Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XI

De’ Beni Allodiali, de’ Vassi, Vassalli, Benefizj, Feudi, Castellani, ec.

Come a’ nostri tempi, così anche a quei de’ Romani v’erano i beni patrimoniali, che il padrone godeva come cose sue proprie, acquistate, o per eredità, o per compra, per donazione, o per altri titoli. Gli stessi Imperadori non ne erano privi, e deputavano al maneggio d’essi Procuratores rei privatae, o sia proprii patrimonii. Per altri Ministri si governavano i beni fiscali, o sia del Principato. Coltivavano i Romani le loro terre o per mezzo de’ loro servi, appellati perciò servi glebae, o per uomini liberi. Molto ancora fu allora in uso la locazione de’ beni per cui il conduttore si obbligava pagare ogni anno la stabilita pensione. Il Salmasio a Solino e il Du-Cange nel Glossario stimarono che la voce italiana fitto prendesse origine dal promettere i conduttori di pagare fixum censum dal verbo figo. Ma i secoli barbarici da figo formarono il supino fictum e ne venne poi censo, fitto, o sia dare ad fictum censum. Così in fatti avvenne. Tuttavia la nostra lingua dice confitto e trafitto in vece di confixus, transfixus. In uno strumento Ferrarese di livello dell’anno 1085 si legge: Nihil aliud pro fixa pensione alico modo reputemus. Così nella par. I, cap. 7 delle Antichità Estensi rapportai l’investitura della Corte di Lusia data nell’anno 1079 ad Ugo e Folco figli del marchese Azzo II Estense ad fictum censum reddendum ficti nomine usque ad annos viginti et octo expletos. Parimente antichissimo è l’uso delle enfiteusi, o sia de’ livelli. Cerchiamo ora qual cosa fossero gli antichi Benefizj, Feudi ed Allodj, de’ quali sì spesso si truova memoria nelle vecchie carte. V’ha non pochi dotti uomini che prendono per una stessa cosa beneficium e feudum, tirandone l’origine fin dai tempi de’ Romani: e certamente con buone ragioni. Cioè cominciarono gl’Imperadori Romani (e forse anche prima dell’Imperio s’introdusse tal uso) a concedere ai loro fedeli dei poderi o devoluti al Fisco, o guadagnati in guerra. A questo costume pare che alludesse Hygino nel libro de Limitib. dove scrive: Si qua beneficio concessa aut assignata coloniae fuerint in loco beneficiorum describemus. Anche Dolabella, altro autore Gromatico (e non Gramatico, come gli stampatori delle mie Antiq. Ital. han voluto fare di lor capriccio) ha queste parole: Quaeris, si in libro Beneficiorum regionis illius beneficium alicui Augustus dederit. Perciò nella corte degl’Imperadori si tenevano libri maestri, dov’erano registrati tutti i benefizj, e a chi erano stati conceduti. Presso il Grutero, p. 1078, num. I, Phedimo liberto di Traiano è intitolato A COMMENT. (cioè presidente ai Commentarj) BENEFICIORVM. Lo stesso Cicerone nell’orazione pro Archia sembra aver fatta menzione di questi benefizj. Son poi chiare le parole di Lampridio nella Vita di Alessandro Severo Augusto: Sola, quae de hostibus capta sunt, limitaneis ducibus et militibus donavit, ita ut eorum ista essent, si heredes illorum militarent. Ecco una sembianza de’ nostri feudi, dati con tacito o palese patto di servire coll’armi al signore del feudo. Que’ beni erano donati, ma per goderne, finché gli eredi militassero. Tuttavia perché que’ benefizj niuna giurisdizione seco portavano, come i feudi nobili de’ secoli susseguenti, e non vi si ravvisano altre condizioni; non ci danno essi una vera idea di essi feudi; e tanto più perché ne’ Codici di Teodosio e Giustiniano niuna menzione si truova di beni che avessero faccia di feudi.

