Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE VIII

Dei Conti e Viceconti de’ secoli barbarici.

Chiunque ha letto la Notizia dell’uno e l’altro Imperio, cioè dell’Occidentale ed Orientale, scritta nel secolo V, ed illustrata dal celebre Guido Panciroli; ovvero ha pratica del Codice Teodosiano, e dell’altro di Giustiniano; non avrà bisogno di essere istruito da me, che mentre ancora fioriva il Romano Imperio, il titolo e la dignità di Conte fu molto in uso tanto nella corte degli Augusti, che ne’ governi delle provincie. Perciò le nazioni barbare, allorché occuparno l’Italia, la Francia e la Spagna, trovarono già da gran tempo introdotto il nome de’ Conti. Ma non apparisce che sotto i Romani si appellassero Conti i governatori di una città. Dai popoli settentrionali, e massimamente dai Goti, divenuti padroni di questi paesi, sembra che avesse principio quest’uso, come osservò il Cluverio, lib. I, cap. 48 Germ. antiqu. Cioè in latino essi chiamavano Comitem il presidente della città, e nella loro teutonica lingua Gravionem, o Graffionem: nome che s’incontra anche nelle antiche leggi di que’ popoli. L’appellazione di Comes (oggidì Conte) si può credere derivata negli ufiziali primarj Compagni del Re o del duce dell’esercito alla guerra, e perciocché ad ogni città si dovette deputare un ufizial militare col comando delle armi, perciò il nome di Comes sotto i Re Franchi divenne proprio de’ governatori delle città, a’ quali s’aggiunse ancora il governo civile e la facoltà giudiciaria. Due in fatti erano allora gl’impieghi del Conte, cioè il comandare alla milizia, e il decidere le liti del popolo, se erano portate dai minori tribunali al Suo. Quanto all’autorità giudiciaria, essi l’esercitavano col tenere di tanto in tanto i Malli, cioè i pubblici giudizj, e i placiti per qualche lite particolare, coll’assistenza degli Scabini, e degli altri minori giudici, col consiglio de’ quali proferivano poi la sentenza, e non già unicamente come loro parea. E per questo venivano anche appellati Giudici. Cassiodorio nel lib. VII Variar. attesta che al suo tempo ancora sotto i Goti, ufizio de’ Conti era il giudicar le cause. E Gregorio Turonense nella Vita di S. Nicezio, cap. 8 Vit. Patr. così scrive: Vidi ego Basilium Presbyterum missum ab eo ad Armentarium Comitem, qui Lugdunensem urbem his diebus potestate judiciaria gubernabat. Narra egli similmente nel lib. VI, cap. 8 della Storia de’ Franchi, qualmente circa l’anno 560, avendo inteso Santo Eparchio che si conduceva alla forca un ladro o assassino, tosto misit Monachum suum ad deprecandum Judicem, ut scilicet culpabilis ille vitae concederetur. Pel gran rumore ed opposizione del popolo, non fu permesso al giudice il mutar sentenza. Si salvò poi come prodigiosamente quel malvivente. Allora Eparchio Comitem arcessiri jubet, dicens: Cur hodie induratus hominem, pro cujus vita rogaveram, non laxasti? Da queste parole intendiamo lo stesso essere stato il Conte che il Giudice supremo di una città, e che molta era la di lui autorità, da che potea donar la vita ai condennati alla morte. Perciò nelle Leggi Ripuarie pubblicate dal re Dagoberto circa l’anno 630 si legge: Si quis Judicem Fiscalem, quem Comitem vocant, interfecerit, sexcentis solidis multetur. E ne’ Capitolari dei Re Franchi è ordinato che Comites legem teneant: sappiano le leggi secondo le quali s’ha da giudicare. Erano allora ben poche. E che ament justitiam, e sieno spediti in farla; e che ogni mese placita peragant, cioè pubblicamente giudizio, avvertendo di aver a cuore sopratutto gli affari de’ poveri, pupilli, orfani e vedove. V’era in oltre comandamento che non si potessero tenere i giudizi se non dai giudici digiuni, cioè prima del pranzo: perché anche allora doveano essere in credito i frequenti bicchieri di vino che poteano tramandar fumi alla testa. Si può chiedere, perché nelle Leggi Longobardiche niuna menzione mai si truovi de’ Conti, benché sì spesso vi si parli de’ ministri di giustizia. Né pur Paolo Diacono suol di lor far parola. Non era forse in uso il nome de’ Conti presso i Longobardi, come presso i Franchi? Certamente soliti furono più tosto a valersi del nome di Giudice, che di quello di Conte. Contuttociò non si può negare che adoperassero l’uno e l’altro. Il santo Pontefice Gregorio il Grande nel lib. IV, Ind. 12, epist. 47, scrivendo a Sabiniano suo Apocrisario alla corte del Greco Augusto, disse queste celebri parole: Si ego in morte Langobardorum me miscere voluissem, hodie Langobardorum gens neque Reges, nec Duces, nec Comites haberet, atque esset in summa confusione divisa. E dal suddetto Paolo Diacono nel lib. III, cap. 9 vien rammentato Comes Langobardorum de Lagare, Ragilo nomine. Oltre di che ne’ diplomi dei Re Longobardi, riferiti dall’Ughelli, Margarino e Campi, si truova questa formola: Praecipientes omnibus Ducibus, Comitibus, Gastaldiis, vel Actionariis nostris, ec. O pure quest’altra: Ut nullus Dux, Comes, Gastaldius, ec. Qui il nome di Conte significa lo stesso che il Giudice in altri luoghi.

