LODOVICO ANTONIO MURATORI

ANNALI D′ITALIA

dal principio dell′era volgare sino all′anno MDCCXLIX

dal principio dell′era volgare sino all′anno MDCCXLIX

VOLUME I

Dall′anno 51 d.C. all′anno 100 d.C.

Edizione di riferimento:

Annali d'Italia dal principio dell′era volgare sino all′anno MDCCXLIX

compilati da Ludovico Antonio Muratori

Società Tipografica de′ Classici Italiani

MILANO, dalla Contrada del Cappuccio ANNO l8l8.

 

Anno         di Cristo 51. Indizione IX.

                  di Pietro Apostolo papa 23.

                       di Tiberio Claudio, figlio di Druso, imperadore 11.

Consoli     Tiberio Claudio Augusto per la quinta volta.

                      Servio Cornelio Orfito.

Nelle calende di luglio ebbero questi consoli per successori nella dignità Gaio Minicio Fondano e Gaio Vettennio Severo; e all′uno di questi ultimi due nelle calende di novembre si crede che fosse sustituito Tito Flavio Vespasiano, il quale a suo tempo vedremo imperadore; ciò ricavandosi da Suetonio [311]. In questo medesimo anno a dì d′ottobre ad esso Vespasiano nacque da Flavia Domitilla, sua moglie, Domiziano, che fu anch′egli imperadore. Benché Nerone Cesare [312] avesse solamente cominciato l′anno quattordicesimo di sua età, senz′aspettare di compierlo, come portava la legge e l′uso, per dispensa del senato adulatore, prese la toga virile, abilitato anche al consolato, subito che toccasse l′anno ventesimo: con che potea aver parte a gli affari pubblici e a gli onori. Venne anche dichiarato Principe della Gioventù, e gli fu conceduta la podestà proconsolare fuori di Roma: tutti gran passi all′imperio. All′importunità di Agrippina nulla si sapea negare nè da Claudio, nè dal senato. Per tanti onori a lui conferiti volle la madre che si desse alla plebe un congiario, a i soldati un donativo, e che si celebrassero i giuochi circensi, per procacciare con ciò l′amore del pubblico al figliuolo. Intanto il povero Britannico si facea allevare come figlio di un plebeo, e compariva nelle solennità delle funzioni tuttavia vestito da putto; laddove il fratellastro Nerone sfoggiava con abiti da imperadore: dal che ognuno argomentava qual dovesse in fine essere il destino di amendue. E perciocché penetrò Agrippina che alcuni centurioni e tribuni de′ soldati pretoriani teneano discorsi di compassione per lo stato miserabile di Britannico, destramente li fece allontanare, o li trasse a dimettere i gradi militari con darne loro de i civili più utili. Non si fidava ella di Lusio Geta, nè di Rufo Crispino, ch′erano prefetti del pretorio, o vogliam dire, capitani delle guardie, perchè li credea parziali dell′estinta Messalina e de i di lei figliuoli. Picchiò tanto in capo a Claudio con rappresentargli che in mano di due discordi ufiziali pativa non poco la disciplina militare, ed essere meglio un solo, che l′indusse a creare un solo prefetto del pretorio; e questi fu Burro Afranio, uomo di molta esperienza nel militare, e creatura d′essa Agrippina. Tal dignità, massimamente conferita ad un solo e durevole era delle più cospicue e temute in Roma, e sempre più andò crescendo da che i pretoriani cominciarono ad usurparsi colla forza il diritto d′eleggere gli  imperadori. Carestia si provò nell′anno presente in Roma, e il popolo affamato intronò di grida gli orecchi di Claudio [313] anzi mosso iin tumulto, se gli serrarono addosso nella pubblica piazza, gittandogli de i tozzi di pane, di modo che ebbe fatica a salvarsi per una porta segreta in palazzo, e convenne adoperare i soldati per isbandarli. Tuttavia non ne fece il freddo imperadore risentimento alcuno, nè vendetta, e solamente si applicò con gran cura a far venir grani da ogni parte, dando privilegi a i mercatanti e alle navi da trasporto.

Anno         di Cristo 52. Indizione X.

                  di Pietro Apostolo papa 24

                       di Tiberio Claudio, figlio di Druso imperadore 12.

Consoli      Publio Cornelio Sulla Fausto,

                       Salvio Gitone Tiziano.

Avendo Ottone ( poscia imperadore ) un fratello per nome Lucio Tiziano, vien perciò tenuto questo console pel medesimo di lui fratello. Credono alcuni che a questi consoli nelle calende di luglio succedessero Servilio Barea Sorano, chiamato Console Disegnato da Tacito sotto quest′anno, e Marco Licinio Crasso Muciano; e che cessando essi, nelle calende di novembre subentrassero in quella dignità Lucio Cornelio Sulla e Tito Flavio Sabino Vespasiano. Questo per coniettura. E quando essi vogliano che Flavio Sabino fosse il fratello di Vespasiano, ( poscia imperadore ) s′ha da avvertire che Tacito e Suetonio ci danno ben a conoscere Sabino per prefetto di Roma, ma non già illustre per alcun consolato [314]. Fu in quest′anno esiliato da Roma Furio Scriboniano, figliuolo di quel Camillo che si sollevò in Dalmazia contro di Claudio Augusto. Per atto di clemenza non avea Claudio nociuto al filio, ma accusato egli ora di aver consultati gli strologi intorno alla vita dell′imperadore, per questo delitto si guadagnò il bando. Molto non campò dipoi, rapito non si sa se da morte naturale, o pur da veleno. Diede ciò occasione ad un rigoroso editto del senato contro gli strologi, con ordine di cacciarli d′Italia, non che da Roma. Tutto nondimeno indarno: per una porta uscivano, ritornavano per un′altra. Parimente fu pubblicata legge contra le donne libere che sposassero schiavi. Se ciò facea la donna senza il consenso del padrone dello schiavo diveniva anch′essa schiava; se col consenso, era poi trattata come liberta. Videsi nell′anno presente fin dove arrivasse la prepotenza de i liberti di corte, la mellonaggine di Claudio e la viltà del senato. Perchè fu attribuito a Pallante, liberto il più favorito dall′imperadore, l′invenzione di questo ripiego per frenar le donne, il senato a suggestion di Claudio, o pure, come vuol Plinio il vecchio, di Agrippina Augusta, il senato, dico, oltre a molte lodi del suo fedele attaccamento al principe, e delle sue grandi applicazioni pel ben pubblico, il pregò di accettare gli ornamenti della pretura e la facoltà di portare anello d′oro, come faceano i cavalieri, e per giunta un regalo di trecento settantacinque mila scudi romani. Costui accettò gli onori, ma sdegnò di prendere il danaro, con vantarsene dipoi in un′iscrizione, e con dire ch′egli si contentava di vivere nell′antica sua povertà, quando di schiavo, ch′egli fu, era giunto a posseder più milioni, ed è registrato dal vecchio Plinio fra gli uomini più ricchi del suo tempo. Plinio il giovane [315] da lì a molti anni in leggendo quell′iscrizione, e il vergognoso decreto fatto dal senato per costui, non se ne potea dar pace. Callisto e Narciso erano gli altri due liberti dominanti allora nella corte. Per le mani di Agrippina e di costoro passava tutto, e di tutto si facea danaro. Si prendeano anche beffe del balordo loro padrone [316]. Un dì mentre Claudio tenea ragione, comparvero alcuni della Bitinia ad accusar con molte grida Giunio Cilone, stato lor governatore, che avea venduta la giustizia per danari: nè intendendo ben Claudio, dimandò che volessero quegli uomini. Rispose Narciso: Rendono grazie per aver avuto Cilone al lor governo. Allora Claudio: E bene, l′abbiano per lor governatore anche due altri anni.

Alcuni tempi prima era venuta in mente a Claudio un′impresa, che se gli riusciva, sarebbe stata di gran gloria a lui e di pari utile al pubblico, cioè [317] di seccare il lago Fucino, detto oggidì lago di Gelano nell′Abbruzzo, per mettere quelle terre a coltura, e difendere le circonvicine dalle inondazioni che andavano di dì in dì crescendo: fattura, per cui que′ popoli Marsi avevano fatte più istanze ad Augusto, ma senza nulla ottenere. Vi si applicò con incredibil vigore Claudio, pensando di fare scolar quell′acque non già nel Tevere, come alcuno ha creduto, ma bensì nel fiume Liri, o sia nel Garigliano. Plinio il vecchio [318] per un′opera maravigliosa ci descrive questo tentativo di Claudio, e di spesa infinita, imperciocché per undici anni vi aveva egli impiegato continuamente circa trenta mila lavoratori in far cavare o tagliare una montagna di tre miglia, di profondità incredibile, e condurre un canale lunghissimo da esso lago al fiume. Allorché l′opera fu creduta compiuta, Claudio, acciocché si conoscesse da ognuno la magnificenza della medesima, ordinò che si facesse prima un solennissimo combattimento navale sul medesimo lago. Raunati da varie, parti dell′imperio diecinove mila uomini ( se pur non v′ha difetto in quel numero ) condennati a morte, li compartì in due squadre di navi colle lor armi, avendo disposte all′intorno in barche i pretoriani ed altre milizie, affinchè niuno scappasse. Tutte le ripe e le colline d′intorno erano coperte di gente accorsa allo spettacolo o per curiosità, o per corteggiare l′imperadore, che vi assistè con Agrippina [319], amendue superbamente vestiti. Sperando i destinati a combattere grazia, il salutarono, dicendo che andavano a morire e non altra risposta ricevendo, se non che anch′egli salutava loro, non volevano più procedere alla battaglia. Tante esortazioni e minacce si fecero, che finalmente le nemiche squadre, l′una appellata la Siciliana, l′altra la Romana, si azzuffarono, e combatterono da disperate. Molti furono i morti, più i feriti. Chi restò in vita ottenne poi grazia. Quindi passò la corte ad un magnifico convito, nel qual tempo si lasciò correre l′acqua del lago pel nuovo frabbricato canale: ma essa con tal empito corse, che fracassò in più luoghi le muraglie delle sponde, ed allagò talmente il territorio, che Claudio andò a pericolo di annegarsi. Egli è pur di pochi il prevedere tutte le forze dell′acque messe in moto. Altre simili burle da loro fatte ho io letto, ed anche veduto. Agrippina fece allora una gran lavata di capo a Narciso, imputandogli di non aver fatto assai forte il lavoro per risparmiare la spesa e mettersi in saccoccia il danaro; e Narciso anch′egli rispose a lei per le rime con de i frizzi intorno alla di lei superbia e alle idee della sua ambizione.

Aggiugne Tacito [320] non essere stato quel canale sì basso da potere scolar l′acque del lago troppo profondo nel mezzo. Ordinò nondimeno Claudio che si rifacesse meglio il lavoro: ma per quanto si può dedurre da Plinio il vecchio, egli non campò tanto da vederlo compiuto. Nerone suo successore per invidia alla di lui gloria non si curò di perfezionarlo ; e per quanto poi facessero Traiano et Adriano, il lago sussistè, e tuttavia sussiste. Un′altra maravigliosa impresa di Claudio Augusto fu l′aver egli condotto a fine l′acquidotto, cominciato da Caligola, per cui furono introdotte in Roma le acque Cinzia e Cerulea per quaranta miglia di viaggio [321], e ad una tale altezza che arrivavano alla cima di tutti i colli di Roma, e in tanta abbondanza che servivano ad ogni casa, alle peschiere, a i bagni, a gli orti e ad ogni altro uso. Plinio il vecchio descrivendo la grandiosità di quest′opera stupenda, ci assicura che al veder tagliate montagne, riempiute valli, e tanti archi per condurre quella gran copia d′acque, si conchiudeva, nulla esservi di sì mirabile in tutto il mondo come quella fattura, la quale costò parecchi milioni. Tacito nota in questi tempi la prepotenza e l′arti cattive di Antonio Felice, chiamato Claudio Felice da Giuseppe Ebreo [322], liberto già d′Antonia e poi di Claudio Augusto, a cui esso imperadore avea lasciato il governo della Giudea. Quel medesimo egli è che si legge ne gli Atti de gli Apostoli aver tenuto per due anni in prigione san Paolo Apostolo. Costui, oltre al godere un buon posto nel cuore di Claudio, avea anche per fratello Pallante, il più favorito; il più potente, il più ricco de i liberti di corte, e però a man salva commetteva in quel governo quante iniquità egli voleva, senza timore che gliene venisse un processo. S′empiè allora la Giudea di ladri e di assassini, e tutto si andò disponendo alla ribellione che accenneremo a suo tempo.

Anno        di Cristo 53. Indizione XI.

                 di Pietro Apostolo 25.

                      di Tiberio Claudio, figlio di Druso, imperadore, 13.

Consoli:    Decimo Giunio Silano, Quinto Haterio Antonino.

Era giunto Nerone Cesare a quindici in sedici anni: anche Ottavia, figliuola di Claudio Augusto, all′età capace di matrimonio: e però in quest′anno si celebrarono le loro nozze. Così Tacito [323]. Ma Suetonio [324] mette questo fatto due anni prima, allorché Claudio era console, cioè nell′anno 51 dell′era nostra, con avere allora Nerone celebrati i giuochi circensi e la caccia delle fiere nell′ anfiteatro per la salute del suocero dell′imperadore. Anche Dione mette il di lui matrinionio prima del combattiniento navale sul lago Fucino. Però non è qui sicura la cronologia di Tacito. Affinchè questo giovine bestia facesse per tempo una bella comparsa nell′eloqnenza,Agrippina sua madre e Seneca il maestro vollero ch′egli servisse da avvocato al popolo d′Ilio, o sia di Troia, i cui anibasciadori chiedeano allora in senato l′esenzion da i tributi. Una bella orazione in greco, dettatagli senza fallo dal precettore [325], recitò Nerone, in cui ebbero luogo tutte le favole inventate da i Romani, cioè la loro origine da Troia e da Enea, spacciato da gli adulatori per propagatore della famiglia Giulia. Nulla si potè negare ad un sì focondo oratore e a sì forti ragioni; però Tiberio, dopo avere anch′egli tirata fuori una lettera scritta in greco dal senato e popolo romano, in cui esibivano lega al re Seleuco, purché egli concedesse ogni esenzione al popolo di Troia, parente de′ Romani, conchiuse che non si dovea negar tal grazia a i Troiani, nè vi fu chi non concorresse nella medesima sentenza. Perchè i Romani che componeano la colonia della città di Bologna in Italia, erano ricorsi all′imperadore e al senato per ajuto a cagion di un incendio che avea devastate le lor case, parimente per loro fece da avvocato con una orazione latina il giovinetto Nerone, ed ottenne in lor soccorso la somma di ducentocinquanta mila scudi romani. Anche il popolo di Rodi supplicava per ricuperare la libertà, che dianzi dicemmo, tolta loro dal medesimo Claudio. Per loro perorò Nerone in greco, ed impetrò tutto quanto desideravano. Concedè similmente Claudio per cinque anni l′esenzion dalle imposte a quei d′Apamea, rovinati da un tremuoto, e al popolo di Bisanzio, che si trovò troppo aggravato; e per tutti i tempi avvenire l′accordò di poi al popolo di Coo. Statilio Tauro (non sappiamo se Marco, o Tito) possedeva de′ bei giardini. Agrippina gli amoreggiava [326] anch′essa; però da che fu ritornato dall′Affrica, dove era stato proconsole, il fece accusare in senato da Tarquinio Prisco, con apporgli falsamente d′essersi mischiato in superstizione di magia forse contro la vita di Claudio. S′impazientò egli cotanto per questa trappola, che datasi la morte colle proprie mani, prevenne la sentenza del senato.

Anno       di Cristo 54. Indizione XII.

                di Pietro Apostolo papa 26.

                di Nerone Claudio imperadore 1.

Consoli     Marco Asinio Marcello,

                     Manio Asinio Aviola.

Scrive Tacito [327] che l′uno di questi consoli, siccome ancora un questore, un edile, un tribuno e un pretore, nello spazio di pochi mesi terminarono i lor giorni: accidente interpretato da i superstiziosi Romani per preludio di gravi disgrazie. Noi non sappiamo nè qual de′ consoli morisse, nè chi succedesse al defunto, All′ambiziosa Agrippina faceva ombra Domizia Lepida, donna ricchissima e di gran fasto, sorella del suo primo marito, cioè, di Gneo Domizio Enobarbo, e parente d′Augusto per via d′Antonia sua madre. Mirava Agrippina di mal occhio che Lepida, oltre ad altri riguardi, si comperasse l′affetto del nipote Nerone con assai carezze e frequenti regali. Ella sola volea comandare al figliuolo, e però non istava bene in vita chi potea contrastarle un sì fatto imperio. Per attestato di Tacito, non era meno impudica Lepida che si fosse Agrippina; tuttavia ella non fu per questo verso assalita. Le accuse che con tra di lei inventò la malizia, furono d′aver fatti dei sortilegj per far morire essa Agrippina, o pure per diventar moglie dell′imperadore; e ch′ella non avesse frenata l′insolenza de′ suoi servi, i quali, diceva ella, in Calabria turbavano la pace dell′Italia. Fin lo stesso Nerone [328] fu forzato dalla madre, donna fiera, a far testimonianza contro l′amata sua zia. In una parola, per sentenza del senato Lepida perdè la vita, ancorché Narciso potente liberto di Claudio vi si opponesse con tutte le sue forze. E probabilmente questo liberto, che osservando i disegni ambiziosi di Agrippina, si teneva perduto se il di lei figliuolo fosse pervenuto all′imperio, e perciò si dichiarava tutto in favor di Britannico, si servì di tal occasione per rivelare a Claudio l′amicizia infame che passava tra Agrippina e Pallante, altro onnipotente liberto di corte. Promosse in oltre a tutto potere gl′interessi di Britannico presso il padre, con fargli insieme conoscere quanto fosse indecente l′anteporre al proprio figliuolo un figliastro, e quali fossero le trame di Agrippina per questo [329] . In fatti cominciarono a comparire alcuni segni ch′egli si fosse pentito [330] d′aver presa per moglie Agrippina, e d′aver adottato il di lei figliuolo. Si faceva egli condurre più del solito innanzi il proprio figlio Britannico, l′abbracciava, e un dì fu udito dire, che con quella mano con cui l′avea ferito, il guarirebbe. Narciso, anch′egli, consapevole della mutata inclinazion del padrone, animava Britannico, e gli facea gran festa intorno. Ad occhi aperti stava Agrippina, e notava tutto. Ma da che seppe essere scappato detto un giorno a Claudio, che per suo destino egli avea dovuto avere solamente delle mogli impudiche, per poi punirle, non volle aspettar più, e si studiò di prevenirlo. Si sentiva poco bene di sanità Claudio, e sperando ajuto dall′aria e dall′acque di Sinuessa, colà si portò, per quanto scrive Tacito. Quivi fu che Agrippina, dopo avere allontanato Narciso con bella maniera, mandandolo in Campania, si fece preparar un potente veleno da una famosa fabbriciera d′essi, nominata Locusta, che servì gran tempo a simili bisogni della corte. E sapendo quanto il marito fosse ghiotto di boleti, ne acconciò uno al proposito, e gliel fece poi presentare dall′eunuco Haloto, solito a fare il saggio dei cibi del principe. Mangiò di que′ boleti anche Agrippina, ma con lasciare il più bello al marito. Fu portato Claudio, come ubbriaco (che questo gli accadeva spesso), dalla tavola al letto [331] . Perchè parve che, sciolto il ventre, potesse sovvenire al rischio in cui egli si trovava, spaventata Agrippina, ricorse a Senofonte medico di sua confidenza, il quale già preparato, col pretesto di svegliargli il vomito, una penna tinta d′altro fiero veleno gl′immerse nella gola. La notte egli perdè i sentimenti, e verso il far del giorno del dì 13 d′ottobre spirò. Abbiamo da Suetonio [332] che in diverse maniere si contò questo fatto: comunemente nondimeno essersi detto e creduto ch′egli morisse di veleno. Incerto è anche il luogo, e sembra più tosto ch′egli morisse in Roma. Lo stesso storico quegli è che cel dà morto nel dì 13 del suddetto mese, e con lui va d′accordo Dione. Ma pare che Tacito lo supponga prima, perciocché si tenne (e sembra non delle sole ore) celata la di lui morte, e però potè succedere prima di quel giorno. In Roma si faceano intanto preghiere a gli Dii per la di lui salute. Agrippina chiamò i commedianti, quasi che li desiderasse Claudio per divertirsi, e spesso facea spargere voce che il di lui incomodo andava di bene in meglio. Tutto ciò per dar tempo a disporre le cose per far succedere Nerone. Ella in oltre si mostrava spasimante di dolore pel marito, e piena di tenerezza per Britannico, e per le sorelle di lui Antonia ed Ottavia, e trattenevali tutti, affinchè non uscissero della loro stanza, con aver anche messe guardie dapertutto.

Preparato ciò che occorreva, sul mezzo giorno del suddetto dì 13 di ottobre si spalancarono [333] le porte del palazzo, e ne uscì Nerone, accompagnato da Burro prefetto del pretorio, che andava ben d′accordo con Agrippina, siccome sua creutura. Fu presentato al corpo di guardia, e ricevuto con acclamazioni: indi entrato in lettiga, non senza maraviglia di molti al non veder seco Britannico, fu condotto al quartiere de′ pretoriani in Roma senza che apparisca da Tacito, il quale fa morto Claudio a Sinuessa, alcun lungo viaggio per venire da quella alla gran città. Dappoiché Nerone ebbe parlato a i pretoriani, e promesso loro un donativo non inferiore al ricevuto da Claudio, fu acclamato da tutti per imperadore. Non tardò molto a far lo stesso il senato, perchè privo di maniere da resistere a i voleri e alla forza della milizia, già entrata in possesso di far essa gl′imperadori. Furono poi decretati a Claudio i medesimi onori che si praticarono alla morte d′Augusto, con deificarlo e fargli un solennissimo funerale, in cui Agrippina gareggiò nella magnificenza con Livia Augusta sua bisavola [334]. Aveva ella anche cominciato un sontuoso tempio alla memoria del Divo Claudio, ma l′invidioso Nerone lo lasciò poi andare a terra, o lo distrusse per la maggior parte. Fu poi rifatto e compiuto da Vespasiano per gratitudine ad un imperadore che l′avea beneficato. Ed ecco come finì sua vita Claudio, principe annoverato fra i participanti del buono e del cattivo, di cuore inclinato alla giustizia, alla clemenza e alla magnificenza, e che fece molte azioni da principe ottimo; ma di testa troppo debole, per cui lasciandosi governare da mogli scellerate e da liberti iniquissimi, per gli consigli ed inganni d′essi tante altre azioni operò obbrobriose o ridicole. Gallione fratello di Seneca il derise morto, con dire, che egli veramente era salito al cielo [335], ma tirato con un uncino, come si facea a i giustiziati che venivano strascinati dal boia al Tevere. Lodava anche i boleti, perchè divenuti cibi de gli Dii. Lo stesso Lucio Anneo Seneca, siccome maltrattato da lui, se ne vendicò anch′egli con una satira, che tuttavia sussiste, rappresentandolo portato al cielo, ma poi cacciato di là, e mandato all′inferno, con essere riconosciuto in entrambi que′ luoghi per uno scimunito e per una bastia. L′orazione funebre [336], composta dal medesimo Seneca in onore di Claudio, fu recitata da Nerone. Era elegantissima; ma allorché si udì esaltare la provvidenza e sapienza del defunto principe, niuno vi fu che potesse trattenersi dal sogghignare, forse non prevedendo chi si ridea di Claudio, che avea poi da piagnere del suo successore, sentina di crudeltà e di vizj. Non fu letto in senato il testamento di Claudio, perchè verisimilmente non volle Agrippina che Britannico a Nerone in esso comparisse anteposto. Comandano i principi quel che vogliono in vita; morti, quel solo che piace al loro successore. Solamente sotto quest′anno il padre Antonio Pagi [337] comincia l′anno primo del pontificato di San Pietro; perchè sostiene ch′egli solamente ora venisse a Roma. Trattandosi di punti assai tenebrosi e controversi di storia, si attenga ognuno a quella opinione che più gli aggrada.

Anno         di Cristo 55, Indizione XIII.

                  di Pietro Apostolo papa 27.

                       di Nerone Claudio imperadore 2.

Consoli      Nerone Claudio Augusto,

                 Lucio Antistio Veteree, o sia Vecchio.

Benché non fosse Nerone peranche pervenuto all′età stabilita dalle leggi per esser console, non avendo più di diecisette anni, tuttavia, siccome superiore alle leggi, e per onorare i principi del suo governo, prese il consolato. Per testimonianza di Suetonio [338] lo tenne solamente due mesi. Chi succedesse a lui nelle calende di marzo, non si sa. V′ha chi crede Pompeo Paolino, perchè da lì a due anni si truova proconsole della Germania. Diede l′ambiziosa Agrippina principio al governo del figliuolo Nerone con levar di vita Giunio Silano, allora proconsole dell′Asia; parte per gelosia, perchè fu detto dal popolazzo ch′egli per via di femmine discendente dalla casa di Augusto potea aspirare all′imperio, e più proprio anche sarebbe stato che il giovinetto Nerone, parte ancora per timore ch′egli volesse vendicar la morte ingiustamente data a Lucio Silano suo fratello,, benché pericolo non vi fosse, perchè egli era un dappoco, e Caligola perciò il solea chiamare la Pecora ricca. Si trovarono persone che seppero dargli il veleno ed egli se ne andò, senza che Nerone ne penetrasse la trama. Da gran tempo era in disgrazia di essa Agrippina Narciso, liberto e segretario di Claudio Augusto, perchè parzialissimo di Britannico, e perchè a lei stato contrario in molte occorrenze. Aveva egli ammassato delle immense ricchezze, e potendo tutto sopra il padrone, le intere città e gli stessi re, e chiunque avea bisogno del principe, il corteggiavano e gli faceano de′ regali. Era per altro fedele a Claudio, e vegliava per la di lui conservazione. S′egli si fosse trovato alla corte, non avrebbe osato Agrippina di tradir il marito, o pur sarebbono seguiti differentemente gli affari; ma Agrippina, siccome accennai, seppe bene staccarlo da lui, e poscia [339] cacciatolo in dura prigione, il fece ammazzare, o il ridusse ad ammazzarsi da sè medesimo, ed anche contro il voler di Nerone, che l′amava per la somiglianza de′ costumi, essendo egualmente anch′egli avaro che prodigo. Si metteva Agrippina in istato d′altri simili prepotenze e crudeltà, se Afranio Burro prefetto del pretorio, ed uomo di costumi saggi e severi, e Seneca maestro di Nerone, non men dell′altro tendente al buono, divenuti amendue principali ministri ed arbitri della corte, non l′avessero tenuta in freno. Andavano d′accordo questi due ministri, e perchè desiderosi erano del buon governo, abolirono sul principio varj abusi e fecero molti buoni regolamenti. Ad Agrippina accordarono in apparenza quante distinzioni d′onore ella seppe richiedere. Dava ella le udienze a i magistrati, agli ambasciatori, anche senza il figliuolo. Con esso usciva in lettiga più spesso sel facea tener dietro. Ella scriveva a i popoli e a i re, ella dava il nome alle guardie. Ma a poco a poco i due ministri andarono restrigendo la di lei autorità, facendole conoscere che chimerico era il di lei disegno di far da padrona assoluta.

Per conto di Nerone ognun d′essi si studiava di portarlo all′amore e alla pratica delle virtù: ma perchè aveano che fare con un giovinastro vivace e capriccioso, vago solamente di divertimenti e piaceri, e non già di logorarsi il capo nell′applicazione al governo, gli permetteano di sollazzarsi con altri giovani di suo genio in canti, suoni e conviti, e in qualche altra pericolosa libertà di più, sperando ch′egli crescendo in età, e sfogati que′ primi bollori di gioventù, prenderebbe miglior cammino. Ma, siccome osserva Dione; non badarono che il lasciar così la briglia ad un giovane, era un aprirgli la strada a divenire uno scapestrato, perchè un vizio chiama l′altro, e formato il mal abito, andando innanzi, sempre più cresce e si rinforza, massimamente in chi può ciò che vuole. Per altro sul principio non nocevano punto al buon governo i suoi divertimenti, lasciando egli operare a i due suoi saggi ministri, i quali finché ebbero possanza, sempre mantennero la giustizia e il buon ordine con plauso del popolo. Portatosi Nerone ne′ primi giorni in senato, parlò così acconciamente della maniera ch′egli pensava di tener nel governo, che innamorò tutti. Seneca gli avea messo in iscritto quegli avvertimenti. Non voleva egli essere il giudice di tutti gli affari, l′autorità del senato dovea esercitarsi liberamente come ne′ vecchi tempi. Non più s′aveano da vendere gli ufizj. Tutto camminerebbe sulle pedate di Augusto. E così ragionando d′altri buoni regolamenti, piacque cotanto la sua orazione, che fu ordinato d′intagliarla in una colonna d′argento, e di rinovarne la lettura in ogni primo dì dell′anno. In fatti anche il senato, animato da tali parole, fece di molti utili decreti in così bella aurora. Disobbligò fra l'altre cose i questori dal fare ogni anno il troppo dispendioso giuoco de′ gladiatori, benché non senza gravi richiami d′Agrippina, la quale, fatti venire i senatori al palazzo, dietro ad una portiera ascoltava tutto, e disse che questo era un distruggere gli editti del defonto Claudio. E perciocché ella volea pur seguitare a comparir sul trono col figliuolo per dar le pubbliche udienze, Burro e Seneca la finirono, in occasione che i legati dell′Armenia si presentarono al senato. Era assiso Nerone sul trono ascoltando le loro domande, quando arriva Agrippina per fare anch′ella la sua comparsa padronale su quel medesimo trono. Allora Nerone, ammaestrato prima da Seneca, discende come per andare incontro alla madre, e trovato un pretesto per rimettere ad un altro dì l′ascoltar gli ambasciatori, diede fine al concistoro, senza che que′ forestieri s′accorgessero che Agrippina voleva tuttavia menare il figliuolo grande per le maniche del saio. Così a poco a poco la disviarono dal far quelle ambiziose comparse con vergogna del figlio. Diede [340] Nerone in quest′anno l′Armenia Minore ad Aristobolo di nazione giudaica, e a Soemo la provincia di Sofene, dichiarandoli re amendue. Spedì ordini pressanti ad Agrippa re di una parte della Giudea, e ad Antioco re di Comagene, di unirsi co i Romani per far guerra a i Parti, acciocché battuti dalla parte della Mesopotamia, uscissero dell′Armenia. Ne uscirono in fatti per le discordie insorte fra Vologeso re d′essi Parti e Vardane suo figliuolo. Portate a Roma cotali nuove, ed ingrandite, mossero il senato adulatore a decretar la veste trionfale a Nerone, ed anche l′ovazione. A Domizio Corbulone fu dato il governo o pur la cura de gli affari dell′Armenia Maggiore: cosa applaudita da i Romani. Il credito di questo generale, non meno che gli ufizj di Gaio Ummidio Durmio Quadrato, governatore della Siria, indussero Vologeso a dimandar la pace e a dar de gli ostaggi. Segni ancora di clemenza diede Nerone nel non volere che fossero ammesse le accuse contra di un senatore e di un cavaliere.

Tutta il fin qui narrato appartiene in parte al precedente anno. Nel presente si cominciarono ad imbrogliar le scritture fra Agrippina e il figliuolo. Èrasi Nerone già incapricciato d′una giovane, appellata Atte, di bassa sfera, perchè stata schiava, ed allora liberta. Gli tenevano mano due de′ suoi compagni ne gli spassi, cioè Marco Salvio Ottone, che fu poi imperadore, e Senecione. L′amore ch′egli, dovea ad Ottavia sua moglie, principessa per avvenenza e saviezza meritevole d′ogni lode, s′era tutta rivolto verso questa ignobil giovinetta, essendosi fin detto che gli corse più volte per mente di sposarla. Mostravano di non saper questo suo viluppo i due primi ministri, per paura che se gli si contrastava questo amoreggiamento, da cui non veniva ingiuria ad alcuno, egli si volgesse alle case de′ nobili. Ma Agrippina non sì tosto se n′avvide, che diede nelle smanie, e gli fece più e più bravate. Tuttavia accorgendosi a null′altro servire questa sua severità che ad accendere maggiormente le disoneste fiamme di Nerone, mutò batteria, e si studiò di guadagnarlo colle buone e con profusion di regali, e fin con esibizioni che non son da dire, e tuttoché raccontate da Tacito e da Dione, han tutta la ciera di calunnie, facili quando si vuol male alle persone. Nerone all′incontro scelte le più belle gioie e masserizie del palazzo, le inviò in dono alla madre, la quale se ne offese, per voler egli far seco da liberale con quella roba che tutta egli dovea riconoscer da lei. Qui non si fermò Nerone. Levò il maneggio delle rendite del pubblico a Pallante, liberto il più confidente (e forse troppo) che s′avesse la madre, per abbassar sempre più la di lei superbia. Per questo andò nelle furie Agrippina, nè potè contenersi dal dire un dì al figliuolo, che giacchè viveva Britannico, ella ne saprebbe anche fare un imperadore. Anzi, secondo Dione [341], gli ricordò in tal maniera d′averlo fatto imperadore, che parve volesse dire ch′era anche capace di disfarlo. Queste parole della superba donna incautamente proferite furono la sentenza di morte dell′infelice Britannico, giovinetto di molta espettazione, amato da ognuno, che già toccava il quindicesimo anno dell′età sua. Nerone il fece avvelenare da Giunio Pollione tribuno di una coorte di pretoriani. Mentre lo sfortunato principe pranzava coll′imperadore, ma secondo lo stile ad una tavola a parte, gli fu portata una bevanda troppo calda senza veleno, di cui fece il saggio lo scalco suo. Dimandò Britannico dell′acqua fredda per temperare quel caldo, e recatagli questa con un potentissimo veleno, bebbe, ed appena bevuto, si sentì sconvolgere tutto, e da lì a poco cadde per terra tramortito. Ognuno de′ circostanti atterrito tremava; alcuno anche imprudente si ritirò [342] , ma i più accorti fissarono il guardo in Nerone, il quale senza muoversi da tavola, e senza punto scomporsi, disse che quell′era un colpo di mal caduco, a cui fin da fanciullo egli era soggetto. Britannico morì nella seguente notte, e fu immediatamente bruciato il suo corpo, acciocché non apparissero i segni del veleno. Dione all′incontro scrive, che per coprir que′ segni apparenti nel volto, Nerone lo fece imbiancare col gesso, ma sopragiunta una dirotta pioggia nel portarlo al rogo, si lavò l′imbiancatura, onde ognuno potè scorgere l′iniquità del fatto. Anche Tacito parla di essa pioggia, ma con dir solamente, averla interpretata i Romani per un contrassegno dell′ira de gli Dii.

Questo colpo sbalordì fieramente Agrippina, sì per vedere di che fosse capace il figliuolo, e sì per trovarsi priva di chi al bisogno avrebbe potuto giovare a i suoi disegni. Ma fece forza a sè stessa per coprire l′interno affanno. Nè meno di lei seppe contenersi nel mirarsi tolto da sì barbara mano il caro fratello Ottavia, siccome già avvezza a non zittire per qualunque aggravio, che le fosse fatto. Colle spoglie di Britannico Nerone arricchì dipoi Burro e Seneca: il che diede da mormorare di essi a non pochi. Ne fece anche parte ad Agrippina: ma questa non potea darsi pace al vedere un figlio agitato da sì violenta passione, e al temere di peggio. Laonde per premunirsi, cominciò a farsi del partito co i tribuni e centurioni della milizia, ed insieme ad adescare i più accreditati della nobiltà, non più altiera, come in addietro, ma abbondante di cortesia anche all′eccesso. E sopra, tutto raunava danaro, creduto il più potente amico nelle occorrenze. Seppelo Nerone, le levò le due guardie de′ pretoriani e Germani; la fece anche passare dal palazzo imperiale ad abitare in quello di Antonia sua avola, per tenerla lontana da sè. Portavasi talvolta a visitarla, ma sempre attorniato da molti centurioni, e dopo un breve complimento se n′andava. Allora comparve, a che vicende sia suggetta l′umana potenza, e quanto fragile e vana sia la grandezza de′ mortali. Quella dianzi tanto venerata e temuta donna si trovò in isola; niun più andava a visitarla, a riserva di poche femmine; ognun fuggiva d′incontrarla, di parlarle, di mostrarsene parziale. A questo arrivò la smoderata ambizion di Agrippina e pure non finì qui la sua depressione. Giunia Silana, nobilissima dama, già amica sua, e poi gravemente disgustata pel matrimonio di Sesto Africano, concertato da lei e frastornato da Agrippina, prese ad accusarla, e fece passar all′orecchio di Nerone, per mezzo di Paride commediante, che la madre era dietro a volere sposar Rubellio Plauto, per via di femmine discendente da Augusto, con disegno di sconvolgere poi lo Stato. Passata la mezza notte, corse Paride a far questa relazione a Nerone, il quale si trovava allora secondo il solito ubbriaco. Il primo ed unico pensiero dell′infuriato Augusto fu quello di uccider la madre e Plauto, e di levar la carica di prefetto del pretorio a Burro, sospettandolo d′accordo con Agrippina, da cui egli riconosceva la sua fortuna. Seneca chiamato al rumore, il pacificò per conto di Burro, attestandone l′onoratezza. Accorse anche Burro, e promise di torre la vita ad Agrippina, se si recavano pruove dell′accusa, mostrando poi la necessità d′ascoltar lei ancora. Fatto giorno, i ministri andarono ad intimarle l′accusa, e a rivelarle gli accusatori. Agrippina rispose col non peranche deposto orgoglio, e dimandò di poter parlare al figliuolo: il che non le fu negato. Parlò in maniera che il rasserenò, e poscia andò il gastigo a cadere sopra l′accusatrice Silana, che fu relegata, e sopra alcuni altri complici di lei. Ottenne ella ancora de i posti per alcuni suoi favoriti. Un′altra accusa in questi tempi venne in campo contra del suddetto Burro, e di Pallante liberto, da noi più volte nominato, imputati di voler portare all′imperio Cornelio Sulla, uno de′ primati romani. Si difesero in maniera che solamente Peto l′accusatore ne portò la pena con essere relegato.

Anno         di Cristo 56. Indizione XIJ.

                  di Pietro Apostolo papa 28.

                 di Nerone Claudio imperadore 3.

Consoli      Quinto Volusio Saturnino,

                       Publio Cornelio Scipione.

Secondochè abbiam da Suetonio, soleva Nerone mutar nelle calende di luglio i consoli. Per questo va conietturando Vinando Pighio che a i suddetti consoli fossero sustituiti Curtilio Mancia e Dubio Avito, per trovarsi eglino da qui a due anni proconsoli. Cominciò in quest′anno lo sbrigliato giovinastro Nerone a menar una vita più che mai scandalosa [343]. La notte travestito da servo, accompagnato da alcuni suoi fidij scorreva per le strade, per gli postriboli, per le bettole a sfogare i bestiali suoi appetiti, divertendosi in rompere ed isvaligiar botteghe, e in dar per ischerzo delle battiture a chi s′incontrava per via, e far di peggio a chi resisteva. Essendo poi trapelato, venir da Nerone somiglianti insolenze, presero, animo altri giovani scapestrati per unirsi insieme, e far lo stesso sotto nome di lui, ingiuriando uomini e donne illustri: con che pericoloso per tutti divenne l′andar di notte per Roma. Perchè Nerone non era conosciuto, toccavano anche a lui talvolta delle busse. Per attestato di Plinio [344]  fu sfregiato una notte in volto. Con tassia, incenso e cera avendo unta la percossa, la mattina seguente comparve con la cute sana. Uno di quelli che la notte gli diedero alcune bastonate o ferite, o sia per cagion della moglie, come vuole Suetonio e Dione, o pure per motivo di propria difesa, come s′ha da Tacito, fu Giulio Montano, uomo nobile, e già vicino a divenir senatore. Stette Nerone a cagione di questo regalo più dì confinato in casa; nè già pensava a vendetta, perchè si figurava di non essere stato conosciuto, e però non ingiuriato. Ma il mal accorto Montano, saputo con chi egli avea sì malamente trescato, andò ad infilzarsi da sè stesso con iscrivergli una lettera lagrimevole e chiedergli perdono. Come, gridò Nerone, costui sa d′aver percosso l′imperadore, nè si è peranche data la morte da sè stesso! Gli fece egli dipoi insegnare come andava fatto. Da lì innanzi usò Nerone di uscir di notte con una banda di soldati e di gladiatori, che il seguitavano in disparte. Se per le insolenze ch′egli commetteva, talun si rivoltava, allora costoro menavano le mani. Dilettavasi parimente il forsennato Augusto di accendere e fomentare le fazioni del popolazzo nelle pubbliche commedie, gustando ora da luogo occulto ed ora scoperto, di mirare se si davano de′ pugni e tiravano de i sassi, essendo egli talora il primo a gittarne, con avere anche una volta ferito in volto il pretore, presidente a i giuochi. Andò tanto innanzi la confusione per questo, con pericolo di peggio, che bisognò rimettere le guardie ne′ teatri, e bandire dall′Italia alcuni de i più sediziosi istrioni, e pantomimi. Piena [345] era l′antica Roma di schiavi e di liberti. Ancorché i primi con acquistar la libertà da i padroni sembri che fossero sciolti da ogni legame, pure o per la pratica, o per le riserve tacite od espresse che si faceano, erano tenuti a servire essi padroni, ma in impieghi più onorevoli. Se mancavano, erano gastigati; se arrivava il lor fallo all′ingratitudine, tornavano schiavi. Grandi lamenti insorsero in questi tempi de′ padroni contra de i liberti e in senato fu proposto di fare una legge rigorosa che gli abbracciasse tutti. Nerone l′impedì, con ordinare che il gastigo andasse sopra i particolari, per le ragioni che le adduce Tacito. Fu anche modificata la soverchia autorità de′ pretori, degli edili e de′ tribuni della plebe. Alcuni altri regolamenti si fecero, tutti utili al pubblico.

Anno        di Cristo 57 Indizione XV.

                 di Pietro Apostolo papa 29.

                 di Nerone Claudio imperadore 4.

Consoli    Nerone: Claudio Augusto per la seconda volta,

                 Lucio Calpurnio Pisone.

Si sa da Suetonio che Nerone non tenne se non sei mesi il consolato. Disputano gli eruditi, chi a lui ed al collega succedesse nelle calende di luglio. Nulla s′è potuto accertare finora. Non ci somministra l′antica storia alcun fatto rilevante sotto quest′anno. Tacito [346] solamente racconta aver Nerone dato un congiario, o sia regalo al popolo, e levata l′imposta di venticinque denari sopra la vendita che si faceva degli schiavi. Proibì ancora a i governatori delle provincie il fare spettacoli di gladiatori o di fiere, e simili altri giuochi, perchè sotto questo pretesto molestavano forte le borse de′ popoli, o cercavano di coprire con tali magnificenze i lor latrocinj. Fu accusata Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio conquistator della Bretagna, perchè seguitava una superstizion forestiera. Hanno creduto, e fondatamente, i nostri ch′ella avesse abbracciata la religion cristiana, la quale in questi tempi s′andava dilatando per la terra, e massimamente in Roma. Fu rimessa tal giustizia, secondo l′antico costume, alla cognizion del marito il quale, esaminato l′affare co i di lei parenti, la giudicò innocente. Potrebbe essere che appartenesse all′anno presente ciò che narra Dione [347], con dire che si fecero varj spettacoli in Roma. Uno di tori che furono uccisi da uomini a cavallo, correnti a briglia sciolta contra di essi. Un altro, in cui quattrocento orsi e trecento lioni caddero al suolo trafitti dalle lancie delle guardie a cavallo di Nerone. Anche trenta uomini dell′ordine de′ cavalieri romani combatterono nell′anfiteatro alla foggia de′gladiatori, cioè di gente infame. Cresceva intanto lo sregolamento di Nerone, ascoltando egli unicamente i consigij di chi adulava le di lui passioni, tutte rivolte a i piaceri anche più abbominevoli. Quei di Burro e di Seneca l′infastidivano e infine cominciò a metterseli sotto i piedi. Ottone, che fu poi imperadore, e in tutto simile era a Nerone nelle inclinazioni e ne i vizj, siccome ancora gli altri collegati ne gl′infami di lui divertimenti, gli andavano di tanto in tanto dicendo: Come mai sofferite che facciano i pedanti in questa età? E voi ve ne mettete suggezione, senza ricordarvi che siete l′imperadore, e che non essi, ma voi sopra d′essi avete potere? Così imparò egli a sprezzare i consiglj de′ buoni, e voltata strada si diede ad imitar Caligola, anzi a superarlo, parendogli cosa degna d′un imperadore il non esser da meno d′alcuno nè pur nelle cose mal fatte, tuttavia in questi primi anni si andò ritenendo. I suoi erano finora vizj privati, e nocevano a lui solo e a pochi altri, senza che ne patisse la repubblica! Si videro anche in lui alcuni atti di clemenza; intorno alla qual virtù gli avea Seneca composto e dedicato nell′anno precedente un trattato, che ci resta. Ma fin dove il portasse la sua perversa natura e questo abbandonamento di se stesso, poco staremo a vederlo.

Anno         di Cristo 58. Indizione I.

                  di Pietro Apostolo papa 30.

                  di Nerone Claudio imperadore 5.

Consoli       Nerone Claudio Augusto per la terza volta,

                       Valerio Messalla.

V′ha chi dà al secondo console il nome di Marco Valerio Messalla Corvino. Ed abbiamo bensì da Suetonio che il terzo consolato di Nerone durò solamente quattro mesi, ma non sappiamo chi a lui succedesse nelle calende di maggio. Potentissimo avvocato, ed insieme terribile e venale accusatore sotto l′imperador Claudio era stato Marco Suilio [348], odiato perciò da molti, i quali, mutato il governo, si studiarono d′abbatterlo. Perch′egli credea suo nemico Seneca, ne sparlava a tutto potere, tassandolo d′aver avuto disonesto commerzio con Giulia figliuola di Germanico Cesare, per cui giustamente avesse patito l′esilio, e ch′egli fosse filosofo bensì di nome, ma ne′ fatti un solennissimo ipocrita mentre scriveva sì bei precetti di filosofia, ed altro poi non facea che ammassar de′ milioni, e andar a caccia di testamenti, e di far usure innumerabili per l′Italia e per le provincie. Nel senato comparvero delle gravi accuse contra di Suilio, ma Nerone si contentò di confiscargli una parte de′suoi beni, e di relegarlo in Maiorica e Minorica. Anche Cornelio Silla, verisimilmente quello stesso ch′era stato console nell′anno 52, ed avea avuta in moglie Antonia figliuola di Claudio Augusto, fu relegato a Marsilia. Benché pel suo genio timido e vile non fosse capace d′imprese grandi, pure gli emuli suoi fecero credere a Nerone ch′egli sotto una finta stupidità covasse de i veri disegni di novità, e gli tesero anche tante trappole, che fu condennato, come dissi, all′esilio, ed anche nell′anno 62 tolto dal mondo. Fu parimente accusato Pomponio Silvano d′aver fatto delle estorsioni durante il suo governo dell′Affrica. Ebbe de′ buoni protettori, perchè lor fece sperare le molte sue ricchezze per eredità, giacché privo era di figliuoli ed inoltrato molto nell′età. In questa maniera si salvò, con deludere poscia l′espettazione di chiunque facea i conti sulla sua roba, per essere sopravivuto a tutti. Potrebbe essere stato un d′essi Ottone, che fu poi imperadore, e fors′anche il buon Seneca, da noi veduto in concetto d′attendere a simili prede. Era in questi tempi andato all′eccesso l′orgoglio e l′insolenza de′ publicani, cioè de′gabellieri di Roma, e ne mormorava forte il popolo. Saltò in capo a Nerone di levar via tutti i dazj e le gabelle, per ave la gloria di fare un bellissimo regalo al genere umano, e se ne lasciò intendere in senato. Lodarono i senatori assaissimo la grandezza dell′animo suo; ma appresso gli fecero toccar con mano che senza il nerbo delle rendite pubbliche non potea sussistere l′impeno romano tanto che egli smontò. Furono nondimeno fatti de i buonissimi regolamenti in questo proposito per benefizio de′ popoli, con reprimere le avanie [349] di quelle sanguisughe: regolamenti nondimeno che ebbero corta durata, con ripullulare gli abusi. Tuttavia confessa Tacito che molti se ne levarono, nè al suo tempo si pagavano più non so quante esazioni introdotte al passaggio de′ ponti e per le navi.

Ebbe principio in quest′anno l′amoreggiamento di Nerone con Poppea Sabina, donna di gran nobiltà, di pari bellezza e ricchezza. Graziosa nel parlare, vivace d′ingegno e modesta in apparenza, di rado si lasciava vedere per Roma, e sempre col volto mezzo coperto, per non saziare affatto la curiosità di chi la riguardava. Le mancava solo il più bello, cioè l′onestà. Bastava essere liberale per guadagnarsi i di lei favori. Era stata moglie di Rufo Crispino cavaliere romano, a cui partorì un figliuolo ma innamoratosene Ottone, che fu poscia imperadore, non gli fu difficile colla zizzania delle comparse, colla gioventù e col credito d′essere uno de′ più confidenti dell′imperadore, di distorla dal marito e di prenderla egli in moglie: che di questi bei tiri abbondava Roma pagana. Ma il vanaglorioso scioccone non potea ritenersi presso Nerone: dal far elogi incessanti della nobiltà e dell′avvenenza della nuova moglie, chiamando se stesso il più felice degli uomini per trovarsi in possesso di tal donna. Tanto andò ripetendo questa canzone, che Nerone invogliossi di vederla, e il vederla fu lo stesso che innamorarsene perdutamente. Mostrossi anch′ella sul principio presa della di lui bellezza; poi, colla ritrosia e col fingersi troppo contenta del marito Ottone, e di non apprezzar molto chi era di spirito sì basso da compiacersi dell′amore di una vil serva, cioè di Atte liberta, tal corda gli diede, che sempre più andò crescendo la fiamma. Ne provò ben presto gli effetti lo stesso Ottone con restar privo della confidenza di Nerone, e col non essere più ammesso alla di lui udienza, nè al corteggio. Di peggio potevagli avvenire, se Seneca, amico suo, non avesse impetrato che Nerone l′inviasse per presidente della Lusitania, parte di cui era il Portogallo d′oggidì, dove con buone operazioni per dieci anni risarcì l′onore ch′egli avea perduto in Roma. Da lì innanzi Poppea trionfò nel cuor di Nerone. Dione [350]pretende che per qualche tempo Ottone e Nerone andassero d′accordo nel possedere costei; ma molto non sogliono durare sì fatte amicizie. Risvegliossi in quest′anno [351] la guerra fra i Romani e i Parti per cagion dell′Armenia. Vologeso re d′essi Parti pretendea di mettervi per re Tiridate suo fratello, i Romani voleano disporne a loro piacimento, come s′era fatto in addietro. Domizio Corbulone, che già dicemmo il più valente generale di Roma in questi tempi, comandava in quelle parti l′armi romane. Ma, più che i Parti, recava a lui pena la scaduta disciplina delle soldatesche sue, per lunga pace impigrite, e dimentiche degli ordini della vecchia milizia. La prima sua cura adunque fu quella di cassar gl′inutili, di far nuove leve e di ben disciplinar la sua gente, usando del rigore ch′era a lui naturale. S′impadronì egli poi d′Artasata, capitale dell′Armenia, e di Tigranocerta; ed avendo voluto Tiridate rientrar nell′Armenia, il ripulsò, divenendo in fine padrone affatto di quella contrada. Probabilmente non succederono tutte queste imprese nell′anno presente. L′Occone e il Mezzabarba [352], che riferiscono a quest′anno la pace universale e il tempio di Giano chiuso in Roma, come apparisce da molte medaglie, andarono a tastoni in questo punto di storia. Tacito racconta in un fiato varj avvenimenti tanto dell′Armenia che della Germania, ma non succeduti tutti in un sol anno.

