Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXI

Dello stato dell’Italia, dell’abbondanza d’abitatori,

della coltura delle campagne, mutazione delle città,

felicità e infelicità de’ secoli barbarici.

Fuori dell’istituto mio sarebbe il ricercare, come abbondasse di popoli l’Italia, allorché fioriva la Repubblica e l’Imperio Romano. S’ha da fare questa ricerca per li tempi ne’ quali stettero le nostre contrade sottoposte alle nazioni settentrionali, per formarne un paragone co’ tempi presenti. Allorché i Longobardi calarono in Italia, trovarono indebolito non poco questo felicissimo paese per disgrazie frescamente patite. Nell’anno 565 tal guasto avea fatto in queste provincie la peste, che assaissime migliaia di persone erano perite, e vedevansi città e ville ridotte all’infelicità dei deserti. Appena tre anni dopo tanta calamità erano passati, che quella ferocissima nazione piombò addosso ai poveri Italiani, alle miserie de’ quali s’era anche aggiunta una terribil carestia. Paolo Diacono (lib. II, cap. 26 de Gest. Langob.) è quegli che parla: Non erat tunc virtus Romanis (cioè ai sudditi del Romano Imperio) ut resistere possent: quia et pestilentia, quae sub Narsete facta est, plurimos in Liguria et Venetia exstinxerat; et post annum, quem diximus fuisse ubertatis, fames nimia ingruens universam Italiam devastabat. Poco stette a crescere il flagello; imperciocché Clefo secondo re de’ Longobardi, uomo crudele, multos Romanorum viros potentes, alios gladio exstinxit, alios ab Italia exturbavit. Peggio avvenne sotto i Duchi nel tempo che governavano il Regno, scrivendo il suddetto Storieo, che spoliatis Ecclesiis, sacerdotibus interfectis, civitatibus subrutis, populisque, qui non more segetum excreverant, extinctis (exceptis his regionibus quas Albuin ceperat) Italia ex magna parte capta, et a Langobardis subjugata est. Fra tante disavventure patite da que’ popoli, che ricusavano di ricevere per padrona quella bestial gente, si può credere che l’Italia cangiasse faccia, con restar desolate moltissime città, e ridotta incolta non poca parte delle campagne. Ad accrescere i mali concorsero nell’anno 590 le guerre mosse da due parti contro i Longobardi, cioè dai Franchi e dai Greci, che riempierono di stragi e d’incendi il paese, e ricuperarono Modena, Mantova ed Altino. Da lì a non molto scaricarono essi Longobardi il loro furore sopra le città tuttavia ubbidienti all’Imperio Romano, o sia de’ Greci. Padova presa fu data alle fiamme, e d’ordine del re Agilulfo spianata. Cremona, Brescello ed altri luoghi provarono lo stesso barbarico trattamento. Restavano in potere degli Augusti il Ducato Romano, l’Esarcato di Ravenna, Napoli con altre città marittime; ma non v’era anno che non fossero i loro territorj infestati dagl’inquieti Longobardi. La stessa regina delle città, Roma, finché durò il regno di costoro, per gl’infiniti disastri che patì, a poco a poco andò scadendo dall’antica sua dignità e bellezza. Fa dell’infelice suo stato menzione un Epigramma del secolo VII o pure VIII, ch’io ho dato alla luce. In esso è disegnata la retrograda fortuna di quella città con quel verso, che anche era stato citato da Apollinare Sidonio nel lib. IX, epist. 14, cioè

Roma, tibi subito motibus ibit amor,

 il quale riletto al rovescio dice lo stesso, e dovette una volta parere qualche maravigliosa cosa.

Da questo poco si può comprendere, in che deplorabile stato si trovasse una parte d’Italia, prima che i Franchi se ne impadronissero. L’altra nondimeno che ubbidiva ai Longobardi, non avea di che lagnarsi della propria fortuna. S’ammansò a poco a poco quella fiera gente, si accomodò ai costumi civili dell’Italia; e i popoli godendo nel cuore del Regno la pace, non conoscevano altra guerra se non quella che si faceva fuori de’ confini contra de’ suoi nemici. Buona giustizia era fatta, si potea portar l’oro in palma viaggiando; e per conseguente tornò la popolazione nelle città e ville, e la fertilità nelle coltivate campagne. Deposero i Longobardi gli errori d’Ario, s’imparentarono coi Romani, cioè con gli antichi abitatori d’Italia; e laddove ne’ primi tempi di questo nuovo Regno essi Romani, per attestato di Paolo Diacono, doveano tertiam partem suarum frugum Langobardis persolvere, nel progresso de’ tempi tolta fu questa diversità di trattamento, e divenuti Romani e Longobardi un popolo solo, la stessa misura di tributi fu imposta ad ognuno. Sotto i Re ed Imperadori Franchi miglior fortuna e quiete lunga si godè in Italia; laonde si può credere che maggiormente allora crescesse qui la copia degli abitatori, essendo questo un frutto ordinario della pace. Ma appena colla morte di Carlo il Grosso imperadore cessò di signoreggiare in Italia la schiatta di Carlo Magno, che la discordia insorta fra i pretendenti a questo Regno, cioè fra Guido e Berengario, tutto lo sconvolse e riempiè di guai, con facilitar anche alla barbarica nazione degli Ungheri la via per venire a saccheggiar buona parte d’Italia per anni parecchi. Sino ad Ottone il Grande, primo fra gl’Imperadori Tedeschi, durò questa malattia nelle contrade Italiane. Ora quand’anche supponessimo che prima del mille fosse ben popolata l’Italia, tuttavia è da dire che il presente suo stato è senza paragone troppo superiore a quello d’allora. Non può essere in primo luogo che que’ tempi abbondassero di tante famiglie contadinesche, come oggidì, perché non solamente ne’ monti, ma anche nel piano troppo frequenti erano le selve. Per significare una selva, i Longobardi sovente si servirono della voce Gajum, Gazium, Gagium, Waldum e Gualdum, che viene dal Germanico Wald, denotante un bosco. Nel tomo VIII dell’Italia Sacra dell’Ughelli, ove si parla de’ Vescovi Beneventani, Arichis principe dona al Monistero di Santa Sofia nell’anno 774 Ecclesiam Sancti Petri, quae aedificata est in Galo.... Ecclesiam Sancti Abundi, quae sita est in Galo, ec., et ex ipso Galo circa ipsam Ecclesiam largiti sumus in Monasterio Sanctae Sophiae territorium longitudine milliaria duo, latitudine unum, ec. Son quivi altri simili passi; ma dappertutto sembra che fosse scritto Gajo. In un diploma di Carlo M. dato alla Chiesa di Reggio, e prodotto dall’Ughelli, vien mentovato Gaium nostrum, quod in Luciaria conjacet, et nunc noviter excolitur. Per disegnare una selva parimente si servirono gli antichi della voce foresta, che molti derivano dalla lingua Germanica, siccome ancora della voce bosco, indubitatamente d’origine Tedesca, e che perciò passò anche nella Franzese. Sembra medesimamente che usassero Brolium o Broilum per una selva cinta di muro per tenervi fiere e animali da caccia, oggidì Parco. Ne’ Capitolari di Carlo M. all’anno 800 abbiamo Lucos nostros, quos Brogilos vulgus vocat. Ma appresso i Milanesi Brolium fu adoperato per significare un giardino, o pure un luogo cinto di mura o siepe, e piantato di pomi e d’altri alberi fruttiferi. Brollo lo chiamano i Modenesi. Nell’Italia Sacra, tomo IV, uno strumento di Adalberto vescovo di Bergamo dell’anno 915 s’incontra Casa cum Brolio uno tenente, cum muro circumdata, seu arboribus. San Girolamo nel cap. III d’Ezechiele interpreta vivarium, o conclusum locum quello che ivi è Peribolon, da cui pretendono alcuni nato il nostro Broglio. Ottavio Ferrari fu di parere che il luogo in cui si raunano i Nobili Veneti per trattare della distribuzione delle cariche pubbliche, fosse chiamato Broglio, perché fosse un recinto con alberi. Ma non si confà con questo il far broglio: però vedi qui sotto la Dissertazione XXXIII alla parola Imbrogliare. Sogliono anche i Napoletani e Romani chiamar macchia una selva minore. Il Menagio da dumus deriva macchia; è cosa da ridere: viene da macula. Nella Cronica del Volturno all’anno 988 si legge usque ad macula Johannis Atissani. Probabilmente con metaforico nome chiamarono gli antichi macchie ne’ campi quei cespugli e spineti che saltano su qua e là, ove non son coltivati. Macchie e Macchioni sono appellati dai Modenesi; e i Napoletani dovettero trasportar questo nome ad una selva di non molta estensione. V’erano una volta paesi piantati di determinati alberi, i nomi de’ quali durano tuttavia, come Cerreto, Laureto, Rovereto, Saliceto, Albareto, Persiceto, Frassineto, ec.

