Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE VII

De’ Conti del Sacro Palazzo.

Resta tuttavia in Germania in sommo onore e potenza il Conte Palatino del Reno, e questo titolo negli antichi secoli denotò una delle più illustri dignità che fosse anche nel Regno d’Italia. Gl’Imperadori poi de’ bassi tempi, spezialmente nel secolo XV e ne’ seguenti, per far moneta prostituirono sì fattamente il nome di Conte Palatino, che lo troviamo ridotto ad un miserabil fumo comperato con pochi soldi da chi si diletta di cartepecore. Sembra che l’origine de’ Conti del Palazzo, o sia del Sacro Palazzo, s’abbia a prendere dai Re Franchi, nella corte de’ quali fino dal secolo VI fu questa dignità in uso, e che di là poi passasse in Italia, allorché Carlo Magno si fu impadronito di questo Regno. Qual fosse il riguardevole impiego di tal ministero, cel dirà Hincmaro arcivescovo di Rems, Tract. de Ordin. Et Offic. Palat. cap. 21. Comitis Palatii, dic’egli, inter cetera paene innumerabilia, in hoc maxime solecitudo erat, ut omnes legales caussae, quae alibi ortae propter aequitatis judicium Palatinum aggrediebantur, juste ac rationabiliter determinaret seu perverse judicata ad aequitatis tramitem traduceret. Ampia per questo era l’autorità di lui, perché non solamente giudicava di tutte le cause del Regno che per appellazione fossero portate al tribunale del Re, ma conosceva anche tutte l’altre che riguardavano i diritti del Re e la quiete del Regno; né alcuna causa era portata al Re, che prima non passasse per le sue mani, a fin di osservare se meritasse o non meritasse di dare occupazione alle orecchie e pensieri del Sovrano. S’odano quest’altre prole d’Hincmaro. De omnibus saecularibus caussis vel judiciis suscipiendi curam instanter habebat, itaut saeculares prius Domnum Regem absque ejus consultu inquietare necesse non haberent, quousque ille praevideret si necessitas esset ut caussa ante Regem merito venire deberet. Si vero secreta esset caussa, quam prius congrueret Regi, quam cuiquam alteri dicere, eumdem dicendi locum eidem ipsi praepararet, introducto prius Rege, ut hoc juxta modum personae vel onorabiliter, vel patienter, vel etiam misericorditer susciperet. Grado altresì sommamente cospicuo era quello dell’Arcicapellano di Corte, che precedeva i vescovi ed arcivescovi. Anch’egli riferiva al Re le cause degli Ecclesiastici. E mirate la savia condotta di que’ Regnanti, e tempi che noi trattiamo da barbarici. Senza un ordine di essi Re non poteva il Conte del Palazzo terminar le cause de’ potenti, come s’ha dalla legge XLIII di Carlo M. fra le Longobardiche. Nullus Comes Palatii nostri Potentiorum caussas sine nostra jussione finire praesumat. La ragione di tal divieto era, acciocché il Conte Palatino non si perdesse dietro alle cause de’ Grandi, trascurando intanto quelle de’ poveri e dei meno potenti, per le quali aveano maggior premura i buoni principi. Ne propter hoc pauperum et minus potentum justitiae remaneant. E secondo il testo della Biblioteca Estense: Sed tantum pauperum et minus potentium ad justitias faciendas sciant sibi esse vacandum. Verisimilmente ancora fu prescritto che nelle cause de’ potenti non si venisse alla risoluzione senza informarne prima il principe, vegliante che non fosse fatta soperchieria a chi litigava con loro.

