Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXIII

Dei Costumi degl’Italiani,

dappoiché cadde in potere de’ Barbari l’Italia.

Ancorché anticamente i Greci e i Romani denotassero col nome di Barbari tutte l’altre nazioni, quasiché la civiltà fosse un pregio della sola Roma e della Grecia, di cui non partecipassero gli altri popoli: nondimeno più spesso e più precisamente si conferiva questa denominazione a quelle genti che ne’ costumi comparivano rozze, incolte e talvolta dimentiche dell’umanità, e che o per abito o per inclinazione professavano la ferocia. La maniera bensì del vestire e la foggia diversa delle vesti può distinguere una nazione dall’altra. Ma questa dissomiglianza esteriore non è quella che porti essenzial differenza fra i popoli; perché sotto la diversità de’ vestimenti si può racchiudere un’eguale pulizia di costumi. Ciò che fa veramente barbaro e rustico un popolo, civile ed elegante un altro, consiste nei costumi e negli abiti dell’animo, che tuttavia miriamo diversi e varj nelle tante popolazioni della terra, e che rendono gli uomini degni di biasimo o di lode. Non parlo qui di tanti Barbari che varie volte infestarono il Romano Imperio, e nel secolo V giunsero anche a saccheggiar due volte la regina delle città Roma, giacché coloro non fissarono qui il piede. Parlo di Odoacre condottiere de’ Turcilingi ed Eruli, che nell’anno 476 veramente alzò il suo trono sopra i popoli d’Italia; e di Teoderico re de’ Goti, che nell’anno 493, dopo aver tolto di vita esso Odoacre, fece suo e piantò veramente il Regno d’Italia. Furono abbattuti i Goti da Giustiniano I Augusto; ma nell’anno 568 eccoti i Longobardi impadronirsi della maggior parte d’Italia, con durare il dominio loro sino all’anno 774, in cui i Franchi sotto Carlo Magno cominciarono ad esercitar qui la loro signoria. Finalmente nell’anno 962 cadde in mano de’ Germani, o vogliam dire Tedeschi, l’Imperio Romano, e in essi tuttavia si conserva. Allorché una nazione arriva a soggiogarne un’altra, e quivi si mette ad abitare, come accadde in Italia agli Eruli, Goti e Longobardi, ed avvenne ai Visigoti e poscia ai Mori in Ispagna, ai Franchi e Borgognoni nelle Gallie, e ai Sassoni e Normanni nella Bretagna maggiore, accade alle volte che il popolo vittorioso introduce i suoi costumi nel vinto paese, uniformandosi ordinariamente la gente ai costumi del Regnante. Ma altresì avviene, che trovando i vincitori un’aria migliore di costumi nel popolo soggiogato, deposta la fierezza e rozzezza, impari da esso il vivere mansueto e civile.

Gran flagello degl’infelici Italiani fu il breve regno di Odoacre, avendo egli condotto seco quasi dall’ultimo Settentrione e dal Mare Baltico tante razze d’uomini, nel volto e nel cuore de’ quali non si trovava che asprezza e crudeltà. Se più lungo tempo durava il loro dominio, forse l’Italia si trasformava in una Norvegia, o Russia antica. Ma sopravvenne il re Teoderico, che co’ suoi Ostrogoti tolse loro lo scettro di mano, e qui piantò il Regno de’ Goti. All’udir noi ora il nome di Goti, benché siam tanto lontani dai loro tempi, ci par di vedere popoli più feroci degli antichi Turchi, venuti a calpestare i poveri Italiani. Vediamo caratteri delle stampe assai grossolani, li chiamiamo Gotici: miriamo basiliche di rozza e sproporzionata architettura, gridiam tosto che è fattura Gotica. Tutte immaginazioni vane. Non uguaglierò io certamente i Goti agli antichi Romani: contuttociò si può dire che Teoderico re de’ Goti e d’Italia superò ben moltissimi de’ Romani Imperadori nella gloria, nella fortezza, nel buon governo e nella civiltà de’ costumi. Non portò egli qui la barbarie; se n’era gran tempo prima spogliato. Al dire di Ennodio nel di lui Panegirico, e d’altri scrittori, eum educaverat in gremio civilitatis Graecia. Anche Pietro il Grande imperador della Russia, venuto alle corti più nobili e gentili dell’Europa, depose ivi tutta la nativa rusticità, e seco portò la civiltà per farne parte anche al suo vastissimo Imperio. Ora l’Italia in Teoderico ricevette non un fiero tiranno, ma un giustissimo re; e quantunque non fosse privo di vizj, pure abbondò di tante virtù, che il suo nome pieno di gloria e la sua potenza si stese sino agli ultimi confini delle Spagne. Si sa ch’egli nella mansuetudine, nella magnificenza, nella giustizia e liberalità ripose il più bel pregio della sua corona; e che le lettere e l’arti sotto di lui fiorirono; né mutazione alcuna fu fatta del governo e de’ magistrati Romani. Gli stessi Goti non s’erano allora staccati dalla Tartaria, né da qualche altro orrido cielo, ma conversando coi Greci, avean molto prima conosciuto, quanto sia da anteporre la civiltà e pulizia alle barbariche usanze. Odasi Giordano storico (cap. V de Reb. Getic.). Nec defuerunt, qui eos sapientiam erudirent. Unde et paene omnibus Barbaris Gothi sapientiores semper extiterunt, Graecisque paene consimiles, ut refert Dia. Però da maravigliarsi non è, secondo l’Anonimo Valesiano, se Teoderico non Italicam tantummodo, sed et vicinas oblectavit gentes, ut se illi sub foedus darent, sibi eum Regem sperantes. Negotiantes, vero de diversis provinciis ad ipsum concurrebant Tantae enim disciplinae fuit, ut si quis voluit in agro suo argentum vel aurum dimittere, ac si intra muros civitatis esset, ita existimaretur. Et hoc per totam Italiam augurium habebat, ut nulli civitati portas faceret, nec in civitate portae claudebantur: quis quod opus habebat, faciebat, qua ora vellet, ac si in die. Molto di più scrive Ennodio, molto più Cassiodoro dei meriti di Teoderico e massimamente è da vedere l’orazione che Procopio mette in bocca agli ambasciatori Goti spediti a Belisario, nel lib. II, cap. 6 de Bello Gothico. Il perché né pure in que’ tempi si dee credere decaduta l’Italia dall’antica sua dignità, ancorché dinanzi non poco sminuita, né ch’ella precipitasse in un lagrimevole stato di depressione. Non furono né cacciati né trucidati i popoli d’Italia dai Goti. Quel solo che patirono consistè, per testimonianza d’Ennodio e di Procopio, nell’avere Teoderico assegnata ai suoi soldati una parte de’ campi degl’Italiani: gravezza già imposta da Odoacre, e praticata anche una volta dai Romani, come abbiamo da Livio e da Siculo Flacco.

Per quanto dunque si può giudicare, cominciarono i principali guai dell’Italia dalla lunga e più che barbara guerra fatta dai Greci per ricuperare l’Italia dalle mani de’ Goti, e maggiormente poi si moltiplicarono per la calata de’ Longobardi, e il loro stabilimento in questo Regno, con procedere da essi gran mutazioni di costumi in tutta l’Italia. Allorché Alboino con tutti i suoi, dato l’addio alla Pannonia, oggidì Ungheria, s’inviò verso queste parti, seco trasse intere brigate d’altre nazioni Germaniche, tutte ansanti di bottino, crudeli e bestiali. Che iniquità commettessero genti cotanto sfrenate ed inumane su i principj, si può intendere da chi fu della loro stessa nazione, cioè da Paolo Diacono, il quale nel libro II, cap. 32 de Gest. Langob. scrive, avere i Longobardi talmente esercitata la lor fierezza contro gli antichi abitatori d’Italia, che spoliatis ecclesiis, sacerdotibus interfectis, civitatibus subrutis, populisque, qui more segetum excreverant extinctis (exceptis his regionibus, quas Alboin ceperat) Italia ex maxima parte capta sit, et a Longobardis subjugata. Eccettua Paolo i popoli che sul principio si arrenderono ad Alboino, come il Friuli, la Venezia, l’Insubria ed altri paesi, dove si tornò a godere la pace. Si scaricò dunque il furore de’ Longobardi sopra gli altri popoli che osarono fare resistenza, e massimamente sopra il Ducato Romano; giacché Roma, sempre leale ai Greci Augusti, più tosto infinite calamità sostenne, che mai sottomettersi al giogo degli odiati Longobardi. Odasi S. Gregorio Magno, che sul fine del medesimo secolo VI spettatore fu di quella tragedia, nel lib. III, cap. 38 de’ Dialoghi, parlante così: Mox effera Langobardorum gens de vagina suae habitationis educta, in nostram cervicem grassata est; atque hominum genus, quod in hac terra prae nimia multitudine quasi spissae segetis more surrexerat, succisum aruit. Nam depopulatae urbes, eversa castra, concrematae ecclesiae, destructa monasteria virorum et feminarum, desolata ab hominibus Praedia, atque ab omni cultore destituta in solitudine vacat terra; nullus hanc possessor inhabitat; occuparunt bestiae loca, quae prius multitudo hominum tenebat. Così parla del Ducato Romano e d’altri paesi il santo Pontefice. La peste ancora e la carestia avanti l’arrivo dei Longobardi gran guasto di gente avea fatto in quella che oggidì si chiama Lombardia, sicché non fu difficile a que’ Barbari di dilatare la lor potenza, la razza loro ed anche i costumi in queste parti.

Dissi i costumi; perciocché scemati cotanto i vecchi abitatori d’Italia, e la maggior parte d’essi ridotta alla povertà, né forze né esempio ebbero per condurre i nuovi ospiti e padroni ad una maniera di vivere più civile e leggiadra. Perciò non poco tempo continuarono i Longobardi a vivere colla consueta loro fierezza e rusticità, spirando nel volto e nelle vesti orridezza, finché a poco a poco il piacevol clima d’Italia e l’esempio de’ confinanti Greci e Romani li condusse ad ingentilirsi in qualche maniera, o almeno a deporre la nativa interna ed esterna loro rozzezza. Noi apprendiamo da Paolo Diacono (lib. IV, cap. 23 de Gest. Langob.) che dalla regina Teodelinda fu fabbricata in Monza la Basilica di San Giovanni Batista, dove ancora furono dipinte le prodezze de’ Longobardi da pennelli, come si può credere, se non di riso, certo di compassione degni. In qua pictura (veduta da lui) manifeste ostenditur, quomodo Langobardi eo tempore comam capitis tondebant, vel qualis illius vestitus, qualisve habitus erat. Siquidem cervicem usque ad occipitium radentes nudabant, capillos a facie usque ad os dimissos habentes, quos in utramque partem in frontis discrimine dividebant. Vestimenta vero eis erant laxa et linea, qualia Anglosaxones habere solent, ornata institis latioribus vario colore contextis (doveano parer livree). Calcei vero eis erant usque ad summum pollicem paene aperti, et alternatim laqueis corrigiarum retenti. Postea vero coeperunt hosis uti, super quas equitantes Tybrugos byrreos mittebant. Sed hoc de Romanorum consuetudine traxerunt. Così egli, assai indicando che a’ suoi dì usavano altra maniera di vestirsi ed ornarsi. Hosae ed Osae si crede essere stati stivali o stivaletti, come oggidì usano gli Ungheri, o pure i soldati a cavallo. Di essi parlano il Vossio e il Du-Cange. I Tedeschi nondimeno oggidì chiamano hosen quello che è a noi brache o calzoni; ma presso gl’Inglesi dall’antico Sassone hose significa il vestito delle gambe. Matteo Villani nel lib. VIII, cap. 74 delle Storie scrive: Dove gli Ungheri in uosa, e gravi delle lor armi e giubboni non poteano salire. Truovasi usata questa voce anche dal Boccaccio. Che la voce Stivale venga dal Tedesco Stiefel, l’avvertirono già il Ferrari e il Menagio; ma il primo aggiugne che la stessa parola Tedesca fu formata dal Latino Æstivalia, sottintendendo ocrea. Veggasi anche il Du-Cange alla voce Æstivalia. La credo una vana immaginazione. Quegl’ignoranti scrittori de’ secoli bassi che in Latino scrissero stivalia, ciò fecero perché non sapeano la voce Latina Ocreae, né questa s’accorda con Æstivalia. E perché chiamar gli stivali cose da state, quasiché non se ne servissero gli uomini anche il verno, e non ne fosse allora anche maggiore il bisogno? Non s’ha poi da mettere in dubbio che i Longobardi nutrissero la barba. Anzi fu di parere Paolo Diacono che Longobarbi, e non Longobardi, fossero appellati ab intactae ferro barbae longitudine: la qual opinione è derisa da alcuni moderni, i quali altronde deducono la denominazione de’ Langobardi. Io li lascierò disputare su questo. Fra le leggi del re Rotari una v’ha contra colui il quale surgente rixa per barbam, aut per capillos hominem liberum traxerit. In Ravenna, per attestato di Paolo Diacono e di Girolamo Rossi, davanti alla chiesa di San Vitale si leggeva l’iscrizion sepolcrale posta a Drottulfo valoroso Longobardo. Ivi fra l’altre cose era detto:

Terribilis visu falcies, sed corda benigna,

Longaque robusto corpore barba fuit.