Ora anticamente abbondava l’Italia di selve e boschi, ed anche smisurati, che col tempo si andarono riducendo alla coltura: il che senza dubbio è avvenuto alla Germania, dove più non si mira quella esorbitante copia di selve, delle quali parlano gli antichi. Veggansi le vecchie carte Italiane; vi si troveranno innumerabili selve, delle quali non rimane vestigio. Astolfo re de’ Longobardi circa l’anno 752, come apparisce da un suo diploma, donò a Lopecino vescovo di Modena Curtem nostram, quae dicitur Zena, territorio Mutinensi, sylva jugis numero quingentis, coherentes ibi a tribus partibus Gajo nostro, qui pertinere videtur de ipsa Curte Zena, de quarta vero parte percurrente fluvio, qui nominatur Scultenna. Dura tuttavia nel territorio di Bologna la villa di Gazzo, o Gaggio, formato del Gajo o bosco regio, che era in quelle parti, da che fu esso ridotto a coltura. Apparteneva questa una volta al distretto di Modena, e si vede un decreto di questo popolo dell’anno 1255, ut fodiantur Dogaria Sancti Caesarei, Zenae, Panarii, Gazi, Panzani, Nonantulae. Ivi ancora fu stabilito di far l’estimo delle terre de Sancto Ambrosio, de villa Ronchi, Gazio, Panzano, Zena, Sancto Caesario, Bazano, Castro Crescente, Ravarino, Nonantula, ec. Il bosco chiamato oggidì di Nonantola non so se fosse parte della Selva, o del Gajo, mentovati nel diploma suddetto. Quante altre selve avesse l’insigne Monistero Nonantolano, lo vedremo più abbasso. Che somiglianti selve una volta si trovassero alle rive dei fiumi, l’osservò anche ne’ suoi tempi Apollinare Sidonio nell’epist. V, lib. I, dove scrive d’aver mirato ulvosum Lambrum, caeruleum Adduam, velocem Athesim, pigrum Mincium, ec., quorum ripae torique passim quernis acernisque nemoribus vestiebantur. Que’ boschi ora indarno si cercano. Né solamente gran copia v’era di selve; abbondavano anche le paludi circa i fiumi del Regno Longobardico, e massimamente dove il Po e l’Adige mettono in mare. Ora noi troviamo belle e feconde campagne in que’ siti, da che si cominciò dappertutto con argini a tenere in briglia i fiumi. Ma se potessimo avere una mappa degli antichi secoli, scorgerebbesi una gran differenza fra il paese di allora e quello di oggidì. Né solamente fu questa una disavventura de’ tempi barbari. Anche regnando i Romani, l’Emilia, la Flaminia e la Venezia erano occupate da paludi, laghi e boschi in gran quantità. Per testimonianza di Vitruvio (libro I, capit. 4) restava oppresso da molte paludi tutto quel tratto di paese che è tra Altino, Aquileja e Ravenna. Sappiamo anche da Strabone (lib. V) che omnis Regio haec majorem partem paludibus abundat. Avanti aveva egli detto parlando di Brescia, Mantova, Reggio e Como: Haec urbes longe supra paludes jacent. E di molte città della Venezia egli scrisse: quarum aliae insularum more cinguntur aquis, aliae alluuntur mari aliqua ex parte, quae in Mediterraneis supra paludes sunt. Attesta anche Erodiano, stagna et paludes inter Altinum et Ravennam enavigata fuisse. Pertanto quel fertile paese che forma oggidì il territorio di Ferrara, altri abitatori non avea ne’ vecchi secoli, che pesci e rane, e non peranche era nata quella nobil città. Come stesse Ravenna, ce lo dirà Apollinare Sidonio che vi passò (lib. I, epist. 8 ad Candidianum): Te municipalium ranarum loquax turba circumsilit. In qua palude indesinenter rerum omnium lege perversa, muri cadunt atque stant, turres fluunt, naves sedent, aegri deambulant, Medici jacent, ec. Tu vide qualis sit civitas quae facilius territorium potuit habere, quam terram . Cioè stende ben lungi il suo territorio e distretto, ma ha poche terre arabili. Bologna parimente e Modena gravi incomodi pativano dalle acque stagnanti. Fino da’ tempi della Romana Repubblica fra queste due città e nella Via Emilia s’incontravano boschi e paludi che ristrignevano molto il passaggio. Veggasi ciò che scrive Galba a Cicerone fra le sue Famil. lib. X, e Appiano lib. III Bellor. Civil. Di peggior condizione ancora fu Modena ne’ secoli susseguenti. Truovasi ella bensì ne’ tempi delle guerre civili di Roma appellata da esso Appiano urbs felicissima, da Cicerone firmissima et splendidissima Populi Romani colonia, e per la sua ricchezza da Pomponio Mela assomigliata Patavio et Bononiae. Ma sì ella che non poche altre città nel secolo IV soggiacquero ad orrende calamità.

Odasi Santo Ambrosio, che circa l’anno 388 così scrisse nell’epist. 39 a Faustino. De Bononiensi veniens urbe, a tergo Claternam, ipsam Bononiam, Mutinam, Regium derelinquebas; in dextera erat Brixillum; a fronte occurrebat Placentia, ec. Te igitur semirutarum urbium cadavera, terrarumque sub eodem conspectu exposita funera non te admonent, ec. Ecco in che miserabile stato si trovassero allora queste città, non sappiamo se per le guerre di Costantino il Grande, o per le recenti di Massimo tiranno. Che Modena non risorgesse da lì innanzi, cagione ne fu la lunga izza cominciata fra i Longobardi e i Greci padroni dell’Esarcato. Era questa città da quella parte il confine del Regno Longobardico, e però sottoposta alle continue incursioni e molestie de’ nemici. Allora i fiumi e torrenti senza freno alcuno scorrevano per le campagne, con giugnere ad alzare il terreno sopra l’antico suolo di Modena parecchie braccia. E o sia per questa desolazione, o perché il re Liutprando fondò all’occidente di essa Modena sulla Via Emilia (appellata Claudia Delle vecchie carte) Città Nuova; la maggior parte del popolo passò ad abitare in essa Città Nuova. Così lagrimevole era tuttavia l’aspetto di Modena nel secolo X, come s’ha dallo scrittore della Vita di S. Geminiano vescovo che fiorì in que’ tempi, laddove cerca perché fosse cotanto decaduta questa città olim inclyta inter Æmiliae urbes, locuples et fertilissima, aedificiis murorum et turrium propugnaculis admiranda, ec. E risponde: Quod comprobatur esse verissimum, ut assidue cernitur, supradictae urbis solum nimia aquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. Unde usque HODIE multimoda lapidum monstratur congeries, saxa quoque ingentia praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum crebra, ut diximus, inundatione submersa. Che la stessa Città Nuova non fosse esente da paludi, si scorgerà da un diploma di Carlo Magno in favore del Vescovo di Reggio, che accennerò alla Dissertazione XXXV, dove si truovano enunziate Paludes Civitatis Novae. Così in uno strumento esistente nell’archivio de’ Canonici di Modena, dell’anno 1129, si legge: Domnus Dodo, gratia Dei Episcopus Mutinensis, concedit emphyteutico jure res illas territoriis et vineatis, et boscalivas et paludosas jure Ecclesiae Sancti Geminiani in loco Albareto, ec. E Giovanni vescovo parimente di Modena, come s’ha dal Sillingardi e dall’Ughelli, nell’anno 998 dona ai Monaci di San Pietro molendinum unum supra civitatem Mutinam in loco qui dicitur Carolinus, cum decem jugeribus de terra inter paludes et silvas. Aggiungasi un diploma di Corrado I re de’ Romani dell’anno 1026, in cui concede a Warino vescovo civitatem Mutinam a tribus miliaribus in circuitu, ec., videlicet paludes, silvas, aquas, ec. Ma a poco a poco l’industria degli uomini rendè abitabili e coltivabili quelle campagne; e però nell’antichissimo Statuto MS. di Modena (libro II, cap. 56) leggiamo: Ut quicumque habet terram juxta stratam Claudiam inter Sanctum Leonardum et Citanovam ad minus octo bibulcarum, ibi debeat facere unam domum, quae valeat ad minus sex libras Mutinenses, et eam habitare, vel habitari facere. Di che valore fosse allora la libra Modenese, si può alquanto conietturare da tali parole.

