Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XVIII

Della Repubblica e Parte Pubblica, e de’ suoi ministri;

e se le città d’Italia avessero anticamente Comunità, come oggidì.

Venga ora meco il Lettore per ricercare se ne’ vecchi secoli le città d’Italia conservassero qualche forma di Repubblica, oggidì chiamata Comunità o Comune, ancorché fossero governate dai magistrati dei Re ed Imperadori. Noi appelliamo Comunità il corpo de’ cittadini che ha ufiziali e rendite proprie. Allorché moltissime città Italiane godevano la libertà, solamente suggette all’alto dominio degli Imperadori, usavano il nome di Comune e Comunità; e quantunque poi si dessero ai principi, continuò nondimeno in esse il nome, il corpo, il possesso di beni e gabelle; e tuttavia, per esempio, dura la Comunità di Modena, Reggio, ec. Ordinariamente i Nobili son quei che regolano il Comune a nome di tutto il popolo, colla giunta di alcuni giurisconsulti, che col loro sapere dieno peso alle lor determinazioni. Evidente cosa è che anticamente le città d’Italia non solamente erano suddite de’ Romani Imperadori, ma venivano anche governate dai loro magistrati, proconsoli, pretori, presidenti, ec. Contuttociò anche allora conservavano una specie di Repubblica, varia bensì, essendo alcune municipj, altre colonie ed altre collegate, e perciò ancora diversificate ne’ privilegj. Ognun sa che la dignità e podestà degl’Imperadori non impediva che Roma ritenesse il suo Senato, i suoi ufiziali, le sue rendite e gabelle. Altrettanto succedeva nelle città subordinate, perché ciascuna avea il suo Senato, i Duumviri, gli Edili, i Questori, Censori, Curatori, Praefecti juri dicundo, ed altri ufiziali, e ritenevano anche il titolo di Repubblica, impiegando poi le loro entrate nel risarcimento delle mura, ponti, ferme, teatri, acquedotti, templi, ed altri pubblici edifici. Sotto i medesimi Augusti Cristiani durò questa polizia, se non che v’intervenne talvolta qualche mutazione. Abbiamo nel lib. X, tit. 3 del Codice Teodosiano la legge I, data nell’anno 362, in cui Giuliano Augusto comanda, possessiones publicas civitatibus restitui. Anche Ammiano Marcellino nel libro XXV, cap. 4 della Storia scrive, da esso Giuliano Vectigalia civitatibus restituta cum fundis: le quali parole indicano che le città godessero rendite, per esempio, di porti, ponti, e simili altre gabelle, o d’antico loro diritto, o assegnate dal principe, affinché potessero soddisfare al bisogno delle pubbliche fabbriche. Per testimonianza di Lampridio, anche Alessandro Severo Augusto nella stessa forma fu liberale verso le città. Veggasi ancora Capitolino nella Vita di Gordiano. Leggiamo in oltre nel suddetto Codice Teodosiano la legge II del tit. predetto, in cui Valentiniano imperadore nell’anno 372 Curialibus omnibus conducendorum Reipublicae praediorum ac saltuum inhibet facultatem. Nella seguente legge V Arcadio ed Onorio Augusti nell’anno 400 comandano, ut aedificia, horti, atque areae aedium publicarum, et ea Reipublicae loca, quae aut includuntur moenibus civitatum, aut pomoeriis sunt connexa, dati legittimamente in affitto ad uno, non si possano torre loro per darli ad altri. Anche nella legge XVIII, lib. XV, tit. 1 si tratta di rifare l’opere pubbliche, e a ciò vengono sollecitati i governatori delle provincie. Quod si civitatis ejus Respublica tantum in tertia pensionis parte non habeat, quantum coeptae fabricae poscat impendium, ex aliarum civitatum Reipublicae canone praesumant. E nella legge XXXII si veggono espressi reditus fundorum juris Reipublicae. Altre simili leggi nel Codice di Giustiniano si truovano; e ne’ Digesti il tit. 8, lib. L tratta de administratione rerum ad civitates pertinentium. Veggansi il Sigonio, il Gotofredo, il Campiani ed altri, che di ciò hanno scritto. Presso il Grutero (pag. 164, n. 1) si truova un decreto di Vespasiano Augusto, che scrive fra l’altre cose ai Decurioni della città di Savona: VECTIGALIA, QVAE A. D. AVGVSTO ACCEPISSE (la vostra città) DICITVR, CVSTODIO, ec.

