Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XV

Delle Manumissioni de’ Servi e de’ Liberti, Aldii ed Aldiane.

Resta ora da dire qualche altra cosa de’ liberti, de’ quali abbiam favellato non poco nella Dissertazione precedente. Non era cotanto infelice una volta la condizione de’ servi, che non restasse loro la speranza di conseguire o riacquistare la libertà. Anzi la dolce immagine di questo premio stava sempre davanti a’ loro occhi, e perciò nulla tralasciavano di pazienza, fedeltà e premura in ben servire i padroni, affinché un dì si movessero a ricompensar le loro fatiche con liberarli dall’obbrobrioso titolo e giogo della servitù. In fatti, o sia che i padroni abbondassero di umanità, o pure che i servi con quante arti potessero si guadagnassero la loro grazia ed affetto, sovente avveniva che que’ miseri restavano nelle lor brame consolati. E ciò si effettuava colla manumissione, per cui venivano dichiarati liberi, e non più servi, ma liberti erano appellati da lì innanzi. Ciò che praticassero i Greci, i Romani, ed altri popoli in questo proposito, non occorre che io lo ricordi. Ne han trattato uomini dottissimi e celebri giurisconsulti. Avendo i Longobardi e Franchi trovato quest’uso in Italia, lo continuarono, con qualche differenza nondimeno, siccome andremo accennando. Non v’era anticamente signor secolare, vescovo, abbate, capitolo di canonici e monistero, che non avesse al suo servigio molti servi. Molto frequentemente solevano i secolari manometterli. Non così le chiese e i monisteri, non per altra cagione, a mio credere, se non perché la manumissione è una spezie di alienazione, ed era dai Canoni proibito l’alienare i beni delle chiese. Vedi il can. Abbati, dist. 54, e cap. Episcopi, et de rebus Eccles. non alienandis. Nella Cronica del Monistero Beneventano presso l’Ughelli, s’incontrano alcuni richiamati alla servitù, perché l’Abbate senza permissione del Principe avea loro donata la libertà. Usanza famigliare fu, che se i figli de’ servi imparavano alquanto di lettere, facilmente venivano promossi agli ordini ecclesiastici. Ma perché, siccome abbiamo dal Concilio Calcedonense, can. IV, cum fastigio sacerdotii non bene componitur servilis vilitas, necessaria cosa fu che i signori li manomettessero prima, ed anzi rinunziassero al giuspatronato che competeva ad ogni manomettente sopra i suoi liberti. Che se taluno senza saputa e licenza del padrone veniva ammesso alla milizia ecclesiastica, era dalle leggi forzato a tornare alla servitù. Perciò fra le specie dell’irregolarità fu poi essa servitù annoverata. Nel Decreto e nelle Decretali molto se ne parla. Si sosteneva nondimeno la lor promozione, quando si provava la scienza del padrone, e ch’egli non avesse contraddetto. Praticavasi lo stesso anche presso i Greci, come dimostrò il Papadopoli Praenot. Mystag. Resp. II, sect. 5. La prima specie adunque, per così dire, di manumissione fu l’entrare nel chericato, benché ordinariamente precedesse la vera manumissione secondo le leggi, di cui diedi io una formola nel tomo II de’ miei Anecdoti. Per questa via gran copia di servi passava una volta ai sacri ministerj; e vi consentivano con facilità i vescovi, i monaci e gli stessi laici; perché avendo chiese od oratorj di loro giuspatronato, stimavano meglio di consegnarli a persone loro ben affette ed obbligate, che a gente estranea. Andò tanto innanzi la folla de’ servi promossi al Clero, che Carlo M. in una delle Leggi Longobardiche da me date alla luce, ordinò che de propriis servis vel ancillis non amplius tondantur (in vece di tondeantur) vel velentur, nisi secundum mensuram, ut et ibi satisfiat, et villae non sint desolatae. Significa il tondere il chericato; e il velare riguarda le serve che si faceano monache. Di qui ancora s’intende di che persone fossero principalmente allora composte le ville. In oltre esso Augusto nella legge CXXXVIII, ut servum alterius nemo solicitet ad clericalem vel monachalem ascendere ordinem sine licentia et voluntate domini sui. E molto prima il re Liutprando, lib. V, cap. 24, pubblicò questo editto: Si quis servum alienum sine voluntate domini sui clericaverit, componat domino suo pro illicita praesumptione solidos XX, et ipse servus revertatur ad proprium dominum; et ipse dominus ejus habeat eum, sicut voluerit. Anche Lodovico Pio parla di ciò nella legge XXX; e da’ suoi Capitolari si scorge che v’erano lamenti a cagion de’ servi qui passim ad gradus ecclesiasticos indiscrete promovebantur.

