Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II, che riprende l'edizione:

— Dissertazioni sopra le antichità italiane, già composte e pubblicate in latino dal proposto Lodovico Antonio Muratori e da esso poscia compendiate e trasportate nell'italiana favella. Opera postuma, data in luce dal proposto Gian Francesco Soli Muratori suo nipote; seconda edizione accresciuta di prefazioni, e note opportune dall'abate Gaetano Cenni, con indice più copioso. In Roma MDCCLV presso gli eredi Barbiellini mercanti di libri e stampatori a Pasquino. Con licenza de superiorj. —

DISSERTAZIONE I

Delle genti barbare che assoggettarono l’Italia.

Oggetto di ammirazione fu negli antichi tempi Roma, quella Roma che stese l’imperio suo, non già sopra tutta la terra, come alcuni scrittori adulatoriamente scrissero una volta, ma sì bene sopra gran parte delle tre parti allora conosciute della terra. A tanta potenza niuna era mai giunta delle precedenti monarchie. Sommo valore nell’armi, prudenza non minore di governo, costanza nelle avversità, amor della gloria, furono quelle cagioni che portarono a tanta esaltazione il popolo Romano. Unissi con loro ancor quella che nominiamo Fortuna, avendo trovati tanti popoli disuniti fra loro, disuguali nel vigore e nella disciplina della milizia, e facili a sottomettersi colla forza, o ad accettare la servitù sotto lo specioso nome di Socii e Confederati. Cangiò poi faccia la Romana Repubblica con divenire monarchia, e ciò non ostante gran tempo durò la sua grandezza pel senno e pel valore di alcuni celebri imperadori che conservarono ed anche dilatarono i confini del Romano Imperio. Ma in fine, secondo le umane vicende, sì smisurato corpo politico, a guisa de’ corpi semoventi, risentì varie infermità, e dopo molte cadute e ricadute arrivò in fine a sfasciarsi tutto. Sul fine del secolo terzo dell’era cristiana si videro nello stesso tempo più Augusti e Cesari partir fra loro le provincie Romane, per essersi creduto che un capo solo non bastasse alla difesa e conservazione di tanti Stati e di sì lontani confini: quasi che una lunga concordia fosse un bene sperabile fra molti regnanti. Costantino il Grande, primo fra’ Cristiani Augusti, fece conoscere che un solo può tutto, quando in lui concorrano tutte. le prerogative che formano un eroe. Però sotto il solo di lui scettro si vide riunito tutto l’Imperio Romano, ben regolato nell’interno, e riverito e temuto da ogni Barbaro confinante. Ma lo stesso Costantino col trasportare a Bisanzio, poi chiamato Costantinopoli, la sedia dell’Imperio, e col partire tra i figli il medesimo Imperio, sulla credenza di fortificarlo, cominciò a disporlo alla rovina coll’esempio suo, che fu imitato da’ successori. Questa division di Stati seco portò ancor quella degl’interessi, e però arrivarono finalmente i Barbari a mettere in catene quasi tutto l’Imperio di Occidente, colle provincie ancora dell’Affrica.