Impadronito che si fu d’Italia Teoderico re de’ Goti, poco mutò de’ riti e costumi del governo de’ popoli, siccome principe di gran mente ed allevato in Costantinopoli, ben conoscendo con quanta prudenza avessero i Romani regolate le pubbliche cose. Ma non così fecero i Longobardi, allorché calavano in Italia. Gente ignorante e fiera, guastò quest’ordine, e v’introdusse la maniera del governo ch’essi portarono seco. Deputarono dunque al pubblico ministero Duchi e Giudici appellati poscia Conti, Viceconti, Gastaldi, Sculdasci, Azionarj, e simili altri ufizj; e questa forma del pubblico con poca mutazione fu poi conservata, dopo la caduta dei Re Longobardi, dagl’Imperadori Franchi e Germani. Questi ufizj li conferiva il Re od Imperadore; e però chi li godeva era appellato Ministro del Re o dell’Imperadore. Ora dunque s’ha da cercare se in que’ barbarici tempi si truovi vestigio alcuno di quella che oggidì chiamiamo Comunità, ed anticamente era detta Respublica. Non può negarsi, nelle memorie di que’ secoli noi sovente veggiamo fatta menzione della Repubblica, de’ Ministri della Repubblica, della Parte Pubblica, de’ Giudici Pubblici. Per esempio, in un diploma di Berengario I re d’Italia nell’anno 899 si legge: ut nullus Judiciariae potestatis Dux, Marchio, Comes, Vicecomes, Sculdascius, Locopositus, aut quislibet Reipublicae Procurator, ec. In un altro diploma d’esso Berengario dell’anno 892 v’ha: ut nullus Dux, Comes, vel Minister Reipublicae, ec. – Che vuol dir Procuratore e Ministro della Repubblica? Preoccupò questa mia dimanda Monsig. Fontanini nella sua Storia del Dominio della Santa Sede sopra Parma e Piacenza; perciocché nel paragrafo 12, par. 27, cita un diploma di Carlo Magno, pubblicato dal Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza, dove son queste parole: ut nullus Dux, Gastaldius vel Actionarius, nec quilibet ex Ministris Reipublicae de jam dicta Judiciaria aliquid sumere audeat. Pensò quel Prelato, che col nome di Repubblica fosse qui disegnato il Ducato di Roma e l’Esarcato di Ravenna uniti insieme; e che non altro fossero i Ministri della Repubblica, se non i Ministri della Sede Apostolica. Cita egli in oltre un diploma del suddetto Augusto, rapportato nella Cronica del Volturno, dove sono nominati Reipublicae Exactores. E in uno di Lodovico II imperadore, Reipublicae Ministri; e una bolla di Stefano VI papa dell’anno 891, Reipublicae Exactores. Secondo lui nel senso suddetto s’ha da intendere il nome di Repubblica. Adduce ancora una lettera di Romano esarco a Childeberto II re de’ Franchi, dove dice che Dio avea tolto ai Longobardi Altino, Modena, Mantova, Piacenza, e rimesse in dominio Sanctae Romanae Reipublicae. Finalmente Gregorio II papa con sua lettera scritta ad Orso doge di Venezia gli fa sapere di prendere l’armi per ricuperare Ravenna presa da’ Longobardi, per ritornarla ad pristinum statum Sanctae Reipublicae. E San Gregorio Magno papa si lamenta de’ Reipublicae Judicibus.

