Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XIII

Degli Uomini liberi ed Arimanni.

Fra l’altre cose che diversificano i tempi nostri dai vecchi secoli, forse la principale è il vedersi oggidì liberi tutti i popoli dell’Italia, e tanti altri della Cristianità occidentale: laddove una volta fu di due sorta la condizione degli uomini, cioè di liberi e di servi. Questo costume non solamente si osservò dai Goti, Longobardi, Franchi e Germani, ma eziandio ne’ più remoti secoli dagli Ebrei, Greci, Romani, ed altri popoli dell’Oriente. Chiunque legge alquanto gli antichi libri di quelle nazioni, tosto se ne avvede. E perciò importa molto il conoscere in che consistesse il divario che passava fra questi due ordini di persone anche ne’ tempi barbarici. Primieramente liberi venivano appellati coloro che a niuno erano sottoposti, secondo l’istituto delle genti, fuorché al Re, o all’Imperadore, o alla Repubblica; perciocché quanto ai figliuoli ch’erano sotto la patria potestà, e alle donne che erano in mundio, cioè sotto la tutela o podestà del marito, o del Sacro Palazzo, non lasciavano essi di godere la prerogativa di persone libere; sembra nondimeno che chi nasceva libero, partecipasse in qualche guisa della nobiltà, se non che le ricchezze veramente esaltavano i ricchi sopra i poveri, e le cariche pubbliche accrescevano l’onore e la nobiltà di chi le esercitava. Siccome al tempo de’ Romani, così ancora ne’ susseguenti barbarici, si divideva il corpo de’ liberi in due classi, cioè in ingenui nati liberi, e in liberti, a’ quali dopo la servitù era stata conceduta la libertà dal loro signore. Godevano i primi una spezie di nobiltà innata; non così i secondi, che acquistavano bensì la libertà, ma non già alcuna nobiltà. I loro posteri nondimeno, perduta la memoria della servitù, poteano conseguire il pregio della nobiltà. Vero è avere scritto Tegano, de Gest. Ludovici Pii, cap. 44: Fecit et liberum, non nobilem: quod impossibile est post libertatem. Ma questo fu detto di Ebone arcivescovo di Rems, il quale non già nato, ma fatto libero, niuna sorta di nobiltà poteva attribuire a sé stesso. Ma questo pregio non pare negato ai discendenti, de’ liberi. Nel Concilio di Aquisgrana dell’anno 816, cap. 119, vien riprovato il costume di promuovere negli ordini ecclesiastici i servi: il che nondimeno mai non si faceva, se non col concedere loro la libertà; ed ivi è detto: Nullus Praelatorum, seclusis Nobilibus, viles tantum in sua congregatione admittat personas. Vili persone son chiamati coloro che erano stati servi; ed opponendosi questi ai nobili, parrebbe perciò che gl’ingenui, nati liberi, fossero in qualche maniera riputati nobili. Per attestato nondimeno di Nitardo storico nel libro IV, tre ordini d’uomini si trovavano fra i Sassoni. Gens Saxonum omnis in tribus ordinibus divisa consistit. Sunt enim inter illos Edelengi; sunt qui Frilingi; sunt qui Lassi eorum lingua dicuntur. Latina vero lingua hoc sunt Nobiles, Ingenui et Serviles. Adunque non bastava essere ingenuo per pretendere la nobiltà. Pure Camillo Pellegrini, uomo dottissimo, nella Prefazione alla Storia dell’Anonimo Salernitano portò opinione che niun Longobardo fosse in Italia, che non godesse della nobiltà. Vir Langobardus, dic’egli, ideoque Nobilis. E tal suo detto spiega egli con dire: Langobardi omnes sordidis ab artibus semper abstinuere, dum rebus potiti sunt prosperis, ac primaeva in dignitate permansere; nullusque in tota gente habebatur, qui sublimis et illustris, hoc est Patritius, non censeretur.