Col nome di Barbari usarono i Romani di chiamare chiunque non era suddito del loro Imperio, a riserva de’ Greci, che per la loro letteratura e pulizia furono onorati sempre da ogni altra nazione. Che essi Barbari fossero ansiosi di conquistare l’Italia, non è da meravigliarsene. Anche oggidì l’ambizione, cioè il prurito d’ingrandirsi, è un mantice continuo che soffia in cuor de’ Potenti, incitandoli a divorare i vicini e a stendere l’ali anche in lontane contrade. Se nol fanno, è perché li tiene in freno qualche maggior Potenza, o le leghe, o la gelosia di chi mira qual depressione sua l’innalzamento altrui. Vidersi i Galli alla vigilia di piantare sul Campidoglio le loro insegne; ma ritrovarono nel tenue allora popolo Romano un coraggio che nelle perdite sapea risorgere e ributtare i nemici. Maggiori senza paragone furono i tentativi de’ Cartaginesi per abbattere la già molto cresciuta potenza Romana. Un Annibale gran capitano, seco conducendo dappertutto la vittoria, quegli parea che fosse destinato a metterla in ceppi. Ma né egli seppe valersi della sua fortuna, né i Romani giammai avvilirsi; e però in fine andarono a finire i di lui trionfi nella schiavitù della propria sua patria. Singolarmente nondimeno erano trattati una volta col nome di Barbari i popoli settentrionali, gente bellicosa, gente fiera. Tale era il concetto della bravura delle nazioni Germaniche, che i Romani non trovavano 17 il lor conto a stuzzicarle coll’armi, e più in quelle parti attendevano, alla difesa, che all’offesa. Perché le nazioni Asiatiche, l’Egitto, l’Affrica, la Spagna e la Gallia godeano un cielo più dolce, né la ferocità era toccata loro in retaggio, più facile riuscì al popolo Romano di stendere colà le sue conquiste. Ma se con gran riguardo e rispetto procedevano i Romani verso le nazioni dell’Aquilone, queste all’incontro nulla più sospiravano, che di penetrar nelle provincie Romane. Negli antichi secoli non si coltivavano cotanto, le arti e il commerzio nelle contrade settentrionali, come poi cominciò a praticarsi nel secolo VII, e maggiormente si pratica oggidì. Addocchiavano, que’ popoli le ricchezze, le grandiose fabbriche, le delize degl’Italiani, de’ Galli, e degli altri confinanti Romani: motivi tutti d’invidia, e sproni continui per desiderar di cambiare il proprio men felice paese col più felice de’ popoli meridionali. Però circa cent’anni prima dell’epoca di Cristo si videro i Cimbri, i Teutoni, gli Ambroni ed altri popoli Germanici in numero, per quanto dicono, di trecento mila, senza contar le donne e i fanciulli, piombare in Italia, e commettere in essa infinite stragi e rapine. Trovarono costoro ciò che non pensavano, cioè Mario e Catulo, generali di armate di gran senno e valore, e i soldati Romani superiori in disciplina, e non inferiori in coraggio a qualsisia nazione barbarica. Però quel gran nuvolo di gente, sconfitto in più battaglie, o colla morte o colla fuga, lasciò libera l’Italia come prima. Scatenaronsi poi sotto gl’imperatori nel terzo secolo contro il Romano Imperio le nazioni settentrionali, Franchi, Goti, Peucini, Trutungi, Virtinghi, Celti, Eruli, Suevi, Sarmati, Marcomanni, ed altri popoli della Germania e Scizia, o sia Tartaria. Buona fortuna fu dell’Imperio che regnassero allora Claudio ed Aureliano fortissimi Augusti. Il loro senno e valore rispinse o dissipò tanti Barbari; e Probo lor successore, se vogliam credere a Vopisco, stese anche per la Germania il dominio Romano. Altri insulti fecero nel quarto secolo alle contrade Romane i Barbari; ma con poco profitto e molto loro danno.

