Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXII

Delle Leggi dell’Italia ne’ secoli barbarici, e dell’origine degli Statuti.

All’erudizione de’ secoli ne’ quali giacque l’Italia sotto il dominio de’ Barbari, appartiene anche la conoscenza delle leggi allora usate; e tuttoché nella Prefazione alle Leggi Longobardiche nella parte II del tomo I Rer. Italic. io abbia trattato questo argomento; pure a me conviene l’istruirne qui i Lettori. Allorché i Goti sotto il re Teodorico s’impadronirono d’Italia, trovarono qui in voga e dominanti le Leggi Romane, particolarmente comprese nel Codice Teodosiano, oltre a non poche opere degli antichi Giurisconsulti. Teodorico, principe di gran senno, nulla volle cangiare di queste Leggi, anzi alle medesime si sottomisero i Goti stessi. Riuscì poscia a Giustiniano I Augusto di ricuperar queste contrade, e a lui dobbiamo l’insigne Corpo delle Leggi Romane, che anche oggidì regola i nostri tribunali. Durò poco il trionfo di queste Leggi, perché da lì a non molto sopravennero in Italia i Longobardi, i quali o sia per l’odio che portavano ai Greci perpetui loro nemici, o per l’amore che professavano ai riti e alle consuetudini della lor nazione, giudicarono meglio di mettere in iscritto le leggi ed usanze proprie, che di regolarsi colle Greco-Romane. Vero è che permisero agli antichi abitatori d’Italia di seguitar, se voleano, le leggi di Giustiniano; né questo fu loro mai vietato. Rotari re di essi Longobardi prima formò una Raccolta di Leggi, con darle il titolo di Editto, e a questa di mano in mano secondo le occorrenze i Re successori ne andarono aggiugnendo dell’altre; ed avendo tratto altrettanto i Re ed imperadori Franchi e Tedeschi, venne in fine a formarsi il Corpo intero delle Leggi Longobardiche, colle quali per più secoli s’è governata la maggior parte d’Italia. Ma da che Carlo Magno unì questo Regno alla vasta potenza sua, che allora si stendeva per tutta la Francia e per tutta quasi la Germania, famiglie intere di quegli altri paesi o per interesse o per bisogno o per impiego vennero a fissare il piede in Italia. Avvezzi questi Oltramontani alle leggi del loro paese, ottennero poi licenza di potere con esse regolarsi e vivere anche in mezzo agl’Italiani. V’erano Salici, Ripuarii, Bavaresi ed Alamanni; vennero perciò in Italia le leggi di tutte queste nazioni, e bisognò che i giudici ed avvocati fossero bene informati di cadauna di esse, perché secondo il tenore della legge che ognuno professava, dovea essere giudicato. Né vi credeste già che i dottori di allora avessero a faticar molto e a logorar la loro sanità per imparar le tante leggi di Giustiniano. Rarissimi, a mio credere, in que’ secoli erano i volumi delle Pandette, o sia dei Digesti, e il Codice di esso Giustiniano coll’Istituta e colle Novelle. Gran somma di danaro sarebbe costato questo arsenale di Leggi Romane, perché non si trovavano in que’ tempi libri se non iscritti a penna e nelle pergamene. Verisimilmente poche erano le città che possedessero un volume solo, non che tutti i volumi del Gius Giustinianeo. Ma come giudicar le cause dei Romani senza aver tutta quella gran Raccolta? Usarono in que’ secoli i giudici e i legisti un breve brevissimo compendio delle sterminate Leggi Romane, con avere scelto solamente quel poco che bastava a risolvere le più usuali controversie di giustizia: giacché allora non aveano luogo ne’ tribunali tante sottigliezze e cautele d’oggidì, né si usavano gli eterni fideicommissi, primogeniture e maggioraschi; e però a pochi punti si vede ridotta allora nei manuscritti la Giurisprudenza Romana. Il resto dipendeva dal senno e dall’equità dei giudici, e un gran bene si godeva allora, cioè quello di sbrigar presto le liti, senza vederle incamminate all’eternità.

Ora noi abbiamo Letterati che han dato al pubblico belle edizioni delle suddette diverse Leggi, praticate in que’ tempi in Italia. Mi son io studiato di darne una ben esatta e più copiosa delle Leggi Longobardiche nella suddetta parte II del tomo I Rer. Ital. mercè di due antichi codici MSti, l’uno della Biblioteca Estense, e l’altro dell’archivio de’ Canonici di Modena. Quest’ultimo abbracciava le suddette Leggi in compendio; e il tempo in cui fu fatta questa Raccolta ed unione, si può raccogliere dai versi che servono di Prefazione, da me rapportati altrove. I primi son questi:

Hunc Heros Librum Legum conscribere fecit

Eurardus prudens, prudentibus omnia vexit.

Quisquis amat cunctas Legum cognoscere causas, ec.

 Aveva io conietturato che quell’Eroe chiamato Eurardo fosse Everardo, o sia Eberardo, duca o marchese del Friuli, padre di Berengario I, cioè di chi fu suo successore in quel Ducato, poscia Re, e finalmente Imperador de’ Romani. Ho poi trovato con che assodar sì fatta coniettura. Rapporta Auberto Mireo nel Cod. Donat. piar., cap. 15, il testamento fatto da esso Everardo conte e duca, non già, com’egli si figurò, nell’anno 837, ma bensì nell’anno 867, in cui quel Principe così parla: Volumus, ut Unroch (era questi il suo primogenito) habeat Librum de Lege Francorum et Ripuariorum, et Langobardorum, et Alamannorum, et Bavariorum. Ecco qual conto egli facesse di quella Raccolta di Leggi, e con che buon fondamento a lui si debba attribuire. S’intende ancora che i libri MSti erano gioie in que’ tempi. E che essa Raccolta fosse fatta a’ suoi giorni, apparisce da’ seguenti versi del codice Modenese suddetto.

Quam pulchras poteris, si velis, forte videre

Effigies, Lector, Francorum schema per aevum.

En Carolus cum Pippino quam fulget in vultu,

En Hludowicus Caesar, quamque Hlotarius Heros.

Ipsorum quantum et Leges per cuncta tonantes.