Paolo scrisse sed mente benignus. Egli ancora notò che il re Grimoaldo portava prominentem barbam. Cosa decorosa e da uomo sembrava a quella gente l’avere una bella barba. Fors’anche altri la portavano disposta in maniera da comparir più terribili, come oggidì s’usa da alcuni con certi maiuscoli mustacchi. Talmente ciò è certo, che grande affronto si riputava allora il tagliare la barba ad alcuno, forse perché era proprio de’ soli servi l’andare senza barba e capelli. Di Ariberto re scrive il suddetto Paolo, lib. VI, cap. 6: Comprehensumque Rotharit pseudo Regem ejus caput barbamque radens, Taurinis in exsilium retrusit. Sicché allora principalmente alla barba era conferito il privilegio di distinguere un uomo libero da un servo. Non così praticarono i Romani. Per antica loro consuetudine o radevano o accorciavano la barba. Con ragionevol tonsura eziandio teneano corta la chioma, e solennità non mancava, allorché per la prima volta i giovani si faceano tagliare o radere la barba. Certamente al tempo de’ Longobardi diversa era la tosatura de’ Romani. Si oda Anastasio Bibliotecario nella Vita di Adriano I papa, dove scrive che que’ Longobardi i quali promisero fedeltà e servigio a San Pietro, erano more Romanorum tonsuratos. Per lo contrario presso lo stesso scrittore nella Vita di Gregorio III papa, il re Liutprando multos Nobiles de Romanis more Longobardorum totondit et vestivit. In che consistesse questa differenza, si potrebbe conoscere se restassero pitture di que’ tempi. Quel ch’è certo, i Franchi non portavano barba, contenti de’ soli mustacchi, o pur corta l’usavano. Agnello Ravennate, scrittore del secolo IX, fa predire a Grazioso arcivescovo, che venient ex Occiduis partibus rasi barbas, e volea disegnar la nazione Francesca. Per attestato di Eginardo, i re di Francia della prima schiatta andavano crine profuso, barba submissa. Ma sotto Carlo M., che volea farsi merito co’ Romani, si mutò usanza. Allorché volle che comparisse al pubblico d’aver egli investito del principato di Benevento Grimoaldo, salva la sua sovranità, ordinò fra l’altre cose, ut Longobardorum mentum tonderi faceret, come lasciò scritto l’Anonimo Salernitano, o pure Erchemperto nel cap. IV. Perciò l’essere tosato more Romanorum significava la tosatura di tutta la barba, o almeno l’accorciatura. E pure il suddetto Agnello, parlando nella Vita di Damiano arcivescovo dei Ravennati, che non erano sudditi de’Longobardi, ce li rappresenta capillos et barbas extrahentes. Omnes nobiles et ignobiles squalida barba moerendo incedebant. Probabilmente quei di Ravenna seguitavano il rito de’ Greci, soliti a portare una bella barba. Né perché il Regno de’ Longobardi passasse nei Franchi, cessò in Lombardia l’uso delle barbe lunghe. Landolfo Seniore storico Milanese nel lib. III, cap. 12 scrive di Landolfo capitano di quel popolo circa l’anno 1059: Barbam, ut usus antiquus exigebat, quasi purpuream gerens. E Bonifazio duca e marchese di Toscana, padre della chiarissima contessa Matilda, essendo in collera contro di alcuni Borgognoni, barbam quatiendo minatur, come s’ha da Donizone nella Vita di Matilda, lib. I, cap. 11. Per varie ragioni ancora si accomodavano gli antichi Veneziani alle usanze de’ Greci. Pietro Orseolo doge nel secolo X di quell’inclita Repubblica, fuggendo coll’Abbate Marino a fin di abbracciare la vita monastica, disse al medesimo Abbate: Quantocius accipe novaculam, et depone mihi barbam, sicque colobium indue monasticum. Leggesi così nella di lui Vita. E dalla Cronica del Volturno all’anno 1028 abbiamo che un certo Ildecardo dimandando di essere ammesso in quel Monistero, usò le seguenti parole: Inspiravit me Omnipotens Deus; ut hunc mundum derelinquam, et tundam (in vece di tondeam) caput et barbam meam, et vestem sanctam monachilem induam. Per lo contrario in Occidente, e massimamente in Roma, il Clero procedeva senza barba e senza capelli; a mio credere, perché la barba si prendeva per segno di nobiltà, laddove i servi per indizio della lor bassezza non portavano né barba né capelli; e i cherici al pari de’ monaci, considerandosi per servi del Signore, e per addestrarsi all’umiltà, imitavano la condizion servile. San Gregorio VII papa nel lib. VIII, epist. 10 scriveva: Quemadmodum totius Occidentalis Ecclesiae Clerus ab ipsis fidei Christianae primordiis barbam radendi morem tenuit, ec. Ma non è tanto certo che ne’ secoli più antichi si osservasse questo rito. Nel can. 44 del Concilio IV Cartaginese noi leggiamo: Clericus nec comam nutriat, nec barbam radat, o pure tondeat, come hanno altri testi. Ed Apollinare Sidonio nel lib. IV, epist. 24 chiaramente dà a conoscere che gli Ecclesiastici di Francia al suo tempo conservavano la barba. Che nondimeno, siccome dicemmo, i cherici Latini tenessero altro stile nel secolo XI, ne abbiamo la testimonianza anche di San Pier Damiano, di cui sono nel lib. I, epist. 15 le parole seguenti: Ecclesiarum piane Rectores tanto vertiginis quotidie rotantur impulsu, ut eos a saecularibus barbirasium quidem dividat, sed actio non discernat. Vuol anche essere ascoltato Ditmaro sul principio del libro VII, dove descrivendo la coronazione Romana di Arrigo I nel 1014, cel rappresenta a Senatoribus duodecim vallatum, quorum sex rasi barba, alii prolixa mystice incedebant cum baculis. Dalla Vita del suddetto papa Gregario VII, da me data alla luce, s’ha ch’egli cacciò sexaginta Mansionarios Beati Petri. Erant enim cives Romani uxorati, seu concubinarii, barba rasi et mithrati, asserentes se Cardinales Presbyteros esse. E per attestato del Dandolo nella Cronica, circa l’anno 946 Domenico uomo laico, dal popolo Veneto expetitus Episcopus, abscissa barba sibi, invitus Episcopatum accepit. Perciò nelle antiche pitture e libri i cherici e monaci d’Occidente si sogliono osservare sbarbati. Dà occasion di ridere il sapere che nel secolo IX e ne’ seguenti venivano come processati gli Ecclesiastici Latini dai Greci, perché non usavano la barba, quasiché da questa dipendesse la bontà e santità de’ costumi. Ratranno monaco di Corbeia nel lib. IV, cap. V, nella sua Risposta alle calunnie de’ Greci, deride questa loro opposizione, lasciando anche intendere che né pure presso tutti i cherici Latini si usava l’andare senza barba. Certamente i monaci comparivano ben rasi. E pure Angelo della Noce nelle Annotazioni al cap. 24 della Vita di San Benedetto fa vedere un’antichissima pittura, in cui quel Patriarca e Giovanni abbate portano barbam rotundam, ed anche i mustacchi. E il Goldasto nelle Annotazioni alla Vita di Carlo Magno scrive: Rarissimae namque sunt de vetustis Monachorum imaginibus, quas ego quamplurimas vidi, quae barbam non praeferant. Adunque secondo la varietà de’ luoghi e de’ tempi varia fu la fortuna della barba. Noi sappiamo che anche dopo il 1500 essa era in gran venerazione in Italia non solo presso i laici, ma anche fra gli Ecclesiastici. Dopo il 1600 cominciò essa a contentarsi di essere in varie guise addottrinata dalle forbici, e finalmente nel presente secolo ha perduto fra noi affatto il credito. A’ tempi di Carlo M. dovevano i Greci portare la lor capigliatura tosata in forma diversa dai Longobardi, e se ne faceva gran caso ne’ pubblici affari. Adriano I papa nell’epistola 88 ad esso re Carlo scrive, avere Arigiso duca o principe di Benevento chiesto al Greco Imperadore auxilium et honorem Patriciatus una cum Ducatu Neapolitano sub integritate. Pro qua re pollicitus est tam in tonsura, quam in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem Imperatoris ditione. Poscia soggiugne: Haec audiens autem Imperator, emisit illi suos Legatos, ec., ferentes secum vestes auro textas, simulo et spatam, vel pectinem, et forcipes, sicut illi praedictus Arichisus indui et tonderi pollicitus est. Ecco quanto una volta fossero gelose le nazioni della lor propria maniera di vestire e di portare la chioma per distinguersi dall’altre. Come si usa oggidì, lascerò che altri lo dica.

Torniamo ai Longobardi. Da che costoro, abbiurato l’Arianismo, si unirono colla Chiesa Cattolica, allora più che mai deposero l’antica loro selvatichezza, e gareggiarono coll’altre nazioni Cattoliche nella piacevolezza, nella pietà, nella clemenza e nella giustizia, di modo che sotto il loro governo non mancavano le rugiade della contentezza. Tali non li provarono già i Greci e Romani, ma bensì intollerabili e crudeli: spettacolo nondimeno che anche ne’ due secoli a noi prossimi, per nulla dire del presente, s’è fatto vedere. Intenti erano sempre i Greci, per quanto comportavano le lor forze, alla rovina de’ Longobardi, odiandoli a morte, siccome usurpatori del loro dominio. Rendevano ben loro la pariglia i Longobardi, sempre meditando di spogliarli anche dell’Esarcato di Ravenna, del Ducato di Roma, di Napoli e d’altre città marittime, tuttavia ubbidienti al trono di Costantinopoli. Continui incentivi erano questi di guerre, d’incendj e di stragi. Ma i Greci Augusti, oltre agl’indegni e mali trattamenti usati co’ Romani Pontefici, si lasciarono anche trasportare all’eresia degl’Iconoclasti: il che animò i Longobardi d’invadere l’Esarcato, e a tentare anche l’acquisto di Roma. Di qua venne la loro rovina. Sotto il giogo di questa gente troppo abborrivano di cadere i Pontefici e il popolo Romano; perciò contra d’essi svegliarono la potenza di Pippino e di Carlo M. Regi di Francia, e riuscì loro in fine non solo di abbattere i Longobardi, ma anche di sottrarsi alla signoria de’ Greci, con finalmente partire l’Italia fra essi e i Franchi. Erano anche i Franchi una nazione Germanica, giunta a soggiogar le Gallie ed altri popoli. Sotto di Carlo M. e de’ suoi successori si può credere che s’incivilissero maggiormente gl’inselvatichiti popoli d’Italia. Imperciocché i Franchi, anche prima d’insignorirsi delle Gallie, nella leggiadria de’ costumi di lunga mano superavano l’altre nazioni dell’Occidente, eccettuatane la Romana, se vogliam credere ad Agatia storico, che fioriva nell’anno 560, e così ne parla nel libro I: Sunt enim Franci non campestres, ut fere plerique Barbarorum; sed et politia ut plurimum utuntur Romana, et legibus iisdem; eamdem etiam contractuum et nuptiarum rationem, et divini Numinis cultum tenent. Christiani enim omnes sunt, rectissimeque de Deo sentiunt. Habent et magistratus in urbibus: et sacerdotes. Festa etiam perinde atque nos celebrant, et pro barbara natione, valde mihi videntur civiles et urbani, nihilque a nobis differre, quam tantummodo barbarico vestitu et linguae proprietate. Ego certe eos cum ob alia, quibus praediti sunt, bona, tum vero ob mutuam inter se justitiam et concordiam summopere miror, ec. Se questo elogio ben concordi colla Storia di Gregorio Turonense, non importa ora il cercarlo. Certo è che la gran mente di Carlo M. sempre più seppe pulire i costumi della sua nazione, e comunicati questi anche alla vinta Italia, ne profittarono questi popoli, i quali sotto il governo de’ Franchi migliorarono non poco col goder della pace nel cuore del Regno, ed esercitare l’armi e la fortezza solamente contro le nazioni straniere.

Mettevano appunto i Longobardi e Franchi la lor gloria nell’uso dell’armi e della bravura, siccome ancora la principal loro ricreazione e sollazzo nella caccia. Sì forte era questa inclinazione in que’popoli, che né pur se ne sapevano astenere i cherici e i vescovi stessi. Perciò troviamo in molti Concilj vietata questa usanza alle persone sacre. Ma i Re allora erano sì perduti in tale esercizio e piacere, che anche in tempo di guerra attendevano a cacciare. Non ne furono privi al certo i Romani stessi, e si veggono medaglie con teste di cignali. Anzi Plinio il giovane nel Panegirico, cap. 81, loda Trajano Augusto, perché in tempo di pace o d’ozio lustraret saltus, excuteret cubilibus feras, con soggiugnere: His artibus futuri duces imbuebantur, certare cum fugacibus feris cursu, cum audacibus robore, cum callidis astu. Contuttociò non apparisce che i Romani fossero spasimati dietro alla caccia, e pare che più tosto l’esercitassero per mezzo de’ loro servi. Da taluno ancora si crede che l’uso de’ falconi fosse portato in Italia nel secolo IV dell’Era Cristiana. Ma gli altri popoli sia dell’Asia che dell’Europa, e principalmente i Settentrionali, per antico loro uso ed instituto teneano il cacciare pel più caro e nobile lor divertimento; né solamente i Re e i Grandi, ma lo stesso volgo ancora degli uomini liberi. Passava per eredità ne’ figli e nipoti questa applicazione, di modo che più tosto dai Barbari che dai Romani sembra venuto lo studio della caccia tuttavia vigoroso in molti de’ principi e nobili del nostro tempo, ma vie più fuori d’Italia. Truovasi per questa ragione non di rado fatta menzione d’essa caccia nelle leggi de’ Longobardi, Franchi, Ripuarii, ec. A questo fine teneano gli antichi Re boschi e selve, dove si chiudeano le fiere, parte circondate di muro, parte di pali o fosse. Gajum, Parcus, Brolium si chiamavano questi luoghi, e Zosimo nel lib. III della sua Storia scrive che spezialmente erano usati dai Re di Persia. Abbiamo la descrizione di un’insigne caccia fatta da Carlo M. nel Poema di un Anonimo pubblicato dal Canisio nelle antiche Lezioni. Vien descritta un’altra parimente magnifica fatta da Lodovico Pio Augusto nel lib. IV del Poema di Ermoldo Nigello da me dato alla luce. Di tale studio massimamente si dilettava il giovane Lamberto imperadore: male per lui, perché in questo esercizio nell’anno 898 fu ucciso nel bosco di Marengo. Anche Leone Ostiense nel lib. II, cap. 60 parla di Sergio duca di Napoli sì trasportato dall’amore della caccia, che venatum in ipso Sancti Pauli sabbato pergens, silvam suis cum pueris, ut apros caperet, est ingressus, tensisque retibus, ad insequendos eos se secum canibus huc illucque unanimiter omnes per silvam diffundunt. Ma nulla fa cotanto comprendere come fosse in credito negli antichi secoli il costume di cacciare, quanto ciò che scrive di Carlo M. Eginardo nella di lui Vita. Assidue (sono sue parole) exercebatur equitando ac venando: quod illi gentilitium erat. Quia vix ulla in terris natio invenitur, quae in hac arte Francis possit aequari. Poco prima avea detto del medesimo Monarca: Filios more Francorum equitare, et armis ac venationibus exerceri fecit. Suo figlio Lodovico Pio Augusto considerando quanto cara e preziosa cosa fosse ai Longobardi, o sia agl’Italiani di allora il portare la spada in segno di nobiltà e valore, e andare a caccia per sollazzo, ordinò nella legge XVI Longobardica, che trattandosi di levare i pegni ad alcuno per qualche pena, non si toccasse la spada e lo sparviere. In compositione guadrigild ut ea dentur, quae in lege continentur, excepto ancipitre et spata. E ne reca la ragione soggiugnendo: Quia propter illa duo aliquotiens perjurium committitur, quando majoris pretii, quam illa sint, esse jurantur.

Gran tempo dovette durare l’amor della caccia, e l’uso in essa degli uccelli da rapina, perché negli Statuti della città di Modena, scritti quattrocento anni sono, per togliere le dissensioni che insorgevano a cagione di sì fatti uccelli, si truova formato questo decreto: Si quis invenerit falconem, asturem terzolum et sparaverium alterius, et ipsum ceperit, salvum faciat ipsum, et deferat ea ad domum Massarii Communis; et praesentare teneatur Massario, vel Potestati, vel Judicibus suis. Et Massarius teneatur eum salvare, donec sciat, cujus sit, et eidem reddatur. Et Potestas faciet dari de avere Communis tres soldos Ferrariensis ei qui ceperit sparaverium; et ei qui ceperit falconem vel asturem, et praesentaverit, decem soldos Ferrariensis. Si aggiugne la pena a chi contravverrà. Di tal momento era allora questo affare, che i Massari venivano obbligati a fare un pubblico proclama, ut dominus inveniretur. Anche negli Statuti d’altre città, e spezialmente di Milano, si truova un regolamento sopra i suddetti uccelli. Anzi nel Milanese è degno di osservazione ciò che è ordinato nella parte II, cap. 444, con queste parole. Ut nullus capiat ciconias, nec hirundines, sub poena librarum quinque Imperialium. Secondo il Carpano, fatta fu cotal proibizione, eo quod nullum damnum afferunt publico. Non per questa ragione, perché vi son tanti uccelli, che niun danno recano al Pubblico; ma perché le cicogne e le rondini giovano al medesimo coll’uccidere i serpenti, e col nettare l’aria dai molesti insetti, oltre all’amicizia ch’esse hanno coll’uomo, nelle cui case formano i nidi. Altre cose si contano o favolose o vere della lor pietà, prudenza e predizioni. Mi son io maravigliato più volte, perché a’ dì nostri in Italia non si veggano, e né pur sieno conosciute le cicogne, quando è fuor di dubbio che anticamente esse ci abitavano. Non altra cagione so io immaginare, se non l’invenzione degli archibugi, co’ quali abbiano i ribaldi fatta guerra a quegl’innocenti ed utili uccelli, con ischiantarne presso di noi la razza, quando in più luoghi della Germania si pregiano tutti i rustici di albergare ne’ loro tetti qualche cicogna, e guai a chi ne decidesse alcuna, tenendola ognuno per uccello di buon augurio. Nelle Storie di Padova troviamo che anche nel secolo XIV le cicogne pacificamente abitavano in quel paese; e l’Aulico Ticinense, che in quello stesso secolo circa l’anno 1330 scriveva la sua operetta de Laudib. Papiae, ha le seguenti parole: Mundatur autem tota regio illa a venenosis animalibus, et maxime serpentibus, per ciconias, quae illic toto tempore veris et aestatis morantur. Sicché non sarebbe ingiusto l’adirarci contro di chi sterminò ne’ tempi addietro questi volatili dal cielo d’Italia. Che l’amore ed esercizio della caccia lungamente durasse fra i principi d’Italia, si potrebbe provare con varj esempli. Basterà dire che Bernabò Visconte pesanti aggravj aggiunse allo Stato di Milano per questa cagione; e Giovanni e Luchino di lui successori, secondo l’attestato di Galvano Fiamma, canibus venaticis, falconibus, asturibus, accipitribus in maxima quantitate abundarunt. Né è da stupire, se Giovanni Visconte, tuttoché anche arcivescovo di Milano, si dilettasse cotanto della caccia. Troppo invasati di tal divertimento erano allora anche i cherici, al dispetto di tanti Concilj che loro vietano il nudrire cani da caccia e falconi, e l’intervenire alle caccie strepitose.