Il secolo quinto fu quello in cui finalmente cominciò a prevaler l’ardire e la fortuna delle barbare nazioni. Cadde l’Imperio in mano di principi timidi e disuniti. Le cabale, le fazioni, le prepotenze si accrebbero nelle Corti e nel Governo. Erasi di troppo rilasciata l’antica disciplina Romana, ed avvezzi i popoli all’ozio e al godimento de’ lor comodi, abborrivano il duro mestier della guerra. Perciò fu creduto ben fatto il valersi de’ Barbari stessi nelle armate Romane; e costoro divenuti pratici de’ paesi, e scorta la debolezza de’ Romani d’allora, conobbero non difficile il saccheggiare anzi il signoreggiare le provincie dell’Imperio, coll’animar perciò segretamente i lontani lor nazionali a sì ricca preda. Però nell’anno 405 ecco calare in Italia Radagaiso re de’ Goti (diedero i nostri nome di Goti a varie nazioni massimamente alle procedenti dalla Tartaria) con dugento mila armati, che inferì immensi danni all’Italia. Costui in Toscana restò sconfitto da Stilicone; gran macello e prigionia fu fatta di sua gente. Ma non istette molto a cangiarsi scena. Sopravvenne in Italia con grandi forze Alarico, altro re de’ Goti, o sia delle nazioni Boreali, che non trovando se non lieve opposizione, prese Roma, e le diede un orrido sacco nell’anno 409. I Gentili Romani, che tuttavia in gran copia, e massimamente della nobiltà, abitavano in Roma, spacciavano provenir tanti mali dalla introdotta Religion Cristiana, o perché più non si adoravano que’ Dii che stoltamente venivano tenuti per dispensieri delle vittorie, o perché si credea che una religione, ispirante l’umiltà, la moderazione e la carità, ammaliasse l’ardire, e togliesse quella ferocia e brutalità che suol rendere vincitori i guerrieri. Ridicola immaginazione, smentita da tanti esempli di ogni secolo posteriore, ne’ quali si è veduto e si vede se le armate Cristiane sappiano trionfar dei lor nemici. Non dalla Religione, ma da altri poco fa accennati principj scaturirono le disgrazie che inondarono in quel secolo il Romano Imperio. Si aggiunse il gran diluvio di Barbari, che parvero camminar d’intelligenza per muoversi quasi tutti ad ingojar le Romane provincie: laonde non potè l’una parte dell’Imperio porgere soccorso all’altra. Si videro sterminati eserciti di Goti, Vandali, Alani, Suevi, Borgognoni scorrere ed anche fissare il piede per la Gallia, Spagna ed Affrica. Attila con ischiere innumerabili mosso dalle contrade più remote del Settentrione, portò un grave eccidio all’Italia, e mise sossopra le Gallie. Genserico re de’ Vandali, cioè di una nazion settentrionale giunta a divenir padrona dell’Affrica Romana, tornò nell’anno 455 a dare il sacco a Roma. In somma troppo terribil fu la sovversione delle provincie, di modo che i popoli spolpati da amici e nemici, ed affatto inviliti, offerivano il piede alle catene di chiunque veniva a conquistarli.

