Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XX

Degli Atti delle Donne.

Lamenterebbonsi le donne ove nulla dicessi di loro, né facessi punto conoscere i riti del loro sesso ne’ secoli barbarici. Primieramente si vuole avvertire che le fanciulle a’ tempi de’ Longobardi nudrivano il crine, né lo tosavano. Nelle leggi del re Liutprando noi troviamo sovente filias in capillo in casa relictas. E per attestato di Paolo Diacono (lib. V, cap. 37 de Gest. Langobard.) il re Cuniberto, avendo inteso lodare Theodotem puellam eleganti corpore, et flavis prolixisque capillis paene usque ad pedes decoratam, tosto se ne invaghì. Le quali parole sembrano indicare che le vergini allora andassero col crine sciolto sulle spalle, ma verisimilmente con qualche nastro legato nel calare dal capo. In Milano e Bologna, e fors’anche altrove i fanciulli e le fanciulle si chiamano tosi, tose, tosane, tosoni e tosette: il che quantunque paia dire il contrario di quello che praticarono i Longobardi, pure il Ferrari nel Trattato dell’Origini della Lingua nostra giudicò che intonsi ed intonse de’ Longobardi si sia convertito in queste altre voci. Che se non si tosavano le fanciulle, sembra che se ne possa inferire che quando poi passavano a marito, allora si tagliassero, o, per dir meglio, si accorciassero la chioma. Il Du-Cange nel Glossario fu d’altro parere alla parola Capilli, scrivendo: Promissos crines innuptae ferebarit, nec eos in nodos retorquebant, quod nuptarum erat apud Langobardos. Ma quando non si rechino testimonianze di tal uso, non siam tenuti a seguitar sì fatta opinione; perciocché non si distinguevano le zitelle dalle maritate, perché le prime portassero il crine sciolto, e l’altre aggruppato; ma perché quelle erano in capillo, e per conseguente l’altre doveano andare in qualche maniera tosate. Presso gli antichi Franchi (siccome attesta Gregorio Turonense, lib. III, cap. 18 della Storia) i maschi portavano caesariem incisam, e i primi Re la lasciavano cader giù dalle spalle, ma i Re Carolini al pari del popolo adoperavano un’onesta tosatura de’ capelli; et è da credere che le donne d’Italia, da che vennero a comandar qui i Franchi, si accomodassero ai lor costumi, ed usassero treccie e ricci per ornamento del capo.

Uso ancora fu delle fanciulle il portar camicciuole strette alla vita. Paolo Diacono nel compendio di Festo scrisse: Supperus vestimentum puellarum lineum, quod et subucula, id est camisia dicitur. Vien deriso Paolo da Giuseppe Scaligero con queste parole: Camisiam usurpat Paullus verbum suae aetatis, ac suorum elegantia dignum. Troppo è da dire precipitosa questa sentenza. Vittore Vitense nel lib. I de Persecut. Vandalor. tanto prima, cioè nell’anno 847, conobbe camisias et femoralia. Anzi abbiamo da San Girolamo, che a’ suoi tempi era usatissima questa voce, scrivendo egli nell’epist. a Fabiola: Volo pro legentis facilitate abuti sermone vulgato. Solent militantes habere lineas (cioè vesti di tela bianca) quas camisias vocant, sic aptas membris, et adstrictas corporibus, ut expediti sint vel ad cursum vel ad praelia. Perciò quella voce una volta significava non la camicia de’ nostri tempi, ma sì bene una camicciuola. E veggasi che l’alba, vestimento sacro, da noi appellato oggidì camice, da San Gregorio Magno, lib. VI, epist. 27, e da Anastasio Bibliotecario nella Vita di Benedetto III fu chiamata camisium e camisia. I Greci per significare quella che oggidì camicia si appella, e si usa portare sotto tutte le vesti, dicevano hypocamisum, cioè sottocamicia: parola anche adoperata dal suddetto Anastasio nella Vita di S. Giovanni Limosiniere.