È stato creduto che nella corte dei Re Franchi non si trovasse se non un Conte del sacro Palazzo. Ma tempi furono ne’ quali due se ne contarono. Nell’Epist. XI di Eginardo sotto Lodovico Pio sono mentovati Gebuinus et Ruodbertus Comites Palatii, e d’essi è anche memoria negli Annali de’ Franchi, regnante Lodovico Pio. Altri esempli ha addotto di questo il P. Mabillone contro il Conringio nel lib. II, cap. II, n. 14 de Re Diplom. Il bisogno de’ popoli e le divisioni de’ regni cagion furono d’introdurre più Conti del Palazzo. Ebbero il suo l’Aquitania e la Borgogna, ne’ quali Regni si divise l’Imperio de’ Franchi. Fu parimente in uso questa dignità ne’ Regni di Germania, Inghilterra, Polonia ed Ungheria, e dappertutto tenuta fu in sommo onore. Però anche al Regno d’Italia, da che padroni ne divennero i Re Franchi, dato fu il suo Conte Palatino, sì perché per lo più qui dimorò il particolare suo Re, e sì per risparmiar a questi popoli l’aggravio di portar le cause al centro lontanissimo della Francia. E qual fosse l’autorità di esso Conte, si riconosce da questo, che il popolo di tutto il Regno poteva appellare a lui dai Duchi, Marchesi e Conti; e in qualunque parte del Regno dov’egli si trovasse, con facoltà ordinaria potea giudicar di tutte le cause. Grande fu, siccome vedremo, l’autorità de’ Messi Regali; ma questa era delegata e temporanea, e da essi ancora fu lecito l’appellare al Conte Palatino. Però insigne privilegio fu il conceduto da Carlo il Grosso re a Wibodo vescovo di Parma, come s’ha dall’Ughelli, tomo II dell’Italia Sacra. Habeat (ivi si legge) ipsius Ecclesiae Episcopus licentiam distringendi, definiendi, vel deliberandi, tamquam nostri Comes Palatii, omnes res et familias tam omnium Clericorum, quamque omnium habitantium infra praedictam civitatem Parmae. Così Ottone I Augusto nell’anno 962 concedette ad Uberto vescovo della medesima città, ut sit noster Missus, et habeat potestatem deliberandi, ec., tamquam nostri Comes Palatii. Un simile privilegio impetrarono i vescovi di Asti, Lodi, ed altri. Passiamo ora ad investigare, per quanto si potrà, la serie dei Conti Palatini d’Italia.

In uno strumento di Pistoia spettante all’anno 812 viene enunziato un richiamo, lungo tempo prima fatto tempore Domini Pippini Regis (d’Italia) ad Paulinum Patriarcham, Arnonem Archiepiscopum, Fardulfum Abbatem, et Echerigum Comitem Palatii, vel reliquos loco eorum qui tunc hic in Italia Missi fuerunt, ec. Ecco il primo Conte del Palazzo ch’io abbia trovato in Italia, se pur egli esercitava qui un tale ufizio. Sotto lo stesso Carlo M. la Cronica di Farfa ci fa vedere, Hebroardo Conte del Palazzo, e in placito tenuto nella città di Spoleti nell’anno 814 comparisce Suppone Conte del Palazzo, che precede Guinigiso ed Eccideo duchi. Fors’egli lo stesso è che nell’anno 822 fu da Lodovico Pio creato duca di Spoleti. Siccome abbiamo da Eginardo negli Annali all’anno 823, essendosi portato Lottario figlio di esso Augusto a visitare il padre, quum Imperatori de Justitia in Italia a se partim facta, partim inchoacta fecisset indicium: missus est in Italiam Adalhardus Comes Palatii, jussumque est, ut Mauringum Brixiae Comitem secum assumeret, et inchoatas justitias perficere curaret. Non è chiaro se Adalardo esercitasse in Italia la carica di Conte del Palazzo; ma è ben verisimile che avendo Lodovico Pio ceduto al figlio Lottario il governo del Regno d’Italia, il provvedesse anche di chi sostenesse quel grado. Fu poi nell’anno seguente 824 per la morte di Suppone conferita questo Adalardo il Ducato di Spoleti, dominio di corta durata, perché egli nell’anno stesso cessò di vivere quaggiù. Truovasi poi in un placito tenuto in Lucca, e da me riferito nella Cronica di Casauria, che nell’anno 840 Maurino era Conte del Palazzo. Altre memorie di lui ho io rapportato altrove, e lo reputo lo stesso che Mauringo poco fa da noi veduto Conte di Brescia, il cui nome sia alquanto scorretto negli Annali. Sotto Lodovico II Augusto abbiamo un placito tenuto nell’anno 860 fra Jesi e Camerino per ordine d’esso Imperadore, in cui Hucpoldo Conte del Palazzo fa la principal figura in giudicare. Ma molto prima di quell’anno Hucpoldo sosteneva quell’illustre carica; perciocché in un altro placito tenuto in Pavia nell’anno 851, o pure 852, ch’io ho pubblicato, egli decide una lite, ed è intitolato Hucpaldus Comes Sacri Palatii. Come ho io altrove osservato, si truova anche Arnaldus et Arnoldus, Ermenoldus et Ermenaldus; e così d’altri simili. In un documento di Rodingo vescovo di Firenze, spettante al suddetto anno 852, e rapportato dall’Ughelli nel tomo III dell’Italia Sacra, vien costituita Badessa del Monistero di Santo Andrea Berta Deo devota filia Heupoldi (leggo Hucpoldi ) Comitis Palatii. V’era presente, e sottoscrisse quella carta lo stesso Hucpoldo. Né vo’ tacere un fatto riferito nel Compendio delle Croniche Casinensi, da me dato alla luce nella parte I del tomo II Rer. Ital. pag. 370. Uxor Ludovici II Imperatoris (cioè Angilberga) in Tucbaldum Palatii Comitem post Imperatoris discessum oculos injecit. Trovatolo resistente alle sue voglie, l’accusò al marito Augusto, che troppo credulo corse a far levare di vita il misero Ucpoldo, perché certo di lui si conta questa favola. Ma Andaberta moglie dell’estinto per comprovare l’innocenza di lui alla presenza del medesimo Augusto super duodecim vomeres ignitos nudis pedibus illaesa deambulavit. Perciò l’Imperadore agli eredi di esso Conte Ducatum Liguriae et Tusciae, et in perpetuum Comitatum Mutinensem cum aliis octo Comitatibus concessit. Favole tutte, sapendosi che Angilberga fu principessa di molta pietà, e cara a Lodovico II finché egli visse. Una simile storia o favola vien raccontata da Gotifredo da Viterbo di Maria moglie di Ottone III tentatrice di un Conte di Modena (il che ha qualche relazione col Contado di Modena conceduto agli eredi di Hucpoldo), e fatto morire innocente: tanto erano proclivi i Letterati antichi a bere e spacciar delle favole.

