Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XVII

Del Fisco e della Camera dei Re,

Vescovi, Duchi e Marchesi del Regno d’Italia.

Da che cominciarono sopra la terra ad esserci dei Re, saltò fuori anche il Fisco, ed è sempre durato dipoi. Al tempo degli Imperadori antichi Romani si chiamava Saccus, cioè Borsa o Tesoreria del Principe, per distinguerlo dall’altro della Repubblica appellato Ærarium. – Saccus in questo senso si truova adoperato da Santo Agostino e da altri. Ebbero non meno il loro Fisco i Re Longobardi, Franchi e Tedeschi in Italia; e colavano colà i tributi, si per mantenere la Corte, come per la difesa del Regno, e per altre occorrenti guerre. Sotto i Longobardi spesso è fatta menzione Curtis Regiae: con questo nome disegnavano il Fisco. Nella legge CLVII di Rotari s’ha: Si intentio fuerit contra Cortem Regis; nella CLVIII: Curtis Regia ipsas duas uncias suscipiat; nella CLXXXV: Componat pro culpa in Curte Regis solidos centum. Lo stesso significava la voce Palatium, e di questa sovente si servirono gl’Imperadori Franzesi. In un privilegio conceduto nell’anno 839 alle Monache della Posterla di Pavia da Lottario I imperadore è intimata ai trasgressori la pena di sessanta libbre d’oro ottimo, da applicarsi medietatem Palatio nostro, et medietatem parti ejusdem Monasterii. Lo stesso abbiamo in varj diplomi di Carlo il Grosso, di Guido e Lamberto, e di altri Augusti. Del pari usavano essi la parola Fiscus, e massimamente nelle donazioni fatte ai Monisteri ed altri luoghi sacri colla seguente formola, che si legge in un diploma di Lodovico II imperadore, con cui nell’anno 854 conferma a Dodone vescovo di Novara tutti i suoi beni e diritti. Et quidquid de praefatae Ecclesiae rebus jus Fisci exigere poterat, ec., in integrum praefatae concedimus Ecclesiae. Senza di questo privilegio allora i beni delle chiese avrebbono pagato tributo al Fisco. Perciò di tal formola et indulto abbondano tanto in Italia che in Francia e Germania i privilegj conceduti alle chiese. Finalmente anche ne’vecchi secoli per significare il Fisco fu adoperata la voce Camera. Vien riferito da Eginardo il testamento di Carlo Magno, in cui quel piissimo Monarca ordinò che le chiese e i poveri si compartissero thesauros suos, et pecuniam quae in illa die in Camera ejus inventa est. Et omnem substantiam atque supellectilem suam, quae in auro et argento, gemmisque et ornatu Regio in Camera ejus inveniri poterat. Il Du-Cange nel Glossario Latino scrive, usata qui la parola Camera pro Fisco Imperiali. Qui a me sembra essa oscura, perché vi si parla della guardaroba, della cantina, e dell’altre officine del palazzo. Certamente non ho io finora trovato diploma autentico di esso Carlo Magno e di Lodovico Pio, in cui comparisca la Camera per significare il Fisco. Dissi autentico, perché nel tomo II del Bollario Casinense e nella Cronica del Volturno alcun se ne legge, della cui sincerità si può dubitare, siccome ho dimostrato altrove, né qui importa di rammentare. Per tanto credo io più probabile che non prima di Lodovico II imperadore si cominciasse ad usare la parola Camera in vece di Fisco. In un privilegio di questo Augusto, col quale nell’anno 874 concede ad Angilberga imperadrice sua consorte la facoltà di disporre di tutti i suoi beni, si vede prescritta la pena di cento libbre d’oro puro ai trasgressori, da pagarsi medietatem Imperiali Camarae, et medietatem suprataxatae Angilbergae. Così ancora in altri diplomi del medesimo Augusto. E in quei di Berengario I parimente imperadore leggiamo medietatem Camerae Palatii nostri, siccome frequentemente nei privilegi conceduti dai Re ed Imperadori che succederono.