Se non fossero perite assaissime antiche memorie della città di Bologna, apparirebbe che anche il basso paese della medesima ne’ vecchi tempi restava deformato da varie paludi fra essa e il Po. Rapporta il Ghirardacci (lib. II della Storia Bolognese) una bolla di papa Gregorio VII confermante nell’anno 1073 a Lamberto vescovo di Bologna Portum, qui cognominatur Galliana (oggidì Gaiana) cum ripatico et teloneo, et paludibus, et piscariis, et silvis, ec. Monasterium Sancti Anastasii fundatum in fundo Petriculo, cum portu et teloneo et ripatico, cum silvis et venationibus, cum paludibus, ec. Curtem Milonis cum portu et ripatico, cum silvis et cum paludibus et piscationibus , ec. Da questo poco si può immaginare il resto. Che altre paludi e valli pescareccie s’incontrassero all’occidente di Bologna, ce ne assicura un privilegio dato nell’anno 899 da Berengario I re d’Italia al Monisterio Nonantolano del Modenese, in cui comparisce gran copia di paludi e selve tanto sul Bolognese, che nei distretti d’altre città. Ivi dunque è mentovata Silva ex Curte nostra, quae dicitur Gena, ec., a quarta vero parte silvas et paludes una cum Basilica Sancti Martini, ec. Silva Comitis. Silva de Lupoleto, seu Silva Murianense. Et paludes Grumulenses. Silva una in Gayo Lamese. In oltre gli conferma medietatem de piscariis nostris in territorio Mantuano in loco Sarmata et Bondeno. Atque alias piscarias in finibus nostris Regisianis et Flexianis. Tam silvas, quam pascua et limites et paludes, unde qualescunque piscationes fiunt, exeuntes vel intrantes a Trepontio in josum usque in Fossam latam et Gambarionem. Cunctas fossas et paludes, quae fiunt de fluvio Bondeno , ec., et Lacum de Fulgino ponentem caput in Bondeno. Lacum fatuum. Lacum de Vulpino. Lacum de Duracino Bucineto. Nec non Virginiana cum omnibus locis ac fossis, et quibuscunque piscariis, ec. Ci fan tali notizie comprendere quanta fosse una volta l’estension delle paludi e selve nel Bolognese, Modenese, Reggiano, Mantovano, ec. In tali siti, remoti dal commerzio de’ mortali, furono piantati una volta i principali Monisterj, come il Casinense, Farfense, Subbiacense, Volturnense, Bobiense, Pomposiano, Novaliciense, ec., con aver poi que’ Monaci e i loro uomini ridotte a coltura quelle selve e paludi. Altrettanto avvenne all’insigne Monistero di San Benedetto di Polirone nel di qua del Mantovano. Fu esso fondato in un’isola tra il Po e il Larione, dov’erano silvae et buscalia juges (cioè jugeri) sexaginta. Adalberto Azzo, bisavolo della contessa Matilda, gli procurò poscia Castrum cum area terrae arabilis modia quadraginta: silvis et buscalibus modia mille sexaginta, con aver dato in cambio al Proposto di S. Michele di Reggio, fra gli altri beni vicini ad essa città, silvas et buscalias modia mille triginta. E Tedaldo marchese fa menzione de palude de Saltu, et palude de Saliceto, con donargli paludem unam ex integro, quae vocatur Rotunda, cum piscatoribus, ec. E la contessa Matilda nell’anno 1115 gli conferma terras cum paludibus et piscationibus et silvis positis in Curte Quistelli. Contavansi anche nel basso Parmigiano laghi e paludi, come apparisce da un diploma di Arnolfo re di Germania dell’anno 894, in cui conferma a Wibodo vescovo di Parma i suoi beni, dove si vede enunziata Corticella una cum silva et prato uno tenente, quae est capite uno in Systeriore, alio in Lacu qui dicitur Majore, peciae duae de silvis, quarum una est posita in Insula, quae dicitur Sacca, cum terris, paludibus atque piscariis, cui cohaeret ex uno latere Budrio, ex alio latere silva Sancti Petri, ec. Altera pecia de silva est sita in Gajo de Soranca, ec., et fossa Guittaldi usque ad Lacum Sancti Secundi usque in silvam de Stagno.

Di più non aggiungo. Chiunque scorrerà gli antichi documenti dell’altre città di Lombardia, dappertutto ritroverà somiglianti esempli o di boschi o di paludi. Una bella descrizione delle Paludi Adria che già ci diede il conte Silvestri nobile di Rovigo. Ma non è perciò da credere che tanti siti fossero affatto sprovveduti di abitatori. Molti erano i fiumi che scendendo dalle montagne andavano a deporre l’acque torbide in quelle paludi, e solevano ivi formar delle isole e de’ piccioli colli. Ciò fatto, non mancavano pescatori e villani che correvano a piantar colà delle capanne, o per pescare, o per arar la terra, se n’era capace. Rara cosa compariva allora il veder simili casuccie coperte di tegole, da noi chiamate coppi. Il Du-Cange avendo trovato nella Storia del Ghirardacci all’anno 1356 cupatam domum, stimò quella essere una casa in modum cupae seu cupellae tectam. Ma altro non vuol dire se non una casa coperta di coppi. Nelle isole ed escrescenze suddette que’ tugurj si coprivano con canne palustri o con paglia, da noi chiamata paviera, dall’antico papyrus, come anche oggidì si osserva nel Ferrarese e nelle valli del Bolognese. Anzi ne’ secoli barbarici non mancavano in siti civili case coperte di paglia. Perciò avendo i Milanesi nel secolo XII tumultuariamente rifabbricata la distrutta loro città, non vi si videro allora se non tetti di paglia. Ed allorché in onore di Alessandro III papa si edificò la città di Alessandria, perché le case erano di terra meschiata colla paglia, o più tosto coperte di paglia, riportò il nome di Alessandria della Paglia. Altrettanto avvenne a Nizza della Paglia nel Marchesato di Monferrato. Ebbero anche in uso i secoli barbarici di coprire i lor tetti con delle scindule, cioè con assicelle di legno, l’una appoggiata all’altra, e conficcate con chiodi. Lo stesso re Rotari così scrisse nella legge CCLXXXVII: Si quis de casa erecta lignum quodlibet, aut scandulam (o sia scindulam), furatus fuerit, componat solidos sex. Si serve tuttavia la lingua Germanica della voce schindel in questo senso. E Plinio attesta che Roma per alcuni secoli ebbe nella stessa guisa le sue case coperte. Che gran tempo durasse una tale usanza, lo raccolgo da uno strumento dell’anno 1201, riferito dal Puricelli ne’ Monum. Basil. Ambros. Trattasi ivi di certa Lobia (che ora diciamo loggia) de scandolis cooperta, et postea fuit cooperta de palea, quae combusta fuit ab igne desuper Ecclesiam veniente, siccome posta juxta murum Ecclesiae beati Ambrosii. Vedi come tuttavia fossero rozzi i costumi di que’ tempi. Non so attribuire ad altro che a questo tanti incendj che spezialmente nei secoli XI e XII distrussero quasi le intiere città, fra le quali nominerò solamente Milano, Piacenza, Bologna, Brescia e Modena, per tacere di tant’altre. Appena si attaccava il fuoco, che questo mattamente si stendeva pel resto della città. In una Cronica di Padova da me data alla luce si legge: Anno MCLXXIV incendium ortum fuit in Padua, per quod combustae fuerunt 2614 domus, quae tunc erant ligneae fragiles, et non cuppis, sed paleis et scandolis contectae. Nella Vita di Santo Ansegiso Abbate di Fontanella nel tomo V (luglio) de’ Bollandisti si legge: Porticum de novo fecit, et eam cooperiens, scindulas ejus ferreis clavis affixit. Truovansi ancora ne’ vecchi tempi case di paglia. In uno strumento dell’anno 968 Guido vescovo di Modena concede a livello Dominico qui et Franco, camporas pecias tres cum una casa palliaricia, ec. Così nel tomo II del Bollario Casinese, Constit. X, Cunimondo Longobardo nell’anno 765 dona casam domocultilem, et omnes tectoras infra ipsam terminationem scandolicias vel pallearicias. Anche il Turrigio (P. II de Crypt. Vatic.) riferisce uno Strumento del 1030, in cui Leo Datibus Judex affitta Gregorio, qui vocatur de Gizj, medietatem integram de domo solarata scandalicia, con questa condizione, ut si Domnum Imperatorem in istam civitatem exitam, et in ipsam domum stare non potueris, aud ipsam domum fregerint, tam per Imperatorem, quamque etiam infra isto constituto anni de ipsam domum lignamentum fortiorem fregerint, omnia conciare, et de ipso perditum restaurare promitto. Un buon nome doveano aver lasciato in Roma tre anni prima i Tedeschi, allorché Corrado I passò colà a prendere la corona. Osserva la voce Conciare italiana: viene non da Concinnare, come pensò il Ferrari, ma bensì da Como, Comtus, Comtiare, come scrisse il Menagio. In Germania anticamente coprivano i tetti con canne, secondo l’asserzione di Plinio, lib. XVI, cap. 36. E Plauto nel Rudente fa conoscere che anche in Italia se ne vedevano esempli, Perciò non è da stupire se così frequenti e dilatati fossero una volta gl’incendi in Italia. Galvano Fiamma nel cap. 156 Manip. Flor., dopo aver narrato il terribil fuoco di Milano del 1105, soggiugne: Est sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex cratibus et paleis quamplurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur. Unde fuit statutum, quod flante vento nullus in domo ignem succenderet. Creda chi vuole tanto abbassamento di quella nobilissima città. Quanto a me, son d’avviso che vi abbondassero le case fabbricate di calce e di mattoni; ma perché molte erano coperte di scindule, o vogliam dire assicelle, ovvero di paglia, perciò facilmente il fuoco si comunicava dall’una all’altra. Per provvedere a tal disordine, e procurare il maggior decoro alle città, comandarono poscia i saggi che non si potessero più coprire di paglia. Lo Statuto MS. di Ferrara dell’anno 1288 (Rub. 223, lib. II) ha queste parole: Ad officium praedictorum (cioè degli Estimatori) pertineat, ne domus aliqua paleata, sive de storiis cooperta sit in civitate Ferrariae a terraleis infra. Sed omnes cooperiantur de copis. Qui contra fecerit, puniatur in XX solidis Ferrariensibus, et teneatur tollere coopertorium de palea vel de storiis. Vedemmo di sopra la voce Lobia tuttavia usata da’ Milanesi: Loggia dicono i Toscani. Il Ferrari e il Monosini trassero Loggia dal Greco Logejon. Il Menagio dubitò se venisse da Locus: il che non ha garbo. Credo io che venga da qualche antichissima parola dei popoli settentrionali, perché essa s’incontra nelle vecchie memorie 332 dell’Italia, Francia e Germania. Anche oggidì i Tedeschi appellano Laube ciò che in Milano è Lobia, e Loggia in Firenze.