Anno       di Cristo 59. Indizione II.

                di Pietro Apostolo papa 31.

                     di Nerone Claudio imperadore 6.

Consoli   Lucio Vipstanio Aproniano,

                    Lucio Fonteio Capitone.

Comunemente da chi ha illustrato i fasti consolari il primo di questi consoli è chiamato Vipsanio. Ma secondo le osservazioni del cardinal Noris [353], il suo vero nome fu Vipstano; e ciò può ancora dedursi da un′iscrizione pubblicata anche da me [354]. In essa s′incontra Gaio Fonteio. Se ivi è disegnato il console di questi tempi, Gaio, e non Lucio, sarà stato il suo prenome. Giunse in quest′anno ad un orrido eccesso la più che maligna, natura di Nerone. Erasi rimessa in qualche credito Agrippina sua madre; dappoiché le riuscì di superar le calunnie di Giunia Silana; ma da che entrò in corte Poppea Sabina cominciò una nuova e più fiera guerra contra di lei. Aspirava questa ambiziosa ed adultera donna alle nozze del regnante; al che, vivente Agrippina, le parea troppo difficile di poter giugnere, sì perchè Agrippina amava forte la saggia e paziente sua nuora Ottavia, e sì perchè non avrebbe potuto sofferire presso il figliuolo chi a lei fosse superiore ne gli onori e nel comando. Cominciò dunque Poppea a stimolar Nerone con de i motti pungenti, deridendolo; perchè tuttavia fosse sotto la tutela; ed oh che bel padrone del mondo, che nè pure è padrone di sé stesso! Passò poi in varie guise, e coll′ajuto de′ cortigiani nemici d′Agrippina, a fargli credere che  la madre nudrisse de′ cattivi disegni contra di lui. Ingegnavasi all′incontro anche Agrippina di guadagnarsi l′affetto del figliuolo contra di questa rivale, e fanno orrore le dicerie che corsero allora, delle quali Dion Cassio [355] e Tacito [356] fanno menzione, contradicendosi quegli autori anche in parlar di Seneca, che alcuni vogliono concorde coll′iniquo Nerone alla rovina della madre, ed altri parziale della medesima, anzi macchiato di un infame commerzio con lei. La stessa battaglia, fra quegli scrittori si osserva, rappresentando alcuni [357] ch′ella con carezze nefande, ed altri colla fierezza e colle minacce procurava di rompere l′abbominevole attaccamento del figlio a Poppea. Se nulla è da credere, è l′ultimo. Perciò Nerone annoiato cominciò a sfuggirla, e ad aver caro ch′ella se ne stesse ritirata nelle deliziose sue ville, benchè quivi ancora l′inquietasse, con inviar persone, le quali in passando le diceano delle villanie o delle parole irrisorie. Finalmente si lasciò precipitar nella risoluzione di torle la vita. Non si arrischiò al veleno, perchè non apparisse troppo sfacciato il colpo, siccome era avvenuto di Britannico, e perchè ella andava ben guernita d′antidoti. Nulladimeno Suetonio scrive che per tre volte tentò questa via, ma indarno. Pensò anche a farle cadere addosso il volto della camera dov′ella dormiva, e vi si provò. Ne fu avvertita per tempo Agrippina, e vi provvide.

Ora Aniceto liberto di Nerone, presidente dell′armata navale che si tenea sempre allestita nel porto di Miseno, siccome nemico di Agrippina, si esibì a Nerone di fare il colpo con una invenzione che parrebbe fortuita, e risparmierebbe a lui l′odiosità del fatto. Consisteva questa in fabbricare una galea congegnata in maniera, che una parte si scioglierebbe, tirando seco in mare chi v′era di sopra: esempio preso da una simil nave già fabbricata nel teatro. Piacque la proposizione; fu preparato nella Campania l′insidiatore legno; e Nerone per celebrar i giuochi d′allegria in onor di Minerva, chiamati Quinquatrui, si portò al palazzo di Bauli, situato fra Baia e Miseno, conducendo seco la madre sino ad Anzo, giacché era qualche tempo che le mostrava un finto affetto, ed usavale delle finezze. Quivi stando Nerone, si udiva dire che toccava a i figliuoli il sopportare gli sdegni di chi avea lor data la vita, e che a tutti i patti volea far buona pace colla madre, acciocché tutto le fosse riferito, ed ella secondo l′uso delle donne, facili a credere ciò che bramano, si lasciasse meglio attrappolare. Invitolla dipoi a venire ad un suo convito ad Anzo; ed ella v′andò, accolta dal figliuolo sul lido con cari abbracciamenti, e tenuta poi a tavola nel primo posto: il che maggiormente la assicurò. O sia, come vuol Tacito, ch′ella quivi si fermasse quella sola giornata, o che, al dire di Dione, si trattenesse quivi per alcuni giorni, volle ella in fine ritornarsene alla sua villa. Nerone, dopo il lungo e magnifico convito, la tenne fino alla notte in ragionamenti ora allegri, ora serj, baciandola di tanto in tanto, ed animandola a chiedere tutto quello che voleva, con altre parole le più dolci del mondo. Accompagnata da lui sino al lido, s′imbarcò nella nave traditrice, superbamente addobbata, e andò servendola Aniceto. Era quietissimo il mare, e parve quella calma venuta apposta per far conoscere ad ognuno che non dalla forza de′ venti, ma dal tradimento procedea lo sfasciarsi della nave. Alla divisata ora cadde, secondo Tacito [358], il tavolato di sopra, che soffocò Creperio Gallo cortigiano d′Agrippina, ma essa con Acerronia Polla sua dama d′onore si attaccò alle sponde, nè cadde. In quella confusione i marinai credendo che Acerronia fosse Agrippina, co i remi la uccisero. Ad Agrippina toccò solamente una ferita sulla spalla. Fu voltata in un lato la nave perchè si affondasse; ed Agrippina cadutavi pian piano dentro, parte nuotando, e parte soccorsa dalle barchette che venivano dietro, si salvò, e fu condotta al suo palazzo nel lago Lucrino. Dione in poche parole dice, che sfasciatasi la nave, Agrippina cadde in mare, nè si annegò. Più minuta, ma imbrogliata è la descrizione che fa di questo fatto Tacito, ma comunque succedesse, per consenso di tutti Agrippina scampò la vita.

Ridotta nel suo palazzo, e in letto per farsi curare, ricorrendo col pensiero tutta la serie di quel fatto, non durò fatica ad intendere chi le avesse tramata la morte. Prese la saggia determinazione di tutto dissimulare, ed immediatamente spedì Agerino suo liberto al figliuolo, per dargli avviso d′avere per benignità degli Dii sfuggito un gravissimo pericolo, e per pregarlo di non farle visita per ora, avendo ella bisogno di quiete per farsi medicare. Nerone, ch′era stato sulle spine la notte, aspettando nuova dell′esito de gli esecrandi suoi disegni, allorché intese come era passata la cosa, ed esserne uscita netta la madre, fu sorpreso da immensa paura, immaginandosi ch′ella potesse spedirgli contro tutta la sua servitù in armi, o muovere i pretoriani contra di lui, o comparire ad accusarlo in Roma al senato e al popolo. Sbalordito non sapeva allora in qual mondo si fosse. Fece svegliar Burro e Seneca, chiamandogli a consiglio, essendo ignoto s′eglino sì o no fossero prima consapevoli del delitto. Restarono un pezzo amendue senza parlare, o perchè non osassero di dissuaderlo o perchè credessero ridotte le cose ad un punto che Nerone fosse perduto se non preveniva la madre. Nerone in fatti propose di levarla dal mondo; e Seneca, imputato da Dione d′aver dianzi dato questo medesimo consiglio, voltò gli occhi a Burro, come per domandargli che ne comandasse a i suoi pretoriani l′esecuzione. Ma Burro, non dimenticando che da Agrippina era proceduta la propria fortuna, prontamente rispose, che essendo obbligate le guardie del corpo a tutta la casa cesarea, e ricordandosi del nome di Germanico, non si potea promettere in ciò della loro ubbidienza; e che toccava ad Aniceto il compiere ciò che egli aveva incominciato. Chiamato Aniceto, non vi pose alcuna difficoltà, così che Nerone protestò che in quel giorno egli riceveva dalle sue mani l′imperio; e quindi gli ordinò di prendere quegli armati che occorressero dalla guarnigione delle sue galee. Intanto arriva per parte di Agrippina Agerino. Sovvenne allora a Nerone un ripiego degno del suo capo sventato. Allorché l′ebbe ammesso all′udienza, gli gittò a′ piedi un pugnale, e chiamò tosto aiuto, con fingere costui mandato dalla madre per ucciderlo e il fece tosto imprigionare, e poi spargere voce ch′egli s′era ucciso da sè stesso per la vergogna della scoperta sua mala intenzione. Intanto Agrippina, che era ne gli spasimi per non veder venire Agerino, nè altra persona per parte del figlio, in vece di essi mira entrar nella sua camera Aniceto accompagnato da due suoi ufiziali, senza sapere se in bene o in male. Poco stette ad avvedersene: un colpo di bastone la colse nella testa; e vedendo sguainata la spada da un di essi, saltando su, gridò: Ferisci questo, mostrandogli il ventre. Fu dipoi morta con più ferite; e portatane la nuova a Nerone. Non mancò chi disse d′averla egli voluta vedere estinta e nuda, non fidandosi di chi gli riferì il fatto, e d′aver detto: Io non sapea d′avere una madre sì bella. Tacito lascia in forse questa circostanza. Fu in quella stessa notte bruciato, secondo il costume d′allora, il suo corpo, e vilmente seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la sbrigliata ambizione di questa donna, figliuola di Germanico, nipote del grande Agrippa, pronipote d′Augusto moglie e madre d′imperadori. Le iniquità da lei commesse per far salire il figlio al trono riportarono questa ricompensa dallo stesso suo figlio, mostro d′ingratitudine e di crudeltà.

Fece susseguentemente Nerone una bella scena, mostrandosi inconsolabile per la morte della madre, e dolendosi d′aver salvata la vita propria colla perdita della sua; giacché voleva che si credesse aver ella inviato Agerino per ucciderlo, e ch′ella dipoi si fosse uccisa da se stessa. Lo stesso ancora scrisse al senato, con aggiugnere una filza d′altre accuse contro la madre, per giustificar sè medesimo, e con dire fra l′altre cose [359]: Ch′io sia salvo, appena lo credo, e non ne godo. Perchè quella lettera o era scritta da Seneca, o si riconobbe per sua dettatura, fu mormorato non poco di questo adulator filosofo, il quale compariva approvatore di sì nero delitto. Mostrò il senato [360] di credere tutto; decretò ringraziamenti a gli Dii e giuochi per la salvata vita del principe, e dichiarò il dì natalizio di Agrippina per giorno abbominevole. Il solo Publio Peto Trasea, senatore onoratissimo, dappoicliè fu letta quella letteraj uscì dal senato, per non approvare nè disapprovare: il che poi gli costò caro. Ma Nerone dopo il misfatto [361] si sentì gran tempo rodere il cuore dalla coscienza; sempre avea davanti a gli occhi l′immagine dell′estinta madre, e gli parea di veder le Furie che il perseguitassero colle fiaccole accese. Nè il mutar di luogo, e l′andare a Napoli ed altrove, servì a liberarlo dall′interno strazio. Nè pure s′attentava di ritornar più a Roma, temendo d′essere in orrore a tutti. Ma gl′ispirarono del coraggio i bravi cortigiani, facendogli anzi sperare cresciuto l′amore del popolo, per aver liberata Roma dalla più ambiziosa e odiata donna del mondo. In fatti restituitosi alla città, trovò anche più di quel che sperava, movendosi e grandi e piccioli, per paura di un sì spietato principe a fargli onore. Andò dunque come trionfante al Campidoglio, persuaso ch′egli potea far tutto a man salva, da che tutti o perchè l′amavano, o perchè avviliti, non sapeano se non adorare i di lui supremi voleri. Affettò ancora la clemenza con richiamare a Roma Giunia Calvina, Calpurnia, Valerio Capitone e Licinio Gabolo, esiliati già dalla madre. Ma in questo medesimo anno col veleno abbreviò la vita a Domizia sua zia paterna, con occupar tutti i suoi beni posti in quel di Baia e di Ravenna, prima ancora ch′ella spirasse. Quivi alzò de′ magnifici trofei, che duravano anche a i tempi di Dione [362]. Mirabil cosa nondimeno fu che parlando molti liberamente di tali eccessi, ed uscendo non poche pasquinate, pure egli, benché dalle sue spie informato di quanto succedea, ebbe tal prudenza da dissimular tutto, e da non gastigar alcuno per questo, paventando di accrescere altrimente facendo, il rumore nel popolo.

Anno         di Cristo 60. Indizione III.

                  di Pietro Apostolo 32.

                        di Nerone Claudio Imperadore 7.

Consoli        Nerone Claudio Augusto per la quarta volta,

                  Cosso Cornelio Lentulo.

Dicendo Suetonio che Nerone tenne questo consolato per soli sei mesi, nelle calende di luglio dovettero succedere a lui e al collega due altri consoli. Il nome loro ci è ignoto. Alcuni han sospettato che fossero Tito Ampio Flaviano e Marco Aponio Saturnino, perchè da Tacito son chiamati uomini consolari, ed ebbero poscia de′ governi. Andossi poi sempre più abbandonando Nerone [363] ai divertimenti e piaceri, dappoiché non vivea più la madre, che il tenea pure in qualche suggezione. Sia da fanciullo si dilettava egli di andare in carretta e di condurre i cavalli. Avea anche imparato a sonar di cetra e a cantare. Diedesi ora in preda a questi solazzi, sì sconvenevoli ad un imperadore. Seneca e Burro gli permisero il primo, per distorlo dagli altri, purché corresse co′ cavalli nel circo Vaticano chiuso, per non lasciarsi vedere dal popolo. Ma non si potè contenere il vanissimo giovane; volle de gli spettatori, e il lor plauso l′invogliò ad invitarvi anche del popolo, il quale godendo di vedere fare i principi ciò ch′esso fa, e perciò gonfiandolo con alte lodi, maggiormente l′incitò a quel plebeo mestiere [364]. Tuttavia ben conoscendo che i saggi erano d′altro sentimento, credette di schivar il disonore con cercare de′ compagni nobili che imitassero lui ne′ pubblici divertimenti. Perciò venutogli in capo di far de′giuochi di somma magnificenza in onor della madre, che durarono più giorni, si videro nobili dell′uno e dell′altro sesso, non solo dell′ordine equestre, ma anche del senatorio, comparir ne′ teatri, ne′ circhi e ne gli anfiteatri, con esercitar pubblicamente l′arti riserbate in addietro alle sole persone vili e plebee, con sonar nelle orchestre, rappresentar commedie e tragedie, ballar ne′ teatri, far da gladiatori e da carrettieri: alcuni di propria loro elezione, ed altri per non disubbidir Nerone che gl′invitava. Mirava il popolo, ed anche i forestieri riconoscevano che quegli attori, dimentichi della lor nascita, erano chi un Furio, chi un Fabio, chi un Valerio, un Porcio, un Appio, ed altri simili della nobiltà primaria. Al veder cotali novità e stravaganze, ne gemevano forte i saggi, sì per disonor delle famiglie, come ancora perchè veniva con ciò a crescere troppo smisuratamente la corruttela de′ costumi. Rammaricavansi in oltre osservando le incredibili spese che facea Nerone non solamente in questi sì sfoggiati divertimenti, ma anche ne gl′immensi regali alla plebe, con gittar de i segni, ne′ quali era scritto quella sorta di dono che dovea darsi a chi avea la fortuna d′aggraffarli, come cavalli, schiavi, vesti, danari. Ben prevedevano che tanto scialacquamento anderebbe a finire in nuovi aggravj ed estorsioni sopra il pubblico, siccome in fatti avvenne. Istituì eziandio Nerone altri giuochi, appellati Giovenali, in onore della prima volta ch′egli si fece far la barba: rito festivo presso i Romani. Que′preziosi peli in una scatola d′oro furono consecrati a Giove. In que′ giuochi danzarono i più nobili fra i Romani; e bella figura fra l′altre dame fece Elia Gatula, giovinetta di ottanta anni, che ballò un minoetto. Chi de′ nobili non potea ballare, cantava, ed eranvi scuole apposta, dove concorrevano ad imparare uomini e donne di prima sfera, fanciulle, giovinetti, vecchi, per far poscia con leggiadria il lor mestiere ne′ pubblici teatri. Che se taluno, non potendo di meno, per vergogna vi compariva mascherato, Nerone gli cavava la maschera, e si venivano a conoscere persone impiegate ne′ più riguardevoli magistrati.

Nè lo stesso Nerone volle in fine essere da meno de gli altri. Uscì anch′egli nella scena in abito da suonator di cetra, ed oltre al suonare, fece sentir la sua da lui creduta melodiosa voce, la qual nondimeno si trovò sì somigliante a quella de′ capponi cantanti, che niun potea ritener le risa, e molti piagneano per rabbia. Se crediamo a Dione, Burro e Seneca assistenti servivano a lui di suggeritori, e andavangli poi facendo plauso colle mani e co i panni, per invitare allo stesso l′udienza. Tacito [365] anch′egli lo attesta di Burro, ma con aggiugnere che internamente se ne affliggeva. Ne già era permesso [366], allorché cantava questo insigne maestro, ad alcuno l′uscir di teatro per qualsivoglia bisogno che gli occorresse. Quella era la voce di Apollo, niun v′era che potesse uguagliarsi a lui nella melodia del canto. Così gli adulatori. Volle egli ancora che si tenesse una gara di poesia e d′eloquenza, e v′entrò anch′egli coll′invito de′giovani nobili. Non è difficile l′immaginarsi a chi toccasse la palma e il premio. Furono similmente richiamati a Roma i pantomimi, perchè divertissero il popolo ne′ teatri, ma non già ne′giuochi sacri. Apparve in quest′anno una cometa. Il volgo imbevuto dell′opinione che questo fenonemo predica la morte de′ principi, cominciò a fare i conti su la vita di Nerone, e a predire chi a lui succederebbe. Concorrevano molti in Rubellio Plauto, discendente per via di donne dalla famiglia di Giulio Cesare, personaggio ritirato e dabbene. Ne fu avvertito Nerone. Si aggiunse, che trovandosi a desinare il medesimo imperadore in Subbiaco, un fulmine gli rovesciò le vivande e la tavola. Perchè quel luogo era vicino a Tivoli, patria de′ maggiori d′esso Plauto, la pazza gente perduta nelle superstizioni maggiormente si confermò nella predizione suddetta. Fece dunque Nerone intendere a Rubellio Plauto che miglior aria sarebbe per lui l′Asia, dove egli possedeva de i beni. Gli convenne andar là colla sua famiglia; ma per poco tempo, perchè da lì due anni Nerone mandò ad ucciderlo. Venne in questi tempi a morte Quadrato governatore della Siria, e quel governo fu dato a Corbulone, da cui dicemmo che era stata acquistata l′Armenia. Trovavasi da gran tempo in Roma Tigrane, nipote d′Archelao, che già fu re della Cappadocia, avvezzato ad una servile pazienza. Ottenne egli da Nerone di poter governare l′Armenia con titolo di Re, e andato colà, fu assistito da Corbulone con un corpo di soldatesche tali, che al dispetto di molti più inclinati al dominio de′ Parti, ne ebbe il pacifico possesso, benché poi non vi potesse lungo tempo sussistere [367]. Pozzuolo in quest′anno acquistò il diritto di colonia e il cognome di Nerone: intorno a che disputano gli eruditi, perchè da Livio e da Velleio abbiamo che tanti anni prima Pozzuolo fu colonia, e Frontino fa autore Augusto di una nuova colonia in quella città. In questi tempi Laodicea illustre città della Frigia restò rovinata da un tremuoto, ma quel popolo la rimise in piedi colle proprie ricchezze, senza ajuto de′ Romani.

Anno          di Cristo 6i. Indizione IV.

                   di Pietro Apostolo papa 33.

                  di Nerone Claudio imperadore 8.

Consoli     Gaio Cesonio Peta,

                       Gaio Petronio Turpiliano.

Non è certo il prenome di Gaio pel secondo di questi consoli, nè sappiamo chi nelle calende di luglio loro succedesse nella dignità. Motivo [368] a i pubblici ragionamenti diedero in quest′anno due iniquità commesse in Roma, l′una da un nobile, l′altra da un servo. Mancò di vita Domizio Balbo, ricco, e della prima nobiltà, senza figliuoli. Valerio Fabiano senatore con un falso testamento, a cui tennero mano altri nobili colle lor soscrizioni e sigilli, corse all′eredità. Convinto di falsario, degradato con gli altri suoi complici, riportò la pena statuita dalla legge Cornelia. Ucciso fu da un suo servo, o vogliam dire schiavo, Pedanio Secondo, prefetto di Roma. Ne aveva egli al suo servigio quattrocento tra maschi e femmine, grandi e piccioli, essendo soliti i ricchi romani a tenerne una prodigiosa quantità al loro servigio. Benché fossero quasi tutti innocenti di quel misfatto, doveano morire secondo il rigore delle antiche leggi; ma fattasi grande adunanza di gente plebea per difendere quegl′infelici, l′affare fu portato al senato; ed intorno a ciò si fece lungo dibattimento, con prevalere in fine la sentenza del supplicio di tutti. Nerone mandò un ordine alla plebe di attendere a i fatti suoi, e somministrò quanti soldati occorsero per iscortare i condennati. I mali portamenti de gli ufiziali romani nella Bretagna cagion furono di far perdere circa questi tempi quasi tutto quel paese che vi aveano conquistato i Romani; e ciò perchè si volle rimetter ivi il confisco de′ beni de′ delinquenti, da cui Claudio gli avea esentati. Anche Seneca, se crediamo a Dione [369], avea dato ad usura un milione a que′ popoli, e con violenza ne esigeva non solo i frutti, ma anche il capitale. In oltre Boendicia, o sia Bunduica, vedova [370] di Prasutago re di una parte di quella grand′isola, si protestava anch′essa troppo scontenta delle infinite prepotenze ed insolenze fatte da i Romani a sè stessa, a due figlie e a tutto il suo popolo. Questa regina, donna d′animo virile, quella fu che sonò in fine la tromba col muovere i suoi e i circostanti popoli a sollevarsi contra de gl′indiscreti Romani, con prevalersi della buona congiuntura che Suetonio Paolino, governatore della parte della Bretagna Romana e valoroso condottier d′armi, era ito a conquistare un′isola ben popolata adiacente alla Bretagna. Con un′armata, dicono, di cento venti mila persone vennero i sollevati addosso alla nuova colonia di Camaloduno, e la presero d′assalto. Dopo due dì ebbero anche il tempio di Claudio, mettendo quanti Romani vennero alle lor mani, tutti a fil di spada, senza voler far prigionieri. Petilio Cereale, venuto per opporsi con una legione, fu rotto, messa in fuga la cavalleria, e tutta la fanteria tagliata a pezzi. Portate queste funeste nuove a Suetonio Paolino, frettolosamente si mosse, e venne a Londra luogo di una colonia scarsa, ma celebre città anche allora per la copia grande de i mercatanti e del commerzio. Benché pregato con calde lagrime da gli abitanti di fermarsi alla lor difesa, volle più tosto attendere a salvare il resto della provincia. S′impadronirono i ribelli di Londra e di Verulamio, nè vi lasciarono persona in vita! Credesi che in que′ luoghi vi perissero circa settanta o ottanta mila fra cittadini romani e collegati. Si trovò poi forzato Suetonio, perchè mancava di viveri, ad azzardare una battaglia, ancorché non avesse potuto ammassare che dieci mila combattenti, laddove i nemici da Dione si fanno ascendere a ducento trenta mila persone, numero probabilmente, secondo l′uso delle guerre, o per disattenzion de′ copisti, troppo amplificato. Boendicia stessa comandava quella grande armata. Dopo fiero combattimento prevalse la disciplina militare de i pochi allo sterminato numero de′ Britanni che furono sconfitti, con essersi poi detto che restassero sul campo estinti circa ottanta mila d′essi, numero anch′esso eccessivo. Comunque sia, insigne e memoranda fu quella vittoria. Boendicia morì poco dappoi o per malattia, o per veleno ch′essa medesima prese, e colla sua morte tornò fra non molto all′ubbidienza de′ Romani il già rivoltato paese, con avervi Nerone inviato un buon corpo di gente dalla Germania, il quale servì a Suetonio per compiere quell′impresa.

Anno        di Cristo 62. Indizione V.

                 di Pietro Apostolo papa 34.

                 di Nerone Claudio imperadore 9.

Consoli     Mario Celso

                     Lucio Asinio Gallo.

Perché Tacito sul principio di quest′anno nomina Giunio Marullo, console disegnato, il qual poi non apparisce console, perciò possiani credere ch′egli fosse sustituito ad alcuno d′essi consoli ordinarj, o pure all′uno de gli straordinàrj, succeduti nelle calende di luglio, i quali si tiene che fossero Lucio Anneo Seneca, maestro di Nerone, e Trebellio Massimo. Nel gennaio dell′anno presente [371] accusato fu e convinto Antistio Sosiano pretore d′aver composto de i versi contro l′onor di Nerone. I senatori più vili, fra′ quali Aulo Vitellio, che fu poi imperadore, conchiusero dovuta la pena della morte a questo reato. Non osavano aprir bocca gli altri. Il solo Peto Trasea ruppe il silenzio, sostenendo che bastava relegarlo in un′isola, e confiscargli i beni: nel qual parere venne il resto de′ senatori. Nondimeno fu creduto meglio di udir prima il sentimento di Nerone, il quale mostrò bensì molto risentimento contra d′Antistio, e pur si rimise al senato, con facoltà ancora di assolverlo. Si eseguì la sentenza del bando. In quest′anno ancora il suddetto Trasea, uomo di petto, e rivolto sempre al pubblico bene, propose che si proibisse a i popoli delle Provincie il mandare i lor deputati a Roma per far l′elogio de i lor governatori perchè questo onore sel proccuravano e comperavano i magistrati colla troppa indulgenza, e col permettere a i popoli delle indebite licenze, per non disgustarli. L′ultimo anno fu questo della vita di Burro prefetto del pretorio, uomo d′onore e di petto, che avea fin qui trattenuto Nerone dall′abbandonarsi affatto a i suoi capricci, e massimamente alla crudeltà. Restò dubbio, s′egli morisse di mal naturale, o pure di veleno, per quanto ne scrive Tacito [372], poiché per conto di Suetonio [373], e di Dione [374], amendue crederono che Nerone, rincrescendogli oramai d′aver un soprastante che non si accordava con tutti i suoi voleri, il facesse prima del tempo sloggiare dal mondo. Gran perdita fece in lui il pubblico, e molto più, perchè Nerone in vece d′uno creò due altri prefetti del pretorio, cioè Fenio Rufo, nomo dabbene, ma capace di far poco bene per la sua pigrizia, e Sofonio Tigellino, uomo screditato per tutti i versi, ma carissimo, per la somiglianza de′ depravati costumi, a Nerone. Con questo iniquo favorito cominciò Nerone ad andare a vele gonfie verso la tirannia e pazzia. Allora fu che Seneca conobbe che non v′era più luogo, per lui presso d′un principe il quale si lascerebbe, da lì innanzi condurre da i consigli de′ cattivi, e già cominciava a dimostrar poca confidenza a lui. Il pregò dunque di buona licenza, per ritirarsi a finir quietamente i suoi giorni, con offerirgli ancora tutto il capitale i de′ beni a lui fin qui pervenuti o per la magnificenza del principe, o per industria propria [375]. Nerone con bella grazia gliela negò, ed accompagnò la negativa con tante espressioni d′affetto e di gratitudine, giugnendo fino a dirgli di desiderar egli più tosto la morte, che di far mai alcun torto ad un uomo a cui si professava cotanto obbligato. Quel che potè dal suo canto Seneca, giacchè non si fidava di sì belle parole, fu di ricusar da lì innanzi le visite, di non volere corteggio nell′uscire di casa, il che era anche di rado, fingendosi mal concio di salute ed occupato da′ suoi studj. Si ridusse ancora a cibarsi di solo pane ed acqua e di poche frutta o per sobrietà, o per paura del veleno.

Già dicemmo che Ottavia, figliuola di Clandio Augusto e moglie di Nerone, era per la sua saviezza e pazienza un′adorabile principessa, ma non già a gli occhi di Nerone, troppo diverso da lei d′inclinazioue e di costumi. Certamente egli non ebbe mai buon cuore per lei, e da che introdusse in corte Poppea Sabina, cominciò anche ad odiarla [376] per le continue batterie di quell′impudica, che non potea stabilir la sua fortuna se non sulle rovine d′Ottavia. Tanto disse, tanto fece questa maga, che in quest′anno, col pretesto della sterilità d′essa Ottavia, Nerone la ripudiò, e da lì a pochi dì arrivò Poppea all′intento suo di essere sposata da lui. Nondimeno qui non finì la guerra. Poppea, sovvertito uno de′ familiari di Ottavia, la fece accusare di un illecito commerzio con un sonatore di flauto, nominato Eucero. Furono perciò messe a i tormenti le di lei damigelle, ed estorta da alcune con sì violento mezzo la confession del fallo; ma altre sostennero con coraggio l′innocenza della padrona, e dissero delle villanie a Tigellino ministro non meno di questa crudeltà, che della morte data poco innanzi a Silla e a Rubellio Plauto, già mandati da Nerone in esilio. Fu relegata Ottavia nella Campania, e messe guardie alla di lei casa, per tenerla ristretta. Ma perciocché il popolo, che amava forte questa buona principessa, apertamente mormorava di sì aspro trattamento, la fece Nerone ritornare a Roma. Pel suo ritorno andò all′eccesso la gioia del popolo, perchè ruppe le statue alzate in onor di Poppea, e coronò di fiori quelle di Ottavia, con altre pazzie d′allegria sediziosa: il che diede motivo a Poppea di caricar la mano contra dell′odiata principessa, persuadendo a Nerone che il di lei credito era sufficiente a rovesciare il suo trono. Fu perciò chiamato a corte l′indegno Aniceto, che già avea tolta di vita Agrippina, acciocché servisse ancora ad abbattere Ottavia, col fingere d′aver tenuta disonesta pratica con lei. Perchè gli fu minacciata la morte, se ricusava di farlo, ubbidì. Promossa l′infame accusa, colla giunta d′altre inventate dal maligno principe, di aborto proccurato, di ribellioni macchinate, l′infelice principessa in età di soli ventidue anni venne relegata nell′isola Pandataria, dove passato poco tempo, Nerone le fece levar la vita, e portar anche il suo capo a Roma, acciocché l′indegna Poppea s′accertasse della verità del suo crudel trionfo. Di tante iniquità commesse da Nerone, forse niuna riuscì cotanto sensibile al popolo romano, come il miserabil fine d′una sì saggia ed amata principessa, la quale portava anche il titolo di Augusta, e massimamente al vederla condennata per così patenti. ed indegne calunnie. La ricompensa ch′ebbe Aniceto dell′indegna sua ubbidienza, fu d′essere relegato in Sardegna, dove ben trattato terminò poscia con suo comodo la vita. Pallante, già potentissimo liberto sotto Claudio, morì in quest′anno, e fu creduto per veleno datogli da Nerone, a fin di mettere le griffe sopra le immense di lui ricchezze.

Anno         di Cristo 63. Indizione VI.

                  di Pietro Apostolo papa 35;

                       di Nerone Claudio imperadore 10.

Consoli       Gaio Memmio Regolo.

                      Lucio virginio, o sia Verginio Rufo.

Erano tuttavia imbrogliati gli affari dell′Armenia, da cbe Nerone avea colà inviato, con titolo di Re, Tigrane [377]. Vologeso re de′ Parti persisteva più che mai nella pretension di quel regno, per coronarne Tiridate suo fratello, che gliene faceva continue istanze. Ma andava titubando, finché Tigrane il fece, risolvere a dar di piglio all′armi, per aver egli fatta un′incursione nel paese de gli Adiabeni, o sudditi o collegati de′ Parti. Dopo aver dunque Vologeso coronato Tiridate come re dell′Armenia, e somministratogli un possente esercito per conquistar quel paese, si diede principio alla guerra. Corbulone, governator della Siria, in ajuto di Tigrane, spedì due legioni, e nello stesso tempo scrisse, a Nerone, rappresentandogli il bisogno d′un altro generale per accudire alla difesa dell′Armenia, mentre egli dovea difendere le frontiere della sua provincia. Nerone v′inviò Lucio Cesennio. Peto, uomo consolare, cioè ch′era slato console: il che ha fatto ad alcuni crederlo lo stesso che Gaio Cesennio Peto, da noi veduto console nell′anno superiore 61 di Cristo, ma che, da altri vien tenuto per personaggio diverso. Intanto i Parti entrati nell′Armenia, posero l′assedio ad Artasata, capitale di quel regno, dove s′era ritirato Tigrane, che non mancò di far una valorosa difesa. Corbulone allora inviò Casperio centurione a Vologeso, per dolersi dell′insulto che si facea ad un regno dipendente da i Romani, minacciando dal suo canto la guerra a i Parti, se non desistevano da quelle violenze. Servì quest′ambasciata ad inchinar Vologeso a pensieri di pace; ed avendo chiesto di mandare a Nerone i suoi legati per trattarne, e pregarlo di conferire lo scettro dell′Armenia a Tiridate suo fratello, accettata fu la di lui proferta con patto di far cessare l′assedio di Artasata: il che ebbe esecuzione. Ma non è ben noto che convenzione segreta seguisse allora fra Corbulone e Vologeso, avendo alcuni creduto che tanto i Parti quanto Tigrane avessero da abbandonar l′Armenia. Venuti a Roma gli ambasciatori di Vologeso nulla poterono ottenere; e però il Parto ricominciò la guerra in tempo che Cesennio Peto giunse al governo dell′Armenia: uomo di poca provvidenza e sapere in quel mestiere, ma che si figurava di poter fare il maestro a gli altri. Prese Peto alcune castella, passò anche il monte Tauro, pensando a maggiori conquiste; ma all′avviso che Vologeso veniva con grandi forze  fu ben presto a ritirarsi, ed a lasciar gente, ne′ passi del monte suddetto per impedir l′accesso de′ nemici, con iscrivere intanto più e più lettere a Corbulone, che venisse a soccorrerlo. Forzò Vologeso, i passi: a Peto cadde il cuore per terra, perchè avea troppo divise le sue genti e colto fu con due sole legioni. Però spedì nuove lettere ad affrettar Corbulone, il quale intanto avendo passato l′Eufrate, marciava a gran giornate verso la Comagene e la Cappadocia, per entrar poi nell′Armenia. Nulladimeno poco giovarono gli sforzi di Corbulone. In questo mentre Vologeso strinse il picciolo esercito di Peto, molti ne uccise, e tal terrore mise al capitano de′ Romani, ch′egli solamente pensò a comperarsi la salvezza con qualunque vergognosa condizione che gli fosse esibita. Dimandato dunque un abboccamento con gli ufiziali di Vologeso, restò conchiuso che l′armi romane si levassero da tutta l′Armenia, e cedessero a i Parti tutte le castella e munizioni da bocca e da guerra; e che poi Vologeso se l′intenderebbe coll′imperador Nerone pel resto. Le insolenze de′ Parti furono poi molte; vollero entrar nelle fortezze prima che ne fossero usciti i Romani affollati per le strade dove passavano i Romani, toglievano loro schiavi, bestie e vesti; ed i Romani come galline lasciavano far tutto per paura che menassero anche le mani. Tanto marciarono le avvilite truppe, che piene di confusione arrivarono finalmente ad unirsi con quelle di Corbulone, il quale deposto per ora ogni pensier dell′Armenia, se ne tornò alla difesa della Siria, sua provincia.

Secondochè abbiam da Tacito tutto ciò avvenne nel precedente anno. Dione ne parla pili tardi. Nella primavera del presente comparvero gli ambasciatori di Vologeso, che chiedevano il regno dell′Armenia per Tiridate, ma senza ch′egli volesse presentarsi a Roma. Seppe allora Nerone da un centurione venuto con loro, come stava la faccenda dell′Armenia, perchè Cesennio Peto gliene avea mandata una relazion ben diversa. Parve a Nerone ed al senato che Vologeso si prendesse beffa di loro; e perciò rimandati gli ambasciatori di lui senza risposta, ma non senza ricchi regali, fu presa la risoluzione di far guerra viva a i Parti. Richiamato Peto, tremante fu all′udienza di Nerone, il qual mise la cosa in facezia, dicendogli, senza lasciarlo, che gli perdonava tosto, acciocché essendo egli sì pauroso, non gli saltasse la febbre addosso. Andò ordine a Corbulone di muovere le armi contro de′ Parti, e gli furono inviati rinforzi di nuove truppe e reclute, laonde egli passò alla volta dell′Armenia. Tuttavia non ebbe dispiacere che venissero a trovarlo gli ambasciatori di Vologeso, per esortarli a rimettersi nella clemenza di Cesare. Si impadronì poi di varie castella, e diede tale apprensione a i Parti che Tiridate fece premura di abboccarsi con lui. Mandati innanzi gli ostaggi romani, Tiridate comparve al luogo destinato, e veduto Corbulone, fu il primo a scendere da cavallo, e seguirono amichevoli accoglienze e ragionamenti, ne′ quali Tiridate restò di voler riconoscere dall′imperadore romano l′Armenia, e che verrebbe a Roma a prenderne la corona, qualora piacesse a Nerone di dargliela: del che Corbulone gli diede buone speranze. In segno poi della sua sommessione andò Tiridate a deporre il diadema a piè dell′immagine dell′imperadore, per ripigliarla poi dalle mani del medesimo Augusto in Roma. Noi non sappiamo che divenisse di Tigrane, re precedente dell′Armenia [378]. Nacque nell′anno presente, a Nerone una figliuola da Poppea, fatta andare apposta a partorire ad Anzo, perchè quivi ancora venne alla luce lo stesso Nerone. Ad essa e alla madre fu dato il cognome di Augusta e il senato, pronto sempre alle adulazioni, decretò altri onori ad amendue ed ordinò varie feste. Ma non passarono quattro mesi che questo caro pegno sel rapì la morte. Nerone, che per tale acquisto era dato in eccessi di gioia, cadde in altri di dolore per la perdita che ne fece. Si fecero in quest′anno i giuochi de′ gladiatori, e si videro anche molti sena tori e molte illustri donne combattere: tanto innanzi era arrivata la follia de′ Romani.

Anno         di Cristo 64. Indizione VII.

                  di Pietro Apostolo papa 36.

                  di Nerone Claudio imperadore 11

Consoli     Gaio Lecanio Basso,

                       Marco Licinio Crasso.

Andò in quest′anno Nerone a Napoli [379] per vaghezza di far sentire a que′ popoli nel pubblico teatro la sua canora voce. Grande adunanza di gente v′intervenne dalle vicine città per udire un imperadore musico, un usignolo Augusto. Ma occorse un terribil accidente, che nondimeno a niun recò danno. Appena fu uscita tutta la gente, ch′esso teatro cadde a terra. Pensava quella vana testa di passar anche in Grecia e in altre parti di Levante, per raccogliere somiglianti plausi; ma poi si fermò in Benevento, nè andò più oltre senza che se ne sappia il motivo. Fra questi divertimenti fece accusar Torquato Silvio, insigne personaggio, discendente da Augusto per via di donne. Il suo reato era di far troppa spesa per un particolare; ciò indicar disegni di perniciose novità. Prima di essere condennato, egli si tagliò le vene. Tornato a Roma Nerone, volle dare una cena sontuosa nel lago di Agrippa, come ha Tacito. Dione [380] scrive ciò fatto nell′anfiteatro, dove, dopo una caccia di fiere, introdusse l′acqua per un combattimento navale, e dopo averne ritirata l′acqua, diede una battaglia di gladiatori, e finalmente rimessavi l′acqua, fece la cena. N′ebbe l′incumbenza Tigellino. Vi erano superbe navi ornate d′oro e d′avorio, con tavole coperte di preziosi tappeti, e all′intorno taverne disposte in gran numero con delicati cibi preparati per ognuno. Ganti, suoni da per tutto, ed illuminata ogni parte. Concorso grande di plebe e di nobiltà, tanto uomini che donne, e tutta la razza delle prostitute. Che Babilonia d′infamità e di lascivie si vedesse ivi, nol tacquero gli antichi; ma non è lecito alla mia penna il ridirlo. A questa abbominevole scena ne tenne dietro un′altra, ma sommamente, terribile e funesta [381]. Attaccossi, o fu attaccato nel dì 19 di luglio il fuoco alla parte di Roma dov′era il circo Massimo, pieno di botteghe di venditori dell′olio. Spirava un vento gagliardo, che dilatò l′incendio pel piano e per le colline con tal furore, che di quattordici rioni di quella gran città dieci restarono orrida preda delle fianme, ed appena se ne salvarono quattro. Per così fiera strage di case, di templi; di palazzi, colla perdita di tanti mobili, e preziose rarità ed antichità, accompagnata ancora dalla morte d′assaissime persone, che strida, che urli, che tumulto si provasse allora, più facile è l′immaginarlo che il descriverlo. Per sei giorni durò l′incendio (altri dissero di più), senza poter mai frenare il corso a quel torrente di fuoco. Trovavasi Nerone ad Anzo, allorché ebbe nuova di sì gran malanno; nè si mosse per restituirsi a Roma, se non quando seppe che le fiamme si accostavano al suo palazzo e a gli orti di Mecenate, fabbriche anch′esse appresso involte, nel indicibil eccidio.

Che quella bestia di Nerone fosse l′autore di sì orrida tragedia, cui non fu mai, veduta una simile in Italia, lo scrivono risolutamente Suetonio e Dione, e chi poscia da loro trasse la storia romana. Aggiungono, esser egli venuto sì diabolica invenzione, perchè Roma abbondante, allora di vie strette e, torte, e di case disordinate o, poveramente fabbricate, si rifacesse poi in miglior forma, e prendesse il nome da lui; e che spezialmente egli desiderava di veder per terra molte case e granai pubblici, che gl′impedivano il fabbricare un gran palazzo ideato da lui. Dicono di più, che fur veduti i suoi camerieri con fiaccole e stoppa attaccarvi il fuoco; e che Nerone in quel mentre stava ad osservar lo scempio, con dire: Che bella fiamma! Aggiungono finalmente, ch′egli vestito in abito da scena a suon di cetra cantò la rovina di Troia. Ma tra le tante iniquità di Nerone questa non è certa. Tacito la mette in dubbio; e l′altre suddette particolarità sono bensì in parte toccate da lui, ma con aggiugnere che ne corse la voce. Trattandosi di un sì screditato imperadore, conosciuto capace di qualsisia enormità, facil cosa allora fu l′attribuire a lui l′invenzione di sì gran calamità; ed ora è a noi impossibile il discernere se vero o falso ciò fosse. Si applicò tosto Nerone a far alzare gran copia di case di legno, per ricoverarvi tutti i poveri sbandati, facendo venir mobili da Ostia e da altri luoghi; comandò ancora che si vendesse il frumento a basso prezzo. Quindi stese le sue premure a far rifabbricare la rovinata città, la quale (non può negarsi) da questa sventura riportò un incredibil vantaggio, imperciocchè con bell′ordine fu a poco a poco rifatta, tirate le strade diritte e larghe, aggiunti i portici alle case, e proibito l′alzar di troppo le fabbriche. Tutta la trabocchevol copia de′ rottami venne di tanto in tanto condotta via dalle navi che conducevano i grani a Roma, e scaricata nelle paludi d′Ostia. Vuole Suetonio che Nerone si caricasse del trasporto di quelle demolizioni, per profittar delle ricchezze che si trovavano in esse rovine, nè vi si potevano accostare se non i deputati da lui. Determinò di sua borsa premj a chiunque entro di un tal termine di tempo avesse alzata una casa o palagio; e del suo edificò ancora i portici. Fece distribuire con più proporzione l′acque condotte per gli acquidotti a Roma, e destinò i siti di esse per estinguere al bisogno gl′incendj, con altre provvisioni che meritavano gran lode, ma non la conseguirono, per la comune credenza che da lui fosse venuto sì orribil malanno. Anch′egli imprese allora la fabbrica del suo nuovo palazzo, che fu mirabil cosa, e nominato poi la Casa d′oro, Suetonio [382] ce ne dà un picciolo abbozzo. Tutto il di dentro era messo a oro, ornato di gemme, intersiato di madriperle. Sale e camere innnmerabili incrostate di marmi fini; portici con tre ordini di colonne che si stendevano un miglio; vigne, boschetti, prati, bagni, peschiere, parchi con ogni sorta di fiere ed animali; un lago di straordinaria grandezza, con corona di fabbriche all′intorno a guisa di una città; e davanti al palazzo un colosso, alto centoventi piedi, rappresentante Nerone. Allorché egli vi andò poi ad alloggiare, disse: Ora sì che quasi comincio ad abitare in un alloggio conveniente ad un uomo. Ma questa sì suntuosa e stupenda mole, con altri vastissimi disegni da lui fatti di sterminati canali per condur lontano sino a cento sessanta miglia per terra l′acqua del mare, costò ben caro al popolo romano. Perciocché smunto e ridotto al bisogno il prodigo Augusto, passò a mille estorsioni e rapine, confiscando sotto qualsivoglia pretesto i beni altrui, imponendo non più uditi dazj e gabelle, ed esigendo contribuzioni rigorose da tutte le città, ed anche dalle libere e collegate: il che fu quasi la rovina delle provincie. Nè ciò bastando, mise mano a i luoghi sacri, estraendone tutti i vasi d′oro e d′argento, e l′altre cose preziose. Mandò anche per la Grecia e per l′Asia a spogliar tutti  (Sueton, in Nerone cap. 31 et 32. Taciti lib. 2. cap. 42 et seqq. que′ templi delle ricche statue de gli stessi Dii, e di ogni lor più riguardevole ornamento.

Diede occasione lo spaventoso incendio di Roma alla prima persecuzione de gl′imperadori pagani [383] cotra de′ Cristiani. S′era già non solo introdotta, ma largamente diffusa nel popolo romano, per le insinuazioni di San Pietro Appostolo e de′ suoi discepoli, la religione di Cristo, giacché non duravano fatica i buoni a conoscerne la santità ed eccellenza in confronto dell′empia e sozza de′ Gentili. Nerone, a fin di scaricar sopra d′altri l′odiosità da lui contratta per la comune voce d′aver egli stesso incendiata quella gran città, calunniosamente, secondo il suo solito, ne fece accusar i Cristiani, siccome attestano Tertulliano, Eusebio, Lattanzio, Orosio ed altri autori, e fin gli stessi storici pagani Tacito e Suetonio. Scrive esso Tacito, ma non già Suetonio, che furono convinti d′aver essi attaccato il fuoco a Roma, quando egli stesso poco dianzi avea attestato che la persuasion comune ne facea autore lo stesso Nerone; e Suetonio e Dione ciò danno per certo. Non era capace di sì enorme misfatto chi seguitava la legge purissima di Gesù Cristo, e massimamente durante il fervore e l′illibatezza de′ primi Cristiani. A che fine mai gente dabbene, e lasciata in pace, avea da cadere in sì mostruoso eccesso? Perciò una gran moltitudine d′essi fu con aspri ed inauditi tormenti fatta morire sulle croci, o bruciata a lento fuoco, o vestita da fiere, per esserci sbranata da′ cani. Vi si aggiunse ancora l′inumana invenzione di coprirli di cera, pece e d′altre materie combustibili, e di farli servir di notte, come tanti doppieri della crudeltà, ne gli orti stessi di Nerone. Così cominciò Roma ad essere bagnata dal sacro sangue de′ martiri. Confessa nondimeno il medesimo Tacito che gran compassione produsse un così fiero macello di gente, tuttoché, secondo lui, colpevole per una religione contraria al culto de′ falsi Dii. In questi tempi avendo ordinata Nerone che l′armata navale tornasse al porto di Miseno, fu essa sorpresa da così impetuosa burrasca, che la maggior parte delle galee e d′altre navi minori s′andò a fracassare ne′ lidi di Cuma.

Anno         di Cristo 65. Indizione VIII,

                  di Lino papa 1.

                  di Nerone Claudio imperadore 12

Consoli       Aulo Licinio Nerva Sili ano.

                        Vestinio Attico.

In una iscrizione rapportata dal Doni e da me [384] si legge silano et attico cos. Se questa sussiste, non Siliano, ma Silano sarà stato l′ultimo de′ suoi cognomi. Il cardinal Noris ed altri sostentano Siliano. Per attestato di Tacito, avea Nerone disegnati consoli per le calende di luglio Plauzio Laterano, dalla cui persona o casa riconosce la sua origine la basilica Lateranense, ed Anicio Cereale. Il primo invece del consolato ebbe da Nerone la morte, siccome dirò. Fece lo stesso fine Vestinio Attico, cioè l′altro console ordinario. Però si può tenere per fermo che Cereale succedesse nel consolato. Roma [385] in quest′anno divenne teatro di morti violente per la congiura di Gaio Calpurnio Pisone, che fu scoperta. Era questi di nobilissima famiglia, ben provveduto di beni di fortuna, grande avvocato de i rei, e però comunemente amato e stimato, benché dato a i piaceri ed al lusso, e mancante di gravità di costumi. Sarebbe volentieri salito sul trono, e per salirvi conveniva levar di mezzo Nerone, il che non parea tanto difficile, stante l′odio comune. S′egli fosse il primo ad intavolar la congiura non si sa. Certo è bensì che Subrio, o sia Subio Flavio, tribuno d′una compagnia delle guardie, e Mirio Anneo Lucano, nipote di Seneca e celebre autore del poema della Farsalia, furono de′ primi ad entrarvi, e de′ più disposti ad eseguirla. Per una giovanil vanità Lucano (era nato nell′anno 89 dell′era, nostra) non potea digerire che Nerone, per invidia e pazza credenza di saperne più di lui in poesia, gli avesse proibita la pubblicazion del suddetto poema, ed anche il far da avvocato nelle cause. Entrò in questo medesimo concerto anche Plauzio Laterano, console disegnato, per l′amore che portava al pubblico.

Molti altri o senatori, o cavalieri, o pretoriani, ed alcune dame ancora, chi per odio e vendetta privata, e chi per liberar l′imperio da questo mostro, tennero mano al trattato. Proposero alcuni di ammazzarlo mentre cantava in teatro, o pur di notte quando usciva senza guardie per la città. Altri giudicavano meglio di aspettare a far il colpo a Pozzuolo, a Miseno, o a Baia, avendo a tal fine guadagnato uno de′ principali ufiziali dell′armata navale. In fine fu stabilito di ucciderlo nel dì 12 di aprile in cui si celebravano i giuochi del circo a Cerere. Messo in petto di tanti il segreto, per poca avvertenza di Flavio Scevino traspirò. Fece egli testamento, diede la libertà a molti servi regalò gli altri, preparò fascie per legar ferite: ed intanto benché desse a gli amici un bel convito e facesse il disinvolto, pure comparve malinconico e pensoso. Milico suo liberto osservava tutto; e perchè il padrone gli diede da far aguzzare un pugnale rugginoso, s′avvisò che qualche grande affare fosse in volta. Sul far del giorno questo infedele, animato dalla speranza di una gran ricompensa, se n′andò a gli Orti Serviliani, dove allora soggiornava Nerone, e tanto tempestò co i portinai, che potè parlare ad Epafrodito liberto di corte, che l′introdusse all′udienza del padrone. Furono tosto messe le mani addosso a Scevino, che coraggiosamente si difese, e rivolse l′accusa contra del suo liberto. Ma perchè si seppe avere nel dì innanzi Scevino tenuto un segreto e lungo ragionamento con Antonio Natale, ancor questo fu condotto da i soldati. Esaminati a parte, si trovarono discordi, e poi alla vista de′ tormenti confessarono il disegno e rivelarono i complici. All′intendere sì numerosa frotta di congiurati saltò tal paura addosso a Nerone, che mise guardie da per tutto, e nè pur si teneva sicuro in qualunque luogo ch′egli si trovasse.