Andiamo ora a vedere se oltre a questi Monarchi godessero altri una volta il diritto del Fisco, o, per dir meglio, della Camera, perché questa parola sembra avere avuto un significato più largo. Certamente dappoiché i Re e gl’Imperadori donarono e trasportarono ne’ vescovi ed abbati tanta copia di regalie, non è da maravigliarsi se anch’essi giunsero ad avere la propria Camera, a cui si pagassero i censi, i tributi e le condanne dovute prima al Fisco Regale. E primieramente da che i Romani Pontefici ottennero da Pippino e da Carlo Magno il dominio non solamente dell’Esarcato, ma anche di Roma e del suo Ducato, non è da dubitare che cominciassero ad aver la Camera o sia il Fisco per li paesi soggetti. Non ho io trovato finquì menzione di questo nelle antiche memorie, perché troppa strage ne ha fatto il tempo. Forse Vestiarium fu il nome significante una volta la Camera Pontificia; perciocché Adriano I in una bolla data nell’anno 772 ai Monaci di Farfa, e rapportata nella Cronica di quel Monistero, ordina che in avvenire Priores Vestiarii Sanctae Romanae Ecclesiae siano giudici nelle cause del Monistero Farfense. Miccio (ivi si legge) Prior Vestiarii, vel omnes qui pro tempore post ejus decessum Priores Vestiarii extiterint, licentiam habeant potestative distringendi tam ecclesiasticam personam, quamque ex militia existentem, vel etiam famulum Ecclesiae, ec. Ecco quanta autorità avessero una volta questi Priori. Ne’ secoli susseguenti l’Archidiacono della Santa Chiesa Romana si osserva presidente della Camera Pontificia. Nata una controversia fra esso Monistero di Farfa e quello di Mica Aurea a’ tempi di Alessandro II papa, Domnus Hildebrandus venerabilis Archidiaconus l’ascoltò e decise. Actores et Actionarii erano una volta appellati quei che ora son detti Cherici di Camera. E perciocché abbiam detto che il nome di Palatium ne’ vecchi tempi significava il Fisco, di questo si servirono ancora i Sommi Pontefici. In una bolla di papa Benedetto VIII, rapportata nella Cronica Farfense, si legge: Insuper et compositurum se sciat auri optimi libras centum, medietatem in Sacrosancto Lateranensi Palatio, et medietatem in suprascripto Monasterio. Altra bolla del medesimo Papa, spettante all’anno 1017, ha espressa menzione della Camera Pontificia. Qui facere hoc praesumpserit, ec., sciat se compositurum centum aureos mancosos, medietatem Camerae nostrae, et medietatem, ec. Per altro abbondano le carte nelle quali i Romani Pontefici anticamente intimavano non già pene pecuniarie, ma bensì la scomunica contro ai trasgressori de’ loro decreti, donazioni e privilegi. Fu di parere Onofrio Panvinio, siccome accennammo, che sino a’ tempi di papa Gregorio VII l’Archidiacono della Santa Romana Chiesa presedesse a quella Camera; e che da lì innanzi fosse istituito l’ufizio di Camerario, chiamato oggidì Camerlengo, il quale dura tuttavia. Truovasi in uno strumento dell’anno 1159: Dominus Boso venerabilis Cardinalis Diaconus Sanctorum Cosmae et Damiani, Domini Papae Camerarius.

