Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXIV

Delle Arti degl’Italiani dopo la declinazione dell’Imperio Romano.

In quale stato fossero l’arti in Italia, allorché qui regnò la barbarie, s’ha ora a vedere. Altre son l’arti necessarie all’uomo; altre che servono al comodo suo, ed altre inventate per suo piacere. Per conto delle prime, e di buona parte ancora dell’altre, s’ha da tener per fermo ch’esse non cessarono mai in Italia; e se non ci fossero state, seco le avrebbero portate i conquistatori tuttoché barbari, di queste provincie. Perciocché non v’era allora paese alquanto colto in Europa, che ignorasse e non praticasse i mestieri de’ quali abbisogna la vita degli uomini, e che non amasse le comodità e i piaceri del corpo e dell’animo. Di queste arti non verrà mai meno l’esercizio, finché durerà la terra. Ne’ tempi barbarici adunque non è da dimandare se qui si trovassero fornai, tessitori, calzolai, fabriferrari, muratori, barbieri, orefici, sartori, vasai, e simili. Particolarmente si osservi che i muratori al tempo de’ Longobardi erano particolarmente appellati Magistri Comacini, come apparisce dalla legge CXLIV e seguente del re Rotari. Non merita attenzione Ugo Grozio, che deduce la parola Comacinus, significante, a suo credere, Architetto, dal tedesco Gemach, che vuoi dir casa. Il Lindenbrogio e il Du-Cange con ragione trassero tal voce dal luogo, a Comacina forte Insula in Romanula, ubi Langobardorum aevo periti Architecti fuerint. Senza fallo fu presa quella denominazione da un luogo, non già da luogo posto in Romanula, o sia Romandiola oggidì Romagna e anticamente Flaminia; ma bensì dalla città e contado di Como. Quel lago ne’ secoli di mezzo era appellato Lacus Comacinus, Insula Comacina. Perché massimamente da quella contrada si prendevano una volta i muratori più abili (e ne vengono anche oggidì), però venivano chiamati Magistri Comacini. Noi tuttavia diamo loro l’onorevol titolo di Mastri o Maestri. Parole sono di Matteo Villani lib. VIII, cap. 58 della Storia: Tutti maschi e femmine, piccoli e grandi vi furono per Maestri, Manovali, ec. Per la stessa ragione di procurare il vitto agli uomini non mancò mai l’arte necessaria dell’agricoltura, né si desiderarono contadini e ortolani pratici del loro mestiere, né gli strumenti necessari a tal professione. Nella Cronica del Volturno all’anno 779 anche i rustici vengono regalati del titolo di Maestri, leggendosi così in un documento: Nunc et Magistros, hoc est villanos, qui cum mannarias suas soliti fuerant in suprascripta Curte magisterium facere, idest lupari, ec. Da Magisterium, o da Ministerium, è venuto il nostro Mestiere.

E qui a me sia lecito di osservare che noi abbiam ricevuto dai più antichi secoli, e ritenersi tuttavia dai coltivatori della campagna varie sorte di grani e legumi che conservano l’antico nome, ed altre che l’hanno mutato, sino a trovarsi difficultà in ben combinarle colle mentovate dagli antichi Latini. Fors’anche abbiam grano non conosciuto dai più remoti secoli, quale appunto si crede il chiamato da noi frumentone, dai Milanesi melone, e da altri grano turco o frumento indiano. Maiz lo chiamano gl’Indiani. Imperciocché noi abbiamo del frumento grosso e minuto, di cui anche si truova menzione nelle vecchie carte. Parimente abbiamo le specie di varj grani conservanti l’antico lor nome, come l’orzo, miglio, panìco, fava, farro, ceci di varie sorte, veccia o vezza; del riso appellato oriza dai Latini; la cisercia chiamata anticamente cicercula; i fagiuoli di molte specie, la lente, la segala chiamata dagli Antichi siligo, se s’ha da credere al Mattiolo, ripugnandovi lo Scaligero; i lupini, la vena e i piselli, come si chiamano in Roma, da pisis della lingua Latina. I Modenesi appellano questo legume rudea, di cui abbiamo un’altra specie appellata dai nostri villani e dagli Spagnuoli arveia, e da’ Fiorentini rubiglia, voce che il Menagio malamente trasse da lupino, perché probabilmente viene dall’ervilla di Varrone. Il Monaco di Bobbio, che circa l’anno 930 scriveva i miracoli di S. Colombano, presso il Mabillone ne’ Secoli Benedettini scrive così: Legumen Pis (leggo Pisi) quod rustici Herbiliam vocant. Da herbilia venne rubiglia; e i Modenesi ne formarono erviglia, poscia erveia o arveia. In oltre noi abbiamo la spelta, chiamata dai Latini zea. Altre sorte ancora possediamo di frumento, che si possono credere note agli antichi Latini, giacché Columella e Plinio scrivono esserci stati tritici genera compluria. Ma non so dire se essi conobbero anche la scandella, la mellica, il moco (forse ervum anticamente) e il sorgo, che si semina nelle campagne di Verona e Vicenza, ed altre specie da me non vedute, e che mi vien detto esistere. S’incontrano presso i Latini certi altri nomi di legumi, co’ quali non è inverosimile che sieno disegnate queste altre specie. Trovò il Du-Cange in uno strumento di papa Alessandro III pro scandela Comitis XIII solidos; siccome altrove il nome di scandella, ma senza intendere di che si parlasse È adunque la scandella una sorta di grano, come la vena, l’orzo, la spelta, vestito di una buccia terminante in due punte. Chiamasi anche dai Modenesi marzuola, perché si semina nel mese di marzo. Nel libro di Agricoltura del Crescenzio tradotto in italiano si leggeva: L’orzo marzuolo, che a Bologna si chiama marzolla, si semina per tutto il mese di marzo. Sentite la bella scala adoperata dal Menagio nelle Origini della Lingua italiana: Mars, Martis, Martius, Martiolus, Mardiolus, Marziolus, Margolus, Marzola, Margolla. Ma non c’è mai stato margolla. Nella traduzion del Crescenzio si avea da scrivere marzola, o marzuola, come tuttavia i Bolognesi e Modenesi chiamano questo grano, che forse è hordeum cantherinum, mentovato dagli antichi Scrittori Rei Rasticae. Trovò in oltre il Du-Cange in una carta di papa Innocenzo IV queste parole: In frumento, hordeo, faba, milica et alia blava (noi col nome di biada abbracciamo ogni sorta di grani e legumi) et leguminibus. Dubitò esso valentuomo della voce Milica; e soggiunse an Milium? Ma s’ha ivi da leggere Milica, e non già Milicam, avendo egli dimenticato di avere scritto altrove Milicam grani speciem, de qua passim veteres chartae Italicae. Il Mattiolo stimò essere la mellica, milium indicum; e pare che in questa opinione concordano le parole di Plinio. Chiamasi in Toscana saggina. Certamente s’ingannò il Bauhino con altri, che immaginarono essere una stessa cosa la mellica e il sorgo. Troppo diversi sono di forma e colore questi due grani. Il sorgo forma i suoi a guisa de’ ceci. Raterio vescovo di Verona circa ottocento anni fa nell’Opusc. de Monachis amandatis, presso il Dachery, c’insegna che il sorgo era latinamente detto suricum, con dire: milium modia decem; de surico modia decem; de vino modia duodecim. Esso dal Mattioli, se non m’inganno, vien chiamato frumentum saracenicum.