Ma ecco quanto sia facile l’accomodar le cose ai nostri desiderj. Certo è da stupire, come un personaggio di tanta erudizione giugnesse a spacciar tali cose, che non possono venire se non da chi quasi dissi vuole apposta essere cieco. Primieramente ad evidenza si pruova che Modena, Piacenza, Parma, Reggio, Mantova ed Altino non furono mai donate da alcun Re od Imperadore a San Pietro. Basta leggere il testamento di Carlo M. e poi tante memorie che fan conoscere quelle città del Regno d’Italia. Veggasi di sopra la Dissertazione II. Que’ medesimi diplomi ch’egli cita di Carlo M. e di Lodovico II Augusti compruovano questa verità. Carlo M. concede al Vescovo di Piacenza omnem Judiciariam, vel omnem teloneum de Curte Glussiano; Lodovico II gli dona partem muri publici et viae publicae, e gli conferma mercata et reliqua quae a reliquis Antecessoribus nostris (Imperadori) collata sunt jam saepe dictae Ecclesiae. Ma, risponde Monsignor Fontanini, tali cose faceano quegli Augusti tamquam Advocati Romanae Ecclesiae. Né bada ch’egli ci rappresenta que’ piissimi Imperadori, non già come avvocati della santa Romana Chiesa, ma come sacrileghi usurpatori dei beni e diritti della medesima, se colà si fosse steso il dominio della stessa. Da quando in qua sarebbe stato lecito ad avvocati di donare la roba altrui, e massimamente senza una menoma parola di farlo col titolo di avvocati, e donando chiaramente in vigore della lor propria autorità? Però da que’ documenti non si può ricavare che il nome di Repubblica importi il dominio della Chiesa Romana; e molto meno dal privilegio dato al Monistero di Volturno, sapendosi che quella Badia era situata nel Ducato Beneventano, cioè in luogo sottoposto ai duchi o principi di quelle contrade, e alla sovranità del Re d’Italia, e che la Sede Apostolica non v’ebbe diritto temporale, se non dopo la venuta e conquista de’ Normanni.

Ma che dunque volea dire il nome di Repubblica in que’ tempi? Significava il Principato, il Regno, l’Imperio e il Fisco dei Re d’Italia, o degl’Imperadori. Né altro era Romana Respublica, che il dominio de’ Romani Imperadori; non altro Ministri Exactores, o pure Procuratores Reipublicae, se non i ministri pubblici del principe, fosse re o imperadore, e non già il Ducato Romano, né l’Esarcato. Gli stessi passi che Monsignor Fontanini recò per accreditare il suo sogno, lo distruggono, purché si aggiunga ciò ch’egli credette ben di tacere. Gregorio II papa esorta Orso doge di Venezia ad uscire in mare contra dei Longobardi, ut ad pristinum statum Sanctae Reipublicae in Imperiali servitio Dominorum filiorumque nostrorum Leonis et Constantini magnorum Imperatorum ipsa revocetur Ravennatium civitas, ut zelo et amore fidei nostrae in statu Reipublicae et Imperiali servitio firme persistere, Domino cooperante, valeamus. Qui veggiamo che Respublica è usato in vece del Romano Imperio. Et è da stupire che il suddetto Scrittore voglia tirar qua alcuni passi di San Gregorio il Grande, dove si serve della parola Respublica, quasiché questa fosse ristretta al Ducato Romano e all’Esarcato. Viene essa spiegata da altri suoi detti. Nella epistola XI, lib. parla della pace da lui trattata co’ Longobardi. Ariulphus (dic’egli) toto corde venire ad Rempublicam paratus fuit, ec. Piissimo Domino suggero, ut de utilitate Reipublicae et causa ereptionis Italiae, non quibuslibet aures praebeat, ec. Ante Constantinum Pagani in Republica Principes fuere, ec. Pacem cum Longobardis in Tuscia positis sine ullo Reipublicae dispendio feceram. Nel lib. VI, epist. XVI allo stesso Imperadore: Deus heic devictis hostibus, pacatae vos imperare faciat Reipublicae. Epist. XXV a Massimo usurpatore della Chiesa di Salona: Quod vero indicas, Serenissimos Dominos, ut illic debeat esse cognitio, praecepisse: nos quidem nullas eorum hac de re, nisi ut ad nos venire debeas, jussiones accepimus. Sed etsi forsitan pro Reipublicae suae utilitate, quae Divina