Che anche alcuni vescovi ed abbati una volta avessero la lor Camera, pare che si possa provare colle antiche memorie. Parlo di quelli che aveano ottenuto il Comitato delle città, ed altre regalie, in vigor delle quali poteano esigere tributi ed altri pubblici diritti. Rechiamone un esempio. Presso l’Ughelli e Bordoni Corrado I Augusto nell’anno 1027 concedette al Vescovo di Parma omne jus publicum et teloneum, atque districtum ejusdem urbis, ac deinde totum Parmensem Comitatum. E in uno strumento del 1032 di Jacopo vescovo di Fiesole, rapportato dal medesimo Ughelli (se pure non v’ha errore) noi leggiamo: Si quis autem hujus nostrae ordinationis violator extiterit, sciat se compositurum auri optimi libras centum Imperatoriae Camerae et Nostrae. Per tali notizie par bene che certi vescovi godessero il diritto della Camera, dove si portassero le rendite, dianzi dovute al Conte, o pure al donatore. Se anche i duchi, marchesi e conti avessero tal prerogativa, non apparisce chiaro. Narra bensì Paolo Diacono (lib. III, cap. 26) che fu eletto Autari re de’ Longobardi, ai cui tempi ob restaurationem Regni Duces, qui tunc erant, omnem substantiarum suarum medietatem Regalibus usibus tribuunt, unde Rex ipse, sive qui ei adhaererent, ejusque obsequiis per diversa officia dediti, alerentur. Ciò avvenne perché senza Re era stato il Regno per dieci anni, et unusquisque Ducum suam civitatem obtineret, come principe. E senza fallo allora ogni duca esigeva i tributi della sua città. Ma non sappiamo come passasse la faccenda da lì innanzi. Tuttavia nel Bollario Casinense (tomo II, num. 8) comparisce un diploma di Desiderio re de’ Longobardi, in cui egli dona al Monistero Bresciano di Santa Giulia Insulam, quae Ciconaria dicitur, pertinentem ad Curtem nostram et ad Curtem Ducalem. Tanto in quella città, che in Milano, Torino, Verona ed altri luoghi, si trovava il Palazzo, o sia Curtis Ducis, come abbiam già osservato altrove. Tuttavia non abbiamo per questo sufficiente luce finora. Quel che è certo, non mancò il diritto della Camera, o sia del Fisco, ai Principi di Benevento, i quali, se si eccettua il titolo di Re, godevano l’autorità dei Re, ma non il nome. Altrettanto fecero dipoi anche i Principi di Salerno e i Conti di Capoa, che signoreggiavano una parte smembrata del vasto Ducato di Benevento. Abbiam di sopra osservato ch’essi applicavano le pene nostro Palatio; e questa formola si truova anche in un diploma di Roberto principe di Capoa nell’anno 1109.

Quanto ai duchi e marchesi della Toscana, prima d’ora Francesco Maria Fiorentini osservò nel libro III della Vita di Matilda, ch’essi avevano la lor particolar Camera e Fisco, recandone in pruova una carta di Adalberto marchese, dove son le seguenti parole: Si quis haec non observaverit, sciat se excommunicatum; et insuper componere auri optimi bisanteos mille, medietatem Camerae nostrae, et medietatem, ec. Con altri documenti ho io confermata questa verità. In un placito di Uberto marchese di Toscana e conte del Palazzo nell’anno 941 egli decide una controversia in favore del Vescovo di Luni, con apporre in fine la pena. Qui hoc fecerit, praedictos duo mille mancosos auri se agnoscat esse compositurus, medietatem parti Camarae nostrae, et medietatem ipsius Episcopio. Parimente Bonifazio marchese di Toscana, padre della contessa Matilda, in un suo diploma, con cui l’anno 1048 conferma i beni al Monistero di San Bartolommeo di Pistoia, dice: Si quis, ec., si ad se compositurum auri optimi libras centum, medietatem Kamarae nostrae, et medietatem praefato Monasterio. Un somigliante parlare si truova in un altro diploma di Gotifredo duca e marchese di Toscana, e della duchessa Beatrice sua moglie, e poscia negli altri Atti della contessa Matilda, di