Contuttociò si può dubitare se sopra sodi fondamenti posi questa sentenza. Chi ha assicurato il Pellegrini che a niun’arte sordida si applicasse alcuno de’ Longobardi? V’erano ancille, o sia serve Longobarde, come risulta dalla legge CXCIV di Rotari. Anche de’ Longobardi vi saranno stati alcuni servi, e questi al certo erano esclusi dalla condizione de’ Nobili. Però più sicuro il credere che anche fra Longobardi si trovasse il triplicato ordine de’ Nobili, degli Ingenui e de’ Servi. Noi vedremo che anche molti degl’ingenui Longobardi per la loro povertà coltivavano le terre altrui. Odasi poi Paolo Diacono (lib. V, cap. 36 de Gest. Longobard.) che così scrive: Breziana civitas magnam semper Nobilium Langobardorum multitudinem habuit. Se ciascun Longobardo era ascritto al ruolo de’ Nobili, non occorreva ch’egli aggiugnesse Nobilium. L’aggiunse egli per denotar quelli che ne’ susseguenti secoli furono appellati Milites. E qui nella Dissertazione XVIII vedremo scritte lettere Clero, Nobilibus et Plebi delle città. Adunque la Plebe era differenziata dall’ordine de’ Nobili, tuttoché questo fosse composto da persone libere con esclusione de’ servi. Dissi che gli uomini liberi così furono appellati, perché non sottoposti al dominio di alcuno, fuorché al politico del Principe. Ma qui ci viene incontro il Du-Cange alla voce Liberi nel Glossario Latino, con dire: Liberi homines sub patrocinio alicujus esse debebant, nec omnino sui juris erant: in pruova di ciò egli cita il cap. VIII della Division dell’Imperio fatta da Carlo Magno, dove son queste parole: Praecipimus, ut quemlibet liberum hominem, qui dominum suum contra voluntatem ejus dimiserit, et de uno Regno in aliud profictus fuerit neque ipse Rex suscipiat, neque hominibus suis consentiat, ut talem hominem recipiant, ec. Hoc non solum de liberis, sed etiam de servis fugitivis statuimus, observandum, ut nulla discordiis relinquatur occasio. Ma qui Carlo Magno altro non vuol significare, se non che dopo aver egli diviso l’Imperio suo in tre Regni, e assegnatane ai suoi tre figli una parte per ciascuna, non doveva essere permesso ai sudditi dell’uno il passare nel dominio dell’altro contra voluntatem Domini sui, cioè del proprio Re, e andare ad abitare altrove; perché poteano quindi nascere discordie tra i fratelli. Anche il re Rotari nella legge CLXXVII così decretò: Libero homini liceat migrare quo voluerit attamen intra dominium Regni nostri. Questo diritto del Sovrano non toglie che l’uomo libero sia sui juris. Né col suddetto cap. VIII della Division dell’Imperio s’ha da confondere il seguente capitolo, dove si legge: Unusquisque liber homo post mortem domini sui licentiam habeat se commendandi intra haec tria Regna ad quemcumque voluerit. Similiter et ille qui nondum alicui commendatus est. Lo stesso vien prescritto nella Division dell’Imperio fatta da Lodovico Pio, rapportata fra i Capitolari. Né pur da questo si può inferire che niun uomo libero fosse sui juris. – Commendare se vuol dire mettersi al servigio d’alcun gran signore, e divenir suo Vasso. Chi ciò facea, giurava fedeltà al signore, e senza licenza di lui non potea passare all’altrui servigio. Mancato di vita il signore, allora poteva egli imprendere il servigio d’altro potente, purché ciò seguisse in uno dei tre Regni. E chi de’ liberi non avea mai preso servigio, potea farlo anche passando fuori d’uno d’essi Regni nell’altro. Non lasciavano per questo i Vassi e Cortigiani d’essere liberi, tuttoché spontaneamente avessero eletto di servire a qualche principe.

