LODOVICO ANTONIO MURATORI

ANNALI D′ITALIA

dal principio dell′era volgare sino all′anno MDCCXLIX

Vita

dal principio dell′era volgare sino all′anno MDCCXLIX

VOLUME I

Dall′anno 1 d.C. all′anno 51 d.C.

Edizione di riferimento:

Annali d'Italia dal principio dell′era volgare sino all′anno MDCCXLIX

compilati da Ludovico Antonio Muratori

Società Tipografica de′ Classici Italiani

MILANO, dalla Contrada del Cappuccio ANNO l8l8.

 

anno I

Anno              di Cristo i . Indizione IV.

                       di Cesare Augusto imperadore 45.

Consoli          Gaio Giulio Cesare, figliuolo d′Agrippa,

                      Lucio Emilio Paulo.

Già avea la libertà della repubblica romana ricevuto un gran tracollo sotto il prepotente governo di Giulio Cesare, primo ad introdurre in Roma il principato sotto il modesto titolo di Imperadore, non altro significante in addietro che Generale d′armata. Non so s′io dica ch′egli pagò le pene della sua ambizione con restar vittima de′congiurati, so bene che fu principe odiato da i più in vita, ma dopo morte scusato ed amato, massimamente da chi avea cominciato ad accomodarsi al comando di un solo; e so del pari che questo principe certamente abbondò di molti pregi, e che pochi pari di credito avrebbe avuto nell′antichità se non avesse offuscata la sua gloria coll′oppression della patria. Gaio Ottavio, o sia Ottaviano, da lui adottato per figliuolo, e da noi più conosciuto col nome di Cesare Augusto, ancorché giovane, seppe ben deludere l′espettazion del senato. Adoperato per rimettere in piedi la Repubblica, si servì egli della fortuna delle a lui confidate milizie per assuggettar Roma di nuovo e stabilir quella monarchia che, durata per qualche secolo, cedette in fine al concorso e alla possanza delle barbare nazioni. Di gran politica abbisognò Augusto per avvezzar il senato e popolo romano alla novità del governo cominciato da Giulio Cesare, e per ischivar nello stesso tempo quel funesto fine a cui egli soggiacque. I due suoi favoriti, cioè Marco Vipsanio Agrippa, marito prima di Marcella di lui nipote e poi di Giulia di lui figliuola, e Mecenate, personaggi di gran senno ed onoratezza, non gli furono scarsi di consiglio per fargli ottenere il suo intento. L′arte dunque sua fu quella di saper far da padrone, senza mostrar d′esser tale, e di conservar il nome e il decoro della repubbhca, come era in addietro, ma con ritenere per sè il meglio dell′autorità e del comando. Perciò non solamente lontanissimo si diede a conoscere dall′ammettere il nome di Re o Signore, a cui non erano avvezzi i Romani, ma essendogli anche esibito [1] dal popolo (forse per segreta sua insinuazione) l′usitatissimo di Dittatore, grado, portante seco una gran balìa, fece la bella scena di pregar tutti con un ginocchio a terra, che l′esentassero da questo onore, parendogli assai d′essere riguardato e nominato Principe, titolo non altro significante allora che Primo fra i cittadini. Compariva [2] da per tutto la stima ch′egli professava ai senato; e per maggiormente cattivarselo, non volle già egli sottoporre alla propria direzione tutte le Provincie, ma la maggior parte lasciò alla disposizion del medesimo e de′proconsoli, e d′altri ufiziali scelti e spediti dal medesimo senato. Ad esso parimente lasciò l′erario pubblico, la facoltà di metter imposte, di far nuove leggi, di amministrar la giustizia: con che pareva alla nobiltà di conservar tuttavia l′antico onore e dominio. Nè minor fu il suo studio per guadagnarsi l′amore del popolo, col volere ch′egli continuasse a goder della facoltà di dare i suoi suffragi nelle pubbliche elezioni, col mantener sempre l′abbondanza de′viveri in Roma e la quiete della città, e con tenerlo allegro e divertito mediante la frequente rappresentazione di varj giuochi e spettacoli, e con de i magnifici-congiarj o vogliam dir donativi. Finalmente si conciliò l′affetto de′pretoriani, cioè delle guardie del palazzo, con far loro dar doppia paga, e con usar altri atti di liberalità verso le legioni, cioè verso il resto della milizia. Che maraviglia è dunque, se Roma, che ne′tempi della libertà avea tante traversie patito per la disunion de′cittadini, cominciò a gustare i vantaggi d′essere governata e dipendente da un solo?

Ma intanto Ottavio riserbò per sè le Provincie dove occorreva tener delle soldatesche o per buona guardia contro de′Barbari confinanti, o per imbrigliar i popoli facili alle sedizioni: con che il nerbo maggiore della repubblica, cioè tutta la milizia restò in suo potere. A questo fine egli prese, o volentieri accettò il titolo d′Imperadore, conceduto in addietro a i generali d′armate, dappoiché aveano riportata qualche vittoria; ma titolo accordato a lui a perpetuità, e con autorità sopra l′armi; di maniera che niun cittadino da lì innanzi fu onorato del trionfo, ancorché vincesse, perchè la vittoria non s′attribuiva se non a chi era capo dell′armate, e questo capo era il solo imperadore. Gran possanza, insigni privilegi aveano goduto fin qui i tribuni del popolo. Erano sacrosante ed inviolabili le loro persone, di maniera che il mancar loro di rispetto, non che l′offenderli co′fatti, si riputava sacrilegio e misfatto degno di morte. Questo potere volle a sè conferito, ed agevolmente ottenne Ottavio, per poter cassare, occorrendo, le leggi e le determinazioni che non gli piacessero, come far solevano talvolta i tribuni; e questa fu appellata Tribunizia Podestà, titolo ben caro agl′imperadori romani, e mai non obbliato nei loro titolario, perchè, al dire di Cornelio Tacito [3], vocabolo indicante sommo dominio. In oltre l′autorità primaria sopra le cose sacre era riserbata a i pontefici massimi in Roma pagana. Giudicò Augusto che tal grado stesse meglio nelle sue mani che nelle altrui e però tanto egli quanto i successori l′unirono con gli altri titoli della loro possanza. Finalmente il senato, già divenuto adulatore, perchè composto di gente che cercava i proprj vantaggi col promuovere quelli del principe, cercò di onorar questo imperadore colla giunta di un titolo glorioso che facesse intendere la di lui possanza ed autorità quasi sovrana, e fu quello d′Augusto, indicante un non so che di divinità. Questo, che fu poi congiunto coll′altro di Cesare, che era a lui pervenuto per l′adozione di Giulio Cesare, continuò poscia in tutti i suoi successori, come il più luminoso dell′alta lor dignità. Veggonsi rapportati da Dion Cassio varj altri privilegj accordati dal senato a Cesare Augusto, coronati finalmente dal nobilissimo titolo di Padre della Patria, voluto, oppure usato dipoi anche da quegli stessi mostruosi imperatori che sembrarono nati solamente in danno e rovina della medesima. Salì in tal guisa ad un′ampia podestà Augusto, per cui senza nome di re potea tutto quanto poteano i più dispotici de i re, perchè il senato, con tutta l′autorità a lui lasciata, nulla d′importante facea che non fosse conforme all′intenzione e a i desiderj di lui. Tuttavia per un tratto di fina politica (che è ben lecito il pensare così) andava l′accorto imperadore di tanto in tanto dolendosi del grave peso imposto sulle sue spalle, e facea intendere l′ansietà di scaricarsene; per morir da privato. Arrivò fino a proporla in senato, ma egli dovea ben sapere che non correa rischio d′essere esaudito. Ed in fatti così fu. S′unirono le voci de′senatori a pregarlo, per non dire a costringerlo, che continuasse nella fatica del comando finchè vivesse. Allora s′indusse ben egli con tutta modestia ad accettar questo carico, ma con impetrare che solamente per dieci anni avvenire durasse un tale aggravio. Finiti questi, e chiesta di nuovo licenza, s′accordò di cinque altri; e poscia in dieci; tanto che senza mai cessare d′essere signore del mondo romano, e con apparenza di comandare, sola perchè così volevano il senato ed il popolo, terminò poi felicemente nel comando i suoi giorni. Nè mancò chi gli succedesse nell′incominciato onore e in quella signoria, la quale a poco a poco nel proseguimento pervenne all′intero despotismo, e talvolta alla tirannia.

In tale stato si trovava nell′anno presente Roma sotto Augusto imperadore; nè la di lei potenza si stendeva già sopra tutto il mondo, come l′adulazione talvolta sognò, ma bensì nella miglior parte dell′Europa, e di moltissime Provincie non meno dell′Asia che degl′Affrica. Era nato Augusto sotto il consolato di Cicerone e di Gaio Antonio, cioè l′anno sessantatrè prima dell′era cristiana; e però nel presente, in cui essa era ebbe principio, correva l′anno sessantesimo quarto dell′età sua; e l′anno XXIII della sua tribunizia podestà e il XLV del suo principato. Giacché niun figlio maschio aveva a lui prodotto Livia sua moglie, era già egli ricorso al ripiego dell′adozione, per desiderio di perpetuar la sua famiglia, e di trasmettere in un figlio adottivo, anche la dignità imperiale. Avea egli due nipoti, figliuoli di Marco Agrippa e di Giulia sua figliuola, donna famosa perla sua impudicizia, e in questi tempi, a cagion di tale infamia, relegata nell′isola Pandataria. L′uno Gaio e l′altro Lucio nominati aveano già talmente conseguito l′amore d′Augusto sì in riguardo al sangue che scorrea lor nelle vene, che per le loro belle quahtà, che gli aveva adottati amendue per figliuoli, innestandoli nella famiglia Giulia, e dando loro il cognome di Cesare. L′uno di essi, cioè Gaio, fu [4] nell′anno presente alzato alla dignità più eminente che dopo l′imperiale dar potesse allora la repubblica romana, cioè al consolato. L′altro console fu Lucio Emilio Paulo, cognato d′esso Gaio, perchè marito di Giulia sua sorella; donna, che per aver imitata la madre Giulia nella disonestà, soffrì anch′essa un eguale gastigo. Militava in questi tempi Gaio Cesare, console, per ordine d′Augusto suo padre, nella Siria, o sia nella Soria, contra de′Parti. Questa era allora la sola guerra che tenesse in esercizio l′armi romane, perciocché Augusto, tra perchè vecchio, e perchè signore di gran senno, il più che potea, s′andava studiando di mantener la pace nell′imperio, senza curar molto l′ambiziosa gloria de′Conquistatori. Assai vasto era il dominio de′Romani per appagar ogni sua voglia.

Ora In quest′anno si dee fissare il principio dell′era cristiana volgare, di cui comunemente ci serviamo oggidì. Non fu già essa affatto ignota a i primi secoli della chiesa, ma il merito d′averla messa in qualche credito in Occidente è dovuto a Dionigi Esiguo, o sia il Picciolo, monaco assai dotto, che fiorì circa l′anno 540 nella chiesa romana, e poscia a Beda, celebre scrittore d′Inghilterra, che nel secolo ottavo usandola, coll′esempio suo la rendè poi familiare fra i Latini. S′ingannarono amendue; ma non c′inganniamo noi in mettere sotto i consoli suddetti il principio di questa era. Il cardinal Baronio, che stabilì senza fallo l′immortalità del suo nome colla gran fabbrica degli Annali Ecclesiastici, due anni prima del presente, cioè nell′anno XXI della tribunizia podestà di Augusto, o sia nel XLIII del suo principato, pose il principio della medesima, ma con errore manifesto, siccome han dipoi dimostrato uomini sommamente eruditi. Opinione fu di quell′insigne Porporato, che nell′anno XLII d′Augusto, cioè tre anni prima dell′anno presente, s′incarnasse e nascesse il Figliuolo di Dio nel dì 25 di dicembre, e che nel principio del susseguente egli fosse circonciso, dalla qual Circoncisione, collocata nelle calende di gennaio, si avesse da cominciare l′anno primo dell′era cristiana. Ciò non sussiste. Quanto alla nascita del Signor nostro Gesù Cristo, ne è tuttavia incerto l′anno. Solamente sappiamo essere la medesima avvenuta molto innanzi all′anno presente, fra l′altre ragioni, perchè Erode figliuolo d′Antipatro ( re vivente allorché nacque il Signore ) cessò di vivere [5] nel marzo dell′anno 760 di Roma e XLI di Augusto: e per conseguente [6] dovette nascere il Signore almeno nell′anno precedente al preteso dal Baronio, o in alcun altro più addietro. È ben sembrato agli eruditi più verisimile il riferire il suo Natale al dicembre dell′anno 749 Roma e XL di Augusto, ma questa opinione nondimeno vien contrastata da quella di diversi altri, non mancando chi alcuni anni prima con buone ragioni colloca questo memorabil fatto, senza che finora si sia potuto pienamente accertare un punto di storia di tanta importanza. Ma se ciò ò tuttavia scuro, non è già così per l′era cristiana, il cui principio oramai resta deciso che si ha da fissare nell′anno presente, benché non manchi taluno che lo riferisce all′anno seguente. Per le ragioni suddette è un comune errore, ma errore condonabile, e di cui niuno s′ha da formalizzare, il chiamar questa era della Natività del divino Salvatore, o pur della Incarnazione, ovvero della Circoncisione. Questa varietà di parlare, da gran tempo introdotta, non è per anche terminata in Italia, dove abbiamo la maggior parte delle città che chiamano l′anno dalla Natività, benché rincomincino dalla Circoncisione; ed alcune che nella Pasqua, o nel dì 25 di marzo precedente o susseguente all′anno comune, cominciato alla Circoncisione, danno principio al loro anno, le une coll′anticiparlo di quasi nove mesi, e l′altre col posticiparlo di quasi quattro. Anticamente molti usarono di dar principio all′anno nuovo nel Natale del Signore, e di là poi venne il chiamar l′era nostra a Nativitate Domini, il qual nome dura presso i più, contuttoché oggidì il primo giorno di gennaio sia anche il principio dell′anno nuovo. Intanto contando noi sotto questi consoli l′anno primo d′essa era, seguiteremo da qui innanzi col medesimo ordine d′anni ad accennare i fatti principali della storia d′Italia.

anno II

Anno di             Cristo 2. Indizione V.

                       di Augusto imperadore 46

Consoli           P. Vinicio, P. Alfenio Varo.

Il primo di questi consoli è chiamato dal padre Pagi, Publio Vicinio, dal padre Stampa, Publio Vinucio. Sono errori di stampa. Nè la famigha Vicinia, nè la Vinucia sono cognite fra le nobili romane: bensì la Vinicia, di cui l′Orsino e il Patino rapportano varie medaglie. Velleio Patercolo [7] chiaramente scrisse P. Vinicio Consule, e parla in più d′un luogo di questa famiglia. Il secondo de′consoli è Publio Alfeno presso il Pagi. Altri hanno scritto Alfinio, ma con diversità di poca importanza. Continuò Gaio Cesare, figliuolo adottivo di Augusto e principe della gioventù, la sua spedizion militare in Soria. Seco era lo stesso Velleio Patercolo, autore de′pezzi di un′amena storia che si son salvati dalle ingiurie del tempo. Racconta egli, che inclinando Augusto a far pace co′ Parti, perciò seguì un abboccamento di Gaio con Fraate, re di que′popoli, sopra un′isola dell′Eufrate, fiume che allora divideva i due imperj. Gaio di poi sulla riva romana diede un convito a Fraate, ed appresso ricevette anch′egli sull′opposta il medesimo trattamento. Allora fu che Fraate scoprì a Gaio l′infedeltà e venalità di Marco Lollio, a lui dato per aio da Augusto. Però da lì a poco tempo [8] venne meno la vita d′esso Lollio per veleno, non si sa se preso per elezione di lui, o pure per comando altrui. In questi tempi [9] Lucio Cesare fratello d′esso Gaio, acciocché non marcisse nell′ozio della corte, fu mandato da Augusto in Ispagna. Dovea servir questo viaggio per guadagnargli l′amor delle legioni che soggiornavano in quelle parti. Ma secondo le umane facende non tardarono ad abortire in breve tante belle speranze di lui e del padre. Giunto egli a Marsilia, s′infermò, e in età di dieciotto anni terminò la carriera del suo vivere nell′agosto dell′anno presente. Dione e Tacito non tacquero il sospetto che corse allora di aver Livia moglie d′Augusto proccurata con arti indegne la morte di questo giovane principe. Chi fosse questa principessa, convien ora vederlo.

