, ha l’effigie del principe colle lettere: CONSTANTIVS SE. DE ARAGO. PISAV. Nel rovescio il castello da lui fabbricato in Pesaro. Vi si legge SALVTI ET MEMORIAE CONDIDIT.

La settima, nello stesso Museo ed altrove, ha l’arme della Casa Sforza coll’iscrizione IO. S. DE ARA. CO. COTI. PISAV.; cioè Giovanni Sforza (figlio di Costanzo) da Aragona conte di Cotignola, signor di Pesaro, che nel 1483 cominciò la sua signoria. Nel rovescio l’immagine della Madre di Dio con ORA PRO NOBIS.

L’ottava, nel medesimo Museo, ha il busto del principe colle lettere IOANNES SFORTIA PISAVR. P. Nel rovescio PVBLICAE COMMODITATI.

Mi sia lecito di aggiugnere un medaglione da me veduto in Modena presso il conte Niccolò Grassetti. Quivi è l’effigie d’una donna coll’iscrizione: CAMILLA. SFOR DE ARAGONIA. MATRONAR. PVDICISSIMA. PISAVRI. DOMINA. Nel rovescio donna che siede sopra un unicorno, e una pecorella che colla destra tiene un dardo, colla sinistra un serpente coi motto: SIC ITVR AD ASTRA. Nel fondo si legge SIC. SPERANDEI. Fu questa Camilla moglie del suddetto Costanzo.

Ad essa ancora appartiene la decima moneta, esistente nel Museo Muschi di Verona. Quivi son l’arme di Casa Sforza coll’iscrizione CAMILLA D. GZ. IO. S. PISAVRI O. Restò erede del marito essa Camilla con Giovanni Sforza suo figlio. Quel D. GZ. non so se dica Domini Galeaz Johannis, cioè Mater, o pure Dei Gratia, o se quel sia il suo cognome. Nel rovescio la Vergine coll’ORA. PRO NOBIS.

Piacenza

Da Corrado II re di Germania ed Italia ottennero nel 1140 i Piacentini l’ornamento della zecca. Lo attesta a quell’anno l’Autore della Cronica Piacentina, da me data alla luce, con dire: Eodem anno Rex Conradus Secundus fecit privilegium Placentinis faciendi monetam, et eodem anno dicta moneta fuit incoepta fieri. Fu pubblicato dal Locati nella Storia di Piacenza, da cui apparisce che tal prerogativa era stata conceduta anche da Arrigo IV e V ai Piacentini.

La prima moneta, conservata nel Museo Chiappini di quella città, ha nel diritto CONRADI, e nel contorno REGIS SECVNDI. Nel rovescio DE PLACENTIA.

La seconda, nello stesso Museo, ha uno scudo con un’arme o con una figura, e all’intorno PLACENTIA AVGVSTA. Nel rovescio la croce e le lettere NOSTRA REDEMPTIO.

La terza, nello stesso Museo. Nel contorno si legge IOANNES DE VIGNATE, e m’è sembrato di leggere nel mezzo P. D., cioè Placentiae Dominus. Costui, padrone o sia tiranno di Lodi, prese anche la signoria di Piacenza, e la perdè poi nel 1413. Nel rovescio la croce colle lettere PLACENTIA....

La quarta, in Modena, ha l’effigie di donna che tiene un fanciullo nudo che sembra porgere un bastone. Nel contorno si legge FIDA PLACENTIA. Il rovescio mostra il busto di un Santo colle lettere SA. ANTONINVS.

Recanati

Godeva anticamente anche la città di Recanati il gius della zecca. Nel Museo Bertacchini v’ha una sua moneta dove si mira un lione rampante, e nel contorno si legge: DE RECANETO. Il rovescio ha la croce nel mezzo, e all’intorno S. FLAVIANVS, protettore di quella città. In Roma il cavalier Vettori ne possiede un’altra che ha nel diritto DE RECANETO, e nel rovescio S. MARIA.

 

Reggio di Lombardia

Niuna moneta della città di Reggio ho potuto io vedere battuta prima del 1233. Io fatti a quell’anno scrive il Cronista Reggiano da me pubblicato: Eo anno primo incoepta fuit moneta Reginorum. E il Panciroli nella Storia MS. d’essa città così parla de’ Reggiani. Primum Nilcolai Maltraversii Antistitis nomine, penes quem hoc jus residebat, cudere monetam coeperunt. Unde aliqua etiam hodic Numismata cum hac inscriptione visuntur: NICOLAVS EPISCOPVS. Ab altera vero parte legitur FRIDERICVS IMPERAOR; quod Ænobardi beneficio id Antistiti nostro jus olim concessum fuisse significat. Non da Federigo Barbarossa, ma da Federigo II è da credere che venisse a Reggio quel privilegio. Se tanto prima l’avessero petrato, non par credibile che avessero differito il valersene solamente a’ tempi del vescovo Niccolò, che fiorì sotto Federigo II. Fulvio Azzari nella Cronica MS. de’ Vescovi di Reggio scrive di non aver vedute monete di quel vescovo, in cui si legga il nome di Federigo. Né pure a me è velluto di trovarne. Contuttociò tengo per certo quanto dice il Panciroli. Il vescovo Niccolò sul principio dovette mettere il nome di quell’Imperadore nelle sue monete; ma da che le scomuniche si affollarono sopra di lui, il vescovo desistè dal nominarlo.

La prima moneta, esistente in Reggio e Modena, ha nel mezzo un N, cioè Nicolaus, e nel rovescio EPISCOPVS. Nel rovescio si mira un ramo con foglie, e le lettere DE REGIO. In altra simile quell’N. pare un’H., che taluno potrebbe attribuire ad Henrico vescovo nel 1301. Ma in que’ tempi Azzo VIII marchese d’Este era padrone di Reggio.

La seconda, presso Bartolomeo Soliani, ha l’effigie del Vescovo santo, protettore di Reggio, colle lettere S. PROSPER. Nel rovescio uno scudo colla croce, e REGIVM.

La terza, nel Museo Bertacchini. Vi si vede il capo d’un Principe colle lettere DIVO HERC. DVCI. Egli è Ercole II duca di Ferrara, che nel 1471 cominciò a portare quel titolo. Il rovescio ha la croce colle lettere COMVNITAS REGIT.

La quarta, posseduta in Modena dell’abate Domenico Vandelli, ha un’aquila che sta sopra una non so qual macchina, e le lettere HERCVLES DVX. Nel rovescio l’immagine d’un Vescovo, e le lettere S. PROSPER. EPS. REGII.

La quinta, nel Museo Bertacchini, ha il capo d’esso Duca, colle lettere HERCVLES DVX. Nell’altra parte REGIVM OLINI AEMILIA. Di questa denominazione vedi sopra la Dissertazione XXI.

La sesta è simile, se non che, con licenza del Prisciano, vi si legge REGIVM EMILIA VETERES.

La settima, nello stesso Museo, ha l’effigie del Vescovo, e S. PROSPER. Nel rovescio REGII LEPIDI.

