Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE V

Dei Duchi e Principi antichi d’Italia.

Dopo l’imperiale e regal dignità, anche una volta sommamente riguardevole fu quella dei Duci o Duchi. Non v’ha dubbio che questa, al pari di quella degl’imperadori, ebbe l’origine sua dalla milizia; perché tal nome si dava ai Generali di armata. Anche sotto l’Imperio Romano noi troviamo i Duchi, e di molti fa menzione la Notizia dell’uno e dell’altro Imperio, illustrata da Guido Panciroli; e questi compariscono come governatori di qualche provincia, e comandanti dell’armi in que’ governi. Ma nel Codice Teodosiano al lib. VI, tit. 26 merita d’essere considerata la legge XIII di Teodosio juniore Augusto data nell’anno 497, dove son queste parole: Immunitatem tribuimus his, quos post emeritam in armis militiam, ad honorem Ductus nostrae Serenitatis provexit judicium. Pare che da questa legge e da altre dello stesso Codice si possa dedurre, essere stato in uso il decorare del titolo di Duca chi lungo tempo s’era esercitato nella milizia, e che questi tali passassero a godersi in pace questa dignità nella corte imperatoria. San Fulgenzio nell’Omilia LVI scrive: Ante carrucam Imperatoris praecedunt Metatores, Palatizi, Protectores, Tribuni, Duces et Comites. Io nulla intorno a ciò determino, e mi ristringo a dire che in esso Codice un’altra legge dell’anno suddetto, cioè la LXVI, lib. VIII, tit. 6, ci fa vedere Duces Provinciarum, e che questo uso e tal dignità si continuò sotto i Re Longobardi, Franchi e Tedeschi. Siccome accennai nelle Antichità Estensi, cap. V, v’era in que’ tempi de’ Duchi minori e de’ maggiori. Comandavano i primi ad una città, gli altri ad una provincia. Paolo Diacono (lib. IV, cap. 3) rammenta Minulfo Ducem de Insula Sancti Julii; ci fa vedere alcuni Duchi di Trento; Zangrulfo Ducem Veronensem; Gaidolfo Duca di Bergamo, il quale in civitate sua Pergamo, rebellans contra Regem, se communivit. Sotto il re Liutprando ci comparisce Guidoaldus Brixianus Dux, e Peredeus Vincentinus Dux, ribellatosi anche al Re Dux Ulfari apud Tarvisium. Finalmente per testimonianza di esso Storico, Romani habentes in capite Agathonem Perusinorum Ducem, venerunt ut Bononiam comprehenderent. Secondo le apparenze questo Duca era stato posto in Perugia dai Greci Augusti per difenderla dai Longobardi. Notissima cosa è che dopo d’essere stati uccisi Alboino e Clefo regi, la nazion Longobarda istituì trenta Duci, che governassero il Regno. Per dieci anni durò il loro governo. Ma conosciuta la necessità di avere un re che mantenesse l’unione fra tante teste, fu nell’anno 576 eletto re Autari; ed allora fu che Duces omnes substantiarum suarum (cioè de’ loro proventi) medietatem Regalibus usibus tribuerunt, ut esse posset, unde Rex ipse, sive qui ei adhererent, ejusque obsequiis per diversa officia dediti, alerentur. E però sembra che seguitassero tuttavia i Duchi a governare una sola città. S’io non m’inganno, dall’abitazione e palazzo di questi Duchi, appellato allora Corte provenne la denominazione Curtis Ducis, che le antiche memorie ci fan vedere in alcune città. Uno strumento Veronese dell’anno 921, rapportato dall’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra, è mentovata Casa infra civitatem Veronam prope Curtem Ducis. In un altro della città di Asti dell’anno 880, che si legge nel tomo IV d’essa Italia Sacra, leggiamo: Dum resideret Buderico Vicecomes in Niello (s’ha da scrivere Mallo) publico in Curte Ducatus civitate Astense. Anche in Lucca si truova Curtis Ducis, come si vedrà nella Dissertazione IX, dei Messi. Il perché durando in Milano il nome di Corduso, che io nelle Antichità Estensi credei derivato da Curia Ducis, per aver creduto a Galvano Fiamma, il quale nel Manip. Flor. scrive: ubi usque hodie Curia Ducis, sive vulgo Cordusium dicitur; ora credo più tosto nato quel nome da Curtis Ducis. Anche il palazzo del Re era appellato Curtis Regis, come consta dalle antiche memorie. Che anche nella Francia i Duchi esercitassero l’ufizio di giudici, e insieme quello dell’armi, lo fa conoscere Venanzio Fortunato, dove scrive di Lupo duce:

Bella moves armis, jura quiete regis.