Livia, figliuola di Livio Druso, era in prime nozze stata moglie di Tiberio Claudio Nerone, uno de′più cospicui nobili di Roma [10]. Seppe ella così ben tirar le sue reti, che invaghitosi di lei Augusto già principe di Roma, ottenne da Nerone che la ripudiasse, per prenderla egli in moglie. Bisogna ben credere che fosse grande in questo principe il caldo, perchè gravida ( fu preteso del primo marito) la condusse al talamo suo. Avea già essa partorito Tiberio, che vedremo a suo tempo imperadore. Sgravossi di poi d′un altro figliuòlo che portò il nome di Nerone Claudio Druso, e fu consegnato al padre, perchè secondo le leggi tenuto per figliuolo di lui. Questi poi creato console nell′anno ix prima dell′era cristiana, finì in quello stesso anno di vivere. Che superba, che scaltra donna fosse Livia, non si può abbastanza dire. Ancorché Augusto fosse principe di mente svegliata e di raro intendimento, pure possedeva ella il gran segreto di saperlo governare e di condurlo alle voglie sue. L′unico figliuolo a lei restato, cioè Tiberio, era il principal oggetto dell′amor suo, e tutte le sue mire tendevano ad esaltarlo. Essendo morto dodici anni prima dell′era nostra Agrippa, gran confidente di Angusto e marito di Giulia figliuola del medesimo imperadore e di Scribonia sua prima moglie, proccurò Livia che questa passasse alle seconde nozze con Tiberio suo figliuolo [11], tuttoché a lui dispiacesse assaissimo un tal matrimonio, parte perchè gli convenne ripudiar Agrippina amata sua consorte, e parte ancora perchè non gli era ignota la trabocchevol inclinazione e vita sregolata d′essa Giulia. Suoi figliastri in questa maniera divennero Gaio e Lucio, che già dicemmo nominati Cesari, figliuoli della medesima Giulia e d′Agrippa, ma da lui e da Livia sua madre internamente odiati perchè adottati per figliuoli da Augusto e destinati, per quanto si poteva conietturare, ad essere suoi successori nell′imperio. Nacquero in fatti delle gare fra questi due giovanetti fratelli e Tiberio lor padrigno. Sentivano già essi la superiorità della lor fortuna, ed aveano cominciato ad insolentire, e nello stesso tempo miravano di mal occhio il possesso che tenea nel cuore d′Augusto la madre di Tiberio, Livia. Per ischivar tutti i pericoli avea preso Tiberio il partito di ritirarsi: al che s′aggiunse ancora il non poter più egli sopportare i vizj della moglie sua Giulia, gastigati in fine colla relegazione da Augusto suo padre. Senza che il potessero ritener le preghiere della madre e del medesimo Augusto, ritirossi Tiberio nell′isola di Rodi, e quivi per sette anni la vita privata si fermò. Sazio finalmente di questo suo volontario esilio, che avea dato occasione di molte dicerie a gli sfaccendati politici; fece istanza di ritornarsene a Roma in quest′anno per mezzo della madre. Volle Augusto prima intendere se a Gaio Cesare fosse rincresciuto il di lui ritorno, perchè i dissapori seguiti fra loro non erano cose ignote. Per buona ventura essendosi allora scoperto che Lollio, poco fa mentovato, quegli era che seminava zizzanie fra Tiberio e i figliastri, Gaio si mostrò contento che il padrigno rivedesse Roma. Venuto Tiberio, attese da lì innanzi coll′ajuto della madre a promuovere i proprj interessi. E questi presero tosto buona piega per la sopr′accennata morte di Lucio Cesare, non restando più fra i vivi se non il solo Gaio Cesare, cioè quel solo che impediva a Tiberio il poter succedere nell′imperio ad Augusto suo padrigno. Cominciò [12] in quest′anno, se pur non fu nel seguente, anche in Germania una guerra, di cui parleremo all′anno V dell′era cristiana.

anno III

Anno              di Cristo 3. Indizione VI

                       di Augusto imperadore 47

Consoli.          L. Elio Lamia,

                               M. Servilio.

Perchè son perite le storie antiche, in questi tempi mancano a noi le memorie di quanto allora avvenne in Roma e in Italia.

Forse anche la mirabil quiete, che per opera d′Augusto si godea in queste parti, niun avvenimento produsse assai riguardevole per comparir nella storia romana. Rimasto senza aio in Soria Gaio Cesare per la morte di Lollio [13], Augusto non volendo lasciare la di lui giovanile età senza direzione e briglia, mandò per governatore di lui Publio Sulpicio Quirinio. Questi è quel medesimo che nel Vangelo di san Luca è appellato Cirino, e che negli anni addietro avea fatta la descrizione degli abitanti della Giudea: nel qual tempo venne alla luce del mondo il nostro Signor Gesù Cristo, senza sapersene finora con certezza l′anno preciso. Ora Gaio Cesare, che nell′anno prossimo passato [14] avea conchiusa la pace co i Parti ed era penetrato sino nell′Arabia, si diede in quest′anno a regolar gli affari dell′Armenia. Di là s′erano ritirate le milizie ausiliarie de′Parti in vigor della pace suddetta; ma non per questo volentieri ritornarono all′ubbidienza de′Romani quei popoli: e però sul principio fecero qualche resistenza; ma entrato con tutte le forze nel loro territorio Gaio Cesare, gli astrinse a deporre l′armi. E perciocché non si arrischiavano i Romani di ridurre in provincia un paese tanto lontano ed avvezzo al governo de′proprj re, fu scelto da Gaio per quella corona Ariobarzane, Medo di nazione e ben veduto da i medesimi Armeni, il quale dovette promettere una buona alleanza col popolo romano. A così felice successo, per cui Gaio acquistato s′era non poco di gloria, ne tenne dietro un funesto. Mal soddisfatto un certo Addo de′Romani e del re novello, mosse a ribellione Artagera, una delle primarie città dell′Armenia [15]. Corso con tutta la sua armata Gaio ad assediar quella città, troppo credendo al ribello Addo, si lasciò condurre ad abboccarsi con lui. Nel mentre ch′egli leggeva un memoriale datogli dallo stesso Addo, proditoriamente fu ferito da lui, o da chi era con lui, e con pericolosa ferita. Per tale iniquità irritate al maggior segno le legioni romane, più vigorosamente che mai strinsero la città, l′espugnarono, la ridussero in un mucchio di pietre. Il traditore Addo ebbe anch′egli la meritata pena.

anno IV

Anno             di Cristo 4 - Indizione VII.

                      di Cesare Augusto imperadore 48.

Consoli.        Sesto Elio Cato

                     Gaio Sentio saturnino.

Celebre nella storia di Roma per varie sue dignità ed azioni fu questo Saturnino, creato console nell′anno presente. Fra gli altri suoi impieghi [16] avea avuto quello di legato, o sia di vicegovernatore o presidente della Soria circa l′anno 36 d′Augusto, et undecinio prima dell′era volgare. Tertulliano [17], scrivendo contra Marcione, asserì che Census constat actos sub Augusto tunc in Iudaea per Gentium Saturninum. La nascita di Cristo Signor nostro secondo questo conto, verrebbe a cadere nell′anno suddetto 36 d′Augusto, o pure nel seguente. Ma opponendosi all′asserzione di Tertulliano la canonica di san Luca, da cui abbiamo che il censo fu fatto da Cirino, o sia Quirinio, presidente della Siria, o sia della Soria, e sapendosi che a Saturnino nell′anno 38 di Augusto succedette nel governo della Siria Quintilio Varo, altra via non s′è saputa fin qui trovare che la plausibile e molto ben fondata, di dire che Quirinio, siccome era succeduto altre volte, fosse stato inviato colà con istraordinaria podestà a far la descrizione dell′anime, nel tempo stesso che Saturnino, o pur Varo con ordinaria podestà governava quella provincia. O sì maligna, o sì mal curata fu la ferita da Gaio Cesare riportata sotto Artagera, ch′egli non più si riebbe, e andò peggiorando la sua sanità. Perch′egli [18] non poteva accudire a gli affari, gli uffiziali e cortigiani suoi, prevalendosi del tempo propizio, sotto nome di lui vendevano la giustizia, e faceano continue estorsioni a i popoli di quelle contrade. Ed acciocché non finisse sì presto una sì utile mercatura, indussero, l′infelice principe, allorché Angusto il richiamava in Italia, a rispondere di non voler venire, perchè l′intenzion sua era di passare quel che gli restava di vita in un ozio privato. Replicò Augusto, che il desiderava e voleva in Italia, dove potrebbe egualmente, ma colla vicinanza ed assistenza de′suoi, se pur così gli piacea, menar vita privata. Convenne ubbidire. Ma mentre egli, benché suo mal grado, se ne ritornava giunto a Limira città della Licia, quivi nel dì 21 di febbraio dell′anno presente cessò di vivere. Sicché Augusto, a cui la morte avea rapito Marcello, figliuolo di Ottavia sua sorella, nipote amatissimo, venne ancora nello spazio di dieciotto mesi a perdere questi due altri giovanetti Lucio e Gaio, nati nipoti suoi, e poscia adottati per figliuoli: motivo a lui d′inesplicabil dolore. Tuttavia sofferì egli con più di fortezza e pazienza queste perdite, che il disonore cagionatogli dall′impudicizia di Giulia sua figliuola, madre de i suddetti due principi, e da lì a pochi anni dall′altra di Giulia sorella de′medesimi. Tante disgrazie faceano ch′egli si augurasse di non essere mai stato padre.

Per lo contrario ne fu ben lieto in suo cuore Tiberio, figliastro di lui, al vedere tolti di mezzo questi due possenti ostacoli al corso della sua fortuna. Livia Augusta, sua madre [19], per l′estrema sua ambizione da molti sospettata d′aver avuta parte nella morte di que′due principi, non tardò molto ad assalire ed espugnare il cuore del marito Augusto in prò del figliuolo; proponendoglielo qual solo oramai capace e meritevole di succedere a lui nella dignità imperiale. Gli effetti della di lei eloquenza comparvero da lì a pochi mesi. Avea Augusto negli anni addietro conferita ad esso Tiberio la podestà tribunizia per cinque anni, che già erano passati. Tornò nel presente ad associarlo seco nel godimento della medesima podestà nel dì di luglio: laonde nelle sue medaglie [20] si cominciò a notare la trib. pot. vi. Quel che più importa, l′adottò ancora per suo figliuolo, aprendogli la strada alla succession de′suoi beni e insieme dell′imperio. Però chi prima era Tiberio Claudio Nerone, cominciò ad intitolarsi e ad essere intitolato Tiberio Cesare figliuolo d′Augusto. Velleio Patercolo istorico [21], suo grande amico, si stende qui in immensi elogi di Tiberio, il qual forse allora sotto molte sue virtù sapea nascondere i moltissimi suoi vizj. Nello stesso giorno fu obbligato Tiberio ad adottare per suo figliuolo Marco Agrippa, nato da Giulia figlia d′Augusto dopo la morte di M. Vipsanio Agrippa di lei primo consorte. Ma questi, tra per essersi scoperto giovanetto stolidamente feroce, e per le spinte che gli diede Livia Augusta, unicamente intenta ad esaltare i figli proprj, fu di poi relegato nell′isola della Pianosa, dove, appena morto Augusto, per ordine di Tiberio tolta gli fu la vita, inoltre nel medesimo giorno 27 di luglio (così volendo Augusto) Tiberio adottò, in figliuolo il suo nipote Germanico, nato da Claudio Druso suo fratello, cioè da chi al pari di lui avea avuto per madre Livia Augusta. Nè pur questa adozione internamente venne approvata da Tiberio, perch′egli avea un proprio figliuolo per nome Nerone Druso, a lui partorito da Agrippina sua prima moglie, verso il quale più si sentiva egli portato. Non erano mai mancati ad Augusto de i nobili suoi segreti nemici, sì perchè la memoria dell′antica libertà troppo spesso risvegliava lo sdegno contro chi ora facea da signore in Roma, e sì perchè su i principj del suo governo e potere, Augusto con levare dal mondo non i soli avversari, ma chiunque ancora veniva creduto atto ad interrompere la carriera de′suoi ambiziosi disegni, s′era tirato addosso l′odio de i lor figliuoli e parenti. Traspirò nel presente anno una congiura, ordita contra di lui da molti nobili. Capo d′essa era Gneo Cornelio Cinna Magno, che per essere nato da una figliuola di Pompeo il Grande, portava nelle vene l′avversione ad Augusto, sì perchè Augusto era successore di chi tanta guerra avea fatto all′avolo suo materno, e sì ancora per essere stato persecutore anch′esso della medesima famiglia. In grande ansietà per questo si trovava Augusto, giacché il timore o sentore delle congiure quello era spesso che non gli lasciava godere in pace il suo felicissimo stato. Conferito con sua moglie l′affanno, gli diede ella un saggio consiglio, cioè di ricorrere non già alla severità, che potea solo accrescere i nemici, ma sì bene ad una magnanima clemenza, predicendogli che in tal maniera vincerebbe il cuore di Cinna, uomo generoso, ed insieme quello di tutta la nobiltà. Così fece Augusto. Dopo aver convinti i rei del meditato misfatto, perdonò a tutti; nè di ciò contento, disegnò console per l′anno prossimo avvenire lo stesso Cinna, benché primario nell′attentato contra la di lui vita. Un atto di sì bella generosità gli guadagnò non solamente l′affetto di Cinna e degli altri, ma anche una tal gloria e stima presso d′ognuno, che nel resto di sua vita niuno pensò mai più a macchinare contra di lui. Ed ecco i frutti nobili della clemenza; ma ben diversi noi andremo trovando quei della crudeltà e fierezza.

anno V

Anno             di Cristo 5. Indizione VIII.

                      di Cesare Augusto imperadore 49.

Consoli          Gneo cornelio cinna Magno,

                      Lucio Valerio Messalina Voluso.

Di Cinna console nell′anno presente, abbiam favellato nel precedente. L′altro Voluso taluno ha creduto che fosse piuttosto cognominato Voleso, perchè una iscrizione rapportata dal Fabretti [22] fu posta L. Valerio voleso, Cn. Cinna magno cos. Il Grutero riferendo la stessa iscrizione, lesse volseo, ma con errore. Certamente un marmo, veduto co′suoi occhi dal Fabretti, bastar dovrebbe a stabilire il cognome di Voleso. Ma me ritiene una medaglia, pubblicata da Fulvio Orsino e dal Patino [23], dov′è la figura d′Augusto, e nel rovescio volvsvs valer. messal. III. vir. a. a. a. f. f. Questi par certamente lo stesso che fu poi console, o almeno della stessa casa. Abbiamo da Velleio [24] che nell′anno secondo, o pure terzo dell′era nostra, s′era suscitata in Germania una gran guerra, la qual durava tuttavia. Dappoiché nell′anno precedente Augusto ebbe adottato Tiberio; e volendo accreditarlo maggiormente nel mestiere dell′armi e nel comando delle armate, nel quale s′era egli anche molti anni prima esercitato con molto onore, poco stette a spedirlo in Germania. Andò Tiberio, e con esso lui era Velleio Patercolo generale della cavalleria. Soggiogò i Caninefati, gli Attuarj e i Brutteri, e fece ritornare all′ubbidienza i Cherusci. Terminata poi con riputazione la campagna, nel dicembre se ne ritornò a Roma per visitare i genitori. Quindi nella primavera di quest′anno di nuovo si portò in Germania. Le prodezze ivi fatte da Tiberio si veggono descritte ed esaltate da esso Velleio istorico. Per attestato di lui, sottomise gran parte di que′feroci popoli, de′quali nè pur dianzi si sapeva il nome. Fra gli altri domò i Longobardi, gente la più fiera e valorosa dell′altre: il che è ben da avvertire, perchè dopo alcuni secoli vedremo questa medesima nazione dominante in Italia. Le conquiste di Tiberio arrivarono sino al fiume Elba; cosa non mai tentata in addietro, nè allora sperata da alcuno. Venuta poi la stagion de′quartieri, volò Tiberio a Roma per ricevere i complimenti de′genitori e il plauso del popolo per così vantaggiosa e gloriosa campagna.