Sembra perciò meglio fondata l’opinione d’altri Eruditi, che trassero dai popoli della Germania l’origine de’ feudi, se non che forse non è così grande l’antichità d’essi, come taluno ha pensato. Perciocché si figurano portato in Italia quest’uso dai Longobardi, e pure nulla s’incontra nelle leggi e memorie di quella nazione, onde s’argumentino usati fra loro i feudi. Altri con più ragione han giudicato che i Franchi, gente Germanica, anche prima de’ Longobardi introducesse nelle Gallie i feudi. Per testimonianza di Aimoino, lib. I, cap. 14, il re Clodoveo Milidunum Castrum eidem Aureliano, cum totius Ducatu regionis jure beneficii concessit. Anche il dottissimo Bignon nelle Annotazioni a Marcolfo, dovunque si fa menzione de’ Vassi e de’ Benefizj Regali, ivi truova i nostri feudi. Ho io qualche difficoltà a concorrere in questa opinione. Imperciocché comunemente s’è creduto finquì che i Vassi de’ Franchi quei fossero che godevano qualche podere, jure beneficiario, cioè a titolo di feudo: laddove a me sembra che per essere Vasso non si esigesse il godimento di qualche benefizio. Per quanto osservarono il Du-Cange, il Boxornio e l’Eccardo, Vassus in linguaggio Cambrico significò Famulus e Minister: di modo che parmi di vedere che il nome di Vasso si dava a chiunque serviva nelle Corti Regie anche senza posseder benefizj. Forse Vassali (se pur non era affatto lo stesso che Vassi) si disse di quei che servivano a’ signori inferiori; e quantunque in un Capitolare dell’anno 823 sotto Lodovico Pio sieno nominati Vassi et Vassalii Regis; pure più frequentemente portavano il nome di Vassalli que’ nobili che servivano ai duchi, marchesi, conti, vescovi, ed anche abbati, per lustro della lor corte e famiglia. A questi tali per ragion della carica, o pure dopo lungo servigio, in ricompensa si concedeva il godimento di qualche podere con titolo di Benefizio. Aimoino è autore de’ secoli bassi. Gli Antichi Annalisti de’ Franchi parlano di Meliduno (oggidì Melun) dato da Clodoveo a quell’Aureliano; ma senza dire jure beneficii. E se v’ha chi scrive che Childeberto re diede dei feudi al Monistero di San Germano de’ Prati, non dee aver letto diligentemente i diplomi ne’ quali si donava alle chiese, e non già si concedeva in feudo.

Diventava dunque allora Vasso o Vassallo chiunque si metteva, come oggi diciamo, al servigio di qualche re o gran signore, e questo si chiamava commendare se in Vassaticum, ma senza che per questo si ottenesse immediatamente un benefizio. Nel privilegio conceduto da Lodovico Pio Augusto presso il Baluzio, all’anno 815 si legge: Et si beneficium aliquod quisquam eorum ab eo, cui se commendaverit, fuerit consequutus, ec. Adunque molti erano creati Vassi, cioè s’erano messi al servigio de’ conti, o d’altri gran signori, senza avere peranche conseguito alcun henefizio. Ricavasi ancora da un Capitolare di Carlo Magno dell’anno 812, che Vassi Dominici, cioè Regii, aveano Vassallos suos casatos, cioè al loro servigio delle persone civili ed onorate. Ne’ placiti finora addotti abbiam trovato Vassi de’ duchi, marchesi e conti. Ne aveano anche i vescovi. Nel Sinodo celebrato da Gauslino vescovo di Padova nell’anno 978, come consta da documento da me dato alla luce, si truovano sottoscritti alcuni che s’intitolano Vassi ejusdem Domni Gauslini Episcopi. Differenza dunque c’è fra i Vassi o Vassalli de’ secoli antichi, e quei de posteriori. Da alcuni secoli in qua niuno è costituito Vassallo, se non a titolo e per cagione di qualche feudo a lui conceduto; ma anticamente per essere tale altro non si ricercava se non l’essere ammesso al servigio del Re, duca, conte, ec. Odasi ciò che viene scritto dal Monaco di S. Gallo, de Gest. Caroli M. lib. I, cap. 22, dove si parla di un certo vescovo: Hic habuit unum Vassallum non ignobilem civium suorum, valde strenuum et industrium: cui tamen ille, ne dicam BENEFICIVM aliquod, sed ne ullum quidem aliquando blandum sermonem impendit. Ecco che l’essere una volta Vasso o Vassallo, altro non significava che l’essere al servigio di qualche Regnante o signor grande. Era ben poi vigorosa la consuetudine di conferire