Avendo parimente il suddetto Du-Cange trovato in una carta del re Desiderio rapportata dal Margarino, e in un’altra della contessa Matilda la parola Oplum albero, stimò che questo volesse dire un pioppo; ma oplus agl’Italiani è oppio, albero al pari dell’olmo adoperato per sostener le viti, e ben diverso da populus. Ne fanno anche menzione Columella e Plinio. Sono anche parole di Varrone, libro I, cap. 8: Ut Mediolanenses faciunt in arboribus, quas vocant Opulus. Che poi il Jonstono, il Bauhino, il Menagio ed altri scrivano, essere l’oppio una specie di cerro, e lo registrino fra gli alberi nuciferi, fanno ben conoscere di non aver mai veduto oppj in Italia. Dell’agricoltura de’ secoli barbarici restano molte memorie nelle pergamene di allora, dove si affittano o si concedono a livello terre. In uno strumento Ferrarese dell’anno 1083 si legge doversi pagare al Monistero delle Moniche di San Silvestro: grano et sica (vuoi dire sicala) in campo capa quarta trahenda de area et tritolatum. Faba in area modio quarto. Ordeata in area modio omnem alio majori mense a minuto (in altre carte ho letto de omni alio majorimine et minuto) atque legumina in area modia sexto. Lino manna sexta. Vino amphora quarta. Duabus vicibus arbore pecto ponendo et destorcendo, ec.; et si vineam plantaverim, da usqueqno plantaverimus, usque ad annis quinque, et postea reddere debeamus vinum. Nelle carte di Ravenna, assaissime delle quali si conservano nell’archivio Estense, sovente si truovano tassate queste pensioni di frutti naturali. In una del 1184 leggo così: Et reddere debeamus terraticum de praedicta terra. De grano et segale quartam partem. Faba et trilico quintam. Vino tertiam partem: totum redditum tritulatum et rectum per nos in Castro vestro Argenteo. In altra del 1123: De grano starium unum, et gallinam unam, et de lino gramulato Iesineo triginta signum, et alia servicia vobis facere debeamus. In altra del 1174 si veggono triginta brancatae lini grammulati. E in una carta di Landolfo vescovo di Ferrara, scritta nel 1106, debbono i livellarj pagare ogni anno terraticum de grano in campo capam quartam. De sicale in campo capam quintam, trahendas ad aream et trituratas per vos petitores. De faba in area modium quintum. De mixtura ingranata, et de trisico, mileo et panico, atque legumina in area modium sextum. De lino manna... De vino amphoram tertiam. Duabus vicibus arbore perto ponendo, ec. Et pro vestro casale dabitis annualiter exsenium pullum unum et ova quinque, et operas tres cum bovibus, et operas tres cum manibus.

Quello che s’è detto degli agricoltori, dee anche dirsi d’altre arti necessarie al vitto e comodo de’ viventi e d’altre ancora spettanti al loro diletto. Carlo M. in un suo Capitolare dell’anno 800 presso il Baluzio comanda, ut unusquisque Judex (cioè il governatore della città) in suo ministerio bonos habeat artifices, idest fabros ferrarios, et aurifices, vel argentarios, sutores, tornatores, carpentarios, scutatores, precatores, accipitores, idest aucellatores, saponarios, siceratos, idest qui cervisiam, vel pomarium, sive piratium, ec., facere sciant; pistores, retiatores, ec. Ciò che solamente mancava a molte dell’arti esercitate in que’ secoli ignoranti, era la leggiadria e perfezione usata da’ Greci e Romani, e rinovata in questi ultimi secoli. Per esempio, si fabbricarono sacri templi e case in ogni tempo; ma dappoiché cadde l’Italia in mano de’ Barbari, la loro barbarie passò anche nelle fabbriche. Purché le case bastassero a contenere chi v’avea da abitare, fossero lavorate con forte muro, scala e tetto, colle necessarie camere, il maestro avea fatto il suo dovere. Ma quivi di rado si osservava quella proporzione di parti, quegli ornamenti, comodi ed altre prerogative che si truovano oggidì in tanti palazzi e case sì delle città, che delle castella e ville. A formare edifizj sodi, ogni persona alquanto addottrinata in quella professione è atta, ma a farli con simmetria, con vaghezza e bel comparto di comodi, vi bisogna un’altra arte, cioè quella degli architetti. Ma questa s’era infiacchita di troppo in que’ rozzi tempi né curavano punto i Barbari di studiare la nobil Architettura Greca e Romana; e però in vece di questa se ne introdusse un’altra assai rozza e grossolana, che durò per più secoli non solo in Italia, ma anche in Germania, Francia, ed altri nobili Regni d’Europa. Tale Architettura, siccome accennai nella Dissertazione precedente, noi siam soliti a chiamarla Gotica, ma senza buon fondamento, perché non apparisce che dopo la venuta de’ Goti in Italia nel secolo sesto scadesse l’Architettura in queste contrade, né ch’essa fosse allora diversa dalla Romana. Abbiamo anzi una buona testimonianza del contrario in Cassiodoro, il quale nel lib. IV, epist. 30 induce il re Teoderico, che scrive nella seguente forma ad Albino Patricio. Unde nos, qui urbem nitore cupimus fabricarum surgentium componi facultatem concedimus postulatam: ita tamen si res aut utilitati publicae non officit aut decori. Quapropter rebus speratis securus innitere, ut dignus ROMANIS fabricis habitator appareat, perfectumque opus suum laudet auctorem. Nulla enim res est, per quam melius possit agnosci et prudens ingenium, et largitatis effectus. Ma più diffusamente colla fiorita prodigalità del suo stile si sfoga esso Cassiodoro nel lib. VII su questo argomento, colà dove ci porge la formola della cura del Palazzo al num. V, e scorre nelle lodi dell’Architettonica con dire fra l’altre cose: Quapropter quicquid ad te pertinet, ita decenter, ita firmiter volumus explicari, ut ab opere veterum sola distet novitas fabricarum. In fatti non poche fabbriche, cioè templi ed opere pubbliche per ordine di Teoderico furono fatte in Ravenna admirabili structura, come scrive il Rossi nella Storia di quella città, e lo conferma anche l’antico scrittore Agnello nel Lib. Pontific. Altrettanto fece egli in Pavia. E perciò con ragione l’Anonimo Valesiano il chiamò amatorem fabricarum, restauratorem civitatum, coll’accennare i palazzi, le terme, gli acquedotti e gli anfiteatri da lui fabbricati in Ravenna, Verona e Pavia. Questa medesima lode a lui fu data da Ennodio nel di lui Panegirico. Da che vien dunque che da noi si attribuisce ai soli Goti la rozza Architettura per più secoli usata in Italia?