Quanto agli sponsali, costume una volta fu, almeno nel secolo IX, che volendo un uomo obbligar la sua fede di prendere per moglie una femmina, le metteva l’anello in dito: il che oggi si serba per la benedizione del matrimonio. E quando si celebrava davanti il sacerdote esso matrimonio, si stendeva un velo benedetto tanto sopra l’uomo che sopra la donna in segno di verecondia e della pudicizia che aveano da conservare. Per chi passava alle seconde nozze non si usava più questo velo. Ci vien questo rito insegnato da papa Niccolò I nelle Riposte ai Consulti dei Bulgari, capitolo III, dove interrogato, qual consuetudine si avesse da osservare nelle nozze, così egli risponde: Nostrates tam mares quam feminae nullam ligaturam auream aut argenteam, aut ex quolibet metallo compositam, quando nuptialia foedera contrahunt, in capitibus deferunt. Sed post sponsalia, quae futturarum sunt nuptiarum promissa foedera, quaeque consensu eorum qui haec contrahunt, et eorum in quorum potestate sunt, celebrantur, et postquam arhis sponsam sibi sponsus per digitum fidei a se annulo insignitum despondet, dotemque utrique placitam sponsus ei, cum scripto pactum hoc continente, coram invitatis ab utraque parte tradiderit, ec., ambo ad nuptialia foedera perducuntur. Et primum quidem in Ecclesia Domini cum oblationibus, quas offerre Deo debent per Sacerdotis manum, statuuntur; sicque demum benedictionem et velamen caeleste suscipiunt. Veruntamen velamen illud non suscipit, qui ad secundas nuptias migrat. Post haec autem de Ecclesia egressi coronas in capite gestant, quae semper in Ecclesia ipsa solitae sunt reservari, ec. Antichissimo era il rito di dar l’anello negli sponsali, e questo vien chiamato anulus pronubus da Tertulliano nel lib. de Cultu femin. Anche gli antichi Romani usavano di dare allora l’anello. Così da Santo Ambrosio nel libro de Virginitate, cap. XV, è mentovato flammeum nuptiale nuptarum, cioè quel velo di cui parla papa Niccolò. Lo stesso santo Arcivescovo nell’epist. XIX dice: Quum ipsum conjugium velamine sacerdotali, et benedictione sanctificari oporteat, ec. Quattro uomini tenevano gli angoli di esso velo, chiamato anche pallium, sopra le teste de’ nuovi conjugati. In oltre per mano de’ sacerdoti si mettevano in capo ad essi le corone, e solevan queste essere rilevate a guisa di torre, e composte di fiori. Questo rito (come osserva il Pascalio, lib. II, cap. 16 de Coronis) lo presero i Cristiani dai Greci e Romani, e come innocente lo ritennero. Nella funzione ancora del matrimonio allora si costumò, come oggidì, che l’uomo e la donna si davano la man destra per segno del possesso che l’uno prendeva dell’altro, e della fedeltà e concordia che avea da essere fra loro. Fanno di ciò fede Tertulliano e San Gregorio Nazianzeno. Erano poi amendue avvisati di astenersi per quel giorno e nella notte seguente da ogni commerzio carnale per riverenza al Sacramento. Anzi v’erano di quelli che per due o tre giorni se ne astenevano: il che duro parrebbe agli uomini carnali de’ nostri tempi. Allorché le nuove maritate erano condotte alla casa del marito, con tripudio e pompa maggiore che oggidì si facea questo passaggio. Nella legge VI di Astolfo re de’ Longobardi son le seguenti parole: Pervenit ad nos, quod dum quidam homines ad suscipiendam sponsam cujusdam sponsi cum paranympha et troctingis ambularent, perversi homines aquam sordidam et stercora super ipsam jactassent, ec. A questo delitto s’impone ivi una grave pena; perciocché pare che i Longobardi osservassero il costume anche oggidì osservato in Inghilterra, cioè di fare una legge nuova, qualora qualche misfatto si commetteva, per cui dianzi non fosse stata determinata la pena. Quei che troctingi son detti in essa legge, dal grammatico Papia san chiamati joculatores qui saltare noverunt. Di costoro tornerà occasion di parlare nella Dissertazione XXIX, degli Spettacoli.

