Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXV

Dell’arte del Tessere, e delle Vesti de’ secoli rozzi.

Nulla s’è detto finquì dell’arte del tessere dopo la declinazione del Romano Imperio, e solo in fuggire s’è parlato di alcune vesti degli antichi. Conviene ora soddisfare in qualche maniera a tale argomento. Ancor quest’arte è di quelle che, siccome necessarie al genere umano non si possono far perdere da alcuna calamità, e sempre dureranno. Dopo l’infanzia del mondo sempre furono in uso le tele di bambagia e di lino; non so dire se anche fatte di canape, come oggidì si pratica in parecchie parti d’Italia. Parimente quelle di lana non mancarono mai. Ulpiano nella I. Vestis, ff. de auro argento, scrive: Vestimentorum sunt omnia lanea, lineaque, vel serica, vel bombycina. È ora da vedere se ne’ secoli barbarici fossero usate le tele di seta che oggidì chiamiamo drappi. Questa voce si truova anche presso gli scrittori della Latinità di mezzo, come osservò il Du-Cange. Ora non è da mettere in dubbio se i Greci e Romani ben conoscessero la vaghezza delle tele di seta, e se i Nobili Romani, e sopra tutto le ricche matrone se ne addobbassero. Una quistione solamente s’incontra, cioè se Vergilio (lib. il Georgicor. v. 121) collo scrivere

Velleraque de foliis depectant tenuia seres.

 e Plinio Seniore parlando nella stessa guisa, abbiano colla voce Sericum voluto solamente disegnare la tela di bambagia; o, quel ch’è più verisimile, si sieno ingannati, almeno Vergilio, in credere che il sericum si traesse dalla lanugine di alcuni alberi o piante (quale in fatti si cava il cotone o sia il bambagio) e si filasse poi in sottilissimi fili. Intorno a ciò è da vedere La Cerda sopra Vergilio, il Salmasio sopra Solino, per tacer altri valentuomini. Ho eccettuato Plinio, perché a lui non furono ignoti i bachi o vermi da seta, del lavoro de’ quali si formavano tele di gran prezzo. Stabile sentenza è poi, che mentre fiorì l’Imperio Romano, l’arte di produrre e tessere la seta fu propria e riserbata dell’Indie Orientali, dove tuttavia ha gran voga, ed anche de’ Cinesi, come persuadono le conietture. Però qualunque drappo o veste di seta era in uso presso i Greci e Romani, dalle sole contrade suddette per via della Persia e dell’Egitto veniva portata. Celebre è la maniera e il tempo in cui fu trasportata per la prima volta quest’arte in Grecia; e l’abbiamo da Procopio, lib. IV, cap. 17 de Bello Gothico. Cioè venuti dall’Indie poco fa accennate alcuni Monaci a Costantinopoli, vi portarono uova di vermi da seta, e insegnarono come s’aveano a covare, come da nutrire i vermi, e tirar la seta dai bozzoli, o sia follicelli. Sicché dopo l’anno 550 si piantò in Grecia l’arte della seta, e dilatossi poi felicemente per que’ paesi. Ma in qual tempo passasse la medesima in Italia, niun monumento finora m’è caduto sotto gli occhi, che ce ne avvisi. Truovo io bensì in un Capitolare di Carlo M., dove tratta delle Ville Regali, e nei Breviario delle cose Fiscali del medesimo Augusto mentovati morarios, cioè gli alberi da noi appellati mori, e da’ Franzesi meuriers; ma senza saper dire, se della lor foglia si, nutrissero bachi.

Quel che ora s’ha da ricordare, è l’avere Ricobaldo, come abbiam veduto nella Dissertazione precedente, fatto sapere che i nostri Italiani fino alla metà del secolo XIII vissero con tal parsimonia, per non dire, meschinità, che contenti di vestire panni e tele triviali, abborrivano ogni lusso, anzi né pur sapeano cosa egli fosse. Parole tali sembrano dire che in Italia sino a que’ tempi o non si conoscevano vesti di seta, ed altre preziose tele, o pure che gl’Italiani le lasciavano volentieri ad altre nazioni amanti dello sfarzo e delle delizie. Ma non per questo s’hanno a credere così rozzi e nemici del lusso quei secoli. A buon conto anche in Italia chi non era cieco, sovente potea mirare i più delicati lavori di seta che servivano di ornamento alle chiese e alle sacre funzioni. Presso il solo Anastasio nelle Vite de’ Romani Pontefici ne son frequenti gli esempli, e truovansi ancora nomi tali di que’ drappi, che difficilmente ora si possono spiegare. Veggansi, per esempio, le azioni di papa Pasquale I che salì sulla cattedra di San Pietro nell’anno 817. Egli donò alla chiesa de’ Santi Processo e Martiniano vela de findato cun periclysi de blattin circumsuta. Questa periclysis de blattin è un orlo o contorno di tela cremesi o purpurea. Percioché in que’ secoli era molto in uso il vermiglio chiamato Blatta. Similmente il medesimo Pontefice fecit vestem de chrysoclavo cum diversis historiis mirae magnitudinis et pulcritudinis. Più sotto: obtulit aliam vestem chrysoclavam ex auro gemmisque confectam, habentem historiam Virginum cum facibus accensis mirifice comtam. Con egual munificenza fecit vestem de staurace habentem pavones, et vestem auro textam, et coopertorium rubeum de serico. Aggiugne quello Storico: Fecit vela de quadruplo quinque, et vela Tyria duo. Offerì parimente ad un altro tempio vestem de blattin Byzantea, et vestem de fundato alithino, habentem in circuitu periclysin de olovero, et vestem de fundato porphyretico. Altrove ricorda vestem de fundato Prasino vela holoserica, et pannum Alexandrinum mirifice decoratum. Così nella Vita di papa Leone IV rammenta tria vela de spanisco, ec. Velum acupictile, habens hominis effigiem sedentis super pavonem unum, ec. Vela ex auro texta, habentia historiam beati Petri Apostoli. Anche Stefano V papa verso il fine del secolo X fece vela quatuor in circuitu altaris majoris, quorum duo sunt de serico pigacio, tertium pavonatile, quartum de Alexandrino, ornatum totum in circuitu de olovero, ec. Parimente donò vela serica de blattin Byzantea quatuor, duo ex his aquilata, et duo de basilisci. Si può con ragione credere, e massimamente indicandolo varj nomi, che la maggior parte di questi drappi venisse dall’Egitto, dalla Soria e da Costantinopoli; ma non è improbabile che alcuni ancora fossero fabbricati in Italia.

Di qui eziandio apparisce che allora si tessevano tele di seta con fili d’oro frammischiati, che ora chiamiamo broccati. Abbiam veduto presso Anastasio pallium aurotextile. Quei che sono da lui appellati chrysoclava ed auroclava non ardirei chiamarli con Papia purpuras auratas. Furono probabilmente pezzi di tela d’oro, che a guisa di bottoncini, rosette, cerchietti, si cucivano sopra altra tela. Sono altrove nominati vela linea auroclava. Particolarmente questi clavi si mettevano nei lembi delle vesti. Intorno al significato di questa voce sì truova disputa fra gli Eruditi. Lasciamo loro la cura di deciderla. S’incontrano ancora pictae vestes, e si figurerà tosto il Lettore che si parli di vesti dove il pennello avesse con varj colori dipinte varie storie e figure; né io oserei sostenere che non vi fossero anche di simili tele. Bensì aggiungo che ordinariamente al pictae si sottintende acu, cioè vesti ricamate. Imperciocché anche ne’ secoli barbarici fu praticato di molto il ricamo.

.   .   .   .   .   .   . Babylonica picta superbe

Texta Semiramidis quae variantur acu:

sono parole di Marziale. Abbiamo veduto di sopra velum acupictile, ed altrove s’incontra la medesima voce. Nella Cronica di Farfa si fa menzione della Corte di San Benedetto in Selvapiana, ubi fuit antiquitus congregatio Ancillarum, quae opere plumanio ornamenta ecclesiarum laborabant. Nelle Annotazioni io pensai che non solamente fosse qui accennato il ricamo, ma anche ornamenti da chiesa formati con piume di uccelli di diversi colori. In fatti Prudenzio (in Hamart. num. 293) ha i seguenti versi:

         . . . . Hunc videas lascivas praepete cursu

Venantem tunicas: avium quoque versicolorum

Indumenta novis texentem plumea telis.

 Aggiungasi Seneca, che nell’epistola 91 scrive: Avium plumae in usum vestis conseruntur. Ma si dee stabilire che plumanium opus propriamente significa il ricamo, siccome avvertì il Turnebo (Adversar. lib. XI, cap. 25) con dire: Plumandi, texendi a quibusdam, ab aliis acu pingendi exponitur. Et sane videri potest pro acu pingere interdum accipi, ut ab Hieronymo. Species tamen quaedam proprie est acu pingendi, cum clavi, aut patagia, aut segmenta, aut scutulae, aut tessellae, sic aliae aliis assuuntur, ut plumam avium referant. Ampiamente ancora tratta di quest’arte il Salmasio sopra Vopisco, e pensa, plumia esse omne id quod in vestibus plumaria arte intextum erat, sive essent tabulae, sive essent orbiculi, vel rotae. Presso Petronio s’ incontra plumatum Babylonicum, e poco fa abbiam veduto che ornamenti tali si facevano coll’ago. Da Procopio (lib. de Ædific.) è menzionato tunica serica, aureis ornamentis undique distincta, quae plumia dicere solent. E in una carta del 1019 si legge Altaria linea opere plumario tria. Contuttociò pare che diverse arti fossero opus Phrygium, cioè il ricamo, dappoiché nella Regola di S. Cesario si legge: Plumaria et acupictura, et omne polymitum, ec., numquam in Monasterio fiant. Ma in favore del ricamo serve un passo di Pietro Cornestore, il quale fiorì nel 1172, e sopra il cap. XXVI dell’Esodo così scrive dell’opera plumaria. Piuma (dic’egli) lingua quadam acus dicitur, scilicet Ægyptiorum, quorum sunt diversae linguae, sicut Graecorum. Hoc genus veli vulgo Distratum dicitur, quasi bis stratum. Prima enim fit tela, cui cum acu opere manuali substemuntur picturationes. Sunt qui dicunt opus plumarium a similitudine avium, quibus superaddita plumarum varietas. Idem opus dicitur etiam Polymitum. Forse quest’ultimo non sussiste, perché polymita verisimilmente presero dalla tessitura la varietà de’ colori.

