Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE III

Dell’elezione degl’Imperadori Romani e dei Re d’Italia

Nell’anno 774 col mezzo dell’armi Carlo Magno inclito re dei Franchi acquistò il Regno Longobardico, nell’anno 800 la corona e il titolo d’Imperador dei Romani. Han creduto alcuni Eruditi che Carlo non altro allora acquistasse che un nudo nome senz’alcun dominio sopra i Romani, dei quali nondimeno s’intitolava Imperadore. Altri sono stati di parere ch’egli con quella nuova dignità si procacciasse non solo il diritto di ritenere il Regno Longobardico, già usurpato ai Greci, ma anche di legittimamente occupar le provincie quae ad Imperium Occidentis pertinebant, a Graecis aut ab aliis possessae. Erant autem Apulia, Calabria, Sicilia, Neapolis, Illiricum, Candia, Dalmatia, Cyclades Insulae. Così scrive un Autore de’ nostri tempi. Quanto al primo punto, ho io abbastanza espresso negli Annali d’Italia ciò che credo conforme alla verità. E quanto al secondo, un’ingiusta pretensione quella sarebbe stata. Potè ben papa Leone III e il popolo Romano aver giusti motivi di sottrarre Roma e sé stessi al dominio de’ Greci Augusti; ma non già conferire ad alcuno il diritto di occupar tante altre provincie, legittimamente e da antichissimi tempi possedute per li Greci Cristiani Augusti, e nulla pertinenti al Ducato Romano. In fatti Carlo Magno e i suoi successori altro non pretesero se non ciò ch’era del Regno d’Italia, e ciò come re d’Italia, e non con titolo di sovranità imperiale. Né pure sembra che il Regno d’Italia dipendesse punto dall’autorità imperiale. L’avea acquistato Carlo Magno, e ne investì Pippino suo figlio, ma con ritenerne la sovranità prima di essere imperadore. Altrettanto fece Lodovico Pio nel creare re d’Italia Bernardo. Quel che è certo, niuna autorità competè mai ai re d’Italia sopra Roma. Da Lottario I Augusto fu creato re d’Italia Lodovico II suo figlio, ed inviato a Roma, acciocché per maggior onore ne ricevesse la corona dalle mani del Romano Pontefice Sergio II. Coronato che fu questo principe, pretese che i Romani gli giurassero fedeltà. Ecco ciò che ne riferisce Anastasio: Tunc petierunt Franci ut omnes Primates Romani fidelitatem ipsi Hludovico Regi per sacramentum promitterent: quod prudentissimus Pontifex fieri nequaquam concessit. Per essere divenuto re d’Italia il giovane Lodovico, certamente niun diritto avea conseguito sopra di Roma; laonde il saggio Pontefice permise solamente che si prestasse o confermasse quel giuramento Lothario Augusto cioè a suo padre. Il giuramento di fedeltà non si presta se non a chi è mediatamente o Immediatamente sovrano.

Resta ora da cercare se per elezione o successione passassero l’Imperio e il Regno d’Italia nei discendenti o altri successori di Carlo Magno. Per quello che riguarda il regno Italiano, giacché l’avea conquistato esso Carlo coll’armi, e senza dipendenza da alcuno, l’avea perciò secondo il diritto delle genti renduto ereditario nella sua famiglia; e in fatti pervenne liberamente ai suoi figli e nipoti. Per conto poi del Romano Imperio, han creduto Ermanno Conringio ed alcuni altri che ancor questo passasse per eredità. Ha bisogno di correzione e limitazione una tal sentenza. Nello stesso regno di Francia doveano succedere i discendenti dal re Pippino; e pure non succedeano questi sine eletcione et consensu Popoli Francici: molto più ciò dovea praticarsi per l’Imperio, il quale per elezione era entrato nella casa di Carlo Magno. Pare veramente che i di lui discendenti vi acquistassero qualche diritto; ciò non ostante vi si richiedeva il consenso degli Stati, e massimamente del Romano Pontefice. Allorché esso Carlo volle trasmettere l’Imperio in Lodovico Pio suo figlio, per attestato della Cronica Moissiacense, convocò la Dieta de omni Regno vel Imperio suo. Et convenerunt Episcopi, Abbates