Corrado duca e marchese e di Rampretto marchese, che signoreggiarono in Toscana. Apparisce eziandio che non mancò ai duchi di Spoleti la Camera. Veggasi una carta di Guarnieri duca del 1106 nella Cronica Farfense. Quello che non si sa ben intendere, si è che qualora i duchi e marchesi di Toscana tenevano de’ placiti e decidevano liti, allora imponevano la pena pecuniaria da pagarsi, non alla sua, ma alla Camera dell’Imperadore. Un placito tenuto in Lucca nel 1058 dal suddetto duca Gotifredo ci fa veder queste parole: Qui vero fecerit, praedicta duo millia mancusos aureos composituros se agnoscat, medietatem pars Camare Domni Imperatoris, et medietatem predicto Anselmo. In un altro suo placito del 1059 : Qui vero contra hoc facere presumpserit, componat duo millia mancusos optimi auri, medietatem Camere Regis, ec. Similmente la contessa Matilda in un suo placito del 1105 così parla: Si quis vero fecerit, predicto duo millia bisanteos aureos (segno che i bisanti d’oro non doveano essere diversi dei mancusi d’oro) composituro se cognoscat pars Camara Domini Regis, et jam dicte Domine Matilde, et medietate, ec. Qui troviamo in uno stesso tempo la Camera del Re, e quella di Matilda come duchessa: cioè, a mio credere, perché i tributi, le gabelle, le condanne ed altre rendite del principato appartenevano al Sovrano diretto, sia re o imperadore. Ma gli stessi Sovrani ne assegnavano la sua parte al marchese o duca, presidente di tutta la provincia, e al conte governatore della città, affinché con ciò mantenessero la loro famiglia e dignità. Ma perché ne’ diplomi sopr’accennati le pene s’avessero a pagare alla Camera del Marchese, e nei placiti alla Camera del Re, lascerò ch’altri lo spieghi. E tanto più perché questo rito non era stabile. Nelle Antichità Estensi (part. I, cap. 19) pubblicai un placito tenuto nell’anno 1045 in Rapallo da Alberto ed Alberto Azzo marchesi, da’ quali discende la Serenissima Casa d’Este. Ivi misero que’ Marchesi il bando con queste parole: Qui vero fecerit (in vece di contrafecerit) centum libras argenti se compositurus agnoscat, medietatem eorum Marchiones, et medietatem eidem Abbati.

Truovasi ancora un altro nodo: cioè talvolta i duchi o marchesi, se erano devoluti al Fisco Regio i beni altrui, ne disponevano a loro arbitrio, come di cosa propria, e li donavano alle chiese. Nella Cronica Farfense si può osservare che avendo una Alerona monaca sposato un certo Rabennone, secundum legem omnis substantia ipsius ad publicum devoluta est. Susseguentemente per aver esso Rabennone ucciso un uomo, medietas omnis illius substantiae ad Publicum devoluta est. Poscia Hildeprando duca di Spoleti nell’anno 787 donò omnem praedictam illorum substantiam, qualiter secundum legem juste et rationabiliter ad Publicum devoluta est, al Monistero di Farfa pro mercede Domnorum nostrorum Regum et nostra, cioè per bene dell’anima dei Re e della propria. Erami nato sospetto che la voce Publicum (lo stesso è che pars publica) significasse la Camera propria dei duchi e marchesi, che certamente erano Ministri Reipublicae. Ma dopo aver io conchiuso, come si vedrà nella Dissertazione seguente, che voce tale indica il Re, o sia il Regno o l’Imperio, cioè la Camera del Re od Imperadore, mi son fermato dubbioso. Tuttavia in qualche luogo pare che veramente essa riguardi i ministri del pubblico. Nella legge II di Guido imperadore abbiamo: Quicumque a proprio Comite, vel a publica parte, idest ab eis qui Rempublicam agunt, ammonitus fuerit, ec. Pubblicò in oltre il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza un diploma di Lodovico II Augusto, ove si espone, avere l’imperadrice Angilberga sua moglie fatto quasdam cum parte publica de rebus suis commutationes, quas sibi petit nostra