Sovente si truovano mentovati nelle vecchie carte Arimanni, o pure Herimanni. Se talun chiede qual sorta d’uomini fossero costoro, il Bignon nelle Note a Marcolfo (lib. II, cap. 18) gli risponderà: Arimania heic pro familia usur patur. Sane eo nomine servorum seu colonorum speciem significari, manifestum est multis ex in strumentis. Ma che gli Arimanni fossero servi o coloni, possiamo negarlo, e fra poco apparirà che quel dotto Scrittore non colse nel punto. Si dee pertanto dire che gli Arimanni furono persone libere, e che tal nome si dava agl’ingenui, che in Francia con altro nome ancora furono chiamati Franchi. Ridicola è l’origine di questo nome presso chi la tira dal greco Ares, quasi significhi un uomo marziale o militare. L’Eccardo la deduce da Herbmaenner, qui bona hereditaria possidet, et est dominus minor. Il Vossio da Heer e Mann, quali sia cliens domini per qualche podere a lui dato dal signore a titolo di benefizio. L’Aventino e il Goldasto da Here e Mann, quasi vir exercituum, homo militaris. Niuna di queste etimologie è inverisimile, e tutte concorrono a farci conoscere di onorevol condizione gli Arimanni. E giacché è permesso il far qui da indovino, chieggo perché tal voce non potesse discendere da ehre, che significa onore, e mann uomo, per significare una persona di grado onorevole. Tali certamente furono gli Arimanni, e non già confinati nella feccia del popolo, cioè fra i servi. Anzi godevano essi qualche prerogativa di nobiltà, ed erano ascritti alla milizia, ed alcun d’essi fu vassallo dei Re, o d’altri potenti signori. Primieramente nella legge II di Rachis re de’ Longobardi è ordinato, ne cujusumque servus Arimannam ducat uxorem. Ecco ciò che tanto prima avea prescritto il re Rotari nella legge CCXXU con dire: Si servus liberam mulierem aut puellam ausus fuerit sibi conjugio sociare, animae suae incurrat periculum. Anche secondo le leggi Romane delitto era se un servo avesse sposata una donna libera. Il re Liutprando nella legge VI del lib. IV temperò poi la severità di quella di Rotari. Ecco dunque che Arimanna mulier vuol significare lo stesso che libera. Il che vien confermato dalle parole di un diploma di Lodovico Pio, conceduto al Monistero di Verona, e rapportato dall’Ughelli nell’Italia Sacra; e tali sono: Etiam placuit nostrae Serenitati de famulis ejusdem Monasterii definitiones facere, videlicet feminis liberis, quas Itali Herimannas vocant, quae se famulis ipsius Ecclesiae et Monasterii copulaverint, ec., secundum praedecessorum statuta Imperatorum, ec., supradictum sanctum locum inviolabiliter possideat. L’editto di Liutprando portava che la femmina libera sposando un servo, se i parenti non ne faceano vendetta, diverrebbe ancilla, cioè serva del Palazzo. Qui si concede che donne tali maritandosi con servi di San Zenone, diventino ancille di quel Monistero. Così presso il Campi nel tomo I della Storia Eccles. di Piacenza Lodovico II Augusto concede a quel vescovo Sofredo Gisebergam nativitate liberam, sed pro conjunctione, qua se Isembaldo servo nostro conjunxit, ad partem nostram legaliter, et per judicium publicum post acquisitam. Altri simili esempli si truovano nel Catalogo de’ Vescovi Beneventani, tomo VIII dell’Italia Sacra, e nella Cronica Farfense parte II del tomo II Rer. Ital. pag. 365 e 379.

Acciocché nondimeno più chiaramente apparisca questa verità, si osservi un bel placito tenuto in Milano nell’anno 901 da Sigefredo conte del Palazzo e conte di Milano. Alcuni abitatori di Vico Rainerio son chiamati in giudizio dal medesimo Conte, pretendente che i medesimi fossero Aldii o Aldioni (che gente fosse questa, lo mostreremo alla Dissertazione XV) della Corte di Palazzuolo spettante al conte di Milano. All’incontro sostenevano quegli uomini d’essere Arimanni, e non Aldii, e dicono: Et nos ei dedimus responsum, quod de nostris personis non Aldii, sed liberi homines esse deberemus, et parentibus nostri liberi homines fuissent. Et nos in eadem libertate de libero patre et libera matre nati essemus. Aggiungono di coltivare bensì alcune terre di quella Corte, ma senza pregiudizio della loro libertà: da che conosciamo che non mancavano persone libere che lavoravano le terre altrui. Adducono poscia varj testimonj intorno allo stato loro; laonde vincono la lite. Una eziandio delle pruove da loro addotte in favore della libertà, si è