Fultus utrisque bonis, hinc armis, legibus illinc.

La menzione fatta di sopra di Minulfo Duca dell’Isola di San Giulio ci conduce a ravvisare che anticamente vi furono anche dei Duchi che comandavano a luoghi non insigniti col nome di città. Sicome apparirà dalla Dissertazione LXVII, anche nel secolo VIII si truova un Giovanni Duca, il quale nell’anno 772 vendè alcuni poderi ad Anselberga, badessa di Santa Giulia di Brescia, come apparisce da uno strumento esistente nell’archivio de’ Monaci Benedettini di Reggio. Da chi fece l’Indice delle pergamene del celebre Monistero Nonantolano, situato nel territorio Modenese, egli è chiamato Dux Persiceti et Pontis Ducis: non so per qual ragione. Certo è che in Ravenna si contavano una volta varj personaggi decorati col titolo di Duca. Nell’archivio Estense si truova copia della donazione fatta nell’anno 896 da Ingelarda Contessa, figlia di Apaldo Conte del Palazzo, a Pietro diacono della chiesa di Ravenna. Fa essa menzione quondam Martini glorioso Duci, et soavissimi viri mei; e parimente quondam bonae memorie Gregorio socero meo. Parla di beni posti in Faventino Territorio et Ducatu; e d’altri in Territorio Liviense Plebe Sancti Pauli Ducati Traversariae; ovvero in Comitatu Comiaclo, et in Territorio et Docato ejus. Si sottoscrivono Natalis Dei pietate Dux, Petrus divino nutu, Dux et Judex. Girolamo Rossi nella Storia di Ravenna fa menzione d’altri Duchi esistenti in quella città; e San Romualdo si sa che fu figlio di Sergio Duca. E che fosse ereditario in quella casa il titolo di Duca, assai lo dimostra San Pier Damiano, essendo quel santo abate da lui appellato Ravennae civitatis oriundus ex illustrissima Ducum stirpe progenitus. La villa di Traversara quella era, onde prendevano il titolo suddetto que’ personaggi; perciocché da due pergamene del poco fa nominato archivio Estense si scorge che anche nell’anno 1197 Traversara riteneva il nome di Ducato, di cui era padrona la celebre famiglia Ravegnana di Traversara. Fra i suddetti Duchi minori sono da annoverare quei della città e territorio Romano, che s’incontrano presso Anastasio Bibliotecario, e negli strumenti de’ secoli VIII, IX, X e XI. Ad uno d’essi del Monistero di Subbiaco, scritto a’ tempi di papa Giovanni X, intervennero come testimonj Leone, Romano, Silvestro, Nicolao e Bosone, distinti ciascuno col titolo di Duca, e chiamati a quell’atto da Sergio Duca. Nella Cronica Farfense abbiamo un placito dell’anno 1015, dove Romano, fratello di papa Benedetto VIII, è intitolato Romanus Consul et Dux, et omnium Romanorum Senator. In altri due documenti della Badia di Subbiaco, da me dati alla luce e pertinenti agli anni 952 e 956, si truovano nominati Gratianus in Dei nomine Consul et Dux, Georgius Consul et Dux: titolo dato anche a Silvestro che ivi è testimonio.