Circa questi tempi, o pur nell′anno precedente, vennero a Roma gli ambasciadori de′Parti, padroni allora della Persia, per chiedere un re ad Augusto [25]. Volle egli che andassero anche in Germania ad esporre la stessa dimanda a Tiberio Cesare, per avvezzar la gente al rispetto e alla stima di questo suo figliuolo. Era stato ucciso Fraate re de′Parti da uno scellerato suo figlio, per iniqua voglia di regnare, bench′egli poi non solo non conseguì il regno, ma vi perdè la vita. Gli altri figliuoli di Fraate stavano in Roma da qualche tempo, mandati colà per ostaggi della sua fede dal padre. Aveano chiesto i Parti per loro re ad Augusto, Orode, uno de′figliuoli di Fraate, ma ottenutolo, fra poco l′uccisero. Richiesero poscia un altro d′essi figliuoli, cioè Vonone; e questi andò a prendere il possesso di quella corona, per restare anch′egli dopo alcuni anni vittima del furore di quella barbara nazione. Ma non è certo se all′anno presente appartenga l′andata di esso Vonone colà. Abbiamo varj regolamenti fatti da Augusto in quest′anno [26]. Difficilmente s′inducevano allora i nobili a lasciar entrare nel collegio delle vergini Vestali le lor figliuole, perchè presso i Gentili non era in pregio, anzi era in dispregio il celibato, nè mancavano disordini succeduti fra le stesse Vestali. Necessario fu un decreto, per cui fosse lecito alle fanciulle discendenti da liberti d′entrarvi. Molte di queste si presentarono, e furono elette a sorte, ma niuna d′esse v′entrò. Lamentavasi anche la milizia romana della tenuità della paga. Augusto, per animare i soldati a sostenere il peso della guerra, e molto più per conciliarsi l′affetto loro; siccome preventivamente accennai, volle che si accrescesse lo stipendio tanto alle legioni mantenute in varj siti dell′imperio, quanto a i pretoriani destinati a far la guardia dell′imperatore e del palazzo pubblico. Colla sua propria borsa supplì egli per ora, e nell′anno prossimo vi provide con un altro ripiego. Dione ci dà il registro di tutta la fanteria e cavalleria che allora continuamente era mantenuta in piedi dalla repubblica romana; e questa andò poi crescendo e calando, secondo la diversità de′bisogni, o pur della pubblica felicità. Il pagamento allora de′soldati era ben superiore a quel d′oggidì.

anno VI

Anno              di Cristo 6. Indizione IX.

                       di Cesare Augusto imperadore 50.

Consoli           Marco Emilio Lepido

                               Lucio Arruntio.

Il Panvinio ed altri hanno scritto che a questi consoli ne furono sostituiti nel dì primo di luglio due altri, cioè Gaio Ateio Capitone e Gaio Vibio Capitone. Mi non è certo il fatto. Essendo mancante l′iscrizione rapportata da esso Panvinio, può restar sospetto che tai consoli appartengano ad un altr′anno. Vedemmo accresciute da Augusto le paglie a i soldati [27]. Per soddisfare a tali spese, per le quali non era bastante il privato erario d′Augusto, e nè pure il pubblico, si pensò a mettere un nuovo aggravio. Fu dato ordine a tutti i senatori di esporre il lor parere in iscritto. In ultimo, col fingerne uno già meditato da Giulio Cesare, si decretò che da lì innanzi si pagasse la vigesima parte delle eredità e de i legati, eccettuate quelle che pervenivano a i figliuoli e ad altri stretti parenti, e quelle de′poveri. Sebbene può dubitarsi se tal eccezione venisse di poi mantenuta da tutti i susseguenti imperadori. Certo è, che questo pesante aggravio rincrebbe assaissimo al popolo romano; e secondo l′uso delle cose umane se fu facile l′introdurlo, riuscì poi difficilissimo il levarlo. E però nelle antiche iscrizioni s′incontra talvolta l′ufizio di chi era impiegato in raccogliere questo tributo. A i lamenti del popolo se ne aggiunsero de i più gravi nell′anno presente per cagione d′una fiera carestia che afflisse la città di Roma. [28] Oltre ad altre provvisioni e spese fatte da Augusto in ajuto de′cittadini poveri, fu preso lo spediente di cacciar fuori di città i gladiatori, e gli schiavi condotti per essere venduti, e la maggior parte de′ forestieri: la qual somma di persone ascese a più di ottanta mila persone. Finita poi quell′angustia, cadde in pensiero ad Augusto di abolir l′uso introdotto del frumento, che da i granai del pubblico si donava alla plebe, e di cui talvolta erano partecipi ducento e più mila persone, parendo a lui che per cagione di questa liberalità si trascurasse l′agricoltura. Non mutò poi quest′uso, perchè pericoloso sarebbe stato anche il solo tentarlo; ma attese ben da lì innanzi a far più coltivar le campagne, e volea nota di tutti gli aratori, non meno che di tutti i negozianti e del popolo. Più frequenti divennero in questi tempi gl′incendj in Roma, originati forse da chi cercava co i rubamenti di sovvenire alla fame. Stabilì pertanto il provido Augusto sette corpi di guardia, chiamati i Vigili, che la notte battessero la pattuglia: impiego ch′egli pensava di abolire in breve; ma ritrovato utile, anzi necessario, fu di poi continuato anche sotto gli altri imperadori.

Diversi guai parimente si provarono nelle Provincie del romano imperio in quest′anno per le sedizioni e ribellioni de′popoli [29]. In Sardegna, nell′Isauria e nella Getulia dell′Affrica ebbero delle faccende i soldati romani per tenere in freno quelle barbare genti. Seguitò la guerra in Germania. Tiberio Cesare era ivi generale dell′armata romana. Ma, per attestato di Dione, niuna rilevante impresa vi fece, quantunque sì Augusto che egli prendessero, il primo il titolo d′Imperadore per la quindicesima volta, e il secondo per la quarta volta; il che solo succedea dappoiché s′era riportata qualche vittoria. Potrebbe essere che i prosperosi successi dell′armi romane in Germania nell′anno precedente guadagnassero loro questo accrescimento di lustro nel presente. Secondo Velleio [30], s′era messo Tiberio in procinto di procedere contro dei Marcomanni, gente per numero e per bravura fin qui formidabile e non mai vinta. Meroboduo, re loro, alla potenza sapea unire la disciplina militare; e mandando ambasciadori a i Romani, talora parlava da supplicante, talora da eguale. Stendevasi il suo dominio non solamente per la Boemia, ma molto più in là sino a i confini della Pannonia e del Norico, provincie romane, di modo che poco più di ducento miglia era egli lungi dall′Italia. Ma sul più bello de′suoi preparamenti contra di Meroboduo, Tiberio intese che la Pannonia ( oggidì Ungheria ) e la Dalmazia, per cagion de i tributi ribellate, tal copia di armati aveano messo in piedi, che il terrore ne giunse a Ruma stessa, giacché que′popoli, essendo in concordia co i Triestini, minacciavano di voler in breve calare in Italia. Allora fu che Tiberio trattò e conchiuse, come potè il meglio, la pace co i Germani, per accudire a questo incendio, più importante di gran lunga dell′altro a cagione della maggior vicinanza al cuor dell′imperio. Velleio fa conto che fossero in armi ducento mila fanti e nove mila cavalli di que′ribelli. Aveano trucidati o carcerati i soldati, i cittadini e i mercatanti romani, e già messa a ferro e fuoco la Macedonia. Gran commozione per questo fu in Roma. I paurosi si figuravano che in dieci giornate veder si potesse intorno a Roma il campo di que′sollevati. Perciò a furia si arrolarono nuovi soldati, e Velleio Patercolo fu incaricato di condurre a Tiberio questi rinforzi. Una sì grossa armata di fanteria e cavalleria si unì, che Tiberio fu costretto a licenziarne una parte. Marciò egli contro i ribelli della Pannonia; presi i passi, li ristrinse ed affamò. In somma li ridusse a tale, che molti d′essi, presso il fiume Batino vennero a deporre l′armi e a sottomettersi. Dicono che il lor generale Batone o fu preso, o venne anch′egli spontaneamente all′ubbidienza; e pure nell′anno seguente egli si truova coll′altro Batone Dalmatino in armi contro i Romani. Voltossi dipoi Tiberio contro i ribelli Dalmatini, alla testa de′quali era l′altro Batone. Valerio Messallino, governatore di quella provincia, più di una volta si azzuffò con loro, ora vincitore ed ora vinto. Tutto il guadagno de′Romani si ridusse a frastornar i disegni fatti da i nemici per passare in Italia, ma senza poter impedire ch′essi non dessero il guasto ad un gran tratto di paese, finche arrivò il verno che mise fine alle azioni militari.

Da che mancò di vita, nell′anno d′Augusto, Erode il Grande, re della Giudea [31] Archelao suo figliuolo s′affrettò pel suo viaggio a Roma, a fin di succedere nel regno del padre in competenza di Antipa, e de gli altri suoi fratelli e parenti. Ottenne egli da Augusto, non già il titolo di Re, ma il solo di Etnarca, col dominio della metà degli Stati del padre, consistente nella Giudea, Idumea e Samaria. Per conseguente egli cominciò a dominare in Gerusalemme. Gli avea promesso Augusto il titolo di Re, qualora colle sue virtuose azioni se ne facesse conoscere degno. Contrario all′espettazione, anzi tirannico fu il di lui governo, di maniera che nell′anno presente i primati della Giudea e di Samaria spedirono gravissime accuse contra di lui ad Augusto [32]. Citato a Roma Archelao, e convinto de′suoi reati, n′ebbe per gastigo la relegazione in Vienna del Delfinato, e la perdita de′suoi patrimoni e tesori, che furono presi dal fisco. Ed allora fu che la Giudea, l′Idumea e la Samaria furono ridotte alla forma delle provincie del romano imperio, ed unite alla Siria, o sia alla Soria, e cominciarono ad essere governate da gli ufiziali dell′imperadore: cosa dianzi desiderata dagli stessi Giudei, perchè troppo aggravati da i proprj re speravano essi miglior trattamento da i ministri imperiali. Così cessò lo scettro di Giuda, siccome avea predetto Giacobbe [33], nella venuta del divino Salvatore del mondo. Il padre Pagi mette all′anno seguente la caduta di Archelao. Dione ne parla sotto il presente.

anno VII

Anno              di Cristo 7. Indizione X.

                   di Cesare Augusto imperadore 51.

Consoli      Aulo Licinio Nerva Siliano,

                  Quinto Cecilio Metello Cretico Silano.

Che il secondo di questi consoli usasse il cognome di Silano, l′hanno dedotto gli eruditi dal trovarsi Cretico Silano proconsole della Siria nell′anno di Cristo 16. Se ciò sussista, nol so. Da un antico marmo ancora ricavarono il Sigonio e il Panvinio che nelle calende di luglio a i suddetti consoli ne furono sustituti due altri, cioè Publio Cornelio Lentulo Scipione e Tito Quinzio Crispino Valeriano. Procedeva assai lentamente la guerra nella Dalmazia e Pannonia, et andavano a terminar tutte le prodezze dell′una e dell′altra parte in saccheggi ed incendj. [34] Niuna cosa stava più a cuore di Tiberio che il non esporre a rischio i suoi soldati, parendogli troppo cara anche una vittoria quando si avesse a comperar colla vita di molti de′suoi. Ma non piaceva ad Augusto una sì melensa maniera di guerreggiare; e dubitando egli che Tiberio non si curasse di finir que′rumori per poter più lungamente godere del comando dell′armi, mandò colà con un copioso rinforzo di genti Germanico Cesare, nipote d′esso Tiberio e figliuolo di lui per adozione, giovane amatissimo da i soldati per la memoria del valoroso suo padre Claudio Druso. Non vi spedì Agrippa Cesare, figliuolo di Giulia sua figlia, perchè, siccome accennai, trovatolo di sregolati costumi, in quest′anno il relegò nell′isola Pianosa vicina alla Corsica. Le imprese fatte da Tiberio e Germanico in questa campagna furono di poca conseguenza. Vero è che i due Batoni, iti ad assalire gli alloggiamenti romani, furono con loro perdita respinti, e che Germanico recò de i gravi danni a i Mazei e ad altri popoli della Dalmazia; ma altro ci volea che questo per ridurre al dovere quelle feroci nazioni. Anche Marco Lepido, tenente generale di Tiberio, s′acquistò grande onore, e meritò gli ornamenti trionfali per essere venuto ad unirsi con lui, aver tagliati a pezzi molti de′nemici che se gli opposero nel viaggio, ed aver dato il sacco ad un gran tratto del loro paese.

Era stato inviato da Augusto per governatore nella Siria nell′anno precedente Publio Sulpicio Quirinio, personaggio illustre, e stato console nell′anno dodicesimo prima dell′era volgare. Perchè la Giudea, ridotta in provincia romana, per la caduta di Archelao di sopra accennata, dipendeva allora dalla Siria, Quirinio ebbe ordine di portarsi colà per confiscare i beni d′esso Archelao, e per fare il censo, o sia la descrizione delle persone abitanti nella Giudea, e l′estimo delle facoltà d′ognuno [35]. V′andò egli nell′anno presente, ed eseguì puntualmente il suo impiego, ma non senza assaissimi lamenti de′Giudei, a′quali parea una specie di schiavitù una tal novità. Nè mancarono sedizioni in quel popolo, e copiosi ammazzamenti e saccheggi per questo. Il suddetto Quirinio altri non fu che quel medesimo che in san Luca [36] vien appellato Cirino, ed ebbe l′incumbenza di fare il censo nella Giudea, allorché venne alla luce del mondo Cristo Signor nostro. Indubitata cosa è, che non può parlare il santo Evangelista del censo fatto in quest′anno da Quirinio, essendo nato il Signore quando anche era vivente Erode il Grande; ed avendo noi già accennato che esso Erode diede fine alla sua vita nell′anno d′Augusto, cioè quattro anni prima dell′era cristiana, per conseguente si dee ammettore un altro censo anteriormente fatto nella Giudea dal medesimo Quirinio. Ed ancorché niun vestigio di ciò si truovi presso gli antichi storici profani, pure è bastante l′autorità dell′Evangelista per istabilirne la verità: e tanto più dicendo egli che Haec descriptio prima facta est a praeside Cyrino. Iinperocchè quel prima acconciamente fa dedurre, chiamarsi così quella descrizione per distinguerla dall′altra fatta nell′anno presente. In qual anno poi precisamente seguisse la prima delle suddette descrizioni, cioè se cinque o sei o sette o più anni prima dell′era cristiana, non s′è potuto chiarire finora.

anno VIII

Anno              di Cristo 8. Indizione XI.

                       di Cesare Augusto imperadore 52.

Consoli             Marco Furio Camillo,

                             Sesto Nonio Quintiliano.