a questi cortigiani qualche benefizio da godere, forse solamente durante la sua vita. E pel solo vassatico o sia servigio sembra che si giurasse fedeltà al signore. Negli Annali de’ Franchi all’anno 757 Tassilone duca fidelitatem promisit Regi Pippino, sicut Vassus, ec. E all’anno 787 Contristatus Tassilo venit per semetipsum, tradens se manibus Domni Regis Caroli in vassaticum, et reddens Ducatum sibi commissum a Domno Pippino Rege. Perciò i Vassi erapo appellati Fedeli, e nel linguaggio delle Leggi Saliche e Wisigotiche Leudes, perché giuravano fedeltà al Signore. Nel libro IV, cap. V di esse Leggi de’ Wisigoti si osservino queste parole: Quod si inter Leudes quicumque, nec Regis beneficiis aliquid consequutus, ec. Osserviamo ora i benefizj usati sotto gli antichi Re ed Imperadori. Giudicò il Du-Cange che fossero anche appellati Honores; né mancano esempli che pajono proprj per tale sentenza. Per lo più nondimeno tengo io che col nome di onori fossero disegnate le dignità e le cariche onorevoli, come di duca, marchese, conte, ec. Nella legge Longobardica XXIV di Lodovico Pio abbiamo: Si liber homo aut ministerialis Comitis hoc fecerit, honorem qualemcumque habuerit sive beneficium amittat. Qui si distingue l’onore dal benefizio. E Carlo M. nella legge IX, parlando de’ giudici e degli avvocati, così dice: Et qui hoc non fecerint, beneficium et honorem perdant. Similiter et si Bassi (lo stesso che Vassi) hoc non adimpleverint, beneficium et honorem perdant. Et qui beneficium nostrum habuerit, bannum nostrum solvat. Ascoltiamo ora il Bignon nelle Annotazioni a Marcolfo, là dove scrive: Beneficii nomine ea praedia dicta, quae pro servitio militari a Rege, sive etiam ab aliis, concedebantur, quae feuda posteritas dixit. Porto io all’incontro primieramente opinione che sotto i Re Carolini la voce beneficium abbracciava non solo i fondi dati a godere pel servigio militare, ma anche per l’onorevole servigio de’ cortigiani, ed altri ministri del palazzo o della giustizia. Secondariamente si concedevano quegli per lo più da godersi solamente duranle la vita de’ beneficiati. Si osserva tuttavia questo rito ne’ benefizj ecclesiastici goduti finché vive il beneficiato, e che non gli si possono levare se non per suo delitto e colpa. E quando sia così, si vengono a ravvisare diversi dai feudi. Nel tomo I Veter. Script. de’ PP. Martene e Durand abbiamo un diploma di Lottario I Augusto dell’anno 847, dov’egli concede ad un Ruggieri laico, Ministeriali Matfridi illustris Comitis in pago Riboriense, in comitatu Juliacensi, Capellam juris nostris, ec., quatenus diebus vitae suae teneat. Aggiugne ancora: De jure nostro in jus et dominationem ipsius cunctis vitae suae diebus transfundimus. Così nel tomo III dello Spicil. Dacheriano dell’ultima edizione, i Monaci di Vienna nel 1025 concedono alcune terre Wagoni et uxori ejus Eldelae quamdiu Eldela vixerit, ut ejus vir, et ipsa nomine beneficii serviant Deo, Sancto Andreae et Monachis. Nel tomo medesimo all’anno 887 il vescovo di Vienna concede a Teuberto conte la villa Mantula jure beneficario, ut quamdiu ipse Comes et uxor ejus carne vixerint, eamdem villam lege beneficiaria usuque fructuario teneant. Oltre a ciò in que’ tempi i benefizj si confondevano colle precarie o prestarie, oggidì livelli; se non che questi si concedevano per anni 29 o sino alla terza generazione, o ad altri tempi, ed uopo era di rinnovarli ad ogni quinto anno o più tardi: laddove i benefizj si concedeano per tutta la vita del beneficiato, né occorreva la rinnovazione. Veggasi Marcolfo nel libro II, formola V, cioè precaria de villa, fatta a marito e moglie. Ivi si legge: Ut ipsa villa, dum advivimus, aut qui pari suo ex nostris supprestis (in vece di superstes) fuerit dum advivit, nobis ad BENEFICIUM usufructuario ordine excolendum tenere permisistis. Così nell’Appendice del Baluzio ad esso Marcolfo, cap. 28, si legge una prestaria con tali parole: ut ipsas res ad praestitum beneficium tibi praestare deberemus. Quod ita et fecimus, sic taliter ut tempore vitae tuae ipsas res pro nostro beneficio habere debeas. Truovansi altri simili esempli.

