Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XII

Dei Notai, o Notari.

Chiunque è alquanto infarinato dell’erudizione antica, sa onde sia nato il nome di Notaio o Notarius: cioè da alcune note o cifre, delle quali i Romani si servivano per iscrivere in poco i ragionamenti altrui. Una cifra significava una parola, come anche oggidì si usa dai Letterati Cinesi. Autore di molte d’esse anticamente fu creduto Tirone liberto di Cicerone. Altri poscia, e spezialmente Seneca (non si sa se il vecchio o il filosofo) ne accrebbe il numero fino cinque mila. Chi teneva ben fitte in mente cotali cifre, e ne facea professione, capace era di copiar velocemente e ridurre in iscrittura un’orazione, allorché si recitava, e così gli atti del Senato e de’ Concilj, le dispute ed altri simili ragionamenti. Truovansi stampate queste Note da Giano Grutero nel Tesoro delle sue Iscrizioni. Più di un codice ho io veduto nella celebre Biblioteca Ambrosiana scritto con tali cifre, e le ho trovate corrispondenti alle Gruteriane. Notarii perciò furono appellati costoro; e tanta era la loro prestezza, per attestato di Seneca nell’epist. XC, ut quamvis citata excipiatur oratio, et celeritatem linguae manus sequatur. Coloro che mettevano anticamente in iscritto i testamenti, i contratti, ed altri pubblici atti, si chiamavano Tabelliones, Tabularii, Scribae, Actuarii, Logographi, Cancellarii, Chartulari, ec. Ma perciocché i suddetti Notai raccoglievano e registravano colle Note ciò che in voce era proferito nel Senato, e in altre pubbliche congregazioni sacre e profane, e talvolta ancora le ultime volontà; perciò passò anche il titolo di Notarius in chiunque esercita l’ufizio di mettere in iscritto ogni determinazione spettante alla fede pubblica; e questo divenne poi familiare fra noi coll’andare de’ tempi. Per altro il nome di Scriba sotto i Re Longobardi significava questo pubblico ufizio; e sotto gli Imperadori Franchi si truova quello di Cancellarius, e insieme quello di Notarius. Nel lib. IV, legge IV del re Liutprando viene ordinato che volendo una donna vendere qualche suo stabile, non possa farlo se non coll’intervento di due o tre parenti suoi, e alla presenza del giudice, cioè del governatore della città, o del presidente di quel luogo. Scriba autem, qui chartam ipsam scripserit, non aliter praesumat facere, nisi cum notitia parentum, vel judicis; et si aliter fecerit, sit ipsa venditio vacua, et praefatus Scriba culpabilis, sicut qui chartam falsam scripserit. Questo bel regolamento Longobardico tuttavia si osserva in Lombardia ed altrove.

