Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XIX

De’ Tributi, delle Gabelle,

e di altri oneri pubblici de’ secoli barbarici.

Cerchiamo ora, di che si nutrisse una volta il Regio Fisco. Niuno de’ principi ebbe mai bisogno di maestri o di libri per imparare a raccogliere danaro, tributi o sussidj dal popolo, per sostenere la propria dignità, e per le necessità della guerra, e per altre pubbliche occorrenze. Questo è un mestier facile per chiunque ha popoli sudditi, ubbidienti ed avvezzi a portar il giogo. Però anche ne’ tempi de’ Longobardi, Franchi e Germani signoreggianti in Italia, furono in uso i tributi che si pagavano dal popolo, o in danaro contante, o in naturali. Sembra ancora che vi fossero Dazj o Gabelle, che si riscuotevano per introduzion delle merci e d’altre cose venali o alle porte, o ai porti, o nelle vie, ne’ ponti e passi de’ fiumi, che si chiamavano Portoria. In oltre non lieve era il provento che si ricavava dalle frequenti condanne e pene pecuniarie. Aggiungasi che non mancavano censi e fondi spettanti al pubblico o privato erario dei Re, come corti, selve, saline, miniere, laghi e fiumi fecondi per la pescagione. Finalmente v’erano altri oneri pubblici che nulla fruttavano alla borsa del principe, ma costavano molto danaro ed incomodo al popolo. Quali fossero le gabelle e i tributi sotto gli antichi Romani, si può vedere in un libro di questo argomento già pubblicato dal chiariss. Pietro Burmanno. Quanto alla capitazione o sia testatico o censo personale, da pagarsi da ogni uomo, fu questa talvolta in uso presso i Romani. Non è ignoto questo pesante tributo presso qualche nazione né pure a’ dì nostri. La sola plebe una volta lo pagava. Ma che al suo tempo vi fossero obbligati anche i nobili, pare che si possa ricavare da Apollinare Sidonio. Se poi ne’ secoli susseguenti l’Italia sottoposta ai Barbari lo pagasse, mancano a me lumi per asserirlo o negarlo. Non ne parlano le Leggi Longobardiche, e restano troppo poche memorie di que’ tempi per chiarire varj punti del governo di allora. Sappiamo bensì che i Greci Augusti praticarono talora fra tanti altri insoffribili aggravj anche il testatico. Anastasio nella Vita di papa Vitaliano scrive di Costantino o sia Costante Augusto all’anno 668: Habitavit in civitate Syracusana, et talem afflictionem posuit in populo, seu habitatoribus Calabriae, Siciliae, Africae, Sardiniae, per Diagrapha seu Capita, atque nauticationes per annos plurimos, quales a saeculo non fuerunt. Truovasi nel lib. IV, epist. CCXVII di Bonifazio VIII papa Testagium praticato in Cipri, ed è lo stesso che la capitazione.

Né pure so io francamente dire se sotto i Re Longobardi ed Imperadori Franchi si pagasse tributo per le terre in Italia. Abbiamo bensì la legge XXXI di Lodovico Pio Augusto con queste parole: Quicumque tributariam terram, unde tributum ad partem nostram exire solebat, vel ad Ecclesiam, vel cuilibet alteri tradiderit: is qui eam suscepit, tributum, quod inde solebat solvere, omnimodis ad partem nostram solvat: nisi forte talem firmitatem habeat de parte nostra, per quam ipsum tributum sibi perdonatum possit ostendere. Ma qui la terra tributaria altro non vuol dire che terra censualis, di cui si parla nella susseguente legge, cioè quella che si donava o concedeva a livello ad alcuno con obbligo di pagare l’annuo censo. Di questa consuetudine abbiamo varj esempli presso gli antichi. Nella Legge Salica (tit. 83 de Homicid. Ingenuor. cap. 8) leggiamo: Si quis Romanum Tributarium occiderit, mille octingentis denariis culpabilis judicetur. Di qua inferì il Pitheo nel Glossario della Legge Salica, che i Romani soli erano tributarj in Francia: nec enim Franci ingenui pendebant tributum. In prova di ciò adduce un passo di Gregorio Turonense, il quale nel lib. VII, cap. 15 della Storia Franzese scrive: Ipse multos de’ Francis, qui tempore Childeberti Regis Senioris ingenui fuerant, publico tributo subegit. Di tal parere fu anche il Du-Cange. Ma non è ben chiaro se i soli Romani, cioè i discendenti da coloro che prima della venuta de’ Franchi abitavano nelle Gallie, pagassero tributo, da cui fossero esenti tutti i Franchi ingenui, cioè nati liberi. Il dire Romanus Tributarius verisimil cosa è che significhi uomo professante la legge Romana, e possidente qualche podere, obbligato a pagar censo o sia tributo al padrone. Questi tali erano chiamati anche Beneficiarii; né s’hanno da confondere coi Romani ingenui e liberi, possessori di beni proprj. Si osservi ivi un’altra legge. Per l’uccisione di un Romano Tributario la pena è tassata quadraginta quinque solidis. Si vero Romanus homo possessor, hoc est qui res proprias possidet (cioè nobile ed ingenuo) ucciderà alcuno, solidis centum culpabilis judicetur. Due sorte adunque v’erano di Romani; né è da inferire che tutti i Romani fossero tributarii, ma sì bene che alcuni o molti di essi possedevano terre tributarie, cioè suggette a pagar censo, né proprie di loro. In un placito tenuto in Cremona nell’anno 910 da Gausone vasso e messo del re Berengario I, Lando vescovo di quella città si lamenta perché l’Avvocato Curtis Domni Regis Auce, que dicitur Magiore, querit nobis censum solidorum septem et dimidio pro silvis et terris a parte ipsius Curtis, ec., che era stata donata al suo Vescovato. Ivi dunque si tratta di terra tributaria. Alcuni errori dell’Ughelli ne’ Vescovi di Cremona si possono correggere coll’ajuto di questo placito.

Truovasi poi nelle vecchie carte menzione Glandatici, Herbatici, Escatici, ec., cioè di un censo, e non di un tributo, che si pagava pel godimento della facoltà di poter pascere i porci nelle selve del Fisco chiamate Pubbliche. Nel Capitolare di Sicardo principe di Benevento, rapportato da Camillo Pellegrini, il cap. XXIX è intitolato: Ut non tollatur a Tertiatoribus Excusaticum et porcos. Pensano alcuni che quivi s’abbia a leggere Excussaticum, altri Exclusaticum: conietture insussistenti. Vi si dee riporre Escaticum forse ob porcos. Perciocché si usava esca anticamente per significar la ghianda, o sia il cibo de’ porci. In uno strumento della Cronica del Volturno, spettante all’anno 972, si legge: Qui vero porcos habuerint, ex eis dent Escaticum de undecim porcos unum. Da questo censo per poter pascere i maiali ne’ boschi regj furono esentati i Monaci di Farfa da Lodovico Pio Augusto, come s’ha dalla Cronica di quel Monistero, dicendo lo Storico: Omnia animalia hujus Monasterii in finibus Ducatus Spoletani per pascua publica omni tempore pabulare debeant vel nutriri sine datico, herbatico, escatico vel glandatico. Così da un diploma di Ottone il Grande in favore di que’ Monaci è conceduto il jus pabulandi sine omni datione (ora dazio), castaldatico (regalo che esigevano i Gastaldi Regj), escatico, erbatico, glandatico: nomi diversi per significar lo stesso.