L’altro ufizio de’ medesimi Conti consisteva nel governo della milizia sì in tempo di pace che di guerra. Nell’editto di Lodovico Pio imperadore dell’anno 815 presso il Baluzio si comanda che gli Spagnuoli, sicut ceteri liberi homines (perché i servi non erano ammessi a militare), cum Comite suo in exercitum pergant. In un capitolare di Carlo M. dell’anno 812 è ordinato che i Conti andando all’armata non lascino alcuno esente dalla milizia, alla riserva di due o di quattro persone. E per ciò s’intende perché Bonifazio II probabilmente duca di Toscana nella spedizione ch’egli fece nell’anno 828 contro i Mori di Affrica, assumto secum fratre Berethario, et aliis quibusdam Comitibus de Tuscia, ec., in Africam trajecit. Così nella legge Longobardica LVI di Lottario I imperadore leggiamo queste parole: Postquam Comes et pagenses de qualibet expeditione reversi fuerint, ex illa die per XL noctes sit bannum rescissum. Dalla voce Comes, significante governatore della città, si formò poscia Comitatus, parola indicante tutto il territorio con terre, castella e ville sottoposto al comando e alla giurisdizione del Conte. Imperciocché non già i Conti presero il nome loro da Comitatus, come alcuni hanno immaginato, ma bensì Comitatus è venuto da Comes. Egidio Menagio nelle Origini della Lingua Italiana, cercando onde sia nata la voce Contado, così scrive: Contado, Campagna intorno la città, nella qual si contengono i villaggi e le possessioni. Da Contractus sottintendendo Pagus, locus, o qualche cotal cosa: Contractus, Contratus, Contradus (onde Contrada) Contrado, Contado. Meraviglia è che uomo di tanta erudizione, e cotanto versato nell’etimologie, non iscorgesse ciò che facilmente ognun può scoprire. Siccome ho detto, Contado si formò da Comitatu, Comitato, Contato, Contado, siccome da Comite uscì il Comte franzese e il Conte italiano. Nella stessa guisa dal latino Computus abbreviato venne Computo, Comto, Conto. Presso l’antico Marcolfo, pubblicato dal Baluzio (tomo II Capitular.) si legge al lib. I, cap. 8 la formola de Ducatu Patritiatu, vel Comitatu; cioè come si creava un Duca, un Patrizio, un Conte. Ed era bene illustre la dignità e condizione de’ Conti. Nella par. I, cap. V delle Antichità Estensi ho io dimostrato che anche i Conti entravano nel ruolo de’ Principi Hincmaro arcivescovo di Rems nell’Opusc. de Ordin. Palatii, cap. 35, Similiter (così scrive) Comites, vel hujusmodi Princeps honorificabiliter a cetera multitudine primo mane segregabantur, quousque sive praesente, sive absente Rege, occurrerent, ec. Perciò intervenivano anch’essi coi duchi, marchesi e vescovi all’elezione del Re d’Italia.