sibi largitione concessa est, multa cogitantibus, eorum est jussio per obreptionem elicita. Così nel lib. V, epist. XLI, parlando della Corsica, exactionum gravamine oppressa, dice: Unde fit, ut derelicta pia Republica possessores ejusdem Insulae ad nefandissimam Langobardorum gentem cogantur effugere. Nel lib. I, epist. LXXV loda Gennadio esarco dell’Affrica, perché faccia guerra, non desiderio fundendi sanguinis, sed dilatandae caussa Reipublicae, in qua Deum coli conspicimus. Nel lib. V, epist. XXX a Maurizio Augusto: Deus longa vobis et quieta tempora tribuat, et pietatis vestrae sobolem diu in Romana Republica florere concedat. Finalmente scrive ai Milanesi nel lib. XI, epist. IV: Onde possunt alimenta Sancto Ambrosio servientibus Clericis ministrari, nihil in hostium locis, ed in Sicilia et in aliis Reipublicae partibus consistit. Tralascio altri passi, bastando questi per intendere che il nome di Repubblica significava l’Imperio Romano. Nel senso medesimo la prese Cassiodoro nel lib. IV, epist. VI ed altrove; siccome ancora Paolo Diacono, lib. IV, cap. 37. de Gestis Langob., con dire: Rempublicam Romanam Eraclius suscepit regendam.

Recano tali osservazioni luce a ciò che scrisse Anastasio Bibliotecario nella Vita di Stefano II papa, dove racconta che l’Esarcato di Ravenna non era stato occupato da Astolfo re de’ Longobardi, ed essersi procurato, ut Reipublicae loca, diabolico ab eo usurpata ingenio, proprio restitueret Domino; e che esso Papa avea raccomandato a Pippino re di Francia caussam Beati Petri et Reipublicae Romanorum redderet jura. Ecco distinta la Chiesa Romana dall’Imperio Romano. E chiaramente spiega altrove esso Anastasio nella Vita di papa Zacheria, cosa egli intendesse di dire nominando la Repubblica. Imperocché scrive che Costantino Augusto donò duas Massas, quae Nymphas et Nornias appellantur, juris existentes Reipublicae, eidem Sanctissimo Papae, Sanctaeque Romanae Ecclesiae jure perpetuo possidendas. Se quelle Masse appartenevano alla Repubblica, ed esse furono donate dall’Imperadore al Papa, adunque sotto nome di Repubblica veniva il Romano Imperio. Per la stessa ragione anche Gregorio Turonense (lib. II Hist.) scrisse che Gelismere re de’ Vandali in Affrica fu superato a Republica. Laonde con ragione ebbe a dire il Valesio nelle Annotazioni al lib. XVI, cap. 12 di Ammiano Marcellino: Imperium Romanorum Ammiano aliisque Historicis saepe Rempublicam absolute nuncupari. E il sopra detto Anastasio nella Vita di Vigilio papa disse di Belisario: Veniens in fines Africae sub dolo pacis interfecit Gundarum Regem Guandalorum, et redacta est Africa sub Rempublicam. Queste son cose chiare; laonde mi dispenso dal riferire altri passi di Mario Aventicense, di Giovanni Abbate Biclarense, di Procopio e d’altri testimonj che concordemente asseriscono questa verità. Tale dunque essendo stato l’uso di adoperar la voce Res publica per denotare l’Imperio e il Regno, non è da maravigliarsi se Carlo Magno e i suoi successori, trovato in Italia questo modo di parlare, lo ritennero ed usarono, e non solo qui, ma anche negli altri Regni loro. Ed essendo che troppo spesso s’incontra nelle memorie d’allora la voce Publicus, come publici Judices, Palatia publica, Ministri Reipublicae, ed altre simili maniere di dire; gioverà il ricercarne il vero senso, per poter intendere i documenti di que’ secoli. Il suddetto Carlo Augusto nella legge Longobardica CXXI dice d’avere inteso quod Juniores Comitum, vel aliqui Ministri Reipublicae, aliquam redhibitionem, quasi deprecando, a populo exigere soleant. In un suo Capitolare scrive omnibus Ducibus, Comitibus, Gastaldiis, seu cunctis Reipublicae per provinciam Italiae a nostra mansuetudine praepositis. Queste son leggi fatte pel Regno d’Italia, e che fan toccare con mano che non conveniva ad un personaggio erudito lo spacciare che altro col nome di Repubblica non si voleva disegnare che il Ducato Romano e l’Esarcato.