Conti e Duchi di Savoia

Della nobilissima Real Casa di Savoia, che da tanti secoli fiorisce in Italia, illustre per titoli di potenza, di valore e di gloria, non men di qua che di là da monti, e a nostri giorni maggiormente risplende per la sostanzial corona del Regno di Sardegna, e per l’accrescimento di tanti altri Stati, ampiamente, oltre ad altri Autori, ha trattato Samuele Guichenon, con tesserne la Storia Genealogica in tre tomi. Avendo egli rapportato quante monete seppe egli trovare, spettanti a que’ generosi Principi, io profitterò ora della sua fatica. Convien solo avvertire, che contandosi in essa Real Casa molti Umberti, ed assai più Amedei, non si può indovinare a qual precisamente di essi s’abbiano ad assegnare le antiche loro monete. Volentieri ancora io tralascierò un denaro, attribuito dal medesimo Guichenon a Beroldo, primo fra i principi a noi noti della stirpe di Savoia, che circa il 1015 fioriva: sì perché non sembra denaro, mancandovi il rovescio, e sì perché non leggiamo che in que’ tempi i Conti e Marchesi potessero battere moneta, ed era allora la Savoia parte del regno di Borgogna, e Beroldo solamente conte di Monetina era vassallo del Re d’essa Borgogna. Andiamo dunque alle più certe notizie.

La prima moneta è attribuita dal Guichenon ad Umberto conte di Morienna, che si crede morto nel 1048. Nel diritto comparisce la croce; una stella nel rovescio colle lettere VMBERTVS COMES. Ma attribuendone egli una simile ad Umberto II, più tosto a lui, che al Primo, pare che questa sia da riferire.

La seconda ha un’aquila nel mezzo colle lettere AMEDS COMES SAB., cioè Amedeus Comes Sabaudiae. Nel rovescio la croce, e negli angoli A. M. E. D. esprimenti lo stesso nome. Nel contorno PEDEMONTENSIS. E attribuito questo denaro dal Guichenon ad Amedeo II conte di Savoia, che circa l’anno 1080 si crede defunto. A tal parere non mi posso sottoscrivere; sì perché molto più tardi fu inventata l’aquila con due teste e perché non potea peranche competere a quel principe il titolo di Pedemontensis. E però s’ha esso da riferire ad uno de’ susseguenti Amedei.

La terza ha la croce colle lettere AM. COMES. Nel rovescio una stella, e SABAVDIE. Di quale Amedeo si tratti, nol so.

La quarta ha la croce, e negli angoli d’essa A. M. E. D., e nel contorno AMEDEVS. Nel rovescio una stella, e COMES SABAVD. Amendue sono dal Guichenon attribuite ad Amedeo II, solamente indovinando, potendo appartenere ai posteriori.

La quinta si dice battuta da Umberto II defunto nel 1103. Nel diritto la croce, ed VMBERTVS COMES. Nel rovescio una stella colle lettere SECVSIA, oggidì Susa.

 La sesta vien creduta spettante ad Amedeo III, che finì i suoi dì nel 1149. Nel mezzo un’A. significante Amedeus, e all’intorno COMES DE SABAVD. Il rovescio ha uno scudo con croce, e le lettere IN ITALIA MARCHIO.

La settima è attribuita al medesimo. Mirasi quivi una croce con due palle. Tre altre ne ha il rovescio colle lettere AMEDEVS COMES. SECVSIA.

L’ottava appartiene ad Umberto III, che cessò di vivere nel 1188. Nel mezzo si mira un’H. lettera iniziale di Humbertus; e nel contorno COMES DE SABAVDL. Nel rovescio la croce in uno scudo, arme di quella Real famiglia; e all’intorno IN. ITALIA. MARCHIO.

La nona vien creduta appartenere a Tommaso I, che terminò il suo vivere nel 1233. Vi si mira lo scudo colla croce ed un cimiere, e le lettere TS. HT., che il Guichenon pretende significare Thomas Humberti, giocando ad indovinare. Nel rovescio due lacci, e nel mezzo F. E. R. T., le quali lettere esso Storico crede essere state la divisa di quel principe, e d’altri suoi successori. Cose curiose immaginarono intorno a tal divisa gli Scrittori Piemontesi. Il Du-Cange osservò nel capit. 56 de Physionomia di Michele Scoto Strologo, che Fert e Confert erano credute buoni o cattivi augurj. Furono anche Fertones una sorta di moneta, la quale non so se potesse servire a rischiarar queste tenebre.

La decima indovinando è attribuita ad Amedeo III che nell’anno 1253 passò all’altra vita. Vi si mira l’aquila, e AMD. COMES SABAVD. La croce nel rovescio, colle lettere IN ITALIA MARCHO, in vece di Marchio.

L’undicesima, del Museo Chiappini, pare che sia da riferire allo stesso Amedeo IV, o pure ad Amedeo V. Nel diritto l’aquila colle due teste, colle lettere AMEDS SAB. Nel rovescio la croce, e ne’ suoi angoli A. M. E. D., e all’intorno SABAVDIESIS. Simile è alla seconda, e forse ancor quella s’ha da riferire a questo principe.

La XII è attribuita a Bonifazio conte, che nell’anno 1263 cessò di vivere. V’ha nel mezzo un B. indicante il suo nome. Nel contorno COMES SABAVD. Il rovescio ha lo scudo colla croce, e all’intorno MARCH. IN. ITALIA.

La XIII, nel Museo Bertacchini di Modena, appartiene a Pietro conte. Nel mezzo comparisce la divisa FERT. colle lettere PETRVS COMES SABA. Nel rovescio la croce gentilizia, e IN ITALIA MARCH. Questi nell’anno 1268 giunse al fine di sua vita.

La XIV è creduta dal GUICHE non spettante a FILIPPO Conte del Piemonte e PRINCIPE D’ACHAIA, che nel 1334 compiè la carriera del suo vivere. Nel mezzo un P. può significare Philippus. Leggesi nel contorno PRINC. MARCC. (cioè Marchio) ITAL. Nell’altra parte l’arme della Casa con COMES SABAVDIE. Forse appartiene al precedente Pietro.

La XV è senza fallo del suddetto Filippo. Ivi comparisce la croce con tre palle negli angoli, e PHILIP. PRINCEPS. Nel rovescio una stella con cinque palle intorno, e colle lettere TORINVS CIVIS, cioè Civitas. Questa pare che fosse allora l’arme della città di Torino, la quale oggi osa solamente tre stelle (Vedi sopra le monete attribuite ad Umberto I e II). Quando mai que’ principi non fossero stati signori di Torino, s’avrebbero esse da riferire ad Umberto III.

La XVI ha l’aquila da due teste. Veggasi ciò che varj Letterati e massimamente il Du-Cange nella Dissertazione de Nummis infer. avei, e dall’Heineccio nel lib. de Sigillis hanno disputato intorno all’origine di questo simbolo. Certamente aquila tale era in uso nel secolo XIV, e ne fa menzione Giovanni Villani. Credesi che i Greci Imperadori fossero i primi a valersene. Probabilmente o del loro esempio, o da privilegio ottenuto da essi, Filippo di Savoia se ne servì anch’egli. Nel contorno si legge PHILIPVS DE SAB. Nel rovescio la croce, ne’ cui angoli P. H. I. L. lettere iniziali del suo nome; e all’intorno PEDEMONTENSIS.

La XVII è un fiorino d’oro ad imitazione de’ Fiorentini. Vi si mira la croce, arme della Casa, con cimiere sopra, e un lione rampante, con le lettere PRINCEPS ACCHAYE. Nell’altra facciata l’immagine del Precursore, e le lettere S. IOHANNES. B.

La XVIII si attribuisce ad Amedeo V, che nel 1323 fu rapito dalla morte. Ha un giglio colle lettere AM. COMES. Il rovescio è simile al precedente. Questo ancora è un fiorino d’oro, che tanto egli, come dirà a suo tempo, che altri principi batterono al dispetto de’ Fiorentini.