Aggiungasi che gli antichi benefizj si concedevano anche alle donne: il che sempre più fa intendere la differenza d’essi dai feudi i quali regolarmente si doveano concedere agli uomini pel servigio militare. Ne abbiam poco fa veduti due esempli. Nelle Formole pubblicate dal Lindenbrogio, cap. 22, s’ha una precaria, in cui una donna usa queste parole: Expetii a vobis, ut ipsas res, quamdiu advivo, sub usu beneficii vestri tenere et usuare debeam. Maggiormente ancora tal differenza si riconosce, perché i benefizj di beni di chiese conceduti ai secolari pagavano censo annuo, o le decime, o le none: il che non s’accorda colla natura de’ feudi. Nelle Miscellanee del Baluzio, tomo III, v’ha un diploma di Lodovico Pio, che parla: Baro Vassallus noster nobis innotuit, quod quamdam villam sitam in pago Cenomanico, nomine Tridentem, de jure Cenomanicae matris Ecclesiae per nostrum BENEFICIVM possideret, de qua per singulos annos nonas et decimas et legitimos census praefatae Matris Ecclesiae Rectoribus persolveret. Un altro simile diploma di esso Augusto si legge alla pag. 104. Poscia alla pag. 158 si notifica che il re Pippino nell’anno 752 aveva restituito alcune ville alla Chiesa Cenomanense. Ma Vulfingo le chiede con dire: Dum ego advivo, pro vestro beneficio mihi ipsa loca liceat tenere et dominare. Et spondimus vobis annis singulis hibernaticam argento libra una, ec. Tali memorie bastanti dovrebbero parere per conchiudere che i benefizj degli antichi furono per più d’un riguardo diversi dai feudi che s’introdussero ne’ susseguenti secoli. Conviene ora osservare, avere i vassalli dei Re ed Imperadori goduto più d’un privilegio. Imperciocché non era permesso, al conte e a’ pubblici ministri di tirarli a loro foro, e di gastigarli. Le cause d’essi e le lor persone erano sottoposte solamente al giudizio del Re od Imperadore, ovvero del conte del Palazzo. Anzi allorché Carlo Magno nella legge XLIII comandò, ut Comes Palatii nostri Potentiorum caussas sine nostra jussione finire non praesumat, sotto questo nome si può conietturare che fossero compresi anche i Vassalli. Ma essendo che alcuni di essi Potenti sprezzavano talvolta le scomuniche de’ vescovi Lotario I Augusto nella legge XV ordinò che unito il conte col vescovo forzasse costoro all’ubbidienza: Si autem Vassus noster in hac culpa fuerit lapsus sicut supra a Comite distringatur. Quod si eum non audierit, nobis enuntietur antequam in vinculis mittatur. Da tali parole si può ricavare che non solamente nella corte, ma anche per le provincie ebbero i Re e gl’Imperadori dei Vassi o Vassalli. Perciò abbiam veduto intervenire ai placiti per onore anche i Vassi Regii. Anzi erano questi talvolta scelti per esercitar l’ufizio di Messi Regali. Lodovico Pio nella legge LIV ha queste parole: Vassi vero nostri et Ministri alii, qui Missi sunt, ubicumque venerint conjectum accipiant: cioè la contribuzione pel vitto loro. Ne ho io dato un esempio con un placito dell’anno 857, ricavato dall’archivio archiepiscopale di Lucca, il cui principio è questo: Dum ad potestate Domni Hludovvici perpetui Augusti partibus Tusciae Missi directi fuissemus nos Johannes et Heribrandus Vassi Imperiales, singulorum hominum justitiam faciendam, cum venissemus civitate Lucca, residentes nos in juditio Curte Ducale cum Hieremiam Episcopum et Hildebrandum Comitem, ec. Questo Ildebrando vien appellato Conte, cioè governatore della città di Lucca. Cosimo della Rena l’inserì nel