Quello nondimeno che rendeva più rilevante la dignità dei Conti, era che quantunque non avessero in feudo, come oggidì, qualche città, ma solamente in governo dipendente dall’arbitrio del Principe; pure tal governo soleva essere stabile, e durava tutta la vita loro. Chi una volta era Conte, non deponeva quel nobile impiego se non per salire a gradi maggiori. Anzi a poco a poco s’introdusse la consuetudine che i figli o per li meriti del padre, o coll’aiuto della pecunia, succedevano nella carica stessa. Se s’incontra alcuno di que’ tempi che cessasse di essere Conte, ciò si dee credere avvenuto per qualche suo demerito, come anche oggidì succede ne’ feudi e vassalli. In uno strumento di Ambrosio vescovo di Lucca dell’anno 845 si truova: Manifestus sum ego Aganus olim Comes, filius quondam Guntrami. Era stato, ma non era più Conte. Francesco Maria Fiorentini e Cosimo della Rena giudicarono che questo Agano Conte di Lucca fosse ancora Marchese della Toscana, rapportando alcune memorie di lui dell’838 ed 840. Ma ivi è solamente detto per Aghanum Comitem ipsius civitatis, cioè di Lucca. Né per essere uno Conte o sia governatore di Lucca, egli comandava a tutta la Toscana. S’incontra all’anno 857 Hildeprandus Lucae Comes; e pure Adalberto I marchese reggeva la stessa Toscana. Per altro, come dissi, soleva passar ne’ figli la stessa dignità. Fra gli antenati della contessa Matilda si truova in uno strumento dell’anno 967, riferito dal P. Bacchini nella Cronica di Polirone, Adalbertus qui et Atto gratia Dei Comes Mutinensis, ec. In un diploma di Ottone I Augusto dell’anno 864, presso l’Ughelli nell’Append. del tomo V dell’Italia sacra, si legge conceduto quel privilegio, interventu et petitione Adeberti incliti Comitis Regiensis sive Motinensis. Ho io prodotto un placito tenuto nel castello di Carpi l’anno 1001 da Tedaldo suo figlio, il quale s’intitola Teudaldus Marchio et Comes istius Regensis Comitatus. Verisimilmente era anche Conte di Modena, ma parla solo di Reggio, perché fu quell’Atto nel territorio Reggiano. Se Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, continuasse ad essere Conte di Reggio e di Modena, nol so dire. Verisimile è che ciò succedesse, e che anche la figlia governasse queste due città.

È anche da avvertire che gli stessi duchi e marchesi procuravano il reggimento particolare di qualche città, e perciò si truovano cotrassegnati ancora col titolo di Conti. Praticavasi lo stesso anche in Francia. In uno strumento dell’anno 998 presso il Baluzio nelle Note ai Capitolari, fac. 1259, si legge: Ego in Dei nomine Guillelmus Comes Marchio atque Dux. Così Adalberto I marchese di Toscana, siccome osservò il Fiorentini nella Vita di Matilda, ora è intitolato Dux, ora Marchio ed ora Comes, perché governatore di Lucca. Così il celebre progenitore de’ principi di Brunsuich ed Estensi Alberto Azzo II in uno strumento del 1050 è Marchese ed insieme Comes Lunensis Comitatus. Parimente Alberto Azzo I suo padre si vede appellato Marchio itemque Comes. E da un placito esistente nel Monistero di San Salvatore di Pavia dell’anno 1014 impariamo che Otto Comes Palacii era nello stesso tempo Comes hujus Comitatus Ticinensis. Fu ancora in uso che le stesse mogli de’ duchi e marchesi s’intitolassero Contesse. Ugo re d’Italia in un privilegio conceduto alle Monache di San Sisto di Piacenza nell’anno 926 nomina Ermengardam gloriossimam Comitissam, karissimamque sororem nostram. Fu questa Ermengarda moglie di Adalberto marchese d’Ivrea. Del pari Berta madre di lei e del suddetto re Ugo, e moglie di Adalberto II marchese di Toscana, nel suo epitaffio altro titolo non porta che di Contessa, tuttoché figlia di Lottario re della Lorena.