Nell’originale, lasciato ad Unroco, vi doveano essere i ritratti di que’ quattro Re d’Italia ben formati e miniati, che non sono, o sconciature sono nell’antichissima copia conservata in Modena. Da ciò s’intende compilata quella Raccolta a’ tempi di Lottario I imperadore, quando appunto fiorì il suddetto Everardo. Dissi che questi fu Duca o Marchese del Friuli. Per provar ciò, il Valesio nelle Annotazioni al Panegirico di Berengario, e il P. Beretti nella Dissert. Chorograph. han recato delle conietture. Aggiugnerò io che Everardo vien chiamato Marchese nel lib. IV Hist. Remens. E il P. Dachery nel tomo II dello Spicilegio dell’ultima edizione rapporta questi versi in onore di lui:

Regibus immensis Eurardus Cisoniensis

Creditur aequalis, ut ait Liber Historialis,

Qui de nobilium descendens stirpe Virorum,

Dicitur Italiae quondam tenuisse Ducatum.

Abbiamo dunque Everardo, chiamato Cisoniense, perché fondatore di quel Monistero, Marchese e Duca in Italia. E Frodoardo nel lib. III, cap. 26, registrando le lettere scritte da Hincmaro arcivescovo di Rems, una ne dà inviata Viro Illustrissimo Eberardo ex Principibus Lotharii; parole che si debbono intendere del padre di Berengario, principe in Italia, perché qui soggiornava allora Lottario Augusto. Può comprendersi ancora che Everardo abitasse in Italia, e che il suo Ducato fosse quello del Friuli, dal vedere fatto il suo testamento nell’anno 867 in Comitatu Tarvisiano in Corte nostra Musiestro. Aggiungasi che prima dell’anno 848 Gotescalco, famoso monaco per le sue controversie intorno alla Predestinazione, tornando da Roma in Francia, cominciò a seminar la sua dottrina per le città della Venezia: del che avvertito Rabano Mauro arcivescovo di Magonza da Notingo vescovo, non già Veronese, ma Bresciano, mandò una sua operetta ad esso vescovo, rapportata dall’Ughelli ne’ Vescovi di Chiusi, con lettera indirizzata ad Heberardum Ducem. Che s’egli altrove, come anche nel suo testamento si truova appellato Comes, questo era un uso di que’ tempi, ne’ quali chi era Duca o Marchese governava anche qualche città col titolo di Conte. Venga ora avanti Alberico monaco dei tre Fonti, il quale nella sua Cronica all’anno 854 scrive così: Hoc anno Comes Everhardus cognomento Radulfus, Dux Forojulii a Lothario constitutus, corpus Callisti Papae ah Episcopo Brixiae Notingo impetravit, et in praedio suo apud Tizonium (scrivi Cisonium) Tornacensis Dioecesis attulit. Dovrebbero bastar tali notizie per assicurarci che il governo del Friuli fu una volta appoggiato a questo Everardo duca; ma per compimento s’oda ciò che lasciò scritto Andrea prete Italiano di que’ tempi in una Cronichetta, data alla luce da Giovanni Burcardo Menchenio. Ecco le sue parole: Multam fatigationem Langobardi et oppressionem a Sclavorum gente sustinuerunt, usque dum Imperator (cioè Lottario I) Forojulianorum Eberhardum Principem constituit. Quo defuncto, Unroch filius ejus in Principatum successit. Sicché sino all’anno 867 Everardo tenne il Ducato del Friuli; ebbe per successore Unroco figlio maggiore, e mancato questo di vita, fu conferito il governo medesimo a Berengario, poscia Re ed Imperadore, di cui non increscerà ai Lettori di aver imparato a meglio conoscere il padre, principe di grande affare nel secolo IX, e a cui dobbiamo la Raccolta delle Leggi suddette.

Il rito di formare e pubblicar le leggi ne’ vecchi tempi non fu già lo stesso che oggidì si osserva dalla maggior parte dei Regnanti. Imperciocché allora non dipendevano dal solo arbitrio e provvidenza del principe e del suo concistoro le leggi che dovevano obbligar tutto il Regno; ma vi si richiedeva il consiglio e consentimento degli Ordini e de’ Primati del Regno. Perciò forse ogni anno solevano i Re d’Italia raunare la Dieta generale del Regno per lo più in Pavia, e nel primo giorno di marzo. Colà solevano concorrere i Grandi del Regno, cioè i Duchi e i Giudici, riconosciuti poi col titolo di Conti dagli Augusti Franchi, e i principali ufiziali della milizia. Principalmente poi sotto essi Franchi e sotto gl’Imperadori Tedeschi v’intervenivano i vescovi, siccome principi che godevano molte regalie del Regno. In quelle Diete si dibattevano tutte le leggi che venivano proposte da pubblicarsi, e si cercava l’approvazion d’ognuno (Vedi le Prefazioni alle Leggi Longobardiche). Nel fine dell’editto pubblicato dal re Rotari si legge: Leges patrum nostrorum, quae scriptae non erant, literis tradidimus, partemque earum consilio, parique consensu Primatum, Judicum, cunctique felicissimi exercitus nostri, augentes constituimus. Anche il re Grimoaldo, nel Proemio alle sue Leggi, confessa di averle stabilite per suggestionem Judicum, omniumque consensum. Né diversamente operò il re Liutprando, il quale nel lib. I delle sue Leggi confessa di averle approvate una cum omnibus Judicibus de Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis fidelibus meis Langobardis, et cuncto populo assistente. Lo stesso rito si vede praticato da Ratchis ed Astolfo suoi successori. Quelle leggi eziandio che Carlo M. prescrisse da osservarsi nel Regno d’Italia, siccome egli attesta nella Prefazione, vennero stabilite, congregatis in unum Episcopis, Abbatibus, Viris illustribus. Ad imitazione di lui anche Pippino re d’Italia suo figlio formò varie leggi, quum adessent nobiscum singuli Episcopi, Abbates et Comites, seu reliqui fideles nostri Franci et Langobardi. Benché sieno perite le Prefazioni delle Leggi di Lodovico Pio, Lottario I, Lodovico II e Guido imperadori; tuttavia è da credere che procedessero colla stessa regola di governo, osservata anche da Ottone II Augusto, il quale nella Dieta di Verona dell’anno 983 fece alcuni pochi decreti, omnibus Italiae Proceribus convenientibus et consentientibus. Così Arrigo II Augusto, trovandosi Turegi in universali conventu Langobardorum, dice d’avere formata una legge, Episcoporum, Marchionum, Comitum, aliorumque multorum nostrorum Fidelium consensu et auctoritate probatam. Altrettanto praticò Lottario II imperadore, e poscia Federigo I Augusto nelle Diete tenute in Roncaglia, con essere intervenuto il consiglio ed assenso de’ Magnati alle loro leggi. Né differente era in que’ tempi il rito di pubblicar nuove leggi nei Regni di Francia, Alemagna, e presso altri popoli, come si raccoglie dalle antiche memorie, e lo Schiltero ed altri scrittori del Gius pubblico Germanico hanno dimostrato. Qual potere e quai limiti abbiano gl’Imperadori d’oggidì in far nuove leggi, non l’ha da chiedere a me il Lettore, ma dee dimandarlo a tanti Eruditi Tedeschi, i quali ampiamente han trattato de’ pubblici loro affari.