Parimente abbiamo un privilegio conceduto nell’anno 998 ad Antonino vescovo di Pistoia da Ottone III imperadore, in cui è ordinato che niuno supra terram ejusdem Ecclesiae residentibus fodrum, aut toloneum, vel ripaticum, vel alpaticum tollere praesumat. La voce Alpaticum probabilmente significò il censo che si pagava alla Regia Camera per poter pascolare le pecore nell’Alpi. Terratico anche appellato il censo che si pagava da’ villani coltivanti le terre altrui, con dare, per esempio, tante staia di grano, miglio, orzo, ec. Alle volte nondimeno si scorge essere stato in qualche luogo una sorta di pubblico tributo. Come attesta Falcone Beneventano all’anno 1137, Ruggeri conte di Ariano promise di non esigere in avvenire dai Beneventani de cunctis eorum hereditatibus fidantias, angarias, terraticum, olivas, vinum, salutes, nec ullam dationem scilicet de vineis, terris aspris, silvis, castanetis et Ecclesiis. Et liberam facultatem tribuit in hereditatibus Beneventanorum venandi, aucupandi, ec. Mira quante maniere aveva costui di pelare i sudditi suoi! Sotto i Re Longobardi e Franchi non apparisce che i popoli risentissero tanta quantità di aggravj. Se vi fossero stati, nei privilegj da loro conceduti ne apparirebbe qualche vestigio. Ma perciocché il mondo va inclinando al peggio, andarono crescendo anche in Italia i pubblici pesi. Cita il suddetto Falcone un privilegio conceduto nel 1137 dal re Ruggieri al popolo di Benevento, con rilasciare ad essi fidantias, videlicet denariorum reditus (forse aggravio imposto sopra i danari dati ad usura), salutes, angarias, terraticum, herbaticum, carnaticum, kalendaticum, vinum, olivas, relevum, ec. Così nell’anno 1029 Corrado I Augusto, come s’ha dal tomo V dell’Italia Sacra, conferma al vescovo di Emora (oggidì Città nuova) villam Sancti Laurentii cum placitis et districtibus, collectis et angariis, foro, suffragio, herbatico, escatico, omnibusque publicis fructuationibus (s’ha probabilmente da leggere functionibus) et pertinentiis. In un privilegio di Federigo I Augusto si vede che gli Arimanni o sia Milites, cioè i Nobili, pagavano la quarta delle loro terre. Il plateatico, che si truova in alcuni documenti, era un tributo pagabile da chi volea vendere in piazza, ancorché tal voce fosse poi trasferita ad altre specie di tributi. Odasi quali aggravj avessero quei della terra di Ninfa, oggidì Santa Ninfa, lungi da Roma alquante miglia, circa l’anno 1108, come s’ha dal codice MS. di Cencio Camerario. Cioè doveano essi fare hostem et parlamentum, cum Curia praeceperit. Servitium, quod assueti sunt facere, et placitum et bannum faciant Beato Petro et Papae. Quartam, quam reddere debent, deinceps reddant ad mensuram Romani modii; et si minister praecipit, conducant eam usque Tiberiam, vel Cisternam. Glandaticum solvant in festo Sancti Martini: Bradones bonos in festo S. Thomae. De carico uniuscujusque sandali solvant denarios sex. Fidantiam in unoquoque anno. In mense madio libras triginta de Papia bonorum. Platiaticum, quod extranei debent solvere Curiae, solvatur. Foderum, quod debuerant Domno Papae uno die, dent duobus, ec. Meglio ancora s’intenderà ciò che fosse il plateatico da una donazione fatta nell’anno 1058 da Gisolfo II principe di Salerno ad Alfano I arcivescovo di quella città. Gli concede di poter tenere in ipsa platea plancas, et secus eas ponere faciatis, et habere quantas volueritis, et in ea ligamina rigere et habere, et super eas edificia qualiter volueritis, ec., et carnes, et alia mercimonia in eis mercimoniare et vendere et emere ec.; neque portaticum, seu plateaticum in hac nostra civitate et foris per totum nostrum Principatum Salerni homines vestri dent. Sed omne tributum et censum et servitium, portaticum et plateaticum et pensionem, quod per annum pars ipsius nostri Sagri Palatii illi, qui in eis, ut dictum est, mercimoniaverint, et vendiderint et emerint, facere et persolvere debuerint, tibi tuisque successoribus faciant et persolvant. Così nell’anno 1080 Domnus Marinus Sebastus Dux Amalphitanorum concessit Sergio, ec., totum plateaticum de omnibus piscibus, et septem loca pro construendis planchis juxta locum ubi carnes et pisces vendunt in Amalfia, ec.