Hoc tegitur tumulo Comitissae corpus humatum

Inclyta progenies Berta benigna, pia, ec.

Qualche esempio nondimeno si truova in contrario: Adelaide insigne Marchesana di Susa sempre s’intitolava Contessa. San Pier Damiano le dà il titolo di Duchessa. Anche Beatrice madre della contessa Matilda, perché duchessa di Toscana, per tale s’intitolava. Per lo più Matilda sua figlia si chiamava Comitissa; pure talvolta si truova col nome di Marchisia; e in un documento dell’anno 1099, da me dato alla luce, si fa essa parlare così: Ego Domna Mathilda Ducatrice, ec.

Passiamo ora a cercare, onde nascesse la decadenza de’ Conti. Più di una cagione v’intervenne. La prima fu, che nascevano non di rado controversie fra i vescovi e i Conti governatori delle città e del suo contado. Giudicarono perciò comoda cosa i sacri Pastori l’ottenere dai re ed imperadori anche il temporal governo delle loro città. Né fu loro difficile. Abbisognavano i re di Germania de’ vescovi per salire sul trono d’Italia; ed anche eletti che’ erano, cercavano di tenerseli amici e fedeli. Ma quel che più importa, qualsivoglia Regnante professava gran devozione alla regina Pecunia; e i vescovi poteano e sapeano spendere. Perciò fin prima del mille ottennero alcuni vescovi anche la signoria temporale delle loro città coll’esserne creati Conti. Di ciò ex professo parleremo nella Dissertazione LXXI. Intanto servirà al presente argomento un diploma di Rodolfo re di Borgogna, che nell’anno 996 donò il Comitato di Tarantasia a quell’arcivescovo Amizone. Altri vescovi non impetrarono la giurisdizione di Conte sopra tutto il contado, ma solamente nella città e in tre o cinque miglia all’intorno. Ottone III imperadore nello stesso anno 996 concedette a Odelrico vescovo di Cremona districtionem civitatis infra et extra quinque miliariorum spatia. – Distringere volea dir Gastigare, e di là nacque la parola Distretto, significante tutto quel territorio di una città dove si stendeva la balía e podestà del Conte. Fu confermato questo privilegio nell’anno 1031 da Corrado I fra gl’imperadori ad Ubaldo vescovo di Cremona. Un’altra cagione della depressione de’ Conti delle città fu l’essersi a poco a poco introdotti i Conti rurali, che dominando in qualche terra o castello, ottenevano dagli Augusti il titolo e la giurisdizione di Conte in quel luogo, senza rimaner più suggetti all’autorità del Conte che governava la città. Perciò, anticamente si truovano nel Genovesato i Conti di Lavagna; e ne’ tempi della gran contessa Matilda s’incontrano in Toscana Comes Guido Guerra, Albertus Comes de Prata, ed altri simili. Così nel distretto di Modena si contavano una volta Comites Gommolae. In uno strumento Lucchese dell’anno 1098 un certo Rolando dona al Monistero di San Salvatore alcune terre pro remedio anima bo. me. Ughicionis magni Comitis, et Ciliae Comitissae uxoris suae. Questi ancora sembra essere stato uno de’ Conti rurali. E all’anno 1088 questo Uguccione è chiamato filius quondam Bulgarelli Comitis. Troviamo ancora all’anno 1106 Hugonem Comitem filium quondam Uguicionis magni Comitis. Ho io in oltre pubblicato un documento dell’anno 1091, esistente presso i Benedettini di Reggio, in cui comparisce Hucho Comes filius quondam Bosoni similiter Comitis de loco qui dicitur Sabloneda, picciola città e fortezza oggidì, i cui signori godevano il tilolo di Duchi. Parimente s’incontra Alberto Conte di Sabbioneta nelle memorie della contessa Matilda, e in uno strumento del 1098 son queste parole: Albertus Comes et Ubertus frater ejus, Comes quoque Wafredus et Berta uxor ejus, Matilda etiam Conjux bo. me. Ugonis Comitis. Né si dee tacere che nel Bollario Casinense, tomo II, constitut. 122, questa Matilda s’intitola così: Ego Matilda Comitissa, filia quondam Regibaldi Comitis de Comitatu Tarvisii, et conjux Uchoni Comitis, quae professa sum ego ipsa Matilda ex natione mea lege vivere Langobardorum, sed nunc pro ipso viro meo lege vivere alamannorum.