Catalogo dei Duchi di Toscana; ma senza ragione. Era in que’ tempi duca e marchese di quella provincia Adalberto I. Si vuol anche osservare che dopo avere i Vassi giurata fedeltà ai lor signori, non potevano sine commeatu, cioè senza commiato e licenza di esso signore, passare al servigio d’altri. E intorno a ciò abbiamo lalegge XLVII di Pippino re d’Italia. Dubitò il Du-Cange, se Vassi Comitum si distinguessero dagli altri appellati Missi Dominici. A me pare indubitato che i primi fossero i familiari nobili dei conti, e gli altri del Re od Imperadore. Che se alcun Vassallo dei conti, vescovi, abbati e badesse (ché alcune di queste ancora ebbero de’ Vassalli) commetteva delitto contro il Re, perdeva il benefizio. Similmente nell’editto di Lodovico II imperadore per la spedizione di Benevento, viene ordinato che se il Conte o i Vassalli Regj non andranno all’armata, e se gli abbati e le badesse non vi manderanno i lor uomini, ipsi suos honore perdant, cioè le loro dignità. De Episcopis autem cujuscumque Bassallus remanserit, et proprium et beneficium perdant.

Queste ultime parole ci ricordano la differenza che passava tra i beni allodiali e i benefizj, feudi e livelli. De’ primi talmente era il dominio presso chi li godeva, che poteva lasciarli per eredità, donarli, vendeli, permutarli a suo talento, Degli altri il possedente ne godeva il solo usufrutto, restandone il diretto dominio presso il padrone. Non parlo io de’ fideicommissi, perché non truovo che fossero allora in uso. In un privilegio di Carlo il Grosso re d’Italia, tratto dall’archivio de’ Monaci Casinensi di S. Sisto di Piacenza, si vede ch’egli nell’anno 880 conferma tutti i suoi beni ad Angelberga imperadrice, vedova di Lodovico II Augusto, ut habeat, retineat atque dominetur, quaedam videlicet, quoad vixerit, usufruendo, et potestative ordinando (ecco i benefizj) quaedam vero perpetualiter possidendo, et cui voluerit dimittendo. Hanno cercato il Bouchet e i Sammartani di chi fosse figlia la suddetta imperadrice Angelberga, e ci han dato de’ sogni. Il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza la fa figliuola di Lodovico I re di Germania, perché si truova appellata sorella da Carlomanno e Carlo il Grosso figli d’esso re Lodovico, come consta da’ diplomi da me rapportati. Ma da che ho io prodotto un privilegio di esso Lodovico I dove Angelberga è da lui appellata dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga, denotante esser ella stata figlioccia, e non già figlia di quel Re, niuno si queterà sull’opinione del Campi. In un altro diploma del medesimo Carlo il Grosso, già divenuto imperadore, e spedito nell’anno 887, quella principessa è chiamata dilectissima et amantissima Soror nostra Angilberga imperatrix quondam Augusta. Ivi di nuovo le son confermati i suoi beni: eo videlicet ordine, quae proprietario jure illi coroborata sunt, perpetualiter possideat, faciatque ex ipsis libere quidquid elegerit tam in Divinis cultibus, quam in humanis commoditatibus. Et quae ei jure beneficiario collata sunt, secundum suorum seriem praeceptorum, absque alicujus refragatione vel diminoratione possideat. Trovando noi sempre più che gli antichi benefizj si concedevano anche alle donne, e ne durava il godimento solo durante la vita di chi gli aveva ricevuti, sempre più vegniamo a scorgere il divario che passava fra essi e i feudi de’ secoli susseguenti. S’ha dunque da osservare se nelle antiche donazioni e concessioni si