Merita qui d’entrare in campo un passo di Aldhelmo vescovo de’ Sassoni Occidentali della Bretagna nel libro de Laud. Virgin. cap. 6. Fioriva questo Autore circa l’anno 680, e l’opera sua è inserita nella Biblioth. Patrum. Siquidem (così egli parla) cortinarum sive stragularum textura, nisi panniculae purpureis, immo diversis colorum varietatibus fucatae, inter densa filorum stamina ultro citroque decurrant, et arte plumania omne texitrinum opus diversis imaginum thoracibus perornet, sed uniformi coloris fuco sigillatim confecta fuerit: liquet profecto, quomodo nec oculorum obtutibus jucunda, nec pulcherrimae venustati formosa videbitur. Non si dee qui tralasciare che Monsignor Fontanini (Comment. ad Discum Christianum, cap. 17) loda questo passo con dire: Sanctus Aldhelmus morem suae aetatis in hujusmodi orbiculatis vestibus contexendis sugillat, neque ullo pacto in virginibus probat. Poscia vien recando le parole d’esso Aldhelmo secondo la nuova edizione, da lui creduta più purgata, fatta da Arrigo Wharton, nella seguente forma: Continarum sive stragularum texturae non pauculae purpureis, immo diversis colorum varietatibus fucatae, inter densa filorum stamina ultro citroque decurrant, et arte plumania omne textrinum opus diversis imaginibus thoraciculis perornent. Ma il Fontanini vide tutto l’opposto di quello che Aldhelmo intese di dire; e il Wharton non emendò, ma guastò la vera di lui scrittura. Chiaramente si scorge la mente di Aldhelmo, dove dice, solam virginitatis praerogativam sine ceterarum adjumento virtutum non sufficere ad perfectionem; ma essere necessario ut multimoda mandatorum varietate decenter decoretur. Reca di poi l’esempio della tela con cui si formavano i cortinaggi ed altri addobbi de’ sacri templi, dicendo ch’essa tela non solo si fa per mezzo di varj licci dai tessitori colla vaghezza di diversi colori, ma eziandio coll’arte plumaria, o sia del ricamo, viene ornata di scudetti (clypeos li chiamavano anche gli antichi) rappresentanti varie immagini. Perciocché se la tela si formasse uniformi colore, non sarebbe tanto stimata, né tanto piacere recherebbe agli occhi di chi la mira. Un sogno è dunque del Fontanini il dire che Aldhelmo biasima l’arte di tessere, e dovea anche dire di ricamar quelle vesti, e la disapprova affatto nelle vergini. Ebbe quel santo Vescovo davanti agli occhi San Girolamo, che in non so quale epistola de Castit. servanda scrive: Astitit Regina a dextnis ejus circumdata varietate: qua veste polymita (cioè di varj colori) et multarum virtutum varietate contexta indutus fuit et Joseph, et Regum quondam utebantur filiae. Né dovea il Warton in vece di nisi panniculae leggere nel testo d’Aldhelmo non pauculae, mutando a suo capriccio quelle parole. Perciocché panicula, o più tosto panucula, significa la spuola (rhadius presso i Latini) che carica del filo tessitore scorre per l’orditura della tela. Santo Isidoro, lib. 19, cap. 29: Panuclae (così scrive) dictae, quod ex iis panni texantur; ipsae enim discurrunt per telam. Perciò dalle parole di Aldhelmo sembra apparire che l’arte plumaria consistesse nell’ornare coll’ago la tela, aggiugnendovi figure di varie sorte lavorate con diversi colori. Tale il gramatico Papia crede che fosse la stragula. – Stragulum (dic’egli) vestis discolor plumanio opere facta. Ma forse stragula anche si appelò la tela di varj colori, benché non ricamata. Ne’ codici antichi si truovano talvolta dipinte le immagini de’ Principi, come è una Bibbia insigne conservata dai Monaci Benedettini in Roma. Miransi ivi le figure di Carlo re de’ Franchi (non si sa se del Magno o del Calvo) e della Regina con vesti ornate di ricamo. Che nel secolo VI non si lasciassero gl’Italiani torre la mano da alcuno in questa professione, può comprovarsi coll’autorità di Agnello nella Vita di Massimiano arcivescovo di Ravenna, il quale esalta Endothrin byssinam pretiosissimam illius jussu factam. Quis similem videre potuit? Non potest aliter aestimare ipsa imagine, aut bestias, aut volucres, quae ibi factae sunt, nisi quod in carne omnes vivae sint. Qual fosse ancora anticamente la perizia degl’Inglesi in sì fatte manifatture, ce lo dirà l’Autore Gestor. Guilielm Regis, cioè del Conquistatore. Anglicae nationis (sono sue parole) feminae multum acu et auri textura egregie viri in omni valent artificio. Però fu rinomato opus Anglicum come s’ha da Leone Ostiense, lib. II, cap. 35 della Cronica Casinense.

Ebbero parimente gli antichi sì Greci che Romani le tappezzerie o sia i tappeti, adoperati spezialmente ne’ templi e ne’ palazzi regali. Non saprei dire se in Italia o in Europa se ne fabbricassero, cioè tessessero con figure d’uomini, bestie, alberi e simili cose. Esamini chi vuole quel verso di Vergilio, lib. III, vers. 25 Georgic.:

Purpurea intexit tollant aulaea Britanni.

 Certamente presso i popoli dell’Asia ve n’erano, come anche oggidì, numerose le officine. Noi li domandiamo arazzi dalla città di Arassò (od Arras) in Fiandra, dove ne’ secoli addietro con gran felicità se ne facea la fabbrica. Così duagio si appellava una tela o panno fabbricato nell’altra città Belgica di Douay; e noi abbiam dato il nome di damasco ad una tela di seta, perché ne’ vecchi tempi era portata dalla città di Damasco. Né per altra cagione noi appelliamo rensa certa tela sottile, di lino, se non perché vecchiamente si tesseva nella città di Rems, chiamata Rens dagl’Italiani. Ora celebri furono una volta le tappezzerie di Babilonia, peristromata Babylonica, come ancora Attalica e Campanica. E si chiamano picta, ancorché le figure e i colori fossero tessuti, perché imitavano la pittura. Servio al lib. Æneid. vera. 701 così scrive: Aulaeis, velis pictis: quae ideo aulaea dicta sunt, quod primum in aula Attali Regis Asiae inventa sunt. O più tosto perché servivano di ornamento alle aule o sia ai palazzi dei Re. Plinio nel lib. VIII, cap. 48 attesta che colores diversos picturae intexere Babylon maxime celebravit, et nomen imposuit. Per questo belluata tapetia chiamò Plauto i tappeti dove erano bestie intessute. Ora trovando noi nelle Vite de’ Romani Pontefici vela picta o pure vestes pictas, si può chiedere se quella varietà di colori e di figure venisse dalla tessitura, o dal pennello, o dall’ago. In Adriano I noi troviamo vestem de chrysoclabo, habentem historiam Nativitatis, ec. Fecit vestem chrysoclabo, pretiosis gemmis ornatam, habentem historiam Salvatoris, ec. Pare credibile che tali storie fossero formate non già da’ pittori, ma bensì dalla tessitura o dal ricamo. Imperciocché gran tempo durò di chiamar pittura anche gl’ingegnosi lavori del telaio. Nella vita di Onorio III creato nel 1216 leggiamo: Aureis argenteisque platea distinguitur, tapetis pictis in Ægypto prostrata (meglio strata) et linctis Indiae, Galliaeque coloribus ordinate composita. Sicché v’erano tappezzerie prese dall’Egitto, dall’India, ed anche dalla Francia. Che se aveano gl’Italiani tele contenenti sacre istorie, troppo verisimile è che queste o fossero tessute, o più tosto fabbricate nella stessa Italia, o pure in Europa: al riflettere che non poteano venire dalla Soria, Perisa ed Egitto, dove gli Arabi Maomettani padroni abborrivano troppo le Immagini sacre e le cose spettanti alla nostra santa Religione. Anche Ammiano (lib. XXIV della Storia) sembra accennare che i Soriani nello tappezzerie non mettevano se non battaglie, bestie e paesi. Nelle Chiose alla Vita di San Pietro Celestino papa è scritto: In pluviali Papae erant Imagines Sanctorum Patrum de serico et auro laboratae acu, operis Cyprensis, seu Anglicani.

Egli è ora da avvertire il quando e come una copia di lavori di seta s’introdusse in Italia. Ce lo dirà Ottone Frisingense nel lib. I, cap. 33 de Gest. Friderici, dove scrive che Ruggieri re di Sicilia nel 1148 avendo spedita la sua flotta contra de’ Greci, prese Corinto, Tebe ed Atene. Maxima (soggiugne egli) praeda direpta, opifices etiam qui sericos pannos texere solent, ob ignominiam Imperatoris illius, suique Principis gloriam, captivos dedacunt. Quos Rogerius in Palermo Siciliane Metropoli collocans, artem illam texendi suos edocere praecepit. Et exhinc praedicta ars illa prius a Graecis tantum inter Christianos habita, Romanis coepit patere ingeniis . Troppo, a mio credere, dice il Frisiugense, quasiché niun’altra nazione Europea che i Greci sapessero allora tessere tele di seta. Forse di là venne qualche particolar maniera di fabbricarne delle figurate, e di vago comparto di colori. Ma intenderemo meglio questa importante avventura da Ugo Falcando scrittore di quel medesimo secolo, che nella Prefazione alla sua Storia, descrivendo la nobilissima città di Palermo, così parla: Nec vero illas Palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi in fila variis distincta coloribus serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici texendi genere coaptantur. Hinc enim videas amita, dimilaque et trimita minori peritia sumtuque perfici (cioè tele di seta volgari, perché fabbricate con uno, due o tre licci). Hinc examita uberioris materiae copia condensari (chiamarono gli antichi questa tela sciamito, perché lavorata con sei licci). Heic diarhodon igneo fulgore visum recerberat (cioè tela di color rosa). Heic diapisti color subviridis intuentium oculis grato blanditur aspectu (presso Anastasio sovente è nominato questo drappo, ed ora impariamo ch’era di color verde). Hinc exarentasmata circulorum varietatibus insignita, majorem quidem arificium industriam, et materiae ubertatem desiderant, majori nihilominus predo distrahenda. Crede il Carusio, doversi qui leggere Exanthemata, onde fossero tele sparse di fiori. Ma è ivi scritto Circulorum, cioè scudetti e bolle rotonde. Seguita a dire il Falcando: Multa quidem et alia videas ibi varii coloris ac diversi generis ornamenta, in quibus ex sericis aurum intexitur, et multifomis picturae varietas gemmis interlucentibus illustratur. Margaritae quoque aut integrae cistulis aureis includuntur, aut perforatae filo tenui connectuntur, et eleganti quadam disposidonis industria picturati jubentur formam operis exhibere. Ecco le belle fatture di seta che circa l’anno 1169 si lavoravano in Palermo coll’arte portata colà dalla Grecia. Noi, che ammiriamo, e con ragione, la beltà e varietà di tante drapperie dei nostri tempi, abbiam nondimeno da confessare un obbligo non lieve agli antichi che ci hanno prima spianata la via, e senza i lumi loro non potremmo oggidì vantare un sì gran progresso nell’arti. Se abbiamo da prestar fede a Niccolò Tegrimo nella Vita di Castruccio, per lungo tempo il lavoro delle tele di seta si mantenne presso i solo industriosi Lucchesi; ma dopo il sacco dato nel 1314 a quella città da Uguccione dalla Faggiola, quegli artefici si dispersero per tutta l’Italia, in modo che altre città ne divennero anch’esse maestre. Alii (dic’egli) Venetias, Florentiam, alii Mediolanum, Bononiam quidam, partim in Germaniam, et ad Gallos, Britannosque dilapsi sunt. Sericorum pannorum ars, qua soli Lucenses in Italia et divitiis affluebant, et gloria florebant, ubique exerceni coepta . Gli Oltramontanti oggidì vendono a noi ciò che impararono da noi. Erano spezialmente i più preziosi lavorieri di seta, o di lana, o di ricamo, adoperati negli antichi secoli per ornamento delle chiese, cioè in pianete, piviali, pallii, padiglioni di altari, spalliere e cortinaggi per le colonne. Di questi ultimi fa menzione Giovanni Diacono nella Vita di Santo Anastasio vescovo di Napoli del secolo IX. In Ecclesia Stephania (così egli) tredecim pannos fecit, Evangelicam in iis dipingens Historiam, quos jussit de columnarum capitibus adornamentum pendere.