Veggonsi ancora nominate ne’ vecchi documenti Forfaturae, che più usualmente furono Forisfacturae, cioè le pene pecuniarie che si pagavano per li delitti criminali al Fisco. Siccome ancora Scadentiae peregrinorum et extraneorum. Il Du-Cange interpreta la voce Excadentia così: Bona caduca, quae in Fiscum cadunt, seu ex commisso, seu alia quavis ratione. Quanto a me, credo significar quella voce le eredità de’ pellegrini e forestieri che mancavano di vita senza far testamento, e senza eredi chiamati dalla legge, le quali erano prese dal Fisco. Nella Cronica del Monistero Beneventano presso l’Ughelli, tomo VIII, si truovano varj esempli di beni occupati dal Fisco, perché i possessori forestieri non aveano con atto legittimo nominato erede alcuno. Si fa ben peggio in alcuni paesi oggidì, ne’ quali i forestieri non sono ammessi alle eredità, benché agnati o cognati, e benché chiamati ne’ testamenti; e tutto sel divora il Fisco. In Sutri nell’anno 1220 fu ordinato che non valesse l’ultima disposizione de’ pellegrini, se non v’interveniva il prete col Gastaldo della Curia, o pure con due Vassalii della Chiesa Romana. Ma sopra modo crudel consuetudine e barbara legge era ne’ passati secoli quella, che il Fisco occupava i beni di coloro che aveano fatto naufragio. Lagan o Laganum si appellava questa iniquissima usanza; alla qual voce è da vedere il Du-Cange, che eruditamente fa vedere, questa essere stata in uso anche presso i Greci e Romani antichi, e familiare presso quasi tutte l’altre nazioni. Ne truovo anch’io esempj in Italia, ancorché qui si procedesse con minor rigore che altrove. In una donazione della città di Gaudia, fatta nell’anno 1045 al Monistero di Tremiti da Tesselgardo conte di Larino si leggono le seguenti parole: Et si naufragium patiatur quaelibet navis in ipso mare, quantum pertinet in nostrae offertionis, obligo me ego Tasselgardus, ut nullam exinde tollam, sed tuae sit potestati, tuisque successoribus, liberos eos dimittere absque omni laesione. Negli antichi Annali di Genova da me dati alla luce nei tomo VI Rer. Ital., all’anno 1270 circa dieci mila Genovesi con potente flotta andarono in ajuto del santo re di Francia Lodovico all’impresa di Tunesi. Nel ritorno furono da fiera tempesta spinte in Sicilia e fracassate le loro navi, e gran copia d’uomini vi perì. Porro Rex Carolus (fratello del santo Re e compagno in quella spedizione) naufragio afflictis afflictionem accumulans extorsit ab omnibus quidquid ex dicto naufragio extitit recuperatum, post triduum dicens, quod ex Regis Guillelmi constitutione et longa consuetudine hoc debebat suis scriniis applicari; defensiones Januensium allegantium conventionem cum ipso initam, per quam sani et naufragi in personis et rebus, et securi in solo regno haberi debebant, penitus non admittens. Dimenticò ben questo Re d’essere Cristiano, e peggio che i Turchi operò contra de’ Genovesi collegati. Così inumana consuetudine talmente fu detestata dipoi dai Sommi Pontefici e da’ Concilj, che fulminata da più scomuniche, e posta nel ruolo dei delitti condennati nella bolla Caenae Domini, finalmente è cessata ne’ paesi cattolici.

Ma ritornando alle rendite che una volta giustamente ricavavano i principi, noi troviamo in uno strumento del 1198 che il popolo di Rieti promisit de cetero reddere Domino Papae et Ecclesiae Romanae medietatem de placitis, et bannis, et forisfactis, et da sanguine, et de plaza, et scorto, et passagio, et ponte Reatinae civitatis. Col nome di passaggio non so se fosse denotato il transito delle merci, o pur qualche gabella imposta per le spedizioni de’ Cristiani in Terra Santa. È ivi anche parlato de plaza: lo credo plateaticum, di cui s’è parlato di sopra. Vegniamo ora a quei che anticamente erano chiamati vectigalia, portoria, e in altre guise, che oggidì portano il nome di pedaggi, gabelle, dazj, ec. Furono anche anticamente di varie specie, e pare che teloneum fosse voce generale che significasse il vectigalia de’ Latini, e le gabelle fra noi. La voce pedagium, usata dagli antichi, significava il tributo che si pagava dai passeggieri a qualche ponte, fiume o via pubblica; ma propriamente pontaticum ai ponti, portaticum alle porte si appellava. Truovasi pedaticum, ed è lo stesso che pedaggio. Nella Vita di San Gregorio VII papa presso il Cardinale di Aragona è scritto di Cencio Romano: Hic supra pontem Sancti Petri construxerat excelsam turrim, et a transeuntibus de novo pedaticum exigebat. In un diploma di Ottone II Augusto dell’anno 983 in favore del Monistero del Volturno, leggiamo: Neque placiaticum (per la piazza) portuticum (per le porte) pontaticum (per li ponti) casaticum (per le case) quisquam homo, aut publicae rei exactor tollere aut exigere praesumant. Strani nomi son quelli che si truovano nei diplomi dei Re ed Augusti Franchi dati in Francia, come rotaticum, pulveraticum, cespitaticum, eclusaticum, nautaticum, roliaticum, modiaticum, viaticum, salutaticum, tranaticum, coenaticum, foraticum, mutaticum, laudaticum, ed altri simili aggravj, ch’io tralascio, perché non li truovo nelle memorie d’Italia; la quale verisimilmente era meglio trattata che la Francia da que’ Monarchi, ad anche dai precedenti Re Longobardi. S’incontra bensì pascuarium, dazio da pagarsi al Fisco; ma questo non sembra diverso da escaticum o pure herbaticum da noi già veduti. Eravi ancora agrarium, tributo o censo imposto ai pastori che menavano al pascolo le lor pecore per i poderi Regali. Con suo decreto Carlomanno re de’ Franchi, fratello di Carlo Magno, nell’anno 768, o 769, ordina ai ministri regj di non far pagare gabella o dazio alcuno agli uomini del Monistero della Novalesa. Nullo, dice, teloneo, nec pontatico, sive portatico, aut, quod in saumas (le some) vel in dorsa comportare videntur, requirere nec exactare non faciatis; nec de eorum ovibus pro pascuis discurrentibus pontatico, nec agrario non exactetis, ec.