Erano dunque allora i Ministri della Repubblica quei che altrove son chiamati Ministri Regis, cioè i ministri del Principato. Ecco la legge Longobardica XXXIV di Lodovico Pio imperadore, il quale comanda che le decime a Ministris Reipublicae exigantur. Più sotto: Negligentes, a Ministris Reipublicae districti, singulis sex solidos Ecclesiae componant. Aggiugne in fine, che se costoro si ostineranno in negarle, a Ministris Regis in custodiam mittantur. Ci sono altre leggi Longobardiche dove son rammentati Ministri et Actores Reipublicae; e van d’accordo con esse tanti diplomi degli antichi Imperadori, dati fuori dell’Esarcato e del Ducato Romano; come anche il Concilio II di Aquisgrana tenuto nell’anno 836, ed alcuni Capitolari di Carlo Calvo, ne’ quali tutti s’incontrano i Ministri della Repubblica, cioè i ministri del principe, sia re od imperadore. Talmente è certa questa spiegazione, che anche i principi di Benevento e di Salerno se ne servivano ne’ loro dominj. In un suo diploma dell’anno Gisolfo I principe di Salerno parla de Aquario antiquo (cioè di un canale) nostrae Reipublicae pertinente, ch’egli concede ad una chiesa. In un Capitolare di Sicardo principe di Benevento è ordinato che niuna gabella a parte Reipublicae imponatur. E presso l’Ughelli ne’ Vescovi di Benevento, Pandolfo e Landolfo principi Beneventani in un loro diploma usano queste parole: Absque ullius Comitis, Gastaldei, seu Judicum Reipublicae inquietudine. Chiaramente poi si scorge la forza della parola Respublica in un diploma di Arrigo il santo re d’Italia nell’anno 1007, in cui prende sotto la sua protezione Landolfo vescovo di Cremona colla pena ai contravventori di pagare cento libbre di argento puro, medietatem nostrae Reipublicae, et medietatem, ec. E Guaimario IV principe di Salerno in un diploma del 1035 dichiara che il Monistero di Santa Trinità è de dominio et defensione nostra, nostraeque Reipublicae. Notizie tutte che dissipavano affatto il sogno fabbricato sulla parola Respublica, apposta per sostenere altri sogni.