Abbiam veduto che la spada era un sacrosanto arnese per li Longobardi, perché mettevano la lor maggior gloria nel valore, amando ciascuno d’essere bravo, o almeno di goderne il concetto. Così alto andava allora questa pretensione, che niuna più scottante ingiuria si potea scaricare contra d’uno, che chiamandolo Arga, lo stesso che oggidì poltrone e codardo. Nella legge CCCLXXXIV di Rotari abbiamo: Si quis alium Arga per furorem clamaverit, era obbligato a disdire injuriosum verbum, ed a pagare la pena di dodici soldi; o pure dovea sostenere il suo detto per pugnam. Però Paolo Diacono, lib. VI, cap. 24, racconta che un certo Argaido nobil uomo, perché da Fredulfo duca fu chiamato Arga, non potendo sofferir tale affronto, con lo spignersi in mezzo a’ nemici andò a cancellarlo, lasciando ivi coraggiosamente la vita. Parimente fra i popoli Franchi insoffribil villania era il chiamar Lepre alcuno. In que’ tempi adunque il più favorito studio de’ popoli venuti dal Settentrione a signoreggiar le provincie del Mezzodì, consisteva nella scherma e nel maneggio dell’armi, in cavalcare, scagliar aste, dardi e saette, opporre lo scudo ai colpi nemici, ed assuefarsi ad ogni assalto che potesse o nelle private tenzoni o nelle pubbliche guerre, accadere. Parlo degli uomini liberi, perché ai servi non era permesso di militare. Fu appunto il re de’ Goti Teoderico encomiato da Ennodio per la sua cura di allevare la gioventù fra l’armi anche in tempo di pace. Adhuc (dic’egli) manent in soliditate victricia agmina, et alia jam creverunt. Durantur lacerti missilibus, et implent actionem fortium, dum jocantur. Agitur vice spectaculi, quod sequenti tempore poterit satis esse virtuti. Dum amentis puerilibus hostilia lenta torquentur; dum arcus quotidianae capitum neces dirigunt; urbis omne pomoerium simulacro congressionis atteritur. Agit figura certaminum, ne cum periculo vero nascantur. Lo stesso si può raccogliere da Cassiodoro. Né fecero di meno gli antichi Romani, per avvezzar colle finte battaglie alle vere la lor milizia: del che siamo accertati da Vergilio, Silio, Plinio, Vegezio, ed altri. Simulacra bellorum agere fu chiamato un tale studio da Giulio Capitolino nella Vita di Massimino. Ma vedi qui sotto la Dissertazione XXIX, dove si parlerà degli Spettacoli. La grande ignoranza che per più secoli occupò l’Italia, s’ha principalmente da attribuire all’avere una volta i Barbari e i loro sudditi collocato il più bel pregio della nobiltà, dell’onore e della gloria nell’amore dell’armi, e nell’applicarsi all’arte della guerra. Credevasi allora che lo studio delle lettere fosse un cibo proprio de’ cherici e monaci, e non de secolari; e che la letteratura ammollisse di troppo il coraggio degli uomini; con torgli quell’aspro e selvaggio che sembra esigersi dalla fortezza guerriera. Il sopra lodato Teoderico re de’ Goti e d’Italia, siccome insegna l’Anonimo Valesiano, inliteratus erat, et sic obruto sensu, ut in decem annos Regni sui quatuor literas subscriptionis edicti sui discere nullatenus potuisset. De qua re laminam auream jussit interrasilem fieri, quatuor literas Regis habentem THEOD, ut si subscribere voluisset, posita lamia super chartam, per eam penna duceretur; et subscriptio ejus tantum videretur. Vedi quanto antico fosse l’uso delle stampiglie, benché alquanto diverse da quelle d’oggidì. Ma Amalasunta regina di lui figlia giudicò di dover dare una diversa educazione ad Atalarico suo figlio, come abbiamo da Procopio nel lib. I, cap. 2 de Bello Goth. Cioè ad imitazione de’ Principi Romani volle che fosse istruito nelle lettere. Se l’ebbero a male i caporioni de’ Goti e fecero udire la seguente sinfonia ad Amalasunta. Literas a fortitudine longe esse disjunctas, traditamque a senibus institutionem in timiditatem et animi humilitatem plerumque verti. Itaque oportere ut in re bellica futurus animosus gloriaque insignis, amoto doctorum metu, armis exerceatur. Theodericum allegant, numquam passum Gothorum liberos ad ludimagistros mitti, quum diceret omnibus eos numquam hastam aut gladium despecturos mente intrepida, si scuticam timuissent. Ogni persona studiosa ben sa quanti furono gran capitani insieme e letterati. Ma i Goti l’intendevano a modo loro, e basti saper l’opinione per cui non solo trascuravano, ma anche abborrivano la letteratura. Stesesi perciò in tutta l’Italia questa avversione alle lettere, e la predilezione del libero, per non dire libertino, mestiere dell’armi durò, per più secoli con tale eccesso, che non pochi, del Clero trovavano le lor delizie più in esso, che nello studio di ciò che conveniva allo stato loro. Finché durò sul trono d’Italia la schiatta di Carlo M., cioè fino all’anno 888, goderono questi popoli un buono stato e tollerabili furono i lor costumi. Ma essendosi allora messo in disputa il Regno fra Berengario duca del Friuli e Guido duca di Spoleti, si scatenarono le guerre, e si aprì la porta a tutti i vizj; che nel secolo susseguente orrida fu la faccia dell’Italia per le stragi, rapine, frodi e lascivia, talmente che fin lo stesso Clero, per testimonianza di San Pier Damiano, si abbandonò a varie sorte d’iniquità, e massimamente alla dissolutezza della vita. Nell’anno 962 sotto Ottone il Grande cominciò la nazione Germanica a signoreggiar nell’Italia. Erano in que’ tempi tuttavia ricordevoli d’essere stati sudditi dei Re Franchi, e ritenevano parte di que’ regolati costumi che aveva introdotto Carlo Magno; anzi allora la Germania abbondava di Santi più che l’altre contrade. Servì la potenza degli Ottoni Augusti a tenere per qualche tempo in freno la disordinata vita degli Italiani; se ispirasse loro anche miglior forma di vivere, nol so dire. Forse anche la ruvidezza e qualche altro difetto non fu mai dismesso da quella nazione rendè più aspri e feroci gli abitatori d’Italia. Certamente avvenne che secondo l’esempio, anzi secondo le leggi Tedesche la pazzia del duello, già usato anche dai Longobardi, maggiormente qui si accreditò e dilatò, come apparisce dalle Leggi Longobardiche di Ottone II e di Arrigo I imperadori. Professavano in oltre gli Alemanni gran divozione al vino e ai maiuscoli bicchieri, e fra loro l’ubbriachezza si contava per una galanteria, di cui parlano le Storie di que’ tempi. Né gli stessi Franzesi dimenticarono d’essere di nazione Germanica per quel che riguarda Bacco. Ne’ suoi Capitolari e nella legge XLII fra le Longobardiche Carlo Magno ordinò, ut Judices jejuni caussas audirent et discernerent. Il perché lo rimetto ai lettori. Sappiamo in oltre che nello stesso secolo X e nel susseguente certi vizj più degli altri fissarono il piede in queste contrade, come la simonia, l’incontinenza nel Clero, l’occupazione de’ beni di chiesa, l’oppressione de’ poveri e de’ pellegrini, e le nemicizie private; talmente che, se vogliam credere a Ditmaro nel lib. VII della Storia, era allora in gran discredito l’Italia. Multae sunt, dic’egli, proh dolor! in Romania atque in Longobardia insidiae. Cunctis huc advenientibus exigua patet caritas. Omne quod ibi hospites exigunt venale est (non c’ era più ospitalità), et hoc cum dolo; multique toxicati cibo pereunt. Accennai le nemicizie private. Si chiamavano Faidae. Se uno era ucciso, se bruciata la sua casa, se da qualche grave ingiuria offeso, esigeva bene il principe la pena imposta a quel misfatto, che per lo più era pecuniaria; ma restava all’offeso o a’ suoi parenti il desiderio di farne vendetta, ed anche il farla pareva in certa guisa permesso. Nelle Leggi Longobardiche, Inglesi, Sassoniche e ne’ Capitolari dei Re di Francia si truova usitatissimo una volta l’uso delle Faide. Anzi lo stesso Tacito assai manifestamente ci fa sapere che anche a suoi dì sì fatte nemicizie erano familiari in Germania. Erano esse nondimeno vietate, allorché le offese ed ingiurie non poteano chiamarsi gravi. Per mettere freno a queste piccole guerre, i principi ordinarono che il reo potesse riscattarsi dall’ira de’ nemici con esibir loro danaro, e questo era tassato. Ma si quis pro faida pretium recipere noluisset, allora, come s’ha dalle leggi X e XX di Carlo M. e dalla XXI di Lodovico Pio, il Re s’interponeva, affinché la discordia non precipitasse in eccessi. Ed all’incontro se il reo ricusava di quetar la contesa coll’offerire il prezzo agli offesi, solevano i principi adoperar buoni e forti ufizj per vincere la di lui ostinazione. Perciò gl’imperadori Lodovico Pio, e Lottario suo figlio, nelle lor leggi fanno gran premura ai ministri de faidis pagandis, o sia pacandis, e de faidis coërcendis.

Andò tanto avanti ne’ secoli X e XI questa frenesia di guerre private, onde uscivano poi frequenti omicidj, saccheggi, incendj, ed altri malanni, che ne restava sconvolto il Pubblico tutto. Accrescevano la dosa di queste calamità i Nobili, che signoreggiando in qualche castello indipendentemente dal governo delle città, mantenevano nemicizia e guerra dichiarata contro de’ vicini, né guardavano misura in far loro danno. Un ritratto di queste maledette risse e vendette l’abbiamo da Pier Damiano nel lib. IV, epist. 17. Vir quidam (scrive egli) potentiorem se hominem interfecit, a cujus etiam filio more saeculi, non legibus Evangelii, multas bellorum molestias pertulit. Paterni scilicet ultor interitus et strages anhelabat hominum, et frequentium reportabat manubias rapinarum , ec. Gran tempo è durata quest’empia consuetudine presso la feroce nazion de’ Corsi. È anche da vedere lo stesso Pier Damiano nell’opusc. 34, cap. 4, dove descrive la guerra e le zuffe accadute fra un Cherico del Regno di Borgogna, e un Potente, litiganti fra loro per pretensioni sopra la chiesa di San Maurizio. Certamente più che altrove in Francia fra que’ signorotti e gentiluomini erano in voga le nemicizie e guerre private. Ma quivi ancora circa l’anno 1031 ne fu inventato un temperamento e sollievo. Imperocché i sacri ministri di Dio instituirono la tregua di Dio sotto pena di scomunica contra chiunque non l’osservasse. In che consistesse tal tregua, ce lo dirà Landolfo Seniore, storico Milanese di quel secolo, nel lib. II, cap. 30 della sua Storia, cioè: Quatenus omnes homines ab hora prima Jovis usque ad primam horam die Lunae, cujuscumque culpae forent, sua negotia agentes permanerent. Et quicumque hanc legem offenderet, videlicet treguam Dei, in exsilio damnatus per aliqua tempora poenam patiatur corpoream. Al qui eamdem servaverit, ab omnium peccatorum vinculis absolvatur. Varia fu in alcuni luoghi la tassa de’ giorni destinati a queste corte paci. Più Concilj e Romani Pontefici, come Urbano II, Pasquale II, Innocenzo II ed altri, confermarono essa tregua, e con pubblico profitto, perché almeno in que’ giorni la matta discordia taceva, potevano quetamente lavorare gli artisti e contadini, e per li viandanti e pellegrini erano sicure le strade. Ma in Italia dopo la metà del secolo XI insorte le guerre fra il Sacerdozio e l’Imperio, per cagion d’esse pare che peggiorassero gli affari e i costumi. Non è qui luogo di parlarne. Succedette poscia in assai provincie Italiane una nuova forma di governo, perché buona parte delle città si eressero in Repubblica; né solamente i nobili, ma anche i plebei furono ammessi al pubblico reggimento. Ciò avvenne nel secolo XII, e molto più nel susseguente. Ognun crederebbe che allora gl’Italiani col benefizio della libertà e coll’uso di trattar grandi affari introducessero costumi più regolati e più civili maniere di vivere; tanto più perché cominciarono in que’ tempi ad alzare il capo le Lettere, le quali han forza di condurre gli uomini ai doveri dell’umanità. E senza fallo si levò allora non poco della ruggine de’ secoli barbarici. Tuttavia perché saltò fuori la strana ubbriachezza delle fazioni Guelfa e Ghibellina, che orride scene fecero nell’Italico teatro, non è da stupire se la fierezza e barbarie continuarono a sguazzare in questa amena parte del mondo. In qual concetto fossero nel secolo XII i Lombardi presso San Bernardo, si scuopre dall’epistola 155, dove prega Innocenzo II papa circa l’anno 1135 di non creare vescovo in Italia un Bernardo Desportes Franzese. Insolentia (così egli scrive) Lombardorum, et inquietudo eorum cui non est nota? aut cui magis quam vobis? Quid putamus esse facturum juvenem, viribus corporis fractum, et quieti eremi assuetum, in populo barbaro, tumultuoso, procelloso? Nulla meno che la barbarie attribuisce a’ Lombardi il santo Abbate, senza aver avuto bisogno dell’informazione altrui per conoscerli. E merita ben egli più credenza, che un altro scrittore il quale fiorì alquanto più tardi nel secolo medesimo, cioè Giovanni Sarisberiense, uomo lepido e satirico, là dove narra derisa da’ Franzesi la gente Italiana, quasi che fossero tanti conigli. Ecco le sue parole nel lib. I, cap. 4 de Nug. Curial. Æmilianos et Ligures Galli derident, dicentes, eos testamenta conficere, viciniam convocare, armorum implorare praesidia, si finibus eorum testudo immineat, quam oporteat oppugnari. E pure in quello stesso secolo fecero vedere se erano sì o no figli della paura nell’aver sostenuta con tanto vigore la guerra contra di Federigo I Augusto, potentissimo loro nemico, Altrove lo stesso Sarisberiense chiama i Lombardi parcissimos, ne avaros dicam. In oltre secondo lui nel libro IV, cap. II un Nobile Piacentino, uomo di senno e pratico del mondo, presso il quale esso scrittore era stato alloggiato, parlava nella seguente maniera: Hoc in civitatibus Italiae usu frequenti celeberrimum esse, quod dum pacem diligunt, et justitiam colunt, et perjuriis abstinent, tantae libertatis et paucis gaudio perfruuntur, quod nihil est omnino, quod vel minimo quietem eorum concutiat. Quum vero prolabuntur ad fraudes, et per varias injustitiae semitas scinduntur in semetipsis, statim vel fastum Romanum, vel furorem Teutonicum, aliudve flagellum inducit Dominus super eos. Ma di parer differente fu ben Jacopo di Vitry, che nell’anno 1220 scriveva la Storia di Gerusalemme. Ora egli nel cap. 66, dopo aver lodato i Genovesi, Veneziani e Pisani, come gente la più valorosa dell’altre nelle battaglie di mare, seguita a parlare così: Homines siquidem Italici graviores, et maturi, et prudentes, et compositi, in cibo parci, in potu sobrii, in verbis ornati et prolixi, in consiliis circumspecti, in re sua publica procuranda diligentes et studiosi; tenaces, et sibi in posterum providentes, aliis subjici renuentes, ante omnia libertatem sibi defendentes, sub uno, quem eligunt, Capitaneo Communitatis suae jura et instituta dictantes, et firmiter observantes. Terrae Sanctae valde sunt necessarii non solum in proeliando, sed in navali exercitio, in mercimoniis, et peregrinis et victualibus deportandis. Et quoniam in potu et cibo modesti sunt, diutius in Orientali regione vivunt, quam aliae Occidentales regiones.