Si stendevano negli antichi secoli, siccome dicemmo, le paludi e valli pescareccie da Ravenna fino ad Altino. Ma come oggidì Venezia, e l’isole adiacenti e Comacchio sono attorniate dall’acque e pure abitate; così né pure allora le paludi impedivano lo abitare in Ravenna, Spina città, Butrio (diverso, a mio credere, dal Bolognese) e in altre città e castella, delle quali ora niun vestigio rimane. Perciocché appena per le torbide de’ fiumi restava secca qualche eminenza nelle paludi, che vi si miravano piantate capanne dalla gente vicina. Queste eminenze erano chiamate Dorsi o Dossi, e il perché se n’intende; o pure Polesini, ovvero Correggi, benché si truovi anche Corrigia in femminino. Da una parola greca trasse Gasparo Sardi Polesine. Il Menagio la derivò da Peninsula; ma né i Polesini son penisole, e l’una parola non si confà coll’altra. In un diploma di Lodovico II Augusto dell’anno 871, rapportato dall’Ughelli nell’Append. al tomo V, è confermata al Vescovo di Reggio Insula Suzaria inter Padum et Zaram cum fundis, ec., qui ab hominibus Pagi ipsius Pullicini nominantur. Niuna coerenza ha Pullicinus con Peninsula. In un altro diploma di Lodovico III, poscia imperadore, dell’anno 900, si legge cum aliis Insulis quae vulgo Pullicini vocantur. Adunque i Polesini erano isole e non penisole. L’Ughelli corrottamente lesse ivi Pulcini. Era, a mio credere, appellato Polesine quel tratto di palude che restava in secco, grande o picciolo che fosse. Nello Statuto MS. di Ferrara dell’anno 1288 il Podestà così giura: Et dabo operam, quod Policini divisi aggerentur; ita quod per ipsos aggeres quilibet eques vel pedes possit libere ire. Erano probabilmente appellati Corrigium o Corrigia que’ luoghi dove restavano disseccate strisce di terra, somiglianti alle correggie di cuoio. Oggidì cuora in que’ paesi è nominata la terra paludosa che comincia a produrre cannette, e indurandosi a poco a poco si rende atta a ricevere capanne. Credo presa tal voce da’ Greci, che per tanto tempo signoreggiarono in Ravenna, chiamando essi chora ciò che a noi è suolo, campo, terreno. Molte di queste cuore o core unite insieme forse diedero il nome a Correggio: sebbene potè questa voce venire dagli antichi Latini. Fra i vecchi scrittori Rei agrariae Innocenzo scrive così: Vallis de fundo suprascripto est. Etiam montem in medio usque in jugalem corrigiam permittit. Qui sembra striscia del giogo, schiena o serra della montagna. Così nelle paludi s’alzavano striscie e schiene di terra. E ben molti di tali correggi si truovano nelle memorie dell’antica bassa Lombardia. Pellegrino Prisciano ne’ suoi MS. cita una sentenza data nel 1180 da Garsendonio vescovo di Mantova in una lite de piscationibus, canalibus et lacis in Curte Sermitis a Secla supra adstantibus, ec., et in hoc sunt diversa nomina, scilicet Lacus Taurus, Corrigium Gaminetae, Corrigium Trebatii, Corrigium de Langusculo. Et Secla dividit unum Corrigium ab alio. Et flumen Arconinae et Lacus Taurus dividit alia Corrigia. Così in una donazione fatta nell’anno 999 dalla santa imperadrice Adelaide, avola di Ottone III Augusto, al Monistero di San Salvatore di Pavia, troviamo Dossum Fraxanaria, Corrigia in Tengola, Corrigia Boniverti. Altri correggi si truovano nel testamento di Almerico marchese dell’anno 948. Ci conducono poi tali notizie a comprendere che la città di Correggio, da cui prese il cognome la celebre Casa de’ Signori di Correggio, oggidì sottoposta al dominio della Serenissima Casa d’Este, dovette sorgere negli antichi tempi dalle paludi che erano in quelle parti. S’incontra eziandio nelle vecchie memorie la parola Mezzano, con cui erano disegnate alcune ville, particolarmente situate in vicinanza del Po ne’ distretti di Parma, Lodi, ed altri luoghi. Furono una volta isole formate da esso Po, e così denominate, perché in mezzo all’acque: ora son ville nel continente. Ottone Morena nell’antica Storia Rer. Laudens. scrive: Placentini reduxerunt naves usque ad ripam Padi, quae est versus Placentiam. Sed Laudenses in quodam Mezano, qui Insula dicitur, praelium cum Placentinis incipientes, ec. Fino a’ tempi di Federigo I imperadore scorgiamo essere stato il territorio di Ferrara pieno di paludi. Radevico (de Gest. Frid. I) all’anno 1158 racconta per cosa mirabile che l’armi di esso Federigo Augusto fossero giunte a quella città. Ea res, dic’egli, incredibilis visa est, eo quod Ferraria, Pado ibidem instagnante, et paludes impermeabiles faciente, munimento locorum fidens, omnem viciniam suam intrepida et superba rideret. Grande obbligo ha quella città a’ Principi Estensi per avere ridotto in sì buono stato le campagne in quelle parti.

Tante paludi per le torbide degli sfrenati fiumi: alzandosi e seccandosi, giunsero poi a rendersi arabili, ma con restare in molti luoghi per moltissime braccia coperto l’antichissimo piano e suolo delle città. Ciò spezialmente si osserva in Modena, le cui antiche rovine si osservano seppellite ben profondamente a’ nostri dì. Scrive Strabone nel lib. V della Geografia: Lanam mollem et omnium longe optimam producunt loca circa Mutinam et Scutanam (leggi Scultennam) flumen. Molto certamente è in pregio anche oggidì la lana Modenese; ma non sembra corrispondente all’elogio di Strabone, forse perché mutata con tante alluvioni la faccia del terreno e la bontà dei pascoli. Essendo pertanto stata ne’ vecchi tempi massimamente la Lombardia occupata da tante selve e paludi, ne vien per conseguenza che di gran lunga fosse minore allora il numero degli abitatori, che oggidì. Ma da che tornò la pace in queste contrade, e crebbe la cupidigia e industria delle persone, applicossi la gente ad arginare gli sregolati fiumi, a seccar le paludi, a sradicare i boschi. In uno strumento della contessa Matilda dell’anno 1112, presso il Bacchini, Storia di Polirone, leggiamo: Terram quamdam, quae nunc extirpatur, ex parte stirpatam, ex parte cum silva, quae est posita in Curia Massae infra Comitatum Ferrariae in fundo quod dicitur Margarino; a secundo capite palus quae dicitur Albolini; ab altero latere runchus de Johanne Anastasii. Nel Veronese una gran selva occupava il territorio di Nogara. In un breve di papa Innocenzo II, scritto a quel popolo circa l’anno 1136, si legge: Perlatum est ad aures nostras, quod Nogariensem silvam, quam Comitissa Matildis a Monasterio Nonantulano sub annuali pensione tenuit, ec., extirpaveritis, eamque vestris usibus excolatis, ec. Chiamavansi Ronchi e Roncona, dall’antica parola latina Runcare, i luoghi che dopo sradicate le selve si riducevano a coltura. In uno strumento Ferrarese del 1113 abbiamo: Terram autem illam, quam roncabo, frui debeo per annos tres; postea reddam terraticum. Ecco la ricompensa di chi schiantava i boschi per farne de’ campi più utili. In altro strumento da me prodotto nella parte I delle Antichità Estensi è fatta menzione de Samplis ed Amplis. Ho stentato un pezzo a trovarne il significato. Ora dico, essere stati la medesima cosa Xampla e i Ronchi. In tale senso, come notò il Du-Cange, si truova Terra exemplata, Exemplatio ed Exemplum, che è lo stesso con Xamplum. Forse vengono tali voci corrotte dal latino Exampliare, e di là non inverisimilmente è nata la parola Scempio. Erano appellati Novales i campi ridotti capaci dell’aratro. Da questo roncare, o sia da questo abbattimento di selve, son poi venuti i nomi di ville, portanti il nome di Roncaglia. Due ne ha il Contado di Modena: ne hanno altre città della Lombardia, siccome ancora con altri nomi di Roncovetere, Ronchi, Roncaglio, Ronca. Celebratissima fu sopra l’altre la Roncaglia de’ Piacentini presso al Po, luogo vastissimo e senza alberi, dove anticamente si tenea una mirabil Corte di Principi e Baroni d’Italia, massimamente allorché per la prima volta venivano gl’Imperadori Tedeschi a prender le corone del Regno d’Italia e dell’Imperio. Arnolfo storico Milanese all’anno 1047 nomina Prata Ronchaliae, dove Arrigo II fra gli Augusti tenne una splendida Dieta.