Per le barche o navi si pagava ripaticum, palifictura, transitura, o sia trastura, portonaticum. Vi sono altri nomi, probabilmente significanti lo stesso, come navium ligatura. Tali gabelle si pagavano dai nocchieri e padroni di barche in certi luoghi per dove passavano, o dove si fermavano, con legar esse barche ai pali. In un diploma di Berengario I re d’Italia, dato in favore di Rigoldo vescovo di Ceneda, non già nell’anno 996, come ha l’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra, ma bensì nel 906, vediamo donato portum in fluvio Liquentia, et de ambabus partibus ripae per quindecim pedes palis fictarum (leggi palificturam) ripaticum, teloneum, ec. Del ripatico s’ha menzione in un altro privilegio conceduto da Carlo M. ai Monaci di Santa Maria all’Organo di Verona, rapportato poco correttamente dal prefato Ughelli, dove son queste parole: Neque navalia telonia, quae ripaticos vocant, atque terrestria, neque in transitibus portarum, vel pontis urbis Veronae, ec., persolvere cogantur. Conservasi nel Vescovato di Cremona l’insigne registro di tutti i privilegj di quella Chiesa, raccolti nel 1220 da Sicardo celebre vescovo della stessa città. Da esso trassi io la tassa di quello che doveano pagare in varj siti i Comacchiesi nel condurre il loro sale per li fiumi della Lombardia. Il decreto fu fatto dal re Liutprando nell’anno 715, o pure 730, e questo venne confermato da Carlo Magno nell’anno 787. Cioè doveano pagare ripaticum porto Mantuano, Campo Marcio, porto Brixiano, porto qui vocatur Cremona, porto Parmisano, porto qui dicitur Addua, porto qui dicitur Lambro, et Placentia. A tutti questi siti, appellati porti, pagavano i Comacchiesi il dazio ivi prescritto; e di questo decreto è fatta menzione in un diploma di Lodovico II Augusto dell’anno 850, presso l’Ughelli, e in altri da me rapportati, da’ quali risulta che i vescovi di Cremona erano padroni di quel porto. Viene anche menzionata nelle antiche carte curatura, cioè una gabella che si ricavava dai mercati. In un diploma di Berengario I conceduto a Giovanni vescovo di Cremona, e pubblicato dal suddetto Ughelli, è scritto curatam publiciter exigere; ma s’ha da scrivere curaturam publiciter exigere. Più sotto ivi si legge quidquid creaturae, telonei, aut portatici; ma vi sarà stato quidquid curaturae. Nelle Memorie della Basilica Ambrosiana illustrate dal Puricelli abbiamo alla pag. 519 Colonen. quod vulgo turadia dicitur, sive portenaticum. Ma probabilmente si dee ivi riporre teloneum, quod curadia, o più tosto curatura dicitur. Non so dire se portenaticum la gabella de’ porti, o delle porte, il qual ultimo era chiamato portaticum. Di questa curatura, non so se diversa dal teloneo e ripatico, è parlato in un placito Cremonese dell’anno 998 da Cessone messo di Ottone III imperadore. Habemus (dice ivi Odelrico vescovo di quella città) et detinemus a parte ipsius Episcopii proprietatem fluvio Padi da caput fluvio Addua usque ad Vulpariolo, seu ripa juxta ipso fluvio, non longe ad istam civitatem Cremonae, ubi in ipsa ripa antiquo mercato esse videtur cum teloneo et curatura, seu ripaticum de ipsa ripa, tam de navis et omnibus aliis negotiis, ec. Nell’Archivio Estense abbiamo la concordia stabilita nell’anno 1228 fra il Comune di Ferrara e molte città d’Italia, intorno al ripatico da pagarsi nel Po dai mercatanti forestieri. Ivi sono diversamente tassati Francigenae, Theotonici, Januenses, Pisani, Placentini, Mediolanenses, Cremonenses, Parmenses, Bergamaschi, Regienses, Brixienses, Veronenses, Bononienses, Imolenses, Faventini, Ariminenses, tota Tuscana, tota Marchia Anconae, tota Apulia, Veneti, Romani. Per questo ripatico era stata controversia fra i Modenesi e Ferraresi, e fu composta nell’anno 1179, dove i primi furono esentati a teloneo et ripatico Bondeni, ed obbligati andando a Ferrara di pagare tres Imperiales Communi Ferrariae.

A raccogliere i tributi, dazj e gabelle erano destinati Telonearii, così chiamati nelle vecchie memorie. Per vegliare a questo ufizio furono deputati Actionarii. Gran rendita dovea essere quella delle pene pecuniarie, cioè multae o mulctae, che freda sono anche appellate nelle antiche leggi, siccome leudis o leudum fu detta la composizione prescritta per gli omicidi. Imperciocché s’ha da osservare (e se ne stupirà più d’uno) quanto sieno diversi i costumi e le leggi de’ nostri tempi da quelli de’ secoli barbarici. Allora pochi misfatti erano capitali, cioè puniti colla morte. A riserva dei commessi contro il Re o contro la Repubblica, che si chiamano delitti di lesa maestà, se i servi uccidevano il padrone, o la moglie il marito, era permesso il comporre ogni altra iniquità, cioè riscattarsi e liberarsi con pagare la somma di danaro tassata dalle leggi; di maniera che chi uccideva un prete, pagando 600 soldi, e chi ammazava un vescovo, sborsando 900 soldi al Fisco, se n’andava, cantando, assoluto da ogni altro aggravio, come s’ha dalla legge Longobardica CI di Carlo M. e da altre di Lodovico Pio. Perciò l’uccisore d’una persona nobile, della moglie innocente, d’uno Sculdascio ed ufiziale, ec., e parimente un incendiario, un ladro, un assassino da strada, erano ammessi alla composizione, e il Fisco occupava tutti i beni di chi non pagava. Né questa usanza era propria de’ soli Longobardi. Quasi tutti ancora gli altri popoli settentrionali praticavano lo stesso. Vedi le leggi Salica, Ripuaria, Bavarica, ec. Anzi anche ne’ secoli posteriori si veggono prescritte pene molto lievi al furto ed omicidio. In una bolla di papa Gregorio IX dell’anno 1230, indirizzata agli uomini di Castello Serrone, si leggono le seguenti parole: Si aliquis committit omicidium, vel facit alicujus membri incisionem, debet solvere Curiae XX solidos Provenienses. Et ille qui est specialis Dominus ejus, debet facere inde justitiam et vindictam. De sanguine vero debet solvere Curiae X solidos. Item si aliquis committit furtum intra Castrum de die, debet solvere Curiae V solidos; si de nocte, X solidos. Item si quis furatur uvas vel consimilia, debet solvere Curiae XII denarios. Essendo state così leggieri una volta le pene, e cotanto inferociti e turbolenti i costumi degli uomini, si può ben conietturare che frequenti fossero i delitti, con ingrassarsi poi delle spoglie de’ rei il Regio Fisco, e massimamente se si trattava di ribellione. Con suo diploma Arrigo I tra gl’Imperadori nell’anno 1016 donò a Richilda contessa medietatem Curtis Trecentulae, cum medietate castelli et capellae et campi Ducis, ec., sicut a Berengario et Hugone filiis Sigefredi Comitis, nostro Imperio rebellantibus hactenus visa sunt possideri. Questa Richilda fu poi moglie di Bonifazio duca e marchese di Toscana. Così nell’anno 960 Berengario II re d’Italia donò a Willa regina sua moglie Cortem Ubiani, con dire di voler noto ad ognuno, hunc Rogum, cujus haec hereditas legaliter visa fuit, in nostri fidelitatem omnino decidisse, quodque statum Regni nostri, nostrasque Personas, tractando penitus consensit in nihilum redigere, nostrisque se copulavit inimicis, ec. Oltre a ciò pervenivano al Fisco Regale molte eredità per mancanza di eredi. Nella legge CLVIII del re Rotari è decretato che se alcuno muore lasciando solamente figlie legittime e figli bastardi, i parenti prossimi, cioè gli agnati, prenderebbero due oncie del di lui asse. Et si parentes non fuerint, Curtis Regia ipsas duas uncias suscipiat. Che se uno moriva sine heredibus, res ipsius ad Curtem Regis scadevano: il che va inteso, purché egli non avesse testato. Gli eredi legittimi si computavano usque ad septimum geniculum, o sia grado. Dura anche oggidì in molti luoghi questo costume o più duro o più mite secondo gli Statuti. Guaimario I principe di Salerno (come consta da un suo diploma dell’anno 886) donò alla chiesa di San Massimo, fondata da Guaiferio principe suo padre in Salerno, integras res Benenati et Ademarii, ec., eo quod sine heredibus mortui sunt, et Sacri nostri Palatii pertinent. E di qui s’intende, come sì sovente gli antichi Re ed Imperadori donassero alle chiese tanti poderi e corti, come consta dai loro diplomi, i quali quasi soli si sono salvati dalle ingiurie del tempo, e però tuttavia esistenti negli archivi sacri. Col nome poi di Corti significavano gli antichi l’unione di molti poderi, anzi un castello, di modo che molte terre e castella de’ nostri tempi erano allora appellate Corti. Ancorché questa verità si ricavi da tanti documenti da me dati alla luce, e maggiormente comparisca nella Dissertazione XI dove s’è trattato degli Allodj; pure ne vo’ recar qui un esempio. Rodolfo re d’Italia nell’anno 924 Prid. Idus Novembr. confermò al Regio Monistero di San Sisto di Piacenza quasdam Curtes, Wardastallam videlicet, Luzariam, Lectora Paludana, Villulae, Piguniarias. Oggidì Guastalla è città, e Luzzara e Pigognaga terre di riguardo.