In altre guise ancora si liberavano i servi dal dominio degli Ecclesiastici. Trovavansi talvolta pur troppo vescovi ed abbati di guasta coscienza, che nulla curando, o paventando le minaccie de’ Canoni e l’ira di Dio, ad altro non attendevano che ad impoverir le chiese e i monisterj, profondendo gli stabili, gli ornamenti delle chiese, e le famiglie de’ servi, per arricchirne i lor parenti ed amici. Nella Cronica di Farfa se ne veggono parecchi esempli. E in quella del Monistero di Volturno si vede che quegli Abbati concedevano i lor servi in livello ai laici. Accadeva eziandio che i servi delle chiese si accasavano con donne libere; e benché i figli che ne nascevano, fossero anch’essi regolarmente servi, pure in qualche luogo godevano il privilegio della libertà, e se l’attribuivano con pretendere di non essere stati servi, da che aveano presa per moglie una donna libera. Tal notizia risulta da un diploma di Arrigo V, appellato anche VI, conceduto nel 1194 al Monistero di San Salvatore ad Leones di Brescia, il quale era stato fondato dal re Desiderio. Il P. Mabillone stimò distrutto quel sacro luogo a’ tempi di Corrado II imperadore; ma dal privilegio suddetto consta che i suoi Abbati continuarono lungo tempo ancora dipoi. Ivi sta scritto: De servis vero et ancillis ipsi loco a suo conditore in servitium Monachorum Deo servientium inibi traditis, qui suos filios vel filias occasione alienandi eos vel eorum filios a servitio, liberis conjugio tradunt, aut e contra suscipiunt: constituimus, ut sive de paterno, seu de materna generatione descendunt, nullatenus a famulatu discedant, sed in perpetua servitute permaneant, et in suorum parentum, servorum scilicet, conditione permaneant.

Vengo ai riti delle manumissioni, che furono diversi da quei de’ Romani. La prima specie di quelle viene espressa dal re Rotari nella legge CCXXV, e si chiamava manumissio per quartam manum, così detta, perché volendo un padrone concedere in libertà ad un servo, il dava in mano ad un uomo libero, e questi ad un altro, e così a quattro diverse persone. L’ultima conduceva il servo in luogo dov’erano quattro vie, e in presenza di testimonj gli diceva che da lì innanzi era libero, potendo andare per qualunque delle vie suddette che a lui piacesse. Ecco le parole della legge: Qui fulfreal (cioè libero) et a se extraneum, idest amund (cioè sciolto dal suo potere) facere voluerit, sic debet tacere. Tradat eum prius in manus alterius hominis liberi, et per garantix (dicendo: Ve ne fo un dono) ipsum confirmet; et ille secundus tradat eum in manu tertii hominis eodem modo; et tertius tradat eum in quarti. Et ipse quartus ducat eum in quadrubio, et thingat eum in guardia (cioè gli faccia dono della libertà, constituendosi mallevadore di quell’atto). Et gisiles (cioè i testimonj) ibi sint, et sic dicat: De quatuor viis, ubi volueris ambulare, liberam habeas potestatem. Si sic factum fuerit, tunc erit amund, et ei manebit certa libertas. In questa maniera il servo era detto missus a manu, cioè licenziato dal potere del padrone. L’altra specie di manumissione consisteva nell’autorità del Re, a cui veniva presentato il servo acciocché gli donasse la libertà. Appellavasi questa Manumissio per impans, cioè in voto Regis; né altro occorreva, se non che il Re dicesse in presenza di testimonj: Costui è libero. Ciò s’ha dalla suddetta legge. La Legge Salica o sia Franzese, e la Ripuaria aggiugnevano un particolar rito a questa manumissione; perché il Re scuoteva dalla mano del servo una moneta d’oro o d’argento o di rame: quasiché il servo pagasse il suo riscatto. I servi pagavano per l’ordinario qualche cosa al loro padrone nell’atto di ricevere la libertà, forse per quella ragione che secondo l’uso de’ Longobardi donationes sine launigild, aut sine commutationibus, cioè senza qualche ricompensa, non erano legittime. Di tal rito son da vedere il Bignon, il Du-Cange e il Baluzio. Nell’archivio de’ Canonici di Arezzo esiste la manumissione d’un suo servo fatta per privilegio da Lottario I imperadore nell’anno 844. Le sue parole son queste: Servum nostrum Adalbiddum nomine, manu propria excutientes e manu ejus denarium secundum Legem Salicam, liberum fecimus, et ab omni jugo servitutis absolvimus. Sì fatti liberti si chiamavano Homines denariales, come consta dalla legge XIII di Pippino re d’Italia. Un altro simile esempio di manumissione fatta dal medesimo Augusto d’una serva vien rapportato nel tomo I Veter. Scriptor. dal P. Martene. E che anche in Italia fosse portato dai Re Franchi, e si praticasse questo rito, si pruova con un diploma di Berengario I re d’Italia dell’anno 912, esistente presso i Monaci Olivetani di Santa Maria all’Organo di Verona, dove così egli parla: Servum nostrum, nomine Aregisum, cum uxore sua Adelinda et filio suo Adelardo, et filia ejus nomine Ingeza ab omni servitutis ligamine liberasse, et ingenuos dimisisse, et a manibus eorum secundum Regiam consuetudinem publicae monetae denarium excussisse, eisque per quatuor angulos Orbis liberam facultatem eundi ac redeundi concessisse, quatenus potestative et libere incedant quocumque voluerint, tamquam miles publicus, civisque Romanus. Gli dona ancora omnem substantiam et supellectilem suam mobilem et immobilem. La formola di poter andare a suo piacimento veniva dai Romani, scrivendo Plauto in Menoechm. Liber esto, atque abito, quo voles. Fu preso ancora dagli Antichi il dichiarare Cittadino Romano il liberto, constando ciò dalle manumissioni de’ tempi Romani e da una legge di Costantino Magno. In una formola pubblicata dal Sirmondo è detto che il manumesso sicut alii cives Romani vitam ducat ingenuam.