Ora due sorte di leggi furono in Italia, allorché qui signoreggiarono gl’Imperadori Franchi, cioè le particolari di ogni nazione, che riguardavano le successioni, i contratti, le pene de’ delitti, e simili altri punti che, come aveano creduto il meglio, i legislatori aveano stabilito. L’altre erano leggi generali, alle quali indifferentemente si trovavano sottoposti tutti gli abitatori del Regno d’Italia. Veggasi la legge IX di Pippino re d’Italia, dove sono le seguenti parole: De ceteris vero caussis communi lege vivamus, quam Domnus Karolus excellentissimus Rex Francorum atque Langobardorum in edicto adjunxit. Ecco come i Capitolari aggiunti da Carlo M. all’Editto, cioè alla legge Longobardica, s’aveano da osservare da tutte le nazioni allora dimoranti in Italia. Delle leggi particolari parla nella medesima legge lo stesso Pippino con dire: Si latrocinia, vel furta, aut praeda inventa fuerint, emendentur juxta ut ejus lex est, cui malum ipsum perpetratum fuerit. Sicché le pene dei delitti si pagavano non secondo la tassa della legge professata dal delinquente, ma secondo quella di chi avea ricevuto il danno o l’offesa. Quanto alle successioni, si noti la legge XLVI del medesimo re Pippino. Sicut consuetudo nostra est, dic’egli, Romanus vel Langobardus si evenerit quod caussam inter se habeant, observamus, ut Romanus successionem eorum juxta suam legem habeat. Similiter et omnes scriptiones juxta legem suam faciant. Et alii homines ad alios similiter. Et quando componunt (cioè vogliono pagar la pena in danaro) juxta legem ipsius, cui malum fecerint, componant. Et Langobardus illi similiter convenit componere. Perché Pippino solamente qui parli de’ Longobardi e Romani, cioè dei discendenti dagli antichi abitatori d’Italia, a’ quali era permesso di seguitar la legge Romana; forse ciò avvenne perché questi erano i due principali popoli del Regno Italico. Poiché per altro anche altre nazioni sotto quel Re vennero ad abitare in Italia; e lo confessa egli nella legge XXVIII dove così parla: De diversis generationibus hominum, quae in Italia commanent, volumus, ut ubicunque culpa contigerit, unde fayda (nemicitia) crescere poterit, pro satisfactione hominis illius quem culpaverint, secundum legem ipsius, cui negligentiam commiserint, emendent. Adunque, acciocché apparisse, a quale delle varie leggi ciascuna persona allora aderisse, per regolare secondo questa i contratti, i giudizj, le eredità ed altri pubblici atti, né fosse in poter della gente l’ingannare il prossimo colla mutazion della legge, era tenuto ciascuno a pubblicamente professare in ogni occasione la legge sua propria. Non ho potuto finora scorgere, se al tempo de’ Longobardi regnanti alcuno professasse la sua legge propria: giacché oltre alla nazione stessa Longobardica, v’era l’altra copiosissima dei chiamati Romani. Sembra convenevole o necessario che così si praticasse anche allora. Ma s’è ridotto a poco il capitale delle carte allora scritte. Nelle vedute da me non ho osservato questo rito; ma probabilmente si potrebbe trovare. Solamente osservo riferita dal P. Mabillone nell’Appendice al tomo II degli Annali Benedettini una copia d’antico strumento, in cui Manigundis veste Monialium induta, quae visa sum vivens lege Langobardorum, fonda il Monistero di Cairate in Comitatu Sepriensi. Ma ho io qualche sospetto dell’autenticità di quel documento, appunto per questa espressione della legge, e poi per le note cronologiche, cioè: Regnante Domno nostra Liutprando et Heldeprando nostris excellentissimis Regibus, anno eorum vigesimo tertio, mense julii, indictione quinta. V’ha degli errori: non andavano d’accordo insieme gli anni del Regno di Liutprando ed Hildeprando; né l’indizione V conviene all’anno XXIII del re Liutprando. Aggiungasi che Manegonde dona a quel Monistero quaecunque infra ipsum Regnum Italicum habere visa sum. S’io mal non m’appongo, si truova bensì ne’ secoli susseguenti menzione del Regno Italico, ma non già regnando i Longobardi.