Vien qui Tacito annoverando tutti i congiurati, e il loro fine. Molti furono gli uccisi, e fra gli altri Gaio Pisone, capo della congiura, e Lucano poeta; altri, con darsi la morte da se stessi, prevennero il carnefice, ed alcuni ancora la scamparono colla pena dell′esilio. Fra gli altri denunziati v′entrò anche Lucio Anneo Seneca, insigne maestro della stoica filosofia, ma che, se si avesse a credere a Dione [386], macchiato fu di nefandi vizj d′avarizia, di disonestà e di adulazione. Di lui parla con istima maggiore Tacito, scrittore alquanto più vicino a questi tempi. Consisteva tutto il suo reato nell′essere stato a visitarlo nel suo ritiro Antonio Natale, e a lamentarsi perchè non volesse ammettere Pisone in sua casa e trattare con lui. Al che avea risposto Seneca, non essere bene che favellassero insieme ; del resto dipendere hi di lui salute da quella di Pisone. Trovavasi Seneca nella sua villa, quattro miglia lungi da Roma; e mentre era a tavola con due amici e con Pompea Paolina sua moglie cara, arrivò Silvano, tribuno d′una coorte pretoriana, ad interrogarlo intorno alla suddetta accusa. Rispose con forti ragioni, nulla mostrò di paura, e parlò senza punto turbarsi in volto. Portata la risposta a Nerone, dimandò il crudele, se Seneca pensava a levarsi colle proprie mani la vita. Disse Silvano di non averne osservato alcun segno. Farà bene, replicò allora Nerone, ed ordinò di farglielo sapere. Intesa l′′atroce intimazione, volle Seneca far testamento, e gli fu proibito. Quindi scelto di morire collo svenarsi, coraggiosamente si tagliò le vene, ed entrò nel bagno per accelerare l′uscita del sangue. Dopo aver lasciati alcuni bei documenti a gli amici, morì. Anche la moglie Paolina volle accompagnarlo collo stesso genere di morte, e si svenò, ma per ordine di Nerone fu per forza trattenuta in vita, ed alcuni pochi anni visse dipoi, ma pallida sempre in volto. Le straordinarie ricchezze di Seneca si potrebbe credere gl′inimicassero l′ingordo Nerone; se non che scrive Dione che egli le avea dianzi cedute a lui per impiegarle nelle sue fabbriche. Ancorché il console Vestlinio non fosse a parte della congiura, pure si valse Nerone di questa occasione per levarlo di vita, e lo stesso fece d′altri ch′egli già mirava di mal occhio.

Andò poscia Nerone in senato per informar que′ padri del pericolo fuggito e de i delinquenti [387]; e però furono decretati ringraziamenti e doni a gli Dii, perchè avessero salvato un sì degno principe ed egli consecrò a Giove vendicatore nel Campidoglio il suo pugnale. Capitò in questi tempi a Roma Cesellio Basso, di nascita Affricano, uomo visionario, che ammesso all′udienza di Nerone, gli narrò come cosa certa che nel territorio di Cartagine in una vasta spelonca stava nascosta una massa immensa d′oro non coniato, quivi riposta o dalla regina Bidone, o da alcuno de gli antichi re di Numidia. Vi saltò dentro a piè pari l′avido Nerone, senza esaminar meglio l′affare, senza prendere alcuna informazione, e subito subito fu spedita una grossa nave, scelta come capace di sì sfoggiato tesoro, con varie galee di scorta. Nè d′altro si parlava allora che di questo mirabil guadagno fra il popolo. Per la speranza di un sì ricco aiuto di costa, maggiormente s′impoverì il pazzo imperadore, perchè si fece animo a spendere e spandere in pubblici spettacoli e in profusion di regali. Ma con tutto il gran cavamento fatto dal suddetto Bassone pure un soldo si trovò ; e però deluso il misero, altro scampo non ebbe per sottrarsi alle pubbliche beffe, che di togliere colle sue mani a sè stesso la vita. Ma se mancò a Nerone questa pioggia d′oro, si acquistò egli almeno un′′incompirabil gloria in quest′anno coll′aver fatta una pubblica comparsa nella scena del teatro, dove recitò alcuni suoi versi. Fattagli istanza dal popolazzo di metter fuori la sua abilità anche in altri studj, saltò fuori e colla cetra in concorrenza d′altri sonatori, e fece udir delle belle sonate. Strepitosi furono i viva del popolo, lamaggior parte per dileggiarlo, mentre i buoni si torcevano tutti al mirar sì fatto obbrobrio della maestà imperiale. E guai a que′ nobili che non v′intervennero: erano tutti messi in nota. Fu in pericolo della vita Ve» spasiano (poscia imperadore), perchè osservato dormire in occasione di tanta importanza. Conseguita la corona, passò Nerone, secondo Suetonio e Dione [388], a far correre, stando in carrozza, i cavalli. Ito poscia a casa [389] tutto contento di sì gran plauso, trovò la sola Poppea Augusta sua moglie che gli disse qualche disgustosa parola. Benché l′amasse a dismisura, pure le insegnò a tacere con un calcio nella pancia. Era essa gravida, e di questo colpo morì. Donna sì delicata e vana, che tutto dì era davanti allo specchio per abbellirsi; voleva le redini d′oro alle mule della sua carrozza, e teneva cinquecento asine al suo servigio, per lavarsi ogni dì in un bagno formato del loro latte. S′augurava anche più tosto la morte che di arrivare ad esser vecchia e a perdere la bellezza. Opinione è d′insigni letterati [390] che nel dì 29 di giugno del presente anno per comandamento di Nerone fosse crocifisso in Roma il principe de gli Apostoli san Pietro, e che nel medesimo giorno ed anno venisse anche decollato l′Apostolo de′ Gentili san Paolo. Certissima è la loro gloriosa morte e martirio in Roma; ma non sembra egualmente certo il tempo, intorno a che potrà il lettore consultare chi ha maneggiato ex professo cotali materie. Nel pontificato romano a lui succedette S. Lino. Dopo la morte di Poppea, Nerone, perchè Antonia, figlia di Claudio Augusto e sorella di Ottavia sua prima moglie, non volle consentir alle sue nozze, trovò de′ pretesti per farla morire. Quindi sposò Statilia Messalina, vedova di Vestinio Attico console, a cui egli avea dianzi tolta la vita. Certe altre sue bestialità raccontate da Dione non si possono raccontar da me. E Tacito aggiugne l′esilio o la morte da lui data ad altri primarj Romani; che mai non gli mancavano ragioni per far del male.

Anno       di Cristo 66. Indizione IX.

                di Lino papa 2.

                di Nerone Claudio imperadore 13.

Consoli    Gaio Lucio Telesino,

                     Gaio Suetonio Paolino.

Funesto ancora fu l′anno presente a Roma per l′infelice fine di molti illustri Romani, che tutti perirono per la crudeltà di Nerone, principe giunto a non saziarsi mai di sangue, perchè questo sangue gli fruttava l′acquisto de′ beni de′pretesi rei. Tacito empie molte carte [391] di sì tristo argomento. Io me ne sbrigherò in poche parole, per risparmiare la malinconia a chiunque è per leggere queste carte. Basterà solo rammentare che Anneo Mella, fratello di Seneca e padre di Lucano poeta, accusato, si svenò, e terminò presto il processo. Gaio Petronio, che ha il prenome di Tito appresso Plinio, uomo di somma leggiadria, e tutto dato al bel tempo, era divenuto uno de i più favoriti di Nerone. La gelosia di Tigellino, prefetto del pretorio, gli tagliò le gambe, e il costrinse a darsi la morte. Ma prima di darsela fece credere a Nerone di lasciarlo suo erede e gli mandò il suo testamento. In questo non si leggevano se non le infami impurità ed iniquità d′esso Nerone. La descrizione de′ costumi di costui lasciataci da Tacito ha dato motivo ad alcuni di crederlo il medesimo che Petronio Arbitro, di cui restano i frammenti d′un impurissimo libro. Ma dicendo esso Tacito che questo Petronio fu proconsole della Bitinia e console, egli sembra essere stato quel Gaio Petronio Turpiliano che abbiam veduto console nell′anno 6i di Cristo, e però diverso da Petronio Arbitro. Più d′ogni altro venne onorato dalla compassione di tutti e compianto il caso di Peto Trasea e di Berea Sorano, amendue senatori e personaggi della prima nobiltà, perchè non solo abbondavano di ricchezze, ma più di virtù, di amore del pubblico bene, e di costanza per sostenere le azioni giuste e riprovar le cattive. Per questi loro bei pregi non potea di meno l′iniquo Nerone di non odiarli, e di non desiderar la morte loro. Però il fargli accusare, benché d′insussistenti reati, lo stesso fu che farli condannare dal senato, avvezzo a non mai contradire a i temuti voleri di Nerone. Così restò priva Roma de i due più riguardevoli senatori ch′ella avesse in que′ tempi, crescendo con ciò il batticuore a ciascun′altra persona di vaglia, giacché in tempi tali l′essere virtuoso era delitto. Non parlo d′altri o condennati o esiliati da Nerone nell′anno presente, mentovati da Tacito, la cui storia qui ci torna, a venir meno, perchè l′argomento è tedioso.

Secondo il concerto fatto con Corbulone governator della Soria, Tiridate, fratello di Vologeso re de′ Parti [392] , si mosse in quest′anno per venir a prendere la corona dell′Armenia dalle mani di Nerone, conducendo seco la moglie, e non solo i figliuoli suoi, ma quelli ancora di Vologeso, di Pacoro e di Monobazo, e una guardia di tre mila cavalli. L′accompagnava Annio Viviano, genero di Corbulone, con gran copia d′altri Romani. Nerone, che forte si compiaceva di veder venire a′ suoi piedi questo re barbaro, non perdonò a diligenza ed attenzione alcuna, affinchè egli nel medesimo tempo fosse trattato da par suo, e comparisse a gli occhi di lui la magnificenza dell′imperio romano. Non volle Tiridate [393] venir per mare, perchè dato alla magia, peccato riputava lo sputare o il gittar qualche lordura in mare. Convenne dunque condurlo per terra con sommo aggravio de′ popoli romani, perchè da che entrò o si fermò nelle terre dell′imperio, dapertutto sempre alle spese del pubblico riceve un grandioso trattamento (il che costò un immenso tesoro), e tutte le città per dove passò, magnificamente ornate, l′accolsero con grandi acclamazioni. Marciava Tiridate in tutto il viaggio a cavallo, con la moglie accanto, coperta sempre con una celata d′oro, per non essere veduta, secondo il rito de′ suoi paesi, che tuttavia con rigore si osserva. Passato per la Bitinia, Tracia ed Illirico, e giunto - in Italia, montò nelle carrozze che gli avea inviato Nerone, e con esse arrivò a Napoli, dove l′imperadore volle trovarsi a riceverlo. Menato all′udienza, per quanto dicessero i mastri delle cerimonie, non volle deporre la spada. Solamente si contentò che fosse serrata con chiodi nella guaina. Per questa renitenza Nerone concepì più stima di lui; e maggiormente se gli affezionò, allorché sel vide davanti con un ginocchio piegato a terra, e colle mani alzate al cielo sentì darsi il titolo di Signore. Dopo avergli Nerone fatto godere in Pozzuolo un divertimento con caccia di fiere e di tori, il condusse seco a Roma. Si vide allora quella vastissima città tutta ornata di lumi, di corone, di tappezzerie, con popolo senza numero, accorso anche di lontano, vestito di vaghe vesti, e co i soldati ben compartiti coll′armi loro tutte rilucenti. Fu sopra tutto mirabile nella mattina del dì seguente il vedere la gran piazza e i tetti anch′essi coperti tutti di gente. Miravasi nel mezzo d′essa assiso Nerone in veste trionfale sopra un alto trono col senato e le guardie intorno. Per mezzo di quel gran popolo condotti Tiridate e il suo nobil seguito, s′inginocchiarono davanti a Nerone, ed allora proruppe il popolo in altissime grida, che fecero paura a Tiridate, e il tennero sospeso per qualche tempo. Fatto silenzio, parlò a Nerone con umiltà non aspettata, chiamando sè stesso suo schiavo, e dicendo d′essere venuto ad onorar Nerone come un suo Dio, e al pari di Mitra, cioè del Sole, venerato da i Parti. Gli pose dipoi Nerone in capo il diadema, dichiarandolo Re dell′Armenia; e dopo la funzione, passarono al teatro, ch′era tutto messo a oro, per mirare i giuochi. Le tende tirate per difendere la gente dal sole, furono di porpora, sparse di stelle d′oro, e in mezzo d′esse la figura di Nerone in cocchio, fatta di ricamo. Succedette un suntuosìssimo convito, dopo il quale si vide quel bestion di Nerone pubblicamente cantare e sonar dì cetra ; e poi montato in carretta colla canaglia de′cocchieri, vestito dell′abito loro, gareggiar nel corso con loro.

Se ne scandalezzò forte Tiridate, e prese maggior concetto di Corbulone, da che sapeva servire e sofferire un padrone sì fatto, senza valersi dell′armi contra di lui. Anzi non potè contenersi dal toccar ciò in gergo allo stesso Nerone con dirgli: Signore, voi avete un ottimo servo in Corbulone; ma Nerone non penetrò l′intenzion segreta di queste parole. Fecesi conto che i regali fatti da esso Augusto a Tiridate ascendessero a due milioni. Ottenne egli ancora di poter fortificar Artasata, e a questo fine menò via di Roma gran quantità d′artefici, con dar poi a quella città il nome di Neronia. Da Brindisi fu condotto a Durazzo, e passando per le grandi e ricche città dell′Asia ebbe sempre più occasion di vedere la magnificenza e possanza dell′imperio romano. Ma non ancor sazia la vanità di Nerone per questa funzione, che costò tanti milioni al popolo romano, avrebbe pur voluto che Vologeso re de′ Parti fosse venuto anch′egli a visitarlo, e l′importunò su questo. Altra risposta non gli diede Vologeso, se non che era più facile a Nerone passare il Mediterraneo: il che facendo, avrebbono trattato di un abboccamento. Per questo rifiuto a Nerone saltò in capo di fargli guerra; ma durarono poco questi grilli, perchè egli pensò ad una maniera più facile d′acquistarsi gloria: del che parleremo all′anno seguente. Nacque [394] bensì nell′anno presente la guerra in Giudea, essendosi rivoltato quel popolo per le strane avanie de′ Romani, mentre Gestio Gallo era governator della Siria, il quale durò fatica a salvarsi dalle loro mani in una battaglia. Fu obbligato Nerone ad inviar un buon rinforzo di gente colà, e scelse per comandante di quell′armata Vespasiano, capitano di valore sperimentato. Io so che all′anno seguente è comunemente riferita la morte di Corbulone, ricavandosi ciò da Dione. Ma al trovar noi, per attestato di Giuseppe storico, allora vivente, il suddetto Cestio Gallo al governo della Siria, senza che si parli punto di Corbulone, può dubitarsi che la morte di questo eccellente uomo succedesse nell′anno presente. E per valore e per amor della giustizia non era inferiore Corbulone ad alcuno de′ più rinomati antichi Romani. Nerone, presso il quale passava per delitto l′essere nobile, virtuoso e ricco, non potè lasciarlo più lungamente in vita. Coll′apparenza di volerlo promuovere a maggiori onori, il richiamò dalla Siria, ed allorché fu arrivato a Cencre, vicino a Corinto, gli mandò ad intimar la morte. Se la diede egli colle proprie mani, tardi pentito di tanta sua fedeltà ad un principe sì indegno, e d′essere venuto disarmato a trovarlo. Perchè a noi qui manca la storia di Tacito, la cronologia non va con piede sicuro.

Anno          di Cristo 67. Indizione. X.

                  di Clemente papa 1.

                  di Nerone Claudio imperadore 14.

Consoli     Lucio Fonteio Capitone,

                      Gaio Giulio Rufo.

Secondo le conietture di varj letterati, a S. Lino papa, che martire della fede finì di vivere in quest′anno, succedette Clemente, personaggio che illustrò dipoi non poco la Chiesa di Dio. Ho riserbato io a parlar qui del viaggio fatto da Nerone in Grecia, benché cominciato nell′anno precedente, per unir insieme tutte le scene di quella testa sventata. La natura, in mettere lui al mondo, intese di fare un uomo di vilissima condizione.

Un sonator di cetra, un vetturino, un beccaio, un gladiatore, un buffone. La fortuna deluse le intenzioni della natura con portare costui al trono imperiale, ma sul trono ancora si vide poi prevalere l′inclinazion naturale [395]. Invanito egli delle tante adulatorie acclamazioni che venivano fatte in Roma alla suavità della sua voce, alla sua maestria nel suono, e bravura nel maneggiar i cavalli stando in carretta, s′invogliò di riscuotere un egual plauso dalle città della Grecia, le quali portavano anche allora il vanto di fare i piii magnifici e rinomati giuochi della terra. Perciò si mosse da Roma a quella volta con un esercito di gente, armata non già di lancie e scudi, ma di cetre, di maschere e di abiti da commedia e tragedia. Con questa corte degna di un tal imperadore comparve egli in quelle parti, astenendosi nondimeno dal visitare Atene e Sparta per alcuni suoi particolari riguardi. Fece nell′altre città in mezzo a i pubblici teatri, anfiteatri e circhi, da commediante, da sonatore, da musico, da guidator di carrette, abbigliato ora da servo, ora da donna, ed anche donna parturiente, da Ercole, da Edipo, e da altri simili personaggi. Le corone destinate per chi vinceva ne′suddetti giuochi, tutte senza fallo toccavano a lui. Dicono che ne riportasse più di mille ottocento. Sì gli erano care, che arrivando ambasciatori delle città per offerirgli i premj delle sue vittorie, questi erano i primi alla sua udienza, questi tenuti alla sua stessa tavola. Pregato da essi talvolta di cantar e sonare dopo il desinare o dopo la cena, senza lasciarsi molto importunare, dava di mano alla chitarra, e gli esaudiva. Si mostrava ognuno incantato dalla sua divina voce: egli era il Dio della musica, egli un nuovo Apollo, laonde ebbe a dire non esservi nazione che meglio della greca sapesse ascoltando giudicar del merito delle persone, e d′aver trovato essi soli degni di sè e de′suoi studj. Le viltà, le oscenità commesse da Nerone in tal occasione furono infinite, immensi i regali e le spese. Ma nello stesso tempo per supplire a i bisogni della borsa impoverì i popoli della Grecia, saccheggiò que′ lor templi, ai quali non peranche avea stese le griffe, confiscò i beni d′assaissime persone, condennate a diritto e a rovescio. Mandò anche a Roma e per l′Italia Elio liberto di Claudio con podestà senza limite, per confiscare, esiliare ed uccidere fino i senatori; e costui il seppe servire di tutto punto, facendo da imperadore, senza essersi potuto conchiudere chi fosse peggiore o egli, o Nerone stesso.

Volle questo forsennato imperadore che i giuochi olimpici d′Elide, benché si dovessero far prima, si differissero sino al suo arrivo in Grecia, per poterne riportare il premio. Colla sua carretta anch′egli entrò nel circo, ma cadutone ebbe ad accopparsi, e più giorni per tal disgrazia stette in letto. Con tutto ciò il premio a lui fu assegnato. Passava male per chi a lui non volea cedere [396]. Ne′ giuochi istmici un tragico, miglior musico che politico, perchè non ebbe l′avvertenza di desistere dal canto per lasciar comparire quel di Nerone che dovea certamente essere più mirabile del suo, fu strangolato sul teatro in faccia di tutta la Grecia. Vennegli poi in pensiero di far un′opera stabile, per cui s′immortalasse il suo nome; e fu quella di tagliare lo stretto di Corinto, per unire i due mari Ionio ed Egeo [397]: disegno conceputo anche da Giulio Cesare e da molti altri, ma per le molte difficultà non mai eseguito. Nulla parea difficile alla gran testa di Nerone. Fu egli nel destinato giorno il primo a rompere la terra con un piccone d′oro, e a portar la terra in una cesta, per animar gli altri all′impresa : Il che fatto, si ritirò a Corinto, tenendosi per più glorioso d′Ercole a cagion di così gran prodezza. Furono a quel lavoro impiegati i soldati, i condennati e gran copia d′altra gente: e Vespasiano gl′inviò apposta sei mila Giudei fatti prigioni. Non più di cinque miglia di terra è lo stretto di Corinto e pure con tante mani in due mesi, e mezzo di lavoro non si arrivò a cavar nè pure un miglio di quel tratto. Non si andò poi più innanzi, perchè affari premurosi richiamarono Nerone a Roma. Elio liberto, mandato da lui con plenipotenza di far del male in Italia, mndava con frequenti lettere spronando a ritornarsene, inculcando la necessità della sua presenza in queste parti. Ma Nerone perduto in un paese, dove giorno non passava che non mietesse nuove palme, non trovava la via di lasciar quel cielo sì caro: quand′ecco giugnere in persona Elio stesso, venuto per le poste, che gli mise in corpo un fastidioso sciroppo, avvertendolo che si tramava in Roma una formidabil congiura contra di lui. Allora sì che s′imbarcò, dopo essersi quasi un anno intero fermato in Grecia, alla quale accordò il governarsi co′ proprj magistrati, e l′esenzione da tutte le imposte, e venne alla volta d′Italia. Sorpreso fu per viaggio da una tempesta, per cui perdè i suoi tesori; laonde speranza insorse fra molti che anch′egli in quel furore del mare avesse a perire; Sano e salvo egli compiè la navigazione, ma non già chi avea mostrata speranza o desiderio di vederlo annegato, perchè ne pagò la pena col suo sangue. Come trionfante entrò in Roma sullo stesso cocchio trionfale d′Augusto, su cui veniva anche Diodoro citarista suo favorito, corteggiato da i soldati, cavalieri e senatori. Era addobbata ed illuminata tutta la città, incessanti le acclamazioni dettate dall′adulazione viva Nerone Ercole Nerone Apollo, Nerone vincitor di tutti i giuochi. Beato chi può ascoltar la tua voce. A questo segno era ridotta la maestà del popolo romano. Mentre succedeano queste vergognose commedie in Grecia e in Italia, avea dato principio Flavio Vespasiano [398] alla guerra contra i sollevati Giudei. Già il vedemmo inviato colà per generale da Nerone. La prima sua impresa fu l′assedio di Iotapat, luogo fortissimo per la sua situazione. Vi spese intorno quarantasette giorni, e costò la vita di molti de′ suoi; ma de′ Giudei vi perirono circa quaranta mila persone, e fra gli altri vi restò prigione lo stesso Giuseppe, storico insigne della nazion giudaica, il quale comandava a quelle milizie. Perchè predisse a Vespasiano l′imperio, fu ben trattato. Di molte altre città e luoghi della Galilea s′impadronì Vespasiano, e Tito suo figliuolo riportò qualche vittoria in varj combattimenti, con istrage di gran quantità di Giudei.

Anno          di Cristo 68. Indizione XI.

                   di Clemente papa 2.

                  di Nerone Claudio imperadore 15.

                  di Servio Sulpicio Galba, imperadore 1.

Consoli:    Gaio Silio Italico.

                        Marco Galerio Tracalo.

Il console Silio Italico quel medesimo è che fu poeta, e lasciò dopo di se un poema, pervenuto sino ai dì nostri. S′era egli meritata la grazia di Nerone, e nello stesso tempo l′odio pubblico col brutto mestiere d′accusare e far condennare varie persone. Consisteva la riputazion di Tracalo nell′essere uomo di singolar eloquenza trattando le cause giudiciali. Non durò il loro consolato più del mese d′aprile, a cagion delle rivoluzioni insorte, che liberarono finalmente l′imperio romano da un imperador buffone, mostro insieme di crudeltà [399] Ne′ primi mesi dell′anno presente, Gaio Giulio Vindice, vicepretore e governator della Gallia Celtica, il primo fu ad alzar bandiera contra di Nerone, col muovere a ribellione que′ popoli: al che non trovò difficultà, sentendosi essi troppo aggravati dalle estorsioni e tirannie del furioso imperadore, vivamente ancora ricordate loro da Vindice in questa occasione. Non teneva egli al suo comando legione alcuna, ma avea ben molto coraggio, e in breve tempo mise in armi circa cento mila persone di que′ paesi. Contuttociò le mire sue non erano già rivolte a farsi imperadore ; anzi egli scrisse tosto a Servio Sulpicio Galba, governatore della Spagna Taraconense [400], e personaggio di gran credito per la sua saviezza, giustizia e valore, esortandolo ad accettar l′imperio, con promettergli anche la sua ubbidienza. Perciò circa il principio d′aprile, Galba, raunata una legione, ch′egli avea in quella provincia, con alquante squadre di cavalleria, ed esposte la crudeltà e pazzie di Nerone, si vide proclamato imperadore da ognuno. Egli nondimeno prese il titolo solamente di Legato, o sia di luogotenente della repubblica. Dopo di che si diede a far leva di gente e a formare una specie di senato. Parve un felice augurio e preludio l′essere arrivata in quel punto a Tortosa in Catalogna una nave d′Alessandria, carica d′armi, senza che persona vivente vi fosse sopra. In questi tempi soggiornava l′impazzito Nerone, tutto dedito ai suoi vergognosi divertimenti, in Napoli, quando nel giorno anniversario in cui avea uccisa la madre, cioè nel dì 21 di marzo, gli arrivarono le nuove della ribellion della Gallia e dell′attentato di Vindice. Parve che non se ne mettesse gran pensiero, e piuttosto ne mostrasse allegria, sulla speranza che il gastigo di quelle ricche Provincie gli frutterebbe de gl′immensi tesori. Seguitò dunque i suoi spassi, e per otto giorni non mandò nè lettere nè ordini, quasiché volesse coprir col silenzio l′affare. Ma sopragiunta copia de gli editti pubblicati da Vindice nella Gallia, pieni d′ingiurie contra di lui, allora si risentì. Quel che più gli trafisse ir cuore, fu il vedere che Vindice, in vece di Nerone, il nominava col suo primo cognome Enobarbo [401], e diede poi nelle smanie, perchè il chiamava cattivo sonator da cetra. Ne conoscete voi un migliore di me? gridò allora rivolto ai suoi, i quali si può ben credere che giurarono di no. Venendo poi un dopo l′altro nuovi corrieri con più funesti avvisi, tutto sbigottito corse a Roma, consolato nondimeno per avere osservato nel viaggio, scolpito in marmo un soldato Gallico strascinato pe′ capelli da un Romano: dal che prese buon augurio. Non raunò in Roma nè il senato, nè il popolo, solamente chiamò una consulta de′ principali, al suo palagio, e spese poi il resto della giornata intorno a certi strumenti musicali che sonavano a forza d′acqua. Fu posta taglia sulla testa di Vindice, ed inviati ordini perchè le legioni dell′Illirico ed altre soldatesche marciassero contra di lui.

Ma sopragiunto l′avviso che anche Galba s′era sollevato in Ispagna [402], oh allora sì che gli cadde il cuore per terra. Dopo lo sbalordimento tornato in sè, si stracciò la veste, e dandosi de′ pugni in testa, gridò che era spedito, parendogli troppo inudita e strana cosa il perdere, ancorché fosse vivo, l′imperio. E pure da lì a non molto, perchè vennero nuove migliori, tornò alle sue ragazzerie, lautamente cenando, cantando poscia versi contra de′ capi della ribellione, e accompagnandogli ancora con gesti da commediante. Andava intanto crescendo il partito de′ sollevati nelle Spagne e nelle Gallie, e tutti con buon occhio ed animo miravano Galba. Fra gli altri che aderirono al suo partito, uno de′ primi fu Marco Salvio Ottone, governatore della Lusitania, il quale gli mandò tutto il suo vasellamento d′oro e d′argento, acciocché ne facesse moneta, ed alcuni ufiziali ancora più pratici de′ Gallici per servire ad un imperadore. Ma, nelle Gallie si turbarono dipoi non poco gli affari. Lucio (chiamato Publio da altri) Virginio, o sia Verginio Rufo, governatore dell′alta Germania, che comandava il miglior nerbo dell′armi romane, o da sè stesso determinò, oppure ebbe ordine di marciar contra di Vindice. In favor di Nerone stette salda quella parte della Gallia che s′accosta al Reno, e sopratutto Treveri, Langres e infin Lione si dichiarò contra di Vindice. Pare eziandio che l′armata della bassa Germania, cioè della Fiandra ed Ollanda, si unisse con Virginio Rufo, il quale marciò all′assedio di Besanzone. Corse colà anche Vindice con tutte le sue forze per difendere quella città; e seguì un segreto abboccamento fra questi due generali; anzi parve, nel separarsi, che fossero d′accordo, verisimilmente contra di Nerone; Ma - accostatesi le soldatesche di Vindice per entrar nella città (il che si suppone concertato con Virginio) le legioni romane non informate di quel concerto, senza che lor fosse ordinato, si scagliarono addosso alle milizie Galliche; e trovandole non preparate per la battaglia e mal ordinate, ne fecero un macello. Vuol Plutarco [403]  che contro il voler de′ generali quelle due armate venissero alle mani. Vi perirono da venti mila Gallici, e tutto il resto andò disperso, con tal affanno di Vindice, che da sè stesso si diede poco appresso la morte. Se di questa non voluta vittoria avesse voluto prevalersi Virginio Rufo per farsi e mantenersi imperadore, poca fatica avrebbe durato: cotanto era egli amato ed ubbidito da tutta la sua possente armata. Gliene fecero anche più istanze allora e dipoi i suoi soldati; ma egli da vero cittadin romano e con impareggiabil grandezza d′animo ricusò, sempre dicendo, anche dopo la morte di Nerone, che quel solo dovea essere imperadore che venisse eletto dal senato e popolo romano. Per questo magnanimo rifiuto si rendè poi glorioso Virginio, e tenuto fu in somma riputazione, presso tutti i susseguenti Augusti [404], e carico d′onori menò sua vita in pace sino all′anno ottantatrè di sua età, in cui, regnando Nerva, finì i suoi giorni. In non picciola costernazione si trovò Galba, allorché intese la disfatta di Vindice; e per vedersi anche male ubbidito da i suoi, spedì a Virginio Rufo, per pregarlo di voler operar seco di concerto, affinchè si ricuperasse da i Romani la libertà e l′imperio. Qual risposta ricevesse, non si sa. Solamente è noto [405] che Galba perduto il coraggio si ritirò con gli amici a Clunia città della Spagna, meditando già di levarsi di vita se vedea punto peggiorar gli affari.

Era intanto stranamente inviperito Nerone per questi disgustosi movimenti. Nella sua barbara mente altro non passava che pensieri d′inumanità indicibile. Quanti di nazione Gallica [406] si trovavano, o per suoi affari, o relegati, in Roma, tutti li voleva far tagliar a pezzi, permettere il saccheggio delle Gallie a gli eserciti; levar dal mondo l′intero senato col veleno; attaccar il fuoco a Roma, e nello stesso tempo aprire i serragli delle fiere, acciocché al popolo non restasse luogo da difendersi. Nulla poi fece, per le difficultà che s′incontravano. Quindi pensò che s′egli andasse in persona contro i ribelli, vittoria si otterrebbe. Figuravasi egli che al solo presentarsi piagnendo alla vista loro, tutti ritornerebbero alla sua divozione. Credendo in oltre che a vincere, la Gallia fosse, necessario il grado di console per attestato di Suetonio, deposti i consoli ordinarj circa le calende di maggio, prese egli solo il consolato per la quinta volta. Truovasi nondimeno in Roma un frammento d′iscrizione, da me dato alla luce [407], in cui si legge nerone v; et tracha . . . . ., parendo per conseguente che Tracalo non dimettesse allora il consolato. Ridicolo fu il preparamento suo per questa grande spedizione. La principal sua attenzione andò a far caricare in carrette scelte tutti gli strumenti musicali, e gli abiti da scena, con armi e vesti da Amazoni per le sue concubine. E certo s′egli cantava una delle sue canzonette a que′ rivoltati, potevano eglino non darsi per vinti? Ma occorreva danaro, e assaissimo, a questa impresa. Pose una gravosissima colta al popolo romano, facendola rigorosamente riscuotere. Servì ciò ad aumentar l′odio d′ognuno contro di lui, e ad affrettar la sua rovina, tanto più che in Roma era carestia: e quando si credette che un vascello d′Alessandria portasse grani, si trovò che conduceva solamente polve per servigio de′ lottatori. Cominciarono allora a fioccar le ingiurie e le pasquinate, e tutto era disposto alla sedizione. Per buona fortuna, avvenne [408] che anche Ninfidio Sabino, eletto, in luogo di Fenio Rufo, prefetto del pretorio, uomo di bassa sfera, ma fiero, mosso a compassione di tante calamità di Roma, tenne mano a liberarla dal furioso tiranno. Anche l′altro prefetto, o sia capitan delle guardie, Tigellino, che tanto di male avea fatto ne gli anni precedenti, giunse ora a tradire l′esoso padrone. Essendo stato avvertito, Nerone del mal animo del popolo, e giuntogli nel medesimo tempo avviso, mentre desinava, che Virginio Rufo col suo esercito s′era dichiarato contra di lui, stracciò le lettere, rovesciò la tavola, fracassò due bicchieri di mirabil intaglio, e preparato il veleno si ritirò negli Orti Serviliani, meditando o di fuggirsene fra i Parti, o di andar supplichevole a trovar Galba, o di presentarsi al senato e al popolo per dimandar perdono. Di questa occasione profittò Ninfidio [409] per far credere a i pretoriani che Nerone era fuggito, e per far acclamare Galba imperadore, promettendo loro a nome di esso Galba un esorbitante donativo. Verso la mezza notte svegliatosi Nerone si trovò abbandonato dalle guardie, e con pochi andò girando pel palazzo, senza che alcuno gli volesse aprire, e senza impetrar da i suoi che alcuno gli facesse il servigio d′ucciderlo. Si esibì Faonte suo liberto di ricoverarlo ed appiattarlo in un suo palazzo di villa, quattro miglia lungi da Roma; ed infatti colà con grave disagio per luoghi spinosi arrivato, si nascose. Fatto giorno vennero nuove a Faonte che il senato romano avea proclamato imperadore Galba e dichiarato Nerone nemico pubblico e fulminate contra di lui le pene consuete. Dimandò Nerone che pene fossero queste. Gli fu risposto d′essere strascinato nudo per le strade, fatto morire a′ colpi di battiture, precipitato dal Campidoglio, e con un uncino tirato e gittato nel Tevere. Allora fremendo mise mano a due pugnali che avea seco, ma senza attentarsi di provare se sapeano ben forare. Udito poi che veniva un centurione con molti cavalli per prenderlo vivo, aiutato da Epafrodito suo liberto, si diede del pugnale nella gola. Arrivò in quel punto il centurione, fingendo d′esser venuto per aiutarlo, e corse col mantello da viaggio a turargli la ferita. Allora Nerone, benché mezzo morto, disse: Oh adesso sì che è tempo! E questa è la vostra fedeltà [410]? Così dicendo spirò in età d′anni trentuno, o pure trentadue, nel dì 9 di giugno, restando i suoi occhi sì torvi e fieri, che faceano orrore a chiunque il riguardava. Permise poi Icelo, liberto di Galba, poco prima sprigionato, che il di lui corpo si bruciasse. Le ceneri furono seppellite, per quanto s′ha da Suetonio, assai onorevolmente nel sepolcro de i Domizj. E tale fu il fine di Nerone, degno appunto della sua vita, la quale è incerto se abbondasse più di follie o di crudeltà.

Manifesta cosa è bensì ch′egli fu considerato qual nemico del genere umano, qual furia, qual compiuto modello de′ principi più cattivi, anzi de i tiranni, non essendo mai da chiamare legittimo principe chi per forza era salito sul trono, ed avea carpita col terrore l′approvazion del senato e del popolo romano, accrescendo dipoi col crudel suo governo e colle tante sue ingiustizie e rapine la macchia del violento ingresso, tal possesso prese allora ne′ popoli la fama di questo infame imperadore, che passò anche a i secoli seguenti con tal concordia, che oggidì ancora il volgo del nome di lui si serve per denotare un uomo crudele e spietato. Nulladimeno fra il minuto popolo, vago solamente di spettacoli, e fra i soldati delle guardie, avvezzi a profittare della disordinata di lui liberalità, molti vi furono che amarono ed onorarono la di lui memoria. Fu anche messa in dubbio la sua morte, e si vide uscir fuori in varj tempi più d′un impostore che finse d′essere Nerone vivo, con gran commozione de′ popoli, godendone gli uni e temendone gli altri. Non si può esprimere l′allegrezza del popolo romano; allorché si vide liberato da quel mostro. V′ha chi crede che, tolto di mezzo Nerone, fossero creati consoli Marco Plauzio Silvano e Marco Salvio Ottone, il quale fu poi imperadore. Ma di questo consolato d′Ottone vestigio non apparisce presso gli antichi scrittori; e Plutarco [411] osserva ch′egli venne di Spagna con Galba: dal che si comprende non aver egli potuto ottenere sì fatta dignità in questi tempi. Fuor di dubbio è bensì che consoli furono Gaio Bellico Natale e Publio Cornelio Scipione Asiatico. Ciò costa dalle iscrizioni ch′io ho riferito [412]. In esse Natale si vede nominato Bellico, e non Bellicio, e gli vien dato anche il cognome di Tebaniano. Galba intanto col cuor tremante se ne stava in Ispagna aspettando qual piega prendessero gli affari; quando in sette dì di viaggio arrivò colà Icèlo suo liberto, ed entrato al dispetto de′ camerieri nella stanza dov′egli dormiva, gli diede la nuova che era morto Nerone, e d′essersene egli stesso voluto chiarire colla visita del cadavero, ed avere il senato dichiarato imperadore esso Galba. Racconta Suetonio ch′egli tutto allegro immediataménte prese il nome di Cesare. Più probabile nondimeno è che aspettasse a prenderlo due giorni dopo, nel qual tempo arrivò Tito Vinio da Roma, che gli portò il decreto del senato per la sua elezione in imperadore.

Servio (appellato scorrettamente da alcuni Sergio) Sulpicio Galba, che prima avea usato il prenome di Lucio, uscito da una delle più antiche ed illustri famiglie romane, dopo essere stato console nell′anno di Cristo 33, e dopo aver con lode in varj onorevoli governi dato saggio della sua prudenza e del suo valor militare, si trovava allora in età di settantadue anni [413]. Ne sperò buon governo il senato romano ed ancorché si venisse a sapere ch′egli era uom rigoroso ed inclinato all′avarizia, male familiare di non pochi vecchi, pure il merito di avere in lontananza cooperato ad abbattere l′odiatissimo Nerone, fece che comunemente fosse desiderato il suo arrivo a Roma. Partissi egli di Spagna, e a picciole giornate in lettiga passò nelle Gallie, inquieto tuttavia per non sapere se l′armate dell′alta e della bassa Germania, comandate l′una da Virginio Rufo e l′altra da Fonteio Capitone, fossero per venire alla sua divozione. Sopra tutto gli va dell′apprensione Virginio siccome quello a cui vedemmo fatte cotante istanze, acciocché assumesse l′imperio. Ma questi con eroica moderazione indusse l′armata, benché non senza fatica, a giurar fedeltà a Galba; ed altrettanto anche prima di lui fece Capitone. Poco dipoi grato si mostrò Galba a Virginio, perchè chiamatolo alla Corte con belle parole, diede il cornando di quell′esercito ad Ordeonio Flacco, e da lì innanzi trattò assai freddamente esso Virginio, senza fargli del male, ma nè più facendogli del bene.

I due maggiormente favoriti e potenti presso Galba cominciarono ad essere Tito Vinio, dianzi da noi mentovato, che ci vien descritto da Plutarco [414] per uomo perduto nelle disonestà, ed interessato al maggior segno; e [415] Cornelio Lacone, uomo dappoco, e di parecchi vizj macchiato, che Galba senza dimora dichiarò capitano delle guardie, o sia prefetto del pretorio. Per mano di questi due passavano tutti gli affari. Volle anco Marco Salvio Ottone, vicepretore della Lusitania, accompagnar Galba a Roma. Era egli stato de′ primi a dichiararsi per lui, nè lasciava indietro ossequio e finezza alcuna per cattivarsi il di lui affetto, e quello ancora di Vinio, avendo conceputa speranza che il vecchio Galba, sprovveduto di figli, adotterebbe lui per figliuolo. E qualora ciò non succedesse, già macchinava di pervenire all′imperio per altre vie. Giunto Galba a Narbona, quivi se gli presentarono i deputati del senato, accolti benignamente da lui, ma senza ch′egli volesse ricevere i mobili di Nerone inviati da Roma, e senza voler mutare i proprj, benché vecchi: il che gli ridondò in molta stima, per darsi egli a conoscere in tal forma signor moderato e lontano dal fasto. Non tardò poi a cangiar di stile per gli cattivi consiglj di Vinio. Intanto in Roma si alzò un brutto temporale che felicemente si sciolse per buona fortuna di Galba. Ninfidio Sabino prefetto del pretorio, che più degli altri avea contribuito alla morte di Nerone e all′esaltazione di Galba, si credea di dover essere l′arbitro della corte, e far da padrone allo stesso nuovo Augusto, che tanto gli dovea. Perciò imperiosamente depose Tigellino suo collega, e sotto nome di Galba si diede a signoreggiare in Roma [416]. Ma dappoiché gli fu riferito che Cornelio Lacone aveva anch′egli conseguita la dignità di prefetto del pretorio, e ch′esso con Tito Vinio comandava le feste, se ne alterò forte, perchè non amava nè voleva compagno nell′ufizio suo. Mutate dunque idee, meditò di farsi egli imperadore. Trasse dalla sua quanti soldati delle guardie potè, ed anche alcuni senatori, e qualche dama delle più intriganti; e giacché non si sapea chi fosse suo padre, sparse voce d′esser egli figliuolo di Gaio Caligola. Gli si rassomigliava anche nella fierezza del volto e nell′infame sua impudicizia. Voleva spedire ambasciatori a Galba, per rappresentargli, che s′egli si levasse dal fianco Vinio e Lacone, riuscirebbe più grata la sua venuta a Roma. Poscia, in vece di questo, tentò d′intimidirlo con fargli credere mal contente di lui le armate della Germania, Soria e Giudea. E perciocché Galba mostrava di non farne caso, determinò Ninfidio di prevenirlo con farsi proclamar imperadore da i pretoriani. E gli veniva fatto, se Antonio Onorato, uno de′ principali tribuni di quelle compagnie, non avesse con saggia esortazione tenuta in dovere la maggior parte de′ pretoriani. Anzi arrivò ad indurgli a tagliare a pezzi Ninfidio: con che si quetò tutto quel rumore.

Informato Galba di quest′affare, ed avuta nota d′alcuni complici di Ninfidio, e spezialmente di Cingonio Varrone, console disegnato, e di Mitridate, quegli probabilmente ch′era stato re del Ponto, mandò l′ordine della lor morte senz′altro processo, e senza accordar loro le difese: dal che gli venne un gran biasimo. Nella stessa forma tolto fu dal mondo Gaio Petronio Turpiliano, stato già console nell′anno di Cristo 61, non per altro delitto che per essere stato amico ed ufizial di Nerone. Giunto poi Galba a Ponte Molle colla legione condotta seco dalle Spagne e con altre milizie, se gli presentarono senz′armi alcune migliaia di persone, che Suetonio [417] dice di remiganti alzati all′onore della milizia da Nerone: Dione [418] pretende di soldati che prima erano dall′armata navale passati al grado di pretoriani. Galba avea comandato che tornassero al loro esercizio nella flotta, ed eglino con alte grida facevano istanza di riaver le loro bandiere. Rinforzavano essi le grida, e secondo Plutarco [419], che li suppone armati, alcuni misero mano alle spade. Galba allora, ordinò che la cavalleria di sua scorta facesse man bassa contra di loro Per quel che narra Suetonio, furono messi in fuga, e poi decimati. Tacito, scrive che ne furono uccise alcune migliaia, e Dione giugne a dire che furono sette mila: il che, par poco, credibile, Quel che è certo, per azioni tali entrò Galba in Roma già screditato: ed ancorché facesse alcuni buoni regolamenti in benefizio del pubblico, e rallegrasse il popolo colla morte d′Elio, Policleto, Petino, Patrobio, e d′altri, che con calunnie aveano fatto perire molti innocenti, pure tant′altre, cose operò, che fecero sparlare molto di lui il popolo. Imperciocché contro l′espettazion di ognuno non punì Tigellino, ministro primario delle crudeltà d′esso Nerone, perchè costui seppe guadagnarsi la protezione, di Tito Vinio, che tutto potea nel palazzo, imperiale. Chiedendogli i pretoriani le immense somme di danaro promesse loro da Ninfidio, con fatica donò, pochissimo. E, pervenutogli a notizia che se ne lagnavano forte, diede una risposta, da saggio Romano, con dire [420]: Ch′egli era solito ad arrolare per grazia, e non già a comperare i soldati. Ma se n′ebbe ben presto a pentire. Seguitava [421]; in questi tempi la guerra de′ Romani sotto il comando di Vespasiano, contra de′ Giudei. Si andò egli disponendo per far l′assedio di Gerusalemme, con prendere tutte le fortezze all′intorno; e quella città, che nel di fuori provava tutte le fiere pensioni della guerra, maggiormente era afflitta nel di dentro per le funeste e micidiali discordie de gli stessi Giudei, che diffusamente si veggono descritte da Giuseppe Ebreo. Ma perciocché arrivarono le nuove colà della ribellione delle Gallie e della Spagna, che facea temere d′una guerra civile, e poi della morte di Nerone, Vespasiano sospese l′assedio suddetto, e spedì Tito suo figliuolo ad assicurar Galba della sua divozione ed ubbidienza, ma da lì a non molto cangiarono faccia gli affari, siccome vedremo andando innanzi.

Anno          di Cristo 69. Indizione XII.

                   di Clemente papa 3.

                         di Servio Sulpicio Galba imperadore 2.

                  di Marco Salvio Ottone imperadore 1.

                       di Flavio Vespasiano imperadore 1.

Consoli       Servio Sulpicio Galba imperadore per la seconda volta,

                  Tito Vinio Ruffino.

Perchè Clodio Macro vicepretore dell′Affrica s′era anch′egli ribellato contra di Nerone, e continuava a far delle estorsioni e ruberie, Galba nell′anno precedente ebbe maniera di farlo levar dal mondo [422]. Fu ancora accusato di meditar delle novità nella bassa Germania Fonteio Capitone, il qual pure vedemmo che avea riconosciuto Galba per imperadore.

Vero o falso che fosse questo suo disegno, anch′egli fu ucciso, senza aspettarne gli ordini da Roma. Al comando di quell′armata [423] inviò Galba, a suggestione di Vinio, Aulo Vitellio, uomo pieno di vizj, e pur creduto tale da non far bene nè male, e che, purchè potesse appagar la sua ingordissima gola, pareva incapace d′ogni grande impresa. Fu questa elezione il principio della rovina di Galba. Costui pieno di debiti per aver troppo scialacquato sotto i precedenti Augusti, arrivò all′armata della Germania inferiore, e niuna viltà o bassezza lasciò indietro per conciliarsi l′amore di quelle milizie, senza gastigar alcuno, con perdonare e far buona ciera a tutti, e donar loro quel poco che potea. Avvenne che le legioni dimoranti nell′alta Germania, già irritate per l′abbassamento di Virginio Rufo, udendo relazioni, accresciute molto nel viaggio, dell′avarizia e della crudeltà di Galba, cominciarono ad inclinar tutte alla sedizione; nè Ordeonio Flacco lor comandante, uomo vecchio, gottoso e sprezzato da i soldati, avea forza di tenerle in dovere. In fatti benché nel primo giorno di gennaio dell′anno presente secondo il costume, giurassero, ma con istento, fedeltà a Galba, nel dì seguente misero in pezzi le di lui immagini, e giurarono di riconoscere qualunque altro imperadore che fosse eletto dal senato e popolo romano [424]. Tacito scrive che la ribellione ebbe principio nelle calende di gennaio. Volò presto l′avviso di tal novità a Colonia, dove dimorava Vitellio, che ne seppe profittare, con far destramente insinuare a i suoi soldati della bassa Germania di elegger essi più tosto un imperadore, che di aspettarlo dalle mani altrui. Non vi fu bisogno di molte parole. Nel dì seguente, Fabio Valente, venuto colla cavalleria a Colonia, e tratto fuori di casa Vitellio, benché in vesta di camera, l′acclamò imperadore. Poco stettero ad accettarlo per tale le legioni dell′alta Germania. Le città di Colonia, Treveri e Langres, disgustate di Galba, s′affrettarono ad esibir armi, cavalli e danaro a Vitellio. Accettò egli con piacere il cognome di Germanico: per allora non volle quello d′Augusto, nè mai usò quello di Cesare. Formò poi la sua corte; e gli ufizj soliti a darsi dall′imperadore a i liberti furono da lui appoggiati a cavalieri romani. Valerio Asiatico legato della Fiandra, per essersi unito a lui, divenne fra poco suo genero. E Giunio Bleso, governatore della Gallia Lugdunense, perchè il popolo di Lione era forte in collera contra di Galba, seguitò anch′egli il partito di Vitellio con una legione e colla cavalleria di Torino.

Galba in questo mentre, il meglio che potea, attendeva in Roma al governo [425], ma per la sua vecchiaia sprezzato da molti, avvezzi alle allegrie del giovane Nerone, e da molti odiato per la sua avarizia. Il potere nella sua corte era compartito fra Tacito Vinio, che già dicemmo console, e Cornelio Lacone prefetto del pretorio; e per terzo entrò Icelo, liberto di Galba, uomo di malvagità patente. Costoro emoli e discordi fra loro, abusando della debolezza del vecchio Augusto, si studiavano cadauno di far roba e di portar innanzi chi potesse succedere a Galba. Ma eccoti corriere che porta la nuova della sollevazion delle legioni dell′alta Germania. Andava già pensando Galba ad adottare in figliuolo e successor nell′imperio qualche persona in cui si unisse la gratitudine verso del padre e l′abilità in benefizio del pubblico. Più de gli altri vi aspirava, e confidato nell′appoggio di Tito Vinio, sperava Marco Salvio Ottone, più volte da me rammentato di sopra come uomo infame per molti suoi vizj e veterano ne gl′intrichi della corte. All′udir le novità della Germania non volle Galba maggiormente differir le sue risoluzioni; per procacciarsi in un giovane figliuolo un appoggio alla sua avanzata età e alla mal sicura potenza. Fatto chiamare all′improvviso nel dì 10 di gennaio Lucio Pisone Frugi Liciniano, discendente da Crasso e dal gran Pompeo, giovane di molta riputazione e gravità, in età allora di trentun anno, alla presenza di Vinio, di Lacone, di Mario Celso console disegnato e di Ducennio Gemino prefetto di Roma, dichiarò che il voleva suo figliuolo adottivo e successore. Pisone senza comparir turbato, nè molto allegro. rispettosamente il ringraziò. Andarono poi tutti al quartiere de′ pretoriani, e quivi più solennemente fece Galba questa dichiarazione per isperanza di guadagnar l′alfetto di que′ soldati. Ma perchè non si parlò punto di regalo, quelle milizie mal avvezze ascoltarono con silenzio ed anche con malinconia quel ragionamento. Per attestato di Tacito, la promessa di un donativo poteva assicurar la corona in capo a Pisone; ma Galba non sapea spenderci e volea vivere all′antica, senza riflettere che erano di troppo mutati i costumi. Anche al senato fu portata questa determinazione, ed approvata.