Fu parimente in gran credito, massimamente ne’ secoli posteriori, la manumissione fatta in chiesa davanti al vescovo, sacerdoti e popolo, sì per maggiore pubblicità e sicurezza, come per gloria della carità cristiana. Imperciocché quasi sempre i signori concedevano ai servi questa grazia pro remedio o sia pro mercede animae suae. Era condotto il servo circa altare, o pure ante sacri altaris cornu, tenendo una candela in mano, e quivi era dichiarato libero con chiare parole dal padrone. Da Roma cristiana discese quest’uso, come s’ha da due leggi del Codice di Giustiniano, tit. de his qui in ecclesia manumitt. Notò Jacopo Gotofredo che anche i Gentili usarono di dar la libertà ai loro servi ne’ templi e ne’ comizj del popolo. E che nell’Affrica si usasse questo rito, lo attesta S. Agostino nel Serm. XXXI dell’edizione Benedettina con dire: Servum tuum manumittendum manuducis in ecclesiam. Fit silentium. Libellus tuus recitatur, aut fit desiderii tui prosecutio. Più sotto impariamo da lui che si stracciava lo strumento con cui fu comperato il servo, e se ne formava un nuovo della data libertà, colla sottoscrizione de’ testimoni. Coloro che ne’ Capitolari si veggono chiamati Chartularii e Chartulati, crede il Du-Cange che fossero servi manumessi per Chartam, cioè collo strumento: sebbene niun servo, a mio credere, fosse manomesso senza che se ne formasse un atto pubblico per sicurezza di lui. E questi Cartulati si truovano poi ne’ Privilegj dei Re ed Imperadori insieme coi servi, coloni e livellarj. Truovansi ancora i Commendati nelle antiche carte; ma non furono servi, né manumessi, perché gente libera che si metteva al servigio altrui. In una formola del Sirmondo leggiamo queste parole dette di un libero ed ingenuo: Minime habens, unde se pascere vel vestire debeat, ideo petii pietati vestrae, ut me in vestrum mundiburdum (patrocinio o protezione) tradere vel commendare deberem. Eo videlicet modo, ut me tam de victu, quam et de vestimento, juxta quod vobis servire et promereri potuero, adjuvare vel consolare debeas; et dum ego in caput advixero, ingenuili ordine tibi servitium vel obsequium impendere debeam. Et me de vestra potestate, vel mundiburdo, tempore vitae meae potestatem non habeam subtrahendi, nisi sub vestra potestate vel defensione diebus vitae meae debeam permanere. Di qua s’intende che anche i Commendati, ancorché ingenuili ordine, cioè con ritenere il pregio d’essere liberi, entravano al servigio altrui, e non ne poteano uscire senza licenza del signore. Furono anche appellati Commenditi e Commendatarii, il che dà luce ad una legge di Carlo Magno, cioè alla centesima fra le Longobardiche, dove dice: Ceteri vero homines liberi qui vel commendationem vel beneficium ecclesiasticum habent, sicut reliqui homines justitiam faciant. E perciò troviamo costoro, benché liberi, a cagione dell’obbligo suddetto annoverati colle persone, sulle quali aveano autorità i padroni. Ugo re d’Italia nell’anno 926 conferma al Monistero Veronese di S. Zenone tutti i suoi beni cum familiis et servis utriusque sexus, mancipiis, colonis, libellariis, cartolatis, comendatis, ec. E che i Commendati non fossero di condizion servile si raccoglie ancora da un placito dell’anno 854, esistente nella Cronica di Volturno, dove alcuni uomini litigando co’ Monaci dicono: Nos et parentes nostri semper liberi fuimus; nam nos per defensionis causam fuimus liberi homines commendati in ipso Monasterio, non vero servi. Il rito suddetto della manumissione davanti all’altare si truova fra gli Alamanni, Franchi, Wisigoti e Ripuarj. Un esempio dell’Italia comparisce in un barbaro strumento del 1056, in cui Willa contessa, già moglie d’Ugo duca e marchese, trovandosi in Bologna, concede la libertà a Cleriza sua serva con dire: mano mito te Benzo presbiter da Plebem Sancii Adriani, ut vadat tecum in ecclesia Sancti Bartholomei Apostoli, traad te tribus vicibus circa altare ipsius ecclesie cum cereo apprehensum in manibus suis. Deinde exite et ambulate in via quadrubio, ubi quatuor vie se dividuntur, et date eam licentiam. Disse poscia il prete: Ecce quatuor vie: ite et ambulate in quacumque partem tibi placuerit tantum supradicta Cleriza, quantosque tui heredes, ec. Abeatis vias apertas portas Paradisi, portas civitatis, portas castellis in placitis, et in conventis locis ambulare et stare, et wadia pro te dare, ec. Di Ugo duca e marchese poco fa nominato feci menzione nella Dissertazione VI, de’ Marchesi. Forse figlio fu di Bonifazio marchese di nazione Ripuaria, e memorie di lui si truovano nella Cronica del Monistero di Casauria. Altri esempli di manumissioni ho io recato, che non importa rammentare, bastando il già detto.

