Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  IV

Degli uffizj della Corte dei Re antichi d’Italia e degl’Imperadori.

A chi tratta delle antichità Romane e degli ufizj usati nella corte degli antichi Romani Imperadori, non mancano buone miniere d’erudizione per la copia di libri di que’ rimoti tempi, e per le tante memorie in marmo che restano di que’ costumi. Tali delizie non pruova chi passeggia per le troppo sterili campagne dell’erudizione de’ secoli barbarici dell’Italia: sì scarsi sono i libri storici e i poeti a noi rimasti di que’ tempi d’ignoranza, e restando poche iscrizioni d’allora. Contuttociò convien cercare quel lume che si può, per conoscere qual fosse lo splendore delle corti regali ne’ vecchi tempi. Questo certamente non mancava, ed altri erano coloro che servivano a dirittura la persona de’ Regnanti nella lor corte, ed altri quei che si adoperavano per governare i popoli e la milizia. Parleremo altrove partitamene dei Duchi, Marchesi, Conti del Sacro Palazzo, Conti ordinarj, Vassi o Vassalli, ed altri Simili pubblici ministri o servi del Principe. Mi ristringo ora alla sola corte. In quella dei Re Longobardi la prima figura, per quanto si può credere, la faceva il Maggiordomo, siccome colui che presedeva alla famiglia e all’economia della casa del Re. Presso l’Ughelli nel tomo I dell’Italia Sacra, nel catalogo de’ Vescovi di Arezzo, si legge un pubblico Giudizio di Ambrosio, Illustris Majordomus del re Liutprando, tenuto nell’anno terzo di esso Re, correndo l’indizione XIII, cioè nell’anno DCCXV. Come smisurata fosse l’autorità dei maggiordomi nella corte dei re di Francia della Schiatta Merovingica, più storie ce l’insegnano. Giunse a tanto, che detronizò li stessi re ed usurpò lo scettro regale. La condizione de’ Maggiordomi Longobardici, benché riguardevole assaissimo, era ben diversa dall’altra. Truovasi nel palazzo dei Re Longobardi lo Stratore, che oggidì chiamiamo cavallerizzo, il cui ministero consisteva in assistere, allorché il re volea salire a cavallo, con tenergli la staffa, o ajutarlo in altra maniera: giacché non so se l’uso delle staffe (certamente incognito agli antichi Romani e Greci) si fosse peranche introdotto fra i Longobardi. Non pochi degl’imperadori e re de’ secoli susseguenti (tanta era la loro riverenza a San Pietro) non isdegnarono di tenere la staffa ai Romani Pontefici, e la briglia nelle solenni funzioni. Talmente s’era stabilito quest’atto di ossequio verso i Vicari di Cristo, che avendo Federico I, allorché nell’anno 1155 venne verso Roma per prendere la corona imperiale, ricusato di prestarlo a papa Adriano IV, non fu ammesso al bacio dello stesso Papa, come s’ha dalle memorie di Cencio Camerario e da altre storie, e s’imbrogliarono forte gli affari per questa contesa. Ma cotanto si adoperarono i più vecchi ed autorevoli de’ principi con allegare l’antica consuetudine, che fu stabilito quod Donnus Imperator pro Apostolorum Principis et Sedis Apostolicae reverentia exhiberet Stratoris officium, et streugam Donno Papae teneret. In lingua Longobardica o sia Germanica lo Stratore era chiamato Marpahis; e che fosse questo ufizio splendido, si può dedurre da Paolo Diacono, il quale nel lib. II, cap. 9 scrive essere stato Gisolfo, nipote di re Alboino, vir per omnia idoneus, qui eidem Strator erat, quem lingua propria Marpahis appellant. Nella corte de’ principi di Benevento pare che vi fosse più d’uno di questi Marpahis, trovandosene memoria nella Cronica del Monistero di Volturno, e nelle carte degli Arcivescovi di Benevento, e nella Cronica di Santa Sofia, tomo VIII dell’Italia Sacra.