Truovansi poi negli antichi diplomi Reipublicae Exactores. Il Du-Cange nel Glossario crede significati con ciò i Publicani, vili esattori delle rendite del principe. E non si può dubitare che son compresi sotto questa voce. A me nondimeno sembra verisimile ch’essa abbracciasse anche tutti i ministri del Fisco e Patrimonio Regale, cioè Actores, Agentes, Actionarios, Procuratores Reipublicae, ed altri simili ufizj fiscali. Ma quello che non sì tosto alle volte s’intende, si è la menzione Partis publicae, sembrando che questa sia cosa distinta dal Fisco Regio. In un privilegio dell’anno 978, in cui Ottone II Augusto conferma i suoi beni al Vescovato di Cremona, si legge: Ut nullus publicae, aut Regiae Partis Procurator, ec. Se secondo noi la Parte Pubblica significa il Fisco Regio, perché si mette qui la distinzione Publicae, aut Regiae Partis Procurator? Ma per sola maggior dichiarazione tengo io per aggiunta la parola Regiae. In fatti nello stesso documento si legge: pertinentem ad nostram Publicam partem. E più sotto: Quidquid ad Publicam partem pertinens, Imperiali largitate ejusdem Ecclesiae est contraditum Pontificio. Donavano gl’Imperadori i beni suoi, e non gli altrui. Finalmente viene ivi determinato: nemo Comes, Vicecomes, Sculdascio, Gastaldius, Decanus, Publicae et Imperialis, aut Regiae partis, tenga placiti in que’ beni. Con tre diverse parole viene significata la medesima cosa. Osservisi la legge XXIV del re Liutprando, lib. VI. Trattasi quivi de possessione quam aliquis de Publico habet. Che vuol dire questo Publico? Non altro che il Fisco del Re. Imperocché a confermar quel possesso dee giurare il possessore, aut de se, aut de patre, aut de avo, quod ipsa res per Principem data fuisset. E più di sotto: Si aliquid de servo aut Aldione Regis comparaverit, ec., relaxet ipsam in Publico, cioè al Fisco Regio. Presso l’Ughelli ne’ Vescovi di Parma Rodolfo re d’Italia nell’anno 924 dona al vescovo di quella città quamdam Curtem juris Regni nostri, cioè Sabbioneta, quae semper nostrae Regiae et Publicae parti pertinuit, et de nostra potestate et dominio in ejus potestatem et dominium omnino transfundimus. Ecco dunque chiaramente espresso che Parte Pubblica era appellato il Fisco dei Re ed Imperadori; e tanto più perché in varj diplomi di Carlo Magno s’incontra nullus Judex Publicus Fisci nostri, ec. Tralascio altri documenti, tutti coerenti a questo significato, perché di più non occorre.

Parimente s’incontra negli antichi documenti Juditiaria Potestas. In uno Strumento dell’anno 774, il quale ha dato ansa a me di cercare il principio dell’epoca Longobardica di Carlo Magno, si legge: Ut nullus quislibet ex Judiciaria Potestate ec., inquietare, aut calumniam generare praesumat. Abbraccia questa parola tanto i Conti, che tutti gli altri ministri della giustizia. Non ho in tanto ritruovato finquì monumento alcuno onde si possa inferire che ne’ secoli barbarici le città d’Italia godessero il privilegio usato ne’ tempi di Roma dominante, cioè di far corpo, comunità o comune, e di eleggere magistrati. Contuttociò non lascio io di sospettare che nelle medesime i cittadini avessero qualche forma di sì fatto rito. E i motivi son questi. Comanda Lottario I Augusto nella legge XLVIII che i Messi Regj depongano gli Scabini cattivi, et cum totius populi consensu in eorum loco bonos eligant. Adunque all’elezion degli Scabini concorreva il consenso del Popolo; ed essendo eglino stati un magistrato particolare del medesimo popolo, sembra pure che questo ritenesse qualche specie di autorità. E come potea il popolo eleggerli, se non v’era qualche Ordine, Collegio od Università, dove presedessero magistrati che regolassero questa faccenda? Apparteneva