Da quanto s’è finquì veduto possiam conoscere che ne’ tempi cristiani, cioè regnando la Religione maestra della carità, non dovea essere molto infelice la condizione de’ servi, perché loro era permesso d’industriarsi e di accrescere il capitale del peculio, purché ben servissero nel medesimo tempo a’ padroni. Giugnevano alcuni a mettere insieme tanto danaro che potevansi riscattare dalla servitù. Rolandino Bolognese nella Somma dell’Arte Notarile, composta circa l’anno 1255, ci presenta una formola, in cui un padrone manumettendo un servo co’ figli, concede loro totum eorum peculium a rationibus domini separatum. E ciò fa pro prelio centum librarum Bononiensium: quod pretium dicitus Dominus confessus fuit et contentus, se ab ipso Antonio dante et solvente, ec., habuisse et recepisse. Aggiungasi ora che pio e frequente costume fu che i padroni prima di morire lasciassero ai loro servi la libertà. Costantino M. quegli fu che introdusse questa maniera di manumissione, concedendola ai cherici; e passò poi una sì pia liberalità anche ai laici. Tuttavia dalla legge III del re Astolfo si ricava, che succeduta la morte del testatore, per eseguire la di lui volontà, si manumettevano attualmente i servi nella chiesa. Perché poi sembrava andare all’eccesso questa generosità de’ padroni, Pippino re d’Italia nella legge XXXIV mette il caso che avendo il padre una figlia, lasci nell’ultima sua volontà a tutti i suoi servi la libertà. Et quia, soggiugne, contra legem esse videtur, instituimus, ut ipsa filia in tertiam portionem de praefatis rebus iterum introire possit. Cioè vuole che un terzo di quegli uomini continui ad essere servo di quella figlia. Né si dee credere che, seguita la manumissione, passassero sempre i servi ad una piena e totale libertà; perciocché, come fu di sopra accennato, i patroni ritenevano qualche diritto sopra de’ medesimi, appellato giuspatronato. E poi per lo più si faceva loro questa grazia, ma con vari patti ed obbligazioni o di qualche servigio personale, o di pagare qualche censo ogni anno. Che se il testatore volea libero da ogni legame il servo, era d’uopo che specificasse questa sua intenzione con chiare parole. Nell’Appendice a Marcolfo, cap. 48, si legge Redemptionale, cioè la manumissione che il padrone per danari concede al servo con dire: Ut taliter sias ingenuus, tamquam si ab ingenuis parentibus fuisses procreatus vel natus, cum omni peculiare tuo; et nec mihi, nec ulli heredum meorum nullum impendas servitium, nec hominium, nec libertaticum, nec ullum obsequium, nec patronaticum, ec. Ecco varj nomi esprimenti gli obblighi che sovente s’imponevano ai liberti, o competevano al padrone sopra di loro. Notissimo è poscia, che se i liberti divenivano ingrati a chi avea usata con loro tanta generosità e benefizio, dalle leggi che si truovano ne’ Codici di Teodosio e di Giustiniano, erano condennati a perdere la libertà, e tornavano ad essere servi, né più poteano far testamento. Ma che in questa pena incorressero i liberti ingrati sotto i re Longobardi e Franchi, non l’ho trovato. Siccome non veggo che allora si facesse caso della qualità di sangue libertino, come si usò al tempo de’ Romani, i quali riputavano ben inferiore agl’ingenui chi discendeva da genitori liberti, e ci volea del tempo a purgar quella macchia. Tuttavia presso l’Ughelli nel tomo IV, dove tratta de’ vescovi di Vercelli, si legge un decreto di Leone vescovo di quella città, fatto sul fine del secolo X, praesentia Judicum, civium affluentia residente et militum, appositis Evangeliis et libris Legum, chartis contra legem factis (si quae erant) legaliter incisis, nobiliter acclamante populo, furono di nuovo rimessi in servitù tutti coloro che essendo già servi della chiesa di Vercelli, per negligenza o vizio de’ precedenti vescovi a jugo servitutis in libertatis nobilitatem (notisi questa parola) transierant, et ipsam Ecclesiam in derisu et despectu habebant. Confessa il Vescovo, ab ejusmodi libertis, quod aliquibus divitiis inflati essent, inquinari Nobiles. Certamente si può credere che anche allora abborrissero i nobili di mischiare il loro sangue con de’ liberti, come oggidì ancora sogliono astenersi da’ maritaggi con chi poco fa o per fortuna o per industria è uscito dal fango. Presso Marcolfo (lib. II, capit. 