Tralascio altri simili Duchi della città e de’ contorni di Roma, che s’incontrano nella Cronica Farfense e in altri documenti. Chi s’applicasse in Roma a consultar tante carte che ivi nascoste si conservano negli archivi, ci potrebbe probabilmente istruire se que’ Duchi governassero qualche città del Ducato Romano, o pure se esercitassero solamente qualche ministero di spada o toga. Non altro dirò io, se non che in uno strumento dell’anno 990, riferito nell’Opera ms. De Sacros. Sudario da Jacopo Grimaldi, comparisce Guido vir nobilis, neptus Pontificis et Dux Ariciensis, cioè, s’io mal non mi appongo, della Riccia. Così nella Vita di San Nilo Calabrese, tomo VI Vet. Script. del P. Martene, si truova Gregorius Dux Dominus Tusculani. Furono anche soliti gli Augusti Greci di mettere nelle città e provincie Italiane, che s’erano salvate dal furore de’ Longobardi, un governatore con titolo di Duca. La lettera I del lib. I di San Gregorio Magno è scritta Godiscalco Duci Campaniae. La LVII d’esso libro è indirizzata Arsicino (o più tosto Ursicino) Duci, Clero et Plebi Ariminiensis civitatis; e la X del lib. XIV Goduino Duci Neapolis. Vedemmo anche presso Anastasio Bibliotecario Agatone duca della città di Perugia; e da lui medesimamente vien commemorato circa l’anno 730 Toto Dux Nepesinae civitatis, cioè di Nepi. Sicché in Italia v’erano allora Duchi di provincia e Duchi di una sola città. Nella Francia in que’ tempi pare che solamente si usassero i Duchi provinciali. E questo sia detto de’ Duchi minori.

Vegniamo ai Duchi maggiori de’ tempi Longobardici, l’autorità de’ quali si stendeva sopra un’intera provincia. Di tali Duchi non più che due credo io che si contassero allora nel Regno d’Italia, cioè quei di Benevento e Spoleti. Perché si trovavano que’ paesi circondati dalle città e fortezze de’ Greci che tuttavia signoreggiavano nel Littorale del Regno ora di Napoli, e nel Ducato Romano e nell’Esarcato di Ravenna, la onde quasi continue erano le guerre fra’ Greci e Longobardi: perciò ai Duchi di Benevento e Spoleti, tuttoché sottoposti alla sovranità del Re della Longobardia, fu conceduta più ampia autorità e balía, per potere resistere ai nemici. E però que’ due nobilissimi Ducati si soleano conferire agli stessi parenti dei Re. Maggiore nondimeno dell’altro e di più potenza fu il Beneventano, Ho io altre volte creduto che coi due Ducati suddetti avesse origine sul principio ancor quel del Friuli, a ciò indotto da Paolo Diacono, che ci dà la serie di que’ Duchi continuata sotto i Longobardi al pari di quei di Benevento e Spoleti. Ma fatti meglio i conti, ora tengo che essi Duchi non altra signoria godessero, che quella del Foro di Giulio, città che oggidì si chiama Cividal di Firiuli, e delle terre e castella da essa dipendenti; e che niuna autorità a lui competesse su le città di Trivigi, Padova, Vicenza, ec., perché a queste comandava il loro proprio Duca. Solamente dappoiché Carlo M. conquistò il Regno d'Italia, fu da lui istituita la Marca del Friuli, e al governatore di essa conferito il titolo di Duca e poi di Marchese. Abbracciava questa Marca le circonvicine città, acciocché colle loro forze unite potesse quel principe resistere ai Greci, Sclavi ed Avari, confinanti al Friuli. Fu poi essa col tempo appellata anche Marca di Trivigi, e Marca di Verona, perché in quelle città fissarono i Marchesi la loro residenza. Anzi per accrescere la forza d’essi Marchesi si costumò di sottoporre ad essi anche il Ducato della Carintia. Come s’ha dagli Annali de’ Franchi all’anno 819, sotto Lodovico Pio, cum Baldricus Dux (del Friuli) in Carantanorum regionem, quae ad ipsius curam pertinebat, fuisset ingressus. Ho io pubblicato un placito dell’anno 1017, ricavato dal Registro del nobilissimo Monistero di San Zacheria di Venezia, dove si legge: Dum in Dei nomine in Comitatu Tervisaniense, in villa Axillo de subtus, per ejus data licentia, in judicio resideret Donus Adelpeyro Dux istius Marchiae Carentanorum, ec. S’ha da leggere istius Marchae et Carantanorum, essendo certo che Adelberone governò l’una e altra Marca o sia Ducato. Berengario I, che fu poscia re d’Italia ed imperador de’ Romani, siccome ancora Eberardo suo padre, ed Unroco suo fratello, ressero il Ducato del Friuli, ed usarono il titolo di Duchi, siccome vedremo alla Dissertazione XXII. E questo a noi basti per ora del ducato o sia Marca del Friuli.