Ottone, che di dì in dì aspettava questa medesima fortuna da Galba, allorché vide tradite tutte le sue speranze, tentò un colpo da disperato. Coll′aver ottenuto un posto in corte ad un servo di Galba, avea poco dianzi guadagnata una buona somma d′argento. Di questo danaro si servì egli per condurre ad una sua trama due o pur cinque soldati del pretorio [426], acquali con tirar nel suo partito pochi altri prodigiosamente riuscì di fare una somma, rivoluzion di cose. Costoro, perchè furono cassati in questo tempo alcuni ufiziali delle guardie, come parziali dell′estinto Ninfidio, sparsero voci di maggiori mutazioni. Quel poltron di Lacone, tuttoché avvertito di qualche pericolo di sedizione, a nulla provvide. Ora nel dì 15 di gennaio Marco Salvio Ottone, dopo essere stato a corteggiar Galba, sì portò alla Colonna dorata, dove trovò, secondo il concerto, ventitré soldati: che così pochi erano i congiurati [427]. L′acclamarono essi imperadore, e messolo in una lettiga, l′introdussero nel quartiere de′ pretoriani, senza che a sì piccolo numero di ammutinati alcuno si opponesse. A poco a poco altri si unirono a′ precedenti, e non finì la faccenda, che tutto quel corpo di milizie, colla giunta ancora dell′altre dell′armata navale, si dichiarò per lui, mercè del buon accoglimento e delle promesse di un gran donativo che Ottone andava di mano in mano facendo a chiunque arrivava. Avvisati di questa novità Galba e Pisone, spedirono tosto per soccorso alla legione condotta dalle Spagne e ad alcune compagnie di Tedeschi. Uscì Galba di palazzo per una falsa voce che Ottone fosse stato ucciso sperando che il suo presentarsi a i perfidi pretoriani lì farebbe cedere. Ma al comparir essi in armi con Ottone, e al gridare che si facesse largo, il popolo si ritirò, e Galba in mezzo alla piazza rimasto abbandonato, fu steso con più colpi a terra, ed anche barbaramente messo in brani. Il console Vinio anch′egli restò vittima delle spade. Pisone malamente ferito, tanto fu difeso da Sempronio Denso centurione, che potè fuggire e salvarsi nel tempio di Vesta, ma saputosi dov′egli era, due soldati inviati colà, anche a lui levarono la vita, e il medesimo fine toccò a Lacone capitan delle guardie. Avvicinandosi poi la sera, entrò Ottone in senato, dove spacciando d′essere stato sforzato a prendere l′imperio, ma che volea dipendere dall′arbitrio de′ senatori, trovò pronta la volontà e l′adulazione d′ognuno per confermarlo, e per mostrar anche gioia della di lui esaltazione. Gli furono accordati tutti i titoli e gli onori de′ precedenti Augusti e il matto popolo gli diede il cognome di Nerone, per cui non cessava in molti l′affetto. Giacché non v′erano più consoli, fu conferita questa dignità al medesimo Marco Salvio Ottone imperadore Augusto e a Lucio Salvio Ottone Tiziano, suo fratello, per la seconda volta. Nelle calende di marzo succederono ad essi Lucio Virginio Rufo e Vopisco Pompeo Silvano. Cedendo questi nelle calende di maggio, furono sustituiti Tito Arrio Antonino e Publio Mario Celso per la seconda volta. Continuarono questi in quel decoroso grado sino alle calende di settembre: ed allora entrarono consoli Gaio Fabio Valente ed Aulo Alieno Cecina. Ma essendo stato degradato il secondo d′essi nel dì 31 di ottobre, fu creato console Roscio Regolo, la cui dignità non oltrepassò quel giorno 5 perciocché nelle calende di novembre venne conferito il consolato a Gneo Cecilio Semplice e a Gaio Quinzio Attico. Tutto ciò si ricava da Tacito [428] .

Sul principio si studiò Ottone di procacciarsi l′affetto e la stima del popolo. Luminosa fu un′azione sua. Mario Celso, poco fa mentovato, che comandava la compagnia delle milizie dell′Illirico, ed era console disegnato, avea con fedeltà soddisfatto al suo dovere nell′accorrere alla difesa di Galba, Dopo la di lui morte venne per baciar la mano ad Ottone [429]. Or iniqui pretoriani alzarono allora le voci. gridando: Muoia. Ottone bramando di salvarlo dalla lor furia, col pretesto di voler prima ricavare da lui varie notizie, il fece caricar di catene, fingendosi pronto a toglierlo di vita. Ma nel dì seguente il liberò, l′abbracciò, e scusò l′oltraggio fattogli solamente per suo bene. Nè solamente il lasciò poi godere del consolato, ma il volle ancora per uno de′ suoi generali e de′ più intimi amici, con trovarlo non men fedele verso di sè, che verso l′infelice Galba. Alle istanze ancora del popolo indusse a darsi la morte Sofonio Tigellino, da noi veduto infame ministro delle scelleraggini di Nerone. In oltre s′applicò seriamente al maneggio de′ pubblici affari, e restituì a molti i lor beni tolti da Nerone: azioni tutte che gli fecero del credito, non parendo egli più quel pigro e quel perduto nel lusso e ne′ piaceri che era stato in addietro. Ma i più non se ne fidavano, conoscendolo abituato ne′ vizj e simile nel genio a Nerone, le cui statue, come ancor quelle di Poppea, permise che si rialzassero. Osservavano parimente ch′egli mostrava poco affetto al senato, moltissimo a i soldati: laonde temevano, che se fosse cessata la paura dell′emulo Vitellio, si sarebbe provato in lui un novello Nerone. E certo egli era comunemente odiato più di Vitellio, non tanto pel tradimento da lui fatto a Galba, quanto perchè il riputavano persona data alla crudeltà, e capace di nuocere a tutti; laddove Vitellio era in concetto di uomo dato a i piaceri, e però in istato di solamente nuocere a sè stesso: benché in fine amendue fossero poco amati, anzi odiati da i Romani. Intanto era diviso il romano imperio fra questi due competitori. Ottone si trovava riconosciuto imperadore in Roma e da tutta l′Italia. Cartagine con tutta l′Affrica era per lui. Muciano governator della Siria, o sia della Soria gli fece prestar giuramento da i popoli di quelle contrade [430]. Altrettanto fece Vespasiano nella Palestina. Aveva egli inviato già Tito suo figliuolo per attestare il suo ossequio a Galba, ma da che arrivato a Corinto, intese la di lui morte, se ne tornò indietro a trovar il padre. Anche le legioni della Dalmazia, Pannonia e Mesia aderirono ad Ottone: così l′Egitto e l′altre città dell′Oriente e della Grecia. Ancorché Ottone fosse un usurpatore, il nome nondimeno di Roma e del senato romano, che l′avea accettato, bastò perchè tanti altri paesi s′uniformassero al capo dell′imperio.

Ma in mano di Vitellio erano le migliori e più accreditate milizie de′ Romani, raccolte dall′alta e bassa Germania, dalla Bretagna e da una parte della Gallia [431]. Ne formò egli due eserciti, l′uno di quarantamila combattenti sotto il comando di Fabio Valente, l′altro di trentamila comandato da Alieno Cecina, a′ quali si unirono varj rinforzi di Tedeschi. Ardevano tutti costoro di voglia, non ostante il verno, di far de i fatti, per aver occasione di bottinare (fine primario di chi esercita quel mestiere), mentre il grasso e pigro Vitellio attendeva a darsi bel tempo, con far buona tavola, ubbriaco per lo più. Anche vivente Galba si mossero tante forze sotto i due generali per due diverse vie alla volta d′Italia, cioè Valente per le Gallie e Cecina per l′Elvezia. Vitellio facea conto di seguitarli dipoi. Nel viaggio ebbero nuova della morte di Galba e dell′innalzamento di Ottone. Dovunque passò Valente per la Gallia, il terrore delle sue armi condusse i popoli all′ubbidienza di Vitellio. Sopra tutto con allegria fu ricevuto in Lione. In altri luoghi non mancarono saccheggi ed anche stragi. Non fece di meno Cecina nel passare pel paese de gli Svizzeri. All′avviso di queste armate che si avvicinavano all′Italia, un reggimento di cavalleria, accampato sul Po, che avea servito una volta in Affrica sotto Vitellio, l′acclamò imperadore, e cagion fu che Milano, Ivrea, Novara e Vercelli prendessero il suo partito. Perciò si affrettò Cecina verso la metà di marzo per calare in Italia, ancorché i monti fossero tuttavia carichi di neve, e spedì innanzi un corpo di gente per sostenere le suddette città. Gran dire, gran costernazione fu in Roma, allorché si udì la mossa di tante armi e l′inevitabil guerra civile [432]. Mosse Ottone il senato a scrivere a Vitellio delle lettere amorevoli, per esortarlo a desistere dalla ribellione, offerendogli danaro, comodi e una città. Ne scrisse anch′egli, e dicono [433] che gli esibisse segretamente di prenderlo per collega nell′imperio e per genero. Gli rispose Vitellio in termini amichevoli tali nondimeno che mostravano di burlarsi di lui. Irritato Ottone, gli rispose per le rime, cioè gliene scrisse dell′altre piene di vituperj e con ridicole sparate, ricordandogli sopra tutto l′infame sua vita passata. Non furono meno obbrobriose le risposte di Vitellio. Nè alcun di loro diceva bugia, Amendue ancora inviarono de gli assassini per liberarsi cadauno dall′emulo suo; ma riuscì in fumo il loro disegno. Adunque chiaro si vide non restar altro che di decidere la contesa coll′armi. Unì Ottone una possente armata anch′egli, composta della maggior parte de′ pretoriani, e delle legioni venute dalla Dalmazia e Pannonia. E lasciato al governo di Roma Tiziano suo fratello con Flavio Sabino prefetto d′essa città e fratello di Vespasiano, dato anche ordine che non fosse fatto torto alcuno alla madre, alla moglie e a′ figliuoli di Vitellio, nel dì 14 di marzo si licenziò dal senato, e alla testa dell′esercito, non parendo più quell′effeminato uomo di una volta, s′incamminò per venir contro a′ nemici. Suoi marescialli erano Suetonio Paolino, Mario Celso ed Annio Gallo, ufiziali non meno prudenti che bravi. Mancavano ben questi pregi a Licinio Procolo, prefetto del pretorio, che pur faceva una delle prime figure in quell′armata. Alieno Cecina, general di Vitellio, arrivato al Po, passò quel fiume a Piacenza, ed assalì quella città, da cui Annio Gallo [434] dopo due dì di valorosa difesa il foce ritirare a Cremona, malcontento per la perdita di molta gente. Fu in quella occasione bruciato l′anfiteatro de′ Piacentini, posto fuori della città, il più capace di gente che fosse allora in Italia. Anche Marzio Macro, console disegnato, diede a Cecina un′altra percossa co i gladiatori di Ottone. E pur egli ciò non ostante volle venire ad un terzo cimento (tanta era la voglia in lui di vincere), affinchè l′altro general di Vitellio, cioè Valente, non gli rapisse o dimezzasse la gloria. In un luogo detto i Castori, dodici miglia lungi da Cremona, tese un′imboscata a Suetonio Paolino e a Mario Celso; ma questi, avutane notizia, presero così ben le misure, che il misero in rotta, ed avrebbono anche rovinata affatto la di lui gente, se Paolino per troppa cautela non avesse impedito a′ suoi l′inseguirli. Per questo fu egli in sospetto di tradimento, ed Ottone chiamò da Roma Tiziano suo fratello, acciocché comandasse l′armi, sebben con poco frutto, perchè Licinio Procolo capitan delle guardie, benché uomo inesperto, la facea da superiore a tutti.

Venne poi Valente da Pavia colla sua armata più numerosa dell′altra ad unirsi con Cecina; e tuttoché questi due generali di Vitellio fossero gelosi l′un dell′altro, si accordarono nondimeno pel buon regolamento della guerra, e per isbrigarla il più presto possibile. Tenne consiglio dall′altra parte Ottone; e il parere de′ suoi più assennati generali, cioè di Suetonio Paolino, Mario Celso ed Aimio Gallo, fu di temporeggiare, tanto che venissero alcune legioni che si aspettavano dall′Illirico. Ma prevalse quello di Ottone, Tiziano e Procolo, a′ quali parve meglio di venir senza dimora a battaglia, perchè i pretoriani credendosi tanti Marti, si tenevano in pugno la vittoria, e tutti ansavano di ritornarsene tosto alle delizie di Roma [435]. Lo stesso Ottone impaziente per trovarsi in mezzo a tanti pericoli, fra l′incertezza delle cose e il timore di qualche rivolta de′ soldati, era nelle spine; e però si voleva levar d′affanno con un pronto fatto d′armi. Ma da codardo si ritirò a Brescello, dove il fiume Enza sbocca nel Po, per quivi aspettar l′′esito delle cose: risoluzione che accrebbe la sua rovina, perchè seco andarono molti bravi ufiziali e molti soldati, con restare indebolita l′armata sua, in mano di generali discordi fra loro e poco ubbiditi, e senza quel coraggio di più che loro avrebbe potuto dar la presenza del principe. Seguì qualche picciolo fatto fra gli staccamenti delle due armate, ma finalmente quella di Ottone, passato il Po, andò a postarsi a qualche miglio lungi da Bedriaco, villa posta fra Verona e Cremona, più vicina nondimeno all′ultima, verso il fiume Oglio, dove si crede che oggidì sia la terra di Caneto. Molte miglia separavano le due armate: ed ancorché Suetonio e Mario ripugnassero alla risoluzion conceputa da Procolo di andare nel dì seguente (cioè circa il dì 15 di aprile) ad assalire i nemici, perchè l′arrivar colà stanchi i soldati era un principio d′esser vinti; Procolo persistè nella sua opinione, perchè sollecitato da più lettere di Ottone, che voleva battaglia. Si venne in fatti al combattimento [436] che fu sanguinosissimo, credendosi che fra l′una e l′altra parte restassero sul campo estinte circa quaranta mila persone, perchè non si dava quartiere. Ma la vittoria toccò all′armata di Vitellio. I generali di Ottone, chi qua chi là, fuggitivi scamparono colle reliquie della lor gente il meglio che poterono, valendosi del favor della notte [437]. Ma perchè nel dì seguente si aspettavano di nuovo addosso il vittorioso esercito, con pericolo d′essere tutti tagliati a pezzi, gli ufiziali, soldati, e lo stesso Tiziano fratello di Ottone, che si trovarono insieme, s′accordarono di fare una deputazione a Valente e Cecina, per rendersi. Fu accettata l′offerta, ed unitesi le non più nemiche armate, ognun corse ad abbracciar gli amici, a detestar gli odi passati, a condolersi delle morti di tanti. Giurarono i vinti fedeltà a Vitellio e cessarono tutti i rancori. Portata questa lagrimevol nuova ad Ottone, dimorante in Brescello, non mancarono già i suoi cortigiani di animarlo, con fargli conoscere arrivate già ad Aquileia tre legioni della Mesia, salvate altre buone milizie a lui fedeli, non essere disperato il caso. Ma egli avea già determinato di finirla, chi credette per orrore di una guerra civile, come attesta Suetonio [438], chi per poca fortezza d′animo, e chi per acquistarsi una gloria vana con una risoluzion generosa. Pertanto attese spiritosamente nel resto del giorno a distribuir danaro a′ suoi domestici ed amici, a bruciar le lettere scrittegli da varie persone contra di Vitellio, affinchè non pregiudicassero a chi le avea scritte, e a dar altri ordini per la sicurezza di molti nobili ch′erano alla sua corte [439]. Prese anche nella notte seguente un po′di sonno, ma fu disturbato da un rumor delle guardie, che minacciavano la morte a que′ senatori i quali d′ordine suo erano per ritirarsi, e sopra tutto aveano assediato Virginio Rufo. Uscì Ottone di camera, e con buona maniera calmò quel tumulto. Poscia sul far del giorno svegliato, intrepidamente si diede di un pugnale nel petto, e di quella ferita fra poco morì in età di trentasette anni [440]. Al suo cadavero bruciato fu data quella sepoltura che si potè, cioè in terra, colla memoria del solo suo nome senza titolo alcuno. Una massa di monete d′oro, trovate su i primi anni del secolo in cui scrivo sul territorio di Brescello, fece credere ad alcuni che fossero ivi seppellite in occasion delle disgrazie di Ottone. Benchè usurpator dell′imperio, e screditato per varie sue ree qualità, cotanto era amato da i soldati, che alcuni d′essi, non meno in Brescello, che in Piacenza e in altri luoghi, pel dolore accompagnarono la di lui morte colla propria, secondo la detestabil usanza e frenesia di que′ tempi. Da che i soldati, ch′erano in Brescello, non poterono indurre Virginio Rufo ad accettar l′imperio, si diedero a i generali di Vitellio. In un fiero imbroglio, si trovò allora la maggior parte del senato che Ottone avea lasciato in Modena, perchè dall′un canto temeva oltraggi dall′armi di Vitellio, e dall′altro i soldati di Ottone tenendoli a vista d′occhio, e riputandoli nemici dell′estinto principe, cercavano pretesti per menar le mani contra di loro. Finalmente ebbero la fortuna di salvarsi a Bologna, dove si mostrarono disposti a riconoscere Vitellio; ma per qualche tempo se ne guardarono, a cagion di una falsa voce portata da Ceno, liberto già di Nerone, che i vincitori erano poi stati vinti. Da queste paure non si riebbero, se non allorché arrivarono lettere di Valente che riferirono la vera positura de gli affari. In Roma subito che s′intese quanto era succeduto di Ottone, Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, fece prestar giuramento dal senato e da i soldati, che ivi restavano, a Vitellio, e il senato gli accordò tutti gli onori consueti.

Intanto Vitellio, dopo aver lasciato a Ordeonio Flacco un corpo di milizie per la guardia del Reno Germanico, col resto delle genti che potè raccorre, si mise in viaggio verso l′Italia. Per istrada intese la vittoria de′ suoi e la morte di Ottone, e che Cluvio Rufo governator della Spagna avea ricuperate le due Mauritanie. Arrivato a Lione, quivi trovò non meno i vincitori che i vinti generali. Perdonò a Tiziano, fratello di Ottone, perchè il conosceva per uomo dappoco. Conservò il consolato, a Mario Celso. Suetonio e Procolo si acquistarono la di lui grazia con una viltà, asserendo di aver fatta consigliatamente perdere la vittoria, ad Ottone, nella battaglia di Bedriaco. Mandò Vitellio a Roma un editto, per cui proibiva a i cavalieri il combattere da gladiatori fra loro, e contro le fiere ne gli anfiteatri: un altro ancora, che tutti gli strologhi e indovini prima delle calende di ottobre fossero fuori d′Italia.  Si vide attaccato nella stessa notte un cartello, in cui essi strologhi comandavano a lui di uscire del mondo prima del suddetto medesimo giorno. Se ne alterò talmente Vitellio, che qualunque d′essi gli capitasse alle mani senza processo il condennava alla morte. Grande odiosità si tirò egli addosso coll′aver inviato ordine che si levasse la vita a Gneo Cornelio Dolabella, uno de′ più illustri Romani, odiato da lui per particolari riguardi, che relegato ad Aquino, era dopo la morte di Ottone ritornato a Roma. L′ordine fu barbaramente eseguito. Intanto a poco a poco, tutte le provincie si andarono sottomettendo a lui, ma l′Italia era affitta per le tante soldatesche del medesimo Vitellio, e dell′altre che furono di Ottone. Senza disciplina saccheggiavano, uccidevano, e sotto l′ombra loro anche molti altri faceano ruberie e vendette. Entrato che fu Vitellio in Italia, trovaci modo di dividere le milizie (e spezialmente i pretoriani) che aveano servito ad Ottone, perchè le conobbe malcontente ed inquiete, e a poco a poco le andò cassando, con dar loro delle ricompense. Venne a Cremona, e volle co′ suoi occhi vedere il campo dove s′era data (già scorreano quaranta giorni) la battaglia; ed avvegnaché fossero tuttavia insepolte quelle migliaia di cadaveri, e menasse un insopportabil fetore, non lasciò ordine che si seppellissero; anzi disse che l′odore di un nemico molto sapea di buono. Menava seco circa sessanta mila combattenti, senza i famigli ed altre persone destinate al bagaglio ch′erano più del doppio. Dovunque passava questa gran ciurma, lasciava lagrimevoli segni della sua rapacità, e barbarie. Verso la metà di luglio arrivò a Roma, e se non era distornata da′ suoi amici, volea farvi l′entrata in abito da guerra, come di una città conquistata. L′ accompagnavano mandre d′eunuchi e commedianti secondo l′usanza del suo maestro Nerone, e questi ebbero poi parte a gli affari. Trovata Sestilia sua madre nel Campidoglio, le diede il cognome d′Augusta, ma ella non se ne allegrò punto, anzi si vergognava di avere un sì indegno iinperadore per figlio. Morì ella dipoi in quest′anno, non si sa, se per iniquità del figliuolo, o per veleno da lei preso prevedendo i mali che doveano avvenire. Fece dipoi Vitellio una nuova leva di coorti pretoriane, sino a sedici, tutte di mille uomini per cadauna, e gente scelta. Due furono i prefetti del pretorio, cioè Publio Sabino e Giulio Prisco. Valente e Cecina potevano tutto in corte, ma sempre fra loro discordi. Diedesi poi questo ghiottone Augusto, come era il suo stile, a fare del suo ventre un Dio, ma con eccessi maggiori, a misura della dignità e del comodo accresciuto. Il suo mestiere cotidiano era mangiare e bere e vomitare, per far luogo ad altri cibi e bevande. Consumava in ciò tesori, e molti si spiantarono per fargli de′conviti. Non istimava  nè lodava questo mostro se non le azioni di Nerone, e le imitava bene spesso, inclinando anche alla crudeltà, di cui rapporta Suetonio [441] varj esempli, e se fosse sopra vivuto molto, forse sarebbe riuscito anche in ciò non inferiore a lui. La maniera di guadagnarlo soleva essere l′adulazione; ma siccome egli era timido e sospettoso, poco ci voleva a disgustarlo.

E fin qui abbiam veduto le due tragedie di Galba e di Ottone. Ora è tempo di passare alla terza. Di niuno più temeva Vitellio che di Flavio Vespasiano, generale dell′armi romane nella Giudea, dove si continuava la guerra con apparenza ch′egli, fosse per assediar Gerusalemme. Allorché gli venne la nuova ch′esso Vespasiano e Licinio Muciano, governator della Soria, il riconoscevano per imperadore, ne fece gran festa. Ed in vero sulle prime niuno mai s′avvisò che Vespasiano dovesse arrivar all′imperio; nè egli vi aspirava, perchè bassamente nato a Rieti e mancante di danaro. Si raccontavano ancora molte viltà di lui nella vita privata, e Tacito [442] ci assicura ch′egli si era tirato addosso l′odio e il dispregio de′ popoli, ma i fatti mostrarono poi tutto il contrario. Comunque sia, Dio l′avea destinato a liberar Roma da i mostri, e a punir l′orgoglio de′ Giudei implacabili persecutori del nato Cristianesimo. Era egli per altro dotato di molte lodevoli qualità, perchè senza fasto, temperante nel vitto, amorevole verso tutti, e massimamente verso i soldati, che l′amavano non poco, ancorché li tenesse in disciplina: vigilante e prudente, buon soldato e miglior capitano. Sopra tutto veniva, considerato come amator della giustizia: la sua età era allora d′anni sessanta. Si può giustamente credere che dopo la morte di Galba i più saggi de Romani al vedere che i due usurpatori Ottone e Vitellio, senza sapersi chi fosse il peggiore di loro, disputavano dell′imperio, rivolgessero i lor occhi e desiderj a Vespasiano, e segretamente ancora l′esortassero al trono. Flavio Sabino, di lui fratello, gran figura faceva anch′egli, coll′essere prefetto di Roma, e le sue belle doti maggiormente accreditavano quelle del fratello. O questo fosse, o pure  che gli ufiziali e soldati di Vespasiano mirando quel che aveano fatto gli altri in Ispagna, Roma e Germania, non volessero essere da meno: certo è che si cominciò da essi a proporre di far imperadore Vespasiano. Quegli che diede l′ultima spinta all′irrisoluzione d′esso Vespasiano personaggio guardingo e non temerario, fu il suddetto Licinio Muciano, governator della Soria, il quale; dopo la morte di Ottone, gli rappresentò che non era sicura: nè la comune lor dignità, nè la vita sotto quell′infame imperador di Vitellio. Si lasciò vincere infine Vespasiano, ed essendo entrato nella medesima lega anche Tiberio Alessandro, governator dell′Egitto, fu egli il primo a proclamarlo in Alessandria imperadore nel dì primo di luglio [443], e lo stesso fece nel terzo giorno, di esso mese anche l′armata della Giudea, a cui Vespasiano promise un donativo simile a quel di Claudio  di Nerone. La Soria e tutte l′altre Provincie, e i re sudditi i di Roma in Oriente e la Grecia alzarono anch′esse le bandiere del novello Augusto. Furono scritte lettere a tutte le provincie. dell′Occidente, per esortar ciascuno ad abbandonar Vitellio, usurpatore indegno del trono imperiale [444]. Si fece intendere a i pretoriani cassati da Vitellio che questo era il tempo di farlo pentire; e veramente costoro arrolatisi in favor di Vespasiano, fecero dipoi delle maraviglie contra di Vitellio.

Essendo così ben disposte le cose, e procacciate quelle somme di danaro che si poterono raccogliere per muovere le soldatesche, in un gran consiglio tenuto in Berito fu conchiuso che Muciano marcierebbe con un competente esercito in Italia; Tito, figliuolo di Vespasiano, già dichiarato Cesare, continuerebbe lentamente la guerra contro a i Giudei, e Vespasiano passerebbe nella doviziosa provincia dell′Egitto, per raunar danaro, ed affamare o provveder di grani Roma, secondochè portasse il bisogno. Muciano, uomo ambizioso, e che mirava a divenire in certa maniera compagno di Vespasiano nel principato, accettò volentieri quella incumbenza. Per timore delle tempeste non si arrischiò al mare; ma imprese il  viaggio per terra, con disegno di passare lo stretto verso Bisanzio: al qual fine ordinò che quivi fossero pronti i vascelli del mar Nero. Non era molto copiosa e possente l′armata di Muciano, ma a guisa de′ fiumi regali andò crescendo per via: tanta era la riputazion di Vespasiano e l′abbominazion di Vitellio. Nella Mesia le tre legioni che stavano ivi a′ quartieri, si dichiararono per Vespasiano; e l′esempio d′esse seco trasse due altre della Pannonia e poi le milizie della Dalmazia, senza nè pur aspettare l′arrivo di Muciano. Antonio Primo da Tolosa, sopranominato Becco di Gallo forse dal suo naso ( dal che impariamo l′antichità della parola Becco) uomo arditissimo [445] sedizioso ed egualmente pronto alle lodevoli che alle malvage imprese, quegli fu che colla sua vivace eloquenza commosse popoli e soldati contra di Vitellio, nè aspettò gli ordini di Vespasiano o di Muciano per farsi generale di quelle legioni. Che più? Chiamati in soccorso i re de′ Suevi ed altri Barbari, e trovato che quelle milizie nulla più sospiravano che di entrare in Italia, per arricchirsi nello spoglio di queste belle provincie, di sua testa con poche truppe innanzi a gli altri calò in Italia, e fu con fèsta ricevuto in Aquileia, Padova, Vicenza, Este, ed altri luoghi, di quelle parti: Mise in rotta un corpo di cavalleria ch′era postata al Foro d′Alieno, dove oggidì è Ferrara. Rinforzato poi dalle due legioni della Pannonia (soleva essere ogni legione composta di seimila soldati), s′impadronì di Verona, e quivi si fortificò. Colà ancora giunse Marco Aponio Saturnino con una delle legioni della Mesia, e concorse ad arrolarsi sotto di Primo gran copia de′ pretoriani licenziati da Vitellio. Ancorché fosse grande il suscitato incendio, non s′era per anche mosso l′impoltronito Vitellio. Svegliossi egli allora solamente che intese penetrato il fuoco fino in Italia. Perchè Valente non era ben rimesso da una sofferta malattia, diede il comando delle sue armi ad Alieno Cecina, con ordine di marciare speditamente contra di Antonio Primo. Venne Cecina con otto legioni almeno, cioè con tali forze che avrebbe potuto opprimerlo. Mandò parte delle milizie, a Cremona, e col più della gente armata, si postò ad Ostiglia sul  Po. Macchinando poi altre cose, perdè apposta il tempo, in iscrivere lettere di rimproveri e minaccie a dati di Primo ed intanto lasciò che arrivassero a Verona le due altre legioni della Mesia. Finalmente, dappoiché intese che Luciano Basso, governatore della flotta di Ravenna, con cui teneva intelligenza, verso il 29 d′ottobre s′era rivoltato in favor di Vespasiano, allora, come se fosse disperato il caso per Vitellio, si diede ad esortare i soldati ad abbracciare il partito di Vespasiano e molti ne indusse a prestar giuramento a lui, e a rompere le immagini di Vitellio. Ma gli altri che non poteano sofferir, tanta perfidia, e quegli stessi che poc′anzi aveano giurato [446] presi dalla vergogna e pentiti, si scagliarono contra di lui, e senza alcun rispetto al carattere di console, incatenato, l′inviarono, a Cremona, e cominciarono a caricar anch′essi il bagaglio per passare colà.

Ad Antonio Primo, ch′era in Verona, fu portata dalle spie l′informazione, di quanto era accaduto ad Ostiglia, e subito fu in armi per impedir l′unione di quell′esercito, con quel di Cremona. Inoltratosi sino a Bedriaco, luogo fatale per le battaglie e circa nove miglia lungi da quel sito, s′incontrò colle soldatesche di Vitellio, che uscite di Cremona venivano per unirsi con quelle d′Ostiglia. Ciò fu circa il dì 26 d′ottobre. Dopo sanguinoso conflitto le mise in rotta, obbligando chi scampò dalle sue spade a rifugiarsi in Cremona. Ad alte voci allora dinandarono i vittoriosi soldati di andar dirittamente a Cremona, per isperanza d′entrarvi e per avidità di saccheggiarla. Nè gli avrebbe potuto ritenere Primo, se non fosse giunto l′avviso che s′appressava l′altra armata partita da Ostiglia, e in ordinanza di battaglia. Era già sopragiunta la notte, e pure i due eserciti vennero alle mani con ardore, con fierezza inudita combattendo, per quanto comportavano le tenebre, senza distinguere talvolta chi fosse amico o nemico. Levatasi poi la luna, cominciò Primo a provarne del vantaggio, perchè essa dava nel volto a i nemici. Durò il combattimento tutto il resto della notte, e fatto poi giorno avendo la terza legione già venuta di Soria, Secondo l′uso di que′ paesi, salutato il Sole con alti ed allegri viva, questo rumore fece credere a que′di Vitellio che l′esercito di Muciano fosse arrivato, e diede loro tal terrore che riuscì poi facile a Primo lo sconfiggerli ed obbligarli alla fuga. Giuseppe [447] narrando che de′ soldati di Vitellio in queste azioni perirono trentamila e ducento persone, e quattromila e cinquecento di quei di Vespasiano, verisimilmente, secondo l′uso delle battaglie ingrandì di troppo il racconto, né noi siam tenuti a prestargli fede. Bensì possiam credere a Dione, allorchè dice, che oscurandosi talvolta la luna per qualche nuvola cessava il combattimento, e che i soldati emuli vicini parlavano l′uno all′altro, chi con villanie, chi con parole amichevoli, e con detestar le guerre civili, e con invitar l′avversario a seguitar Vitellio, o pur Vespasiano. Ma non c′è già ragion di credere - che l′uno porgesse all′altro da mangiare e da bere, finché non si pruovi che i soldati d′allora erano sì bravi od  industriosi da portar seco anche nel furor delle zuffe le loro bisaccie al collo coll′occorrente cibo e bevanda. Tanto poi Dione, quanto Tacito ci assicurano, che incomodando forte una grossa petriera, con lanciar sassi, l′esercito di Vespasiano, due coraggiosi soldati, dato di piglio a due scudi de gli avversarj, si finsero vitelliani; ed arrivati alla macchina, ne tagliarono le funi, con render essa inutile, ma con restar anch′essi tagliati a pezzi, senza che rimanesse memoria alcuna del loro nome. Dopo questa vittoria, e dopo lo spoglio del campo, a Cremona, a Cremona gridarono i vincitori soldati. Bisognò andarvi. Si credevano di saltarvi dentro ma trovarono un impensato ostacolo, cioè un alto e mirabil trincieramento, fatto fuor della città nella precedente guerra di Ottone, alla cui difesa era accorsa quasi tutta la milizia esistente in Cremona. Fecero delle maraviglie i soldati di Vespasiano per superar quel sito: tanta era la lor gola di arrivar al sacco di quella ricca città, che Antonio Primo avea loro benignamente accordato: il che fatto, assalirono la città. Contuttochè questa fosse cinta di forti mura e torri e piena di popolo, invilirono sì fattamente i soldati Vitelliani, che non tardarono a trattare di rendersi. Scatenarono per questo, Alieno Cecina, acciocché s′interponesse pel perdono, ed esposero bandiera bianca. Uscì Cecina vestito, da console co′ suoi littori, cioè colle sue guardie, e passò al campo de′ vincitori; ma accolto da tutti con ischerni e rimproveri, perchè la perfidia suol essere pagata coll′odio d′ognuno. D′uopo fu che Antonio Primo il facesse scortare, tanto che fosse in luogo sicuro da potersi portare a trovar Vespasiano. Fu perdonato a i soldati di Vitellio, ma non già all′infelicissima città di Cremona, città allora celebre per bellissime fabbriche, per gran popolo, per molte ricchezze [448]. Quarantamila soldati e un numero maggior di famigli e bagaglioni come cani v′entrarono. Stragi e stupri senza numero, non si perdonò nè pure a i templi: tutto, andò a sacco e infine si attaccò il fuoco alle case. Gli stessi, soldati di Vitellio che prima difendeano quella  città, gareggiarono in tanta barbarie con gli altri; anzi, fecero di peggio, perchè più pratici de′ luoghi. Che vi perissero cinquantamila di quegl′innocenti e miseri cittadini, lo scrive Dione. A me par troppo. Gli abitanti rimasti in vita furono tenuti per ischiavi, e poi riscattati. Per cura di Vespasiano venne poi, riedificata e popolata di nuovo quella città.

Vitellio intanto se ne stava in Roma agiato, e con isfoggiata tavola niuna apprensione mostrando di tanti rumori. Ma quando, cominciarono sul fine d′ottobre ad arrivare l′un dietro l′altro i funesti avvisi di quanto era succeduto, allora gli corse il freddo per l′ossa. E poscia udendo che Antonio Primo s′era messo in cammino per venire a Roma, buffava, non sapea più dove si fosse ora pensando a far ogni sforzo per resistere, ora a dimettere l′imperio ed a ritirarsi a vita privata, ora facendo il bravo con la spada al fianco, ed ora il coniglio, con far ridere il senato, e con trovare  oramai poca ubbidienza ne′ pretoriani. Tuttavia spedì Giulio Prisco ed Alieno Varo con quattordici coorti pretoriane e tutti i reggimenti di cavalleria, a prendere i passi dell′Apennino [449], e vi aggiunse la legione dell′armata navale: esercito sufficiente a sostener con vigore la guerra se avesse avuto capitani migliori. Si postò a Bevagna quest′armata, e colà ancora si portò, poi lo stesso Vitellio benché solennissimo poltrone, per le istanze de′ soldati. Attediossi ben presto di quel soggiorno; e venutagli poi nuova che Claudio Faentino e Claudio Apollinare aveano indotta alla ribellione l′armata navale del Miseno e le città circonvicine, se ne tornò a Roma, ed inviò Lucio Vitellio suo fratello ad occupare Terracina, per opporsi da quella banda a i ribèlli. Ma Antonio Primo colle milizie fedeli a Vespasiano, alle quali egli permetteva il far quante insolenze ed iniquità volevano nel viaggio passò l′Apennino. Pervenuto che fu a Narni, se gli arrenderono la legione e le coorti inviate contra di lui da Vitellio. E pur Vitellio in sì duro frangente seguitava a starsene con tal torpedine in Roma, che la gente sapea bensì esser egli il principe, ma parea di non saperlo egli stesso. Ogni dì nuove l′una più dell′altra cattive. A Fabio Valente suo generale, ch′era stato preso nell′andar nelle Gallie e rimandato ad Urbino, tagliata fu là testa per far conoscere a i Vitelliani falsa una voce ch′egli avesse messa in armi la Germania e Gallia con tra di Vespasiano. Vero all′incontro era che anche le Spagne, le Gallie e la Bretagna riconobbero Vespasiano per imperadore. Poc′altro che Roma oramai non restava a Vitellio; e però Flavio Sabino; fratello di Vespasiano, che fin qui era stato prefetto della città, con fedeltà e buona intelligenza di Vitellio, desiderando di salvar Roma da più gravi disordini, avea proposto de′ temperamenti a Vitellio stesso, per salvargli la vita. Altrettanto aveano fatto con lettere Muciano e Primo; e già s′era in concerto che Vitellio deponendo l′imperio, ne riceverebbe in contracambio un milione di sesterzj e terre nella Campania, In fatti egli nel dì 18 di dicembre, uscito di palazzo in abito nero co′ suoi domestici e col figliuolo tuttavia fanciullo, piagnendo dichiarò al popolo che per bene dello Stato egli deponeva il comando; ma nel voler consegnare la spada al console Cecilio Semplice, nè questi, nè gli altri la vollero accettare. A tale spettacolo commosso il popolo, protestò di non volerlo sofferire; ma scioccamente, perchè tutto si rivolse poscia in danno della città e rovina, maggior di Vitellio. Trovavasi in questo mentre un′assemblea de′ primi senatori, cavalieri ed ufiziali militari presso Flavio Sabino [450] , trattando del buono stato di Roma, colla persuasione che veramente fosse seguita o che seguirebbe la rinunzia di Vitellio. Alla nuova dell′abortito trattato, fu creduto bene che Sabino andasse al palazzo per esortare o forzar Vitellio a cedere. Andò, egli accompagnato da una buona truppa di soldati, ma per via essendosi incontrato colla guardia de′ Tedeschi, si venne ad un picciolo combattimento. Salvossi Sabino nella rocca del Campidoglio con alcuni senatori e cavalieri, e co′ due suoi figliuoli Sabino e Clemente, e con Domiziano figlio minore di Vespasiano. Quivi assediato fece una meschina difesa; v′entrarono i Germani, ed appiccato il fuoco al Campidoglio ( non si sa da chi ), si vide ridotto in cenere quell′insigne luogo, con perir, tante belle memorie che ivi aerano: accidente sommamente compianto dal popolo, romano. Fuggirono di là Domiziano, i figli di Sabino; non già l′infelice Sabino, che preso da i Germani insieme con Quinzio Attico console fu condotto carico di catene, davanti a Vitellio. Si salvò Attico; ma Sabino, uomo di gran credito e di raro merito, e fratello maggiore di Vespasiano, sotto le furiose spade di que′ soldati perdè la vita: del che più che d′altro s′afflisse di poi Vespasiano, ma non già Muciano, che il riguardava come ostacolo all′ascendente della sua fortuna.

Antonio Primo, informato di queste lagrimevoli scene, mosse allora il suo campo alla volta di Roma, dove si trovò all′incontro la milizia di Vitellio e lo stesso popolo in armi. Giacchè egli e Petilio Cereale non vollero dar orecchio alle proposizioni di qualche accordo, varj combattimenti seguirono, favorevoli ora all′una ed ora all′altra parte, ma finalmente rimasero superiori quei di Vespasiano. Furono presi varj luoghi di Roma e il quartiere de′ pretoriani commessi molti saccheggi colle consuete appendici e strage di tanta gente, che Giuseppe [451] e Dione la fanno ascendere a cinquanta mila persone [452]. Veggendosi allora a mal partito Vitellio, dal palazzo fuggì nell′Aventino, con pensiero di andarsene nel dì seguente a trovar Lucio, suo fratello, a Terracina. Ma sul falso avviso che non erano disperate le cose, tornò al palazzo, e trovato poi che ognun se n′era fuggito, preso un vile abito, con una cintura piena d′oro, andò a nascondersi nella cameretta del portinaio, o pur nella stalla de′ cani da più d′uno de′ quali fu anche morsicato. A nulla gli servì questo nascondiglio. Scoperto da un tribuno, per nome Giulio Placido, ne fu estratto, e con una corda al collo colle mani legate al di dietro, fu menato per le strade, dileggiato, e con picciole punture trafitto in varie forme da′ soldati ed ingiuriato dal popolo, senza che alcuno compassion ne mostrasse, anzi correndo ognuno a rovesciar le sue statue sotto gli ocelli di lui. Credette di fargli servigio un soldato todesco, per levarlo da tanti obbròbrj, e gli lasciò sulla testa un buon colpo: il che fatto, si ammazzò da sè stesso, ovvero, come s′ha da Tacito, fu  ucciso da gli altri. Terminò la sua vita Vitellio coll′essere gittato giù per le scale Gemonie il cadavero suo fu coll′uncino strascinato al Tevere, e la sua testa portata per tutta la città. Era in età di cinquantasette anni, e questo frutto riportò egli dalla sconsigliata sua ambizione, alzato da chi nol conosceva a sì sublime grado, ed aborrito da chi sapea di sua vita, riguardandolo per troppo indegno dell′imperio, e certamente incapace di sostenerlo con tanti perversi costumi e sì grande poltroneria. Restò bensì libera Roma dall′usurpatore Vitellio, ma non già dalle atroci pensioni della guerra civile. Per lungo tempo durarono i saccheggi e gli omicidj. Maltrattato era chiunque fu amico di Vitellio, e sotto questo pretesto si stendeva ad altri la feroce avidità de′ vittoriosi e licenziosi soldati: in una parola tutto era lutto, confusione e lamenti in Roma ed altrove. Ancorché Domiziano, figlio di Vespasiano, fosse ornato immediatamente col nome di Cesare, pure in un rimedio apportava, intento solo a sfogar le passioni proprie della scapestrata gioventù. Lucio Vitellio, fratello dell′estinto Augusto, venne ad arrendersi colle sue soldatesche, sperando pure miglior trattamento; ma restò anch′egli barbaramente ucciso. Fece lo stesso fine Germanico, picciolo figliuolo del medesimo imperadore. Subito che si potè raunare il senato furono decretati a Flavio Vespasiano tutti gli onori soliti a godersi da gl′imperadori romani. E bisogno ben grande v′era di un sì fatto imperadore sì per rimettere in calma la sconcertata Roma ed Italia, come ancora per dar sesto alla Germania e Gallia, dove Claudio Civile avea mosso de i gravi torbidi che accenneremo fra poco. Guerra eziandio era nella Giudea, guerra nella Mesia e nel Ponto. Sovrastavano perciò danni e pericoli non pochi alla romana repubblica, se non arrivava a reggerla un Augusto che per senno e per valore gareggiasse co i migliori.

Anno          di Cristo 70. Indizione XIII.

                  di Clemente papa 4.

                 di Vespasiano imperadore 2.

Consoli    Flavio Vespasiano Augusto per la seconda volta.

                      Tito Flavio Cesare suo figliuolo.

Ancorchè fossero lontani da Roma Vespasiano Augusto e Tito suo figlio, dichiarato anch′esso Cesare dal senato, pure per onorare i principj di questo nuovo imperadore furon amendue promossi al consolato, in cui procederono per tutto giugno. In essa dignità ebbero per successori nelle calende di luglio Marco Licinio Muciano e Publio Valerio Asiatico; e poscia a questi nelle calende di novembre succederono Lucio Annio Basso e Gaio Cecina Peto. Da che [453] nell′anno precedente giunse a Roma Muciano, prese egli il governo, facendo quel che gli parea sotto nome di Vespasiano. V′interveniva anche Domiziano Cesare, figliuolo dell′imperadore, per dar colore a gli affari, ma quantunque egli prendesse molte risoluzioni per le istigazioni de gli amici, pure l′autorità era principalmente presso Muciano, uomo di smoderata ambizione, che s′andava vantando d′aver donato l′imperio a Vespasiano, e d′essere come fratello di lui, e facendo perciò alto e basso, come s′egli stesso fosse l′imperadore. Certo la sua prima cura fu quella di metter fine all′insolenza de′ soldati, e di ridurre la quiete primiera nella città. Ma un′altra maggiormente n′ebbe per adunar danaro il più che si potea, per rinforzare il pubblico fallito erario, dicendo sempre che la pecunia era il nerbo del principato; nè gli rincresceva di tirar sopra di sè l′odiosità delle esazioni e di risparmiarla a Vespasiano, perchè ne profittava non poco anch′egli per sè stesso. Recarono a lui gelosia Antonio Primo, divenuto in gran credito, per aver egli abbassato Vitellio, ed Arrio Varo, perchè alzato alla potente carica di prefetto del pretorio. Quanto a Primo, il carico di lodi del senato, gli mostrò gran confidenza, gli fece sperare il governo della Spagna Taraconense, promosse a gli onori varj di lui amici; ma nello stesso tempo mandò lungi da Roma le legioni che aveano dell′amore per lui, e fece restar lui in secco. Andò Primo a trovar Vespasiano, che il ricevè con molte carezze; ma Muciano, con rappresentarlo uomo pericoloso a cagion della sua arditezza, e con rilevar gli abominevoli disordini da lui permessi in Cremona, Roma ed altrove, per guadagnarsi l′affetto de′ soldati, gli tagliò in fine le gambe [454]. Per conto di Varo, gli tolse la prefettura del pretorio, dandogli quella dell′annona, e sustituì nella prima carica Clemente Arretino, parente di Vespasiano.

Allorché si compiè la tragedia di Vitellio, si trovava Vespasiano in Egitto, Tito suo figliuolo nella Giudea. Non sì tosto ebbe Vespasiano avviso di quanto era avvenuto, che spedì da Alessandria a Roma una copiosa flotta di navi cariche di grano, perchè le soprastava una terribil carestia, e l′Egitto da gran tempo era il granaio de′ Romani, affinchè quel gran popolo abbondasse di vettovaglia. Se vogliam credere a Filostrato [455], Vespasiano fece di gran bene all′Egitto, con dare un saggio regolamento a quel paese, esausto in addietro per le soverchie imposte, Dione [456] all′incontro attesta che gli Alessandrini; i quali si aspettavano delle notabili ricompense per essere stali i primi ad acclamarlo imperadore, si trovarono delusi, perchè egli volle da loro buone somme di danaro, esigendo gli aggravj vecchi non pagati, senza esentarne nè meno i poveri, ed imponendone de i nuovi. Questo era il solo difetto o vizio (se pure, come diremo, tal nome gli competeva) che s′avesse Vespasiano. Perciò il popolo d′Alessandria. popolo per altro avvezzo a dir quasi sempre male de′ suoi padroni, se ne vendicò con delle satire; e con caricarlo d′ingiurie e di nomi molto oltraggiosi. Perciò vi mancò poco che Vespasiano, quantunque principe savio ed amorevole, non li gastigasse a dovere: e l′avrebbe fatto, se Tito suo figliuolo non si fosse interposto per ottener loro grazia, con rappresentare al padre che i saggi principi fanno quel che debbono o credono ben fatto, e poi lasciano dire. Nella state venne Vespasiano Augusto alla volta di Roma. Arrivato a Brindisi, vi trovò Muciano ch′era ito ad incontrarlo colla primaria nobiltà di Roma. Trovò a Benevento il figliuolo Domiziano, che già avea cominciato a dar pruove del perverso suo naturale con varie azioni ridicole, o con prepotenze. Perch′egli nella lontananza del padre si era arrogata più autorità che non conveniva, e trascorreva anche in ogni sorta di vizj, Vespasiano in collera parea disposto a de′ gravi risentimenti contra di questo scapestrato figliuolo [457]. Il buon Tito suo fratello fu quegli che perorò per lui e disarmò l′ira del padre. Non lasciò per questo Vespasiano di mortificar la superbia d′esso Domiziano. Accolse poi gli altri tutti con gravità condita di cordiale amorevolezza trattando non da imperadore, ma come persona privata con cadauno. Avea egli molto prima inviato ordine a Roma che si rifabbricasse il bruciato Campidoglio, dando tal incumbenza a Lucio Vestino, cavaliere di molto credito. Nel dì 21 di giugno s′era dato principio a sì importante lavoro con tutto il superstizioso rituale e le cerimonie di Roma Pagana, con essersi gittate ne′ fondamenti assai monete nuove e non usate, perchè così aveano decretato gli aruspici. Giunto da lì a non molto Vespasiano a Roma, per meglio autenticar la sua premura per quella fabbrica, e per alzar quivi un suntuoso tempio [458], fu de i primi a portar sulle sue spalle alquanti di que′ rottami, e volle che gli altri nobili facessero altrettanto, affinchè dal suo e loro esempio si animasse maggiormente il popolo all′impresa. E perciocché nell′incendio d′esso Campidoglio erano perite circa tre mila tavole di rame o sia di bronzo, cioè le più preziose antichità di Roma, perchè in simili tavole erano intagliate le leggi, i decreti, le leghe, le paci, e gli altri atti più insigni del senato e del popolo romano fin dalla fondazione di Roma, comandò che se ne ricercassero diligentemente quelle copie che si potessero ritrovare e di nuovo s′incidessero in altre tavole. Parimente ordinò Vespasiano che fosse restituita la buona fama a tutti i condennati al tempo di Nerone [459] e sotto i tre susseguenti Augusti, e la libertà a tutti gli esiliati che si trovassero vivi; e che si cassassero tutte le accuse de′ tempi addietro. Cacciò eziandio di Roma tutti gli strologhi, gente perniciosa alle repubbliche, quantunque egli non disprezzasse quest′arte vana e tenesse in sua corte uno di tali pescatori dell′avvenire, stimandolo il più perito de gli altri. E si sa ch′egli a requisizione di un certo Barbillo strologo concedette al popolo d′Efeso di poter fare il combattimento appallato Sacro: grazia da lui non accordata ad altre città.