33) un padrone dona ad un servo la libertà, ea conditione ut dum advixero, mihi deservias; post obitum vero meum si mihi superstes fueris, sis ingenuus, ec., peculiare concesso, quod habes, aut elaborare poteris. A questa maniera d’impegnare per tempo la libertà ai servi, ebbe riguardo Astolfo re de’ Longobardi nella legge II. Si quis Langobardus, dic’egli, pertinentes suos (così ancora si appellavano i servi) thingare voluerit (cioè manomettere) in quartam manum dandos, et chartulam ipsis fecerit, et sibi reservaverit servitium ipsorum, dum advixerit; et decreverit, ut post obitum ejus liberi sint, stabile debeat permanere secundum textum chartae, quam ei fecit, ec. Finalmente si dee aggiugnere, che se il liberto era pienamente manomesso con avere il padrone rinunziato al giuspatronato, allora potea testare, e far ciò che gli piacea della sua roba. Ma durando il giuspatronato, e non avendo figli, la sua roba tornava al patrono.

Convien ora parlare degli Aldii ed Aldiane, de’ quali sì sovente si truova memoria nelle Leggi Longobardiche e nelle vecchie carte d’Italia, ma non già presso i Franchi ed altre nazioni. Furono dunque gli Aldii, detti anche Aldiones, una sorta d’uomini fra i servi e liberti. Non erano servi, perché manomessi; né veri liberti, perché tuttavia obbligati a servire il padrone e i suoi eredi. Il Du-Cange nel Glossario citando le Chiose del Lindembrogio, riconosce l’Aldio statu liberum, et libertum cum impositione operum. Poscia, come dimentico di questo, soggiugne che gli Aldii erano ex genere servorum, tametsi peculiaris et propria fuit servorum species, ab aliis nimirum servis divisa. In pruova di ciò egli cita la legge LXXXIV Longobardica di Carlo M. dove son queste parole: Aldiones vel Aldianae ea lege vivant in Italia in servitute dominorum suorum, qua Fiscalini vel Lidi vivunt in Francia. Egli parimente chiama i Lidi servos glebeae. Del medesimo parere fu il Baluzio nelle Note ad un Capitolare di Carlo Magno dell’anno 792, dicendo de Mancipiis, idest Aldiis. All’incontro tengo io per fermo non doversi annoverar gli Aldii fra’ servi, ma sì bene fra i liberti, privi nondimeno di una totale libertà. In servitute dominorum suorum altro, a mio credere, non vuol dire, che l’obbligo loro imposto di servire ai padroni, ma senza l’obbrobrioso titolo di servi. Primieramente negli antichi diplomi quasi sempre noi troviamo distinti gli Aldii dai servi in quella formola: Cum servis et ancillis, Aldiis et Aldianis: il che indica la differente lor condizione. Secondariamente il re Rotari nella legge CCXXVII ci fa sapere che chi vuole far divenire Aldio un suo servo, dee manometterlo, ma che non illi det quatuor vias, perché cessava ben d’essere servo, ma non acquistava una piena libertà, rimanendo tuttavia con legami di obbligazione verso il patrono, né potea senza licenza passare al servigio altrui. E il re Liutprando nella legge V, lib. IV insegna che per manomettere un servo, la funzione s’avea da celebrare al sacro altare. Ma per fare d’un servo un Aldio, tal funzione non s’avea da eseguire in chiesa. Nam qui Aldium facere voluerit, dovrà manometterlo, ma non eum ducat in Ecclesia: nisi alio modo faciat, qualiter voluerit, sive per chartam, sive qualiter et placuerit. Quello nondimeno che mette in chiaro la sentenza mia, è la legge CCXVIII di Rotari, parlante in questi termini: Si Aldia aut libera in casa aliena ad maritum intraverit, libertatem suam amittat. Adunque la libertà, benché non piena, era un pregio degli Aldii, né s’han da riporre fra i servi.