Campo qui s’apre per indagare cosa s’abbia da intendere, allorché nelle vecchie carte s’incontra la formola Comes de Comitatu, restando incerto se significhi il Conte o sia governatore o signore della città, o pure un Conte che possedesse uno o più castella in quel contado e distretto. In uno strumento dell’anno 1061 si legge Garardo filius quondam Morando, qui fuit filius bo. me. Domni Garardi Comitis de Comitatu Imolensis. Si osservi che presso il P. Bacchini nella Storia del Monistero di Polirone è nominato Ubertus filius quondam Arduini Comitis Parmensis, negli anni 1090 e 1095. E pure in due strumenti di Reggio da me pubblicati, e spettanti agli anni 1054 e 1062, si truova Arduinus Comes de Comitau Parmense. E presso il Margarino, tomo II, constitut. 119 del Bollario Casinense, è mentovato Ubertus Comes, filius quondam Arduini, itemque Comitis de Comitatu Parmensi, nell’anno 1095. Adunque sembra che tal formola veramente significasse chi era Conte della città; se non che in que’ tempi noi troviamo che i vescovi di Parma ottennero dagli Augusti Parmensem Comitatum tam infra urbem, quam extra, come consta dai documenti pubblicati dal Bordoni nel Tes. della Chiesa di Parma. Incerto è parimente se la formola de Comitatu senza la giunta di Comes significasse un Conte di esso contado, o pure solamente il luogo dove quel signore abitava. In uno strumento del 1092 si vede Adelaxe filia Ugoni Comes, et relicta quondam Widonis de Comitatu Parmensis. In un altro del 1111 Berta Filia quondam Gerardi, et relicta quondam Walfredi de Comitatu Trivixino, fa una donazione. Abbiam veduto poco fa nominato in uno strumento del 1098 Comes quoque Walfredus, et Berta uxor ejus. Adunque parrebbe che il medesimo fosse stato il dire Comes Tarvisinus e de Comitatu Tarvisino. Due strumenti pubblicò il Bacchini nella Storia di Polirone. Nel primo, dell’anno 1045, è menzionata Gisla filia Arduini filium quondam Attonis de Comitatu Parmensi. Se qui si parla di Arduino mentovato di sopra, egli era Comes Parmensis, opure Comes de Comitatu Parmense. Nel secondo, spettante all’anno 958, si legge: Atto filio quondam Attoni de Comitatu Parmense, il quale confessa di avere ricevuto sessanta lire di denari ab Adalberto qui et Atto consobrino meo, filio quondam Sigefredi de Comitatu Lucensi. Questo Adalberto Azzo è il bisavolo della contessa Matilda. Di Sigefredo suo padre ecco ciò che dice Donizone nel libro I, cap. 2 della Vita di Matilda.

