Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXVI

Della Milizia de’ secoli rozzi in Italia.

Quanto fosse eccellente la milizia de’ Greci e Romani antichi, come esatta la lor disciplina, l’hanno assai dimostrato varj eruditi scrittori. Tale certamente fu, che anche la moderna ha di che imparare da loro, tuttoché tanto mutata sia la forma di offendere e difendere nel mestier della guerra. Allorché i Barbari vennero a sottomettere le contrade Italiane nel secolo V, portarono seco, noti v’ha dubbio, i costumi della lor propria milizia, e qui li dilatarono. Cacciati, i Goti sotto Giustiniano I, tornò per alcuni pochi anni a rimettersi la disciplina militare Romana in Italia; ma essendo succeduti in questo dominio i Longobardi, Franchi e Tedeschi, l’arte militare prese le lezioni dall’uso di quelle nazioni. Era non poco scaduto in Italia il buon regolamento della milizia sotto gli ultimi Imperadori Romani: contuttociò i Barbari ci trovarono tanti vestigi delle vecchie ordinanze tanto de’ Romani, che de’ Greci dominanti nell’Esarcato di Ravenna, che poterono imparar molto nella profession militare. Però anch’essi ebbero spade, sciabole, fonde, dardi, mazze, lancie, archi e saette, scudi, elmi, corazze, stivali, e il resto dell’armatura che anticamente si usò. Carlo M. nella legge XVII fra le Longobardiche ordinò, ut nullus extra Regnum nostrum brunias (cioè le armature o corazze) vendere praesumat. In oltre nella legge CLXIII vietò il vendere fuori del Regno arma et brunias. E nella legge XX parla de armis extra patriam non portandis, idest scutis et loricis. Usavano ancora tende e padiglioni, e quasi tutti gli strumenti da espugnare città e fortezze, già adoperati dai Greci e Romani. Ermoldo Nigello descrivendo l’assedio di Barcellona fatto da Ludovico Pio (lib. I de Reb. gest. Ludov.) così scrive:

Ariete clausta terunt: undique Mars resonat.

Machina nulla valet murorum frangere postes.

 Più sotto dice:

Machina densa sonat: pulsantur et undique muri;

Crebra sagitta cadit, vi funda retorta fatigat.

L’Autore della Vita d’esso Lodovico Augusto racconta all’anno 808 l’assedio della città di Tortosa. Qua perveniens Ludovicus Rex, adeo illam arietibus, mangonibus, vineis et ceteris instrumentis lacessivit et protrivit muralibus, ut cives illius a spe deciderent, infractosque suos adverso Marte cernentes, claves civitatis traderent. Probabilmente s’ha ivi da leggere confractos e manganis in vece di mangonibus. Perciocché questa è la voce più usata per denotar le macchine colle quali, si gittavano sassi nelle assediate città. Vero è che anche l’Autore della Miscella, lib. XXI, scrive essere stato schiacciato il capo ad un uomo empio a lapide transmisso ex mangone; ma anch’ivi penso che s’abbia a leggere ex mangano, perché Teofane nella Cronografia, fatta latina dall’Autore della Miscella, scrive ex manganico (sottointendi tormento ), e forse i migliori testi avranno ex mangano. Lo stesso Teofane all’anno XIII di Costanzo Augusto nomina mangana omnis generis. Se ne servivano anche i Longobardi; scrivendo Paolo Diacono (lib. VI, cap. 20) che il re Ariperto Bergamum obsedit, eamque arietibus et diversis belli machinis oppugnans, mox coepit. Così pure Lodovico II Augusto (come attesta l’Anonimo Salernitano ne’ Paralip. cap. 92) civitatem Barim variis machinis expugnare coepit. Descrivendo poscia al cap. 114 l’assedio di Salerno, narra che i Saraceni machinam, quam petrariam nuncupamus, construxerunt mirae magnitudinis, ut turrim unam attererent; e che sotto i Cristiani alzarono in quella medesima torre un’altra macchina.

Conservarono le nazioni settentrionali dominanti in Italia le loro antiche ordinanze nella milizia. Non si udivano già ne’ loro eserciti i nomi di legioni, turme, manipoli, coorti e simili; pure non mancava ordine nelle loro truppe, e v’erano ufiziali primarj e subalterni. Anch’essi avevano un Generale comandante, e sotto di lui varj duci con subordinazione de’ minori a’ maggiori. I Centenarj furono come i Centurioni; i Millenarj come i nostri Colonnelli. I Conti governatori delle città menavano in campo il loro popolo; o pure tale impiego era raccomandato ai Gastaldi. Anche allora si contavano nell’oste Vexilliferi, o Signiferi, cioè gli Alfieri. Agnello nelle Vite degli Arcivescovi di Ravenna, trattando di Felice arcivescovo, scrive che sul principio del secolo VIII fu scelto per suo Generale dal popolo Ravegnano Giorgio figlio di Giovanniccio in una sedizione contro i Greci e questi per le guardie divisit populum in undecim partes. Duodecima vero pars Ecclesiae est reservata. Unusquisque miles secundum suam militiam et Numerum incedat. Idest Ravenna, Bandus primus, Bandus secundus, Bandus Novus, Invictus, Constantinopolitanus, Firmans, Laetus, Mediolanensis, Veronensis, Classensis, Partes Pontificis cum clericis, cum honore dignis, et familia, et Stratoribus, vel allis subjacentibus Ecclesiis. Et haec ordinatio permanet usque in praesentem diem. Così Agnello circa l’anno 840. Adunque in dodici turme, o legioni o coorti, appellate Numeri, fu diviso il suo popolo in Ravenna. Come oggidì ogni Reggimento ha il suo titolo proprio, così anche allora ogni legione, chiamata Bando dal vessillo, che poi fu chiamato dai Tedeschi fanone, standardo, guntfanone, cioè italianamente confalono, confalone, gonfalone; e dall’Ostiense insigne, onde il nostro insegna; come anche pennone, voce Franzese ed Inglese. Paolo Diacono (lib. I, cap. 20) così scrive: Tato Rodulfi vexillum, quod bandum appellant, ejusque galeam, quam in bello gestare consueverat, abstuit. Da bando nacque l’Italiano bandiera; e bande una volta si chiamavano le brigate di soldati. Ed è ben antico il nome di bando per insegna; perciocché Procopio (lib. II, cap. de Bello Vandai) rammenta vexillum quod Romani bandum appellant. Però non si può abbracciar l’opinione del Du-Cange, che deriva bandum da banno, voce introdotta in Italia molto più tardi; e non e certa l’altra del Salmasio, che lo trae da pandum. Era dunque anticamente compartita un’armata in varie sezioni, appellate agmina, scarae (onde il nostro schiera), cunei, coorti, ed altre divisioni minori, ciascuna regolata dal suo uffiziale. I Maggiori nell’andar degli anni furono poi chiamati Capitanei, voce tratta, non dai Catapani de’ Greci, ma dall’essere capi delle truppe. Tal voce s’incontra negli antichi Annali de’ Franchi, e in altre memorie de’ secoli barbarici. Abbreviata questa voce, se ne formò Cattaneo, o Cataneo.

Ebbero, a tu io credere, gli antichi Re e Principi un numero di soldatesche stipendiate, per servirsene alla guardia loro e del palazzo, e per li presidi delle fortezze. Ma s’ha ora da avvertire che qualora s’avea a far guerra o di offesa o di difesa, costume fu di chiamare all’armi quasi tutto il popolo. Ciò si appellava in exercitum, o pure hostem bannire; perciocché lo stesso era hostis che exercitus. Quanto rigorosamente si procedesse in tale occasione, l’impariamo dalla leggi XXIX, lib. VI del re Liutprando, in cui si vede comandato che niun uomo destinato alla milizia resti esente dalla spedizione, allorché si dee andare alla guerra. Eccettua solamente sei uomini unum caballum habentes, con che nondimeno i lor cavalli servano i Giudici, o sia presidenti della città, ad saumas suas, per le sue some o sia bagaglie. De minoribus etiam hominibus, qui nec casas nec terras habent, ne eccettua dieci, i quali sieno tenuti a servire in casa del Giudice per tre dì della settimana, finché egli sia ritornato dall’armata. Agli Sculdasci, cioè ai giudici minori si lasciano tre uomini mantenenti cavallo e cinque de’ minori. I Saltari poteano ritener per sé un uomo da cavallo, e un altro de’ minimi. Se alcuno oltre ai suddetti fosse stato esentato, era condennato il Giudice a pagare il widrigild, pena pecuniaria, al Sacro Palazzo. Ma qui vien chiedendo taluno, come può stare che tanta gente andasse alla guerra. Non v’era prudenza il lasciar le città e fortezze senza presidio; ed empia cosa sarebbe sembrata il lasciar tante mogli con piccioli figli abbandonate, e senza veruno ajuto dalla parte del marito. E poi chi avea da coltivar le campagne? Che se l’Italia allora fosse stata al pari d’oggidì popolata, il menar tanta gente al campo, più danno e confusione avrebbe recato, che utilità.

Riflessioni tali pare che persuadano, non potersi credere tanta mossa d’uomini, e che v’intervenisse poi qualche scelta e moderazione. Osservisi la Costituzione della promozioni dell’Esercito fatta da Lodovico II Augusto circa l’anno 866 per andare a Benevento contra de’ Saraceni, già pubblicata da Camillo Pellegrini. Quivi si comanda che vada all’armata quicumque de mobilibus widrigild suum habere potest, cioè chi ha tanti mobili da poter pagare la pena della disubbidienza. Qui vero medium widrigild habet, duo juncti in unum qualitatem instruant, ut bene ire possint. Dubito qui di testo guasto. Pare che due di questi si debbano intendere insieme, e che un solo d’essi vada. Pauperes vero personae ad custodiam maritimam vel patriae pergant, si plus quarti decem solidos habet de mobilibus. Ecco che i poveri restavano alloro paese. Qui non plus quam decem solidos habet de mobilibus, nil et requiratur. Questi né pur erano tenuti alle guardie. Si pater unum filium habuerit, et ipse filius utilior patre est, instructus a patre pergat. Nam si pater utilior est, ipse pergat. Vedete qui un’altra esenzione. Ne seguita una maggiore. Qui duos filios habuerit, quicumque ex eis utilior fuerit, ipse pergat; alius autem cum patre remaneat. Quod si plures filios habuerit, utiliores omnes pergant; tantum unus remaneat, qui inutilior fuerit. De fratribus indivisis, si duo fuerint, ambo pergant. Si tres fuerint, unus, qui inutilior apparuerit, remaneat. Celeri pergant. Aggiugne l’Imperadore, che niuno sarà scusato, se non che Comes in unoquoque Comitatu unum relinquat, qui eumdem locum custodiat, et duos cum uxore sua. Finalmente è ordinato a’ vescovi di non esentare alcun laico da quella spedizione. Ecco la forma tenuta allora per l’armata d’Italia.

Si dee ora riflettere che oltre alle persone suddette: non obbligate a prendere l’armi, non andavano i servi a militare, come accennammo alla Dissertazione XIV. Mestier d’onore era allora, più che oggidì, la milizia. Ne erano perciò esclusi i servi, come gente vile, e v’erano ammesse solamente le persone libere. Ne’ tempi nostri vi si prendono gli avanzi del remo e del capestro. Gli antichi Greci e i Romani abborrirono anch’essi il valersi di servi per la milizia, per non rendere eguali a sé persone di sì bassa condizione. Oltre di che sì esorbitante era il numero de’ servi, che si poteva temere o che armati prorompessero in qualche sedizione, o che desertassero all’oste nemica. Sanno gli Eruditi che diede molto da fare ai Romani Bellum Servile. E i Sarmati, oggidì Polacchi, siccome abbiamo da Idazio ne’ Fasti e dalla Cronica Eusebiana, trovandosi nell’anno 334 molto alle strette per la guerra loro mossa dagli Sciti, o sia dai Tartari, diedero l’armi ai loro servi. Dappoiché rimasero sconfitti i Tartari, que’ servi rivolsero l’armi contra de’ loro signori, e li costrinsero ad abbandonare il paese, talmente che circa trecento mila Sarmati, comprese le donne e i figli, si rifugiarono a Costantino il Grande, da cui furono accolti e compartiti per la Tracia, Macedonia ed Italia. Una simile avventura de’ servi Sciti vien raccontata da Giustino. Perciò conducevano ben seco i padroni quel numero di servi che occorreva al loro servigio, ma non li mettevano in ruolo di soldati. Perciò gli uomini liberi costumarono di lasciare a casa la maggior parte de’ loro servi, perché accudissero alla coltura delle campagne, e alla custodia e comodo della lor famiglia. La necessità nondimeno persuase talvolta il concedere l’arme ai servi, ed allora bisognava manometterli, e dar loro la libertà. Ciò fecero i Romani in congiunture molto scabrose. Che anche i Longobardi ricorressero a questo ripiego, lo avverti Paolo Diacono (lib. I, cap. 13 de Gest. Langob.) con dire: Ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt. Non erano si delicati i Wisigoti che soggiogarono una volta le Spagne e parte delle Gallie. Nelle loro leggi (lib. IX, tit. 2, l. 9) abbiamo: Nunc vero quia de genierali omnium progressione praediximus, restat ut de progressorum virtute vel copiis instituta ponamus. Et ideo id decreto speciali decemimus, ut quisquis ille est, sive sit Dux, sive Comes, atque Gardingus, seu sit Gothus, sive Romanus, nec non ingenuus quisque, vel etiam manumissus, seu etiam quilibet e servis fiscaibus, quisquis horum est in exercitum progressurus, decimam partem servorum suorum in expeditionem bellicam ducturus accedat: ita ut haec ipsa pars decima servorum non in armis (leggo inermis) existat, sed vario armorum genere instructa appareat. Sic quoque ut unusquisque de his, quos secum in exercitum adduxerint, partem aliquam zavis (giaco noi appelliamo ora un giuppone composto di catenelle di ferro. Truovasi anche presso i Greci zaba significante lorica) vel loricis munitam; plerosque vero scutis, spatis, scramis (spade più larghe), lanceis, sagittisque instructos; quosdam etiam fundarum instrumentis, vel ceteris armis, quac noviter forsan unusquisque a Seniore vel Domino suo injuncta habuerit, Principi, Duci, vel Comiti suo praesentare studuerit. Se i Franchi si servissero anch’eglino di servi nelle guerre (come pretese il P. Daniello, lib. I della Milizia de’ Franchi, deducendolo dalla legge suddetta), io ne dubiterò, finché miglior pruova se ne rechi. Certamente ne’ Capitolari de’ Franchi si vede una costituzione di Carlo M. ad exercitum promovendum, dove è prescritto, quali persone debbano militare; cioè qui proprium habent, e perciò gente libera; et casati Comitum, cioè i domestici de’ Conti; et homines, cioè i vassalli, Regis, Episcoporum et Abbatum, qui vel beneficia, vel propria habent. Parola non v’ha de’ servi. Né Lodovico Pio nel Capitolare dell’anno 829 parla se non d’uomini liberi, dice rido; Jubemus ut Missi nostri diligenter inquirant, quanti liber homines in singulis civitati bus maneant, ut veraciter illos describant, qui in exercitalem ire possunt expeditionem. Lo stesso ancora risulta da un Capitolare di Carlo Calvo dell’anno 864. Si può nondimeno credere che talvolta alcun servo trapelasse nella milizia contra il volere de’ suoi padroni, i quai poscia poteano richiamarlo. In una bolla di Pasquale I papa per l’Arcivescovo di Ravenna si legge: Colonos, aut partiarios et servos subfacentes parti Sanctae Vestiae Ecclesiae, ad militandum subtrahere non liceat. Sed si militati fuerint, eos discingi et dismilitari jubemus.

Finalmente esenti dalla milizia secolare erano coloro che entrati nella milizia ecclesiastica per servir Dio, non era di dovere che si mischiassero nel sanguinoso mestier delle guerre. Ma che non fa il genio de’ principi ambiziosi e conquistatori? Vorrebbono che ognun fosse soldato, e che tutti corressero ad esporre per essi le loro vite. Perciò ne’ vecchi secoli s’introdusse e durava a’ tempi di Carlo M. l’abuso di obbligare anche i chierici, e fino i vescovi a comparir coll’armi in occasion di guerra, pretendendo ciò, perché godeano beni Regali, ed erano sottoposti al peso de’ vassalli. Né pur godeano esenzione gli Abbati. Da un documento di Pistoia dell’anno 812 ricaviamo che Ildeperto Abbate sovente era forzato ire in hoste, cioè andare alla guerra. Porta il P. Tomassini (parte III, lib. I, cap. 40 de Benefic.) molte leggi e canoni vietanti una tal deformità. Spezialmente è da vedere un tomo VIII de’ Concilj del Labbe una supplica del popolo a Carlo M.: Ne Episcopi deinceps, sicut hactenus, vexentur hostibus; sed quando nos in hostem pergimus, ipsi propriis resiedebat in parochiis. Seguita appresso il decreto d’esso Augusto, il quale, particolarmente Apostolicae Sedis hortatu, esenta tutti i preti dall’obbligo di concorrere alle armate, dicendo fra l’altre cose: Haec vero Galliarum, Spaniarum, Langobardorum, nonnullasque alia gentes, et Reges earum fecisse cognovimus, qui propter praedictum nefandissimum scelus nec victores extiterunt, nec patrias retinuerunt. Leggesi ancora una lettera di San Paolino patriarca d’Aquileja allo stesso Carlo Magno (lib. VII Miscell. Baluz.) in cui il supplica ut liceat Domini Sacerdotibus militare in solis castris Dominicis; annoverando poi gl’immensi scandali e mali che risultavano al Clero da questa troppo indecente usanza. E pure non cessò essa con tutti i bei decreti di Carlo M., perché la troviam tuttavia vigorosa sotto Lodovico Pio suo figlio, e sotto i suoi nipoti. Ermoldo Nigello Abbate d’Aniana nel lib. IV de Gest. Ludov. Pii (poema da me dato alla luce nella Raccolta Rer. Ital.) racconta d’esser egli stesso intervenuto alla guerra mossa da Lodovico Pio contro i popoli della Bretagna minore, e che il re Pippino gli diede la burla per questo.

Huc egornet scutum humeris, ensemque revincitum

Gessi: sed nemo me feriente dolet.

Pippin, hoc aspiciens, risit, miratar, et infit

Cede armis, frater; litteram amato magis.

 Ripigliamo ora la costituzione di Lodovico II Augusto intorno alla spedizione di Benevento. Ivi è determinato che gli Abbati e le Badesse plenissime homines suos mandino all’esercito. Qual fosse la sorte de’ Vescovi, si ha dalle seguenti parole: Si Episcopus absque manjfesta infirmitate remanserit, pro tali negligentia ita emendetur, ec. Mirate che detestabil aggravio era questo ai pastori della Chiesa di Dio. E pure anche nel susseguente secolo troviamo lo stesso abuso, apparendo ciò da un diploma di Ottone I Augusto, spedito nell’anno 965 in favore di Annone vescovo di Vormazia, e da me pubblicato, dove si legge: Nec ab hominibus ipsius Ecclesiae hostilis expeditio requiratur, nisi quando necessitas utilitati Regum fuerit, simul cum suo Episcopo pergant. Un’altra pruova abbiamo che in esso secolo X forzati fossero a militare vescovi e cherici in Italia, cioè le parole di Raterio vescovo di Verona, là dove scrive: Ego ipse quondam, quum Imperiali praecepto urgeremur Gardam obsidere Castrum, et Episcopi et Clerici istius Provinciae, non quidem Religionis amore, sed laboris obtenderent odio, sui hoc Ordinis minime fore: petulanti, ut saepe, respondi sermone: Ut non permittunt Canones Clerico pugnare, sic non stuprare. Altrove lo stesso Ratenio confessa che gli Ecclesiastici andavano alla guerra, e riprova questo abbominevol costume. Anche dopo il mille se ne truovano frequenti esempli nella Storia. Basterà qui riferir le doglianze di Guido abbate di Chiaravalle nel tomo II Miscell. del Baluzio. Olim (dic’egli) non habebant castella et arces Ecclesiae Cathedralis; non incedebant Pontifices loricati. Sed nunc propter abundantiam temporalium rerum, fiamma, caede, possessiones Ecclesiarum Praelati defendunt, quas deberent pauperibus erogare. Ma andiamo innanzi.