concedeva proprietario jure, ovvero ad proprium; perché allora divenivano allodiali que’ beni. Altre formole denotavan lo stesso Ottone III Augusto nell’anno 997 conferma con suo diploma Rogerio fideli nostro, suisque successoribus, tutti i suoi beni, annoverati un per uno, ut faciant exinde quidquid eorum animus decreverit. Ecco beni allodiali. E notisi che ivi si confermano omnia praedia sive castella cum villis et pertinentiis suis. Imperciocché anticamente anche le corti, terre e castella non di rado erano allodi e non benefizj, né feudi. Curtes o Cortes, come ho anche provato nelle Antichità Estensi, una volta significavano un aggregato di poderi, che formava un’intera villa con chiesa, dove si amministravano sacramenti al popolo. Sovente in esse corti si trovava anche il castello. Nel tomo V dell’Italia Sacra Carlomanno re dona al Monistero di San Zenone di Verona Curtem nostram nomine Desentianum juxta ripam Lacus, cioè di Garda. Più sotto dice di concedere Castrum cum Curte et Plebe, Desentianum nomine. Così presso il Fiorentino nella Vita di Matilda, quella principessa conferma alla Chiesa Pisana Curtes cum Castrorum inibi habentes. Il Sirmondo, persona di singolar giudizio ed erudizione, stimò che tutte le corti fossero allodj Io non oserei sottoscrivere francamente una tal sentenza. Certamente per l’ordinario fu così. In un diploma di Lodovico II Augusto dell’anno 86 vien dello che Rutcherus quondam fidelis Vassus et Ministerialis noster avea donato alla Chiesa di Cremona Curtem suae proprietatis, nomine Ruberino, acciocché la tenesse jure proprietario pro animae suae remedio. Con altro diploma dell’anno 863, esistente nell’archivio de’ Canonici di Reggio, lo stesso Augusto dona Supponi strenuoVasso, dilectoque Consiliario nostro, quasdam Cortes juris Regni nostri, sitas in Comitatu Parmense, in Gastaldatu Bismantino, cioè Felina e Malliaco, concedendole ad proprietatem tanto a lui, quanto a’ suoi eredi e proeredi, in perpetuum habendas et possidendas. E qui si osservi un’altra differenza che passa fra i nostri e i vecchi tempi. Oggidì le terra e castella possedute dai nobili per lo più son feudali, laddove anticamente moltissime d’esse erano allodiali. E perciocché secondo le Leggi Longobardiche tanto i figli che le figlie legittime succedevano egualmente al padre, ne avvenne che i beni individui, come le chiese, castella, corti, case, selve, ec., aveano più d’un padrone; e cresceva la divisione ne’ figli de’ figli, in tal maniera che si truovano, poderi e castella sì divisi, che ne toccava ad uno la ventesima, e ad un altro la trentesima parte. In uno strumento del Monistero della Cava nell’anno 1094 Gisolfo figlio del fu Giovanni Conte offerì a quel sacro luogo de duodecim partibus integras duas partes de’ suoi beni. Altri esempli di castella e corti allodiali ho io recato. Furono anche soliti gli antichi Re ed Imperadori di concedere, in allodio e proprietà de’ beni prima dati in benefizio, dichiarandoli da lì innanzi liberi da ogni legame. Berengario I Augusto nell’anno 920 concede fideli nostro Berctelo Curtem, quae Breoni dicitur, già posseduta da Teutelmo suo padre, con dire: De nostro jure et dominio in ejus jus et dominium omnino transfundimus et delegamus. Forse quella corte era dianzi beneficiaria; o più tosto perché era stata donata da Lottario Augusto a suo padre, questo suo figlio per maggior sicurezza ne procurò la conferma da Lodovico II, figlio di esso Lottario.