Egli è ben fuor di dubbio che sotto gl’Imperadori Franchi la pubblica professione della legge propria fu non solamente in uso, ma di obbligazione. Lottario I Augusto nell’anno 824, trovandosi in Roma, pubblicò la seguente legge: Volumus, ut cunctus Populus Romanu interrogetur, quali lege vult vivere, ut tali, quali professi fuerint vivere velle, vivant. Quod si offensionem contra eamdem legem fecerint, eidem legi quam profitebuntur, subjacebunt. Con qual diligenza fosse osservata questa legge a’ tempi dello stesso Lottario I imperadore, nol so ben dire, se non che ho osservato in molti strumenti di quella età, che nulla si dice della legge de’ contraenti. Penso io che si soddisfacesse a questa obbligazione con esprimere almeno la nazione, perché indicata questa, s’intendeva tosto anche la legge da essi professata. Per esempio, in uno strumento Lucchese dell’anno 855 si legge: Manifestu sum ego Baldericho homo Francischo, filio bo. me. Alderichi, quia convenit mihi una tecum Hieremias, gratia Dei hujus Sancte Lucane Ecclesie humilis Episcopus, ec. Fanno una premuta di beni, e a visitare i poderi furono inviati alcuni de parte Adalberti Comis, cioè Comitis. Era questi Adalberto I marchese o duca di Toscana, conte di Lucca. Ho io pubblicato uno strumento esistente nell’archivio della Comunità di Cremona, spettante all’anno 864, da cui consta che Gualberto vescovo di Modena, messo di Lodovico II imperadore, mette in possesso della Corte di Wardestalla, oggidì Guastalla città, l’imperatrice Angelberga. Professano ivi alcuni de’ testimonj qual fosse la loro nazione, cioè Amicho ex genere Francorum, Tueperto ex genere Francorum, Fulcherius ex genere Alamanorum, ec., Presbiteri ex genere Francorum, ec., Inglerius ex genere Alamanorum. Tal documento fu a me ben caro, perché mi diede a conoscere Gualberto vescovo di Modena, non avvertito dal per altro diligentissimo Sillingardi nel Catalogo de’ Vescovi di Modena, e molto meno dall’Ughelli copiatore del Sillingardi. Ad Ernido vescovo di questa città dovette succedere il suddetto Gualberto circa l’anno 864. All’attenzione nondimeno d’esso Sillingardi scappò una pergamena, tuttavia esistente nell’archivio insigne de’ Canonici di Modena, e scritta anno XXVI Ludovici Magni Imperatoris, cioè nell’anno 869, in cui Gualpertus Episcopus Mutinensis concede a livello ad un certo Giovanni terre poste in Collegara. Successore di Gualberto fu Leodoino, chiamato dall’Ughelli Leodoindo, di cui abbiamo uno strumento dell’anno 876, dove son le seguenti parole: Placuit atque convenit inter Domnus Leudoinus gratia Dei Mutinensis Episcopus, nec non sed etiam et inter Adelburga Dei ancilla, qui fuit conjux Auterami Comite ex genere Francorum. Probabilmente fu questo Auteramo conte di Modena. Altri documenti ho io veduto, nei quali i testimonj esprimono la propria nazione, intitolandosi ex genere Allamannorum, ovvero ex genere Francorum. Forse in Roma più accuratamente che altrove fu eseguita la legge di sopra accennata di Lottario I Augusto, fatta apposta pel popolo Romano. Nella Cronica di Casauria in uno strumento dell’anno 868 si sottoscrivono così i testimonj: Ego Gregorius filius Leonis de civitate Roma, legem vivens Romanam, ec. Signum manus Johannis Ducis de civitate Roma, legem vivens Romanam, ec. Teubaldus legem vivens Romanam subscripsi. Signum manus Landerici ex genere Romanorum. Questo è il più antico strumento in cui abbia trovato io espressa menzione della legge professata. In un’altra carta della medesima Cronica all’anno 871 s’incontra Sisenandus ex genere Francorum. Nulla dice costui della legge; ma dopo avere identificata la sua nazione, s’intendeva tosto qual fosse la sua legge; e così ho osservato che si praticò in molti documenti del secolo susseguente. Nell’archivio del Monistero Nonantolano si vede una donazione che fa a Liutefredo Abbate Warti Vassus Domni Imperatoris, legibus vivens Allamannorum.