Due guerre di somma importanza ebbero in questi tempi i Romani, l′una in Giudea, l′altra nella Gallia e Germania. Diffusamente è narrata la prima da Giuseppe Ebreo, l′una e l′altra da Cornelio Tacito, io me ne sbrigherò in poche parole. Famosissima è la guerra Giudaica. Avea quel popolo, ingrato e cieco, ricompensato il Messia, cioè il divino Salvator nostro, di tanti suoi benefizj, con dargli una morte ignominiosa; avea perseguitata a tutto potere fin qui la nata santissima religione di Cristo. Venne il tempo che la giustizia di Dio volle lasciar piombare sopra quella sconoscente nazione il castigo già a lei predetto dallo stesso Signor nostro [460]. S′erano ribellati i Giudei all′imperio romano, e per una vittoria da loro riportata contra Cestio, parea che si ridessero delle forze romane [461]. Vespasiano irritato forte contra di loro, spedì Tito suo figliuolo nella primavera dell′anno presente per domarli. Gerusalemme era in que′ tempi una delle più belle, forti e ricche città dell′universo, perchè i Giudei, sparsi in gran copia per l′Asia e per l′Europa, faceano gara di divozione per mandar colà doni al tempio e limosine di danari. Per dar anche a conoscere Iddio più visibilmente che dalla sua mano veniva il gastigo, Tito andò ad assediarla in tempo che un′infinità di Giudei era, secondo il costume, concorsa colà per celebrarvi la Pasqua; nel qual tempo appunto aveano crocifisso l′umanato Figliuol di Dio. Che sterminato numero d′essi per giusto giudizio di Dio si trovasse ristretto in quella città, come in prigione, si può raccogliere dal medesimo loro storico Giuseppe, il quale asserisce che durante quell′assedio vi perì un milione e cento mila Giudei per la fame e per la peste. Sanguinosi combattimenti seguirono; ostinato quel popolo mai non volle ascoltar proposizioni di pace e di arrendersi. Avvegnaché riuscisse al copiosissimo esercito romano di superar le due prime cinte di mura di quella città, la terza nondimeno più forte dell′altre fu sì bravamente difesa da gli assediati, che Tito perde la speranza di espugnar la città colla forza, e si rivolse al partito di vincerla con la fame. Un prodigioso muro con fosse e bastioni di circonvallazione fatto intorno a Gerusalemme tolse ad ognuno la via a fuggirsene. Però un′orribil fame, e la peste sua compagna entrate in Gerusalemme, vi faceano un orrido macello di quegli abitanti, i quali anche discordi fra loro e sediziosi, piuttosto amavano di vedere e sofferire ogni più orribile scempio, che di suggettarsi di nuovo al popolo romano. Non si può leggere senza orrore la descrizione che fa Giuseppe di quella deplorabil miseria, a cui difficilmente si troverà una simile nelle storie. Immense furono le ruberie e le crudeltà di quei che più poteano in quella città ; le centinaia di migliaia di cadaveri accrescevano il fetore e le miserie di coloro che restavano in vita-, faceano i falsi profeti e i tiranni interni più male al popolo che gli stessi Romani. Ma nel dì 22 di luglio il tempio di Gerusalemme fu preso; e con tutta la cura di Tito Cesare perchè si conservasse quell′insigne e ricchissimo edificio, Dio permise che gli stessi Giudei vi attaccassero il fuoco, e si riducesse in un monte di sassi e di cenere. S′impadronì poi Tito della città alta e bassa nel mese di settembre, colla strage e schiavitù di quanti si ritrovarono vivi. Non solo il tempio, ma anche la città, parte dalle mani de′ vincitori, parte dal fuoco furono disfatti ed atterrati, e quella gran città rimase per gran tempo un orrido testimonio dell′ira di Dio, siccome la dispersion di quel popolo senza tempio, senza sacerdoti, che noi tuttavia miriamo, fa fede quello non essere più il popolo di Dio, siccome aveano predetto i profeti.

L′altra guerra che i Romani sostennero in questi tempi, ebbe principio nella Batavia, oggidì Ollanda, sotto Vitellio [462]. Claudio Civile, persona di sangue reale, di gran coraggio, avendo prese l′armi, stuzzicò que′ popoli e i circonvicini ancora a rivoltarsi contra de′ Romani e di Vitellio, con apparenza nondimeno di sostenere il partito di Vespasiano. Diede sul Reno una rotta ad Aquilio generale de′ Romani, e al suo fiacco esercito. Questa vittoria fece voltar casacca a molte delle soldatesche le quali ausiliarie militavano per l′imperio, e commosse a ribellione altri popoli della Germania e della Gallia; e però cresciute le forze a Claudio Civile, non riuscì a lui difficile il riportare altri vantaggi. Ma dopo la morte di Vitellio, i ministri di Vespasiano inviarono gran copia di gente per ismorzar quell′incendio. Annio Gallo e Pelilio Cereale furono scelti per capitani di tale impresa. Andò innanzi il terrore di quest′armata, e cagion fu che la parte rivoltata della Gallia tornasse all′ubbidienza. Furono ripigliate alcune città colla forza, date più sconfitte a Civile e a′ suoi seguaci; tanto che tutti a poco a poco si ridussero a piegare il collo e a ricorrere alla clemenza romana. Domiziano Cesare in questa occasione, bramoso di non essere da meno di Tito suo fratello, volle andare alla guerra, e Muciano, per paura che questo sfrenato ed impetuoso giovane non commettesse qualche bestialità in danno dell′armi romane, giudicò meglio di accompagnarlo. Seppe poi con destrezza fermarlo a Lione sotto varj pretesti, tanto che si mise fine a quella guerra senza ch′egli vi avesse mano, e poscia il ricondusse in Italia, acciocché andasse ad incontrar il padre Augusto, il quale, siccome già dicemmo, venne a Roma nell'anno presente, e fu ricevuto con gran magnificenza dapertutto.

Anno        di Cristo 71. Indizione XIV.

                 di Clemente papa 5.

                      di Vespasiano imperadore 3.

Consoli,   Flavio Vespasiano Augusto per la terza volta,

                      Marco Cocceio Nerva.

Nerva, collega dell′imperadore nel consolato, divenne anch′egli col tempo imperadore. Non tennero essi consoli se non per tutto febbraio quella dignità, e ad essi succederono nelle calende di marzo Flavio Domiziano Cesare, figliuolo di Vespasiano, e Gneo Pedio Casto. Merito grande s′era acquistato Tito Cesare presso il padre per la guerra gloriosamente terminata nella Giudea. Maggior anche era il merito de′ suoi dolci costumi [463]. Cotanto si faceva egli amar da i soldati, che dopo la presa di Gerusalemme l′amata romana gli diede il titolo militare d′imperadore; e volendo egli venire a Roma, cominciarono tutti con preghiere e poi con minaccie a gridare o che restasse egli, o che tutti li conducesse seco. Per questo e per qualche altro barlume insorse sospetto presso della gente maliziosa ch′egli nudrisse de i disegni di rivoltarsi contra del padre: il che giammai a lui non cadde in pensiero. Ne fu anche informato Vespasiano; ma siccome egli avea troppe pruove dell′onoratezza del figliuolo, così non ne fece caso; anzi udito che già egli era in viaggio, il fece dichiarar suo collega nell′imperio, e compagno anche nella podestà tribunizia, ma senza conferirgli i titoli di Augusto e di Padre della Patria. Questi onori equivalevano allora alla dignità de i re de′ Romani de′ nostri giorni, ed erano un sicuro grado per succedere al padre Augusto nella piena dignità ed autorità imperiale [464]. Passando per la città d′Argo si volle Tito abboccarsi con Apollonio Tianeo, filosofo di gran grido in questi tempi, e di cui molte favole hanno spacciato i Gentili, il pregò di dargli alcune regole per saper ben governare. Altro non gli disse egli, se non d′imitar Vespasiano suo padre e di ascoltar con pazienza Demetrio filosofo cinico, che facea professione di dir liberamente, e senza adulazione o rispetto di alcuno, la verità; e che non s′inquietasse, se l′avesse ripreso di qualche fallo.

Tito promise di farlo. Sarebbe da desiderare un filosofo sì fatto e con tale autorità in ogni corte, e fors′anche in ogni paese si troverebbe, volendolo. Ma è da temere che non si trovassero poi tanti Titi. Ebbe Tito sentore per istrada delle relazioni maligne portate di lui al padre (e forse n′era stato sotto mano autore l′invidioso Domiziano con fargli anche sospettare che Tito non verrebbe, perchè macchinava cose più grandi. Allora egli s′affrettò, e in una nave da carico, quando men s′aspettava, arrivò in corte, e quasi rimproverando il padre ch′era uscito in fretta ad incontrarlo, un po′ agramente gli disse: Son venuto, Signor e Padre, son venuto.

Fu decretato il trionfo dal senato tanto a Vespasiano quanto al figliuolo, e separatamente per la vittoria Giudaica, a Vespasiano, che amava il risparmio in tutte le occorrenze, nè potea sofferir tanta spesa, si contentò d′un solo che servisse ad amendue. Non s′era mai veduto in addietro un padre trionfar con un figlio: si vide questa volta. Memoria di questo trionfo tuttavia abbiamo nell′arco di Tito in Roma dato anche alle stampe dal Bellorio, e vi si mira portato l′aureo candelabro del tempio di Gerusalemme. L′essersi felicemente terminate le guerre della Giudea e Germania, diede campo a Vespasiano di fabbricar il tempio della Pace e di chiudere quello di Giano, giacchè per tutto l′imperio romano si godeva un′invidiabil calma. Questa spezialmente tornò a fiorire in Roma insieme colla giustizia, per tanti anni in addietro bandita da essa, e vi risorse la quiete de gli animi e l′allegria: tutti effetti del saggio e dolce governo di Vespasiano. Buon concetto si avea ne′ tempi andati di questo personaggio; ma divenuto imperadore, superò di lunga mano l′espettazion di ognuno [465]. Imperocché tosto si accinse egli con vigore a ristabilire Roma e l′imperio, che tanto aveano patito sotto i precedenti o principi o tiranni, nè si diede mai posa, finché visse, per levare i disordini e per abbellire quella gran città. Chiara cosa essendo che i passati affanni principalmente erano proceduti dall′avidità, insolenza e poca disciplina de′ soldati, e sopra tutto de′ pretoriani, vi rimediò col cassare la maggior parte di quei di Vitellio, ed esigere rigorosamente la buona disciplina da i suoi proprj. Per assicurarsi meglio del pretorio, cioè delle guardie del palazzo, con istupore d′ognuno creò lo stesso Tito, suo figliuolo e collega, prefetto del pretorio: carica sempre innanzi esercitata da i cavalieri, e che però divenne col tempo la più insigne ed apprezzata dopo la dignità imperiale [466]. La vita di Vespasiano era senza fasto. Il venerava ognuno come signore, ed egli amava all′incontro di comparir verso tutti più tosto concittadino e come persona tuttavia privata. Di rado abitava nel palazzo, più spesso ne gli Orti Sallustiani, luogo delizioso. Dava quivi benignamente udienza non solo a i senatori, ma a gli altri ancora di qualsivoglia grado. Vigilantissimo soleva avanti giorno, stando in letto, leggere le lettere e le memorie a lui presentate, ammettere i suoi familiari ed amici quando si vestiva, e favellar con loro delle cose occorrenti. Uno di questi era Plinio [467] il vecchio. Anche andando per istrada non rifiutava di parlare con chi avea bisogno di lui. Fra il giorno stavano aperte a tutti, e senza guardia, le porte della sua abitazione. Sempre interveniva al senato, mostrando il convenevol rispetto a quell′ordine insigne; nè v′era affare d′importanza che non comunicasse con loro. Sovente ancora andava in piazza a rendere giustizia al popolo. E qualora per la sua avanzata età non potea portarsi al senato, gli participava i suoi sentimenti in iscritto, e incaricava i suoi figliuoli di leggerli. Nè solamente in ciò dava egli a conoscere la stima che facea del senato, ma eziandio col voler sempre alla sua tavola molti de′ senatori, e coll′andar egli stesso non rade volte a pranzare in casa de gli amici e de′ familiari suoi. Sapeva dir delle burle, e pugnere con grazia, nè s′avea a male se altri facea lo stesso verso di lui. Dilettavasi massimamente di praticar colle persone savie, per le quali non v′era portiera, e fu udito dire [468]: Oh potessi io comandare a de i saggi, e che anche i saggi potessero comandare a me! Non mancavano nè pure in que′ tempi pasquinate e satire contra di lui, ma egli, benché ne fosse avvertito, non se ne alterava punto; seguitando ciò non ostante a far ciò che riputava utile alla repubblica. Allorché Vespasiano era in Grecia col pazzo Nerone [469], vedendolo un dì nel teatro prorompere in parole e gesti indecenti alla sua dignità, non seppe ritenersi dal fare un cenno di stupore e disapprovazione. Febo liberto di Nerone, osservato ciò, se gli accostò, e dissegli che un par suo non istava bene in quel luogo. Dove volete ch′io vada? disse allora Vespasiano. E il superbo ed insolente liberto replicò, che andasse alle forche. Costui ebbe tanto ardire di presentarsi davanti a lui, già divenuto imperadore, per addurre delle scuse. Altro male non gli fece Vespasiano, se non di dirgli: che se gli levasse davanti, e andasse alle forche. Con rara pazienza sofferiva egli che gli si dicesse la verità, e godeva quel bel privilegio, tanto esaltato da Cicerone in Giulio Cesare, di dimenticar le ingiurie. Maritò molto decorosamente tre figliuole di Vitellio; e benché si trovasse più d′uno che macchinò congiure contra di un principe sì buono, contuttociò niuno mai gastigò se non coll′esilio, solendo anche dire, che compativa la pazzia di coloro i quali aspiravano all′imperio, perchè non sapeano che aggravio e spine l′accompagnassero. Però sua usanza fu di guadagnar co i benefizj, e non di rimeritar co i gastighi, chi era stato ministro della crudeltà de′ tiranni, perchè volea credere che avessero così operato più per paura che per malizia. E questo per ora basti de′ costumi di Vespasiano. Ne riparleremo andando innanzi, come potremo, giacché si son perdute le storie di Tacito, e con ciò a noi manca il filo cronologico delle azioni lodevoli di questo principe.

Anno          di Cristo 72. Indizione XV

                   di Clemente papa 6.

                  di Vespasiano imperadore 4.

Consoli       Vespasiano Augusto per la quarta volta,

                 Tito Flavio Cesare per la seconda.

Dappoiché Muciano venuto a Roma cominciò a godere de′ primi onori, il governo della Siria fu dato da Vespasiano a Cesennio Peto. Scrisse egli a Roma che Antioco re della Comagene, il più ricco de i re sudditi di Roma, con Epifane suo figliuolo teneva de i trattati segreti con Vologeso re de i Parti, disegnando di rivoltarsi. Dubita Giuseppe Ebreo [470], se Antioco fosse di ciò innocente o reo, ed inclina più tosto al primo. Peto gli volea poco bene, e potè ordir questa trama. Vespasiano, a cui troppo era difficile il chiarire la verità, nè volea trascurar l′affare, essendo di somma importanza quella provincia per le frontiere della Soria e dell′imperio romano, mandò ordine a Peto di far ciò ch′egli credesse più convenevole e giusto in tal congiuntura. Pertanto unitosi quel governatore con Aristobolo re di Calcide e con Soemo re di Emessa, entrò coll′esercito nella Comagene. A questa inaspettata mossa Antioco si ritirò con tutta la sua famiglia, e senza volere far fronte all′armi romane, lasciò che Peto entrasse in Samosata capitale de′ suoi Stati. Epifane e Callinico suoi figliuoli, prese l′armi, fecero qualche resistenza; ma tardarono poco i lor soldati a rendersi a i Romani. Si rifugiarono essi alla corte di Vologeso re de i Parti, che gli accolse, non già come esiliati, ma come principi. Antioco lor padre fuggì nella Cilicia. Peto inviò gente a cercarlo, ed essendo stato colto a Tarsi, fu caricato di catene, per essere condotto a Roma. Nol permise Vespasiano, e spedì ordini che fosse rimesso in libertà e che potesse abitare a Sparta, dove gli facea somministrar tutto l′occorrente, acciocché vivesse da par suo. Per intercessione poi di Vologeso, a i di lui figliuoli fu permesso di venire a Roma. Vi venne anche Antioco, e tutti riceverono trattamento onorevole, senza più riaver quegli Stati. Siamo assicurati da Suetonio [471] che la Comagene, siccome ancora la Tracia, la Grecia e la Giudea, furono ridotte in provincie sotto Vespasiano, cioè immediatamente governate da gli ufiziali romani. Ma non tutto ciò avvenne sotto il presente anno. Fece in questi tempi Vologeso re de′ Parti istanza d′ajuti a Vespasiano, perchè gli Alani, feroce popolo della Tartaria, entrati nella Media, obbligarono a fuggirne Pacoro re di quel paese e Tiridate re del l′Armenia, minacciando anche il dominio di Vologeso. Non si volle mischiar Vespasiano ne gli affari di que′ Barbari, e forse di qua venne qualche alterazion di animo fra di loro. Sappiamo da Dione [472] avere quel superbo re scritta una lettera con questo titolo: Arsace Re de i Re a Vespasiano, senza riconoscerlo per imperador de′ Romani. Vespasiano, lungi dal farne rimprovero o doglianza alcuna, gli rispose nel medesimo tenore: Ad Arsace Re de i Re Vespasiano.

Credesi [473] che in questi tempi avvenisse qualche guerra nella Bretagna, dov′era andato per governatore, Petilio Cereale, con far quivi l′armi romane, nuove conquiste.

Seguitava intanto Vespasiano a far de′ saggi regolamenti [474], per levar gli abusi e rimettere il buon ordine in Roma. Osservate alcune persone indegne ne′ due nobili ordini senatorio ed equestre, le levò via; e perchè era scemato di molto il numero de′ medesimi senatori e cavalieri, per la crudeltà de′ regnanti precedenti, aggregò a quegli ordini le famiglie e persone più riguardevoli e degne, non tanto di Roma, quanto dell′Italia e dell′altre provincie. Trovò che le liti civili erano cresciute a dismisura, andavano in lungo e s′eternavano anche talvolta: male non forestiere anche in altri tempi e in altri luoghi. Cercò di rimediarvi con eleggere varj giudici che le sbrigassero senza attendere le formalità e lunghezze ordinarie del foro. Per mettere freno alla libidine delle donne libere che sposavano gli schiavi, rinovò il decreto, che anch′esse, perduta la libertà, divenissero schiave. Per frastornar coloro che prestavano danaro ad usura a i figliuoli di famiglia, vietò il poterlo esigere dopo la morte de i padri. Ma nulla più contribuì alla correzion de′ costumi, e a far cessar il soverchio lusso de′ Romani, che l′esempio dell′imperadore stesso. Parca era la mensa sua, semplice e non mai pomposo il suo vestire; sicura dal di lui potere l′altrui onestà. Il disapprovar egli colle parole e co i fatti gli eccessi introdotti, più che le leggi e i gastighi, ebbe forza d′introdurre la riforma de′ costumi nella nobiltà, e in chiunque desiderava d′acquistare o conservar la grazia di lui. Aveva [475] egli conceduta una carica ad un giovane. Andò costui per ringraziarlo tutto profumato. Questo bastò perchè Vespasiano, guatandolo con disprezzo, gli dicesse: Avrei avuto più caro che tu puzzassi d′aglio; e gli levò la patente. Oltre a ciò, per guarire l′altrui vanità e superbia col proprio esempio, parlava egli stesso della bassezza della prima sua fortuna, e si rise di chi avea compilata una genealogia piena di adulazione, per mostrare [476] ch′egli discendeva da i primi fondatori della città di Rieti, sua patria, e Ercole. Anzi talora nella state andava a passar qualche giorno nella villa, dov′egli era nato fuori di Rieti, senza voler mai che a quel luogo si facesse mutazione alcuna, per ben ricordarsi di quello ch′egli fu una volta. E in memoria di Tertulla sua avola paterna, che l′avea allevato, ne i dì solenni e festivi solea bere in una tazza d′argento da lei usata.

Anno         di Cristo 73. Indizione I.

                  di Clemente papa 7.

                  di Vespasiano imperadore 5.

Consoli    Flavio Domiziano Cesare per la seconda volta,

                       Marco Valerio Messalino.

Console ordinario fu in quest′anno Domiziano [477], non già per gli meriti suoi, nè per elezione del saggio suo padre, ma perchè il buon Tito suo fratello, disegnato per sostenere anche nell′anno presente sì riguardevol dignità, la cedette a lui, e pregò il padre di contentarsene. E si vuol qui appunto avvertire che esso Tito era in tutti gli affari il braccio diritto del vecchio padre [478]. A nome di lui dettava egli le lettere e gli editti, e per lui recitava in senato le determinazioni occorrenti. Secondochè s′ha dalla Cronica d′Eusebio [479], circa questi tempi ( se pur ciò fu più tardi ) l′Acaia, la Licia, Rodi, Bisanzio, Samo ed altri luoghi di Oriente perderono la lor libertà, perchè se ne abusavano in danno lor proprio, per le sedizioni e nemicizie regnanti fra i cittadini. Non si mandava colà proconsole o governatore romano in addietro, lasciando che si governassero co i proprj magistrati e colle lor leggi. Da qui innanzi furono sottoposti al governo del presidente inviato da Roma, e a pagare i tributi al pari dell′altre Provincie. Per attestato ancora di Filostrato [480], Apollonio Tianeo, filosofo rinomato di questi tempi, grande strepito fece contra di Vespasiano, perchè avesse tolta alla Grecia quella libertà che Nerone, tuttoché principe sì cattivo, le avea restituita. Ma Vespasiano il lasciò gracchiare, dicendo che i Greci aveano disimparato il governarsi da gente libera.

Il Calvisio il Petavio, il Bianchini ed altri, non per certa cognizione del tempo, ma per mera coniettura, riferiscono a quest′anno la cacciata de′ filosofi da Roma: risoluzione che par contraria alla saviezza di Vespasiano, ma che fu fondata sopra giusti motivi. Le diede impulso Elvidio Prisco, nobile senatore romano e professore della più rigida filosofia de gli Stoici, la qual era allora più dell′altre in voga presso i Romani. A questo personaggio fa un grande elogio Cornelio Tacito [481] con dire, aver egli studiata quella filosofia, non già per vanità, come molti faceano, nè per darsi all′ozio, ma per provvedersi di costanza ne′ varj accidenti della vita, per sostenere con equità e vigore i pubblici ufizj, e per operar sempre il bene e fuggire il male. Perciò s′era acquistato il concetto d′essere buon cittadino, buon senatore, buon marito, buon genero, buon amico, sprezzator delle ricchezze, inflessibile nella giustizia ed intrepido in qualsivoglia sua operazione. Anche Arriano [482], Plinio [483] il giovane e Giovenale furono liberali di lodi verso di Prisco. Ma egli era troppo invanito dell′amor della gloria, cercandola ancora per vie mancanti di discrezione [484]. Gli esempli di Trasca Peto, suocero suo, uomo da noi veduto lodatissimo ne′ tempi addietro, gli stavano sempre davanti a gli occhi, per parlare francamente ove si trattava del pubblico bene. Ma non sapea già imitarlo nella prudenza. Trasea ancorché avesse in orrore i vizj e le tirannie di Nerone, pure nulla dicea o facea che potesse offenderlo. Solamente talvolta si ritirò dal senato per non approvare le di lui bestialità e crudeltà: il che poi gli costò la vita.

Ma Elvidio si facea gloria di parlar con vigore e libertà senza riguardo alcuno. Così operò sotto Galba, sotto Vitellio; ma più usò di farlo sotto Vespasiano, quasiché La bontà di questo principe dovesse servire di passaporto alla soverchia licenza delle sue parole. Il peggio fu, ch′egli scoprendosi nemico della monarchia, e tenendo, sempre il partito del popolo, non si facea scrupolo di darsi in pubblico e in privato a conoscere per persona che odiava Vespasiano. Allorché questo principe arrivò a Roma, ito a salutarlo, non gli diede altro nome che quello, di Vespasiano. Essendo pretore nell′anno 70, in niuno dei suoi editti mai mise parola in onore di lui, anzi nè pure il nominò. Ma questo era poco. Sparlava di lui dapertutto, lodava solamente il governo popolare, e Bruto e Cassio, formava anche delle fazioni contra del dominio cesareo. Andò così innanzi l′ostentazione di questo suo libero parlare, che nel senato medesimo giunse a contrastare e garrire insolentemente collo stesso Vespasiano, quasiché fosse un suo eguale [485], perlocchè d′ordine de i tribuni della plebe fu preso e consegnato a i littori, o sia a i sergenti della giustizia. Il buon Vespasiano, a cui forte dispiaceva di perdere un sì fatt′uomo, e pur non credea bene di impedire il riparo alla di lui insolenza, uscì di senato quel dì piagnendo, e con dire: O mio figliuolo mi succederà, o niun altro: volendo forse indicare che Elvidio con quelle sue impertinenti maniere additava di pretendere all′imperio. Pure la clemenza di Vespasiano non permise che si decretasse ad uomo sì turbolento, che inquietava e screditava il presente governo e mostravasi tanto capace di sedizioni, se non la pena dell′esilio. Ma perchè verisimilmente nè pur si seppe contener da lì innanzi la lingua di questo imprudente filosofo, fu (non si sa in qual anno) condennato a morte dal senato, e mandata gente ad eseguire il decreto. Vespasiano spedì ordini appresso per salvargli la vita, ma gli fu fatto falsamente credere che non erano arrivati a tempo. Probabilniente Muciano, che men di Vespasiano amava Elvidio, il volle tolto dal mondo con questa frode. E fu appunto in tale occasione [486] ch′esso Muciano persuase all′imperadore di cacciar via da Roma tutti i filosofi, e massimamente coloro che professavano la filosofia stoica, maestra della superbia. Imperciocché, oltre al rendersi da questa gli uomini grandi estimatori di sè stessi e sprezzatori de gli altri, i seguaci d′essa altro non faceano allora che declamar nelle scuole, e fors′anche in pubblico, contra dello stato monarchico e in favore del popolare, svergognando una scienza che dee ispirare l′ossequio e la fedeltà verso qualsivoglia regnante. E tanto più dovea farlo allora Elvidio, che a i precedenti tiranni era succeduto un buon principe, quale ognun confessa che fu Vespasiano, e la sua vita il dimostra. Fra gli altri andarono relegati nelle isole Ostilio e Demetrio, filosofi anch′essi. Portata al primo la nuova del suo esilio, mentre disputava contra dello stato monarchico, maggiormente si infervorò a dirne peggio, benché dipoi mutasse parere. Ma Demetrio, siccome professore della filosofia cinica, o sia Canina, che si gloriava di mordere tutti e di non portare rispetto a i difetti e falli di chichessia [487], dopo la condanna vedendo venir per via Vespasiano nol salutò, e ne pur si mosse da sedere, e fu anche udito borbottar delle ingiurie contro di lui. Il paziente principe passò oltre, solamente dicendo: Ve′ che cane! Nè mutò registro, ancorché Demetrio continuasse a tagliargli addosso i panni; perciocché avvisato di tanta tracotanza, pure non altro gli fece dire all′orecchio, se non queste poche parole: Tu fai quanto puoi perchè io ti faccia ammazzare; ma io non mi perdo ad uccidere can che abbai. Per attestato di Dione, il solo Gaio Musonio Rufo, cavaliere romano, eccellente filosofo stoico, non fu cacciato di Roma.- il che non s′accorda colla Cronica d′Eusebio, da cui abbiamo che Tito dopo la morte del padre il richiamò dall′esilio.

Anno        di Cristo 74. Indizione II.

                 di Clemente papa 8.

                      di Vespasiano imperatore 6.

Consoli    Flavio Vespasiano Augusto per la quarta volta,

                      Tito Flavio Cesare per la terza.

A Tito Cesare, che dimise il consolato, succedette nelle calende di luglio Domiziano Cesare suo fratello. Terminarono in quest′anno Vespasiano e Tito il censo, o sia la descrizione de′ cittadini romani, ch′essi aveano già cominciato come censori ne gli anni addietro. E questo fu l′ultimo de′ censi fatti da gl′imperadori romani. Scrive Plinio il vecchio [488] che in tale occasione si trovarono fra l′Apennino e il Po molti vecchi di riguardevol età: cioè tre in Parma di cento venti, e due di cento trenta anni; in Brescello uno di centoventicinque, in Piacenza uno di cento trentuno; in Faenza una donna di cento trentadue in Bologna e Rimini due di cento cinquanta anni, se pure non è fallato, come possiam sospettare, il testo. Aggiugne, essersi trovati nella Regione ottava dell′Italia, che egli determina da Rimini sino a Piacenza, cinquantaquattro persone di cento anni; quattordici di cento dieci; due di cento venticinque; quattro di cento trenta; altrettanti di cento trentacinque, e cento trentasette, e tre di cento quaranta. Dal che probabilmente può apparire qual fosse tenuta allora per la più salutevol aria d′Italia. Se in altre parti d′Italia si fossero osservate somiglianti età, non si sa vedere perchè Plinio l′avesse taciuto. Circa questi tempi [489] mancò di vita Cenide, donna carissima a Vespasiano, liberta di Antonia, madre di Claudio Augusto. Avea Vespasiano avuta per moglie Flavia Domitilla, che gli partorì Tito e Domiziano. Morta costei, ebbe per sua amica questa Cenide, e creato anche imperadore la tenne quasi per sua moglie, amandola non solamente per la sua fedeltà e disinvoltura, e per molti benefizj da lei ricevuti quando era privato, ma ancora perchè gli serviva di sensale per far danari. Era l′avarizia forse l′unico vizio per cui universalmente veniva proverbiato questo imperadore [490]. Mostravasi egli non mai contento di danaro. A questo fine rimise in piedi alcune imposte e gabelle abolite già da Galba; ne aggiunse delle nuove e gravi, accrebbe i tributi che si pagavano dalle provincie, ed alcune furono tassate il doppio. Lasciavasi anche tirare a far un mercimonio vergognoso per un par suo, col comperar cose a buon mercato, per venderle poi caro. Cenide anch′essa l′aiutava ad empiere la borsa. A lei si accostava chiunque ricercava sacerdozj e cariche civili e militari, accompagnando le suppliche con esibizioni proporzionate al profitto de i posti desiderati. Nè si badava se questi concorrenti fossero o non fossero uomini dabbene, purché se ne spremesse del sugo. Si vendevano in questa maniera anche l′altre grazie del principe, e le pene per chi potea, venivano riscattate col danaro. Di tutto si credeva consapevole e partecipe Vespasiano. E tanto egli si lasciava vincere da questa avidità, che cadeva in bassezze [491]. Avendo i deputati di una città chiesta licenza di alzare in onor suo una statua, la cui spesa ascenderebbe a venticinque mila dracme, per far loro conoscere che amerebbe più il danaro in natura, stese la mano aperta con dire: Eccovi la base, dove potete mettere la vostra statua. Era egli stesso il primo a porre in burla questa sua sete d′oro per coprirne la vergogna, e si rideva di chi poco approvava le sue vili maniere per adunarne. Uno di questi fu suo figliuolo Tito, che non potendo sofferire una non so quale imposta da lui messa sopra l′orina, seriamente gliene parlò, con chiamar fetente quell′aggravio. Aspettò Vespasiano che gli portassero i primi frutti di′ quell′imposta, e fattili fiutare al figlio, dimandò, se quell′oro sapea di cattivo odore. Un giorno ch′egli era per viaggio in lettiga, si fermò il mulattiere con dire che bisognava ferrar le mule. Sospettò egli dipoi inventato da costui un tal pretesto per dar tempo ad un litigante di parlargli e di espor le sue ragioni. E però gi dimandò poi, quanto avesse guadagnato a far ferrare le mule, perchè voleva esser a parte del guadagno. Questo forse disse per burla. Ma da vero operò egli con uno de′ suoi più cari cortigiani, che gli avea fatta istanza d′un posto per persona da lui tenuta in luogo di fratello. Chiamato a sè quel tale, volle da lui il danaro pattuito, con fargli la grazia. Avendo poscia il cortigiano replicate le preghiere, siccome non informato della beffa, Vespasiano gli disse: Pensa a cercare un altro fratello, perchè il proposto da te non è tuo, ma mio fratello.

Tale era l′industria e continua cura di Vespasiano per ammassar danari, cura in lui biasimata, e non senza ragione, da gli storici di allora, e più da i sudditi. Credevano alcuni che dal suo naturale fosse egli portato a questa debolezza; ed altri, che Muciano glie avesse ispirata, con rappresentargli che nell′erario ben provveduto consisteva la forza e la salute della repubblica, sì pel mantenimento delle milizie, come per ogni altro bisogno. Tuttavia il brutto aspetto di questo vizio si sminuisce di molto al sapere, come osservarono Suetonio [492] e Dione [493], che Vespasiano non fece mai morire persona per prendergli la roba, nè mai per via d′ingiustizie occupò l′ altrui. Quel che è più, non amava nè cercava egli le ricchezze per impiegarle ne′ suoi piaceri, perchè sempre fu moderatissimo in tutto, nè soleva spendere senza necessità, contento di poco. Appariva eziandio chiaramente quanto egli fosse lontano dal covare con viltà il danaro, perciocché lo dispensava allegramente e con saviezza in tutti i bisogni del pubblico, e per ornamento di Roma e in benefizio de′ popoli. Sapeva regalare chi lo meritava [494], sovvenire a′ nobili caduti in povertà, anzi la sua liberalità si stendeva a tutti. Promosse con somma attenzione l′arti e le scienze, favorendo in varie maniere chi le coltivava; e fu il primo che istituisse in Roma scuole d′eloquenza greca e latina, con buon salario pagato dal suo erario. Prendeva al suo servigio i migliori poeti ed artefici che si trovassero, e tutti erano partecipi della sua munificeuza. A lui premeva spezialmente che il minuto popolo potesse guadagnare. A questo fine faceva di quando in quando de′ magnifici conviti; e ad un valente artefice che gli si era esibito di trasportare con poca spesa molte colonne, diede bensì un regalo, ma di lui non si volle servire, per non defraudare di quel guadagno la plebe. In Roma edificò de gli acquidotti, alzò uno smisurato colosso; nè solamente fece di pianta varie fabbriche insigni, ma eziandio rifece le già fatte da gli altri, mettendovi non già il nome suo, ma quel de′ primi fondatori. Erano per cagion de′ tremuoti cadute, o per gl′incendj molto sformate assaissime città dell′imperio romano. Egli alle sue spese le rifece, e più belle di prima. La stessa attenzione ebbe per fondar delle colonie in varie città, e per risarcir le pubbliche strade dell′imperio [495]. Restano tuttavia molte iscrizioni [496] per testimonianza di ciò. Gli convenne per questo tagliar montagne e rompere vasti macigni; e per tutto si lavorava senza salassar le borse de′ popoli. Rallegrava ancora il popolo colla caccia delle fiere ne gli anfiteatri, ma abborriva i detestabili combattimenti dei gladiatori. Aggiungasi, per testimonianza di Zonara [497], che Vespasiano mai non volle profittar de i beni di coloro che aveano prese l′armi contra di lui, ma li lasciò a i lor figliuoli o parenti. Ed ecco ciò che può servire, non già per assolvere questo principe da ogni taccia in questo particolare, ma bensì per iscusarlo, meritando bene il buon uso ch′egli facea del danaro, che si accordi qualche perdono alle indecenti maniere da lui tenute per raunarlo. Se non è scorretto il testo di Plinio il vecchio [498] abbiamo da lui che in questi tempi, misurato il circondario delle mura di Roma, si trovò essere di tredici miglia e ducento passi. Un gran campo occupavano poi i borghi suoi.

Anno        di Cristo 75. Indizione III.

                 di Clemente papa 9.

                       di Vespasiano imperadore 7.

 Consoli    Flavio Vespasiano Augusto per la sesta volta,

                      Tito Cesare per la quarta.

Nelle calende di luglio furono sustituiti nel consolato Flavio Domiziano Cesare per la quarta volta, e Marco Licinio Muciano per la terza. In gran favore continuava Muciano ad essere presso di Vespasiano [499] . Naturalmente superbo, e più perchè alzato a i primi onori, sapea ben far valere la sua autorità [500]. Sopra gli altri della corte pretendea d′essere ossequiato e rispettato. Verso chi gli mostrava anche ogni menomo segno di distinzione in onorarlo, andava in eccessi in proccurargli posti ed avanzamenti. Guai, all′incontro, a chi, non dirò gli facea qualche affronto od ingiuria, ma solamente lasciava di onorarlo: l′odio di Muciano contra di lui diveniva implacabile. Costui pubblicamente era perduto nelle disonestà, e vantava tuttodì i gran servigi da lui prestati a Vespasiano: suo dono chiamava ancora quel diadema ch′egli portava in capo. A tanto giunse talvolta questa sua boria, e la fiducia de′ meriti proprj che nè meno portava rispetto allo stesso imperadore. E pure nulla più fece risplendere che magnanimo cuore fosse quel di Vespasiano, quanto la pazienza sua in sopportare quest′uomo, temendo egli sempre di contravenire alla gratitudine, se l′avesse disgustato, non che punito. Anzi nè pure osava di riprenderlo in faccia, ma solamente con qualche comune amico talora sfogandosi, disapprovava la di lui maniera di vivere, e diceva: Son pur uomo anch′io: tutto, acciocché gli fosse riferito, per desiderio che si emendasse [501]. Fu anche da gli amici consigliato Vespasiano di guardarsi da Metio Pomposiano, perch′egli fatto prendere il proprio oroscopo, si vantava che sarebbe un dì imperadore. Lungi dal fargli male, Vespasiano il creò console ( noi non ne sappiamo l′anno ), dicendo più probabilmente per burla che da senno: Costui si ricorderà un giorno del bene che gli ho fatto. Dedicò esso Augusto, cioè fece la solennità di aprire e consecrare il tempio della Pace, da lui fabbricato in Roma in vicinanza della piazza pubblica, per ringraziamento a Dio della tranquillità donata al romano imperio, e particolarmente a Roma, dopo tanti torbidi tempi patiti sotto i precedenti tiranni. Plinio [502] chiama questo tempio una delle pià belle fabbriche che mai si fossero vedute. Erodiano [503] anch′egli scrive ch′esso era il più vasto, il più vago e il più ricco edifizio che si avesse in Roma. Immensi erano ivi gli ornamenti d′oro e d′argento; e fra gli altri vi furono messi il candelabro [504] insigne, e gli altri vasi portati da Gerusalemme dopo la distruzione di quel ricchissimo tempio. Ma che? questa mirabil fabbrica circa cento anni dipoi, regnante Commodo Augusto, per incendio, o casuale o sacrilego, rimase affatto preda delle fiamme.

Anno        di Cristo 76. Indizione IV.

                 di Clemente papa 10.

                      di Vespasiano imperadore 8.

Consoli:   Flavio Vespasiano Augusto per la settima volta.

                      Tito Cesare per la quinta.

Abbiamo sufficienti lumi per credere sustituito all′uno di questi consoli nelle calende di luglio Domiziano Cesare, probabilmente per la cessione di Tito suo fratello. Secondo il Panvinio [505], succedette ancora all′altro consolato ordinario Tito Plauzio Silvano per la seconda volta. Ma non altro fondamento ebbe quel dotto uomo di assegnare all′anno presente il secondo consolato di costui, se non il sapere ch′egli due volte fu console. Che nel gennaio di quest′anno nascesse Adriano, il quale poscia divenne imperadore, l′abbiamo da Sparziano. Fiorì ancora in questi tempi, per attestato di Eusebio [506] Quinto Asconio Pediano, storico di molto credito, di cui restano tuttavia alcuni Commenti alle orazioni di Cicerone. In età di anni settantatre divenne cieco questo letterato, e ne sopravisse dodici altri, tenuto sempre in grande stima da tutti. Era in questi tempi governator della Bretagna Giulio Frontino, e gli riuscì di sottomettere i popoli Silurì in quella grand′isola all′imperio romano. Era venuto a Roma Agrippa [507] re dell′Iturea, figliuolo di Agrippa il Grande, stato già re della Giudea: ed avea condotto seco Berenice, o sia Beronice, sua sorella, giovane di bellissimo aspetto, già maritata con Erode re di Calcide suo zio [508]; e poscia con Polemone re di Cilicia. Se n′invaghì Tito Cesare. Fors′anche era cominciata la tresca, allorché egli fu alla guerra contra de′ Giudei. Agrippa ottenne il grado di pretore. Berenice alloggiata nel palazzo imperiale, dopo aver guadagnato Vespasiano a forza di regali, sì fattamente s′insinuò nella grazia di Tito, che sperava oramai di cangiar l′amicizia in matrimonio; e già godeva un tal trattamento e autorità, come s′ella fosse stata vera moglie di lui. Ma perciocché secondo le leggi romane era vietato a i nobili romani di sposar donne di nazion forestiera, o sia barbara (Barbari erano allora appellati i popoli tutti non sudditi al romano imperio), o pure perchè i re, tuttoché sudditi di Roma, erano tenuti in concetto di tiranni; il popolo romano altamente mormorava di questa sua amicizia, e molto più della voce sparsa che fosse per legarsi seco pienamente col vincolo matrimoniale. Ebbe Tito cotal possesso sopra la sua passione, e sì a cuore il proprio onore, che arrivò a liberarsene, con farla ritornare al suo paese. Suetonio [509] attribuisce a Tito questa eroica azione dappoiché egli fu creato imperadore, laddove Dione [510] ne parla circa questi tempi. Ma aggiugnendo esso Dione che Berenice dopo la morte di Vespasiano ritornò a Roma, sperando allora di fare il suo colpo, e che ciò non ostante rimase delusa, si accorda facilmente l′asserzione dell′uno e dell′ altro storico.

Anno          di Cristo 77. Indizione V.

                   di Cleto papa 1.

                  di Vespasiano imperadore 9.

Consoli:     Flavio Vespasiano Augusto per la ottava volta,

                        Tito Flavio Cesare per la sesta.

Fu nelle calende di luglio conferito il consolato a Domiziauo Cesare per la sesta volta, ed a Gneo Giulio Agricola, cioè a quel medesimo di cui Cornelio Tacito, suo genero, ci ha lasciata la vita. Terminò in quest′anno Gaio Plinio Secondo [511] Veronese i suoi libri della Storia Naturale, e li dedicò a Tito Cesare, ch′egli nomina Console per la sesta volta, e dà a conoscere quanto amore quel buon principe avesse per lui, e quanta stima per gli suoi libri. S′è salvata dalle ingiurie de′ tempi quest′opera delle più insigni ed utili dell′antichità, perchè tesoro di grande erudizione; ma è da dolersi che sia pervenuta a noi alquanto difettosa, e che per la mancanza d′antichi codici non sia possibile il renderne più sicuro ed emendato il testo. Anche a′ tempi di Simmaco camminava scorretta questa istoria, siccome costa da una sua lettera ad Ausonio. Son periti altri libri di Plinio, ma non di tanta importanza come il suddetto. Abbiamo dalla Cronica di Eusebio [512], essere stata nell′anno presente, o pure nel seguente; sommamente afflitta Roma da una pestilenza così fiera, che per molti dì si contarono dieci mila persone morte per giorno: se pur merita fede strage di tanto eccesso. Ma questo flagello forse s′ha da riferire all′anno 80, regnando Tito. Verso questi tempi [513] bensì capitarono a Roma segretamente due filosofi cinici, che secondo il loro costume si faceano belli con dir male d′ognuno. Diogene s′appellava l′un d′essi, nome probabilmente da lui preso per assomigliarsi in tutto all′altro antico sì famoso che fu a′ tempi di Alessandro Magno. Costui perchè nel pubblico teatro, pieno di gran popolo, scaricò addosso a i Romani una buona tempesta d′ingiurie e di motti satirici, ebbe per ricompensa d′ordine de′ censori un sonante regalo di sferzate. L′altro fu Eras, che pensando di aggiustar la partita con sì tollerabil pagamento, più sconciamente sfogò la sua rabbia ed eloquenza canina contra de′ Romani, fors′anche non la perdonando a i principi. Gli fu mozzato il capo. Riferisce Dione [514], come un prodigio, che in un′osteria in una botte piena il vino tanto si gonfiò, che uscendo fuori, scorreva per la strada. Erano ben facili allora i Romani a spacciare de′ fatti falsi per veri, o a credere degli avvenimenti naturali per prodigiosi. Molti di tal fatta se ne raccontano di Vespasiano, ch′io tralascio, perchè o imposture, o semplicità di que′ tempi. E non ne inancano nella storia stessa di Tito Livio. A san Clemente martire si crede che in quest′anno succedesse Cleto nel pontificato romano.

Anno         di Cristo 78. Indizione VI.

                  di Cleto papa 1.

                 di Vespasiano imperadore 10.

Consoli      Lucio Ceionio Commodo,

                      Decimo Novio Prisco.

Son di parere alcuni che questo Lucio Ceionio console fosse avolo (se pur non fu padre) di Lucio Vero; che noi vedremo a suo tempo adottato da Adriano imperadore, ciò risultando da Giulio Capitolino [515]. Abbiamo da Tacito [516] che Gneo Giulio Agricola, stato console nell′anno precedente, fu inviato governatore della Bretagna in luogo di Giulio Frontino. Era Agricola uomo di rara prudenza ed onoratezza. Giunto che fu là, non lasciò indietro diligenza veruna per rimettere la buona disciplina fra le milizie, e per levar gli abusi de′ tempi addietro, per gli quali erano malcontenti que′ popoli, moderando le imposte, e compartendole con ordine: con che cessarono le avanie de′ ministri del fisco, e tornò la pace in quelle contrade. Eransi negli anni procedenti sottratti all′ubbidienza de′ Romani gli Ordovici nell′isola di Mona, creduta oggidì l′Anglesei. Agricola v′andò coll′armi, e guadagnata una vittoria, ridusse quelle genti alla primiera divozione. Forse fu in questi medesimi tempi [517] che si scoprì vivo Giulio Sabino, nobile della Gallia, che nell′anno 70 dell′era cristiana avea nel suo paese di Langres impugnate l′armi contra de′ Romani, e fatto ribellare quel popolo [518]. Sconfitto egli in una battaglia, ancorché potesse ricoverarsi fra i Barbari, pure pel singolare amore ch′egli portava a Peponilla sua moglie, chiamata da Tacito [519] Epponinaj e da Plutarco Empona, determinò di nascondersi in certe camere sotterranee di una sua casa in villa, con far correre voce di non esser più vivo. Licenziati pertanto i suoi servi e liberti, con dire di voler prendere il veleno, ne ritenne solamente due de′ più fidati. E perciocché gli premeva forte che fosse ben creduta da ognuno la propria morte, mandò ad accertarne la moglie stessa, la quale a tal nuova svenne, e stette tre dì senza voler prendere cibo. Ma per timore ch′ella in fatti fosse dietro ad accompagnare, colla vera sua morte la finta del marito, fece poi avvisarla del nascondiglio in cui si trovava, pregandola nondimeno a continuar a piagnerlo come già estinto. Andò ella dipoi a trovarlo la notte di tanto in tanto, e gli partorì anche due figliuoli (l′uno de′ quali Plutarco dice d′aver conosciuto), coprendo sì saggiamente la sua gravidanza e il suo parto, che niuno mai s′avvide del loro commerzio. Portò la disgrazia che dopo varj anni fu scoperto l′infelice Sabino, e condotto con la moglie a Roma. Per muovere Vespasiano a pietà, gli presentò Epponina i due suoi piccioli figliuoli, dicendo che gli avea partoriti in un sepolcro per aver molti che il supplicassero di grazia; ed aggiugnendo tali parole che mossero le lagrime a tutti, e fino allo stesso Vespasiano. Contuttociò Vespasiano li fece condennare amendue alla morte. Allora Epponina, saltando nelle furie, gli parlò arditamente, dicendogli, fra l′altre cose, che più volentieri avea sofferto di vivere in un sepolcro che di mirar lui imperadore. Non si sa perchè Vespasiano, che pur era la stessa bontà e tanti esempli avea dato finora di clemenza, procedesse qui con tanto rigore, se forse non irritò sì fattamente l′indiscreto parlare dell′irata donna, che dimenticò di essere quel ch′egli era. Attesta Plutarco che per questo rigor di giustizia, tuttoché l′unico di tutto l′imperio di Vespasiano, venne un grande sfregio al di lui buon nome; ed egli attribuisce a sì odioso fatto l′essersi dipoi in breve tempo estinta tutta la di lui casa. Non saprei dire se i poeti di questi ultimi tempi abbiano condotta mai sul teatro questa tragica avventura: ben so che un tale argomento vi farebbe bella comparsa, siccome stravagante e capace di muovere le lagrime oggidì, come pur fece allora.

Anno         di Cristo 79. Indizione VII.

                  di Cleto papa 3.

                       di Tito Flavio imperadore 1.

Consoli      Flavio Vespalsiano Augusto per la nona volta,

                      Tito Flavio Cesare per la settima.

Essendo in quest′anno, siccome dirò, mancato di vita Vespasiano Augusto, potrebbe darsi, secondo le conietture da me recate altrove [520], che nelle calende di luglio il consolato fosse conferito a Marco Tizio Frugi e a Tito Vinio, o Vinicio Giuliano. Pacificamente avea fin qui Vespasiano amministrato l′imperio, e meritava bene il saggio e dolce suo governo ch′egli non trovasse de′ nemici in casa. Tuttavia, o sia perchè la morte sola di Sabino, compianta da tutti, rendesse odioso questo principe, o pure perchè Tito destinato suo successore fosse, per quanto vedremo, poco amato; ovvero, come è più probabile, perchè non mancano nè mancheranno mai al mondo de′ pazzi e de gli scellerati: certo è che in quest′anno due de′ principali Romani tramarono una congiura contra di Vespasiano [521]. Questi furono Alieno Cecina, già stato console, ed Eprio Marcello, potenti in Roma, amati e beneficati da esso Augusto. Si credeva egli d′aver in essi due buoni amici, e non avea che due ingrati: vizio corrispondente ad altre loro pessime qualità. Venne scoperta la congiura: si trovò avervi mano molti soldati, e Tito Cesare ne fu assicurato da lettere scritte di lor pugno. Non volle esso Tito perdere tempo, perchè temeva che nella notte stessa scoppiasse la mina, e però fatto invitar Cecina seco a cena dopo essa il fece trucidar da i pretoriani senz′altro processo, Marcello, citato davanti al senato e convinto, allorché udì profferita contra di lui la sentenza di morte, colle proprie mani si tagliò con un rasoio la gola. Non potea negarsi che la risoluzion presa da Tito contra Cecina non fosse giusta, o almeno scusabile; contuttociò per cagion d′essa egli incorse nell′odio di molti. Dopo questa esecuzione sentendosi Vespasiano [522] alquanto incomodato nella salute per alcune febbrette, si fece portare alla sua villa paterna nel territorio di Rieti, siccome era solito nella state. In quelle parti v′erano l′acque Cutilie, sommamente fredde, da Strabone e da Plinio chiamate utili a curar varj mali. Riuscirono queste perniciose non poco, o per la lor natura, o pel troppo berne, a Vespasiano, di maniera che gl′indebolirono forte lo stomaco, e gli suscitarono una molesta diarrea. Era egli principe faceto, e da che cominciò a sentir quelle febbri, ridendo e burlandosi del superstizioso ed empio rito de′ suoi tempi, ne′ quali si deificavano dopo morte gl′imperadori, disse: Pare ch′io incominci a diventar Dio. Erasi anche veduta poco innanzi una cometa, e parlandone in sua presenza alcuni: oh, disse, questa non parìa per me. Quella sua chioma minaccia il re de′ Parti che porta la capigliatura. Quanto a me, son calvo. E perciocché non ostante l′infermità sua egli seguitava ad operar come prima, attendendo a gli affari dell′imperio, e dando udienza a i deputati delle città, (del che era ripreso da i medici e da i familiari) rispose: Un imperadore ha da morire stando in piedi. Morì egli in fatti, conservando sempre il medesimo coraggio, nel dì 23, o 24 di giugno, in età di settanta anni, e non già per male di podagra, come alcuni pensarono; molto meno per veleno, che taluno falsamente [523], e fra gli altri Adriano imperadore, disse a lui dato in un convito da Tito suo figliuolo, principe in cui non potè mai cadere un sì nero sospetto. Si fecero poscia i suoi funerali colla pompa consueta, e gli fu dato il titolo di Divo. Da Suetonio [524] si raccoglie che a tali esequie intervenivano anche i mimi, o sia i buffoni, ballando, atteggiando ed imitando i gesti, la figura e il parlare del defunto imperadore. Il capo de′ mimi, che in questa occasione rappresentava la persona di Vespasiano, probabilmenle colla maschera simile al di lui volto, volendo esprimere l′avarizia a lui attribuita, dimandò a i ministri dell′erario, quanto costava quel funerale. Dissero: Ducento cinquanta mila scudi. Ed egli: Datemene solo ducento cinquanta, e gittatemi nel fiume. Gran disavventura si credeva allora il restar senza sepoltura, ma per un po′ di guadagno, secondo costui, si sarebbe contentato Vespasiano di restarne privo.