Truovansi ancora nella corte dei Longobardi Pincernae, e Vestiarii, o Vestararii. I primi son da noi chiamati Coppieri. Potrebbesi conietturare che coll’altro nome fosse disegnato chi oggidì porta il nome di Guardarobiere. Le parole nondimeno di Paolo Diacono, lib. V, cap. 2, indicano colui che porgea le vesti, ed ajutava il principe a vestirsi; e potrebbe essere l’ufizio di chi oggidì è appellato Ajutante di Camera, o Cameriere, o Paggio da cappa. De’ coppieri di corte s’ha memoria ne’ Paralipomeni dell’Anonimo Salernitano nella Parte II del tomo II Rer. Ital. Son parole di quell’Autore le seguenti: Quum Pincerna Imperatoris (cioè di Lodovico II Augusto) cum aureo poculo vinum dedisset (a Landolfo vescovo di Capoa) is exiguum sumsit, et statim Pincernae poculum reddere voluit. At Imperator adjecit: Vestro famulo poculum reddite, sitque vobis donatum. Più coppieri si contavano allora nella corte. V’era il capo o principale fra essi, nominato perciò Pincerna primus. In un placito di Spoleti, tenuto nell’anno 860 (come s’ha dalle Giunte da me pubblicate alla Cronica di Casauria), fra i cortigiani del suddetto imperadore Lodovico II s’incontra Hechideus Comes et Pincerna primis. Nel palazzo degli Augusti Franchi e dei principi di Benevento noi osserviamo il grado riguardevole di Comes Stabuli che noi diciamo Contestabile, cioè prefetto alle stalle o scuderie del principe. Stranamente fu poi trasferito in Francia questo impiego a chi era condottiere di armata. Nelle suddette Giunte alla Cronica Casauriense, e in placito dell’anno 860, tenuto dal sopra enunziato Lodovico II Augusto, noi troviamo fra i cortigiani Adelbertum Comitem Stabuli. E l’Anonimo Salernitano ne’ Paralipomeni, pag. 928, scrive che Grimoaldo Storeseyz principe di Benevento disse ad uno di quei cittadini: Stabulum nostrum pete, et qualem volueris equum exinde tolle. At ille ad Comitem Stabuli properavit, ec. Non è ben chiaro qual fosse l’ufizio di Referendario nel palazzo dei Re Longobardi. Abbiamo nella Cronica Farfense un diploma di Astolfo re, scritto nell’anno 756, ex dicto Domni Regis per Theopertum illius Referendarium. Cioè non sappiamo se costui fosse Segretario de’ Memoriali, o pure Cancelliere e Notaio Regio, a cui appartenesse lo scrivere i diplomi e privilegj.

Che si trovasse anche l’ufizio di Mariscalco nella corte degli Augusti e dei Re, sembra verisimile, se pure non fu lo stesso che quello di Comes Stabuli. Coloro che ferravano i cavalli non meno anticamente che oggidì erano appellati Mariscalchi, e da’ Fiorentini Maniscalchi, e se ne truova memoria nelle leggi Salica ed Alamannica. Ma che in grado sublime avessero i re uno o più mariscalchi, si può dedurre dalla corte di Francia, dove anche questo nome passò in chi ora viene appellato Maresciallo di Francia. Rapporta il Goldasto (tomo I Constit. Imper.) un diploma della spedizione di Carlo il Grosso re verso Roma per prendere la corona imperiale, dove son queste parole: Singuli vero Principes suos habeant