Con che pompa i re e principi solennizzassero le loro nozze, facile sarebbe il dimostrarlo. Qualche cosa ne diremo nella stessa Dissertazione XXIX. Anche i privati con suntuosità corrispondenti alle loro forze e alla lor dignità faceano risplendere quella funzione. Nel secolo XIV e nel seguente uso fu in Lombardia che negli sponsali o nel matrimonio de’ nobili un eloquente oratore, alla presenza de’ parenti e cittadini amici, recitava l’epitalamio, cioè un’orazione in lode degli sposi, e delle lor case illustri. Grande sfarzo era allora nelle vesti e negli addobbi delle case e ne’ conviti per molti giorni. Il bello era che i parenti non andavano esenti da una contribuzione; cioè costume era che tutti regalassero lo sposo o la sposa; e questi regali nelle nozze massimamente de’ principi e gran signori erano magnifici. Ne tratteremo meglio nella Dissertazione XXIX. Qui solamente si vuole avvertire che exenia nuptialia furono in uso anche a’ tempi del re Rotari, e ne restava padrone il marito, tuttoché fossero fatti alla sposa. Così abbiamo dalla legge CLXXXIV di quel Re Longobardo. Si quando pater filiam, aut frater sororem suam alii ad uxorem tradiderit, et aliquis ex amicis accepto exenio ipsi mulieri aliquid dederit, in ipsius sit potestate qui mundium de ea fecit. Ma allora si dovea camminar con molta moderazione. Perché dovette andare all’eccesso questa dispendiosa usanza, fu poi essa proibita dallo Statuto di Milano (parte II, cap. 455) colle seguenli parole: Quum mulier fuerit sponsa, vel matrimonio copulata, nullus, excepto marito vel sponso, debeat eidem munus nec munera offerre in publico nec occulto sub poena, ec. Che dote secondo le Leggi Romane si dovesse dare alle donne, s’ha da dimandare a’ nostri Giurisconsulti, e vedere i susseguenti Statuti delle città. Per quel che riguarda i Longobardi, colle leggi de’ quali fin verso il 1200 si governò la maggior parte d’Italia, non era determinato quanta avesse da essere la dote. I padri alle figlie, i fratelli alle sorelle facevano un dono o regalo, chiamato phaderphium, quasiché in esso consistesse l’eredità paterna; ché così suona quella parola. E qualunque fosse questo regalo, serviva per le figlie di lor porzione nell’eredità del padre. Odasi la legge CLXXXI del re Rotari. Si quando pater filiam suam, aut frater sororem suam legitimam alii maritum dederit, in hoc sit sibi contenta de patris aut fratris substantia; quantum ei pater aut frater in die traditionis nuptiarum dederit, et amplius non requirat. Anticamente le doti delle figlie non ascendevano a molto, come anche oggidì si pratica in Germania. In Italia i facitori degli Statuti più compassione regolarmente ebbero in questo proposito al sesso femmineo; ed oggidì non poche son le case che risentono grave incomodo dal dovere sborsar tanto di dote per accasare le lor figlie: dal che nasce poi un altro disordine, cioè che per alleggerirsi da questo peso le consegnano ai Monisterj, e voglia Dio che sempre con vera vocazione delle medesime fanciulle.