et Comites et Senatus Francorum ad imperatorem. In quell’occasione il saggio Monarca habuit consilium cum praefatis Episcopis et Abbatibus et Comitibus et Majoribus natu Francorum, ut constituerent filium suum Ludovicum Regem et Imperatorem, Altrettanto s’ha da Tegano storico, le cui parole son queste: Cum omni exercitu, Episcopis, Abbatibus, Ducibus, Comitibus, Locopositis, habuit grande colloquium cum eis Aquisgrano Palatio, interrogans omnes a maximo usque ad minimum, si eis placuisset ut nomen suum, idest Imperatoris, filio suo Ludovico tradidisset. Dello stesso tenore parla Eginardo nella Vita di Carlo Magno. Che a quella Dieta intervenisse qualche Inviato del Papa, è affatto verisimile, stante l’avere quell’Augusto invitati colà i Primati de omni Regno vel Imperio, e l’occorrere più il consenso del Romano Pontefice, che degli altri principi. In fatti Lodovico Pio non credette compiuta l’esaltazione sua all’Imperio, finché non ne ricevette la corona dalle mani di esso Pontefice: al qual fine chiamato in Francia papa Stefano IV, da lui fu coronato con quella solennità che vien riferita dagli storici contemporanei, e particolarmente da Ermoldo Nigello nel poema da me dato alla luce. Parimente Lodovico Pio nel voler creare suo collega il figlio Lottario, imitò l’esempio del padre. Nella Vita di Walla abbate presso il Mabillone negli Atti de’ Santi Benedettini, esso Lottario così parla all’Augusto suo padre: Me consortem totius Imperii Celsitudo vestra una cum voluntate populi constituit. Lo ripete con dire di essere stato costituito successorem totius Monarchiae cum voluntate et consensu omnium. E che l’assenso del Romano Pontefice si richiedesse sopra tutto, apparisce dal vedere ch’egli non assunse il titolo d’Imperador se non dopo la coronazione Romana: il che si dee credere osservato anche da Lodovico II di lui figlio.

Passato che fu a miglior vita questo Augusto senza lasciar prole maschile, allora il Romano Pontefice e i principi Italiani pretesero che solo ad essi appartenesse l’elezione dell’imperatore e del re d’Italia. Carlo Calvo fu quegli che a forza d’oro e di regali riportò il pallio. Nel Concilio tenuto in Pavia l’anno 876 molti vescovi e principi secolari d’Italia, narrata prima l’elezione di lui in imperadore fatta da papa Giovanni VIII, anch’essi per la parte loro l’eleggono e confermano colle seguenti parole: Nos unanimiter vos Protectorem, Dominum ac Defensorem omnium nostrum eligimus. Dopo esso Carlo Calvo e Carlomanno, allorché si trattò di una nuova elezione, insorsero dispareri fra esso papa Giovanni ed Ansperto arcivescovo di Milano. Pretendeva l’Arcivescovo che a lui spezialmente, come primario principe del Regno d’Italia, appartenesse di eleggere esso Re. All’incontro insisteva il Papa che senza l’assenso suo non si potesse eleggere un re, che secondo la consuetudine di allora avea poi da essere imperadore. De novi Regis electione (così scriveva esso Pontefice nell’anno 879 ad Ansperto nell’Epist. CLV) ut omnes pariter consideremus, vos praedicto tempore adesse valide oportet; et ideo antea nullum absque nostro consensu Regem debetis recipere. Nam ipse, qui a nobis est ordinandus in Imperium, a nobis primum atque potissimum debet esse vocatus atque electus. Fu poi eletto re d’Italia nell’anno suddetto Carlo Crasso, o sia il Grosso, che tardò poi non poco a riportare dal Pontefice la corona imperiale. Dopo la morte di lui gran guerra fu in Italia fra due gagliardi competitori. Secondo gli Annali di Metz presso il Du-Chesne, quaedam pars Italici Populi Berengarium filium Eberhardi, qui Ducatum Forojulianorum tenebat, Regem sibi statuunt. Fu eletto da un’altra fazione Guido duca di Spoleti; ed essendo restate superiori l’armi di lui, in una Dieta di Pavia fu egli solennemente eletto re. Leggonsi quegli Atti nella mia Dissert. III, tomo I