officionarios speciales, Marscalcum, Dapiferum, Pincernam et Kamerarium. Onde abbia preso il Goldasto questo documento, non apparisce. Sì corrotte son le note cronologiche, che si può dubitar d’impostura: del qual vizio anche da altri è stato accusato quel collettore. Nell’anno DCCCXC, in cui esso si dice scritto, né pure era più vivo Carlo Crasso. E l’intitolarsi egli Rex Francorum et Romanorum non conviene al rito di que’ tempi. Però il Freero e il Du-Cange doveano camminar con più riguardo, allorché presero per legittima questa Goldastina mercatanzia. Per altro dei Dapiferi portanti le vivande alla mensa regale, e sopraintendenti ad essa, si fa menzione in un diploma del re Carlomanno, dove troviamo Eginolfum Dapiferum nostrum. Nella legge Alamannica e nelle memorie degli antichi Re Franchi, vien rammentato l’ufizio di Seniscalco, a cui si crede che spettasse la cura della casa e famiglia de’ cortigiani, quasi che egli fosse il Maestro di casa. In un diploma di Lodovico Pio Augusto dell’anno 817, rapportato da P. Martene (tomo I Vet. Script.) incontriamo Adalbertum Seniscalcum nostrum. E in un altro del re Pippino suo figlio è nominato Erlaldus Genitoris nostri Seniscalcus. E più d’uno di essi ne doveano avere i re Franchi, giacché presso Marcolfo, lib. I, cap. 25, si dice sedere il Re in giudizio cum Referendariis, Domesticis, Seniscalchis, Cubiculariis, ec. Per altro dottamente osservò il Bignon che l’ufizio del Siniscalco non era diverso dall’Architriclinus degli Antichi, e dai Dapiferi e dal Prefetto de’ Cuochi, appellato Princeps Coquorum. Negli Annali de’ Franchi (pag. 16, t. II) del Du-Chesne, all’anno 786, dove si parla della ribellion de’ Brettoni: Misit exercitum suum Rex partibus Britanniae una cum Misso suo Audulfo Sinescalco. Tale spedizione è narrata da Eginaldo negli Annali con queste parole: Missus illuc Regiae Mensae Praepositus Audulfus, perfidae gentis contumaciam mira celeritate compressit. Ne scrive anche Reginone con dire spedito l’esercito una cum Misso suo Odulpho Principe Cacorum. Si ha da scrivere Principe Coquorum. E che non altro fosse l’impiego del Seniscalco, si ricava dalla lingua italiana, perché questa parola fu mutata in Sescalchus, e poscia in Italia divenne Scalco, di cui ognun sa qual sia il ministero, cioè di trinciare alla tavola del principe, e di fare il saggio. Alla corte degli antichi re Franchi non mancò il grado di Silenziario, preso dai Greci, perché tale fu Santo Angilberto, poscia Abbate Centulense. Forse così venne chiamato chi era Consiglier segreto de’ monarchi, o stando alla porta del concistoro imponeva silenzio ai cortigiani.

Abbiam veduto nella corte di Francia il Principe o sia il soprintendente ai Cuochi. V’era eziandio il Principe o vogliam dire il prefetto sopra i Fornai. Dell’uno e dell’altro s’ha menzione nel lib. IV del poema di Ermoldo Nigello che fiorì sotto Lodovico Pio Augusto.

Pistorum Petrus hinc princeps, hinc Guncto Coquorum

Accelerant, mensas ordine more parant.