All’incontro costava allora non poco agli uomini il prendere moglie; imperciocché bisognava in certa maniera che le comprassero: il che, per testimonianza di Tucidide nella Storia, e di Aristotele nella Politica, praticavano una volta anche i Greci. Parimente Tacito nell’Opusc. de Germ. morib. scrive: Dotem non uxor marito, sed maritus uxori offert. In fatti sulle prime doveva il marito pagare metam, o methium, o mephium (così varia si truova negli antichi MS.), e questo per ottenere e far sua la donna. Oltre a ciò soleva costituire ad essa il morgincap, o sia morgingab, o pure morgangeba, come sta parimente scritto ne’ vecchi libri. Dell’una e dell’altra donazione è fatta menzione nella legge XLIX, lib. VI del re Liutprando. Nulli sit licentia conjugi suae de rebus suis dare amplius per qualecunque ingenium, nisi quod ei in die votorum in mephio et morgincas dederit. Spieghiamo l’una e l’altra voce. Riflettendo anche i Longobardi, qual sia l’ordinaria debolezza del sesso femminile non meno del corpo che della mente, e come lieve la sua sperienza nelle cose del mondo, e a quanti inganni sia esposta la credulità delle donne; determinarono che niuna vi fosse delle medesime che non istesse sotto la tutela, protezione e podestà, per così dire, di qualche uomo: di maniera che nulli erano tutti i contratti loro, che riguardassero alcuna alienazione di cose. Questa tutela si chiamava mundium dalla voce Sassonica mund; e quell’uomo a cui apparteneva la difesa e patrocinio della femmina, si appellava mundualdus. V’erano mundualdi naturali, cioè il padre rispetto alle figlie, o il fratello per conto delle sorelle, e in mancanza di essi gli agnati. Talvolta ancora i figli maschi erano mundualdi della madre. Altri poi furono costituiti mundualdi dalle leggi. Tale sempre era il marito di sua moglie. Che se mancava ogni parente a cui appartenesse questa difesa e balía, Curtis Regia, cioè il Fisco o sia il Re, assumeva questo peso o diritto. Ecco come parla la legge CCV del re Rotari. Nulli, dic’egli, mulieri liberae sub Regni nostri ditione, lege Langobardorum viventi, liceat in suae potestatis arbitrio, idest sine mundio vivere, nisi semper sub potestate virorum, aut certe Regis (altri codici hanno aut potestate Curtis Regis) debeat permanere. Nec aliquid de rebus mobilibus aut immobilbus sine voluntate ipsius, in cujus mundio fuerit, habeat potestatem donandi aut alienandi. Di questa consuetudine Longobarda ne durano ancora le vestigia negli Statuti di alcune città d’Italia, e particolarmente nel Regno di Napoli, dove più lungamente che altrove furono osservate le leggi Longobardiche. Giovanni Villani nelle Giunte alla sua Storia da me date alla luce (lib. II, cap. 9) così scrisse: E feciono la legge, che ancora si chiama Longobarda; e tengono ancora e’ Pugliesi, e gli altri Italiani in quella parte, dove danno Monualdo, overo il volgare Monovaldo alle donne, quando s’obbligano in alcun contratto; e fu buona e giusta legge. Allorché dunque si maritava una donna, non ne seguiva che il marito acquistasse il mundio o tutela della medesima; ma necessario era che lo comperasse; per così dire, dal padre, fratello o altro parente d’essa, mediante il prezzo che si accordava fra loro. Questo prezzo si appellava meta, mephium, methium nelle Leggi d’essi Longobardi, voce che i chiosatori interpretano con chiamarla donationem sponsalitiam vel nuptialem. La stimo io più tosto sposalizia, perché secondo la legge CLXXVIII e seguente del re Rotari, nel giorno che si celebravano gli sponsali, si soleva anche costituire e per lo più pagare la meta. Veramente era chiamata donazione: pure non disdice il dirla una specie di compera; perché, siccome hanno osservato il Martinio e il Vossio, la voce Meta o Methium è formata dal Sassonico Meden, significante mercede conducere. Che se moriva il marito, seguitava la donna ad essere sotto il mundio, o sia sotto la podestà di chi era erede di esso marito. Che s’ella voleva passare alle seconde nozze, se il nuovo marito intendeva di acquistare il mundio di essa, come s’ha dalla legge CLXXXII del re Rotari, de suis propriis rebus medium pretii, quantum fuerit dictum, quando eam primus maritus sponsavit, pro ipsa meta, dare debeat ei, qui heres proximus mariti prioris esse inveniebatur.