La XIX, spettante al medesimo Amedeo V ha l’arme gentilizia coll’elmo e cimiere suddetti. Vi si legge AMEDEVS D. GRA. COMES. La croce è nel rovescio con quattro rose negli angoli, e le lettere SABAVD. IN ITALIA MARCHIO.

La XX pare che riguardi lo stesso Amedeo V, e crede il Guichenon d’aver letto ivi FERT: il che a me non è avvenuto. Vi son le lettere AMEDEVS COMES. Nel rovescio la croce, e SABAVDIE.

La XXI si crede settante al medesimo principe. Sta un’A nel mezzo, e nel contorno MED COMES SABAVDIE. Nel rovescio la croce, e MARCH. IN ITALIA.

La XXII è di Amedeo VI, che nel 1383 mancò di vita. Nel diritto è la croce gentilizia colle lettere AMEDEVS COMES SABADIE DVX. Nel rovescio la croce, e CHABLII ET AVGTE (cioè Augustae) ITALIAE MARCHIO ET PRE., cioè Princeps, o Praefectus. La parola Dux va riferita non alla Savoia, ma a Chablais ed Aosta.

La XXIII mostra l’effigie del principe medesimo, che porta al collo insegna dell’ordine cavalleresco da lui istituito, tiene colla destra la spada, e colla sinistra lo scudo coll’arme gentilizia. Vi si legge AMEDEVS COMES SABAV. Nel rovescio la croce attorniata da quattro FERT, uniti con lacci. E nel contorno DVX CHABLAS II. IN ITALIA MARCH.

La XXIV si crede spettante ad Amedeo VII, chiamato ivi DVX CHABLIS AVGTE IN ITALIA MARCH.

La XXV è di Amedeo VIII, che nel 1416 fu per la prima volta dichiarato duca di Savoia, e nel 1439 creato papa, o sia antipapa, e poi nell’anno 1441 terminò i suoi giorni. Nel diritto si vede l’effigie di San Maurizio, e a’ suoi piedi il Duca colle lettere AMEDEVS DVX SABAVD. P., cioè Primus, o Princeps, o Pedemontis. Nel rovescio lo scudo colla croce con lacci di qua e là indicanti l’ordine cavalleresco, e un ceffo di lione con lettere AMEDEVS DVX SABAVDIE.

La XXVI appartiene al medesimo. Ha l’ultima iscrizione, e quest’altre nel rovescio: IN ITALIA MARCHIO PRIN. P., cioè Pedemontis.

La XXVII fu battuta da Lodovico duca, rapito dalla morte nel 1465. V’ha l’arme gentilizia coi lacci, la divisa FERT, e le lettere LYDOVICVS D. SABAVDIE PRINCEPS. Nel rovescio la croce col motto: DEVS IN ADIVTORIVM MEVM INTENDE.

La XXVIII ha l’effigie del medesimo principe a cavallo, colle consuete iscrizioni e la divisa FERT.

La XXIX ha l’effigie e i titoli del medesimo principe. Nel rovescio si vede la sacra Sindone di Torino colle lettere SANCTA SYNDON DOMINI NOSTRI IESV CHRISTI.

La XXX è alquanto simile alla precedente. V’ha l’anno 1453 espresso così MIIII. LIII.

La XXXI fu battuta dal Beato Amedeo, che nel 1472 fu chiamato a miglior vita. V’ha AMEDEVS DVX SAB., e nel rovescio IN ITALIA MARCH.

La XXXII appartiene a Filiberto I duca, che morì nel 1482. V’ha le lettere PHILIBERTVS DVX SABAVDIE IV. Nel rovescio è San Maurizio colle lettere SANCTVS MAVRITIVS.

La XXXIII appartiene a Carlo I duca, che nel 1490 fece fine ai suoi giorni. V’ha la sua effigie a cavallo, e all’intorno KAROLVS DVX SABAVD. Nel rovescio l’arme gentilizia FERT. e MARCHIO IN ITALIA PRINC.

La XXXIV, spettante al medesimo principe, ha nel rovescio il moto: SIT NOMEN DOMINI BENEDICTVM.

La XXXV, dello stesso principe, ha nel rovescio la divisa FERT, e XPS VINCIT, XPS REGNAT, XPS IMPERAT, preso dalle monete di Francia.

La XXXVI ha nel rovescio il laccio dell’ordine cavalleresco, e IN ITALIA MARCHIO.

La XXXVII ha il motto XPS RESurrexit. VENIT IN PACE DEVS.

La XXXVIII è poco differente.

La XXXIX, nel Museo Bertacchini, per quanto io credo, appartiene al medesimo Carlo I. V’ha l’arme gentilizia, e CAROLVS DVX SABAVDIE. Nel rovescio la croce, e PRINCEPS ET MAR. IN ITALIA.

La XL ha l’arme suddetta, e KAROLVS II DVX SABAVD. La croce dell’ordine di San Maurizio colle lettere S. MAVRICIVS. S. M. Se crediamo al Guichenon, questa e le tre seguenti son da riferire a Carlo I, tuttoché sia qui chiamato Secundus, e ciò per esser egli appellato DVX V. Non ne son convinto.

La XLI ha l’arme della Casa di Savoia e del Regno di Cipri colle lettere KROLVS SECVNDVX SABAVDIE V. Nel rovescio l’effigie di San Maurizio, e il motto DNS ILLVMINACIO ET SALVS Mea.

La XLII ha l’arme del Ducato di Savoia, di Chablais, Aosta, principato dell’Imperio, colte lettere KROLVS SEC. DVX SABAVD. V., e nel rovescio KBLAS ET AVG. S. ROM DIP. P.

La XLIII nel Museo Bertacchini, ha l’arme gentilizia e KROLVS SECONDVS. Nel rovescio DVX SABAVDVS R. e in mezzo R.

La XLIV appartiene a Filippo duca, il quale nel 1497 diede fine a’ suoi giorni. Vi si mira l’effigie d’esso principe colle lettere PHILIPVS DVX SABAVDIE VIII. Nel rovescio l’insegna dell’ordine, la divisa FERT e il motto: A DNO FACTVM EST ISTVD.

La XLV ha PHILIPVS DVX SABAVDIE, e nel rovescio PRINCEPS MARCHIO IN ITALIA.

La XLVI, la XLVII, la XLVIII, appartengono a Filiberto II duca, il quale nel 1504 da morte immatura fu rapito. Tale è la sua iscrizione: PHILIBERTVS DVX SABAVDIE VIII. Nel rovescio l’arme gentilizia, la divisa FERT. con un laccio, e il seguente motto: IN TE DOMINE CONFIDO. T. Non reco altri denari di quella Real Casa, perché eccedenti l’istituto mio.

I Marchesi di Saluzzo

Due danari d’argento spettanti ai Marchesi di Saluzzo mi son venuti alle mani. Il primo nel Museo Chiappini. Quivi comparisce l’effigie di un Principe colle lettere LVDOVICVS M. (cioè Marchio) SALVTIARVM. Egli è Lodovico, che nell’anno 1475 terminò il suo vivere; o pure Lodovico II, che in quell’anno succedette al padre. Nel rovescio l’immagine di un Santo a cavallo, e le lettere SANCTVS CONSTANTIVS. In un’altra moneta si vede un Santo a cavallo, che tiene colla mano urna bandiera, e SANCTVS CON.... Nel rovescio l’arme gentihizia con elmo di sopra, e colle lettere SALVTIARVM.