Pertanto è da dire che per inganno e per altro abuso cominciarono i nostri maggiori a chiamar Gotico tutto che avea colore di barbarie e rozzezza sia tal difetto proceduto dai Longobardi, o pure dai Franchi, o Germani. E veramente regnando i Longobardi, gente rustica e allevata senza coltura d’ingegno, l’arti destinate al comodo e diletto de’ mortali patirono una non lieve eclissi, né più si vide quella leggiadria e vaghezza che compariva ne’ costumi, nelle fabbriche e nelle azioni de’ Romani dominanti. Non si tralasciò già né sotto i Longobardi, né sotto i Franchi di fare in Italia delle grandiose fabbriche di templi, palazzi e case; ma non compariva in esse quel buon gusto e quella perfezione che si mirava nelle antiche Romane e Greche. Avrei nondimeno veduto volentieri alcuni lor magnifici edifizj, se il tempo non se gli avesse ingoiati. Scrive Paolo Diacono (lib. V, cap. 34) che Rodelinda regina, moglie di Bertarido re de’ Longobardi, Basilicam Sanctae Dei Genitricis extra muros civitatis Ticinensis, quae ad Perticas appellatur, opere mirabili condidit, ornamentisque mirificis decoravit. Anche il re Liutprando, come racconta il medesimo Storico, lib. VI, cap. 58: In Olonna suo prohastio, miro opere in honorem Sancti Anastasii Martyris, Christo domicilium statuit, in quo et Monasterium fecit. Oh, direte, agli occhi di Paolo Longobardo dovettero parer mirabili quelle fabbriche, tuttoché formate con goffa Architettura! Ma Paolo Diacono, che avea veduto tante insigni antichità, tuttavia conservate a’ suoi tempi in Roma, potea ben giudicare se fossero o non fossero maravigliose e lodevoli quelle de’ Longobardi. Fors’anche non mancava qualche architetto che profittasse delle magnifiche e belle memorie di Roma. Lo Scrittore della Cronica del Volturno, descrivendo la Basilica fabbricata dall’Abbate Giosuè, l’ammira colle seguenti parole: Certe nos, qui nunc videmus, vel qui tunc illis videre temporibus, satis mirari non possumus illius Ecclesiae magnitudinem vel pulcritudinem in his regionibus. Col tempo nondimeno prevalendo l’ignoranza anche in Roma, quivi si scemò di molto la perizia della migliore Architettura, di modo che volendo Desiderio insigne Abbate di Monte Casino, che fu poi promosso al Pontificato Romano, fabbricare nell’anno 1066 una suntuosa Basilica in esso Monte Casino, non prese da Roma gli architetti e maestri; ma conductis protinus peritissimis artificibus tam Admalphtanis, quam et Lambardis, et jactis in Christi nomine fundamentis, coepit ejusdem Basilicae fabricam. Così Leone Ostiense (lib. III, cap. 28 Chron. Casin.), il quale poi ci dà la descrizion di quel magnifico edifizio. Altre fabbriche in quel medesimo secolo XI e ne’ susseguenti furono fatte sì profane che sacre con incredibili spese, gran sodezza e copia ancora di marmi. Sopra tutto son da vedere certe rocche e torri fabbricate dopo il mille, e che si son salvate finora dalle ingiurie de’ tempi, nelle quali si ammira l’altezza, la vastità e la grossezza de’ muri, ma non già la nobil delicatezza delle antiche fabbriche Romane. Gran magnificenza è quella del Duomo di Milano, di San Marco di Venezia, della Certosa di Pavia, e d’altri edifizj de’ secoli rozzi, e ne stupisce l’occhio del volgo; ma gli studiosi della migliore Architettura non truovano ivi l’ordine e la bellezza che converrebbe, e sembrano loro quelle gran moli più tosto caricate, che ornate d’ornamenti. Lo stesso è da dire dell’Architettura della Germania, Francia, Inghilterra, e d’altri paesi della Cristianità d’Occidente, che dappertutto seppe di barbaro. Però abbiamo a rallegrarci che da circa tre secoli in qua col risorgimento delle Lettere è anche risorta la più lodevole Architettura, per opera massimamente degl’ingegnosi Fiorentini, e di Giacomo Barocci da Vignola mia patria. Solamente sarebbe da desiderare che né pure si sprezzassero varie nobili memorie de’ secoli rozzi, che restano in piedi: manca ad esse, è vero, la finezza Greca e Romana, ma non lasciano di spirare una veneranda maestà e magnificenza.

Similmente si vuole aggiugnere, che mai non perì la Musica in Italia. Il grave canto ecclesiastico non solo ai tempi di San Gregorio Magno, ma anche ne’ precedenti secoli fu adoperato dal popolo Cristiano. Che anche si usasse qualche parte della Musica cromatica ed enarmonica, l’hanno provato uomini eruditi. D’essa, oltre ai Greci, ci lasciarono precetti anche i Latini, cioè Santo Agostino, Marziano Capella, Boezio, Cassiodoro e Beda. Fu anche illustrata la Musica da Guido Aretino circa il 1022, come si osserverà alla Dissertazione XLIII, a cui si dee aggiugnere Ermanno Contratto, che fiorì circa l’anno 1054, e Costantino Monaco Casinense, perito d’essa arte, nel secolo medesimo. Né pure venne mai meno l’uso delle cetere, delle tibie o pive, e d’altri musicali strumenti o di fiato o di corde. Credesi che solamente nel secolo VIII e IX venissero gl’Italiani e Franchi in cognizione degli organi da fiato, come si può dedurre dalla maraviglia che ne fecero, allorché simili ordigni furono portati in Francia a’ tempi di Pippino, Carlo M. e Lodovico Pio; del che ho parlato nelle Annotazioni al Poema di Ermoldo Nigello. E pure Cassiodoro e Santo Isidoro fanno menzione degli Organi. Anzi Venanzio Fortunato, poeta Italiano passato in Francia, nel lib. II, carm. 10 ad Clerum Parisiacum, pare che conoscesse gli organi nella stessa Francia circa l’anno 580, cioè tanto tempo prima del re Pippino. Scrive egli così:

Hinc puer exiguis attemperat organa cannis

Inde senex largam ructat ab ore tubam.

Cymbalicae voces calamis miscentur acutis,

Disparibusque tropis fistula dulce sonat, ec.

E Giona Italiano, monaco di Bobbio, che fiorì nel secolo medesimo di Venanzio Fortunato, nella Prefazione alla Vita di San Colombano, scrive: Plerosque organi scilicet, psalterii, cytharae melos aurea oppletas, mollis saepe avenae modalamini auditum accommodare. Ecco i musicali strumenti di que’ tempi. Ma noi non sappiam bene, qual cosa fossero gli organi accennati da Fortunato e Giona. Forse erano picciole fistule o siringhe, composte cannis exiguis, come usarono i Greci, sonate colla bocca, e però diversi dagli organi portati in Francia dai Greci. In fatti si scorge che il fabbricarli non si sapeva se non da essi Greci nel secolo VIII, è ch’essi custodivano con gelosia questo segreto. Ma Giorgio prete Veneziano, avendolo ad essi rubato, lo portò all’imperadore Lodovico Pio, come notarono gli Annali de’ Franchi all’anno 826. Ma che prima di quel tempo sapessero i Romani sonar gli organi, pare che si possa inferire dal Monaco Engolismense nella Vita di Carlo M. all’anno 787, presso il Du-Chesne. Vo’ rapportar tutto quel passo, affinché s’intenda quanto allora fossero eccellenti nella sacra musica i Romani. Era in quell’anno ito a Roma quel rinomato Monarca, e in tale occasione orta est contentio inter cantores Romanorum et Gallorum. Dicebant se Galli melius cantare et pulcrius quam Romani. Dicebant se Romani doctissime cantilenas Ecclesiasticas proferre, ec. Galli Romanis exprobrabant: hi contra appellabant eos stultos, rusticos et indoctos; velut bruta animalia affirmabant; et doctrinam Sancti Gregorii praeferebant rusticitati eorum. Più sotto aggiugne: Omnes Franciae cantores didicerunt Notam Romanam, quam nunc vocant Notam Franciscam, excepto quod tremulas (vuoi dire i trilli) vel tinnulas, sive collisibiles, vel secabiles voces (forse vuoi significare il diesis e il bemolle) in cantu non poterant perfecte exprimere Franci naturali voce barbarica, frangentes in gutture voces potius quam exprimentes, ec. Finalmente aggiugne: Similiter erudierunt Romani cantores supradicti cantores Francorum in arte organandi. Se s’ha da attendere l’autorità di questo Monaco, e se le sue parole indicano il saper sonare l’organo, non istarà salda l’opinione del P. Mabillone, che ne gli Annali Benedettini all’anno 757 scrive: Organorum usum sub finem seculi XI apud Italos ex Germania primum acceptum fuisse colligimus ex Epistola Johannis Papae VIII ad Annonem Episcopum Frisingensem. Le parole di questo Papa presso il Baluzio, Miscellan. lib. V: Precamur autem, ut optimum organum cum Artifice, qui hoc moderari et facere ad omnem modulationis efficaciam possit, ad instructionem musicae disciplinae nobis aut deferas, aut mittas.