Si maraviglierà taluno all’udire che i mariti doveano pagare per conseguir la tutela e podestà sopra le mogli. Ma cesserà la meraviglia in riflettendo, essere ancho oggidì familiare in molti luoghi la donazione propter nuptias, che fanno gli uomini alle donne. Aggiungasi che presso gli antichissimi popoli in uso fu che i mariti costituissero la dote alle mogli, o almen loro facessero un dono conveniente al loro stato, come si ricava dai libri dell’antico Testamento e dagli scrittori profani Omero, Diodoro, ed altri che non occorre ricordare. Questo rito si osserva tuttavia fra i Turchi. Perciò sembrava che il marito per una forma di compera acquistasse la moglie. Vero è nondimeno che vantaggio ne potea provenire al marito. Mancando di vita le mogli senza figli, i mariti secondo le leggi ne erano eredi. Veggasi la legge II, lib. VIII del re Liutprando; e in una Longobardica di Arrigo I tra gli Augusti fu parimente deciso che uxori sine filiis amborum decedenti il marito succedesse nella piena eredità. Anche i fratelli se godevano il mundio delle sorelle, ne guadagnavano la loro porzione. Che se per avventura alcuno uccideva o offendeva o calunniava o faceva giurare una donna, la pena imposta al reo si pagava a coloro ad quos mundium de ea pertinebat. Tralascio altri vantaggi: ma uno merita d’essere riferito. Cioè, se una fanciulla o vedova libera, promessa con gli sponsali ad alcuno, spontaneamente bensì, ma sine voluntate patris, vel fratris, vel ejus ad quem mundium pertinebat, contraeva matrimonio con altro uomo libero, allora il marito, che l’avea presa, era condennato dalle leggi, a pagare venti soldi d’oro a chi teneva il mundio della donna, e questo pro anagrip, cioè per la sua insolenza; e venti altri soldi propter faidam, affinché i parenti non nudrissero nemicizia contro di lui, e non ne facessero vendetta. Ciò consta da alcune leggi dei re Rotari e Liutprando. Era delitto anche il prendere in moglie una figlia altrui senza consentimento del padre, o de’ fratelli, o degli agnati, tuttoché essa non avesse contratti gli sponsali con altra persona; e il marito era sottoposto alla pena suddetta. Ma secondo la legge CLXXXII di Rotari era permesso alle vedove di prendere a loro arbitrio un altro consorte, purché libero. E perciocché non mancavano uomini che ubbriacati dalla passione, o sedotti dalle carezze delle femmine, cadevano in eccessi, costituendo smoderate mete alle medesime, vi provvide il re Liutprando colla seguente legge XXXV del lib. VI: Si quis, dic’egli, coniugi suae metam dare voluerit, ita nobis justum esse comparuit, ut qui est Judex (cioè Conte, o del numero de’ Magnati) dare debeat, si voluerit, solidos CCCC, amplius non. Et reliqui nobiles homines dare debeant solidos CCC, amplius non. Et si quiscunque alter homo minus dare voluerit, det quomodo convenerit. Non ha bisogno di spiegazione una tal legge. E pure questo non era anticamente creduto bastante per le donne. Si aggiunse il morgincap mentovato di sopra, che la maggior parte de’ mariti donava alle nuove mogli. Questa parola tedesca significa dono della mattina. Cioè a poco a poco s’introdusse l’usanza, che dopo la prima notte della loro unione, o per ricompensa delle fatiche tollerate dalle giovinette, o per premio di averle trovate vergini, i mariti facessero loro un altro dono, consistente non già in una gioia, in una veste o in altro simile ornamento, ma bensì in obbligare ad esse una parte de’ proprj beni. E che questo donativo, chiamato morgincap, fosse diverso dalla precedente meta, chiaramente si raccoglie dalla legge V del re Astolfo. Ancor qui giudicò bene il re Liutprando di mettere freno alla pazzia degli uomini. Cioè nella legge I, lib. II ordinò che tal dono fosse confermato da pubblico strumento, con aggiugnere: Tamen ipsum morgincap volumus, ut non sit amplius, nisi quarta pars de ejus substantia, qui ipsum morgincap dederit. Il dar meno era a tutti permesso. Per