auctoritate stabiliri. In altri diplomi poi sovente s’incontra questa formola: Omni nostra, nostrorumque successorum et publicae partis contradictione remota. E in un diploma di Ugo e Lottario Regi evvi quest’altra: Et quidquid exinde Fiscus noster, vel pars publica sperare potuerit, ec. Adunque sembra che il Regio Fisco diversa cosa fosse dalla Parte Pubblica. Il che sia detto per maniera di dubitare; perciocché nella Dissertazione seguente ex professo si tratterà questo argomento. Intanto è da stupire, come Hildeprando duca di Spoleti potesse così liberamente donar que’ beni devoluti al Regio Fisco, quando veramente la parola Publicum denoti esso Fisco, se pure non vogliamo conietturare che quel Duca avesse ottenuta dal Re la facoltà di donarli; o pure che costume vi fosse di donare ai luoghi pii i beni confiscati per qualche delitto, dichiarando di farlo a titolo di limosina del Re: pro mercede Domnorum Regum. In due placiti, l’uno tenuto da Beatrice duchessa di Toscana, e da Matilda sua figlia nel 1075, e l’altro da essa contessa Matilda nel 1107, noi abbiamo che la pena s’ha da pagare medietatem pars publice: giacché abbiam veduto in altri placiti dovuta la pena Camerae Regis, o Imperatoris. Che qui pars publica significhi lo stesso, par ben probabile; ma non è certo. Aggiungasi ora, trasparire da qualche notizia che anche i Conti, cioè i governatori delle città, avessero una spezie di Camera. Nella legge XXXIV di Lodovico Pio Augusto è comandato che i pertinaci in non pagare le decime sieno chiamati in giudizio, uti ibi secundum legem ad Comitem, vel ad partem publicam componant: cioè paghino la pena. Qui certamente veggiamo distinta la Parte del Conte dalla Parte Pubblica. Siccome osservammo alla Dissertazione VIII, la terza parte delle condanne perveniente al Fisco apparteneva ai Conti, di modo che parea che il Fisco fosse del Re od Imperadore, ma in certa maniera anche del Conte. Nulla ho detto di sopra dei Dogi di Venezia. Si vuol ora ricordare, essere fuor di dubbio ch’essi anche ne’ vecchi secoli godevano il diritto della Camera e del Fisco. Son perite molte antiche memorie di questa inclita Repubblica. Tuttavia abbiamo nel tomo V dell’Ughelli, Italia Sacra, un decreto di Tribuno doge di Venezia, spettante all’anno 982, dove è determinata la pena pagabile Camerae nostri Palatii. Del pari in un privilegio conceduto nell’anno 1116 da Ordelafo Faletro si legge che il trasgressore pagherà per pena omnia quae possidet Fisco Ducali et Regali. Come cosa distinta è detto qui il Fisco Regale, perché già quella Repubblica avea conquistata la Dalmazia e Croazia, che portavano la denominazione di Regno. Erano poi molti ministri del Fisco deputati a raccogliere i tributi, e gli altri proventi della Camera Regia, o Imperiale, che si chiamavano Actionarii, Exactores tributorum, Exactores Reipublicae, o pure Exactores verum publicarum, Actores Fisci Regii, Actores Patrimonii Regii, ovvero Curtis Regiae; i quali ultimi, siccome anche sotto i primi Imperadori, attendevano solamente ai beni patrimoniali del Principe, e ne riscuotevano le rendite. Alla Regia Camera pare che fossero presidenti i Gastaldi, de’ quali s’è trattato nella Dissertazione X. Né mancavano Advocati Curtis Regis, cioè Avvocati Fiscali, che nascendo controversie, sostenevano i diritti della Camera Regia. In un placito tenuto nell’anno 806 da Guillerado vescovo di Pistoia, da uno Scabino e da un Vasso Domni Regis, si disputava il possesso di una chiesa fra la Corte del Re e il Monistero di San Bartolomeo di quella città. Gisilari figlio del fu Gisone, qui causam Curtis Domni Regis peragebat, produsse le ragioni assistenti al Fisco; ma fu giudicato contra di lui. 

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011