Era già suo collega nell′imperio, cioè nel comando dell′armi e nella tribunizia podestà, Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare, suo primogenito, e però bisogno non ebbe di maneggi per acquistare una dignità di cui egli già buona parte godeva, e di cui anche il padre l′avea dichiarato erede nel suo testamento. Prese bensì il titolo d′Augusto, indicante la suprema podestà, e quello di Pontefice Massimo; e dal senato gli fu conferito il glorioso nome di Padre della Patria, come apparisce dalle sue medaglie. Per testimonianza di Suetonio [525], egli era nato in Roma nell′anno 41 dell′epoca nostra, in cui Caligola imperadore fu ucciso. Siccome suo padre in que′ tempi si trovava in molto bassa fortuna, così Tito nacque vicino al Settizonio vecchio, entro una brutta casuccia, in una camera stretta e scura, che si mostrava anche ai tempi del suddetto Suetonio per una rarità. Fanciullo fu messo alla corte, probabilmente per paggio, al servigio di Britannico, figliuolo di Claudio imperadore, e con esso lui allevato, studiando seco, e sotto i medesimi maestri, le lettere e le arti cavalleresche.

Tanta era la familiarità d′esso lui con Britannico, che in occasion del veleno dato a quell′infelice principe ne toccò anche a lui un poco, per cui soffrì una grave malattia. Divenuto poi imperadore, mostrò la sua riconoscenza ad esso Britannico, con fargli ergere due statue, l′una dorata e l′altra equestre d′avorio. Giovanetto di alta statura, di gran robustezza, di volto avvenente ed insieme maestoso, con facilità imparò l′arti della guerra e della pace, peritissimo sopra tutto in maneggiar armi e cavalli. Egregiamente parlava il latino e il greco linguaggio, sapea far delle belle orazioni, sapea di musica, e tal possesso avea in far versi, che anche fra gl′improvvisatori facea bella figura. L′imitare gli altrui caratteri gli era facilissimo, e scherzando dicea ch′egli avrebbe potuto esseve un gran falsario. Fece dipoi col padre varie campagne nelle guerre della Germania e Bretagna, e poscia nella Giudea, siccome di sopra fu detto, lasciando segni di prudenza e di valore in ogni occasione, e comperandosi dapertutto l′affetto delle milizie. Mirabile spezialmente era in lui l′arte di farsi amare, parte a lui venuta dalla natura, e parte acquistata colla saggia sua accortezza, perchè in lui si trovava unita un′aria dolce e una rara bontà verso tutti, con affabilità popolare ed insieme con gravità, che guadagnava i cuori e nello stesso tempo esigeva il rispetto d′ognuno. Ebbe per prima sua moglie Arricidia Tertulla, figliuola d′un prefetto del pretorio. Morta questa; sposò Marcia Furnilla di nobilissimo casato; ma dopo averne avuto una figliuola, nomata Giulia Sabina, di cui parleremo a suo luogo, la ripudiò. In tale stato era Tito, allorché succedette al padre Augusto nel governo della repubblica romana, ma non senza difetti, la menzion de′ quali io riserbo all′anno seguente. Nel presente si crede [526] che avvenisse la morte di Plinio il vecchio, celebre scrittore di questi tempi, intorno alla cui patria hanno disputato Verona e Como. Nel primo dì di novembre cominciò spaventosamente il monte Vesuvio a fumare [527], a gittar fiamme, pietre e ceneri che empievano tutti i luoghi circonvicini. Plinio seniore, che si trovava allora a Miseno, comandante di quella flotta, portato dal suo incessante studio delle cose naturali, sopra una galea si fece condurre sino a Castell′a mare di Stabia, per essere più vicino a contemplare il terribile sfogo di quel monte; ed ancorché vedesse le genti scappare dalla parte del mare, per non essere colte dal torrente del fuoco o de i sassi, pure si fermò quivi la notte. Allorché volle anch′egli fuggire, non gli fu permesso dal mare ch′era in fortuna. Sicché soffocato dall′odore dello zolfo e dall′aria ingrossata da quelle esalazioni, lasciò ivi la vita. Plinio Secondo il giovane, Comasco, suo nipote, e da lui adottato per figliuolo, uomo non men dello zio dotato di maraviglioso ingegno, che soggiornava allora a′ Miseno, corse anch′egli pericolo della vita in quel brutto frangente, ma ebbe tempo da ridursi in salvo.

Anno       di Cristo 80. Indizione VIII.

                di Cleto papa 4.

                      di Tito Flavio imperadore 2.

Consoli     Flavio Augusto per l′ottava volta.

                     Domiziano Cesare per la settima.

Con tutte le belle e plausibili prerogative, colle quali Tito arrivò al trono imperiale, non si vuol dissimulare ciò che scrive di lui Suetonio [528], cioè aver egli somministrata occasione a molti del popolo romano di credere ch′egli nel governo avesse da riuscire un cattivo principe, anzi un altro Nerone. Si perdeva egli talvolta nelle gozzoviglie co′ suoi amici dal buon tempo, stando a tavola sino a mezza notte: dal che si guardavano allora i saggi Romani. Recava loro pena il parere ch′egli fosse immerso nella libidine anche più abbominevole, stante la qualità delle persone della sua corte, e l′esser egli stato sì sconciamente invaghito della regina Berenice. Temevasi in oltre di trovare in lui un principe a cui più del dovere piacesse la roba altrui, sapendosi che prendeva regali anche nell′amministrazion della giustizia. Ma dopo la morte del padre cessarono tutti questi sospetti. Tito con istupore e piacer d′ognuno comparve tutt′altro, scoprendosi esente da ogni vizio, e solamente fornito di eccellenti virtù, di maniera che si convertirono in lode sua tutti i conceputi timori di lui. Licenziò tosto dalla sua corte qualunque persona che dar potesse scandalo, ed elesse amici di gran senno e proprietà, tali che anche i susseguenti principi se ne servirono come di strumenti utili o necessarj al buon governo. Tornò a Roma la regina Berenice, figurandosi che potendo ora Tito far tutto, molto anch′ella potrebbe sopra di lui. Se ne sbrigò egli, e rimandolla alle sue contrade. I conviti, a i quali invitava or l′uno or l′altro de′ senatori e de′ nobili, erano allegri, ma senza profusione od eccesso. Più non si osservò in lui ruggine d′avarizia; mai non tolse ad alcuno il suo, e ne pur ammetteva i regali soliti a darsi dalle Provincie, città ed università a gli Augusti. E pur niuno d′essi imperadori gli andò innanzi nella munificenza e magnificenza. Imperciocché in quest′anno egli dedicò l′anfiteatro [529], appellato oggi il Colosseo, stupenda mole, incominciata, per quanto si crede, da Vespasiano suo padre, e da lui perfezionata. Nulla più fa intendere qual fosse la potenza e splendidezza de gli antichi Augusti, quanto i pezzi che restano tuttavia di quel superbo edifizio. Fabbricò eziandio le terme, o sia bagni pubblici, presso al medesimo anfiteatro, le cui vestigia per ora si mirano circa la chiesa di san Pietro in Vincula, per attestato del Nardino, del Donato e d′altri. Ed allorché si fece la dedicazion di tali fabbriche, cioè quando si misero all′uso pubblico, Tito solennizzò la funzione con maravigliosi e magnifici spettacoli, descritti da Dione [530]. Si fecero combattimenti navali, giuochi di gladiatori, caccia di fiere, cinque mila delle quali furono uccise nell′anfiteatro in un sol dì, e quattro altre migliaia ne′ susseguenti giorni. Nè vi mancarono i giuochi circensi e una gran profusione di doni al popolo. Durarono cento di così allegre e dispendiose feste.

L′incendio del Vesuvio, di sopra da me accennato, che fu de′ più terribili che mai si sieno provati, avea portata la rovina e notabili danni alle città e terre della Campania. Tito inviò colà due senatori, già stati consoli, con buone somme di danaro, acciocché si rimettessero in piedi le fabbriche. Per tali spese assegnò ancora i beni di tutti coloro che erano morti senza eredi, benché secondo le leggi que′ beni appartenessero al suo fisco. Ed egli stesso colà si portò, non tanto per mirar la desolazion de′ luoghi, quanto per affrettarne il sollievo. Ma a questa disgrazia ne tenne dietro un′altra non meno spaventosa e lagrimevole. Attaccatosi il fuoco in Roma, vi consumò il Campidoglio, il tempio di Giove Capitolino, il Pantheon, i templi di Serapide e d′Iside, siccome quel di Nettuno ed altri, il teatro di Balbo e di Pompeo, il palazzo d′Augusto colla biblioteca, e molti altri pubblici edifizj. Sì ampia fu la strage delle fabbriche, che fu creduto quell′incendio non operazion de gli uomini, ma gastigo mandato da Dio. Se ne afflisse sommamente Tito, protestando nondimeno che a lui come principe apparteneva il risarcimento di tante fabbriche del pubblico. In fatti a questo fine alienò tutti i più preziosi mobili de′ suoi palazzi, e quantunque molti particolari, e varie città, e alcuni de i re sudditi gli offerissero, o promettessero di molto danaro per quel bisogno, non volle che alcuno si scomodasse, riserbando tutte quelle spese alla propria borsa. Dopo sì fiero incendio succedette in Roma un′atrocissima peste, di cui parlano Suetonio e Dione, e che, secondo Aurelio Vittore [531], fu delle più micidiali che mai si provassero in quella città, e se ne diede la colpa alle esalazioni del Vesuvio. Dubito io, questa essere la medesima che di sopra all′anno 77 fu riferita da Eusebio, e però collocata fuor di sito, cioè sotto l′imperio di Vespasiano, La fece Tito da padre in sì funeste circostanze, consolando il popolo con frequenti editti, ed aiutandolo in quante maniere gli fu mai possibile. Certo inesplicabile fu l′amore ch′egli portava ad ognuno, e la bontà sua e la premura di far del bene a tutti. Era lecito ad ognuno l′andare all′udienza sua, ed ognuno ne riportava o consolazione o speranza. E perchè i suoi dimestici non approvavano ch′egli promettesse sempre, perchè non sempre poi poteva mantener la parola, rispondeva, non doversi permettere che alcuno mai si parta malcontento dall′udienza del principe suo. Tanta era in somma l′inclinazion sua a far de i benefizj, che sovvenendogli una notte, mentre cenava, di non averne fatto vermio in quel dì, sospirando disse quelle sì celebri e decantate parole [532]: Amici, io ho perduta questa giornata. Giunse, a tanto questa sua benignità e amorevolezza, che nel poco tempo ch′egli regnò, a niuno per impulso o per ordine suo tolta fu la vita. Diceva di amar più tosto di perir egli, che di far perire altrui. In effetto, ancorché si venisse a sapere che due de′ principali Romani faceano brighe e congiure per arrivar all′imperio, e ne fossero essi anche convinti; pure non altro egli fece se non esortarli a desistere, dicendo che il principato vien da Dio, nè si acquista colle scelleraggini: e che se desideravano qualche bene da lui, prometteva di farlo [533]. Dopo di che, per timore che la madre d′uno di questi senatori si trovasse in grandi affanni, le spedì de i corrieri, acciocché l′assicurassero che suo figliuolo era salvo. In oltre la notte stessa tenne seco a cena questi due personaggi, e nel dì seguente li volle allo spettacolo de′ gladiatori a′ suoi fianchi. Allora fu che, portate a lui le spade di que′ combattenti, come era il costume, le diede in mano ad amenduni, acciocché osservassero se erano taglienti, per far loro tacitamente conoscere che più non dubitava della loro fedeltà. Ma ciò che sopra ogni altra cosa gli conciliò l′amore d′ognuno, fu l′aver egli levato via. l′insoffribil abuso introdotto sotto i precedenti cattivi imperadori, cioè che a qualsivoglia persona era permesso l′accusare altrui d′avere sparlato del principe, o d′avergli mancato di rispetto: il che era delitto di lesa maestà. Una licenza sì fatta teneva tutti sempre in un′apprensione e schiavitù incredibile. Tito ordinò a i magistrati che non ammettessero più sì fatte accuse, ed egli stesso perseguitò vivamente la mala razza di cotali accusatori, facendoli battere, o mettere in ischiavitù, o pure esiliandoli. Soleva perciò dire: Non credo che mi si possa fare ingiuria, perchè non opero cosa di cui con giustizia io possa essere biasimato. Che se pur taluno ingiustamente mi biasima, egli fa ingiuria più a sè che a me: ed io in vece d′adirarmi contra di lui, ho d′aver compassione della sua cecità. E se talun dice male de′ miei predecessori con ingiustizia, quando sia vero che questi abbiano il potere che loro s′attribuisce nell′averli deificati, sapran ben essi vendicarsene senza di me. Fece parimente questo buon principe circa questi tempi selciar di nuovo la via Flaminia che da Roma conduceva a Rimini. Ed Agricola [534] ontinuando la guerra in Bretagna, stese i confini romani sin verso la Scozia, fondando ivi castelli e fortezze, per mettervi delle guarnigioni.

 Anno       di Cristo 81. indizione IX.

                 di Cleto papa 5.

                      di Domiziano imperadore 1.

Consoli    Lucio Flavio Silva Nonio Basso,

                     sinio Pollione Verrugoso.

Tali furono i nomi de′ consoli di quest′anno, come apparisce dall′iscrizione rapportata da monsignor Bianchini e da me [535]. Ma in un′altra iscrizione da me data alla luce il primo console è appellato Lucio Flavio Silvano. Di lagrime e sospiri abbondò Roma in quest′anno. Un ottimo principe oramai la governava, che amava tutti come figliuoli, comunemente ancora amato da ognuno, e che perciò avea conseguito un titolo non prima nè poi dato ad alcun altro de′ romani imperadori, cioè era chiamato [536] la delizia del genere umano. O sia ch′egli non si sentisse ben di salute, o che qualche cattivo presagio gli facesse apprendere vicina la morte, perciocché non si può dire quanto i Romani d′allora fossero superstiziosi, e da i varj accidenti vanamente deducessero i buoni o tristi successi dell′avvenire, o pur badassero a gli strologhi; fuor di dubbio è che Tito Augusto nulla operò in quest′anno di singolare. Si fecero de gli spettacoli, e vi assistè, ma nel fin d′essi fu veduto piagnere. Comparve ancora in quest′anno nell′Asia un furbo appellato Terenzio Massimo, che si facea credere Nerone Augusto [537] già morto, e ben accolto da Artabano re de′ Parti. Anzi parea che quel barbaro re si preparasse per muovere guerra a Tito, con pretendere di rimettere sul trono un sì fatto impostore. Se Tito se ne mettesse pensiero, non è a noi noto. Volle egli, venuta la state, portarsi alla casa paterna nel territorio di Rieti, e malenconico più dei solito uscì di Roma, perchè nel voler sagrificare era fuggita la vittima di mano al sacerdote, ed essendo tempo sereno, s′era sentito il tuono. Alloggiato la sera in non so qual luogo, gli venne la febbre. Posto in lettiga, continuò il viaggio, e come già fosse certo che quell′era l′ultima sua malattia, fu veduto tirar le cortine e mirare il cielo, e dolersi perchè in età sì immatura egli avesse da perdere la vita, giacché egli non sapea di aver commessa azione alcuna di cui si avesse a pentire, fuorché una sola. Qual fosse questa, non si potè mai sapere di certo, quantunque molte dicerie ne fossero fatte. Dione [538] con più fondamento riferisce ciò al tempo in cui vide disperata la sua salute. Arrivato alla villa paterna, dove il padre avea terminata la sua vita, anch′egli, crescendo il male, vi trovò la morte. Siccome in casi tali avviene, ognun disse la sua. Per quanto scrive Plutarco [539], i suoi medici attribuirono la cagion di sua morte a i bagni, a′ quali s′era talmente avvezzato, che non potea prendere cibo la mattina se prima non s′era portato al bagno. Forse. L′acque fredde della Sabina gli nocquero. Anche un certo Regolo, che con esso lui si bagnò nello stesso giorno, fu sorpreso da un colpo di apoplessia, per cui morì. Altri pretesero [540] che Domiziano suo fratello il levasse dal mondo col veleno, perchè più volte anche prima gli avea insidiata la vita ed altri [541], che veramente egli mancasse di malattia naturale. Aggiugne Dione che Domiziano, allorché Tito era malato e potea forse riaversi, il fece mettere in un cassone pieno di neve, non so, se col pretesto di rinfrescarlo, o di ottener quelli effetto che oggidì alcuni medici pretendono, con dar acque agghiacciate nelle febbri acute, ma con vero disegno di farlo morire più presto. Quel che è certo, non era per anche morto Tito che Domiziano corse a Roma, guadagnò i soldati del pretorio, e si fece proclamar imperadore colla promessa di quel donativo che Tito avea lor dato nella sua assunzione all′imperio.

Tale fu il fine di questo amabile imperadore, mancato di vita nel dì 13 di settembre [542], e nell′anno quarantunesimo dell′età sua, dopo avere per poco più di due anni e due mesi tenuto l′imperio. Credettero alcuni politici d′allora che fosse vantaggioso per lui l′essere tolto di vita giovane, siccome fu ad Augusto l′essere morto vecchio. Perciocché Augusto sul principio del suo governo fu costretto, per la moltitudine de′ suoi nemici e delle frequenti sedizioni a commettere non poche azioni crudeli et odiose, ed ebbe poi bisogno di gran tempo, se volle guadagnarsi il pubblico amore a forza di benefizj, per gli quali morì glorioso. All′incontro meglio fu per Tito il mancar di buon′ora, cioè in tempo ch′egli già era in possesso dell′amore d′ognuno, perchè correa pericolo, se fosse più lungamente vivuto, d′essere astretto a far cose che gliel facessero perdere. Volata a Roma la nuova di sua morte, fu per sì gran perdita inesplicabile il dolore di quel popolo, parendo ad ognuno di aver perduto un figliuolo, o pure il padre. Altrettanto avvenne per le provincie romane. I senatori, senza essere chiamati da i consoli o dal pretore, corsero alla curia, ed aperte le porte, diedero più lodi a lui morto, di quel che avessero fatto a lui vivo. Portato a Roma il suo cadavero, fecegli fare Domiziano il funerale, e registrarlo nel catalogo de gli Dii, ma senz′alcun altro de gli onori che Roma Gentile soleva accordare a gli altri imperadori, come di giuochi annuali, templi e sacerdoti, per eternare la loro memoria. Fin qui Flavio Domiziano altro titolo non avea goduto che quello di Cesare [543] e di Principe della Gioventù. Appena prese le redini del governo, che, siccome persona gonfia di vanità ed ambizione, volle dal senato tutti i titoli ed onori che altri imperadori partitamente aveano ricevuto, cioè quelli d′imperadore,  d′Augusto, di Pontefice Massimo, di Censore e di ornato della Tribunizia Podestà. Le medaglie ancora ci assicurano che non tardò punto a voler anche il bel nome di Padre della Patria. Qual fosse il merito suo, quali i suoi pregi, lo vedremo all′anno seguente. Egli era nato nell′anno cinquantesimo dell′era nostra, e però cominciò il suo reggimento in età giovanile, e diede il titolo d′Augusta a Domizia sua moglie.

Anno        di Cristo 82. Indizione X.

                 di Cleto papa 6.

                     di Domiziano imperadore 2.

Consoli:   Flavio Domiziano Augusto per l′ottava volta,

                     Tito Flavio Sabino.

Era questo Sabino, console, cugino carnale di Domiziano, perchè figliuolo di Tito Flavio Sabino, fratello di Vespasiano e prefetto di Roma, da noi veduto ucciso ne gli ultimi giorni di Vitellio Augusto. Avea già dato principio Domiziano imperadore al suo governo non diversamente da alcuni suoi predecessori, buoni sulle prime, e nel progresso del tempo d′ogni crudeltà e scelleraggini macchiati [544]. Salito sul tribunale, posto in piazza, bene spesso ascoltava e decideva giudiciosamente e giustamente le liti. Cassò molte sentenze date da i giudici con indebita parzialità, dichiarando infami quei d′essi che si scoprivano aver preso danaro per vendere la giustizia [545]. Tanta attenzione ebbe egli anche nel resto de′ suoi anni all′amministrazione d′essa giustizia non solo in Roma, ma anche nelle provincie, che, per attestato di Suetonio, non si videro mai in tutto l′imperio romano i governatori e magistrati sì modesti, e giusti come sotto di lui. E perchè questi dopo la sua morte lasciarono la briglia alla loro malnata avidità di far danaro, furono poi per la maggior parte condennati e puniti. Come censore perpetuo fece ancora alcune belle provvisioni. Volle ne′ teatri distinti dalla plebe i sedili de′ cavalieri. Abolì le pasquinate e i libelli famosi pubblicati contro l′onore de′ nobili dell′uno e dell′altro sesso, gastigandone gli autori, se venivano a scoprirsi. Cacciò dal senato Cecilio Rufino questore, perchè si dilettava di far il buffone e il ballerino. Alle pubbliche meretrici vietò l′uso della lettiga, e il poter conseguire eredità e legati. Levò dal ruolo de′ giudici un cavaliere romano, perchè dopo avere accusata di adulterio e ripudiata la moglie, l′′avea dipoi ripigliata. Secondo la legge Statinia condennò alcuni de′ senatori e cavalieri per la loro impudicizia. Nè il padre, nè il fratello di lui aveano presa cura de gli adulterj delle vergini Vestali, le quali, come ognun sa, venivano obbligate a conservar la virginità. Rigorosamente volle egli, siccome pontefice massimo, che si eseguisse contra di loro la pena capitale prescritta dalle leggi, nè risparmiò i dovuti gastighi o d′esilio o di morte a i complici de i lor falli. Parve [546] parimente ne′ principj del suo governo ch′egli abborrisse il levar la vita a gli uomini, nè fosse punto avido della roba altrui. Anzi inclinava egli molto alla liberalità, e ne diede de i gran saggi verso tutti i suoi cortigiani, parenti ed amici, loro poscia severamente incaricando di guardarsi da ogni sordida azione per far danaro. Le eredità a lui lasciate da chi avea figliuoli, le ricusò. Molte terre decadute al fisco, restituì a i padroni di esse. Decretò l′esilio a quegli accusatori che non provavano le lor denunzie ed accuse. Molto più aspramente trattò coloro che intentavano processi calunniosi di contrabandi in favore del fisco; imperocché egli diceva: Chi non gastiga i falsi accusatori, anima essi ed altri a questo iniquo mestiere. Non fu minore la sua magnificenza nel rifare il Campidoglio: che fu mirabil cosa, perchè, secondo la testimonianza di Plutarco [547], nelle sole dorature egli v′impiegò dodici mila talenti, il che era un nulla rispetto alle spese fatte nell′adornare il proprio palazzo. Rifabbricò eziandio varj templi bruciati sotto Tito Augusto, mettendovi il suo nome, e non già quello de′ primieri autori. Fece di pianta il tempio della famiglia Flavia, lo stadio per gli atleti, l′odeo per le gare de′ musici, e la naumachia per gli combattimenti navali. Marziale poeta di questi tempi, sfacciato adulatore di Domiziano, esalta alle stelle tutte queste sue fabbriche ed ogni altra sua azione. Ora quanto s′è detto fin qui potrà far credere a i lettori che Domiziano comparisse figliuolo ben degno di un Vespasiano, e fratello d′un Tito, principi che aveano restituito il suo splendore a Roma e all′imperio romano. Ma noi non tarderemo a vederlo indegno lor figlio e fratello, e tiranno, non signore di Roma. Prese egli in quest′anno il titolo d′Imperadore per la terza volta, a cagione, per quanto si crede, di qualche vittoria riportata da Giulio Agricola nella Bretagna. Colà s′inoltrò cotanto quel valente capitano coll′armi romane, che arrivò sino a i confini dell′Irlanda [548].

Anno       di Cristo 83. Indizione XI.

                di Anacleto papa i.

                di Domiziano imperadore 3.

Consoli     Flavio Domiziano Augusto per la nona volta,

                     Quinto Petillio Rufo per la seconda.

A Quinto Petilio fu sustituito nel consolato, per quanto si crede, Gaio Valerio Messalino. In quest′anno la storia ecclesiastica riferisce la morte di san Cleto papa, che col suo sangue illustrò la religione di Cristo. A lui succedette nella cattedra di san Pietro, Anacleto. Durava tuttavia la guerra nella Bretagna. Giulio Agricola, comandante dell′armi romane in quelle parti [549] riportò un′insigne vittoria nella Scozia contra di que′ popoli. Aveano i Romani trasportato in quella grande isola un reggimento di Tedeschi. Costoro non volendo più militare in quelle parti, fatta una congiura, uccisero il loro tribuno, i centurioni ed alcuni soldati romani, ed imbarcatisi in tre bregantini, si diedero alla fuga. Il piloto d′essi legni seppe far tanto, che ricondusse il suo all′armata romana. Gli altri due fecero il giro della Bretagna, e dopo una fiera fame patita, per cui mangiarono i più deboli, giacché non poteano approdare ad alcun sito d′essa Bretagna, per essere considerati quai nemici, andarono poi a naufragar nelle coste della Germania bassa. Quivi da i corsari Suevi e Frisoni furono presi e venduti come schiavi. Perchè alcuni d′essi capitarono nelle terre del romano imperio, perciò allora solamente vennero a conoscere i Romani che la Bretagna era un′isola, e non già terra ferma, come per la poca pratica aveano fin allora molti creduto. Intanto Domiziano teneva allegro il popolo romano [550] con de i magnifici e dispendiosi spettacoli, non solamente nell′anfiteatro, ma anche nel circo, dove si videro corse di carrette, combattimenti a cavallo e a piedi, siccome ancora caccie di fiere, battaglie di gladiatori in tempo di notte a lume di fiaccole [551]; dando nel medesimo spettacolo cena, o almeno vino al popolo spettatore. Vidersi ancora zuffe d′uomini, ed anche donne combattere con le fiere, o fra loro. Mirabili altresì furono i combattimenti navali fatti nell′anfiteatro, o pure in un lago, cavato a mano, in vicinanza del Tevere. Probabilmente a varj anni son da attribuire sì fatti spettacoli, benché da Suetonio e da me accennati tutti in un fiato.

Anno        di Cristo 84. Indizione XII.

                 di Anacleto papa 2.

                di Domiziano imperadore 4.

Consoli    Flavio Domiziano Augusto per la decima volta,

                Sabino.

Non ho io dato alcun prenome e nome a questo Sabino console, perchè intorno a ciò nulla v′ha di certo. Da Giordano [552], che altri sogliono chiamar Giornande, egli vien appellato Poppeo Sabino. Parve probabile al cardinal Noris [553] che il suo nome fosse Gaio Oppio Sabino. Ma in un′iscrizione riferita dal Cupero (non so di qual peso) a Domiziano per la decima volta Console vien dato per collega Tito Aurelio Sabino. Noi bensì vedremo un console dell′anno seguente, appellato Tito Aurelio. In tale incertezza ho io ritenuto solamente il di lui cognome, di cui non ci lasciano dubitare i Fasti antichi. Quantunque non si sappia di certo l′anno in cui Domiziano andò alla guerra in Germania, pure, seguendo la traccia delle medaglie [554], reputo più verisimile il parlarne nel presente. Erano confinanti i Romani co i Catti, popolo, per attestato di Tacito [555], il più prudente e meglio disciplinato che s′avesse la Germania, creduto oggidì quel d′Hassia e Turingia. Domiziano, siccome sommamente vano ed ambizioso di gloria, determinò di marciar egli in persona contra d′essi [556], perchè aveano cacciato Gariomero re de′ Gherusci dal suo dominio, a cagion dell′amicizia ch′egli professava a i Romani. Andò questo gran campione, assai persuaso che il suo solo nome avesse da sbigottir que′ popoli; e forse fu allora che, per quanto abbiam da Frontino [557], egli mostrò di portarsi nelle Gallie ad oggetto unicamente di fare il censo di quelle provincie. Ma giunto colà, all′improvviso passò coll′esercito Reno, e a bandiere spiegate andò contro a i Catti. Se volessimo credere a gli adulatori poeti, un de′ quali era allora Publio Stazio Papinio [558], egli domò la fierezza di que′ Barbari, e mise in pace i vicini. Ma non si sa ch′egli desse loro battaglia alcuna, e probabilmente altro non fece che ridurli ad un trattato di pace, con rovinar intanto i popoli suoi sudditi di là dal Reno. Contuttociò, come s′egli avesse compiuta una segnalata impresa, sparse voce di vittorie riportate, e tutto gonfio del suo mirabil valore se ne tornò a Roma per godere del trionfo, che il senato sulla di lui parola gli accordò. Nelle medaglie di quest′anno si truova più volte coniato il tipo della Vittoria, segno di questi pretesi vantaggi nella guerra Germanica, per cui cominciò egli ad usare il titolo di Germanico, e si fece proclamar imperadore sino alla nona volta. Può nondimeno essere che contribuissero alla gloria di Domiziano anche le prodezze di Giulio Agricola nella Bretagna. Imperciocché, per quanto si può conghietturare [559], nell′anno presente quel saggio ufiziale sottopose al romano imperio le isole Orcadi ed altri paesi in quelle parti. Di questi felici successi diede egli di mano in mano avviso a Domiziano. Qual ricompensa ne ricavasse, lo diremo all′anno seguente.

Anno        di Cristo. 85. Indizione XIII.

                 di Anacleto papa 3.

                      di Domiziano imperadore 5.

Consoli     Flavio Domiziano Augusto per l′undecima volta,

                     Tito Aurelio Fulvo, o Fulvio.

Questo Tito Aurelio console, per attestato di Capitolino [560], fu avolo paterno di Antonino Pio Augusto. Che solamente nell′anno presente Domiziano solennizzasse il suo trionfo, per aver ridotti a dovere i popoli Catti, si può facilmente dedurlo dalle monete o medaglie d′allora [561], nelle quali ancora con isfacciata adulazione si legge Germania capta, quasiché a questo bravo imperadore, il qual forse nè pure fu a fronte de′ nemici, riuscito fosse di conquistar l′intera Germania. - Però da lì innanzi egli costumò di andare al senato in abito trionfale. Son di parere alcuni [562] che egli nello stesso tempo trionfasse de i Quadi, Daci, Ceti e Sarmati. Ma, per quanto sembra indicare Suetonio [563], diverse furono quelle guerre, diversi i trionfi. Egli spontaneamente fece la prima spedizione contro ai Catti, e l′altre per necessità. Però ne parleremo andando innanzi. L′avviso delle vittorie riportate da Agricola fu ricevuto da Domiziano con singolare allegrezza in apparenza [564]; perchè internamente gli rodeva il cuore che vi fosse altra persona che lui creduta valorosa, e da invidioso riputava perdita sua le glorie altrui. Perciò quantunque, per coprire lo scontento suo, gli facesse decretar dal senato gli ornamenti trionfali, una statua e gli altri onori de′ quali fosse capace una privata persona, dappoiché si riserbavano a i soli imperadori i trionfi, pure determinò di richiamarlo a Roma, indorando questa pillola col far correr voce di volergli conferire il governo riguardevole della Siria, o sia della Soria, giacché era mancato di vita Atilio Rufo, governatore di quella provincia. Fu detto ancora che gliene inviasse la patente portata da un suo liberto, ma con ordine di consegnargliela solamente allorché Agricola non fosse partito per anche dalla Bretagna; perché dovea Domiziano temere eh′egli non volesse muoversi se prima non riceveva la sicurezza di qualche migliore impiego. Ma il liberto avendo trovato che Agricola, dopo aver consegnata la provincia tutta in pace al suo successore, cioè a Sallustio Lucullo, era già venuto nella Gallia, senza nè pur lasciarsi vedere da lui, se ne ritornò a Roma, portando seco la non presentata patente. Entrò in Roma Agricola in tempo di notte, per ischivare lo strepito di molti suoi amici che voleano uscire ad incontrarlo, e si portò a salutar Domiziano, da cui fu accolto con della freddezza. Da ciò intese egli ciò che potea sperare da un tale imperadore; e rimasto senza impiego, si diede poscia ad una vita ritirata e privata. Non mancò in corte chi animò Domiziano a fargli del male, accusando e calunniando un sì degno personaggio, prima ch′egli giugnesse a Roma; ma non avea peranche Domiziano dato luogo in suo cuore alla crudeltà, di cui parlerò a suo tempo; e la moderazione e prudenza d′Agricola ebbero tal fortuna ch′egli poi giunse naturalmente alla morte, senza riceverla dalle mani altrui. Abbiamo da Tacito [565] , che dopo l′arrivo di esso Agricola a Roma, gli eserciti romani nella Mesia, nella Dacia, nella Germania e nella Pannonia, o per la temerità o per la codardia de′ generali, furono sconfitti; e che vi rimasero o trucidati o presi moltissimi ufiziali di credito colle lor compagnie, di maniera che non solamente si perdè alquanto de′confini del romano imperio, ma si dubitò infino di perdere i luoghi forti, dove soleano star le milizie romane a′ quartieri d′inverno. Tali disavventure nondimeno si può credere che succedessero in varj anni, nè a noi resta luogo di distribuirle con sicurezza secondo i lor tempi, perchè son periti gli annali antichi, e Suetonio e Dione, secondo il loro uso, contenti di riferir le azioni de gli antichi Augusti, poca cura si presero della cronologia.

Anno      di Cristo 86. Indizione XIV.

                           di Anacleto papa 4

                     di Domiziano imperadore 6.

Consoli    Flavio Domiziano Augusto per la dodicesima volta.

                    Servio Cornelio Dolabella Metiliano Pompeo Margello.

Tutti questi cognomi ho io dato al secondo de′ consoli, seguendo un′iscrizione da me [566] pubblicata, e creduta spettante al medesimo personaggio. Abbiamo da Giulio Capitolino [567] che in quest′anno venne alla luce Antonino Pio, il quale vedremo, andando innanzi, imperadore. E in questi tempi ancora, siccome scrive Censorino [568], Domiziano istituì in Roma i giuochi capitolini, i quali continuarono dipoi a celebrarsi ad ogni quarto anno a guisa de′ giuochi olimpici della Grecia. Si solennizzavano in onore di Giove Capitolino. Per testimonianza di Suetonio [569], in que′ giuochi varie erano le gare e contese de i professori dell′arti. Chi più de gli altri piaceva nel suo mestiere, ne riportava in premio una corona. Faceano un giorno le lor forze gli atleti; un altro dì i cantori e sonatori, un′altro gl′istrioni o commedianti. V′era anche il giorno destinato per gli poeti, e il suo per chi recitava prose in greco o latino. Stazio Papinio poeta [570] recitò allora al popolo una parte della sua Tebaide, che non piacque, e in confronto di lui furono coronati altri poeti. Vi si videro ancora, non senza dispiacere, de′ buoni fanciulle pubblicamente gareggiare nel corso. Come pontefice massimo presedeva a questi giuochi Domiziano, vestito alla greca, portando in capo una corona d′oro, perchè i sacerdoti costumavano nelle lor funzioni di andar coronati. Abbiamo da Dione [571] e da Suetonio [572] che Domiziano, oltre al suddetto spettacolo ed altri straordinarj, usò ogni anno di fare i giuochi quinquatri [573] in onor di Minerva, mentre villeggiava in Albano. In essi ancora si miravano caccie di fiere, divertimenti teatrali e gare d′oratori e di poeti. Non contento Domiziano di profondere immense somme di danaro in tali spettacoli, tre volte in varj tempi diede al popolo romano un congiario, cioè un regalo di trecento nummi per testa. Così nella festa de i Sette monti, mentre si facea uno spettacolo, diede una lauta merenda a tutto il popolo spettatore, in maniera pulita di tavole apparecchiate a i senatori e cavalieri, colla plebe in certe sportelle. Nel giorno seguente sparse sopra il medesimo popolo una quantità prodigiosa di tessere, cioè di tavolette, nelle quali era un segno di qualche dono, come di uccelli, carne, grano, ec., che si andava poi a prendere alla dispensa del principe. E perchè erano quasi tutte cadute ne′ gradini del teatro o anfiteatro, dove sedea la plebe, ne fece gettar cinquanta sopra cadaun ordine de′ sedili dei senatori e cavalieri. Certo è che gl′imperadori, per guadagnarsi l′affetto del popolo, coll′esempio d′Augusto il ricreavano di quando in quando colla varietà de′ giuochi pubblici, e più li rallegravano con de i regali. Ma in fine queste esorbitanti spese di Domiziano tornarono, siccome dirò, in danno dello stesso pubblico, perchè l′erario si votava con sì fieri salassi, e per ristorarlo egli si diede poi alle crudeltà e alle oppressioni de′ cittadini.

Anno       di Cristo 87. Indizione XV.

                di Anacleto papa 5.

               di Domiziano imperadore 7.

Consoli   Flavio Domiziano Augusto per la tredicesima volta.

               Aulo Volusio Saturnino.

Benché Eusebio nella sua Cronica [574] non rechi un filo sicuro per la cronologia di questi tempi, pure si può ben credergli, allorché scrive che nell′anno presente cominciò Domiziano a gustare che la gente gli desse il titolo di Signore, e fin quello di Dio: empietà non perdonabile a mortale alcuno. Secondo il suddetto istorico, assistito dall′autorità di Suetonio [575], non solamente egli si compiacque, ma comandò ancora d′essere così nominato: il che, dice Eusebio, non venne in mente ad alcun precedente imperadore. Noi abbiam veduto avere Augusto veramente vietato con pubblico editto d′essere chiamato Signore, ma anch′egli permise bene e gradì che in sua vita gli fossero eretti de i templi, e costituiti de i sacerdoti ad onore de la sua pretesa divinità. Per attestato ancora di Aurelio Vittore [576], Caligola forsennato Augusto volle essere chiamato Signore e Dio. Di tutto era vie più capace la smoderata ambizione o frenesia di Domiziano; e pronta ad ubbidire era l′adulazione e la superstiziosa stoltezza de′ Pagani. Però fondatamente hanno creduto alcuni, che l′aver Domiziano perseguitati i Cristiani, avesse origine di qui; perchè certo i seguaci di Gesù Cristo, professando la credenza di un solo Dio invisibile ed immortale, non poteano mai indursi a riconoscere per Dio un imperadore, vile e miserabil creatura in confronto del Creatore.

Abbiamo dallo stesso Eusebio che in questi tempi i popoli Nasamoni e Daci avendo guerra co i Romani, furono vinti. Quanto a i Daci, non ci somministra l′antica storia assai lume per fissare il tempo vero in cui ebbe principio. In guerra con essi, e quanto durò, e quando finì. Tuttavia potrebbe darsi che a questi tempi appartenesse il primo movimento di quella guerra, che continuò molto dipoi, e riuscì ben pericolosa e funesta a i Romani. Credesi che l′antica Dacia comprendesse quel paese che oggidì è diviso nella Transilvania, Moldavia e Valachia. Erano popoli fieri e bellicosi quei di quelle contrade, perchè credevano la morte fine della presente vita e principio di un′altra, secondo l′opinion di Pitagora, che spacciò la trasmigrazion delle anime. Con tal persuasione sprezzavano ogni pericolo e si esponevano alla morte, sperando di risorgere con miglior mercato in altri corpi. Alcuni Greci [577] diedero a i Daci il nome di Geti e Goti; e veramente si truovano confusi presso gli antichi scrittori i nomi delle barbare nazioni. Quel che è certo, capitano di essi Daci era allora Decebalo, uomo di rara maestria ed accortezza nel mestier della guerra. E questi, se crediamo a Giordano [578] scrittore de′ tempi di Giustiniano Augusto, mossi dall′avarizia di Domiziano, rotta l′alleanza che aveano con Roma, passarono il Danubio, e cacciarono da quelle ripe i presidj romani [579]. Appio Sabino che il cardinal Noris [580] crede più tosto appellato Gaio Oppio Sabino, personaggio stato già console, governatore allora probabilmente della Mesia, marciò colle sue forze contra di que′ Barbari, ma ne rimase sconfitto, ed egli ebbe tagliata la testa [581]. A questa vittoria tenne dietro il saccheggio del paese, e la presa di molti villaggi e castella. Giunte a Roma queste dolorose nuove, si vide Domiziano in certa guisa necessitato ad accorrere colà per fermare questo rovinoso torrente. In qual anno egli la prima volta v′andasse (perchè due volte vi andò), non si può decidere. Sarà permesso a me di riserbarne a parlar nell′anno susseguente. De i Nasamoni, popoli dell′Affrica, di sopra nominati da Eusebio, noi sappiamo da Zonara [582] che a cagion delle eccessive imposte si sollevarono contro a i Romani, e diedero una rotta a Fiacco governator della Numidia, Ma essendosi coloro perduti dietro a votar molti barili di vino che trovarono nel campo de i vinti, Fiacco fu loro, addosso, e ne fece un gran macello. Domiziano gloriandosi delle imprese altrui, nel senato espose d′aver annientati i Nasamoni.

Anno      di Cristo 88. Indizione I.

               di Anacleto papa 6.

                    di Domiziano imperadore 8.

Consoli   Flavio Domiziano Augusto per la quattodicesima volta,

               Lucro Minucio Rufo.

Minicio, e non Minucio, è appellato questo console in una iscrizione da me [583] data alla luce. Nobil famiglia era anche la Minicia. Derisa fu l′avidità di Domiziano (l′avea preceduto coll′esempio Vespasiano suo padre) da Ausonio [584] e da altri, nel continuare per tanti anni il consolato nella sua persona, quasiché invidiasse a gli altri un tale onore. Arrivò egli ad essere console diecisette volte: il che niuno de′ suoi predecessori avea mai fatto, amando essi di veder compartita, anche ad altri questa onorevolezza. Osservò nondimeno Suetonio [585] che Domiziano non esercitava poi la funzione di console, lasciandone il peso al collega, o pure a i sustituiti. Bastava alla sua boria che il suo nome comparisse ne gli atti pubblici, l′anno de′ quali per lo più era segnato col nome de′ consoli ordinari. Del resto egli costumava di deporre il consolato alla più lunga nelle calende di maggio, e i più d′essi rinunziò nel dì 13 di gennaio. Ma quali persone fossero a lui sustituite in quella dignità, e in qual anno, non si può ora accertare. Volle Domiziano che si celebrassero nell′anno presente i giuochi secolari, ancorché secondo l′istituto di essi si avessero a celebrare ad ogni cento anni [586], nè più che quarantun anno fosse che Claudio Augusto gli avea fatti. La prima spedizion di Domiziano contra a i Daci, insuperbiti per la loro vittoria, forse accadde nell′anno presente. Andò egli in persona coll′esercito a quella volta. Racconta Pietro Patrizio nel suo Trattato delle ambascerie [587] che Decebalo veduto venire con sì grande apparato di gente un imperador romano contra di se′ gl′inviò degli ambasciatori per trattar di pace. Se ne rise il superbo Domiziano, ed avendoli rimandati senza risposta, ordinò che le milizie imprendessero la guerra, con dare il comando di tutta l′armata a Cornelio Fosco, prefetto allora del pretorio. Decebalo assai informato del valore di questo generale, che avea studiata l′arte militare solamente, fra le delizie della corte e in mezzo a i divertimenti di Roma, se ne fece beffe, e spedì altri deputati a Domiziano, offerendosi di terminar quella guerra, purché i Romani di quelle contrade gli pagassero annualmente due oboli per testa, e ricusando essi tal condizione, minacciava loro lo sterminio [588]. Contuttociò Domiziano, ch′era un solennissimo poltrone, come se avesse pienamente assicurato l′imperio da quella parte, se ne tornò da bravo a Roma, senza apparire se prima che terminasse il presente anno, o pur nel seguente. Per quanto scrivono Suetonio e Giordano [589], Fosco avendo passato il Danubio, fece guerra a′ Daci, e probabilmente ebbe sopra di loro qualche vantaggio; ma in fine restò sconfitto e ucciso, forse nell′anno seguente. Circa questi tempi, per quanto s′ha da Eusebio [590], Marco Fabio Quintiliano, eccellente maestro di eloquenza, nato a Calaorra in Ispagna, venne a Roma salariato dal pubblico per insegnar l′arte oratoria. Ma probabilmente ciò avvenne sotto Vespasiano, il quale fondò quivi varie scuole, e vi chiamò de gl′insigni maestri. Certo è intanto che Quintiliano fiorì sotto i di lui figliuoli, e fu anche maestro de′ nipoti di Domiziano.

Anno        di Cristo 89. Indizione II.

                 di Anacleto papa 7.

                       di Domiziano imperadore 9.

Consoli    Tito Aurelio Fulvo per la seconda volta,

                Aulo Sempronio Atratino.

Siamo accertati da Giulio Capitolino [591] che Tito Aurelio Fulvo, o sia Fulvio, avolo paterno di Antonino Pio Augusto, fu due volte console. Giacché Suetonio scrive che Domiziano volle un doppio trionfo de i Catti e de i Daci, non è improbabile ch′egli nell′anno presente affettasse questo onore per far credere a i Romani che felicemente passavano gli affari nella guerra della Dacia. Attesta il medesimo storico ch′erano seguite alcune battaglie in quelle parti, e taluna verisimilmente vantaggiosa a i Romani: il che bastò all′ambizioso Augusto per esigere l′onor del trionfo. Giacchè sopravenne la sconfitta e la morte di Cornelio Fosco nella guerra che continuava nella Dacia, potrebbe attribuirsi all′anno presente la seconda spedizione del medesimo Domiziano contro a i Daci, essendo noi accertati da Suetonio [592] che due volte egli andò in persona a quella guerra. Ma se non è possibile il ben dilucidare i tempi delle azioni di Domiziano, a noi bastar deve almeno la certezza delle medesime. Tornò dunque Domiziano alla guerra [593], ma perchè facea più conto della pelle che dell′onore, nè gli piacea la fatica, ma sì bene il godersi tutti i comodi, siccome uomo poltrone e perduto tra le femmine e in ogni sorta di disonestà, non osò giammai di lasciarsi vedere a fronte de i nemici. Fermatosi dunque in qualche città della Mesia, spedì i suoi generali contra di Decebalo. Seguirono varj combattimenti, ne′ quali, per testimonianza di Dione, perì buona parte delle sue armate. Tuttavia, perchè la fortuna delle guerre è volubile, e i suoi riportarono talvolta de′ vantaggi, e spezialmente Giuliano diede una considerabil rotta a Decebalo, Domiziano di continuo, ed anche allorché andavano poco bene gli affari, spediva l′un dietro all′altro i corrieri a Roma per avvisar il senato delle sue felici vittorie. Pertanto a cagione di questi creduti sì gloriosi successi il senato, gli decretò quanti onori mai seppe immaginare, e per tutto l′imperio romano gli furono alzate statue d′oro e d′argento, se pur non erano dorate ed inargentate.

Con tutto il suo valor nondimeno Decebalo cominciò a sentirsi assai angustiato dalle forze de′ Romani, e però inviò de gli ambasciatori a Domiziano per ottener la pace. Non ne volle il poco saggio Augusto udir parola; ma in vece di maggiormente incalzare il vacillante nemico, venuto nella Pannonia, rivolse l′armi contro a i Quadi e Marcomanni, volendo gastigarli, perchè non gli aveano dato soccorso contra de i Daci. Due volte que′ popoli gli fecero una deputazione per placare il suo sdegno; non solo nulla ottennero, ma Domiziano fece anche levar la vita a i secondi lor deputati. Si venne dipoi ad una battaglia, in cui da i Marcomanni, combattenti alla disperata, fu sconfitto l′esercito romano, ed obbligato l′imperadore alla fuga. Allora fu ch′egli diede orecchio alle proposizioni di pace con Decebalo, il qual seppe ben profittare della debolezza in cui dopo tante perdite si trovavano i Romani. Contentossi dunque egli di restituir molte armi e molti prigioni, e di ricevere anche dalle mani di Domiziano il diadema del regno; ma si capitolò che anche Domiziano pagasse a lui una gran somma di danaro, e di mandargli molti artefici in ogni sorta d′arti di guerra e di pace, e quel che fu peggio, di pagargli in avvenire annualmente una certa quantità di danaro a titolo di regalo. Durò questa vergognosa contribuzione sino a′ tempi di Traiano, il quale, siccome vedremo, avendo altra testa e cuore che Domiziano, insegnò a i Daci il rispetto dovuto all′aquile romane. Tutto boria Domiziano per questa pace, quasichè egli l′avesse fatta da vincitore e non da vinto, scrisse al senato lettere piene di gloria, e fece in maniera ancora che gli ambasciatori di Decebalo andassero a Roma con una lettera di sommessione a lui scritta da Decebalo, se pur non fu finta, come molti sospettarono, dallo stesso Domiziano. Per altro Decebalo, non fidandosi di lui, si guardò dal venire in persona a trovar Domiziano, e in sua vece mandò il fratello Diegis a ricevere da lui il diadema. Quanto durasse questa guerra sì perniciosa a i Romani, e quando cessasse, non abbiamo assai lume per determinarlo, ma v′è dell′apparenza che si stabilisse la pace nell′anno presente, e che Domiziano se ne tornasse a Roma nel dicembre per prendere il consolato nell′anno seguente. Nè si dee tacere ciò che Plinio il giovane osservò, cioè che Domiziano [594] andando a queste guerre, per dovunque passava sulle terre dell′imperio, non pareva il principe ben venuto, ma un nemico ed un assassino: tante erano le gravezze che imponeva a i popoli, tante le rapine, gl′incendj, ed altri disordini che commettevano le sue milizie, braccia cattive di un più cattivo capo.

Anno         di Cristo 90. Indizione III.

                  di Anacleto papa 8.

                  di Domiziano imperadore 10.

Consoli    Flavio Domiziano Augusto per la quindicesima volta,

                     Marco Cocceio Nerva per la seconda.

Nerva console quegli è che a suo tempo vedremo imperadore. Siccome il cardinal Noris ed altri mettono la seconda guerra Dacica prima di quel ch′io abbia supposto, così credono che Domiziano celebrasse nell′anno 88, o pure nel precedente, il secondo suo trionfo de i Daci, e prendesse il titolo di Dacico. Eusebio [595] lo differisce sino all′anno seguente. Io sto col padre Pagi [596] che riferisce quel trionfo al presente anno. Su tal supporto adunque fu in quest′anno, per attestato di Dione [597] che Domiziano solennizzò in Roma le sue glorie con magnifiche feste e spettacoli. Si fecero nel circo varj combattimenti a piedi e a cavallo, e in un lago fatto a posta una battaglia navale, in cui quasi tutti i combattenti restarono morti. Levossi in oltre durante quello spettacolo un fiero temporale con pioggia, che quasi ebbe ad affogare gli spettatori. Domiziano si fece dare il mantello di panno grosso, ma non volle che gli altri mutassero veste, nè che alcuno uscisse; di maniera che tutti inzuppali d′acqua contrassero poi delle malattie, per cui molti morirono. A consolar poi il popolo per tal disgrazia, trovò lo spediente di dargli una cena a lume di fiaccole, e per lo più fu suo costume di eseguire i pubblici divertimenti in tempo di notte. Ma spezialmente fece egli comparire il suo fantastico cervello in un convito notturno, al quale invitò i principali dell′ordine senatorio ed equestre. Fece addobbar di nero tutte le stanze del palazzo, mura, pavimento e soffitte con sedie nude. Invitati i commensali, cadaun vide collocata vicino a una specie d′arca sepolcrale, col suo nome scritto in essa, e con una lucerna pendente, come ne′ sepolcri. Sopravennero fanciulli tutti nudi e tinti di nero, ballando intorno ad essi, e portando vasi simili a gli usati nelle esequie de′ morti. Cadauno de′ convitati si tenne allora spedito, e tanto più perchè tacendo ognuno, il solo Domiziano d′altro non parlava che di morti e di stragi. Dopo sì gran paura furono in fine licenziati, ma appena giunti alla loro abitazione, ecco che parecchi di loro son richiamati alla corte. Oh allora sì che crebbe in essi lo spavento: ma invece d′alcun danno, riceverono poi da Domiziano qualche dono in vasi d′argento, o in altri preziosi mobili. Tali furono i sollazzi bizzarri dati da Domiziano alla nobiltà in occasione del suo trionfo. Nondimeno il popolo comunemente dicea che questo era, non già un trionfo, ma un funerale de′ Romani nella Dacia, ovvero in Roma estinti. Dopo questi ridicoli trionfi la vanità di Domiziano, che studiava ogni dì qualche novità, volle che il mese di settembre da lì innanzi s′appellasse Germanico [598], e l′ottobre Domiziano, per non essere da meno di Giulio Cesare e d′Augusto; e ciò perchè nel primo avea conseguito il principato, ed era nato nel secondo. Ma non durò più della sua vita questo suo decreto. Non si sa mai capire come Eusebio [599] scrivesse che molte fabbriche furono terminate in Roma nell′anno presente, o pure nell′antecedente, cioè Capitolium, Forum transitorium, Divorum Porticus, Isium ac Serapium, Stadium, Horrea piperataria [600], Vespasiani Templum, Minerva Chalicidica, Odeum, Forum Trajani, Thermae Trajanae et Titianae, Senatus, Ludus Matutinus, Mica aurea, Meta sudans et Pantheum. Non si pensasse alcuno che tanti edifizj ricevessero il lor essere o compimento in quest′anno. Forse furono risarciti. Il Panteo era da gran tempo fatto; e per tacere il resto, la piazza e le terme di Traiano non furono, siccome diremo, fabbricate se non ne i tempi del suo imperio, cioè da qui a qualche anno.

