Ludovico Antonio Muratori

 

DEI DIFETTI DELLA GIURISPRUDENZA

 

 

 

 

CAPITOLO II.

De’ teologi morali, de’ medici, e de’ legisti.

 

 

TRE sorte d’uomini letterati, oltre a i principi e magistrati, hanno ed esercitano giurisdizione nel mondo, cioè i teologi morali, i medici, e i legisti. Scrivono o trattano i primi dell’anima dell’uomo, in quanto essa è indirizzata alla beatitudine, o dannazione eterna, insegnando, quali azioni sieno degne di premio o di gastigo davanti a Dio, e quali indifferenti, cioè non meritevoli nè dell’uno, nè dell’altro. Però al loro tribunale ricorrono, o son chiamate l’anime nostre, per conoscere ciò, che è peccato, o non peccato; e quando pur sia peccato, se grave, o leggiere. Assaissimi professori viventi di questo primo sapere ogni città li nutre, e colla loro autorità saggiamente si regola e consiglia. Ma più ne abbiamo, che benchè morti ne parlano ne’ loro libri; e questi ancora sogliono esigere maggior venerazione, perchè maestri emeriti di tal professione. L’altra schiera, che è quella de’ medici, ha giurisdizione sopra il corpo degli uomini, perchè insegna a tenerlo sano, e a perservarlo da i mali; o quando pur sia assalito da i mali, si studia di liberarlo, e guarirlo. Felice si reputa, chi nelle malattie può avere al suo letto uno, e molto più se molti di questi campioni, al sapere, e a’ consulti de’ quali si concepisce viva speranza, che i malori atterriti dovran cedere, volere e non volere. E puossi egli sperar di meno, se questi hanno speso tanti anni, e tanti passi, per imparar la sola arte di conoscere i morbi corporei, e di guarirli? Se per disavventura talun muore, senza la fortuna d’essere stato più volte visitato da un medico: che maraviglia è? Gli sarà succeduto per mancanza d’uno di questi domatori di mali, e spaventatori della morte. Perciò sotto la loro autorità e signoria, non si può negare, stanno i corpi nostri. La terza schiera è quella de’ legisti, che godono ampia giurisdizione sopra la roba de gli uomini, se per mala fortuna questa è messa in lite; e talora si stende anche alle lor vite, qualora si commettano certi delitti.

Ora in tutte e tre queste professioni di persone dotte e letterate, strana cosa è il mirare infinite discordie, e contrarietà. La gran reina del mondo, l’opinione, principalmente nel paese di questi tali ha collocato il suo trono. Aprinsi i libri de’ teologi morali, tutti senza fallo van d’accordo nelle massime generali, ne’ principj delle umane azioni, e nelle leggi, che riguardano l’uomo spirituale, perchè son principj e leggi fondate su quelle della natura, o provenienti dall’infallibil tribunale delle divine scritture, o pure dogmi stabiliti da i Sommi Pontefici, da i Sacri Concili, o da i Santi Padri. Ma venire un po’ alla pratica, cioè ad applicar queste regole e leggi a i differenti casi, che occorrono, o possono occorrere: eccovi division d’opinioni, e battaglie senza fine. Vi dice un d’essi: tu questo operando, o questo tralasciando, non pecchi; e s’altro non v’è nel tuo processo, l’eterna tua salute è in salvo.

S’alza qui un altro, e grida: anzi tu con quest’opera od omissione pecchi, e all’anima tua, se non ti penti, sovrasta il massimo de’ mali, e piomberai all’inferno. Come s’ha qui a regolar l’uomo fedele? Sonosi alzati nel secolo prossimo passato valenti esaminatori di simili contese con pretendere, che non sia lecito il seguitar le opinioni probabili in concorso delle più probabili. Ma non sono mancati altri, che han sostenuto ragionevole, e non vizioso, l’attenersi alla probabilità minore senza obbligo di seguitar la maggiore, perchè anche così operando, prudentemente si opera. Sicchè fra tante opinioni, onde abbonda la teologia de’ costumi, sono restate nel loro essere, e in uso, anche le opinioni, che concedono, o niegano l’uso delle probabilità.