anche al popolo il rifacimento viarum, portuum et pontium, e talvolta del Palazzo Regio, come apparisce dalla legge XLI del medesimo Lottario. Sotto la signoria de’ Romani lo stesso peso era addossato alle città, le quali, per questo possedevano stabili e gabelle. Sembra ben giusto l’opinare che usanza tale continuasse anche sotto Re Longobardi e sotto gl’Imperadori Franchi. Aggiungasi che da’ primi tempi della Chiesa fino al secolo XIII anche il popolo concorreva col clero all’elezione de’ vescovi. Abbondano le memorie comprovanti, quella essere stata elezion canonica del vescovo, che con voti concordi si facea dal Clero e dalla Plebe, cioè dal popolo. E san Gregorio M. nell’Epist. LVIII (era una volta la LVI) scrisse: Arsicino Duci (cioè al governatore della città) Clero, Ordini et Plebi civitatis Ariminensis, affinché eleggessero per loro vescovo il più degno. Nel libro II, epist. VI nel medesimo senso scrisse Clero, Nobilibus, Ordini et Plebi consistentibus Neapoli; come ancora altrove Clero, Ordini et Plebi consistenti Crotonae, Panormi, Nepae, Æsii, Terracinae, ec. Questa era la formola usuale della Cancelleria Apostolica. Pare che i nomi Ordinis et Plebis costituissero due come corpi e collegj della cittadinanza, l’uno de’ Nobili, appellati poscia Milites, e l’altro del popolo inferiore. Notano i Padri Benedettini che il titolo della suddetta epistola VI ne’ MSS. ha solamente Clero, Nobilibus et Plebi consistentibus Neapoli; e però quel Nobilibus sembra lo stesso che Ordini. Tuttavia sarà lecito ad altri l’intendere colla voce Ordo i magistrati ed il Senato (se pur v’era) delle città. Questa parola sotto i Romani significava i Decurioni e il Senato. Per altro col solo nome di Populus sovente si truovano compresi tanto i nobili che la plebe. Veggasi la lettera XXXII di S. Gregorio Magno, e il Concilio Romano sotto Niccolò I papa, in cui fu decretato che l’Arcivescovo di Ravenna non consecrasse Episcopos per Æmiliam, nisi post electionem Ducis, Cleri et Populi.

Niuna difficultà ho io a credere che nelle città poco fa mentovate, siccome tuttavia ubbidienti all’Imperio né tempi del santo pontefice Gregorio, né occupate dai Longobardi, durasse quella forma di Comunità o spezie di Repubblica che dicemmo usata ne’ precedenti secoli. Spezialmente in Roma Senatus Populusque Romanus concorreva col Clero all’elezione del Romano Pontefice. Ma delle città sottoposte a’ suddetti Longobardi che è da dire? Noi troviamo che San Gregorio scrive l’epistola IV del lib. XI Populo, Presbyteris, Diaconis et Clero Mediolanensi, compiagnendo la morte dell’arcivescovo Costanzo, ed un’altra ai medesimi collo stesso titolo. Se non v’era allora nelle città figura alcuna di Comunità e di Ordine, sotto qualche magistrato, chi del popolo avrebbe ricevuto e letto le lettere pontificie e date le risposte? Anche Giovanni VIII papa nell’epistola IV scrisse Clero, Ordini et Plebi Valvensis Ecclesiae. Questa città era allora sotto il dominio dei principi Longobardi. Ed esso Pontefice nell’epist. CCLX, scritta ad Ansperto arcivescovo di Milano, parla di ordinare il vescovo d’Asti post electionem Cleri et expetionem Populi. E nell’antico MS. Pontificale Romano si legge: Epistola Populi et Cleri ad Domnum Apostolicum, qua petunt consacrationem Electi. E in un riguardevole strumento di concordia fra il Vescovo di Alife e Landone Longobardo, spettante all’anno 1020, si legge, avere Alfanus Archiepiscopus scritta una lettera Clero, Ordini et Plebi consistenti in Alifis. Potrebbono queste poche notizie insinuare che anche ne’ secoli prima del mille anche il popolo formasse un corpo non privo di qualche regolamento e magistrato. Presso il Campi nel tomo I della