Ma essendo passata tanta famigliarità e pratica fra i Romani e i Greci dominanti per tanto tempo in Roma, appena si può credere che sì tardi fosse introdotto ne’ templi Romani l’uso degli organi. Perché i migliori artefici di tali macchine si trovavano allora in Germania, come avviene anche oggidì, e che meglio sapeano sonar d’organo, però il Pontefice ne desiderò uno: dal che non si può con sicurezza inferire che prima non avesse Roma adoperati gli organi. Ho anche osservato che Publio Optaziano Porfirio, che fiorì sotto Costantino Magno circa l’anno 322 nel suo Panegirico in versi dati in luce dal Velsero fa chiaramente menzione degli organi che si sonavano co’mantici. Né si dee tacere aver creduto il Du-Cange, avere avuto la chiesa di Verona l’uso degli organi, vivente Carlo Magno, perché in due strumenti di quel tempo si truova Porta Organi. Ma che una Porta avesse tal denominazione, e si può anche aggiugnere che ivi appresso fosse fabbricato il Monistero Sanctae Mariae ad Organum, nulla ha questo che fare con gli organi delle chiese. Oltre di che gli antichi sotto nome d’organi compresero tutti gli strumenti musicali. Anzi alcune macchine da guerra venivano chiamate organi, per attestato di Vitruvio, che scrive nel lib X, cap. I: Inter machinas et organa id videtur esse discrimen, quod machinae, ec. Organa vero unius ope, uti scorpiones versantur. Finalmente, secondo la testimonianza di Columella, organi si chiamavano alcuni strumenti da misurare (Vedi lib. III, capit. 13). E però non sappiamo perché quella fosse appellata Porta Organi. Se poi la musica di molte voci nella stessa discordia consonanti, che chiamiamo Contrappunto, coltivata oggidì con grande studio, fosse praticata dagli antichi lascerò disputarne al Meibomio, allo Zarlino, all’Angelini, e ad altri. Fu di parere il Kirchero Gesuita nella Musurgia (tom. I, lib. V) che Guido Aretinus autor etiam fuit instrumentorum polyplectorum, uti sunt clavicymbala, clavichordia, similiaque: quod et ipsa dedicatoria innuit, dum ad cantum adhibuit monochordum quoddam harmonice constructum. Ex quibus concludo, Guidonem extitisse inventorem polyphonae musicae, quum ante ejus tempora ex nullis veterum monumentis possit colligi, id genus musicae apud veteres fuisse in usu. Anche l’Angelini Perugirio adottò questa opinione. A me non tocca di giudicarne. Solamente aggiugnerò una particolarità, cioè che Giovanni Sarisberiense circa l’anno 1170 nel lib. I, cap. 6 Policrat. si duole della musica de’ suoi tempi, come molle e lussureggiante, che si usava nelle chiese. Ipsum (dic’egli) cultum Religionis incestat, quod ante conspectum Domini in ipsis penetralibus Sanctuarii, lascivientis vocis luxus, quadam ostentatione sui, muliebribus modis, notarum articolorumque caesuris stupentes animulas emollire nituntur. Quum praecinentium et succinentium, canentium et decinentium, intercinentium et occinentium praemolles modulationes audieris: Sirenarum concentus credas esse, ec. Ea siquidem est ascendendi descendendique facilitas, ea sectio vel geminatio notidarum, ea replicatio articulorum, singulorumque consolidatio, sic acuta, vel acutissima gravibus et subgravibus temperantur, ut auribis sui judicii subtrahatur auctoritas, ec. Se tali parole significhino, come pare, la musica figurata, ne rimetto la decisione a chi s’intende di sì fatti studj, ed ama l’erudizione. Ma che avrebbe detto il Sarisberiense, se avesse udita la musica de’ nostri tempi? Per qualche secolo dopo Guido Aretino fu ben lontana la musica dalla scienza e perfezione d’oggidì, tanto nel canto che ne’ suoni. Nel secolo XV cominciò essa ad essere coltivata, e sempre più crescendo è giunta allo stato presente, in cui ammiriamo con istupore e diletto il mirabil concerto di tante voci e strumenti. Ma forse non è tanto da rallegrarsi di tale acquisto. Abbiam lasciata la musica virile e grave degli antichi, e sostituitane un’altra che spira la mollezza, l’effemminatezza e la corruttela de’ costumi. Non mi occorre dirne di più.

Vengo alla Pittura. La perizia insigne de’ Greci in essa è esaltata dagli antichi, e da loro passò a’ Romani. Poco ne resta a noi per poter ben giudicare di tante lodi e miracoli, dei quali parla il Giunio de Pictura Veterum. Restano nulladimeno tante statue, medaglie, cammei, bassirilievi, ed altri pezzi di antichità con tale squisitezza di lavoro formati, che di là si può con fondamento argomentare qual fosse anche la loro eccellenza nel dipignere: giacché passa tanta fratellanza fra la Pittura e Scoltura. Ma da che si scaricò la piena delle nazioni barbariche in Italia, quest’arte e insieme la Statuaria diedero un fiero crollo, pochi esercitandole, e questi per lo più anche sgraziatamente. Per altro niun tempo ci fu senza pittori. Teodolinda regina de’ Longobardi circa l’anno 592 in Monza suum palatium condidit, in quo aliquid et de Langobardorum gestis depingi fecit. Ermoldo Nigello nel poema de Gest. Ludov. Pii, lib. IV, descrive il palazzo e tempio d’Ingelheim fabbricati da Carlo M., e le cose ivi dipinte, secondo lui, pictura insigni.

Inclyta gesta Dei, series memoranda virorum

Pictura insigni quo relegenda patent.

Così Giovanni VII papa, per attestato di Anastasio circa l’anno 706 fecit imagines per diversas Ecclesias, quas quicumque nosse desiderat, in eis ejus vultum depictum reperiet. Basilicam itemque Sanctae Dei Genitricis, quae antiqua vocatur, pictura decoravit. Anche il pontefice Gregorio III fece dipignere la chiesa di Santa Maria d’Aquiro. E papa Zaccheria in Lateranensi Patriarchio fecit triclinium, quod, ec., et pictura ornavit. Tralascio altri passi, e ripeto che in ogni secolo si trovarono pittori e scultori; ma quali, Dio ve lo dica. Né già si perde l’Arte del Disegno. Si truovano monete e sigilli de’ secoli barbarici, dove miriamo ben espresse le teste degl’Imperadori. Così vi erano bassirilievi, immagini formate d’oro e d’argento, e ne parla sovente il suddetto Anastasio Bibliotecario. Si vede anche menzionato Opus interrasile, che non so se voglia significare l’incidere figure, come ne’ sigilli. Osserviamo ancora che sino al mille durò in molti luoghi la Caligrafia, o vogliam dire la buona e vistosa scrittura, come si può vedere in molti diplomi, bolle e codici allora scritti. Dopo il mille peggiorò la maniera di scrivere: del che fan fede molti marmi e libri scritti a penna con abbreviature e caratteri sformati, che senza ragione chiamiamo Gotici. Statue e bassirilievi in alcune città, e particolarmente in Roma, furono fatti con tollerabili lavori; in altri luoghi muovono a riso. La conclusione è, che solamente nel secolo XIV cominciarono queste arti ad alzare alquanto la testa, e crescendo sempre più ne’ susseguenti, son pervenute a quella perfezione che oggi miriamo.