Quanto alla medicina, convien confessare, ch’essa nelle sue subordinate arti, cioè nella notomia e chirurgia, ha in questi ultimi tempi profittato assaissimo colla giunta di nuovi lumi; ma per conto d’essa, cioè per conoscere l’origine di assaissimi mali, e per curarli, si truova essa tuttavia in un gran buio. Non la finirebbe sì presto, chi prendesse a registrar tutte le diverse opinioni intorno alle sole febbri, e all’utile o danno de i salassi, che s’incontrano ne’ tanti e tanti libri de’ medici. Peggio poi senza paragone cammina per gli medicamenti. Innumerabili, sì semplici, che composti, vengono ne’ loro libri, nelle loro scuole proposti; ma a riserva di cinque o sei, per disgrazia tutti gli altri non si sa se punto influiscano alla guarigion de’ malati, e può anche temersi, che alcuno cooperi a levar dal mondo, chi senza essi medicamenti sarebbe risanato, e tuttavia fra i vivi. Ha voluto la divina provvidenza, che sia limitata la vita de gli uomini, e naturalmente viene dalla quantità o qualità de i cibi, dall’aria alterata per accidente, o stabilmente malsana, e da varj altri disordini e cagioni, che il filo di essa vita si tronchi anche di buon’ora. Perciò in mano de’ medici per lo più non istà il trattenere, che la natura non ceda all’urto de i mali gravi. E se voi desiderate de i bei consulti, delle ingegnose teoriche, e delle maravigliose tirate di discorso al letto de gl’infermi, intorno alla qualità, e all’origine de i lor malori, sarà facile il soddisfarvi. Se vi premesse ancora di imparare, che tutti gli sconcerti del corpo umano arrivano secondo le regole matematiche, e che per levarli bisogna raccomandarsi più tosto ad Euclide, che a Galeno; vi sarà pur ciò insegnato in qualche paese. Ma intanto non v’aspettaste, che dopo lo sforzo di tante dottrine i rimedi corrispondessero al bisogno e alla speranza de’ malati. Piena d’opinioni è la teorica; infinitamente più ne è piena la pratica; piena la farmaceutica. Nè già sono mancati onorati medici, che ne’ lor libri hanno diffusamente dimostrata l’incertezza della lor arte, e de’ loro medicamenti; e non ne mancano altri, che sinceramente confessano lo stesso, al contrario di quelli, che benchè giornalmente ne sentano e conoscano le magagne, pure tengono in tutta riputazione il lucroso loro mestiere, montando anche in collera, se taluno osa di parlarne in diverso tenore.

Tale non par già la fortuna della scienza legale. Non solamente l’esaltano i di lei professori presso la gente, ma la credono eglino stessi un magazzino di mirabil sapere, e di nobilissime regole per dare il suo a chicchessia. Niuno mai comparisce, che l’accusi di difetto. Fors’anche son persuasi, ch’ella in se stessa sia senza difetti. E veramente al mirare il corpo delle leggi a noi esibite da Giustiniano, e dopo il secolo decimo o undecimo dell’era nostra rinate in Italia, e a poco a poco introdotte ed accettate in tutte le scuole, e in tutti i tribunali d’Italia, non ha torto chi ne esalta l’equità, chi vi truova principj nobili, e regole per lo più utili, o necessarie, o lodevoli per ben maneggiar le bilance della giustizia. Ma qui non è ristretta la giurisprudenza d’oggidì. I digesti, il codice, e le instituzioni di Giustiniano si possono appellare un nobile sì, ma picciolo giardino della giurisprudenza. Alle dottrine, che nel corpo delle leggi suddette si contengono, tant’altre ne ha aggiunto dipoi la sottigliezza ed intemperanza de’ legisti nati dopo l’anno 1100, che quel giardino è divenuto un foltissimo bosco. Però nella giurisprudenza d’oggidì il meno son le leggi, il testo anche delle quali poco o nulla si studia da molti de’ giurisconsulti pratici. Il più consiste in tante quistioni con dottrine affirmative e negative, divisioni, suddivisioni, eccezioni, ampliazioni, limitazioni, inventate e promosse da gl’interpreti, trattatisti, e consulenti; per le quali giunte tutto il saper legale è in oggi pieno d’opinioni, cioè colmo di confusione, con danno grave del pubblico e del privato. A questo dovrebbono far mente i sostenitori de i gran pregi della giurisprudenza; e facendolo, purchè la lingua vada concorde col loro cuore, non potran di meno di non confessare difettosa di molto questa scienza, e bisognosa, per quanto sia mai possibile, di correzione e riforma.