Per altro essendo stati nel secolo XII e XIII per lo più gl’Italiani in guerre, ed allevati nell’armi, nelle sedizioni e nelle discordie civili, non sarebbe da maravigliarsi perché ne’ lor costumi si fosse tuttavia conservato del fiero e del selvaggio. Ma non mi sento già voglia di accordarmi con Ricobaldo storico Ferrarese del secolo XIII, che sul fine della sua Storia ci rappresenta una strana rustichezza de’ costumi degl’Italiani del suo stesso secolo, sì nell’abitare, che nel vitto e vestito. Furono le sue parole prese per un oracolo, e le ho vedute e ripetute in varie Storie MSS. di chi visse dopo di lui. Tratta egli de rudibus in Italia, e parlando di Federigo II imperadore circa l’anno 1234 fa la seguente relazione, lunga sì, ma che non dispiacerà ai lettori di udirla intera. Per hujus (dic’egli) Imperatoris tempora rudes erant in Italia ritus et mores. Nam viri infulas de squamis ferreis capite gestabant, insutas biretis, quas appellabant Majatas. In coenis vir et uxor una manducabant paropside. Usus incisoriorum ligneorum (taglieri) non erant in mensis; unus vel duo scyphi in familia erant. Nocte coenantes, lucernis vel facibus illuminabant mensas, facem tenente uno puerorum vel servo: nam candelarum de sebo, vel de cera usus non erat. Viri chlamydibus pelliceis sine operimento, vel laneis sine pellibus, et infulis, de pignolato utebantur. Mulieres tunicis de pignolato: etiam quando veniebant ad nuptias viris suis conjugatae. Viles tunc erant cultus virorum et mulierum. Aurum et argentum rarum vel nullum erat in vestibus; parcus quoque erat victus. Plebeii homines ter in septimana carnibus recentibus vescebantur. Tunc prandio edebant olera cocta carnibus. Coenam autem ducebant ipsis carnibus frigidis reservatis. Non omnibus erat usus vini aestate; modica denariorum summa se locupletes habebant. Parvae tunc erant cellae vinariae. Horrea non ampla, promptuariis contenti. Modica dote nubebant feminae, quod earum cultus erat parcissimus. Virgines in domibus patrum tunica de pignolato, quae appellatur sotanum, et paludamento lineo, quod dicebant xoccam, erant contentae. Ornatus capitis non pretiosus erat virginibus atque nuptis. Conjugatae latis vittis tempora et genas vittabant. Virorum tunc gloria esse in armis et equis commodos. Nobilium locupletum erat gloria turres habere: quo tempore urbes Italiae singulae multis turribus inclytae visebantur. Così Ricobaldo, al quale, se descrive i contadini del Ferrarese, si può dar ragione, ma non già s’egli intende di favellare delle persone civili e nobili di quel tempo, perché narra cose incredibili. Prima di quel tempo vien riprovato da San Pier Damiano il lusso negli Ecclesiastici: vogliamo noi credere che ne fossero senza i secolari? Sono sue parole le seguenti, tratte dall’Opusc. 31, cap. 6, dove parla de’ cardinali e vescovi del suo tempo. Ditari cupiunt ut turritae dapihus lances Indica pigmenta redoleant; ut in chrystallinis vasculis adulterata mille vina flavescant; ut quocumque deveniat, praesto cubiculum operosis et mirabiliter textis cortinarum phaleris, induant. Sicque parietes domus ab oculis inturntium tamquam sepeliendum cadaver obvolvant. Mox etiam tapetis prodigiosas imagines praeferentibus sedilia sternunt; peripetasmata laquearibus, ne quid occiduum delabatur, opponunt. Deinde clientum turba dividitur. Alii siquidem Domino suo reverenter assistunt, nutumque ejus, si quid forte jubeatur, curiosa nimis, velut rimatores siderum, observatione custodiunt. Aggiugne più altre cose, tra le quali scelgo solamente le seguenti: Non dissimilis et illa creditur esse dementia, dum lectulus tam operosis decussatur impendiis, ut ornamentum sacrosancti cujuslibet, vel etiam ipsius Apostolici, praecedat altaris, ec. Hoc ergo modo quum sobrietas soleant commendare Pontifices, effusis nunc opibus facti sunt helluones. Regalis itaque purpura, quia unicolor est, vilipenditur; pallia vero diversis fucata nitoribus ad sublimis lectuli deputantur ornatum. Et quum domestici murices nostris aspectibus sordeant, transmarinorum pelles, quia magno pretio coëmuntur, oblectant. Ovium itaque simul et agnorum despiciuntur exuviae. Ermelini, gebellini, martore exquiruntur, et vulpes, ec. Toedet cetera vanitatis attexere, non ridenda, sed gemenda ridicula. Fastidium est, tot ambitionis ac prodigiosae vesaniae dinumerare portenta. Papales scilicet infulas, gemmis micantibus, aureisque bracteolis per diversa loca corruptas. Imperiales equos, qui dum pernices gressus arcuatis cervicibus glomerant, sessoris sui manus loris innexas, indomita ferocitate fatigant. Omitto anulos enormibus adhibitos margaritis. Praetereo virgas non jam auro gemmisque conspicuas, sed sepultas. Numquam certe vidisse me memini Pontificales baculos tam continuo radiantis metalli nitore contectos, sicut erant qui ab Esculano atque Tranensi gestabantur Episcopis.

Ora se i Prelati ecclesiastici sì forte sfoggiavano nel lusso, vogliamo noi credere che fossero da meno i Principi e Grandi del secolo? Veggasi ciò che scrive Donizone nel libro I, cap. 9 delle Nozze di Bonifazio marchese e di Beatrice, poscia genitori della contessa Matilda. Anzi sul principio del secolo X, in cui da un Anonimo fu composto il Panegirico di Berengario I Augusto, noi troviamo gl’Italiani anche allora vaghi del lusso e della buona tavola. Introduce egli un Franzese che si fa beffe degl’Italiani colle seguenti parole:

.... Quid inertia bello

Pectora, Ubertus ait, duris praetenditis armis,

O Itali? Potius vobis sacra pocula cordi,

Saepius et stomachum nitidis laxcare saginis,

Elatasque domo rutilo fulcire metallo.

 Ecco gl’Italiani di que’ tempi dilettanti delle gozzoviglie, e superbi per la magnificenza e ricchezza delle lor case. All’incontro così dipigne i Franzesi:

Non eandem Gallos similis vel cura remordet,

Vicinas quibus est studium devincere terras,

Depressumque larem spoliis hinc inde coactis

Sustentare.....

 La bella gloria de’ Franzesi di allora consisteva in sempre voler ingoiare i vicini, in aver case basse, e queste solamente addobbate coll’armi tolte ai nemici. Odasi ora ciò che lasciò scritto il sopramentovato Giovanni Sarisberiense nel lib. VIII, cap. 7, nel descrivere il convito dato da una ricca persona di Puglia, al quale anch’esso intervenne. Haec (dic’egli) coena ab hora diei nona fere usque ad duodecimam noctis, et hoc quidem tempore aeque diali, protracta est. In hanc Canusinus hospes Constantinopolitanas, Babylonicas, Alexandrinas, Palestinas, Tripolitanas ec., congessit delicias; ac si Sicilia, Calabria, Apulia Campaniaque non sufficiant convivium instruere delicatum. Copiam rerum, sedulitatem obsequii, ministerii disciplinam, urbanitatem hospitis plenius et melius referet Johannes Thesaurarius Eboraci; nam et ipse interfuit. Non in Roma, non da un principe fatto fu quel convito, ma da una privata persona e in Canosa. Voglio che il Sarisberiense secondo il suo stile abbia esagerato; ma certamente si dee credere suntuosa quella cena. Come dunque Ricobaldo ci vien contando tanta meschinità e rozzezza degl’Italiani d’allora? Né so io, a chi egli speri di persuadere che prima de’ tempi di Federigo II gl’Italiani cenassero al lume delle lucerne o di fiaccole accese, facem tenente uno puerorum vel servo; nam candelabrum de sebo vel de cera usus non erat. Appresso l’antico Columella noi troviamo candelas sebare, e sevare; presso Ammiano Marcellino all’anno 359, sebalem facem. Apuleio nel lib. IV Metamorph. Taedis, dice, lucernis, cereis, sebaceis, et ceteris nocturni luminis instrumentis, clarescunt tenebrae. Che l’uso di tali candele si fosse perduto, non si può credere; e certamente non mancavano mai alle chiese quelle di cera. Laonde non di persone civili, ma della ciurma del volgo dovette parlare Ricobaldo in raccontando quelle usanze di tanta povertà. Veggasi poi qui sotto la Dissertazione XXV, dove tratteremo della maniera di vestire degli Antichi. Furono anche allora in uso le nobili e preziose vesti. Basterà qui di rapportare ciò che ha Landolfo juniore storico Milanese, in parlando di Grossolano vicario generale dell’Arcivescovo di Milano nell’anno 1100. Affettava costui asperitatem vestitus et cibi; ma il prete Liprando l’andava consigliando, ut horrida m coppam exueret, et convenientem tanto Vicario indueret. Non volea intendere Grossolano, replicando sempre che s’avea a sprezzare il mondo. E Liprando: Quum spernis Mundum, rispondeva, cur venisti in mundum? En civitas ista suo more utitur pellibus variis, grixis, marturinis, et ceteris pretiosis ornamentis et cibis. Turpe quidem erit nobis, quum advenae et peregrini viderint te hispidum et pannosum . Or dica quanto vuole Ricobaldo dell’estrema parsimonia e rozzezza degl’Italiani del secolo XIII, quando noi troviamo ben differente il vivere nel secolo precedente. Né vo’ che mi scappi dalle mani una controversia agitata nell’anno 1149 fra i Monaci e Canonici di Santo Ambrosio di Milano, il cui documento è rapportato dal Puricelli ne’ Monum. Basil. Ambros. pag. 702. Pretendevano i Canonici che andando essi a desinar coll’Abbate non dovea avere nove diverse vivande (vedete che belle liti di que’ tempi!) in tre portate. In prima apposizione pullos frigidos gambas de vino (che manicaretto fosse questo, nol so dire; potrebbe essere lo zabaione Milanese) et carnem porcinam frigidam. In secunda, pullos plenos, carnem vaccinam cum piperata, et turtellam de lavezolo. In tertia pullos rostidos, lombolos cum panitio et porcellos plenos. Il pontefice Pasquale II nel Sinodo di Benevento dell’anno 1108 Vestimenta saecularia et preciosa in clericis reprobavit, et talibus uti interdixit, come s’ha da Pietro Diacono nel lib. IV, cap. 33 della Cronica Casinense. Nulla di meno, affinché non vada affatto per terra l’autorità di Ricobaldo, s’ha da supporre ch’egli unicamente parlasse della plebe o del basso popolo, il quale conservava i suoi usi, e si regolava a tenore della propria povertà. Le città ancora e i popoli che non sentivano odore di corte, probabilmente non conoscevano quel ladro del lusso. Anche oggidì parlate coi vecchioni, e con chi ha udito parlare i suoi vecchi, vi diranno essere stata al tempo de’ nostri avoli altra sobrietà e moderazione di costumi, di vesti, di carrozze, di banchetti, e di simili cose, che oggidì. Al tempo anche di Ricobaldo dovette seguire non lieve mutazione di vivere. Ne riparleremo alla Dissertazione XXV. Intanto merita d’essere saputo, come se la passasse il popolo Romano nell’anno 1268, in cui fu da esso fatto un solenne accoglimento a Corradino principe, incamminato contra di Carlo I, re di Sicilia. È descritta quella festa da Saba Malaspina (lib. IV Hist.) nella forma seguente: Tripudiantium militum agmina vestium pretiosarum, diversorumque colorum desuper arma varius habitus distinguebat (cioè la sopravveste). Quodque magnum est, et auditu mirabile, mulierum choreae ludentium intra urbem in cymbalis et tympanis, lituis et violis, et in omni musicorum genere concinunt. Volentesque suarum pretiosarum rerum abundantiam, quam plerumque sequitur voluptas, ostendere, de domo in domum in oppositum consistentem, jactatis ad modum arcus aut pontis, chordis et funibus, vias medias desuper, non lauro, non ramis arboreis, sed caris vestibus et pellibus variis (cioè preziose, onde il nome vajo) velaverunt, suspensis ad chordas strophaeis, flectis, dextrocheriis, priscelidibus, arbitiris, grammatis (credo qui guasti i nomi) armillis, frisiis, et diversorum ac pretiosorum annulorum appensione, diadematum etiam et fibularum, seu monilium, in quibus gemmae fulgentissimae relucebant, bursis sericis, cultris tectis de piancavo, samito, bysso et purpura, cortinis, tovaliis et linteaminibus contextis auro, siricoque pertotum, junctis velis, et palliis deauratis, quae doctus opifex citra et ultra mare de diversa et operosa materia, caraque struxerat. Non era già sì grande apparato di ornamenti entrato di fresco in Roma; da molti secoli quivi albergava l’opulenza, cioè la madre del lusso. Ma in altre città d’Italia, condennate ad una bassa fortuna, somiglianti pompe si cercavano indarno. Intanto non pare lontana dal verisimile l’immaginare che contribuisse non poco al cambiamento de’ costumi in Italia e all’introduzione del lusso la venuta de’ Franzesi nel Regno di Napoli e Sicilia col suddetto re Carlo I conte di Provenza. Trasse egli seco migliaia assaissime de’ suoi nazionali; molto maggior numero ne tirò poi la sua fortuna. Anche allora più galanti e dediti al lusso erano i Franzesi. Fino Strabone nel lib. IV appellò quella nazione amante degli ornamenti; e Ammiano Marcellino nel secolo IV scriveva de’ popoli della Gallia: Tersi pari diligentia cuncti et mundi; nec in tractibus illis, maximeque apud Aquitanos, poterit aliquis videri, vel femina, licet perquam pauper, ut alibi, frustis squalere panorum. A tutta prima i buoni Italiani con istupore miravano que’ sì puliti e leggiadri stranieri; e poi (cosa ben facile) si rivolsero ad imitarli: giacché i vizj dolci incantano, né v’ha bisogno di grandi esortazioni per guadagnarsi la grazia delle persone. Certamente allorché il re Carlo e la regina Beatrice sua moglie fecero nel 1266 la loro entrata in Napoli, per sentimento dell’autore di un Giornale da me dato alla luce, quel popolo andò come in estasi, mirando quattrocento uomini d’arme Franzesi assai bene addobbati di sopraveste e pennacchi, e una bella compagnia di Fresoni pure con belle divise. Poi più di sessanta Signori Franzesi con grosse catene d’oro al collo; e la Reina con la carretta coperta di velluto celestro, e tutta di sopra e dentro fatta con gigli d’oro, tale che a vita mia non vidi la più bella vista. Penso io che rare prima fossero le carrozze per le donne, più rare per gli uomini: si andava allora a cavallo. Rolandino nel lib. IV, cap. 9 della Cronica notò che tenuto a Padova nell’anno 1239 Federigo II imperadore, tutto il popolo gli andò incontro; ed altrettanto fecero multae dominae, pulchritudine et pretiosis vestibus refulgentes, sedentes in phaleratis et ambulantibus palafredis.