Tuttavia fra tanti turbini si sostenne l’Italia anche per qualche tempo senza soggiacere al giogo de’ Barbari, e coll’avere i suoi imperatori, ma deboli ed incapaci di metter argine alla minacciata rovina; finché nell’anno 476 Odoacre con potente armata di Turcilingi, Eruli ed altre barbare nazioni s’impadronì di Roma e di quasi tutta l’Italia, il primo fu che assumesse il titolo di Re, e formasse il Regno Italico, con fissare la sua residenza in Ravenna, città per la sua situazione la più forte allora di tutte l’altre Italiane. Poco nondimeno durò la fortuna di Odoacre. Teodorico, insigne re dei Goti, ottenutane la permissione da Zenone Augusto, corse a questa preda, nell’anno 489, e in poco più di tre anni di guerra balzò l’emulo Odoacre dal trono, ed impadronitosi dell’Italia, stese anche fuori dell’Alpi la sua signoria e potenza, e un saggio governo mantenne. Di questo regno Gotico non erano malcontenti i popoli, quando nell’anno 535 Giustiniano I Augusto, che già aveva ritolte ai Vandali le provincie d’Affrica, si avvisò di ricuperare anche l’Italia. Non gli fosse mai venuta questa voglia; perché s’accese una sì aspra guerra che durò sino all’anno 552, con lo sterminio di tante terre e città, e coll’aver sofferto i poveri popoli indicibili angarie, affanni e morti. Peggio forse stettero di poi sotto i Greci che sotto i Goti; se non che tornò tal mutazione in profitto della Religion Cattolica. Peggiorarono da lì a non molto le cose per l’arrivo de’ Longobardi. Invogliatasi questa nazione del felice paese e cielo dell’Italia, abbandonò la Pannonia, oggidì appellata Ungheria, e nell’anno 568, condotta dal re Alboino, venne ad impadronirsi della maggior parte d’essa Italia. Nacque allora il Regno Longobardico, e sede primaria dei Re divenne Pavia. Non riuscì difficile a questi Barbari la conquista di tanto paese, perché preceduta un’orribil peste ed una crudel carestia, avevano spopolate le città e le campagne. Troppo lontani i Greci Augusti poco poterono accudire a reprimere questo torrente. Vittoriosi perciò scorsero costoro per le provincie Italiane; e chi osò di resistere, restò vittima delle loro spade. Allora fu che Italia veramente mutò faccia; Andarono a terra le bell’arti; le lettere più non si coltivarono; l’ignoranza stese l’ali dappertutto. Il solo mestier della guerra quello era, di cui si compiaceva al pari dell’altre sue simili quella nazione. La rapacità e la crudeltà accompagnarono questa gente nella lor venuta e ne’ primi tempi del loro governo. Ma da che videro ubbidienti i sottomessi popoli Romani, ed incominciarono ad incivilirsi quelle barbariche teste, succedette qui come nella Cina conquistata dai Tartari (son già più di cento anni); cioè s’introdusse un dolce governo, la giustizia tornò ne’ tribunali, e nell’interno del regno si provò per lo più un’invidiabil quiete. Quel solo che turbò la tranquillità di questo regno, venne dal di fuori, cioè dalla guerra che per tanti anni durò fra essi Longobardi e il Greco imperio, in potere di cui erano rimasti l’Esarcato di Ravenna, il Ducato Romano, e varie città marittime nella parte ora chiamata Regno di Napoli. Né si dee tacere, che sparsasi per la Germania la voce della trasmigrazion de’ Longobardi, si mosse, per attestato di Paolo Diacono, gran gente di altri paesi ad accompagnarli, sulla speranza di participar della preda, cioè Gepidi, Bulgari, Sarmati, Pannonii, Suevi, Norici, ed altri di nomi diversi. A costoro toccarono in lor parte per abitazione terre e ville che presero il nome da essi popoli. Tre miglia lungi da Modena abbiamo la villa di Bazovara, in cui ne’ vecchi secoli era castello. Bajoaria vien nominata negli antichi strumenti, nome che denotava quello che oggidì si chiama Ducato della Baviera. Da uno strumento, esistente nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena, si ricava che nell’anno 1033 Ingone vescovo di Modena diede a livello a Bonifazio duca e marchese di Toscana, padre poi della celebre contessa Matilda, e a Richilda sua moglie Cortes duas juris ipsius Episcopio, quibus sunt posit una in loco, ubi dicitur Clagnano quod est Roca cum Castro inibi abente, et Turrem cum Capella inibi abente, ec. Alia namque Curte Abana in loco, ubi dicitur Saviniano, similiter cum Castro inibi abente, ec. All’incontro essi giugali donano al Vescovato di San Geminiano due Corti, unam in loco ubi dicitur Bajoaria, alia in loco ubi dicitur Fossato Regi, cum Castro ad una quaque Corte super se abente, et Capellis infra eodem Castris vel Cortis, ec.; ma con ritenerne il possesso a titolo di livello. Sotto la città di Milano, come apparisce dalle antiche memorie, si contava Ducatus o pure Comitatus Burgariae. Quivi probabilmente abitarono i Bulgari venuti con Alboino, giacché Burgari si truovano anche appellati. E non è inverisimile che a Soave terra del Veronese dessero il nome i Suevi chiamati Suavi dagli antichi scrittori italiani. Allorché Odoacre s’impossessò dell’Italia, assegnò la terza parte degli stabili italiani a’ suoi soldati. Loro non tolsero i Longobardi le terre, ma gli obbligarono a pagare per tributo la terza parte de’ frutti che si ricavavano dalle terre. Ut tertiam partem suarum frugum Langobardis persolverent, scrive Paolo Diacono, lib. II, cap. 32. Per tale aggravio imposto dai Longobardi ai lor nuovi sudditi, è sembrato che uno scrittore moderno abbia voluto processarli di barbarie, senza far caso di ciò che io avea avvertito negli annali: cioè che i tanto lodati Romani toglievano tante terre ai popoli vinti, ed anche sudditi, o per premiare i soldati, o per fondar colonie; e che si possono mostrar popoli anche oggidì, che pagano un uguale, se non anche superiore tributo ai lor principi. [1]