Non si dee per questo negare a’secoli rozzi di aver coltivata l’arte de’ Musaici. Un pezzo ha che questa non è conosciuta, e molto men praticata, se ne eccettui Roma e Venezia, che a’ nostri tempi l’hanno risuscitata, e con tal vantaggio, che i lor lavori si lasciano di molto indietro quei degli antichi. Si segnalò anche per questa cura il pontefice Clemente XI, imitato poi da’ successori, mirandosi ora con istupore gl’insigni nuovi musaici della Basilica Vaticana. Ma ne’ vecchi secoli in Roma, Ravenna, Milano, Monte Casino, e in altri luoghi si trovavano maestri di quest’arte che lasciarono varie memorie, tuttavia conservate ed esistenti. Diversis coloribus minutisque vitreis lapillis, fulvo auro supertectis, opere mausoleo (leggi museo, o musileo ) fu ornata la chiesa di San Giovanni Battista in Siponto da San Lorenzo vescovo di quella città, come s’ha dalla sua Vita presso il Ballando al dì 7 di febbrajo. Nota quel vitreis lapillis; perché v’ha mosaici composti con pezzi minutissimi di vetro colorato, come i suddetti moderni di Roma, ed altri formati con picciolissimi pezzi di marmo di varj colori. Ora con gran diligenza fu esercitata quest’arte dagli antichi Romani. Presso il Proposto Gori (lib. I, cap. 8) si legge un’iscrizione in cui nominata camera OPERE MVSEO exornata. Se ne fa menzione dagli Scrittori della Storia Augusta, e molto più da Anastasio nelle Vite dei Papi. Così nel secolo VI papa Simmaco cantharum Beati Petri cum quadriporticu marmoribus ornavit, et ex museo agnos et cruces et palmas ornavit. Nel secolo VII Onorio I papa fecit absidam Basilicae Beatae Agnetis ex musibo. Severino suo successore renovavit absidam Beati Petri Apostoli ex musivo. Sergio I musivum, quod ex parte in fronte atrii Basilicae Salvatoris fuerat dirutum, innovavit. Giovanni VII nel secolo ottavo fabbricò un oratorio, cujus parietes musico depinxit. Perciocché sotto nome di Pittura venivano anche i mosaici, e con ragione. Ma qui mi ferma Leone Ostiense, che sembra negare a que’ secoli la gloria di quest’arte, con dire (lib. III cap. 29 della Cronica) che Desiderio Abbate di Monte Casino volendo ornare di mosaici la nuova sua Basilica, ne chiamò artefici, non da Roma, ma bensì da Costantinopoli, nell’anno 1070. Ecco le sue parole: Legatos interea Constantinopolim ad locandos artifices destinat, peritos utique in arte mususivaria et quadrataria. Ex quibus vedelicet alii absidam, et arcum, atque vestibulum majoris Basilicae musivo comerent, ec. Più sotto aggiugne: Quarum ardum tunc et destinati magistri, cuius perfectionis fuerint, in eorum est operi bus existimari; quum et in musivo animatas feras autumet quisque figuratas, et quaeque virentia cernere, et in marmoribus omnigenum colorum flores pulcra putet diversitate vernare. Ecco opere di que’ tempi degne anche delle nostre lodi. Vien commendato ancora l’Abbate Desiderio, perché artium istarum ingenium a quingentis et ultra jam annis magistra Latinitas intermiserat, et studio hujus, inspirante et cooperante Deo nostro, hoc tempore recuperare promeruit, ne sane id ultra Italiae deperiret, studuit, vir totius prudentiae, plerosque de Monasterii pueris diligenter eisdem artibus erudiri. Ma come, o buon Leone, da cinquecento e più anni perduta in Italia l’arte de’ musaici? Una frotta di testimonj ho io in pronto da opporti. Prima di farlo, sentiamo come l’abbate Angelo della Noce illustri nelle Annotazioni questo passo. Scite (dic’egli) a quingentis et ultra, nempe a tempore Theoderici, qui omnes bonas artes eliminavit ab Italia, quarum ipsa magistra fuerat: goffamente in vero; percioché, come abbiam già fatto toccar con mano, Teoderico a tutto potere conservò e fomentò le buone arti in Italia; né occorre sopra ciò aggiugnere altro.

Che poi per molti secoli dopo Teoderico durasse in queste provincie la profession de’ musaici, oltre agli esempi accennati, lo confermeranno i seguenti. Massimiano arcivescovo di Ravenna, dopo Teoderico, siccome abbiamo da Agnello nella sua Vita, Ecclesiam aedjficavit beati Stephani a fundamentis mira magnitudine, ec. Ad latera ipsius Basilicae Monasteria parva subjunxit, quae omnia novis tessellis auratis, simulque promiscuis aliis calci infixis mirabiliter apparent. Con egual cura Agnello arcivescovo di quella città ristorò la chiesa di San Martino, quae vocatur Coelum aureum, et parietes de imaginibus Martyrum Virginumque tessellis decoravit, et pavimentum lithostratis mire composuit. Ecco i musaici di vetro e di marmo. Gli ultimi erano chiamati lithostrata. Questo tempio l’avea fabbricato da’ fondamenti il re Teoderico, come il medesimo Agnello attesta, il quale anche nella Vita dell’arcivescovo Pietro seniore scrive d’aver veduto in Pavia Palatium Theoderici et Tribunalis cameras tessellis ornatas. Consta in oltre che nella stessa città di Ravenna, imperando Giustiniano I e il II, i templi di Santo Apollinare vecchio e nuovo, e di Santa Maria in Cosmedin furono ornati di musaici, e questi si mantengono ancora oggidì. D’altri parla Agnello, ed assai più Roma ne conserva, la maggior parte de’ quali fu raccolta e illustrata da Monsig. Ciampini. Anzi si può dire che in niuno di que’ secoli Roma fu priva di tal arte; e spezialmente si mirano tuttavia i lavori fatti per ordine di Adriano I, Leone III e Pasquale I. Circa poi l’anno 848 papa Leone IV intra Basilicam beati Petri Apostoli oraculum mirae pulcritudinis summique decoris construxit, quod pulcris marmoribus circumdans splendide comsit; absidamque ejus ex musivo, aureo superinducto colore, glorifice decoravit. Del pari Benedetto III papa circa l’anno 856 absidam majorem Ecclesiae Beatae Dei Genitricis trans Tiberim erexit ad meliorem statum: fenestras vero vitreis coloribus et pictura musivi decoravit. Se restassero le Vite de’ susseguenti Pontefici, forse ne troveremmo altri esempli. Di sopra vedemmo eretta da Liutprando re de’ Longobardi la Basilica di Santo Anastasio in Olonna circa l’anno 725, o più tardi, miro opere. Ma ivi ancora spiccavano gli ornamenti di musaico, come apparisce da un’iscrizione del Grutero, pag 1168, ch’è la seguente:

Ecce domus Domini perpulchro condita textu

Emicat, et vario fulget distincta metallo,

Marmora cui pretiosa dedit, museumque, columnas, ec.

Ci son Letterati che riferiscono tale iscrizione alla chiesa di Santo Anastasio di Roma, e fra gli altri il Du-Cange alla voce Museum: con errore manifesto; perché fabbricatore di quel tempio è chiaramente appellato LEUTBRANDVS, siccome ancor vide il Cardinal Baronio. Anche in Milano la Basilica Ambrosiana ci fa vedere un musaico fatto circa l’anno 836 nel suo coro. Ne mostra parimente la Cattedrale di Capoa un altro, compiuto circa l’anno 900. Leggesi ivi: Vitreum dedit Ugo decorem. Pensa il Du-Cange che tali parole indichino le vetriate delle finestre. Non sarebbe stata cosa degna di menzione. Vo’ credendo io che vi si parli di musaico formato con pezzolini di vetro di varj colori. Da Pietro Manlio, che circa l’anno 1170 trattava, della Basilica Vaticana, vien mentovata Basilica Sancti Angeli mirifico musibo laqueata auro et vitro. E di qua vien luce ad Apollinare Sidonio, che nel lib. 11, epist. 10 descrive lo Scuruolo della Basilica di Lione con dire:

Et sub versicoloribus figuris

Vernans herbida crusta, saphyratos

Flectit per prasinum vitrum lapillos.

