Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XVI

De’ Prestatori ad usura Giudei, Compagnie di Soldati,

Masnadieri, Lebbrosi, ec., de’ vecchi tempi.

Verisimilmente tempo non c’è stato, da che è in uso l’umano commerzio col danaro, in cui non si sia prestato esso danaro, e che da esso non abbiano cercato gli uomini di ricavar frutto, chiamato Usura. L’innata cupidigia de’mortali non ebbe gran bisogno di maestri per imparare a far traffico del danaro. Questa mercatanzia da alcuni popoli si vide approvata, da altri avuta in abbominazione. L’antichissimo legislatore Mosé la proibì fra i Giudei, ma permise di farla con chi era d’altra schiatta e nazione. Platone, Aristotele, Plutarco ed altri antichi han disapprovata e condennata l’usura. Ma presso gli Ateniesi fu essa lecita e molto usata, come pruova Samuele Petito nel lib. V, cap. 4 delle Leggi Antiche. Presso i Romani si truova sempre in uso, anzi bene spesso all’eccesso, cagione poi di sedizioni e rivolte nel popolo. Comparisce nelle Iscrizioni Romane e in altre memorie il nome di Argentarius, che significava non solamente gli orefici ed argentieri de’ tempi nostri, ma eziandio i prestatori di danaro. Argentariae mensae exercitores sono chiamati nella legge 4, ff. de Edendo. Abbiamo il loro nome in altre leggi, e nella Novella CXXXI di Giustiniano è detto: Argentarios mutuam pecuniam dare. Il Reinesio credette che gli Argentarii fossero solamente fabbricatori di vasi d’argento. S’ingannò ancora il Gutherio (lib. III, cap. 22 de Offic. Dom. Aug.) allorché trovando nella legge 27, Cod. de pignorib. Argenti distractores, pensò che fossero artefici che riducessero l’argento in lamine e fili sottili. Ma ivi si parla di Prestatori di moneta. E che essi Argentarii fossero negozianti, e non lavoratori di vasi d’argento, si raccoglie dalla legge unica, Cod. ne Negotiatores, fra quali si veggono anche registrati gli Argentarii. Ora questi prestatori di danaro, che col tempo furono chiamati in Italia Campsores ed oggidì Banchieri, e in Francia Changeurs, davano danaro ad usura. Egli è poi notissimo che il Divino nostro Legislatore nel Vangelo prescrisse, non si ricavasse frutto dal mutuo, affinché i fedeli si avvezzassero ad esercitare la carità, sì splendida ed importante virtù della santa nostra Religione. Ma perciocché l’umano commerzio senza un esorbitante incomodo non può sussistere, qualora non si presti danaro, e la gente avida del guadagno non ne presterebbe se non ne ricavasse qualche vantaggio; si sono studiati i Cristiani di domesticare l’odioso nome di Foenus e di Usura e di Mutuum con altri titoli per potere cavar frutto dal danaro, consegnato ad altri affinché se ne vaglia o per mercatura, o per cambio, o per altri suoi bisogni, spezialmente valendosi della ragione del lucro cessante e del danno emergente. Perciò non mancarono mai Foeneratores appresso gli antichi Cristiani, ma parte permessi e parte riprovati; e correva il nome di usura tanto in buon senso che in cattivo. Cioè v’erano prestatori troppo ingordi e inumani, che all’eccesso esigevano frutto dal danaro, e contra di questi noi troviamo che si scaldano i Santi Padri, cioè Ambrosio, Agostino, il Grisostomo ed altri. Ma che vi fossero, Argentarii, Nummularii, e simil sorta di gente per tutte le città Romane, poscia chiamati Prestatori, Cambiatori, Banchieri, e questi una volta permessi, assai si raccoglie dal Codice di Giustiniano e degli antichi libri. Anzi era allora decretato, qual frutto del danaro potesse pretendersi, e non più Costantino il Grande nell’anno 325 (come s’ha dal Codice Teodosiano, lib. II, tit. 33, l. I de Usur. ) dopo aver vietato l’esigere frutto dal grano prestato, soggiugne poi: Nam pro pecunia ultra centesimas creditor vetatur accipere. Nella susseguente legge pubblicata dagli imperadori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio nell’anno 386 fu parimente decretato nella seguente forma: Quicumque ultra centesimam jure permissam aliquid sub occasione necessitatis eruerit quadrupli poenae obligatione constrictus, sine cessatione, sine requie protinus ablata redhibebit. La centesima usura in que’ tempi permessa consisteva nel pagamento di uno per cento il mese, o sia di un dodici per cento l’anno: peso che ragionevolmente parrà ben greve ai tempi nostri, ne’ quali con moderazione son trattati i debitori. Giustiniano Augusto dipoi nella legge 26, Cod. de Usuris, regolò in altra maniera il commerzio, comandando che alle persone illustri fosse permesso l’esigere ultra tertiam partem centesimae, usurarum nomine, in quocumque contractu vili vel maximo: cioè il terzo d’uno per cento il mese. A’ mercatanti permise usque ad bessem centesimae, usurarum nomine, in quocumque contractu suam stipulationem moderari: cioè l’otto per cento l’anno. A coloro che prestavano grano, o altre specie, usque ad centesimam tantummodo liceat stipulari: cioè il dodici per cento l’anno. Ordinò finalmente che gli altri uomini potessero pretendere dimidiam tantummodo centesimae usurarum: cioè il sei per cento l’anno. Il Concilio I di Nicea vietò ai cherici qualsivoglia usura; ma non parlò de’ laici. Ora questo argomento delle usure, e di ciò che sia lecito ed illecito ne’ contratti del danaro, ne’ due prossimi passati secoli è stato ventilato con diversi pareri, e poco fa ancora ha dato motivo a nuove liti, a nuovi libri su questa scabrosa materia, con aver anche il Santissimo Regnante Pontefice Benedetto XIV pubblicata una Decretale, a cui dee ricorrere il Lettore. Ora l’assunto mio non è di entrare in sì fatte contese, e solamente prendo a trattare de’ Prestatori, chiamati Usurai, che dopo il secolo X od XI si acquistarono un obbrobrioso et odioso nome per l’Europa, non sapendo noi bene come passasse il commerzio ne cinque secoli precedenti.