Se taluno mancato avesse di portarsi all’armata, ad una grave pena pecuniaria veniva condennato. Ecco un editto di Carlo Magno nella legge Longobardica XXXV. Quicumque liber homo in hostem bannitus fuerit, et venire contemserit, plenum heribannum componat secundum legem Francorum: idest sexaginta solidos solvat. Chi era impotente a pagar tanta somma, tanto tempo a guisa di servo dovea lavorare al principe, che avesse scontata la pena. Ma nella legge XXIII si osserva moderato un tal rigore colle parole seguenti: De heribanno volumus ut Missi nostri hoc anno exactare fideliter debeant; idest de homine habente sex libras in auro et argento, bruneis, aeramento, pannis, caballis, bobus, vaccis, aut peculiis, recipiant plenum heribannum, idest libras tres, ita ut uxores aut infantes non fiant expoliati pro hac re de eorum vestimentis. Susseguentemente prescrive quanto abbia a pagare chi ha un capitale di sole tre libre, ec. Ma Lodovico II imperadore nella costituzione sopr’accennata caricò forte la mano coll’ordinare che i disubbidienti, se aveano beni allodiali, li perdessero; se erano vassalli, fossero spogliati de’ benefizi; se Messi o Conti, restassero privi delle lor dignità. Aggiunse di più un aggravio, che ben ci parrà insoffribile, comandando ut omnes omnem hostilem apparatum secum deferant, ec. Vestimenta autem habeant ad annum unum; victualia vero, quousque novum fructum ipsa patria habere potuerit. Se doveva ogni persona alimentarsi anche del suo, era ben la milizia d’allora un gran gastigo de’ poveri popoli. Non mancano guai a’ dì nostri per cagion dei soldati; ma in fine son meglio regolate le cose. E che anche i Franchi poco meno tenessero la regola suddetta, s’ha dai loro Capitolari, lib. III, cap. 74, dove Carlo M. ordina ut secundum consuetudinem ad hostem faciendam indicetur et observetur: idest victualia de Marcha (cioè della provincia) ad tres menses, et arma atque vestimenta ad dimidium annum. Ma perché i soldati esigevano la vettovaglia dal paese dove si trovavano, Lodovico Pio (come s ’ha dalla sua Vita scritta dall’Astronomo all’anno 796) essendo solamente re, Inhibuit, a plebeiis ulterius annonas militares, quas vulgo foderum vocant, dari. Et licei hoc viri militares aegre tulerint tamen ille vir misericordiae, considerans et praebentium penuriam, et exigentium crudelitatem, satius judicavit de suo subministrare suis, quam sic permittendo copiam rei frumentariae, suos irretiri peniculis. Pensa il Du-Cange che il nome di foderi importi solamente il foraggio per li cavalli. Ma si stendeva più oltre questo peso, facendosi qui menzione reifrumentariae. Certo ne’ secoli susseguenti, ne’ quali fu maggiormente in uso la parola foderum o fodrum, s’intendeva il vitto per li soldati. Truovasi che Lottario nella legge LXXI impose la pena di morte a chi de’ liberi uomini non accorreva coll’armi, allorché qualche nemico esercito venisse ad istius Regni vastationem, vel ad contrarietatem fidelium nostrorum. Ma in un’altra legge sua, da me aggiunta alle Longohardiche, si determina una pena più mite, e niuna se ne impone a coloro qui propter nimiam paupertatem neque per se hostem facere, neque adjutorium praestare possunt: il che fa vedere che si poteva mandare anche un sustituto alla guerra.

Vengo ora alle fortificazioni delle città e castella. Anche ne’ secoli barbarici si mantenne l’uso di cingerle di buone ed alte mura formate di marmo o di mattoni cotti. Vi si aggiugnevano torri, con determinato ordine e intervallo inserite nelle mura, per battere non men da fronte che da’ fianchi il nemico che osasse dar la scalata. Nelle pianure per lo più si circondava la città con profonda e larga fossa. Se in questa introducessero acqua, noi so dire: Vegezio non ne parla. Nella Descrizione della città di Milano, spettante al secolo IX, si legge: Celsas habet, opertasque turres in circuitu. Duodecim latitudo (del muro) pedibus est; immensumque deorsum est quadrata rupibus. (marmi), perfectaque eriguntur sursum. Erga murum pretiosas novem habet januas, vincis ferreis, et claves circumspectas naviter, ante quas cataractarum sistunt propugnacula. Ho anch’io data alla luce la Descrizioni di Verona probabilmente circa l’anno 790 e se ne parla nella seguente forma: Per quadrum est compaginata, murificata firmiter, quadraginta et octo turres praefulgent per circuitum: ex quibus octo sunt excelsae quae ominent omnibus. Più sotto si dice che ha ancora Castrum magnum et excelsum, probabilmente sulla montagna, dove è tuttavia. Ma che circa i suddetti tempi quella città fosse maggiormente fortificata, si raccoglie da un documento riferito nella Storia Veronese del Corte, e ristampato dall’Ughelli. Ivi si legge: Tempore Regis Pippini, quum adhuc ipse puer esset, gens Hunnorum, alias Avares dicta, Italiam cum exercitu invasit. Quum de eorum adventu Carolus Rex Francorum centior factus esset, Veronam tunc majoni ex parte dirutam reparare studuit, murosque et turres, fossasque per urbis gyrum fecit; adjectisque palis fixis a solo usque munivit, ibique Pippinum filium reliquit. Il che non si sa ben combinare con quello che si legge nella Vita di papa Adriano I presso Anastasio, perché pochi anni prima Adelgiso, figlio di Desiderio ultimo re dei Longobardi, si rifugiò a Verona, pro eo quod fortissima prae omnibus civitatibus Langobardorum esse videretur. Qual dunque fosse il tempo in cui furono accresciute le fortificazioni a quella città, l’abbiam veduto, e fra esse quella che oggidì si chiama palizzata, e anticamente si appellava palancatum: parola che scappò alla diligenza del Du-Cange. Era il palancato composto di pali fitti in terra e d’asse. Negli Statuti di Modena del 1327 si leggono le seguenti parole: Quod nullus audeat tollere vel accipere de lignis butifredorum, vel palancati, qui sunt super foveas civitatis, et Circarum Communis Mutinae. In un altro si comanda, ut quilibet de Cinquantina teneatur reficere suam partem palancati in sua porta, et illud custodire. Quando questa voce non sia formata dai pali, sarebbe da attribuirne l’origine a planca, significante tavola, asse, con essersi detto plancatum, e poi palancatum. Nell’anno 1100 pare che la città di Mantova d’altro non fosse circondata, che di pali: Stipitibus, dice Donizone nella Vita di Matilda. Per testimonianza ancora d’Agnello nella Vita di Pietro Seniore arcivescovo di Ravenna, juxta Ravennam a Longino Praefecto palocopia in modum muri propter metum Langobardorum exstructa est. Per conoscere poi qual fosse la fortificazione delle città nel secolo IX, si osservi quanto ha un diploma di Lodovico II Augusto, spedito nell’anno 814 in favore dell’imperadrice Angilberga sua consorte. Avea questa principessa fondato presso le mura di Piacenza un insigne Monistero di Monache, che poi circa l’anno 1112 passò in uso de’ Monaci Benedettini. Desiderando essa che quella porzione ancora di pubblico muro si aggiugnesse al Monistero, l’ottenne per via d’esso diploma, in cui quell’Imperadore dice: Adjungentes ipsi ex Nostro, et in perpetuum largientes omnem muri ipsius civitatis intrinsecus et extrinsecus valium a fundamentis usque ad pinnas murorum, quantum protendi a porta Mediolanensi usque ad posterulam subsequentem: sed et universas in circuitu murorum, et antemuralium, turnium quoque et portarum ac posterularum macerias. Noti il Lettore chi fosse allora il dispotico signore di Piacenza, e poi determini che sia da dire di chi ha sognato ai dì nostri che Piacenza fosse nell’Esarcato conceduto dai re Pippino e Carlo Magno alla Chiesa Romana. Sicché le città erano guernite di bastioni, muro, antemurale, torri, porte e posterle, cioè di picciole porte, e di cataratte alle porte, composte di una ferrata che potea alzarsi ed abbassarsi. Noi ora le chiamiamo saracinesche. Quanto alle torri, convien udire Guntero nel Ligur. lib. II, dove descrive l’assedio di Tortona fatto nel 1155 da Federigo I.

Heic pariter validas turres, quibus undique sedes

Tuta videbatur, rubeo nitidissima muro,

Pro saxo laterem celeberrima turris habebat.

Hanc ibi Tarquinium quondam fundasse Superbum

Rumor erat, nomenque loco retinente, Superba

Illa vocabatur longo jam tempore turris.

Huic subjecta jugo, valido firmissima muro,

Turribus et celsis consurgunt moenia pinnis,

Exornantque suam tectis sublimibus urbem.

Vedemmo fatta menzione dell’antemurale. Alberto Aquense spiega questa scura voce con un’altra non meno scura nel lib. III, cap. 32 della Storia Gerosol. con dire: Inter muros et antemurale, quod vulgo barbacanas vocant. Adunque lo stesso fu l’intemurale e il barbacane. Anche Alessandro Abbate di Telesa nel libro II, cap. 10 della sua Storia scrive: Cum longissima pertica, in cujus summo uncinus ferreus erat, antemurale, quod vulgo barbacanus, toto divellitur conamine. Nella Storia dell’espugnazione di Maiorica, fatta nell’anno 1114 dai Pisani, s’incontrano queste parole: christianus exercitus exsultans, et Deum laudans, castella duo, et mangana conducit ad cassarum (cioè alla rocca) juxta quod erant barbacanae magnae latitudinis et profundae altitudinis, quas lignis (i Cristiani) impleverunt, et castella superinduxerunt. Sembra dunque che gli antemurali o i barbacani fossero mura più basse che coprissero le mura maestre delle città, affinché non si potessero gli arieti e l’altre macchine dei nemici accostare, se non dopo molta fatica, alle porte e mura superiori. Negli Annuali Pisani all’anno 1156 è scritto che i Pisani fecero barbacanas circa civitatem. Se questo sussiste, una specie di antemurale si potea chiamare quella corona di basso muro che girava nel secolo prossimo passato intorno alle fortezze, e si chiamava falsa braga. Fu anche in uso di coprir le porte con muro tortuoso, talmente che non appariva la loro entratura, ed ancor questo portava il nome di antemurale. Ne’ Paralipomeni dell’Anonimo Salernitano, cap. 120 vien raccontato che nel secolo IX un Saraceno avvisò Guaiferio principe di Salerno, ut undique urbem suam reaedificari faciat, et antemuralem illum, qui est juxta mare, sine mora in altum elevet, ut unam turrim in uno capite, et aliam in alio, ec. Sicché due ordini di mura guernivano le città e fortezze, cioè il muro alto delle medesime e l’antemurale: il che si praticò ancora negli antichissimi tempi. Udite San Girolamo al cap. 26 d’Isaia. Et ponetur in ea murus et antemurale fidei, ut duplici sit septa munimento. Hic murus et hoc antemurale de vivis lapidibus extruitur. Pro eo, quod nos vertimus antemurale, Symmachus firmamentum interpretatus est; ut ipsi muri munitionibus cincti sint, et vallo fossaque, et aliis muris, quos in aedificatione castrorum solent loriculas dicere. In alcuni luoghi in vece di antemurale si faceva un doppio muro intorno alle fortezze. Ho Autore che scrive, vedersi tuttavia in qualche sito, che Costantinopoli era cinta di doppio muro. E Radevico (libro 11, cap 40) ci rappresenta Crema duplici muro excelso circumdatam. E Ottone da San Biagio all’anno 1194 scrive che Gerusalemme dai Saraceni duplici muro, antemurali opposito ac fossatis profundissimis cinctam fuisse. Continuò poi sempre l’uso degli antemurali, o vogliam dire barbacani. Ecco ciò che scrive Giovanni Villani, lib. IX, cap. 135: S’ordinò che si cominciassero i barbacani, ovvero con fossi, di costa alle mura da fossi per più fortezza e bellezza della città. E al libro IX, cap. 257: Le mura di qua dall’Arno grosse braccia tre e mezzo, senza i barbacani, et alte braccia venti co’merli, ec. E che i barbacani non fossero molto discosti dal muro delle città, possiamo dedurlo da un pezzo di Storia nelle note del Benvoglienti alla Cronica Sanese, dove si favella di un Ghinozzo prigione in una fortezza, il quale nell’anno 1329, salito un dì a cavallo, gli diede di sproni, e fe’ saltare il cavallo, el rivellino della rocca; e giunse sul barbacane, e saltò in terra; e tocca da speroni il cavallo, e per la via correndo se n’andò a Sassoforte. Sicché i barbacani servivano per impedire o difficultare l’accesso delle torri, ed altre macchine di guerra, e scale alle mura delle città e fortezze. Altrove si veggono fabbricati avanti alle fosse. Porcellio (lib. IX Comment.) descrivendo l’espugnazione di Castiglione Mantovano, così parla: Vincunt hinc antemurale Bracciani, praetereunt inde fossas, et jam vallum ascendebant. Fra le fortificazioni delle città pare che s’abbiano a contare anche le carbonarie. Fassi menzion d’esse nelle vecchie carte, e presso Falcone Beneventano, là dove scrive: Reversi sunt usque ad carbonariam foris civitatem, ubi stagnum luteum putridumque erat. Altri esempli son da vedere presso il Du-Cange, il quale non seppe determinare cosa fossero le carbonarie; e né pur io lo so. Le parole di Falcone sembrano indicar fosse piene d’acqua. Nel Vocabolario della Crusca è detto: Carbonaria, fosso lungo le mura. Ma meglio è sospendere il giudizio. Tolomeo da Lucca negli Annali brevi all’anno 1184 notò che fuit Consul Alcherius, qui aedificavit carbonarias. Adunque pare che fossero più tosto edifizj. Cum fossis, et carbonariis, et muris, et turre, si legge in una carta della contessa Matilda, rapportata dal Fiorentini: il che ci fa conoscere, essere state le carbonarie cosa diversa dalle fosse. Ma nella Cronica di Foligno all’anno 1283 sono le seguenti parole: Statim, quum viderunt vexillum apparuit eis maxima carbonaria inter eos et Fulginates. Et sic hostes terga verterunt, credentes in carbonariam praecipitare. Adunque furono le carbonarie luoghi profondi e a guisa di fosse. Presso le mura di Napoli era Ecclesia Sancit Johannis in Carbonaria; e per quella parte clandestinamente entrato il re Alfonso I s’impadronì della città.

Da che cominciarono sulla terra a comparir le guerre, s’introdusse anche l’uso de’ castelli, fortezze e rocche; e molte n’ebbe l’Italia al secolo IX, tutte spettanti al solo Re od Imperadore, poiché ai privati non era permesso d’averne; e se alcuno n’ebbe, fu con licenza del Principe Sovrano. Papa Leone IV o perfezionò la città Leonina cominciata prima da Leone III, o pure interamente per le esortazioni e preghiere di Lottario I Augusto la fabbricò. Vi fu alzata un’iscrizione, che l’Aringhi dice posta supra Porta in castri Sancti Angeli, quae Porta Ænea dicebatur, et Sanctum Petrum respiciebat. Il Turrigio la dice collocata supra Portam olim appellatam Sancti Petri, sive Leonianam. In un MS. dell’Eminentissimo Cardinale Domenico Passionei si legge posta ad Portam Viridariam. Eccola quale è presso l’Aringhi e il Turrigio:

Qui venis ac vadis, decus hoc adtende viator,

Quod Quartus struxit nunc Leo Papa libens.

Marmore praeciso radiant haec culmina pulchra,

Quae manibus hominum facta decora placent.

Caesaris invicti, quod isthic cernis, honestum,

Praesul tantum, quod tempore gessit, opus.

Credo malignorum sua numquam bella nocebunt,

Neque triumphus erit hostibus ultra suis.

Roma caput Orbis, splendor, spes, aurea Roma,

Praesulis, ut monstrat, en labor alma tui.

Civitas haec a conditonis sui nomine Leoniana vocatur. Nel codice Passioneo si leggono così alcuni versi:

Quae manibus hominum aucta decore placent.

Caesaris invicti, quod cernis iste HLOTARI,

Tantum Praesul ovans tempore gessit opus.

Credo malignorum tibi numquam, ec.

Un’altra iscrizione riferita dall’Aringhi e Turrigio, che in esso codice si dice posta ad Portam Urbis, juxta Molem Hadriani, ha le seguenti parole:

Romanus, Francus, Bardusque viator, et omnis

Hoc qui intendit opus, cantica digna canat.

Quod bonus Antistes Quartus Leo rite novavit

Pro patriae ac plebis ecce salute suae.

Principe cum summo gaudens Hotharius

Heros Perfecit, cujus emicat altus honor.

Quod veneranda fides nimio deduxit amore

Hoc Deus omnipotens praeferat arce Poli.

Civitas Leoniana vocatur.

Gli ultimi versi nel MS. Passioneo si leggono così:

Principe cum summo gaudens haec cuncta Johannes

Perfecit, cujus emicat altus honor.

Quos veneranda fides nimio devinxit amore,

Hoc Deus omnipotens perferat arce Poli.

Civitas haec a Conditoris sui nomine Leonina vocatur.

Se sussiste questa lezione, intendiamo di qui che anche papa Giovanni VIII si adoperò per compiere la città Leonina. In tal caso quel Principe cum summo denoterebbe Lodovico II, o Carlo Calvo, o Carlo il Grosso, a’tempi de’ quali tenne esso Pontefice la Sedia di San Pietro. Ove noi avessimo una più ampia Vita di questo Papa, apparirebbe se sussista la suddetta lezione. Nel secolo medesimo, un solo non fu il Romano Pontefice che aspirasse alla gloria di fabbricator di città. Anche Gregorio IV papa avendo riedificato la città d’Ostia, per testimonianza di Anastasio, ordinò che fosse chiamata Gregoriopoli. A questa si dee aggiugnere Giovannipoli, fabbricata dal suddetto papa Giovanni VIII. La pruova di ciò esiste nella seguente iscrizione da me trovata nel prefato codice Passioneo. In Porta Burgi Basilicae Sancti Patili.

Hic murus salvator adest, invictaque Porta,

Quae reprobos arcet, suscipiatque pios.

Hanc proceres intrate senes, juvenesque togati,

Plebsque sacrata Dei, limina sancta petens.

Quam Praesul Domini patravit rite Johannes,

Qui nitidis fulxit moribus ac meritis.

Praesulis Octavi de nomine facta Johannis

Ecce Johannipolis Urbs veneranda cluit.

Angelus hanc Domini Pauli cum Principe Sanctus

Custodiat Portam semper ab hoste nequam.

Insignem nimium, muro quam construit ampio

Sedis Apostolicae Papa Johannes ovans.

Ut sibi post obitum caelestis janua Regni

Pandatur, Christo sat miserante Deo.

Avea papa Leone IV, per assicurare la sacrosanta Basilica Vaticana dalle irruzioni de’ Saraceni, fabbricata la nuova città Leonina con buone mura ed altre fortificazioni. Ma restando ai loro insulti esposta l’altra insigne Basilica di San Paolo fuori di Roma, Giovanni VIII papa, mosso da una lodevol gara, la cinse di mura, bastioni e porte, ordinando che questa nuova città si chiamasse Giovannipoli. D’essa non ho trovato altrove menzione alcuna. Così nello stesso secolo IX Sicone principe di Benevento fabbricò una città, chiamata dal suo nome Sicopoli. Tutto per timore de’ Saraceni che infestavano tutte le città della Puglia, anzi minacciavano l’ultimo eccidio a Roma stessa. Odasi ciò che scrisse il medesimo papa Giovanni VIII al re Carlo, cioè al Grosso, che fu poi imperadore, nell’anno 879, o nel seguente. Sed nostram ipsi dicti Ismaelitae, quam alii concives nostri impugnant ac persequuntur, ut extra muros urbis nullatenus, vel qui labore manuum suarum vivere valeant, vel qui (ut ita dixerim ) Christianitatem suam, sicut decet, observent, egredi libere possint. L’esempio del Romano Pontefice servir dovette di stimolo ad altri vescovi per fortificare le loro città. Ansperto arcivescovo di Milano, che nell’anno 882 passò all’altra vita, come apparisce dal suo Epitaffio presso il Puricelli,

Moenia sollicitus commissae reddidit urbi

Diruta......

 E Leodoino vescovo di Modena, come consta dalla memoria già riferita nella Dissertazione I, cioè circa l’anno 893, mentre bollivano le guerre fra Guido e Lamberto imperadori e Berengario re, fortificò la sua città, non contra Dominos, ma per difendere i cittadini in que’ sì scabrosi tempi. Nel diploma di que’ due Augusti presso il Sillingardi ed Ughelli è permesso a Leodoino fossata cavare, portas erigere, et super unum milliarium in circuitu Ecclesiae civitatis circumquaque firmare, ad salvandam et muniendam ipsam Sanctam Ecclesiam. Trovavasi allora l’Italia esposta a molti pericoli, anzi agitata da non pochi guai. Durava la sanguinosa gara fra i suddetti emuli Re, che ne disputavano fra loro la signoria. Era preceduta la fiera invasione de’ Saraceni nella Calabria e in altre confinanti provincie, per cui moltiplicavano a dismisura le calamità in quelle parti per parecchi anni, e ne provò le sue la stessa città di Roma. Un’altra gran brigata di costoro, avendo fissato il piede in Frassineto tra l’Italia e la Provenza, metteva a sacco i popoli circonvicini. Ma ciò che maggiormente mise il cervello a partito agl’Italiani, fu l’incredibile crudeltà degli Ungari, gente barbara e spietata, che sul principio del secolo X cominciarono a scorrere dalla Pannonia, detta poi dal nome loro Ungheria, nell’Italia, devastandola con incendj, stragi e rapine. Queste furono le principali cagioni che fecero in certa guisa mutar faccia all’Italia.