Atto fuit primus Princeps, astutus ut hidrus,

Nobiliter vero fuit ortus de Sigefredo

Principe praeclaro Lucensi de Comitatu.

S’ha egli da dire che Sigefredo fosse Conte di Lucca, massimamente considerando che Donizone l’intitola Principe, distinzione in que’ tempi conveniente ai soli vescovi, duchi, marchesi e conti? Io non oso asserirlo, perché in niun degli strumenti di Adalberto Azzo suo figlio egli ha il titolo di Conte.

Torniamo ora ai Conti rurali. Questi si truovano anche prima del mille. Nella Cronica del Monistero del Volturno in uno strumento dell’anno 988 abbiamo Landenolfo Conte del Castello di Lalinulo. E in un diploma di Ugo e Lottario Regi d’Italia del 945 si parla di beni posseduti a Gropadro Komite de Castro Fontaneto. Tanto a poo a poco andarono crescendo sì fatti Conti, smembrando ora questa ed ora quell’altra terra, castello e villa dal distretto delle città, che queste si ridussero ad aver poco territorio; e i Conti secolari, e poscia i vescovi creati Conti per questa ragione non istendevano molto lungi la loro giurisdizione. Svanirono finalmente i Conti delle città, allorché queste ripigliarono la libertà e divennero repubbliche, siccome diremo al suo luogo. Oltre ai Conti furono anticamente in uso i Viceconti, dignità molto stimata. Se col nome di Vicarj nominati nelle antiche leggi s’abbiano ad intendere i Viceconti, si può mettere in disputa. Pare nondimeno che fosse così; perciocché dandosi in tutti quasi i pubblici ufizj un vicario, di questo abbisognavano più degli altri i Conti governatori delle città, siccome personaggi che o per malattie, o per dover passare alla guerra, o perché chiamati alla corte, non poteano sempre assistere al governo: laonde convenivano che avessero un luogotenente o sia vicario, appellato perciò Vicecomes o sia Viceconte; nome che poi passò in quello di Visconte. Menzione di questi si truova fino ne’ tempi di San Gregorio il Grande. Nell’epist. XVIII del lib. VIII, Ind. l, scrivendo ad Agnello vescovo di Terracina, dice: Scripsimus autem et Mauro Vicecomiti, ut Fraternitati vestrae in hac re debeat adhibere solatia. Nel corpo delle Leggi Longobardiche al lib. II, tit. 30, legge 2, Carlo Magno ordina che non si possano vendere schiavi se non alla presenza del vescovo, ec. De mancipiis, quae venduntur, ut in praesentia Episcopi, vel Comitis sint vendita, aut Archidiaconi et Centenarii, aut Vicedomini, aut Vicejudicis, vel Vicecomitis. Il Baluzio tralascia la voce Vicecomitis, e legge Vicedomini, aut Judicis Comitis. Ma nel MS. Estense veramente si legge Vicecomitis. In un capitolare di Carlo Calvo re de’ Franchi all’anno 864 si legge: Habeat unusquisque Comes, in cujus Comitatu Monetam (la Zecca) esse jussimus Vicecomitem suum, qui cum duobus, ec. Ed Agobardo nel Trattato dell’insolenza de’ Giudei scrive: Venientes Judaei dederunt mihi Indiculum ex nomine vestro, et alterum ei, qui Pagum Lugdunensem Vice Comitis regit. La voce Pagus non significa qualche castello o villa, ma bensì un paese, e qui vuol dire tanto la città, che il territorio di Lione. Molto più antica nondimeno si scorgerà la carica de’ Viceconti, quando veramente la Vita di San Mauro Abbate sia fattura di Fausto monaco suo contemporaneo, che si legge negli Atti Benedettini del P. Mabillone, essendo ivi scritto: Praedictus denique vir Florus, quum in omni Regno Theodeberti Regis summam obtineret potestatem, ac Vice Comitis in Andecavensi eo tempore fungeretur Pago. Non so io dire se più d’un Viceconte una volta avessero i Conti; certo è solamente che con questo nome s’intendeva il luogotenente del Conte sì nella città, che nel territorio. Un bellissimo placito dell’anno 880, esistente nell’Archivio di San Zenone di Verona, ho io pubblicato, in cui si truova Audakari Vicecomes civitatis Veronensis in vice Walifrit Comitis. Che Carlo il Grosso re non fosse coronato imperadore in Roma nel Natale del suddetto anno 880, come stimò il P. Pagi, si deduce da questo documento. Parimente in uno strumento dell’Archivio Ambrosiano, forse spettante all’anno 870, si vede Amalricus Vicecomes civitatis Mediolanensis, Filius quondam Walderici, qui fuit Vicecomes ipsius civitatis, per pampanum vitis, et cultellum, seo festugum nodatum, ec.; parole indicanti che costui era di nazione Salica o sia Franzese. Finalmente ho io pubblicato un diploma dell’Archivio della Cattedrale di Reggio, in cui Lamberto imperadore nell’anno 895 dona una Corticella Ingelberto nomine, scilicet Vicecomiti Parmensi.