Siena

Nella Dissertazione L si produrrà il privilegio in cui Arrigo VI re de’ Romani nel 1186 concedette alla Repubbhica di Siena il gius di battere moneta colle seguenti parole: Item ex uberiori gratie benignitatis nostrae, Regia, qua fungimur, auctoritate concedimus ipsis Senensibus potestatem cudendae et faciendae monetae in civitate Senensi. Ma che prima ancora di quel tempo godessero i Senesi cotal prerogativa, apparisce da uno strumento del 1180, da me dato alla luce nella Dissertazione L, in cui Cristiano arcivescovo di Magoriza, Legato Imperiale per Italia, fa questa promessa a quel popolo Citius quam potero, Serenissimo imperatori nostro Frederigo privilegium confirmationis vestrae monetae, ad laudem et totius civitatis honorem faciam sine fraude componere. In oltre quattro mesi prima nella Forma compositionis, per quam Senenses veniunt ad gratiam Domini Imperatoris et Regis Henrigi, si legge stabilito che i Senesi all’Imperadore e Re restituent ac resignent omnia regalia, jura et jurisdictiones, quae pertinent ad Imperium infra civitatem et extra, et nominatim monetam et pedagium, sive teloneum, quam facere consueverunt vel faciunt. Ecco le monete che mi è avvenuto di vedere spettanti a Siena.

La prima, da me posseduta, ha nel mezzo un S. indicante il nome di Siena. Nel contorno SENA VETVS. Il rovescio ha la croce colle lettere ALPHA ET CIЭ. cioè omega.

La seconda, presso il sig. Uberto Benvoglienti patrizio Sanese, è quasi la stessa, se non che in vece dell’omega ha un omicron, ed ha un ED in vece di ET.

La terza, in Modena, ha nel mezzo l’S., e all’intorno CIVITAs VIRGO SENA VETVS. Nel rovescio la croce con ALPHA ET O. (in vece dell’omega) PRINCIPIum ET FINis. In altre, in vece di Civitas Virgo, si legge Civitas Virginis, come volevano appunto dire i Senesi.

In fatti la quarta, esistente in Modena, ha PS. nel mezzo, e nel contorno SENA VETVS CIVITAS VIRGINIS. Simile al precedente è il rovescio.

La quinta, nel Museo Bertacchini, ha il solito S. offuscato da festoni talmente, che appena si distingue. V’ha SENA VETVS, e nel rovescio ALPHA ET O.

La sesta, nello stesso Museo, è somigliante alla quarta.

La settima, nel Museo Muselli di Verona, ha SENA VETVS C. VIRGINIS.

L’ottava ha la medesima iscrizione, e nel rovescio uno scudetto coll’arme di non so chi, e di sopra un G.

Sinigaglia

Una sola moneta spettante alla città di Sinigaglia mi ha somministrato dal suo Museo Romano il cav. Francesco Vettori. Vi si mira l’effigie di un Vescovo colle lettere S. PAVLINVS. SENOGA. Protettore della città dovea essere S. Paolino; ma non ve n’ha parola nell’Ughelli. Nel rovescio l’effigie di non so qual quadrupede.

Spoleti

Di questa illustre città, che per più secoli fu capo di un ampio Ducato, una sola moneta mi procacciò il dottor Dionisio Sancassani. Nel diritto sì vede la croce, e all’intorno DE SPOLETO. Nel rovescio S. PONTIANVS P., cioè Protector, o Patronus. Altre monete di quella città si potranno scoprire. Anzi assai verisimile a me sembra che anche sotto i Re Longobardi ed Imperadori Franchi godesse Spoleto il pregio della zecca. Perciocché avendolo noi trovato nelle regie città di Pavia e Milano, e in Lucca come capo d’altro più insigne Ducato, e lo vedremo anche in Trivigi come capo del Ducato del Friuli; strana cosa sarebbe che il riguardevol Ducato di Spoleti ci lasciasse senza tal prerogativa.

Aggiungasi un’altra moneta a me somministrata dall’abbate Francesco Maria Giovacchini, avvocato da Fossombrone. Quivi comparisce un Vescovo col piviale colle lettere IOHES... A... C. Nel rovescio SPOLETANVS.

Torino

Allorché questa nobil città godeva il privilegio di Repubblica, né ubbidiva ai principi di Savoia, fu battuta una moneta d’argento, da me veduta presso il sig. Giuseppe Maria Cattaneo Modenese. Dopo la morte di Federigo II Augusto, accaduta nel 1250, Tommaso conte di Morienna s’impadronì della città di Torino. Ma nel 1255, o più tosto nel seguente, insorta una sedizione fu esso Conte imprigionato dai Torinesi, e poi consegnato agli Astigiani di lui nemici. Pare che a que’ tempi s’abbia da riferire essa moneta, nel cui diritto si leggono l’arme, probabilmente della stessa città con tre stelle di qua e di là, e le lettere MONETA TAVRINENSIS. Nel rovescio è un’aquila coll’ali aperte, e nel contorno CIVITATIS IMPERIALIS.

Trivigi

Il chiarissimo marchese Scipione Maffei nella sua Verona Illustrata alla pag. 377 pubblicò uno strumento dell’anno 773, scritto nella medesima città di Trivigi, dove è fatta menzione Monetarii; anzi è menzionata la stessa Moneta publica, cioè la zecca ivi esistente. Feci perciò istanza al dottissimo canonico e patrizio Trivisano Antonio Scotti, acciocché usasse diligenza per iscoprire alcuna moneta di que’ remoti secoli. Finalmente mi rispose d’averne trovata una, anzi me la inviò. La ravvisai tosto de’ tempi Carolini. Comparisce ivi il monogramma di Carlo Magno, cioè KAROLVS, e nel rovescio TARVISIO. Perciò non resta più dubbio che per quasi mille anni a quella città competesse il gius di battere moneta, che servisse pel Ducato del Friuli. Se poi questo continuasse sotto gl’Imperadori Tedeschi, nol so dire. Ben so che ne’ susseguenti secoli non solamente il diritto della zecca, ma la città medesima fu conceduta a que’ vescovi, come attestano le antiche memorie.

Aggiungo un’altra simile moneta, solamente di differente modello, che s’è trovata dipoi colle lettere suddette.

Verona

Fra le città del Regno d’Italia che dopo le privilegiate ne’ più vecchi secoli, cioè Milano, Pavia, Lucca, Benevento e Trevigi, cominciarono a godere la facoltà di fabbricar moneta, si dee contare l’illustre città di Verona. Della pecunia Veronese noi troviamo memoria nelle antiche carte. In una Ferrarese del 1113 io leggo: Et in omni festivitate Sancti Martini annualiter daturus sum vobis in vestro arbitrio porcum unum de pretio solidorum octo denariorum Veronensium, ec. In un’altra parimente Ferrarese del 1078 si legge: Det pars parti pene nomine denariorium Veronensium solidos triginta et ses. Così in una carta di Beatrice contessa, di cui fu fatta menzione nella Dissertazione XI, si veggono nominate centum litrae denariorum Veronensium. E già vedemmo che Arrigo II Augusto nel concedere il privilegio della zecca al Vescovo di Padova nell’anno 1049, comandò che i denari si fabbricassero secundum pondus Veronensis monetae. Ecco dunque le monete Veronesi da me vedute, con desiderio di trovarne assai più.