Torniamo ora al Ducato di Spoleti, sommamente riguardevole nel Regno d’Italia, talmente che nell’anno 851 quel Duca era chiamato con titolo magnifico gloriosus et summus Dux gentis Langobardorum in Spoletis, come consta da un placito rapportato dal P. Mabillone negli Annali Benedettini. Di esso Ducato hanno ampiamente trattato il conte Bernardino Campelli nella Storia di Spoleti, e Pompeo Compagnoni nella Regia Picena. È da osservare che Carlomanno re in un privilegio conceduto ai Monaci di Casauria, e riferito nella parte II del tomo II Rerum Italic. pag. 812 ed 817, nomina all’anno 877 ambos Spoletanos Ducatus. E ciò perché s’era diviso quel Ducato nel di qua e nel di là dell’Appennino, e vi comandavano allora Guido e Lamberto amendue duchi di Spoleti. Il di qua divenne poi Ducato di Camerino, e poscia Marca di Fermo e Marca di Ancona. Il Fiorentini nella Vita della contessa Matilda giudicò che questa principessa signoreggiasse il Ducato di Spoleti, e insieme la Marca suddetta, ma senza poterne addurre pruova. Ho io tratta dal Registro di Cencio Camerario e pubblicata una bolla di Onorio III papa dell’anno 1221, che tratta della ricupera delle terre e castella di essa Contessa; da cui apparisce avere ella posseduto Spoleti, Narni, Terni, Todi, Foligno, Perugia, Assisi, Nocera, ed altre città e luoghi di quella contrada e della Marca di Ancona.

Più riguardevole del Ducato di Spoleti dicemmo essere stato il Beneventano, sì per la sua grande estensione, intorno alla quale è da vedere un Trattato dell’ingegnoso Camillo Pellegrini, come per alcune altre particolari prerogative sue. Certo è che i Duchi di Benevento riconoscevano per loro signore il Re de’ Longobardi. Ma da che Desiderio, ultimo re di quella nazione, cadde insieme col Regno sotto la potenza di Carlo Magno, Arichis o sia Arigiso duca di Benevento, non credendosi obbligato a ricevere per suo sovrano chi niuna ragione avea sopra di lui, alzò la testa, e prese il titolo di Principe, cioè di Re senza usare il nome di Re, come c’insegna Erchemperto storico di quelle parti. Ma non poteano le forze sue competere con quelle di un Carlo padrone della Francia, di gran parte della Germania ed anche della Lombardia. Gli convenne dunque di accordarsi col Re novello, conservando nondimeno i suoi diritti, legati da una lieve servitù. Grimoaldo suo figlio non volle stare a’ patti, e ne nacque gran guerra, a cui diede fine col rendersi solamente tributario al Re d’Italia, e promettere di pagargli annualmente settemila soldi d’oro. Non si può perciò negare che quel Ducato continuasse ad essere porzione del Regno Italico; ed Eginardo nella Vita di Carlo Magno, e gli editti di quel grande Imperadore attestano che anche i principi di Benevento entravano fra le conquiste de’ Franchi. Riconobbero essi questa medesima sovranità in Lodovico II Augusto, allorché nell’anno 851 egli partì il Ducato Beneventano fra due contendenti, cioè fra Radelchi e Siconolfo. Per altro larga misura di signoria e una quasi indipendenza fu lasciata a que’ principi, affinché non si gittassero in braccio ai Greci confinanti, siccome talvolta avvenne, allorché non poterono di meno, o gli Augusti di Occidente troppo vollero esigere da essi. Sostennero i medesimi anche lungamente il decoro della nazion Longobarda con intitolarsi Gentis Langobardorum Principes. Nella Cronica del Monistero di Volturno noi abbiamo un diploma di Landolfo ed Atenolfo principi di Benevento, i quali s’intitolano Antypati et Patricii, nomi significanti due delle principali dignità