Storia Ecclesiastica di Piacenza noi troviamo il decreto Cleri et Populi Placentini dell’elezione di Guido vescovo, in cui per ordine si sottoscrivono i Preti, Diaconi, Suddiaconi ed Acoliti, e finalmente ventisei e Populo. Forse questi furono i caporioni e rettori d’esso popolo. E Giovanni vescovo di Modena facendo una donazione nell’anno 998 al Monistero di S. Pietro da lui fondato, si esprime di far questo cum consensu et notitia omnium ejusdem Sanctae Mutinensis Ecclesiae Canonicorum, ejusdemque civitatis militum ac populorum. Questo intervenire e consentire non solo il Clero, ma anche i Militi, cioè i nobili e il popolo ai gravi affari della città, non è lieve indizio che anche allora il popolo godesse qualche autorità e ritenesse alcuna forma di Comune. Così noi vedremo nella Dissertazione XLV che il popolo di Modena godeva Bona Communalia nell’anno 1014. Noi ora siamo allo scuro degli antichi affari particolari delle città prima del mille, perché son periti tutti gli archivj vecchi delle medesime. Ma il poco che resta, dà molti indizj che anche allora la cittadinanza si potesse raunare, avesse Ordine e magistrati, e possedesse beni stabili in comune. Ne’ Vescovi di Cremona l’Ughelli rapporta una lettera scritta nell’anno 1048 cuncto Pupulo Cremonensi. In fatti, vivente ancora Corrado I Augusto, anzi sotto Arrigo I imperadore sul principio del secolo XI, quel popolo avea cacciato Landolfo vescovo di quella città, perché creato Conte, cioè governatore della medesima, con troppa superbia esercitava quel ministero. Dei Cremonesi così parla il suddetto Corrado I imperadore in un diploma, pubblicato dal medesimo Ughelli: Civitatem veterem a fundamentis obruerant, et aliam majorem contra Imperialis honoris statum aedificarant, ut ipsi Augusto resisterent. Anche il popolo di Milano (siccome noi vedremo alla Dissertazione XLV) si rivoltò negli stessi tempi contra del loro arcivescovo Eriberto. Né voglio tacere, leggersi nelle memorie della Basilica Ambrosiana del Puricelli un diploma di Carlo il Grosso, preteso dell’anno 881, dove son queste parole: Nullus scilicet Episcopus, Archiepiscopus, Dux, Marchio vel Communitas, aliquam molestiam ei Monasterio inferat. Se fosse legittimo questo documento, noi avremmo anche nel secolo IX ciò che finquì abbiam cercato. Ma in que’ tempi non si soleva usar questo nome; e verisimilmente in vece di Communitas ivi s’ha da leggere Comes. Oltre di che in esso diploma s’incontrano segnali di merce illegittima, perché vi s’intima la scomunica: il che è contra dell’uso; e vi comparisce Signum Ansprandi Cancellarii, et Guidonis Episcopi et Bosonis in una sola riga. Sottoscrivono ancora altri vescovi, e Risus Cardinalis et Petrus Vicecomes: tutte cose nulla conformi ai riti dell’Imperiale Cancellaria. Né gli Scrittori Pavesi conobbero in que’ tempi un Guido vescovo di Pavia. Tralascio altri simili nei. Merita anche menzione la formola VII presso Marcolfo scrittore del secolo VII, conceputa con questi termini. Domno illo Regi Commune illius, cioè Civitatis. Domanda ivi il popolo un successore del vescovo defunto. Ma ivi questa parola altro non significa, se non Ordo et Plebs Civitatis, come si costumava da tanti altri; e si può anche dubitare che il testo di Marcolfo non sia ivi assai corretto. Ma quando così abbia scritto quell’antico Autore, si viene a scorgere più di quel che pareva antico il nome di Comune o Comunità delle città; e questo poi porterebbe seco qualche autorità del popolo nel governo civile. Quanto poi s’è finora osservato, s’ha da unire con quello che diremo alla Dissertazione XLV, della forma di Repubblica presa dalle città d’Italia.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto, 2011