Eranvi parimente gli Ostiarj. Per attestato dell’Astronomo nella Vita di esso Lodovico Pio, nell’anno 822, quell’Augusto mandò in Italia il figlio Lottario, e con esso lui Geruntium Ostiarium, il quale da Eginardo vien chiamato Ostiariorum Magister. Degli Ostiarj ch’erano nella corte di Pavia fa menzione il re Ratchis nella sua legge IX fra le Longobardiche. Se crediamo all’Ughelli, nel palazzo degli Augusti si contavano anche i Tronarj; rapportando egli ne’ Vescovi di Arezzo un diploma dato in Roma da Carlo Magno, dove si legge: Notum sit omnibus Episcopis, Abbatibus, Ducibus, Comitibus, Gustaldis, seu reliquis Tronariis, et cunctis Fidelibus nostris, ec. In vece di Tronariis si può sospettare che fosse ivi scritto Vicariis, Centenariis, o altra simil parola usata nel formolario di allora; perciocché de’ Tronarj non s’incontra memoria altrove. Il Du-Cange, fidandosi di questo documento, inserì nel suo Glossario i Tronarj; quando convien dubitare, anzi supporre ch’esso documento sia un’impostura: perché Carlo Magno è ivi intitolato Rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum; e poi vi si legge Signum Karuli Magni Imperatoris; ed anche datum trigesimo tertio et trigesimo quarto anno Imperii nostri: che tutte sono enunziative spropositate. Truovasi bensì nelle corti di allora Consiliarii, oggidì Consiglieri, siccome ancora i Vassi, onde è venuto il nome di Vassalli, de’ quali tratteremo nella Dissertazione XI. Né solamente i re teneano gran corte, ma anche i duchi ed altri principi d’Italia. In quella de’ duchi o principi Beneventani si contavano allora varj ufizj, parte prese dai Latini e parte dai Greci, come Comitis Palatii, Protospatarii, Gastaldii, Topoteriti, Portarii, Thesaurarii, Referendarii, Actionarii, Vestiarii o Vestararii, Vicedomini, Pincernae, Basilici, Candidati, Stratigi, ed altri. Racconta Liutprando nel lib. II, cap. 10 della sua Storia, che Lodovico III imperadore circa l’anno 900 exiens Papia proficiscitur, ubi decenter miroque paratu ab Adelberto (che era duca e marchese della Toscana) suscipitur. Quumque Ludovicus in domo Adelberti tot militum elegantes adesse copias cerneret, tantam etiam dignitatem, totque impensas prospiceret, invidiae zelo tactus suis clanculum infit: Hic Rex potius quam Marchio poterat appellari. In nullo quippe mihi est inferior, nisi solummodo nomine.

Nelle memorie antiche s’incontrano ancora i Gasindii. Significava questo nome i Cortigiani, o vogliam dire gli uomini della famiglia dei Re, Duchi, Conti, ed altri Magnati de’ vecchi secoli. Ugon Grozio e l’Eccardo nelle Annotazioni alla legge Salica saggiamente avvisarono, tale essere il suo significato, e tuttavia in Germania Gesinde vuol dire lo stesso. Odasi una legge del re Liutprando intorno alle pene degli omicidi. De Gasindiis vero nostris volumnis, ut quicumque minimus sit, et in tali ordine occisus fuerit, pro eo quod nobis deservire videtur, CC sd lidis fiat compositus. De majoribus secundum qualis fuerit. Da questa legge si comprende che i Gasindii erano uomini liberi, perché ivi si parla dell’omicidio di persone libere; e che tanto i cortigiani di alto grado, quanto i famigli dell’infimo erano distinti col suddetto titolo o nome. E però vegniam ad intendere la legge VI del re Ratchis concepita con queste parole: Si Judex neglexerit judicare, aut forsan attenderit ad Gasindium, vel ad parentes, aut amicum suum, aut praemium, et legem non judicaverit: tunc qui laesum se sentit, veniat ad Palatium, ec. Il Bignon nelle Note a Marcolfo, ed anche il Vossio sembrano aver creduto che i Gasindj fossero servi, cioè schiavi, fondandosi in una formola di quell’antico scrittore, scritta così: Si aliquis servo suo Gasindio suo aliquid concedere voluerit. Ma