A questi consoli ordinarj nelle calende di luglio furono surrogati Lucio Apronio ed Aulo Vibio Habito. Trovavansi [37] già i ribellati popoli della Pannonia e Dalmazia in grandi strettezze, perchè penuriavano cotanto di viveri che s′erano ridotti a mangiar dell′erbe. Sopravenne ancora un′epidemia che mietendo le vite di molti, li ridusse ad un infelicissimo stato, in guisa che già erano i più determinati di chiedere la pace: ma perchè s′opponevano a tal risoluzione coloro che mostravano di credere inesorabili i Romani, niuno osava di mandare ambasciatori al campo nemico. Assediò in questi tempi Germanico una forte città, e la costrinse alla resa. Questo colpo fu cagione che senza più stare in bilancio, Batone capo de′Dalmatini ribelli, munito di salvocondotto, venne ad abboccarsi con Tiberio, per trattar di pace. Gli dimandò Tiberio i motivi della già fatta e tanto sostenuta ribellione. Ne siete in colpa voi altri Romani, animosamente allora gli rispose Batone, perchè a custodir le vostre greggie avete inviato non de i pastori e de i cani, ma sì bene de i lupi: che non erano già allora cose pellegrine le violenze ed ingiustizie de gli ufiziali romani, per le quali anche altri popoli cercarono di scuotere il giogo. Augusto intanto trovandosi inquieto per questa guerra, la quale, per attestato di Suetonio [38], fu creduta la più grave e pericolosa che dopo quelle de′Cartaginesi avesse patito il popolo romano; e volendo egli essere più alla portata di udirne le nuove e di provvedere a i bisogni, era venuto nell′anno precedente, o pure nel corrente, a Rimini. Approvò egli le proposizioni della pace; e in questa maniera, parte colla forza, parte coll′uso della clemenza, que′popoli tornarono all′ubbidienza primiera. Niun altro rilevante avvenimento ci porge sotto quest′anno la storia romana.

                             anno ix

Anno            di Cristo 9. Indizione XII.

                     di Cesare Augusto imperadore 53.

Consoli        Gaio Pompeo Sabino

                           Quinto Sulpicio Camerino.

Furono sustituiti a i suddetti consoli nelle calende di luglio Marco Papio Mutilo e Quinto Poppeo Secondo, chiamato da alcuni Secundino; ma più sicuro è il primo cognome. Dopo aver pacificata la Pannonia e la Dalmazia, glorioso se ne tornò a Roma Tiberio Cesare [39] . Augusto gli venne incontro fuori della città; il fece entrare in Roma con corona d′alloro in capo, e in un palco, dove amendue si misero a sedere in mezzo a i consoli, co i senatori in piedi, mostrò al popolo questo suo vittorioso figliuolo. Furono in onor suo celebrati alcuni spettacoli. In questi tempi Augusto, raunati i cavalieri romani, e trovato che in minor numero erano gli ammogliati che gli altri, pubblicamente lodò i primi, biasimò i secondi. Dione rapporta la di lui allocuzione, in cui egli mostrò appartenere non meno al privato che al pubblico bene, che tutti avessero moglie, e si studiassero di mettere figliuoli al mondo per mantener le nobili famiglie romane e sostenere il decoro della repubblica, massimamente ne′bisogni delle guerre, con inveire gagliardamente contra di tanti, i quali non già per amore del celibato, ma per aver più libertà allo sfogo della lor libidine, fuggivano il prender moglie. Pertanto in vigore della legge Papia Poppea concedette varj privilegi a chi avesse o prendesse moglie, e pene a chi dentro un convenevol termine non si ammogliasse. Ed affinchè niuno si prevalesse dell′esempio delle Vestali, le quali pure nel loro stato erano sì accreditate, disse, che quando volessero imitarle, bisognava ancora che si contentassero d′essere puniti al pari di quelle vergini, qualora contravenissero alle leggi della continenza. Fu poi sotto Tiberio mitigata questa legge.

Poca durata ebbe la pace della Dalmazia [40]. Quel Batone, capo de′Pannonii, che dianzi avea mossi a ribellione anche i Dalmatini, dopo aver preso ed ucciso l′altro Batone, tornò a cozzar co i Romani. Vollero questi prendere la città di Retino, ma per uno stratagemma de′sollevati ne riportarono una mala percossa. S′impadronirono bensì i Romani di alcuni luoghi; ma perchè apparenza non v′era di poter così presto terminar quella guerra, e Roma per qnest′imbroglio scarseggiava di viveri, Augusto tornò di bel nuovo ad inviar colà Tiberio con un possente esercito. Nulla più bramavano i soldati che di venire ad una giornata campale. Tiberio, che non voleva espor le genti all′azzardo, e temeva di qualche sollevazione, divise in tre corpi l′armata, dandone l′uno a Silano (o sia Siliano), l′altro a Lepido, e ritenendo il terzo per sè e per Germanico suo nipole. I due primi fecero valorosamente tornare al suo dovere il paese loro assegnato. Tiberio marciò contro Batone, ed essendosi costui salvato in un castello inespugnabile per la sua situazione, perchè fabbricato sopra alto sasso e circondato da precipizj, non si scorgeva maniera di poter espugnare quella fortezza. Anderio era il suo nome. Furono sì arditi i Romani, che cominciarono ad arrampicarsi per que′dirupi, e al dispetto de′sassi rotolati all′ingiù, giunsero a mettere in fuga parte de i difensori che erano usciti fuori a battaglia. Per questo successo atterriti i restati nella rocca, dimandarono ed ottennero capitolazione. Britannico anch′egli forzò Arduba ed altre castella alla resa. Disperato perciò Batone il Pannonico, altro scampo non ebbe che di ricorrere alla misericordia di Tiberio. Gli fu permesso di venire al campo; e concessogli il perdono, si rinnovò ed assodò meglio che prima la pace. Volò Germanico a Roma, a portarne la lieta nuova. Tiberio gli tenne dietro, ed incontrato da Augusto ne′borghi di Roma, fece la sua entrata nella città con molta magnificenza. A Germanico furono accordate le insegne trionfali nella Pannonia; a Tiberio il trionfo e due archi trionfali nella Pannonia, con altri privilegj ed onori, ma del trionfo non potè egli godere, perchè poco stette Roma a trovarsi in gran lutto per una sempre memoranda sventura accaduta all′armi romane in Germania, di cui furono portate le funeste nuove cinque soli giorni dopo l′arrivo di Tiberio.

Siccome accennai di sopra, al governo della Siria, o vogliam dire della Soria, era stato inviato Quintilio Varo; di là poi venne in Germania per generale delle legioni che quivi continuamente dimoravano per tenere in dovere i popoli sudditi, ed in freno i non sudditi [41]. Tacito scrive, essere state otto le legioni che si mantenevano, da i Romani al Reno. Pare che Velleio [42] ne nomini solamente cinque. Solevano in que′tempi essere composte le legioni di sei mila fanti l′una, ed alcune d′esse aveano la giunta di qualche poco di cavalleria. Il nerbo principale delle armate romane era allora la fanteria. Varo, che povero entrò già nella Siria ricca, e nel partirsene ricco, lasciò lei povera, si credette di poter fare il medesimo giuoco in Germania. Cominciò a trattar que′popoli come se fossero una spezie di schiavi, con abolir le loro consuetudini, esigerne a diritto e a rovescio danari, e volere ridurli a quella total Commessione e maniera di vivere che si usava fra i Romani. Diede motivo questo suo governo a molti di tramare una congiura. Arminio, figliuolo, o pur fratello di Segimero, giovane prode e de′principali di quelle contrade, già ammesso alla cittadinanza di Roma e all′ordine equestre, quegli era che più degli altri animava i suoi nazionali a ricuperar l′antica libertà. Quanto più crescevano i loro odj e si preparavano a far vendetta, tanto più fingevano sommessione a i comandamenti, amore e confidenza alla persona di Varo, in guisa tale, che l′avviso a lui dato da più d′uno che si macchinava una congiura contra de′Romani, da lui fu creduto una baia, nè precauzione alcuna si prese. Ora essendosi, per concerto fatto fra loro, mossi all′armi alcuni de′lontani Tedeschi, Quintilio Varo, messa insieme un′armata di tre legioni, d′altrettante ale di cavalleria e di sei coorti ausiliarie, che forse ascendevano alla somma almeno di ventidue mila combattenti, la più brava ed agguerrita gente che avesse allora l′imperio romano, si mise in viaggio con grossissimo bagaglio per opporsi a i tentativi de′nemici. Arminio e Segimero suo padre, restati in dietro col pretesto di raunar le loro genti in ajuto di Varo, allorché i Romani si trovarono sfilati e disordinati per selve e strade disastrose, all′improvviso dalla parte superiore furono loro addosso, e cominciarono a farne macello. Per tre giorni durò il conflitto, ma conflitto miserabile per gli Romani, che non trovando mai sito in quelle montagne da potersi unire, schierare e difendere, rimasero quasi tutti vittima del furore germanico. Varo e i principali dell′esercito, dopo aver riportate molte ferite, per non venire in mano de′nemici, da sè stessi si diedero la morte. Tutto il carriaggio e le insegne romane restarono in poter de′Germani. Per attestato di Tacito, il luogo di questa tragedia fu il bosco di Teutoburgo, oggidì creduto Dietmelle nel contado ili Lippa, vicino a Paderbona ed al fiume Wessen nella Westfalia.

Portata questa lagrimevol nuova a Roma, incredibile fu il cordoglio d′ognuno, non minore il terrore, per paura [43] che i Germani meditassero imprese più grandi, e pensassero a passare il Reno, o a volgersi ancora co i Galli verso l′Italia. Più de gli altri se ne afflisse Augusto per la morte di sì valorose truppe, per la perdita dell′aquile romane e per la cattiva condotta di Varo, uomo male adoperato ne gli affari di pace e peggio in quei della guerra. Perciò per più mesi non si fece tosare il capo, nè tagliare la barba; e andò sì innanzi il suo affanno, che dava della testa per le porte, e gridava da forsennato che Varo gli restituisse le sue legioni. A sì fatti colpi non erano avvezzi i Romani, e dopo la sconfitta di Publio Crasso in Asia, non aveano provata una calamità simile a questa. Si rincorò poscia Augusto al sopragiugnere susseguenti avvisi d′essere la Gallia quieta, e di non avere i Germani osato di passare il Reno, per l′esatta guardia dell′altre legioni ch′erano salve in quelle parti, e per la buona cura di Publio Asprenate, generale di due legioni al Reno, il quale seppe anche approfittarsi non poco delle eredità de′soldati uccisi. Perchè in Roma la gioventù atta all′armi non si volea arrolare, adoperò Augusto la forza, tanto che tra essi e i veterani, che premiati tornarono all′armi, e i libertini compose un bel corpo d′armata, per inviarlo in Germania. L′anno fu questo in cui il poeta Ovidio in età di cinquant′anni, per ordine di Augusto, andò a far penitenza de′suoi falli, relegato in Tomi, città della Scitia, oggidì Tartaria, nel Ponto. Perch′egli si tirasse addosso questo castigo non ben si seppe, od ora almeno non si sa. Dall′aver detto Apollinare Sidonio, ch′egli amoreggiava una fanciulla cesarea, hanno alcuni creduto qualche suo imbroglio con Giulia figliuola d′Augusto: il che non è probabile perchè molti anni prima questa impudica principessa era stata relegata dal padre, e gastigati i suoi drudi. Potrebbe piuttosto cadere il sospetto in Giulia figliuola della suddetta Giulia, che non cedette alla madre nella cattiva fama. Altri ha tenuto che il suo libro dell′Arte di amare, siccome opera scandalosa, fosse cagion delle sue sciagure. La sua relegazione è certa, il perchè, difficil è l′accertarlo.

Anno             di Cristo 10. Indizione XIII.

                      di Cesare Augusto imperadore 54.

Consoli            Publio Cornelio Dolabella.

                            Gaio Giulio Silano.

Si truova sustituito all′uno di questi consoli nelle calende di luglio Servio Cornelio Lentulo Maluginense. Credono i padri Petagio e Pagio che Tiberio Cesare in quest′anno dedicasse il tempio della Concordia in Roma, ricavando tal notizia da Dione [44]. Ne parla veramente questo istorico, ma dopo aver detto che Tiberio fu inviato in Germania; e però tal dedicazione appartiene piuttosto ad un altro anno. E mancante, a mio credere, in questi tempi, come in tanti altri, la storia d′esso Dione. Velleio anch′egli, perchè prometteva una storia a parte de i fatti di Tiberio con due pennellate qui si sbriga; laonde poco si sa in questo e nel seguente anno della storia romana. Quel che è certo, unito ch′ebbe Augusto quanto potè levar di gente in Roma, spedì con tali milizie nella Gallia Tiberio Cesare. Ciò avvenne, secondo Suetonio [45], nell′anno presente. Seco probabilmente andò anche il nipote Germanico, perchè Dione sotto il seguente anno scrive che unitamente fecero guerra alla Germania. Le imprese di Tiberio in essa guerra non son giunte a noi, o più tosto non meritarono d′essere scritte, perchè di poco momento. Velleio unicamente ci fa sapere [46] che Tiberio, ben disposte le guarnigioni della Gallia, passò il Reno coll′esercito romano. Non altro si aspettava Augusto e Roma da lui, se non che impedisse ad Arminio i progressi, sul timore che costui pensasse a molestar l′Italia. Ma Tiberio fece di più. Entrò nella parte nemica della Germania, mettendo a sacco e fuoco il paese, e in fuga chiunque ebbe ardire di contrastargli il passo: il che gran terrore diede ad Arminio. Così quello storico, gran panegirista, anzi adulator di Tiberio. Con queste poche parole Velleio manda a′quartieri il romano esercito nell′anno presente. Potrebbono nondimeno appartenere all′anno seguente questi pochi fatti, confrontati colla narrativa di Dione.

Secondo l′Usserio [47], a quest′anno si dee riferire la morte di Salome sorella del fu re Erode. Essa era padrona del principato di Jamnia, in cui esistevano due bellissime ville, abbondanti di palme che producevano frutti squisiti. Di tutto lasciò erede Livia moglie d′Augusto, donna che mieteva da per tutto e con facilità, perchè essendo conosciuta di gran possanza presso il marito, ognun si procacciava la grazia di lei.

Anno          di Cristo 11. Indizione XIV.

                   di Cesare Augusto imperadore 55.

Consoli      Manio Emilio Lepido,

                        Tito Statilio Tauro.

Ad alcuni non par certo il prenome di Manio nel primo di questi consoli. Numio è da essi creduto più tosto. Marco fu appellato da altri. Un′iscrizione legittima potrebbe decidere questa poco importante quistione. Ad Emilio Lepido fu sustituito nelle calende di luglio Lucio Cassio Longino. Sotto questi consoli narra Dione che Tiberio e Germanico con autorità proconsolare fecero un′irruzione nella Germania, misero a sacco un tratto di quel paese; ma niuna battaglia diedero, perché niuno si opponeva; nè sottomisero alcun di quei popoli, perchè ammaestrati dalle disgrazie di Varo, non volevano esporsi a pericolosi cimenti. Suetonio, benché poco d′accordo con Dione, anch′egli attesta [48] che Tiberio (avvezzo per altro a far di sua testa le risoluzioni) nulla intraprese in questa spedizione senza il parere de′suoi primarj ufiziali. Aggiugne, aver egli osservata una rigorosa disciplina nell′esercito; e che sebben egli non amava di azzardar la fortuna ne′combattinaenti, pure non aveva difficoltà a combattere se nella precedente notte all′improvviso si fosse smorzata da sè stessa la sua lucerna, benché vi fosse dell′olio: perchè dicea d′aver egli e i suoi maggiori trovato sempre questo un segno di buona fortuna: tanto si lasciavano gli antichi Pagani travolgere il capo da tali inezie. Ma riportata vittoria un dì, poco mancò che un di que′Barbari non l′uccidesse, siccome egli confessò dipoi ne′tormenti d′aver meditato. Dovette ancora succedere in quest′anno ciò che narra Velleio Patercolo [49], cioè che, essendo insorto un fiero tumulto e dissensione della plebe in Vienna del Delfinato, città allora floridissima, accorse colà Tiberio, e senza adoperar le scuri, quetò quella pericolosa commozione. Sappiamo in oltre da Dione, che dopo l′incursione fatta nella Germania, Tiberio e Germanico si ritirarono al Reno, e quivi stettero sino all′autunno: nel qual tempo fecero giuochi pubblici in onore del natale d′Augusto, e similmente un combattimento di cavalleria. Poscia verso il fine dell′anno se ne tornarono in Italia.