In que’ tempi ancora, e molto più che ai nostri, saltavano talvolta fuori strumenti battuti alla macchia; il perché fu dal re Rotari nella legge CCXLVII contra questo delitto statuita la pena del taglio della mano. Si quis chartam falsam scripserit, aut quodlibet membranum, manus ejus incidatur . In oltre per maggior sicurezza della pubblica fede Lottario I Angusto nella legge XII determinò che gli strumenti s’avessero a scrivere davanti al Conte, cioè al governatore, o pure alla presenza de’ suoi vicarj, o degli Scabini. Ut Cancellarii (cioè i Notai) electi boni et veraces, chartas publicas conscribant ante Comitem et Scabinos, et vicarios ejus. Né potendosi questo facilmente praticare ne’ testamenti, esso Imperadore nella legge XIII susseguente comandò che dopo avere il Notaio scritta l’ultima volontà dei malati, statim charta ostendatur vel ante Comitem, Judices, vel vicarios, aut in plebe, ut verax agnoscatur esse. Ecco i lodevoli ripieghi di allora per prevenire nel miglior modo possibile i tentativi de’ falsarj. Il creare i Notai, come oggidì, anche ne’ vecchi secoli apparteneva ai Re ed Imperadori, o a chi era fatto partecipe dei diritti regj. Fin sotto i primi Imperadori Cristiani e ne’ tempi susseguenti fu conceduto ai vescovi di avere il proprio Notaio, ed anche due o tre: la qual prerogativa appresso si stese anche agli abbati de’ Monisterj. Carlo M. in uno de’ suoi Capitolari presso il Baluzio, così parla: Ut unusquisque Episcopus, et Abba, et singuli Comites suum Notarium habeant. Lo stesso rito si osservò in Italia. E di qui intendiamo che anche i Conti aveano facoltà di eleggersi il proprio Notaio. Non dovettero al certo essere da meno i Duchi. Nella parte I delle Antichità Estensi io produssi strumenti scritti da Drassolfo, Ubaldo ed altri Notariis Welphonis Ducis, o pure Marchionis Tusciae. Nell’archivio di San Zenone di Verona v’ha uno strumento del 1178, scritto mentre Grimerio Visconte Piacentino era podestà di quella città. Ivi si leggono queste parole: Ante ipsum (Grimerium) Domnus Gerardus Abbas Sancti Zenonis ostendit chartam quandam, in qua continebatur, Domnum Ratoldum quondam venerabilem Episcopum Veronensem, commutationis nomine accepisse ab Excellentissimo Pipino Lombardorum Rege, ex jure Regio, Curtem unam in finibus Veronensis, que appellatur Manticus, ec. Ego Fantolinus Notarius Domini Welfonis Ducis, et ab Imperatore Frederico confirmatus postea, ec. Strumenti parimente ho veduto degli anni 1165, 1169 e 1209, scritti da Notai Palatini Comitis: col qual nome credo io disegnato il Conte di Lomello, che già vedemmo essere stato Conte del Palazzo. Un documento Reggiano del 1256 è scritto a Johanne Notario Domini Marchi Comitis de Lomello. Solevano nondimeno anche i vescovi chiedere ed ottenere dai re ed imperadori questo privilegio. Ugo e Lottario regi d’Italia nell’anno 942 in un loro diploma concederono tale facoltà ad Aribaldo vescovo di Reggio, con dire: Concedimus denique eidem Advocatos sive Notarios, quantos aut quales Pontifices vel Ministri Ecclesiae elegerint tam de suis, quamque de alienis liberis hominibus, qui ejusdem Episcopii vel Canonicae, sue omnium clericorum suorum rerum utilitates exercere noscuntur. Di qui abbiamo che alle sole persone libere, e non già ai servi, si conferiva questo ufizjo; anzi in tanto onore fu esso ne’ tempi susseguenti tenuto, che il alcune contrade si esercitava solamente da persone nobili. Nelle Antichità Estensi si possono vedere Judices Sacri Palatii, i quali s’intitolano ancora Notarii. E in uno strumento Lucchese dell’anno 716 mi comparve davanti Ultianus Notarius, et Missus Domni Regis (cioè Liutprando) eletto per conoscere e risolvere una controversia.