Supposti per ora cotai difetti, supposto ancora il bisogno di riforma in sì fatto studio ed esercizio, s’ha da desiderare e gridare, che sorgano principi legislatori, i quali possano, e sappiano, e vogliano prestar questo insigne benefizio, almeno a i proprj Stati. E qui conviene osservare la diversità, che corre fra l’arte medica, e la teologia morale dall’un canto, e dall’altro la Giurisprudenza. Tuttochè queste tre professioni si mirino del pari intralciate da opinioni senza numero, pure delle due prime si può ben desiderare, ma non si dee sperare un efficace decisione delle lor controversie. Imperciocchè quanto alla medicina, nascendo la sua incertezza, e per conseguente la folla delle opinioni sue dalle cagioni troppo occulte de’ mali, dal non potersi se non troppo difficilmente scoprire lo stato, in cui si trovano i solidi e fluidi del corpo umano infermo, e incomparabilmente più dal non conoscersi, nè potersi conoscere da i medici anche più assennati, ciò che nuoca, o ciò che giovi ne’ differenti mali: per forza resta impossibilitato il decidere intorno alle opinioni, che riguardano la cagione e la guarigion de’ mali, massimamente qualor si viene alla pratica. Da che noi non siam per esempio certi, che i salassi, sì abbondantemente prescritti da alcuni, ajutino a guarire in tante e tante occasioni: questa sarà un’opinion di rimedio, ma non già un sicuro rimedio, potendo darsi il caso (e voglia Dio, che sia ben di rado) che il medesimo rimedio guarisca non da un solo, ma da tutti i mali un infermo, con liberarlo da questa valle di miserie. Lo stesso io dico di chi all’incontro non vuol mai aprire la vena a’ suoi malati, forse potendo da ciò provenire la lor totale rovina. Però la medicina qual’è, se ne starà in eterno. Nè chi è saggio, si asterrà dal fare ricorso a i Medici ne’ malori del suo corpo, ma con iscegliere, per quanto è in sua mano, quelli, che se non han possanza di gùarire altrui, hanno almen la prudenza di non ajutare i morbi ad atterrare chi sarebbe senza medicamenti guarito.

Non si può, dissi, liberar la medicina dalle sue opinioni; ma per conto della moral teologia, non si dee. Potrebbono i sommi pontefici, e i sacri concilj, per l’autorità loro conceduta da Dio, decidere, se volessero, un’infinità di quistioni ed opinioni, che s’incontrano in questa scienza; pure non hanno mai pensato, nè pensano a deciderle. Non per altro, se non perchè colla loro autorità va congiunta la prudenza regina delle virtù, e condottiera del buon governo. Mancherebbe per infinite opinioni i fondamenti sicuri e chiari per condennarle; né la Chiesa di Dio ha mai avuto in uso di profferir sentenza a capriccio contra di qualche proposizione, ma allora solamente, che la truova contraria o per diritta opposizione, o per forzosa conseguenza a gl’insegnamenti stabiliti dalla santa religione nostra, o pure riprovata dall’interna ragion delle cose. Però i saggi Pontefici, a riserva di alcune proposizioni, che veramente si son trovate esorbitanti e meritevoli di censura, lasciano prudentemente in corso tutte l’altre, purchè appoggiate a probabili ragioni, con desiderar solamente, che ci attenghiamo alle più probabili per maggior sicurezza dell’anime nostre, ma senza riprovar perciò, nè condennare, chi talvolta si regola colle men probabili, eccettochè nell’uso de’ Santi Sacramenti e nell’amministrazione della giustizia civile, e dove si tratta della vita de gli uomini.

Non è già così della giurisprudenza. Si può, e si dovrebbe purgarla, e non già da tutti (che questo è impossibile) ma da una gran quantità di difetti, e di opinioni, che la deformano. Si può, dico, perché altro non si esige, se non che i principi, in mano de’ quali sta l’autorità di far nuove leggi, e di mutare, riformare, ed abolir le vecchie, e di dar regola alla giudicatura sì civile, che criminale, vogliano impiegare il paterno loro zelo, con prescrivere, se ci è, metodo migliore ne’ giudizj, e troncare un’infinità di dubbj, controversie, ed opinioni, che si sono intruse nella giurisprudenza. E si dee, dico, o pur si dovrebbe metter mano vigorosamente a questa riforma, ogni qual volta si facesse scorgere ad evidenza, che nella scienza legale, e nell’esercizio d’essa, v’ha una non lieve quantità di difetti, e che tali difetti tornano in sommo pregiudizio del pubblico.

 

 

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© 1996 - Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2004