Poche erano prima di que’ tempi le città e castella provvedute di buone mura, e d’altre fortificazioni. Gran tempo s’era goduta la pace sotto gl’Imperadori Franchi, né da moltissimi anni s’era provata incursione alcuna di Barbari, e perciò quasi dappertutto si viveva alla Spartana; e non che la campagna, le città istesse si trovavano prive di ogni difesa. Quei che si chiamavano Borghi, per attestato di Santo Isidoro, furono domorum congregationes, quae muro non claudebantur. Allorché diedero legge all’Italia i Romani e i Goti, qui si contavano assaissime fortezze; ma per le guerre poscia succedute, e per la lunga pace, andarono la maggior parte in rovina. Però sopravenute le varie turbolenze suddette, e massimamente le tanto deplorabili irruzioni degli Ungari, si diedero i popoli a rifar le antiche fortezze e a fabbricarne delle nuove, per resistere ai nemici e per mettere in salvo le lor vite ed averi alle occasioni. Questo medesimo ripiego si cominciò a praticare in Francia nei secolo XX, a cagion delle tante lagrimevoli scorrerie de’ Normanni. Pertanto chiunque potè, ottenuta licenza dai Re od Augusti, o pure dai principi Longobardi ne’ Ducati di Benevento e Salerno, s’applicò a fabbricar rocche, fortezze e castella, e a ben provvedere le città di mura, e a fortificarsi anche ne’ suoi feudi, e fino ne’ beni allodiali. Per una simile occasione (come attesta Ennodio, lib. II Carm.) Onorato vescovo di Novara sul fine del secolo V fabbricò e fortificò un castello. L’Autore della Cronica del Volturno, trattando de’ tempi di Lodovico Pio, così scrive nel lib. II: Eo siquidem tempore rara in his regionibus castella habebantur, sed omnia villis et ecclesiis plena erant. Nec erat formido aut metus bellorum, quoniam alta pace omnes gaudebant usque ad tempora Saracenorum. Cessante quoque devasatione et persecutione illorum, qui tunc evadere potuerunt, vel sua invenire potuerunt, Regis judicio et precariis possederunt, usquequo Normanni in Italiam pervenerunt. Qui sibi omnia diripientes, castella ex villis aedificare coeperunt, quibus ex locorum vocabulis nomina incidere. Ma molto gli altri popoli della Lombardia, anzi dell’Italia impararono a provvedersi di buoni ripari ed asili, e massimamente contro la diabolica razza degli Ungari. Come consta dalla Storia ecclesiastica di Piacenza, Eurardo vescovo di quella città nell’anno 898 comperò ab Andrea habitatore Bardi montanea Placentina medietatem de petra, quod est saxum, in loco Bardi, ubi castrum aedficatum esse videtur moderno tempore. Rapporta l’Unghelli una carta de’ Canonici di Verona, scritta forse nell’anno 909 dove essi concedono agli abitanti nel castello di Cereta di fabbricar ivi una torre pro persecutione Ungarorum. Anche la città di Bergamo si trovava in gran pericolo, maxima saevorum Ungarorum incursione, come apparisce dal diploma di Berengario I re conceduto ad Adalberto vescovo e a’cittadini di quella città, nel quale diede loro licenza che potessero turres et muros ipsius civitatis reaedificare. Parimente Gauslino vescovo di Padova impetrò da Ottone I Augusto nell’anno 964 castella cum turribus et pro pugnaculis erigere, nome abbiam dall’Ughelli. Dissi che a ciò occorreva la licenza del Sovrano, e lo stesso si praticava anche in Francia. E però Carlo Calvo re circa l’anno 864 ne’ Capitolari presso il Baluzio pubblicò il seguente editto: Expresse mandamus, ut quicumque istis temporibus castella a firmitates, et hajas sine nostro verbo fecerunt, kalendis augustis omnes tales firmitates disfactas habeant. Che se alcuno in Italia senza licenza del principe osava piantar delle fortezze, correva pericolo di edificarle non per sé stesso, ma pel suo Sovrano. Paolo abbate del Monistero del Volurno nell’anno 967 impetrò da Pandolfo e Landolfo principi di Benevento, ut ubicumque ille, vel successores in hereditate vel in pertinentia ejusdem Monasterii turrem aut castellum fecerint, semper in potestatem et dominationem ejusdem Monasterii, et ejus Abbatibus et Rectoribus esse debeant, et nullam dominationem ibidem habeat pars nostra publica, cioè il Fisco d’essi principi. Così Rozone vescovo d’Asti nell’anno 969, per facoltà concessagli da Ottone il Grande presso l’Ughelli, potè castella, turres, merulos, munitiones, valla, fossas, fossata, cum propugnaculis struere et aedjficare. Di queste fortificazioni era guernita la città di Torino ne’ vecchi tempi; ma ne restò priva per iniquità di Amolone vescovo, ch’era stato Arcicancelliere di Lamberto imperatore sul fine del secolo IX. Ecco ciò che ne scrive l’Autore della Cronica Novaliciense, dove fa menzione Ammuli Episcopi Taurinensis, qui ejusdem civitatis turres et muros perversitate sua destruxit. Fuerat haec siquidem civitas condensissimis turribus bene redimita, et arcus in circuito per totum deambulatorios cum propugnaculis desuper, atque antemuralibus, ec. Che la facoltà di fabbricar fortezze fosse conceduta anche alle persone private, apparirà da un diploma di Berengario I re, dato in favore di Risinda Badessa del Monistero Pavese di Santa Maria Teodota, oggidì della Posterla, nell’anno 912. Ivi dice il Re di concederle aedificandi castella in opportunis locis licentiam, una cum bertiscis, merulorunt propugnaculis, aggeribus atque fossatis, omnique argumento ad Paganorum Insidias, cioè degli Ungheri, gente venuta dalla Tartaria e tuttavia idolatra.

Quelle che son qui appellate bertesche e baltresche, si truovano menzionate dagli antichi autori della lingua Italiana. Erano, se mal non mi appongo, casotti o torricelle di legno con picciole finestre, stando ivi le sentinelle pronte a scagliar saette contro i nemici. Vi son anche nominati meruli, oggidì merli; parola che non veggo mentovata dal Du-Cange. Il Menagio la tira dal Latino minae con questa bella scala: mina, minum, minulum, menulum, merulum, merlum. Chi può crederlo? Forse da mirare si formò mirula, che degenerò in merula e merulus. Lo stesso furono meruli e pinnae murorum, e dalle loro aperture si saettava e gittavano sassi. In un diploma di Lottario II re d’Italia dell’anno 948 è data licenza ad un certo Waremondo di edificare turres et castella cum meruliis et propugnaculis, et cum omni bellico apparatu. In un altro diploma di Berengario I re nell’anno 911 vien conceduta a Pietro vescovo di Reggio licentia construendi castrum in sua Plebe sita in Vicolongo. Per tal maniera a poco a poco e vescovi e abbiti, Conti, Vassi ed altri potenti del secolo fabbricarono tanta copia di rocche, torri e fortezze, che nel secolo X e vie più nell’XI se ne mirava per così dire, una selva, spezialmente in Lombardia. Piantavansi tali fortezze nel piano, ma incomparabilmente più nelle colline e montagne, e nelle cime d’esse, acciocché il sito stesso accrescesse forza a quelle fortificazioni. A’ tempi ancora de’ Romani le castella per la maggior parte si solevano fondare in editis locis. Avreste veduto allora nelle colline e montagne del Modenese e Reggiano una corona di rocche e torri, quasi tutte possedute dalla contessa Matilda, non so se con titolo di feudo o allodio, o perché ella fosse, come è molto probabile, governatrice ancora di quelle città. Altre fortezze in que’ siti, anzi nel resto della Lombardia, appartenevano ai Conti minori cioè rurali, ai Valvassori, Capitanei, Castellani (che così ne’ secoli rozzi si chiamavano anche i signori di un castello) ed altri potenti. Eranvi ancora comunità forensi che, avendo presa la forma di Repubblica, formavano rocche e fortezze per loro difesa. Ciò che in un paese si faceva; trovava tosto degl’imitatori in altre parti: il che non so dire se recasse più vantaggio o danno all’Italia, perché tanta abbondanza di luoghi forti cagionava discordie, guerre ed assedj. Facilmente allora avveniva che questi signorotti insultassero i vicini, o si ribellassero alle città e agli stessi Regnanti. Fin l’anno 946 Guido vescovo di Modena, gran faccendiere, fece testa ad Ugo re d’Italia; e però (come scrisse Liutprando lib. V, cap. 12 della Storia) esso Re, congregatis capiis ed ejus castrum Vineolam (e non Niveolam) venit, idque viriliter, sed inutiliter, oppugnavit. È situata la terra di Vignola nel Modenese presso il fiume Panaro; ed ivi io, qualunque mi sia, nacqui nell’anno 1673. Così molto famosa riuscì la rocca di Canossa, piantata in un sasso isolato del Contado di Reggio, con avere sofferto un lungo ed inutile assedio da Berengario II re d’Italia dopo l’anno 950. Descrivendola Donizone nel libro I, cap. 2 della Vita di Matilda, così parla:

Non aries, vulpis, neque machina praevalet ullis

Ictibus ex celis nostris pertingere tectis.

Del pari, per attestato del Continuatore di esso Liutprando, Mons Feretranus, oggidì Montefeltro, quod oppidum Sancti Leonis dicitur, servì di ricovero al suddetto Berengario per gran tempo, finché vinto dalla fame, venne in potere dell’esercito di Ottone il Grande imperadore nell’anno 963, o nel seguente.

Quel che ora conviene osservare, si è che dopo il mille, e massimamente nel secolo XII, si diedero più di prima gl’Italiani all’arte della guerra. Buona parte oramai delle città di Lombardia, Genovesato e Toscana avea pigliata forma di Repubblica, e a conservarla abbisognavano di danaro e d’industria. Perciò presero a ricuperare 533 tutto l’antico loro distretto, troppo dianzi smembrato e trinciato, con sottomettere i Nobili, che più non ubbidivano alla città. Poi si trattò di fare resistenza agl’Imperadori, che non mantenevano i privilegj e le antiche consuetudini, ed imponevano aggravj oltre il dovere. Primi furono i Normanni a dare esempli di mirabil fortezza e disciplina militare nel Regno di Napoli e di Sicilia nel secolo XI. Probabil cosa è che da essi passasse negli altri popoli d’Italia l’amor della gloria, e l’applicazione al mestiere dell’armi. Ciò che avvenne nella lunga guerra tra Federigo I Augusto e le città della Lega Lombarda, si può veder nelle Storie di que’ tempi. Gli stessi Tedeschi ebbero allora di che imparare dai Lombardi. Arnaldo da Lubecca nella Cronica Slavica, cap. 92, narrando l’assedio fatto nell’anno 1163 di una città da Arrigo Lione celebre duca di Baviera e Sassonia, così scrive: Et statim praecepit ex abundanti nemore ligna conduci, et optari bellica instrumenta, qualia viderat facta in Lombardia, id est Cremae, sive Mediolani. Fecitque machinas efficacissimas, unam tabulatis compactam ad perfringendos muros; alteram vero, quae excelsior erat, et in turris modum erecta, superexaltata castro ad dirigendas sagittas, et ad abigendos eos qui stabant in propugnaculis. Era antico l’uso di queste torri mobili sopra le ruote in Italia, ed alcuni le chiamarono phalas. Ora ne’ sopradetti secoli gran perfezione acquistarono le macchine militari, e massimamente quelle onde si gittavano sassi, chiamate bricolae, mangana, petrariae, prederiae, tortorellae, trabuchetti, trabuchelli, trabuchi, manganelle, ec. Ne’ Paralipomeni dell’Anonimo Salernitano da me pubblicati è nominata machina quam nos Patriam nuncupamus. È un errore dello stampatore; si dee leggere: quam nos Patrariam nuncupamus. Tali ancora furono i trabocchetti la qual voce nel Vocabolario della Crusca è spiegata così: Luogo fabbricato con insidie, dentro al quale si precipita. Così in fatti noi intendiamo oggidì. Ma una volta trabucheta o trebucheta lo stesso erano che i trabuchi, cioè macchine militari onde si scagliavano sassi, come apparisce dagli esempli recati nel medesimo Vocabolario. In una lettera dell’anno 1220, che si legge nel tomo II Miscell. Balul, vien detto: Super unamquamque turrim unus trabuchellus fuit erectus. Per altro è vero che ne’ secoli addietro, allorché godevano buon vento i tirannetti nelle gare de’ Guelfi e Ghibellini, si usò di forare, il pavimento delle camere, e coprirle con tavola dì legno chiamata ribalta, sopra cui chi incautamente metteva il piede, precipitava al basso. In certa rocca a me fu mostrata una di queste detestabili invenzioni. Trabocchello vien dall’Italiano, traboccare, e dura per disegnar le trappole per prendere sorci, uccelli e fiere. I Franzesi dicono trebuchet.

Torniamo alle macchine che traboccavano sassi e pietre, chiamate dagli antichi ingenia, tormenta, artificia, aedificia e difici dai Fiorentini. Chiamaronsi perciò Ingeniarii e Ingeniosi i fabbricatori d’esse, perché certo si richiedeva non poco d’ingegno a formarle e maneggiarle. Dura tuttavia presso di noi questa voce, e s’è stesa anche ad altri architetti. Bartolomeo da Neocastro nella Storia della Sicilia più volte nomina ingenias. E dice: Lapides ingeniaram volvuntur. Altrove dice: Magister ingeniae Admirati, quae vocabatur Castellionum, erecto diametro, adeo subtiliter ingenio temperavit ingeniam, quod quotiens ex ipsa lapides immittebat in castrum, singulos lapides immisit in puteum, qui vocatur Basilius. Nel Memoriale Potest. Regiens. si legge: Et habebant manganellas in plaustris, et manganabant eas per carrocium Parmae et homines illius partii. Altro non erano le manganelle se non piccioli mangani che gittavano pietre. D’esse ancora è fatta menzione negli Annali di Caffaro all’anno 1227. Praticossi In oltre di applicare un nome proprio a queste macchine, e massimamente di lupo o d’asino; e n’è ben antichissimo il costume. Ammiano Marcellino (lib. XXIII cap. 4, all’anno 363) descrive una di queste macchine, quae saxum contorquet, quidquid incurrerit collisurum. Cui etiam onagri vocabulum indidit aetas novella ea re, quod asini feri, quum venatibus agitantur, ita eminus lapides post terga calcitrando emittunt, ut perferent pecora sequentium, aut perfractis ossibus capita ipsa displodant. Lo creda chi vuole. Negli Annali Genovesi dello Stella all’anno 1372 sono riferite machinae plures, magni ponderis lapides jacientes; et prae aliis machina una, quae Troja (cioè porca) vocata, jacens lapidem ponderis, quod cantariorum XII usque in XIII vocantur. Se è vero che il cantaro di Genova pesi cento cinquanta libre, mirabili cosa dovea essere una macchina potente a lanciar per aria un sì gran peso. Presso il Du-Cange si veggono esempi d’altre simili macchine portanti il nome di Troja. Negli Atti della Repubblica di Modena dell’anno 1306 si vede nominato ballistum, quod appelatur la Lova (cioè la lupa) valoris et extimationis trecentarum librarum Mutinensium. Henrico Rosla Sasson, che per testimonianza del Meibomio scriveva circa il 1287. Scrive egli:

Non heic unigena fabricatur machina. Nomen Haec

Libralla tenet, quasi sexes pondera librans.

Obtinet illa Suis; sed Hirundinis haec; stat Aselli

Illa vocata nota

 Così Abbone nel libro II de obsid. Paris. ricorda arietes, vulgo carcamusas resonatos, cioè appellati. Nella Vita di Cola di Rienzo è scritto che all’assedio di Vetralla i Romani fecero una asinella de leno, e connusserla fi’ alla porta della Rocca. La notte se fece. Quelli della rocca mesticaro zolfo, pece, voglio, trementina, lena et altre cose, e jettaro questa mestura sopra lo deficio. La asinella fo in quella notte arza; la domane fo trovata cenere. Macchine tali si truovano anche appellata artes et artificia, onde forse uscì il nome di Artiglieria. Appresso Guntero (lib. III Ligur.) mangano vien chiamato Balearica machina in que’ versi:

Exstruitur mirae Balearica machina molis,

Quae valido longum transverberat aera jactu.

Jacopo Spiegelio nelle note a questo passo scrive: Balearica machina, idest funda, quae primum inventa est apud Baleares Insulas. Non l’ha inteso. Qui si descrive non la fionda volgare, ma bensì uno smisurato mangano. Vero che in alcune di tali macchine si lanciavano colla fonda gran sassi come avvertì Giusto Lipsio, lib. III, dial. 3 Poliorcet. Ma Guntero parla di una macchina gittante pietre e la distingue dalla fionda ordinaria con dire:

..... Lapides agitata minores

Funda rotat: magnos Balearica machina muros

Incutit, et duro muniamina verbarat ictu.

Truovasi presso gli antichi balea, baleare, balearius, per gittar pietre, piombo, saette. Di qua venne balista e balestra dal greco ballein. Odi ora ciò che dall’Anonimo Beneventano all’anno 1042 fu scritto: Maniaki perrexit in Trane; per mare et terra obsedit eam. Fecit ibi turrem excelsam ligneam, et tractoreas manculas et berbices, ut comprehenderet eam . Abbiamo ancor qui una torre ambulatoria. In vece di marmulas leggo machinas tractorias, o pure mancanas, cioè mangani tiranti sassi, e berbices, cioè arieti.

E qui si osservi come i nostri Etimologisti si son lambiccato il cervello per trovare onde sia venuta la parola magagna. Così ne parla Egidio Menagio nelle Origini della Lingua Italiana: Magagna difetto, mancamento. Credo da mancare, mancanus, mancana, macana, magana, magagna. Da machana Dorico lo cavano il Caninio e il Monosini. Voleva il Guieto che derivasse da magus. – Magus, maganeus, maganea, magagna. – A mangonibus, mangenium, mangonia, magagna, il signor Ferrari. – Tutti sogni. Fuor di dubbio è che da manganum venne la parola magagna. Allorché i mangani lanciavano e spargevano una pioggia di sassi, ne restavano morti o feriti uomini e cavalli, per nulla dir delle case. Perciò gli uomini o cavalli percossi dalle pietre de’ mangani si dicevano manganati e manganiati. Di qua invalse maganati e magagnare significante il ferire col mangano; e magagne le percosse o ferite cagionate dal mangani. – Si fanno mura che l’uomo non puote magagnare per defici, né per mangani. Così nell’antica Sposizione del Pater Noster presso gli Accademici della Crusca. Anche Matteo Villani (lib. I, cap. 22) scrive: E i loro cavalli erano più stanchi e magagnati dalle saette degl’Inglesi. La lingua Tedesca tuttavia chiama mangel la magagna e il mangano. Anche gl’Inglesi di là trassero si loro verbo mangle che significa percuotere, ferire, storpiare. Par cosa incredibile il trovar nelle vecchie Storie, di quanto gran peso si gittassero pietre dai mangani o sia dalle petriere, e da altre simili macchine, e che gran danno inferissero alle case e a’nemici. Talvolta le stesse torri più forti soccombevano sfondandosi i tetti e i tavolati, né restava luogo sicuro di quiete agli assediati. Ciò che ora si fa con tanto maggior successo e frequenza delle bombe, studiavansi allora di far gli uomini con quegli ordigni. Né si dee tacere un ripiego e ripago inventato in que’ tempi, cioè nell’anno 1118, per infiacchire o rendere vani i colpi de’ sassi, cioè stendendo una rete di corda davanti al luogo infestato dalle pettiere. Pandolfo Pisano nella Vita di papa Gelasio II cosi scrive: Faciunt contra machinas, vineas, balistas et arcus. Inde primum rete contra petrarias ad turres aperiendas ab astuto illo Tyranno (Arrigo IV fra gli Angusti) in damnum plurimorum, et proficuum multis ingenium exquisitum inventum est. Che invenzione trovassero i Saraceni in Erizza per impedire il danno che avrebbero recato i mangani de’ Pisani nell’anno 1114, ce lo fa sapere Lorenzo Vernese o Veronese (lib. IV Belli Balear.) con dire:

Protegitur murus pannis, latisque tapetis,

Et turres habuere sui munimina vestes,

Fulcraque collatae luserunt saepius ictus

Molis, et appisitae texerunt cetera crates

Caffaro nel lib. I Annal. Genuen. scritto che nell’assedio di Tortosa dell’anno 1148, perché i Saraceni lanciavano sopra il castello di legno de’ Cristiani petras ducentarum librarum ponderis, i Genovesi hoc cito emendaverunt, atque retia chordarum juxta parietes castelli tanta posuerunt, quod ictus petrarum Saracenorum nullo modo timuerunt. Usaronsi anche allora nell’espugnazione delle città e fortezze vineae o crates di molte forme, alle quali la lingua volgare diede il nome di gatti, sotto le quali graticcie i soldati passavano sotto le mura per ismantellarle. Nel Vocabolario della Crusca il gatto è definito così: Instrumento bellico da percuoter muraglie, il quale ha il capo in forma di gatta. Latine Aries, Testudo. Non han côlto a segno. Lo stesso Bernia citato da loro scrive:

Gatti tessuti di vinchi e di legno.