quanto si può immaginare, questa speranza di raccogliere un considerabile morgincap dovea essere in que’ tempi un possente motivo di conservare con gelosia la loro virginità, acciocché se il marito si fosse avveduto che non l’aveano ben custodita, negasse loro il dono della mattina. Perciocché questo non si dava, come dicemmo, se non dopo la prima notte del commerzio maritale. Che anche tra i Franchi, siccome nazione Germanica, fosse in uso il morgincap, l’osservò il Gallaude nel Trattato de Franco-Alodio, e il Baluzio nelle Note ai Capitolari. Celebre è a questo proposito un passo di Gregorio Turonense, il quale riferendo i patti stabiliti nell’anno 588 fra Childeberto e Guntranno regi, così scrive: De civitatibus vero, hoc est Burdigala, Lemovica, ec., quas Guilesuindam germanam Domnae Brunechildis tam in dote, quam in morganegiba, hoc est matutinali dono (questo forse è una giunta) in Franciam venientem certum est adquisisse, ec. Abbiamo strumenti rapportati dal Baluzio, dove i mariti donano quartam portionem de’ loro beni dilectae conjugi suae; e quivi chiaramente è detto che si soleva costituire il morgincap alia die post noctem nuptialem, qui est dies votorum nostrorum. Dissi permesso agli uomini di donare alle mogli la quarta parte delle loro sostanze (il che oggidì parrebbe una pazzia) e non più; ma v’erano persone sì perdute nell’amore femmineo, che al dispetto delle leggi donavano loro anche la terza parte. Ne resta una pruova in uno strumento dell’anno 873, da me aggiunto alla Cronica del Monistero di Gasaurea, in cui è consegnato a que’ Monaci quidquid eidem Gundi uxori quondam Justonis pertinebat a parte viri sui, videlicet tertiam portionem de omnibus rebus suprascriptis, quae ei in die votorum vir suus dederat. Oggidì nel Regno di Napoli, secondo le leggi della Prammatica, se intende una donna dopo la morte di godere il lucro dotale, appellato Antefatto, dee tagliarsi i capelli, e metterli sopra il cataletto del defunto. Di tal costume non ho trovato segno presso gli antichi. Ma perciocché non di rado accadeva che gli uomini promettevano il morgincap, e poi non attendevano la parola; le donne più caute cominciarono ad esigere che prima di strignere l’indissolubile nodo essi le assicurassero di questa donazione. Di ciò ho veduto più esempIi nell’archivio de’ Canonici di Modena; ma solamente uno ne citerò dell’anno 1185, cioè uno strumento di matrimonio, in cui lo sposo dice: Manifesta causa est mihi, quoniam die illo, quando te sponsavi, promiseram tibi dare justitiam tuam secundum legem meam in morgincap, id est quartam portionem omnium rerum mobilium et immobilium, quas nunc habeo, aut in antea habuero. Nunc autem, si, Christo auxiliante, te mihi in conjugio sociavero, suprascriptam quartam, ec., tuae dilectioni do, cedo, confero, et per praesentem cartam morgincap in te habendum confirmo, ut facias exinde a praesenti die tu, et heredes tui, aut cui vos dederitis, quicquid volueritis ex mea plenissima largitate. Si osservi, come il morgincap, che fu una volta dono arbitrario e gratuito, era divenuto di obbligo, interpretando io così justitiam secundum legem; e che tal donazione era non ristretta alla vita delle mogli, ma piena ed assoluta. Sic- 314 ché costava ben caro il procacciarsi una compagnia nei tempi antichi, e molti si rideranno della goffaggine di allora. Tuttavia si vuol ricordare che prima dei Longobardi, a tenore dell’Authent, Praeterea, C. Unde vir et uxor, si dovea alla moglie non dotata la quarta ne’ beni del marito ricco. Son qui da udire i Giurisconsulti, che secondo l’uso loro amplificano o limitano quella legge. Non lieve divario ancora passa fra gli antichi tempi e i nostri; perché allora il morgincap si conservava per lo più in casa del marito, cioè qualora essa premoriva, o lasciava de’ figli: ma oggidì non rade volte la dote si consuma nell’eccessivo lusso, e ne resta poscia il debito. Niun secolo è esente da qualche pazzia.