Vengo ora a certi aggravj del pubblico, appellati onera publica, angariae, perangariae, factiones publicae, e simili, conosciuti e praticati anche ne’ secoli barbarici. Primieramente di gran peso dovette essere quello di tutte le persone libere atte all’armi, forzate a concorrere all’armata e a militare, qualor veniva voglia o bisogno ai Regnanti di far guerra. Siccome vedremo alla Dissertazione XXVI, della Milizia, pochi erano esentali dal prendere l’armi e dall’andare in campagna, con grave discapito de’ loro interessi. Per chi non andava era determinata la pena appellata heribannum. La legge XXIII di Carlo Magno ordina ai Messi Regj di amodo exactare fideliter heribannum absque ullarum personarum gratia, vel blanditia, seu terrore. E che tal pena fosse ben dura, si riconosce, perché si pagava a proporzione delle facoltà d’ognuno. Chi aveva sei libre in auro et argento, bruneis (cioè armi), ferramento, pannis, caballis, bobus, vaccis aut peculiis, dovea pagar tre libre, con aggiugnere nondimeno, ita ut uxores aut infantes non fiant expoliati pro hac re de eorum vestimentis. Da tale aggravio è da credere che molti cercassero o comperassero l’esenzione. Avea l’imperadrice Ermingarda, moglie di Lottario I Augusto, fondato il Monistero di San Salvatore in Alina. Ottenne essa dall’Augusto consorte nell’anno 848 ai due Avvocati e ai due Cancellieri, et duodecim liberis hominibus d’esso Monistero, omnem exercitalem expeditionem, seu publicarum rerum functionem, quatinus deinceps immunes exercitali expeditione, ec. Aggiungasi ora Heribergum, onde è nata la voce italiana Albergo, cioè l’obbligo di dare ospizio a tutti i ministri regj e della giustizia, o pure ai soldati, quando lo richiedeva l’occasione. Aggravio pur troppo conosciuto anche a’ dì nostri. Albergaria si chiamava una volta. Chi ricusava l’albergo, cadeva in pena, cioè dovea pagare l’heribannum. Nella legge Longobardica CXXVIII di Carlo M. viene ingiunto, ut nec pro waita, ec., nec pro heribergae, nec pro alio banno, heribannum Comes exactare praesumat, nisi Missus noster prius ad partem nostram heribannum recipiat. Erano chiamate paratica e paratae, mansionatica e mansiones, o pure evectio, le spese che si faceano per ricevere il Re, e i suoi messi ed altri ministri. La prima parola indica l’ordine inviato di preparar l’alloggio; e l’altra l’alloggio stesso intitolato mansio. Fu anche in uso nel significato medesimo hospitatio. Presso i Romani (giacché antichissimo è quest’uso) si chiamava metatum e stativa. Allorché venivano i Messi Regi per fare giustizia nelle città o nel Contado, uno dava loro l’alloggio; gli altri cittadini, o pure abitatori di un luogo, facevano conjectum, cioè una colletta, tassando ciascuno per la sua rata a proporzion delle facoltà, a fin di pagar quelle spese. Intorno a questo abbiamo la legge LIV di Lodovico Pio Augusto, dove è detto che ogni qual volta i Messi, sieno vescovi, abbati o conti, infra suam Juditiariam vel terminum fuerint, nihil de aliorum conjectu accipiant. Postquam vero inde longe recesserint (cioè fuori di quel distretto o diocesi) tunc accipiant, secundum quod in sua tractoria continetur. Vassi vero nostri, et Ministri alii, qui Missi sunt, ubicumque venerint, inde conjectum accipiant. Quella che qui è chiamata tractoria, oggidì ha il nome di patente. Anche presso i Romani si truova usata in questo significato tractoria. In essa era prescritto tutto quel che si doveva contribuire ai Messi. Non dispiacerà ai Lettori di leggere la formola di tali trattorie, esibita a noi da Marcolfo nel lib. I, che sembra più tosto convenire a’ tempi Carolini che ai Merovingici. Eccola. Ille Rex (N. N.) omnibus agentibus. Dum et nos in Dei nomine Apostolico viro illo (N. N.) nec non et inlustre viro illo (N. N) [perché si solevano inviare due Messi, l’uno ecclesiastico e l’altro secolare] partibus legationis causa direximus: ideo jubemus, ut locis convenientibus, eisdem a vobis epectio simul et humanitas ministretur. Hoc est veredos sive paraveredos tantos; pane nitida modios tantos; vino modios tantos; cervisa, ec., lardo, ec., carne, porcos, porcellos, vervices, agnellos, aucas, fasianos, pullos, ova, oleo, garo, melle, aceto, cymino, pipere, costo, gariofile, spico, cinamo, granomastice, dactilas, pistacias, amandolas, cereos librales, caseo, salis, olera, legumina; ligna carra tanta; faculas tantas; itemque victum ad caballos eorum, foeno carra tanta, suffuro modios tantos. Haec omnia diebus singulis tam ad ambulandum, quam ad nos in Dei nomine revertendo, unusquisque vestrum per loca consuetudinaria eisdem ministrare et adimplere procuretis: qualiter nec moram habeant, nec injuriam perferant, si gratiam nostram optatis habere.