quella di possedere alcuni stabili di loro ragione: il che non potea competere a chi fosse servo. Anche nella Dieta di Pavia dell’anno 855 de liberis hominibus, qui super alterius res resident, constitutum est, et secundum legem patroni eorum eos ad placitum adducant. Perciò sempre più intendiamo che non soli servi, ma anche persone libere erano lavoratori della campagna. E ciò parimente si raccoglie da uno strumento di Walperto vescovo di Modena, il quale nell’anno 869 dà a coltivare alcuni campi ad un Giovanni uomo libero, ad laborandum, colendum, canales aedificandum, vitis ponendum, pastenandum, propaginandum et excolendum, fines ad defensandum, ec., et exinde annue temporibus, redditum, atque tributum persolvere, idest grano grosso modio quarto, minuto autem modio quinto, lino manna quinta, vino medietatem, et in Domini Natale pullos duos, ovas decem, operas vero per annos facere dies quatuor manualis cum Domnica annona; inter curte et orto faciendum sestaria quatuor, ec., et in omnibus suprascriptis rebus et tegia palliaticia meliorentur, et non pejorentur, ec. Questo Walperto vescovo di Modena non fu conosciuto dal Sillingardi, né dall’Ughelli: e si osservi qui la voce tegia significante il fenile. I nostri Notai ora dicono teges tegetis, parola che punto non significa quello che intendono di dire. Il nostro Modenese tegia o sia teggia viene dalla lingua latina. Atteggia tegulitia si legge in una iscrizion del Grutero. E Giuvenale rammenta nella Satira XIV Maurorum attegias, cioè i tugurj e le capanne. Il Du-Cange alla voce tegia scrive: Fides coopertura. Papias MS. et editus. O l’edizion del Du-Cange, o i codici di Papia son guasti in questo luogo, e si deve scrivere Foeni coopertum, il fenile. Notisi ancora lino manna quinta. Noi usiamo oggidì Manella, ed è lo stesso che il Manipulus de’ Latini. L’antico Interprete di Giuvenale spiega Manipulas con dire Mannas Foeni. In molti antichissimi affitti di questo paese prima del mille si parla sempre di lino seminato, ed anche negli Statuti del popolo di Modena dell’anno 1327 è ordinato de seminando quolibet anno unam minam lini per quemlibet habentem unum par boum seu vaccarum a Serra de Ligorzano inferius. Ma oggidì si attende solamente a seminar canape, forse perché rende più frutto, o esige men fatica. S’è anche veduta la maniera d’allora in affittar terreni, e che non meno allora che a’ nostri tempi erano in uso tanto il grano, o sia frumento grosso, che il minuto. Altre carte abbiamo, dalle quali consta che v’erano contadini lavoratori liberi. E presso l’Ughelli si truovano Massari et Coloni liberi. Né si dee tralasciare la legge LXII di Lodovico Pio Augusto, che tratta de liberis hominibus qui proprium non habent. E la legge LXVI parla de oppressione pauperum liberum ut non fiant a potentioribus per aliquod malum ingenium contra justitiam oppressi. Coloro eziandio che nelle vecchie carte nomati sono Residentes, furono contadini liberi lavoranti le terre altrui, come consta da uno strumento dell’anno 777 fatto da Peredeo vescovo di Siena.

Sappiamo poi che gli Arimanni erano obbligati alla milizia, quando occorreva il bisogno: il che forse non piaceva a molti, ma era onorevole per tutti; perciocché né sotto i Romani, né regnando in Italia i Longobardi e Franchi, si permetteva di militare ai servi. Nella legge IV di Guido imperadore abbiamo: Si ex praecepto Imperiali Comes loci ad defensionem patriae suae Herimannos hostiliter properare monuerat. E tutta la gente libera dovea prendere l’armi, né restava alcun d’essi a casa, fuorché pochi per servigio del Conte, Sculdascio, o Saltaro, come s’ha dalla legge XXIX, lib. V del re Liutprando; dalla quale anche impariamo esservi stati uomini liberi, qui nec casas, nec terras habent, e pure non andavano esenti dalla milizia. Veggasi ancora la legge LXXI di Lottario I Augusto. Resta dunque conchiuso, non altro essere stati gli Arimanni, che la gente libera distinta dai servi. Conviene ora cercare qual cosa fosse l’Arimannia, di cui troviamo menzione nelle memorie dopo il mille. In un esame di testimonj fatto nel 1182 in favore del vescovo di Ferrara si legge: de Glazano interrogatus dicit, quia partim est Arrimannia, et partim Empheteusis. Pro Arrimannia debent recipere Comitem bis in anno, et unaquaque vice dare duos pastos. Et ibi debet tenere placitum generale tribus