quel testo è scorretto. Presso il Lindenbrogio e nell’edizion del Baluzio si legge: Si quis servo suo, vel Gasindio suo, ec.; il che fa conoscere la differenza dei servi dai Gasindj. Più chiaramente si scorge che anche i cortigiani più cospicui erano chiamati Gasindii, da un placito tenuto in Cremona da Berengario I re d’Italia nell’anno 910, e conservato nell’archivio del Vescovato di quella città. Ivi si legge: Dum Domnus Berengarius gloriosissimus Rex ab Regali Dignitate in civitate Cremona advenisset, et domum Episcopii, et matris Cremonensis Ecclesiae in caminata dormitorio ipsius domui, ubi ipse Princeps cum suis Gasindiis et Judicibus, ceterisque suis Fidelibus adesset, ec. E ciò a noi porge lume per intendere ciò che Adriano I papa nell’Epist. XCIV del Codice Carolino scrisse a Carlo Magno intorno ad una iniquità da lui scoperta nel Regno d’Italia, con dire: Pro hoc saepius anmonuimus Guntfridum, et aliis Gasindis vestris Epistolas dirigentes Raginaldo et Raginbaldo, ut tam detestabile stuprum devitarent, ec. Così in uno strumento da me veduto nell’archivio dell’Arcivescovato di Lucca, spettante all’anno 729, tre Gasindj del re Liutprando, dimoranti in Pavia, fondano presso a Lucca uno spedale per li poveri pellegrini, e si veggono onorati col titolo di Magnifici, assai raro in que’ tempi: Theupert, et Ratpert, et Godepert VV. MM. Gasindi Regis. Dichiamo anche due parole dei Deliziosi, de’ quali si truova alle volte menzione nelle memorie de’ tempi barbarici. Forse lo stesso volea significar questo nome che i Delicati de’ Romani. Si disputa fra gli eruditi intorno all’essere di que’ Delicati ed alcuni li credono fanciulli di poco buon nome tenuti in lor casa dai Grandi. Sembra più verisimile che fossero fanciulli spiritosi che per onesto divertimento, o in qualità di paggi, stavano al servigio de’ gran signori. Plutarco nella Vita di Marco Antonio parla di un sarmento fanciulletto (παίγνιον) nella corte di Cesare, uno di quei che i Romani chiamano Delicie. Nelle Iscrizioni del Grutero e Fabretti si dà il titolo di Delicati a persone non volgari. Nel cap. XV di Esther si legge che quella regina assumsit duas famulas, et super unam quidem innitebatur quae prae Deliciis. Penano gl’interpreti ad intendere questo passo. Ma odasi Santo Agostino nel lib. de Gratia et Lib. Arb. cap. 21, che parlando d’Esther, così scrive secondo la versione dei Settanta: Et inclinavit se super caput Delicatae suae, quae praecedebat eam. Forse dalla voce παίγνιον o pure da π ´αις nacque l’italiana parola Paggio. Ne’ tempi barbarici non incontriamo nelle corti de’ principi i Deliciosi, parola che a mio credere denota i favoriti o gl’intimi famigliari de’ monarchi. Veggasi la legge IX di Ratchis re de’ Longobardi, dove è proposta la perdita della testa: Si quando pravi homines submittant in Palatium ad nostrum secretum discendum, ut per Deliciosos, aut per Ostiarios, vel per alios homines capziose aut absconse investigare possint quicquid nos agimus. Più manifestamente si comprende chi fossero i Deliciosi di allora dalla lettera XVII di Nicolò I papa, che scrive così: Sanctissimos Episcopos Deliciosos nostros pro eo vestrae caritati dileximus. Di questa voce si servì anche papa Giovanni VIII nelle lettere LXXII, CCXVII e CCLXXVII. E però ebbe a dire Sigeberto nel lib. de Script. Eccles. che Alcuino o sia Albino abbate celebre, tanta familiaritate Imperatori Carolo acceptus fuit, ut appellaretur Imperatoris Deliciosus. Anche nell’antica legge de’ Bavaresi troviamo de’ servi che portarono questo distintivo. Sine signo numquam evadat, quamvis Deliciosus sit apud Dominum suum. In una parola, Deliciosus e Delicatus non altro significarono una volta che caro e diletto in senso onesto.