Vegniamo ora ai feudi, de’ quali han trattato i legisti con più e più volumi. S’è disputato non poco intorno all’origine di questa voce, tirandola alcuni da foedere, altri da fide o fidelitate, ed altri da voci Germaniche o Danesi, con poscia determinare che il feudo sia un gius di usufruttare un podere altrui conceduto con questa legge, che chi riceve tal benefizio, sia obbligato alla milizia pel Signore, o a prestargli qualche altro servigio con buona fede. V’ha chi ha creduto che dal verbo infeduciare, trovato nelle più antiche carte, sia provenuto quello d’infeudare, e così il nome di feudo. Ho io con varie pruove dimostrato che infiduciare presso gli antichi altro non significò se non impegnare, o sia dare in pegno. Tuttocché poi si sia mostrato, qual differenza passasse fra gli antichi benefizj e i chiamati veri feudi, pure la frase dare in beneficium si adoperò anche dipoi per significar l’infeudare. Se prima del mille si truovi la voce feudo, nol so io dire. Certo è che l’abbiamo nel secolo XI. Landolfo seniore storico d’allora, parlando di Landolfo arcivescovo di Milano circa l’anno 1085, scrive: Propinquis, quos in Carcanensi oppido habebat, de Beati Ambrosii Archiepiscopatus bonis quadraginta millia modios terrae fructuum, ut illos omnes ditaret vicinos, per feudum dedit. Così in uno strumento, stipulato nell’anno 1091 in San Cesario territorio di Modena, Landolfo vescovo di Ferrara conferma nomine feodi a Nordilo da castello Vetere (oggidì Castelvetro) i beni ch’ egli riconosceva dalla Chiesa di Ferrara: ita tamen ut serviat Domne Matilde diebus vite sue, et post ejus decessum Episcopo, et sui successores. Chi si figura di trovare prima del mille la parola feudo, vegga di non valersi di documenti apocrifi. Il Goldasto rapporta una costituzione di Carlo il Grosso dell’anno 883, dove comparisce il feudo. Altrove ho avvertito quello essere un diploma falso. Nel Bollario Casinense e nel tomo IV dell’Italia Sacra si veggono diplomi di Lottario I e del suddetto Carlo il Grosso Augusto, dove l’Abbate di Bobbio è investito del Comitato di quella terra, oggidì città, jure honorabilis feudi, e dichiarato Consiliarius nostrae Signaturae; ma cotali formole non son conformi a que’ secoli. Né solamente si diedero poderi in feudo; s’introdusse ancora il concedere con questo titolo le castella, le Marche e i Ducati. Così all’esempio dei Re anche i duchi, marchesi, conti, vescovi ed abbati si procacciavano de’ vassalli col dare ad essi in feudo terre o castella. Homo e Miles alicujus significava lo stesso che Vassallus, e come talun dice Feudetario. Corrado I imperadore in un suo diploma dell’anno 1033 conferma al Monistero di S. Pietro in Caelo Aureo di Pavia omnes illas Cortes quas quisque usque modo beneficiali ordine detinuit, et quae Vassallorum dicebantur. Erano poi tenuti i Vassalli non solamente a militare in favor del loro signore, ma anche ad assistere ad essi per onore in certi tempi, o come sogliam dire, far loro la corte. Negli antichi Statuti MSti di Ferrara dell’anno 1288 si legge: Vassalli non teneantur facere Curiam Dominis suis in Paschate et Nativitate. In molti documenti della contessa Matilda noi troviamo sottoscritti i suoi nobili vassalli, come Corrado da Gonzaga, quei da Bibianello, da Baiso e da Palù Reggiani; da Nonantola, da Vignola, da Castel Vetere, da Gombola, da Savignano, ec., Modenesi. Ed allorché Arrigo fra gl’Imperatori IV nel 1116 calò in Italia per impossessarsi dell’eredità della celebre contessa Matilda, tutti i vassalli della medesima corsero a fargli corte, e questi si truovano da lì innanzi appellati Vassalli de Domo Comitissae Mathildis, come apparisce da un diploma di Federigo I Augusto del 1178.