Non mancava in que’ tempi quella sorte di velame di seta che noi appelliamo sendale, zendale, zendado. Rolandino nella Cronica (lib. IV, cap. 9) ne parla. Tunc accessit unus de Popularibus ad cendatum pendens de sublimi antena carroccii. Anche il Boccaccio ne fa menzione nelle Novelle. Parimente si truova memoria presso i vecchi scrittori del taffetà, forse non diverso dallo zendale; siccome ancora della saia, panno di lana e del camelotto, o camelato, o camelino, cioè di panno di lana intessuto di peli di cammello o di certe capre. Da Marco Polo ne’ suoi Viaggi fu chiamato zambeloto, presso i Modenesi è cambelloto, e presso i Toscani ciambelloto. Questo si fabbrica tuttavia. Ma nelle vecchie memorie s’incontrano tele e panni con tali nomi, che scuri affatto riescono oggidì; come nelle Vite de’ Romani Pontefici vela de mizilo o imizilo, planetae diasprae, diapistae, de fundato, ec. In uno strumento Bresciano dell’anno 761 si truovano pallio uno de batta melella, alio pallio de blatta lusca. Urbano III papa, come ha un codice MS. Milanese, nel 1186 donò a quella Metropolitana planetam de coco, et totaliam cum frixio. Certo è che ne’ più vecchi tempi que’ panni e tele venivano trasportati in Italia dalla Grecia, dalla Soria, Persia ed Egitto, e lo fanno conoscere i nomi loro Greci, come chrysoclava, velum holosericum, de basilisci, fundatum alithinum, e simili. La fabbrica d’altri si raccoglie dal luogo, come vela Tyria, Byzantea, pannus Alexandrinus, ec. Vedemmo presso Anastasio vela de spanisco, cioè che si lavoravano in Ispagna, dove tanto paese era occupato dagli Arabi, gente sommamente industriosa. Ottone vescovo di Frisioga (lib. II, cap. 13 de Gest. Frider.) scrive che nell’anno 1154 vennero alla corte dell’Imperadore gli ambasciatori de’ Genovesi, qui non longe ante haec ipsa tempora, captis in Hispania inclytis civitatibus, et in senicorum pannorum opjficio praenobilissimis Almaria et Ulixibona, Saracenorum spoliis onusti redierant. Per attestato del Monaco di San Gallo (lib. 11, cap. 14) Carlo M. Regi Persarum direxit Nuntios, qui deferrent equos et mulos Hispanos, palliaque Frisionica alba, cana, vermiculata, vel saphyrina, quae in illis partibus rara et multum cara comperit. Il che fa vedere che non il solo Oriente, ma anche l’Occidente avea fabbriche di rari panni e telerie. E San Bonifazio, martire ed arcivescovo di Magonza nel secolo VII, mandò a Daniello vescovo capsulam non holosenicam, sed caprina lanugine mixtam et villosam. Gran tempo ancora durarono tali officine in Constantinopoli. Tebaldo Abbate di San Liberatore di Chieti nell’anno 1019 annovera fra i sacri paramenti duo cercitoria, et coopertoria tria serica Constantinopolitana. Eravi ancora la scaramanga, cioè una specie di panno straniero di cui si facevano pianete sacre. Secondoché attesta Leone Marsicano (lib. III, cap. 58 della Cronica Casinense) Roberto Guiscardo duca di Puglia donò al Monistero Casinense tunicam unam de panno Perso, duas cortinas drabicas; e il Vescovo di Marsi pianetam scaramanginam. Altrove abbiamo tunicam diapistin, e pannos triblattos. Avrei desiderata maggior provvisione di erudizione nell’abbate Angelo della Noce, allorché nel Commentario al libro III, cap. 20 della Cronica Casinense scrisse: Est igitur blatta vermiculus, libros et vestes erodens; et quia blatta apprehensa inficit manum hominis rubro colore, lime blatta dictum exquisitae purpurae genus: cioè la tignuola. Egli ha dato lontano al bersaglio cento miglia. Ora noi sappiamo che la vera porpora si faceva con sangue di certe conchiglie di mare. Il colore blatteo, tuttoché talvolta appellato purpureo, col proprio nome nondimeno era chiamato coccineus, oggidì chermisi e cremesino. Falso è affatto che la blatta, col cui sangue si tingevano una volta i panni e tuttavia si tingono, sia lo stesso che la tignuola, o il tarlo. S’ingannarono ancora coloro che vermiculum bombycem intellexerunt, cujus textu vestes sericae conficiuntur. Roberto Stefano, il Vossio ed altri seco trassero in errore Angelo della Noce. Oggidì sanno gli Eruditi che la blatta è una specie d’insetti chiamati chermes dagli Arabi, che nascono dai grani, ghiande o cocchi di certe elci, col sangue de’ quali si tinge la lana. Quindi è nata la voce vermiglio e tintura in grana Vermiculatus significava lo stesso presso gli scrittori della bassa Latinità. Il conte Ferdinando Marsilli Bolognese intorno a ciò scrisse una bella Dissertazione. Poco fa trovammo triblattum: bisogna ora udirne l’interpretazione da San Pier Damiano, che così scrive nel libro IV, epist.: Quidam Rodulphus mihi pallium reverenter obtulit, quod triblathon juxta sui generis speciem nuncuspatur. Trium quippe colorum est, et blathon pallium dicitur: unde triblathon pallium dicitur, quod trium cernitur esse colorum. Ho quasi dubitato che qui sia qualche giunta al testo di Damiano: perché, come intendere che colla blatta si possano far tre diversi colori? Dovrebbe essere lo stesso che della porpora, di cui egli medesimo scrive queste parole nell’Opusc. 31, cap. 6. Regalis itaque purpura, quia unicolor est, vilipenditur. Pallia vero diversis fucata, nitoribus, ad sublimis lectuli deputantur ornatum. Gualfredo poeta Inglese, che circa il 1202 scrisse un’Ironia sulla Corte di Roma, scrive: Cocco bis tincto urbi dat Graecia pannos. Sembra che il triblattum fosse una triplicata tintura.

Tele e panni di tanta preziosità, siccome abbiamo avvertito, formavano splendidi addobbi ai sacri templi, e trovavano buon albergo ne’ palazzi de’ Principi e de’ Re, i quali spezialmente usavano vesti di molta magnificenza. Contuttociò son io persuaso che molti ancora de’ Nobili ricchi usassero vestimenti pomposi, e di panni e tele straniere, a caro prezzo certamente pagate. Il Monaco di San Gallo (de Peli. behhic. Caroli M. lib. II, cap. 27) racconta un piacevole avvenimento, di cui non mi fo io mallevadore. Trovavasi in Italia quel gran Monarca, ed essendo venuto ad urbem Fujolanam, quam qui sibi scioli videntur, Forum Juliense nuncupant (cioè Cividal di Friuli) invitò all’improvviso alla caccia i suoi cortigiani in eodem habitu quo induti erant. Erat autem imbrifera dies et frigida. Et ipse quidem Carolus habebat pellicium berbicinum, cioè era vestito con pelle o pelliccia di castrato, Eginardo nella sua Vita scrive che in tempo di verno esso Imperadore si copriva il petto e la schiena con pelli di lontra. Seguita a dire il Monaco: Ceteri vero, utpote feriatis diebus (cioè in dì di festa, ne’ quali si costumava l’andar più nobilmente vestito), et qui modo de Papia venissent, ad quam nuper Venetici de transmatinis partibus omnes Orientalium divitias advectassent, Phoenicun pellibus avium, serico circumdatis, et pavonum collis cum tergo, vel clavis mox florescere incipientibus, Tyria purpura, vel diacedrina litra (lo stesso è che lista) alii de lodicibus, quidam de gliribus circumamicti procedebant. Coperta da letto è spiegata dai fabbricatori de’ Lessici Lodix Lodicis. Qui pare la pelle di qualche bestiola, di cui si formassero le nobili coperte contro il freddo. San Pier Damiano nell’Opuscolo poco fa accennato scrive: Respuit animalia redemtor Mundi vocabulo decorata. Sic divites isti non mediocri percelluntur obstaculo; quia dum phaleratis atque depictis se lodicibus contegunt, apertis oculis dormire non possunt. Quanto a ghires, significava questa parola le pelli d’ermellino o zebellino, cavate dai sorci Pontici, o da altre bestiole, delle quali maggior uso si faceva negli antichi tempi, che ne’ nostri. Seguita a raccontare il Monaco che le vesti e pelli preziose di que’ cortigiani, parte perché lacerate dalle spine, parte perché bagnate dalla pioggia e poi seccate al fuoco, andarono tutte in malora, lagnandosi que’ signori, se tantum pecuniae suae sub una die perdidisse. Allora il savio Imperadore, fattili tutti chiamare a sé, loro disse: O stolidissimi mortalium, quod pellicium modo pretiosius et utilis est? Istudne meum uno solido comparatum, an illa vestra non solum libri, sed et multis [coeuml...meta] talentis? Anche Ansprando re de’ Longobardi per testimonianza di Paolo Diacono, lib. VI, cap. 35: Advenientibus ad se exterarum gentium Legatis, vilibus coram eis vestibus, seu pelliciis utebatur; utque minus Italiae insidiarentur, nunquam eis pretiosa vina, vel ceterarum rerum delicias ministrabat.

Torniamo al Monaco di San Gallo, da cui abbiamo appreso che i mercatanti Veneziani portavano di tanto in tanto a Pavia de transmarinis partibus omnes Orientalium divitias: parole indicanti non meno panni, drappi e tappeti, che tutte l’altre galanterie ed invenzioni più rare del lusso orientale, che ora i poco saggi Italiani prendono dalla Francia, Inghilterra ed Olanda. Sicché intendiamo che né pure in que’ tempi fu l’Italia senza lusso; ed essere venuta dall’Oriente la maggior parte degli arredi per fomentarlo, e che non i soli Re, ma anche i Nobili facoltosi vestivano vesti preziose. Questo costume si studiò Lodovico re di Germania, e nipote di Carlo Magno, di bandire almeno dalla milizia, lodando a’ soldati solamente le fatture di lana e di lino. Quod si quisquam inferiorum disciplinae illius ignarus, de serico, auro vel argento circa se habens, eum forte incurrisset, non la scappava senza una sonora riprensione. Quali fossero gli ornamenti delle donne sul fine del secolo VII, dalla Vita di Damiano arcivescovo di Ravenna scritta da Agnello si può comprendere. Abstulerunt (così egli parla) a se mutatorias vestes et pallia; projecerunt a se inaures, et anulos, et dextralia, et perselidas, et monilia, et olfactoria, et acus, et specula, et lumulas (o lunulas) et liliola praesidia, et laudosias, ec. Abbiam veduto che un Carlo M. portava la pelliccia nel verno. Hassi ora da osservare quanto fossero una volta in uso le pelli anche in Italia. Arnolfo arcivescovo di Milano (come racconta Landolfo Seniore, lib. II, cap. 18 della Storia) mandato nell’anno 100 da Ottone III Augusto per suo ambasciatore alla Corte di Costantinopoli, si presentò all’Imperador Greco magno ducatio militum (cioè di Nobili o sia cavalieri) stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibellinis, aut rhenonibus variis (cioè di una foggia di vesti chiamate Rhenoni, fatte di pelli di vaio) et hermellinis ornaverat. Galvano dalla Fiamma nel Manip. Flor., cap. 135, così descrive quel fatto: Fueruntque cum Archiepiscopo Mediolani Duces duo, Praelati multi diversorum graduum, induti aureis et sericeis vestibus, cum pellibus armellinis, aut zibellinis, vel darsibus (un altro codice ha foderis) variis vel marturinis. Aggiungasi Donizone, lib. I, cap. 12 della Vita di Matilda, là dove parla di Arrigo II Augusto venuto a Mantova.

Rex sibi mastrucas post escam maxime pulcras

Donavit: florent pariter quoque pelliciones.

Erano le mastruche una sorta di vesti formate da pelli preziose di animali selvatici, e nota anche ai Romani. Quello che ha Prudenzio (lib. II contra Symmach.)