Torniamo ora alla legge di Carlo M. assomigliante gli Aldii Italiani ai Fiscalini e Lidi di Francia. Giovan-Gerardo Vossio (lib. II de Vitiis Serm.) decretò essere stati i Liddi, o Liti, coloro qui ingenuitatem suam pretio mancipassent. Non è da ascoltare, siccome né pure il Du-Cange, su questo punto. Poteano veramente essi allegare per tale opinione ciò che si legge nella Vita di San Meinwerco vescovo di Paderbona pubblicata dal Leibnizio, dai Bollandisti e da altri, dove è scritto: Duram antiquae servitutis Litonum justitiam per novam paternae pietatis relevavit gratiam, constituens, a villicis adminiculari eis in cibi potusque necessariis (quod antea non fiebat) tempore messis. E pure questo medesimo passo pruova che i Liti non erano servi. Se tali fossero stati, non solamente al tempo della messe, ma per tutto l’anno avrebbono dovuto i padroni somministrar loro il vitto. Odasi ora un Capitolare di Carlo Magno dell’anno 789, dove si comanda che ad ogni chiesa debbano i parrocchiani donare curtem et duos mansos. Et inter centum et viginti Nobiles et ingenuos, similiter et Litos (ciascuno a rata del suo avere) servum et ancillam eidem Ecclesiae tribuant. In oltre al cap. 15 comanda ut omnes decimam partem substantiae et laboris sui Ecclesiis et sacerdotibus donent, tam Nobiles quam ingenui, similiter et Liti; juxta quod Deus unicuique dederit Christiano, partem Deo reddant. Adunque anche i Liti doveano possedere stabili, e far suoi i frutti delle loro fatiche: il che non competeva ai servi. In un altro Capitolare dell’anno 797 è ordinato ut ubicumque Franci secundum legem solidos XII solvere debent, ibi Nobiliores Saxones solidos XII, ingenui V, Liti IV componant. Ecco i Liti obbligati a pagar le pene come l’altre persone libere. Per li servi, se faceano delitti, il padrone pagava la pena. Per la stessa ragione dobbiam credere che i Fiscalini non fossero diversi dai Liti ed Aldii. E ricavasi ancora da un Capitolare di Carlo Magno dell’anno 805, in cui è permesso agli uomini ingenui di prendere in moglie donne Fiscaline, siccome ancora feminis liberis homines Fiscalinos sibi sociare conjugio. Ma anche secondo i Franchi si gastigava la donna libera che sposava un servo; né uomo ingenuo potea accasarsi con serva altrui. Conviene perciò conchiudere che gli Aldii per mezzo della manumissione erano usciti dalla vil condizione dei servi, ma con patto di dover coltivare qualche terra del manumittente, o pure di pagargli censo, o di far altro loro servigio. Una specie di liberti vi furono, che non godevano un’intiera libertà, continuando a vivere con suggezione e dipendenza dal patrono. Per ricuperare affatto la libertà v’era d’uopo un altro atto pubblico, con cui fosse dichiarato totalmente libero. Questo stato di totale libertà era disegnato dai Longobardi colla parola Fulfreal. Dura essa presso gl’Inglesi, che chiamano Fulfraee chi è pienamente libero. Pertanto anticamente tre stati di persone si contavano lavoratori di campagna, cioè Liberi, Aldii e Servi. I Liberi erano simili ai contadini de’ nostri tempi. La condizion de’ Servi l’abbiamo già osservata. Participavano gli Aldii dell’uno e dell’altro stato. Queste tre sorte d’uomini sono chiaramente distinte in un bel decreto di Carlo il Grosso Augusto, esistente nell’archivio de’ Canonici di Arezzo: spettante all’anno 883, o pure 882, dov’egli detesta la prepotenza de’ Conti ed altri giudici secolari, i quali faceano districtiones in liberos Manarios, super ecclesiasticas res residentes, et Servos et Aldiones faciunt, tributa ab eis exigunt, ec.