Ecco le graticcie, chiamate vineae dai Latini. Rolandino (lib. VIII, cap. 13 della Cronica) meglio c’istruirà scrivendo: Ædificium quoddam construxere, quod vulgo vinea dicitur, idest gattus. Più sotto: Qui sub gatto erant. Anche il Dandolo ci fa sapere, cum gatto suppositum fuisse ignem portae Altinati di Padova. Parimente i Cortusi (lib. VII, cap. 7) hanno le seguenti parole: Fiunt vineae, sive gatti, pontes et scalae, ec. E Niccolò Speciale nella Storia di Sicilia (lib. I, cap. 15) fa menzione de trabibus ligneis, quas vulgo gattas appellant. E Bartolomeo da Neocastro nella Cronica Siciliana nominata gattum eximium ex trabibus. Più chiaramente ne parla Guglielmo Britone, libro VII Philipp.

Huc faciunt reptare catum, tectique sub illo

Suffodiunt murum.....

Son citate dal Du-Cange queste parole di Vegezio: Vineas dixerunt veteres, quas nunc militari barbaricoque usu cattos vocant. Lipsio elegantemente descrive le vinee; ma non s’ha da dissimulare: in vece di cattos, altri testi di Vegezio hanno caucia e cautias. Ma per meglio intendere ciò che fossero i gatti, s’oda Ottone Morena, il quale descrivendo gatum ingentis molis, fabbricato per ordine di Federigo I Augusto, fra l’altre cose dice: In ipso enim gato quaedam trabs ferrata; quam bercellum appellabant, constabat, quam ipsi, qui infra ipsum gatum fuerant, foris plus de viginti brachiis projicientes, in murum ipsius castri mirabiliter feriebant. L’edizione dell’Osio in luogo di bercellum ha barbizellum. Meglio, perché formato da berbix berbicis, significante ariete, montone. Dal che s’intende che sotto i gatti si menava l’ariete per rompere le muraglie, e che per conseguenza furono macchine composte di legnami e graticci, delle quali anche si servivano per ripararsi dalle pietre e saette de’ nemici. Di qua venne che anche certe navi coperte, sotto le quali si ascondevano i soldati, riportarono il nome di gatte. Bartolomeo Platina (lib. IV His. Mant.) scrive: Quatuor navicula submisit undique coopertas, quas gattas incolae vocant, relictis ab uno latere fenestris quibusdam, unde tuto securibus ac dolabris exscindere potem liceret. Musculus et murilegus talvolta ancora fu appellata quella macchina.

Del resto nota cosa è che anche a’tempi de’ Greci e Romani furono in uso le macchine per gittar sassi, e di queste si servivano tuttavia i Romani del secolo IX. Si ascolti Anastasio nella Vita di Gregorio IV papa, che così scrive circa l’anno 829: in civitate Ostiensi civitatem aliam a solo valde fortissimam, muris quoque altioribus ac seris, et cataractis eam undique permunivit, et desuper ad inimicos (cioè Saraceni) si venerint, expugnandos petrarias nobili arte composuit; et a foris non longe ab eisdem muris ipsam civitatem altiori fossato praecinxit, ne facilius muros contingere isti valerent. Ecco la maniera tenuta allora per fortificar le piazze. Non vi mancavano mai le petriere; e queste s’andarono tanto perfezionando, che nel secolo XII e XIII si scagliavano per aria sassi di smisurato peso, che fracassavano uomini e case. Se s’ha da credere a Rolandino (lib. VI, cap. 6) allorché Eccellino da Romano nell’anno 1249 assediò la Rocca d’Este, adoperò XIV aedificia trabuccantia undique ipsam roccham. Et rotabant aedificia quaedam lapides ad ipsum castrum ponderis librarum mille ducentarum et ultra. Gli Annali vecchi di Modena all’anno 1265 notano: Trabucum Mutinensium, qui factus fuerat in platea Communis Mutinae, cujus pertica erat quantum sex paria boum ducere poterant. Gran rottura di case faceano queste sì pesanti gragnuole. Fulvio Azzari nella Storia MS. di Reggio scrive, vedersi tuttavia sopra la porta di Santa Croce un’iscrizione che ben merita d’essere rapportata, perché vi si fa menzione d’uno degli antenati del santissimo regnante pontefice Benedetto XIV.

Anno M. O. Nonagesirno VIII.

Hoc opus est actum, Guidonis tempore factum,

Qui Lambertini cognomen gestat Avini.

Hunc hominem cautum tribuit Bononia lautum

Urbi Regine Rectorem celibe fide. Besmantum cepit,

Pulganum gradine fregit. Hanc Portam

Crucis censemus jubare lucis.

Quelle parole Pulganum grandine fregit vogliono significare che le petriere del Podestà di Reggio lasciarono una lagrimevol memoria nelle case del castello di Pulgano, o sia Pugliano. Ma, come avvertì Domenico da Gravina nella sua Cronica, gran danno bensì recavano queste macchine, ma di rado obbligavano una città alla resa. Capitanei (così egli scrive) dicti exercitus ab exteriori parte trabuccos quatuor erexerunt, per quos continuo nocte dieque lapides jaciuntur. Sed, ut tunc vidi, existimo, numquam per trabuccum terram posse acquiri: quoniam trabuccus non ad aliud bonus est, nisi in acquisitione castrorum, licet ex ictibus trabuccorum ipsorum, et fractionibus lapidum, quos jaciebant, plurimi periissent homines in berdescis, et berdescas plurimas infregissent. Giacchè abbiam per le mani questo Scrittore, si osservi ch’egli fa menzione d’un altro ordigno militare, cioè de’ mantelli, all’anno 1350, con dire: Fecerunt etiam Capitanei ipsi diversa ingenia lignea praeparari, pontes, castra (cioè castelli di legno), scalas, gattos et mantellos, fundas plurimas et balistas; et ligna plurima, sue frascas incidere, ut cum eis et ex eis fossatis adhaereant, et fossatos faciant onerare. Anche in Ispagna, per esempio recato dal Du-Cange, si vede che mantellets e gates erano macchine da guerra. De’ gatti abbiam parlato; ma quale fossero i mantelli, nol so dire. Credo metaforicamente detto smantellare una torre o una rocca, cioè cavarle il mantello con atterrar le mura. Pietro Azario nella Cronica scrive del conte di Urbino: qui super circhis ipsius terrae Scarpariae mantellos firmos tenens, defensores graviter offendebat. Forse furono ripari sicuri per istarvi al coperto. Da Bartolomeo da Neocastro sono ancora menzionate ciconiae bipennes. Forse furono macchine a guisa del Latino tolleno, atte anch’esse a gittar grosse pietre. Talvolta in vece di sassi venivano spinte immondezze nelle città assediate per disprezzo e scorno de’ cittadini. Nel 1249 ebbero i Modenesi una gran rotta dai Bolognesi, e vi restò prigione Enzo re di Sardegna. Allora fu (come scrive l’autore degli Annali Bolognesi da me dati alla luce) che del mese di settembre i Bolognesi con grande oste assediarono Modena per cinque settimane, e fecero vie coperte, e con trabucchi buttarono molte pietre nella città, e vi gittarono un asino. Ma dovea aggiugnere questo Istorico ciò che il Sigonio, il Ghirardacci ed altri scrissero; cioè che il generoso popolo di Modena irritato da questo insulto, sboccò tosto dalla città con tal émpito, che presa la briccola con cui era stato lanciato l’asino, la condussero a man salva con allegri viva nella città. Per attestato ancora di Ricordano Malaspina, cap. 120, Fiorentini nel 1232 assediarono Siena dalle tre parti, e con molto edificio vi gittarono dentro pietre e assai, e per più dispetto vi manganarono entro asini e molta bruttura. Vedemmo di sopra dato il nome di asino e troja ai mangani. Altri presi parimente dalle bestie si davano agli altri ordigni per forar le mura, o per altro bisogno. Ottone da San Biagio, descrivendo l’assedio di Alessandria fatto nel 1171 da Federigo I Augusto, scrive ch’egli talpas, vulpeculas, ericios, cattos (talibus enim censentur nominibus) exuri praecepit.

Le torri di legno che allora si usavano, chiamate anche castelli, poste sopra ruote, da che era spianata o riempiuta la fossa, si accostavano alle muraglie delle città, e dalla sommità d’esse i soldati combattevano con quei di dentro; e se la vedevano bella, calato un ponte, saltavano sulle mura. Dardi eziandio infocati si scagliavano nelle case per bruciarle: costume che gl’Italiani appresero da’ Greci, presso i quali celebre fu una sorta di fuoco terribile che né pure coll’acqua si estingueva. Noi vediamo ancora menzionati da Ottone Morena manganos, preteriasque et scrimalias, seu machinas, ceteraque defensionis Cremae instrumenta. Furono, a mio credere, le scrimalie caselle di legno per istarvi al coperto dall’armi nemiche sulle mura. Lo stesso Autore avea detto di sopra: Fere nullus e Cremensibus ibi ad scrimalias, seu machinas ipsius castri apparere poterant, quod balistrerii, qui infra ipsum castrum fuerant, statim non interficerent illos. Perciò le scrimalie lo stesso significavano che djfese, dal Tedesco schirm e schirmen, onde il nostro scherma, schermirsi, ec. Quegli ordigni ancora che cavallo di Frisia si appellano nella milizia, non sono invenzione de’ nostri tempi. Niccolò da Jamsilla nella Cronica da me posta nel tomo VIII Rer. Italic., mentre descrive le guerre di Manfredi poscia re di Sicilia, così scrive: Facta sunt de ingenio Marchionis Bertholdi quaedam lignea instrumenta triangolata, sic artificiose composita, quod de loco ad lucum leviter ducebantur, et quocumque modo revelverentur, super ex uno capite erecta constaba: His ergo ligneis instrumentis Papalis exercitus ex illa parte, qua erat exercitus principalis aspectus, se circumcinxit; et sic se ipsorum compositione vallavit, ut non de facili ex illa parte posset irrumpi. Truovo ancora adoperati triangoli di ferro sparsi per la campagna, per impedir l’accesso o la scorreria de’ cavalli nemici. Badiamo ora al Ghirardacci nella Storia di Bologna, il quale scrive che i Bolognesi nell’anno 1314 mandarono quaranta graffi all’esercito del Frignano. Credette il Du-Cange, in citar queste parole, essere stato il graffio speciem machinae bellicae. Ma graffio, appellato dai Francesi croc, altro non è che uno strumento che più uncini di ferro, che si usava nella difesa delle piazze. Gli harpagones de’ Latini o furono lo stesso, o erano poco differenti. Si calavano dalle mura i graffi contra coloro che volevano salire o rompere esse mura; e se con gli uncini alcun veniva côlto, se gli faceva far un bel volo, tirato su tosto per aria. Dion Cassio nella Vita di Severo, e Tacito nel lib. IV Histor. fan vedere non ignoto a’suoi di questo costume; e si truova anche dopo il mille, come apparisce da varie Storie nella mia Raccolta. Fra gli altri storici Galvano Fiamma (cap. 143 Manip. Flor.) descrivendo l’assedio di Milano fatto da Corrado I Augusto, dice: Armis fulgebat terra. Uncinis ferreis attrahitur hostis.

Da che dopo il mille e cento tante città e luoghi si eressero in Repubblica per l’Italia, ogni qual volta s’avea da far oste contro i nemici tutto il popolo atto all’armi dovea prenderle e uscire in campagna. Se si faceva l’assedio di qualche castello, ora una parte ed ora un’altra d’esso popolo (si dimandavano quartieri) vi andava a campo. Credo che non rincrescerà ad alcuno d’intendere come la Repubblica di Modena si regolasse nell’anno 1306. Esiste nel di lei archivio la risoluzione ch’essa prese in un brutto frangente. Providerunt Domini Potestas, Capitaneus et decem Sapientes per quamlibet Portam deputati. Primo, quod fiat una electio centum militum inter cives Mutinae; et quod cavalcata eorum debeat durare per unum annum; et quod quilibet ipsis militibus habere debeat a Communi Mutinae triginta libras Mutinensium. Tertio, si equitabunt in servitium Communis et populi Mutinensis, extra Mutinam pernoctando, habere debeanti a Communi Mutinae illud soldum, quod videbitur Defensori et Consilio Populi Mutinensis. Quarto, quod eligantur duo milla peditum de civitate Mutinae, de quibus esse debeant ducenti balestrii et ducenti pevesarii. Quinto, quod eligantur de villis et Communibus villarum districtus Mutinae mille pedites, trecenti quorum sint guastatores de zapis, vanghis, securibus et ronzileis. Sexto, quod eligantur unus Dominus et unus Notarius pro qualibet Porta, qui faciant parari trabuchos, sive manganos, balistras grossas, sagittamenta, trulos, et alia necessaria. Septimo, item provederunt de eligendo mille pedites, qui appellentur Societas Sancti Geminiani; et de uno vexillo faciendo, quod vocetur vexillum Justitiae. Essendoché nella Dissertazione I si parla de Militibus, convien qui istruire i Lettori poco periti del significato di questa voce. Dai Latini furono appellati milites tanto i pedoni che i cavalieri, e luogo tempo durò tal uso. Nelle Leggi Longobardiche Exercitales si veggono appellati gli uni e gli altri. Ma in un Capitolare di Sicardo principe di Benevento nei secolo XI al cap. 20 Si legge: Ut non praesumat aliquis tertiatorem exercitalem aut militem facere. – Cap. 21: Si tertiator absconse exercitalis cactus fuerit, aut miles. Qui troviamo differenza fra exercitalem e militem. Il miles non può significar vassallo o nobile come ne’ secoli susseguenti fu cotal voce usata, perché tertiatores pare che non altro fossero che gente vile, come i famigli dell’armata o i servi. E però forse fin allora colla parola miles si cominciò a distinguere il soldato a cavallo per differenziano dai fanti: il che divenne poi cosa familiare presso gli Storici de’ secoli susseguenti, come apparisce da infiniti esempi. Lo sapeva certo il Du-Cange; ma non so perché nol notasse nel suo Glossario. Senza tale avvertenza si maravigliano alcuni, in leggere le Storie, dello scarso numero de’ soldati perché prendono milites semplicemente per uomo di guerra. Negli Statuti del popolo Ferrarese dell’anno 1264 si legge Juramentum omnium civium Ferrariensium Domino Marchioni Obizoni. Quivi son le seguenti parole: Et ad manutenendum civitatem Ferrariae, et Districtum, et ipsius Domini Marchionis honores, et jurisdictionem consuetam, et operam bona fide dabo per milites, pedites, balistrerios, et navitium ad totam ipsius Domini Marchionis voluntatem, ec. Poscia nel secolo XIII e XIV: Milites a duobus equis, o pure a tribus equis. In uno strumento di lega del popolo Bresciano, fatta nell’anno 1252, fu stabilito, ut de quadringentis militibus quilibet ipsorum habere debeat tres equos, inter quos unum bonum et idoneum equum armigerum habere debeat, et coopertum. Et alii ducenti duos equos pro quolibet habere debeant, inter quos unus bonus armigerus debeat esse equus. Però Fra Giacopone da Todi (lib. III, canz. 25) disse nel secolo XIII:

Non vuol nullo cavalieri

Che non serva a tre destrieri.

Cioè ogni uomo d’armi (che così li chiamavano) o sia il cavaliere o soldato a cavallo avea da avere un gagliardo destriere per sostener l’uomo armato. E questo menava seco uno o due scudieri, che a cavallo portavano lo scudo e la lancia del padrone, e combattevano poi anch’essi all’occasione, per nulla dite di un famiglio per lor servigio.

Fors’anche tal costume si osservò sino ne’ tempi de’ Longobardi. Imperocché per asserzione di Procopio (lib. IV, cap. 26 de Bello Gotico) Arduinus Langobardorum Rex a Justiniano Augusto multa pecunia et foederis sanctione inductus, delectu suorum habito, bis mille ducentos (se pure non s’ha da leggere quingentos) bellatores egregios auxilio miserat, hisque in famulatum addiderat amplius tria pugnatorum millia. Anche Liutprando Storico (lib. II, cap. 6) scrive che Adalberto marchese d’Ivrea sbaragliato dagli Ungheri, coll’astuzia seguente si salvò. Cioè vilibus se militis induit vestimentis; captusque, et sciscitatus quis esset, militis cujusdam se militem esse respondit. Però non conosciuto, e menato a Calcinaia, vilissimo pretio comparatur. Emit autem illum suus ipsius miles nomine Leo. Dal che apparisce che gli uomini d’armi aveano sotto di sé aiutanti a combattere. Osservate gli Annali di Genova di Caffaro all’anno 1225, dove s’incontrano le seguenti parole: Comes Thomas de Sabaudia per istrumentum et pactum inde factum, cum ducentis militibus usque ad menses duos stare in exercitu ad servitium Communis Januae tenebatur. Et inde habere debeat, et habuit libras XXVI pro milite cum donzello armatis et duobus scutiferis omni mense; et pro sua persona centum marchas argenti; et pro Capitaneis tribus pro quolibet libras quinquaginta, et emendationem damni equorum praedictorum, et magnatorum nihilominus, et armatorum. In vece delle ultime parole s’ha da scrivere magagnatorum et armorum. Più sotto si legge: In ipso exercitu fuerunt viri nobile, Lotheringus de Martinengo civis Brixiensis cum militibus quinquaginta, quorum quisque erat cum duobus equis, et cum tribus scutiferis et donzellis bene armatis, ec. Dice ben armati, perché anche gli scudieri menavan le mani al bisogno. Quivi in oltre è scritto che il Podestà di Genova mandò in soccorso degli Artigiani milites, trecentos optime armatos, quemlibet cum savinerio et duobus scutiferis. Va corretto quel savinerio, e scritto saumeno, o saumanio, cioè un giumento portante il bagaglio, onde la voce Italiana somaro che i Modenesi hanno ristretta agli asini. I cavalieri o sia gli uomini d’armi andavano in guerra tutti armati; lo scudo, la lancia e forse l’elmo fuori delle battaglie erano portati dagli scudieri; e si servivano di cavalli grossi e gagliardi, coperti anch’essi di qualche sorta di maglia. Chiamavansi destrieri; ricchi e grossi cavalli son chiamati da Giovanni Villani. Cavalcavano gli scudieri sopra cavalli minoni appellati roncini. Radolfo Milanese (de Reb. gest. Frid. I) nell’Operetta da me pubblicata nel tomo VI Rer. Ital., parla in questa forma: Interea milites Mediolani egrediebantur de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos; et tantos abstulerunt, quod roncinus quatuor soldis tertiolorum in civitate vendebatur. V’erano ancora palafredi, o palafreni, onde venne la voce Italica palafreno. Io son di parere che se ne servissero i cavalieri fuori de’ combattimenti. Rolandino (lib. 11, cap. V Chron.) descrivendo una zuffa tra i Padovani e Tedeschi, così parla: De Theutonicis etiam aliqui pugnaverunt prudenter, ut quosdam de Paduanis prosternerent, dum dextrariis per campum errantibus, Paduani quidam in palafredos ascenderent, et aliqui in roncinos. Il medesimo aveva scritto nel lib. X, cap. 15: Tunc dictum fuit, Eccelinum de dextrario fuisse prostratum; sed in stepitu tanto non cognitus, ascendit in pala fredum. Ai cavalli nobili e ammaestrati per le battaglie fu dato il nome di dextranii, perché si conducevano senza alcuno sopra dagli scudieri alla lor mano destra, per darli poi al cavaliere, allorché s’avea a far battaglia; perciocché essi cavalieri in viaggiando si servivano di palafredi o roncini, per aver più freschi e non stanchi i cavalli da guerra. Niccolò di Jamsilla lo compruova dicendo: Aliqui de comitiva Principis Manfredi, qui ad tantae utionem injuriae locum sibi videbant, et tempus oblatam, descenderunt de roncenis, quos equitabant, et destrerios ascenderunt. Più sotto parla del marchese Oddone, il quale udito che il principe Manfredi era entrato in Nocera, miratus nimis atque turbatus, de roncino, quem equitabat, descendit, et dextrarium suum, qui sibi a dextris ducebatur, ascendit, et versus Fogiam retrocedebat. Si serva tuttavia il costume che nelle solenni comparse de’ Principi dietro loro si menano uno o più destrieri bardati. Nella Cronica di Parma all’anno 1302 si legge: Centum soldati cum equo et roncino quilibet, conducti fuerunt per Commune Parmae. E questo ci fa strada per intendere che volesse dire Federigo I Augusto in formar le leggi militari, rapportate da Radevico (lib. I, cap. 26) allorché disse: Si extraneus miles (cioè uomo d’armi) pacifice ad castra accesserit, sedens in palafreno, sine scuto et armis, si quis eum laeserit, pacis violator judicabitur. Aggiunge poscia: Si autem sedens in dextrario, et habens scutum in manu, ad castra accesserit, si quis eum laeserit, pacem non violavit. Ma nulla può maggiormente far conoscere che gran copia di scudieri concorresse anticamente alle armate. Ne’ Patti stabiliti l’anno 1201 fra i Veneziani e Franchi per la spedizione in Levante, come s’ha nelle Giunte al Dandolo, chiedevano i Franchi che i Veneti conducessero nelle loro navi quatuor mille quingentos milites (cioè uomini d’arme) bene armatos, et totidem equos, et novem millia scutiferos, et vigenti mille pedites. Nella Cronaca de Cortusi (lib. II, cap. 2) è scritto che scutiferi bene armis fulciti furono mandati innanzi, prima de’ cavalieri, ad assalir le schiere de’ Fiorentini.