.... Mastrucis proceres vestire togatos.

assai fa conoscere quanto fossero in pregio. Anche San Pier Damiano nell’Opusc. 31 tratta dello spaccio in cui erano al suo tempo simili forestiere pelli, con dire: Ovium itaque simul et agnorum despiciuntur exsuviae, ermellini, gebellini, martores exquiruntur, et vulpes. Dipigne il medesimo scrittore quai fossero i costumi del suo tempo, spezialmente pungendo i Prelati d’allora (lib. II, epist. 1) colle seguenti parole: Non ergo constat Episcopatus in turritis gebellinorum transmarinarumque ferarum pileis (o pellibus) non in flamantibus martorum submentalibus rosis, non in bractearum circumfluentibus phaleris, ec. Ed ecco qual fosse una volta il lusso anche in Italia di queste pelli preziose.

Qua le portarono le genti settentrionali nel divenir padrone di queste provincie, siccome da’ primi secoli avvezze a vincere il freddo con tali vesti, loro provvedute dalla natura. Perciò Peliti Reges furono anticamente appellati i Re Goti, Franchi, Unni e Vandali. E nel poema de Providentia inserito nell’Opere di San Prospero leggiamo:

 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Regesque Getarum

Respice, queis ostro contemto et vellere serum,

Eximius decor est tergis horrere ferarum.

Mi fa ciò sospettare che non sia tanto da credere a Gaufredo Priore Vosiense, storico del secolo XII, là dove scrive: Barones tempore prisco munifici largitores vilibus utebantur pannis, adeo ut Eustorgius Lemovicensis Vicecomes, et Vicecomes Combornensis, arietinis et vulpinis pellibus aliquoties uterentur, quas post illos, mediocres deferre erubescunt. Certamente anche presso il volgo son io d’avviso che fosse allora familiare l’uso delle pelli, ma di pecore, agnelli, castrati e volpi. Tuttavia ritengono i Modenesi la parola Belse, allorché dicono: Piglia le tue Belse, e va con Dio: cioè piglia le tue pelliccie, e vattene. Voce tedesca è Beltz significante Pelliccia, lo stesso che Peltz. E voleano dire: Prendi i tuoi panni. Ma i ricchi si distinguevano con pelli straniere più fine e di maggior prezzo. Quella strada in Modena che oggidì si chiama il Mercato della Legna, ne’ vecchi tempi era appellata la Pelliccieria. Né servirà il rispondere che Garfredo Vosiense parla de’ Franzesi, che più degl’Italiani doveano essere moderati nel vestire. Perciocché io gli opporrò Alberto Aquense, il quale nel libro 11, cap. 16 Hist. Hierosol., narrando l’arrivo de’ Principi e Baroni Franzesi nella prima Crociata dell’anno 1096 alla corte di Alessio Greco imperadore, altri costumi loro attribuisce dicendo: Imperator Godefrido tam magnifico Duce viso, ejusque sequacibus, in splendore et ornatu pretiosarum vestium, tam ex ostro, quam auriphrygio, et in niveo opere harmelino, et ex mandrino, grisioque et vario, quibus Gallorum Principes praecipue utuntur, vehementer admirans, ec. In vece di mandrino s’ha probabilmente da leggere marturino, o martrino; perciocché le pelli di martorello erano allora in grande stima: il che notato fu anche da Helmoldo nella Cronica Slavica, lib. I, cap. I, e da Adamo Bremense, cap. 227; il qual ultimo scrive: Ad marturinam vestem anhelamus, quasi ad summam beatitudinem. Annovera lo stesso Adamo nel Capit. 229 fra gli strumenti della vanità d’allora pelles castorum et martorum, quae nos admiratione sui dementes faciunt. Però Bernardo Silvestro buon poeta presso Gervasio Tilberiense in Otuumlis Imperial. dice:

Cisimus obrepsu, et vestiura potentum

Marturis, et spolio non leviore bever:

cioè le pelli di castore. Che poi esso Gervasio scrive essergli stato mostrato beverem animal juxta Castrum Secusium in Taurinensi Episcopatu, quoad anteriorem partem gressibile, sed ad subtiliorem meditatem in piscem desinens: se non crederà a’ nostri tempi se non che il Mattioli attesta che in Lamagna, Austria ed Ungheria al suo tempo si trovavano molti castori. Marmotta si chiama nell’Alpi Cozie un animale stupido, portato per Italia quasi ridicola rarità. Ma non potè prendersi per castore una tal bestia, perché i castori sono i più sagaci animali della terra e di maggior mole; e né questi né le marmotte terminano in pesce. Landolfo da San Paolo storico Milanese (cap. X Hist. Mediol.) scrive che il prete Liprando avea lupicervinam pellem. Aggiugne nel cap. XIV, che viaggiando esso prete sopra una mula, il suo famiglio menava suum asinum oneratum pellibus stambucinis. Che pelli son queste? Sospetto io che sia errore, e s’abbia a leggere scambucinis. Noi chiamiamo ora camoccie gli animali appellati dai Latini rupicaprae. Erano e son tuttavia molto apprezzate le lor pelli. Queste furono forse appellate scambucie, e di là pare venuto il cognome di Vincenzo Scamozzi celebre architetto, levatone il B come in camminare, se è vero, come vogliono alcuni, che venga da gamba.

Eranvi, siccome abbiam veduto, pelles griseae et variae, che i nobili e ricchi adoperavano ne’ loro vestiti, e a caro prezzo si comperavano. Truovasi spezialmente fatta menzione presso gli antichi nostri scrittori del vaio o de’ vai. Pare che fossero di vario colore, non so se perché pelli così nate, o perché ajutate dall’arte. V’erano anche pelli coccineae, cioè di rosso colore, e senza dubbio tinte. Col nome di grigie penso che fossero disegnate quelle di colore cenerino, come gli zebellini. Di candido colore erano gli armellini. Ma non sì può con sicurezza decidere, di quali bestie parlino in molti passi gli antichi. Un uso sì grande di pelli cagion fu che in una Concordia del 1208 fra i Mantovani e Ferraresi venisse stabilito che i Ferraresi nelle fiere debean dare et designare pellipariis Mantuanis stationes eis sufficientes in frontibus pellipariorum. La parola stationes, usata anche da Cassiodoro e dai vecchi Latini, significava un’officina o bottega da mercatante. In una carta d’Amalfi del 1163, pubblicata dall’Ughelli, si legge: Concedo praenominatae Ecclesiae tres estacones in civitade Laodiciae. Vuoi dire stationes. Ne’ secoli rozzi pelliparii furono appellati i pellicciai, cioè in Latino pelliones. Convien pertanto conchiudere che ne’ vecchi tempi anche in Italia fu in gran voga l’uso delle pelli per vestirsi nel verno, e che ancor qui s’intruse il lusso, pensando la gente di comparir più nobile e benestante, quanto più preziose e di caro prezzo fossero esse pelli. Fin le monache si diedero a gareggiar co’ secolari. Perciò nel can. XII del Concilio di Londra dell’anno 1127 fu decretato, ut nulla Abbatissa vel Sanctimoniolis carioribus utatur indumentis, quam agninis, vel cativis cioè pelli di gatto. Nella Regola de’ Templarj cap. 23, nella Raccolta de’ Concilj del Labbe, si legge: Ut nullus remanens, pelles perenniter, aut pelliciam, vel aliquid tale, quod ad usum corporis pertineat, etiamque coopertorium nisi agnorum vel arietum habeat. Anche nell’anno 1225 Romano cardinale di Sant’Angelo pubblicò un Regolamento pel Monistero Jotrense, rapportato dal Baluzio (lib. V Miscell.) dove son queste parole: Quaelibet Monialis habeat in anno tres camisias, Singulis duobus annis unam pelliciam, de vulpibus, leporibus, vel etiam agnis. Si alique voluerit altiori devotione agninis pellibus uti, habeat etiam quolibet anno duo superpellicea, ec. Che gli stessi cherici si dilettassero di pelli preziose, ne dura ancora un segno nelle cappe de’ Canonici ed altri Ecclesiastici, e nella voce superpellicium, che oggidì chiamiamo cotta. Non per altro fu introdotto questo nome, se non perché, come scrive Durando nel Rational. lib. III, cap. I, Antiquitus super tunicas pellicias, de pellibus mortuorum animalium factas, induebatur. Confessa Giovanni Villani che circa l’anno 1260 molti portavano le pelli scoperte senza panno. Andò in disuso questo costume e si portarono poi le pelli sotto panni; e però v’era in Genova una contrada dove pelles sub vestibus latae venduntur, come s’ha dagli Annali di Giovanni Stella.

Dalle quali notizie oramai si comprende che sino al secolo XIII almeno i Nobili magnificamente vestivano al pari d’oggidì: laonde non è da maravigliarsi che Erlembaldo, uno de’ Magnati di Milano, nel secolo XII coram populo in vestibus pretiosis ambulabat, ec. Così è scritto nella Vita di Santo Arialdo, cap. 17. Né voleano in Milano essere da meno i cherici: sicché lo stesso Arialdo nell’anno 1076 ebbe a dire al popolo Milanese: Vestri sacerdotes, qui effici possunt ditiores in terrenis rebus, excelsiores in aedificandis turribus et domibus, superbiores in honoribus, in mollibus delicatisque vestibus pulcriores, ipsi putantur beatiores. Che durasse anche il ricamo, l’abbiamo dalla Vita della santa imperadrice Cunegonda, la quale divenuta monaca, operabatur manibus suis. Nulli enim in distinguendis auro gemmisque vestibus plurimum, aut in stolis, aut in cingulis aestimabatur inferior. Dal lusso poi del Clero prese motivo Arnaldo da Brescia eresiarca di declamare nel secolo XII contra degli Ecclesiastici: del che fa menzione Guntero nel lib. III Ligur. Il povero popolo se la passava allora con pelli di agnello e di montoni. Rhenones, vesti conosciute dagli antichi Latini, si formavano con pelli di pecora: andromedae le fatte con pelli di montone. Ecco due versi di Giovanni da Garlandia ne’ Sinonimi:

Vestes, quae fiunt de solis pellibus, haec sunt:

Pellicium, rheno, quibus andromeda sociatur.

Usavasi ancora fustaneum cioè panno di bambagia; e truovasi anche presso i vecchi Latini fustanum, come hanno osservato il Meursio, il Vossio ed altri. Particolarmente ebbe credito ne’ tempi barbarici il panno di lana tinto di rosso, che oggidì si chiama scarlatto, nome da molti secoli usato. Tingevasi allora col sangue della blatta, o sia de’ vermicelli sopra descritti, conosciuti anche da Gervasio Tilberiense nel 1215, dove dice: Vermiculus hic est, quo tinguntur pretiosissimi Regum panni, sivi serici, et examiti, sive lanei, ut scharlata. Ma il dir egli che questi insetti si raccoglievano in Arelatensi Regno ex arbore, tengo io che sia errore o di lui, o di stampa. Ed era ben in gran pregio lo scarlatto. Matteo Paris nella Storia all’anno 1248 scrive: Dedit eis vestes pretiosissimas, quas robas vulgariter appellamus, de escarleto praeelecto, cum penulis et fururiis (fodere) de pellibus variis. Poco fa abbiamo veduto che examitum era panno di seta: Sciamito lo chiamarono i vecchi scrittori Italiani. Era forse quello che oggidì si chiama velluto. I Tedeschi danno il nome di Sammet al velluto; e Giovanni Villani (lib. I, cap. 60 della Storia) scrive: In quel dì si correa un pallio di sciamito velluto vermiglio. Ma questo velluto buon testo, di cui mi son servito nella mia edizione, non si legge. Ditali panni si truova menzione ne’ vecchi scrittori che fiorirono prima di Ricobaldo. Non citerò io se non Rolandino Padovano, il quale nel lib. I, cap. 13 della sua Cronica, descrivendo un giuoco pubblico fatto in Trivigi nell’anno 1214, così scrisse: In eo Castro positae sunt Dominae (cioè nobili donne) cum virginibus, seu domicellabus, et sevitricibuis earumdem, quae sine alicujus viri auxilio Castrum prudentissime defenderunt. Fuit etiani Castrum talibus munitionibus undique praemunitum, scilicet variis et grieis et cendatis, purpuris, samitis et ricelis scarletis baldachinis et armerinis . Appresso descrive Rolandino le gioie onde erano ornate quelle donne. Il panno boldachino qui mentovato prese il nome da Baldach, o sia da Babilonia, dov’era fabbricato; preziosissimo, perché tessuto di seta e filo d’oro. E perciocché di questo panno si adornavano le ombrelle de’ Principi e Re, da ciò è nata la voce italiana Baldachino. Gli armerini senza dubbio lo stesso furono che gli ermellini ed armellini. Il medesimo Rolandino (lib. 11, cap. 14) introduce Eccellino da Romano a parlare così: Muntatura patris mei fuit de armerinis; sed aliorum fuit de pretiosis varis Sclavoniae. Ma avendo noi tanta copia di panni, tele e pelli di gran prezzo, usate anche sul principio del secolo XII, non si sa intendere come Ricobaldo dipingesse così rozzi i costumi degl’Italiani d’allora, e sì modesto, per non dire sì vile il loro vestire.

