Ludovico Antonio Muratori

 

DEI DIFETTI DELLA GIURISPRUDENZA

 

 

 

CAPITOLO I.

 

Introduzione.

 

GIUSTO è bene, che chi professa una scienza od arte, la stimi e la lodi; ma non è si facilmente da perdonargli, se troppo la stima ed esalta, perchè in fine questo è un lodare se stesso col pretesto di contar le glorie della sua professione. Al pari d’ogni altro disinteressato ed intendente tengo io in grande estimazione la giurisprudenza, ne conosco l’utilità, anzi la necessità, in ogni ben regolata Repubblica; e di que’, che la professano, se coll’intelligenza accoppiano la sapienza, l’onoratezza, e l’integrità, io più de gli altri venero il merito, e rispetto le persone. Tuttavia questo tributo di stima verso la facoltà legale, e verso de’ suoi seguaci, non ha già da lasciarsi trasportare a gli eccessi. Il Cardinale de Luca non ebbe difficultà a mettere l’eccellenza della scienza legale sopra tutte l’altre profane o temporali, eccettuandone per misericordia la teologia. Comportiamogli di grazia sì suntuoso elogio. Ma che Ulpiano nella l. Justitia est constans ff. de Justitia et Jure ci venga dicendo: « Jurisprudentia est divinarum atque humanarum rerum notitia; justi atque injusti scientia »: non se gli può mai menar buona sì strepitosa sparata. Scienza di quel che è giusto ed ingiusto può esser che cammini, benché la pratica non sembri essere sempre favorevole ad una tal pretensione, e lo stesso de Luca dubiti altrove, se le competa il nome di scienza. « Conoscenza poi delle cose divine ed umane »: oh questo è un volerci far ridere, convenendo una tal definizione all’enciclopedia sola, che abbraccia la cognizion di tutte le scienze ed arti, e non mai alla giurisprudenza, che è ristretta fra’ suoi confini. Il buon Accursio nella chiosa cercò, se il Dottor di Leggi avesse per questo da studiare la teologia, e rispose di no. Nam omnia in corpore Juris inveniuntur. Gran libro che dee essere questo corpo di leggi, perchè tutto lo scibile ivi si truova. E quand’anche Accursio intendesse de’ libri dell’uno e dell’altro Gius: certo è, che non per questo, ivi si troverà tutta la teologia speculativa e morale, non che la medicina, la filosofia, le matematiche ecc. [1] E se vuol dire chiuso in que’ libri tutto ciò che occorre per saper giudicare del giusto e dell’ingiusto nelle cose divine ed umane: senza anche parlare de’ teologi, salterà su tutto il coro de’ dottori, mostrando l’ampia biblioteca d’opere composte da tanti giurisconsulti, con dire, che se tutto si trovasse nel corpo delle leggi, non occorreva faticarsi per comporre dipoi tanti volumi. Ma altra spiegazione ci vien qui recata da Dionisio Gotifredo. Pretende egli chiamata la giurisprudenza Notizia delle cose divine, perché conjuncta fuit olim Juris divini et humani scientia: quasi che tal fosse anche a’ tempi d’Ulpiano lo studio de’ giurisconsulti. Ma quando pur ciò fosse, non lascia d’essere una spampanata quella definizion d’Ulpiano. Si sarebbe comportato, se avesse detto: « Juris divini et humani notitia », e non già « divinarum atque humanarum rerum ». Ma anche quel divini troverebbe de’ contraddittori.