La prima, esistente in Verona nel Museo Muselli, e in Padova in quello del conte Lazzara, ha due contorni. Nel mezzo è la croce, attorniata dalle lettere Verona. Nel contorno più largo d’ambo le parti CI X EV X CI X IV; delle quali lettere ne attenderò la spiegazione dai Letterati Veronesi.

La seconda, nel suddetto Museo Muselli e nel Bertacchini di Modena, ha nel mezzo un’aquila coll’ali stese, e le lettere CIVITAS. Nel rovescio la croce con VERONA. A. M., cioè Alberto e Mastino dalla Scala, che nel 1329 succederono nel dominio di Verona. Fra l’A. e l’M. si vede la scala, arme di quella rinomata Casa.

La terza, in Verona e Padova, ha nel diritto l’aquila, nel rovescio la scala, senza lettere.

La quarta, nel Museo Muselli, mostra nell’un de’ lati la scala, e nell’altro un uomo tenente un bastone nella destra, e toccante colla sinistra un capo d’un lione.

La quinta, nel medesimo Museo, fa vedere l’aquila colle lettere BTHS. ANTNS, cioè Bartholomaeus ed Antonius dalla Scala, che nel 1374 signoreggiarono in Verona. Nel rovescio l’effigie di un Vescovo colle lettere SANCTVS ZENO, e in cima una scala.

La sesta, nel suddetto Museo. Nell’una facciata la scala colle lettere BARTOLOMEVS. Nell’altra la croce ed ANTONIVS.

La settima, esistente in Modena ha la croce, e nel contorno COMES VIRTVTVM D. MLI.... cioè Dominus Mediolani, e forse Veronae. Egli è Gian Galeazzo Visconte, che nel 1387 avendo cacciato Antonio Scaligero, s’impadronì di Verona. Nel rovescio l’immagine di un Vescovo coll’iscrizione S. ZENO DE VERONA.

L’ottava, nel Museo Muselli. Quivi è l’aquila colle due teste, e all’intorno DVX AVSTRIAE. Nel rovescio l’immagine di un Vescovo, e nel contorno S. ZENO PROTEC. VERONAE. Quando questa moneta non fosse battuta nelle vicende della Lega di Cambrai, cura sarà degli Eruditi Veronesi lo spiegarne il significato.

Vicenza

Una sola moneta battuta in Vicenza, ed esistente nel Museo Lazzara, posso io produrre. Quivi si vede l’aquila nel mezzo; all’intorno CIVITAS, e uno scudetto con arme a me ignota. Nel rovescio la croce colle lettere VICIENCIE.

Vigevano

L’insigne terra di Vigevano, oggidì città episcopale, fu conceduta in feudo da Lodovico XII re di Francia all’insigne maresciallo Gian-Giacomo Trivulzio con titolo di Marchese. Molte monete di lui si truovano presso il marchese Teodoro Alessandro Trivulzio, riguardevole patrizio Milanese, discendente per linea mascolina da Gian-Fermo fratello primogenito del medesimo Gian-Giacomo. Io ne riporterò solamente due.

La prima è un medaglione esistente in Modena nel Museo Bertacchini, nel cui diritto si vede il busto d’uomo laureato, coll’iscrizione: IO. IA. TRI. MAR. VIG. FRAN. MARE; cioè Johannes Jacobus Trivultius Marchio Viglevani, Franciae Marescalcus. Nell’altra parte il busto d’uomo laureato, col motto NEC CEDIT VMBRA. SOLI.

L’altra, presso il suddetto Marchese, ha lo scudo contenente l’arme gentilizia della Casa Trivulzia colle lettere IO. IA. TRIVLT. MAR. VIGLE. ET. R. MA. Nel rovescio l’immagine di San Giorgio, e nel contorno SANCTVS GEORGIVS.

Volterra

Niuna moneta ho potuto trovare di Volterra. Che tuttavia quella città godesse la facoltà di batterne, risulta da uno strumento dell’anno 1231, da me dato alla luce e scritto in Rieti, in cui papa Gregorio IX investisce del Comitato d’Ascoli il Vescovo di quella città sub annuo censu centum librarum Vulteranensis monetae: il che fa intendere che anche in Volterra si dovea allora fabbricar moneta.

Urbino

Un medaglione conservato in Urbino dal conte Lodovico Palma fa vedere l’effigie di un Principe colla seguente iscrizione: DIVI. FE. VRB. DVCIS. MONTE AC DR. COM. REG. CAP. GE. AC. S. R. ECCLE. CON. INV. Cioè Divi Federici Urbini Ducis, Monteferetri, ac Durantis Comitis, Regii Capitanei Generalis, ac Sanctae Romanae Ecclesiae Confanonerii invicti. Nel rovescio la figura d’esso principe armato a cavallo colle lettere OPVS SPERANDEI, fonditore d’esso medaglione. Egli è Federigo conte di Montefeltro dichiarato duca di Urbino nel 1471, celebre condottier d’armi.

Due altri denari posseggo io. Nel diritto è l’immagine di un Principe colle lettere GVIDVS VB. VRB. DVX. Nel rovescio l’arme sua e CO.MON. FE. AC DVRANT. Egli è Guidubaldo duca d’Urbino e conte di Montefeltro, che nel 1482 succedette a Federigo suo padre.

Il terzo nel Museo Bertacchini, nel diritto ha l’iscrizione GVIDVS. VB. VRBINI DVX. Nel rovescio l’arme sua col motto FIDES SPES CARITAS.

Il quarto, esistente in Pesaro presso l’abbate Annibale degli Abbati Olivieri, ha il diritto quasi lo stesso. Nel rovescio si mira l’effigie di San Giorgio colle lettere ORA. PRO. N. S. GRI., cioè pro nobis Sancte Georgi.

E finquì le monete Italiane de’ secoli barbarici, che mi è riuscito di vedere, battute prima del mille e cinquecento. Assai più saran quelle che non son venute a mia cognizione. Corrono già tre secoli che lo studio de’ nostri Letterati va a raccogliere tutte le medaglie o monete de’ Greci, Romani, Soriani, ed altri popoli d’Oriente. Queste son gioie; di queste si gloriano essi. All’incontro nulla curano, fors’anche hanno a schifo le monete de’ secoli inferiori, perché rozze, quasiché non servissero ancor queste all’erudizione Italiana, e alla cognizione degli antichi Re ed Angusti, e delle città libere di questo paese. Un tale sprezzo cagione è stato che ne’ tempi addietro gran copia (e più di quel che si crede) di tali monete è stata disfatta e fusa dalle zecche, e dagli orefici ed argentieri. Ma forse più conto se ne farà da qui innanzi. Intanto non vo’ tacere la maniera da me tenuta per iscoprir quelle barbariche merci. In Modena e suo distretto (verisimilmente lo stesso avverrà in altre città) sogliono le donne appendere al collo de’ lor figliolini le monete di San Lodovico re di Francia, per la divozione che professano a quel santo principe: rito conservato non men dalla nobiltà che dalla plebe. Ma essendoché di pochi è il conoscere quali sieno le vere monete di lui, spessissimo accade che i fanciulli portano non quelle, ma altre affatto diverse, battute da varie città e in varj tempi. Perciocché appena s’incontrano in alcuna di esse che sappia d’antico, o porti la figura di qualche Santo o la croce, che si figurano d’aver trovata una moneta di San Lodovico, atta a difendere da qualsisia malore i lor figli. Di qua è proceduto l’aver potuto io raccogliere e fare ch’altri raccogliesse buona parte di sì fatte monete, come spezialmente ha fatto in Piacenza il Reverendissimo P. Abbate e Generale de’ Canonici Regolari Alessandro Chiappini, e in Modena il sig. Alessandro Bertacchinni. E perciocché in tal ricerca ho scoperto varie altre monete spettanti a principi e città fuori d’Italia; non dispiacerà, credo io, ai Lettori di ricevere ancor di quelle qualche notizia. E primariamente:

Re d’Inghilterra e Scozia

In Roma nel Museo Sabbatini si vede moneta spettante ad uno degli antichi Re Anglo-Sassoni. Nel diritto si legge COENVVLF. REX. Nel rovescio le seguenti lettere T. A. E. A. L’opinione mia è che qui si tratti di Coenvulfo re, il quale nell’anno 796 cominciò a regnare in una parte dell’Inghilterra, di cui così parla Simeone Dunelmense (de Gest. Reg. Angl.) a quell’anno. Coenulf quoque, pater Sancti Kenelmi Martyris, dehinc diadema Regni Merciorum suscepit gloriose, ec. Fu egli il XV fra i Re di quel paese. Presso l’Hickesio (par. III Thesaur. Linguar. Septemtrion.) fra le monete battute da questo Coenvulfo ne rapporta una molto simile alla presente, ma con lettere molto diverse.

Due altre monete spettanti agli antichi Re Anglo-Sassoni si conservano in Roma nel Museo del cav. Francesco Vettori. Nella prima si legge COENVVLF REX. Il rovescio ha queste lettere AEA. Nell’altra comparisce OFTA REX.; e il rovescio ha EDELVAL. Ma da che il Fountaine presso il suddetto Hickesio ha illustrato le antiche monete Inglesi, a me non conviene di aggiugner altro intorno ad esse.

La quarta esisteva in Pavia presso il P. D. Gasparo Beretti dottissimno Benedettino. Ivi il busto di un Re, e le lettere HENRICVS D. G. AGLI. FRA. ET HIB. REX. Nel rovescio l’arme dei Re Inglesi col motto POSVI DEVM ADIVTOREM MEVM. Al quale dei re Arrighi s’abbia da riferire, gli Eruditi Inglesi cel sapran dire.

La quinta, presso il medesimo, ha il busto d’un Re, e IACOBVS. DEI. GRA. REX SCOTORVM. Nel rovescio la croce, e il motto DEVS PROTECTOR MEVS ET LIBERATOR. Più d’un re Giacomo ebbe la Scozia nel secolo XV.

Aragona e Navarra

Nel Museo Chiappini si vede moneta col capo di un Re, e le lettere FERDINANDVS........ Nel rovescio CIVITAS BARCHINONA.

Altra moneta, nel Museo Bertacchini, ha l’arme gentilizia, e FERNANDVS.... AVAR. cioè Rex Navarrae. Verisimilmente appartiene a Ferdinando V Cattolico Re di Aragona, come anche la precedente.

Boemia

Giovanni re di Boemia Primo, figlio di Arrigo VII Augusto, e padre di Carlo IV imperadore, dovette battere una moneta posseduta in Bologna dal marchese Gian-Paolo Pepoli. Nel diritto si vede una corona, e nel cerchio minore si legge IOHANNES: PRIMVS; nella superiore DEI: GRA: REX: BOEMIE. Nel rovescio un lione e PRAGENSIS: GROSSI.

 

Chio, cioè Scio isola

Posseggo io un denaro, creduto da me assai raro. In mezzo sta la croce e nel contorno CONRADVS REX R. Nel rovescio si vede la figura di una città turrita, sopra cui è un’aquila coronata coll’ali stese, e le lettere CIVITAS CHII. Ma come potè Corrado re aver diritto nell’isola di Scio? Lo credo io, allorché quel Re nell’anno 1147 con esercito numeroso sì, ma infelice, passò alla volta di Terra Santa, come s’ha da Ottone Frisigense, e da altri Storici. Allora Scio dovette essere tolta ai Greci; o quel popolo, per sua sicurezza, a lui si diede.

Chiarenza

Nel Museo Chiappini due monete spettanti a Chiarenza si conservano. Nella prima si vede quella figura che comparisce ne’ denari di San Lodovico re di Francia. Credette Giovanni Villani che denotasse i ceppi del santo Re. Altri hanno pensato che rappresenti la forma di un castello turrito. Il sig. le Blanc non seppe decidere. Sembra a me che non sussista la seconda opinione. Certo è che i denari Turonensi, chiamati in Italia Tornesi, ritennero molto dipoi quella medesima figura. Nel contorno si legge DE CLARENTIA. Il rovescio ha la croce, e all’intorno S. SABACCIO.... EPS, cioè Episcopus.

L’altra ha il diritto simile. Nel rovescio sta CIVitas FLOBENS. Due Chiarenze sì truovano: l’una in Inghilterra nel paese di Suffole. Celebre in Italia fu Lionello o Lionetto duca di Chiarenza, figlio del Re d’Inghilterra, che nell’anno 1368 sposò Violante figlia di Galeazzo II Visconte. L’altra Chiarenza era nella Morea, insignita con titolo di Ducato. Probabilmente a quest’ultima son da riferire le suddette monete, perché ivi ebbero signoria alcuni Principi, se non erro, Franzesi. Nel Museo Bertacchini altra moneta si truova della forma de’ tornesi colla sola parola CLARENTIA nel diritto, essendo corrosa l’iscrizione del rovescio.

Re di Francia

Abbiamo la Storia monetaria di Francia egregiatnente trattata dal Du-Cange, e più esattamente ancora dal sig. le Blanc. Ecco le poche monete da me trovate in tal congiuntura. Nel Museo Vettori di Roma una se ne conserva, che io credo spettante a Carlo M. Tanto più volentieri ne fo menzione, perché non fu conosciuta da esso Blanc. Nell’una parte si legge CAROLVS; nell’altra DNS, cioè Dominus. Non so se battuta in Italia, o in Francia, né in qual tempo.

La seconda, nel Museo Chiappini, molto simile ad una rapportata dal Blanc. Nel diritto si legge CAROLVS. Nel rovescio ReX Francor VM; di maniera che sembra battuta prima dell’anno 774, in cui Carlo M. conquistò il Regno d’Italia.

La terza è in mio potere. Vi si mira il monogramma CRLS., cioè Carolus, o Carlus. Nel contorno METVLLO. Scrive il Blanc, trovarsi Metullum nelle monete di Carlo M., Lodovico Pio e Carlo Calvo; e seguendo l’opinione del Sirmondo e di Arrigo Valesio, crede significato ivi Mellum, terra o borgo della Provincia Pictaviense. Io in questa moneta ho osservato una linea interposta fra Me e Tullo. Però sarebbe da vedere se quivi si parlasse della città di Tullum, o sia Toul, e quel ME dicesse per qualche ragione Metensium flullum. Nel rovescio la croce colle lettere CARLVS REX FRancorum.

La quarta è in Milano presso il marchese Teodoro Alessandro Trivulzio. Ha nel diritto la croce, e all’intorno HCAROLVS IMPERator. Nel rovescio la facciata di un tempio, e XPISTIANA RELIGIO. Di questo motto si son serviti Carlo il Grande, il Calvo e il Grosso; e però non si può dir di certo a qual d’essi appartenga questa e la precedente. Rara cosa il trovar Carolus coll’H avanti.