Quello che conferì non poco ad accrescere le popolazioni in Italia, fu l’esorbitante liberalità dei Re verso le chiese e verso i vassalli, col concedere loro non solamente le ville e castella, ma anche le regalie, con restare perciò smunti quasi affatto i distretti e contadi delle città; di modo che quel paese che una volta ubbidiva ad una sola città e al suo Conte, venne a dividersi in molti, per così dire, Regoli. Ognun poscia di questi formava delle castella, tirandosi quanti abitatori poteva per nobilitare ed accrescere il suo dominio. Ma da che dopo il secolo XI le città d’Italia, alzato il capo, si misero in libertà, attesero ancora a soggiogare tutti questi signori o signorotti, obbligandoli a tener casa nella stessa città e a diventarne cittadini. Così andarono da lì innanzi crescendo le città, e a riserva di poche, furono tutte forzate ad accrescere il giro delle loro mura. In Napoli, Milano, Firenze, Pavia, Verona, Cremona, Padova, Bologna, Ferrara, e in altre città non v’ha informato delle cose della patria sua, che non mostri l’accrescimento delle mura ivi fatto, e quante chiese una volta erano fuori della città, ed oggidì son comprese nel suo recinto. Mirando noi poscia lo stato presente d’Italia, troveremo che eccettuate alcune poche città, le quali o non son calate o son cresciute in popolo e in fabbriche, perché quivi abita il Principe, e a riserva ancor di Livorno, l’altre tutte notabilmente sminuita mostrano la lor popolazione. Ne è cagione l’essere passate in altri paesi quell’arti, spezialmente della seta e lana, onde cotanto profittavano una volta gl’Italiani; perché la potenza in mare e il commerzio in Levante e all’Indie Orientali si è ridotto in altre nazioni, e perché da gran tempo non poca parte dell’Italia è stata sottoposta a’ Regnanti che hanno la lor sede Oltramonti. Potrebbesi nondimeno opporre all’aver noi detto che le contrade Italiane prima del mille cedessero di molto alla popolazione de’ nostri tempi, ciò che ha l’Anonimo Ravennate; perciocché, secondo lui, quidam Philosophi Italiam amplius quam septingentas civitates habuisse dixerunt. Egli stesso molte ne annovera, delle quali non resta vestigio, anzi né pur si truova menzione presso gli antichi. Ma quell’Anonimo, creduto dal P. Beretti Guido prete di Ravenna mentovato dal Biondo e dal Galateo, ci ha data una Geografia troppo difettosa e confusa, mischiando insieme lo stato felice de’ tempi Romani con lo scaduto de’ secoli barbarici; e dando nome di città a’ luoghi ch’erano semplici castella o ville, e tralasciando poi varie città che dopo la declinazione del Romano Imperio fecero buona figura. Per esempio, dopo Piacenza sono da lui annoverate Julia Chrysopolis, quae est Parma; Becillum, cioè Brixellum, certo antichissima città al tempo de’ Romani, ma che atterrata sotto i Longobardi, da tanti secoli nulla ritiene dell’antico splendore. Seguita Tanetum, che fu solamente un borgo ne’ secoli antichi; e quand’anche avesse goduto la prerogativa di città, tutto svanì, né di lui s’incontra più alcuna memoria. Succede Lepidum Regium, Mutina, Forum Gallarum. Ma questo Foro fu solamente conosciuto dai Romani, e non già dai Longobardi e Franchi. Dopo Bologna presso l’Anonimo succede Claterna, che da tanti secoli ha perduto ogni nome. Tralascio altri luoghi. All’incontro niuna menzione fa egli di Città Nuova del Modenese, che a’ tempi di Carlo Magno era in fiore; e né pure di Asolo, nobil terra o città, mentovata in un Capitolare di Lottario I Augusto da me dato alla luce. E qui mi sia lecito di far osservare una particolarità che si legge in una bolla di Guiberto arcivescovo di Ravenna, ed Antipapa sotto nome di Clemente III, con cui nell’anno 1092 conferma ai Canonici della Chiesa di Reggio i loro beni. Scrive egli così: Et decimam in civitate quae vocatur Regium, ec. Et omnes res quae sunt in circuitu civitatis quae vocatur Emilia . Ecco due città, senza apparire se fossero disgiunte o 338 unite. Per me le credo congiunte, cioè l’antica appellata Reggio, e la nuova chiamata Emilia; siccome in Modena si vede la città Erculea, che è un accrescimento della vecchia città fatto da Ercole II duca di Ferrara, e siccome anticamente la Città Leonina fu aggiunta a Roma. In una donazione fatta nell’anno 946 da Adelardo vescovo di Reggio, si legge pecia una de terra arativa in Civitate Vetere. Ed Eribaldo vescovo suo predecessore in un altro strumento del 943 nomina Ecclesiam Beati Thomae Apostoli, quae sita est Regio Civitate Vetere. Questa Città Vecchia ne chiama una nuova, cioè una parte aggiunta dai Reggiani all’antica loro città.

Ma troppe son le cose che, per mancanza di memorie, restano tenebrose nell’antichità. Non solamente i luoghi per le guerre, per gl’incendj, per le inondazioni e per altre umane vicende, cangiarono aspetto, ma fin mutarono i nomi. Me ne somministra esempj Modena posta fra due non ignobili fiumi, chiamati da’ Romani Scultenna e Gabellus, ma non conosciuti dall’Anonimo Ravennate. Ma Scultenna ritiene bensì nelle montagne l’antico suo nome, ma giunto al piano, da più secoli ha il nome di Panaro. Altrettanto è avvenuto a Gabellus, chiamato oggidì Secchia. Onde mai questa mutazione di nome? Ho io pubblicata una bella iscrizione, esistente una volta a San Faustino di Rubiera, poco lungi da Secchia, da cui apparisce che nell’anno 259 Valeriano Augusto e i suoi figli PONTEM SECVL. VI IGNIS CONSVMPT. INDVLG. SVA RESTITVI CVRAVERVNT. Sicché fino allora dovea quel fiume nominarsi Secula, poi Secla, e finalmente Secchia. Come poi in sì poco tempo dopo Plinio si cangiasse quel nome, chi mel sa dire? Per altro ne’ vecchi tempi, per testimonianza di Pellegrino Prisciano, correva Secchia fra Burana e la villa di Gavello, e dura tuttavia nel Mirandolese un Gavello Villa. O questa diede o prese il nome da Gabellus. Abbiam fatta menzione di Città Nuova fabbricata dai Modenesi quattro miglia lungi dalla loro città all’occidente sulla Via Emilia, chiamata Claudia nelle vecchie carte. Di essa oggidì dura tuttavia il nome e la sola Parrocchiale in quello stesso sito; il rimanente è sotterra. Mi sia lecito l’illustrar qui il testamento di Carlo Magno, in cui si leggono le seguenti parole: Per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium et Civitatem Novam, atque Mutinam usque ad terminos Sancti Petri. Che Liutprando fusse il primo fondatore di quel luogo, non ce ne lascia dubitare un marmo tuttavia esistente nella Parrocchiale suddetta colla seguente iscrizione in lettere Romane.

HAEC XPS FVNDAMINA POSVIT FVNDATORE

REGE FELICISSIMO LIVTPRAND PER... VMCEB...