E pure Fra Francesco Pipino, che fiorì pochi anni dopo esso Ricobaldo, approvò i di lui sentimenti; e si vuol ora aggiugnere che anche Giovanni Villani fu dello stesso parere, perché descrivendo i costumi del popolo Fiorentino, ce li rappresenta prima del 1260 troppo diversi dal lusso de’ suoi giorni. Allora (dic’egli) i cittadini di Firenze viveano sobri, e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti costumi grossi e rudi, e di grossi panni vestivano loro e le loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, con berrette in capo; e tutti con usatti (stivaletti) in piede. E le donne Fiorentine co’ calzari senza ornamenti; e passavansi la maggiori d’una gonnella assai stretta di grosso scarlatto di Pro o di Camo, cinta ivi su d’uno schegiale all’antica, e uno mantello foderato di vaio col tassello sopra, e portavanlo in capo. E le comuni donne andavano vestite d’un grosso verde di cabragio per lo simile modo. E libre cento era comune dota di moglie, e libre dugento e trecento era a que’ tempi tenuto sfolgorata. E le più delle pulcelle aveano venti e più anni, anzi che andassero a marito. E di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini; ma erano di buona fede, e leali tra loro, e al loro Comune; e colla loro grossa vita e povertà facieno maggiori e più virtudiose cose, che non sono fatte a’ tempi nostri con più morbidezza e con più ricchezza. Troviamo qui scarlatto di Pro o di Camo. Se vogliam credere ad Egidio Menagio, questa sorta di panno viene da Gamus Latino, che si disse a Rupicapra, cioè a quella capra salvatica che fa in luoghi montuosi. Erano tali capre, come già osservammo, chiamate camozze, camoscie. Né il Menagio reca passo d’alcun Latino che le chiami capre di Camo. Erano veramente in molto credito le pelli di camoscia anche anticamente. Se panni si lavorassero col loro pelo, noi so dire. Credo io cosa certa, o almen più verisimile, indicarsi dal Villani scarlatto fabbricato una volta nella città di Caen in Francia, che i Toscani chiamavano Camo. Lo stesso Villani (lib. XII, cap. 62) scrive del Re d’Inghilterra, che metteva a sacco la Francia: La terra di Camo (in Normandia) gli fece resistenza per lo castello che v’era forte. Però d’un panno ivi fabbricato si parla; il che eziandio si compruova colla parola precedente, noti dovendosi ivi leggere di Pro, ma bensì d’Ipro, come hanno altri testi. Ognun sa che città sia questa. Agli autori che trattano datazion de’ costumi in Italia, si vuol ora aggiungere Galvano Fiamma, che fioriva nel 1340. Nella Cronica maggiore tuttavia medita (lib. XVIII, cap. 6) così descrive le usanze de’ suoi tempi. Isto tempore juvenes de Mediolano reliquentes suorum vestigia patrum, seipsos in alienas figuras et species transformaverunt. Ipsi enim coeperunt strictis et muncatis vestibus more Hispanico uti; tondere caput more Gallico; barbam nutrire more Barbarico; furiosis calcaribus equitare more Teutonico; variis linguis loqui more Tartarico. Mulieres similiter in pejus suas consuetudines immutaverunt. Ipsae namque strangulauis vestibus, scopato gutture et collo, redimitae fibulis aureis, gyrovagantur. Sericis et interdum aureis indumentis vestiuntur. Crinibus crispatis more alienigenarum capite perstringuntur. Zonis aureis super cintae Amazones esse videntur. Calceis rostratis progrediuntur. Alearum et tesserae lusibus occupantur. Et ut breviter me expediam, equi militares, arma fulgentia, et quod pejus est, corda virilia, animorum libertas in mulierum ornamenta, universa juvenum studia, et antiquorum sudores consumuntur.

Rapporta dipoi Galvano la solita cantilena di Ricobaldo colle sue proprie parole, aggiugnendo le seguenti: Non erant per domos camini ad ignem, aut ulla caminata. Ma quest’ultimo è uno sproposito, apparendo da troppe antiche memorie, che si usavano le caminate ne’ vecchi precedenti secoli. Molte attestazioni di quest’uso ho io recato; e nell’antichissimo Sacramentario Gregoriano da me dato alla luce si truova Benedictio ad caminatam. Altro è poi il dire che non v’erano camini. Mi fa questo detto sovvenire ciò che fu scritto da Andrea Gataro nella Storia di Padova da me pubblicata, dove narra l’andata a Roma di Francesco vecchio da Carrara nel 1368. Essendo (così scrive) il Signore giunto per albergare nell’albergo della Luna, et in quella stanza non trovando alcun camino per fare fuoco, perché nella città di Roma allora non si usavano camini; anzi tutti facevano fuoco in mezzo delle case in terra, e tali facevano nei cassoni pieni di terra i loro fuochi. E non parendo al Signore Messer Francesco di stare con suo comodo in quel modo, avea menati con lui muratori e marangoni, ed ogni altra sorta d’artefici. E subito fece fare due nappe di camino, e le arcuole in volto al costume di Padova. E dopo quelle da altri ai tempi indietro ne furono fatte assai. E lasciò questa memoria di sé a Roma. Noi abbiamo Ottavio Ferrari ed altri, i quali pretendono essere stati in uso anche de’ Romani e Lombardi antichi i nostri camini, e ciò per trovarsi caminata in que’ tempi ancora. Certo è che caminata luogo fu, dove s’accendeva il fuoco e si scaldava; ma non sappiamo se l’uscita del fumo si facesse per un’apertura nelle pareti, o se sotto i coppi si scaricasse il fumo. Apollinare Sidonio (lib. II, epist. I) descrivendo la sua villa, così parla: In hyemale triclinium venitur, quod arcuatili camino saepe ignis animatus pulla fuligine infecit. Non potè essere quel camino come i nostri, da che anneriva col fumo la camera. Che se Suetonio scrive nella Vita di Vitellio, cap. 8: Nec ante in Praetorium rediit, quam flagrante triclinio ex conceptu camini; chi ci assicura che quel camino fosse somigliante ai nostri, i quali per una canna conducono il fumo sopra il tetto? Parimente il gramatico Papia circa il 1050 scriveva: Fumarium, caminus per quem exit fumus. È da rispondere lo stesso. Presso gli antichi sempre furono cucine, sempre qualche camera dove si accendeva il fuoco, e maniera da far uscire il fumo; ma non per questo si può inferire che sapessero o usassero la forma di spignere per una canna il fumo sopra del tetto. Che non fossero ignote le stufe, tanto adoperate in Germania, agli antichi Romani, ce ne fa sigurtà Seneca, epist. 90, oltre a Plinio juniore, lib. II, epist. 17. Ne parla anche il suddetto Apollinare Sidonio, carm. 22. Potrebbesi sospettare che le caminate degli antichi fossero stufe. Ma qualunque cosa fossero, può sempre stare che que’ tempi non conoscessero la forma de’ camini moderni. Giovanni de’ Mussi Piacentino nella sua Cronica, siccome abbiam veduto alla Dissertazione XXIII, attesta anch’egli che anticamente non v’era camino nelle case, e che il fumo scappava sotto i coppi, con aggitignere: Et vidi meo tempore in plurimis domibus. Il che basta per giustificar l’asserzione di Ricobaldo, del Gataro e del Musso, che al secolo XIV attribuiscono l’invenzione de’ nostri camini. Il Gataro ne dice introdotta allora la foggia in Roma; questa nondimeno era già triviale in Padova. Finiamo la descrizion dei costumi fatta da Galvano Fiamma, il quale seguita a dire: Nunc vero in praesenti aetate priscis moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum irritamenta. Nam vestis est pretiosa; et artificio exquisito, et ornatu superfluo circumtecta per totum. In ipsis vestibus tam virorum quam mulierum, aurum argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur. Cibaria omnia sunt sumtuosa. Magistri coquinae in magno pretio habentur. Avaritia militat. Hinc usurae, hinc fraudes, ec.