Non si figuri alcuno che tutte queste specie si contribuissero ai Messi. Marcolfo le annovera tutte; ma i Re ne determinavano quel che era conveniente al loro bisogno e dignità. Dissi io bene che tale spedizione di ministri straordinarj tornava in vantaggio de’ popoli per l’amministrazion della giustizia; ma riusciva ben loro pesante a cagion delle spese; e però non mancava chi talvolta ricalcitrava di pagare e somministrar quanto era prescritto. Fu perciò obbligato Lodovico Pio a far la seguente legge XXIV fra le sue: Si quis literas nostras despexerit, idest tractorias, quas propter Missos nostros recipiendos dirigimus, aut honorem, quem habet (cioè il benefizio o ministero), amittat; aut in eo loco, ubi praedictos Missos recipere debuit, tamdiu sedeat, et de suis rebus legatos illuc venientes suscipiat, quousque animum nostrum satisfactum habeat. Ma i vescovi ed abbati, che sapevano il lor conto, non trascoravano mezzi per essere esentati dal peso suddetto, cioè a mansionibus et paratis. In un privilegio conceduto da Lodovico II imperadore a Rovigo vescovo di Padova nell’anno 855, è fatto comando che niuno aut freda exigenda, aut mansiones, vel paratas faciendas, ec., exigere. Questo diploma serve a correggere qualche errore preso dall’Ughelli nella serie de’ Vescovi Padovani. Così in un diploma di Ugo e Lottario regi d’Italia nell’anno 931, dato in favore delle sacre vergini della Posterla di Pavia, si legge vietato ai pubblici ministri d’inquietare quel Monistero, vel loca ad causas audiendas, freda exigenda, aut tributa, aut mansionaticum faciendum, vel paratas faciendas, ec. E la contessa Matilda, come apparisce da un suo strumento, nell’anno 1107 concedette a Dodone vescovo di Modena, che neque per se, neque per aliquem ab ea missum, albergarias inferret agli abitanti nella corte di Massa. Poco fa è stata fatta menzione de’ veredi e paraveredi. Ancor questo fu uno de’ pubblici aggravj. Cioè erano tenuti gli uomini delle provincie somministrar cavalli tanto da cavalcare, che da soma, per condurre le bagaglie, allorché il Re e la sua Corte, e i Messi Regj o Conti, od altri pubblici ministri passavano per paese. Lodovico II Augusto negli ordini dati ai Messi, vuole che s’informino: Ubi quum iter dictaverit, Dominus Imperator recipi debeat per singula ministeria. Ubi ab eo directi Legati. Unde eis amministrentur obsequia (cioè le spese). Unde paraveredae. Di questo aggravio spesso si parla ne’ Capitolari dei Re Franchi. Nell’anno 835 omnes presbyteri et parochi Cremonensis, tam de plebibus (cioè i parrochi piovani), quamque et de Oraculis (cioè degli oratorj e delle chiese non battesimali) fecero ricorso a Lottario I imperadore, lamentandosi, quod parafreda et carra ad nostram Cameram deportandam injuste dedissent. Fu ventilata la lor querela, ed esso Imperadore dichiarò ch’essi non erano tenuti a quell’aggravio; aggravio, dissi, praticato anche sotto gli antichi Imperadori, e in maniera ben più aspra. Chiamavasi allora cursus vehicularius, e da altri fu appellato Fiscalis, o pure Publicus: cioè erano disposti ad ogni determinato sito di alquante miglia cavalli e carrette, per portare con diligenza le lettere del Principe, e condurre sollecitamente i ministri ed uomini della Corte. Aurelio Vittore così parla di Traiano: Noscendis ocius, quae e Republica gerebantur, admota media publici cursus. Di questa angaria è fatta più volte menzione ne’ Codici di Teodosio e Giustiniano, ed era lo stesso che la posta oggidì; se non che toccava allora al paese di somministrare e mantenere i cavalli e le carrette. Alcuni buoni Imperadori ne sgravarono il pubblico, appoggiandone la cura al Fisco. Sotto i Re Goti, Longobardi e Franchi durò quest’uso, e alle spese de’ sudditi. Non era permesso negli antichi tempi, come oggidì si pratica, alle persone private di servirsi della diligenza vehicularii cursus, o sia della posta, se non per singolare privilegio e concessione del Principe. V’ha una legge di Onorio Augusto con queste parole: Ne quis sibi deinceps cursum publicum privatus usurpet, nisi quum aut a nobis evocatur, aut a Clementiae nostrae veneratione discedit. Né qui si fermava l’angheria. Conveniva anche tener barche pronte, chiamate dromones e naves cursoriae, delle quali fa menzione Apollinare Sidonio nell’epist. V, a fin di condurre per fiumi e laghi i corrieri, cortigiani e magistrati regj. Ulpiano nella l. Fideicommissum ff. de Juditiis chiama questi inexcusabilia onera. E nelle formole del Lindenbrogio, cap. 12, è conceduta ad un vescovo l’esenzione a navali vel carrali evectione: segno che anche ne’ secoli barbarici il pubblico ne era gravato.

Un altro aggravio era allora fodrum o foderum, cioè l’obbligo di alimentare i soldati, e fin lo stesso Imperadore e tutta la sua corte in passando pel paese. Nella Vita del buon imperadore Lodovico Pio si legge: Inhibuit a plebeiis ulterius annonas militares, quas vulgo foderum vocant, dari. Abbracciava il fodro anche foraggio e biada per li cavalli. Nella celebre Pace di Costanza, nell’anno 1183, stabilita fra l’imperadore Federigo I e le città della Lombardia, egli dice: Nobis intrantibus in Lombardiam, fodrum consuetum et Regale, qui solent et debent, praestabunt. Non indarno è ivi detto qui solent et debent, perché non pochi v’erano che se n’erano procacciata l’esenzione coi mezzi soliti nel mondo, con incomodo grave dei non privilegiati. E a pagare il fodro erano tenuti non meno gli Ecclesiastici che i secolari. Abbiamo da Raderico (lib. II, cap. 30 de Gest. Frid.) essersi fra l’altre sue doglianze lamentato Adriano IV papa del suddetto Imperadore, perché pretendeva il fodro anche dai beni proprj del medesimo Papa. De Dominicalibus Apostolici fodrum non esse colligendum, nisi tempore suscipiendae coronae. Strano è bene che non si concedesse ad un Romano Pontefice quell’esenzione che era accordata a tanti vescovi ed abbati. Nel 1014 Arrigo I fra gli Augusti donò al Monistero Veronese di Santa Maria all’Organo omne fodrum et placitum, reddibicionem, angariam, seu quamcumque publicam functionem, quam famuli ejus hactenus nostrae Reipublicae persolvere visi sunt. E Federigo II imperadore nell’anno 1223, privilegiando il Monistero di Santa Maria nel Porto di Ravenna, disse: Ipsa Ecclesia cum suis obedientiis ab omni infestatione seu molestia immunis existens, nec civitati, nec alicui Potestati collectas, fodrum, albergariam persolvat, ec. Così in un aggiustamento seguito l’anno 1190 fra i Legati di Arrigo VI re de’ Romani, e Gerardo vescovo di Padova, fu conchiuso: Neque de terris, quae in Domnicatu Episcopatus erant, fodrum praestare debeat, ec. Pare eziandio che i vescovi esentati raccogliessero poi esso fodro dai sudditi, e se l’appropriassero. Esiste un privilegio conceduto nell’anno 1031 da Corrado I Augusto ad Ubaldo vescovo di Cremona, dove son queste parole: Alias consuetudines, quas sui antecessores ad illam potestatem pertinentes, et angarias quondam habuerunt, et fotrum de ipsa civitate, quod ad nostrum servitium colligi usus fuit, et porcos Arimannorum et albergarias, ec., exigant. Era poi tassato quanto ogni città e castello dovea pagare per esso fodro. Arrigo IV re di Germania ed Italia nel 1079, confermando tutti i beni e privilegj al Vescovo di Padova, fra l’altre cose annovera ancor questa: Insuper septem libras monetae Venetiarum, quas in nostro adventu in Regnum Italicum Sacenses una causa, quia Episcopus Paduae est Comes Sacensis, et praecepto Patris nostri dicunt se nobis debere.