Certamente prima de’ tempi d’esso Federigo si distinguevano i Nobili dell’uno e dell’altro sesso dal basso popolo nel trattamento della tavola, delle vesti, de’ servi, de’ cavalli, e in altre guise; ma non perciò conoscevano e molto men praticavano il lusso, che poi fu introdotto dai Franzesi, siccome è a’ miei dì avvenuto, perché la lor venuta in Italia ha qui lasciato delle usanze le quali bene sarebbe che non avessimo mai conosciuto. Ora in ajuto di Ricobaldo io vo’ far venire un campione de’ medesimi tempi, che quasi tiene il medesimo linguaggio. Egli è Dante Alighieri, da cui nel canto XV del Paradiso si fa parlare Cacciaguida, uno de’ suoi antenati, colle parole seguenti: Fiorenza, dentro della cerchia antica,

Ond’ella toglie ancora e terza e nona,

Si stava in pace, sobrïa e pudica.

Non avea catenella, non corona,

Non gonne contigiate, non cintura,

Che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

La figlia al padre, ché ’l tempo e la dote

Non fuggian quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglie vote;

Non v’era giunto ancor Sardanapalo

A mostrar ciò che ’n camera si puote.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Bellincion Berti vid’io andar cinto

Di cuoio e d’osso, e venir dallo specchio

La donna sua senza ’l viso dipinto;

E vidi quel de’ Nerli e quel del Vecchio

Esser contenti alla pelle scoverta,

E le sue donne al fuso ed al pennecchio.

Tralascio altre parole di Dante, bastevoli a confermar in parte la sentenza di Ricobaldo. Per tanto nel corso di pochi anni e nel suddetto secolo XIII crebbe in Italia il lusso, gran divoratore delle sostanze di chi stoltamente vi si abbandona. Però i saggi regolatori delle città, cominciando per tempo a conoscerne le perniciose conseguenze, accorsero al rimedio. Per attestato di Ricordano Malaspina (cap. 199 della sua Storia) il Beato Gregorio X papa nel Concilio II di Lione dell’anno 1274, fra l’altre costituzioni utili all’università de’ fedeli, proibì gli smoderati ornamenti delle donne per tutta la Cristianità. Da quello ancora che la Repubblica di Modena nell’anno 1327 ordinò, si può comprendere la riforma de’ costumi d’altre città. Negli Statuti dunque MSS. di quell’anno (lib. IV, Rubr. 162) si legge: Pedisequae et aliae servientes (delle donne nobili) et quaecumque mulieres parvae conditionis non debeant portare aliquas vestes quae tangant terram. Et ipsae pedisequae non portent in capite aliquod intreziatorium de seda. Molto più si osservi il decretato nel lib. IV, Rubr. 177, che ci fa vedere parte dell’apparato femminile d’allora. Nulla mulier nupta vel non nupta possit, nec debeat decetero portare extra domum vel in domo, aliquam gonellam, vel guarnachiam, pellem, vel vestem aliquam, quae habeat caudam, quam portet per terram et tangat terram ultra unum brachium ad brachium Communis. Nec aliquam coronam, circellum, vel filum, vel girlandam de perlis, auro, vel argento, vel gemmis, vel alterius cujuscumque generis et maneriei; nec aliquem intreziatorium platum, vel deauratum, vel arientatum, nec aliquam centuram, vel coregiam, quae centura, vel coregia valeat ultra decem libras Mutinensis, vel bursam quae valeat ultra quinquaginta soldos Mutinensis. Nec aliquem cavezium ad gonellam vel guarnachiam, vel ad aliquam estem de auro, argento, gemmis, vel de perlis, quod cavezium sit valoris ultra tres libras Mutinensis pro qualibet veste seu cavezo. Et nullus sartor vel aurifex possit, vel debeat talem coronam, vel cavezaturam, vel caudam facere, vel ponere ec. In altro luogo son proibite da quegli Statuti le pompe de’ funerali. Ed ecco come, più di quattrocento anni sono, i Modenesi si studiavano di mettere freno alla foga del lusso. Ma costui cacciato per una porta entrava per l’altra, né servirono punto le leggi e prammatiche per impedir gli abusi ed eccessi che di mano in mano andarono crescendo.

Diedi la colpa di sì fatti mali alla nazion Francesca, avvezza da lungo tempo alla novità delle mode e delle sempre nuove foggie di vesti, parendo ch’essa infettasse co’ suoi riti la moderazione Italiana. Ne venga in pruova anche Giovanni Villani, che nel lib. XII, cap. 4 della Storia all’anno 1342 così scrive: E non è da lasciare di far menzione d’una sfoggiata mutazione d’abito, che ci recarono di nuovo i Franceschi, che vennono al Duca in Firenze. Che colà dove anticamente il loro vestire era il più bello, nobile e onesto, che niun’altra nazione, al modo de’ togati Romani, sì si vestivano i giovani una cotta, o vero gonella corta e stretta, che non si potea vestire senza ajuto d’altri, e una correggia, come cinghia di cavallo con isfoggiata fibbia e puntale, e con isfoggiata scarsella alla Tedesca sopra il pettignone, e il capuccio vestito a modo di scocobrini col battolo fino alla cintola; e più che era capuccio e mantello con molti fregi e intagli; il becchetto del capuccio lungo fino a terra, per avolgere al capo per lo freddo; e colle barbe lunghe, per mostrarsi più fieri in arme. I cavalieri vestivano uno sorcotto, o vero guarnacca stretta, ivi suso cinti, e le punte de’ manicottoli lunghi infino in terra, foderati di vaio e ermellini. Questa instranianza d’abito non bello, né onesto, fu di presente preso per li giovani di Firenze, e per le donne giovani di disordinati manicottoli, come per natura siamo disposti noi vani cittadini alla mutazione de’ nuovi abiti, e i strani contrafare oltre al modo dell’altre nazioni, sempre al disonesto e vanitade. Aggiungasi ciò che si legge in un MS. contenente un Trattato de Generatione aliquorum civium urbis Paduae tam nobilium, quam ignobilium. Quell’Autore Anonimo pare che fiorisse prima del 1400. La discorre egli dunque cosi de’ costumi de’ Padovani: Ante dominium Ezerini de Romano, et post aliquod tempus, usque dum Paduani attingebant annos viginti, incedebant cum capite discooperto. Ho io inteso che vecchiamente si praticava anche in Milano questo rito sino all’anno dodicesimo de’ fanciulli, affinché s’indurissero le lor teste alle ingiurie delle stagioni. Seguita a parlare quell’Anonimo: At illo finito tempore infulas et galeros Forojuliano more incipiebant portare, aut capucia cum rostris, ante naxonem plus in altitudinem, quam ad depressionem tendentibus. Interulas a lateribus scindi faciebant, et diploides ex anteriori parte; tunicas etiam a lateribus scissas, et a parte anteriori. Omnes portabant epitogia. Pannos vestium emebant, quorum brachium ad plus viginti constabat solidis. Familiam pulcram, bonos equos et arma tenebant continuo. Societates filiorum nobilium Paduanae urbis in certis festorum diebus a viris nobilibus hanc interdum petebant gratiam, ut suis convivia facerent dominabus: quae a nullo valenti homine negabantur facienda. Atque in die istorum sic ordinatorum conviviorum, nobiles juvenes, caussa serviendi, suis adhaerebant dominabus in prandio aut in coena; ad domum unius eorum ob prandium vel coenandum veniebant, ut ordinaverant inter se. Et cum prandiderant, vel coenaverant, ibant choreizatum cum eisdem, aut hastiludia exercebant. Nobiles illi viri urbis Paduanae in suis villis, ubi jurisdictionem habebant, curias pulcherrimas faciebant. In diebus festivis super campus Paduanos, propinquos civitati, ducentos, aut trecentos nobiles juvenes equiria facientes invenisses, qui propter casum ab equis, aut.... se laedebant multoties. Et quia amoena loca possidebant, et possident, dicta est Marchia Amorosa. Quali poi fossero l’usanze donnesche, cel fa egli sapere con queste altre parole: Urbis Paduae mulieres, antequam de potentia Ezerini de Romano auferretur, et forte per quindecim annos post, suis interulis singulis girones faciebant. Earum tunicae, et hominum pariter, super spatulas crispabantur, quibus singulis girones faciebant ante et retro. Sua quoque epitogia cum singulis ordinabantur gironibus ante et retro, per ante os stomachi, et aliquantulum infra positis. Chlamydes tam nuptae, quam viduatae, cum crispis amplis unius semissis post illarum scapulas erant ordinatae. Et hae chlamydes grossae dicebantur, quas etiam homines aetatis maturae portabant. Tempore nominato dominae loco pignolatorum cottam de tela lini subtilissima portabant... Crispata, quarum singula quinquaginta vel sexaginta brachia continebant, ut requirebant hominum facultates. Nobiliores insuper mulieres, si choream aliquam faciebant ante dominium Ezerini, non fuisset ausus aliquis popularis illam intrare, quia juvenes filii nobilium super ipsorum maxillas quam citius alapas apponebant. Et si aliquis nobilium aliquam popularem dilexisset non duxisset illam in dominarum choream absque gratia ab illis postulata. Così quell’Anonimo.

Chiede ora udienza frate Francesco Pippino dell’Ordine de’ Predicatori, il quale nella sua Cronica da me pubblicata e scritta circa l’anno 1313, dopo avere rapportato tutto il passo di Ricobaldo, forma il seguente ritratto de’ tempi suoi. Nunc vero praesenti lasciviente aetate multa inhonesta sunt inducta rebus priscis: verum plurima ad perniciem animarum. Mutata est enim parsimonia in lautitiam. Vestimenta quoque materia et artificio exquisito, nimioque ornatu cernuntur. Illic argentum, aurum, margaritae mire fabricata phrygia latissima, fulcimenta vestium serica, vel Varia, pellibus exoticis, idest peregrinis, idest pretiosis. Irritamenta gulae non desunt. Vina peregrina habentur. Fere omnes sunt potatores in publico. Obsonia sumtuosa. Eorum magistri coquinarii habentur in pretio magno. Omnia ad gulae irritamenta et ambitionis quaeruntur. Ut his suppeditari possit, avaritia militat. Hinc usurae, fraudes, rapinae, expilationes, praedae, contentiones in Republica. Vectigalia illicita, innocentum oppressiones, exterminia civium, relegationes locupletum. Verus Deus noster est venter noster. Pompis, quibus renuntiavimus in Baptismo, insistimus, facti adeo transfugae ad hostem generis nostri. Bene autem Seneca morum cultor, libro Declamationum, nostra tempora detestatur his verbis: «In deterius quotidie, res data est; omne enim certamen ad turpia. Torpent ecce ingenia desidiosae juventutis, nec in alicujus rei honestae labore vigilatur. Somnus et languor, ac somno et languore turpior malarum rerum industrja invasit animos. Cantandi, saltandi quoque obscoena studia effeminatos tenent. Capillum frangere, ad muliebres blanditias extenuare vocem, mollitie corporis certare cum feminis, et immundissimis se excolere monditiis, nostrorum adolescentum specimen est.» – Così il Pippino dell’età sua scriveva. Niun secolo fu mai senza vizj, e né pure sarà: ognun sa quale sia il nostro. Ma più abbondano i vizj dove è più lusso e ricchezza. Giovanni Musso, che circa l’anno 1388 compilò la Storia di Piacenza, da me data alla luce [1], tenea davanti agli occhi le parole di Ricobaldo e le giunte del Pippino. Ora anch’egli si prese la cura di descrivere fin dove fosse giunto il lusso a’ suoi tempi, e quanta mutazione fosse seguita ne’ costumi, spezialmente dipignendo quei de’ Piacentini d’allora. Non dispiacerà ai lettori di ricevere tutto il suo benché lungo ragionamento.

DE MORIBUS CIVIUM PLACENTIAE.

Nunc vero in praesenti tempore, scilicet anno Christi MCCCLXXXVIII fiunt per homines et dominas Placentiae sumtuosissimae expensae in victu et vestitu, et in omnibus plusquam fieri solet. Nam dominae portant indumenta longa et larga de veluto serico, de grana, et de panno serico deaurato, et de panno de auro, et de panno serico tantum, et de panno de lana scarlata de grana, et de paonatio de grana, et de aliis nobilissimis drappis de lana. Qui drappi de grana, vel de veluto, vel de auro, vel de aurato, vel de serico, constant pro uno cabano, vel barillotto, vel pellarda, a florenis XXV auri usque in florenos sive ducatos LX auri. Quae indumenta fiunt cum manicis largis per totum, tam de subtus, quam de supra, ita longae, quod dictae manicae cooperiunt mediam manum, et aliquae pendunt usque in terram apertae exteriori tantum, acutae de subtus ad modum scuti catellani longi, qui scutus est largus desuper et strictus et acutus de subtus. Et super aliquibus ex dictis indumentis ponuntur a tribus usque inquinque unciis perlarum, valentibus usque in florenos X pro qualibet uncia. Et super aliquibus ponuntur frisia magna et larga auri circum circa collare gulae in modum maniferri, quod ponitur canibus circa collum eorum. Et etiam circum circa in extremitate manicarum, et circa manicas, que sunt subtus dicta indumenta. Et portant capucios parvos cum frigiis largis de auro, vel de perlis circum circa dictum capucium. Et vadunt cinctae in medio pulcris cinctoriis de argento deaurato, et de perlis valentibus florenos XXV auri pro qualibet cinctura, et plus et minus; et aliquando vadunt non cinctae. Et quaelibet domina communiter habet tot annulos et varetas cum lapidibus pretiosis, quae valent a florenis XXX auri usque in L. Tamen talia indumenta sunt honesta, quia cum dictis indumentis non ostendunt mamillas. Sed habent alia indumenta inhonesta, quae vocantur ciprianae, quae sunt largissimae verus pedes, et a medio supra sunt strictae cum manicis longis et largis, sicut alia praedicta indumenta, et similis valoris; et super quibus ponunt similia jocalia et similis valoris. Et sunt impomelatae de antea a gula usque in terram pomellis argenti deaurati, vel de perlis. Quae ciprianae habent gulam tam magnam, quod ostendunt mamillas; et videtur quod dictae mamillae velint exire de sinu earum. Qui habitus esset pulcher, si non ostenderent mamillas, et gulae essent sic decenter strictae, quod ad minus mamillae ab aliquibus non possent videri. Et etiam dictae dominae portant in capitibus earum jocalia maximi valoris. Videlicet aliquae portant coronas de argento aureato, vel de auro puro cum perlis et lapidibus pretiosis, valoris a florenis LXX auri usque in C. Et aliquae portant terzollas de perlis grossis valoris florenorum C auri usque in CXXV. Et aliquae portant sagiotas de perlis valoris florenorum L usque in C. Quae terzollae vocantur terzollae, quia ex CCC perlis grossis sunt factae, et quia in tribus filzis sunt constructae et ordinatae. Et etiam dictae dominae pro majori parte loco trezarum de auro vel de serico, quas portare solebant contextas, seu interzatas in capillis capitis earum, nunc portant bugulos, cum astalonis, sive cordibus sericis vel deauratis, vel cum astalonis sericis coopertis perlarum. Et aliquae dominae utuntur mantellis, sive chlamidibus curtis, quae cooperiunt manus tantum, fodratis de zendalo, vel de vainis. Et etiam utuntur pulcris filzis pater noster de corallo rubeo, vel de Lambro. Matronae sive dominae antiquae portant nobile mantum, sive mantellum largum et longum usque in terram, et rotundum versus terram, et crispum per totum, et apertum de antea usque in terram. Tamen est pomellatum versus gulam pomellis argenti deaurati, vel de perlis per unam spanam. Et fìunt pro majori parte cum colare. Et quaelibet domina habet usque in tribus mantellis ad plus; unum de blavo, unum de paonacia de grana, et alium de zamelloto undato, fodratos de zendali cum frixiis aureis; et aliqui sunt fodrati de Variis, et aliquae quandoque portant capucium, et aliquae non. Et aliquae quandoque portant capucium, et quandoque non; sed portant vellos de seta, vel de bambazio pulcros, subtiles et albos. Dominae viduae portant similia guarnimenta: tamen omnia de bruna, et sine auro et perlis, sed solum cum pomellis dicti panni de bruna tantum. Et utuntur capuciis de bruna, vel vellis albis de bambaxio, vel de lino, subtilibus et albis.