diebus. Et si Arrimannus distulerit venire ad placitum, debet solvere pro banno centum et octo blancos. V’erano adunque ville i cui campi parte erano posseduti dagli abitanti con titolo di Arimannia, e parte a titolo di livello. Questi pagavano censo al diretto padrone; quelli con peso più nobile doveano servirlo alla milizia, ed assistere per onore a lui, o a’ ministri suoi, quando tenevano placiti, o vogliam dire pubblici giudizj. Forse questi tali ne’ suddetti tempi erano vassalli. Anzi potrebbe talun pensare che non tutte le persone libere passassero sotto nome d’Arimanni, ma quelle solamente che abitavano in terre del principe obbligate al servigio militare, e ad altri pesi. Guido imperadore nella legge III stabilì che il Ministro Regio ab Arimannis suis nihil per vim exigat, praeter quod constitutum legibus est; sed neque per fortiam in mansionem Herimanni applicet, aut placitum teneat. Perciò allorché gl’Imperadori concederono ad alcuno le regalie, furono soliti di menzionare l’Arimannia. Nella parte I, cap. 8 delle Antichità Estensi Arrigo fra i re di Germania IV nell’anno 1077 confermò ad Ugo e Folco principi Estensi Rhodigium in Comitatu Gavelli, ec., Comitatum et Arimanniam; ed altre molte terre, castella e corti et omnes Arimannias, quae ad istas curtes pertinent. In un privilegio dato nel 1133 ai cittadini Mantovani Lottario II Augusto conferma ad essi Arimanniam cum rebus communibus ad Mantuanam civitatem pertinentibus ex utraque parte fluminis Mincii, et Tartari. Ai medesimi Mantovani con altro diploma Federigo I Augusto nel 1159 privilegia, cunctos Arimanos in civitate Mantuae, sive in castro quod dicitur Portus, sive in illis, quae nominantur Sanctus Georgius, Cepada, Formigosa, seu in Comitatu Mantuano habitantes, ec. Era in que’ tempi Mantova repubblica governata dagli Arimanni, cioè dalla gente libera, essendosi dopo la morte della contessa Matilda quel popolo messo in libertà. In uno strumento del Monistero di Polirone, stipolato nel 1126, quella Comunità litigava coi Monaci. Sono ivi nominati prima i Consoli della città, poscia gli Arimanni, col qual nome sembrano disegnati i nobili, presso i quali era allora il governo.

Torniamo all’Arimannia. Baldo, l’Alvarotto, il Cujacio, il Gotofredo ed altri interpreti delle leggi, ci dicono delle inezie in volendo interpretarla, trovata nelle Leggi Feudali. Federigo I, nel libro II, tit. 56, fra le regalie annovera Armandiam, vias publicas, ec. Sognarono essi disegnata con questa voce l’Armeria pubblica, o il gius di fabricar armi, o la gabella che si ricava dagli armenti, ec. Ma s’ingannarono; perché quella voce è scorretta, e vi si dee scrivere Arimanniam, o Herimanniam. Contavasi in fatti fra le regalie l’Arimannia. Lo stesso Federigo I nell’anno 1177, a petizione de’ marchesi Estensi, confermò tutti i beni al monistero delle Carceri d’Este in bannis fodris, placitis, districtis, Arimanniis et cum omni honore. L’Arimannia dunque significava il gius di esigere il servigio o altro provento dagli uomini liberi. L’Ughelli ne’ Vescovi di Verona della prima edizione rapporta alcuni atti di una controversia vertente fra il vescovo Norandino e il Comune di Porto super jurisdictione, honore, districtu et adulturo, quod vulgo Plebania nuncupatur, et Erimaria et fodro Porti, ec. Ognun vede che ivi sarà stato Erimannia. Scorretto è ancora quel che seguita. E molto più un diploma di Ottone il Grande dell’anno 697, da lui similmente rapportato, dove si legge castellum quod vocatur Romanianum, cum liberis hominibus, qui vulgo Heremitani dicuntur, ec. La carta, senza fallo avrà Herimanni. Tralascio gli altri errori, e solamente osservo che in vece di adulturo negli Atti suddetti s’ha da scrivere adulterio, cioè il gius di punire gli adulteri, che in molti luoghi apparteneva al Foro de vescovi: il che si praticava anche in Francia; ma da che calò la potenza de’ vescovi, restò in potere del Foro secolare. Dissi che gli Arimanni erano obbligati non solo al servigio militare, come pensò il Du-Cange, ma anche ad altri servigi in tempo di pace. Vien rapportata dall’Ughelli ne’ Vescovi di Parma una carta della contessa Matilda dell’anno 1114, dove il vescovo promette quod nostris Arimannis de Monticulo nullos alios usus vel factiones deinceps requisierit, nisi quos ejus antecessores, ec., solummodo in pace, et non in guerra, habuerant. Adunque