In tanto Augusto mise in Roma un po′di freno alla strologia giudiciaria, che era e fu anche da lì innanzi in gran voga in quella città, proibendo il predire la morte d′alcuno, bench′egli per sè niun pensiero si mettesse della vanità di quest′arte, ed avesse lasciato correre in pubblico l′oroscopo suo. Vietò ancora per tutte le provincie che nulla più del consueto onore si facesse ai governatori ed altri ministri pubblici durante il loro impiego, nè per due mesi dopo la lor partenza; imperciocché per ottener simili dimostrazioni si commettevano molte iniquità. Ora qui insorge fra gli eruditi una gran contesa, cioè in qual anno fosse Tiberio dichiarato collega nell′imperio, cioè ornato di quella stessa podestà tribunizia e proconsolare che godeva lo stesso Augusto. In vigore dell′ultima era conceduto il comando di tutte le armate fuori di Roma colla stessa balìa che godevano i consoli. Da questo principio si pensano alcuni letterati di poter dedurre l′anno quindicesimo di Tiberio, enunziato da san Luca. Non è facile la decision della quistione, perchè, gli stessi antichi istorici son fra loro discordi, non già nell′assegnare il giorno, credendosi fatta tal dichiarazione dal senato nel dì 28 di agosto, ma bensì quanto all′anno. Suetonio scrive [50], che essendo ritornato Tiberio dalla Germania dopo due anni a Roma, per decreto del senato gli fa conceduto di amministrar le Provincie comunemente con Augusto. Ma l′autorità di Velleio Patercolo merita ben d′essere preferita a quella di Suetonio, per aver egli scritte le avventure de′suoi tempi e militato allora sotto lo stesso Tiberio, laddove Suetonio visse e scrisse cento anni dipoi. Ora abbiamo da Velleio [51] che a requisizione d′Augusto il senato e popolo romano concedette a Tiberio l′uguaglianza nella podestà pel governo delle provincie e delle armate. Ut aequum eius in omnibus provinciis, exercitibusque esset. Dopo di che Tiberio se ne tornò a Roma. Adunque piuttosto all′anno presente si dee riferire l′esser egli divenuto collega dell′imperio. Anche da Tacito [52] possiam raccogliere la stessa verità, scrivendo egli che Tiberio collega imperii, consors tribuniciae potestatis adsumitur; omnesque per exercitiis ostentatur. Pare che Tacito anticipi di qualche anno questa dignità, ma certamente fa intendere la medesima a lui conferita mentr′esso era all′armata, e non già allorché fu giunto a Roma. Però assai fondamento abbiamo per credere che dall′anno presente, a cagione di questo innalzamento di Tiberio, alcuni cominciassero a numerar gli anni del suo imperio: sentenza adottata dal padre Pagi e da altri.

Anno             di Cristo 12.   Indizione XV.

                      di Cesare Augusto imperadore 56.

Consoli         Germanico Cesare,

                            Gaio Fonteio Capitone.

Tiberio Giulio Germanico Cesare, nipote e figliuolo per adozione di Tiberio Cesare, e nipote, a cagion d′essa adozione, di Augusto pel merito acquistato nelle guerre della, Germania, Pannonia e Dalmazia, ottenne in quest′anno il consolato, e in oltre gli ornamenti trionfali [53]. Nelle calende di luglio Capitone fu sustituito nel consolato Gaio Visellio Varrone. Con esso Germanico venne anche Tiberio [54] nell′anno presente a Roma. Le guerre sopravenute gli aveano impedito il trionfo destinatogli dal senato per le guerre da lui felicemente terminate nella Pannonia e Dalmazia. Ricevette egli ora quest′onore, con entrare trionfalmente in Roma. Prima di passare al Campidoglio scese dal carro trionfale, e andò ad inginocchiarsi a′piedi d′Augusto, che con gran festa l′accolse. Seco era Batone, che già vedemmo capo della sollevazion della Pannonia, ed è chiamato re di quella provincia da Rufo Festo, ma impropriamente. A costui professava non poca obbligazione Tiberio, perchè nella guerra Pannonica trovandosi egli stretto in un brutto sito e circondato da i ribelli, Batone generosamenle il lasciò ritirarsi in luogo sicuro. Per gratitudine Tiberio gli fece de′grandissimi doni, e il mise di stanza a Ravenna. Seguita a dire Suetonio, aver Tiberio dato un convito al popolo con mille tavole apparecchiate, ed oltre a ciò un congiario, cioè un regalo di trenta nummi per testa. Dedicò eziandio il tempio della Concordia, mettendo nell′iscrizione, come asserisce Dione [55] d′averlo rifatto egli con Druso suo fratello già defunto. V′ha chi crede fatta cotal dedicazione nell′anno di Cristo X, e, chi nel precedente IX, tirando ciascuno [56] al suo sentimento le parole di Dione. Ma da che lo stesso Dione confessa che prima di questa dedicazione Tiberio era passato in Germania, da dove solamente nell′anno presente ritornò, nè essendo verisimile che in lontananza egli dedicasse quel tempio, sembra ben da anteporsi l′autorità di Suetonio, che mette quel fatto sotto l′anno presente, ed è in oltre autore più vicino a questi tempi che non fu Dione. Dedicò parimente lo stesso Tiberio il tempio di Polluce e di Castore sotto nome suo e del fratello Druso, mettendo ivi le spoglie de′popoli soggiogati.

Quantunque Augusto si trovasse in età molto avanzata e con vacillante sanità, pure non lasciava di pensare al pubblico bene [57]. Perciò in quest′anno fece pubblicare una legge contro i libelli famosi, ordinando che fossero bruciati, e gastigati i loro autori. E perchè intese che gli esiliati da Roma con gran lusso viveano, e andando qua e là si ridevano delle delizie di Roma, nè parea loro d′essere gastigati, ordinò che non potessero soggiornare se non nelle isole distanti dalla terra ferma per cinquanta miglia, a riserva di Coo, Rodi, Sardegna e Lesbo. Ristrinse ancora i lor comodi e la lor servitù. Per cagion poi della poca sua sanità mandò a scusarsi co′senatori, se da lì innanzi non poteva andar a convito con loro, pregandoli nello stesso tempo di non portarsi più a salutarlo in casa, come fin qui aveano usato di fare non tanto essi, ma eziandio i cavalieri ed alcuni della plebe. Finalmente raccomandò Germanico al senato, e il senato a Tiberio con una polizza: segno ch′egli si sentiva già fiacco di forze e vicino ad abbandonar questa vita. Molti pubblici giuochi furono fatti nell′anno presente da gl′istrioni e da i cavalieri nella piazza d′Augusto; e Germanico diede una gran caccia nel circo, dove furono uccisi ducento lioni da i gladiatori. Fece ancora la fabbrica e la dedicazione del portico di Livia in onore di Gaio e Lucio Cesari defunti. Abbiamo da Suetonio [58] che in quest′anno nel dì 31 di agosto venne alla luce Gaio Caligola, che fu poi imperadore, figliuolo di esso Germanico Cesare e di Giulia Agrippina, nata da Marco Agrippa e da Giulia figliuola d′Augusto. Chi il fa nato in Treveri, chi in Anzio in Italia. Di poca conseguenza è questa disputa, perch′egli non diede motivo ad alcun luogo di gloriarsi della di lui nascita.

Anno        di Cristo 13. Indizione 1

                 di Cesare Augusto imperadore 57.

Consoli       Gaio Silio,

                 Lucio Munazio Plango.

Di dieci in dieci anni o pure di cinque, in dieci, il saggio Augusto soleva farsi confermare dal senato e popolo romano l′autorità ch′egli avea di reggere la repubblica come suo capo e di comandar le armate, esercitando la podestà tribunizia e proconsolare. Con questo incenso e con quest′atto di sommessione, quasi che il suo comandare fosse un′arbitraria concession de′ Romani, egli continuava a far da padrone, tutti a lui servendo, quando egli mostrava d′essere dipendente e servo d′ognuno. Ne già egli dimandava la conferma di tali prerogative. Il senato stesso quegli era che pregava e quasi forzava lui ad accettar il peso del comando. Non mancavano insinuazioni di così fare; ed anche senza insinuazioni ciascuno desiderava di farsi merito con lui. Si mutò nel proseguimento de′tempi, la sostanza delle cose: tuttavia l′esempio d′Augusto servì a far continuare l′uso de′quinquennali, decennali, vicennali e triennali degli imperadori romani, solennizzandosi con gran festa, cioè con giuochi pubblici e sagrifizj, il quinto, il decimo, vigesimo e trigesimo anno del loro imperio, con ringraziar gl′Iddii della vita loro conceduta, e pregar felicità e lunghezza al resto del loro vivere, quand′anche erano cattivi. Nell′anno presente [59] fu prorogato ad Augusto per altri dieci anni a venire il governo della repubblica; e bench′egli si mostrasse renitente alla loro amorevole offerta, pure si sottomise a tali istanze. Prorogò egli la podestà tribunizia a Tiberio, e a Druso figliuolo d′esso Tiberio concedette la licenza di chiedere fra tre anni il consolato anche senza avere esercitata la pretura. Intanto perchè l′inoltrata sua età e gl′incomodi della salute non gli permettevano più di andare al senato se non rarissime volte, dimandò di poter avere venti senatori per suoi consiglieri (ne tenea quindici ne gli anni addietro); e fu fatto un pubblico decreto, che qualunque determinazione ch′egli facesse da lì innanzi insieme co i suddetti consiglieri, o co i consoli reggenti e disegnati, e co′suoi figliuolo e nipoti, fosse valida come se fosse emanata dall′intero senato. In vigore di questo decreto, anche stando in letto per cagion delle sue indisposizioni, prese molte risoluzioni opportune al pubblico governo. Sì malcontento era il popolo romano del poco fa introdotto aggravio della vigesima parte delle eredità che si pagava all′erario militare pel mantenimento de′soldati, che si temeva di qualche sedizione in Roma. Scrisse Augusto al senato, che ognuno mettesse in iscritto il suo voto per trovar altra via più comoda da ricavare il necessario danaro, acciocché, se non si fosse trovata, facesse conoscere che da lui non veniva il male, vietando a Germanico e a Druso di dire il loro parere, perchè non si credesse quella essere la mente sua. Vi fu gran dibattimento; e continuandosi pure a detestar la vigesima, egli mostrò di voler compartire il peso di quella contribuzione sopra i beni stabili del popolo. Inviò pertanto qua e là, senza perdere tempo, estimatori delle case e terre: il che bastò a fare che cadauno, temendo di patir più danno da questo che da quello aggravio, si quetò, e restò, come prima, in piedi la vigesima.

Anno             di Cristo 14. Indizione II

                      di Tiberio imperadore 1.

Consoli         Sesto Pompeo,

                            Sesto Appuleo.

Fece in quest′anno Augusto insieme con Tiberio il censo, o sia la descrizione de′cittadini romani abitanti in Roma e per le provincie; e per attestato dell′iscrizione Ancirana, riferita dal Grutero [60] se ne trovarono quattro milioni e cento settanta sette mila, Eusebio nella sua Cronica [61] fa ascendere essi cittadini a nove milioni e trecento settanta mila persone forse per error de′copisti, il quale s′ha da correggere coll′autorità dell′iscrizione suddetta. Suetonio [62] e Dione [63] attestano avere Augusto sul fin di sua vita fatto un compendio delle sue più memorabili azioni, con ordine d′intagliarlo in varie tavole di bronzo. Se ne conservò in Ancira una copia. Fu poi spedito Germanico in Germania, perchè non era per anche cessata in quelle contrade la guerra. Prese Augusto anche la risoluzione d′inviar Tiberio nell′Illirico, per assodar sempre più la pace ivi stabilita; e però con esso lui da Roma s′incamminò alla volta di Napoli, invitatovi da quel popolo nell′occasione de′giuochi insigni che quivi ogni cinque anni in onor suo si facevano all′usanza de′Greci. V′andò, ma portando seco una molesta diarrea, cominciata in Roma. Dopo avere assistito a quella magnifica funzione, e licenziato Tiberio, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Aggravatosi il suo male, fu forzato a fermarsi in Nola, dove poi placidamente morì nel dì 19 agosto, cioè nel mese nominato primo Sestile, e poscia dal suo nome Augusto che tuttavia dura, e in quella medesima stanza dove Ottavio suo padre era mancato di vita. Sospetto corse [64] che l′ambiziosa sua moglie Livia (appellata anche Giulia, perchè adottata per figliuola da esso Augusto con istravaganza non lieve) gli avesse proccurata la morte con de i fichi avvelenati. Imperocché dicono che in questi ultimi tempi Augusto, o perchè già conoscesse il mal talento di Tiberio figliastro suo, o perchè gli paresse più convenevole di anteporre Agrippa, figliuolo di Giulia sua figlia, ad un figliuolo di sua moglie Livia, avesse cangiata massima intorno alla successione sua, e che segretamente coll′accompagnamento di pochi si fosse portato a visitar esso Agrippa, che trovavasi allora relegato nell′isola della Pianosa, con dargli buone speranze. Avendo Livia penetrato questo segreto affare, s′affrettò, secondo i suddetti scrittori, ad accelerar la morte del marito. Ma non par già verisimile che Augusto sì vecchio volesse prendersi l′incomodo di arrivar sino alla Pianosa, vicina alla Corsica; nè potea ciò farsi senza che Livia ed altri nol venissero a sapere. L′affetto poi dimostrato da Augusto sul fine di sua vita alla medesima Livia e a Tiberio, il quale richiamato dal suo viaggio [65] arrivò a tempo di vederlo vivo e di tenere un lungo ragionamento con lui non lascia trasparire segno d′affezione di esso Augusto verso il nipote Agrippa, nè di mal animo contra del figliastro Tiberio, o di sua madre.

Comunque sia, terminò Augusto i suoi giorni in età di quasi settantasei anni, e di cinquanta sette anni e cinque mesi dopo la morte di Giulio Cesare. Tanto anticamente, quanto ne′due ultimi secoli si vide posto sulle bilance de′politici e de i declamatori il merito di questo imperadore, lacerando gli uni la di lui fama per avere, oppressa la repubblica romana, e gli altri encomiandolo, come uno de′più gloriosi principi che s′abbia prodotta la terra. La verità si è, che han ragione amendue queste fazioni, considerata la diversità de′tempi. Non si può negare ne′principj il reato di tirannia e di crudeltà in Augusto verso la sua patria, ma si dee ancora concedere che il proseguimento della sua vita fece scorgere in lui non un tiranno, ma un principe degno di somma lode pel savio suo governo, per l′insigne moderazione sua, e per la cura di mantenere ed accrescere la pubblica felicità. Può anche meritar qualche perdono l′attentato suo. Trovavasi da molto tempo vacillante e guasta la romana repubblica per le fazioni e prepotenze che non occorre qui rammentare [66] . Bisogno v′era ch′un′autorità superiore che rimediasse a i passati disordini e non lasciasse, pullularne de i nuovi. Però la tranquillità di Roma è dovuta al medesimo, se vogliam dire, fallo suo. Nè egli a guisa de′tiranni tirò a sè tutto quel governo, ma saggiamente seppe fare un misto di monarchia e di repubblica, quale anche oggidì con lode si pratica in qualche parte d′Europa. Felice Roma, s′egli avesse potuto tramandare a i suoi successori, come l′imperio, così anche il suo senno e il suo amore alla patria! Ma vennero tempi cattivi, ne′quali poi s′ebbe a dire: Che Augusto non dovea mai nascere, o non dovea mai morire. Il primo per gli mali da lui fatti a fine di rendersi padrone; il secondo per l′amorevolezza e saviezza con cui seppe dipoi governare la repubblica, e di cui furono privi tanti de′suoi successori, non principi ma tiranni. Un gran saggio ancora del merito d′Augusto furono gli onori a lui compartiti in vita, e più dopo morte. Vi avrà avuta qualche parte, non vo′negarlo, l′adulazione; ma i più vennero dalla stima, dall′amore e dalla gratitudine de′popoli che sotto di lui goderono uno stato cotanto felice. E tali onori arrivarono sino a i sacrilegi [67]. Imperciocché a lui anche vivente furono, come ad un Dio, dedicati altari, templi e sacerdoti, e molto più dopo morte. Con pubblici giuochi ancora e spettacoli si solennizzò di poi il suo giorno natalizio, e memoria onorevol si tenne de′benefizj da lui ricevuti.