Da che dopo il 1100 buona parte delle città d’Italia, e massimamente nella Lombardia, Toscana e Genovesato, cominciarono ad alzare la testa, e ad erigersi in Repubbliche, si diedero i cittadini ad aumentare non solamente la potenza della lor patria, ma anche le sostanze proprie. Però s’introdussero molte arti sommamente utili, gran commerzio per mare si fece, gran mercatura per terra. I Veneziani, i Genovesi, i Pisani sopra gli altri si distinsero in questo; e chiunque maggiore industria e sagacità di mente vantava, non perdeva il tempo a procacciarsi ogni possibil guadagno. A niuno certamente la cedono i Toscani, e principalmente i Fiorentini, in acutezza d’ingegno e in sopportar le fatiche utili; il perché questa gente per voglia di arricchire, non contenta di guadagnare in casa coll’arti, cominciò anche a passar fuori d’Italia a mercantare. Un bel negozio parve loro quello di prestar danaro ad usura, e questo a poco a poco diventò il principale e più gustoso loro impiego, perché fruttava assaissimo. Né forse m’ingannerò in credendo che massimamente all’esorbitante lucro che poi colava nella città di Firenze, si dee attribuire l’essere giunto quel popolo a tal potenza nel secolo XII e XIII, che cominciò e seguitò sempre più a dar legge ed imporre il giogo alle altre circonvicine città. Tornando colà carichi d’oro i cittadini, fabbricavano sontuosi palagi, aumentavano l’arti, e dal buon regolamento di queste procedeva poi l’aumento del popolo, e la necessità di slargare la città, e la forza del danaro per fare o sostenere le guerre. Quelle compagnie che da Giovanni Villani son dette degli Scali, de’ Peruzzi, Acciaiuoli, Bardi, Ammanati, ec., tutte sotto nome di Banchieri spezialmente si applicavano al traffico del danaro, cioè all’usura. Attesta il medesimo Villani, ch’esse compagnie fallirono, perché avendo prestato ad Odoardo III re d’Inghilterra un’immensa quantità d’oro, né potendo egli soddisfare a cagion delle sue guerre, toccò ai prestatori andare colle gambe all’aria. Ma finita una compagnia, ne saltava su un’altra; laonde il conte Tegrimo (come s’ha dal medesimo Storico, lib. VII, cap. 139) udendo il conte di Poppi che si gloriava delle sue ricchezze e di aver nella sua armeria le balestre grosse de’ Fiorentini, ingegnosamente gli rispose: Parmene bene, se non ch’io intendo che i Fiorentini sono grandi prestatori ad usura.

Al vedere gli altri popoli che fruttuosa mercatura fosse quella del prestare, a questa si rivolsero anch’ essi, spargendosi principalmente per la Francia ed Inghilterra, dove correa più danaro. Varie merci portavano colà, ma il traffico primario consisteva nel guadagno usurario. Ogerio Alfieri nella Cronica d’Asti (tom. XI Rer. Ital.) così scrive: Anno Dom. MCCXXVI cives Astenses coeperunt praestare et facere usuras in Francia, et ultramontanis partibus, ubi multam pecuniam lucrati sunt. Anche Benvenuto da Imola nel Commento MS. di Dante asserisce che gli Astigiani anche al suo tempo erano i più ricchi di Lombardia. Colà ancora concorsero da altre parti d’Italia a rodere chi abbisognava di danaro, accolti favorevolmente col nome di mercatanti, ma venuti per ismugnere affatto le borse altrui. E perciocché fra essi faceano la prima figura gli Astigiani, Milanesi, Piacentini, ec., e i Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ec., perciò tanto in Francia che in Inghilterra si chiamavano Mercatores Lombardi, e Tusci o pure Tuscani. Di costoro poi si serviva anche la Corte di Roma per ritirare da que’ paesi le rendite sue. Nel codice di Cencio Camerario si vede una lettera di papa Gregorio IX nell’anno 1233, con cui quieta Angelerium Solaficum quendam campsorem nostrum, et ejus socios Mercatores Senenses de omnibus rationibus, quas in Anglia, Francia et Curia Romana, vel etiam alibi, nostro vel Ecclesiae Romanae nomine receperunt. Rapporta il Du-Cange a questo proposito nel Glossario Latino un pezzo di convenzione stabilita nel 1278 dal Re di Francia cum Fulcone cive Placentino, Capitaneo Universitatis Mercatorum Lombardorum et Tuscanorum (ecco come queste sanguisughe s’univano insieme) habente etiam potestatem et speciale mandatum a Consulibus Mercatorum Romanorum, Januae, Venetiarum, Placentiae, Lucae, Bononiae, Pistorii, Astensium, Albae, Florentiae, Senarum et Mediolani, tractandi cum Domino Rege Franciae super translatione facienda ad civitatem Nemausensem, ec.; laddove prima que’ mercatanti aveano posta la loro stanza in Mompelieri. Rapporta esso Du-Cange alla voce Longobardi i privilegj loro conceduti dal Re. Poscia vien dicendo: Mercatores Italicos propter foenerationem usurariam famosos furono chiamati Caorcini dalla città di Cahors in Francia. Ma s’inganna. Non i soli Italiani esercitavano questo brutto mestiere: lo stesso, e forse peggio, facevano anche i Franzesi, e massimamente quei di Cahors; ed eglino perciò, e non gl’Italiani, furono appellati Caorcini. Similmente han preso abbaglio presso di lui coloro che si figurarono derivato dalla nobil casa de’ Corsini Fiorentini quel soprannome, quasiché Corsino si fosse mutato in Caorsino. Certo è che anche i Corsini al pari dell’altre nobili famiglie di Firenze attesero alla mercatura, e si sa che nell’anno 1342 fecero banco fallito. Ma perché mai da essi soli, e non da tanti altri Fiorentini anche più ricchi e rinomati, avrebbero tratto questo nome per disegnare tutti i mercatanti prestatori della Toscana e Lombardia, anzi di tutta l’Italia e Francia? La verità si è che Caorcini furono chiamati i cittadini mercatanti di Cahors, perché quivi più che altrove si prestava a usura, e l’abbiamo da Dante, il quale nel canto XI dell’Inferno, inveendo contro gli usurai, fra l’altre cose, scrive:

E però lo minor giron suggella

Del segno suo e Sodoma e Caorsa.