L’armi onde erano allora guerniti i cavalieri in tempo di battaglia, annoverate si trovano in uno degli Statuti MSS della Repubblica di Modena dell’anno 1328, libro I, Rub. 24: Quilibet miles teneatur et debeat habere in qualibet cavalcata et exercitu panceriam, sive cassettum, gamberias, sive schinerias, collare, ciroteca ferri, capellinam, vel capellum ferri, elmim et lanceam; scutum et spatam, sive spontonem et cultellum, et bonam sellam ad equum ab armis, et bonam cirvileriam. Quella che qui vien chiamata cirveleria, o sia cervelliera, era un ordigno di ferro che si portava sotto l’elmo per difendere il capo, o sia il cervello; e forse lo stesso fu che la celata. Nello Statuto MS di Ferrara dell’anno 1279 (lib II, Rub. 59) abbiamo le seguenti parole: Quod quilibet custos deputatus ad aliquam custodiam alicujus castri vel Foci civitatis Ferrariae, vel Districtus, teneatur, et debeat toto tempore custodiae habere ziponem (cioè un giaco), collarium de ferro, capellam ferream vel bacinellum, sive bonam cervelleriam, spatam, lanceam, tallavacium, sive bonam targetam et cultellum a ferire. Inventore della cervelliera si dice che fu Michele Scoto, famoso strologo a’ tempi di Federigo II imperadore, cioè circa il 1235. Per haec tempora Michael Scotus Astrologus, Federici Imperatoris familiaris agnoscilur, qui invenit usum armaturae capitis, quae dicitur cervellerium. Hic quum vidisset, se moriturum ictu lapidis biuncis caput laesuri, ex lamina ferrea sibi fieri fecit capitis infulam, quam gestabat, ec. Parte son queste parole nella Cronica di Ricobaldo, e tutte in quella di Fra Francesco Pippino. Seguita nello Statuto suddetto di Modena un’altra legge militare d’allora. Item quod nullus miles in cavalcata Communis Mutinae, cum fuerit extra civitatem vel burgos, eundo vel redeundo, audeti vel praesumat praeire vexilla militiae, vel banderias Domini Potestatis et Communis Mutinae. Item si contingeret quod militia Mutinensis cum inimicis perveniret ad proelium, nullus confanonerius (alfiere) debeat recedere de praelio, nec in fugam se ponere, nec declinare vexilium. Et confanonerius qui contra fecerit, capite puniatur; et equus et ejus arma comburantur; nec in perpetuum heredes sui, vel ejus descendentes, possint esse in aliquo offitio vel honore Communis, ec. In altra Rubrica si legge: Quod quilibet de populo Mutinensi aetatis decem et octo annorum usque ad septuaginta annos, teneatur ire in exercitibus et andatis Communis, quotiens sonuerit campana Communis. Per le sedizioni di guerra si conducevano quei che i Latini chiamarono tentoria e taberna, e gl’Italiani trabacche, tende e padiglioni abbattuti dal vento, come ha Giovanni Villani, lib. VII, Cap. 119. Papiliones, paviliones e paviones erano voci significanti lo stesso. Tendae e tensae furono ancora chiamati, siccome ancora baracche. Si formavano di tela o di panno. Abbiamo nel Memoriale de’ Podestà di Reggio il seguente passo: Et invenerunt Christiani in dicto campo papiliones et travaclas rarissimas. E il suddetto Villani (lib. III, cap. 79) scrive: In tre settimane dopo la sconfitta detta hebbono rifatti padiglioni e trabacche; e chi non ebbe panno lino, sì le fece di buona bianca di Pro e di Guanto. Leggo d’Ipro e di Guanto. Come è noto agli Eruditi, usavano gli antichi Romani di formare i lor padiglioni di pelli. Ne’ secoli barbarici tal costume non si truova. Magnifici erano quei de’ gran signori, e più quei de’ principi e monarchi. Se s’ha a prestar fede ad Albertino Mussate (lib. V, Rub. V Hist. Aug.) i Pisani nell’anno 1311 per mezzo de’ loro ambasciatori spedirono ad Arrigo VII, poscia imperadore, Tentorii superadmirabilis exenium, decem millium capacis militum cum stativis. Per me ho pena a crederlo, benché sappia che i Visiri Turcheschi usino de’ vasti padiglioni composti di più camere.

Merita qui specialmente d’essere rammentato l’uso de’ carrocci in guerra, introdotto solamente dopo il mille. Abbiamo da Galvano Fiamma, dal Corio e da altri Scrittori, che l’inventore del carroccio fu Eriberto arcivescovo di Milano nel secolo XI. E con ragione Arnolfo storico Milanese, che fioriva nell’anno 1080 (lib. II, cap. 16) così scrive d’esso Arcivescovo: Signum autem, quod dimicturos suos debebat praecedere, tale constituit. Procera instar mali navis, robusto confixa plaustro, erigitur in sublime, aureum gestans in cacumine pomum cum pendentibus duobus candidissimis veli limbis. Ad medium veneranda crux depicta Salvatoris imagine, extensis late brachiis superspectabat circumfusa agmina, ut qualiscumque foret belli eventus, hoc signo confortarentur inspecto. Ecco la indubitata origine del carroccio, ad imitazion del quale anche l’altre città più poderose ne formarono da li innanzi con poca diversità per servirsene ne’ fatti di guerra. Chi ne desidera la descrizione, oda ciò che ha Ricordano Malaspina (capit. 164 della Storia) parlando del carroccio de’ Fiorentini. E nota (dic’egli) che il carroccio era un carro insù quatro ruote, tutto dipinto vermiglie; ed eravi suso due grandi antenne vermiglie, in su le quali stava e ventolava un grande stendardo dell’arme del Comune di Firenze, che era dimezzata bianca e vermiglia, e ancora si mostra a San Giovanni. E trainavalo un gran paio di buoi coperti di panno vermiglio, che solamente erano diputati a ciò, ed erano dello spedale de’ Preti. E il guidatore era franco nel Comune. E quel carroccio usavano gli antichi per trionfo e dignitade. E quando s’andava in oste, i Conti vicini e Cavalieri il traevano dell’Opera di Santo Giovanni, e conducevanlo in sulla piazza di Mercato Nuovo, ec.; e sì l’accomodavano al popolo, e i popolari il guidavano in oste. E a ciò erano diputati in guardia i più perfetti e più forti e virtudiosi popolari della città; e a quello si ammassava tutta la forza del popolo, ec. Dovea essere più pesante il carroccio de’ Milanesi, perché tirato da quattro paia di grossi buoi. Altri ci sono, che a noi lasciarono la dipintura d’essi carrocci, e per conoscere quello de’ Pavesi, convien ascoltare l’Anonimo Ticinense, il quale circa l’anno 1330 così scriveva nell’Opuscolo suo: Quum ad solemnem et generalem exercitum procedunt, secum ducunt plaustrum, trahentibus pluribus paribus boum rubro panno coopertorum: quod plaustrum carochium dicitur. In quo tabernaculum est ligneum, capiens aliquam hominum quantitatem: in cujus medio sublimis est pertica sursum erecta cum pomo aereo deaurato, in qua inter alia insignia regium tentorium ponitur, et vexillum longissimum rubeum cum cruce alba, et desuper ramus olivae. Et ita celebratis in illo Missarum solemniis, ordinate proceditur. Galvano Fiamma (Manip. Flor. cap. 144) descrivendo il carroccio de’ Milanesi, scrive deputato un Cappellano, qui juxta carrocerum (così suol egli appellare il carroccio) semper Missam celebret, et vulneratis dei Poenitentiam. Servironsi del carroccio anche i Bolognesi, Padovani, Veronesi, Bresciani, Cremonesi, Piacentini, Parmigiani, ec. Alla guardia del carro marciavano una brigata de’ più valorosi e prodi guerrieri. Dalla vista dell’insegna ivi posta e sventolante acquistavano coraggio i combattenti. Preso o rotto il carroccio, per lo più era perduta la pugna. Burcardo nella lettera de excidio Urbis Mediol. scrive che nell’anno 1162 il soggiogato popolo di Milano andò a presentarsi a Federico I Augusto cum curru, in quo tubicines stantes tubis aereis fortius intronabant. Poscia lo descrive colle seguenti parole: Stabat autem currus multiplici robore conseptus, ad pugnandum desuper satis aptatus, ferro fortissime ligatus. De cujus medio surrexit arbor procera, ab imo usque ad summum ferro, nervis et funibus tenacissime circumtecta. In hujus summitale supereminebat crucis effigies, in cujus anteriori parte beatus depingebatur Ambrosius ante prospiciens, et benedictionem intendens, quocumqua currus verteretur.

E qui si osservi che nel secolo XIII nell’uso di tali carrocci si credeva riposto un pregio singolare d’onore, e un raro ajuto per vincere i nemici, quasi, per dir così, come il popolo Giudaico anticamente fece nel menare alle battaglie l’Arca del Signore. Ci fa sapere il Padoano storico Rolandino (libro IX, cap. 2). che tolta ad Eccelino la città di Padova, fu ritrovato il carroccio marcito e rotto. Del che interrogato un padre da suo figlio, rispose: Fili mi, hoc est corrocium Paduanum, quod est quasi pro castro quodam, quod ducitur cum laetitia et honore, quando civitas vult prodire in hostes. Et super ipsum in quadam excellenti antenna defertur igneum et triumphale vexillum, ad quod lotus spectat exercitas. Nec est aliquod castrum in Paduano districtu, in montibus vel in plano, pro quo defendendo lotus populos Paduanus adea pugnaret viriliter, et exponeret suam vitam et animam omni periculo et fortunae. In hoc enim pendet honor, vigor et gloria Paduani Communis. In fatti inesplicabil disonore veniva riputato il perdere il suo carroccio, immensa gloria il prendere quello de’ nemici. Avendo Federigo II imperadore nell’anno 1237 tolto in un fatto d’armi il carroccio loro ai Milanesi, forte se ne pavoneggiò, e come un trofeo di pregio inestimabile lo mandò in dono al popolo Romano co’ seguenti versi, riferiti da Ricobaldo e da Francesco Pippino nelle loro Cronache.

Urbs decus Orbis ave. Victus tibi destinor, Ave,

Currus ab Augusto Friderico Caesare justo.

Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanum

Imperii vires, proprias tibi tollere vires.

Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorum,

Quos tibi mittebant Reges, qui bella gerebant.

Né si dee tacere che nell’anno 1727 una copia d’esso carroccio in marmo, dianzi ignoto, si scoprì nel Campidoglio, presso alle carceri di quel luogo dove Sisto V l’avea fatto rinchiudere. Stava esso posto sopra quattro colonne di marmo fino colla seguente iscrizione:

Caesaris Augusti Friderici, Roma, Secundi

Dona tene currum, perpes in urbe decus.

Hic Mediolani captus de strage triumphos

Caesaris ut referat, inclita praeda venit.

Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem

Mictitur: hunc urbis mictere jussit amor.

Allorché venivano in Italia i Re od Imperadori, non si potea far loro maggior onore, che l’andarli ad incontrare col carroccio. E nell’anno 1233 volendo Fra Giovanni da Vicenza dell’Ordine de’ Predicatori, Missionario insigne, rimettere la pace nella Marca di Trivigi, per attestato di Rolandino e di Ricobaldo, fece raunare nella pianura di Verona tutti que’ popoli, i quali per maggior pompa vi comparvero coi loro carrocci. Attesta il medesimo Rolandino che il carroccio de’ Padovani si chiamava Berta dal nome di Berta regina moglie del re Corrado, la quale impetrò ai Padovani la grazia di poter rifabbricare il loro carroccio distrutto da Attila. Sapeva poco della vecchia Storia il buon Rolandino, e però qui prende più d’un farfallone. La verità nondimeno è che da altre città ancora fu dato un nome proprio al loro carroccio. L’Autore della Cronica di Parma all’anno 1281 racconta la restituzione scambievole fatta carrocii Parmensis, quod vocabatur Regolium Parmae, et Cremonensis quod vocabatur Gajardus. Questo medesimo fatto vien descritto dall’Autore della Cronica Estense al suddetto anno, con dire: Cambium et permutatio facta est cum magno gaudio de carrociis acceptis, inter Commune Parmae ex una parte, et Commune Cremonae ex alia: quia pax facta inter eos erat. Propter hoc dictum Commune Cremonae incepit bene facere, quia ipsi fecerunt valde bene praeparare carrocium Parmae, et pingere de novo; et fecit fieri vexillum de novo: qui carrocius vocabatur Blancardus. Et dicti Cremonenses dictum carrocium conduxerunt super Districtum Parmae in loco ubi dicitur Arcinoldum, cum tribus pariis bobum, coopertis purpura et zendali; et ibi dictum carrocium cum bobus praedictis sic coopertis dederunt et restituerunt dicto Communi Parmae. Et die Dominico sequenti dicti Parmenses dictum carrocium Parmam conduxerunt cum magno gaudio et laetitia. Ma per meglio intendere quanto si stimasse la perdita e la ricuperazione di un carroccio, meglio s’intenderà dalle seguenti parole: Et Potestas civitatis Mutinae cum magna quantitate Magnatum dictae civitatis, et etiam multi de civitate Regii, iverunt Parmam, et ibi gaudium demonstraverunt de dicto carrocio. Seguita poi lo Storico a dire che da’ Parmigiani fu restituito a’ Cremonesi il loro carroccio con tre paia di buoi coperti di scarlatto e di bianco: qui carrocius vocabatur Berta. Non si sa intendere come vadano così discordi i due suddetti Storici nell’assegnare il nome a carrocci. Dal Parmigiano vien dato al suo quello di Regolium, a quel de’ Cremonesi il nome di Gajardus; all’incontro l’Estense chiama il Parmigiano Blancardo, e Berta il Cremonese. Solamente io posso dire, attestarsi anche da Antonio Campi nella Storia di Cremona, che il carroccio della sua patria portava il nome di Berta e Bertazzola. Dall’Italia passò l’uso del carroccio anche in Germania, Fiandra ed Ungheria, ed altri paesi, come osservò il Du-Cange. Ma nel secolo XIV, perché s’introdusse altra maniera di guerreggiare, e si trovò essere più tosto d’imbroglio e peso che di utile i carrocci, ne venne meno l’usanza.

Oltre alle torri, che si fabbricavano ne’ vecchi tempi nel giro delle mura delle città e fortezze per maggior difesa e guardia delle medesime, s’introdusse nelle città più potenti anche il costume che i Nobili privati fabbricavano nelle lor case, e a loro spese, delle torri. Indizio di chiara nobiltà era tenuto allora il poter alzare ed avere somiglianti torri, perché essi soli godevano il privilegio e la possanza di edificarle. Contavansi nelle medesime città ancora i campanili delle chiese, talmente che una vaga e nobil vista rappresentavano tante torri a chi veniva colà. In qual tempo si cominciasse a fabbricar queste torri private dai Potenti, non si può determinare con certezza. Vo’ io immaginando che nel secolo X alcuna se ne alzasse; che ne crescesse il numero nell’XI, e maggiormente poi si moltiplicassero, da che le città si misero in libertà, ed insorsero le gare de’ Guelfi e Ghibellini. Perciò turrita Papia, turrita Cremona si veggono anticamente appellate, e lo stesso fu detto d’altre città. Santo Arialdo (come s’ha dalla sua Vita scritta da un Monaco contemporaneo) parlando al popolo Milanese nell’anno 1076, così diceva: Vestri sacerdotes, qui effici possunt ditiores in terrenis rebus, excelsiores in aedificandis turribus et domibus, ec., ipsi putantur beatiores. Della città di Pavia così scriveva circa l’anno 1300 l’Aulico Ticinense: Quasi omnes Ecclesiae habent turres excelsas propter campanas, ec. Ceterarum autem turrium super laicorum domibus exccelsarum mirabiliter maximus est numerus, ex quibus multae tam ex vetustate quam studio civium se invicem persequentium, ceciderunt. Più curioso è ancora il vedere lo strano gusto di que’ tempi, che giunse a fabbricar torri non dritte, ma inchinate e pendenti: se pure è vero che ciò si facesse a bello studio. Ne resta l’esempio nel bello campanile di Pisa, e nella torre Garisenda di Bologna, la quale era anche più alta, ma per testimonianza di Benvenuto da Imola fu alquanto castrata da Giovanni da Oleggio. Fu di parere il P. Montfaucon che il caso, e non l’arte, facesse inchinar quelle torri; e veramente in salire la Pisana anch’io ne dubitai. In Roma stessa non mancavano una volta le torri de’ Potenti. In mi solo borgo di essa città a’ tempi di Martino V papa quarantaquattro torri coi loro merli si trovavano in piedi, come insegna il Turrigio Crypt. Vatic. Non metto in conto la torre di Crescenzio, perch’essa era torre del Pubblico, cioè ora Castello Sant’Angelo. Alessandro III papa nel 1167, per attestato di Romoaldo Salernitano, si ritirò nella torre Cartularia. Così nella Descrizion di Roma nel Codice di Cencio Camerario è nominata Turris Centii Frajapanis, oggidì Frangipani; e Torris Centii de Orrigo. Negli Annali di Bologna da me dati alla luce si legge all’anno 1119 terminata la fabbrica dell’altissima torre degli Asinelli, tuttavia superiore alle ingiurie de’ tempi, fatta dalla famiglia Asinella. E all’anno 1120 è scritto che fu compita in Bologna la torre de’ Rampuni, che è nel Mercato di mezzo. E in quel tempo furono similmente compite alcune altre torri nella città di Bologna. Altrettanto avvenne o prima o dipoi in altre città, e massimamente in Firenze. Ascoltiamo il vecchio Ricordano Malaspina, che così parla all’anno 1154 nel cap. 80 di sua Storia: Di queste torri era grande numero nella città, alte quali cento, e quali cento venti braccia. E tutti i Nobili, o la maggior parte aveano in quello tempo torri. Di questi forti edifizj specialmente poi si servirono le diaboliche fazioni de’ Guelfi e Ghibellini, allorché nel cuore della stessa lor patria faceano tra loro guerra gl’impazziti cittadini. Leggi le Croniche da me pubblicate di Genova, e vedrai qual uso si facesse delle torri in que’ tempi si turbolenti. Credo io uno sproposito o una guasta traduzione il dirsi nell’Itinerario di Beniamino Giudeo Tudelense della città di Pisa: Ingens civitas, in cujus domibus fere decem mille turres numerantur ad pugnandum aptae et instructae. Ma riconosciuto col tempo che danno proveniva al pubblico da sì fatte torri fomentatrici di guerra, si cominciò a vietarle. Negli Statuti di Verona dell’anno 1228, pubblicati dall’Arciprete Campagnola, è ordinato al cap. 63, ut non fiat turres de novo, neque casaturis, neque belfredum, aut bertesca, neque aliud aedjficium quod ad munitionem pertineat. Sed neque super antiquis turribus vel aliis aedjficiis superaedificetur aliquid quod ad munitionem pertineat. E negli antichi Statuti di Pistoia da me dati alla luce si legge al paragrafo 99 che il Podestà giura di non permettere in civitate Pistoria aliquam turrim murari, nec in suis burcis, ultra mensuram turris filiorum quondam Ildiprandi Vandini, et ultra modum determinatum, ut turres desuper aequales fiant.