che si conferivano dai Greci Imperadori a chi li riconosceva per sovrani. Nella stessa maniera anche Guaimario I principe di Salerno, come consta da un suo diploma esistente nell’archivio del Monistero della Cava, e scritto nell’anno 899, s’intitola Waimarius Princeps et Imperialis Patritius. Portava il titolo di Patrizio; e da chi conferitogli? Lo dic’egli colle seguenti parole: Quia concessum est mihi a Sanctissimis et piissimis Imperatoribus Leone et Alexandro per berbum et firmissimum Praeceptum Bulla aurea sigillatum integram sortem Beneventanae Provinciae, sicut divisum est inter Sichenolfum et Radelchisum Principem, ut liceat ne exinde facere quod voluero, sicut antecessores mei omnes Principes fecerunt. Degne son di osservazione queste pregnanti parole per intendere cosa fossero una volta i Principi Patrizj. A riserva del supremo dominio ch’essi riconoscevano nell’Imperadore, godevano essi tutte le regalie, con ritenere tutto l’esercizio dell’autorità principesca, talmente che diveniva una specie di sovranità, sottoposta nondimeno alla maggiore degli Augusti: del che abbiamo anche oggidì tanti esempli in Germania ed anche in Italia. Il perché gl’Imperadori di Occidente e i Re d’Italia ne’ loro editti ordinariamente non vi comprendevano i Principati di Benevento e Salerno; e que’ Principati passavano per successione, e non per elezione, ne’ figli; ed uso loro fu di nominare Sacro Palazzo la corte loro ad imitazion dei monarchi, come apparisce dai loro diplomi, anche da me dati alla luce. Stile ancora fu dei vescovi ed abbati di farsi confermare da que’ principi i loro Beni, nella stessa guisa che nel resto del Regno Italico gli altri ciò impetravano dai Re o dagli Augusti signoreggianti. Ma da che prevalsero le forze degl’Imperadori Germanici nel Regno chiamato oggidì di Napoli, noi troviamo che gli Ecclesiastici anche da essi cercavano la conferma dei loro diritti e poderi: il che consta dai diplomi di Ottone II ed Arrigo I fra gli Augusti, per tacere degli altri. E questo sia detto de’ Principati di Benevento e Salerno, dell’ultimo de’ quali diviso si formò col tempo quello di Capoa, i cui principi per lo più s’intitolavano Conti.

Celebre parimente fu in quelle parti il Ducato di Napoli. Mai non riuscì ai Re e Principi Longobardi, né agli Augusti Franchi, né ai primi Imperadori Tedeschi di sottomettere al loro dominio quella nobilissima ed antica città. Era ivi eletto dal popolo il suo Duca, dipendente per lo più dalla sovranità de’ Greci Augusti. Trovansi i Rettori di Napoli appellati anche Magistri Militi, o pure intitolati Consoli; e talvolta s’univano in loro tutti questi titoli. Fin dopo il mille durò la signoria dei Duchi di Napoli. I Normanni fecero poi mutare faccia al sistema di quelle contrade. In oltre fu assai rinomato ne’ vecchi tempi il Ducato di Amalfi, del quale ho io pubblicata una cronichetta. La mercatura e il commerzio per mare renderono assai dovizioso quel popolo. Anche Sorrento e Gaeta ebbero i loro principi, chiamati Duchi; ma si videro talvolta forzati a cedere alla fortuna de’ più potenti. Perciò nell’anno 1051, come si ricava da un diploma del Monistero della Cava, Guaimario IV principe di Salerno s’intitola ancora Dux Amalphis et Surrenti. Ma tutti que’ Principati rimasero in fine assorbiti dalle forze de’ Normanni: del che parlano le storie, ed alcune memorie da me date alla luce. Erano bensì coloro Duchi di una sola città, ma con autorità principesca la governavano, riconoscendo solamente per loro sovrani gl’Imperadori di Oriente.