Cahors dagl’Italiani era nomata Caorsa. Odi Benvenuto da Imola nel Commento MS. di esso poema, che circa l’anno 1380 così scriveva: Caorsa. Idest Usurarios. Caturgium enim civitas in Gallia, in qua quasi omnes sunt Foeneratores. E dice che sono, perché durava quella peste anche a’ suoi dì. Lo stesso Du-Cange rapporta un editto di Carlo II re di Napoli, conte di Provenza e d’Angiò, con cui nell’anno 1289 cacciò Caturcinos Usurarios da tutto il suo dominio. E Filippo re di Francia nel 1220 in un suo privilegio fa conoscere che anche i cittadini di Caen in Normandia attendevano a questa infame mercatanzia, con dire: Concessimus Burgensibus nostri de Cadomo, residentibus in villa Cadomi, quod nec eos, nec uxores, nec heredes eorum capiemus ad occasionem de usura in morte eorum. Però non i soli Italiani profittavano del bisogno o della balordaggine altrui.

Non è per questo che non conoscesse la gente, quanto discordasse dalla legge di Dio, e di qual pregiudizio fosse al pubblico e ai privati un’arte tale. Erano dappertutto in abbominazione gli usurai, e contra di essi più volte i principi del secolo, non che quei della Chiesa, diedero di piglio ai fulmini. Nell’anno 1106 Odoardo piissimo re d’Inghilterra, come s’ha dalle sue leggi, usurarios defendit (cioè vietò), ne remanerent in Regno. Matteo Parisio nella Storia d’Inghilterra all’anno 1235 così scrive: Invaluit autem his diebus adeo Caursiorum (cioè degli usurai Franzesi) pestis abominanda, ut vix esset aliquis in tota Anglia, qui retibus illorum jam non illaquearetur. Etiam ipse Rex debito inaestimabili eis tenebatur obligatus. Poscia riferisce, in qual forma costoro costringessero i debitori al pagamento delle usure; e che il Vescovo di Londra gli scomunicò: ma avendo essi impetrata la protezione della Corte di Roma, non solamente si burlarono del suo editto, ma il citarono ancora, super tali injuria Mercatoribus Papalibus irrogata responsurum. Scrive in oltre lo stesso Storico all’anno 1240 che Arrigo III re d’Inghilterra Caursinis, praecipue Senonensibus (adunque erano Franzesi quegli usurai) terram suam interdixit. Ipsi autem moleste ferentes, et dolentes, tales se pascuas amissuros, data pecunia, quae nimis solet impios justificare, adhuc pro magna parte latuerunt. Furono essi di nuovo banditi, ed appresso richiamati, perché anche i Re profittavano del loro bottino. Particolarmente allorché ai Monarchi veniva il bisogno di pecunia, saltava fuori un bando contro gli usurai, acciocché costoro s’inducessero con una considerabil offerta e contribuzione a placare il loro sdegno. In lor favore ancora si moveva la Corte di Roma, non già perché approvasse le loro usure, ma perché, siccome dicemmo, per via d’essi riceveva le rimesse del danaro a lei proveniente da tutta la Cristianità d’Occidente. Altrettanto avvenne in Francia. Sotto Filippo figlio del santo re Lodovico fu pubblicato un proclama che intimava agli usurai Lombardi e Caorsini di uscire del Regno, con proibir loro di far da lì innanzi commerzio usurario in quelle contrade, permettendo nondimeno Mercatoribus Lombardis et Caorsinis di quivi fare la mercatura approvata dalle leggi. Parimente Carlo II re di Napoli e conte di Provenza cacciò dai suoi dominj di Francia Lombardos, Caturcinos, aliasque personas alienigenas usuras publice exercentes. Ma non mancavano maniere a quella pestifera gente di rendere vani quegli editti, di modo che sempre erano odiati e riprovati, e pur sempre sussistevano addosso a’ popoli, una volta da loro afferrati coll’unghie.

Molto più si affaticarono in que’ tempi i Romani Pontefici per atterrare un sì ingiusto e pernicioso abuso. Nel Concilio generale III Lateranense del 1179 Alessandro III papa e i Padri nel can. XXV così parlarono: Quia in omnibus fere locis crimen usurarum ita inolevit, ut multis aliis negotiis praetermissis, quasi licite usuras exerceant, ec.: ideo constituimus, ut usurarii manifesti nec ad communionem admittantur altaris, nec Christianam, si in hoc peccato decesserint, accipiant sepolturam. Fu confermato questo decreto nel Concilio generale II di Lione l’anno 1274, e poscia in altri Concilj che non occorre rammentare. E di qui s’intende perché il Boccaccio rappresenti in tanto affanno i Fiorentini amici di Ser Ciappelletto da Prato, il più infame tra gli usurai in Borgogna, perché il vedevano sul termine della vita, temendo una gran commozione di quel popolo, se si sapea la sua morte. Ma per qualunque divieto e pena sì della Chiesa che dei principi secolari contra di questi divoratori della sostanze altrui, non cessò la razza loro, e noi li troviamo anche nel secolo XIV vigorosi, tanto in Francia che in Italia. Nell’anno 1256 fu ricuperata Padova dalle mani del crudel tiranno Eccelino. Per attestato di Rolandino storico (lib. IX, cap. I) quasi niuno de’ cittadini vi fu in quella congiuntura ucciso. Sed Tuscus quidam nomine Johannis de Scanta, suam volens tueri pecuniam, quam ad pignora mutuabat, defendendo pecuniam est occisus. Nell’anno 1306 non mancavano nel contado e nella città di Modena di questi avoltoi Toscani che prestavano anche al pubblico stesso. Negli atti di questo popolo nel dì 6 di giugno fu preso partito, ut mittatur pro Tuscanis forensibus, et rogentur quod mutuare debeant Communi Mutinae quingentas libras Mutinenses. Quod si facere noluerint, compellantur per Dominum Capitaneum ipsam quantitatem pecuniae mutuare, ec. Più altre somme furono richieste a coloro nel medesimo anno; e sono ivi rammentati omnes Tuscani mutuatores, qui morantur in civitate Mutinae. Dal che si vede che particolarmente i Toscani erano accaniti dietro a questo abbominevol guadagno. Anche il vescovo di Silva Alvaro Pelagio, scrittore del secolo XIV, nel suo Trattato de Planctu Ecclesiae, lib. II, cap. 7, così scriveva: Familiares, Secretarii, negotiorum gestores praecipui aliquorum Praelatorum Ecclesiae, mercatores sunt, maxime Fiorentini et Senenses, et alii de Tuscia, et de aliis Provinciis. Et de pecuniis Ecclesiarum foenus continue aliqui exercentes, et Praelatis quibusdam de certa parte respondentes nomine partis, vel mercantiae, vel societatis, ec. E che continuassero in varie città a vedersi pubblici prestatori, certamente in Siena, come consta dalle Croniche di essa città da me date alla luce, nel 1339 quel popolo fece il seguente Statuto: Che nessuna persona in Siena o nel Contado potesse prestare a usura per nessun modo, se prima non si facesse scrivere nel libro dello Usuraio di Bischerna, a ciò deputato.

