Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE II

del Regno d’Italia, e de’ suoi confini.

Convien ora cercare in che consistesse e fin dove arrivasse il Regno Longobardico, o sia Italico. Riguardevolissimo senza dubbio fu esso. Pavia ne era la reggia e il centro. Dalla parte del settentrione sappiam di certo che la città di Trento colle sue adiacenze era parte di questo regno, e col tempo ebbe il titolo di Marca, cioè di confine alla Germania. Anche le città di Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Trivigi e Aquileia benché distrutta, ed altre minori insieme con tutto il Friuli, appartenevano al Regno Italiano, e i territorj d’alcune scorrevano sino alle terre Germaniche. Verso l’occidente la gran barriera dell’Alpi divideva la Lombardia dalla Francia e Borgogna, se non che Aosta (Augusta Praetoria) in alcun tempo fu sottoposta al dominio de’ Borgognoni: laddove il testamento di Carlo Magno la fa dipendente dal Regno d’Italia. Verso il mezzogiorno dalla parte occidentale il fiume Varo, come oggidì, così anche anticamente, divideva la Gallia dall’Italia, la cui prima città era Nizza. Indi poi procedeva il Regno per la provincia oggidì chiamata le Riviere di Genova, e una volta Litus Italicum. Succedeva il Ducato della Toscana, che scorreva sino ai confini del Ducato Romano, cioè ad un tratto di paese con Roma sempre si mantenne fedele ai Greci Augusti. Ma per conto dell’oriente non furono già così stabili i confini del Regno Longobardico. Da questo Regno era esclusa Venezia colle sue Isole, e col territorio a lei spettante in Terra ferma. Da un diploma de’ Patti stabiliti nell’anno 983 fra Ottone II Augusto e Tribuno doge di Venezia, da me pubblicato nella Piena Esposizione, si raccoglie che a’ tempi del re Liutprando s’erano fissati i confini fra quel Ducato e il Regno d’Italia. De finibus (ivi si legge) Civitatis Novae statuimus, ut terminatio, quae a tempore Liutprandi Regis facta est inter Paulucionem Ducem et Marcellum Magistrum militum, deinceps manere debeat, idest de Plavi majori usque in Plavim siccam. Però Andrea Dandolo, che fu poi doge di Venezia nel 1342, nella sua Cronica, da me stampata nel tomo XII Rer. Ital., ne parla così al lib. VII, cap. I: Hic Paulucius Dux amicitiam cum Liutprando Regis contraxit, et pacta inter Venetos et Langobardos fecit, per quae sibi et populo suo immunitates plurimas acquisivit, et fines Heracliae (dalle cui rovine sorse dipoi Cittanuova) cum Marcello Magistro Militum terminavit, videlicet a Plave majori ad Plavisellam. In un diploma di Berengario e Adelberto re d’Italia, spettante alla casa de’ Conti di Collalto, troviamo nell’anno 960 Cortem unam, quae nuncupatur Lwadina, jacentem in Comitatu Tarvisino non longe a flumine quod nuncupatur Plave. Il Du-Cange nell’Appendice al Glossario Latino interpreta Plavim per Planitiem, citando in pruova di ciò la Cronica del Dandolo. Quell’accuratissimo scrittore non osservò che v’era un fiume di questo nome. Di un’altra partizion di confini è fatta memoria in un diploma di Federigo I imperadore, conceduto nell’anno 1177 a Leonardo vescovo di Torcello, con queste parole: Cum Fossato, quo statutus est terminus tempore Caroli inter Veneticos et Langobardos, unum caput exiens in fluvio Siclae, et aliud in fluvio Tarso. Abbracciava la Diocesi di Torcello Altino, città ne’ vecchi tempi smantellata dai Longobardi.