Che se dimandate, cosa sia avvenuto di tante torri una volta esistenti, delle quali ora non rimane vestigio, è da rispondere, che per due cagioni andarono in rovina. La prima è che le medesime per ingiuria de’ tempi, o per la vecchiezza, o per disattenzion de’ padroni, spontaneamente si diruparono e caddero per terra. Racconta il Tronci nella Storia di Pisa all’anno 1335 che da un furioso vento fu atterrata la torre de’ Giudici di Gallura posta nella piazza de’ Porci, e che sotto le sue rovine vi perirono circa cinquanta persone. Tolomeo da Lucca negli Annali all’anno 1186 scrive: Eodem anno ceciderunt duae turres Lucae, videlicet filiorum Hespiafame, et filiorum Cari, quae multos homines oppresserunt. Poscia all’anno 1217 aggiugne, che cadde pars turris Pagani Bonsini, et multos oppressit. Ed anche all’anno 1230 Capellus turris filiorum Sismundi corruit Lucae, et interfecit ultra homines ducentos. Altri simili casi ci sono somministrati dalla Storia di Bologna. La seconda cagione della distruzion delle torri fu il furore delle guerre civili, che infestò buona parte delle città Italiane. Osservate presso Ottone Frisingense (lib. I, cap 28 de Gest. Frid.) una lettera de’ Romani al re Corrado II nel 1145, dove dicono: Fortitudines, idest turres, et domos potentum urbis, qui vestro imperio una cum Siculo et Papa resistere parabant, cepimus, et quasdam in vestra fidelitate tenemus, quasdam vero subvertentes solo coaequavimus. E tali erano le prodezze de’ Guelfi e Ghibellini, gente infuriata l’una contro dell’altra. Chi prevaleva, sfogava la sua rabbia addosso alle torri e case degli emoli cacciati o abbattuti. L’Autore della Cronica picciola di Ferrara sul fine del secolo XIII così scriveva: Collisi sunt itaque cives Ferrariae alterutrum, nunc rebus male secundis, nunc adversis. Audivi a majoribus nata, quod in quadraginta annorum curriculo altera pars alteram decies e civitate extruserat, ec. Accepi puer a genitore meo, hiberno tempore confabulante in lare, quod ejus tempore viderat in civitate Ferrariae turres altas triginta duas, quas mox vidit prosterni et dirui. Lo stesso avvenne in altre città, e massimamente allorché o per elezione o per usurpazione alcuno vi fu assunto al principato, per levare ai privati cittadini la tentazione di rivoltarsi. Negli Annali di Genova all’anno 1196 troviamo che Drudo Marcellino podestà superfluitates turrium, quas pro velle suo quidam cives contralicitum et constitutionem Communitatis construxerant, demoliri et ad certum modum pedum octoginta redigi fecit. Così nell’anno 1225 Potestas Mutinae fecit dirui turres in civitate Mutinae, come s’ha dagli Annali antichi di essa città. Anche in Lucca Castruccio fece abbassare ed uguagliare alle case trecento torri, come s’ha, dal Tegrimo nella di lui Vita. La stessa spontanea caduta delle torri prestò giusto motivo di demolire o abbassar l’altre che restavano in piedi. Ciò fu praticato anche in Firenze, per testimonianza di Ricordano. E di vero ne’ tempi di guerra veniva considerata una buona torre per una rocca e fortezza, e sappiamo che più e più giorni un esercito si perdeva dietro a una torre, purché questa fosse ben provveduta di combattenti, viveri ed armj. Perciò nelle terre e castella solevano gli antichi alzare almeno una torre possente a resistere per qualche tempo ai nemici. Così nel 1180 Gherardo Rangone podestà di Modena coi consoli ordinò che maggiormente si fortificasse nel castello di Bazzano, ch’era allora de’ Modenesi, la torre di Passavanti da Carandolo, ed un’altra eguale vi si fabbricasse alle spese del Comune, come consta da uno strumento dell’archivio della città. Così nella terra di Carpineta del Distretto di Reggio gran conto si facea una torre, di cui è parlato in altro rogito dell’archivio Estense.

La maniera di prendere le città e fortezze consisteva nella scalata, o nell’accostar le torri mobili alle mura per saltarvi dentro. Ma più sovente si otteneva col mezzo degli arieti, testuggini, ed altre macchine diroccanti le muraglie, con aprir la breccia, e venir poscia all’assalto. Coperti dalle vinee, chiamate poi gatti, si appressavano alle mura, le foravano, e formavano delle cave al di sotto. Sotto il muro superiore, affinché non cadesse, s’andavano mettendo puntelli di legno, finché fosse formata, una grande apertura, per cui potesse cadere un’ampia porzione di muro. Ciò fatto, solevano per lo più invitare gli assediati alla resa con far loro conoscere l’imminente pericolo. Ricusando essi di arrendersi, dato fuoco ai puntelli, si lasciava precipitare il muro. Di ciò si truovano frequenti gli esempj nelle Storie d’allora. Erano anche io uso le mine, appellate cuniculi dai Latini. Non da minari, ma bensì dal Latino minare, significante condurre, che noi tuttavia usiamo dicendo menare, credo io derivato il nostro mina, minare e minatore, per far intendere chi guida una strada sotterranea; siccome ancora fu chiamata miniera la fodina degli antichi, perché con sotterranee vie si conducono gli nomini alle viscere della terra. Pietro Azario, storico del secolo XIV, così scrive: Aggressores videntes praedicta non valere, coeperunt ponere in civitate tapponum valde occultum pro ipso castro obtinendo et cavando. Et quamvis aliquando per contrariam cavaturam ipsis tapponatoribus male successisset, ec. Qui tapponum significa una mina, e forse fu scritto talponum, nome preso dalle talpe, che sanno il mestiere di far vie sotterranee. Né si dee tralasciare, truovarsi presso gli antichi un’altra sorta di fortezza, chiamata dongione, nome a noi venuto di Francia, dove dura tuttavia. Così chiamavano il luogo più alto delle fortezze fabbricate nelle colline, come osservarono di Du-Cange e il Furetiere. In fatti dun è voce Celtica significante colle o monte. Di questi dongioni uno ve n’era nella rocca d’Este, come feci vedere nella Par. I, cap. 35 delle Antichità Estensi. Nel castello d’Albinea Distretto di Reggio tuttavia si legge la seguente iscrizione.

ANNO DOMINI MCCLXXVII. IND. V.

HOC OPVS FVIT FACTVM

TEMPORE VENERAIBILIS PATRIS

D. GVLIELMI DE FOLIANO EPISCOPI REGII

SCILICET PALATIVM CVM DVJONO

ET PVTEVM, ET TVRRIS, ET DOMVS EXTRA DVJONVM

ET MVRVS DICTI CASTRI DE ALBINETA.

In uno strumento di concordia fra Guglielmo vescovo di Lucca, ed Ugo conte di Lavagna, dell’anno 1179, si parla de summitate Castriveteris de Garfagnana, quae Dongionem appellatur. Truovansi ancora cassara o cassera, altra sorta di fortezze, che sembra diversa dai dongioni: Castrum, quod cassarum vocant, son parole di Niccolò Speciale, lib. V, cap. 8. della Storia di Sicilia. Dagli Arabi presero gl’Italiani il nome e la forma di tali rocche; e però si truova spesso nelle memorie de’ Siciliani, Napoletani e Toscani, che conversavano con quella gente. E tuttoché tal nome dessero ad ogni sorta di fortezze, pure sembra che passasse qualche differenza fra i casseri e gli altri luoghi fortificati. In una sentenza, de’ Giudici Imperiali ordinanti la restituzione della città di Massa in Toscana a Martino vescovo di essa, non conosciuto dall’Ughelli, proferita nell’anno 1194, si fa menzione castri et turris et cassari di quella città. Nell’Isola di Maiorica posseduta dai Saraceni, o sia dai suddetti Arabi, trovarono i Pisani nel 1114 alcuni di tali casseri. E tuttavia il castello superiore nella poppa delle navi è chiamato cassero ne mari di Sicilia. Fu anche adoperato il nome di murata per significare una specie di fortezza e cittadella. Negli Annali di Cesena si fa menzione della murata di quella città, e questa negli Annali di Rimini è chiamata cassaro. Sospetto io che il nome di rocca, per significar luogo forte, sia venuto dalle rupi, che erano chiamate roccie. O diedero a noi i Franzesi, o presero da noi questa voce. Per lo più anticamente le rocche si fabbricavano ne’ ciglioni de’ monti e ne’ siti alti, anche per la situazione forti.

Parimente nelle vecchie memorie s’incontrano motae. Il Somnero nel Glossario agli Scrittori Inglesi scrive così: Mota, fossa, fossatum, quo Castrum, aut aliud propugnaculum cingitur et munitur. A molte forte, quod Gallis humidus, madidus. Va lontano dal vero. Le mote, a mio credere, altro non furono che alzate di terra fatte in pianura dalla mano e fatica degli uomini, poi cinte di fossa e bastioni con una torre o castello in cima, a guisa dell’altre fortezze. Così vennero chiamate da terra mota, con cui s’era formato un picciolo colle; e non già da meta, come senza ragione alcuna immaginò il Menagio. Veggonsi tuttavia molte di queste mote, appellate anche motte, nella Gran Bretagna, e ritengono l’antico nome. Ne esistono anche in Francia. Presso i Modenesi dura una villa di questo nome, vecchiamente nominata Mota Papazzonum. Anche Rolandino (lib. III, cap. 6 della Cronica) rammenta castrum, sive mottam de Antale. E Albertino Mussato (lib. VI, Rubr. 3 de gest. Henrici VII) racconta esservi stata motam juxta montem Gardam. Altre di queste mote si truovano per l’Italia, e principalmente nella Calabria, che ritengono qualche vestigio dell’antica fortificazione. Negli Annali di Padova (da me pubblicati nel tomo VIII Rer. Ital.) si legge: Iverunt summo mane per viam Pontis Corvi versus quamdam motam mogam, quam faciebat facere Dominus Canis cum multis fossis et tajatis, volendo ibidem super dictam motam aedificare Castrum. Ecco assai chiaramente spiegato quel che fossero le mole. Eranvi ancora i gironi o zironi ne’ castelli e nelle rocche, spezialmente in quelle ch’erano sulle montagne, cioè un muro che cingeva una parte interiore della stessa rocca o fortezza per potersi ritirare colà, se la rocca era presa. Giovanni da Bazzano nella Cronica di Modena all’anno 1331 scrive: Dicto tempore factum fuit gironum in castro Marani de’ Campilio. Niccolò Speciale (lib. II, cap. 12 della Storia di Sicilia) nomina castrum Isclae, quod gironum vocant. E il Morano nella Cronica di Modena all’anno 1320 così parla: Passarinus potitus Carpi castro, fortissimam tunc turrim iliam posuit, quam zironum dixere. Il castello di Santa Maria a Monte (come scrive Giovanni Villani, lib. X, cap. 28) era molto forte di tre gironi di mura con la rocca. Espugnato il primo, si riduceva il presidio alla difesa del secondo, ch’era più ristretto. Abbiamo dal suddetto Giovanni da Bazzano, che il castello di Savignano, dianzi ribellato al Marchese d’Este, gli fu restituito a rusticis, se regente zirone per custodes forenses ibidem pro Domino Archiepiscopo Mediolani existentes. Pietro Manlio antico scrittore (Hist. Basil. Vatic. cap. 7) ha le seguenti parole: Castellum Adriani Imperatoris, quod aedjficium rotundum fuit cum duobus geronibus, sive castellis. S’ha ivi da scrivere gironibus. In uno strumento dell’anno 1235 troviamo chi vende al ministro di papa Gregorio IX medietatem gironis, sive arcis ipsius castri de Gualdo, videlicet a carbonariis ipsius gironis intus cum ipsis carbonariis nel Ducato di Spoleti.

Sovente ancora nelle vecchie Storie s’incontrano bitifredi, appellati anche belfredi, berfredi, bilfredi, bertefredi, butfredi, ec. Fu di parere il Du-Cange che fossero torri mobili di legno per combattere le mura delle città e fortezze. In fatti descrivendo Rolandino (lib. IV, cap. 6) l’assedio di Montagnana fatto nel 1238 da Eccelino, nota che i difensori ipsius bilfredum unum die quadam in meridie combuxerunt, Eccelino invito, qui tunc sub illis facto quodam operimento erat, sed non cognitus vix effigit. In oltre (lib. VI, cap. 6) scrive che il castello della terra d’Este fu battuto aedificus multis, scilicet bilfredis, prederiis et trabucchis. Contuttociò furono ancora chiamati bitifredi le torri stabili di legno, che gli antichi fabbricavano per guardia di qualche sito, tenendovi sopra sentinelle che all’accostarsi de’ nemici davano il segno colla campanella. Dallo stesso Rolandino fu scritto (libro I, cap. 8): Turres quoque, sive bilfredi fixi, a defensoribus corruerunt. Ecco ciò che si legge negli Statuti MSS. Modenesi dell’anno 1306. Cum via, qua venitur a Vaciliis versus Porta in Redelocham, inter ambo canalia sit inhabitata et deserta, et per ipsam tam de dei quam de nocte possent venire gentes occulte ad civitatem Mutinae usque super foveas civitatis, quae maximum possent dictae civitati damnum et praejudicium inferre: providerunt Domini Defensores, quod unus bonus bitifredus cum uno bono ponte levatorio fiat et fieri debeat super pontem Circhae civitatis juxta pratum Monasterii Sancti Petri. Super quo bitifredo debeant manere et stare continue tam de die quam de nocte duo boni custodes, vel plures , ec. Cioè i Modenesi, avendo tirati canali e fosse intorno alla città, distanti mezzo miglio e più dalle fosse e mura delle città (dura tutta il nome di Cerche da circare, circondare) procuravano di fermar ivi a tutta prima i passi de’ loro nemici. Vedemmo di sopra conceduto da Guido e Lamberto Angusti a Leodino vescovo di Modena super unum milliare in circuitu Ecclesiae civitatis circumquaque firmare. Negli Statuti MSS. di Ferrara dell’anno 1279 si fa menzione de’ bitifredi colle seguenti parole: Quod quotiescumque mutabuntur Capitanei et custodes castrorum, turrium et bitifredorum, et aliorum locorum, quae custodiuntur pro Communi Ferrariae, Potestas teneatur mittere ad praedicta loca unum bonum Notarium a plures, si ipsi Potestati videbitur, qui scribat statum cujuslibet loci, scribendo solaria, assides, gradus, ostia, fenestras, amopertos, cooperturas, scalas, hendegarios, funes, balistas, pillos, turnos et prisarolas, manganos et turturelas, et catenas, et victualia, quae ibi erunt, ec. In uno degli Statuti di Modena del 1327 si vede il seguente decreto: Ut homines de Nonantula compellantur per Potestatem, facere unam bonam motam cum palancato, et pontibus levatoriis ab utroque latere pontis de navixellis, ec. Vedesi ancora, che per maggior fortificazione della città di Modena e de’ suoi borghi v’erano de’ butifredi ne’ borghi appellati d’Albareto, Ganazeto e Bazovara. Dimandano qui udienza anche le bastie, appellate bastidae e bastitae, delle quali s’incontra sovente il nome, spezialmente nelle Storie del secolo XIV. Crede il Du-Cange passato dall’Italia in Francia questo nome, e il Menagio ridicolosamente lo tira da bastum, basti, bastita, bastia, bastilia. Mi maraviglio che non abbiano osservato venir esso dalla lor voce bastir (fabbricare) onde bastiment, basti e bastie, cioè fabbricato, ec. Né si può concedere al Du-Cange che dalle bastie sia nato il verbo franzese bastir, perché le bastie cominciarono solamente nel secolo XIII, e prima d’allora si può credere usato da essi il verbo bastir. Ma che tanto esso Du-Cange che il Menagio abbiano scritto essere state le bastie steccati, son da compatire, perché prima di loro nel Vocabolario della Crusca fu detto essere la bastia steccato, riparo fatto intorno alle città o eserciti, composto di legname, sassi terra, o simil materia. Poco avvertitamente questo fu scritto. Null’altro furono le bastie, se non una sorta di castello, rocca o fortezza, formata nel piano con travi e tavole ben congegnate, per lo più intorno a qualche casa o case, o pure intorno ad una torre, che si cingeva di fossa, co’ suoi bastioni di terra e baloardi. Si fabbricavano ivi ancora case di legno, se mancavano quelle di mattoni, occorrenti per difendere i soldati, le vettovaglie e l’armi dall’insulto delle stagioni. Certo, ch’essendo di legno si poteano anche chiamare steccati; e in fatti nella Storia dell’assedio di Zara presso il Lucio si legge: Quam Italici et Longobardi bastidam, Dalmatini et Chroati sticatam appellare convenerunt. Ma in fine steccato altro non vuoi dire che palizzata, laddove le bastie aveano veramente la forma di fortezze. Nella Storia Padovana de’ Gatari si legge, che volendo Francesco da Carrara il vecchio piantare una bastia, fece lavorare nella città tutti i legnami occorrenti, e in un determinato dì caricata la bastia sopra i carri, andò improvisamente a fissarla dove bramava, sostenendo l’esercito suo gli artefici a ciò destinati. Nella Cronica di Parma dell’anno 1295 è detto che i Milanesi fabbricarono quoddam castrum de lignamine in Laude Vecchio contra voluntatem Laudensium et Cremonensium, valde magnum et mirabiliter fabricatum. Queste parole significano una bastia, lavoro che cominciava in que’ tempi ad essere in voga. Porcellio nel lib. IX Comment. ci fa vedere castella ex bitumine et asseribus fabricata, quae Lombardi bastitas vocant. Quando in queste fortezze di legno verano de’ bravi combattenti, e non mancavano le provvisioni, non era sì facile il superare o costringere alla resa una bastia. Come abbiamo dalle Storie di Modena e Bologna, Bernabò Visconte, nemico de’ Bolognesi, due bastie piantò nel Distretto di Modena. Tentarono più volte i Bolognesi armati di prenderle, ma sempre indarno. Ritien tuttavia uno di que’ siti il nome di Bastia, e dura la medesima denominazione, in alcuni luoghi della Toscana, Corsica ed altri paesi.

Dagli Storici Toscani vediamo menzionati i battifolli. Il Menagio e il Du-Cange li credevano lo stesso che i sopra da noi riferiti bitifredi. Non è così. O erano bastie, o molto s’assomigliavano ad esse. Presero probabilmente questo nome per tenere in freno i folli, che noti si ribellassero o non nocessero. Niccolò Tegrimo nella Vita di Castruccio scrive: Primus sopra Sergianum castellum arcem aedjficavit (quam Sarzanellum appellamus) in formam battifoliis (illius aetatis vocabulo) cum aggere et lignis terra que congesto; adversus subitos incursus locum illum munivit; postmodum et calce lateribusque tutiorem reddidit. Certamente Giovanni Villani fa poca differenza tra bastie e battifolli, scrivendo nel lib. V, cap. 2, che fu fabbricata dai Lombardi Alessandria quasi per una bastia e battifolle incontro alla città di Pavia. E nel lib. VI, cap. 4: E per battifolle ovvero bastita vi posono i Fiorentini il castello d’Ancisa. E nel lib. X, cap. 171: Feciono una basata ovvero battifolle, guernito di gente d’armi. Da uno strumento Bolognese del 1326 si vede che alla custodia d’un battifolle stavano tre gentiluomini, ciascun de’ quali habeat et habere debeat ad stipendium Communis Bononiae quatuor equos armigeros, quatuor equitatores et duos roncenos. Adunque i battifolli furono picciole fortezze capaci di cavalleria. Si truovano anche le stellate e palate, fortificazioni fatte con pali a qualche sito. E si facevano talvolta agli stessi monisterj e chiese, e si chiamava incastellar, cioè ridurre un luogo a guisa di rocca e fortezza. Nel Concilio Lateranense dell’anno 1123, cap. 14, si legge: Ecclesias a laicis incastellari, aut in servitutem redigi, auctoritate Apostolica prohibemus. E pure da lì a pochi anni una delle più venerande Basiliche della Cristianità, cioè la Vaticana, dovette sofferire questo detestabil aggravio, come apparisce dagli Atti di Federigo I Augusto, ed attestò Geroo Proposto Reicherspergense, scrittore di que’ tempi, con dire: Unde non immerito dolemus, quod adhuc in domo Beati Petri Principis Apostolorum desolationis abominationem stare vidimus, positis etiam propugnaculis, et allis bellorum instrumentis in altitudine Sanctuarii supra corpus Beati Petri. Dagli Arabi impararono i nostri l’uso delle ferrate, che appese ad una fune si mettono sopra le porte delle fortezze o città, e al bisogno si fanno calare, caso che la porta fossa presa da’ nemici. Abbiamo nella Storia de’ Cortusi, lib. VI, cap. 5, all’anno 1337: Calata portae levatura, seu saracinesca. E nel lib. VII, cap. 16: Quidam intraverunt civitatem, sed propter portam civitatis, quae erat levatura, non fuerunt ausi entrare successive. Un altro codice ha: sed propter saracinescas portas trabibus inhaerentes. Ma che i Romani non ignorassero questo segreto, si s’accoglie da Livio, lib. XXVII, cap. 30. Ne fa menzione anche Vegezio.