HIC VBI INSIDIAE PRIVS PARABANTVR

FACTA EST SECVRITAS VT PAX SERVETVR

SIC VIRTVS ALTISSIMI FECIT LONCIBARD.

TEMPORE TRANQVILLO ET FLORENTISS.

OMNES VT VNANIMES... PLE.... IS PRINC....

Circa l’anno 716 fu posta questa iscrizione. Ho io co’ miei occhi veduto ed esaminato quel marmo, e letto ivi Loncibard. Veramente negli autentici diplomi di Carlo Magno e de’ suoi discendenti si truova scritto Langobardorum, e in un marmo tuttavia conservato in Ravenna si legge... OL. REGI. FRANCOR. ET LANGVBARDOR. HAC PATRICIO RO... Ma che anche si scrivesse Longobardorum basta bene a provarlo l’iscrizione di Città Nuova; e però trovandosi monumenti ne’ quali sia scritto, non s’ha subito a gridare che v’ha qualche frode od impostura.

Come poi crescesse in breve la popolazione in quella Città Nuova, concorrendovi ad abitare il popolo Modenese, cel fanno intendere le memorie susseguenti. Fra quelle del Regal Monistero di Nonantola sul Modenese si conservava Privilegium Clementissimi Karoli Imperatoris (cioè del Magno) in Anselmo Abbate confirmans quamdam sententiam, quae lata fuit inter ipsum Abbatem et inter Raynaldum Castaldionem Civitatis Novae, et populum ejusdem civitatis, et populum Sorbariensem, Albaretum et Colegariam, de insula et silva quae esse videtur inter Panario et Fossa quae dicitur Munda. Sicché quel luogo era già divenuto città, e vi soggiornava il Gastaldo Regio, ufizio che, siccome abbiam veduto nella Dissertazione X, era uguale a quello de’ Conti. Il Campi nella Storia della Chiesa Piacentina riferisce un decreto del re Bertarido per una controversia di confini fra Dalgibertum Gastaldum Placentinae urbis, et Imonem Gastaldum Parmensis. Che ivi ancora dimorasse un Conte, cioè un regio governatore, lo deduco da uno strumento di Rataldo vescovo di Verona nell’anno 813, perché vi è sottoscritto Riempertus Comes Civitatis Novae. Non era peranche nata in Istria Città Nuova dalle rovine d’Emona, e però quel Conte dovea appartenere a Città Nuova del Modenese. Abbiamo anche pruove che quel luogo fosse murato. In uno strumento dell’archivio de’ Canonici di Modena dell’anno 855 son queste parole: Placuit atque convenit inter Domnus Jonas Dei gratia Episcopus Sancte Ecclesie Motinensis, nec non et ex alia parte inter Garbuino de Curolo (oggidì Corlo) livero homine, ut in Dei nomine ego qui supra Garboino, vel meis heredis laborare et excolere debeam rem juris sacre Sancti Apostoli, que est constructa et edificata intra muras Civitatis Nova. Aggiungasi un altro documento del medesimo archivio, spettante all’anno 911. Quivi Gotifredo vescovo di Modena concede a livello alcune terre, positas infra Castrum nostrum, quod est edificatum prope muras Civitatis Nova. In altro strumento dell’anno 914 si legge una donazione fatta al medesimo Gotefredo Episcopo de peciola una de terra, que rajacet longo muro de Castello, quod est edificatum prope muras Civitatis Nove. Sicché non solamente Città Nuova era guernita di mura, ma s’era anche fabbricato un castello o fortezza in sua vicinanza. E nota longo muro de Castello, come frase della lingua italiana, cioè lungo il muro del Castello. Truovasi ancora un frammento di diploma con cui Lottario I Augusto nell’anno 827, o pure 842, fa una donazione di molti beni al Monistero Nonantolano, dove si legge: in nostro territorio Emilianensi, vel ad partem Motinensem infra confines Civitatis Geminiana. Chiama egli l’Emilia territorio nostro, non so se la provincia o pure il distretto di Reggio. Chiama anche Città Geminiana la stessa Città Nuova; e lo stesso apparisce da un diploma dell’imperador Lodovico Pio suo padre, pubblicato dal Sillingardi e dall’Ughelli. Più sotto è mentovata Civitas Geminiana, que vocatur Flexiana. Da San Geminiano vescovo prese Città Nuova quella denominazione; ma perché fosse anche appellata Flexiana, non l’ho potuto finora comprendere. Vedemmo di sopra in un diploma del re Berengario I dell’anno 899 fatta menzione de finibus nostris Regisianis et Flexianis.

Quanto ancora il tempo abbia alterati e cangiati i confini degli antichi Contadi, posso comprovarlo colle vecchie memorie di Modena. Fra i pochi documenti che restano nel già ricchissimo ea ora svaligiato Monistero di Nonantola, si conserva una donazione tratta nell’anno 776 a quel sacro luogo e a Santo Anselmo Abbate suo fondatore da Giovanni duca figlio di Orso duca, e da Orsa sua sorella monaca. Leggesi quivi: Domino sancto et venerabili Monasterio Sanctorum Apostolorum, et Christi Confessoris Silvestri situ Nonantula, pago Persiceta, territorio Motinensi, et.... tegente vir beatissimus Anselmus Abbas preesse videtur. Questo Giovanni duca verisimilmente fu uno degli ascendenti dei Duchi di Ravenna, che sovente si truovano nei monumenti de’ secoli susseguenti. Osservisi qui che l’insigne Monistero di San Silvestro si dice situm Nonantula, pago Persiceto, territorio Motinense. Cioè il Monistero era situato nel pago di Persiceto, e questo pago era nel territorio, cioè nel contado e distretto di Modena. Allorché s’incontra nelle antiche carte la parola Pagus, inavvertentemente alcuni credono ch’essa significhi qualche villa o castello: significa un tratto di paese che abbraccia molte ville, castella e terre. Presso il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza abbiamo un diploma di Lodovico Pio, che rammenta Monisterium Gravacum, in pago Placentino constructum, cioè nel distretto di Piacenza. L’Ughelli ne’ Vescovi di Verona rapporta un privilegio di Lodovico II Augusto, dove troviamo res positas in pago Veronensi, in pago Tarvisino. Potrebbesi provare la forza di questa voce con passi di Cesare, Plinio, Tacito ed altri. Potrà il Lettore consultare sopra ciò il Freero, il Salmasio, il Vossio, il Bignon, il Du-Cange, ed altri Eruditi. Anche in un diploma di Lodovico Pio dell’anno 814, esistente nell’Archivio Nonantolano, si vede confermata da esso Augusto una permuta fatta fra Pietro Abbate di Nonantola e Ridolfo rettore del Monistero, quod est constructum intra muros civitatis Brixiae in honore Domini Salvatoris nostri Jesu Christi, quod vulgo appellatur Monasterium novum; parole che s’hanno da intendere del nobilissimo Monistero delle Monache di Santa Giulia, economo del quale dovea essere quel Ridolfo. Ora questi diede al Monistero di Nonantola villam nuncupantem Redudum, quae dicitur super nomen Corticella, in pago Persiceta. Chiamasi tuttavia Reddù questa villa, ornata di chiesa parrocchiale, e sottoposta al Duca di Modena, come padrone della terra di Nonantola. L’ampiezza ancora del tratto della Persiceta si ricava da Leone Ostiense, lib. I, cap. 54 della Cronica Casinense, dove così è scritto di Giovanni Abbate: Hic fecit libellum Aldeberto filio Rainerii de Rastello (oggidì si chiama Rastellino, villa sottoposta alla Diocesi Nonantolana) de aliquot Curtibus hujus Monasterii in Comitatu Mutinensi, fundo qui dicitur Persiceta. Anche Pietro Diacono (libro IV, cap. 18 della medesima sua Cronica) attesta che alla Badia Casinense era sottoposto Monasterium Sancti Benedicti, territorio Mutinensi, intra fines fluvii Fusculi et limitis Malmeniliaci. Oggidì ancora si mira la nobil terra appellata San Giovanni in Persiceto, posta nel Contado di Bologna. Come s’ha dall’Ughelli, Federigo II imperadore confermò al Vescovo di Bologna Castrum Sancti Johannis in Persiceto. Sicché intendiamo che una volta il Persiceto o sia la Persiceta era parte del Contado di Modena, e per conseguente almeno il fiume Samoggia divideva esso Contado da quello di Bologna, con restar anche ai Modenesi Bazzano; e questo Persiceto abbracciava Nonantola colle sue ville, la Corte di Zena, San Cesario, Panzano, Castello San Giovanni, ed altre ville e castella, che la potenza dei Bolognesi a poco a poco sottrasse non solo al Contado, ma anche alla stessa Diocesi di Modena. Però una volta erano ben compartiti i confini fra queste due città, che oggidì sono cotanto sproporzionati. Allorché i Longobardi tolsero la città di Modena ai Greci signori dell’Esarcato, non ebbero tutto il suo territorio. Ma poscia per testimonianza di Paolo Diacono (libro VI, cap. 49 de Gest. Langobard.) il re Liutprando tolse loro Castra Æmiliae Foronianum (si dee leggere Feronianum) et Monte Bellium, Buxeta et Persiceta. Qui Feronianum è oggidì appellato il Frignano o Fregnano, picciola provincia del Ducato di Modena nelle montagne, che comprende Sestola capo di essa provincia, la grossa terra di Fanano, con assai altre castella e ville. I Friniati Liguri, mentovati da Livio, son più tosto da cercar ivi, che dove immaginò il Cluverio. Mons Bellius, chiamato oggidì Monte Veglio, o sia Monte Vio, fu per alcun tempo sottoposto alla giurisdizione di Modena. Di Buxetum si è perduto il nome, non potendosi qui intendere Busseto posto fra Parma e Piacenza. Anastasio nella Vita di Gregorio II papa scrive: Langobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Verablum cum suis oppidis, Buxo et Persiceta, Pentapolis quoque et Auximanna Civitas se tradiderunt. Troppa parte del Persiceto oggidì ubbidisce a Bologna.