Ma che erano Juniores Ducum et Comitum, de’ quali restano memorie in più leggi Longobardiche? Carlo Magno in una lettera a Pippino re d’Italia suo figlio, che si legge nella parte II del tomo I Rer. Ital. scrive d’avere inteso, quod aliqui Duces, et eorum Juniores, Gastaldii, Vicarii et Centenarii, seu reliqui Falconarii, Venatores, ec., mansionatica et paravereda (di questi aggravj si parlerà nella Dissert. de’ Tributi) accipiant non solum de liberis hominibus, sed etiam de Ecclesiis Dei, ec. Il Du-Cange, che ne parla molto nel suo Glossario Latino, pensa che sotto questo nome di Juniori venissero qui officio Judicum, seu pedaneorum, functi fuere, o vogliam dire i giudici d’ordine inferiore, sottoposti ai giudici maggiori. Deduce egli questo suo sentimento da un Capitolare di Carlo Magno dell’anno 802, cap. 25, dove si legge ordinato: ut Comites et Centenarii omnes ad justitiam faciendam compellant. Et Juniores tales in ministeriis suis habeant, in quibus securi confidant, quia legem et justitiam fideliter observent, pauperes nequaquam opprimant. Si figurò il Du-Cange che justitiam facere qui significhi il profferire sentenze giuste ne’ giudicj. Ma dopo Centenari si dee mettere una virgola, e si dee leggere che i Conti e i Centenarj, cioè i giudici, compellant omnes facere justitiam: il che vuol dire, sforzare ognuno a far cose giuste, sì in sé stesso, che in riguardo al prossimo. Ed a questo erano obbligati anche Juniores Comitum, cioè quei che componevano la corte de’ Conti e d’altri Potenti. Nella legge VIII di Pippino re d’Italia leggiamo: Si forsitan Francus aut Longobardus habens benefcium justistiam facere noluerit, ille Judex in cujus ministerio fuerit, contradicat illi beneficium, ec. Cioè: se qualche persona che gode benefizj del principe, non vorrà osservar le leggi, e far quel ch’è giusto verso d’altri, il giudice gli sospenda il godimento del benefizio. La frase di justitiam facere vien dalle Divine Scritture. Beati qui custodiunt judicium, et faciunt justitiam in omni tempore: Psal. CV, 3. Scio, quod praecepturus sit filiis suis, et domui suae post se ut faciant judicium et justitiam: Gen. XVIII. 19. Così in altri luoghi. Ora col nome di Juniori reputo io disegnati gli ufiziali e famigliari dei Duchi, Conti e d’altri giudici, che abusandosi della lor potenza ed impiego, commetteano delle insolenze in danno del prossimo con aggravare indebitamente il popolo, con esigere ciò che non si dovea, e col non voler emendare i torti fatti ad altrui. A questo disordine si cercò di provvedere con quelle leggi e colle seguenti. Cioè nella CXXI Longobardica di Carlo M. abbiamo: Audivimus quod Juniores Comitum, vel aliqui Ministri Reipublicae, sive etiam nonnulli fortiores Vassi Comitum, aliquam redhibitionem (oggidì contribuzione) vel collectiones, quidam per pastum, quidam etiam sine pasto, quasi deprecando, a populo exigere soleant. Riferisce poi altri aggravj, e vuole che tutti sieno proibiti. Nella legge XXII di Pippino re d’Italia: Stetit nobis de omnibus Libellariis, ut nullus Comes, vel Juniores eorum eos amplius distringant (cioè aggravino) nec inquietent, ec. Scrive Gregorio Turonense all’anno 578, libro V, cap. 27 della Storia. Chilpericus Rex de pauperibus et Junioribus Ecclesiae bannos jussit exigi, pro eo quod in exercitu non ambulassent. Crede il Du-Cange con questo nome indicati i cherici giovani. Io li tengo per secolari che servivano alla chiesa. Non s’era peranche introdotto l’abuso di forzar gli Ecclesiastici a militare. E si osservi la legge X, lib. X, tit. 2 del Codice