Chi brama di conoscere fin dove arrivasse la rapacità di quella gente, oda le seguenti notizie. Chi prestava ad usura, facea il prestito solamente per sei mesi; e chi riceveva il danaro, contribuiva un dono all’usuraio; cioè pagava tosto il frutto de’ sei mesi, e questo poi accresceva il capitale del credito. Terminati i sei mesi, se il debitore non soddisfaceva, allora pro damno et interesse secondo i patti era tenuto a pagare quatuor denarios pro qualibet libra singulis mensibus, o pure (e forse fu lo stesso) quatuor Imperiales pro qualibet libra grossa singulis mensibus: qui solidi non computentur in sorte. Eccone un esempio. A dì 5 di aprile dell’anno 1264 Jacopo Fasanini Bolognese, abitante in Modena, prese a frutto lire XX e denari sei moneta di Modena, da restituirsi dopo sei mesi, computato dono in his in sorte secundum formam Statuti Communis Mutinae. Avendo egli mancato al pagamento nel tempo prescritto, fu portato l’affare a’ giudici, i quali anno MCCLXX, die Mercurii XI, exeunte Madio, decisero ch’egli dovesse pagare lire 44 moneta di Modena, cioè 20 lire e sei denari per la sorte; et XXIV libras Mutin. pro legitimis accessionibus dictae sortis, dampno et interesse ipsius ad rationem IV denariorum pro qualibet libra, secundum formam Statuti Communis Mutinae; et XII libras pro expensis factis dicta occasione, ec. S’io so far bene il conto, venti lire e soldi sei per anni sei e giorni 16 renderono di usura lire 24, e però una somma di lire cento rendeva ogni anno il frutto di lire 20, e questo veniva accordato dallo Statuto. E pure di peggio si praticava in Inghilterra da quegli usurai. Racconta Matteo Paris all’anno 1235, che se il debitore al determinato tempo non restituiva il danaro, veniva obbligato a pagare d’usura per singulos menses duos, pro singulis decem marcis unam marcam pro recompensatione damnorum: quae damna et expensas ipsi mercatores ex hoc possent incurrere: ita quod damna et expensae et sors cum effectu peti possint, et expensae unius mercatoris cum uno equo et serviente, ubicumque fuerit mercator, usque ad plenam solutionem omnium praedictorum. Di più non occorre per conoscere che sanguisughe fossero quelle; e pure anch’ivi lo permettevano le leggi. Negli Statuti di Verona dell’anno 1228, al cap. 26, fu decretato: Ut de usuris futuri temporis fiat ratio usque ad quantitatem XII librarum et dimidiae pro centenario. Et creditores dare teneantur dilationem unius anni debitoribus solventibus usuras illius anni futuri, ec.; et si ultra dictam quantitatem XII librarum et dimidiae creditores sub aliquo modo seu ingenio acceperint, id totum in sortem computetur. Cessato poscia il bisogno, noi troviamo che non si sofferiva sì detestabil abuso, e si faceano altri Statuti, come accadde in Modena nell’anno 1327 in cui fu formato il seguente: Omnia praecepta et instrumenta facta a duodecim annis citra de dando aliquam quantitatem alicui ex aliqua caussa: intelligatur tantum quartam partem ipsius quantitatis esse veram sortem, si creditor tempore dicti praecepti et instrumenti erat usurarius, si probabitur contra ipsum per quatuor testes cives et habitatores Mutinae fide dignos, qui dixerint testificando per publicam vocem et famam, ipsum talem fuisse usurarium, ec.

Finalmente con tante pene e maledizioni fecero guerra i Sacri Concilj, i Re, i principi a questa sorta di ladri, che se non li levarono affatto, almeno ne sminuirono il numero, e certamente cessò la loro pubblicità. Perciò né pur oggi manca la loro razza; ma segretamente e sotto finti titoli costoro esercitano il loro mestiere per paura di perdere tutto. Poiché quanto alle leggi divine, gli avari le stirano come vogliono, le interpretano ed ammolliscono in guisa tale, che le credono in fine non contrarie alla loro ingordigia. Che se noi ci maravigliamo del perverso regolamento de’ secoli andati, che diremo de’ nostri, ne’ quali in qualche paese si permette ai Giudei di prestare pubblicamente ad usura sopra pegni, con ricavarne troppo esorbitante frutto? Ed appunto in alcuni luoghi d’Italia son succeduti gli Ebrei ai vecchi trafficanti usurai di danaro. Di questa nazione non dispiacerà a’ Lettori ch’io dia qui qualche notizia appartenente a’ secoli barbarici. Anticamente ancora i Giudei, siccome gente industriosa, erano sparsi per gran parte delle provincie orientali, e in Roma stessa pagana. Crebbe maggiormente la lor dispersione dopo la rovina della santa città, di maniera che non nel solo Oriente, ma anche in Occidente, si trovava dappertutto qualche almen picciola colonia del popolo circonciso. Ebbe perciò a scrivere Rutilio Numaziano, poeta del secolo V, nel suo Itinerario:

Latius excisae pestis contagia serpunt,

Victoresque suos Natio victa premit.

Leggonsi ne’ Codici di Teodosio e di Giustiniano molte leggi concernenti questa nazione. Che buon numero d’essi abitasse in Bologna a’ tempi di Santo Ambrosio lo scrive egli nel libro de exhort. Virgin. Che anche Milano ed altre non poche città d’Italia ne ricoverassero non pochi, l’abbiamo dal medesimo santo Vescovo nell’epist. XL a Teodosio Augusto. Sappiamo che nel secolo VII la Spagna, la Sardegna e la Gallia ne nutriva una gran copia, e tutti applicati alla mercatura. Per attestato del Monaco di San Gallo (lib. I, cap. 18 de Gestis Caroli M.) molta domestichezza aveva con quell’insigne Monarca un Giudeo, qui Terram repromissionis saepius adire, et inde ad cismarinas provincias multa pretiosa et incognita solitus erat adferre. Anzi sotto Lodovico Pio Augusto in Lione, dove gran copia d’essi abitava divennero costoro sì temerarj per gli appoggi che avevano alla Corte, che Agobardo vescovo di quella città fu obbligato a scrivere ed inviare allo stesso Imperadore un’operetta intitolata de insolentia Judaeorum. Contra de’ medesimi anche Amolone vescovo, successore d’esso Agobardo, impugnò la penna, e pubblicò un altro Trattato. Quanto essi fossero in Francia intenti al traffico, apparisce da un Capitolare del re Carlo Calvo, presso il Sirmondo e Baluzio, intitolato de Negotiatoribus, dove i Giudei son tassati a pagare il dieci per cento, et Negotiatores Christiani undecimam. Quivi tuttavia soggiornavano essi nel 1290, nel qual tempo (come scrive Giovanni Villani nel lib. VII, c. 142 della sua Storia) anch’essi in Parigi prestavano ad usura. Parimente nell’Inghilterra e Germania abbondava la gente Ebraica; ed allorché i Crocesegnati diedero principio alle Crociate, in passando per essa Germania, usarono mille violenze contro quella nazione. E in Francia nella sollevazione dei Pastorelli l’anno 1320 ne fu fatto un detestabil macello.