Coloro ch’erano di nazione Salica, o sia Franzese, ovvero Alamannica, si riconoscono per tali dai riti che usava la loro nazione nelle donazioni e vendite. Imperciocché in segno del consegnato dominio e possessione, levando di terra festucum nodatum, wasonem terrae, o ramum arboris, o pergamenam, o calamum cum atramentario, o cultellum, ec., lo porgevano al compratore o donatario. In uno strumento Ferrarese di non so qual anno si legge: Petrus Vasso et Misso Domni Bulgaru Comes de Comiato Cumiaclensis apprehendit guazone de terra, et misit in manibus Romaldelli, dicens: Ecce trado ad per investituram a te per te, ad permanendum in te, et in vestris heredibus et proeredibus in perpetuum. Come consta da uno strumento dell’anno 911, Anselmo conte di Verona donò all’insigne Monistero di Nonantola alcuni beni posti in loco et fundo qui vocatur Castro de Nogaria. Egli s’intitola Anselmus gratia Dei Comes Comitatu Veronense, et filius bo. me. Waldoriensis Francorum genere. A tenore adunque dei riti della sua nazione dice poi: Et quia ego ipse suprascriptus Anselmus Comes huic membrana insimul cum calamo, seo et atramentario, et pinna, et wasone terre, ramo pomis, fistucum notatum, atque cultellum, et wantos, totum insimul justa legem meam Francorum de terra levavi, et Martino Notario tradidi, ec. Ho anche pubblicato il diploma di Berengario I re d’Italia, che nel medesimo anno confermò la donazione suddetta ai Monaci Nonantolani. Quello ch’è più degno di osservazione, non solamente nei contratti, ma anche ne’ testamenti solevano i Franchi praticare il poco fa mentovato rito, ciò apparendo dall’ultima volontà dello stesso Anselmo conte, espressa con pubblico rogito nel precedente anno 910. La profession poscia della legge, e particolarmente della nazione, serve non poco a trovar l’origine e la discendenza delle antiche nobili famiglie. A me non poco ha giovato tale osservazione in tessere con sicuri documenti la Genealogia della Serenissima Casa d’Este nelle mie Antichità Estensi, e della Real Casa di Brunsvich procedente dalla medesima. Così Gerardo Maurizio (de Reb. gest. Eccelini) scrive della famiglia di Honara, o sia da Romano, da cui uscirono quattro Eccelini, famosi nella Marca di Verona, Trivigi e Padova: Quidam Dominus Eccelinus fuit pater cujusdam Domini Alberici. Qui Albericus fuit pater Domini Eccelini (sopranominato il Balbo, o sia lo Scilinguato), et hic Eccelinus pater fuit alterius Domini Eccelini (sopranominato il Monaco) patris praesentium Dominorum Eccelini (crudelissimo tiranno di Padova e Verona) et Alberici (tiranno di Trivigi) fratrum de Romano. Il primo Alberico in uno strumento esistente nel Monistero di San Benedetto di Mantova, e scritto nell’anno 1125, professa d’essere di nazione e legge Salica. Adunque veniva quella famiglia o dalla Germania inferiore, o dalla Francia. Costume ordinario ancora fu, che ne’ contratti si chiamavano, se era possibile, testimonj della stessa nazione di cui erano i contraenti. Nell’insigne Monistero delle Monache di San Zucheria di Venezia si conserva una donazione fatta nell’anno 906 da Adelardo vescovo di Verona dilectissimo atque amantissimo michi semper Ingelfredus ex gente Almannorum, qui habitaturus in fine Forijulianense, ec. Fra’ testimonj si contano i seguenti: Sinibaldus ex Almannorum genere filius bo. me. Tobaldo de Saltus. Ingoni filio ex Almannorum... Milo ex genere Francorum. Altekeno filius Dominico ex Comitatu Ceneza, cioè di Ceneda. Questo Milone di nazione Franzese potrebbe essere stato quello stesso valentuomo che per relazione di Liutprando storico (lib. II, cap. 20) vendicò la morte di Berengario I Augusto. Forse ancora da lui discese Milo Marchio (probabilmente della Marca Veronese) filius bonae recordationis Manfredi, qui lege Salica vivere visus sum, come si legge nel suo testamento dell’anno 955, dato alla luce dall’Ughelli nella serie dei Vescovi di Verona. Et è da sapere che il sopramentovato Ingelfredo dovea cotanto godere della grazia del suddetto Berengario re, poscia imperadore, che da lui fu creato Conte della sua diletta città Verona. Nell’archivio delle Monache di San Zacheria di Venezia si legge il suo testamento, fatto nell’anno 914, dov’egli così s’intitola: Ego quidem in Dei omnipotentis nomine Ingelfredus gratia Dei Comes Comitatu Veronense, et filius bo. me. Grimaldo ex Alemannorum genere, ec. Ritornando poi alla donazione di Adelardo vescovo dell’anno 906, coll’appoggio suo si dee raddrizzare la cronologia de’ vescovi di Verona presso l’Ughelli. Se crediamo a lui, Adelardo circa l’anno 891 cessò di vivere, ed ebbe per successore Adelberto, a cui tenne dietro Notherio II. Ma dallo strumento suddetto noi abbiamo che il vescovo Adelardo era tuttavia vivente nell’anno 906; e però, finché non si adducano buone pruove, quell’Adalberto s’ha da cassare dal catalogo dei Vescovi di Verona, e credere che ad Adelardo succedesse Notherio. Questi s’ha più tosto da appellare Notecherio, o Notcherio; e verisimilmente fu non già il secondo, ma l’unico fra quei vescovi; perciocché il primo si mette dall’Ughelli all’anno 856, ma senza addurne pruova alcuna. Di questo Notecherio nel suddetto archivio di San Zacheria vidi uno strumento dell’anno 928 colle seguenti parole: Ego in Dei omnipotentis nomine Notekerius Episcopus Sancte Veronensis Ecclesie, e filius bone pie recordationis Adelmari ex Longobardorum genere, do, trado atque offero pro remedio anime mee, vel bo. me. Ingelfredo Comes in supradicto Monasterio, ec.

Dissi che nei contratti si praticava di prendere testimonj della medesima nazione. Uberto marchese di Toscana, come apparisce da un suo strumento dell’anno 925, fece ad un Teudimondo la vendita di molte case e campi con dire: Secundo legem meam atramentario, pinna et pergamena de terra levavi, et Arnifridi Notario ad scribendum tradidi, per wasone terre, et fistucum nodatum, seo ramum arboribus, adque per cultellum et wantonem, seu andilanc; et sic per hanc cartula justa legem meam Saliga vindo, ec. I testimonj son questi: Signum manus Atenulfi, et Bernardi, atque Gu.... lege viventem Saliga testis, et pretio dante viderunt. Signum manuum Saligi, Ingelberti, seo Inghelelmi legem viventes Saliga testis, ec. Convien dire due parole anche della legge Ripuaria, professata una volta dai popoli abitanti al basso Reno. Troppo rara menzione di essa si truova nelle carte d’Italia. Tuttavia nella Dissertazione VI fu da noi mentovato Bonifacius Marchio filius Alberti Comitis, qui professus est legem vivere Ribuariorum, di cui s’ha memoria in uno strumento dell’anno 1009. Fu di parere il cardinal Baronio che questo Bonifazio dopo la morte di Ugo il Grande divenisse marchese di Toscana, anzi il credette di lui fratello: il che non può sussistere, perché Ugo duca e marchese fu di nazione Salica, e questo Bonifazio di nazione Ripuaria. Ma cerchiamo chi fosse il padre di esso Bonifazio, cioè Alberto conte. Ho io pubblicata una donazione fatta nell’anno 981 da Adelberto conte (lo stesso è che Alberto) e da Bertilla contessa sua moglie al Monistero de’ Santi Bartolomeo e Savino sul Bolognese. Fanno essi quella donazione pro Domna Gualdrada, que fuit gloriosa Comitissa, et pro Domno Theobaldo, qui fuit Dux et Marchio, genitore et genitrice meis; sicque pro animabus et Bonifacii, et Walfredi, et Adelberti filiorum nostrorum, ec., con protestar poscia di far questo secundum nostram legem Ribuariam. Da un tal documento si viene ad illustrare ciò che scrive Liutprando storico nel lib. IV e V, dove ci dà a conoscere Theobaldum Camerinorum et Spoletinorum Marchionem et Ducem, attestandolo anche affinitate conjunctum Hugoni Italiae Regi, e chiamandolo in altro luogo nepotem del medesimo. Scorgiamo ora ch’esso Teobaldo fu padre di Adelberto conte, e che sua moglie Gualdrada contessa, forse nata da Bonifazio, chiamato Marchio et Comes potentissimus da Liutprando (lib. III, cap. 18), il quale prima del suddetto Teobaldo fu duca di Spoleti e marchese di Camerino, ed ebbe per moglie Gualdradam sororem Rodulfi Burgundionum Regis. Che Bonifazio figlio del suddetto Adelberto conte sia lo stesso che poi nell’anno 1009 si truova intitolato Marchese vivente secondo la legge Ripuaria, non se ne può dubitare. Ma perciocché fu permesso agl’Italiani di seguitar la legge che più loro gradiva, non si credette bastante col tempo d’enunziare la propria nazione, per determinar la legge che si seguitava, e parve necessario l’aggiugnere alla nazione anche la legge, o pure il dichiarar la sola legge. In uno strumento dell’anno 867, esistente nell’archivio insigne del Monistero Ambrosiano de’ Monaci Cisterciensi, si legge: Qualiter presentia bonorum hominum Francos et Langobardos, ec., tradedit Gisulfus Ministerialis Domni Imperatoris, qui profitebatur Salica vivere lege, per cultellum, ec., in manus Petri quondam Paulici, seu Ercembaldi, vasallo suo, ec., rebus mobilibus et immobilibus tam in Valtellina Judiciaria Mediolanensis, et in Casale Judiciaria Planluense, vel ubi, ec. Osservisi ancor qui che la Valtellina, siccome dicemmo nella Dissertazione precedente, era allora Judiciaria Mediolanensis, cioè sottoposta al Conte di Milano. Dove fosse la Judiciaria Planluensis, lascerò che altri me lo dica. Così in uno strumento conservato nell’archivio Estense, e scritto Regnante Berengario Rex Augustus ic in Italia, indictione setima, cioè nell’anno 919, si truova Luvo filio Gouzolino de civitate que vocatur Verona, vivente lege Longobardorum. Ma ne’ tempi posteriori, e massimamente nel secolo XI per lo più si soleva esprimere tanto la nazione, che la legge, come per esempio: Ego Adelbertus filius, ec., qui professus sum ex natione mea lege vivere Langobardorum: del che molti esempli ho io recato nella parte I delle Antichità Estensi.