Ma troppo in questi ultimi secoli s’è mutato il sistema della milizia per l’invenzione della polve da fuoco, e delle bombarde grosse e minori, e de’ fucili, e d’altri simili diabolici strumenti. Fama è che Archidamo figlio di Agesilao avendo veduto un dardo che gittava fuoco, portato dalla Sicilia, esclamasse: Periit virorum virtus. Non so dire se sia vero, ma certamente noi possiam dirlo de’ nostri tempi, da che ugualmente sono esposti e forti e dappoco alle pioggie delle micidiali palle. Dopo il 1300 si crede accidentalmente trovata la polve suddetta; contuttociò per buona parte del secolo XIV poco cambiamento si fece nell’arte della guerra, perché il susseguente trovato de’ cannoni era lontano dalla perfezione, né sì presto passò a tutte le nazioni Europee. Comune opinione è che la prima pruova d’esse bombarde o cannoni si facesse alla guerra di Chiozza, fatta fra loro dai Venezani e Genovesi nel 1378 e ne’ due susseguenti. Tengo io che molto prima ne fosse conosciuto l’uso. Certamente non pochi anni avanti, cioè nell’anno 1346, nella sanguinosa battaglia di Creci in Francia, gl’Inglesi si servirono di bombarde, che saettavano pallottole di ferro con fuoco, per impaurire e disertare i cavalli de’ Franzesi, come scrive Giovanni Villani, libro XII, cap. 65 della Storia. Nel capo seguente egli aggiugne: Sanza i colpi delle bombarde, che facieno sì grande tremuoto e romore, che parea che Iddio tonasse, con grande uccisione di gente, e sfondamento di cavalli: parole che altro non possono indicare che i nostri cannoni. Il Continuatore del Nangio all’anno 1356 scrive: Munientes turres ballistis, garrottis, canonibus et machinis. Ma non è ben certo se que’ cannoni, chiamati dagli Scrittori Inglesi gunnae, fossero le nostre bombarde. Ma un bel passo v’ha di Francesco Petrarca, non avvertito da Polidoro Virgilio, né dal Panciroli, né dal Du-Cange, che può decidere tal controversia. Così egli parla nel lib. I De Remed. utriusque Fort. dialogo 99, intitolato de Machinis et Balistis. Quivi egli scrive: G. Habeo machinas et balistas, R. Mirum, nisi et glandes aeneas, quae flammis injectis horrisono jaciuntur. Non erat satis de caelo tonantis ira Dei immortalis, nisi homuncio (o crudelitas juncta superbiae) de terra etiam tonuisset. Non imitabile fulmen, ut Maro ait, humana rabies imitata est; et quod e nubibus mitti solet, igneo quidem, sed tartareo mittitur instrumento. Quod ab Archimede inventum quidam putant eo tempore quo Marcellus Syracusas obsidebat. Verum ille hoc, ut suorum civium libertatem tueretur, excogitavit, patriaeque excidium vel averteret, vel differret, quo vos, ut liberos populos vel jugo vel excidio prematis, utimini. Erat haec pestis NUPER rara, ut cum ingenti miraculo cerneretur. NUNC ut rerum pessimarum dociles sunt animi, ita COMMUNIS est, ut quodlibet genus armorum. Convien qui notare che quel Trattato fu mandato dal Petrarca ad splendidum, natalibusque clarum virum Azonem Corrigium, Principem Parmensem. Finì Azzo da Correggio di signoreggiare in Parma l’anno 1344, perché allora vendè quella città ad Obizzo marchese d’Este. Adunque prima di tal anno era già comune in Italia l’uso de’ cannoni. Abbiamo poi da Andrea Redusio nella Cronica di Trivigi le seguenti parole all’anno 1376: Illa hora bombardella parva, quae prima fuit visa et audita in partibus Italiae, conducta per gentes Venetorum, casti percussit Rizolinum de Azohibus nobilem Tarvisinum cum debilitatione brachii. Ma il medesimo Autore avea di sopra all’anno 1373 scritto che le bombarde erano state usate da Francesco da Carrara contro i Veneziani, di modo che pare che le bombardelle bensì, ma non le già note bombarde, cominciarono ad usarsi nella guerra di Chiozza. Che gli schioppi o fucili fossero una cosa nuova in Toscana anche nell’anno 1432, lo scrive Francesco Tommasi nella Storia di Siena, dicendo: Habebat et milites quingentos ad sui custodiam, scloppos (idgenus armorum vocant, invisum apud nos antea) deferentes, totidemque Hungaros equites arcum gestantes. Che nel 1379 in uno spettacolo della città di Vicenza fosse adoperata la polve da fuoco, s’ha da Conforto Pulce nella Storia di quella città.

Continuarono adunque per tutto il secolo XIV i cavalieri a valersi delle seguenti armi, cioè lancia, spada, o mazza; e i pedoni, della spada, saette, dardi, manarimi, scuri, fonde, coltelli, pugnali, ed altre armi da offesa, e dello scudo per difesa. Altre sorte d’armi si possono intendere dagli Statuti MSS. Ferraresi dell’anno 1268. Ecco le parole di essi: Arma vetita in civitate Ferrariae et Districtu intelligimus bordonem, lanzonem, transferium, scimpum, cultellazium, cultellum cum puncta habentem ferrum majus semisse, ronconem, lanceam, spatam. Lanceam vero concedimus militibus, quum equitant; spatam pediti, quum vadit de una terra in aliam; et domi dimittat. Si quis de nocte inventus fuerit portare falzorzem de cavezo bordonem, lanzonem, transferium, vel azam, condemnetur, ec. Verumtamen licitum sit cuilibet de civitate Ferrariae portare impune, eundo et redeundo ad villas, spatam, cultellum de ferire, lanceam, sive lanzonem, macciam et ronconem. Molte furono le specie delle freccie e degli scudi. Presso gl’Italiani si truovano scudo, rotella, brocchiere, targa, pavese. Questi scudi li distingueva la differenza della materia, o della forma; perché altri erano di ferro, o rame, o legno, o cuoio; alcuni di forma rotonda, altri di bislunga o quadrata. Per conto del pavese, lo Stigliani dal Latino pavio, e il Menagio da panna ne trassero il nome. S’ingannarono. Sospettò Ottavio Ferrarini che venisse dal popolo di Pavia, e questa è la vera opinione. Ecco le parole dell’Aulico Ticinense (de Laud. Papiae, cap. 13): Ticinensis militiae fama (così egli) per totam Italiam divulgata est: et ab ipsis adhuc quidam clypei magni tam in superiori capite quadri, quam in inferiori, Papienses fere vocantur ubique. Altro dunque non furono i pavesi che scudi fatti alla maniera di Pavia. E tal voce colla figura d’essi passò in Francia, Inghilterra e Spagna, come si può vedere presso il Du-Cange alla voce Pavisarii, pavisatores, ec. Ebbero i Pavesi un’altra sorta di scudi, de’ quali si servivano nelle finte battaglie. Odasi il medesimo Aulico, che descrivendo quelle zuffe da burla, dice: Habent in capitibus geleas ligneas, scilicet viminibus textas, quas cistas vocant, pannis et mollibus interius exteriusque pantitas, ec., tenentes omnes scuta radicibus texta, et ligneos fustes. Sembra che i Pavesi tenessero davanti agli occhi ciò che fu scritto da Vegezio. Scuta de vimine in mondum cratium coorotundata tenebant. Perché altri scudi fossero appellati, rotelle, credo che procedesse dalla lor figura rotonda come le ruote. Rondelle tuttavia dura nella lingua franzese. Brocchiere, s’io non m’inganno, fu chiamata quella specie di scudi che nel mezzo teneva uno spuntone o chiodo acuto di ferro ed eminente, con cui anche si potea ferire il nemico, se troppo si avvicinava. Broccare, voce andata in disuso, significava pungere il cavallo colle brocche, cioè colle punte degli speroni, perché brocca volea dire un ferro acuto. Noi appelliamo tuttavia brocchette alcuni piccioli chiodi. Credesi ancora che talavacii fosse una sorta di scudo. Rolandino (libro VIII, cap. 10) all’anno 1256 scrive: Circa ducentos pedites de Vincentia et Vicentino districtu, cum talavaciis statuit super turrim, et portam, et spaldum de Pontecorbo.

Dardi e giavellotti vecchiamente si usavano con iscagliarli contra de’ nemici. Non so dire con certezza se le giavanine o chiavanine fossero, come mi vo’ figurando, mezze picche, le quali si solevano anche scagliare contro l’avversario. Non v’ha persona tinta di lettere, che non sappia qual fosse una volta l’uso degli archi e delle freccie o saette. Gran tempo esso durò. Succederono poi le balliste manuali, che si chiamarono balestre, cioè strumenti di legno con arco di ferro, che con più forza scagliavano le freccie o sia gli strali. Chiamavansi arcani, arcatores, e italianamente arcieri coloro che si servivano de’ primi; e balistali e balestrieri i pedoni che usavano le balestre: benché si truovino ancora equites balistanii. V’erano le balestre grosse, macchine scaglianti più freccie in un colpo. Nelle Giunte alle Croniche de’ Cortusi abbiamo la battaglia dell’anno 1315, in cui furono da Uguccione della Faggiuola sconfitti i Fiorentini. Ivi si legge: Quae videns Ugutio misit pro balisteniis Pisanis, qui erant numero quatuor mille, et eos sagaciter ordinavit in hunc modum: Quod eorum tertia pars sagittet in lancjferos dicti Principis; alia tertia pars immediate ponderet balistas suas cum muschettis, et quod telis etiam sagittet; alia vero tenda pars postmodum jam ponderatis balistis recutiat, et frequentando sagittare non cesset, et omnes inspiciant primo in lanciferos sagittare, et postea in equos militum Principis. Si chiamavano moschette le freccie scagliate dalle balestre. Marino Sanuto il vecchio nella sua Storia scrisse: Haec eadem baliste tela possent trahere, quae muschettae vulgariter appellantur. Nella Cronica Estense all’anno 1309 Si legge: Propter magnam multitudinem muschettarum, quas sagittabant. Sopra gli altri balestrieri furono in gran credito i Genovesi. Cinque o sei mila di essi si trovarono alla sopr’accennata battaglia di Crecì per loro disgrazia. L’Autore della Vita di Cola di Rienzo racconta che era stata un poco di pioverella. La terra era infusa e molle. Quanno volevano caricare la balestra, mettevano pede nella staffa. Lo pede sfuiva. Non potevano ficcare lo pede in terra. Sospettando i Franzesi nella lor lentezza un tradimento, fecero un macello di quella povera gente con barbarica crudeltà. Dio ne fece vendetta. Sconfitti essi Franzesi dagl’Inglesi, lasciarono parecchie mighiara de’ suoi sul campo. La maniera di caricar col piede la balestra è mentovata da Guglielmo Britone (lib. VII Philipp.) in quel verso:

Balista duplici tenga pede missa sagitta

 L’arco degli arcieri si tendeva colla mano. Altrove dice quello Storico:

Nec tamen interea cessat balista vel arcus:

Quadrellos haec multiplicat, pluit ille sagittas.

Furono anche i quadrelli una specie di saette, così appellati o dalla lor forma, o da quattro ale. Poco diversi pare che fossero i bolzoni, nome venuto dal Tedesco boltze, significante saetta. Celebri in oltre compariscono i verettoni, sorta di freccie scagliate dalle balestre. Chi tenne tal parola originata da verutum Latino, non riflettè che i veruti erano dardi scagliati colla mano. Né pur viene, come pensò il P. Daniello Gesuita, dal Franzese virer, cioè girare: perché si sarebbe detto lo stesso di ogni dardo e saetta. Potrebbe essere che venisse dalla lingua Tedesca, giacché troviamo werrettones e guerrettoni.

Osservisi ora ciò che da Fra Francesco Pippino nel lib. III, cap. 45 della sua Storia fu scritto, cioè: Anno Domini MCCLXVI Italici exemplo Francorum pugionibus uti coeperunt, ensibus obsoletis. A mio credere non si parla qui de’ pugnali e stiletti, ma bensì delle spade da punta, e che feriscono con essa punta. Dianzi enses, gladii, spathae dovevano essere quelle che oggidì chiamiamo spade da due tagli, o da un solo, come le sciable. Vegezio (lib. I, Cap. 12) parla d’ambe le spade da punta e da taglio, e preferisce l’uso della prima a quello dell’altra. Apollinare Sidonio (lib. III, epist. 3) narrando una vittoria riportata contro i Goti, scrive: Alii hebetatorum caede gladiorum latera dentata pernumerant. Adunque i Franzesi combattevano colle spade taglienti. Soggiugne: Alii caesim atque punctim foraminatos circulos loricarum metiuntur. Adunque l’armi de’ Goti ferivano di punta e di taglio. Guglielmo Pugliese descrivendo i Suevi menati in Italia dal santo pontefice Leone IX nell’anno 1053, racconta che coloro valevano poco colla lancia.

. . . . . . Praeminet ensis;

Sunt etenim longi specialiter et peracuti

Illorum gladii. Percussum a vertice corpus

Scindere saepe solent. Et firmo stant pede, postquam

Deponuntur equis. Potius certando perire,

Quam dare terga volunt. Magis hoc sunt Marte timendo,

Quam dum sunt equites......

Io prendo quel peracutos per ben aguzzi ed affilati, perché apparisce che le spade loro erano da taglio. Dovettero imitarli gl’Italiani lungo tempo, finché i Franzesi insegnaron loro ad usar quelle da taglio, come più commendate da Vegezio. Il che fu conosciuto anche dà Benvenuto da Imola, il quale al canto XXXI del Purgatorio di Dante fa la seguente osservazione: Melius et tubus est pugnanti ferire punctim, quam caesim. Primo, quia feriens punctim, habet incidere minus de armis. Secundo, quia adversarium non ita bene vitat ictum. Tertio, quia invenit minorem resistentiam in corpore. Quarto, quia feriens minus laborat. Quinto, quia minus se detegit. Però i Franzesi con queste spade acute sapeano vantaggiosamente combattere con gli uomini d’armi, tuttoché vestiti a ferro. Gugliemo Nangio (de gest. Sancti Lud.) ce lo insegna scrivendo: Franci mucronibus gracilibus et acutis, sub humenis ipsorum, ubi inermis patebat aditus, dum levarent brachia, transforantes, per latebras viscerum gladios capulo tenus immergebant. Leggonsi ancora nella descrizione della vittoria di Carlo I re di Sicilia queste parole: Sed nostri Gallici ex brevibus spathis suis eorum latera perfodiebant, ut vitam demerent corde tacto. Lo stesso re Carlo gridava ad alta voce: Punctim infigite, milites Christi; punctim transigite. Però non pugnali, ma spade corte da taglio erano quelle de’ Franzesi. Stacchi sono chiamate da Giovanni Villani; e in fatti nella lor lingua frapper d’estoc è ferir di punta; e di là è venuto l’Italiano staccata. Che anche nel secolo VIII in Italia si conoscessero le spade da pulita, si può provar colle parole dell’anonimo Salernitano, dove parla di Liutprando duca di Benevento, e del suo successore Aricluis. Dum in eadem Ecclesia, Langobardorum, sicuti mos est, cum pugionibus accincti altrinsecus introissent, ec. Del resto gli antichi Franchi oltre alla spada lunga usarono anche delle mezze spade; e Vegezio ne nomina una che pare il nostro pugnale, di cui si servivano quando erano alle strette.

Merita ora d’essere qui rammentato il canone 29 del Concilio Lateranense II, tenuto sotto Innocenzo II papa nell’anno 1139, di cui sono le seguenti parole: Artem autem illam mortiferam et odibilem ballistariorum et sagittariorum adversus Christianos, et Catholicos, exerceri de cetero sub anathemate proibemus. Chi non si stupirà di veder questo fulmine contra l’uso dell’arco e delle saette, che si truova in tutti i secoli precedenti? Ci stupiremmo ancor noi, se venisse ora vietato quel de’ cannoni e archibugi fra i Cristiani. Alcune guaste edizioni hanno ballistadiorum, e però assai ridicolosamente il Baile nella Somma de’ Concilj da Amobio e dalla Cerda prende a spiegare la voce Balli, dicendo: Quod balare dicuntur arietes, quum cornibus se invicem impetunt. Senza fallo ivi si legge ballistariorum, o, come volle il cardinal Baronio, balistaliorum, cioè de’ balestrieri. Gli Autori della Chiosa, il Palermitano ed altri Interpreti trovarono colle lor gran teste il senso di questo canone, con dire: Intellige de bello injusto; secus de fusto. Bella scappata; ma perché non proibir anche le spade e le lancie nella guerra ingiusta? Anche il Baluzio si credette d’avere trovato il perché si formasse il canone suddetto, cioè per essersi rimesso in uso a que’ tempi il valersi balistis et sagittis nelle guerre fra Cristiani; il che dianzi non si praticava. In fatti nelle prime Crociate sappiamo che i Cristiani adoperavano solamente lancie e spade; laddove i Turchi da lungi usavano archi e saette, e da vicino le spade. Avendo poi Franzesi e Italiani portato seco l’arte di saettare, sì perniciosa, perché ammazza i lontani, e non distingue i forti dai deboli; perciò sembra verisimile che fosse proibita a’ Cristiani, che facean guerra ad altri Cristiani, artem ballistariorum et sagittariorum. Ma né pur questa sembra buona ragione. Anche ne’ secoli precedenti noi troviamo arcieri e saette in guerra. Non occorre ch’io ne rechi le pruove. E se si dicesse che almeno erano nuove in Occidente le balestre, rispondo che certamente in Francia molto ancora dopo Innocenzo II ne fu ignoto l’uso. L’abbiamo da Guglielmo Britone (lib. II Philipp.) che all’anno 1184 così scrive:

Francigenis nostris illis ignota diebus

Res erat omnino, quid balistarius arcus,

Quid balista foret; nec habebat in agmine toto

Rex armis quemquam, sciret qui talibus uti

Riccardo re d’Inghilterra quegli fu che portò di Levante le balestre, tanto tempo dopo il canone suddetto. Potrebbesi dunque più tosto sospettare che in esso canone mancasse qualche parola, e che vi fossero solamente vietate le saette avvelenate. Pandolfo Pisano nella Vita di papa Gelasio II, all’anno 1118, così parla: Saeva insuper jam per ripam Alemannorum barbaries tela contra nos mixta toxico jaciebat. Quel ch’è certo, o sia che veramente non fosse proibito in generale l’uso degli archi e delle balestre, o pure che i principi non volessero far conto di quel divieto, si continuò universalmente fra Cristiani a praticare gli arcieri e balestrieri in Italia. Nelle guerre di Federigo I imperadore contro i Lombardi, Sire Raul e Ottone Morena affermano essere intervenuti arcatores atque balistarios. Da Ottone da Frisinga (lib. II, cap. 17 de gest. Frid) è detto che all’assedio di Tortona sagittarii, balistarii, fundibularii, arcem circumseptam obserrabant. I Pisani parimente e i Genovesi usarono archi e balestre nelle lor guerre; e Innocenzo III papa, come s’ha dalla sua Vita, nell’anno 1199 centum arcarios conduxit ad solidos, cioè al suo soldo.

Per quel che riguarda la milizia marittima, le flotte e le battaglie di mare, poco vi pensarono i Re Longobardi, Franchi e Tedeschi fino al secolo XII. Solamente abbiamo che nell’anno 810 per attestato degli Annali de’ Franchi, Pippino re d’Italia Venetiam bello terra marique appetiit, subactacque Venetia, ac Ducibus ejus in deditionem acceptis, eamdem classem ad Dalmatiae litora vastanda accessit. Ma i Greci, che sempre conservarono l’arte di far guerra in mare, vi spedirono una flotta, e il fecero ritirare in fretta. Anche nell’anno 828 Bonifazio conte o sia marchese di Toscana, parva classe circumvectus, navigò in Affrica, e fece gran danno e paura a que’ Saraceni. Ma queste non son prodezze di gran conto; e meno ne fecero dipoi i Cristiani di Occidente, quando all’incontro i nemici del nome Cristiano in que’ tempi conducevano grosse flotte ad infestare la Francia e l’Italia. Cioè dall’un canto i Normanni, gente raunata dalle parti del Baltico e della Norvegia, con ismisurata copia di varie navi sbarcando di tanto in tanto or qua or là ne’ lidi di Francia e ne’ circonvicini paesi, e fino in Italia, lasciarono dapertutto lagrimevoli memorie di stragi, incendj e saccheggi nei secoli IX e X. Dall’altra parte anche i Saraceni, menando belle armate per mare in Ispagna, Sicilia, Calabria e Frassineto, s’impadronirono di que’ paesi, ed infestarono il resto d’Italia, senza che alcun s’avvisasse di far loro contrasto per mare. E da costoro in prima i Siciliani, poscia gli altri popoli occidentali presero la parola Amiralius, Amiraldus, Admirallus, Admiratus, oggidì Ammiraglio, perché così era chiamato da’ Saraceni il comandante supremo delle loro flotte, essendo voce Arabica Amir, e lo stesso che Emir. Da essi Arabi a noi ancora venne la voce Arzanà, come fu anche detto da Dante, canto XXI dell’Inferno, da noi mutata in Arsenale.

Quale nell’arzanà de’ Veneziani

Bolle l’inverno la tenace pece.