A tale ufizio erano anche ammessi i cherici, suddiaconi, diaconi e preti. Ad uno strumento Lucchese dell’anno 740 è sottoscritto: Gaudentius quamvis indignus presbyter scrivere rogavi. In un altro del 783 Giovanni vescovo di Lucca Rachiprandum presbiterum nostrum scribere commonui. E in uno dell’anno 893 si legge: Ego Gumbertus presbiter post traditam complevi et dedi. Per la stessa ragione si truovano molti diaconi, suddiaconi e cherici esercitare il Notariato. Carlo M. nondimeno nella lege Longobardica XCVI decretò, ut nullus presbyter chartam scribat, neque conductor existat suis senioribus. Le antiche memorie ci fan vedere poco osservata questa legge, perché s’incontrano di poi molti preti Notai, forse a tale ufizio eletti dai vescovi per gli affari delle chiese. Forse Carlo M. altro non volle se non vietare ai preti il rogarsi de’ contratti de’ secolari. Osservisi nondimeno che i più de’ diplomi di Lodovico Pio II imperadore furono scritti da Giselberto prete e notajo. In una donazione fatta l’anno 974 da Pietro vescovo di Volterra ai Canonici della sua chiesa, si legge in fine: Ego que super Johannes presbitero et kanonicus scripsi et complevi feliciter. Ma Innocenzo III papa, come consta dall’Epistola CXXIX, lib. XIV, proibì presbiteris, diaconis et subdiaconi il Notariato, perché prostituivano l’onore dell’ordine ecclesiastico, servendo alla curia secolare, e troppo mischiandosi negli affari profani. Per altro il P. Tommasini (parte I, lib. II, cap. 106 de Eccles. discipl.) sostiene non vietato ai semplici cherici il Notariato: che che ne dicano i Canonisti. Anzi né pure ai preti, qualora si tratti di cose spettanti al Foro Episcopale, e di cui si truovano esempli recenti e vivi in Italia. Chi poi considera i rogiti de’ Notai de’ secoli prima del mille, non può non esclamare al vedere, come fosse da’ medesimi maltrattata la lingua latina: tanti sono i lor solecismi e barbarismi. Tal confusione talvolta comparisce nel linguaggio d’essi, che non si può capire qual sia il sentimento delle parole e l’intenzione de’ contraenti. Contuttociò siccome noi ora abbiamo non pochi libri che trattano dell’arte del Notariato, e ci danno gli esempli di qualsivoglia contratto, così non mancarono formolarj agli antichi Notai per facilitar loro quell’arte. Il più antico fra gli altri ce l’ha conservato la Francia ne’ libri di Marcolfo, illustrati dal Bignon e accresciuti con altre formole dal Sirmondo, Lindenbrogio e Baluzio. Alcuno simile e forse più d’uno ne dovette avere anche l’Italia; ma questi cederono la mano e sparirono, da che nel secolo XIII comparve alla luce Summa Artis Notariae, composta da Rolandino nell’anno 1255. Il Du-Cange e l’Oudin confusero questo autore con Rolandino Padovano, scrittore della Storia, che si legge anche nel tomo VIII della mia Raccolta Rerum. Ital. Certo è che Rolandino autore d’essa Somma fu di patria Bolognese. Lo dà egli a conoscere in varie formole di strumenti. E nell’edizion d’essa fatta in Torino nell’anno 1523 si legge: Summa Domini Rolandini Passagerii, per Dominum Petrum de Boateria ipsius Rolandini concivem Bononiensem facili brevique commento declarata. Confessa egli che non mancarono ne’ precedenti secoli formolarj dell’Arte del Notariato, ma che a’ suoi tempi non erano adattabili al Foro, perché essendosi rinovata l’antica Giurisprudenza, avrebbero introdotto in esso troppe cautele e sottigliezze. Antiquis temporibus (così egli scrisse nel Proemio) super contractuum et instrumentorum formas et ordines fuerunt per quodam prudentes viros, ignaros fortassis, ex conscientiae puritate, sagacitatum subtilium modernorum, quaedam compilationes et summae juxta tunc viventium mores et consuetudines adinventae, ec. In quegli stessi antichi formolarj il povero Prisciano si dovea trovar bene spesso staffilato: il che apparisce dai rogiti di allora, ne’ quali spezialmente inciampavano i Notai, subito che la narrativa del negozio li faceva dipartire dal formolario stesso. Però tale era alle volte l’ignoranza d’essi, che i giudici, tuttoché né pur eglino gran dottori di gramatica, erano costretti a dettar loro lo strumento. In un diploma di Grimaldo duca di Benevento, conservato a noi dalla Cronica del Volturno, si legge in fine: Quam vero membranam concessionis dictavi ego Wiso subdiaconus ex jussione supradictae potesiatis tibi Pergoaldo Notario scribendum. Che se il Notaio dettava egli lo strumento ad altra persona, l’autenticava poi colla sua sottoscrizione, come oggidì si pratica. Ne abbiamo l’esempio in uno strumento Bresciano dell’anno 760.