Per altro la sola profession della legge non era una volta sicuro indizio della nazione. Imperciocché costume fu che gli Ecclesiastici, sì secolari che monaci, di qualunque nazione fossero, professassero la Legge Romana. Truovasi ciò decretato da Lodovico Pio Augusto nella legge Longobardica LV colle seguenti parole: Ut omnis Ordo Ecclesiarum secundum legem Romanam vivat; et sic inquirantur et defendantur res ecclesiasticae. Perciò si truovano nelle vecchie carte preti i quali dichiarano d’essere di nazione Longobarda o Francesca, ma nello stesso tempo protestano di vivere propter honorem sacerdotii Romana lege. Si può credere conceduto ciò con titolo di privilegio agli Ecclesiastici, e non già imposto per obbligazione, da che noi talora c’incontriamo in vescovi e sacerdoti professanti legge diversa dalla Romana. Nella Storia della Chiesa Piacentina del Campi dell’anno 932 si truova Andreas umilis Sanctae Dertonensis Ecclesiae Episcopus, et filius bo. me. Ariprandi de loco Racle, lege vivens Longobardorum, che fa il suo testamento. Anche Azzo o sia Attone vescovo di Bergamo nel 1702, come s’ha dall’Ughelli, protesta ex natione sua lege vivere Longobardorum. Ho io data alla luce la Fondazione del Monistero di San Lorenzo ne’ borghi di Cremona, fatta nell’anno 990 da Odelrico vescovo di quella città, dov’egli s’intitola: Ego Odelricus Episcopus Sancte Cremonensis Ecclesie, filius bo. me. Nantelmi Comitis ex genere Francorum. Ch’egli ancora si regolasse colla legge Salica, si comprende dal far egli la donazione de’ beni per cultellum, festucam nodatam, ec. Parlerò nella Dissertazione LVI di Rorio vescovo di Padova: anch’egli si regolava colla legge Salica. Sotto gli occhi ho avuto uno strumento dell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena spettante all’anno 1007, dove fanno una permuta Guido vescovo di Pavia, nec non et Johannes presbiter, filius quondam Andree qui professus ex nacione sua legem vivere Langobardorum. Presso il Campi suddetto in un documento dell’anno 949 si truova Adelprandus diaconus de ordine Sancte Placentine Ecclesie, qui profiteor me ex natione mea lege vivere Longobardorum. E in uno strumento del 988 è nominato Sigulfus Episcopus Sancte Placentine Ecclesie, qui professo sum ex natione mea lege vivere Salica. Così l’insigne Monistero di Farfa, come consta dalla sua Cronica, sostenne sempre di voler essere governato Capitulis Langobardorum Legis, e non già Romana. Oltre a ciò è da osservare che i liberti erano tenuti a seguitar la legge de’ loro patroni, essendo così prescritto dalla legge CCXXIX del re Rotari. Il Sigonio, il Chifflezio, il Fiorentini ed altri aveano già notato che per un decreto del re Liutprando le donne doveano professar la legge del marito: del che più esempli ne ho anch’io recato nelle Antichità Estensi. Tuttavia sia a me permesso di maggiormente confermare quest’uso. Beatrice moglie di Bonifazio duca e marchese di Toscana, e madre della celebre contessa Matilda, non trasse già il suo sangue dai Longobardi, perché figlia di Federigo duca di Lorena, ed essa certamente essendo vedova professava la legge Salica: ma vivente il marito Bonifazio, principe di nazion Longobardica, si vede in uno strumento del 1041 chiamata: Ego Beatrice Cometissa, filia quondam Frederici, et conjus Bonefacii Marchio, que professa sum lege vivere Langobardorum. In una donazione fatta da Rambaldo conte di Trevigi dell’anno 1081 si legge: Nos Rambaldus Comes, filius Rambaldi Comitis de civitate Tarvisii et Magthilda filia Burgundi Marchionis, conjugales, qui profissum sum ego quidem Rambaldus Comes ex natione mea lege vivere Longobardorum; et ego Magthilda ex natione mea lege vivere videor Salica, sed nunc pro viro meo lege vivere videor Longobardorum. Nell’archivio de’ Monaci Benedettini di Reggio uno strumento del 1091 ci fa vedere una figlia d’esso conte Rambaldo così intitolata: Ego Magthilda Comitissa filia quondam Regibaldi Comitis de Comitatu Tervisi, et conjus Uchoni Comitis, qui professa sum ego ipsa Matilda ex nacione mea lege vivere Langobardarum, set nunc pro ipso viro meo lege vivere Alamanorum. Aggiungasi una permuta di beni che fecero nel 1034 con Rodolfo Abbate di Nonantola Adelbertus Comes, filius quondam Uberti, qui fuit item Comes, et Suphia jugalibus, filia Pachleurandi, qui fuit similiter Comes, que profitebatur se ipsa Suphia ex natione sua lege servire Langobardorum, sed nunc per eundem viro meo legem vivere videtur Salicha. Questa cosa fa essa Sofia una cum notitia Domni Widoni item hujus Comitatu Plumbiense. Del Contado di Plumbia s’è parlato nell’antecedente Dissertazione.