Ci chiama ora il Ducato della Toscana. Francesco Maria Fiorentini e Cosimo dalla Rena, giudiziosi scrittori, furono di opinione che al pari di Benevento e Spoleti anche la Toscana divenisse Ducato sotto i re Longobardi. Non so io concorrere nel loro parere. Perché Fredegario ne la Cronica ci fa vedere nel secolo VII Tasonem Ducem Provinciae Tuscanae, non si può inferire, con certezza che costui comandasse a tutta la Toscana, potendo significar quelle parole ch’egli era uno dei Duchi della provincia della Toscana, e non già governatore di tutta la Toscana. Ci fan quegli autori vedere in essa Allonisimo, Walperto, Oberto, Alberto e Tachiperto, che prima dell’anno 800 erano fregiati col titolo Ducale, e poscia Alone, Wicheramo, Bonifazio I e Bonifazio II suo figlio parimente chiamati Duchi in quee contrade, con credere perciò che tutta la Toscana fosse al loro governo sottoposta. Ma da che abbiamo veduto che anticamente v’erano Duchi non d’altro governatori che di una sola città, nulla si può conchiudere da quella enunziativa; e resta verisimile che coloro reggessero la sola città di Lucca, perché solamente negli strumenti di quella città si truova il lor nome. In uno ch’io ho riferito, preso dall’insigne archivio dell’Arcivescovo di Lucca, è fatta nell’anno 713 menzione Domni Walperti Duci nostro civitatis nostrae. Non è costui chiamato Duca della Toscana, ma bensì Duca della nostra città, cioè di Lucca. Né giova il dire col Fiorentini che Lucca era capo della Toscana, e chi dicea Duca di Lucca veniva a dire Duca di quella provincia, siccome si usava per li Duchi di Benevento e Spoleti. Imperciocché gli antichi chiamarono bensì la provincia di Benevento e di Spoleti, ma non mai la provincia di Lucca. Conietturò il Fiorentini suddetto, e tennero per certo Cosimo della Rena e il Padre Pagi, che Desiderio, ultimo re de’ Longobardi, prima di giugnere nell’anno 756 al trono, fosse Duca della Toscana; ma senza addurre buone pruove. Secondo la Cronica del Dandolo, Desiderio, qui Dux Itriae erat, auxilio Papae factus est Rex Longobardorum. Certamente se anche la Toscana fu anticamente eretta in Ducato, non si sa intendere perché Paolo Diacono, sì esatto in riferire la serie dei Duchi di Benevento, Spoleti e Friuli, nulla mai parlasse di quei della Toscana, anch’essa sì riguardevole provincia. Ma si aggiugne che nella lettera LX del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I circa l’anno 776, vien nominato Reginaldo (noi ora diciamo Rinaldo) qui nunc in Clusina civitate Dux esse videtur. Chiusi, come ognun sa, è in Toscana. E nella LXXIV Gundibrandus Dux civitatis Florentinae. Adunque non uno, ma più Duchi avea la Toscana nel secolo VIII. Ma che nel susseguente fosse formato di quella provincia un Ducato, non se ne può dubitare. Forse n’ebbe di tutta il governo Bonifazio II, perché nella spedizione da lui fatta contro i corsari d’Affrica, narrata dagli Annali dei Franchi, sembra aver comandato Tusciae Comitibus. E il vedere chiamati allora Conti gli altri governatori di quella provincia, e non più Duchi, porge anch’esso qualche indizio di mutazione in quelle parti seguíta. Egli è poi certo che gli Adalberti I e II, da’ quali, secondo le conietture da me recate nella parte I delle Antichità Estensi, pare discesa la Serenissima Casa d’Este, che poi si diramò nella Regale di Brunsuich, furono Duchi e Marchesi di tutta la Toscana, e così i lor successori. Truovasi negli antichi documenti da me accennati il suddetto Adalberto II, ora nominato Conte, perché governatore di Lucca, ed ora Duca, ora Marchese, perché soprintendente alla Toscana tutta. Che Lucca fosse tenuta per capo di quella provincia, l’ho osservato in uno strumento delle suddette Antichità Estensi. Ma Liutprando storico nel lib. III, cap. 4 nomina Pisam, quae est Tusciae Provinciae caput: e ciò perché i Duchi risiedevano ora in Lucca ed ora in Pisa.