Niun tempo c’è stato esente da aggravj, e pare che questi andando innanzi sempre più crescessero. Ogni età conobbe le angarie e perangarie, siccome ancora le collette, chiamate ancora collatae, e in un editto di Teoderico re dei Goti collationes, che oggi dì portano il nome di côlte. Antico è parimente il nome di dazio, truovandosi nelle vecchie carte data, datia, dadea e dationes. Anzi v’erano tributi ed aggravj, de’ quali troviamo il nome senza sapere ciò che significassero. In un diploma di Adelgiso re de’ Longobardi dell’anno 773 (se pure è documento sicuro), rapportato nel Bollario Casinense, tomo II, consist. 20, si legge: Concedimus per ipsa Monasteria omnes scufias publicas et angarias, atque operas et dationes, vel collectas, seu teloneo et siliquatico de singulas mercaturas et portoras, ec. Che razza di aggravio fossero le scufie, non ho chi me lo insegni. Abbiamo anche un diploma di Arrigo II fra gl’Imperadori, con cui nell’anno 1055 conferma i lor beni ai Canonici di Cremona, cum districtu, cum porcis et vervecibus, cum operibus et omnibus scufiis. Osservisi poi quali regalie e tributi pretendesse Federigo I imperadore dal popolo di Crema per l’isola di Fulcherio nell’anno 1188. In his locis (così ha il decreto conservato nell’archivio della città di Cremona) habuit et tenuit Dominus Imperator per suos medietatem totius vini (veggasi che esorbitante tributo), et de terris militum quartum, de ceteris vero tertium; et plenam jurisdictionem, honorem plenum, et districtum: scilicet fodrum, banna, erbaticum, escaticum, tensas, malgas, cascias, piscationes, venationes, silvas omnes, ec. Non saprei dire cosa fossero le malghe. Per conto delle tense pare lo stesso che le tasse. Nella Storia Veneta del Sanuto sono mentovate le tanse de’ Notai, le tanse de’ Giudici. Ma in uno strumento del Comune di Modena dell’anno 1281 si legge: Commune Finalis Mutinensis debeat dare pro eorum (cioè de’ mercatanti Lucchesi) securitate tansam a Finali usque Bondenum, cum hominibus armatis. Qui sembra una scorta. Presso l’Ughelli ne’ Vescovi Salernitani si truova audientia per una specie di tributo. E ne’ Vescovi di Canne sine calzao (forse calcario) et affidatura, et omni jure tributario. Non so dire se significasse tributo pel diritto di far calce. Ne’ Vescovi di Caserta è parlato de calcariis terrarum. E nel Capitolare di Sicardo principe di Benevento è comandato, ut nulla nova consuetudo imponatur, excepta antiqua, hoc est responsaticum et angarias et calcarias. In uno strumento di Verona dell’anno 1140, dato alla luce dal Campagnola, sta scritto: Commune de Soavo remisit omnia servicia, scilicet plobegum et daciam et waitas. Il nome di waita significa il fare la sentinella o sia la guardia. Il Ferrari nelle Origini Italiane credette che la voce aguato venisse dal latino accubitatus; e il Menagio deriva la parola guatare dal latino barbaro cattare, ed aguato da guatare. All’incontro il Ferrari tira guatare da videre, visitare. Tutti sogni. Chiara cosa è che aguato viene dal tedesco waita, che noi, secondo l’uso di mutare il W in GV, diciamo guaita. – Stare ad guaitam dissero i vecchi; e in italiano stare a guato. E di qua venne aguato e guatare. I Francesi dicono guet, estre aut guet. Per la voce veronese plobegum è da vedere se mai significasse l’aratro che i nostri contadini tuttavia chiamano piod, o pioeu. – Pflug dicono i Tedeschi; o pure plough, o plow, altri di que’ popoli. Roberto Guiscardo duca di Puglia nell’anno 1059 promise di pagare alla Chiesa Romana pro unoquoque jugo boum pensionem duodecim denariorum Papiensis monetae. Cerchino altri di meglio indovinare.

Tralascio altre rendite feudali, che i marchesi d’Este nell’anno 1198 ricavavano dall’Isola d’Ariano, e l’altre che nel 1196 appartenevano ai duchi di Toscana nel castello di Preceno. Disse parere che sotto i Re Longobardi e Franchi non fosse in uso tanta copia e diversità di aggravj; ma né pure mancavano allora ufiziali del principe che introducevano delle cattive usanze in pregiudizio de’ popoli, e spezialmenle tali angherie inferivano ai servi ed Aldioni non solo de’ secolari, ma anche degli Ecclesiastici, che disperati abbandonavano le campagne fuggendosene altrove. Riferito questo disordine all’insigne e piissimo Augusto Carlo Magno, cagion fu ch’egli pubblicasse la legge CXXI fra le Longobardiche. Audivimus, dic’egli, quod Juniores (quei della famiglia) Comitum, vel aliqui Ministri Reipublicae, sive etiam nonnulli fortiores Vassi Comitum, aliquam redhibitionem (contribuzione) vel collectionem (oggidì côlta) quidam per pastum, quidam etiam sine pasto, quasi deprecando, a populo exigere soleant. Similiter: quoque opera, collectiones frugum, arare, seminare, runcare, carrucare, vel cetera his similia a populo per easdem vel alias machinationes exigere consueverunt, non tantum ab Ecclesiasticis, sed a reliquo populo exigebant. Ordina pertanto che sieno levati sì fatti abusi. Quia, soggiugne egli, in quibusdam locis in tantum inde populus oppressus est, ut multi ferre non valentes, per fugam a Dominis vel a Patronis suis lapsi sunt, et terrae ipse in solitudinem redactae sunt. Leggesi ancora una lettera da esso Augusto scritta al re d’Italia Pippino suo figlio, incaricandogli di provvedere a queste ed altre concussioni fatte al popolo dai pubblici ministri. Non dovette finire questa superchieria e cupidigia, perché abbiamo la legge XXXII di Lodovico II imperadore, dove anch’egli proibisce cotali angherie. Parimente Guido imperadore nell’anno 922 nella legge III le condennò, volendo, che gli Arimanni, cioè le persone libere non paghino, praeter quod constitutum legibus est. – Inconsuetae occasiones sono appellati questi aggravj in un diploma di Corrado II fra gl’Imperadori dell’anno 1027, dato in favore delle Monache di San Salvatore di Lucca. Tolte e mali usus si truovano alle volte appellati simili aggravj; e in un suo diploma del secolo IX Berengario I re d’Italia vietò che niuno potesse esigere dal Monistero Trevisano de’ Santi Pietro e Teonesto, suggetto al Veronese di San Zenone, urnas atque mutas, vel ullas collectas. Del dazio delle urne è da vedere il Du-Cange. Le mute nella diocesi di Salisburgo significavano la misura delle cose liquide.