Sarebbe a me facile il rapportare i nomi di molte vesti usate negli antichi tempi, ma senza ch’io né altri ne sapessimo individuare la forma; perché anche in que’ rozzi secoli alla bizzarria della novità, o sia della moda, era suggetto il vestire; talmente che anche allora noi troviamo vestes cultellatas, cioè tagli apposta e artificiosamente fatti nelle vesti. Qualche poco nondimeno ne dirò. Erano adunque anticamente in uso pel tempo di verno vestes sclavinae di lana, chiamate anche oggidì schiavine, perché fabbricate in Ischiavonia; ma ora servono solamente per coperte da letto, o per mantello della povera gente. I Greci le chiamavano amphimalli, voce usata anche dai Latini. Presso San Gregorio M. (lib. XII, epist. 41) troviamo amphimallum tunicam. Così erano chiamate, perché pelose nel diritto e nel rovescio. Curioso è il Menagio, che da amphimallum vuol dedurre la parola zimarra, dagli Spagnuoli appellata zamarra. Né pur cento corde tirate da cento paia di buoi potrebbero tirar sì da lontano la voce zimarra o zamarra. Viene essa da gammura, parola usata ne’ secoli barbari; e questa potrebbe forse essere formata da gamba, da’ Napoletani detta gamma, perché le gammurre coprivano le gambe. O pure dalla lingua Arabica o Spagnuola è passata a noi quella voce. Incontransi poi le vesti appellate birrhi, di colore rosso, talvolta di panno prezioso, per lo più di panno vile. Si soleva attaccare il cappuccio al birro. De’ Cherici Milanesi scriveva Landolfo seniore storico Milanese circa l’anno 1085: Nullus sine candida toga (oggidì cotta) Chorum mirare audebat; nullus sine caputio birrhi capite pelato mirare Chorum audebat. San Bernardo e Pietro il Venerabile fanno menzione del barracano, che riteniamo tuttavia; non so se così detto perché formato allora di barre o liste di diverso colore, o pure perché sia parola Arabica. Giovanni Villani, il Boccaccio ed altri antichi fanno menzione del bucherame, sorta di tela di bambagia, sottile e preziosa, che per attestato di Marco Polo era portata dall’Oriente in Italia. Nelle carte antiche s’incontra una veste appellata crosina o crosna. Nella Concordia seguita l’anno 1095 fra Folco ed Ugo marchesi d’Este, e da me rapportata nelle Antichità Estensi (Par. I, cap. 27) se ne fa menzione. E in una carta Cremonese dell’anno 1004 si legge: Accepi ego qui supra Ubertus a vos suprascriptus Domnus Hubaldus Episcopus exinde Launehilt crosna una. Come fa vedere il Du-Cange, la crasna fu mantello formato per lo più di pelli. Alle sue pruove aggiungo io uno strumento Ferrarese del 1078, dove Buonafiglia Badessa di San Silvestro praedium emit, cujus pretium est crosina una vulpinea per exstimacione ex valientibus de denariorum Veronensium solidis triginta et duos. Costava ben molto un sì fatto mantello. Tutte le vesti poi si chiamavano anticamente raubae e robae tanto in Italia che in Francia; anzi fu essa voce trasportata a tutte le suppellettili. Gli Spagnuoli tuttavia se ne servono per ogni sorta di vesti. Cita il Du-Cange gli Statuti de’ Benedettini di Linguadoca del 1226, cap. 16, dove sono le seguenti parole: Illas quidem vestes, quae vulgo balandrava et supertoti vocantur, penitus amputamus. In vece di balandrava dubito io che s’abbia a leggere balandrana, perché dura in Italia il nome di palandrano, significante un gabbano, cioè il mantello colle maniche. Pallium era chiamato dagli antichi Romani quello che era mantello senza maniche, e ritien tuttavia il nome di mantello e di tabarro. Nelle Costituzioni MSte di Guido vescovo di Ferrara del 1332 si legge: Si conversus sit Ecclesiae Saecularis, superiorem vestem, scilicet tabardum cum caputio appenso eidem, vel scapulari honesti coloris, teneatur portare. Di questa voce ancora è fatta menzione nei Sinodi di Ravenna dell’anno 1314. Non ci sarà testa d’uomo che sottoscriva al Menagio, che colle sue strana gradazioni vuol tirare la voce tabarro da manti o mantelli, o pure di capa. Usarono anche gl’Inglesi la stessa voce. Enrico da Knyothon all’anno 1295 scrive: Dederantque signum inter se, ut sic suos mutuo cognoscerent in congressu cum Anglicis, ut Scotus diceret. Anglice Tabart, alier respunderet Surcote, et e converso. Fra le antiche voci celtiche raccolte dal Boxhornio nel Glossario si truova anche Tabar, Tunica longa; ed egli in oltre osserva, tuttavia dirsi dai popoli della Sassonia inferiore ein groot Debbert, il qual D pronunciato strettamente diventa T. Quelle vesti, che dagli antichi furono appellate giubbe, giubboni, giubbetti, giubberelli, erano vesti corte, portate sotto la tonaca. Pare a noi venuto dagli Arabi questo nome, allorché essi frequentavano l’Italia, perché, secondo il Gollio nel Lessico Arabico, hanno gli Arabi giubbaton, significante tunicam e panno gossipino., cui pallium sive toga imponitur. Per attestato ancora del Giggeo nel suo Lessico, nella lingua di coloro si truova Al-Giubbato, vestis ex lana crassiore, aud alio colore infecta, quam quem a natura habet. V’erano eziandio pellirdae, così chiamate dalle pelli; e cabani, oggidì gabbani; e barilloti: parole che s’incontrano nella Storia Piacentina del Musso.

E qui si osservi la varietà delle lingue. Sottano, ovvero sottana, pare che a tutta prima fossero chiamate le camicciuole che si portano sotto la tonaca, o come diciamo oggidì, giustacuore. Imperocché vecchiamente in vece di sub adoperarono subtus; e di qua venne poi subtanum o subtana, veste propria delle donne. Né si dee ricevere la coniettura del Du-Cange, che stimò, subtaneum dici, quod forte Subtanorum, seu Turcorum vestis propria fuerit. Dalla voce subtana, a mio credere, nacque l’altra di tana, quasi subtana via, o domus. Così diciamo cava, sottintendendo via, fossa, o altra simil parola. Sotana chiamavano gli Spagnuoli la cantina. In una carta del Monistero della Cava dell’anno 874 si truova: Regia, quae in ipsa Ecclesia est aedficata, in ipsa subdita subtana de ipsa Ecclesia. Forse così da longe formato fu longitanus, onde poi venne lontana, ec. Odasi ora Ricobaldo, che circa l’anno 1290 descriveva le usanze degl’Italiani. Virgines (dic’ egli) in domibus patrum tunica de pignolato, quae appellatur sotanum, et paludamento linea, quod dicebant xoccam, erant contentae. Dunque sottana si chiamava una veste che si portava sopra l’altre vesti, e visibile ad ognuno; né questa copriva le gambe, ma dalle spalle scendeva sino ai fianchi, o sino al ginocchio. La sacca poi da’ fianchi arrivava sino ai piedi. Nelle Novelle antiche, cap. 83, abbiamo: E feceli mettere un bel sottana, il quale le dava a ginocchio. Ma oggidì sottana o sottanina chiamiamo la veste donnesca, la quale da’ fianchi cala sino a’ piedi, appellata da Ricobaldo paludamentum seu xocca. Gli Inglesi la chiamano cassock, forse formata da sacca, per significar quella veste che noi e i Franzesi appelliamo casacca, casacchino: il che fa vedere la diversità de’ sentimenti nelle lingue. I Milanesi tuttavia chiamano sacca per individuare le veste che i Toscani ed altri nominano sottana. La dicono stanella i Modonesi, da sottanella abbreviata. Forse fu detta subtana, non perché si portasse sotto altre vesti, ma perché copriva la parte di sotto del corpo. Né vo’ lasciar di riferire ciò che si legge negli Statuti MSS. di Ferrara dell’anno 1279 (lib. II, Rubr. 345) intorno al pagamento de’ sartori. Statuimus et ordinamus, quod sartores pro solutione de cetero recipiant in hunc modum. Videlicet pro guarnello hominis octo Imperiales. Pro sotana mulieris cum gironibus crespis tres solidos Ferrarienses. De vestito bixelli, idest mezalanae, tuttalanae, stanfortis, et cujuslibet alii panni, sine tribus cusituris, tres solidos Ferrarienses: cum tribus cusituris et crispis, quatuor solidos Ferrarienses; et si fuerint fodrati, quinque solidos Ferrarienses. Idem intelligimus de guarnazonibus fodratis, si fuerint fodrati de pelle; si autem de zendali, sex solidos Ferrarienses. De pellibus vero ab homine, tres solidos Ferrarienses. De gausappis et cappettis cum tribus cusitunis, quinque solidos Ferranienses. De gonellis dominarum frexatis cum gironibus, et crespis, et bustonis, octo solidos Ferranienses, salvo quod de gironato ante et post, decem solidos Ferranienses. De guarnacchia fodrata, sive de pelle, sive de zendali cum flexaturis, octo solidos Ferranienses veteres. Et in gonella de montatura fodrata de pellibus, sex solidos Ferranienses; fodrata de zendali, septem solidos Ferranienses. Et hoc intelligimus de vestibus factis pro hominibus et dominabus magnis. Pro aliis autem vestimentis factis pro pueris, vel juvenibus medii temponis, satisfiat eisdem secundum quod con veniens est, habitu respectu ad supradicta pretia. Diciam di passaggio che sotto nome di frexature venivano liste, orlature, guernizioni o frange, aggiunte alle estremità degli abiti. Aurifrygia furono frangie d’oro, molto nominate dagli antichi, massimamente negli ornamenti delle chiese. Di là a noi vennero fregio, friso, pregiatura, e simili.

Torniamo al decreto Ferrarese. Molta moderazione comparisce nelle vesti d’allora. Ma il lusso andò poi crescendo al dispetto degli Statuti, che i saggi di mano in mano opponevano al torrente della vanità, fra’ quali son da annoverare i Modenesi, allorché nell’anno 1420 nella riforma de’ loro Statuti MSS. formarono la seguente legge. Statuimus quod aliquae mulieres, cujuscunque conditionis existant, non possint deferre aliquas vestes quae terram tangant, taliter quod per terram trahantur aliquo modo; nec aliquas vestes latitudinis ultra duodecim brachia, et a latere inferiori; nec aliquas vestes fodratas aliqua pelle in aliqua parte ipsarum vestium. Nulla mulier possit habere ultra quam unam vestem serici, cum qualitatibus tamen antedictis; nec aliquam vestem brocati aurei, vel aliter deaurati, vel contexti de auro, nec aliquam vestem recamandam in futurum aliqua specie recamaturae. Nec possint deferre argentum vel aurum super aliqua veste ultra decem uncias argenti in totum. Nec possint deferre ultra tres anulos valoris ad plus ducatorum duodecim. Nec possint deferre ultra sex uncias perlarum, valonis librarum sex Mutinensium pro qualibet uncia ad plus. Nec aliquas gemmas, seu zojellos ultra specificata, sub poeni solidorum quadraginta Mutinsensium, ec. Et praedicta sibi locum non vendicent (praeterquam in longitudine) in uxoribus Militum, Doctorum et Nobilium, ac etiam civium artem mechanicam non exercentium, et viventium more nobili, ec. Tale strepito e schiamazzo fu dipoi fatto dal popolo per l’eccezione suddetta, che si trovarono come forzati i legislatori a stendere anche alle donne nobili la medesima Prammatica, che così noi appelliamo le riforme del lusso sante e belle, ma sempre condennate a non vivere più de’ fiori. Merita anche menzione l’uso de’ cappucci, che per più secoli onorato in Italia, finalmente si trovò come bandito da altre più fortunate mode, e solamente in questi ultimi tempi lo veggo alquanto risorgere per difesa de’ fanciulli, ed anche del sesso femmineo ne’ rigori del freddo, e massimamente di notte. Tuttavia ancora i Cardinali, i Canonici e non pochi de’ vecchi Ordini Religiosi ne ritengono l’uso, con avervi anche aggiunto molti d’essi il cappello, scudo di maggior consistenza contro il sole e la pioggia. Non la sola Italia, ma anche la Germania, Francia ed Inghilterra si tenea caro il cappuccio ne’ secoli addietro, e non meno i nobili che i plebei. Tolomeo da Lucca negli Annali brevi raccontando all’anno 1185 la prigionia di Riccardo re d’Inghilterra preso in Germania, così scrive: Rex autem simulavit habitum, et in effigie coqui se transtulit. Sed cum venisset Dux Austriae cum sua comitiva, ut viderent, qui essent; invenit Regem assantem anseres, et vera volventem, clausum in caputio, Gallico more. Non v’ha dubbio che anche gli antichi Romani conoscessero questa maniera di coprire il capo e le spalle, per guardarsi a vento, frigore, pluviaque, come notò Columella, lib. I., cap. 8. Il loro cucullus altro non era che il nostro cappuccio. Principalmente era esso adoperato dai servi; e perché i Monaci presero ad imitare la lor bassezza e viltà, perciò non solamente si rasero il capo e la barba, ma anche elessero il cappuccio, come già osservò nel secolo V Giovanni Cassiamo, de Habitu Monach. cap. 4. Finché durò la potenza Romana, rade volte le persone nobili ed ingenue si servivano del cappuccio, se pur non volevano andar di notte sconosciuti; il che era praticato anche dalle donne poco curanti dell’onestà.