Dai confini dell’Istria venendo pel lido del mare sino a’ quei di Ravenna, compreso anche Comacchio, a riserva di alcuni luoghi posti fra le paludi e appartenenti al Ducato di Venezia, tutto quel paese ubbidiva ai Re Longobardi; né si sa che questi, eccettoché con qualche scorreria, penetrassero mai nella giurisdizione de’ Veneziani. Ma ne’ tempi di Carlo Magno si attaccò un gran fuoco in quelle parti, per la discordia de’ Greci coi Franchi a cagion dell’Imperio trasferito in questi ultimi; e molto più per l’ambizione di Pippino figlio di esso Carlo, costituito re d’Italia nell’anno 781. Intorno a quella guerra non son meno in guerra gli scrittori moderni con gli antichi. Per quanto pare, non si dovrebbe mettere in dubbio che dopo l’anno 800 i Franchi signoreggianti l’Italia colla forza dell’armi stendessero il loro dominio nell’Istria e Dalmazia, e in alcune dell’Isole possedute dai Veneti. Negli antichi Annali de’ Franchi presso il Du-Chesne (tomo II, pag. 43) si legge all’anno 806: Venerunt Villeri et Beatus Duces Venetiae, nec non et Paulus Dux Jaderae, atque Donatus ejusdem civitatis Episcopus, Legati Dalmatiarum, ad praesentiam Imperatoris cum magnis donis. Et facta est ibi ordinatio ab Imperatore de ducibus et populis tam Venetiae, quam Dalmatiae. Niceforo Imperador de’ Greci mandò poscia un’armata navale ad recuperandam Dalmatiam: adunque la Dalmazia era stata occupata da’ Franchi. Nell’anno seguente 807 Niceta, ammiraglio de’ Greci, qui cum classe sedebat in Venetia stabilì pace col re Pippino, e se ne tornò a Costantinopoli. Adunque Venezia allora non fu molestata dai Franchi, e i Greci dovettero ricuperar la Dalmazia, perché nell’anno 809 Classis de Constantinopoli missa, primo Dalmatiam, deinde Venetiam appulit. Inutile riuscì lo sforzo de’ Greci per togliere Comacchio ai Franchi, e per far pace con loro. Perciò nell’anno appresso 810 il re Pippino, perfidia Ducum Veneticorum incitatus, Venetiam bello terraque marique jussit appetere; subjectaque Venetia, ac ducibus ejus in deditionem acceptis, eamdem classem ad Dalmatiae litora vastanda misit. Di questo tenore parlano anche tutti gli altri antichi Annali de’ Franchi. Vero è che il Dandolo, seguitato dagli altri susseguenti Storici Veneziani, niega questa vittoria de’ Franchi, e potrebbe essere che in Rialto, componente allora principalmente la città di Venezia, non entrassero l’armi Franzesi; ma per altro coll’autorità di Storici tanto antichi e contemporanei non può stare a fronte quella de’ moderni. Quel che è certo, non restò l’inclita città di Venezia ai Franchi. Per testimonianza d’essi Annali, Carlo Magno Niciforo Venetiam reddidit; ma ritenne in suo potere Histriam et Liburniam atque Dalmatiam, exceptis maritimis civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus, Constantinopolitanum Imperatorem habere permisit. Eginardo negli Annali annovera la città di Grado fra le Metropolitane sottoposte a Carlo M. Augusto. Che anche Pola città dell’Istria ubbidisse allo stesso Imperadore, si può raccogliere dalla lettera XI di papa Leone III. Sicché continuò il Ducato Veneto ad essere fuori del Regno Italiano, e ciò maggiormente apparisce dal precitato diploma di Ottone II Augusto, in cui è scritto: Hi sunt ex nostro scilicet jure, Papienses, Mediolalenses, ec., et cuncti in nostro Italico Regno. Ex praedicto vero Ducatu Venetiae sunt Rivaldenses (oggidì Rialto), Methamaucenses, Clugienses, Caputargelenses, ec. Lodovico II imperadore scrivendo nell’anno 87 I (come s’ha dal cardinal Baronio) a Basilio imperador de’ Greci, si lamenta per essere stati menati in ischiavitù i popoli della nostra Schiavonia. Con questo nome non saprei dire s’egli intendesse la Dalmazia. E dagli Annali Bertiniani s’ha che nell’anno 820 i popoli della Carniola e Carintia si diedero a Buldrico marchese o duca del Friuli.

Seguitando la spiaggia dell’Adriatico, arrivava il dominio de’ Longobardi sino a’ confini di Ravenna, dove risedendo gli Esarchi, cioè i ministri o sia i governatori, postivi dai Greci Augusti davano il nome di Esarcato a parte dell’Emilia e a tutta la Flaminia, tuttavia suddite del Greco Imperio. Non è mancato ai nostri dì chi ha voluto ampliare l’Esarcato, comprendendovi Piacenza, Parma, Reggio e Modena; ma contro la verità. Di quelle quattro città e fino d’Imola sul principio s’impadronirono i Longobardi. Maurizio imperadore nell’anno 590, collegato co’ Franchi, ricuperò Modena, Mantova, Altino, Cremona, ed altri luoghi, come consta da alcune lettere rapportate dal Du-Chesne, tomo I Script. Franc. Il re Agilulfo ricuperò tutto, e il confine degli Stati tornò ad essere fra Modena e Bologna. Presero poi altri re Longobardi l’Esarcato, e resta tuttavia in Bologna un monumento del dominio del re Liutprando in quella città. Pippino re de’ Franchi fece un dono di esso Esarcato al Romano Pontefice; e perché il re Desiderio tornò ad occuparlo, Carlo M. lo ricuperò alla Chiesa Romana, e conquistò per sé il Regno d’Italia. Abbiamo il testamento di Carlo Magno, che chiaramente accenna fin dove arrivasse il Regno d’Italia, cioè: Ab ingressu Italiae per Augustam civitatem, Eboreiam, Vercellas, Papiam, et de inde per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium, et ipsum Regium et Civitatem Novam (di cui appena restano poche vestigia) atque Mutinam usque ad terminos Sancti Petri. Aggiungasi il Capitolare di Lottario I imperadore, da me dato alla luce nella parte II de tomo I Rerum Ital., dove quell’Augusto deputò scuole per Regni Italici urbes. Fra queste città si contano Piacenza, Parma, Reggio e Modena. Né Adriano I papa nell’Epistola LIV del Codice Carolino, né Agnello autore del secolo IX nelle Vite degli Arcivescovi di Ravenna, annoverando le città dell’Esarcato, parlano punto delle suddette quattro città; le quali all’incontro per tanti atti e documenti dei susseguenti re d’Italia ed imperadori manifestamente si truovano costituite sotto l’immediato loro dominio.