Ne’ secoli più bassi, allorché le città presero forma di Repubblica, sottomettendo al loro dominio le varie terre e castella che dianzi non ubbidivano, il costume era che obbligavano que’ popoli a pagare la boazia, cioè un tanto per ogni paio di buoi. Rugadicum è appellato questo tributo in uno strumento della città di Tortona dell’anno 1183, riferito dall’Ughelli con queste parole: Rugadicum (credo più tosto Bugadicum o Bucadicum) est duo soldi de unoquoque pari boum. Della suddetta boazia è fatta menzione in uno strumento dell’anno 1173, in cui gli uomini della Badia di Frassinoro sulle montagne si sottopongono al Comune di Modena, promettendo omni anno dare boatiam Mutinae sex denarios Lucanos pro unoquoque pari boum. Dopo il mille ancora s’introdussero varj straordinarj aggravj, a’ quali spezialmente erano sottoposti i vassalli, chiamati auxilia, dona gratuita e mutua, cioè prestanze di danaro che mai più non si restituiva. Venendo adunque occasion di guerre, o maritandosi il Principe, o accasando egli le figlie, o dovendosi conferire a lui ovvero ai figli il cingolo della milizia, appellata Cavalleria; o fortificar la città o qualche castello; si esigevano auxilia da tutto il popolo, ma più sovente dai vassalli. Dai Cortusi sono menzionati mutua et dacie, che affliggevano il popolo di Padova; e Matteo Villani fa menzione delle varie prestanze imposte ai Fiorentini. Nella parte I delle Antichità Estensi ho io ricordato che il celebre Roberto Guiscardo duca di Puglia e Calabria, maritando nell’anno 1076 una sua figlia ad Ugo figlio di Azzo II marchese, cioè del progenitore della Casa d’Este, mandò regali o sia doni a tutti i suoi Baroni:

... Laeti quibus et vir et uxor abire

Donati valeant: nec enim prius Imperiales

Altera cum proles thalamos Michaelis adisset,

Quodlibet auxilium dederant....

 Così scrive Guglielmo Pugliese nel suo poema. Che se due o tre volte si pagava dal popolo qualche ajuto o in danari o in naturali, sotto nome di consuetudine seguitava poi questo peso. Da tali consuetudini, che non aveano mai fine, niuna città probabilmente andò esente, e se ne troverà anche ai dì nostri. Né tali nomi e pesi furono ignoti, agli antichi. Nella legge 2, Cod. de Offic. Praef. Praet. Afr. si truova Notitia consuetudinum quas in sacro laterculo et in praetorio pro tempore Dux praebere debet. Né fu esente una volta da sì fatte consuetudini la Repubblica Ecclesiastica. Eccone un esempio in un diploma di Lodovico II Augusto dell’anno 873, rapportato dal Puricelli ne’ Monumenti della Basilica Ambrosiana. Quivi si legge: Nullus Pontifex ullas praestationes vel annuas donationes, seu quaslibet angarias et superimpositas exactiones, contra morem canonicum, sive regularem constitutionem superimponere aut exigere audeat. Per tali avanìe screditatissimo fu nel secolo stesso IX Giovanni arcivescovo di Ravenna, citato perciò al Concilio Romano, tenuto nell’anno IV di papa Niccolò, e XI del suddetto Imperadore. Diceano i querelanti, eumdem Archiepiscopum per binos annos semel Episcopia nostra circuere et tamdiu per singula residere, quousque ipsa, ec., cum suis hominibus consumat, et non antea inde recedere, quam ab Episcopo loci illius ad Archiepiscopum, et familiares ejus, quae non debentur, dona non modica tribuantur. Insuper omni anno (quod in toto mundo minime invenitur) colonico more, berbices et oblatas, vinum et pullos et ova Archiepiscopo, et ad suum Archipresbyterum similiter, et ad Archidiaconum, et ad Vicedominum, et ad Arcarium, et ad Majorem cubiculi, et ad Cartularium, et ad scriniarium, et ad Defensores, et ad Cubicularium, et ad Majorem Domus, tribus pro omnibus his supradictis omne annualiter sine intermissione ad unumquemque redditum, sicut Tributarii facere. Era anche questo Arcivescovo un pallone di superbia, e cozzò col Sommo Pontefice; ma in fine egli ne restò scornato. Queste inique usanze si chiamavano ancora occasiones, e tal voce s’incontra nelle antiche memorie. Basterà qui la legge XXXVII di Lodovico Pio imperadore, dove s’ha: De injustis occasionibus et consuetudinibus noviter institutis, sicut tributa sunt et tolonea in media via, ubi nec aqua, nec palus, nec pons, nec aliquid tale fuerit, unde juste census exigi possit, ut auferantur, ec. E questo sia detto dei tributi ed aggravj de’ secoli barbarici, non pretendendo io per questo d’averli mentovati tutti; perciocché questo è un campo molto fecondo, e la disgrazia porta che introdotto un nuovo dazio o gabella, ha la fortuna di conseguire il privilegio dell’immortalità. Niuno forse ci è de’ popoli che sentendo i propri pesi, non se ne lagni, ma senza conoscere quelli ancora d’altri paesi che talvolta sono molto più brevi. Finirò con dire, udirsi da noi con orrore i nomi de’ Goti, Unni e Longobardi: oh genti nefandissime! gridava una volta chi non era loro suddito. Ma odasi Salviano (lib. V de Gubern. Dei) dove scrive essere stati sì esorbitanti al suo tempo gli aggravj de’ popoli del Romano Imperio, che ne stavano senza paragone meglio i Barbari, e i Romani divenuti loro sudditi non si curavano di mutar padrone. Franci hoc scelus nesciunt. Chunni ab his sceleribus immunes sunt. Nihil horum est apud Wandalos, nihil horum apud Gothos. Tam longe enim est, ut hoc inter Gothos Barbari tolerent, ut ne Romani quidem, qui inter eos vivunt, ista patiantur. Itaque unum illis Romanorum omnium votum est, ne umquam eos necesse sit in jus transire Romanorum.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011