Quanto all’Italia, anche dopo la venuta de’ Barbari abbondarono dappertutto i Giudei. Cassiodoro, allorché regnava Teoderico, fa menzione di quelli che abitavano in Milano, Genova ed altri luoghi, a’ quali esso Re confermò i privilegj. Leggasi l’epistola XXXVII del lib. V. In Sicilia fin dagli antichi tempi erano costoro bene stabiliti, né si mossero punto di là, allorché i Saraceni fecero per circa due secoli i padroni in quell’isola. Moltissimi se ne contavano in Napoli, Terracina e Luni a’ tempi di Gregorio VII papa. Antichissima e non lieve colonia d’essi si è mantenuta fino a’ dì nostri in Roma, e ne parla anche il suddetto Cassiodoro. Allorché Arrigo V re de’ Romani nell’anno 1111 entrò in Roma, ante Portam a Judaeis, in Porta a Graecis cantando exceptus fuit, come scrive Pietro Diacono nel lib. IV, cap. 37 della Cronica Casinense; e gli stessi Giudei nell’anno 1165, tornando a Roma papa Alessandro III, cum Signiferis, Scriniariis, Judicibus, Clero, ec., de more legem suam deferentes in brachiis, gli andarono incontro. Non dubito io che altre molte città dessero ricetto ad essi Ebrei. In uno strumento d’Ingone vescovo di Modena nell’anno 1025 veggo rammentata decimam illam quam tenuit Ardingus Judaeus in Saliceto. Nello stesso secolo XI, passando per Lucca San Simeone Romito, come abbiamo dalla sua Vita, plures Judaeorum tunc convenerunt, ec., et exhortante illos Christi viro Simeone in Christum Dei Filium crediderunt. E nell’anno 1282, allorché Pietro re di Aragona fece la sua entrata in Messina, gli andarono incontro Synagogae Judaeorum legem aperientes, come racconta Bartolomeo da Neocastro nel capo 53 della sua Storia. In Ferrara nell’anno 1275 erano talmente protetti da quel Pubblico, che fu confermato un decreto loro favorevole di tal forza, ut pro absolutione, liberatione et immunitate factis Judaeis Ferrariae, ec., de hoc Potestas Ferrariae, qui est vel erit, ec., non possint absolvi per Dominum Papam, seu per Dominum Obizonem Marchionem Estensem, nec per aliquam aliam personam. E chi dubitasse se gli Ebrei d’allora prestassero danari sopra pegni, legga Leone Ostiense nel lib. II, cap. 43 della sua Cronica, dove fra gli altri doni lasciati da Arrigo santo imperadore al Monistero di Monte Casino, annovera anche il seguente: Recollegit praeterea a Judaeis vestem unam de Altario Sancti Benedicti, quae quondam fuerat Caroli Regis, quam iidem Judaei retinebant in pignore pro quingentis aureis. E nella Vita di San Nilo Calabrese, stampata dal P. Martene, si narra che Hebraeus rediens a negotiatione, fu ucciso. Preso l’uccisore, traditur Judaeis, ut pro interfecto homine crucifigatur. San Nilo gli salvò la vita. Se una volta i Giudei portassero qualche distintivo esteriore dai Cristiani, nol so dire. Solamente ho osservato che nell’anno 1221, per testimonianza di Riccardo da S. Germano, Federigo II imperadore decretò contra Judaeos, ut in differentia vestium et gestorum a Christianis discernantur. E nel Sinodo di Ravenna del 1311 fu determinato per li Giudei certum signum, ut a Christianis possint discerni; nec recipiantur alicubi ultra mensem ad habitandum, nisi in locis in quibus habuerint Synagogam. Or da questa, or da quella città fu la nazion Giudaica ne’ tempi addietro cacciata, e la Storia di Bologna ci assicura che non pochi d’essi una volta ivi abitavano; ma poi convenne loro partirsene. Strepitoso avvenimento in Europa fu quello dell’anno 1492, in cui per ordine di Ferdinando il Cattolico re e della regina Isabella furono cacciati e banditi tutti gli Ebrei dai loro Regni. Per attestato del Mariana (lib. XXVI de Reb. Hispan.) centum et septuaginta familiarum millia se n’andarono; quidam ad octingenta millia capita secessisse ajunt. Partiti di Spagna, Africam, Italiam et Orientis oras tenuerunt, ad quas copiarum Hispaniae magnam partem, aurum, argentum, gemmas vestemque pretiosam detulere. Con quanta inumanità fosse trattata quell’infelice gente, si può intendere da una delle Operette di Tristano Caracciolo, da me data alla luce. Gran salasso di popolazione per la Spagna fu questa cacciata degli Ebrei, e la susseguente de’ Mori. Se ne risente tuttavia quel Regno. Dall’esempio della Spagna mosso Emmanuele re di Portogallo, anch’egli scaricò dal peso de’ Giudei i suoi dominj nell’anno 1496.