Angelo dalla Noce, commentando l’Ostiense, ci fa sapere, musivum opus ex sectilibus parvisque varii coloris crustis et lapillis compactum et tessellatum, omne genus imaginum repraesentare. Sembra ch’egli non conoscesse il musaico di vetro. Di questo parla Agnello nella Vita di Massimiano arcivescovo di Ravenna, con lodare la chiesa di Santo Stefano da lui fabbricata, e ornata in gyro mirifice opere vitreo. Truovansi ancora in Aquisgrana, e in altri luoghi della Francia musaici fatti prima del mille. Abbiam fatta menzione de’ lithostrati, cioè de’ pavimenti fatti a musaico con pezzolini di marmo di varj colori. In Roma in questi ultimi tempi se n’è trovato un pezzo che mi vien supposto di mirabil delicatezza e perfezione. Per quanto racconta Tangmaro nella Vita di Berwardo vescovo d’Hildesheim, cap. V, egli musivum in pavimentis ornandis studium propria industria, nullo monstrante, composuit. E l’Anonimo Salernitano, che fioriva circa l’anno 855 ne’ Paralipom. da me dati alla luce di Bernardo vescovo di Salerno, racconta che Ecclesiam inibi mirae pulchritudinis construi fecit, et pavimentum parvulis tessellis in vario colore componi jussit. Anche l’Aulico Ticinense (cap. I de Laud. Papiae) scrive: Plures Ecclesiae pavimentum habent minutis lapillis stratum, ex quibus per diversos colores historiales imagines et literae sunt formatae. Probabilmente quest’arte non venne mai meno in Italia ne’ secoli barbarici, e però molti vaghi lithostrati si mirano in Roma e Venezia. Il pavimento del coro della Cattedrale di Trivigi ha questo ornamento, e una iscrizione poco fa scoperta lo dice compiuto nell’anno 1141:

Piana pavimenti sic ari variavit

Uberti Impensas (cives) reddebant Tarvisiani.

Sarsorium opus fu chiamato questo lavoro dagli antichi. Ne parlano Cassiodoro, Gregorio Turonense ed altri. Leggiadri son due versi di Ennodio, lib. II, Carm. 91:

Unam de variis speciem componere frustis

Qui potuit, saxum duxit in obsequium.

Ecco dunque, se avesse ragione l’Ostiense di scrivere che da cinquecento anni e più fino al 1070 in Occidente si fosse smarrita l’arte de’ musaici. Noi, per l’insigne progresso che han fatto l’arti in questi ultimi secoli, ci figuriamo che i secoli barbarici giacessero in un’estrema stupidità ed ignoranza, e fossero privi d’ogni nobile ornamento. Ma né pure allora mancò l’ingegno, e molte arti si coltivavano assai bene. Fors’anche aveano qualche segreto che a noi manca oggidì. A questo proposito ho io pubblicato un curioso pezzo dell’antichità barbarica tratto da un codice dell’insigne Capitolo de’ Canonici di Lucca, che il P. Mabillone tanto per la forma de’ caratteri, che per le Vite de’ Papi terminate in Adriano I, giudicò appartenere ai tempi di Carlo M. Quel latino è scurissimo per tante voci straniere, forse accresciute dall’ignoranza dello scrittore; e vi si sente in molli luoghi anche la lingua volgare d’allora. Trattasi ivi della tintura de’ musaici, delle pelli, ec.; della maniera d’indorare il ferro ed altri metalli, di scrivere con oro; di varie decozioni, e di simili altri usi e segreti di que’ tempi. Io metterò qui solamente alcuni pochi di que’ titoli. De tinctio omnium Musivorum. De inoratione Musiborum. De Mosibus de argento. De Smurettas tabulas. Decoctio Plumbi. De Pelle alithina tinguere. De tinctio Pellis Prasinis. Tinctio ossuorum, et omnium cornorum, et omnium lignorum. De Petalo auri. De Ferrum deaurare. De fila aurea facere. Chrysographia. Inauratio Pellis. Quomodo eramen in colore auri transmutetur. De Crisocollon. De compositione auri picmenti. De Littargirium, De tinctio petalorum. De compositio Ginnabarim, ec. Non ho io veduta scrittura de’ secoli remoti ove si senta più l’andamento della nostra lingua Italiana. E di qui poi ricaviamo che i secoli barbarici ebbero più documenti dell’arti di quel che crediamo. Non sappiamo fin dove si stendesse il loro sapere ed industria, perché o son perite le loro memorie, o poche ne scrissero per l’ignoranza delle Lettere. Il suddetto celebre Abbate di Monte Casino Desiderio non solamente procurò di rimettere in Italia l’arte de’ mosaici, come scrive l’Ostiense, lib. III, Cap. 29: Sed et de omnibus artificis, quaecumque ex auro vel argento, aere, ferro, vitro, ebore, lino, gipso vel lapide patrari possunt, studiosissimos prorsus artifices de suis sibi paravit. Si può credere che in ciascuna di tali arti anche anticamente non mancassero artefici valenti e di buon gusto. Leone III papa, secondoché s’ha da Anastasio circa l’anno 802 juxta Ecclesiam Beati Petri Apostoli fecit in Triclinio majori mirae pulcritudinis decoratam apsidem de musivo ornatam; et absidas duas dextra laevaque super marmore et pictura splendentes. Il medesimo Pontefice fenestras Ecclesiae Beati Apostoli Pauli mirae pulcritudinis ex metallo cypsino decoravit, ec. Fecit Cyborium cum columnis suis super altare mirae magnitudinis et pulcritudinis decoratum, ex argento purissimo, pensans libras duo milla et quindecim. E a proposito di orefici ed argentieri, che in que’ secoli ancora ve ne fossero degli eccellenti, che nobili fatture formavano di que’ metalli, possiam provarlo coll’autorità di Lupo Abbate Ferrariense in Francia nel secolo IX. Così egli scrive nell’epist. 22: Vestram opinatissimam flagito liberalitatem, ut duos nostros famulos a vestris fabris, quos peritissimos vos habere longe lateque fama vulgavit, auri et argenti operibus erudiri jubeatis.