Tennero Livia e Tiberio occulta per alcuni giorni la morte d′Augusto, finché avendo frettolosamente inviato ordine alla Pianosa che fosse ucciso Agrippa, nipote d′esso Augusto, giunse loro la nuova d′essere stato eseguito il barbaro comandamento, mostrando poscia di non averlo dato alcun d′essi; che questo fu il bel principio del loro imperio. Allora si pubblicò essere Augusto mancato di vita. Fu portato con gran solennità il di lui corpo a Roma da i principali magistrati delle città, e poi da′cavalieri; furongli fatte solenni esequie, descritte da Dione, con averlo portato al rogo Druso figliuolo di Tiberio e i senatori. Saltò poi fuori Numerio Attico senatore, il quale, mentre la pira ardeva, giurò di aver veduta l′anima d′Augusto volare al cielo [68], come si finse una volta succeduto anche a Romolo; facendosi credere con tali imposture alla buona gente ch′egli fosse divenuto un Dio, o Semideo: vana pretensione, continuata ne′tempi seguenti per altri imperadori. Ciò fatto, si trattò nel senato di confermare, o, per dir meglio, di concedere a Tiberio Cesare, lasciato erede da Augusto suo padrigno, tutta l′autorità e gli onori goduti in addietro dal medesimo Augusto. Era allora Tiberio in età di cinquantasei anni, volpe fina, e impastato di diffidenza, d′umor nero e di crudeltà; ma che sapeva nascondere il suo cuore meglio d′ogni altro, ed avea saputo coprire i suoi vizi a gli occhi, non già di tutti, ma forse della maggior parte de′grandi e de′piccioli. Nel senato non v′era più alcuna di quelle teste forti che potessero rimettere in piedi la libertà romana; tutto tendeva all′adulazione, e al privato, non al pubblico bene. V′entrava anche la paura, perchè Tiberio continuò a comandare alle coorti del pretorio e alle armate romane per le precedenti concessioni; e però niuno osava di alzar un dito, anzi ognun gareggiò a conferir la signoria a Tiberio. All′incontro l′astuto Tiberio, quanto più essi insistevano per esaltarlo, tanto più facea vista di abborrir quegli onori, e di desiderare non superiorità, ma uguaglianza co′suoi cittadini, esagerando la gran difficultà a reggere sì vasto corpo, e i pericoli di soccombere sotto il peso: tutto a fine di scandagliar bene gli animi di ciascun particolare, e far poi vendetta a suo tempo di chi poco inclinato comparisse verso di lui [69] . Temeva ancora che Germanico suo nipote, già adottato da lui per figliuolo, tra per essere allora alla testa dell′armata romana in Germania, e perchè sommamente amato dal popolo romano e da i soldati, potesse torgli la mano. Lasciossi dunque pregare gran tempo anche dagl′inginocchiati senatori; e finalmente senza chiaramente accettar l′impiego [70], o pur facendo credere di prenderlo, ma per deporlo fra qualche tempo, cominciò francamente ad esercitare l′autorità imperiale. Qui Velleio Patercolo [71] lascia la briglia all′eloquenza sua per tessere un panegirico delle azioni di Tiberio su i principi del suo governo. La pace fiorì da per tutto; andò l′ingiustizia, la prepotenza, la frode a nascondersi fra i Barbari, si stese la di lui liberalità per le provincie e città che aveano patito disgrazie. E veramente gran moderazione mostrò a tutta prima Tiberio, e seguitò a governar da saggio, finché visse Germanico, perchè temeva di lui. Nè qui si ferma Velleio. Entra ancora a vele gonfie nelle lodi di Elio Seiano, scelto da Tiberio per suo consigliere e primo ministro. S′egli sel meritasse, l′andremo osservando nel progresso degli anni.

Certo che in Roma niun tumulto o sedizione accadde per questo cambiamento di governo; ma non fu così nelle provincie [72]. Le milizie romane che soggiornavano nella Pannonia, appena udita la morte d′Augusto, si rivoltarono contra di Giulio Bleso lor comandante, che corse pericolo della vita, facendo esse istanza della lor giubilazione e d′essere premiate, col minacciar anche di ribellar quella provincia e di venirsene a Roma. Fu dunque spedito colà da Tiberio il suo figliuolo Druso con una man di soldati pretoriani, ed accompagnato da Seiano, allora prefetto del pretorio. Durò Seiano non poca fatica a metter in dovere i sollevati, che l′assediarono, e ferirono alcuni della di lui scorta. Ma finalmente essendosi ritirati e divisi costoro pe′quartieri, e chiamati sotto altro pretesto ad uno ad uno i più feroci nella tenda di Druso, dove lasciarono la tosta, si quietarono gli altri, ed ebbe fine quel rumore. Più strepitosa e di maggior pericolo fu la sollevazion de′soldati romani nella Germania, perchè quivi dimorava il miglior nerbo delle legioni sotto il comando di Germanico Cesare, che si trovava allora nella Gallia a fare il censo, o sia la descrizione dell′anime. Si ammutinò parte di quest′esercito per le stesse cagioni che poco fa accennai. Corse perciò colà Germanico; e siccome egli era sommamente amato, perchè dotato di assaissime lodevoli qualità, e il conoscevano per migliore di gran lunga che Tiberio, vollero crearlo imperadore. Costantissimo egli nel non volere mancar di fede a Tiberio suo zio, che l′avea anche adottato per figliuolo, allorché vide di non potere in altra guisa liberarsi dalle lor furiose istanze, cavò la spada per uccidersi. Quest′atto li fermò. Finse poi lettere di Tiberio, quasi ch′egli ordinasse in donativo ad essi soldati il doppio dello stabilito da Augusto, la promessa di sì fatta liberalità, e l′aver eziandio accordato il benservito a i veterani, li placò. Ma il danaro non correva, e intanto giunsero gli ambasciatori di Tiberio, all′arrivo de′quali di nuovo si sollevarono, e furono vicini a privarli di vita, per timore che fossero spediti ad annullar quanto avea promesso Germanico. Presero anche Agrippina di lui moglie, gravida allora, e il suo picciolo figliuolo Gaio, sopranominato Caligola. La costanza di Germanico, giacché non poteano conseguire di più, feceli dipoi tornare al loro dovere. Ed acciocché stando in ozio non macchinassero altre sedizioni, Germanico li condusse addosso alle terre nemiche, dove impiegarono i pensieri e le mani per far buon bottino. Certo è che Germanico, se avesse voluto, sarebbe stato imperadore Augusto: tanto egli avea in pugno l′affetto di quel potente esercito, e il cuore eziandio del popolo romano. Ma superior fu all′ambizione la sua virtù. Cordialissime lettere perciò scrisse a lui, e ad Agrippina sua moglie, Tiberio per ringraziarli [73] fece anche un bell′encomio di loro nel senato, ed ottenne a Germanico la podestà proconsolare, che forse dovea essere terminata la dianzi a lui accordata. Tuttavia internamente continuò più che mai ad odiarli, paventando sempre che in danno proprio si potesse convertire un dì l′amore professato dalle milizie a Germanico [74]. Non finì quest′anno, che Giulia, figliuola d′Augusto e moglie di Tiberio, già per gli eccessi della sua impudicizia relegata in Reggio di Calabria, fu lasciata ovvero fatta morire di stento, se pur non fu in altra più spedita maniera. Sempronio Gracco bandito anch′egli, già passava il quattordicesimo anno, da Augusto nell′isola di Cersina presso l′Affrica, in gastigo della sua disonesta amicizia colla suddetta Giulia, fu anch′egli tolto di vita.

 Anno

                     di Cristo 15. Indizione III.

                     di Tiberio imperadore 2.

Consoli        Druso Cesare, figliuol di Tiberio,

                           Gaio Norbano FlacCo.

Fu massimamente in quest′anno un bel vedere con che attenzione, moderazione e modestia si applicasse Tiberio al pubblico governo. [75] Non volle che si premettesse al suo nome il titolo d′Imperadore. Si adirava con chi osasse chiamarlo Signore, e a′soli soldati permetteva il nominarlo per Imperadore, giacchè tal nome, siccome dissi, solamente allora significava Generale d′armata. Il glorioso nome di Padre della Patria non permise mai che il senato glielo desse, forse perchè abboniva l′adulazione, ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al senato [76], che vilmente il pregava di ricevere questo titolo, disse: Se per mia disavventura un qualche dì accadesse che voi dubitaste della mia buona intenzione, e della sincerità dell′affetto che a voi professo (il che se dovesse avvenire, desidero più tosto che la morte mia prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre della Patria niente d′onore recherebbe a me, e servirebbe solo di rimprovero a voi, per aver fallato in giudicare di me, e per avere spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva. Benché passasse in lui per eredità il titolo d′Augusto, pure non l′usava, se non talvolta in iscrivendo a i re, e solamente leggendolo, o ascoltandolo a se dato, non l′avea a male: e però sovente si truova nelle iscrizioni e medaglie d′allora. Il nome sì di Cesare era a lui famigliare; e talora usò il cognome di Germanico, per le vittorie riportate in Germania, siccome ancor quello di Principe del senato, cioè di Primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch′egli era Signore de proprj schiavi, Imperadore (cioè generale) de soldati e Primo fra gli altri cittadini di Roma. Per la stessa ragione vietò sulle prime ad ognuno il fabbricargli de i templi, come s′era fatto ad Augusto; nè volle sacerdoti e flamini. Col tempo permise ciò alle città dell′Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d′altri paesi. Che se talun desiderava d′innalzargli statue, o di esporre l′immagine sua, noi potea fare senza di lui licenza, e questa si concedea sempre colla condizione che non si mettessero fra i simulacri degl′Iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre simili distinzioni d′onore rifiutò egli, e sopra tutto amava di comparir popolare, camminando per la città con poco seguito, e senza voler corteggio servile di gente nobile, onorando non solo i grandi, ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero di schiavi. Nel senato poi e ne i giudizj del foro non si piccava punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente dicesse il suo parere; nè si sdegnava se si risolveva in contrario al suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravj de′popoli e le estorsioni de′ministri, e ad alcuni governatori che l′esortavano ad accrescere i tributi′o pure a quel dell′Egitto che mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: Che le pecore s′han da tosare, e non già da levar loro la pelle. In somma Tiberio avea testa per essere un ottimo principe e glorioso imperadore, e pur pessimo riuscì, perchè all′intendimento prevalse di troppo, siccome vedremo, la maligna sua inclinazione [77]. All′incontro Livia Augusta sua madre, donna gonfia più d′ogni altra di fasto e di vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea ommesso, fatte avea anche delle enormità, affinchè il figliuolo arrivasse a dominare, per isperanza di continuare a dominar come prima sotto l′ombra di lui. Ma era ben diverso da quello d′Augusto l′umor di Tiberio. La tenne egli, per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l′adulatore senato le desse certi titoli d′onore che maggiormente l′avr′ebbono insuperbita; e talvolta diceva a lei stessa, non essere conveniente alle donne il mischiarsi negli affari di Stato. Quantunque talvolta si regolasse secondo i di lei consiglj, pure il men che potea, l′onorava di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè non paresse ch′egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più col tempo, siccome vedremo.

Comandava intanto le armate di Germania il giovane Germanico Cesare. Ancorché fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto il trionfo, celebrato poi nell′anno seguente, in ricompensa di quanto egli avea finora operato in quella guerra [78].

Durava questa in Germania, ed erano tuttavia in armi Arminio e Segeste, due primarj capitani di quelle contrade; ma fra loro discordi, perchè Arminio, rapita una figliuola d′esso Segeste, promessa ad un altro, l′avea presa per moglie a dispetto del padre. Con due corpi d′armata assai poderosi, l′uno comandato da Germanico, l′altro da Aulo Cecina, legato dell′esercito, fu portata la guerra addosso a i popoli Catti (oggidì creduti gli Hassiani), e preso il loro paese. Mosse in questi tempi Arminio una sedizione contra del suocero Segeste, il quale trovandosi assediato, spedì il figliuolo Segimondo a Germanico per aiuto. Accorsero i Romani; furono messi in rotta gli assedianti, liberato Segeste, e presa con altre nobili donne la di lui figliuola, gravida allora del marito Arminio. Questo fatto e le tante grida d′Arminio cagion furono che presero l′armi per lui i Cherusci, ed Inguiomero di lui zio paterno. Seguirono poi due combattimenti. Nel primo toccò la peggio ad Arminio, nell′altro ebbe Cecina colle sue brigate non poca fatica a ridursi in salvo, ma dopo averne riportate molte ferite. Fu allora che Agrippina moglie di Germanico fece comparire l′animo suo virile. Per la suddetta disgrazia èra corsa voce che i Germani venivano per passare ostilmente nella Gallia. Impedì la valorosa donna che non si guastasse il ponte sul Reno, come volevano que′cittadini. Messasi ella stessa alla testa del medesimo, graziosamente accolse le legioni che malconce ritornavano dal suddetto fatto d′armi, con far medicare i feriti, e donar vesti a chi avea perdute le sue. Riferita a Tiberio questa gloriosa azione d′Agrippina, siccome egli odiava la stirpe d′Agrippa, e il suo pascolo era la diffidenza, ne fece doglianze nel senato, con esporre l′indecenza che una donna si usurpasse l′ufizio de′generali e de i legati, ed accusandola di mire più alte per esaltare il marito e il figliuolo Caligola. Nè mancò il favorito Seiano di maggiormente fomentar in Tiberio sì fatte gelosie. Meno è da credere che non facesse Livia Augusta, solita a mirar di mal occhio Germanico, e più la di lui moglie, secondo lo stil delle femmine. Corsero di poi gran pericolo di restar affogate nell′acque due legioni comandate da Publio Vitellio. Segimero, fratello di Segeste, col figliuolo si rendè a i Romani; e con questi poco per altro fortunati avvenimenti ebbe fine la campagna dell′anno presente. Pagò appunto in quest′anno Tiberio il pingue legato lasciato da Augusto al popolo romano. A ciò fare fu spinto da una pungente burla [79]. Nel passare per la piazza un cadavero portato alla sepoltura, accostatosi alle orecchie del morto un buffone, in bassa voce gli disse, o pur finse di dire alcune parole. Interrogato poi da gli amici, rispose di avergli ordinato d′avvertire Augusto della non per anche eseguita sua testamentaria volontà. Le spie ne rapportarono tosto l′avviso a Tiberio, il quale non tardò a pagare il legato, con far poco appresso morire l′autor della burla, dicendo ch′egli stesso porterebbe più presto ad Augusto, le nuove di questo mondo [80]. Prese Tiberio in quest′anno nel dì 10 di marzo il titolo di Pontefice Massimo.