Resta che facciamo memoria anche del Ducato di Venezia, antichissimo al pari d’ogni altro in Italia, ma non del Regno d’Italia, perché non mai sottoposto a questi Re, né agl’Imperadori Franchi e Germanici. Ciò apparisce dai patti stabiliti fra essi Monarchi e i Duchi, appellati ora Dogi di Venezia, come di sopra accennammo nella Dissertazione II. Andrea Dandolo, riferendo la pace seguíta fra Carlo M. Augusto e l’Imperador de’ Greci, con ragione scrisse: Per hoc quippe decretum Carolus approbans, quod cum Nicephoro actum fuerat, Novam Venetiam a se abdicavit, permittens Venetos amodo per totum Occidentale Imperium terras suas possidere, et illis immunitatibus gaudere, quibus sub Graecorum universali Imperio gaudere soliti erant. Che poi qualche dipendenza, almeno di protezione, avessero i Dogi di Venezia dai Greci Augusti, troppo è verisimile; perché trovandosi i Veneti in mezzo a due potenze, cioè de’ Greci dall’una parte e dei Re Longobardi, e poi degl’Imperadori Franchi dall’altra, tutte sempre vogliose d’ingoiare i vicini o di ricuperare il perduto, non avrebbe potuto sostenersi un picciolo popolo in una intiera libertà. Allorché nell’anno 726 Ravenna fu occupata dai Longobardi, Gregorio II papa in una lettera, rapportata dal Dandolo e dal cardinale Baronio, comandò Urso Duci Venetiarum di accorrere con tutte le sue forze per levar di mano ai nemici quella città. Non con altro titolo potè quel Pontefice inviare tal ordine, se non per balía a lui data dal Greco Augusto per sostentare gli Stati dell’Imperio in Italia. Per qualche tempo cessò in Venezia il titolo di Doge, e il rettore di quella Repubblica fu nominato Magister Militum, cioè Generale d’armata, o comandante dell’armi. Uno di questi fu Giuliano nell’anno 740, di cui così scrive il Dandolo, lib. VII, cap. 7 della sua Cronica: Hic ex munificentia Imperiali Hypatus, idest Consul Imperialis jam factus, hunc honorem promeruit obtinere. Così Deus dedit dopo pochi anni Imperialis Hypati honore fungebatur. Lo stesso è narrato di Maurizio e d’altri successori. Altro Augusto non v’era allora che il Greco, e il nome di Hypatus senza dubbio era da lui conferito. A questo convien riferire ciò che ha Francesco Sansovino nella Venezia illustrata, stampata in essa città nel 1604. Racconta egli di aver avuto sotto gli occhi l’esame de’ testimonj, fatto per ordine dell’imperador Carlo M. nell’anno 804 da Izzone (forse Azzone) Cadaloo e Aione Conti, mandati in Istria a cagion delle estorsioni delle quali era accusato Giovanni duca di quella provincia. Ab antiquo tempore (diceano quegl’Istriani) dum fuimus sub potestate Graecorum Imperii (erano essi passati sotto il dominio di Carlo) habuerunt parentes nostri Consuetudinem habendi actus Tribunati, Domesticos, seu Vicarios, nec non Lociservatores; et per ipsos honores ambulabant ad communionem, et sedebant in consessu unusquisque pro suo honore. Et qui volebat meliorem honorem habere de Tribuno, ambulabat ad IMPERIUM (cioè all’Imperador de’ Greci) qui illum ordinabat HYPATUM. Tunc ille qui Imperialis erat Hypatus, in omni loco secundum illum, Magistratum Militum praecedebat.