Antiquit. Ital. medii aevi, probabilmente spettanti all’anno 789. Ivi dicono que’ vescovi: Decrevimus uno animo, eademque sententia, praefatum magnanimum Principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos, in Regem et Seniorem (Signore) nobis eligere, et in Regni fastigium Deo miserante praeficere, ec. Arrivò poi Guido al trono e alla corona imperiale solamente nell’anno 891. Che Lodovico II re di Provenza fosse anch’egli eletto re d’Italia dai Magnati di questo Regno, ne siam certificati da un suo diploma da me dato alla luce, e conceduto a Pietro vescovo di Arezzo IV Idus Octobris Anno Incarn. Domini DCCCC, dove egli usa queste parole: Venientibus nobis Papiam in sacro Palatio, ibique electione, Omnipotentis Dei dispositione, in nobis ab omnibus Episcopis Marchionibus, cunctisque item majoris inferiorisque personae ordinibus facta, ec. Sembra dagli Atti suddetti che i principi d’Italia eleggessero allora il re senza voler dipendere dall’assenso del Romano Pontefice. Che anche Rodolfo re di Borgogna ed Ugo duca di Provenza nella stessa maniera fossero portati nel secolo X al Regno d’Italia, sembra ben verisimile. Anzi di Ugo così scrive Liutprando storico: Percitus venit papiam, cunctisque conniventibus Regnum suscepit; cioè nell’anno 926. Lo stesso seguì di Lottario suo figlio. Di Berengario II e Adalberto così sta scritto in una Cronichetta da me stampata negli Anecdoti, e nel tomo IV Antiquit. Ital. Die Dominico XV die Decembris in Basilica Sancti Michaelis, qua dicitur Major (in Pavia) fuerunt electi et coronati Berengarius et Adalbertus filius ejus in Regibus. Passò poi la corona d’Italia in Ottone il Grande, eletto anch’esso a questo Regno, e poscia decorato anche di quella dell’Imperio. Odasi Landolfo seniore, che nel suddetto tomo IV al lib. II così ne favella: Walpertus Mediolanensis Archiepiscopus, convocatis Episcopis, Ducibus, omnibusque Italia Primatibus, de superbia Alberti (cioè del re Adalberto) conquestus est. Igitur spreta Alberti ac totius suae gentis superbia, qui Italiam quasi ancillam dominabantur, Otto ab omnibus in Regem magnis cum triumphis electus et sublimatus est. Che anche Ottone II suo figlio fosse promosso al Regno Italico per elezione de’ principi Italiani, si può arguire dall’essere diverse le epoche da lui usate del Regno Germanico e dell’Italiano. Secondo Sigiberto, e per attestato del Continuatore di Reginone, nel dì di Pentecoste dell’anno 961 egli fu eletto re di Germania, consensu et unanimitate Regni Procerum, totiusque popoli, filius ejus Otto Rex eligitur. Ma siccome ho io osservato nel cap. XVI della parte I delle Antichità Estensi, l’epoca del Regno d’Italia per lui ebbe principio circa sette mesi dappoi: il che fa conoscere che non era peranche unito questo Regno col Germanico. Altrettanto possiam credere che seguisse di Ottone III, figlio, del II, perché la santa imperadrice Adelaide avola sua trattava i suoi affari in Italia; e sappiamo che Giovanni arcivescovo di Ravenna con Viligiso arcivescovo di Magonza il coronò in Aquisgrana. Mancò senza figli Ottone III nell’anno 1002, e saltò su Ardoino marchese d’Ivrea, che si fece eleggere re dalla sua fazione. Odasi Arnolfo storico Milanese di quel secolo nel lib. I, cap. 12: Tunc Ardoinus quidam, nobilis Hipporegiae Marchio, a Langobardis Papiae eligitur. Ma poco durò questo fenomeno; perciocché Arrigo re di Germania calato con grandi forze in Italia, gli diede una rotta, e per testimonianza d’esso storico, Rex statim electus, suoque post tempore Imperator effectus est. Fu egli il I tra gl’imperadori di questo nome, e principe santo. Parla dell’elezione di lui in re fatta in Roncaglia da Arnolfo arcivescovo di Milano, e dai primati del Regno, anche Landolfo seniore altro storico Milanese di quel secolo; e con lui va d’accordo anche Ditmaro nel lib. IV della sua Cronica.