Ora una sì sterminata moltitudine di questa nazione, portando seco quel più che poterono d’oro e di arredi preziosi, venne a stabilirsi in varie parti d’Italia, trovando buon accoglimento presso chi ebbe caro di partecipare de’ lor tesori, e promettendo gran guadagno ai principi, presso i quali fissassero il piede. Se ne ridondi utilità ai paesi, lascerò che altri l’esamini e decida. Certamente, dove possono, ingordamente riscuotono le usure e fanno i banchieri. E un bel servigio fecero a questa nazione le pene e maledizioni fulminate dalla Chiesa Cattolica contro gli usurai; perché non potendo i Cristiani prestare, il mercato delle usure per la maggior parte andò a cadere in mano de’ Giudei, che non paventano le scomuniche. Nel Concilio generale di Lione quarto celebrato l’anno 1215, il canone 68 ha le seguenti parole: Quanto amplius Christiana Religio ab exactione compescitur usurarum, tanto gravius super his Judaeorum perfidia inolescit, ita quod brevi tempore Christianorum exhauriunt facultates. Però fu ordinato che si potesse ritogliere a costoro ciò che aveano esatto di usure, e comandato ai principi, ut a tanto gravamine Judaeos studeant cohibere. Non se ne cavò gran frutto. Lor mestiere fu ancora, ed è di fare i pubblicani, cioè i conduttori de’ pubblici dazj e gabelle; del che ne abbiamo anche un esempio nel secolo IX. Amolone arcivescovo di Lione nel cap. 42 contro i Giudei scrisse: Quidam ipsorum, qui in nonnullis civitatibus inlicite constituuntur, solent in remotioribus locis Christianos pauperes et ignaros pro eodem teloneo acriter constringere, deinde ut Christum negent persuadere. Miriamo ancora a’ dì nostri che questa gente si caccia per le case de’ Cristiani per mezzani dei lor negozj, Anche anticamente ciò succedea. Al servigio di Chilperico re di Francia nell’anno 581 stava Judaeus Priscus nomine, qui ei ad species coëmendas familiaris erat, come attesta Gregorio Turonense, libro IV; cap. 5 Hist. Franc. Né si vuol ommettere che il luogo conceduto ai Giudei per loro abitazione nelle città, da noi ora appellato Ghetto, anticamente si chiamava Judaea, Judaica, Judaearia, ec. Di qua è nato il nome di Giudecca conservato fin qui in Venezia, come anche in Ferrara, dove ha il nome di Zuecca. Di questi nomi s’ha riscontro in un diploma di Ruggieri duca di Puglia, figlio di Roberto Guiscardo duca, il quale nell’anno 1090 dona all’Arcivescovo di Salerno totam Judaeam hujus nostrae Salernitanae civitatis cum omnibus Judaeis qui in hac eadem modo habitantes sunt et fuerint, ec., con tutte le rendite che si cavavano da quella gente. La Giudecca di Venezia si truova nominata in un diploma di Vitale Faletro doge di Venezia e Dalmazia nell’anno 1090.

Richiede un’altra sorta di uomini di aver qualche luogo in queste mie carte; e sono le Compagnie de’ Soldati, Ladri ed Assassini che nel secolo XIV fieramente infestarono l’Italia. Compagne erano queste chiamate dagli Scrittori Fiorentini. Allorché qualche principe e città per cagion della pace cassava i suoi soldati, costoro trovandosi senza paga cominciarono a scegliere un capo, e a formare una società con alcune leggi. La maniera di sostentarsi per loro consisteva in passare or qua, or là, mettendo in contribuzione tutto il paese. Seco menavano quante donne rapivano, che loro piacessero; e prendendo gli uomini, gli obbligavano al pagamento, se volevano ricuperare la libertà. Fermandosi in qualche terra o castello, vi portavano la rovina. Tremavano le stesse città all’avvicinamento di sì barbariche schiere: gente tutta come disperata, vogliosa di prede e priva affatto di coscienza. Per salvarsi dalla violenza e ferocia loro, altro ripiego ordinariamente non v’era, che di spedir deputati per esibire gran somma di danari, affinché si levassero dal contado, e passassero in altro paese a far lo stesso giuoco, siccome nemici di ognuno. A molte e molte migliaja di fanti e cavalli ascendeva per lo più la società di questa armata e scapestrata gente; e colà traeva la feccia di tutti i banditi e malviventi, per avidità della preda e per l’impunità d’ogni scelleratezza, oltre alla gran quantità di meretrici, famigli ed altre vili persone. Onde avessero principio queste nefande società, lo scrisse Odorico Rinaldi negli Annali Eccles. all’anno 1353, col chiamare Monrealem (cavaliere di Rodi) primum Socialium turmarum, quae postea Italiam universam et Gallias diutissime afflixerunt, infelicissimum Ductorem. Ma egli s’ingannò; degno per altro di scusa, perché seguitò Giovanni Villani, il quale nel lib. III, cap. 89 spacciò questa asserzione. Io tralascio quella società di soldati masnadieri composta d’Italiani e Catalani, che per attestato della medesimo Villani nel 1302 sommamente afflisse la Grecia; siccome un’altra che nel 1322 diede il guasto al Contado di Siena, e faceasi chiamare la Compagna, come ha lo stesso Villani. E dico che fatta pace nell’anno 1339 fra i Veneziani egli Scaligeri, Lodrisio Visconte formò un esercito de’ soldati, specialmente Tedeschi, licenziati da Mastino dalla Scala, e con questi portò la guerra ad Azzo Visconte signor di Milano. Et haec fuit prima Societas in Italia, come si legge nelle Giunte alla Storia de’ Cortusi, lib. IX, cap. 181. Soggiugne quell’Autore: Proh Italiae dolor et infamia! Sanctum autem nomen Societatis a proditoribus, raptoribus, adulteris et furibus hodie occupatur. Non erubescunt tam sacrum nomen antiquis venerabile prostituere? Il fatto di Lodrisio insegnò poscia ad altri a formar di sì diaboliche masnade. Guarnieri Duca (non so se di solo nome) venuto da gran tempo dalla Germania, allorché i Fiorentini e Pisani nel 1342 congedarono le loro soldatesche, ne raunò quante potè, mettendo insieme un formidabil esercito nell’anno 1342, come s’ha dalle Croniche dell’Anonimo di Pistoia. Galvano Fiamma storico di que’ tempi nel Manipul. Flor. così ne parla all’anno 1341: Congregati sunt viri scelerati et pestiferi ex partibus Alaemanniae, Italiae, Tusciae, qui dicti sunt Societas. Et fuerunt homines sine jugo, absque Rege, absque lege, viventes de rapinis, nulli parcentes aetati. Hi fuerunt viri instabiles, docti ab omne scelus, civitates et castra obsidentes. Anche nella Cronica di Modena (tom. XI Rer. Italic.) all’anno 1342 si legge: Magna Societas Germanorum facta est trium millium et quingentorum equitum, et plurium; ac mille puerorum, meretricumque et inutilium aliorum castra sequentium. Nella Cronica Estense e in quella di Bologna se ne parla, e secondo quest’ultima i primi caporali d’essa furono Ettore da Panico e Mazzarollo da Cuzano, e poscia il Duca Guarnieri. Andò poi smisuratamente crescendo questa detestabile armata, di maniera che si chiamò la Gran Compagnia, che immensi travagli e danni recò a’ Sanesi, Perugini, Aretini, Riminesi, Cesenati, Modenesi, Reggiani, Mantovani, ed altri popoli.