Similiter juvenes homines portant cabanos, barillotos et pellardas, longos et largos, longas et largas per totum usque in terram, et cum pulchris foraturis pellarum domesticarum et salvaticarum; omnes de panno tantum, et aliquos de serico et veluto. Quae indumenta constant a florenis XX auri usque in XXX. Et etiam utuntur mantellis magnis et longis usque in terram; et etiam utuntur de mantellis curtis, qui tantum cooperiunt manus eorum. Hornines antiqui portant similia indumenta, et capucios duplos de panno, et de super dictos capucios portant birettas pulcras de grana, non textas, non sutas, sed factas ad acum. Item dicti juvenes portant alia indumenta curta et larga, et alia curta et stricta, et sic curta, quod ostendunt medias nates, sive naticas, et membrum et genitalia: salvo quod portant caligas de panno ligatas in quinque partibus ad zuparellos curtos et strictos, quos portant de subtus alia indumenta, quae cooperiunt totas nates, membrum et genitalia cum dictis caligis. Et etiam de subtus habent zarabulas lineas strictissimas. Nihilominus ostendunt formam naticarum, genitalium et membri. Quae indumenta sic stricta, aliqua sunt de panno lineo, sive aliud supra; et supra aliqua ex eis ponunt brodaturas de argento et serico; et aliqui cum perlis, et aliqui plus, et aliqui minus. Et aliqua ex dictis indumentis sunt de veluto, vel de serico de grana, vel de alio colore, vel de zamellotto. Et dicta indumenta sic curta aliquantulum sunt longa de retro, et de antea, quam a galono. Et aliquando cincti in medio super omnibus dictis indumentis, et aliquando non. Et pro majori parte non portant capucium, salvo quod in hyeme ipsum portant. Qui capucii sunt parvissimi cum becho, quasi usque in terram, ita quod omnes videntur esse in foza, sic sunt parvi dicti capucii, et stricti circum circa apud ipsos. Tamen non sunt in foza. Caligae portantur solatae cum scarpis albis, de subtus dictas caligas solatas, et in aestate et in hyeme; et aliquando portant scarpas et caligas solatas cum puntis longis unciarum trium ultra pedem subtilibus. Omnes alii cives Placentiae tam feminae quam masculi, sicut solebant portare scarpas et caligas solatas sine punta, nunc portant cum puntis parvis: quae puntae tam longae, quam parvae, sunt plenae pilorum, sive burae bovis. Item sunt pulres dominae et homines juvenes, qui portant ad collum torques, sive circlos argenteos sive deauratos, vel de perlis, vel de corallis rubeis. Et etiam dicti juvenes portant barbam rasam, et collum a mediis auriculis infra, et ab inde supra portant zazzaram, sive caesariem capillorum magnam et rotundam. Et aliqui eorum tenent unum roncinum, vel equum; et aliqui tenent usque in quinque equos secundum posse eorum; et aliqui nullum tenent. Et illi qui tenent ab uno ronzino supra, tenent famulum sive famulos, qui famuli lucrantur omni anno pro quolibet eorum pro eorum salario usque in florenos XII auri. Pedisequae lucrantur usque in florenos VII auri quolibet anno pro qualibet earum, et habent victum, sed vestitum non.

Si osservi che questo Autore non dice una parola di carrozze: segno che non si doveano per anche usare in Piacenza.

Lungo è questo racconto, ma curioso per la tanta differenza de’ costumi di allora dai nostri, che a niuno increscerà di leggerlo, fuorché a chi non intende il Latino. Anzi né pure dispiacerà d’intendere ciò che si praticava in que’ tempi rispetto al vitto. Si può anche credere che l’usanza de’ Piacentini si stendesse a molte altre città d’allora. Così dunque scrive il Musso:

De victu omnes cives Placentiae faciuut mirabilia, et maxime in nuptiis et conviviis, quia pro majori parte dant, ut infra continetur. Et primo dant bona vina alba et rubea, et ante omnia dant confectum zuchari. Et pro prima imbanditione dant duos cappones, vel unum capponem et unam magnam petiam carnis pro quolibet tajore ad lumeriam factam de amandolis et zucharo, et aliis bonis speciebus et rebus. Postea dant carnes assatas in magna quantitate, scilicet capponum, pullorum, faxianorum, perdricum, leporum, zengialorum et capriolorum, et aliarum carnium, secundum quod tempore anni currunt. Postea, dant turtas et zoncatas cum trazea zuchari de supra. Postea dant fluges. Postea, lotis prius manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere, et confectum de zucharo, et postea bibere. Et aliqui loco turtarum et zoncatarum dant in principio prandii turtas, quas appellant tartas, factas de ovibus et caxco et lacte et zucharo super dictas tartas in bona quantitate. In coenis dant hyeme zelatinam salvatizinarum, et capponum et gallinarum et vitelli, vel zelatinam piscium. Et post, assatum de capponibus et vitello. Et post, fluges. Et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere, et confectum zuchari; et post, bibere. In aestate in coenis dant zelariam de gallinis et capponibus, vitelli et capredi, et carnium porci et pullorum, vel zelariam piscium. Et post, assatum pullorum, capredum, vitelli, vel paveri, vel anetris, vel aliarum rerum, secundum quod tempora currunt; et post, bibere. Secunda die in nuptiis dant primo longotos de pasta cum caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, fluges; et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere, et confectum zuchari; et post, dant bibere. In coenis omnes vadunt ad domos eorum, quia nuptiae finitae sunt. Tempore Quadragesimae dant primo bibere, et confectum zuchari; et post, bibere; et post, ficus cum amygdalis pelatis; et post, pisces grossos ad piperatam; et post, menestram risi cum lacte amygdalarum et zucharo et speciebus, et cum anguillis salsis. Et post praedicta dant pisces lucios assatos cum salsa de aceto, vel senapi cum vino cocto et speciebus; et post, dant nuces; et post, dant alias fluges. Et post, lotis prius manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere, et confectum zuchari; et post, bibere. Homines Placentiae ad praesens vivunt splendide et ordinate et nitide in domibus eorum pulcrioribus, et melioribus arnixiis et vasellamentis, quam solebant a septuaginta annis retro, scilicet ab anno Christi MCCCXX retro. Et habent pulcriores habitationes, quam tunc habebant, quia in dictis eorum domibus sunt pulcrae camerae et caminatae, bora, curtaricia, putei, hortuli, jardini et solaria pro majori parte. Et sunt plures camini ab igne et fumo in una domo, in quibus domibus dicto tempore nullum solebat esse caminum; quia tunc faciebant unum ignem tantum in medio domus sub cupis tecti, et omnes de dicta domo stabant circum circa dictum ignem, et ibi fiebat coquina. Et vidi meo tempore in pluribus domibus, et non habebant puteos in dictis eorum domibus, vel quasi nullos, et pauca solaria et curtaricia. Et utuntur communiter omnes cives. Placentiae vinis melioribus, quam antiqui non faciebant.

Modus edendi pro majori parte hominum Placentiae est, quod ad primam tabulam comedit dominus domus cumuxore et filiis in caminata, vel in camera ad unum ignem; et familia comedit post eos in alia parte ad alium ignem, vel in coquina pro majori parte. Et duo comedunt super uno tajore. Et quilibet habet menestram suam, et unum majolum vel duos vitri pro se, unum pro vino et alium pro aqua. Et plures sunt, qui se faciunt servire a famulis suis, cum cultellis magnis a tabula, et cum eis incidere carnes et alia coram eis ad dictam tabulam. Et antequam dicti domini sint assetati ad tabulam, dant eis aquam cum bacino et bronzino; et post prandium et post coenam iterum, antequam tabula levetur, dant eis aquam, et iterum lavant manus eorum. Arnixia, quibus nunc utuntur in domibus dictorum civium Placentiae, quae a paucis solebant uti a dicto anno MCCCXX retro, sunt nunc pro uno duodecim. Et hoc eventum est a mercatoribus Placentiae, qui utuntur vel utebantur in Francia, in Flandria ac etiam in Hispania. Et primo communiter utuntur tabulis largis unciarum XVIII, quae non solebant esse largae nisi unciae XII. Et utuntur guardenapis, quae a paucis utebantur. Et utuntur taciis, cugiariis et forcellis argenti; et utuntur scudellis et scudellinis de petra, et curtellis magnis a tabula, et bronzinis et bacinis, et sarziis magnis et parvis a lectis, et cortinis de tela circum circa dicta lecta; et etiam banderiis de arassa, et candileriis de bronzo vel de ferro, et torciis sive brandonis, et candelis de cera, et etiam candelis de sebo, et aliis pulcris arnixiis et vasellis et vasellamentis. Et multi faciunt duos ignes, unum in caminata et alium in coquina, vel in camera loco caminatae. Et multi tenent bonas confectiones in domibus eorum de zucharo et de melle. Quae omnia sunt magnarum expensarum. Qua de caussa magnae dotes nunc oportent dari. Et communiter nunc dantur in dotem floreni CCCC, et floreni D, et floreni DC auri, et plus; qui omnes expenduntur per sponsum in addobbando sponsam et in nuptiis, et aliquando plus. Et ille qui maritat dictam sponsam, expendit ultra dotem florenos C auri vel circa in faciendo de novo aliqua indumenta sponsae, et in donis et nuptiis. Qua de caussa si debent posse fieri tales expensae, ut supra dictum est, oportet quod lucra indebita fiant. Et plures sunt, qui talibus de caussis sunt consumpti, qui volunt facere, sive oportet facere plus quam possunt. Certe ad praesens si unus habet in sua familia novem buccas et duos roncinos, expendit omni anno ultra florenos CCC auri, valentes libras CCCCLXXX Imperialium. Et sic pro rata buccarum, videlicet in victu, vestitu, salariis famulorum, gabellis, taleis et aliis expensis extraordinariis, quae quotidie eveniunt, quae non possunt evitari: certe pauci sunt, qui talibus expensis possint componere; et ideo multi sunt, quos tali de caussa oportet deserere patriam eorum, et ire ad stipendium; vel pro famulis, vel pro mercatoribus, et in usuris etc. Non credat aliquis quod in supradictis contineantur mechanici, sed solum nobiles et mercatores, et alii boni et antiqui cives Placentiae, qui non faciunt aliquam artem. Qui etiam mechanici faciunt sumtuosas expensas plusquam solet, et maxime in indumentis circa eos et uxores. Tamen ars semper et quocumque tempore sustinet omnes qui volunt cum honore vivere. Ad praesens gentes non possunt vivere sine vino, sic sunt omnes usi bibere vinum.

Potrà ora il Lettore confrontare gli antichi riti e costumi con quei dell’età nostra, e tirati i conti determinare se v’abbiano guadagnato o perduto i nostri tempi. Passiamo ora ad alcune altre usanze di qualità diversa. E primieramente l’Aulico Ticinense, che scriveva circa l’anno 1330, e descrisse molti costumi de’ Pavesi, fra l’altre cose al cap. 4 ha le seguenti parole: In crepidine Pontis veteris aliquando erecta est pertica, quae potest inclinari deorsum, in cujus cacumine ligatum est vas vimineum magnum. Et si quis ribaldus compertus fuerit Deum aut Beatam Virginem blasphemare, statim vase illo impositus submergitur in Ticinum, et extrahitur madefactus. Forse una somigliante pena fu in uso presso gli antichi Germani. Così parla Tacito, de Morib. German. cap. 12: Ignavos et imbelles, et corpore infames, coeno ac palude injectos super crate mergunt. Dice che li tuffano, e non già che gli anneghino, cioè per correzione, e non per levar loro la vita. Ascoltiamo anche Suetonio nella Vita di Caligola, cap. 20, dove descrive uno spettacolo di Lione. Eos autem qui maxime displicuissent, scripta sua spongia linguave delere jussos, nisi ferulis objurgari, aut flumine proximo mergi maluissent. Tanto è vero che nulla di nuovo occorre sotto il Sole. Questa sorta di mortificazione o pena in Franzese si chiama Cale, della qual parola è da vedere il Furetiere. I Fiorentini usano la voce Colla per significare il tormento della corda, e di là si formò il verbo Collare. Sentite che bella etimologia ci rechi il Menagio. Colla (dic’egli), significante Corda, viene dal collo, che val propriamente laccio che si mette al collo. Ma col laccio si rompe il collo ai rei; col tormento della corda non si fa male al collo. Sarebbe più tosto da vedere se Colla venisse da Calare, cioè abbassare, usando anche i Toscani, in vece di Calare, il verbo Collare. Son parole del Boccaccio. Diliberarono di legarlo alla fune, e di collarlo nel pozzo. Torniamo al rito de’ Pavesi. Fu esso praticato anche da altre città poste al lido del mare, o di qualche grosso fiume. Quei di Marsiglia, per attestato del Du-Cange, lo chiamavano Accabussare. Ecco il loro Statuto contra chi nel giuoco prorompeva in bestemmie contra di Dio. Et si duodecim denarios dare et solvere non poterit, accabussetur penitus, indutus cum vestibus, quas tunc detulerit, et in Portu Massiliae tot vicibus, quot juraverit . Una parola Germanica si truova in Accabussare, composto da Acha e Busse, cioè a dire Pena dell’Acqua. Un egual gastigo era prescritto dalla città di Bordeaux ai ruffiani, alle meretrici e ai bestemmiatori. Anche lo Statuto di Ferrara scritto a penna nell’anno 1288, ed esistente nella Biblioteca Estense, al lib. IV, Rubr. 68 determina: Quod Potestas teneatur facere fieri unam corbellam in Contrata S. Pauli in Pado, in quam poni faciat, et pluries submergi in aquam blasphemantes Deum et Beatam Virginem, et ceteros Sanctos, si non possent solvere centum soldos Ferrariensis. Et si solvere possent non ponantur ad corbellam. Poscia alla Rubr. 78 v’ha quest’altro Statuto: Quod scutiferi non currant equos per civitatem, quum vadunt ad aquam et redeunt. Qui contra fecerit, solvat pro banno viginti soldos Ferrarinos. Et si solvere non poterit, ponatur ad corbellam. In Italia è andato in disuso questo gastigo, ma in Vienna d’Austria dura tuttavia per punire i fornai, beccai, ed altri pubblici ladri. In Inghilterra una volta le donne rissose si gittavano nell’acqua, cavandole ben bagnate di dentro e di fuori.