Lasciato dunque da parte l’Esarcato di Ravenna, giugneva il Regno al Ducato di Spoleti. Forse ne’ primi tempi non possederono i Longobardi se non l’Umbria, di cui fecero capo Spoleti. Ma andando innanzi, s’impadronirono anche del di qua dall’Appennino, con occupar Camerino, Fermo, ed altre città, di maniera che poi si formarono due Ducati, l’uno di Spoleti e l’altro di Camerino. Da Anastasio Bibliotecario nella Vita di papa Zacheria sembra ricavarsi che Marsico, Forcona, Balva e Penna fossero del Ducato di Spoleti; perciocché Trasmondo, duca di quelle contrade, ribellatosi al re Liutprando, e confederato co’ Romani, nell’anno 742 penetrò in fines Ducatus Spoletini, e se gli arrenderono Marsicani et Forconini, atque Balvenses, seu Pennenses. Anche Civitas Interamnensium (non so se Teramo o Terni) posta era in quel Ducato; ed avendo il re Liutprando confermati a papa Zacheria i Patrimonj della Sabina, di Narni, Osimo, Ancona, Numana e delle Valle Grande situata nel territorio di Sutri, si comprende che di quelle città egli era il sovrano, e ch’esse appartenevano al Ducato di Spoleti. Sembra eziandio che Rieti, Amiterno ed Ascoli vi fossero compresi. E che almeno una parte della Sabina esistesse in quel Ducato, possiamo raccoglierlo dalla Cronica Farfense da me pubblicata nella parte II del tomo II Rer. Ital.; giacché l’insigne Monistero di Farfa, in un diploma di Carlo Magno si dice fondato in Ducatu Spoletano vel in territorio Sabinensi. E in un placito tenuto da Guinigiso duca di Spoleti un certo Goderisio fa querela con tra di quei monaci per avergli occupato alcuni beni in Spoleto et Interamni, seu Fulginea: laonde Terni e Foligno doveano essere sotto la giurisdizione di quel Duca. Col tempo sembra che il Ducato Spoletino si stendesse più oltre, ed abbracciasse anche la Pentapoli che pure dal re Pippino fu donata a San Pietro. Rapporta l’Ughelli nel tomo II dell’Italia Sacra, parlando dei vescovi di Fermo, uno strumento dell’anno 887, scritto per ordine di Teodosio vescovo di quella città, consensu consilioque omnium venerabilium Episcoporum in DUCATO SPOLETANO degentium. E quali erano questi vescovi? Johannes Esculanus Episcopus, Benolergius Anconitanus, Celsus Camarinensis, Beneventus (sive Benevenutus) Senogalliensis, Americus Spoletanus, Romanus Fanensis, Laurentius Pisauriensis, Robertus Numanensis, Debaldus Perusinus, Petrus Auximanus, Ricardus Reatinus, Adelardus Calliensis, Albertus Lodonensis (forse è nome corrotto), Albertus Urbinensis, Severinus Nuceriensis, Bartholomaeus Foroliviensis, Rugerius Teramnensis. Vi mancano i vescovi di Rimini, Fossombrone, ed altri. Puossi anche dubitare di quel vescovo di Forlì. Come poi s’accordino le fin qui addotte notizie col testo di Anastasio Bibliotecario nella Vita di Adriano I papa, non è facile ad intendersi. Scrive egli donati da Pippino re alla Chiesa i seguenti paesi: A Lunis cum Insula Corsica; deinde in Suriano; deinde in Monte Bardonis; deinde in Verceto; deinde in Parma; deinde in Regio; et exinde in Mantua, atque Monte Silicis; simulque et universum Exarchatum Ravennatium, sicut antiquitus erat; atque Provincias Venetiarum et Histriam nec non et cunctum Ducatum Spoletinum et Beneventanum. Giusto motivo c’è di sospettar qualche interpolazione nella narrativa di esso scrittore, da che ad una sì magnifica donazione, che abbraccia la maggior parte d’Italia, contraddicono di troppo le storie e i monumenti dell’antichità.