Allorché per la morte del marito restavano libere le donne, era loro permesso di ripigliar la propria legge in vigore della legge XIV di Lottario I Augusto, dove è ordinato: Ut mulieres Romanae, quae viros habuerunt Langobardos, eis defunctis, a lege viri sui sint absolutae, et ad suam revertantur legem. Et hoc statuimus, ut simili modo servetur in ceterarum natione feminarum. Ne addurrò un esempio. In una donazione fatta al Monistero di San Prospero (oggidì San Pietro) di Reggio l’anno 1111 si legge: Nos Berta filia quondam Gerardi, et relicta quondam Walfredi de Comitatu Trivixino, et Albertus filius ejusdem Walfredi, et meus, que supradicta Berte: qui professi sumus ego que supra Berta ex nacione mea lege vivere Salica; et ego ipse Albertus lege vivere Langobardorum. Il figlio Alberto fa conoscere che il padre viveva secondo la legge Longobardica; e pure la vedova sua madre professa la Salica. Ma o che non erano osservate le leggi, o la consuetudine derogava ad esse; perciocché si truovano donne che, anche vivente il consorte, pure non seguitavano la sua legge. Nell’archivio de’ Canonici di Cremona esiste uno strumento del 1066, in cui compariscono queste parole: Constat nos Garibaldus, et Bado, seu Ribaldus, germanis filiis quondam item Ribaldi, qui fuit Vicecomes de Comitatu Bergomense, ec., et Berta conjus jam dicti Ribaldi, ec., qui professi sumus omnes lege vivere Langobardorum; et ego ipsa Berta professi sum ex natione mea lege vivere Allamanorum. Le parole che seguitano, fanno conoscere che Grumello, benché distante solamente otto miglia da Cremona, apparteneva allora al Contado di Bergamo. Lo stesso era di Juvenalta (Genevolta oggidì), avendo io veduto uno strumento dell’anno 999, il cui principio è questo: Dum in Dei nomine Comitatu Pergomense, Castro que dicitur Juvenalta, per data licentia Odelrici Episcopi Episcopio Sancte Cremonensis Ecclesie, in judicio resideret Cesso Dei gratia Diaconus et Missus Domni Ottoni Imperatoris, ec. Che altre donne, benché maritate, non seguissero la legge del marito, l’ho io osservato nelle pergamene dell’archivio de’ Canonici di Modena. Una di esse dell’anno 1003 ha le seguenti parole: Nos quidem in Dei nomine Petrus filius quondam item Petroni, qui professus sum lege vivere Romana. Né vo’ lasciar di dire che ne’ contratti anticamente fatti in Modena per lo più le persone professano legge Romana. Tutto il contrario si osserva in molte altre città. Seguita il testo di quella carta: Et Rozza jugalibus, filia Everardi, qui sumus habitatores in pago Persiceta, qui professa sum ego Rozza legem vivere Longobardorum, ec. Ecco il marito di legge Romana, e la moglie della Longobardica. In un’altra pergamena dell’archivio Estense, scritta 371 l’anno 1019, si legge: Nos Gezo filio q. Johannis et Teuza jugalibus, filia q. Aliprandi, qui professus sum ego, ipse Gezo ex natione mea lege vivere Romana, et ego ipsa Teuza professa sum ex natione mea lega vivere Langobardorum. Gran varietà anche si truova negli atti pubblici della celebre contessa Matilda. In uno strumento essa protesta ex natione mea lege vivere langobardorum. In parecchi atri strumenti, forse per uniformarsi alla madre, dice di vivere lege Salica. E tali strumenti tutti scritti dopo la morte di Gotifredo duca suo primo marito, ch’era di Salica nazione. Quel ch’è più strano, in una donazione da lei fatta nell’anno 1080 al Monistero di San Prospero (ora San Pietro) di Reggio, essa è intitolata così: Ego quidem in Dei nomine Matelda Comitissa, filia quondam Bonefacii Marchio, quae professa sum ex natione mea lege vivere Salicha. Certo è che Matilda discendeva da progenitori Longobardi; e pure qui essa si fa di nazione Salica. Ma noi non sappiamo tutti i riti dell’antichità, come già osservai nella parte I, cap. 23 delle Antichità Estensi; e forse fu allora lecito il poter mutare come la legge, così la nazione, con adottar quella della madre. Ne diedi io quivi un esempio. In qual tempo cominciasse a cessare la profession della legge e nazione, lo riconoscerà chi prende a maneggiar le vecchie pergamene. Si dismise a poco a poco quest’uso nel secolo XIII, non per altro, a mio credere, se non perché le leggi Romane, che tornarono nel precedente secolo a trionfare in Italia, occuparono le scuole e il Foro. Ne ho io nondimeno trovato un esempio che nell’anno 1212 in uno strumento di vendita di Castello Gualtieri, che fecero Maladobatus Prandorum, et Prandus ejus filius, profitentes se lege Lumbarda vivere, ad Obizzo vescovo di Parma. Prendendo poi sempre maggior piede in Italia la preminenza e lo studio delle Leggi Romane, a poco a poco le Longobarde, senza che loro fosse intimato l’esilio, andarono da sé stesse in disuso, cedendo il luogo alle più degne. Cominciarono nello stesso tempo a saltar fuori gli Statuti, cioè le leggi municipali delle città, e in tanta abbondanza, che possono formare una selva; perciocché, come si vede nel dominio della Sereniss. Casa d’Este, non solamente le città, ma anche le terre e castella separate dal loro distretto vollero i particolari loro Statuti: usanza praticata anche in altri paesi d’Italia, Germania e Francia; il che non è lieve incomodo agli studiosi della Giurisprudenza. A mio credere, s’ha principalmente da mettere l’introduzione di essi Statuti dopo la Pace di Costanza dell’anno 1183 stabilita fra l’imperadore Federigo I e le città della Società de’ Lombardi. Anche prima, non si può negare, v’erano consuetudini che teneano forza di legge, anche per decreto di Carlo M., come consta dalla