La quinta è in Modena presso il sig. Massimiliano Capelli. Vi si vede la croce, e all’intorno HLVDOVVIC VS IMP. Nel rovescio la croce e VENEc IAS. Il Blanc ne ha una simile. Si crede battuta in Francia nella città di Vannes sotto Lodovico Pio.

La sesta è un denaro Turonense, chiamato in Italia Tornese, spettante al santo re di Francia Lodovico IX. Più di uno ve n’ha in Modena. Nel diritto si legge doppia iscrizione colla croce; cioè LVDOVICVS REX in una, e nell’altra BNDICTVm SIT. NOMEn DNI NRI DEI IEV XPI. Nel rovescio TVRONVS CIVIS, cioè Civitas. Nel mezzo si vede la figura, che alcuni Scrittori Franzesi hanno creduto disegno di un castello turrito. Giovanni Villani (lib. VI, cap. 36 della Storia) parlando della prigionia del santo re Lodovico, scrive: Per ricordanza della detta presura, acciocché vendetta ne fisse fatta o per lui, o per li suoi Baroni, il detto Re Luis fece fare nella moneta del tornese grosso, da lato della pila, le bove da prigione, cioè compedes, o sia i ceppi. Non è approvata dal Blanc così fatta opinione. Né vo’ lasciar di dire che in questa ricerca ho trovato molti tornesi, battuti sotto il nome di S. Lodovico, falsi e di niun valore, prevalendosi una volta gl’impostori della divozion de’ Cristiani per fare il loro negozio.

La settima appunto è un’impostura, dove nel rovescio si legge POPVLE MEVS QVID FECI TIBI?

L’ottava è un tornese grosso, che presso molti in Modena nel diritto e rovescio è simile a quei di San Lodovico; se non che in sua vece vi si legge PHILIPPVS REX. IL Blanc l’attribuisce a Filippo il Bello, che nell’anno 1285 cominciò a regnare. A me sembra piè verisimile che appartenga a Filippo l’Audace, figlio dello stesso S. Lodovico. Di tali tornesi n’ho veduto molti al collo de’ fanciulli, perché in tutto somiglianti a quei di San Lodovico, non sapendo il volgo distinguerli per la difficultà de’ caratteri.

La nona è parimente un tornese. Ha nel mezzo un’aquila coll’ali aperte, e MONETA NOVA. Nel rovescio è la croce. Delle lettere corrose non resta se non TVRONVS... SIT NOM.... Non ne ho veduto un simile presso il Blanc.

La decima, in Modena, ha la croce con due gigli negli angoli, e PHILIPPVS REX FRANCO. e BNDICTV. SIT, ec. Nel rovescio una corona, e di sotto FRANCO. PHT. e PARISIVS CIVIS ARGENTI. Appartiene a Filippo di Valois, che nel 1327 cominciò a regnare. Questi soldi si chiamavano les Parisis d’argent.

L’undecima d’oro, in Modena presso il signor Bartolomeo Soliani, ha l’arme regia di Francia con due istrici di qua e di là, e LVDOVICVS. DEI GRACIA. REX FRANCORVM. Nel rovescio XPVS. VINCIT. XPVS. REGNAT. XPVS. IMPERAT. Dal Blanc è attribuita a Lodovico XII re. Ma anche l’undecimo si servì di questa iscrizione.

Ungheria

Una sola moneta d’oro spettante all’Ungheria ho recinto nel Museo Bertacchini. Di là venne in Italia il costume di chiamar ungheri i ducati d’oro. Ivi si mira la Vergine con Cristo fanciullo in braccio, e MATHIAS. D. G. R. VNGARIE. Egli è il celebre Mattia Corvino, re celebre sul fine del secolo XV in Ungheria. Il rovescio ha l’immagine di un Santo che tiene un’alabarda, e all’intorno S. LADISLAVS REX.

Ragusi

Nel Museo Bertacchini si conservano due denari battuti dalla Repubblica di Ragusi. Vi si vede l’effigie di un Vescovo santo colle lettere S. BLASIVS RAGVSI. Nel rovescio l’immagine del Salvatore, sotto cui sta la figura d’un Vescovo colle lettere greche IC. XC., cioè Jesus Christus. Re di Schiavonia Due monete d’argento conservate nel suo Museo dal chiariss. Apostolo Zeno ho io veduto. Nella prima apparisce un cane da caccia, se pur non è una volpe, e di sopra due stelle. Nel contorno MONETA REGIS P SCLAVONIA. Nel rovescio una doppia croce, di qua una stella, di là una luna. Di sotto due teste coronate. Sopra l’una sta R., sopra l’altra L.

Nell’altra moneta si vede lo stesso diritto colle lettere REX SCLAVONIE. Simile è anche il rovescio, ma senza lettere. Scrivono che gli Schiavoni cessarono di avere i Re loro sul principio del secolo XIII. Non ho libri per chiarire tale opinione, né per indagare da chi e quando furono battute simili monete.

Re della Servia

In Modena si truova una moneta d’argento, somigliante alla Veneta. Quivi è l’immagine di un Santo che porge la bandiera al Re, colle lettere VROSIVS REX. S. STEFAN. Nel rovescio l’effigie del Salvatore sedente colle lettere IC. XC., cioè Jesus Christus. Due Urosii re della Servia vi furono. È probabile che qui si parli di Urosio cognominato il Santo, detto volgarmente Milutino, che mancò di vita nell’anno 1325.

Conti del Tirolo

Due monete con simili d’argento posseggo io, ed anche altri in Modena ed altrove. La croce è nel mezzo, e all’intorno MEINARDVS. Nel rovescio l’aquila con ali aperte, e COMES TIROLT. Fiorì questo Meinardo, figlio d’un altro Meinardo conte del Tirolo, verso il fine del secolo XIII, una cui figlia Lisabetta maritata con Alberto duca di Austria, e poi imperadore, gli apprestò nel secolo seguente ragioni per acquistare il Tirolo.

La seconda, nel Museo Bertacchini, appartiene allo stesso. Vi si legge COMES TIROLI. Nel rovescio restano solamente queste lettere: M... DVX... ILLVSTRIS, che credo s’abbiano a supplire dicendo Meinardus Dux Carinthiae; perciocché il medesimo fu anche duca di Carintia.

La terza, presso più d’uno in Modena, ha l’aquila, e COMES TIROLI. Nel rovescio la croce colle lettere DE MARANO. Era questa terra della Contea del Tirolo.

La quarta, nel Museo Chiappini, ha la croce e le lettere SIGISMVNDVS. Nel rovescio l’aquila, e COMES TIROLI. Egli è Sigismondo d’Austria, che nel 1475 era padrone del Tirolo.

La quinta, nel Museo Bertacchini, con lettere corrose. Resta solamente ARCHIDVX AVSTRIE. Nel rovescio la croce con quattro diverse arme, e le lettere GROSsus COMITIS TIROLI.

Trieste

Nel Museo Muselli di Verona si truovano varie monete di Trieste, città e colonia una volta dei Romani. La prima rappresenta una città, e all’intorno CIVITAS TERGESTVM. Nel rovescio SANCTVS IVSTVS, cioè Martire, protettore della città.

La seconda, nello stesso Museo, ha l’effigie di un Vescovo, colle lettere CIVARDVS EP., cioè Episcopus. Per lungo tempo furono signori di Trieste que’ vescovi, e ad essi apparteneva il battere monete: però in queste si truova il loro nome. Nel rovescio un agnello con due croci, e CIVITAS TERGESTVM. Non ebbe l’Ughelli nell’Italia Sacra cognizione di questo vescovo, né io so dire in che tempo fiorisse.