Pensa il Du-Cange che arsenale significhi armamentarium, cioè armeria. Ma vuol dire navale, cioè luogo dove si fabbricano e si tengono le navi. Credo eziandio che venga da ars quae sequioribus Latinis machinam denotavit. E insussistente immaginazione. Viene dall’arabico darcenaa, lo stesso che arsenale. E resta più chiaro esso nome presso di noi nella parola darsena. Da Rafaino Caresino nella Storia Veneta è nominata arsena; e da Bartolomeo da Neocastro nella Storia Siciliana Tarsana e Tarsarzatus Regius Messanae. Probabile è altresì che da quella lingua abbiamo tratto la voce dogana, e non già dal Greco, da dove con gli argani volle tirarla il Menagio. Certamente alla lingua Arabica siam debitori delle parole magazzino e fondaco, e delle cifre numeri che, da noi oggidì usate. In que’ tempi ancora i Greci non si lasciavano superchiare da alcuno nella perizia e potenza della marina, perché tenevano buone flotte, e sapeano far belle battaglie per mare. Perciò, secondo la testimonianza di Liutprando storico, Niceforo imperador de’ Greci se ne pavoneggiava, con ridersi anche di Ottone il Grande imperadore privo di armate navali. Diceva egli al medesimo Liutprando ambasciatore: Nec est in mari Domino tuo classium numerus. Navigantium fortitudo mihi soli inest, qui eum classibus aggrediar; bello maritimas ejus civitates demoliar, et quae fluminibus sunt vicina, redigam in favillam. I primi ad essere potenti per mare in Italia furon i Veneziani, gloria che tuttavia ritengono fra noi. Ecco ciò che circa l’anno 1090 scrisse dell’inclita loro città e nazione Guglielmo Pugliese nel suo Poema, lib. IV:

Non ignara quidem belli navalis et audax

Gens erat haec: illam populosa Venetia misit

Imperii prece, dives opum, divesque virorum,

Qua sinus Adriacis interlitus ultimus undis

Subjacet Arcturo. Sunt hujus moenia gentis

Circumsepta mari, nec ab aedibus alter ad aedes

Alterius transire potest, nisi unire vehatur.

Semper aquis habitant. Gens nulla valentior ista

Aleiæquoreis bellis, ratiumque per aequora ductu.

Prima ancora del secolo XX, e fin quando regnavano i Longobardi, certo è che fu rinomato il valore per mare del popolo Veneto (Leggi le Croniche del Dandolo). Divennero poi famosi per le loro flotte marittime i Normanni sotto Roberto Guiscardo duca di Puglia, e sotto i suoi successori; e parimente i Pisani, e molto più i Genovesi, delle grandi azioni de’ quali, non meno che de’ Veneziani, son piene le nostre Istorie. Né solamente usarono questi popoli per mare i legni minori, ma anche i maggiori, e col nome di ligna, barchiae, vasa, ec., disegnavano tutte le navi di giusta grandezza; e se ne formò poi quella di vascello, che dura tuttavia. V’erano galeae, taridae, chelandria, sagenae, sagittae, barchae, brigantini, carabi, onde carabella e caravella, con altri nomi disusati oggidì. Furono anche rinomate le cocche. Che sorta di legni fosse questa, non l’intese il Du-Cange. Concha (dic’egli) navigii species in conchae formam efficta, ut sunt gondolae Veneticae. Cocha e non concha, doveva egli dire, né queste somigliavano le barchette chiamate gondole; anzi furono de’ più grossi legni che allora solcassero i nostri due mari (Vedi le Storie Venete e Genovesi nella mia Raccolta). Per attestato di Giovanni Villani (lib. VIII, cap. 77) solo dopo il 1304 si cominciarono ad usar le cocche dagl’Italiani.

Né vo’ lasciar di dire che le città d’Italia, da che presero colla libertà forma di Repubblica, e molto tempo ancora di poi, solite furono di far guerra, o per difesa o per offesa, coi loro proprj cittadini. Sì nobili che artefici, dato di piglio all’armi, volavano all’oste; e l’essersi poi così addestrati i popolari, cagion fu che talvolta depressero i nobili, e fecero eglino da signori. Molte di esse città usarono di dividersi in quartieri oppure sestieri (come ne’ vecchi tempi i Romani divisero la gran città in regiones, poscia rioni) che prendevano il nome da qualche tempio o porta della città, o da altro segno. Ognun di essi portava la propria bandiera, e davansi la muta negli assedj. Il nome Italiano di soldato nacque dall’introduzione di combattenti stranieri, a’ quali si assegnava una quantità di soldi per ogni mese. Solidarii, soldarii e soldanerii si truovano appellati. Nella Cronica di Orvieto si legge: Puro intorno a Parrano pur solo cittadini d’Orvieto cento trenta cavalieri e tre mila pedoni: che non ve ne fu nullo soldato. Che incomodo fosse quello degli artisti e contadini di dover sì sovente lasciar i lor lavori per correre all’armi, ognun sel può figurare. Perciò si conobbe tornar il conto in istipendiar combattenti da pagarsi co’ tributi del popolo, e lasciare esso popolo in pace, se pur non avvenivano estremi bisogni. Galvano Fiamma (de Reb. gest. Azonis Vicecom. ) trattando de’ buoni usi introdotti dai Visconti prima dell’anno 1340, così parla: Quinta lex est, quod populus ad arma non procedat, sed domi vacet suis operibus. Quia omni anno, et specialiter tempore messium et vendemiarum, quo solent Reges ad bella procedere, populus, relictis propriis artificiis, cum multa discrimine et multis expensis stabat supra civitatum obsidiones, et innumerabilia damna incurrebant, et praecipue quia multo tempore in talibus bellorum exercitiis occupabantur. Oltre ai soldati che in militare ordinanza combattevano, anticamente furono in uso anche i Ribaldi, ch’erano come gli Usseri de’ tempi nostri, perché qua e là scorrendo spiavano gli andamenti de’ nemici, specialmente bottinavano, e intervenivano anche ai fatti d’armi. Giovanni Villani (lib. II, cap. 138) attesta che solo i ribaldi e ragazzi dell’oste avrebbono vinto colle pietre il battifolle e il ponte. Abbiamo anche da Saba Malaspina (lib. III, cap. 10 della Storia) la seguente notizia. His Occurrunt primo Ribaldi, qui gregatim de Francia venerant, ec. Verum Saraceni de more, priusquam se jungant, manualiter hostibus ex pharetris tela promunt, et sagittantes subito Ribaldos sine numero sauciant, ec. Veggonsi anche nelle vecchie memorie nominati Garciones, ora in buono ed ora in cattivo senso. Così talvolta furono appellati gli acudieri, e alle volte ancora i famigli più vili. Presso i Toscani si da il nome di garzone ai fanciulli e giovanetti anche nobili; in Lombardia si applica solamente a persone di bassissima sfera, come garzoni da stalla, garzoni de’ muratori, de’ sartori, ec. Né questo nome fu molto diverso da quello di ragazzi, che dura tuttavia per significare i figli del basso popolo. Negli Annali di Padova all’anno 1324 il Duca di Carintia venne a Padova cum magna multitudine militum et pedieum et ragazziorum quasi nudorum, qui existimabantur quasi viginti millia inter bonos et malos. Erano anche chiamati famigli. Aggiugansi i saccomanni, che fanno sovente comparsa nelle Storie del secolo XVI. Costoro col sacco correvano a far bottino. Il nome loro, secondo il Menagio, venne dall’Italiano sacco, e dal Tedesco mann, che vale uomo, come se si dicesse uomo di sacco. Anche Lodrisio Crivello nella Vita di Sforza scrive di certo luogo, cui propter soli ubertatem mixtam ex Latina et Germana lingua Saccomannorum Silva nomen est. Ma doveano osservare che anche i Tedeschi usano la voce sacco, comune agli Ebrei, Greci, Latini, Franzesi, Inglesi e ad altre nazioni. Di qui vennero saccheggiare, dare il sacco, mettere a sacco. In che tempo nascesse la parola saccomanno, da Pietro Azario storico del secolo XIV possiamo impararlo, scrivendo egli nel cap. XI che scorrendo i soldati di Giovanni Visconti nell’anno 1351 fino alle porte di Firenze, multas pulcras domus et palatia invaserunt, saccomanando et comburendo. Et ibi etiam per gentes illas dictum fuit de saccomanno: quod vocabulum usque ad praesentem diem in Lombardia perduravit. Porcellio nel lib. IX Comment. descrivendo la presa di Castiglion delle Stiviere, così parla: Vincunt hinc antemurale Bracciani, praetereunt inde foveas, et jam valium ascendebant, non armati solum, sed inermes, et quod incredibile est, solo sacculo circumcincti.

Fa menzione Giovanni Villani (lib. IX, cap. 70) de’ gialdonieri, dicendo: I gialdonieri lasciarono cadere le loro gialde sopra i nostri cavalieri. Osservate con che grazia il Menagio, avendo letto nel Vocabolario Gialda, spezie d’arme antica, della quale s’è perduto l’uso e la cognizione, trasse poi questa voce da jaculum, dicendo jaculum, jacida, jaculadum, jaculada, jalda, gialda. Credo io che le gialde fossero una sorta di lancie o picche. Nell’edizione del Villani fatta dai Giunti, in vece di gialde si truova lancie; e lo stesso è nel MS. insigne Recanati, di cui mi son io servito alla mia edizione. Ma che razza d’uomini furono i gialdonieri, rammentati anche da Tolomeo da Lucca agli anni 1289 e 1293? Forse non furono diversi da coloro che altri chiamarono berroerios, e i Veneziani zaffones. Odasi Rolandino (lib. XI, cap. 3) all’anno 1258. Sed quidam pedites et zaffones illi, quos vulgo Waldanam dicimus, procedentes inordinate ante militium acies quasi per millare et amplius, animosi plusquam oporteret, et nimium irruentes, munidones et barras Tarvisii minus provide, immo infeliciter, intraverunt (Notisi la Waldana, che in Italiano dovette dirsi Gualdana). Soggiugne al cap. V: Repente supervenerunt berroarii, sive zaffones quidam, qui lucrandi caussa circa Paduanum confinium positi per Potestatem Paduae vigilabant, non curantes penitus, quid pietas, quid honestas; credentes immo potius ibi fas, ubi maxima merces. Nel Vocabolario della Crusca Gualdana vien detta Schiera, truppa di gente armata, con troppo largo significato. Fu essa un aggregato di canaglia e gente vile, e probabilmente lo stesso che i sopr’accennati Ribaldi, il cui principal mestiere era in bottinare, e che senza ordine andavano alle battaglie, precorrendo le brigate de’ veri soldati. E questa è l’origine di quei che ora chiamiamo birri, e zaffi si chiamano da’ Veneziani. Rolandino nel lib. XII scrive che costoro andavano a cavallo, e usavano lancie. Ma si truovano anche pedites beruarii presso l’Ughelli ne’ Vescovi di Tortona; e presso Guglielmo Ventura (cap. 21 della Cronica d’Asti) pedites cum lanceis longis, che poscia furono nominati picchieri.

Diciamo ancora qualche cosa delle consuetudini della milizia de’ secoli bassi. Fu rimesso allora in uso il rito de’ Romani, cioè di non muovere guerra ad alcuno, se non precedeva la sfida, credendo allora gl’Italiani, Tedeschi, Franzesi ed altri popoli un’iniquità il muovere l’armi all’altrui offesa, senza fargli sapere le ragioni di questa nemicizia. Vedesi ordinato questo rito fra le leggi militari di Federigo I e II Augusti. Anzi si praticò di far sapere al nemico che si voleva venire a battaglia campale, acciocché si determinasse il dì e il campo, e si partisse il Sole, come poi si osservò ne’ duelli. A questo fine s’inviava uno stidatore che faceva l’intimazione, e soleva per segno gittare in terra il guanto sanguinoso della battaglia. Truovasi menzionata dagli antichi guerra guerriata e guerra guerreggiata. Se crediamo al Du-Cange, così fu nominata quella che si faceva cum disfida. Nol pruova. Tengo io così chiamato il far guerra con badalucchi, scaramuccie, infestar le vettovaglie, e far simili altri insulti al nimico dichiarato, senza azzardar battaglia. Badisi a ciò che ha Giovanni Villani, lib. IX, cap. 181: Per li Sanesi furono contrastati di guerra guerriata, non assicurandosi d’abboccarsi a battaglia, come a gente disperata. Tralascio altri esempli. Per cosa rarissima si contava in que’ tempi il far guerra dal fine di ottobre sino alla primavera adulta. Aveano dagli antichi imparato i nostri tempus quo Reges ad bella proficisci solent. Era il maggio quel mese in cui a quel brutto giuoco si usciva in campagna, e di cui scrisse Guglielmo Pugliese, lib. I Poem.

 Hoc ad bella solent procedere tempore Reges.

Che se negl’incontri, battaglie e presa di piazze si faceano de’ prigioni, fossero pedoni o cavalieri, purché non si volessero arrolare all’armata vincitrice, spogliati d’armi e cavallo, si lasciavano ire in libertà il che scambievolmente facevano anche i nemici: se non che nella resa delle fortezze talora i vinti erano obbligati con giuramento a non portare l’armi contra del vincitore per sei mesi, per un anno, o per maggior tempo. Costume tale spezialmente nel secolo XIV si osservò dagl’Italiani e Tedeschi (Veggansi le Croniche di Domenico Gravina e de’ Cortusi). Allorché si avea da menar le mani nelle giornate campali, si sceglievano i più bravi cavalieri, che fossero i primi a ferire; perché se riusciva loro di rompere la prima schiera, si accresceva il coraggio e la speranza di vincere il resto dell’armata. Guerrieri tali erano chiamati feritori. Da Giovanni e Matteo Villani nomati sono editori: parola che ingarbugliò il dottissimo Du-Cange nel Glossario, mentre la spiegò dicendo: Videntur esse confoederati fide astricti, a fide; vel dicti quasi faiditi, idest inimici. Ma presso i Toscani ferire e fedire la stessa cosa è, come anche raro e rado, contrariare e contradiare. Il Castelvetro stimò derivata la voce pro’ e prode dal Greco protos significante primo, perché tali guerrieri erano i primi ad assalire i nemici. Ma viene da probus nel qual senso presso gli antichi sovente si legge miles probus, cioè coraggioso, valente, bravo cavaliere; o pure dal Franzese preux e dall’Inglese proud, voce forse antica della Germania. Per lo contrario codardi si chiamarono i soldati timidi, o perché stessero alla coda dell’esercito, o perché imitavano i cani paurosi che raccolgono la coda fra le gambe. Ma potrebbe anche essere venuta dall’Inglese cow, significante intimidire, da cui pare formato il loro coward usato anche da’ Franzesi e dagli Spagnuoli, che dicono covardo.

Leggesi nelle Storie Padovane, che non solamente i cavalli, ma anche le cavalle si adoperavano in guerra, colle loro schiere nondimeno separate dai cavalli. Pochi imitatori ebbe tal costume, ma pure n’ebbe. Albertino Mussato (lib. VI, Rub. 13 Hist. Aug.) annoverando l’armata Padovana dell’anno 1312, ha le seguenti parole: In exercitu Paduano fuisse constat ex conscriptis civibus Paduanis equites mille ducentos; hastatos vero ex Nobilium locupletumque comitivis septingentos; scutiferos sexcentos: equas ruralium hastatorum, quas Bertolotas Langobardi vocant, circiter mille; mercenarios milites (cioè soldati pagati) trecentos; peditum conscriptorum ex urbe suburbiisque quinque millia quadringentos. Allorché si dava il segno della battaglia, prorompeva l’esercito in altissime grida o per metter terrore a’nemici, o per animarsi maggiormente l’un l’altro alla zuffa. Nell’anno 1268, prima di dar principio al terribil fatto d’armi fra Carlo I re di Sicilia e il re Corradino, per testimonianza di Saba Malaspina (lib. IV, cap. 10 Hist.), cohortibus ad bella dispostis, tubae vicissim sonitum dant terribilem, concrepant cymbala, caelum remugit clamoribus tonitruis. Così nel precedente conflitto fra esso re Carlo e Manfredi, scrive Niccolò da Jamaula che clamor aethere tantus insonuit, quod, sicut fertur, usque ad Alifum ventus impulit vocum murmura. E i Saraceni clamane de more, et quasi Cadentes hostes contererent, vocibus clamare continuo invalescunt. Oggidì questo non s’osa. Ma consta da Lampridio, da Vegezio, da Tacito, da Ammiano e da altri, che si alzava allora il grido. Paolo Diacono lo chiama bellicum clamorem. Intorno a ciò è da vedere il Du-Cange nella Dissertaz. XI a Joinvilla, e il P. Daniello della Milizia Franzese. Dal suono dei tamburi e delle trombe erano incoraggiti i combattenti. Quei che ora chiamiamo tamburi, gli abbiam presi dalla milizia degli Arabi, ed è Arabico questo nome. Usarono anche i Romani celti tamburetti nelle feste de’ loro Dii, ma non già de’ grandi in guerra. Ne’ fatti d’armi difficil cosa era il ferire i cavalieri tutti vestiti di ferro. Sì costumava dunque di percuoterli con mazze di ferro, o pure di far guerra ai poveri cavalli; perché atterrati questi, il cavaliere cadendo era preso, o pel peso dell’armi più non facea grandi prodezze, eccettoché ne’ Romanzi. Perciò si studiavano colle picche, spade, spuntoni ed altre armi di sventrare essi cavalli. Alle cinghie, alle cinghie gridavano i capitani. Guglielmo Ilritone (Philipp. lib. XI) all’anno 1214 così scrive:

 . . equorum viscera rumpunt

Demissis gladiis, dominorum corpora quando

Non patitur ferro contingi ferrea vestis,

Labuntur vecti lapsis vectoribus; et sic

Vincibiles magis existunt in pulvere strati.

Veggansi le Storie di Giovanni Villani, e le Padovane de’ Gatari. Di questo ripiego si servirono anche i Romani, ed altre antiche nazioni: laonde Tolomeo da Lucca all’anno 1265, narrando la rotta data al re Manfredi, così scrive di lui: Sed non potuit resistere potentiae Gallicanae, qui antiquorum Romanorum more percutientes, omnes equos perforabant, nulla que arma contra hoc protegere poterant. Del resto quanta fosse negl’Italiani dopo il secolo X la fortezza e perizia negli affari di guerra, e quante azioni di prodezza facessero, non è qui luogo da parlarne. Ma nel secolo XIII e XIV pare che i medesimi si dimenticassero alquanto di sé stessi, perché si diedero ad assoldar Tedeschi, Inglesi, Fiamminghi, Ungheri ed altri oltramontani, ne’ quali consisteva il maggior nerbo delle loro armate. Lo stesso praticarono anche una volta gl’Imperadori Romani, e ne provenne poi la rovina dell’Imperio. Che scellerata gente fosse quella, senza fede, unicamente data al bottino, a’ saccheggi e ad ogni empietà, si può leggere nelle Storie. Con che patti costoro si prendessero al loro soldo dai principi d’Italia, si raccoglie da uno strumento del 1370 che ho dato alla luce. Ma sul fine dello stesso secolo XIV tornati in sé gl’Italiani, cominciarono a far da sé, e nel susseguente secolo ebbero insigni capitani ed armate che in valor militare non cedevano a nazione alcuna. Molto prima avea conosciuto Castruccio signor di Lucca, quanto giovasse più la propria che la straniera milizia. Così di lui scrisse Niccolò Tegrimi: Quumque utilius judicaret suos armis erudire, quam alienos mercede conducere, quum in urbe erat, aut sagittantibus praemia proponebat, aut telo, palestra, concursu armatorum in equis, imaginariis castellorum expugnationibus, simulataque pugna juventutem exercebat; ipseque inter illos primus. Et quum collocata signa, aut manus consertas sertas videbat, nunc hos jurgiis, nunc illos exhortationibus animabat, efficiebatque praesentia sua, ut quisque vel timore Principis audacior esset. Victoribus honoris grada semper aliquid dabat. E da vedere Gian-Antonio Campano (lib. V Hist. Brach.) dove si tratta del valore e della militar disciplina degl’Italiani nel secolo XIV. Ho io additato, quali antichi Scrittori Greci si truovino nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, che trattano dell’arte militare dei vecchi tempi, con recarne qualche notizia. Qui solamente dirò leggersi ivi: Tactica Mauricii. Tactica Onosandri. Tactica Urbicii. Anonymi Tactica. Conciones ad Populum. Stratagemata veterum. Leonis Imperatoris Tactica et Naumachica. Alia Naumachica, cioè de Certamine Navali: Naumachica ordinata a Basilio Patricio et Cubiculario. Tactica Constantini Porphyrogeniti. Eiusdem de Naumachiae et Piraticae Stratagematis. Onosandri Strategica. Poscia si leggono l’Opere di Ateneo, Bitone, Herone, Apollodoro, Filone ed Affricano, che furono date alla luce in Parigi nell’anno 1693. Parimente in un codice Ambrosiano una raccolta di ordinanze e precetti militari con altri pezzi spettanti all’antica milizia. Veramente per conto di questa s’è mutato il mondo; ma sempre s’impara dal conoscere ciò che han praticato ed operato gli antichi.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011