A costoro succederono altre non meno numerose e scellerate masnade, condottieri delle quali furono il suddetto Monreale nato in Francia, e poscia il conte Lando, il conte Lucio, Anichino, ed altri, tutti di nazione Tedesca. Anche dalla Bretagna minore calò in Italia al soldo del Papa una simile compagnia, che lasciò in Cesena ed altri luoghi memorie d’inudita crudeltà. Dalla Gran Bretagna in oltre venne un’altra società a piombare in Italia sotto Giovanni Aucud celebre capitano, ma più rinomato per le tante vessazioni ch’egli recò a non poche contrade Italiane. Ci mancava l’Ungheria che inviasse anch’ella migliaja di manigoldi a divorar questi paesi. Vennero parimente di là di tali assassini, che gareggiarono co’ precedenti nelle estorsioni, ne’ tradimenti e in ogni sorta d’iniquità. Quel secolo in somma fu de’ più infelici che abbia mai sofferto l’infelice Italia. Però Benvenuto da Imola scrittore d’allora ebbe verso il fine di quel secolo ad esclamare: Proh dolor! in haec tempora infelicitatis mea me deduxit, ut viderem hodie miseram Italiam plenam Barbaris et Socialibus omnium nationum. Heic enim sunt Anglici, Alemanni furiosi, Hungari immundi. Qui omnes currunt in perniciem Italiae, non tam viribus, quam fraudibus et proditionibus, provincias vastando, et urbes nobilissimas spoliando . E perciocché gli esempli del male più facilmente svegliano imitatori, che quei del bene, non si fermò questa peste in Italia, ma passò anche in Francia. Ivi dunque si formò nel 1357 una terribil società di masnadieri di diverse nazioni, che un mondo di mali inferì a que’ popoli, e arditamente penetrò fino in Ispagna. Odasi Tommaso Walsingamo, che così ne parla quell’anno nella sua Storia: Sub his diebus surrexit in Francia illa famosa Societas quae Gens sine capite vocabatur. Quae primo parva, postea magna aggressa, magnam Franciae partem occupans, expulsis vel subactis locorum dominis, subjugatvit; erantque non tantum de una gente vel natione, sed de pluribus nationibus congregati. Famose ancora divennero presso i Franzesi la Società bianca e la Società della Fortuna, siccome in Italia la Società della Stella, la Società bianca, la Società di San Giorgio, ec. Chi ha creduto che i Coterelli, appellati anche Brabanzoni e Reptuarii dagli scrittori, cioè contadini attruppati, i quali nel secolo XII e nel XIII un’incredibile inquietudine e danno recarono in Francia, Fiandra ed altri circonvicini paesi, servissero di esempio alle compagnie de’ masnadieri fin qui accennate d’Italia; non hanno ben osservata la notabil differenza che passò fra que’ sediziosi villani e i feroci soldati, onde le provincie nostre rimasero sì mal concie. Ma questo nel secolo medesimo in cui ebbe origine, anche terminò. Le leghe delle città e de’ principi, o pur l’oro applicato a que’ ladroni, misero fine al loro non mai sazio furore. Non mancano i suoi guai all’Italia oggidì; ma certo abbiam da rendere grazie alla Divina Clemenza, che non conosciamo né proviamo certi mali che cagionarono tante lagrime ne’ secoli barbarici.