Chiunque legge le Vite de’ Romani Pontefici nella Raccolta di Anastasio, vi truova innumerabili lavorieri d’oro e d’argento così lodati, che almen si può credere che avessero qualche pregio d’eccellenza, come immagini di Santi, lampadi, calici corone ed altri vasi descritti come opere di mirabil artificio. Per esempio fece Leone III fabbricare l’immagine di San Pietro Apostolorum Principis in Porta Virorum, ex auro purissimo, et gemmis pretiosissimis mirae magnitudinis et pulcritudinis, pensantem libras decem et novem et uncias tres. In oltre In Basilica Salvatoris, quae appellatur Constantiniana, fecit Cyborium cum columnellis suis quatuor ex argento purissimo, diversis depictun historiis, cum cancellis et columnellis suis mirae magnitudinis et pulcritudinis decoratum, quae pensabant simul libras mille ducentas viginti septem. Altrettanto si legge di papa Pasquale I e d’altri Sommi Pontefici, ch’io tralascio. Ma non si vuol già ommettere ciò che scrive Egiriardo in fine della Vita di Carlo M. colle seguenti parole: Inter ceteros thesauros atque pecuniam tres mensas argenteas, et auream unam praecipuae magnitudinis et ponderis esse constat. De quibus statuit atque decrevit, ut una ex eis, quae farina quadrangula descriptionem Urbis Constantinopolitanae continet, inter cetera donaria, quae ad hoc deputata sunt, Romam ad Basilicam beati Petri Apostoli deferatur. Et altera, quae forma rotunda, Romanae Urbis effigie insignita est, Episcopo Ravennatis Ecclesiae couferatur. Tertiam, quae ceteris et operis pulchritudine et ponderis gravitate multum excellit, quae ex tribus orbibus connexa, totius Mundi descriptionem subtili ac minuta figuratione complectitur, et auream illam, quae quarta esse dicta est, in tertiae illius, et inter heredes suo, atque in eleemosynam dividendae partis esse constituit. La preziosità del metallo fece guerra a questi lavori, né li lasciò pervenire ai posteri. Varrebbono una città, se avessero potuto conservarsi fino a’ di nostri; e noi probabilmente troveremmo di che ammirare l’industria di quegli artefici, oltre al piacere di mirare in sì bel pezzo d’antichità la topografia di quelle imperiali città, e delle parti del mondo d’allora. So che si dirà essere sembrati maravigliosi que’ lavorieri agli occhi di que’ tempi, avvezzi ad un gusto barbarico; né io intendo di sostenere che in essi comparisse quel vago disegno, ordine e finezza, per cui furono sì commendate l’opere de’ Greci e Romani antichi. Ma né tu pure potrai pretendere che non potessero anche allora uscir delle mani di quegli artefici delle fatture eccellenti, e massimamente in Roma, dove prima del mille esistevano tanti più monumenti che oggidì, della bella antichità ne’ templi, nelle case, ne’ sepolcri, ne’ vasi, statue, pitture, musaici, vetri, marmi, colonne, ed altre opere di squisito lavoro, le quali poteano servir di modello agl’industriosi artisti d’allora. Nella maggior parte d’altre città si può ben temere che fosse perita l’idea della vera maestà, leggiadria e bellezza. Si può anche aggiugnere che alcune arti mantenute con onore sino al mille, andassero da lì innanzi scadendo per cagione delle tante rivoluzioni e guerre civili che sconvolsero l’Italia. Noi troviamo molta rozzezza ne’ marmi, nelle fabbriche e nelle monete dopo il secolo X. Dell’arte di tessere, e delle opere di lana e seta parleremo nella Dissertazione seguente. In tanto merita riflessione che anche ne’ secoli barbarici fiorirono ingegni tali capaci di trovar nuove invenzioni. Ne accennerò io alcune poche, potendosi anche sospettare che di altre o sia perito l’uso, o per difetto di scrittori se ne ignori l’origine. Riferirò io nella Dissertaziøne XLIII l’epitaffio di Pacifico arcidiacono di Verona, mancato di vita nell’anno 846. Fra gli altri suoi meriti si legge il seguente:

Horologium nocturnum nullus ante viderat.

En invenit argumentum, et primus, fundaverat.

Horologioque carmen sperae Caeli optimum,

Plura alia Grafiaque prudens inveniet.

Pare strano che l’autore di quella iscrizione affermi non essersi prima di quel tempo veduto orologio notturno; perciocché quasi un secolo prima, cioè circa l’anno di Cristo 758, Paolo Romano Pontefice, come si raccoglie dall’epist. 25 del Codice Carolino, aveva inviato a Pippino re di Francia horologium nocturnum. Forse il Veronese fu di altra forma e di maggior perfezione; ma non per questo l’invenzione era affatto nuova ed ignota ai tempi precedenti. Cosa poi significassero allora col nome di orologio da notte, non ardirei io di determinarlo. Se qui si volessero indicar gli orologi che con ruote di ferro mosse da contrappesi, battendo una campana, indicassero l’ore, perché chiamarli notturni, quando fanno lo stesso ufizio anche di giorno? Negli Annali di Bologna da me dati alla luce troviamo che nell’anno 1356 fu posto nella torre pubblica di quella città un orologio, la cui campana battuta annunziava l’ore; e questo fu il primo orologio che cominciasse mai a sonare per lo Comun di Bologna. Presso le private persone molto prima si usavano somiglianti oriuoli. Dante nel canto XXIV del Paradiso accenna quei ch’erano mossi da ruote. Se così antico ne fosse stato l’uso, non si sa intendere perché sì tardi ne avessero profittato le città. Creder forse si potrebbe che il Veronese fosse orologio da polve o da acqua, da cui l’ore della notte si mostrassero o col lume della lucerna, o col tocco di qualche campanella. Ma se gli attribuivano il battere, di nuovo si chiede, perché si appellasse notturno, quando avea da battere anche di giorno? Negli Annali de’ Franchi all’anno 807 si legge che Aaron re di Persia inviò in dono a Carlo M. Horologium ex auricalcho arte mechanica confectum, in quo duodecim horarum cursus ad clepsydram vertebatur, cum totidem aereis pilulis, qua ad complectionem horarum decidebant, et caso suo subjectum sibi cymbalum tinnire faciebant. Se fu una clepsidra, pare che fosse orologio da acqua, o pure da polve; ma non fu certo da mettere con gli orologi da noi ora usati. Per attestato del P. Mabillone l’Anonimo Autore del libro intitolato Regula Magistri fiorì prima dell’anno 700. In quel libro, cap. 54, si legge: Cum advenisse divinam horam percussus in Oratorio Index monstraverit. Cap. 55: Cum sonuerit Index. Parole tali sembrano denotare orologio che batteva l’ore. Che l’invenzione della bussola nautica colla calamita sia da attribuirne più tosto ad un Giovanni da Amalfi, che ad Inglesi o Fiamminghi, rinsegnano scrittori eruditi, cioè Flavio Biondo, il Palermitano, l’Ortellio ed altri. Pensano alcuni ciò accaduto nel 1302; ma non mancano motivi di credere che verso la metà del secolo precedente, ed anche prima, fosse noto questo mirabile ed utilissimo arcano della natura. Non istarò io a rammentare la celebratissima invenzione della stampa, e l’altra maravigliosa insieme e diabolica della polve da fuoco, perché scoperte degli ultimi secoli, e nate fuori d’Italia.

Quanto all’arte di far il vetro, non solamente gl’Italiani, ma anche i Franzesi anticamente la conobbero e praticarono. Abbiamo la testimonianza di Beda, che il santo Abbate Benedetto Biscopo circa l’anno 680: misit Legatarios Galliam, qui vitri factores, artifices videlicet Britannis eatenus incognitos, ad cancellandas Ecclesias, porticuumque et coenaculorum ejus fenestras adducerent. Factumque est, et venerunt. Nec solum postulatum opus compleverunt, sed et Anglorum ex eo gentem hujusmodi artificium nosse ac discere fecerunt. Della maniera di far il vetro vien parlato ancora nel sopraccennato antichissimo codice Lucchese, dove si contengono varj segreti del secolo VIII. Pier Damiano scrive nella Vita di Sant’Odilone, che gli fu donato da Arrigo I fra gl’Imperadori Vas holovitreum valde pretiosum, et Alexandrini operis arte compositum. Più di sotto egli rammenta Vitrea vascula analypha fusilitate caelata. Dilettaronsi gli antichi Romani, e sopra tutto i Cristiani dei vetri dipinti; il quale argomento chi desidera di vederlo dottamente trattato, vegga un libro del Senator Fiorentino Filippo Bonarroti, che raccolse molti bei frammenti dell’antichità Cristiana. Son anche da vedere gli altri scrittori che hanno illustrate le Catacombe Romane. Per moltissimi secoli si continuò il dipignere i vetri delle finestre delle chiese, e tuttavia in alcune d’esse antiche si truovano conservati. Oggidì non si mira praticato un tale ornamento. Di questi parla Anastasio Bibliotecario con dire che Leone III papa circa l’anno 802 Fenestras de absida Basilicae Constantinianae ex vitro diversis coloribus conclusit atque decoravit. Oltre ai vetri, fu negli antichi tempi ancora lodato l’uso degli speculari, col mezzo de’ quali, come si fa oggidì con lastre quadre o rotonde di vetro, era tramandata la luce; e difesi i templi dall’aria esterna e dal freddo. Lapis specularis troviamo appellata questa pietra da Plinio, lib. XXXVI, Cap. 22, dove scrive: Faciliore multo natura finditur in quamlibet tenuem crustam. Da’ Modenesi è chiamata scaiola, talco, ed è lo stesso che il gesso, di cui né pure mancano a noi le miniere. Perciò quelle finestre che presso gli scrittori de’ secoli rozzi sono appellate gipseae, consistevano ne’ suddetti speculari, de’ quali ha parlato a lungo il Salmasio sopra Solino. Leone Ostiense nel libro III, cap. 33, osservò Fenestras vitro tam gypso, quam plumbo insigniter laboratas. E nel cap. 34: Fenestras, quae in porticibus sunt, gypseas quidem, pari vero decore construxit. Presso i PP. Cappuccini professori della povertà se ne truovano esempli. Sappiamo che la più remota antichità ebbe in uso gli specchi, e quest’arte non è mai venuta meno. Ma la fabbrica d’essi forse per più secoli in Italia non la praticò se non l’inclita città di Venezia. S’è poi in questi ultimi tempi dilatata per altri paesi. Siamo anche tenuti ad un Gentiluomo Veneto, cioè a Marco Polo, per essere stato il primo a darci ragguaglio del vasto e fioritissimo imperio della Cina, siccome al Colombo e ad Americo Vespucci per la scoperta dell’Indie Occidentali, o sia dell’America.