Il detto finquì del cappuccio non vuoi già dire che restasse affatto escluso l’uso del cappello, che fin da’ secoli più antichi sempre si conservò, quantunque nel Vocabolario della Crusca sia scritto, avere i nostri maggiori adoperato il cappuccio in cambio di cappello. Perciocché anche allora l’una e l’altra foggia di coprire il capo si mantenne. Giovanni Sarisberiense (lib. III, cap. 6 Palicrai.) ha queste parole: Memini me audisse Romanum Pontificem solitum deridere Lumbardos, dicens, eos pileum omnnibus colloquentibus facere (cavarsi il cappello) eo quod in exordio dictionis benevolentiam captent. Che anche nel secolo XV i preti portassero il cappuccio, almeno in Corsica, si deduce da Pietro Cirneo, il quale nel libro IV di quella Storia scrive, che mentre una mattina usciva di casa per andar a celebrar Messa, fu assalito da un sicario; ma ch’egli capuceo (habitus est, quem sacerdotes super homerum ferunt) circum laevum brachium intorto, ut eo pro scuto uteretur, il ripulsò. Degno anche di osservazione che nel secolo IX i preti uscendo in pubblico sempre portavano la stola al collo; anzi nel cap. 28 del Concilio di Magonza dell’anno 813 fu loro vietato l’andarne senza. Presbyteri sino intermissione utantur orariis (così chiamavano la stola) propter differentam sacerdotii dignitatis. E Reginone (cap. 333 de Eccles. Discipl.) porta un canone del Sinodo Triburiense con queste parole: Ut Presbyteri non vadant nisi stola vel orario induti. All’incontro nel secolo XIV in pubblico portavano il mantello col cappuccio sulle spalle, e la berretta in testa in vece di cappello. Qual fosse l’abito de’ preti nel 1330, l’abbiam, dall’Aulico Ticinense de Laud. Papiae. Incedunt (così egli) omnes sacerdotes in habitu honesto, scilicet Ecclesiarum Praelati et Canonici Cathedralis, nec non quidam alii Canonici et Cappellani nonnulli Parochiarum (cioè i parrochi) cum chlamide clausa, vel anterius aperta, cum caputio magno pendente post scapulas, et bireto in capite, et honesta societate. Qui vero prae paupertate non possunt hoc facere, vadunt saltem cum tabardo decenti, et caputio in capite per modum diversum a laicis, immo a ceteris clericis, vel etiam cum biretto. Nec unquam sine tabardo procedunt, nisi forsan intra terminos Parochiae suae, cum alba cotta in humeris, quod in Gallia superpelliceum dicitur. È restato quest’uso ne’ Canonici Regolari. Aggiugne ancora esso scrittore: Nullus, nisi sit in dignitate constitutus, vel aliqui Canonici Cathedralis, defert alterius coloris vestimenta, quam blavi, voi nigri, aia alicujus honesti mixti, seualicujus coloris obscuri. Ma per conto della cotta, che anche anticamente portavano i preti in pubblico, fu ordinato da Ricolfo vescovo di Soissons nell’anno 889, Cap. 7 Constit. nella seguente forma: Prohibemus ut nemo illa alba utatur in sacris mysteriis, qua in quotidiano vel exteriori usu induitur.

Conobbero ed usarono gli antichi Romani cailceos, sandalia, crepidas, caligas, cothurnos, soleas (oggidì pianelle) ed altre coperture de’ piedi, de’ quali ampiamente ha trattato il Baldovino. Erano adoperati anche allora socci, sorta di calzare che per attestato d’Isidoro (lib. XIX, cap. 14 de Origin.) facilmente si calzava e si deponeva. Questa voce e passata fino a’ tempi nostri per disegnare una sorta di scarpe usate dai poveri, perché fatta di legno. Noi li chiamiamo zoccoli. Plinio (lib. IX, cap, 35 ed altrove) nomina socculos, a’quali le femmine date al lusso aggiugnevano delle pietre preziose. Subtalares, o subtulares, o sotelares non di rado s’incontrano negli scrittori de’ secoli bassi, che erano o gli stessi, o almen poco diversi dagli zoccoli. Nelle Chiose MSS. sono menzionate calopodes lignei subtalares. Contuttociò come differenti cose, per osservazione fatta dal Du-Cange, si truovano presso gli antichi calceamerita, idest caligae, socci et subtalares. Alvaro Pelagio vescovo di Silva descrivendo circa l’anno 1340 il lusso de’ Portoghesi nel lib. II, cap. 76, si esprime coi seguenti termini: Aliqui ex lascivia camisiis non utentes: sotulares deauratos cum rostris longis recurvis habentes: foderaturas mantellatorum sive de vario, sive de pellibus albis cuniculorum, supra latus sinistrum cubiti hominis ostendentes: caudas retro in capillis et barbis, et manicis habentes, capillos barbarum dividentes et complectentes. Anche fra noi da qualche anno la moda ha risuscitate le scarpe che colla punta guardano in su. Si usavano in Francia si sfoggiate punte o becchi di scarpe, che fino i Concilj di Parigi del 1212 e quei d’Angers del 1365 e 1368 arrivarono a condennarli come contrarj all’ordine della natura. Perché nel secolo XIV e XV la povera gente, massimamente di villa, usavano gli zoccoli, come tuttavia costumano in qualche parte del Milanese le contadine; perciò i Frati Minori Osservanti per umiltà si accomodarono a quella usanza, e si guadagnarono la denominazione di Zoccolanti. Pure in que’ tempi la riputazione e fortuna degli zoccoli andò tanto avanti, forse perché meglio che altro calzare difendono i piedi dall’umido, che anche i Nobili non si degnarono di portarli. Pietro Azario nella Cronica Novarese all’anno 1356 scrive che Guglielmo capitano di Novara, sentendo presa la città dai nemici, in castrum fugit in zocholis. Ne dirò una più maestosa. Lo stesso Federigo III imperadore nell’anno 1452 si dilettava di queste scarpe di legno. Resta tuttavia nel Palazzo Estense una pittura di quell’anno, dove si mira esso Augusto sedente con gli zoccoli in piedi. Gli sta vicino in piedi Borso duca di Ferrara, e inginocchiato davanti Giovanni Bianchini Bolognese, magnus Tabularum Astronomicarum supputator, che così è chiamato dal Riccioli, e a lui porge l’Imperadore uno scudo coll’aquila per arme di sua Casa. Ma sono iti in disuso gli zoccoli, e quasi dappertutto si adoperano oggidì le scarpe. Presso Vopisco nella Vita di Aureliano si truova carpisculus, significante una sorta di calceamento; dalla qual parola corrotta forse potrebbe essersi formata la voce scarpa. Le scarpe vecchie noi le appelliamo ciabatte; i Franzesi sabots e savates; gli Spagnuoli zapatas. Stranamente il Menagio volle trarre giabatta dal Latino saba, la quale altro non fu anticamente se non quello che è oggidì, cioè mosto cotto. Né da sapa venne suppa, zuppa, come si figurò il Ferrari, ma dall’antica voce supp tuttavia usata in Germania, e portata dai Sassoni in Inghilterra dov’è chiamata sopp, e in Francia dove si dice soupe: il che vien confermato dall’Hickesio nella Gramatica Franco-Theostica.

Oltre a ciò abbiamo nel Codice Teodosiano, lib. XIV, lege II, de habitu quo uti oportet intra urbem. Quivi Arcadio ed Onorio Angusti proibiscono usum tzangarum, atque bracharum intra Urbem venerabilem. Di queste tzanche molto han parlato il Salmasio, il Vossio, il Gotofredo e il Du-Cange, concludendo che fossero una vil foggia di stivaletti o scarpe. Confermerò io il loro parere. Nella Vita del Beato Pietro Orseolo doge di Venezia, pubblicata dal Mabillone negli Atti de’ Benedettini, Saec. V, si legge: Festinantera cruribus extrahit zangas cum calcaribus, residens in nudo dejectus cespite. Adunque le zanghe coprivano tanto il piede che la gamba, ed erano anche adoperate dalle persone nobili. Nel libro de Goronat. Bonfacii VIII Papae s’ha, che post Dominum Papam incedit Praefectus Urbis, indutus manto pretioso, et calceatus una zanca aurea, altera rubea. Nel Poema di Jacopo Cardinale si esprime quel rito co’ seguenti versi.

       ..... Manto, quod splendidus una

Auri succintus calga, succintus et una

Scarletti, ponendus erat Praefectus, ec.

Sicché col nome di zanche si veggono qui disegnate calzette, o stivaletti o borzacchini, che privano le gambe, l’una di un colore, e l’altra d’un altro. Ma v’erano anche stivali grossi, leggendosi di Massimiano arcivescovo di Ravenna presso Agnello, che chiamati a sé sutoribus calcamentorum, praecepit illis ut magnas ipsa ex hircorum pellibus operarent, qui et ipsas ex solidis aureis replevit. Si dee ora aggiugner presso i contadini di Modena e d’altri popoli il nome di zanchi è passato in quelle che gli antichi Latini appellarono grallae. Sesto Pompeo Festo così scrive: Grallatores appellabantur pantomimi, qui ut in saltatione imitarentur Ægipanas, adjectis perticis furculas habentibus, alque in his superstantes, ad similitudinem crurum ejus generis gradiebantur, utique propter difficultatem consistendi. Nonio Marcello anch’egli dice: Grallae sunt fustes, queis innituntur grallatores, qui gradiuntur grallis, quae sunt perticae ligneae. Plauto nel Poenulo, Act. III, Scen. I:

Cervum cursu vinceres, et grallatorum gradu;

 che così s’ha da leggere, e non clavatorum, come hanno i libri stampati. I Fiorentini chiamano trampoli quei che in Lombardia son detti zanchi; e forse niun popolo d’Europa ne ignora l’uso. La Cerda (Atdversar. Sacr. cap. 112 num. 18) stimò che zanca, o zanga, o tzanga fosse calceamenti genus. Aggiugne le parole del Codice Teodosiano, e poi con chiude con dire: Haec nos ducunt ad rusticum calceamentum; nec dissimile apud Hispanos est, quod nunc zancas dicitur. Est autem a palo apud nostrates. Ma s’ingannò, né seppe le usanze del suo paese. Altre furono le tzanghe vietate dagli antichi Angusti, ed altro zancas de’ suoi Spagnuoli, le quali non erano una foggia di calzari, ma i trampoli de’ Fiorentini, e gli zanchi de’ Lombardi. Odi il Covaruvia nel Tesoro della Lingua Casigliana. Zanco un palo (legno) alto con una horquilla, donde haze ferza al piè. D’estos usan en las aldeas, por donde passa algun arroyo pequenno, por las partes, por donde no tienen puentezillas, ec. Però anche presso gli Spagnuoli zanchi si chiamano quelle due pertiche, crura lignea, su cui posano i piedi, ed alzano l’uomo che vuoi passare un ruscello senza bagnarsi. Ne’ carnevali di Modena vidi alcuni giovani passeggiare pel corso con essi zanchi. Il Meursio nel Glossario Greco-Barbaro scrive tzangos, Italicum zango, sinister. Credette egli che stanco (come mano stanca per mano sinistra) fosse il medesimo che zanco. Meno avvertitamente ancora parlò il Menagio nell’Origini della Lingua Italiana con dire: Trampani, pianelle, come quando si dice: Voi siete posto su i trampani, per dire: Voi v’ingannate, facendovi del grande. Non si dice trampani, ma trampoli. Né i trampani o trampoli sono pianelle. E noi diciamo andar su i trampoli o su i zanchi, ma per indicare un uomo che in istrana maniera opera, con pericolo sempre da cadere.