Da tali parole si può prendere lume per intendere qual fosse l’antico sistema di Venezia. In fatti scrive il Dandolo nel lib. VII, cap. 23: Nicephorus Orientale Imperium suscepit anno Dom. DCCCIII. Hic Nuntios Carolo misit, et cum eo foedus iniit. In hoc foedere, seu decreto, nominatim firmatum est, quod Venetiae urbes, et maritimae Dalmatiae, quae in devotione Imperii illibatae perstiterunt, ab Imperio Occidentali nequaquam debeant molestari, invadi, vel minorari. Sotto i Greci Augusti era al certo la Dalmazia; adunque anche l’altre città. E tuttoché Pippino re d’Italia negli anni 809 e 810 facesse un’invasione colà, pure per attestato degli Annali de’ Franchi Niciforo Venetiam reddidit; non già la provincia anticamente chiamata Venezia, perché questa restò sempre all’Imperador di Occidente, ma bensì la città. Per conseguente, secondo il suddetto Dandolo, Niceta, patrizio e generale della flotta de’ Greci, Venetias accedens, Obelerio Duci Spatarii titulum ea Imperiali largitione gratiose concessit. E il successore Angelo doge mandò a Costantinopoli uno de’ suoi figli, qui ab Imperatore Leone honorem Hypati, seu Imperialis Consulis, obtinuit. Così nell’anno 840 venuto a Venezia Teodoro patrizio Greco, Imperiali nomine Petrum Ducem Spatarium Imperii constituit, et Venetos requisivit, ut contra Saracenos apparatum bellicum mittere velociter procurarent. E nell’anno 880 Ursus Dux Venetorum per Aprocrisarios Basilii Imperatoris Protospatarius effectus, magni ponderis campanas Imperatori delegavit. Grande al certo in que’ secoli ancora fu l’autorità dei Dogi Veneti, ed una spezie di autocrazia in essi, perché formavano patti coi Re d’Italia e con gl’Imperadori di Occidente; mantenevano armata navale; facevano guerre a loro arbitrio; ebbero il nome di Palazzo e di Camera: indizj di sovranità. Ed essendo poi calata la potenza de’ Greci, più non ebbe Venezia dipendenza alcuna da quegli Augusti. Anzi sul fine del secolo X, per attestato di San Pier Damiano nella Vita di San Romoaldo, al cap. V, Pietro Orseolo doge di Venezia Dalmatici Regni adeptus est Principatum. In uno strumento, da me dato alla luce, dell’anno 1017, Ottone Orseolo, parimente doge, si vede intitolato Dux Veneticorum ac Dalmaticorum. E in un altro del 1074 s’incontra Dominicus Sylvius per misericordiam Dei Venetiae et Dalmatiae Dux. Era egli doge non per concessione di alcun sovrano, ma per sola grazia di Dio, e però sovrano. E ciò fa a noi intendere, perché trovandosi Arrigo IV fra gl’imperadori nell’anno 1116 in Venezia, e concedendo un privilegio alle Monache di San Zacheria, quel diploma si dice scritto in Regno Veneciarum in Palatio Ducis, come apparisce dal medesimo pubblicato da me nella parte I, cap. 29 delle Antichità Estensi. E ciò basti dell’inclita città di Venezia, il cui senno e valore per tanti secoli ha saputo sostenere la sua sovranità e libertà: il che non si legge d’alcuna altra città dell’Occidente e dell’Oriente.

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre, 2011