Truovansi poi tre sorte di strumenti de’ vecchi secoli. Sono i primi gli autografi, o sia gli originali o Protocolli, che il Notaio scriveva, e poi consignava ai contraenti. Né è ben chiaro se altra simile pergamena restasse in mano di lui, per ricavarne, occorrendo, altre copie autentiche. Si riconoscono questi dalla varietà della mano de’ testimonj che si sottoscrivevano. Certo è bensì che due copie se ne davano, cioè tanto all’uno che all’altro contraente, quando ad amendue importava d’averle. Secondariamente abbiamo altre pergamene dove compariscono i testimonj sottoscritti, ma senza diversità di caratteri. Se il Notaio, che fece la prima copia, si sottoscrive, segno è aver egli somministrato a chi occorreva quelle copie autentiche ricavate dall’originale. A riconoscere poi se copie tali vengano da quel medesimo Notaio, conferisce non poco la conoscenza de’ caratteri di ciascun secolo. La terza specie di strumenti consiste in copie fatte da susseguenti Notai, e ricavare dal precedente originale: nel che si dee star bene attento per non essere ingannato. Solevano sì fatti Notai protestare d’avere ricavata quella copia dall’originale: del che abbiamo molti esempli ch’io tralascio. Ma non vo’ tacere che in una di tali copie posteriori ricavate dall’autentico Lucchese s’incontra Wicheramus Comes nell’anno 810. Questi ha il titolo di Duca in un altro documento dell’anno 800, accennato dal giudicioso Fiorentini nelle memorie della contessa Matilda. Amendue questi scrittori portarono opinione che Wicheramo fosse duca di tutta la Toscana. Ma a me fa difficultà il trovarsi in que’ medesimi tempi anche il governatore di Firenze con titolo di Duca. Per altro ne’ barbarici secoli non mancavano fabbricatori di strumenti falsi. E caso che fosse messo in dubbio che un d’essi tale fosse, d’uopo era che il Notaio producesse non solamente coloro che furono testimoni, ma ancora dodici persone onorate che attestassero con giuramento la fedeltà del Notaio e la verità della scrittura. Se non potea farlo, remissione non v’era: se gli tagliava la mano; e chi avea prodotta quella carta, era condennato alla perdita della lite e ad una pena pecuniaria. L’abbiamo da una legge di Guido imperadore: poscia da Ottone II Augusto con altra legge, veramente affatto barbarica, che a colui il quale pretendesse falso qualche strumento fosse permesso di provarlo per pugnam, cioè col duello. Vedi che strana immaginazione s’era allora intraversata ne’ cervelli settentrionali. Talvolta poi, venivano prodotti diplomi o strumenti absque die, et die mensis. Lodovico Pio Augusto nella legge LXXIX dichiarò che niun vigore avessero, come eziandio era statuito nelle Leggi Romane. Provvidero ancora gli antichi imperadori alla soverchia ingordigia de’ Notai con istabilire una tassa delle mercedi loro dovute per gli strumenti. Ecco ciò che fu prescritto da Lottario I Augusto nella legge LXIX, cioè, che pro uno judicato aut scripto fosse loro pagata dimidia libra argenti de majoribus scriptis; de minoribus infra dimidiam libram, quantum res assimilari possit, et judicibus rectum videatur. Considerando egli inoltre il bisogno de’ poverelli, aggiunse: De orphanis autem, vel ceteris pauperibus, qui exsolvere hoc non possunt, in providentia Comitis sit ut nequaquam inde aliquid accipiant. Negli Statuti fatti dal popolo Modenese nel 1307 si vede ordinato che ogni anno s’abbiano da eleggere alcuni Notai, obbligo de’ quali fosse il fare gratis gli strumenti della povera gente; e che similmente si scelgano due giudici che decidano le cause de’ poveri senza emolumento veruno.

Quei che ora noi appelliamo Notai, ne’ vecchi Atti pubblici di Roma si truovano sovente chiamati Scriniarii, come apparisce dal codice MS. di Cencio Camerario, da cui trascelti molti strumenti sono stati da me dati alla luce. In uno d’essi dell’anno 1159 per esempio si legge: Andreas Scriniarius Sanctae Romanae Ecclesiae et Sacri Lateranensis Palatii complevi et absolvi. In un altro del 1204: Ego Johannes Leonis, Sanctae Romanae Ecclesiae Scriniarius, habens potestatem dandi tutorem et curatorem, emancipandi, et Decretum interponendi, et alimenta decernendi, complevi et absolvi. Mi è più volte nato sospetto che gli Scriniarj fossero diversi dai Notaj ordinarj, e che portassero questo nome per essere stati Archivisti della Chiesa Romana, benché facessero ancora dei rogiti. Tale in fatti fu il sentimento del Du-Cange nel Glossario Latino; e certo sembra che vi fosse della differenza, perché in que’ medesimi tempi s’incontrano alcuni appellati non già Scriniarii, ma bensì Sanctae Romanae Ecclesiae Notarii. Nel Codice Teodosiano chiara cosa è che Scriniarii erano i presidenti agli Archivi de’ Magistrati; e di loro si parla ancora nel Codice di Giustiniano. Contuttociò ne’ secoli posteriori, perché anch’essi si rogavano de’ pubblici contratti, pare che non si differenziassero dai Notai de’ nostri tempi. In fatti la Glossa o Chiosa al cap. ad Audientiam, lib. II Decretal. De praescript. così scrive: Scriniarii appellantur Tabelliones, et est vulgare Romanorum. Si può confermare tal notizia col trovarsi in que’ medesimi tempi e luoghi più d’uno che s’intitola Imperialis Aulae Scriniarius, perché creato Notaio con privilegio imperiale; laddove gli Scriniarj della Chiesa Romana erano abilitati all’ufizio del Notariato da privilegio del Pontefice. Ad uno strumento fatto in Anagni da Ottone de Columna nell’anno 1232 si truova sottoscritto Ego Ricardus Imperialis Aulae Scriniarius de consensu partium scripsi et complevi rogatus. In uno strumento ancora dell’anno seguente, fatto in Roma, si legge: Ego Romanus Sanctae Romanae Ecclesiae Scriniarius, et Scriba Senatus, et Forencium Justitiarius, rogatus scripsi et complevi. Costui al sicuro non potè essere Archivista della Chiesa Romana. Finalmente ho veduto uno strumento scritto da Giovanni Mele nel 1221, che s’intitola Scriniarius Anagniae. Perciò si deve credere bastevolmente provato che Scriniario e Notaio era lo stesso. E ciò poi chiaramente si deduce dalla maniera con cui si creavano in Roma i Giudici e i Scriniarii. Ce l’ha conservata Cencio Camerario ne’ suoi MS.; ed eccola:

QUALITER JUDEX ET SCRINIARUS A ROMANO

PONTIFICE INSTITUITUR

Quum praesentatur Domno Papae ille qui Judex est examinandus, examinatur prius a Cardinalibus, qualiter se in Legum doctrina intelligat, et si legitime natus fuerit, et audabiliter conversatus. Qui si idoneus repertus fuerit, hominium et fidelitatem secundum consuetudinem Romanorum Domno Papae humiliter exhibet. Sed in ejus juramento hoc additur: Causas, quas judicandas suscepero, post plenam cognitionem malitiose non protraham, sed secundum leges et bonos mores, sicut melius cognovero, judicabo. Instrumentum quoque falsum, si in placito ad manus meas forte devenerit, nisi exinde periculum mihi immineat, cancellabo. – Tunc Pontifex Codicem legis ejus manibus porrigens dicat: Accipe potestatem judicandi secundum leges et bonos mores. De Scriniario eodem modo fit, sicut de Judice. Sed juramento ejus hoc additur: Chartas publica nisi ex utriusque partis consensu non faciam. Et si forte ad manus meas instrumentum falsum devenerit, nisi exinde mihi periculum immineat, cancellabo. – Tunc Pontifex dat ei pennam cum calamario, sic dicens: Accipe potestatem condendi chartas publicas secundum leges et bonos mores.

Nulla si parla qui d’archivi, ma solamente di far pubblici rogiti e strumenti, cioè di esercitare il mero ufizio del Notariato. Di qui ancora s’intende che gli strumenti falsi non erano cose forestiere in que’ tempi. Trovansi poi nel secolo XIII in Roma e per gli Stati della Chiesa Romana gran copia di Notai, ciascuno de’ quali s’intitola Sacrosanctae Ecclesiae Romanae auctoritate Notarius. E tali Notai creati Auctoritate Apostolica, non solamente in Roma e nello Stato Ecclesiastico, ma anche negli altri paesi della Cristianità occidentale, etiam in Francia, vel Anglia, seu Hispania, facevano degli strumenti, come attesta Gulielmo Durante chiamato lo Speculatore, Tit. de fide instrumentorum: della qual verità restano molti esempli. All’incontro si contavano anche più frequentemente i Notai creati con autorità imperiale, a’ quali era permesso di rogarsi degli strumenti in Roma stessa e per tutta l’Italia, a riserva di Venezia, e per qualche tempo ne’ Regni di Napoli e Sicilia. Erano costoro appellati Sacri Palatii, o pure Sacri Imperii Notarii, o pure Notarii Domni Imperatoris, Notarii Palatini, Regalis Curiae Notarii, Imperialis Aulae Scriniarii, ec. Ne ho io rapportato varie pruove, siccome ancora il regolamento fatto in Roma nell’anno 1220 per la Cancellaria Pontificia, cioè per coloro che scrivevano le bolle e i brevi de’ Pontefici.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011