Dell’industria ancora de’ secoli barbarici ci può essere buon testimonio Galvano Fiamma Milanese del’Ordine de’ Predicatori, il quale fiorì nel 1340, Scrive egli così in un Opuscolo da me dato alla luce. Anno MCCCXLI, ec., sub dominio duorum Fratrum ex Vicecomitibus, venerabilis Johannis Episcopi Novariensis, et nobilis Militis Luchini de Vicecomitibus. In Civitate per Dominos duae novitate sunt inchoatae. Prima est, quod adinvenerunt facere Molendina, quae non aqua aut vento circumferuntur, sed per pondera contra pondera, sicut solet fieri in horologiis (il che fa conoscere che era triviale l’uso degli orologi da ruote), et sunt ibi rotae muhtae, et arteficia subtilia multum. Et non est opus, nisi unius pueri. Et moliunt continue quatuor modios tritici molitura optima nimis. Nec umquam in Italia tale opus fuit adinventum, licet per multos annos exquisitum. Secunda novitas fuit, quod adinvenerunt facere in Ticinello navigium. Et fuerunt illae naves dictae Ganzerrae. Et portat una navis quingentos vel sexcentos homines armatos. Et sunt nimis utiles pro Communitate Mediolani, quia possunt ire usque Venetias, et visitare civitates positas super Ticinum et Padum, et in Lacu Majori. Possunt etiam hostibus inferre damna plurima, et victualia deferre amicis. Sunt istae Ganzerrae naves magnae, habentes pro qualibet quinquaginta remos vel circiter. Et sunt communitae asseribus in circuita cum bathfredis et machinis, cum maximis velis. Nec potuit Ticinellus ipsas transducere, quantumcumque ingurgitatus; sed cum camellis et allis instrumentis oportuit ipsas conduci usque ad Lacum Majorem. In un altro capitolo così scrive il suddetto Fiamma: Item alias nobiles et laudabiles consuetudines adinvenerunt praedicti Domini civitatis; et aliquas jam inchoatas per suos praedecessores repererunt. Videlicet quod equos emissarios equabus magnis commiscuerunt; et procreati sunt in nostro territorio dextrarii nobiles, qui in magno pretio habentur. Item canes alanos alte staturae et mirabilis fortitudinis nutrire studuerunt. Et cuniculis castra, et civitates repleverunt. Item racemi vernacini truncis inserti vinum vernacinum insertum producunt. Panni de serico et de auro subtili artificio texuntur. Et plura alia mirabilia opera et novitates laudabiles introductae esse dignoscuntur.

Giuste conietture ancora ci sono per credere dovuta ai secoli barbarici l’invenzion degli occhiali di vetro. Non sono certamente mancati Eruditi a’ quali è sembrato di trovare presso gli antichi Romani uno strumento tale da aiutare la vista; ma a dubbiosi o rovinosi fondamenti s’appoggia la loro opinione. Il Reinesio, il Pitisco ed altri, per avere osservata nel Grutero un iscrizione dove è nominato un Faber Oculariarius, o più tosto Ocularius, s’avvisarono che questi fosse un fabbricator d’occhiali. Ma è scura quella voce e per me tengo, non altro significar essa che chi formava degli occhi da appendere ne’ templi per la ricuperata sanità degli occhi, o pure da mettere nelle statue degli Dii. Gli Egiziani in oltre (come riferisce Clemente Alessandrino, lib. IV Stromat.) mettevano in essi templi degli occhi d’oro e d’argento per significare Deum omnia videre. Presso il Proposto Gori (tom. I Inscrip. Florent. pag. 406) in un marmo si legge

M. RAPILIVS OCVLOS

REPOSVIT STATVIS

Giovanni Sarisberiense in pruova di tale usanza cita Cecilio Balbo scrittore dell’antica Roma. Altri per aver trovato conspicillum in Plauto, hanno tosto immaginato che vi si parli d’occhiali, senza badare che il medesimo Poeta ne’ Frammenti dice: In conspicillo adservabam, cioè nella Specula. Roberto Stefano cita quest’altro verso come di Plauto:

Vitrum cedo: necesse est conspicillo uti.

Ma nell’Opere di Plauto io non trovo questo verso, il Furetiere e il Menagio adducono un verso greco di Autore vivente nel 1150: cioè parlando de’ Medici:

Intuentur autem excrementa per vitrum.

Ma non badarono essi che il Du-Cange citando questo verso nel Glossario Greco, lo tradusse così: Inspiciunt excrementa cum urinis. Sicché non v’ha prova alcuna degli occhiali presso gli antichi; e quando pure ne avessero avuto l’uso, è impossibile che nelle Commedie, in Marziale, nelle Satire, o in altri libri non se ne fosse fatta parola, o si fosse scherzato sopra tal uso. Per conseguente dee prevalere la sentenza di Francesco Redi medico dottissimo, che ne attribuisce l’invenzione al fine del secolo XIII. Ne’ Sermoni MSti di Fra Giordano da Rivalto, morto nel 1311, si legge: Non è ancora vent’anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali, che fanno veder bene: che è una delle migliori arti, e delle più necessarie che ’l mondo abbia. E in una Cronica Pisana di Fra Domenico Peccioli si parla di un Fra Alessandro Spina, il quale terminò i suoi giorni nel 1313: Frater Alexander Spina Pisanus manibus suis quidquid voluisset operabatur, ac caritate victus aliis communicabat. Unde cum tempore illo quidam Vitrea Speculla, quae Ocularia vulgus appellat, primus adinvenisset, pulcro sane, utili ac novo invento, neminique vellet artem ipsam conficiendi communicare: hic bonus vir et artefex, illis visis, statim nullo docente didicit, ac alios, qui scire voluerunt, docuit, ec., nullam prorsus manualium artium ignoravit. Ma un altro Letterato, cioè Domenico Maria Manni Fiorentino, avendo preso a trattar questo argomento con esattezza maggiore, pretende dovuta l’invenzion degli occhiali a Salvino figlio di Armato degli Armati Fiorentino, il quale nel 1317 fece fine al suo vivere.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011