Non rincrescerà intanto ad alcuno di udire, qual sorta di scarpe o calzari usasse una volta Bernardo re d’Italia, nipote di Carlo Magno. Il sepolcro suo esistente nella Basilica Ambrosiana di Milano fu aperto nell’anno 1638; e il Puricelli, testimonio di vista, ne’ Moaium. Basil. Ambros. fra l’altre cose scrive così: Superstites adhuc e corio rubeo calcei urumque pedem contegebant; iidemque LIGNAM quisque SOLEAM, hinc iride coriaceis insutam, habebant. Tam vero apte presseque ad suum quisque pedem juxta ordinem digitorum congruebant, in acutum versus primorem digitum desidentes, ut calceus dexter nonnisi dextro pedi, quamdiu integer ille erat, sinisterque sinistro aptani potuisset. Ceterum quisque calceus duabus tantum corii partibus consutis, pedem ita contegebat, ut anterior corii pars in suprema versus cruna extremitate aliquantulum scissa in longum esset, illicque pedi lignamine (o ligamine) adstringeretur, ad eum prorsus modum quo rusticana hodie calceamenta factitari solent. Mancò di vita il re Bernardo nell’anno 818. Se con suole di legno fosse comodo il camminare, non vel so dire. Certamente suole tali furono anticamente in uso, e il nome d’esse tuttavia si conserva in Italia, Francia e Germania, cioè pantofole, derivato dal Germanico paintofel, che vuoi dire tavole de’ piedi. Ma come a’ tempi nostri, così negli antichi s’andò mutando la foggia delle scarpe. Forse moverà a riso l’intendere qual fosse nell’anno 1365. Ecco ciò che ne riferisce a quell’anno il Continuatore del Nangio: Sotulares habebant, in quibus rostra longissima in parte anteriori ad mudum unius cornu in longum; alii in obliquum, ut griffones habent retro, et naturaliter pro unguibus, ipsi deportabant. Così deforme comparve questa capricciosa forma di scarpe, che Carlo re di Francia in Parigi e Urbano V papa nella Corte Romana ne vietarono l’uso. Pure anche prima s’erano vedute scarpe di quasi egual moda; perciocché San Pier Damiano nell’Opusc. 42, cap. 7 così dipigne un cherico dato al lusso. Hic itaque nitidulus, et semper ornatus, atque conspicuus incedebat, ita ut caput ejus nunquam nisi gibellinica pellis obtege rei; indumenta carbasina atque niventia siligio per artem fullonis inficeret; calceus postrema ad aquilini rostri speciem non falleret. E notisi qui la mutabilità delle lingue. La voce calceus, come ognun sa, significava ciò che oggi è calzare o scarpa. Ne dura ancora il vestigio nella parola calzolajo da calceolanius; in calzare il piè da calceare. Noi da’ piedi abbiam portato alte gambe questo vocabolo, appellando calze e calzetti ciò che cuopre esse gambe; e s’è andato anche più innanzi col chiamare i Modenesi le brache calzoni.

E per conto del coprimento delle gambe, che calzetti e calzette appelliamo, in Lombardia dal basso popolo sono ancora chiamati scoffoni. E non è già moderna questa voce. Il Du-Cange in una lettera di papa Innocenzo III, scritta ha più di quattrocento anni, trovò scafones similiter habeant duplicatos. E in un’altra di Alessandro IV papa del 1261: quatuor scuffones et duo subtellares. Aggiugne il Du-Cange: Heic scaffones, vel scuffones pedes spectare videntur. E veramente sembra che una volta cotal parola indicasse una sorta di scarpe; perciocché Jacopo cardinale nella Vita di Celestino V papa (lib. II, cap. 2) parlando de’ Cardinali che furono i primi ad inchinare quel santo Romito, dice:

Illico submissi chiffonibus oscula figunt

Villisis.......

 Pare che si tratti del bacio de’ piedi; ma quel villosis forse indica delle rusticane calzette: se non che una chiosa antica dice: Nam habebat chiffones in pedibus.. Può essere che una volta servissero a’ piedi, ma che poi passassero a coprir anche le gambe. E qui mi sia permesso di dire, portar io opinione, per non dire di più, che i secoli remoti ignorassero l’arte di fabbricar calzette con fili di ferro, o di tesserli con una macchina ingegnosa, come si fa a’ nostri dì o di seta, o di lino, o di canape. Certo è che i Romani antichi portavano bensì de’ calzari in piedi, ma lasciavano nude le gambe, ed anche le coscie, abborrendo le brache, come cosa da Barbari. La toga o altra veste copriva la nudità. Chi voleva coprir le gambe, usava perones, ocreas, udones, cothurnos, chiamati da noi stivali, stivaletti, borzacchini, alcuni de’ quali giugnevano sino al piede, ed altri coprivano la metà della gamba. Ma non mancavano alcuni meno scrupolosi che adoperavano le brache scendenti sino al piede. Particolarmente i popoli Orientali e i Barbari del Settentrione, gli Ungheri ed altri si servivano di brache. Ma i Longobardi, per attestato di Paolo Diacono (lib. IV, cap. 23), coeperunt hosis (stivali) uti, super quas equitantes tubrugos (o tubrucos) birreos mittebant; sed hoc de Romanorum consuetudine traxerunt. Pensa il Du-Cange che i tubrugi usati prima dai Romani fossero stivaletti di lana tirati sopra gli stivali di cuoio. Sant'Isidoro stimò che fossero appellati tubruci, quod tibias braccasque tegant; o pure, come notò il Vossio, tubraci, quod a braccis ad tibias usque perveniant. Nella Colonna Traiana si veggono Barbari colle brache che arrivano sino ai talloni. E per verità tutto ciò che presso gli antichi si truova di coprimento delle gambe, consisteva in pelli, panno o tela, che si cuciva, ma senza che si adattasse alla figura delle gambe, come succede oggidì. Tanto più son io tratto a questa opinione, dall’avere osservato che se anticamente si volevan coprire le gambe, o per guardarle dal freddo, o per lusso, o per infermità, furono solamente in uso le fascie, che artificiosamente si aggiravano intorno ad esse gambe. Erano queste di lana o di lino, fors’anche di seta: il qual costume nondimeno veniva riprovato dagli austeri Romani. Sono parole di Quintiliano nel lib. XI, cap. 3: Palliolum et fascias, quibus crura vestiuntur, et focalia, et aurium ligamenta, sola excusare potest valetudo. Anche Orazio nella Satira II nomina

          .... insignia morbi

Fasciolas, cubital, focalia...

Ma a poco a poco quei Cappuccini Pagani, cioè i Romani impararono da Augusto Cesare a coprir le gambe con fasce, e a non isprezzar le brache. All’antica usanza prevalse l’eloquenza del freddo. Siccome avvertì Suetonio, cap. 82, Augusto hyeme quaternis cum pingui toga tunicis, et subuculae thorace laneo, et feminalibus, et tibialibus muniebatur. Si dee sottintendere fasciis tibialibus, et fasciis, o braccis feminalibus. Nulladimeno stettero un pezzo i Romani a valersi del segreto delle brache, parendo loro vergogna l’adattarsi ai riti barbarici. D’esse ora è da udire San Girolamo, in cap. 3 Danielis. Pro braccis, quas Symmacus anaxyridas interpretatus est, Aquila et Theodotio sara balia dixerunt; et non, ut corrupte legitur, sarabara. Lingua autem Chaldaeorum saraballa crura hominum vocantur et tibiae; et homonymos etiam braccae eorum, quibus crura teguntur et tibiae: quasi crurales et tibiales appellatae sunt. V’erano fasciae crurales per le gambe; v’erano anche fasciae pedules, che si avvolgevano ai piedi. Ulpiano nella I. argumento, ff. de auro argento, nomina fascias crurales. Passò ne’ soldati Romani l’uso delle brache, e ne fa fede Lampridio nella Vita di Alessandro Severo con dire: Donavit et ocreas et braccas et calceamenta inter vestimenta militaria. Lo stesso Alessandro Augusto fasciis semper usus est. Braccas albas habuit, non coccineas, ut prius solebant.

Lungamente poi durò l’usanza del fasciare le gambe ed anche i piedi presso coloro che miravano di mal occhio il freddo, o volevano far pompa della nativa bellezza delle lor gambe, la quale dagli stivali o dalle brache troppo lunghe veniva tolta. Anzi che i Barbari talvolta si servivano delle fascie, asserendo Paolo Diacono (lib. I, cap. 24) che i Longobardi, prima di calare in Italia, suris inferius candidis utebantur fasciolis. Nella Colonna Traiana e in altri antichi monumenti pare che le gambe de’ Romani abbiano qualche copertura. Noi poscia troviamo usate le fascie anche a’ tempi di Carlo M., il quale, per attestato di Eginardo, fasciolis crura et pedes calceamentis constringebat. Vedi presso il Bahuzio (Louri. II Gapitular) l’effigie di Carlo Calvo nipote di esso Carlo M. corteggiato da’ suoi Magnati, dove compariscono le fascie suddette intorno alle gambe. Ma introdussero i Franchi un’altra foggia: cioè vestivano le gambe con tela di lino, chiamata tibiaie. Sopra essa tela aggiravano le fascie, poi con picciole correggie tirate di sopra serravano la tela e le fascie. Odasi il Monaco di San Gallo (lib. I, cap. 36 de Reb. gest. Caroli M.) dove descrive l’abbigliamento degli antichi Franchi. Erat (dic’egli) antiqnorum ornatus vel paratura Francorum, calciamenta forinsecus aurata, corrigiis tricubitalibus insignita. Fasciolae crurales vermiculatae, et subtus eas tibialia, ac coxalia linea, quamvis ex eodem colore, tamen artificiosissimo opere variata: super quae et fasciolas in crucis modum intrinsecus et extrinsecus, ante et retro longissimae illae corrigiae tendebantur. Deinde camisia glizzina. Post haec balheus spatae colligatus. Quae spata primo vagina fagea, secundo corio qualicunque, tertio linteamine candidissimo cera lucidissima roborato, ita cingebatur, ut per medium cruciculis eminentibits ad perentionem Gentilium auraretur. Ultimum habitus eorum erat pallium canum, vel saphyninum, quadrangulum, duplex, sic formatum, ut, quum imponeretur humenis, ante et retro pedes tangeret, de lateribus vero vix genua contegeret. Tum baculus de arbore malo, nodis paribus admirabilis, rigidus et terribilis cuspide, manuali ex auro vel argento, cum caelaturis insignibus praefixo portabatur in dextera. Così egli, il cui lungo pass non sarà incresciuto ai Lettori. Anche Apollina Sidonio, tanto nel lib. VIII, epist. II, quanto nel Poema II ricorda vincula, co’ quali si strignevano le fascie delle gambe. Nel Concilio Cloveshovense dell’anno 747, cap. 38, è decretato de’ Monaci: Nec imitentur saeculares in vestitu crurium per fasciolas. Che durasse l’uso delle fa scie anche nel secolo X e XI, si ricava dalle Consuetudini del Monistero Cluniacense, raccolte circa l’anno 1070 da Uldarico Monaco, dove son permesse ai Monaci fasciolae propter tibias infirmantes. Sembra in oltre che né pure in esso secolo XX avessero i popoli d’Occidente trovata miglior maniera di coprire le gambe. Perciocché San Simeone fornito, che passò a miglior vita nell’anno 1016 come s’ha dalla sua Vita ne’ Secoli Benedettini del Mabillone, mentre andava a trovare il marchese. Bonifazio, veduto un povero che di mezzo inverno portava le gambe nude, gli donò caligas suas. Pare che voglia dire le calze per coprir esse gambe; giacché il Marchese, ammirata la carità del santo uomo, confestim duas hircorum pelles afferri, inde sibi alias consuifecit. Resta dunque che sia dovuta ai secoli susseguenti l’invenzion delle calzette che usiamo oggidì. Sembra ora un’arte di niun conto, perché la sanno le più delle donne; ma il trovarla, a mio credere, fu mirabil cosa. Altre invenzioni ci sono, le quali, a guisa dell’uovo che il Colombo insegnò a stare ritto in una tavola.

Noi ora miriamo ma punto non ammiriamo; ma né pur noi saremmo stati da tanto da trovarle. Che cosa più triviale c’è delle staffe, coll’ajuto delle quali facilmente si sale a cavallo e si tengono cavalcando in riposo il piedi? E pure non le seppero inventare i Romani. Bisognava allora o saltare a cavallo, o valersi di qualche sito, o avere uno strattore, cioè chi colle mani aiutasse a montare a cavallo. Dolevasi poi le gambe, e contraevano anche le malattie per quello star cotanto penzoloni. Rimediassi a tutti coll’uso sì comodo d’esse staffe.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011