Da un placito Lucchese dell’anno 865, di cui farò menzione alla Dissertazione X, apparisce chi fosse allora Conte del sacro Palazzo, cioè un Giovanni, che in compagnia di Pietro vescovo di Arezzo presedette a quel giudizio. Nell’anno poi 873 e nel seguente, da due placiti vien commemorato Heribaldus Comes sacri Palatii. Questo medesimo personaggio nell’anno avanti è intitolato Vicecomes Palatii: dal che e da altri atti ancora si scorge che il Conte del Palazzo aveva un Vicario, appellato perciò Vicecomes, oggidì Visconte. Nel Concilio tenuto in Pavia l’anno 876 per l’elezione di Carlo Calvo, fra i principi d’Italia si vede registrato Boderadus, o pure Bodradus Comes Palatii; e presso il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza in una donazione dell’anno 899 è menzionato Everardus Comes filius bo. me. Boderadi, qui fuit Comiti Palatino. Sospetto io ch’ivi sia scritto Palatii, perché non era allora in uso il Comes Palatinus. In fatti più di sotto si fa menzione animae quondam bo. me. Boderadi Comiti Palatio. Un bel placito tenuto nell’880 da esso Boderado nella città di Pavia alla presenza di Carlo il Grosso re, e di Aicardo vescovo di Vicenza, non conosciuto dall’Ughelli, ho io dato alla luce, dove troviamo memoria Curtis Ducati nella città di Torino, perché ivi una volta era la residenza di un Duca. Ma onde viene che in un diploma di esso re Carlo del precedente anno 879, esistente nell’archivio de’ Canonici di Reggio, Pertoldus Illustris Comes Palatii è nominato, quando e prima e dopo fu in possesso di quella carica Boderado? Altro non so pensar io, se non che questo Bertoldo fosse Conte del Palazzo per gli Stati di Germania di Carlo il Grosso, e venuto con lui in Italia; o pure che due in questi tempi fossero in Italia i Conti del sacro Palazzo. Regnando poi Guido imperadore, in un privilegio da lui conceduto a Leodoino vescovo di Modena nell’anno 891 si vide riferito Maimfredus Comes Sacri Palatii. Siccome ancora sotto Lamberto Augusto di lui figlio all’anno 897 in un placito tenuto in Firenze comparisce Amedeus Comes Palatii. Due diplomi di Lodovico III imperadore, rapportati dal P. Celestino nella Storia di Bergamo, ci fanno vedere Sigefredo Conte del Palazzo. Ho io pubblicato un bel placito dell’anno 903, tenuto davanti Berengario I re d’Italia, da cui si scorge che Irmengarda Monaca, figlia di Lodovico II Augusto, avea donato a Scamburgia Badessa del Monistero di San Sisto le corti di Guastalla e Luzzara a lei lasciate da Angelberga imperadrice sua madre. Presiede a quell’atto Sigefredus Comes Palacii, et Comes ipsius Comitatus Placentini. Fra’ testimonj s’incontra ivi Adelmanno vescovo di Concordia, che l’Ughelli non conobbe.