E questo sia degli antichi confini di Modena. Ma forse niuna città si mostrerà, nel cui distretto o anticamente, o ne’ tempi delle guerre de’ Guelfi e Ghibellini, non sieno accaduti cangiamenti ora in bene ed ora in male. Nella parte I delle Antichità Estensi, cap. VIII, feci vedere che al Contado di Brescia appartenevano una volta Casale Majus, Videliana, Pomponescum et Suzaria. Di ciò parleremo ancora alla Dissertazione XXII, facendo conoscere che quella città comandava ad altre terre oggidì sottoposte a Cremona. Qui mi sia permesso di far menzione di una donazione fatta nell’anno 883 da Carlo il Grosso imperadore ad un Giovanni gastaldo di una massarizia in loco Fontane, Comitatu Brixiensi, Parochia Cremonensi: dal che scorgiamo che il distretto di Brescia si stendeva nella Diocesi di Cremona. Così Felina e Malliacus, come vedemmo nella Dissertazione VI, erano corti o castella di Parma, e oggidì appartengono a Reggio. Una volta ancora il Contado di Reggio si stendeva fino ai confini del Ferrarese. Da gran tempo non è così. Comandava anche a Wardistallum, oggidì Guastalla, alzata all’onore di città e Ducato; ma questa ne fu smembrata. In un diploma di Lodovico III re d’Italia nell’anno 901 noi troviamo confermata al Monistero di San Sisto di Piacenza Curtem juris Regni nostri, que dicitur Wardistalle, consistentem in Comitatu Regisiano non longe a fluvio Pado. Quivi è nominato Adalmano vescovo di Concordia non conosciuto dall’Ughelli. Così in un diploma di Lottario I imperadore, rapportato da esso Ughelli ne’ Vescovi di Como, noi miriamo Vallem Tellinam in Ducatu Mediolanensi. Forse era scritto in Comitatu Mediolanensi, come apparisce da altro documento che accennerò nella seguente Dissertazione. Si maraviglierà taluno all’osservare tanta estensione una volta del Contado di Milano; ma cesserà lo stupore allorché vedrà nella Dissertazione LXX rammentato uno strumento dell’anno 880, da cui risulta che la città di Como era allora sottoposta Comiti Mediolanensi. O per qualche delitto doveano i Comaschi avere perduta la lor prerogativa, o qualche Imperadore dovea avere accresciuto l’onore dell’insigne città di Milano colla giunta di quel Contado. Per altro anticamente v’erano terre grosse governate dal suo Conte, e dipendenti solamente dal Re o Imperadore. Ma da che Milano si eresse in Repubblica, suggettò alcuni di que’ Contadi: laonde Galvano Fiamma nel Manip. Florum ebbe a scrivere ampliata nel 1167 la potenza dei Milanesi colle seguenti parole: Ducatus Burgariae, Marchionatus Martesanae, Comitatus Seprii, et Comitatus Turigiae, et Parabiagi, et Comitatus Leuci, qui omnes quasi domestici inimici terram istam semper invaserant, facti sunt subjecti et servi perpetui civitatis Mediolani, ec. Civitas Angleriae et civitas Brianziae in nostra oppida rediguntur. Alcuni di questi Contadi nacquero solamente dopo il mille; altri erano più antichi. Nel testamento di Angilberga imperadrice dell’anno 877, pubblicato dal Campi nella Storia della Chiesa Piacentina, si truovano Curtes in Comitatu Burgarense: id sunt Brunago et Trecate. Perché il Fiamma chiamasse Ducato di Burgaria quello che era Comitato, non ne so dir la ragione. La menzione di Trecate sarebbe da vedere se indicasse che il Contado di Burgaria lo stesso fosse che quel di Vigevano de’ nostri tempi. Ottone I Augusto, come s’ha da un suo diploma del 969 riferito dall’Ughelli ne’ Vescovi di Parma, conferma tutto ciò che Ingone nobil uomo possiede in Comitatibus Bulgariensi, Laumellensi, Plombiensi, Mediolanensi, ec. Fa menzione di Plombia anche l’Anonimo Ravennate, e il suo Contado era confinante con quello di Novara. Nell’anno 1028 Corrado I Augusto concede o conferma a Pietro vescovo di Novara Comitatum de Plumbia, et alium de Oxula. Sicché anche Domodossola avea allora il suo particolar Contado, che si truova confermato nel 1014 al medesimo Vescovo da Arrigo I fra gl’Imperadori, nominandolo quemdam Comitatulum, qui in Valle Ausula juxta ipsius Episcopatus Parochiam adjacere dignoscitur.

Vediamo ancora nominato in un diploma di Lodovico III Augusto, dato al Vescovo d’Asti nell’anno 901, Comitatum Bredolensem inter Tanagrum et Sturiam. Antichissimo poi fu Comitatus Sepriensis mentovato di sopra. In uno strumento dell’anno 844, accennato già alla Dissertazione IX, si truova Johannes Comes Sepriensis. Più antica è la memoria di esso in uno strumento dell’804, conservato nell’insigne archivio de’ Monaci di Santo Ambrosio di Milano, dove si parla di un Oratorio di San Zenone Confessore, quod fondato esse videtur in loco Campellione prope Riba (del Lago di Lugano) finibus civitatis Sebriensis. Ecco che Seprio si contava allora fra le città. Ne restano ora appena le vestigia dove è Castel Seprio non lungi dalla grossa terra di Gallarate. Leggesi in un altro strumento del medesimo archivio all’anno 857: Constat, me Angelbertus de Vico Canobio finibus Sebriensis. Nobile terra è oggidì Canobio alla riva del Lago Maggiore, sottoposta alla nobil Casa Borromea. Né alla dignità per particolar Contado del Seprio nuoce punto il trovarsi in altro documento dell’anno 865 mentovata una corte in loco et fundo Balerne, ubi dicitur Oblino, Judiciaria Sebriense. Vedremo anche nella Dissertazione seguente Valtelinam Judiciariam Mediolanensem. Ma secondo le leggi del re Liutprando Judiciaria significa il distretto di qualche città. Poco fa Galvano Fiamma nominò Anghiera, nobil terra posseduta dai suddetti Conti Borromei nel Lago Maggiore. Anticamente era essa nominata Stationa, e non già Scationa, come ha l’Anonimo Ravennate, e si stendeva la sua giurisdizione alla maggior parte dei luoghi situati alle rive di esso lunghissimo Lago. Nel sopra accennato testamento d’Angilberga Augusta sono poste in Comitatu Stationense Curtes Cabroy et Masinum, nel cui ultimo luogo uscì alla luce Matteo Magno Visconte. Così in uno strumento dell’anno 808 comparisce Draco filius quondam Rodelmundo, il quale accenna, quae possidere videor in territorio civitatis Sebriense, ec., seu et in finibus Stazonensis, locus Leocarni. Adunque la nobil terra di Locarno apparteneva al Contado d’Anghiera, senza sapersi intendere come poi Canobio fosse del Contado di Seprio. Presso il Puricelli in un privilegio dell’anno 894, dato dal re Berengario I ai Canonici della Basilica Ambrosiana, troviamo nominato Mansum illud, quod est in Cornalede pertinens ex Comitatu Frazoniensi. Io truovo Cornalè alla sinistra della terra di Pizzighittone; e però sarebbe da vedere se quel che oggidì è territorio della città di Crema, fosse allora il Contado Frazoniense. Costume in fatti fu di que’ secoli di compartire in tal guisa i territorj, che i luoghi frapposti fra le città, e troppo distanti da esse, avessero il loro Conte o sia governatore per maggior comodo degli abitanti. Però motivo abbiamo di sospettare che Castello Arquato, posto fra Piacenza e Parma, godesse allora il privilegio del proprio Contado. In una donazione fatta nell’anno 833 da Aliberto prete al Monistero Nonantulano, sono enunziati beni finibus Castro Arquensis, vel finibus Placentina, vel in finibus Regensis, loco Arcete. Due testimonj dicono d’essere finibus Brixiane. Colla parola finibus sembrano disegnati i diversi Contadi. In uno strumento da me rapportato nella parte I. cap. 14 Antiqu. Est., spettante all’anno 1012, si truova Lanfrancus Comes hujus Comitatu Auciense. Credo d’averne trovato il sito: cioè così era denominato il tratto di paese che è fra il basso Parmegiano e Piacentino, oggidì appellato lo Stato Pallavicino. Ora ne è capo Busseto; anticamente dovea essere Auce, di cui non truovo ora vestigio. Forse dalle sue rovine crebbe Borgo San Donnino, oggidì città episcopale. Si figurò il P. Beretti nella sua Dissert. Chorograph. d’aver trovata menzione di questo borgo in un placito tenuto in Parma l’anno 830, e dato in luce dal Campi Piacentino. Quivi si tratta una lite fra Grimoaldum avocatum da pars Monasterii Sancti Florentii in Florenzola, et Ursonem presbyterum tam de beneficium... da pars... Sancti Domnini. Ma s’ha da leggere Ecclesiae, o Oratorii, o Monasterii, o Plebis, o altra simil parola, e non già Burgi. Di sotto v’ha qui ad pars Sancti Domnini res suas pro animam suam dedit. Adunque vi si parla d’una chiesa. Odasi ora ciò che è scritto in un diploma di Lodovico re di Germania dell’anno 876, in cui concede ad Hirmingarda sua nipote Lemin Curtem in Comitatu Pergama, et Curtem Majorem in Placentino Comitatu, et in Aucia. Vedesi tuttavia la terra di Corte Maggiore nel paese già spettante ai marchesi Pallavicini. In un placito dell’anno 910 tenuto in Cremona si truova Advocatus Curtis Domni Regis Auce, quae dicitur Majore.