Ma giacché siamo entrati nelle pene degli antichi, diciamone qualche altra parola. Siccome altrove accennai, pochissimi erano i misfatti che si punissero colla morte. Il cospirare contra del Re, il muover sedizione contra del Generale d’armi, l’uccidere il padrone o marito, il disertare dall’esercito, il fuggire dal regno, erano delitti vietati sotto pena della vita. A chi giurava il falso s’avea da mozzare la mano. Quasi tutti gli altri si poteano riscattare pagando danaro. Che tal pratica fosse anche presso i Greci, sembrano indicarlo varj esempli. Fra le pene si contava il divenir servo. Spezialmente i popoli settentrionali riputavano gran vergogna e gastigo, allorché ad un uomo libero si tagliavano i capelli, e molto più se la barba. Era anche in uso il frustare. Liutprando re de’ Longobardi nel lib. VI, legge LXXXVIII, contra le donne che aveano mossa sedizione così ordinò: Publicus (cioè il giudice) qui est in loco, ubi factum fuerit, comprehendat ipsas mulieres, et faciat eas decalvari et frustari per vicos vicinantes ipsis locis. Anticamente gli uomini liberi erano battuti con bastoni, i servi col flagello o sia colla sferza. Però da Fuste si crede originata la voce Frusta e Frustare: ma io ne dubito. Un uomo libero o servo convinto di ladroneccio, se il furto arrivava ad decem siliquas auri, oltre alla restituzione della roba rubata, era condennato a pagare ottanta soldi d’oro. Se non poteva, v’andava la sua vita. Così determinò il re Rotari nella legge CCLVIII e CCLIX. Quanto agli altri ladri, convien osservare la legge XXVI del lib. VI del suddetto re Liutprando. De furonibus (dic’egli) unusquisque Judex in sua civitate faciat carcerem sub terra. Et quum inventus fuerit fur cum ipso furto, ipsum furtum componat. Et comprehendat ipsum furonem, et mittat in ipso carcere usque ad annos duos vel tres; et postea dimittat eum sanum. Et si talis persona fuerit, ut non habeat unde ipsum furtum componere possit, debeat eum Judex dare in manu ipsius, cui ipsum furtum fecit; et ipse de eo faciat quod voluerit. Et si postea ipse iterum in furto tentus fiterit, decalvet eum, et caedat per disciplinam, sicut decet furonem, et ponat signum in fronte et in facie. Et si sic non emendaverit, et post ipsas districtiones in furto tentus fuerit vendat eum Judex foris Provinciam (cioè fuori del Regno) et habeat sibi pretium ipsius. Ma Carlo Magno nella legge Longobardica XLIV determinò per conto de’ ladri, ut pro prima culpa non moriantur, sed oculum perdant; de secunda nasus ipsius latronis capelletur, sive abscindatur; de tertia vero, si se non emendaverit, moriatur. La pena imposta agli uomini sediziosi dalla legge LXV di Lottario I Augusto era la seguente: Auctores facti interficiantur. Adjutores vero eorum singuli alter ab altero flagellentur, et capillos suus vicissim et nares suas invicem praecidant.

Del resto, come altrove osservammo, all’omicidio non era imposta la pena della vita, ma sì bene una condanna pecuniaria; e quel che bene strano sembrerà, anche uccidendo un vescovo. Anzi pare che presso i Longobardi o niuna pena determinata fosse, o non fosse distinta la pena di chi uccideva Ecclesiastici, da quella degli uccisori d’altre persone. Si ascolti Arigiso principe di Benevento, di schiatta Longobardica, il quale circa l’anno 780 formò un Capitolare, pubblicato da Camillo Pellegrini. Hactenus (così egli parla) Religiosorum homicidia, eo quod aut inerme genus, aut in omnibus venerandum haberetur, nullius compositionis aperta lex judiciali calculo claruit. Et si quondam forsitan contigisset, aut sub ostensu legalis negligentiae, vel oblitae rationis omittebatur; aut illud, ut cuique libitum erat, decernebatur. Pertanto egli ordina che se in avvenire alcuno occiderit Monachum, vel Presbyterum, aut Diaconum primatum tenentem, componat (cioè paghi al Fisco) ducentos solidos, o pure, se così piacerà al principe, usque ad trecentos. Per conto degli altri Ecclesiastici viventi fuori del Palazzo, l’uccisore è condennato a pagare centocinquanta soldi, sicut de laicis qui exercitalibus militant armis. Ecco una lieve pena per sì qualificato delitto. Accrebbe di poi questa condanna pecuniaria Carlo Magno, come apparisce dalla sua legge CI, e durava anche la medesima tassa nell’anno 1055; perciocché in un diploma di protezione conceduto ai Canonici di Par- 421 ma da Arrigo fra gl’Imperadori II, si leggono queste parole: Siquis igitur eos Archiepiscopus, Episcopus, Marchio, Comes, Vicecomes, vel qui sub his sunt, clerici vel laici, assalire, vulnerare, vel occidere quaesierit, ec., pro morte vitae suae poenam pro ceteris se centum libras auri ex aequo partiendas nobis sibique, compositurum agnoscat. Se il reo non pagava, stendeva il Fisco le sue griffe sopra i di lui beni; né apparisce se tali omicidi patissero lunga prigionia. Della confiscazione abbiamo la pruova in un decreto di Corrado I tra gli Augusti, per essere stato ucciso Arrigo diacono cardinale della chiesa di Cremona da un certo Adamo, nell’anno 1037. Quivi in compensazione del grave danno per tal cagione patito dalla chiesa, viene ordinato che omnia praedia, quae praefatus Adam infra civitatem Cremonam, et extra per totius Episcopatus spatia habere videtur, et omnem rem mobilem et immobilem, quam possederat, praelibatae Sanctae Cremonensi Ecclesiae, per hujus nostri praecepti paginam, proprietario jure habenda et detinenda concedimus. E perciocché nel secolo XI invalse l’esecrabil uso de’ veleni, o di altri mezzi per levare segretamente la vita ad altrui, fu da Arrigo II Augusto intimata a questo misfatto la pena della morte, come consta dalle Leggi Longobardiche. Ma negli antichi secoli un curioso costume merita d’essere osservato. Chi dopo avere ucciso un parente si rifugiava in chiesa, potea sottrarsi al gastigo, con fare la seguente penitenza che gli veniva imposta dai preti. Cioè cinto di legami di ferro, e mezzo nudo, o pure in altro abito di penitente, dovea andare in pellegrinaggio ai Luoghi santi, cioè dove posavano i corpi de’ più rinomati Santi. Bastava questo per soddisfare alla Chiesa e al Re. Nell’Appendice alle Formole di Marcolfo presso il Baluzio si vede Tractoria pro itinere peragendo. In essa è raccomandato a tutti i vescovi il pellegrino, qui instigante adversario, peccatis facientibus, proprio filio suo, vel fratri suo, sive nepoti interfecit; et nos pro hac caussa secundum consuetudinem vel canonicam institutionem dijudicavimus, ut in lege Peregrinorum ipse praefatus vir annis tot in peregrinatione ambulare deberet, ec. Perciò Dauferio nobile Beneventano per la morte data a Grimoaldo principe di Benevento, poenitentia ductus, sine mora in Hierosolymam est profectus mirum in modum, et re scilicet inaudita. Illuc enim iens, et inde Beneventum rediens, non valde exiguum lapidem in ore gestavit, et tantummodo, quotiens cibum potumque sumebat, illo carebat. Sono parole dell’Anonimo Salernitano ne’ Paralipomeni da me dati alla luce. Così Radelchiso conte, per attestato di Archemperto, cap. 9, reo di un simile misfatto, catena cervice tenus vinctus, coenobium Beati Benedicti, Christo militaturus, adiit. Raccontansi ancora varj miracoli delle catene di costoro prodigiosamente spezzatesi da per sé ai sepolcri de’ Santi. Ne addurrò qualche esempio. Nel lib. III de Gest. Sanctor. Rothonens. un Diacono nel Monistero di Spoleti avea ucciso un altro Monaco nell’anno 850. Andossene costui a Roma a prendere la penitenza, e gli fu ordinato ferro ligari per collum et brachia, sicut in lege parricidarum censetur, e di portarsi ai luoghi di maggior divozione, finché ottenesse il perdono da Dio. Capitato nella Bretagna minore al Monistero Rotonense, e prostrato al sepolcro di San Marcellino, ecco da sé rompersi le catene: per lo che libero ed assoluto se ne andò. Un altro somigliante prodigio si racconta all’anno 856. Parimente nellaVita di Santo Appiano monaco di Pavia, seppellito nella città di Comacchio, presso i Bollandisti si legge, che Quaedam femina venit de Francia ad ecclesiam Beatae Virginis Justinae, quae portabat in sinistro brachio circulum ferreum pro poenitentia ab Episcopo sibi inditum; et caro brachii in tantum jam supercrescebat, quod circulus poene totus carne erat coopertus. Venuta che fu alla tomba di Santo Appiano, statim ferreus confractus est circulus, et brachium ita sanatum, quod numquam melius fuit. Così nel libro Miracul. di S. Bononio Abbate di Lucedio nel Vercellese, correndo il secolo XI: Homo quidam fratricidii poenitens, qui habebat mucronem, cum quo peremerat fratrem, fixum in circulo ferreo circum dextrum brachium strictius posito, cute et carne jam super imminente, presentatosi al sepolcro di San Bononio, vide crepare quel cerchio di ferro. Veggasi ancora la Vita di S. Teobaldo Romito, morto nel territorio di Vicenza, negli Annali Benedettini del P. Mabillone.

Ma Carlo M., principe di mirabil senno, come si raccoglie da un suo Capitolare presso il Sirmondo e Baluzio, riprovò sì fatto costume con dire: Ut isti mangones et cotiones, qui vagabundi vadunt per istam terram, non sinantur vagari, ac deceptiones hominum agere. Nec isti nudi cum ferro, qui dicunt, se data poenitentia ire vagantes. Melius videtur, ut si aliquod inconsuetum et capitale crimen commiserint, in uno loco permaneant laborantes et servientes, et poenitentiam agentes, secundum quod canonice sibi impositum sit. Fa intendere questa legge che in questa sorte di pellegrinaggio e penitenza doveano essere intervenute frodi ed imposture, ed essersi scoperto che talvolta per arte, e non per miracolo, s’erano sciolte quelle catene. Ciò non ostante per alcuni secoli ancora continuò questa usanza, massimamente in Francia. Essendo mancato di vita San Leone IX papa nell’anno 1054, e succedendo vari miracoli al suo sepolcro, venit quidam vir de Francia, qui habebat corpus suum ferreo cingulo coarctatum, ita ut per gyrum corporis sanies multa decurreret in terram. Quod videntes qui aderant, nares sibi prae nimio pavore et foetore obturaverant, deprecantes Dominum, ut per Sancti Leonis merita misero illi succurrere dignaretur. Res mira! statim ferrum crepuit, et multa fusa sanie homo redditus est penitus sanitati. Leggonsi di sotto due simili prodigiose avventure. Tralascio altri casi di questa sorte. Sarebbe temerità il dubitare di tutti; ma potrebbe essere anche talvolta occorso qualche inganno, perché allora ancora abbondavano i furbi, e più la gente poco maliziosa ed accorta. Nella Cronichetta di Subbiaco da me stampata si legge la Vita di Giovanni Abbate trentesimo secondo. Sotto di lui quodam tempore venerunt in Italiam ex Francia homines insani, qui dicebantur Confusi, qui circumquaque pergentes, per Campaniam et reliquas provincias calamitatis tantae incutiebant timorem. Contigit, ut tres ex ipsis advenerint Sublacum, agitando sine intermissione caput, insana facta agendo. Quumque ibi per dies aliquot morarentur, primus eorum in praefata est sanatus, Domino juvante, Ecclesia. Postea vero reliqui duo ibidem adducti, gratia Dei sano capite exierunt, laudantes et benedicentes Dominum. Quibus jam dictus Domnus Abbas Johannes plurima beneficia largitus est; et sic ad sua remisit cum gaudio . Ma voglia Dio che que’ Confusi non confondessero la prudenza dell’Abbate. Oggidì non si sarebbe tanto corrivo; ma allora troppo felice si riputava chi nelle sue chiese vedea farsi delle prodigiose cose, senza badare se tutto era miracolo. Badate a quel plurima beneficia largitus est. Di questi andava a caccia la gente furba.

Torniamo alle pene una volta usate. Da’ Franzesi e Suevi fu portato in Italia un rito di pena militare, imposta ai Nobili delinquenti, e descritta da Ottone Frisingense (lib. II cap. 28 de Gest. Frider. I), siccome ancora da Guntero. Anche Arnolfo storico Milanese (lib. I, cap. 19) scrive, essere stati il marchese Manfredi e Odelrico vescovo d’Asti obbligati a chiedere pace ad Arnolfo arcivescovo di Milano; e l’ottennero, colle seguenti condizioni: Quod venientes Mediolanum tertio ab urbe milliario, nudis incedendo pedibus, Episcopus codicem, Marchio canem bajulans, ante fores Ecclesiae, Beati Ambrosii reatus proprios devotissime confiterentur. Il significato di tali riti lascerò indovinarlo ai lettori. Di un’altro fa menzione lo storico Wippone nella Vita di Corrado il Salico. Aveano i Romani commossa una sedizione contra d’esso Augusto; ma pentiti e impauriti, postera die ante, Imperatorem venientes, nudatis pedibus, liberi cum nudis gladiis servi cum torquibus, vimineis circa collum, quasi ad suspensionem praeparti, ut Imperator jussit, satisfaciebant. Cioè portavano i liberi la spada nuda, con cui, se avesse voluto l’Imperadore, poteano essere poniti, perché il taglio della testa conveniva alle persone nobili. All’incontro i servi si mostravano degni d’essere impiccati per la gola; ché questo era il loro gastigo. E di qui poi nacque la formola tuttavia usata di chiedere perdono colla corda, o sia col capestro al collo, per mostrarsi degno di morte pel delitto commesso. Perciò i Cremonesi, che s’erano ribellati nell’anno 1311 ad Arrigo VII Augusto, laqueis ad collum positis, gli andarono incontro implorando misericordia, come s’ ha da Bonincontro Morigia, lib. II, cap. 8 della Cronica. E per testimonianza di Leone Ostiense (lib. II, cap. 2) Adenolfo Gastaldo di Capoa, assediato dal Principe d’essa Capoa, videns, se non posse Principis manus evadere, funem in collum suum misit, et per manus conjugis suae ad Principis pedes se trahi pracepit. Anche i Milanesi forzati nel 1158 a rendersi a Federigo I Augusto, abjecta veste, pedibus nudis, exertos super cervices gladios habentes, sese Imperatori stiterunt, come lasciò scritto Radevico, lib. I, cap. 42. E Ottone da San Biagio aggiugne che anche la plebe a lui si presentò torque collo innexo. Per implorar misericordia ed ajuto andarono ad esso Imperadore in altro tempo, gli stessi Milanesi, portando croci in mano, o nelle spalle. Ma che anche i Nobili talvolta chiedessero colla corda al collo pietà, non mancano esempli. Da un documento del 1158 apparisce che Adenulfus de Aqua putrida, post longa et diutinam obsidionem Capitaneorum et Romanorum peditum, quam Domnus Papa super Castrum praceperat fieri, ec., nudis pedibus, ligatus per collum, prostravit se, ad pedes Domni Papae, ec. Per maggiore obbrobrio contra de’ rei s’introdusse di menarli sopra un asino colla faccia rivolta all’indietro, e col tenerne la coda in mano. Tale spettacolo vide Roma l’anno 1121 in Burdino antipapa preso da papa Callisto II. E il popolo di Nepi nel 1131 fece intagliare in marmo un decreto contra di chi volesse rompere la società stabilita fra loro: Sustineat mortem ut Cylo, qui suos tradidit socios; non ejus sit memoria; set in asella retrorsum sedeat et caudam in manu teneat. Divenne ancora comune per l’Italia un immaginario gastigo dato ai traditori della patria, che n’erano fuggiti, cioè di far impiccare la loro statua, e di far dipignere in luogo pubblico la figura di essi impiccata: del che è da credere che que’ rei si ridessero. Veggansi le Storie di Firenze, la Cronica Romana di Antonio di Pietro e le Croniche di Bologna.