Ho io parimente prodotto un diploma del suddetto Berengario divenuto imperadore, con cui nell’anno 917 conferma a Berta sua figlia, Badessa nel Monistero Piacentino di San Sisto, il governo e i beni di quel sacro luogo, avendo di ciò pregato Oldericus illuster Marchio, Sacrique Palatii nostri Comes. Di lui pure si trova menzione in un diploma del 920 per la chiesa di Monza nel tomo IV dell’Italia Sacra. Parimente Liutprando nel lib. II, cap. 15 della sua Storia parla di questo Olderico, con dire che Suevorum sanguine duxerat originem, e che fu di poi ucciso dagli Ungheri. Da che fu creato Ugo re d’Italia, la carica di Conte del Palazzo pervenne a Giselberto, come apparisce da un diploma di esso Re dell’anno 926, conceduto a Guido vescovo di Piacenza, e riferito dal Campi, tomo I della Storia Ecclesiastica di quella città. Viene egli nominato dallo storico Liutprando Gilebertus praedives Comes et strenuus; e da lui ancora sappiamo che Gualberto, potente giudice di Pavia, Razam natam suam Gileberto Comiti Palatii sociaverat. V’ha qualche memoria che a costui in quell’illustre ministero succedesse Sarlione di nazion Borgognona, che divenne poi Duca di Spoleti, per attestato del medesimo Liutprando. Dopo lui il suddetto re Ugo sollevò al grado di Conte del sacro Palazzo Uberto marchese suo figlio bastardo, che già vedemmo anche signore della Toscana. Sotto Ottone il Grande imperadore della suddetta dignità fu investito Oberto marchese, illustre progenitore delle due Estensi linee, cioè della Reale di Brunsuich e della Ducale di Modena, come con varj documenti ho dimostrato nella parte I delle Antichità Estensi. In un diploma di esso Augusto dato alla chiesa d’Asti nell’anno 962, presso l’Ughelli, tomo IV dell’Italia Sacra, egli è chiamato Obsertus sacri Palatii Comes. Ma si deve ivi scrivere Obertus. A me somministrò il chiarissimo P. abbate D. Guido Grandi un bel documento dell’anno 975, tratto dall’archivio archiepiscopale di Pisa. Aveva io ben provato nelle Antichità Estensi che Oberto II ed Adalberto marchesi, da’ quali discende la suddetta Serenissima Casa d’Este, aveano avuto per padre Oberto I marchese; ma non m’era riuscito di trovar documento comprovante che questo Oberto I fosse il Conte del sacro Palazzo, principe che tanta figura fece a’ tempi di Ottone I Augusto. Nello strumento Pisano dell’anno 975 Adalbertus et Obertus germani Marchioni, filii b. m. Oberti Marchionis et Comitis Palatio ricevono a livello una gran copia di beni posti in varie ville del territorio di Pisa, da Alberico vescovo Pisano. Beni tali poi sotto nome di Terra Obertenga nel secolo seguente si veggono confermati da Arrigo III fra gli Augusti a’ suddetti Estensi. Ecco dunque rischiarato questo punto. Per uno strumento di Lucca, accennato dal Fiorentini nella Vita di Matilda, e da Cosimo dalla Rena nella Serie de’ Duchi di Toscana, documento ch’io poi diedi alla luce, sappiamo che il suddetto marchese Oberto I ebbe per padre un Adalberto marchese, il quale certamente fiorì circa l’anno di Cristo DCCCC; giacché Oberto I suo figlio assai vecchio mancò di vita prima dell’anno 975, come consta dal suddetto strumento Pisano. Adunque il padre di esso marchese Oberto I potè essere Adalberto II marchese di Toscana soprannominato il Ricco (il quale finì i suoi giorni nell’anno 916, o 917); del che altre gagliarde conietture io ho addotto nelle suddette Antichità Estensi. Forse un dì qualche altro documento potrà meglio chiarire questo punto.