Che appartenesse ai Conti l’eleggersi il Viceconte, rettamente lo argomentò il Baluzio da una epistola di Agobardo a Manfredi, dove parlando di Bertmondo Conte o sia governatore di Lione, così scrive: Qui bene satis habeat ordinatum de justitiis Comitatum suum: eo quod virum pro se constituerit ad haec peragenda, qui non solum propter amorem et timorem Senioris sui id strenue gerat, ec. Ed allorché erano assenti i Conti, ufizio era de’ Viceconti l’assistere alle liti. Dal Du-Cange è fatta menzione di un placito tenuto in Vienna del Delfinato nel’anno 863, in cui sono queste parole: Veniens Witfridus Ecclesiae Sancti Mauricii Advocatus publice in Viennam civitatem in praesentia Domni Ardoini ejusdem Ecclesiae venerabilis Archiepiscopi, et Erluini Vicecomitis Missi illustris Bosonis, ec. Essendo nondimeno costui Messo, la sua autorità fu in tal caso delegata. E sembra che dai Viceconti non si decidessero se non le cause lievi criminali; perciocché nella legge LXIX di Carlo M. fra le Longobardiche viene ordinato, ut ante Vicarios nulla criminalis actio definiatur, nisi tantum leviores caussae quae facile possunt judicari. Ma forse sotto nome di Vicarj venivano i Giudici rurali. Varia fu poi la fortuna de’ Viceconti. Coll’essere cessati in tante città d’Italia i Conti governatori delle medesime, cessarono anche i Viceconti. Ma o sia che i Conti rurali avessero o destinassero dei loro luogotenenti con titolo di Viceconti; o pure che gli antichi Viceconti possedessero qualche castello o villa di lor patrimonio o feudo: certo è che da lì innanzi ancora durò il tilolo de’ Viceconti, appellati Visconti. La metà Vicecomitatus de Valle Tellina fu nell’anno 1006 donata dal santo imperadore Arrigo ad Eberardo vescovo di Como. In Francia furono cospicui i Visconti di Segur, di Albusson, di Comboin, della Torre, oggidì di Turena, di Ventadur, ec.; perciocché questo titolo, con qualche feudo, passava ne’ loro figli e discendenti.

Quanto all’Italia, affatto è venuto meno l’ufizio de’ Visconti, che una volta era molto cospicuo. Donizone nel lib. I, cap. 13 della Vita di Matilda racconta, se pure è da credere, che venuto in Italia nell’anno 1046 Arrigo II tra gl’imperadori, Alberto Visconte, servo del duce e marchese Bonifazio, gli donò cento cavalli e ducento astorri.

Tunc Comes Albertus Vice, dives maxime, Servus

Praedictique Ducis, habitator et ipsius urbis,

Cornipedes centum, ec., simul obtulit ultro.