Per conto de’ funerali v’erano i suoi regolamenti e varie consuetudini. L’Aulico Ticinense nel cap. 13 de Laud. Papiae così ne parlava circa l’anno 1330: Consuetudo omnium funeralium talis est. Quia quicumque moriatur, pensata tamen conditione sui status, post cruces, quarum aliquando multas portant, sequuntur laici bini, illic per praeconem saepe vocati: deinde clerici et sacerdotes, quos tamen Religiosi praecedunt, si adsunt vocati. Postea sequitur funus in lecto cum culcitra, et linteaminibus, et coopertorio, sub quo positum est indutum vestibus sui status vel ordinis, ut ab omnibus videatur. Postremo sequuntur mulieres, ex quibus propinquiores defuncto a duobus viris hinc inde sustentatur. Et ita procedunt, ad Ecclesiam, cum luminaribus et sonitu campanarum. Laici vero entrantes Ecclesiam recedunt, remanentibus cum funere in Ecclesia, et usque ad sepulcrum procedentibus clericis, sacerdotibus et mulieribus. Nunc audivi ab hujusmodi processionibus feminas interdictas. In qualche luogo i cadaveri degli uccisi si solevano seppellire senza lavarli. Per altro, come si fa oggidì, anche negli antichi secoli si lavavano i cadaveri; e ne abbiamo gli esempj de’ Greci in Omero, e de’ Giudei e de’ Romani presso altri Autori. Particolarmente i corpi de’ gran signori, e Martiri e d’altri Santi, uso era di seppellirli con unguenti odoriferi ed aromi. Però i secoli rozzi, allorché si coprivano le lor sacre ossa per trasportarle, sentendo spirar da esse un soave odore, l’attribuivano a miracolo, senza pensare all’antico suddetto rito. Si costumò ancora, di condurre al sepolcro i cadaveri de’ ricchi defunti, vestiti di vesti preziose: uso che fu riprovato dai Santi Padri. Ma ne’ secoli più antichi, allorché cessò il bruciare i cadaveri (cosa spezialmente procurata da’ Cristiani), solevano quei de’ più ricchi essere seppelliti. Non solamente con preziose vesti, ma ancora con anelli, collane ed altri ornamenti d’oro e d’argento. Vedi la legge ultima, ff. de auro et argento dove è questa parte di testamento: Funerari me arbitrio viri mei volo; et inferri mihi quaecumque sepolturae meae caussa feram ex ornamentis, lineas duas ex margaritis, et viriolas ex smaragdis. Più non si badava alle Leggi delle dodici Tavole. Di qua poi venne che tanti e tanti nel secolo IV si diedero a rompere i sepolcri, per cercar que’ veri o sognati tesori contra de’ quali uscirono varie leggi degl’Imperadori, e si sfogò San Gregorio Nazianzeno con assai versi da me dati alla luce. Né i soli Gentili, ma i Cristiani stessi, tanto Romani che Barbari, usarono di chiudere ne’ lor sepolcri dei ricchi ornamenti. Nell’anno 1717 in un sepolcro di Perugia si trovò un piatto d’argento, una fibbia, orecchini, ed anelli d’oro. Indarno pretese Monsignor Fontanini, non esser ivi seppellita altra persona che un Goto, perché i Goti e gli altri popoli della Germania solevano cum thesauris et opibus suis cadavera humare. Ma torno a dire che così praticarono anche i Romani e Greci, come si ricava da Quintiliano, Fedro, Santo Zenone, Sinesio, Gregorio M. ed altri. Pare che cessasse cotal frenesia a’ tempi d’esso San Gregorio. Ma noi troviamo Gregorio Turonense che fioriva allora, e che nel lib. VIII, cap. 21 della Storia all’anno 590 scrive, come una parente della regina Brunichilde, mortua sine filiis, in Basilica urbis Metensis sepulta est cum grandibus ornamenti et multo auro, che da lì a pochi dì rallegrò gli assassini de’ sepolcri. Che durasse questa persecuzione anche a’ tempi de’ Re Longobardi, si deduce da qualche loro legge contra di chi commetteva questo delitto.

Andavano alla sepoltura le persone di bassa sfera, vestite coi lor soliti abiti, come anche oggidì si pratica da’ poveri in Italia, e forse ancora si praticava da altri di più alto stato ai tempi di Durando, il quale nel lib. VII, cap. 33, n. 4 del Rationale scrisse: Nec debent indui vestibus communibus, prout in Italia fit. Fors’egli parlò così, perché fra alcuni popoli della Francia si usò d’involgere in un lenzuolo i corpi morti, secondo il costume de’ Giudei e coll’esempio del Signor nostro. Anzi aggiugne lo stesso Durando: Et, ut quidam dicunt, debent habere caligas circa tibias et sotulares in pedibus, ut per hoc ipsos esse paratos ad judicium repraesentetur: quasiché senza scarpe in piedi non si andasse al giudizio di Dio. Osservò il Du-Cange nel Glossario, che sopra i sepolcri tanto de’ Santi che de’ Nobili si metteva un tappeto, o altra simil coperta: in pruova di che cita il tit. 17, cap. 4 della Legge Salica, dove si legge: Si quis aristatonem super hominem mortuum capulaverit, sexcentis denariis culpabilis judicetur, pretendendo ch’aristatone fosse una coperta di panno o di seta. Ho io addotto qualche ragione indicante che più tosto ivi si parli di un edificio o sia coperchio di legno. Del resto è da osservare che il costume nostro di serrar gli occhi ai defunti e di metterli vestiti co’ piedi volti verso la porta della casa, è sopramodo antico. Odasi Persio, Satira III:

. . . . . . . . . tandemque beatulus alto

Compositus lecto, crassisque lutatus amomis

In portam rigidos calces extendit....

 L’uso del letto l’abbiam veduto di sopra. È succeduta la bara, o sia il cataletto: la qual ultima voce, come dirò alla Dissertazione XXXIII, pare derivata da esso letto. Al funerale de’ gran signori, insigniti dell’ordine della milizia interveniva una mano di persone vestite a lutto, cavalli a mano con gualdrappe sino a terra, insegne, scudi coll’arme del defunto. Fra le Lettere del vecchio Vergerio da me pubblicate si vede il magnifico funerale di Francesco I da Carrara signore di Padova. Ma sopra tutto ammirabile fu quello di Gian Galeazzo Visconte primo duca di Milano, fatto nel 1402, di cui ho data alla luce la descrizione. Ma perciocché la vanità e la gara avea introdotto l’uso delle orazioni funebri, non solo per li principi, ma anche per le persone private, venne questo vietato in alcune città. Negli Statuti MSS. della Repubblica di Modena dell’anno 1327, lib. II, Rub. 46, intitolata de non concionando pro mortuis (occasion di spacciare una frotta di bugie), è decretato che nullus debeat respondere concionando ad mortuos, sive ad domum sive ad ecclesiam; quivi anche si aggiugne: Ut nullus debeat ire ad septimas, nec de sua parentela nec de aliena. Alle persone inclinate al lusso non bastava la gran pompa, il consumo di copiosa cera e l’invito di tanta gente nel giorno del funerale: si voleva anche rinovar tutta la scena nel giorno settimo e trentesimo, con grave dispendio degli uni ed incomodo degli altri. Quel ch’è da ridere, gli eredi del defunto nello stesso giorno del funerale, acciocché la tristezza non nocesse allo stomaco di tanti parenti ed amici che v’erano intervenuti, gl’invitavano ad un lauto banchetto, o co’ bicchieri alla mano facevano tornare in casa l’allegrezza. Vi fu messo del temperamento nello Statuto di Milano (parte II, cap. 471) con dire: Post mortem alicujus ad exequias vel septimum vel trigesimum, in civitate nec Ducatu Mediolani, non sit licitum, alicui stare ad comedendum cum familia defuncti vel defunctae, nisi fuerit agnatus vel cognatus usque ad quartum gradum inclusive. Prescrissero ancora alcuni Statuti il numero delle croci, o sia de’ religiosi e delle torcie, di cera ne’ funerali. Dal suddetto Statuto Milanese (cap. 447) si ordinò che i cadaveri fossero coperti tanto in casa che in chiesa: rito riprovato in altre città, le quali vollero che di tutti fosse scoperto il volto, per ovviare a qualche frode che potesse occorrere. È cosa notissima l’uso delle Prefiche ne’ funerali presso gli antichi Romani, cioè di donne pagate, che con esclamazioni, con finte lagrime, col mostrare di strapparsi i capelli e con lamentevole canto accompagnato dalle tibie, o al letto de’ morti, o al portarli al rogo, formavano un lugubre spettacolo. Son parole di Lucilio presso Nonio Marcello:

. . .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . Mercede quae

Conductae flent alieno in funere Praeficae,

Multo et capillos scindunt, et clamant magis.

Che anche i Giudei tenessero questa usanza, pare che si ricavi da Geremia, cap. 9, dove son chiamate Lamentatrices. A me pare credibile che gl’Italiani per più secoli conservassero questo ridevole spettacolo. Anche Omero ne fa conoscere la pratica al suo tempo. Per attestato di Falcone Beneventano nella Cronica, avendo terminato i suoi dì Guglielmo duca di Puglia, nipote di Roberto Guiscardo, continuo ejus uxor crine suos, quos pulcros et suaves nutrierat, coram omnibus, qui aderant, totondit et lacrymis manentibus, vocibusque ad astra levatis, super Ducis defuncti pectus projecit (di questo rito s’è fatta menzione alla Dissertazione XX) populus quoque crinibus genisque evulsis, Patrem eorum et Dominum mirabiliter invocabant. Ne’ secoli bassi si chiamavano Cantatrici queste donne. Ma parendo a’ nostri maggiori superstiziosa una tal pratica; e movendo, per quanto io credo, il riso le loro smorfie e falsi urli, e venendo lodati tanto i degni che gl’indegni; giudicarono meglio di proibirla. Ne’ suddetti Statuti di Modena de 1327 (lib. IV, Rubr. 172) si legge: Nulla persona audeat extra domum, in qua fuerit aliquis mortuus, plorare fortiter vel plane; nec palmas sive manus ad invicem percutere vel discariare, nec in ecclesia, nec per viam, eundo ad ecclesiam. La Statuto MS. di Ferrara del 1269 determina: Quod nemini de civitate Ferrariae, seu burgis, liceat levare corruptum (dura tuttavia fra noi fare il Corrotto, lo stesso che lo Scorruccio) seu plangere alta voce, propter aliquod corpus mortuum, postquam ipsum extractum fuit de domo, et portabitur, seu portatum fuerit ad ecclesiam. Et quod aliquae mulieres non possint nec debeant sequi aliquod corpus, nec ire ad ecclesiam, quando portabitur, seu portatum fuerit ad ecclesiam. – Qui levare corruptum sembra più tosto significare il far voci lamentevoli e schiamazzi di dolore, come si usava ne’ funerali. Anche in Milano nell’anno 292, per attestato di Galvano Fiamma nel Manip. Flor. cap. 331, fuit ordinatum quod mulieres funera non sequerentur. Ma perché chiamar Cantatrici sì fatte donne? Perché con alcuni versi rimati imparati a memoria cantavano le lodi del morto, e co’ medesimi appagavano l’ambizion d’ognuno, attribuendo a’ morti quelle virtù che mai non aveano praticato, e fors’anche aveano conculcato con vizj contrarj. Presso il Du-Cange si truova un bel pezzo tratto da’ MSS. di Boncompagno Fiorentino, pubblico lettore in Bologna nel 1213. Ducuntur (dic’egli) Romae quaedam feminae pretio numerario ad plangendum super corpora defunctorum, quae Computatrices vocantur, ex eo quod sub specie rhythmica nobilitates, divitias, formas, fortunas et omnes laudabiles mortuorum actus, computant seriatim. Sedet namque Computatrix, aut interdum recta, vel interdum proclivis stat super genua crinibus dissolutis, et incipit praeconia voce variabili juxta corpus defuncti narrare; et semper in fine clausulae oh vel ih promit voce plangentis. Et tunc omnes adstantes cum ipsa flebiles voces emittunt. Sed Computatrix producit lacrymas pretii, non doloris. Sembrano indicar tali parole, che quelle femmine si appellassero Contatrici, e non Cantatrici, dal contare i fatti del defunto. Vedemmo proibito il suddetto piagnistero, nelle strade e chiese solamente. I Reggiani nel loro Statuto (lib. VII, cap. 21) lo vietarono anche nelle case: ne per aliquam personam in domo defuncti vel in via, ec., fieret planctus, vel ululatus aliquis cum clamore et alta voce, vel fortiter percutere cum palmis elevatis, ec. In oltre decretarono che non fosse permesso agli eredi o parenti del defunto fieri facere per civitatem aliquod praeconizamentum de eundo ad ipsum mortuum, seu ad sepolturam ipsius mortui. Non so che in Lombardia resti più vestigio dell’usanza suddetta. Solamente mi vien detto che nella Carniola tuttavia s’usi il pianto e il lamento delle fanciulle al funerale de’ suoi, che poi lo ripetono nel giorno ottavo, e in quest’arte sono ben ammaestrate per farlo con garbo. Fra’ Turchi dura l’antico costume di pagar donne che accompagnano i cadaveri con urli orrendi e lagrime, frammischiando le lodi del morto con tale strepito, che infastidiscono chiunque le ascolta. Me ne assicura Cornelio Bruyn ne’ suoi Viaggi.

Chiunque è pratico della erudizione ecclesiastica, sa quanto ne’ primi secoli della Chiesa fosse abborrita la bigamia, cioè il passare alle seconde nozze, quasiché questo fosse indizio d’intemperanza; e tuttoché non fosse veramente peccato, pure veniva biasimata, e da essa è poi provenuta e tuttavia si mantiene l’irregolarità, o sia un impedimento agli Ordini sacri. Forse di questo rimane qualche vestigio in alcun luoghi d’Italia, come in Modena, dove se un vedovo della plebe sposa una vedova, non gli manca un solenne complimento delle persone della sua contrada, che loro fan plauso strepitoso con fischi, motti pungenti, e vasi rotti gittati dalle finestre. Anzi da gran tempo è in uso un aggravio in danari imposto alle doti d’essi vedovi, da pagarsi ai palafrenieri del principe: tanto è vero che alcune usanze inveterate ne’ popoli si mantengono vive al dispetto degli anni; Che anche in Francia sussistesse questo costume, lo mostrano alcuni Atti, pubblicati nel tom. IV Anecdot. de’ PP. Martene e Durand. Charivaris si appellava da’ Franzesi lo strepito popolare contra di tali nozze; e dura tuttavia questo vocabolo. Aggiungo altre cosette, come la memoria mi detta. Familiarissimi furono i Bagni al tempo de’ Greci e Romani e fra popoli orientali si adopera con frequenza il bagnarsi; anzi fra’ Turchi è obbligo di coscienza. Anche ne’ secoli barbarici sappiamo che l’Italia, ed altri popoli di Europa ritennero questo costume, che oggidì fra noi è andato in disuso; e forse con discapito della sanità, potendosi provare che dalle bagnature si possono ritrarre molti benefizj. Secondo le Leggi Longobardiche, morendo il padre, egualmente succedevano nell’eredità i figli; perciocché allora non v’erano primogeniture, maggioraschi e fideicommissi, che sì gran pascolo danno oggidì al Foro, essendo questi mercatanzia de’ secoli posteriori. Dicesi che i Franzesi o Salici si regolassero diversamente: non so se con sicuro fondamento. Però succedeva che ne’ feudi, castella e stabili indivisibili, uno possedeva la metà, o pure la terza o quarta parte; e i figli suoi per altra divisione godessero la decima, ed anche la vigesima parte. E questa appunto fu la principal cagione per cui i gran poderi e boschi si andarono dividendo, e di mano in mano sempre più trinciandosi, arrivarono a minute particelle; e ciò con grave danno del Pubblico, malamente potendosi lavorare queste minutaglie di campi posseduti da varj padroni. Per rimediarvi ecco il ripiego preso dal popolo di Modena, come consta da un suo decreto dell’anno 1225. Furono eletti Estimatori, incumbenza de’ quali era di obbligar tutti i possidenti a vendere i lor campi minori al vicino possesso di campi maggiori, o di permutarli, di maniera che si venissero a formar dei giusti e forti poderi, e con facoltà ancora di raddirizzare i campi e i fossi, come tornava il meglio. Non sarebbe se non bene il rinovar questo recipe anche per li tempi occorrenti, giacché il ben pubblico ha da prevalere al privato. Sarebbe ancora da parlare de’ Titoli usati ne’ vecchi secoli, molto ben diversi da’ nostri; ma perché troppo in lungo menerebbe questo argomento, ne lascerò ad altri la cura.

FINE DEL TOMO PRIMO

Nota.

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[1] Vedi il vol. XVI  Rer. Scriptorum  Italicarum col. 579 e seg.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011