Ci fa uno strumento dell’anno 979 conoscere Giselberto Conte del Palazzo a’ tempi di Ottone II Augusto. Noi sappiamo da Donizone che Richilda, prima moglie di Bonifazio marchese padre della contessa Matilda, fu figlia di un Giselberto principe.

Marchio Richildam praetaxatus Comitissam,

Quae Giselberti de sanguine Principis exit,

Duxit in uxorem.

Il Fiorentini e il P. Bacchini stimarono che questo Giselberto fosse conte di Lucemburgo. Ma in uno strumento dell’Archivio Estense essa Richilda è chiamata Filia bonae memoriae Giselberti Comes Palatii, e però figlia di un principe Italiano. Così Lanfranco fratello della medesima Richilda in un documento dell’anno 1017 si truova fregiato col titolo di Conte del Palazzo. Un insigne placito tenuto in Roma nell’anno 983, da me dato alla luce, che belle notizie contiene di personaggi di quel tempo, fa anche menzione di un Sergio Conte del Palazzo. Ma secondo le apparenze questo fu un magistrato della Corte Pontifizia. Anche in quella dei Principi di Benevento si truova un particolar Conte del Palazzo: del che ho io addotte le pruove. Ora fra i Conti del sacro Palazzo d’Italia s’ha da annoverare Ardoinus Comes Palacii, da cui tenuto fu un placito nel territorio di Brescia l’anno 996. Parimente all’anno 1001 da un diploma di Ottone III imperadore, e da un placito, da me dati alla luce, si ricava che allora godea la carica di Conte del Palazzo un Ottone nipote di Pietro vescovo di Como. E ch’egli continuasse ad essere tale anche nell’anno 1017, si pruova con uno strumento dell’archivio de’ Canonici di Modena, da lui sottoscritto. Più oltre non son io passato nella ricerca de’ Conti del Palazzo. Ministri tali ordinariamente faceano la loro residenza in Pavia, dov’era il palazzo dei Re d’Italia. Fors’anche reggevano quella provincia coll’autorità che altri duchi o marchesi governavano il paese loro assegnato. Pietro Diacono nella Cronica Casinense, lib. IV, cap. 18, fa menzione di una Berta figlia Compalatii Ticinensis: e però il Du-Cange introdusse questo vocabolo nel suo Glossario. Ma intendiamo che quello Storico dovette scrivere Filia Com. Palatii, cioè Comitis Palatii Ticinensis. Non si usava già di aggiugnervi quel Ticinensis. Ma perché anche i Principi Beneventani, siccome testè accennammo aveano il loro Conte del Palazzo, perciò stimò Pietro Diacono di dover identificare quello del palazzo dei Re d’Italia.

Passiamo ora a considerar le umane vicende da che dopo il mille cominciarono, siccome diremo a suo tempo, le città di Lombardia e d’altre parti d’Italia ad alzare il capo per mettersi in libertà; a poco a poco andò calando l’autorità de’ Ministri Imperiali, e toccò appunto questa disavventura ai Conti del Palazzo. Risedevano essi nel palazzo regale di Pavia. Furono cacciati di là dai Pavesi, e si ricoverarono a Lomello, terra riguardevole, onde prese il nome la provincia sommamente fertile di grani appellata Lomellina, che dovea essere di lor particolare dominio. Ma crescendo ne’ Pavesi l’animosità e la voglia di, slargare le fimbrie, occuparono quella provincia, smantellarono la terra, e costrinsero il Conte a dismettere il suo ministero, e secondo l’uso di allora a farsi cittadino e suddito della loro città. Odasi Guntero, poeta molto commendabile, che fiorì negli ultimi anni di Federigo I Augusto, e nel lib. III del suo poema fa menzione del Conte Palatino, già residente nella terra di Lomello, con dire:

Aspice quam turpi Lunelli nobile Castrum,

Atque Palatini sedem, fidosque penates

Verterat illa (Pavia) dolo Comitem civesque vocabat,

ec.