Anno      di Cristo 91. Indizione IV.

               di Anacleto papa 9.

               di Domiziano imperadore 11.

Consoli  Ulpio Traiano,

                    Marco Acinio Glabrione.

Traiano console in quest′anno il medesimo è che fu poi imperadore glorioso. Il prenome dell′altro console Glabrione, secondo alcuni, fu non già Marco, ma Manio, siccome proprio della famiglia Acilia. Noi abbiamo da Dione [601] esser avvenuti due prodigj, per l′uno de′ quali fu presagito l′imperio a Traiano, e per l′altro la morte a Glabrione. Quali fossero, noi sappiamo, se non che, per attestato del medesimo storico, Glabrione, benché console, fu obbligato dal capriccioso ed iniquo Domiziano a combattere contra di un grosso lione, che fu bravamente da lui ucciso, senza restarne egli ferito. Questa azione, che dovea guadagnargli lode e stima presso di Domiziano, altro non fece che incitarlo ad invidia, ed anche ad odio, perchè non gli piaceano i nobili di raro valore. Però col tempo trovò de′ pretesti per mandarlo in esilio, e poi imputandogli che volesse turbare lo Stato (forse nell′anno 95), il fece ammazzare. All′anno presente vien riferita da Eusebio [602] la strepitosa morte di Cornelia, capo delle vergini Vestali: Era ella stata accusata dianzi d′incontinenza, e dichiarata innocente. Sorto Domiziano si risvegliò questa accusa, e Domiziano affettando la gloria di custode della religione, cioè della superstizione pagana, e volendo rimettere in uso le antiche leggi, la fece condennare e seppellir viva. Suetonio [603] dice ch′essa fu convinta de′ suoi falli; Plinio il giovane [604] ch′essa nè pur fu chiamata in giudizio, non che ascoltata ed essere quella stata un′enorme crudeltà ed ingiustizia. Furono anche processati alcuni nobili romani, come complici del delitto, frustati fino a lasciar la vita sotto le battiture, benché non confessassero l′apposto reato. E perchè Valerio Licinio, già senatore e pretore, uno de′ più eloquenti uomini del suo tempo, per aver nascosa in sua casa una donna della famiglia di Cornelia, fu accusato, altra maniera non ebbe, per sottrarsi a quei rigori, se non di confessare quanto gli fu suggerito sotto mano per ordine di Domiziano. Tuttavia fu egli cacciato in esilio, e i suoi beni assegnati al fisco. Questi poi sotto Traiano, ritornato a Roma, si guadagnò il vitto con fare il maestro di rettorica. Così inorpellava Domiziano i suoi vizj, volendo comparire zelantissimo dell′onore de′ suoi falsi Dii. Narrasi ancora, che essendo morto uno de′ suoi liberti, e seppellito; dappoiché Domiziano intese che costui si era fatto fabbricare il sepolcro con de i marmi presi dal tempio di Giove Capitolino, bruciato negli anni addietro, fece smantellar da i soldati quel sepolcro, e gittar in mare l′ossa e le ceneri di colui : tanto si piccava egli d′essere zelante dell′onore delle cose sacre.

Anno         di Cristo 92. Indizione V.

                  di Anacleto papa 10.

di                    Domiziano impevadore 12.

Consoli     Flavio Domiziano Augusto per la sedicesima volta,

                      Quinto Volusio Saturnino.

S′è disputato, e tuttavia si disputa, in qual anno succedesse la ribellione di Lucio Antonio, e la breve guerra civile che in que′ tempi avvenne. Alcuni [605] la mettono nell′anno 88, altri nell′89, e il Calvisio [606] la differisce sino al presente anno. A me sembra più probabile l′ultima opinione, confrontando insieme quel poco che s′ha di questo fatto da Tacito [607], da Suetonio [608] e da Dione [609], o sia da Sifilino; perchè da loro apparisce che dopo questa sollevazione Domiziano lasciò la briglia alla sua crudeltà, e ciò avvenne, siccome dirò, nell′anno seguente. Lucio Antonio, a cui Marziale [610] dà il cognome di Saturnino, era governatore dell′alta o sia superiore Germania. Perchè ben sapea quanto per poco Domiziano perseguitasse le persone di merito, o che spezialmente sparlava di lui con ingiuriosi nomi, mosse a ribellione le sue legioni, facendosi proclamare imperadore. Portata a Roma questa nuova, se ne conturbò ognuno, per l′apprensione che ne succedesse una gran guerra, e si tornasse a provar tutti i malanni compagni delle guerre civili. Domiziano stesso temendo che quest′incendio si potesse maggiormente dilatare, determinò di portarsi in persona contra di lui, ed avea già in ordine l′armata. Ciò che recava maggiore spavento, era il sapersi che Lucio Antonio s′era collegato co i Germani, e questi doveano rinforzarlo con un potente esercito. Ma che? Lucio Massimo, che il Tillemont fondatamente coniettura essere lo stesso che Lucio Appio Norbano Massimo, il qual forse governava allora la bassa Germania, o pure una parte della Gallia vicina, senza aspettare alcun de′ soccorsi che gli promettea Domiziano, diede battaglia improvvisamente ad esso Lucio Antonio prima che con lui si unissero i Tedeschi. Volle anche la buona fortuna che mentre erano alle mani, crescesse così forte il Reno, che non poterono passare i Tedeschi. Rimase sconfitto ed ucciso Antonio, e la sua testa fu inviata a Roma in testimonianza della vittoria: il che risparmiò a Domiziano gl′incomodi di continuar quella spedizione. Plutarco [611] e Suetonio [612] narrano che nel giorno stesso in cui fu data quella battaglia, un′aquila posandosi in Roma sopra una statua di Domiziano, fece delle grida d′allegria; e passando tal voce d′uno in altro, nel medesimo giorno si divolgò per tutta Roma che Lucio Antonio era stato interamente disfatto, ed alcuni giunsero fino a dire d′aver veduta la sua testa recisa dal busto. Prese tal piede questa diceria, che gran parte de′ magistrati corsero a far de′ sagrifizj in rendimento di grazie. Ma cominciandosi a cercare chi avea portata questa nuova, niuno si trovò, ed ognuno rimase confuso. Domiziano, che era in viaggio, ricevette dipoi i corrieri della vittoria, e si verificò essere la medesima succeduta nel giorno medesimo in cui se ne sparse in Roma la falsa voce. All′anno presente attribuisce Eusebio [613] l′editto di Domiziano contro le vigne [614]. Trovatosi che v′era stata molta abbondanza di vino, poca di grano, s′immaginò Domiziano che la troppa quantità delle viti cagion fosse che si trascurasse la coltura delle campagne. Ma Filostrato [615] aggiugne che non piaceva a Domiziano sì sterminata copia di vino, perchè l′ubbriacbezza cagionava delle risse e delle sedizioni. Ora egli vietò che in Italia non si potessero piantar viti nuove, e che nelle Provincie se ne schiantasse la metà, anzi tutte nell′Asia, per quanto ne dice Filostrato. Ma non istette poi saldo in questo proposito, per essere venuto a Roma Scopeliano, spedito da tutte le città dell′Asia, il quale non solamente ottenne che si coltivassero le vigne, ma ancora che si mettesse pena a chi non ne piantava. Forse ancora più d′ogni altra riflessione servì a fare smontar Domiziano da questa pretensione, l′essersi sparsi de′ biglietti [616], ne′ quali era scritto, che facesse pur Domiziano quanto voleva, perchè vi resterebbe tanto di vino per fare il sagrifizio, in cui sarebbe la vittima lo stesso imperadore.

Anno         di Cristo 93 Indizione VI.

                  di Anacleto papa 9.

                  di Domiziano imperadore 13.

Consoli      Pompeo Collega

                       Cornelio Prisco.

Credesi che a questi consoli fossero sustituiti prima del dì 15 di luglio Marco Lollio Paolino e Valerio Asiatico Saturnino; e che all′un d′essi succedesse nel consolato Gaio Antistio Giulio Quadrato; e il padre Stampa [617] ha sospettato che Gaio Antistio, o sia Antio Giulio fosse personaggio diverso da Quadrato. Ma qui son delle tenebre, come in tanti altri siti de′ Fasti Consolari, trovandosi bensì, de′ consoli sustituiti e straordinarj nelle antiche storie e lapidi nominati, ma senza certezza dell′anno in cui esercitarono quell′insigne ufizio. Poiché per altro quai fossero i due poco fa menzionati consoli, l′abbiamo da un marmo riferito dal Grutero [618]; e compiutamente poi dato alle stampe dal canonico Gori [619], che fu posto: M. Lollio Pavllino Valerio Asiatico Satvrnino. C. Antio Ivllo Qvadrato cos. Se poi questi nell′anno presente fossero sustituiti a i consoli ordinari, io nol so dire. Nell′agosto di quest′anno in età di cinquantasei anni diede fine alla sua vita Gneo Giulio Agricola, suocero di Cornelio Tacito [620], già stato console, le cui imprese militari nella Bretagna di sopra accennai. Tornato ch′egli fu di colà a Roma, arrivò l′anno in cui potea chiedere il proconsolato, o sia il governo dell′Asia o dell′Africa. Ma non si sentì egli voglia d′altri onori, perchè sotto un imperador cattivo troppo era pericoloso il servire. Poco prima avea Domiziano fatto levar di vita Civica Cereale, proconsole dell′Asia, per meri sospetti di ribellione. Questo esempio, e il sapere che l′imperadore non avea caro di conferir sì riguardevoli posti a persone di sperimentato valore, indussero Agricola a pregarlo che volesse esentarlo da quel pesante fardello. Era questo appunto ciò che desiderava Domiziano, e ben presto gliel′accordò, e permise che Agricola il ringraziasse, come se gli avesse fatta una grazia. Seppe dipoi vivere questo saggio uomo anche per qualche tempo senza provar le persecuzioni del bisbetico Augusto, facendo conoscere che gli uomini grandi provveduti di prudenza possono stare anche sotto principi cattivi e non fare naufragio. Dione [621] ciò non ostante scrive che Domiziano l′uccise, ma Tacito, che più ne seppe di lui e scrisse la sua vita, dice bensì essere corsa voce di veleno: nondimeno ne restò egli in dubbio.

Ma tempo è oramai di far vedere un principe appunto cattivo, anzi pessimo, nella persona di Domiziano, cosa da me riserbata a quest′anno, non già perch′egli cominciasse solamente ora a riconoscersi tale, ma perchè il suo mal talento dopo la guerra civile di Lucio Antonio andò agli eccessi. Certamente a Domiziano non mancava ingegno ed intendimento, ma questa bella dote, se va unita con delle sregolate passioni, ad altro non serve d′ordinario che a rendere più perniciosi e malefici i regnanti. Ora non si può assai esprimere quanta fosse la vanità, la prosunzione e la sete di dominare in lui. Egli si credeva la maggior testa dell′universo, e ch′egli solo fosse degno di comandare, perciò fiero, superbo, sprezzator d′ognuno, astuto ed implacabile ne′ suoi sdegni. Era sicuro dell′odio suo chiunque compariva eccellente in alcuna bella dote: che questo è lo stile delle anime basse [622]. Vivente il padre, e creato Cesare, fece di mani e di piedi per non esser da meno del buon Tito suo fratello: ottenne varj ufizj, che esercitò con gran boria ed eccesso di autorità. E gicchè Vespasiano, ben conoscente del maligno suo naturale, il teneva basso, non avendo potuto conseguire se non un consolato ordinario, almeno si studiò sempre di essere sustituito come console straordinario al fratello. Morto Vespasiano, fu in dubbio se dovesse offerire a i soldati il doppio del donativo promesso loro da Tito, per tentar di levare a lui l′imperio. Andava spacciando che il padre l′avea lasciato collega del fratello nella signoria, ma che era stato suppresso il testamento. Vantavasi ancora d′aver egli alzato al trono non meno il padre che il fratello, e l′adulatore Marziale approvò questo suo folle sentimento. Vivente esso Tito, non fece egli mai fine a tendergli delle insidie, non solo segretamente, ma anche in palese. Tuttavia tanta era la bontà di Tito, che quantunque consigliato di liberar se stesso e il pubblico da sì pericoloso arnese, mai non volle ridursi a questo passo, contentandosi solamente di fargli talvolta delle fraterne correzioni colle lagrime a gli occhi, benché senza frutto. Forse quell′unica azione di cui Tito prima della sua immatura morte disse d′essere pentito, fu d′aver lasciato in vita questo fratello, ben conoscendo il gran male che ne avverrebbe alla repubblica. Divenuto poscia imperadore non lasciava occasione, anche in senato [623], di sparlare copertamente ed ancora svelatamente del padre e del fratello, biasimando le loro azioni; e per cadere in disgrazia di lui, altro non occorreva che essere in grazia o dell′uno o dell′altro, o dir parola alla presenza di lui in lode di Tito. Per altro egli era un solennissimo poltrone: temeva i pericoli della guerra, abborriva le fatiche del governo [624]. Il suo divertimento principale consisteva in giocare a i dadi, anche ne′ giorni destinati a gli affari. Soleva eziandio ne′ principj del suo governo starsene ritirato in certe ore del giorno, e la sua mirabil applicazione era in prendere mosche [625], o ucciderle con uno stiletto. Celebre è intorno a ciò il motto di Vibio Crispo, uomo faceto. Dimandando taluno chi fosse in camera con Domiziano, rispose Crispo: Nè pure una mosca.

Ora non aspettò egli, siccome dissi, a comparire quel crudele che era, a questi tempi. Anche ne′ precedenti anni diede varj saggi di questa sua fierezza per varie e ben frivole cagioni. Fra gli altri (non se ne sa l′anno) fece ammazzare Tito Flavio Sabino suo cugino, perchè avendolo disegnato console secondo le apparenze per la seconda volta, il banditore inavvertentemente in vece del nome di console, gli diede quello d′imperadore. Questo bastò per togliere a Sabino la vita. La stessa mala sorte toccò ad alcuni altri, o pure l′esilio: che questo era ne′ primi suoi anni il più ordinario gastigo; ed Eusebio [626] al di lui quarto anno scrive, essere stati esiliati da lui assaissimi senatori. Probabilmente ciò avvenne più tardi. Ora noi sappiamo da Suetonio [627] che Domiziano prima di questi tempi avea levato dal mondo Salvio Cocceiano, solamente perchè avea solennizzato il giorno natalizio di Ottone imperadore suo zio, Sallustio Lucullo, non per altro che per aver dato il nome di Lucullee ad alcune lancie di nuova invenzione; Materno Sofista, cioè professor di rettorica, per aver fatto una declamazione contra de′ tiranni; ed Elio Lamia Emiliano, per cagione di qualche motto piccante detto fin quando esso Domiziano era persona privata. Moglie di questo Lamia fu Domizia Longina, figliuola di Corbulone. Gliela tolse Domiziano, e dopo averla tenuta per amica un tempo, la sposò, e diedele il titolo d′Augusta. Ad accrescere la crudeltà di questo imperadore, s′aggiunse la smoderata credenza che si dava in questi tempi alle vane predizioni de gli strologhi. Più de gli altri loro prestava fede Domiziano, uomo timidissimo; e perchè fin da giovane gli avea predetto alcun d′essi che sarebbe un dì ucciso, perciò la diffidenza fu sua compagna finché visse, e massimamente negli ultimi anni del suo imperio. Di qua venne la morte di varj principali signori dell′imperio; perch′egli si procacciava l′oroscopo di tutti, e trovandoli destinati a qualche cosa di grande li faceva levare dal mondo. Metio Pomposiano; di cui parlammo all′anno 76, preservato sotto il buon Vespasiano, non la scappò sotto l′iniquo suo figliuolo. Perchè fu creduto che avesse una genitura che vanamente gli prognosticava l′imperio, e perchè teneva in sua camera una carta geografica del mondo, e studiava le orazioni de i re e de i capitani che son nelle Storie di Livio, il mandò in Corsica in esilio [628], ed appresso il fece ammazzare. Ma sopra tutto s′accese e giunse al colmo l′inumanità di Domiziano, dappoichè se gli ribellò contro Lucio Antonio Saturnino, del che s′è favellato all′anno precedente. S′accorse più che mai allora questo maligno principe che l′odio universale è un pagamento inevitabile delle iniquità [629]. Trovò anche in Roma de i complici di quella congiura, e molti altri che almeno sospiravano di vederla camminare ad un fine felice. Incrudelì dunque contra di chiunque era stato o si sospettava che fosse stato partecipe de i disegni d′esso Lucio Antonio, nè perdonò se non a due ufiziali che con vergognosa scusa coprirono il loro fallo. D′altre illustri persone da lui uccise parleremo all′anno seguente. Anche Tacito [630] attesta avere bensì Domiziano commessa qualche crudeltà ne gli anni addietro, ma un nulla essere in paragon di quelle ch′egli praticò dopo la morte d′Agricola, avvenuta nell′anno presente, sicome dicemmo. O nel precedente anno, come vuole il padre Pagi [631], o nel presente, come credette il cardinal Noris [632] ed altri, ebbe principio la guerra de′ Romani co i Sarmati [633]. Aveano que′ Barbari tagliata ai pezzi una o più legioni romane coi loro ufiziali. Ciò diede impulso a Domiziano di accorrere colà in persona con un buon esercito per frenare l′insolenza di que′ popoli. Da Marziale e da Stazio poeti, due trombe delle azioni di questo imperadore, noi impariamo ch′egli ebbe a combattere anche contro a i Marcomanni. Se bene o male, non si sa. Ben sappiamo [634] che secondo il suo costume di attribuirsi le vittorie, anche quando egli era vinto, tornato a Roma nel gennaio di quest′anno, o pur del seguente, fece credere che gli affari erano passati a maraviglia bene. Tuttavia ricusò il trionfo, e si contentò di portare al Campidoglio la sola corona d′alloro, e di offerirla a Giove Capitolino.

Anno       di Cristo 94. Indizione VII.

                di Anacleto papa 12.

                di Domiziano imperadore 14.

Consoli   Lucio Nonio Torquato Aspeenate

                    Tito Sesto Magio Laterano.

Fra gli eruditi c′è stata finora molta disputa intorno a i consoli ordinari di quest′anno, nè si sapea il prenome e nome di Laterano. Un′iscrizione del museo Kircheriano, da me [635] data alla luce, ha messo tutto in chiaro. Da un marmo apparisce che, in luogo di Laterano era console nel settembre Lucio Sergio Paolo. Moltiplicarono più che mai in questi tempi le calamità di Roma sotto Domiziano, divenuto oramai formidabil tiranno, e non inferiore a Nerone. Ne lasciò a noi un orrido ritratto Cornelio Tacito [636], presente a tutte quelle scene, con dire che si vide il senato circondato ed assediato da genti d′armi; a molti, ch′erano stati consoli tolta la vita; e le più illustri dame, o fuggitive, o cacciate in esilio. Di persone nobili bandite piene erano le isole, e all′esilio tenea dietro bene spesso la spada del carnefice. Ma in Roma si facea il maggior macello. Pareva un delitto l′aver avuto delle dignità; pericoloso era il volerne; nè altro occorreva per istar tutto dì esposto a i precipizi, che l′essere uomo dabbene. Le spie e gli accusatori erano tornati alla moda; e fra questi mali arnesi si distinguevano Metio Caro Messalino e Bebio Massa, assassini del pubblico, non nelle strade, ma ne′ tribunali stessi di Roma, con essersi attribuita la maggior parte delle crudeltà d′allora più alla lor malignità e prepotenza, che a quella di Domiziano. Le spese eccessive fatte da questo prodigo imperadore in tanti spettacoli non necessarj, e in accrescere fuor di misura lo stipendio a i soldati, per maggiormente obbligarseli, l′aveano ridotto al verde [637]. Si avvisò di cercare il risparmio col cassare una porzion delle milizie; e, secondo Zonara [638], eseguì questo pensiero. Suetonio sembra dire che solamente lo tentò, ma che trovandosi tuttavia imbrogliato a dar le paghe, rivolse il pensiero a far danaro in altre tiranniche maniere, occupando a diritto e a torto i beni de′ vivi e de i morti. Pronti erano sempre gli accusatori, denunziando or questo, or quello, come rei di lesa maestà per un cenno, per una parola contra del principe, o contra uno de′ suoi gladiatori: delitti per lo più finti e non provati. Si confiscavano a tutti i beni; e bastava che comparisse un solo a dire d′aver inteso che un tale prima di morire avea lasciata la sua eredità a Cesare, perchè tosto si mettessero le griffe su quella roba. Sopra gli altri furono angariati i Giudei, che da gran tempo pagavano un rigoroso testatico per esercitare liberamente il culto della lor religione. Un′esatta perquisizion d′essi fu fatta per tutto l′imperio romano, e processati coloro che, dissimulando la lor nazione, non aveano pagato.

Fra gli altri personaggi di distinzione che, per attestato di Tacito [639], furono tolti di mira in questi tempi dal genio sanguinario di Domiziano, si contarono Elvidio il giovane, Rustico e Senecione. Era il primo figliuolo di quell′Elvidio Prisco che a′ tempi di Vespasiano, siccome fu detto di sopra all′anno per la sua stoica insolenza si tirò addosso l′esilio, e poi la morte [640]. Eccellenti qualità concorrevano ancora in questo suo figliuolo, per le quali era in gran riputazione, oltre all′aver esercitato un consolato straordinario. Quantunque egli se ne stesse ritirato per la mal vagita de′ tempi che correano, pure si vide accusato davanti al senato per avere, secondochè diceano, in un suo poema sotto i nomi di Paride e di Enone messo in burla il divorzio di Domiziano [641], il quale altrove abbiam detto che prese in moglie Domizia Longina. Questa poi la ripudiò, perchè perduta d′amore verso Paride istrione, ch′egli fece uccidere in mezzo ad una strada. Contuttociò non si potè contenere dal ripigliarla poco dipoi: del che fu assai proverbiato. Publicio Certo, dianzi pretore, ed ora uno de′ giudici dati ad Elvidio, per mostrare il suo zelo adulatorio verso Domiziano, commise la più vergognosa azione che si possa mai dire, perchè mise le mani proprie addosso ad Elvidio, e il trasse alle prigioni. Fu condennato Elvidio, e l′infame Publicio per ricompensa destinato console, senza però giugnere a godere di quella dignità, perchè Domiziano tolto di vita non gli potè mantener la parola. Contra di costui si fece poi accusatore Plinio il giovane; e tal terrore gli mise in corpo, che disperato finì i suoi giorni. Erennio Senecione, per avere scritto la vita di Elvidio Prisco seniore, somministrò assai ragione al crudel Domiziano e al timido senato per condennarlo a morte, e far bruciare pubblicamente l′opere composte da quel felice ingegno. Un altro personaggio, tenuto in sommo credito per la professione della stoica filosofia [642], fu Lucio Giunio Aruleno Rustico. Aveva egli in un suo libro lodati Peto Trasea ed Elvidio Prisco, uomini insigni, dei quali si è parlato di sopra. Di più non occorse perchè egli fosse condennato e fatto morire. Plutarco attribuisce la di lui disgrazia all′invidia portata da Domiziano alla gloria di quest′uomo illustre. Sappiamo parimente che Fannia, moglie di Elvidio Prisco, in tal occasione fu mandata in esilio e spogliata di tutti i suoi beni; siccome ancora Arria, vedova di Peto Trasea, e Pomponia Gratilla, moglie del suddetto Rustico. Fece anche Domiziano morire Ermogene da Tarso, perchè in una storia da lui scritta si figurò di essere stato punto sotto certe maniere di dir figurate. I copisti di quella storia furono anche essi fatti morire in croce. Di questo passo camminava la crudeltà di Domiziano e Dione [643] ebbe a dire che non si può sapere a qual numero ascendesse la serie degli uccisi per ordine suo, perchè non voleva che si scrivesse ne gli atti del senato memoria alcuna delle persone da lui tolte di vita. E con questa barbarie congiugneva egli un′abbominevol infedeltà, perchè servendosi di molti iniqui o per accusare altrui di lesa maestà, o per rapire le altrui sostanze, dopo averli premiati con dar loro onori e magistrati, da lì a poco faceva ancor questi ammazzare, acciocché sembrasse che da essi soli, e non da lui, fossero procedute quelle iniquità. Altrettanto facea co i servi e liberti da lui segretamente mossi ad accusare i padroni, facendoli poi morire anch′essi. Molte arti usò in oltre per indurre alcuni ad uccidersi da sè stessi, acciocché si credesse spontanea e non forzata la morte loro. Peggiore ancor di Nerone fu per un conto [644], perchè assisteva in persona a gli esami e a i tormenti delle persone accusate, e si compiaceva di udire i lor sospiri, e di mirar que′ mali che facea lor sofferire, il maggior de′ quali era il veder presente l′autore iniquo de′ medesimi lor tormenti. Aggiugneva in oltre la dissimulizione all′inumanità, usando finezze e carezze a chi fra poche ore dovea per suo comandamento perdere la vita. Lo provò tra gli altri [645] Marco Arricino Clemente, già prefetto del pretorio sotto Vespasiano, e poi console (non si sa in qual anno), che era anche suo parente, ed amato non poco da lui, perchè l′ajutava nelle iniquità. Convertito l′amore in odio, un dì fattagli gran festa, il prese anche seco in seggetta; e veduto colui che era appostato per denunziarlo nel dì seguente, come reo di lesa maestà, disse a Clemente: Vuoi tu che domani ascoltiamo il giudicio quel forfante di servo? Posti in così duro torchio, se stessero male i cittadini romani, e particolarmente i nobili, non ci vuol molto ad intenderlo.

Anno         di Cristo 95. Indizione VIII,

                  di Anacleto papa 13.

                 di Domiziano impevadore 15.

Consoli    Flavio Domiziano Augusto per la dieci settesima volta,

                     Tito Flavio Clemente.

Non zio paterno, ma cugino di Domiziano fu questo Clemente console, perchè figliuolo di Sabino fratello di Vespasiano. Mostravagli Domiziano molto affetto, e, per testimonianza di Suetonio [646], meditava di voler suoi successori due piccioli figliuoli di lui, a′ quali avea anche fatto cangiare il nome, chiamando l′uno Vespasiano e l′altro Domiziano. Ma appena ebbe Clemente compiuto il tempo dell′ordinario suo consolato, il quale in questi tempi solea durare solamente i primi sei mesi, che Domiziano per leggierissimi sospetti gli fece levar la vita. Il cardinal Baronio [647], il Tillemont [648] ed altri dottissimi uomini pretendono ch′egli morisse Cristiano e martire; e le lor ragioni mi paiono convincenti. Imperciocché Eusebio, Orosio ed altri scrittori cristiani mettono sotto quest′anno la persecuzione mossa da Domiziano contro i professori della legge di Cristo, e insin lo stesso Dione [649] scrittore pagano scrive aver Domiziano nell′anno presente fatto morir Flavio Clemente console per delitto d′empietà, cioè per non credere nè venerare i falsi Dii del paganesimo; e che furono molti altri condennati a morte per avere abbracciata la religion de′ Giudei: che tali erano creduti e chiamati allora i Cristiani. Suetonio [650] tacciando questo Clemente di una vilissima dappocaggine, (contemtissimae inertiae) indica lo stesso; perchè, per attestato di Tertulliano [651], i Cristiani, siccome gente ritirata, che non compariva a gli spettacoli, non cercava dignità e gloria nel secolo, e attendeva alla mortific.izion delle sue passioni, pareano persone di poco spirito, e gente buona da nulla. Moglie di questo Clemente console era Flavia Domitilla, nipote di Domiziano, Cristiana anch′essa, che fu relegata nell′isola Pandataria. Ebbe in oltre esso Clemente una nipote, appellata parimente Flavia Domitilla, Credesi che amendue queste Domitille morendo martiri illustrassero la Fede di Gesù Cristo, e la lor memoria è onorata ne′ sacri. Martirologj. Ne parla anche Eusebio [652], citando in pruova di ciò la storia di Brutio Pagano. O sia perchè il Cristianesimo era considerato come una setta di filosofia, o pure perche Senecione e Piustico, amendue filosofi, uccisi, come dicemmo, nell′anno precedenle, (se pur non fu nel presente) irritassero non poco Fanimo bestiale e timido di Domiziano, certo è ch′egli cacciò di Roma tutti i professori della filosofia circa questi tempi, non potendo egli probabilmente sofferir coloro da′ quali ben s′immaginava che erano condennate le sue malvagie azioni. E che ciò succedesse nell′anno presente, lo scrive il mentovato Eusebio [653], Però Filostrato notò [654] che molti d′essi filosofi se ne fuggirono nelle Gallie, ed altri ne i deserti della Scitia e della Libia. Dion Crisostomo, uomo insigne, se ne andò nel paese de′ Goti. Epitetto, celebre stoico, fu anch′egli obbligato a ritirarsi fuori di Roma. Amaramente si duol Tacito [655] di questo crudele editto di Domiziano, perchè fu un bandire da Roma la sapienza ed ogni buono studio, acciocchè non vi rimanesse studio delle virtù, e vi trionfasse solamente la disonestà con gli altri vizj. Pare che a quest′anno appartenga, secondo Dione [656] la morte di Acilio Glabrione, che fu console l′anno 91, fatto uccidere da Domiziano. Epafrodito, già potente liberto di Nerone, lungamente avea goduto gran fortuna anche nella corte di Domiziano, servendolo per segretario de′ memoriali [657]. Fu mandato in esilio, e condennato ora solamente a morte, perchè avea ajutato Nerone a darsi la morte, invece d′impedirlo: il che fu fatto da Domiziano per atterrire i suoi domestici liberti, acciocché non ardissero mai di far lo stesso con lui. Forse ancora è da riferire all′anno presente, o più tosto al seguente, quanto avvenne, per attestato di Dione [658], a Giuvenio Celso, creduto da alcuni Publio Giuvenzio Celso, che fu poi pretore sotto Traiano, console sotto Adriano, e celebre giurisconsulto di que′ tempi. Fu egli accusato di aver cospirato contra di Domiziano. Prima che si venisse nel senato alle prove, fece istanza di parlare all′imperadore, perchè avea cose rilevanti da dirgli. Ottenuta la permissione, questo accorto uomo se gli gittò ginocchioni davanti, come per adorarlo,gli diede cento volte il titolo di Signore e di Dio, protestò di essere innocente, ma che se gli volea dare un po′ di tempo, saprebbe ben pescare ed indicargli chiunque avea mal animo contra di lui. Fu licenziato, ed egli dipoi andò tanto tirando innanzi con varj sutterfugj, senza rivelar alcuno, che arrivò la morte di Domiziano, per cui sicuro poi se ne visse. Abbiamo dal medesimo Dione che in questi tempi Domiziano fece lastricar la via che va da Sinuessa a Pozzuolo. Anche Stazio [659] parla d′una simil via acconciata, ma questa forse andava da Roma a Baia.

Anno        di Cristo 96. Indizione. IX.

                 di Evaristo papa 1.

                 di Nerva imperadore  1.

Consoli    Gaio Antistio Vetere,

                      Gaio Manlio Valente.

Erasi ben ridotta Roma ad un compassionevole stato sotto il crudele e tirannico governo di Domiziano. Non si sarebbe trovata persona nobile e benestante che continuamente non tremasse al vedere tanti senatori, cavalieri ed altre persone o private di vita, o spinte in esilio, o spogliate di beni [660]. Si univa bensì il senato, ma solamente per fulminar quelle sentenze che voleva il tiranno, o per autorizzar le maggiori iniquità. Ad ognuno mancava la voce per dire il suo sentimento, parlava quel solo che portava gli ordini dell′imperadore, e gli altri colla testa bassa, col cuor pieno d′affanno approvavano, tacendo, ciò che non osavano disapprovare parlando [661]. Esente non era da un pari timore il resto del popolo, perchè dapertutto si trovavano spioni che raccoglievano, amplificavano e bene spesso fingevano parole dette in discredito del principe; e bastava essere accusato per essere condennato. Ma se Domiziano facea tremar tutto il mondo, anche tutto il mondo facea tremar Domiziano: che questa è una pensione inevitabile de i tiranni, i quali col nuocere a tanti, e massimamente a i migliori e a gl′innocenti, sanno d′essere in odio a tutti, e che da tutti almeno co i desiderj, se non con altro, è affrettata la morte loro. Però la diffidenza, gastigo che rode il cuore d′ogni principe crudele ed ingiusto, crebbe sì fattamente in Domiziano, che cominciò a non fidarsi nè pur di Domizia Augusta sua moglie, nè d′alcuno de′ suoi liberti, cioè de′ suoi più intimi cortigiani [662]. Ad accrescere i suoi terrori si aggiunsero le predizioni a lui fatte in sua gioventù da i Caldei, cioè da gli strologi, che egli dovea perir di morte violenta. Anche Vespasiano suo padre, che non poco badava alla strologia, vedendo ad una cena astenersi dal mangiar funghi, gli diede pubblicamente la burla, dicendo che avea più tosto da riguardarsi dal ferro. Ma spezialmente in quest′anno, che verisimilmente gli era stato predetto come l′ultimo di sua vita, non sapea dove stare: tanta era la sua inquietudine e paura, tanti i suoi sospetti contra ancora de′ suoi più cari e familiari. A tutti perciò parlava brusco, tutti mirava con aria minaccievole. Avvenne in oltre che per otto continui mesi caddero di molti fulmini, uno sopra il Campidoglio rifabbricato da lui, un altro nel palazzo imperiale e nella stessa sua camera, un altro sopra il tempio della famiglia Flavia, e un altro guastò l′iscrizione posta ad una statua trionfale di lui, rovesciandola in un monumento vicino. Il popolo superstizioso di Roma, e più de gli altri Domiziano, facea mente a tutti questi naturali avvenimenti, e ad altri ch′io tralascio, credendoli segni d′imminente disavventura. Nulla nondimeno atterrì cotanto questo indegno imperadore [663], quanto un certo strologo appellato Ascletarione, che avea predetta la di lui morte. Preso costui e condotto alla presenza di Domiziano, confessò d′averlo detto. Sai tu, disse allora Domiziano, cosa abbia da intervenire a te in questo giorno? Signor sì, rispose allora lo strologo, il mio corpo ha da essere mangiato da i cani. Ordinò tosto Domiziano che costui fosse giustiziato, ed immantenente bruciato il corpo suo. Ma appena mezzo abbrustolito, si svegliò una dirotta pioggia, che estinse il fuoco e costrinse la gente a ritirarsi , sicché poterono i cani accorrere, e far buon convito di quel rosto.

Portatane poi la nuova a Domiziano, oh allora sì che smaniò per la paura [664]. Più fortunato fu un certo Largino Proclo, aruspice, che in Germania avea predetto dover seguire nel dì 18 di settembre gran mutazione di cose; anzi chiaramente, secondo Dione [665], avea accennata la morte di Domiziano. Mandato perciò a Roma in catene ne gli ultimi tempi d′esso imperadore, fu condennato a perdere la testa dopo il suddetto giorno, supponendosi che falsa avesse da riuscire la di lui predizione. Ma verificatasi questa, egli restò salvo, e fu anche ben regalato da Nerva.

Vanissima arte è la strologia; ma Dio per suoi occulti giudizj può permettere che i suoi professori, per lo più fallacissimi, talvolta arrivino a colpire nel segno. Ma intanto è da osservare che quest′arte ingannatrice, piuttosto che predire la morte di Domiziano, fu essa la cagione della morte medesima, di maniera che fors′egli sarebbe sopravivuto molto se non le avesse prestato fede. Imperciocché, siccome abbiamo detto, essendosi conficcata nel di lui animo la credenza di dover essere ammazzato un dì, servì essa a lui di stimolo per commettere buona parte delle sue crudeltà, e a divenire odioso a tutti con togliere dal mondo i migliori, e chiunque egli riputava più capace e voglioso di nuocergli. Il rendè essa in oltre sì diffidente e sospettoso, che temeva fin della moglie e de′ suoi più intimi famigliari; ed arrivò, per quanto fu creduto, sino alla risoluzione di volerli privar tutti di vita. Ora tanto Domizia sua moglie, quanto i suoi più confidenti liberti, e Norbano e Petronio Secondo, allora prefetti del pretorio, dappoiché ebbero veduto come per sì lievi motivi egli avea ucciso Clemente suo cugino, e personaggio di tanta probità, e faceva troppo conoscere di non più fidarsi di alcun di loro; assai intesero ch′erano anch′essi in pericolo, e che per salvar la propria vita, altra maniera non restava che di levarla a Domiziano. Sicché prendendo bene il filo, la soverchia credenza che professò questo screditato Angusto alle ciarle de gli strologi, trasse lui ad esser crudele, e a non fidarsi di alcuno; e questa sua crudeltà e diffidenza costò a lui la vita per mano de′ suoi più cari. Scrive dunque Dione di aver inteso da buona parte [666] che Domiziano avesse veramente presa la determinazione di uccider la moglie e gli altri più familiari suoi liberti, e i capitani delle guardie stesse. Subodorata questa sua intenzione, s′accinsero essi a prevenirlo, ma non prima d′aver pensato a chi potesse succedergli nell′imperio. Segretamente ne fecero parola a varie nobili persone, che tutte dubitando di qualche trappola, non vollero accettar quella esibizione. Finalmente s′abbatterono in Marco Cocceio Nerva, personaggio degno dell′imperio, che abbracciò l′offerta. Un accidente fece affrettare la di lui morte, se pur è vero ciò che racconta Dione; perchè Suetonio, più vicino a questi tempi, non ne parla, e lo stesso vedremo raccontato di Commodo Augusto, anch′esso ucciso. Soleva Domiziano per suo solazzo tenere in camera un fanciullo spiritoso di pochi anni. Questi, mentre il padrone dormiva, gli tolse di sotto al capezzale una carta, con cui andava poi facendo de i giuochi. Sopravenuta Domizia Augusta, gliela tolse di mano, e con orrore trovò quella essere una lista di persone che il marito volea levare dal mondo, e d′esservi scritta ella stessa, i due prefetti del pretorio, Partenio mastro di camera, ed altri della corte. Ad ognun d′essi comunicato l′affare, fu determinato di non perdere tempo ad eseguir il disegno.

Venne il dì 18 di settembre, in cui, secondo gli astrologi, temeva Domiziano di essere ucciso. L′ora quinta della mattina quella spezialmente era di cui paventava. Però dopo aver atteso nel tribunale alla spedizion di alcuni processi, nel ritirarsi alle sue stanze dimandò che ora era. Da taluno de′congiurati maliziosamente gli fu detto che era la sesta: perlochè tutto lieto, come se avesse passato il pericolo, si ritirò nella sua camera per riposare. Partenio maestro di camera entrò da lì a poco per dirgli che Stefano, liberto e maestro di casa dell′ucciso Flavio Clemente, desiderava di parlargli per affare di somma importanza. Costui, siccome uomo forte di corpo e che odiava sopra gli altri Domiziano per la morte data al suo padrone, era stato scelto da i congiurati per fare il colpo. Ne′ giorni addietro aveva egli finto d′aver male al braccio sinistro, e lo portava con fascia pendente dal collo. Entrato egli in tal positura, presentò a Domiziano una carta, contenente l′ordine di una congiura, che si fingeva tramata contra di lui, col nome di tutti i congiurati. Mentre era l′imperadore attentissimo a leggerla, Stefano gli diede d′un coltello nella pancia. Gridò Domiziano aiuto : un suo paggio corse al capezzale del letto per prendere il pugnale, o pure la spada né vi trovò che il fodero, e tutti gli usci erano chiusi [667]. Ma perché la ferita non era mortale, Domiziano s′avventò a Stefano, si ferì le dita nel volergli prendere il coltello, ed abbrancolatisi insieme caddero a terra. Partenio; temendo che Domiziano la scappasse aperta la porta, mandò dentro Clodiano Corniculario Massimo suo liberto, e Saturio capo de′ camerieri, ed altri, che con sette ferite il finirono. Ma entrati altri che nulla sapeano della congiura, e trovato Stefano in terra, l′uccisero. In questa maniera, cioè col fine ordinario de′ tiranni, terminò sua vita Domiziano in età d′anni quarantacinque. Del suo corpo niuno si prese cura, fuorché Fillide sua nutrice, che segretamente in una bara plebea lo fece portare ad una sua casa di campagna, e dopo averlo fatto bruciare secondo l′uso d′allora, seppe farne mettere le ceneri, senza che alcuno se ne avvedesse, nel tempio della casa Flavia, mischiandole con quelle di Giulia Sabina Augusta, figliuola di Tito imperadore suo fratello [668]. Fu questa Giulia maritata da esso Tito a Flavio Sabino suo cugino germano; ma invaghitosene Domiziano, vivente ancora Tito, l′ebbe alle sue voglie. Divenuto poi imperadore; dopo aver fatto uccidere il di lei marito, pubblicamente la tenne presso di sè, con darle il titolo di Augusta, e farle un tal trattamento che alcuni la credettero sposata da lui [669]. Ma perchè gravida del marito, egli volle farla abortire, cagion fu di sua morte. Non ho detto fin qui, ma dico ora che Domiziano nella libidine non la cedette ad alcuno de′ più viziosi. Nè occorre dire di piiì.

Quanto al basso popolo di Roma [670], non mostrò egli nè gioia nè dolore per la morte di sì micidial regnante, perchè sfogavasi d′ordinario il di lui furore solamente sopra i grandi, nè toccava i piccoli. I soldati sì ne furono in grande affanno e rabbia, perchè sempre ben trattati e smoderatamente arricchiti da lui; però voleano tosto correre a farne vendetta; ma i lor capitani ne frenarono que′ primi furiosi movimenti, benché non potessero dipoi impedire quanto soggiugnerò appresso. All′incontro il senato, contra di cui spezialmente era infierito Domiziano, ne fece gran festa, il caricò di tutti i titoli più obbrobriosi, ed ordinò che si abbattessero le sue statue e i suoi archi trionfali [671], si cancellasse il di lui nome in tutte le iscrizioni, cassando anche generalmente ogni suo decreto. Ancorché Domiziano non si dilettasse delle lettere e dell′arti liberali, e solamente si conti ch′egli gran cura ebbe di rimettere in piedi le biblioteche bruciate di Roma, con raccogliere [672] libri da ogni parte, e farne copiare assaissimi da quella di Alessandria, pure fiorirono a′ suoi tempi varj insigni filosofi, fra′ quali massimamente risplendè Epitetto, i cui utili insegnamenti restano tuttavia, ed Apollonio Tianeo, la cui vita, scritta da Filostrato, è piena di favole. Fiorirono anche in Roma l′eccellente maestro dell′eloquenza Marco Fabio Quintiliano e Marco Valerio Marziale, poeta rinomato per l′ingegno, infame per gli suoi troppo licenziosi epigrammi. Erano amendue nativi di Spagna. Vissero parimente in que′ tempi Gaio Valerio Flacco e Gaio Silio Italico de′quali abbiamo tuttavia i poemi, ma di gusto cattivo è Decimo Giunio Giuvenale, autor delle satire, poco certamente modeste, ma assai ingegnose e degne di stima.         

Terminata dunque la tragedia di Domiziano, cominciò Roma, e seco l′imperio romano, liberato da questo mostro, a respirare, e tornarono i buoni giorni per l′assunzione al trono imperiale di Marco Cocceio Nerva. Era nato Nerva, per quanto ne scrive Dione [673], nell′anno 32 dell′era nostra, di nobilissimo casato. L′onestà de′ suoi costumi, la sua aria dolce e pacifica, la sua rara saviezza, prudenza ed inclinazione al ben de′ privati, e più del pubblico, il faceano amare e rispettar da chichessia. Queste sue belle doti gli ottennero due volte il consolato, cioè nell′anno 71 e nel 90. Mancava a lui solamente un corpo robusto e una buona sanità, essendo stato debolissimo lo stomaco suo. Non s′accordano gli storici in certe particolarità della sua vita ne gli ultimi anni di Domiziano. Filostrato [674] vuole, che venuto a Roma Apollonio Tianeo, gl′insinuasse di liberar la patria dalla tirannia di Domiziano, ma ch′egli non ebbe tanto coraggio. Aggiugne che Domiziano il mandò in esilio a Taranto; ed Aurelio Vittore [675] scrive che Nerva si trovava ne′ Sequani, cioè nella Franca Contea, allorché trucidato fu Domiziano, e che per consentimento delle legioni prese l′imperio. Ben più credibile a noi sembrerà ciò che lasciò scritto Dione; cioè che Domiziano, già da noi veduto persecutore di chiunque, o per le sue buone qualità o per relazion de gli astrologi, era creduto potergli succedere nell′imperio meditò ancora di levar Nerva dal mondo; e l′avrebbe fatto, se uno strologo, amico di lui, non avesse detto a Domiziano che Nerva attempato e mal sano era per morire fra pochi giorni. Nè Dione parla punto d′esilio; anzi suppone ch′egli si trovasse in Roma nel tempo dell′uccision di Domiziano, e che passasse di concerto co i congiurati, consentendo che si togliesse la vita a lui, giacchè senza di questo egli più non istimava sicura la propria. Estinto dunque il tiranno, fu alzato al trono cesareo Marco Cocceio Nerva, che certo non era lungi da Roma, per opera [676] spezialmente di Petronio Secondo, prefetto del pretorio, e di Partenio, principal autore della morte di Domiziano, con approvazione di tutto il senato e plauso del popolo. Ma eccoti alzarsi un rumore e una voce, che Domiziano era vivo, e fra poco comparirebbe [677]. Nerva di, natura timido allora mutò colore, perder la favella, nè più sapea in qual mondo si fosse. Ma Partenio, che co′ suoi occhi avea veduto le ferite e gli ultimi respiri dell′estinto Domiziano, l′incoraggì e rimise in sella. Andò pertanto Nerva a parlare a i soldati per quetarli, e promise loro il donativo solito nell′assunzion de′ nuovi imperadori. Di là poscia passò al senato, dove ricevette gli abbracciamenti gioviali e i complimenti cordiali di cadaun de′ senatori. Non vi fu se non Arrio Antonino, avolo materno di Tito Antonino poscia imperadore, suo sviscerato amico, il quale abbracciatolo, gli disse che ben si rallegrava col senato e popolo romano, e colle provincie per sì degna elezione, ma non già con lui, perchè meglio per lui sarebbe stato il vivere paziente sotto principi cattivi, che assumere un peso sì grave, ed esporsi a tanti pericoli ed inquietudini, col mettersi fra i nemici, che mai non mancano, e fra gli amici, i quali credendo di meritar tutto, se non ottengono quel che vogliono, diventano più implacabili de gli stessi nemici. Contuttociò Nerva fattosi coraggio, prese le redini del governo, e si accinse a sostener con decoro la sua dignità, siccome ancora a restituire al senato il primier suo decoro; e la quiete e l′allegria a i popoli; Vivente ancora Domiziano, e non peranche cessata la persecuzione da lui mossa a′ Cristiani, santo Anacleto papa coronò la sua vita col martirio o nel precedente o più tosto nel presente anno, ed ebbe per successore nel pontificato romano Evaristo.

Anno      di Cristo 97. Indizione X.

               di Evaristo papa 2.

               di Nerva imperadore 2.

Consoli    Marco Cocgeio Nerva Augusto per la terza volta

                     Lucio Virginio Rufo per la terza.

Varj altri consoli l′un dietro l′altro si credono dall′Almeloven sustituiti in quest′anno, e fra gli altri certo è che Cornelio Tacito istorico, siccome osservò anche Giusto Lipsio, succedette a Virginio, o sia Verginio Rufo. Tal notizia abbiamo da Plinio il giovane [678]. Era Virginio Rufo quel medesimo che nell′annno 68 ricusò più d′una volta l′imperio, datogli in Germania da i soldati. Gloriosamente avea egli menata fin qui la sua vita senza incorrere in alcuna disgrazia, rispettandolo ognuno, e fin quella bestia di Domiziano, e serbando quell′animo grande ch′era stato superiore a gl′imperj. Nerva anch′egli volle far conoscere a lui ed al pubblico quanta stima ne facesse con crearlo suo collega nel consolato. Abbiam di certo da Plinio suddetto che questo fu il terzo consolato d′esso Virginio: al che non fece riflessione il padre Stampa [679], quantunque il cardinal Noris [680] ed altri lo avessero avvertito e si raccolga eziandio da Frontino e da i Fasti d′Idazio. Fu egli sotto Nerone nell′anno 63 per la prima volta console ordinario. Credesi che nell′anno 69 gli toccasse il secondo consolato, ma straordinario, sotto Ottone Augusto. Intorno al prenome di Rufo s′è disputato. Chi Tito, chi Publio l′ha voluto. È più probabile Lucio. Ora per la terza volta creato console nell′anno presente, siccome c′insegna Plinio il giovane, mentre sul principio dell′anno si preparava a recitare in senato il rendimento di grazie a Nerva per la dignità a lui conferita, essendo in età di ottantatrè anni, colle mani tremanti, e stando in piedi, gli cadde il libro di mano; e nel volerlo raccogliere gli sdrucciolò il piede pel pavimento liscio e lubrico, in maniera che si ruppe una coscia.

Non essendosi questa ben ricomposta o riunita, dopo qualche tempo se ne morì, e gli furono fatti solenni funerali, mentre era console Cornelio Tacito, eloquentissimo oratore e storico, il qual fece l′orazione funebre in sua lode. Scrive il medesimo Plinio che questo Virginio Rufo era nato in una città confinante alla sua patria Como.