Teodosiano, in cui Clericis et Juvenibus praebetur immunitas, ut Ecclesiarum cactus concursu populorum frequententur. Dai cherici son distinti i giovani; e che questi fossero secolari, sembrano indicarlo le seguenti parole: Quod et conjugibus, et liberis eorum, et ministeriis, et maribus pariter ac feminis indulgemus. Ma ciò che decisivamente ci fa intendere quai fossero i Juniores d’allora, è quanto vien prescritto da Carlo M. nel suo Capitolare delle Ville, tomo I, pag. 339 del Baluzio. Quando, dic’egli, catelli nostri Judicibus commendati fuerint, de suo eos nutriant, aut Junioribus suis, idest Majoribus, Decanis, vel Cellariis eos commendare faciant, ec. Non erano dunque i Juniori né i figli de’ giudici, né i giudici minori, come taluno si figurò. Compariscono ancora ne’ monumenti barbarici gli Scarioni, e ne fa menzione la legge XII del re Astolfo. Fu di opinione il Du-Cange che fossero così appellati gli Ostiarj, perché nella Vita di Carlo M. scritta dal Monaco di S. Gallo (lib. I, cap. 20) è scritto di un certo vescovo: Dixit ad Ostiarium, vel Soarionem suum, ec. Ma quivi lo Scarione è distinto dal Portinajo. Aggiugne esso Du-Cange, che più sovente son presi gli Scarioni pro Ministris Judicum, vel certe pro minoribus Judicibus. Cita a questo proposito la Cronica del Monistero di Volturno, dove Carlo M. concede a que’ monaci, ut liceat eis se defendere per Scariones ejusdem Monasterii; cioè prestare il giuramento nelle liti per mezzo dei loro Scarioni, perché in que’ secoli era vietato agli Ecclesiastici il farlo. Ma quindi nulla si può dedurre per l’opinione suddetta. Strana cosa è poi che Ugone Grozio, uomo insigne, abbia scritto: Obscariones, carcerum custodes, iidemque carnefices, qui et Scariones a Scaren ex Obscaren quod est abscindere. Ma a me sembra altro non essere stati gli Scarioni, se non i soprintendenti a qualche scara di servi, o sia schiera, giacché dal Germanico scara è nato schiera. Nella Cronica Volturnense noi troviamo in proposito di servi: Decania de Cerqueto de Scariatu Gaudiosi, ed altre simili. Ivi ancora si legge: Quomodo iste Ursepertus in primis fuit Scario per servo super alios servos Sancti Vincentii. Con gran decoro anche negli antichi secoli si trattavano i Romani Pontefici, e teneano bella corte, come conveniva al cospicuo lor grado ecclesiastico, e a quello ancora di principi temporali. Chiunque scorrerà le memorie che restano spettanti a quella sacra corte, vi troverà gran copia e varietà di ufizj, riguardanti l’uno e l’altro ministero, come Ostiarj e Deliciosi poco fa da noi veduti, Cubicularii, Mappularii, Addextratores et Servientes nigri de familia Domini Papae; Archidiaconus, Camerarius, Bibliothecarius, Superista, Clerici Camerae, Archicancellarius, Protonotarius, Notarii, Cancellarii, Scriniarii, Chartularii (forse con due nomi si accennava il medesimo ufizio), Primicerius Notariorum, Primiscrinius, Secundicerius, Actionarii, Vicedominus (lo stesso che OEconomus), Nomenclator, Sacellarius, Arcarius, o sia Thesaurarius; Capellani, Buticularius, Pincerna, Marescalcus, Panetarius, Dapiferi, Cursores, Judex Camerae Domni Papae, Familiares, Servientes, Campsores Domni Papae, Scriptores Camerae, Cantores (la scuola de’ quali celebre fu anche negli antichi tempi), Virgarii, Sellarii, Magistri militum. Alla rinfusa, e come la memoria mi ha suggerito, ho accennato questi ufizi, siccome da me osservati ne’ vecchi documenti; ma altri di più ne scoprirà chi con più attenzione vi farà mente.

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre, 2011