Anno             di Cristo i6.. Indizione II.

                   di Tiberio imperadore 3.

Consoli       Tito Statilio Sisenna Tauro

                   Lucio Scribonio Libone.

Al primo d′essi consoli, cioè a Statilio, ho aggiunto il prenome di Tito, ricavandosi ciò da un′iscrizione riferita dal Fabretti [81]. Così ancora avea scritto il Panvinio. Al secondo, cioè a Libone, fu sustituito nelle calende di luglio Publio Pomponio Grecino, come consta dall′iscrizione suddetta e dal poeta Ovidio [82]. In Germania [83] al fiume Wesser due fatti d′armi seguirono fra i Romani sotto il comando di Germanico e i Germani regolati da Arminio. In amendue la vittoria si dichiarò per gli Romani. Avea Germanico fatto preparar mille legni, tra grandi e piccioli, nell′isola di Batuvia (oggidì Olanda) per assalir dalla parte dell′Oceano i nemici. Sul fine della state, imbarcata che fu la copiosa fanteria, con alquanto di cavalleria, a forza di remi e di vele, si mosse la flotta per entrar nel paese nemico. V′era in persona lo stesso Germanico. Per una tempesta insorta ebbe a perir tutta quella gente, e gran perdita si fece d′armi, cavalli e bagaglio. Ma quando i Germani per questo sinistro caso de′Romani si credeano in istato di vincere, Germanico spedì Gaio Silio con trenta mila fanti e tre mila cavalli contra di loro: il che tal riputazione acquistò a i Romani, tal terrore diede a i Germani, che cominciarono ad inclinar alla pace. Avrebbe potuto Germanico dar l′ultima mano a quella guerra, se Tiberio con replicate lettere ed istanze non l′avesse richiamato a Roma con esibirgli il consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni, paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo amore che que′soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorché Germanico s′accorgesse delle torte mire d′esso suo zio, pure s′accomodò a i di lui voleri, ed impreso il viaggio d′Italia, forse arrivò in Roma sul fine dell′anno. Fece [84] Tiberio nel presente accusare in senato Lucio Scribonio Libone giovane, diverso dal console, quasi che macchinasse delle novità. Prevenne questi la sentenza della morte con uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più illustri, per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea sempre sostenuto [85] che in una città libera dove ciascuno gode la libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse. Questa bella massima, divenuto che fu principe, perde presso lui di grazia. Siccome ancora quell′altra ch′egli profferì un dì nel senato, col dire che se si cominciasse ad ammetter accuse di chi parlasse contra del principe o del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque ha de i nemici, correrebbe a denunziarli, come rei di questo delitto. Questi disordini appuìito accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di lai governo.

Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed anche la magia [86]. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in quella giornata. Trovandosi beffato da costui se ne sbrigò col farlo uccidere poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di prognostici. E perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori, chiunque de′cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi, n′ebbe per castigo l′esilio. Solennemente ancora fu vietato a chichesia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il tener vasi d′oro, se non per valersene ne′sagrifizj  e nè pur furono permessi vasi d′argento con ornamenti d′oro. Affettava Tiberio la purità della lingua latina, e sopra tutto usava i vocaboli antichi d′Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parola non latina, n′ebbe scrupolo, e volle ascoltare il parere de′più dotti grammatici, i quali quasi tutti la dichiararono buona, da che era stata usata da sì gran dottore e principe, qual era Tiberio. Con tutto ciò saltò su un certo Marcello, dicendo che potea ben Cesare dar la cittadinanza di Roma agli uomini, ma non già alle parole: bolzonata che ferì non poco Tiberio, e nondimeno seppe egli, secondo il suo costume, ben dissimularla. Proibì ancora ad un centurione il fare testimonianza nel senato con parole greche, tuttoché egli in quello stesso luogo avesse udito molte cause trattate in greco, ed egli medesimo talvolta si fosse servito dello stesso linguaggio per interrogare.

Anno       di Cristo 17. Indizione V.

                di Tiberio imperadore 4.

Consoli    Gaio Cecilio Rufo,

                    ( Lucio) Pomponio Flacco Grecino.

Il primo de′consoli ne gli Annali stampati di Tacito è chiamato Celio, Cecilio in quei di Dione. E così appunto si dee appellare. S′è disputato fra gli eruditi intorno a questo nome. Credo io decisa la lite da un marmo, da me dato alla luce [87], che si dice posto C. Caecilio Rvfo, L. Pomponio Flacco Cos. Erano insorte nell′anno precedente varie turbolenze fra i re d′Oriente che dipendevano in qualche guisa da Roma [88], avea Augusto, siccome accennammo, dato a i Parti Vonone per re. Col tempo cominciarono que′Barbari a sprezzarlo, poscia ad abborrirlo, e finalmente a congiurare per detronizzarlo. Chiamato alla corona Artabano del sangue de gli antichi Arsacidi, questi sconfitto sulle prime, sconfisse in fine Vonone. Si rifugiò il vinto nell′Armenia, e fatto re da que′popoli, non andò molto, che prevalendo presso gli Armeni il partito favorevole ad Artabano, Vonone si ritirò ad Antiochia con un gran tesoro. Ivi risedeva proconsole della Soria Cretico Silano, che adocchiato quell′oro, l′accolse ben volentieri, e permise ch′egli si trattasse da re, ma nel medesimo tempo il facea custodire sotto buona guardia, Vonone intanto implorava con frequenti lettere aiuto da Tiberio; ma non avea Tiberio voglia di romperla co i Parti, gente che non si lasciava far paura da i Romani, e gli avea anche più volte fatti sospirare. Oltre a ciò, avvenne [89] che Tiberio fece citar a Roma Archelao re della Cappadocia, tributario de′Romani, col pretesto ch′egli meditasse delle ribellioni. L′odiava Tiberio, perchè, allorché egli dimorava a guisa di relegato in Rodi, Archelao, passando per colà non l′avea onorato di una visita, e grande onore all′incontro avea fatto a Gaio Cesare emulo suo. Venne Archelao a Roma vecchio e malconcio di sanità, dopo avere per cinquant′anni governato i suoi popoli; e fu accusato innanzi al Senato. Si mise egli in tal affanno per questa persecuzione, che da lì a qualche tempo, non si sa se naturalmente, o pure per aiuto altrui, terminò la sua vita. Allora la Cappadocia fu ridotta in provincia, e spedito colà un governatore. In que′medesimi tempi vennero a morire Antioco re della Comagene e Filopatore re di Cilicia, con gran turbazion di que′popoli, parte de′quali voleva un re, ed un′altra desiderava il governo de′Romani. Anche la Soria e la Giudea lagnandosi de′troppo gravi tributi, ne dimandavano la diminuzione.

Fu questa una bella occasione a Tiberio per allontanar l′odiato nipote Germanico Cesare da Roma, e cacciarlo in paesi pericolosi sotto specie d′onore. Propose dunque in senato che non v′era persona più a proposito di lui per dar sesto agl′imbrogli dell′Oliente.

Già avea esso Germanico conseguito il trionfo nel dì 26 di maggio; e a lui per questa spedizione fu conceduta un′ampia autorità in tutte le Provincie di là dal mare. Ma Tiberio, per mettere a lui un contrapposto in quelle contrade, richiamato Cretico Silano dalla Soria [90] spedì a quel governo Gneo Calpurnio Pisone, uomo violento e poco amico di Germanico. Con costui andò anche Plancina sua moglie, addottrinata, per quanto fu creduto, da Livia Augusta, acciocché facesse testa ad Agrippina moglie di Germanico. Volle in oltre Tiberio che Druso Cesare suo figliuolo, lasciato l′ozio e il lusso di Roma, andasse nell′Illirico ad apprendere il mestier della guerra. Andò egli, ma giunto colà fu forzato a passare in Germania, per cagion delle guerre civili nate fra i Germani non sudditi di Roma. Aspra lite quivi era fra Arminio promotore della libertà, e Maroboduo che avea preso il titolo di Re. Ad una campale battaglia vennero questi due emuli. Fu creduto vincitore Arminio, perchè l′altro per la soverchia diserzione de′suoi si ritirò fra i Marcomanni [91]. Druso colà si portò con apparenza di voler trattar la pace fra essi. Devastò in quest′anno un fiero tremuoto dodici città dell′Asia, alcune delle quali assai celebri, come Efeso, Sardi, Filadelfia. Tiberio dedicò in Roma varj templi, ma edificati da altri: perch′egli non si dilettò di fabbriche, nè di lasciar magnifiche memorie, per non iscomodar la sua borsa. In Affrica si sollevarono i Numidi e i Mori per istigazione di Tacfarinate. Furio Camillo proconsole di quelle Provincie, benché non avesse al suo comando che non una sola legione e poche truppe ausiliarie, marciò contra quella gran moltitudine di gente, e la mise in fuga. Per tal vittoria si meritò dal senato gli ornamenti trionfali [92]. Negli ultimi sei mesi dell′anno presente diede fine alla sua vita il poeta Ovidio in Tomi, città posta alle rive del mar Nero; dov′era stato relegato da Augusto. Credesi ancora che questo fosse l′ultimo anno di vita del celebre storico romano Tito Livio Padovano.

Anno           di Cristo i8. Indizione VI.

                    di Tiberio imperadore 5.

Consoli        Claudio Tiberio Nerone imperadore per la terza volta.

                    Germanico Cesare per la seconda.

Pochi giorni tenne Tiberio il consolato. A lui succedette Lucio Selo Tuberone; e poscia nelle calende di luglio, in luogo di Germanico, fu creato console Gaio Rubellio Blando. Ho aggiunto il prenome di Gaio a Rubellio, secondo la testimonianza di un marmo [93] (da me dato alla luce. Ma si può dubitare se il consolato di lui appartenga all′anno presente. Germanico si trovava in Nicopoli città dell′Epiro, allorché vestì la trabea consolare [94]. Visitò egli le città greche, e massimamente Atene, ricevendo da per tutto distinti onori. Passò a Bisanzo e al mar Nero; e finalmente entrato nell′Asia, arrivò a Lesbo, dove Agrippina sua moglie partorì Giulia Livilla. Intanto Gneo Pisone, inviato da Tiberio per proconsole nella Soria, raggiunse Germanico a Rodi. Non era ignoto a Germanico il mal animo di costui; pare avendo inteso ch′egli correa pericolo della vita per una fiera tempesta insorta, spedì alcune galee per salvarlo. Nè pur giovò questo per ammansarlo. Appena Pisone fu dimorato un giorno in Rodi, che passò in Soria, dove usando carezze e regali, si procacciò l′affetto di quelle legioni, lasciando a′soldati specialmente la libertà di far tutto ciò che loro piacea. Meno non si adoperava Plancina sua moglie, che intanto non si guardava di sparlar da per tutto di Germanico e di Agrippina. Andossene in Armenia Germanico, ed ivi pose per re Zenone figliuolo di Polemone re di Ponto, dopo aver deposto Orode figliuolo di Artabano. Diede de i governatori alle Provincie della Cappadocia e della Comagene, con isminuire i tributi di quelle provincie, e poscia continuò il viaggio fino in Soria. Più che mai cresceva la boria e petulanza di Pisone proconsole; e sforzavasi bensì Germanico di pazientare gl′insulti e i mancamenti di rispetto di costui, ma niuno v′era che non conoscesse l′aperta nemicizia che passava fra loro. Vennero a trovar Germanico gli ambasciadori di Artabano re de′Parti, per rinovar l′amicizia e lega, esibendosi quel re di venire alle rive dell′Eufrate per fargli una visita. Una delle loro dimande fu che non permettesse al già deposto re de′Parti Vonone di soggiornar nella Soria. Germanico il mandò a Pompeiopoli, città della Cilicia, non tanto per far cosa grata ad Artabano, quanto per far dispetto a Pisone, che il proteggeva non poco a cagion de′regali e della servitù che ne ricavava Plancina sua moglie. Qui ci vien meno la storia di Dione, e però nulla di più sappiamo de′fatti de′Romani nell′anno presente.

Anno            di Cristo 19. Indizione VII.

                     di Tiberio Imperadore 6.

Consoli           Marco Giunio Silano,

                    Lucio Norbano Balbo.

Fece in quest′anno Germanico Cesare un viaggio in Egitto [95] per curiosità di veder quelle rinomate antichità, e si portò sino a i confini della Nubia, informandosi di tutto. Per cattivarsi que′popoli abbassò il prezzo de′grani, e in pubblico nella città d′Alessandria andò vestito alla greca, perchè quivi predominava quella nazione e la loro lingua [96]. Tiberio, risaputolo, disapprovò la mutazioni dell′abito, e più l′essere entrato in Alessandria, afflitta allora dalla carestia, senza sua licenza. Tornossene di poi in Soria, dove trovò che tutto quanto egli avea ordinato per l′armata e per le città, era stato disfatto da Pisone. Pertanto divampando forte la loro discordia, prese Pisone la risoluzione d′andarsene lungi dalla Soria, ma sopravenuta una malattia a Germanico già pervenuto ad Antiochia, si fermò, finché parve che il di lui male prendesse ottima piega, ed allora si ritirò a Seleucia. Ma l′infermità di Germanico andò poscia crescendo. Sparsesi voce che per malie d′esso Pisone e di Plancina sua moglie l′infelice principe venisse condotto a poco a poco alla morte, e a tal voce si prestò fede, per essersi trovati varj creduti maleficj. In somma se ne morì Germanico nell′età di trentaquattr′anni, lasciando in una grande incertezza, se la morte sua fosse naturale, o pure a lui proccurata da Pisone e da Plancina sua moglie, e per segreti ordini di Tiberio. Universalmente fu creduto quest′ultimo. Non si può esprimere il dolore non solo del popolo romano e delle provincie tutte del romano imperio, ma degli stessi re dell′Asia per la perdita di questo generoso principe. Era egli ornato delle più belle doti di corpo e d′animo [97], valoroso co i nemici, clementissimo co i sudditi. Posto in tanta dignità e con tanta autorità, pure mai non insuperbì, trattando tutti con onorevolezza, e vivendo più da privato che da principe. Già vedemmo ch′egli ricusò l′imperio per non mancar di fede e di onore a Tiberio. Non mai fu veduto abusarsi della sua podestà, non mai si lasciò torcere dalla fortuna ad azioni sconvenevoli a personaggio virtuoso. Quel ch′è più, con tutti i torti a lui fatti da Tiberio, suo zio paterno e padre per adozione, e con tutto il suo ben conosciuto mal talento, non mai si lasciò uscir parola di bocca per riprovar le azioni di lui.

Perciò era amatissimo da tutti, fuorché dallo stesso ingrato Tiberio; anzi maggiormente amato, appunto perchè il conoscevano odiato da esso suo zio. Mirabil cosa fu l′osservare, come lo stesso Druso, figliuolo natural di Tiberio, ancorché Germanico potesse ostargli alla succession dell′imperio, pure l′amasse sempre con sincero amore e come vero fratello. Gran perdita fece Roma in Germanico, ma spezialmente perchè Tiberio sciolto dal timore di lui, cominciò ad imperversare, con giugnere in fine a costumi crudeli e tirannici. Restarono di Germanico tre figliuoli maschi, cioè Nerone, Druso e Gaio Caligola, e tre figlie, cioè Agrippina, che poi fu madre di Nerone Augusto, Drusilla e Livilla. Agrippina lor madre, figliuola di Agrippa e di Giuba nata da Augusto, donna che, ben diversa dalla madre, s′era già fatta conoscere per ispecchio di castità, ed avea dati segni di un viril coraggio, molto più ora abbisognò della sua costanza, rimasta senza il generoso consorte, con de i figliuoli piccioli, e odiata da Livia, e forse poco men da Tiberio. Fu consigliata da molti di non tornarsene a Roma; differente ben era il desiderio suo, perchè ardeva di voglia di cercar vendetta di Pisone e di Plancina, tenuti per autori delle sue disavventure. Però sul fine dell′anno colle ceneri del marito e co′figliuoli spiegò le vele alla volta di Roma.