Oltre al morgincap solevano i Franchi, ed anche gli stessi Re ed Imperadori, costituire la dote alle loro spose, che veniva ad essere la meta o mezio de’ Longobardi. Ho io dato alla luce lo strumento in cui Lodovico II Augusto nell’anno 850 costituisce in dote ad Angilberga sua sposa Curtem juris nostri, quae dicitur Campomiliacio, quae sita est in Comitatu Mutinensi, et Curtem quae dicitur Curtis Nova, quae est in territorio Regensi. Affinché i mariti non si lasciassero avviluppare dall’arti donnesche, il re Liutprando nella legge XLIX, lib. VI ordinò che non fosse lecito il donare ad esse, nisi quod eis in die votorum in mephio et morgincap dederint. Forse altre leggi aveano i Franchi. Certo è almeno che le regine ed imperadrici, perché si credevano non legate dalle ordinarie leggi, non cessavano di carpir nuovi doni da’ lor consorti. Sopra l’altre fu eccellente in questo mestiere la poco fa nominata Angilberga imperadrice. Più documenti ho io pubblicato di donazioni a lei fatte dall’Augusto suo consorte Lodovico II. Ne citerò qui una sola. Nell’anno 870, come consta da un suo diploma, le donò Sextum Cortem nostram in Comitatu Cremonensi, sed et Cortem nostram Leocarni in Comitatu Stationensi (cioè nel Contado d’Anghiera sul Lago Maggiore, che abbracciava Locarno) simulque Atticianum Cortem nostram in Comitatu Dianensi. Non meno mostrossi liberale verso Teotberga regina sua consorte Lottario re di Lorena, fratello del suddetto Augusto Lodovico II, principe famoso nella Storia Ecclesiastica per le sue pazzie in favore di altra donna. Imperciocché, siccome apparisce da un suo diploma esistente in San Sisto di Piacenza, nell’anno 867 le diede in Pago Gracianapolitano Bellinsua, in Mauriacense, Januensi, Lausonensi, Anausensi, Scudensi, nec non et in Pago Lugdunense villas, quorum sunt haec vocabula: Cavurgum, Lemningum, Novelicium, Mariacum, Aquis, Ariacum, Sugenadum, Primiacum et Montem Sancti Martini, Anersiacum, Belmontem, Talgurium, Ducziadum, Marlindum, Virilgum, Durerium, Toducium, Columnam, Haltingum, Montiniacum, et quidquid ex ipsis rebus in Grosona sitae sunt, quatenus eas perenni jure ad proprium pertineat. Tali notizie serviranno anche a far conoscere fin dove si stendessero gli Stati d’esso re Lottario, da che partì col fratello Imperadore l’eredità di Carlo re di Provenza, lor comune fratello. Parimente Berengario I imperadore nell’anno 920 con suo diploma donò Curtem nostrae proprietatis de Prato Plano finibus Placentinis all’Augusta Anna sua consorte.

Dicemmo che senza assenso o licenza del suo mundualdo nulla poteano le donne vendere o alienare. Ma ritrovandosi talvolta de’ mundualdi che dimentichi del loro ufizio, e prevalendosi della debolezza del sesso femminile, in danno loro convertivano la propria autorità; il re Liutprando ordinò, che volendo una femmina, anche col consenso del marito suo mundualdo, vendere alcuno de’ beni suoi, dovessero intervenire al contratto anche due o tre parenti del suo sangue, acciocché osservassero se da qualche frode, inganno o violenza fosse tratta ad alienare il suo. Questo rito si osserva tuttavia in Modena, ove possano restar lese le donne. In una donazione di molti stabili fatta nell’anno 1017 da Bonifazio marchese figlio del fu Tedaldo parimente marchese, e da Richilda sua moglie, figlia del già Conte del Palazzo Giselberto, al Regio Monistero di Nonantola sul Modenese, essa Richilda protesta di far ciò una cum noticia de propinquioribus parentibus meis, quorum nomina eorum Lanfrancus et Maginfredus germanis meis. Questo Lanfranco era anch’egli Conte del Palazzo, e suo fratello Conte di qualche luogo. Negli Stati eziandio della Chiesa Romana si vede che le donne maritate non poteano donare né pure alle chiese senza il consenso del marito. Vedesi fatta nell’anno 967 all’antichissimo Monistero di Subiaco una donazione da Rosa nobile donna, consentiente mihi Benedicto Mansionarium viro meo. Ma rimaste vedove poteano senza tal solennità donare. Allo stesso Monistero nell’anno 1052 Domna Imilia nobilissima Comitissa, quae olim Domnus Donadeus conjugem fuit, habitatrice in Palestrina, fece una donazione di molti beni, e ciò senza l’assistenza di alcun de’ parenti.