Del che l′Augusto Nerva si vide sufficientemente assodato sul trono, fece tosto sentire il suo benefico genio a Roma e a tutto il romano imperio [681]. Richiamò dall′esilio una copia grande di nobili che aveano patito naufragio sotto il precedente tirannico governo, ed abolì tutti i processi di lesa maestà. E perciocché questi erano proceduti da mere calunnie, perseguitò i calunniatori, e fece morir quanti servi e liberti si trovarono aver intentate accuse contra de′ loro padroni, proibendo con rigoroso editto a tal sorta di persone l′accusare da lì innanzi i padroni. Vietò parimente l′accusar chichessia d′empietà, e di seguitare i riti giudaici: il che vuol dire ch′egli estinse la persecuzione mossa contra de′ Cristiani, che da i Pagani venivano tuttavia confusi co i Giudei, perciocché per conto dei Giudei era loro permesso l′osservar la loro legge. Quanti preziosi mobili si trovarono nell′imperial palazzo ingiustamente tolti da Domiziano, furono da lui con tutta prontezza restituiti. Non volle permettere che si facessero statue d′oro e d′argento (se pur non erano dorate o inargentate) in onor suo, abuso dianzi assai gradito da Domiziano. A que′ cittadini romani che si trovavano in gran povertà; assegnò terreni, ch′egli fece comperare, di valore di un milione e mezzo di dracme, con deputare alcuni senatori che ne facessero la divisione. Perchè trovò smunto affatto l′erario vendè, a riserva delle cose necessarie, tutti i vasi d′oro e d′argento ed altri mobili, tanto suoi particolari che della corte, e parecchi poderi e case, con usar anche liberalità a i compratori. E ciò non per covare in cassa il danaro, ma per dispensarlo al popolo romano, apparendo dalle medaglie [682] ch′egli distribuì due volte nel breve corso del suo governo danari e grano. Giurò che d′ordine suo non si farebbe mai morire alcuno dei senatori; e quantunque un d′essi fosse convinto d′aver congiurato contra di lui, pure altro mal non gli fece che di cacciarlo in esilio. Fu da lui confermata la legge che non si potessero far eunuchi, e proibito il prendere in moglie le nipoti. Attese ancora al risparmio, dopo aver conosciuto il gran male provenuto dallo scialacquamento esorbitante di Domiziano. Levò dunque via molti sagrifizj, molti giuochi, ed altri non pochi spettacoli che costavano somme immense [683]. Suppresse tutto ciò che era stato aggiunto a gli antichi tributi a titolo di pena contro quei ch′erano morosi al pagamento, siccome ancora le vessazioni ed angarie introdotte contro a i Giudei nell′esigere le loro imposte. Le città oppresse da troppe gravezze ebbero sollievo da lui ed ordinò che per tutte le città d′Italia si alimentassero alle spese del pubblico gli orfani dell′uno e dell′altro sesso, nati da poveri genitori, ma liberi: carità continuata anche da i susseguenti buoni imperadori, anzi accresciuta, come apparisce dalle antiche iscrizioni. Ristrinse ancora l′imposta della vigesima per le eredità e per gli legati, introdotta da Augusto. Fra le lettere di Plinio il giovane [684] si truova un editto di questo imperadore che assai esprime quanta fosse la di lui bontà, con dir egli che ciascuno de suoi concittadini poteva assicurarsi aver egli preferita la sicurezza di tutti alla propria quiete, e non aver altro in animo che di far di buon cuore dei nuovi benefizj, e di conservare i già fatti da altri. E però per levar dal cuore d′ognuno la paura di perdere quel che aveano conseguito sotto altri Augusti, o di doverne cercar la conferma con delle preghiere d′oro, dichiarava che senza bisogno di nuovi ricorsi, chiunque godeva, avesse da godere; perch′egli volea solamente attendere a dispensar grazie e benefizi nuovi a chi non ne avea finora goduto.

E pure con un principe sì buono, il cui dolce e salutevol governo tanto più dovea prezzarsi, quanto poi si paragonava col barbarico precedente, non mancarono nobili romani che tramarono una congiura [685]. Capo d′essi fu Calpurnio, senatore, dell′illustre famiglia de′ Crassi: de gli altri non si sa il nome. Con esorbitanti promesse di danaro sollecitava egli alla rivolta i soldati. Scoperta la mena, Nerva il fece sedere presso di sè, assistendo a i giuochi de′ gladiatori, e nella stessa guisa che vedemmo operato da Tito, allorché gli furono presentate le spade di quei combattenti, le diede in mano a Crasso, acciocché osservasse se erano ben affilate, mostrando in ciò di non paventar la morte. Fu processato e convinto Crasso: tuttavia Nerva per mantener la sua parola di non uccidere senatori, altro gastigo non gli diede che di relegar lui e la moglie a Taranto. Fu biasimata dal senato sì grande indulgenza in caso di tanta importanza, e in altri ancora, perchè egli non sapea far male a i grandi, benché sel meritassero [686]. Trovavasi un dì alla sua tavola Veiento, o sia Veientone, già console, uomo scellerato, che sotto Domiziano era stato la rovina di molti. Cadde il ragionamento sopra Catullo Messalino, che nell′antecedente governo tanti avea assassinati colle sue accuse e colla sua crudeltà, ed era già morto. Se costui, disse allora Nerva, fosse tuttavia vivo, che sarebbe di lui? Giunio Maurico, uomo di gran petto, di egual sincerità, e uno de′ commensali, immantenente rispose: Con esso noi sarebbe a questa tavola. Ma quello che maggiormente sconcertò Nerva, fu l′attentato di Eliano Casperio, creato non so se da lui, o pur da Domiziano, prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie. O sia che costui movesse i soldati, o che fosse incitato da loro certo è che un dì formata una sollevazione, andarono tutti al palazzo [687], chiedendo con alte grida il capo di coloro che aveano ucciso Domiziano. A tal dimanda si trovò in una somma costernazione Nerva, contuttociò parendogli che non fosse mai da comportare il dar loro in mano chi avea liberata la patria da un tiranno ed era stato cagione del proprio suo innalzamento, coraggiosamente negò loro tal soddisfazione, dicendo, che se si voleano sfogare, più tosto sulla sua testa cadesse il loro sdegno. Ma costoro, senza fermarsi per questo, e con disprezzo dell′autorità imperiale, corsero a prendere Petronio Secondo, già prefetto del pretorio, e lo svenarono. Altrettanto fecero a Partenio, già mastro di camera di Domiziano, trattandolo anche più ignominiosamente dell′altro. E Casperio, divenuto più insolente, obbligò Nerva di lodar quest′azione al popolo raunato, e di protestarsi obbligato a i soldati, perchè avessero tolta la vita a i maggiori ribaldi che si avesse la terra.

Una sì atroce insolenza de′ pretoriani servì a far meglio conoscere a Nerva ch′egli, stante la sua vecchiaia e poca sanità, non potea sperare l′ubbidienza ed il rispetto dovuto al suo grado, e piuttosto dovea temerne de gli altri oltraggi. Il perchè da uomo saggio pensò di fortificar la sua autorità con associare all′imperio una persona che fosse non men forte d′animo, che vigorosa di corpo. E siccome egli non avea la mira se non al pubblico bene, e desiderava di scegliere il migliore di tutti [688]; così dopo maturo esame, e consigliato anche da Lucio Licinio Sara, senza punto badare a i molti parenti che avea (giacché non si sa ch′egli avesse mai moglie), fermò i suoi pensieri sopra Marco Ulpio Traiano, generale allora dell′armi romane nella Germania. Era questi di nazione Spagnuolo, perchè nato in Italica città della Spagna, come si raccoglie da Dione [689] e da Eutropio [690], benché Aurelio Vittore [691] il dica venuto alla luce in Todi; nè alcuno finora avea ottenuto l′imperio che non fosse nato in Roma, o nel vicinato: contuttociò Nerva fu di sentimento che per iscegliere chi dovea governare un sì vasto imperio, si avea da considerare più che la nazione, l′abilità e la virtù. Pertanto in occasion di una vittoria riportata nella Pannonia, fatto raunare il popolo nel Campidoglio nel dì 18 di settembre, come alcuni vogllono [692], o piuttosto nel dì 27 o 28 di ottobre, come pretendono altri, ad alta voce dichiarò ch′egli adottava per suo figliuolo Marco Ulpio Nerva Traiano, a cui nel senato diede nel giorno stesso il titolo di Cesare e  di Germanico, e scrisse di suo proprio pugno, avvisandolo di tale elezione [693]. Fors′anche, secondo alcuni, non era pervenuta questa nuova a Traiano, soggiornante allora in Colonia, che Nerva il proclamò imperadore [694], conferendogli la tribunizia podestà, ma non già il titolo d′Augusto, cioè il creò suo collega nell′imperio. Può essere che ciò avvenisse alquanto più tardi. Almen certo è che il disegnò console per l′anno seguente. Il merito assai conosciuto di Traiano, ch′era stato console nell′anno 91, ed avea avuto il padre stato anch′esso console (non si sa in qual anno) fece che ognuno ricevesse con plauso una sì bella elezione, e cessasse ogni sollevazione e tumulto in Roma. Si trovava allora Traiano nel maggior vigore della virilità, perchè in età di circa quarantaquattro anni.

Anno         di Cristo 98. Indizione XI.

                  di Evaristo papa 3.

                  di Traiano imperadore 1.

Consoli     Marco Cocceio Nerva Augusto per la quarta volta,

                 Marco Ulpio Traiano per la seconda.

Credesi che a questi consoli ne fossero sustituiti de gli altri nelle calende di luglio; ma quali, nol possiam sapere di certo. Poco sopravisse il buon imperadore Nerva: nè già sussiste, come taluno ha pensato, ch′egli deponesse l′imperio. Riscaldossi egli un giorno forte in gridando contra di un certo Regolo [695] che doveva aver commessa qualche iniquità, di modo che, quantunque fosse di verno, sudò e questo raffreddatosegli addosso gli cagionò una tal febbre che fu bastante a levarlo di vita. Aurelio Vittore gli dà sessantatrè anni d′età [696], Dione sessantacinque [697], Eutropio settantuno [698] ed Eusebio settantadue [699]. Comunque sia, lasciò egli anche dopo sì corto governo un glorioso nome a cagion delle sue lodevoli azioni di bontà e saviezza: azioni tali, ch′egli ebbe a dire di non sapere d′aver operata cosa per cui, quando anche egli avesse deposto l′imperio, non avesse da vivere quieto e sicuro nella vita privata. Ma nulla certo gli acquistò più credito e gloria che l′aver voluto per successore nell′imperio un Traiano, che poi divenne il modello dei principi ottimi. Con funerale magnifico fu portato il suo corpo, o vogliam dire le ceneri ed ossa sue, dal senato nel mausoleo d′Augusto. Intorno al giorno di sua morte disputano gli eruditi. Inclinano i più a credere che questa avvenisse nel gennaio dell′anno presente, e nel dì 27. Aurelio Vittore scrive che quel giorno in cui egli mancò di vita, fu un′eclissi del sole. Secondo i conti del Calvisio, si eclissò il sole nel dì 21 di marzo di quest′anno, ma non s′accorda ciò con chi [700] gli dà sedici mesi e nove o dieci giorni d′imperio. Sappiamo bensì da Eusebio [701]; dalle medaglie [702] e dalle iscrizioni [703], che Nerva per decreto del senato fu alzato all′onore de gli Dii, e che Traiano non mai stanco di mostrar la sua gratitudine a questo buon principe e padre che l′avea alzato al trono, alzò anch′egli a lui de i templi, secondo la cieca superstizione e temerità del Gentilesimo. Allorché terminò Nerva i suoi giorni, Publio Elio Adriano, che fu poi imperadore, giovane allora, ed amicissimo, anzi parente di Traiano, lasciato già da suo padre sotto la tutela di lui [704], si trovava nella Germania superiore. Arrivata colà la nuova della morte di Nerva, Adriano volle essere il primo a portarla a Traiano, dimorante allora in Colonia: e tuttoché Serviano di lui cognato cercasse d′impedirglielo, con fare segretamente rompere il di lui calesse, per aver egli l′onore di far penetrare con sua lettera il lieto avviso a Traiano, nondimeno Adriano camminando a piedi, prevenne il messaggier di Serviano. Ricevute poi che ebbe Traiano [705] le lettere del senato, gli rispose di suo pugno co′ dovuti ringraziamenti, fra l′altre cose promettendo che nulla più farebbe contro la vita e l′onore delle persone dabbene: il che poscia confermò con suo giuramento. Mentre egli tuttavia si trovava in quelle parti, o certo prima di tornarsene a Roma, chiamò a sè Eliano Casperio, prefetto del pretorio, e i soldati da lui dipendenti, facendo vista di volersi valere di lui in servigio della repubblica. Nerva, in ragguagliarlo dell′elezione sua, l′avea particolarmente incaricato di far le sue vendette contro d′esso Casperio, e di quelle milizie che ammutinate gli aveano fatto, siccome dicemmo, un sì grave affronto. Traiano l′ubbidì. Tolta fu a Casperio la vita, e a quanti pretoriani si trovò che aveano avuta parte in quella sedizione. Comandava allora ad una possente armata Traiano, nè v′è apparenza ch′egli nell′anno presente venisse a Roma, ma bensì ch′egli si trattenesse in quelle ed anche in altre parti, per dare buon sesto a i confini dell′imperio e alla quiete delle provincie [706]. Sparsasi nelle nazioni germaniche la fama che Traiano era divenuto imperadore ed Augusto, tale già correa la rinomanza e la stima del di lui valore e senno anche fra quelle barbare genti, che ognun fece a gara per ispedirgli de i deputati, e chiedergli supplichevolmente la continuazion della pace. Erano soliti i Tedeschi nel verno allorché il Danubio gelato si potea passare a piedi, di venire a′ danni de′ Romani. Nel verno di quest′anno non si lasciarono punto vedere. Trovavasi in quelle contrade Traiano; e tuttoché le sue legioni facessero istanza di valicar quel fiume per dare addosso a i Tedeschi, tuttavia egli nol permise. Una delle sue principali applicazioni era stata, e maggiormente fu in questi tempi di ristabilire l′antica disciplina, l′amor della fatica e l′ubbidienza nella milizia romana, ed egli stesso, con trattar civilmente tutti gli ufiziali e soldati, si conciliò più che prima l′amore e il rispetto d′ognuno.

Anno         di Cristo 99. Indizione XII.

                  di Evaristo papa 4

                       di Traiano imperadore 2,

Consoli    Aulo Cornelio Palma,

                      Gaio Sosio Senecione.

Erano questi consoli due de′ migliori nobili che si avesse allora il senato romano, e particolarmente godevano della stima ed amicizia di Traiano. Aveano costumato alcuni de′ precedenti Angusti di prender essi il consolato nelle prime calende di gennaio, susseguenti alla loro assunzione, cessando per ciò i consoli disegnati [707]. Traiano, tra perchè non si pasceva di fumo, e perchè gli affari non gli permettevano di trovarsi all′apertura dell′anno nuovo in Roma, ricusò nell′anno precedente l′onore del consolato, offertogli dal senato secondo lo stile, e volle che entrassero i due consoli sopradetti. Verisimilmente venuta che fu la primavera, fu il tempo in cui egli dalla Germania s′inviò a Roma. Ben diverso fu il suo passaggio da quei di Domiziano. Quelli erano un saccheggio delle città, dovunque passava egli colle sue truppe. Traiano benché scortato da più legioni, con tal disciplina, con sì bel regolamento faceva marciare e riposar la sua gente, che diventò lieve a i popoli quel militare aggravio. Abbiamo ancora da Plinio l′entrata di Traiano in Roma. Fu ben lieto quel giorno al veder venire un buon principe, non già orgoglioso sopra carro trionfale, o portato da gli uomini, come costumò alcuno de′ suoi antecessori, ma a piedi e in abito modesto: che non accoglieva con fronte alta e superba chi gli si presentava per rallegrarsi con lui e per ossequiarlo, ma bensì gli abbracciava e baciava tutti, come suoi cari concittadini e fratelli. Andò al Campidoglio, e poscia al palazzo. Seco era Pompea Plotina sua moglie, donna d′alto affare, ed emula delle virtù del marito [708]. Allorché ella fu sulle scalinate del palazzo imperiale, rivolta al popolo, disse: Quale io entro ora qua, tale desidero anche d′uscirne, cioè ben voluta, e senza rimprovero d′alcuna iniquità. In fatti con tal modestia e saviezza visse ella sempre dipoi, che si meritò gli encomj di tutti, e massimamente perchè cooperava anch′essa a promuovere il ben pubblico e la gloria del marito [709]. Raccontasi, che informata delle avanie e vessazioni che si praticavano per le provincie del romano imperio da gli esattori de′ tributi e delle gabelle, sanguisughe ordinarie de′ popoli, ne fece una calda doglianza al marito, come egli fosse sì trascurato in affare di tanta premura, permettendo iniquità che facevano troppo torto alla di lui riputazione. Seriamente vi si applicò da lì innanzi Traiano, e rimediò a i disordini, riconoscendo essere il fisco simile alla milza, la quale crescendo fa dimagrar tutte le altre membra. A Plotina fu probabilmente conferito dopo il suo arrivo a Roma il titolo di Augusta, siccome a Traiano quello di Padre della Patria, che si truova enunziato nelle monete di quest′anno, come pur anche quello di Pontefice Massimo. Avea Traiano una sorella, appellata Marciana, con cui mirabilmente andò sempre d′accordo la saggia imperadrice Plotina. La città di Marcianopoli, capitale della Mesia, per attestato di Ammiano [710] e di Giordano [711], prese il nome da lei. Ebbe anche Marciana il titolo d′Augusta, che si truova in varie iscrizioni e monete. Da lei nacque una Matidia, madre di Giulia Sabina, che fu moglie di Adriano Augusto, e, per quanto si crede, di un′altra Matidia.

Le prime applicazioni di Traiano, da che fu egli giunto a Roma, furono a cattivarsi l′amore del pubblico colla liberalità [712]. Aveva egli già pagato alle milizie la metà del regalo che loro solea darsi da i novelli imperadori. A i poveri cittadini romani diede egli l′intero congiario, volendo che ne participassero anche gli assenti e i fanciulli: spesa grande, ma senza arricchir gli uni colle sostanze indebitamente rapite ad altri, come in addietro si facea da′ principi simili alle tigri, le quali nudriscono i lor figliuoli colla strage d′altri animali. Da gran tempo si costumava in Roma che la repubblica distribuiva gratis di tanto in tanto una prodigiosa quantità di grano e d′altri viveri al basso popolo de′ cittadini liberi, perchè anch′esso riteneva qualche parte nel dominio e governo. Ma i fanciulli che aveano meno d′undici anni, non godevano di tal distribuzione. Traiano volle ancor questi partecipi della pubblica liberalità. E perciocché, siccome dicemmo, Nerva avea ordinato che anche per le città dell′Italia a spese de′ pubblici erarj si alimentassero i figliuoli orfani della povera gente libera, diede alle città danari e rendite affinchè fosse conservato ed accresciuto questo buon uso. Rallegrò parimente il popolo romano con alcuni giuochi e spettacoli pubblici, conoscendo troppo il genio di quella gente a sì fatti divertimenti. Per altro non se ne dilettava egli, anzi cacciò di nuovo da Roma i pantomimi, come indegni della gravità romana. Cura particolare ebbe dell′annona, con levar via tutti gli abusi e monopolj, con formare e privilegiare il collegio de′ fornai: di modo che non solo in Roma, ma per tutta l′Italia si vide fiorire l′abbondanza del grano; talmente che l′Egitto, solito ad essere il granaio dell′Italia, trovandosi carestioso in quest′anno, per avere il Nilo inondato poco paese, potè ricevere soccorso di biade dall′Italia stessa, Ma ciò che maggiormente si meritò plauso da ognuno, fu l′aver anch′egli, più rigorosamente di quel che avessero fatto Tito e Nerva, ordinato processi e castighi contra de′ calunniosi accusatori, che sotto Domiziano erano stati la rovina di tanti innocenti. Nella stessa guisa ancora abolì l′azione di lesa maestà, ch′era in addietro l′orrore del popolo romano. Ogni menoma parola contra del governo si riputava un enorme delitto. Ma egregiamente intendeva Traiano essere proprio de′ buoni principi l′operar bene, senza poi curasi delle vane dicerie de′ sudditi, laddove i tiranni, male operando, esigerebbono ancora che i sudditi fossero senza occhi e senza lingua, nè badano che co i gastighi maggiormente accendono la voglia di sparlare di loro, e l′odio universale contra di se stessi. Assistè Traiano nell′anno presente, come persona privata, a i comizj, ne′ quali si dovea far l′elezion de′ consoli per l′anno seguente. Fu egli disegnato console ordinario; ma si durò fatica a fargli accettare questa dignità, ed accettata che l′ebbe, con istupore d′ognuno si vide il buon imperadore andarsi ad inginocchiare davanti al console, per prestare il giuramento, come solevano i particolari : e il console, senza turbarsi, lasciò farlo. Altri consoli da sustituire a gli ordinarj furono anche allora disegnati, siccome dirò all′anno seguente.

Anno       di Cristo 100. Indizione XIII.

                di Evaristo papa 5.

                di Traiano imperadore. 3.

Consoli    Marco Ulpio Nerva Traiano Augusto per la terza volta,

                    Marco Cornelio Frontone per la terza.

Gran disputa fra gli eruditi illustratori dei Fasti Consolari [713] è stata, e dura tuttavia, senza aver mezzo finora da deciderla, quale sia stato il collega ordinario di Traiano nel presente consolato, cioè chi con lui procedesse console nelle calende di gennaio. Parve al cardinal Noris [714] più probabile che fosse Sesto Giulio Frontino per la terza volta, scrittore rinomato per gli suoi libri, conservati sino a i dì nostri. Poscia inclinò più tosto a crederlo Marco Cornelio Frontone per la terza volta, come avea tenuto il Panvinio e tenne dipoi anche il Pagi. L′imbroglio è nato dalla vicinanza de i cognomi di Frontone e Frontino. Certo è che Frontone fu console in quest′anno. E perciocché sappiamo da Plinio [715] essere stati disegnati per quest′anno, oltre all′Angusto Traiano, due altri che sarebbono consoli per la terza volta; perciò alcuni han creduto anche Frontino console nell′anno presente; ma senza apparire in qual anno preciso tanto egli quanto Frontone avessero conseguito gli altri due consolati. Credesi ben comunemente che nelle calende di settembre fossero sustituiti in quella illustre dignità Gaio Plinio Cecilio Secondo Comasco, celebre scrittore di lettere e del panegirico di Traiano, ch′egli per ordine del senato compose e recitò in questa congiuntura, e Spurio Cornuto Tertullo, personaggio anch′esso di gran merito. Secondo il Panvinio e l′Almeloven, nelle calende di novembre succederono Giulio Feroce ed Acutio Nerva. Ma io [716] ho prodotta un′iscrizione posta nel dì 29 di dicembre dell′anno presente da cui ricaviamo essere allora stati consoli Lucio Roscio Eliano e Tiberio Claudio Sacerdote. Benchè fosse assai conosciuto in Roma il mirabil talento di Traiano Augusto, pure, assunto ch′egli fu al trono, maggiormente comparì qual era, con vedersi in oltre un avvenimento ben raro, cioè ch′egli non mutò punto nella mutazion dello stato i buoni suoi costumi, anzi li migliorò e che l′altezza del suo grado e della sua autorità servì solamente a far crescere le sue virtù. Fasto e superbia spiravano le azioni di molti suoi predecessori [717]. Continuò egli, come prima, la sua affabilità, la sua modestia, la sua cortesia. Ammetteva alla sua udienza chiunque lo desiderava, trattando con tutti civilmente, e massimamente onorando la nobiltà, ed abbracciando e baciando i principali: laddove gli altri Augusti, stando a sedere, appena porgeano la man da baciare. Gli stava fitta in mente questa massima che un sovrano in vece d′avvilirsi coll′abbassarsi, tanto più sia rispettare et adorare. Usciva egli con un corteggio modesto e mediocre; nè andavano già innanzi lacchè o palafrenieri per fargli far largo colle bastonate, anzi egli talvolta si fermava nelle strade per lasciar che passasse qualche carro o carrozza altrui. Per un imperadore era assai frugale la sua tavola, ma condita dall′allegria di lui, e da quella di varie persone savie e scelte, ch′erano or l′una or l′altra invitate [718]. Distinzione di posto non voleva alla sua mensa, nè sdegnava di andare a desinare in casa de gli amici, di portarsi alle lor feste, di visitarli malati, di andar talvolta nelle loro carrozze. Insomma, per quanto poteva, si studiava di trattar con tutti, non meno in Roma che per le provincie, con tanta civiltà e moderazione, come se non fosse il sovrano, ma un loro eguale, ricordando a se stesso ch′egli comandava bensì a gli uomini, ma ch′era uomo anch′egli. E perchè un dì gli amici suoi il riprendevano perchè eccedesse nella cortesia verso d′ognuno, rispose quelle memorande parole: Tale desidero d′essere imperadore verso i privati, quale avrei caro che gl′imperadori fossero verso di me, se fossi uomo privato. Lo stesso Giuliano Apostata [719], che andò cercando tutte le macchie e i nei de′ precedenti Augusti, non potè non confessare che Traiano superò tutti gli altri imperadori nella bontà e nella dolcezza: il che punto non facea scemare in lui la maestà, e ne′ sudditi il rispetto verso di lui. Per questa via, e col mostrar amore a tutti, egli era sommamente amato da tutti,, odiato da niuno; e dapertutto si godeva una somma pace e un′invidiabil tranquillità, come si fa nelle ben regolate famiglie.

L′adulazione, come in paese suo proprio, suol abitar nelle corti, non già in quella di Traiano, che l′abborriva [720]. E però ne pur gradiva che se gli alzassero tante statue, come in addietro si era praticato con gli altri Augusti, e di rado permetteva che se gli facesse quest′onore, nè altri che puzzassero d′adulazione. Per altro mostrava egli piacere che il nome suo comparisse nelle fabbriche da lui fatte o risarcite, e nelle iscrizioni de′ particolari, laonde apparendo poi esso in tanti luoghi, diede motivo ad alcuni di chiamarlo per ischerzo [721] Erba Parietaria, erba che si attacca alle muraglie. Ma conferendo le cariche, nè pur voleva esserne ringraziato, quasi ch′egli fosse più obbligato a chi le riceveva, che essi a lui. Le ordinarie sue occupazioni consistevano in dar udienze a chi ricorrea per giustizia, per bisogni, per grazie, con ispedir prontamente gli affari, spezialmente quelli che riguardavano il ben pubblico. Sapeva unire la clemenza, la piacevolezza colla severità e costanza nel punire i cattivi, nel rimediare alle ingiustizie de′ magistrati, nel pacificar fra loro le città discordi. Sotto di lui in materia criminale non si profferiva sentenza contro di chi era assente; nè per meri sospetti, come si usava in addietro, si condannava alcuno. Un bellissimo suo rescritto vien riferito ne′ Digesti [722], cioè: Meglio è in dubbio lasciar impunito un reo, che condannare un innocente. Sotto altri principi il fisco guadagnava sempre le cause: non già sotto Traiano, che anche contra di se amava che fosse fatta giustizia. Quanto era egli lontano dal rapire la roba altrui, altrettanto era alieno dal nuocere o inferir la morte ad alcuno. A′ suoi tempi un solo de′ senatori fu fatto morire, ma per sentenza del senato, e senza notizia di lui, mentre era lungi da Roma: tanto era il rispetto ch′egli professava a quel nobilissimo ordine [723]. Ed appunto in quest anno fu un bel vedere, come creato console, egli si contenesse nel senato, in esercitando quell′eminente dignità. Nel primo giorno dell′anno volle, salito in palco nella pubblica piazza, prestare il giuramento di osservar le leggi, solito a prestarsi da gli altri consoli; ma non da gl′imperadori, che se ne dispensavano. Portatosi al senato, ordinò ad ognuno di dire con libertà e sincerità i lor sentimenti, con sicurezza di non dispiacergli. Così diceano anche gli altri Augusti, ma non di cuore, e i fatti poi lo mostravano. Ordinò ancora che a i voti, i quali non meno in Roma che per le Provincie nel dì 3 di gennaio si faceano per la salute dell′imperadore, s′aggiugnesse questa condizione: Purché egli governi a dovere la repubblica, e proccuri il bene di tutti. Egli stesso in pregar gli Dii per sè medesimo, solea dire: Se pure la meriterò, se continuerò ad essere quale sono stato eletto e se seguiterò a meritar la stima e l′affetto del senato. Con tal pazienza accudiva egli a i pubblici affari, ascoltava i dibattimenti delle cause, e con tanta attenzione distribuiva le cariche, promovendo sempre chi andava innanzi nel merito, che il senato non potè contenersi dal palesar la sua gioia con delle acclamazioni che mossero le lagrime al medesimo Traiano, coprendosi intanto il di lui volto di rossore, cioè di un contrassegno vivo della sua modestia. E verisimilmente il senato circa questi tempi conferì a Traiano il glorioso titolo di Ottimo Principe. Plinio nelle sue epistole parla di molte cause agitate in questi tempi nel senato, con aver Traiano ben disaminati i processi, e custodita rigorosamente l′osservanza delle leggi. Il primo gran dono che fa Dio a gli uomini, quello è di dar loro un buon naturale, un intendimento chiaro e un′indole portata solamente al bene. Convien ben dire che ottimo fosse il talento di Traiano, da che confessano gli storici ch′egli poco o nulla avea studiato di lettere, ed era mancante d′eloquenza. Ma il suo ingegno e giudizio, e il pendio a quel solo che è bene, supplivano questo difetto. E però benché non fosse letterato, sommamente amava e favoriva i letterati, e chiunque era eccellente in qualsivoglia professione.

Note

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[310] Tacitus lib. 12. c. 52.

[311] Suetonius in Vespasiano cap. 4.

[312] Tacitus Annal, lib. 12. cap, 4.

[313] Sueton. in Claudio cap. 18.

[314] Tacitus Annal. lib. 12. cap. 52.

[315] Plinius lib. 7. Epistola 29.

[316] Dio lib. 60.

[317] Dio lib. 60. Suetonius in Claudio cap. 20. Tacitus lib. 12. cap. 67.

[318] Plinius lib. 56. c. 15.

[319] Sueton. in Claudio cap. 21.

[320] Tacitus lib. 12. c. 57.

[321] Plin. lib. 56. cap. 15.

[322] Josephi Antiq. Judaic. lib. 2.

[323] Tacitus lib. 12. cap. 58.

[324] Sueton. in Nerone cap. ii.

[325] Sueton. in Nerone cap. 8.

[326] Tacitus Annal. lib. 12. cap. 59.

[327] Idem cod. lib. cap. 64.

[328] Sueton. in Nerone cap. 7.

[329] Sueton. in Claudio cap. 43.

[330] Dio lib. 60.

[331] Tacitus Annal. lib. 12. cap. 67.

[332] Sueton. in Claud. cap. 45.

[333] Tacitus Annal. lib. 12. c. 69.

[334] Sueton. in Claudio cap. 45, et in Vespasian, c. 9.

[335] Dio lib. 60.

[336] Tacitus Annal. lib. 15. cap. 5.

[337] Pagius in Critica Baroniana.

[338] Sueton. in Nerone.

[339] Dio lib. 61.

[340] Tacitus Annal. lib. 15. cap. 7.

[341] Dio lib. 61.

[342] Tacitus lib. 13. cap. 17.

[343] Tacitus Annal. lib. 13. c. 25. Dio lib. 61. Sueton. in Nerone c. 26.

[344] Plin. lib. 13. cap. 22.

[345] Tacitus lib. 15. cap. 42.

[346] Tacitus Annal. lib.13 cap. 31.

[347] Dio lib. 61.

[348] Tacitus lib. 13. cap. 42.

[349] avanie: soperchierie, imposte esose (dal turco avan)

[350] Dio lib. 90.

[351] Tacitus lib. 13. cap. 34.

[352] Mediobarbus in Numism. Imperator.

[353] Noris Epistola Consular.

[354] Thesaurus Novus Veter. inscr, pag. 305. num 3.

[355] Dio lib. 90.

[356] Tacitus lib. 14. c. 2.

[357] Sueton. in Nerone.

[358] Tacitus lib. 4. cap. 48.

[359] Quintilianus lib. 8. Instit.

[360] Tacitus lib. 14. cap. 12.

[361] Sueton. in Nerone cap. 34.

[362] Tacitus lib. 14. cap. 14.

[363] Dio lib. 61.

[364] Dio lib. 61.

[365] Tacitus lib. 14 cap. 15.

[366] Sueton. in Nerone cap. 25.

[367] Tacitus lib. 4. cap. 48.

[368] Tacitus lib. 14. cap. 40.

[369] Dio lib. 61.

[370] Tacitus lib. 12. cap. 29.

[371] Tacitus lib. 4. cap. 48.

[372] Tacitus lib. 14- cap. 31.

[373] Sueton. in Nerone cap. 55.

[374] Dio lib. 61.

[375] Sueton, in Nerone cap. 55.

[376] Tacit. lib. 14. cap. 60. Dio lib. 61. Suetonius in Nerone cap. 55.

[377] Tacitus Annal. lib. 15, cap, 1.

[378] Tacito, lib 15, c. 23.

[379] Tacitus lib. 15. cap. 33.

[380] Dio lib. 61.

[381] Tacitus Annal. lib. 15. cap. 48. Dio lib. 61. Sueton. in Nerone cap. 58.

[382]

[383] Sueton. in Nerone cap. 16. Tacit. lib. 2. cap. 42 et seqq.

[384] Thesaurus Novas Inscription. pag. 305. num. 4.

[385] Tacitus Annal. lib. 15. c. 48 et seq. Dio lib. 51. Sueton. in Nerone cap. 36.

[386]  Dio lib. 61.

[387] Tacitus Annal. lib, 16. cap. i,

[388] Sueton. in Nerone c. 55. Dio lib. 62.

[389] Tacitus lib. 16. c. 6.

[390] Baron. in Annal. Blanchinius ad Anastasium. Pagius in Critica Baroniana.

[391] Tacitus lib. 16. c. \14 et seq.

[392] Dio lib. 65.

[393] Plinius lib. 50. c. 2.

[394] Joseph de bello judaico lib, 2. cap. 40.

[395] Dio lib. 65. Suetonius in Nerone cap. 22.

[396] Lucian. in Nerone.

[397] Dio lib. 63. Suetonius in Nerone cap. 19.

[398] Joseph lib. 5. de Bello Judaic. lib, 3.

[399] Dio lib. 63. Sueton. in Nerone c. 40 et seq.

[400] Sueton. in Galba c. 9 et seq.

[401] Philostratus in Apoll.

[402] Plutarchus in Galba. Suetonius in Nerone c. 42.

[403] Plutarchus in Galba. Tacitus Histor. lib, 2, c. 49.

[404] Plinius junior, lib. 6. Ep, 10. Tacitus histor. lib. 2. cap. 49.

[405] Dio lib. 05. Sueton. in Galba c. 11.

[406] Idem in Nerone cap.

[407] Thesaur, Novus Veter. Inscription. pag. 506. num. 2.

[408] Plutarc. in Galba.

[409] Idem ibid.

[410] Dio lib. 63. Sueton. in Nerone c. 57. Euseb. in Chronico, Eutropius et alii.

[411] Plutar, in Galba.

[412] Thesaur. Novus Inscription. pag, 306. num. 3.

[413] Sueton. in Galba c. 12.

[414] Plutarc. in Galba.

[415] Tacitus histor. lib. 1. cap. 6.

[416] Plutarc. in Galba.

[417] Sueton. in Galba cap. 12.

[418] Dio lib. 64.

[419] Plutarc. in Galba.

[420] Sueton. in Galba cap. 16.

[421] Joseph de Bello Judaico lib. 4.

[422] Tacitus Historiar. lib. 1. cap. 7. Dio lib. 64.

[423] Sueton. in Vitellio cap. 7.

[424] Plutarc. in Galba. Tacit. Historiar. lib. i. c. 55.

[425] Tacit. Historiar. lib i. cap. 13.

[426] Sueton. in Othone cap. 5.

[427] Tacitus Historiar. lib. i. cap. 27. Plutarchus in Galba.

[428] Tacitus lib. 2. cap. 77.

[429] Plutarc. in Othone.

[430] Tacitus Histor. lib. 2. c. i.

[431] Idem ibid. lib. i. cap. 61. et seq.

[432] Plutarc. in Othone.

[433] Sueton. in Othone cap. 8. Dio lib. 64. Tacitus Hibtoriar. lib. i. cap. 74.

[434] Tacitus lib. 2. cap. 21.

[435] Plutarc. in Othone.

[436] Dio lib. 64.

[437] Plutarch. in Othone.

[438] Suetonius in Othone cap. 10.

[439] Tacit. Histor. lib. 2. cap. 49.

[440] Plutarc. in Olhone.

[441] Sueton, in Vitellio cap. 24. Dio lib. 64.

[442] Tacitus Histor. lib. 2, cap. 97. Suetonlus in Vespasiano cap, 4.

[443] Joseph de bello Judaic. lib. 4.

[444] Tacitus Hstoriar. lib. 2, cap. 82.

[445] Sueton. in Vitellio cap. 18.

[446] Dio lib. 65. Tacitus Histor.lib 5.

[447] Joseph de Bello Judaico lib. 3. cap.

[448] Tacitus Historiar. lib. 3. cap. 55. Dio lib. 65.

[449] Tacitus Historiar, lib. 3. cap. 55.

[450] Dio lib. 65. Tacitus Histor. lib. 3. cap. 69.

[451] Joseph de Bel. Jud. lib. 4. cap. 42 Dio lib. 65.

[452] Sueton. in Vitellio cap. 16.

[453] Tacitus Histor. lib. 4. Dio lib. 66.

[454] Tacitus lib 4, c. 69.

[455] Philostratus in Apollon. Tyan.

[456] Dio lib. 66.

[457] Tacitus Histor. lib.4,  cap. 52.

[458] Sueton. in Vespasiano cap. 8.

[459] Dio in Excerptis Valesianis.

[460] Joseph   De Bello Judaic. lib. 5.

[461] Tacit. Histor. lib. 5.

[462] Tacit. Histor. lib. 4.

[463] Sueton.  in Vespasiano cap. 55.

[464] Philostratus in Apollon. Tyaneo.

[465] Sueton. in Vespasiano cap. 8.

[466] Dio lib. 60.

[467] Plinius junior, lib. 4- Epist. 5.

[468] Philostratus in Vita Apollonii Tyan.

[469] Dio lib. 66. Suetonius in Vespasiano cap. 14.

[470] Joseph de Bello Judaic. lib. 7

[471] Sueton. in Vespasiano cap. 15.

[472] Dio lib. 66.

[473] Tacitus in Vita Agricolae cap. 17.

[474] Sueton. in Vespasian. cap. 9.

[475] Sueton. in Vespasiano cap. 8.

[476] Idem cap. 12.

[477] Sueton in Domitiano cap. 2.

[478] Idem in Tito cap. 6.

[479] Euseb. in Chron.

[480] Philostratus in Apollon. Tyan.

[481] Tacitus Historiar. lib. 4, cap. 5.

[482] Arrian. in Epictet.

[483] Plinius junior lib. 4- Epistol. 23.

[484] Dio, lib. 66.

[485] Sueton. in Vespasiano cap. 15.

[486] Dio lib. 66.

[487] Sueton. in Vespasiano cap. 15.

[488] Plinius Histor. Natural, lib. 7. cap. 49.

[489] Dio lib. 66. Sueton. in Vespasiano cap. 5.

[490] Sueton. cap. 3.

[491] Idem cap, 25. Dio lib. 66.

[492] Sueton. in Vespasiano cap. 16.

[493] Dio lib. 66.

[494] Sueton. in Vespasiano cap. 15.

[495] Aurelius Victor in Breviar.

[496] Gruterus Thesaur. Inscription. Thesaurus Novus Veter. Inscription. Muratorian.

[497] Zonaras Annal.

[498] Plinius Histor. Natur. lib. 5. cap. 5.

[499] Sueton in Vespasiano cap. 13.

[500] Dio in Excerptis Valesian.

[501] Sueton. in Vespasiano cap. 14. Dio lib. 66.

[502] Plinius lib. 56. cap. 15.

[503] Herodianus lib. i. cap. 14.

[504] Joseph de Bello Judaic. lib. 7. c. 24.

[505] Panvin. in Fastis.

[506] Eusebius in Chronico.

[507] Dio lib. 66.

[508] Joseph Antiq. Judaic. lib. 18.

[509] Sueton. in Tito cap. 7.

[510] Dio lib. 66.

[511] Plinius Senior in Praefatione.

[512] Eusebius in Chronic.

[513] Dio lib. 66.

[514] Idem ibid.

[515] Capitolinus in Vita Lucii Veri.

[516] Tacitus in Vita Agricolae cap. 9.

[517] Dio lib. 66.

[518] Plutarch. in Amatorio.

[519] Tacitus Histor. lib. 4. cap. 67.

[520][520] Thesaurus Novus Veter. Inscr. pag. 111.

[521] Dio lib. 66. Suetonius in Tito cap. 6.

[522] Sueton. in Vespasiano cap. 19.

[523] Dio lib. 66.

[524] Sueton. in Vespasiano cap. 19.

[525] Sueton. in Tito c. i.

[526] Plinius junior lib. 6. Epist. 16 et 20.

[527] Dio lib. 66.

[528] Suet. in Tito cap. 7.

[529] Sueton. in Tito cap. 8.

[530] Dio lib. 66.

[531] Aurelius Victor, in Bieviar.

[532] Sueton. Dio, Eutropius, Eusebius.

[533] Sueton. in Tito cap, 9. Dio lib. 66.

[534] Tacitus iu Vita Agricolae c. 22.

[535] Thesaurus Novus Inscript. pag. 512 et pag. 518. i.

[536] Suet. in Tito c. 10.

[537] Zonara in Chr.

[538] Dio lib. 66.

[539] Plutar, de Sanit.

[540] Aurelius in Breviar.

[541] Dio lib. 66.

[542] Sueton. in Tito c. 10.

[543] Patin, Vaillant, Mediobarb., et alii.

[544] Sueton, in Domitiano cap. 8.

[545] Aurelius Victor in Epitome.

[546] Sueton. in Domitiano cap. 9.

[547] Plutarch. in Vita Poplic.

[548] Tacitus in Vita Agricolae cap. 25 e seqq.

[549] Tacitus in Vita Agricola; cap. 25 et seqq.

[550] Sueton. in Domitiano cap. 4.

[551] Dio lib. 67.

[552] Jordan, de Rebus Geticis cap. 15.

[553] Noris Epist. Consular.

[554] Mediobarbus, Goltzius et alii.

[555] Tacitus de Alorib. Germanor. cap. 50.

[556] Dio lib. 67.

[557] Frontin. in Stratagem. lib. i. cap. i.

[558] Statius in Sylvar. lib. i. cap. i.

[559] Tacitus in Vita Agricolae cap. 38 et seqq.

[560] Julius Capitolinus in Antonino Pio.

[561] Mediobarb. in Numism. Imperator.

[562] Blanchinius ad Anast.

[563] Sueton. in Domitiano cap. 6.

[564] Tacitus in Vita Agricolae cap. 39 et seq.

[565] Tacitus in Vita Agricolae cap. 31.

[566] Thesaur. Novus Inscript. pag. 115. n. 2.

[567] Capitolinus in Vita Antonini Pii.

[568] Censorinus de die natali cap. 18.

[569] Suetonius in Domitiano cap. 4.

[570] Statius in Sylv.

[571] Dio lib. 67.

[572] Sueton. in Domitiano cap. 4.-

[573] Quinquatrus maiores: festività romana che il calendario arcaico segnava con caratteri capitali al 19 Marzo. Secondo Varrone, la festività trae nome dal fatto che cade il quinto giorno dopo le idi (che a Marzo erano segnate il 15: dunque, secondo il computo inclusivo dei romani, dal 15 al 19 Marzo sono trascorsi 5 giorni). Sempre secondo l'autore del De lingua Latina, le desinenze in -atrus indicavano anticamente i giorni posteriori alle idi, ossia quelli di luna calante (Quinquatrus trarrebbe nome da quinque, cinque, e -atrus, suffisso derivato da ater, oscuro, ad indicare le notti prive di luna). Questa peculiarità ha fatto pensare che in origine tale festività fosse una puntualizzazione sacrale della lunazione di Marzo, ovvero di una lunazione straordinariamente importante, essendo la prima dell'anno arcaico, che anticamente iniziava con il mese di Marzo. Tuttavia in epoca repubblicana tale consapevolezza andò perduta, e le Quinquatrus furono celebrate come festa in onore di Minerva, patrona delle arti e dei mestieri. La celebrazione delle Quinquatri fu estesa a cinque giorni, dal 19 al 23 Marzo, inglobando anche una festività che nel calendario arcaico era nota come Tubilustrium, ovvero rito di purificazione lustrale delle trombe di guerra. Nei cinque gorni delle Quinquatri si svolgevano spettacoli teatrali e giochi circensi, celebrati dagli imperatori in funzione culturale: non a caso l'anno scolastico iniziava dopo questa festività, avvertita come sacra soprattutto dagli scolari. Sembra inoltre che i maestri ricevessero dagli allievi il compenso annulae, di cui almeno una parte doveva essere donata a Minerva. Le Qunquatri di Marzo erano dette maiores (maggiori) per distinguerle dalle Quinquatrus minores o minusculae, che dal 311 a.C. si svolgevano alle idi di Giugno (che a Giugno cadono il 13) per opera dei tibicini, cioè i suonatori di flauto che officinavano in genere alle cerimonie sacre. (Fonte: http://www.quintaregio-picenum.it.gg/Archeologia-romana-d--glossario.htm) [ndr]

[574] Euseb. in Chronicon

[575] Sueton. in Domitiano cap. 13.

[576] Aurelius Victor in Epitome.

[577] Dio lib. 67.

[578] Jordan, de Rebus Geticis cap. 12.

[579] Sueton. in Domitiano cap.6.

[580] Noris Epist. Consular.

[581] Eutrop. Histor.

[582] Zonara in Annal.

[583] Thesaur. Novus Inscription. p. 314, n. 314. i.

[584] Ausonius in Paneg.T.

[585] Sueton. in Domitiano cap. 13.

[586] Censorinus de die Natal. cap. 17.

[587] Petrus Patricius de Legation. Histor. Byzant. Tom. I.

[588] Sueton. in Domitiano cap. 6.

[589] Jordan de Reb. Geticis cap. 23.

[590] Eusebius in Chron.

[591] Capitol. in Antonino Pio.

[592] Sueton. in Domitiano, cap. 6.

[593] Dio lib. 67.

[594] Plinius in Panegyr.

[595] Euseb. in Chronico.

[596] Pagius in Critica Baron. ad hunc Ann.

[597] Dio lib. 67.

[598] Sueton. in Domitiano cap. 13, Plutarchus in Num.

[599] Euseb. in Chron.

[600] horrea piperataria: magazzino del pepe.

[601] Dio lib. 67.

[602] Euseb. in Chron.

[603] Sueton. In Domitiano cap. 2.

[604] Plinius lib. 4. Ep. ii.

[605] Pagius in Crit. Baroli.

[606] Calvisius, Tillemont et alii.

[607] Tacitus in Vita Agricolae.

[608] Sueton. in Domitiano cap. 6.

[609] Dio lib.67.

[610] Martini, lib. 4. Epist. 9.

[611] Plutarchus in P. Æmil.

[612] Sueton. iu Domitiano cap. 6.

[613] Euseb. in Chron.

[614] Sueton. in Domitiano cap. 7.

[615] Philostratus in Apollon. lib. 6.

[616] Aurelius Victor in Epitome, Vopiscus in Probo.

[617] Stampa ad Fastos Consular. Sigonii.

[618] Gruterus Thesaur. Inscription. pag. 189.

[619] Gorius Inscription. Etrus. pag. 69.

[620] Tacitus in Vita. Agricolae cap. 44.

[621] Dio lib. 67.

[622] Sueton. in Domitiano cap. 2.

[623] Sueton. in Domitiano cap. 2.

[624] Aurelius Victor in Epitome.

[625] Sueton. in Domitiano cap. 2.

[626] Euseb. in. Chron.

[627] Sueton. in Domitiano cap. 10.

[628] Dio lib. 57.

[629] Sueton. in Domitiano c. 10.

[630] Tacitus in Vita Agricolae cap. 45.

[631] Pagius in Critica Baron.

[632] Noris Epistol. Consular., Tillemont et alii.

[633] Eutrop. in Breviar.

[634] Sueton. in Domitiano cap, 6.

[635] Thesaurus Novus Veter. Inscript. p. 314. 2.

[636] Tacitus Histor. lib. i. c. 2 et seq., et in Vita Agricolae cap. 45.

[637] Sueton. in Domitiano cap. 12.

[638] Zonar. in Annalib.

[639] Tacitus in Vita Agricolae cap. 45.

[640] Sueton. in Domitiano cap. 10. Plinius lib. 9. Epistol. 13.

[641] Sueton. ibid. cap. 3.

[642] Dio lib. 67. Plutarchus de Curios.

[643] Dio in Excerptis Valesianis.

[644] Tacitus ia Vita Agricolae cap. 45.

[645] Sueton. in Domitiano cap. 11.

[646] Idem ibid. cap. 15.

[647] Baron. Annal Ecclesiastic.

[648] Tillemont Mém. Hist. Eccles.

[649] Dio lib. 67.

[650] Sueton. in Domitiano cap. 15.

[651] Tertull. in Apologetico cap. 42.

[652] Eusebius in Chronico, et Hist. Ecclesiast. lib. 5.

[653] Idem in Chron.

[654] Philostratus in Apollon. lib. 8.

[655] Tacitus in Vita Agricolae cap. 2.

[656] Dio lib. 67.

[657] Sueton in Domitiano cap. 14.

[658] Dio ibid.

[659] Statius Sylvar. lib. 4. cap. 5.

[660] Plinius in Panegyrico, et lib. 7. Epist. 14.

[661] Tacitus in Vita Aaricolae, cap. 2.

[662] Sueton. in Domitiano cap. 15.

[663] Dio lib. 63.

[664] Sueton. in Domitiano c. 16.

[665] Dio lib. 67.

[666] Dio lib. 67.

[667] Dio lib. 67. Sueton, in Domitiano c. 17.

[668] Sueton. in Domitiano cap. 22.

[669] Philostratus in Apollon. Tyan. lib. 7.

[670] Sueton. ibid. cap. 23.

[671] Dio lib. 67.

[672] Sueton. in Domitiano cap. 24.

[673] Dio lib. 68.

[674] Philostratus in Vita Apollonii lib. 7.

[675] Aurelius Victor in Epitome.

[676] Eutrop. in Breviar. Dio lib. 68.

[677] Aurelius Victor in Epitome.

[678] Plinius lib. 2. Epist. i

[679] Stampa ad Fastos Consulares Sigonii.

[680] Noris Epistol. Consulari.

[681] Dio lib. 68.

[682] Mediobarbus  in Numismat. Imperator.

[683] Aurelius Victor in Epitome.

[684] Plinius. lib. 10. Epist. 66.

[685] Dio lib. 68, Aurelius Victor in Epitome.

[686] Plinius lib. 4. Epist. 22. Aurelius Victor in Epitome.

[687] Plinius in Panegvrico.

[688] Aurelius Victor in Epitome.

[689] Dio lib. 68.

[690] Entrop, in Breviar.

[691] Aurelius Victor ibid.

[692] Panvinius, Petavius, Pagius, Dodwellus, Fabrettus, Tillemont.

[693] Plinius in Panegirico.

[694] Euseb. in Chron.

[695] Aurelius Victor in Epitome. Tillemont Mémor. Histor. Pagius Critic. Baron.

[696] Aurelius Victor ibidem.

[697] Dio lib. 68.

[698] Eutrop. in Breviar. »

[699] Eusebius in Chron.

[700] Dio lib. 68. Eutropius in Breviar.

[701] Eusebius in Chron.

[702] Mediobarbus Numismat. Imperat.

[703] Gruter. Thesaur. Inser.

[704] Spartianus in Hadriano.

[705] Dio ibid.

[706] Plinius in Panegyr.

[707] Plinius in Panegyr.

[708] Dio lib. 68.

[709] Aurelius Victor. in Epitome.

[710] Ammianus lib. 27.

[711] Jordan. de Reb. Geticis.

[712] Plinius in Panegyr.

[713] Panvinius, Pagius, Tillemont, Stampa.

[714] Noris Epistol. Consulari.

[715] Plinius in Panegyrico

[716] Thesaurus Novus Inscript, pag. 515. num. 5.

[717] Plinius in Panegyr.

[718] Eutropius in Breviar.

[719] Julianus de Caesaribus.

[720] Plinius in Panegyrico.

[721] Ammianus lib. 27. Aurelius Victor in Epitome.

[722] Lege 5. Digestis de Poenis.

[723] Plinius in Panegir.

 

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Ultimo aggiornamento: 03 dicembre, 2011