Stupì a sì magnifico regalo l’Augusto Principe, e disse:

Quis vir habet servo, quale Bonifacius?

Dovea essere questo Alberto vassallo del marchese Bonifazio, e per lui governatore di Mantova. Anche in Italia passava in eredità il titolo di Visconte, attaccato a qualche feudo. In Piacenza fu sommamente riguardevole quella de’ Visconti, onde scese il Beato Gregorio X papa, che terminò i suoi giorni in Arezzo nell’anno 1276. Era quella famiglia diversa dall’altra insigne de’ Visconti di Milano. O sia che questi Visconti una volta fossero vicarj e luogotenenti del Conte di Milano, o pure governassero con tal titolo qualche tratto di paese di cui fosse Conte l’arcivescovo di Milano: certo è che nobili di molto erano prima ancora del loro dominio in essa città di Milano. Landolfo seniore storico fa menzione di un Eriprando Visconte; Galvano Fiamma nel Manip. Flor. di un Ottone Visconte. Giorgio Merula, Tristano Calchi, Paolo Giovio ed altri annoverarono questi due personaggi fra gli antenati de’ Visconti Milanesi; se con fondamento, nol so dire. Chi grande diventa oggi, facilmente truova chi il fa tale anche ne’ precedenti secoli. Circa il 1263 sotto l’arcivescovo Ottone cominciò la potenza di quella casa, albero maestoso di cui in fine si seccarono le radici. Ottone Morena nella Storia di Lodi all’anno 1155 parla di un Ugo Visconte che coi Milanesi andò al soccorso di Tortona; ma senza poter noi dire qual fosse la famiglia sua. Davasi una volta il titolo di Visconte ai governatori di qualche castello. In uno strumento del 1198 Petronianus Vicecomes governava un paese di cui era Conte il vescovo di Viterbo. Solevano particolarmente i vecchi Marchesi Estensi chiamar Visconti i podestà o governatori delle lor terre e castella. Perciò in una donazione fatta da Azzo VII marchese d’Este nel 1235 si truova Dominus Fulco Grassus de Lendenaria Vicecomes illus Marchionis. E in uno strumento del 1252 Dominus Ecelinus Vicecomes Domini Azonis Estensis et Anconitani Marchionis in Figheruolo.

Finalmente si vuol osservare che nel governo delle città erano una volta destinati i suoi proventi al Conte governatore. Nella legge Longobardica CXXVII di Carlo M. pare che si lasci al Conte la terza parte delle condanne criminali; ed è poi ciò espresso nella legge seguente CXXVIII: heribannum (cioè la pena di chi non andava all’armata) Comes exactare non praesumat: nisi Missus noster prius Heribannum ad partem nostram recipiat, et ei (cioè al Conte) suam tertiam partem exinde per jussionem nostram donet. Sappiamo da Ottone Frisingense (lib. I, cap. 31 de Gest. Frider.) che si praticava la stessa regola in Ungheria, essendo diviso quel Regno in settanta Comitati; et de omni justitia ad Fiscum Regium duas lucri partes cedere, tertiam tantum Comiti remanere. Era in oltre assegnato ai Conti e Viceconti il godimento di alcuni poderi. Nell’investitura della Contea di Verona data da Federigo I Augusto a Bonfazio conte di San Bonifazio, si legge, cum suis juribus et proventibus. E Corrado I tra gli Augusti nel creare conte di Modena Ingone vescovo della stessa città, gli concede omnia quae vocata sunt Publica Fiscalia, Comitalia, aut Vicecomitalia, come consta dal suo diploma dell’anno 1038, da me dato alla luce. E questo basti de’ Conti, il titolo de’ quali si truova oggidì sì moltiplicato in tante città d’Italia, che ognun sel procaccia per far intendere ch’egli è nobile. Chi nondimeno lo gode con feudo nobile unito, ritiene gran parte del pregio degli antichi Conti.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011