Sicché fino a questi tempi si vide conservato ne’ principi d’Italia il diritto di eleggere il proprio re. Né lo perderono essi nell’elezione di Corrado il Salico succeduta nell’anno 1024. Wippone storico di que’ tempi scrive che furono invitati a quella Dieta non solamente i principi della Germania, ma anche d’Italia. Italiam transeo (dic’egli) cujus Principes in brevi convenire ad Regiam electionem nequiverunt. Qui postmodum in urbe Constantiensi cum Archiepiscopo Mediolanensi et reliquis Principibus occurrentes Regi, sui effecti sunt, et ei fidelitatem libenti animo juraverunt. Cristoforo Geroldo, che nel suo trattato De Electoratu si sforzò di provare istituito sotto Ottone III Augusto il collegio dei sette Elettori, dovea far mente a questo passo assai chiaro di Wippone contrario ai di lui sentimenti. Che i principi d’Italia concorressero all’elezione del re anche ne’ tempi susseguenti, si può conoscere da quello di Federico I Barbarossa. Ottone vescovo di Frisinga e nobile storico, riferendo gli atti di esso Federigo suo nipote, lib. II, cap. 1 De Gest. Frider. scrive così: In oppido Francofurti de tam immensa Transalpini Regni latitudine, universum (mirum dictu) Principum robur, non sine quibusdam ex Italia Baronibus, tamquam in unum corpus coadunari potuit. Ubi quum de eligendo Primates consultarent: nam id juris Romani imperii apex, videlicet non per sanguinis, propaginem descendere, sed per Principum electionem Reges creare, sibi tamquam ex singolari praerogativa, ec. Veggasi ancora ciò che lasciò iscritto Amando segretario di esso Federigo nel libro de’ primi Atti d’esso Re, rapportato dal suddetto Geroldo. Anno MCLII (dic’egli) multi illustres Heroes ex Lombardia, Tuscia, Januensi, et aliis Italiae dominiis, ac major et potior pars Principum in Transalpino Regno, convenerunt in Urbe Francofurtensi. Poscia aggiugne che con voti concordi consentirono tutti nell’elezione di Federigo suddetto. Il perché con riguardo potea scrivere Ermanno Conringio De Finib. Imperii Germ. libro II, cap. 19, § 28. Huc facit, quod Italia omnem paene potestatem Caesaris aut Regis costituendi, adeoque ejus, qui et Italis omnibus imperandi jus habeat, uni Germaniae citra omnem controversiam numquam non concesserit, ex quo ab Ottone fuit devicta. Così è oggidì, ma non così fu ne’ vecchi secoli. Essendo cresciuta in Italia la potenza delle città, abbattuti i vescovi ed altri potenti, non si pensò più a concorrere all’elezione del re; ma quel che fu costituito in Germania, fu anche ricevuto degl’Italiani. Così col tempo, per ischivar le dissensioni di tanti principi, fu rimesso ai sette principali principi della Germania il diritto di eleggere il re d’essa Germania, e insieme dell’Italia. Né si dee ommettere, che concorrendo una volta i vescovi ed altri principi alla Dieta di Pavia per quivi trattare degli affari del Regno, ognun di essi possedeva ivi casa e chiesa propria. L’Aulico Ticinese nel suo opuscolo de Laudib. Papiae circa l’anno 1330 scriveva: Temporibus Longobardorum, sicut fertur, illic omnium partium illarum Episcopi congregabantur ad Synodum: unde et adhuc sunt ibi capellae quamplures vocatae multarum civitatum Longobardiae nominibus. Fra l’altre chiese ivi era quella di San Geminiano vescovo e patrono di Modena; e però s’intende ch’essa dovea appartenere al vescovo di questa città. Per conto della dignità imperiale e del titolo d’Imperador de’ Romani, chiara cosa si truova in tanti secoli addietro, che apparteneva al solo Romano Pontefice di conferirlo; e siccome abbiam detto di sopra, niun re di Germania o d’Italia anticamente prese il nome d’Imperatore se non da che veniva non solamente approvato, ma anche coronato dai Papi. Non è già che chiunque arrivava alla corona del Regno d’Italia, non pretendesse di ricevere quella ancora dell’Imperio; ma ci fa vedere la storia che seppero vigorosamente i Papi conservare in ciò la propria autorità e diritto, di modo che si truovano re d’Italia che mai non furono imperadori; ed altri che dopo aver conseguito questo Regno, dovettero aspettar non poco a conseguire l’altra più luminosa dignità, perché non vi si arrivava se non si guadagnava l’affetto e consenso del Pontefice Romano, a cui toccava il dare la corona; e senza di questa niuno si attribuiva il titolo d’Imperadore. Coll’andare degli anni si son bene mutati i costumi e gli affari. Ancorché fossero diversi una volta i titoli dei Regni Germanico ed Italico, pure dal primo miriamo assorbito il secondo. Tempi vi furono ne’ quali senza l’approvazione de’ Papi né pure un eletto re di Germania sembrava sicuramente alzato a quel trono. Vennero altri tempi, e con più franchezza i Tedeschi fecero questo passo. S’introdusse il chiamare Re de’ Romani, anzi Romanorum Rex et semper Augustus, chi né pure avea ottenuta la corona imperiale Romana; e finalmente Massimiliano I introdusse il titolo di Romanorum Imperator electus, che dura tuttavia. Ha più di duecento anni che niun degl’imperadori s’è voluto incomodare per prendere le corone Longobardica e Romana, persuasi forse che questo dispendioso onore costi troppo caro ad essi e ai popoli, ed altro non frutti che frondi e foglie. Ben diverso era il sentimento de’ vecchi tempi. L’ordine con cui si coronavano una volta i re d’Italia, fu da me dato alla luce nel tomo II de’ miei Anecdoti Latini. Similmente l’ordine adoperato nella coronazione degl’imperadori è stato da me pubblicalo nella Dissertaz. III. Antiquit. Ital.

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre, 2011