anche in tempo di pace doveano gli Arimanni prestare qualche servigio, come di dare ospizio ai ministri del principe. In un giudicato della medesima Contessa, spettante all’anno 1108, Dodone vescovo di Modena si lamentò perché Ministeriales Comitis ospitabantur injuste homines Curtis Roche Sancte Marie de Castello. Interrogati quegli uomini, rispose di non essere tenuti ad alcuna albergheria e fazione, se non ad essa rocca. Et si quis illorum aliquid de Arimanniis haberet, aut de Arimanniis respondere deberet, secundum quod esset, aut ipsam Arimanniam dimitteret. Di qui sembra risultare che le Arimannie fossero poderi dati dal Fisco diretto padrone ad uomini liberi: ma con qual titolo, se di feudo o d’uso, con obbligo di qualche servigio, nol so dire. Se erano feudi, perché mai non sono chiamati Vassalli? Il nome di Arimannia non l’ho trovato se non nelle carte scritte dopo il mille, benché quello degli Arimanni sia antichissimo. E forse fu un diritto de’ Conti sopra quei che godevano que’ terreni, né questo si stendeva a tutti gli altri liberi del popolo. Arrigo fra i Re Germanici il IV in un suo diploma del 1070 concede a Gregorio vescovo di Vercelli, e suo cancelliere, Casale cum Arimannia, et cum servitio quod pertinet ad Comitatum; Odalingo cum omnibus Arimannis, et quod pertinet ad Comitatum; e così altri luoghi colla medesima espressione. Lo stesso Re nel 1084 concede al Monistero di San Zenone di Verona liberos homines, quos vulgo Arimannos vocant, habitantes in castello Sancti Viti, et in ejus territorio; nec non et Herimannos (pare che si faccia differenza tra Arimanni ed Herimanni) habitantes in vico Sancti Zenonis cum omni debito, districtu, actione atque placitu. Che poi gli uomini liberi fossero tenuti a qualche pagamento, lo raccolgo da un privilegio di Berengario I re, concedente al predetto Monistero Corticellam in Lacese cum omnibus perti nentiis suis, et reditu liberorum hominum. Hassi anche da osservare che Carlo M. in un suo diploma dell’anno 808, pubblicato dal Campi nella Storia Eccles. di Piacenza, concede a Giuliano vescovo di quella città omnem Judiciariam, vel omne teloneum de Curte Gusiano, tam de Arimannis, quam de aliis liberis hominibus per memoratas fines omnia quae a Publico (cioè dal Fisco) exigebantur. Vegniamo qui a conoscere che non tutti gli uomini liberi erano Arimanni; e che tal nome dovea convenire ad una specie di persone obbligate a qualche determinato servigio per cagion de’ poderi da loro goduti o coltivati, ovvero per altro titolo.

Sembra poi che si possa intendere in che consistesse l’Arimannia, osservando uno strumento Veronese scritto circa l’anno 1154, dove son queste parole: Duos item rusticos Arimannos de Monte Altro pro accepta pecunia alienavit; triginta item et septem rusticos, ec. Alii omnes pro accepta pecunia nec vadimonium de bando, nec fodrum, nec albergarias, nec collectam Episcopa tui debent amplius facere. Ecco quai pesi avessero gli Arimanni; e di qui apparisce che ve n’erano dei rustici e poveri. Ugone Grozio cercando l’origine della voce Arimanni, la deduce da Henman, e poi soggiugne: Arimannus miles gregalis, qui publicum munus non habet; postea pro paupere sumpta vox. Hinc jus Armandiae in Feudis. E il Du-Cange pretese ch’essi Arimanni fossero ipsarum villarum incolae prorsus diversi a servis. Ma che anche nella classe de’ nobili e ricchi si contassero degli Arimanni, si può riconoscere da un placito tenuto in Lucca nell’anno 785 da Giovanni vescovo di quella città, al quale intervennero per onore Sacerdotes vel Aremanni, nominati ivi uno per uno. E in una bolla dell’anno 819, con cui Pietro vescovo di Lucca concede la chiesa di San Donato ad Andriperto prete, e gli protesta di far ciò una cum consensu Sacerdotum et Aremannos hujus Lucane civitatis. Si scorge qui che gli Arimanni allora godevano distinzione d’onore, e sembrano essere stati Nobili secolari: se vassalli del vescovo, nol so dire. In questa oscura materia per le memorie finquì accennate, credo io almeno di poter francamente conchiudere, essere affatto insussistente ciò che scrisse Monsignor Fontanini nella sua operetta delle Masnade, con dire essere stati gli Arimanni servorum genus, sed pluris quam ceterae servorum species aestimatum, immo supra vulgarem conditionem servilem.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011