A cagion delle guerre che tanto tempo durarono fra i Longobardi e i Greci dominanti nell’Esarcato e Ducato Romano, furono stabiliti i confini non meno del Ducato di Spoleti di là dall’Appennino, che della Toscana de’ Longobardi. Abbiamo da Paolo Diacono nel lib. IV, cap. 8 della Storia Longobardica, che Patricio esarca di Ravenna ricuperò alcune delle città, quae a Langobardis tenebantur, quorum sunt nomina: Sutrium, Polimartium, Horta, Tudertum, Ameria, Perusia, Luceolis e talias quasdam civitates. Ma poco stette il re Agilulfo a ricuperar Perugia; e un secolo dappoi il re Liutprando riebbe Sutri, benché appresso lo restituisse ai Romani. Racconta il Bibliotecario nella Vita di papa Zacheria, che dal medesimo Re ablatae sunt a Romano Ducatu civitates quatuor idest Ameria, Horta, Polimartium et Blera. Alle preghiere poi del Papa furono restituite quelle città. Ricavasi ancora dalla Vita di esso Zacheria, che la città di Viterbo era compresa nella Toscana Longobardica il che fa conoscere quant’oltre avessero steso i Longobardi il loro dominio con danno del Ducato Romano. Ne’ monumenti ancora della Cronica Farfense troviamo che Corneto era in potere dei Duchi di Toscana, principi anch’essi del Regno Italico. L’insigne Ducato Beneventano terminava esso regno dalla parte del levante, stendendosi dai confini di Spoleti per la Puglia, Bari e Brindisi, fino a Taranto. Gran parte della Calabria vi era compresa. Napoli, Gaeta, Sorrento ed altre piazze marittime, salvatesi dall’unghie de’ Longobardi, continuarono a riconoscere il Greco Imperio. Terra di Lavoro colla nobil città di Capoa, cominciando da Aquino sino a Nola, e da un’altra parte Salerno, e il tratto di paese continuato sino a Cosenza, entravano parimente in quel Ducato. Insorsero dipoi guerre civili, e per terminarle Lodovico II Augusto nell’anno 851 staccò da Benevento il Principato di Salerno; e da questo ancora, andando innanzi, si divise il Principato di Capoa. Né si de tacere che al Regno Italico talvolta fu dato il nome di Longobardia, come consta dal Continuatore di Fredegario all’anno 754. E Carlo Magno nel suo testamento nomina Italiam quae et Longobardia dicitur. Ma ne’ tempi susseguenti col nome di Lombardia fu disegnato il tratto di paese ch’è chiuso dall’Alpi e dall’Appennino, e va sin ai confini tra Modena e Bologna. Nella Cronica Farfense Carlo il Calvo e Carlo il Grosso Augusti confermano al Monistero di Farfa tutti i beni ad esso spettanti tam in Longobardia, quam in Romania seu in Tuscia et in Ducatu Spoletano. Ebbero in uso i Greci di chiamar Longobardia quella porzione del Ducato Beneventano che ne’ secoli X e XI occuparono ai principi Longobardi. Ne fa testimonianza Leone Ostiense nella Cronica, lib. I, cap. 49, per tralasciarne altre prove. Seguì anche un’altra divisione del Regno Italico sotto gli stessi re Longobardi, cioè Austria fu chiamato Il Ducato del Friuli, perché all’oriente di Pavia; e Neustria il resto della Lombardia strettamente presa, che giugneva ai confini del Regno di Francia. Così i re di Francia divisero in due parti il reame loro, appellando Neustria la parte occidentale, ed Austria la settentrionale o pure l’orientale. Per la stessa ragione l’Austria di oggidì fu così appellata per essere all’oriente della Baviera o Germania. Fra le Leggi Longobardiche presso il Lindenbrogio la vigesimaquarta di Liutprando era così concepita: Si in Istria, aut in Austria fuerit, amittat ipsa pignora. Così in una legge di Pippino re d’Italia fra i Capitolari del Baluzio si legge tam in Austria, quam in Istria. Ma in vece d’Istria s’ha ivi da leggere Neustria. Scrive Paolo Diacono (De Gest. Langob. lib. V, cap. 39) che Alachis duca di Trento ribellatosi al re Cuniberto, per Placentiam in Austriam reddiit. Perciò Aquileja fu una volta appellata Città dell’Austria; e il Foro di Giulio, oggidì Cividal del Friuli, si truova anch’esso chiamato Civitas Austriae.

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre, 2011