Ora per quanto dieno nelle trombe i nostri giurisconsulti per far risonare le glorie della magnifica lor professione, se con occhio d’indifferenza ci metteremo ad esaminar la scienza legale non meno in se stessa, che nella pratica, noi troveremo, non esser ella dissomigliante da tante altre umane cose, le quali mirate dall’un canto compariscono con aria di beltà, e dall’altro di bruttezza. Considerate le leggi di Giustiniano, per la maggior parte contengono bellezza col contenere ragione e giustizia in se stesse, e un lodevolissimo fine, perchè tendenti a dare il suo a ciascuno. Ma osservate un poco in pratica queste leggi: che confusioni, che battaglie, che disordini non si mirano ne’ tribunali? Sì bei regolamenti erano fatti per impedir le liti, e queste son cresciute; doveano almeno abbreviarle, e queste non han più fine. E tutto ciò per aver la sottigliezza, la malizia, e l’intemperanza de gl’ingegni, o amanti della novità, o ansanti di vittorie nel dibattimento delle cause, o desiderosi di favorir taluno nel decidere, svegliate infinite controversie, piantate dottrine e conclusioni opposte: cosa non difficile, trattandosi per lo più di materie conghietturali, delle quali manca la certa verità. Non si avvede di questo fiero garbuglio, o non se ne mette pensiero alcuno, chi per sua buona fortuna quietamente possiede il suo senza liti; ma chiunque è sottoposto a si fatto flagello, ne sente bene, tuttochè ignorante, l’asprezza. Conoscenti altresì del torbido e burascoso di queste acque i nostri dottori, non se ne affliggono punto, anzi li vedete compiacersi di questo medesimo ondeggiamento e tumulto, perchè al rovescio de gli altri, che ne piangono, perchè o perdono tutto, o comperano caro quel che loro resta, o che acquistano; gli avvocati, proccuratori, e giudici per questa via arricchiscono, e salgono anche a i primi onori. Ed ancorchè più degli altri scorgano, e tocchino tutto dì con mano le magagne, le fallacie, gli sgarbi della Signora Giurisprudenza, pure a guisa de gli altri accorti e ben creati servi, non ne dicono male, anzi s’empiono la bocca delle sue lodi. Noi miriamo teologi e filosofi moderni far guerra all’antica filosofia, e a non poche seccaggini della vecchia scolastica teologia. Ma per conto della Giurisprudenza pratica, mostratemi in Italia chi mai francamente ne confessi le piaghe. Al più grideran talvolta ne’ casi particolari decisi, che la giustizia d’oggidì è ingiustizia; ma senza mai rifonderne il difetto sulla stessa appellata scienza, e senza ben considerare, che in tutti i tempi addietro troppo difficil cosa fu il raggiugnere il vero e il giusto in infiniti casi, e massimamente da che si è ridotta la giurisprudenza in un caos d’opinioni tanto diverse e fra lor combattenti.

Mi son io dunque animato, giacchè altri non cura questo argomento, a disaminarlo in qualche maniera, non per odio alcuno ad una facoltà, che venero, e senza di cui conosco non potere star l’umana società a cagion delle inevitabili liti, che ogni di saltano fuori nel misero paese de’ mortali; ma unicamente per cavar del bene, se fosse possibile, dalla scoperta del male. Sarebbe da desiderare, che gli abusi, i quali per la costituzione del mondo presente si vanno introducendo ne’ governi politici, ne’ civili costumi de gli uomini, ed anche nell’arti e nelle scienze, si andassero di tanto in tanto scoprendo, e sbarbicando. Al pari de’ vasi e strumenti, che servono al sacro culto, alle mense, e ad altri usi, ha anche bisogno il mondo d’essere di tanto in tanto riformato e pulito. Se occorresse un sì fatto benefizio alla giurisprudenza stessa, m’andrò io ingegnando di farlo conoscere. E più di gran lunga potrebbe dimostrarlo, chi veterano in questa milizia ha sostenuto innumerabili battaglie, o lungo tempo ha riempiuto le cattedre giudiciali. Almeno aprirò io la strada a chi un dì potesse e volesse trattar con più polso di questa materia. E mi restrignerò alla giurisprudenza civile. Poichè quanto alla criminale, meritevole anch’essa di molte osservazioni, non intendo io di toccarla, riserbando un tale assunto a chi con sincerità eguale alla mia, e più sperienza, prendesse a trattarne per pubblico bene. E se talun si avesse a male, ch’io avessi impugnata la penna per combattere contro la giurisprudenza, quasichè io mi fossi accinto a screditar lei, e nello stesso tempo i suoi professori: io li farò processar come persone invidiose o nemiche del pubblico bene, da che non vogliono, che si rivelino le magagne della lor professione, e se ne proponga qualche rimedio: nel che ha interesse la Repubblica tutta. Finalmente chiuderò loro la bocca con ricordar loro ciò, che non ebbe difficultà di scrivere, parlando della giurisprudenza, uno de’ più rinomati ufiziali dell’imperio legale, cioè il Cardinale de Luca nel Lib. X, Cap. V, del suo Dottore Volgare. Eccone le parole: « Tante questioni, e varietà d’opinioni, meritano quel disprezzo, che già l’opere de’ legisti generalmente hanno da i professori dell’altra lettere, mentre non ostante l’amor grande, forse sregolato, che ciascuno per un generale istinto naturale porta a i proprj parti, quando io leggo tante questioni e cabale da me medesimo dedotte nel teatro in questa materia, ne concepisco nello stesso tempo, secondo il detto del mio compatriota Orazio, riso e collera. Et a ciò dovrebbono riflettere i Principi, e i tribunali grandi nello sradicar tante spine, le quali rendono impraticabile la giustizia e la verità ». Se ragione ha di parlar così uno de’ primi luminari della facoltà legale, avrò io poi torto, se servirò d’eco a lui?

 

Note

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[1] «Il Conringio de Civili Prud., Cap. 3, così scrisse: Ridicula est Accursii gloriatio in Gl. ad 1. 10 sect. 2 fr. de Iust. et Iure: Nihil opus esse Theologiæ studio ad cognoscenda divina, ut quæ ex Legum Romanarum Libris affatim peti queat ». (Muratori)

 

 

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© 1996 - Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2004