Fino all’anno 774 sul trono d’Italia si mantennero i re di nazion Longobarda; furono poscia abbattuti, e passò la lor corona in un capo più degno, cioè in Carlo Magno re de’ Franchi. Tirava anche la nazion de’ Franchi l’origine sua dalla Germania, e dopo essersi impadronita alcuni secoli prima delle Gallie, arrivò in questi tempi a signoreggiar anche nell’Italia con sensibil vantaggio de’ popoli, perché governati con amore, giustizia e prudenza da esso re Carlo, divenuto poscia imperadore, e da’ discendenti suoi per più di un secolo. E perciocché questo sempre memorabil Augusto avea non le sole Gallie, ma gran parte ancora della Germania ubbidiente al suo scettro; però cominciarono allora o per cagion della milizia, o per li governi, a praticare e fissar le loro famiglie in Italia non solamente i Franchi, ma eziandio i Norici, Turingi, Sassoni, Alamanni, Suevi, ed altre nazioni. Due strumenti dell’archivio archiepiscopale di Lucca ci fan vedere nell’anno 782 Adeltruda Sassone, ancella di Dio (cioè Monaca in quella città) figlia di Adelvaldo, che fu re de’ Sassoni oltremarini, cioè uno de’ potenti principi della gran Bretagna o sia dell’Inghilterra, che restò ucciso, e cagion fu che la figlia si ricoverasse in Italia. Tempo venne che anche il mezzogiorno inviò altri barbari a calpestare le nostre contrade. Questi furono gli Arabi, appellati anche Saraceni i quali dopo avere stesa la lor dominazione per le provincie marittime dell’Affrica e per la maggior parte della Spagna, nel secolo IX s’impadronirono della Sicilia, e giunsero a possedere molte città nella Puglia e Calabria. Gran fatica si durò a cacciarli da que’ nidi; e solamente nel secolo XI, tolta fu loro dai Normanni la Sicilia suddetta. Sul principio del secolo medesimo e ne’ susseguenti anni, provò la misera Italia infiniti guai per le incursioni di un’altra nazione più fiera e barbara dell’altre, cioè degli Ungri, o Unni, gente Tartarica, che avendo colla forza sottomessa la Pannonia, e datole il nome di Ungheria, sul principio del secolo X quasi ogni anno calavano in Italia, per dare non solamente il sacco dovunque giugnevano, ma per mettere tutto a ferro e fuoco. Grande e lunga calamità che fu quella, massimamente nella Lombardia, in cui fino la regal città di Pavia restò da que’ terribili masnadieri cangiata col fuoco in un mucchio di pietre. Leggesi in un Codice antichissimo della Cattedrale di Modena la seguente preghiera a San Geminiano vescovo e protettore della città in testimonio di quella gran turbolenza.

 

Confessor Christi, pie Dei famule,

O Geminiane, exorando supplica,

Ut hoc flagellum quod meremur miseri,

Caelorum regis evadamus gratia.

Nam doctus eras Attilae temporibus

Portas pandendo liberare subditos.

Nunc te rogamus, licet servi pessimi,

Ab VNGERORUM nos defendas jaculis.

Patroni summi exorate jugiter

Servis puris implorantes Dominum

 

Allora l’insigne Monistero Nonantolano, fondato nel secolo VIII nel territorio di Modena, da que’ Barbari venne dato alle fiamme.