La terza ha questa iscrizione: CONRADVS EP., che secondo l’Ughelli fiorì nel 1223. Nel rovescio l’immagine probabilmente di S. Giusto, e CIVITAS TERGESTVM.

La quarta è anche nel Museo Lazzara di Padova. Vi si legge VOLRICVS EP. Questo vescovo, chiamato dall’Ughelli Odelricus, fioriva nel 1253. Nel rovescio l’abbozzo di una città colla solita inscrizione.

La quinta appartiene al medesimo vescovo Volrico, ed è solamente diversa nel rovescio, dove si mira l’effigie di San Giusto.

La sesta ha queste parole: LEONARDVS EPISCOPVS. Questi sembra quel medesimo che dall’Ughelli è appellato Leonidas. Non seppe egli in che tempo vivesse questo Prelato; molto meno lo so io. Il rovescio simile a’ precedenti.

La VII, VIII, IX nel suddetto Museo Muselli, portano questo nome: ARLONGVS EP. Se crediamo diamo all’Ughelli, fu eletto Arlongo nel 1254, e nel susseguente deposto da papa Alessandro IV; ma la diversità di questi denari fa sospettare che durasse molto più il di lui governo.

Treveri

Nel Museo Chiappini di Piacenza si conserva moneta d’oro con un giglio nel diritto, e le parole CONO AREPS. T., cioè Cono (lo stesso è che Conradus) Archiepiscopus Treverensis. Nel rovescio si vede l’effigie di Giovanni Precursore colle lettere S. IOHANNES B. Fu eletto arcivescovo di Treveri questo Corrado nel 1362. S’ha qui da avvertire, essere tal moneta un fiorino d’oro battuto a somiglianza de’ Fiorentini. In tal credito salì la fabbrica, de’ fiorini, cominciata in Firenze nel 1252, che non pochi principi per gara e guadagno cominciarono anch’essi a batterne de’ simili, come dirò nella Dissertazione seguente, ritenendo il modello e le figure stesse dei Fiorentini mutato solamente il nome del principe o del luogo. Giovanni Villani (lib. IX, cap. 169 Istor.) si lamenta di papa Giovanni XXII, perché nel 1322 fece battere di questi fiorini. Ma avendo voluto far lo stesso i Marchesi di Monferrato, gli Spinoli Genovesi ed altri principi d’Italia, il medesimo Pontefice con intimar la scomunica nel 1324 li fece desistere. Per non sapere questo fatto il Guichenon rapportando un fiorino d’oro, battuto da Amedeo V conte di Savoia, e da noi menzionato di sopra, formò il seguente sogno con dire: La première sorte de monnoye de ce Prince d’or, du poids de la pistole d’Italie (il che non sussiste) ou la fleur de lys de Florence, fait croire qu’elle ayt esté frappée en mémorie de quelque confédération avec la République de Florence.

Un altro fiorino o ducato d’oro si conserva in Modena nel Museo Bertacchini, il quale non so dire a chi appartenga. Ivi è l’effigie del Precursore colle lettere S. IOHANNES B. Nell’altra parte un giglio, e R. DI. G. P. AVRA. Ma chi è questo principe? Finché altri meglio m’istruisca, sospetto io che tal moneta appertenga a qualche principe di Oranges. Perciocché Arauso ne’ secoli barbarici fu anche appellata Civitas Aurasica, oggidì detta da’ suoi cittadini Auranges, e da’ Franzesi Oranges. Due Raimondi han goduto quel principato.

Gran Mastro de’ Cavalieri Gerosolimitani

Da molti secoli gode il Gran Mastro di questo nobilissimo ordine cavalleresco il pregio della zecca. Una sola moneta nondimeno d’essi ho io veduto, conservata in Bologna dal marchese Gian-Paolo Pepoli. Ivi comparisce l’arme dell’ordine colle lettere F. FABRICII DE CARRETTO M. MGR. R.; cioè Fratris Fabricii de Carretto Magni Magistri Rhodiorum: così perché Cavalieri di Rodi erano una volta appellati que’ Cavalieri. Nel rovescio sta l’effigie di San Giovanni Battista protettore, e all’intorno: ECCE. AGNVS. DEI. QVI. TOLLIS. P. M., cioè Peccata Mundi.

Moneta incerta

Il fu canonico Antonio Scotti patrizio di Trivigi, mio singolare amico, mi comunicò una moneta, nel cui diritto compariva un’aquila, e nel contorno NOBILITAS COMVN. Nell’altra parte era una corona regale, colle lettere FE. di sotto. Vi si vede anche non so se un R. o L. o pure una stelletta, essendo logora la forma dei caratteri, e nel contorno LOMBARDORVM. Qui non so che mi dire. È da vedere se mai vi si parlasse del Comune di Feltre; o se quel Fe significasse Federicus Rex. Forse un migliore impronto darebbe più lume.

E finquì le monete ch’io ho potuto raccogliere de’ vecchi principi e città d’Italia. Vi saranno state altre città libere e signorotti che una volta goderono il privilegio di fabbricar moneta, i cui denari sono scappati alle mie ricerche. A quel che manca supplirà la diligenza e fortuna altrui. Solamente aggiugnerò, non esservi mai stato tempo in cui non si sieno veduti impostori e tosatori delle monete. Di ciò si parlerà nella seguente Dissertazione. Per questo anche negli antichi secoli erano deputate persone perite che esaminavano la buona e falsa moneta, e il suo giusto peso. Noi li appelliamo Saggiatori, e l’esame Saggio. L’origine di questa voce non l’ha trovata Egidio Menagio dottissimo scrittore Franzese, a cui per altro noi siam tenuti per avere scritto in Italiano le Origini della nostra Lingua. Assaggiare (dic’egli) viene dalla particella Ad e dal nome Sapor. – Sapor, Sapos, Sapus, Sapa, Sapagium, Sapagiare, Sapgiare, Sagiare, Assaggiare. Uno strano lavoro di fantasia è questo. Noi abbiamo Assaporare, nato da Sapor; e nulla ha che fare con Sapor la parola e significato di Assaggiare. Pertanto altronde non viene il nostro Saggio, significante esame, che da Exagium antica voce latina. Per la stessa ragione Examen apum s’è convertito in Sciame. In un denaro di Onorio Augusto presso il Du-Cange si legge EXAGIVM SOLIDI colla Dea Moneta e le bilance. Noi diremmo Saggio del Soldo. Teodosio iuniore Augusto nella Novella de Pretio Solidi così parla: De ponderibus quoque, ut fraus penitus amputetur, a nobis aguntur EXAGIA, quae sine fraude debeant custodiri. Noi diciamo fare il Saggio di qualche moneta; anzi l’abbiamo trasferito ad altre cose, come fare il Saggio del Vino, o d’altri liquori, per indagare la forza, sapore, purità, ec. Della voce Exagium si sono serviti Santo Zenone nel Serm. VI ai Neofiti, Cassiano nella Collazione I, cap. 22, l’Editto di Aproniano presso il Grutero, pag. 647, num. 6, per tacer d’altri. Noto è poscia che Exagium viene da Exigo. Però i Latini dissero Exigere ad normam, Exigere ad veritatem, cioè pesare, indagare, esaminare se una cosa sia vera, o rettamente composta. E ciò basti intorno alle zecche, o sia officine monetarie de’ secoli di mezzo.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011