Tale è anche da dire un altro di diversa specie, ma assai familiare una volta. Parlo della lebbra, morbo il più deforme e schifoso degli altri, da cui, se vogliam credere ad Archigene medico antichissimo, si poteva esentare chiunque non avea difficultà a farsi eunuco. La sede propria di questo male sembra essere stata l’Egitto, la Palestina, la Soria, ed altre provincie d’Oriente, o perché l’aria o l’acqua o gli alimenti lo producano, o pure perché introdotto in un paese lo nudrisca la negligenza e poca cautela de’ popoli, attaccandosi e propagandosi col contatto, come la rogna e la peste. Credesi che regnando Teodosio Magno Augusto, fiorisse Marcello Empirico. Questi nel cap. 19 della sua Opera scrive: Elephantiasis morbus est Ægyptiorum populis notus, nec tamen in vulgus extremum, sed etiam in Reges ipsos frequenter irrepsit. Non v’ha persona alquanto infarinata delle lettere, che non sappia che fino ne’ tempi di Mosé, ed allorché il Signor nostro Gesù Cristo soggiornò visibile in terra, moltissimi fra’ Giudei erano sformati da questo morbo. A’ tempi di Gregorio Turonense era esso frequente in Palestina; perciocché descrivendo egli il fiume Giordano nel cap. 17 de Gloria Martyr., accenna un sito ubi leprosi mundantur. E de’ lebbrosi scrive più sotto: De publico, dum ibi commorati fuerint, victum accipiunt: sanati autem ad propria discedunt. Allorché i Cristiani Occidentali sul fine del secolo XI tolsero ai Saraceni la santa città di Gerusalemme, trovarono assai viva in quelle parti questa infermità, e ne fu preso dipoi anche uno dei Re Cristiani di Gerusalemme. Che ne’ vecchi secoli anche l’Italia, la Germania, la Francia e l’Inghilterra non fossero prive di lebbrosi, non occorre provarlo. Basta leggere le Vite de’ Santi raccolte dai PP. della Compagnia di Gesù in Anversa, dove se ne incontrano esempli in ogni paese e quasi in ogni tempo. Costume perciò era de’ Fedeli, sì per motivo di carità che per buon politico governo, di formare spedali per quella infelice gente, affinché vivesse affatto separata dai sani. Per tacer altri, in Germania Santo Otmaro Abbate e in Francia Niccolò Abbate di Corbeia fabbricarono somiglianti edifizj. Xenodochium Leprosorum si truova menzionato dal suddetto Gregorio Turonense, cap. 86 de Gloria Confessor. In Italia forse città non ci fu, dove non esistesse qualche luogo destinato al ricovero de’ lebbrosi, ch’erano mantenuti con limosine dal pubblico. Di qui ebbe origine il nome de’ Lazzaretti, così appellati da S. Lazzaro protettore di quegl’infelici; perché quei spedali furono prima instituiti per li lebbrosi, e poscia servirono agli appestati. In Modena fuori della Porta di Bologna tuttavia si vede lo spedale di San Lazzaro. Negli Statuti di questa città dell’anno 1327 si legge: Hospitalis Sancti Lazari sit sub potestate Communis Mutinae, ec., et si aliqua persona de Districtu Mutinae efficeretur leprosa, et propter paupertatem non posset habere pecuniam, ec., Commune illius Plebatus, de quo esset illa persona recipienda, debeat solvere, ec. Talmente in Napoli invalse il nome dello Spedale di San Lazzaro, che anche gli stessi lebbrosi ne riportarono il titolo di Lazzari. Ed è ben vecchia questa denominazione per denotare la feccia del popolo e de’ poveri. Pietro suddiacono Napoletano nella Vita di Santo Atanasio vescovo di quella città, fra l’altre lodi che dà alla città di Napoli, vi mette anche la seguente: Et juxta praeceptum Dominicum praedictae urbis accolae potius Lazaros quaeritant, et exhibent largius, quibus indigent, quam inopes affluentum inquirant opes. Esigeva poi la cura della pubblica sanità e pulizia, che non potessero i lebbrosi abitare ed entrare nelle città, affinché non infettassero i sani. E ciò fu anche determinato nella legge CLXXVI da Rotari re de’ Longobardi; e però i Papi permisero ch’eglino avessero il proprio parroco. Che se abbisognando di pane erano forzati a mendicare, non s’accostavano ad alcun sano, ma con un certo legno, che facea rumore, rappresentavano da lungi la loro necessità. Presso l’Autore del Mamotrecto è menzionato Instrumentum lisneum cum duabus vel tribus tabellis, quas concutit leprosus quaerendo panem. E perciocché il rimedio allora usato per guarir questo male era il bagnarsi ne’ fiumi, in un privilegio dato dai Re d’Italia Berengario II, et Adalberto nell’anno 952 al Monistero di Santa Maria d’Asti, non mentovato dal P. Mabillone, noi troviamo Rivum Leprosorum. Motivo di meraviglia è il sapere che in Francia nell’anno 1321 si scoprì una congiura (almen fu così o creduto o divolgato) de’ lebbrosi co’ Giudei di avvelenare i pozzi e le fontane per ispargere la morte o la lebbra fra i Cristiani. Ciò è raccontato da Bernardo di Guidone nella Vita di papa Giovanni XXII. Altri ancora ne fanno menzione; e però molti ne furono bruciati, e gli altri chiusi in Leprosariis. Onde venisse questa sorta di contagio, e si mantenesse in Europa, se a me fosse chiesto, proporrei questa coniettura. Cioè ne’ vecchi secoli o per visitare il Santo Sepolcro di Cristo, o per esercizio di mercatura, e per tirarne gli aromati, sovente i Cristiani Europei passavano in Soria, nell’Egitto e a Gerusalemme, e non avendo assai riguardo, portavano a casa la lebbra, che agevolmente poi si comunicava ad altri. Essendo da quasi tre secoli in qua troppo sminuito quel commerzio e cessato quel pellegrinaggio, è anche svanita in Occidente la lebbra, talmente che oggi rarissimi sono gli afflitti da questo malore. Dalle contrade orientali ne’ secoli addietro, siccome accennai nel mio Trattato della Peste, era portata in Europa la vera pestilenza, che tanta strage facea de’ viventi. Anche oggidì non verrà altronde che dall’Imperio Turchesco; ma non metterà mai piede fra noi, se si useran le precauzioni e diligenze che son prescritte dai saggi tribunali, massimamente ne’ porti di mare. Diverso una volta dalla lebbra fu il fuoco sacro, male che per tanti secoli si provò nell’Italia e in altre occidentali provincie. Molta è ben la sua antichità, da che ne fanno menzione Lucrezio, Vergilio e Seneca il Tragedo. Per sollievo di chi n’era attaccato, in Vienna del Delfinato fu eretto uno spedale sotto il nome di Santo Antonio Abbate nel secolo XII, e quivi ebbe origine l’Ordine de’ Frati di Santo Antonio: instituto che si propagò poi per la Francia, Italia ed altri paesi, dove si trovavano persone colpite da questo male, giacché ad esse caritativamente servivano que’ Religiosi. Vedesi tuttavia in Milano, in Bologna, in Modena e altrove la chiesa di Santo Antonio Abbate, destinata ad essi Frati ed infermi. E dura anche a’ dì nostri non già questo morbo, ma il nome d’esso morbo; e chi vuoi augurare ad altrui un male terribile, gli desidera il fuoco di Santo Antonio. Ascoltisi ora Sigeberto, che nella sua Cronica all’anno 1089 così scrive: Annus pestilens, maxime in Occidentali parte Lotharingiae, ubi multi sacro igne interiora consumente computrescentes, exesis membris instar carbonum nigrescentibus, aut miserabiliter moriuntur, aut manibus et pedibus putrefactis truncati, miserabiliori vitae reservantur; multi vero nervorum contractione distorti tormentantur. In Francia, che specialmente ne fu afflitta nel secolo XII, si chiamavano Ardenti, perché si sentivano come presi da un fuoco scorrente per le loro membra. Nella Vita di Santa Dimpna vergine appresso i Bollandisti si legge: Habet ignis ille apud Archiatros plura nomina: dicitur quippe Ignis Sacer, Ignis Persicus et Ignis Infernalis. Et est qui Esther dicitur Graeco vocabulo, cioè Tizzone. E che fosse diverso il male di San Lazzaro dal morbo di Santo Antonio, lo fa conoscere la Storia Miscella Bolognese da me data alla luce, mentre nota puniti da Dio coloro che tante iniquità commisero nel sacco di Piacenza l’anno 1447, con dire: Ad alcuni soldati venne il male di Santo Antonio, ad alcuni il male di San Lazzaro. Fra tanti benefizj che la somma bontà di Dio ha compartito a’ nostri tempi, si dee ben aggiugnere quello ancora d’aver fatto cessare affatto questi due orribili e sporchi malori; poiché qualche caso raro a nulla monta. Vero è che a quelli n’è succeduto un altro, cioè il morbo gallico, ma questo è più mite, e non vi mancano rimedj; e quel che è più, sel guadagna solamente chi scapestrato si dà in preda ai vizj.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011