Gran copia di vassalli ebbero gli antichi marchesi d’Este; perciocché, come s’ha dalla vecchia Cronica picciola di Ferrara, plurima partem possessionum, quae fuerat de patrimonio Marchesellae, cui (nel secolo XII) successerant, jure feudi in clientes suos distraxerunt. Però in certi tempi solevano essi tenere curiam Vassallorum, cioè la corte, dove compariva la gran folla de’ loro vassalli per riconoscere da essi i feudi, e prestare occorrendo il giuramento di fedeltà. Restano tuttavia gli antichi registri d’essi feudi, e i giuramenti da loro prestati in plena curia Vassallorum Marchionum Estensium. Chi principalmente cominciasse a dar regola ai feudi degli ultimi secoli, fu Corrado I imperadore, il quale venuto in Italia a cagion della fiera dissensione che bolliva fra i nobili e il popolo di Milano, pubblicò nell’anno 1037 una legge da me data alla luce, mentre egli assediava la stessa città di Milano. Anche nel 1136 si legge un placito tenuto in Reggio da Regenza o sia Richenza imperadrice, dove è decisa una lite di feudo fra Ildebrando abbate di Nonantola, ed alcuni pretesi vassalli. Davasi poi l’investitura de’ feudi con varj simboli, cioè colla tradizione di un bastone, di una coppa d’oro, di un ramo di albero, o altra simil cosa, che si metteva nelle mani del nuovo vassallo. Il Du-Cange nel Glossario alla voce Investitura ne rapporta varj esempli. Altri ne ho anch’io rapportato. Ma allorché si trattava de’ maggiori feudi, si dava l’investitura per lanceam, et confanonum, come apparisce da quella che Arrigo fra gl’Imperadori V diede al popolo di Cremona per la loro città nell’anno 1195, nella qual congiuntura il vassallo prestava il giuramento, che tuttavia si pratica, di fedeltà. Fu ancora in uso che i vassalli dei re, duchi, marchesi, vescovi, conti, ec., avessero de’ vassalli minori che perciò erano appellati Valvassores. I vassi poi dei re ed imperadori, e i loro feudi erano sottoposti solamente alla Regia e Cesarea Maestà, né dipendevano dalla città, o dal suo governatore. Quand’essi non godevano il titolo di Duchi, Marchesi o Conti, per lo più erano intitolati Capitanei, della qual voce mutata in Captaneo si formò Cattaneo. Furono anche chiamati Castellani, perché signoreggiavano qualche castello. Nel Vocabolario della Crusca Castellano è detto un abitante di castello. Ma le parole ivi addotte dal Boccaccio nella Novella VII della II Giornata non significa questo, ma bensì il signore di un castello. Sembra nondimeno che negli Atti antichi del comune di Modena si desse tal nome agli abitanti nelle castella. Dall’investitura data da Federigo II Augusto ai Nobili della Garfagnana nell’anno 1242 si vede ch’eglino erano chiamati Valvassores de Garfagnana. Ma quello che specialmente merita osservazione, si è che anticamente i gran signori, tanto ecclesiastici che secolari, aveano sotto di sé vassalli nobili che pel servigio militare godevano qualche castello, corte o villa; ma, siccome già osservammo, tutti gli ufizj della lor corte solevano godere con titolo di feudo qualche podere, o qualche determinata rendita assegnata a quell’ufizio. Perciò i fornai, i fabri, i portinari, i marescalchi, i cuochi, i cantinieri, i sartori, e gli altri della famiglia degli Arcivescovi di Milano (principi una volta ricchissimi) tutti a proporzione del grado loro usufruttuavano qualche feudo, come consta da una memoria da me data alla luce. Che un egual costume si osservasse nella corte della rinomata contessa Matilda, si può intendere dal suo testamento riferito dal padre Bacchini nella Storia del Monistero di Polirone. Ma sopra gli altri in questa magnificenza si distinsero una volta i Patriarchi di Aquileia, siccome prelati e principi che, dopo il Romano Pontefice, ebbero maggior potenza in Italia. Bell’Opuscolo ho io pubblicato, dove compariscono tre sorte di feudi da loro conferiti, cioè Retti o Legali, di Abitanza e Ministeriali. Fra gli ultimi, tutti spettanti alla famiglia di esso Patriarca, si contano i fornai, gli scudellari, i facchini, i corrieri, i sartori, i muratori, i lettighieri, i conduttori de’ bagagli, i falegnami, i manganatori, ec. Eranvi ancora i Ministeriali nobili, come confalonieri, camerieri, coppieri, scalchi, ec. Tali erano i costumi de’ vecchi tempi.

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre, 2011