Già s’è osservato nella Dissertazione XV, che maritandosi una donna libera con un servo, era permesso a’ suoi parenti di darle quel gastigo che più loro piaceva. Non facendolo essi, la medesima diveniva serva del Re, ed era posta nel, per così dire, Serraglio Regio a filare, e non già a disonesti impieghi. Io non vuo’ qui lasciar di dire qual fosse la pena statuita dalla Legge Ripuaria (tit. 59, § 18) a questo delitto. Si ingenua Ripuaria servum Ripuarium secuta fuerit, et parentes ejus hoc contradicere voluerint, offeratur ei a Rege, seu à Comite, spatha et conucola (onde viene conocchia o sia rocca in italiano). Quod si spatham acceperit, servum interficiat: si autem conuculam, in servitio perseveret. Era ben dura la condizion della spada; ma s’intende di trafiggere un uomo già imprigionato e legato. Quali poi fossero i costumi, le virtù e i vizj delle donne in que’ tempi, non possiam ben conoscerli: probabilmente poco diversi furono da quei d’adesso, V’erano donne pie, prudenti, caste; non ne mancavano delle scellerate ed impudiche. La libidine anche allora faceva le sue parti, e non erano cose rare gli adulterj. Se l’adultero e l’adultera si trovavano convinti, erano condennati alla servitù, e il Fisco Regio ne diveniva padrone. Ai Conti, cioè ai governatori apparteneva l’incumbenza di cercare e punire questi delitti. Che anche alcuni vescovi una volta conoscessero tali cause, l’abbiamo accennato nella Dissertazione XIII. Côlta una donna che consentisse a toccamenti impudici, era permesso al marito in eam vindictam dare, sive in disciplina, sive in venditione (cioè potea venderla per serva): veruntamen non occidatur, nec ei scematio corporis fiat. Se l’impudico non potea pagare la pena, era consegnato al marito anch’egli in disciplina, vel venditione. Così il re Liutprando; poiché prima, secondo le leggi del re Rotari, era lecito al marito di uccidere la moglie e l’adultero côlti in quel misfatto: la qual legge dura tuttavia in Modena ed altri luoghi. Si scatenarono poi i vizj nel secolo X, ed allora la disonestà fu senza briglia. Fino i preti per questo vizio divennero diffamati, e nel seguente secolo gran difficultà si provò a distorli dalle concubine, ch’essi diceano di tenere per mogli, dicendo che non dovea negarsi loro ciò che si concedeva ai Greci. Ma né pure allora mancarono donne e principesse di gran pietà, prudenza e illibatezza di vita. Celebri spezialmente si renderono Matilda contessa e duchessa di Toscana e signora d’altre città, e Adelasia o sia Adelaide marchesana di Susa; avendo anche amendue dati segni di molto valore. Né si dee tacere che in que’ tempi due sorte di matrimonio furono in uso, cioè il solenne fatto con pubblico rogito e benedetto dal sacerdote, e l’altro clandestino, cioè fatto in segreto e senza testimoni; e contuttociò ancor questo era permesso o tollerato. Fu poi abolito nel sacro Concilio di Trento. Mancato di vita il primo marito, poteano le vedove passare ad un secondo; né ciò fu mai vietato dalla Chiesa Latina. Abborrivano all’incontro i Greci la bigamia, e penitenziavano chi due volte si maritava: onde poi nacque l’impedimento della irregolarità per chi voleva ascendere agli ordini sacri. Però in que’ tempi più rare che oggidì erano le seconde nozze. Ne parleremo di nuovo alla Dissertazione XXXIII.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011