Del pari la bella terra di Garda sul lago Benaco, il quale da essa oggidì è chiamato Lago di Garda, pare che godesse negli antichi secoli il decoro di un particolar Contado. Un diploma di Berengario I re d’Italia dell’anno 893 in favore del Monistero di S. Zenone di Verona, parla de Corte nostra Meleto sitas in Garda, e più sotto jugera octo sita in finibus Garda. In uno strumento da me rapportato nella Dissertazione XIV Garda è distinta col nome di città, ed ogni città avea il suo Conte e Contado. Così Comitatus Montesilicanus, oggidì Monselice, nobil terra del Padovano, si truova in uno strumento dell’anno 928, e ne’ diplomi di Arrigo I e Corrado I presso l’Ughelli ne’ Vescovi di Verona, Altri simili Contadi ritroverà chi maneggia le antiche pergamene. Ma spezialmente vo’ io qui ricordare una donazione, di cui tornerà occasion di favellare nella Dissertazione LXVII, scritta prima dell’anno 800. Ivi è nominato Comitatus Lucardus, nome strano. Ma che questo fosse in Toscana fra Arezzo, Firenze, Siena, Volterra e Pisa, si raccoglie dal trovarsi ivi tuttavia il castello Lucardo, e dall’annoverare fra i luoghi di quel Contado Petroniaco, Monte Bonici, Monte Domenichi, San Donato, Santa Maria, Meleto, San Pietro, ec. Angusto era una volta il Contado di Siena, come vedremo alla Dissertazione LXXIV; e però non è da stupire se fra essa e Firenze si trovasse il Contado Lucardo. Dall’Anonimo Ravennate fra le città della Toscana viene annoverata Lugaria. Forse ivi è da leggere Lucarda. Avvertimmo di sopra che nelle montagne il Fregnano è una picciola provincia del Ducato di Modena. Verisimilmente anch’esso una volta ebbe il suo proprio Conte e Contado. Paolo Diacono nel lib. II, cap. 8, trattando delle Alpi Apennine, dice che ivi sono civitates Feronianus, Montepellium, ec. Ivi si parla del Fregnano. Nell’anno 767, come consta da uno strumento di donazione fatta ad Anselperga badessa di Santa Giulia di Brescia, sono specificati beni posti in loco ubi nuncupatur Rio Torto, terreturio Feronianensi. In un’altra donazione fatta l’anno 1034 ad Ingone vescovo di Modena troviamo nominato Comitatum Ferengniense. Così in uno strumento del 1036 s’incontra Ubertus filius bo. me. Daiberti de Comitatu Feroniano, e nell’anno 1017 Albizo filius Daiberti de Comitatu Feroniano. Lungo studio poi richiederebbe il volere raccogliere tutte le città dell’Italia tanto de’ tempi Romani, che de’ secoli barbarici, le quali o hanno perduto affatto il nome, o son decadute assaissimo, o hanno cangiato sito. Per esempio Antemnae fu città non ignobile dei Latini non molto lungi dalla fonte dell’Aniene, oggidì Teverone. Ne parlano Varrone, Festo, Servio, Livio, Silio, ed altri rammentati dal Cluverio e Cellario. Tuttavia porta il nome di Città di Antina, ma ridotta a troppo bassa condizione. È nominata ne’ vecchi documenti la città di Bobio, non quella che giace sopra Piacenza alle rive della Trebbia, ma un’altra dello Stato Ecclesiastico, ornata una volta di cattedra vescovile. Nell’assegnare il sito di questa città si sono ingannati Leandro Alberti, il Cluverio, Carlo da San Paolo, il Fontanini ed altri. L’Ughelli nel tomo II dell’Italia Sacra ci vorrebbe persuadere che Sarsina e Bobio fossero la stessa cosa. Ma non badò egli che nel 1232 v’era tuttavia la Diocesi di Bobio, e che molto prima di quel tempo si truova Sassenatensis Episcopus, come consta dai documenti prodotti dal medesimo Ughelli. E in un diploma di Corrado I Augusto del 1028 sono alla chiesa di Sarsina confermati tutti i beni che ad essa appartengono in territorio Sassenatensi, ec., et infra Comitatum Bobiensem, in territorio Feretrano, in Caesenati Comitatu, ec. Chi è pratico de’ molti luoghi enunziati in uno strumento dell’anno 1232, da me dato alla luce, potrà forse individuare dove precisamente fosse la Diocesi Bobiense; perciocché ivi si legge: Vel mihi pertinet in Dioecesi Castellana, Feretrana et Bobiensi; scilicet Castrum Alfari, et ejus Curtem, Castrum Corneti, ec. Se Bobio era in confine di Sarsina, potrebbe essere stato aggjunto al Vescovato della medesima Sarsina. Ma di ciò finora non si son vedute pruove concludenti. Incontrasi anche memoria della città Ansedona nelle vecchie carte, e si pretende che dalle rovine sue sorgesse la riguardevol terra di Orbitelli. L’Ughelli ne’ Vescovi di Ostia, e il Margarino nel tomo II, constit. 25, rapportano un diploma di Leone III papa e di Carlo Magno, per cui amendue donano Monasterio Sancti Anastasii, quod est positum ad Aquam Salviam (entro Roma) integram civitatem, quae ab omnibus vocatur Ansidonia. E il Turrigio (parte II de Cript. Vatic.) ne rapporta de’ pezzi ch’egli dice scritti nella parete di esso Monistero. Ma quel diploma non ci vuol molto a riconoscerlo per un’impostura. Di una miracolosa vittoria che ivi si dice riportata, niuno degli antichi Storici ha mai fatta menzione. Né mai fu costume che il Papa e l’Imperadore con unione di autorità e di sottoscrizione facessero simili donazioni. Carlo M. è ivi appellato magnificus et praesens Rex, e poi si sottoscrive con dire: Ego Carolus Imperator Augustus. Sottoscritto anche si mira Hugo Dux Luxoviensis, ovvero Lugdunensis: cose tutte contrarie al Rituale di que’ tempi, siccome anche la pena da pagarsi Romano Imperio. Tralascio l’anno dell’era volgare ivi apposto, ed altre osservazioni concludenti, quello essere un documento falso. È anche da vedere la Cronica Volturnense, nella cui figura VI comparisce Urbs Ansedona, e appresso Monasterium Sancti Petri: il che può far dubitare che nel Regno di Napoli fosse quella città; e tanto più perché Falcone Beneventano all’anno 1133 scrive che il re Ruggieri dopo Matera occupò civitatem aliam nomine Ansam. Di più non soggiungo, con replicare che lunga navigazione intraprenderebbe chiunque volesse trattare di tutte le antiche città o annientate o ridotte in bassissimo stato.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011