Ma in fine furono passeggiere le scorrerie di costoro in Italia, né alcun di essi fissò qui il piede. Nell’anno 962 ebbe uno stabile principio la tuttavia vigorosa signoria della nazion Germanica, in Italia, mercè della corona imperiale che il Romano Pontefice conferì ad Ottone il Grande, re della Germania: di questo governo, che servì anch’esso a piantar molte famiglie Tedesche nelle contrade d’Italia, e delle mutazioni poscia sopravvenute, non è qui luogo da trattare. Merita bensì che si rammenti un’altra nazion parimente settentrionale, che nel secolo XI venne ad impossessarsi di una delle più belle parti d’Italia. Parlo de’ Normanni, cioè di un miscuglio di gente uscito dal più remoto settentrione di Europa, cioè da que’ paesi che ora chiamiamo Svezia, Danimarca, Norvegia, Littuania e Russia: tutti uomini bestiali, che fin regnante Carlo Magno si diedero ad esercitar la pirateria nell’Oceano. Che danni, che stragi inferissero questi inumani corsari nel secolo IX all’Inghilterra, alla Frisia, e più senza paragone alla Gallia, non si può abbastanza esprimere. Penetrarono anche nel Mediterraneo. A loro si attribuisce la rovina della città di Luni, di cui appena restano le vestigia, e il saccheggio di Pisa, e di altre città Italiane. Si quetò la rabbia di costoro, da che sul principio del seguente secolo fu loro ceduta nelle Gallie quella provincia che cominciò ad appellarsi Normandia. Guglielmo il Conquistatore, duca di quella valorosa nazione, sottomise poi nel secolo XI a’ suoi voleri l’Inghilterra. Ma stupenda cosa fu in esso secolo il vedere un pugno di que’ Normanni che per accidente capitato in Puglia, cominciò ivi a far delle grandi prodezze e degli acquisti; e chiamati colà dalla Normandia altri compagni giunse in fine, per valore di Roberto Guiscardo e di Ruggieri suo fratello, a conquistar quasi tutto il regno appellato oggi di Napoli, e tutta anche la Sicilia. Un curioso pezzo di storia Italiana son le imprese de’ Normanni in quelle parti. Da quanto poi si è detto fin ora, si può comprendere che anticamente sembravano destinati i popoli del Settentrione a soggiogare i Meridionali. Gente feroce di animo e robusta di corpo, che a capo basso andava contro chi gli si opponeva, trovava gran facilità a sconfiggere gli abitanti del Mezzogiorno, parte effeminati e marciti nell’ozio, e tutti dimentichi dell’antica militar disciplina.

Ciò che fecero in Italia, si è già veduto. Passarono a signoreggiar nelle Gallie i Franchi e i Borgognoni; nelle Spagne i Visigoti e Svevi; nell’Affrica i Vandali; nella Tracia ed Illirico i Bulgari; nella Pannonia gli Unni, i Gepidi, i Longobardi, gli Ungari. Erano i Turchi di nazione Tartara; ed ognun sa e vede dove sia arrivata la lor potenza e lo spirito conquistatore. Ai Tartari ancora riuscì di conquistar l’India Orientale con fondare l’Imperio del Gran Mogol; e susseguentemente un’altra nazion di Tartari soggiogò e tien tuttavia il celebre e maestoso Imperio della Cina. S’è veramente da alquanti secoli mutata la faccia delle cose in Europa; pochi ci sono, che non facciano professione dell’armi; le fortezze si mirano frequenti: laonde, gran tempo è che non si veggono trasmigrazioni di popoli, né i Settentrionali tentano di scavalcare i Meridionali; e se tentano, non sogliono durar le loro conquiste. Se n’ha da eccettuare la Russia, il cui Imperio per cura spezialmente dell’immortale Pietro il Grande è arrivato ad un auge di tanto credito e grandezza di dominio. E certamente se un dì secondo le umane vicende avrà da sfasciarsi la vasta monarchia dei Turchi, nata per lasciar andare in malora tanti bei paesi e città che ne’ secoli antichi cotanto fiorirono, pare che sia riserbato alla Potenza Russiana di darle il crollo.

 

Nota

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[1] Nel Giornale dell'anno 1746 (pag. 24) meritamente disapprovai la comparazione, che l’Autore fece d’alcuni Principi della età nostra co’ Longobardi, quasi che quelli barbari aggravasser meno i popoli d’Italia, con esiger da loro la terza parte dell’entrate di quel che si faccia oggi da qualche Principe vivente. Onde il processo non fu contro i Longobardi; ma bensì contro lo scrittor degli Annali. Lo feci però con fratto: mentre qui non si ristringe a soli popoli d'Italia la proposizione, ma si parla in generale delle Nazioni. Di tai modificazioni ne ho notate, delle altre, e ne do gloria a Dio.

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre, 2011