S’ha da scrivere Lumelli. Qual fosse la giurisdizione di esso Conte in addietro, s’ha dai seguenti versi:

Et nunc iste Comes, consors et conscius Aulae,

Ille potens Princeps sub quo Romana securis

Italiae punire reos de more vetusto

Debuit, injustae victrici cogitur Urbi

Ut modicus servire cliens, nulloque relicto

Jure sibi Dominae metuit mandata superbae.

Aggiugniamo qui le parole di un nobilissimo storico del secolo XII, cioè di Ottone vescovo di Frisinga, da cui Guntero prese buona parte del suo capitale. Introduce egli nel lib. II, cap. 18 de Gest. Friderici I Tortona che si lagna delle soperchierie di Pavia con queste parole: Te ipsam non respicis quae Lunellum (scrivi Lumellum) Imperiale oppidum magna et robusta equitum manu stipatum, Palatini Comitis tui habitatinem inclytum, ec., ad Solum usque prosternere non timueris. Factus est ille INTER ITALIAE PROCERES NOBILISSIMUS inquilinus tuus, qui debuit esse DOMINUS. Reddit tibi nunc vectigal, cui tu Principis vicem gerenti vectigal solvere solebas. Videat Princeps, et animadvertat qua honestate, sui, Imperiique honore ipsius lateri judicium de ITALIS laturus assideat. Ci fanno parole tali intendere che insigne carica fosse una volta il Conte del Palazzo, vicario in Italia degl’imperadori, e che dimorando nel palazzo di Pavia, stendea la sua giurisdizione sopra tutte quelle parti dell’Italia che dipendevano dall’Imperio. Cessò tal dignità, e sorsero in sua vece Conti Palatini delle particolari provincie. Nel Regno di Napoli sotto i principi Normanni furono in molto credito i Conti di Lauretello, i quali si truovano intitolati Comites Palatii. Anche la Toscana ebbe il suo Conte Palatino nel secolo XIII. Presso l’Ughelli nel tomo III dell’Italia Sacra si fa menzione Aldrobandini de Soana, Dei providentia in Tuscia Comitis Palatini. Il suo titolo era questo: Ego Ildebrandinus Comes Dei gratia Palatinus filius quondam bo. me. Comitis Willelmi Tusciae Comitis Palatini. Avolo suo probabilmente fu Ildebrando Conte Palatino, una concessione del quale, spettante all’anno 1213, ho io rapportato. Resta, ancora un’investitura della città di Grosseto data da Federigo II imperadore nell’anno 1221. Parimente ebbero il titolo di Conti Palatini i potenti una volta Conti Guidi, e i Conti Alberti di Prata, e i Conti Venerosi. Ho io rapportato e rimesso all’altrui esame un diploma di Arrigo VI Augusto dell’anno 1195, in cui investisce Venerosum filium Brandalixi Comitis Palatini de Venerosis de Ripa Insulae Suzariae et Bardinae, et quartae partis totius civitatis Veronae. Strana cosa è il vedere investito questo Conte della quarta parte di Verona. Per altro non si può negare che ne’ vecchi tempi i Conti Venerosi godessero il titolo di Conti Palatini, e almeno il privilegio faciendi filios legitimos, et filios adoptivos, et Judices ordinarios (cioè dottori di leggi) et Notarios. In una carta dell’anno 1290 ho io veduto che Bartoloto de’ Venerosi, filius quondam Domini Petri Venerosi Comitis Palatini de Ripa, creò un notajo. Questo medesimo titolo ed autorità conferirono poscia i susseguenti Imperadori ad assaissime persone, ed altrettanto fecero anche i Romani Pontefici; di maniera, che oggidì come avvilito si truova in troppo bassa fortuna. Può recare meraviglia il vedere ch’essi Augusti in crear tali Conti gl’intitolavano Sacri Lateranensis Palatii Comites, anzi Sacri nostri Lateranensis Palatii et Aulae nostrae Romanae Comites. E Castruccio duca di Lucca nell’anno 1328 da Lodovico il Bavaro fu creato Comes Palatii Lateranensis. Niun diritto restava più ai Cesari in que’ tempi sopra Roma, onde potessero far valere sì fatti titoli. E ciò sia detto degli antichi Conti del Palazzo, de’ quali appena resta un’ombra ne’ Conti Palatini de’ nostri dì, quantunque alcuni di essi possano per un prosciutto concedere la laurea dottorale, e creare dei notaj, dove loro è permesso.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011