legge CXLVIII del medesimo Augusto, da me trovata nel codice Estense colle seguenti parole: Ut longa consuetudo, quae utilitatem publicam non impedit, pro lege servetur. In oltre appena le città Italiane col mettersi in libertà, ed eleggere i loro Consoli ed altri magistrati, non poterono esentarsi dal formare nuovi regolamenti e decreti riguardanti le novità di questo governo. Il P. Abbate Grandi nella sua Epist. de Pandectis citò alcune leggi o decreti fatti dalla Repubblica Pisana negli anni 1146 e 1156. Tuttavia non si giunse a formare un corpo di tali particolari leggi della città, se non dopo la suddetta Pace di Costanza; perché avendo esse ottenuta la libertà e le regalie, allora godendo tutte della pace, attesero a concertar la maniera di governarsi per l’avvenite. Sì fatte leggi si appellarono Statuti, che sul principio erano pochi di numero, ma di mano in mano andarono crescendo, siccome esigeva o la necessità o l’utilità del Pubblico. Che prima dell’anno 1208 fosse formato un corpo degli Statuti di Ferrara, l’ho io provato nella parte I, cap. 39 delle Antichità Estensi; perciocché nel decreto dell’elezione in signore di Ferrara di Azzo VI marchese d’Este, seguíta in quell’anno, si legge: Adjicientes, quod de anno in annum hoc Statutum firmetur, et cetera supradicta, et scribantur in corpore Statutorum, ec., et scribi facere in volumine Statutorum Communis civitatis Ferrariae. Non fu men pigro il popolo di Modena a formare il libro de’ suoi Statuti prima dell’anno 1213. Nell’archivio d’essa città si conserva la Concordia seguita in esso anno fra questo Comune e Salinguerra dominante allora in Ferrara, per distruggere il castello del Ponte del Duca. Quivi è detto: item debet promittere Commune Mutinae, quod faciet ponere in Statuto civitatis, quod si aliqua partium Ferrariae, Marchio, vel Sallinguerra, ec. Ne’ primi tempi niente altro contenevano gli Statuti delle città e dei luoghi, se non decreti della maniera con cui i Podestà e gli altri ufiziali doveano governare la Repubblica. Di rado nel resto si allontanavano dalle leggi Romane o Longobarde, osservate dai loro antenati. Ma nel progresso del tempo si cominciarono a riformar varie leggi di Giustiniano o de’ Longobardi, regolando con altro ordine le successioni, i contratti, le pene dei delitti, ed altri affari civili e criminali, secondoché ciascuna delle città giudicò più spediente alla positura del proprio governo. Presso i Veneti il primo a raccogliere gli Statuti antichi, a dar loro buon ordine, fu Jacopo Tiepolo doge nell’anno 1242; del che fa fede nella sua Cronica Andrea Dandolo con dire: Reperiens enim Statuta ab eo et praedecessoribus edita tantae confusioni submissa, ut in eorum observatione judices frequentissime vacillarent: pro eorum reformatione elegit viros doctos qui antiqua corrigentes, et nova statuentes, Duci in uno volumine redacta obtulerunt, ec. Nello stesso secolo forse niuna città mancò di fare altrettanto. Veggasi il volume degli Statuti della città di Verona, formato nell’anno 1228, dato alla luce dall’amjco mio Bartolomeo Campagnola arciprete di Santa Cecilia in quella città. Anch’io reputai utile all’erudizione de’ secoli barbarici il pubblicare Della Dissert. L de Civit. Ital. Libert. gli antichi Statuti della città di Pistoia. Né si dee tralasciare che i nostri maggiori, prima che tornassero a signoreggiare per tutta Italia le leggi Romane, si sbrigavano le liti con facilità e prestezza, perché senza tante citazioni, proteste, eccezioni, istanze, contraddittorj ed altre eterne filaterie del Foro. Ma appena la Romana Giurisprudenza mise il piede nelle scuole, e s’impadronì di tutti i tribunali d’Italia, si spalancarono le porte a mille sofisticherie ed arti per tirare in lungo la giustizia, e per difficultare talvolta la cognizione del giusto, più tosto che per ajutarla. Me ne sono avveduto in leggere una protesta fatta l’anno 1190 da Aicha nobil donna della casa di Camino in una sua lite contra di Obizzo I marchese d’Este, dove il suo procuratore protestatur, denunciat et dicit, non assentiendo, praedictam Dominam Aycham et Dominum Tisolinum, nec confitendo, heredes esse praedictorum. Dominorum Alberti et Dariae, salvis omnibus aliis juribus, exceptionibus communibus et defensionibus Dominis Aychae et Tisolino praedictis. Credo io poi di avere abbastanza provato nella Prefazione alle Leggi Longobardiche, non sussistere l’opinion di coloro che hanno scritto approvate le Leggi Romane, e abrogate le Longobardiche da un decreto di Lottario I Augusto dell’anno 1136, che niuno ha mai veduto. Aggiungo ora di aver veduto più d’uno strumento scritto sul principio del secolo XIII, cioè tanto tempo dopo l’imperio di esso Lottario, in cui si fa professione delle leggi Longobardiche. E Federigo II imperadore nel libro I, cap. 59 delle Costituzioni della Sicilia scrive: Secundum consuetudines approbatas, ac demum secundum jura communia, Langobarda videlicet et Romana. Adunque anche dopo l’anno 1200 erano tuttavia in vigore le leggi Longobardiche. E in due diplomi di Ottone IV Augusto dell’anno 1212, da me rapportati nella parte I, cap. 4 delle Antichità Estensi, v’ha queste parole: Nulla legge Romana, vel Lombarda, seu consuetudine, vel Statuto gentis cujuslibet obviare valente. Però in quella maniera che cessarono in Italia le leggi Saliche, Ripuarie e Bavaresi, e i Capitolari degl’imperadori Franchi, anche la Longobarda andò in disuso, facendo i popoli a gara per reggersi colle Romane.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011