Pretendeano nell’anno 844 alcuni lavoratori d’essere affatto liberi; ma convinti, finalmente con pubblico strumento del Monistero Ambrosiano confessarono d’essere stati lasciati per testamento da un Totone; et postea nos ingeniose, et suasione de malis hominibus subtrahere quaesivimus, sed nullatenus potuimus, eo quod certius Aldiones ejusdem Monasterii Sancti Ambrosii esse debemus, ec., sub potestatem et defensionem, adque tuitionis prefati Monasterii. Non erano gli Aldii sub dominio, ma solamente sub tuitione de’ loro padroni. Però il Vossio suddetto ebbe ragion di scrivere che Aldius videtur, qui antea servus, sic libertatem consequutus, ut interim veteri domino foret obnoxius. E così intendiamo che voglia dire Leone Ostiense (lib. I, cap. 14 della Cronica Casinense) dove scrive: Servos autem suos et ancillas omnes libertate donavit, sub ditione tamen et tutela Monasterii hujus, ita ut per singulos singulas operas annualiter ubi nostri Ordinarii praeciperent, exercerent. Cioè di servi ch’erano, divennero Aldii. Né secondo la legge C di Lottario I imperadore era lecito novam conditionem Aldioni imponere, cioè alcun aggravio oltre a’ patti primieri. Truovansi poi Partiarii Coloni ne’ Digesti alla L. si merces, tit. Locati, così appellati, perché davano al padrone la metà delle rendite de’ poderi da loro coltivati. Ne fa menzione anche Reginone, lib. I, cap. 43 de Eccles. Discipl., e ne’ Capitolari presso il Baluzio si legge: Qui tale beneficium habent, et ad medietatem laborant. Son costoro chiamati in varie antiche carte Medietarii, accennate dal Du-Cange, e non so come quel grand’uomo gli stima servi qui duobus dominis obnoxii erant, allegando in pruova di ciò le seguenti parole d’uno strumento: Concessit Deo et Sancto Johanni Baptistae Cavillam, quae erat sua villana, ut esset Medietaria Sancti Johannis ipsa et filii sui in sempiternum, et totum servitium, quod solebat persolvere Comiti, de cetero persolveret Sancto Johanni. Ma qui si tratta non di una serva, ma di una Aldiana; ed essa è chiamata Medietaria, non perché servisse a due padroni, ma perché lavorava a metà la terra di S. Giovanni. In queste parti dura il nome di Mezzadro, significante contadino lavoratore di campagna, che rende al padrone la metà del grano e dei frutti. Finalmente s’ha da osservare che molte furono le cagioni per le quali era conceduta la libertà ai servi e la piena libertà agli Aldii; e se così non si fosse fatto, sarebbe tanto cresciuta la lor popolazione, che avrebbero fatta paura al resto del popolo libero. Cioè il lungo servigio, la fedeltà, l’abilità con cui si comperava quella povera gente l’affetto de’ padroni, faceva o presto o tardi sciogliere le loro catene. I Re Franchi solevano donare la libertà ai proprj servi pro nativitate filii, o per altre occasioni di allegrezza. Lo attesta Marcolfo nei lib. II, cap. 52; ma era la pietà e carità dei Cristiani che più sovente li moveva a recar questo benefizio ai servi, e massimamente ne’ testamenti, ne’ quali ognun provvede all’anima sua. Di simili ultime volontà negli antichi secoli ne ho io accennato più d’una. E ciò basti intorno ai liberti de’ tempi barbarici.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011