In luogo di Pisone era stato costituito progovernatore della Siria Gneo Sentio Saturnino: ma Pisone, udita la morte di Germanico, dopo averne fatta gran festa, si mise in viaggio con molti legni e buona copia di milizie, risoluto di ricuperare il suo governo, e di adoperare, occorrendo, anche la forza. S′impadronì d′un castello; ma avendolo Saturnino quivi assediato con forze maggiori", gli convenne cedere, ed intanto fu chiamato a Roma. L′andata di Druso Cesare in Germania, secondo le apparenze, fu per pacificare i torbidi insorti fra Arminio e Maroboduo. Altri documenti avendo ricevuto dall′astuto suo padre, fece tutto il contrario, aggiungendo destramente olio a quell′incendio, acciocché i nemici si consumassero da sè stessi. Abbandonato poi Maroboduo da′suoi, ricorse a Tiberio, che gli assegnò per abitazione Ravenna; dove aspettando sempre qualche rivoluzion nella Svevia, senza mai vederla, dopo dieciotto anni, assai vecchio compiè la carriera de′suoi giorni. Fin qui Arminio in Germania avea bravamente difesa la libertà della sua patria contro a i Romani; ma avendola poi voluto egli stesso opprimere, fu in quest′anno ucciso da i suoi, in età di soli trentasette anni di vita.

Per un decreto d′Augusto era già stato proibito in Roma l′esercizio della religione egiziana con tutte le sue cerimonie; ma seppe essa mantenersi qui, ad onta della legge sino al presente anno. Un′iniquità commessa da que′falsi sacerdoti, coll′ingannare Paolina, savia e nobilissima dama romana, e darla per danari in preda a Decio Mondo, giovane perduto dietro a lei, con farle credere che di lei fosse innamorato il falso Dio Anubi, siccome diffusamente narra Giuseppe storico [98], diede ansa al senato di esiliar dall′Italia il culto d′Iside, di Osiride e de gli altri Dii d′Egitto [99]. Comandò in oltre Tiberio che si atterrasse il tempio d′Iside, e si gittasse nel Tevere la sua statua. La medesima disavventura toccò a i Giudei [100], che in gran numero abitavano allora in Roma, a cagion di una baratteria usata da alcuni impostori di quella nazione a Fulvia, nobile dama romana, che avea abbracciata la loro religione; avendo essi convertito in uso proprio l′oro e le vesti ricche, dalla medesima inviate a Gerusalemme, affinchè servissero in onore del tempio. Scelsero i consoli quattromila giovani d′essi Giudei di razza libertina, e per forza arrolati li mandarono in Sardegna a far guerra a i ladri ed assassini di quell′isola, senza mettersi pensiero se quivi avessero da perire per l′aria, che in que′tempi veniva creduta maligna e mortifera. Il rimanente de′Giudei fu cacciato di Roma, e disperso in varie Provincie. Vonone già re de′Parti, volendo in questi tempi fuggir dalla Cilicia, preso da Vibio Frontone, si trovò poi da un soldato privato di vita. Per mettere freno all′impudicizia delle matrone romane [101], che ogni dì più andava crescendo in Roma, città piena di lusso e di gente a cui poca paura faceano i falsi Dii del Paganesimo, fu con pubblico editto imposta la pena dell′esilio alle figliuole, nipoti e vedove de′cavalieri romani che cadessero in questo delitto.

Anno          di Cristo 20. Indizione VIII.

                   di Tiberio imperadore 7.

Consoli      Marco Valerio Messalla,

                        Marco Aurelio Cotta.

Di grandi onori avea ricevuto in Roma la memoria di Germanico per ordine di Tiberio e del senato [102], ed anche il popolo in varie guise ne avea attestato il suo dolore. Si rinovò il lutto in quest′anno all′arrivo di Agrippina sua moglie. Dopo essersi per qualche giorno fermata in Corfù, sbarcò dipoi a Brindisi. Druso Cesare, che era tornato a Roma, co′maggiori figliuoli del defunto Germanico andarono ad incontrarla sino a Terracina. Innumerabil gente, massime de′militari, si portò sino a Brindisi. Caldi furono i sospiri, universale il pianto al comparire dell′urna funebre. Per tutta la via i magistrati e popoli fecero a gara per onorar le di lui ceneri. Gli stessi consoli col senato e gran parte del popolo si portarono a riceverle con dirotte lagrime, e poi queste vennero riposte nel mausoleo d′Augusto [103]. Giunse dipoi Pisone con sua moglie a Roma, orgoglioso come in addietro; ma non tardarono a presentarsi al senato accusatori, imputando a lui e a Plancina sua moglie la morte di Germanico. Nè pure a questo mal uomo mancavano de i difensori, e difficile era il provar le accuse, siccome avviene in somiglianti casi. Tiberio. che ben sapea le mormorazioni del popolo, quasi che fosse passata buona intelligenza tra lui e Pisone per levar di vita Germanico, da uomo disinvolto si regolava in questa pendenza, mostrando sempre un vivo affanno per la perdita del figliuolo adottivo, e di voler buona giustizia, ma nello stesso tempo di non volere che soperchieria si facesse all′accusato. Creduto fu che segretamente a Pisone fosse fatto animo e sicurezza di protezion da Seiano, e che per questo egli si astenesse dal produrre gli ordini a lui dati da Tiberio. Ma se non si provava il reato suddetto, si faceano ben costare altri reati di sedizione, d′ingiurie fatte e dette a Germanico: cosa che mise in fiera apprension Pisone, e tanto più perchè il popolazzo vicino alla curia gridava contra di lui, minacciando di menar le mani, qualora egli la scappasse netta dal giudizio de′senatori. Perciò vinto dall′affanno, e tenendosi tradito, da sè stesso si diede la morte, liberando in tal guisa Tiberio da un ben molesto pensiero. Plancina sua moglie, che era tutta di Livia Angusta, per le raccomandazioni di lei seguitò a vivere in pace. Al di lei figliuolo Marco Pisone fu conceduto un capitale di cento venticinque mila filippi, il rimanente confiscato, ed egli mandato in esilio. Risvegliossi intanto di nuovo in Affrica la guerra essendo risorto più di prima vigoroso Tacfarinate. Per aver egli messa in fuga una coorte di Romani, sì fatta collera montò a Lucio Apronio, proconsole allora in quelle contrade, che infierì contra de fuggitivi. Ciò fu cagione che cinquecento soli de′suoi veterani sì valorosamente combatterono dipoi contra l′armata di Tacfarinate, che la misero in rotta. Giunto era all′età capace di matrimonio Nerone figliuolo primogenito del defunto Germanico [104] . Tiberio a lui diede in moglie Giulia figliuola di Druso suo figlio: cosa che recò non poca allegrezza al popolo romano. Per lo contrario si mormorò non poco, perchè Tiberio avesse fatto contraere gli sponsali ad una figliuola del suo favorito Elio Seiano con Druso figliuolo di Claudio, cioè di un fratello di Germanico; di Claudio, dico, il qual poi fu imperadore. A tutti parve avvilita con quest′atto la nobiltà della famiglia principesca; perchè era bensì nato Seiano di padre aggregato all′ordine de′cavalieri, ma niuna proporzion si trovava fra lui e Druso, discendente non meno dalla casa d′Augusto che da quella di Livia. Maggiormente ciò dispiacque per l′apparenza che Seiano, comunemente odiato pel predominio suo nel cuor di Tiberio, potesse aspirare a voli più alti, cioè all′imperio. Ma non si effettuarono poi queste meditate nozze, perchè il giovinetto Druso, mentre da lì a pochi giorni era in Campania, avendo gittato in aria per giuoco un pero [105], e presolo a bocca aperta nel cadere, ne rimase suffocato, non sussistendo, come dice Suetonio, ch′egli morisse per frode di Seiano.

Anno        di Cristo 21. Indizione IX.

                 di Tiberio imperadore 8.

Consoli       Claudio Tiberio Nerone Augusto per la quarta volta,

                       Druso Cesare, suo figliuolo, per la seconda.

Ci assicura Suetonio [106] che Tiberio, il quale avea preso il consolato, per far onore al figliuolo, da lì a tre mesi lo rinunziò, senza sapersi finora se alcuno subentrasse, o pure chi subentrasse console in luogo suo. Niuno probabilmente, scrivendo Dione [107] che Tiberio, finito il suo consolato, ritornò a Roma, nè egli vi ritornò se non al fine dell′anno. In fatti venuta la primavera dell′anno presente, trovandosi esso Tiberio, o pure fingendo d′essere con qualche incomodo di sanità, volle mutar aria, e se n′andò in Campania. Chi credette ciò fatto per lasciar al figliuolo tutto l′onore del consolato, ed altri, perchè gli cominciasse a rincrescere il soggiorno di Roma, essendogli specialmente molesta l′ambizione di Livia Augusta sua madre, che faceva di mani e di piedi per comandare anch′ella, e per dividere il governo con lui: cosa ch′egli non sapea sofferire. Parve perciò che fin d′allora egli meditasse di volontariamente esiliarsi da Roma, siccome vedremo che succedette di poi. Turbata fu anche nell′anno presente l′Affrica da Tacfarinate [108], laonde si vide spedito colà Giunio Bleso, zio materno di Seiano, per regolar quegli affari. Tentò in quest′anno Severo Cecina nel senato di far rinovar l′antica disciplina de′Romani, che non permetteva a i governatori delle Provincie il condur seco le loro mogli. Ma Druso console e la maggior parte de′senatori furono di contrario sentimento. Pericoloso era troppo allora il lasciar le dame romane lungi da i mariti e in loro balìa: tanta era la corruttela de′costumi. Fu anche proposto di rimediar all′abuso introdotto, e troppo cresciuto, che chiunque de′malfattori e de gli schiavi fuggitivi si ricoverava alle immagini o statue de gli imperadori, era in salvo. Da tanti asili proveniva la moltiplicità de′misfatti e l′impunità de′delinquenti. Druso cominciò a far provare ad alcuni nobili rifugiati colà il gastigo meritato da i loro delitti, e ciò con plauso universale. Nella Tracia si sollevarono alcuni di que′popoli, ed impresero anche l′assedio di Filippopoli. Convenne inviare colà a reprimerli Publio Velleio, forse il medesimo che ci lasciò un pezzo di storia, scritta con leggiadria ed insieme con penna adulatrice. Poca fatica occorse a dissipar quella gentaglia. Nè pure andò in quest′anno esente da ribellioni la Gallia. Giulio Floro in Treveri; Giulio Sacroviro ne gli Edui furono i primarj a commuovere la sedizione in varie città, malcontente de′Romani, a cagion della gravezza de′tributi, e de i debiti fatti per pagarli. Restò in breve talmente incalzato Floro da Visellio Garrone e da Gaio Silio legati, o vogliam dire tenenti generali de′Romani, che con darsi la morte diede anche fine alla guerra in quelle parti. Più da far s′ebbe a domar Sacroviro, che occupata la città d′Autun, capitale de gli Edui, menava in campo circa quaranta mila persone armate! Nulladimeno una battaglia datagli da Silio con fortunato successo ridusse ancor lui ad abbreviarsi di sua mano la vita. Fu in quest′anno chiamato in giudizio Gaio Lutorio Prisco, cavalier romano, e celebre poeta di questi tempi, il quale avea composto un lodatissimo poema in morte di Germanico, per cui fu superbamente regalato. Avvenne che anche Druso Cesure caduto infermo fece dubitar di sua vita; laonde egli preparò un altro poema sopra la morte di lui. Guarì Druso; ma Prisco, mosso dalla vanagloria, non volendo perdere il plauso dell′insigne sua fatica, lesse quel poema in una conversazione di dame romane. Questo bastò al senato per fargliene un delitto, e delitto che fu immediatamente punito colla morte di lui: a tanta viltà d′adulazione e di schiavitù oramai era giunto quell′augusto consesso [109]. S′ebbe a male Tiberio, non già perché l′avessero condennato a morte, ma perchè aveano eseguita la sentenza senza ch′egli ne fosse informato. E però fu fatta una legge, che da lì innanzi non si potesse pubblicar nè eseguire sentenza di morte data dal senato, se non dieci giorni dappoi, acciocché se l′imperadore fosse assente dalla città, potesse averne notizia. Teodosio il Grande Augusto prolungò poi questo termine sino a trenta giorni per gli condannati dall′imperadore, e verisimilmente ancora per le sentenze del senato.

Anno         di Cristo 22. Indizione X.

                  di Tiberio imperadore 9.

Consoli     Quinto Haterio Agrippa

                        Gaio Sulpicio Galba.

Questo Galba console, non so dire, se padre, o pur fratello fosse di Galba che fu poi imperadore, asserendo Suetonio [110], essere stato console il padre d′esso Augusto, e poi soggiugnendo che Gaio fratello d′esso imperadore, per non aver potuta conseguire il proconsolato da Tiberio, si uccise da sè stesso nell′anno 36 dell′era nostra. A i suddetti consoli nelle calende di luglio furono sustituiti Marco Cocceio Nerva, creduto avolo di Nerva, poscia imperadore, e Gaio Vibio Ruffino. Era cresciuto in eccesso [111] il lusso nelle nozze, ne′conviti, e per altri capi nella città di Roma, senza far più caso delle leggi e prammatiche pubblicati da Augusto e prima d′Augusto: il che s′era tirato dietro l′aumento de i prezzi delle robe e de i viveri. Fu proposto in senato di rimediar al disordine col moderar le spese. Ma una lettera di Tiberio, che ne accennava le difficultà, distrusse tutta la buona intenzione degli edili. Tacito nota che si continuò in sì fatto scialacquamento fino a i tempi di Vespasiano imperadore, sotto cui cominciarono i Romani a darsi alla parsimonia, non già per qualche legge o comandamento del principe, ma perchè così facea lo stesso Augusto: tanto può a regolare e sregolare i costumi l′esempio de′regnanti. In quest′anno ancora Tiberio scrisse al senato, chiedendo la podestà tribunizia per Druso Cesare suo figliuolo, a fine di costituirlo in tal maniera compagno suo nell′autorità, e metterlo in istato d′essere suo successore nell′imperio. Fu prontamente ubbidito, e con giunte di novità all′onore: al che nondimeno Tiberio non consentì. Veggonsi medaglie [112] di Druso, nelle quali è espressa questa podestà. Motivo di lungo e tedioso esame diedero dipoi al senato gli asili delle città greche tanto in Europa che in Asia. Ogni tempio era divenuto un sicuro rifugio d′impunità ad ogni schiavo fuggitivo; ad ogni debitore e a chiunque era in sospetto di delitti capitali. Furono citate quelle città a produrre i loro privilegj. Si trovò per la maggior parte insussistente in esse il diritto dell′asilo; e però fu moderato quell′eccesso. Infermatasi intanto gravemente Livia Augusta, conobbe Tiberio suo figliuolo la necessità di tornarsene, per visitarla. Gareggiarono a più non posso i senatori per inventar cadauno pubbliche dimostrazioni del loro affanno per vita sì cara, e della comun premura per la di lei salute, studiandosi di placare gl′insensati loro Dii. Andò tanto innanzi la vilissima loro adulazione, che stomacò lo stesso Tiberio, in guisa che ebbe a dire più volte in uscir della curia: Oh che gente inclinata alla servitù!′Nè a lui piaceano tanti sfoggi di stima verso sua madre, siccome maggiore incentivo alla di lei natia superbia e voglia di dominare. Continuavano tuttavia le turbolenze dell′Affrica. Tacfarinate ribello era giunto a tale alterigia, che spediti suoi ambasciadori a Tiberio, gli avea chiesto per sè e per l′esercito suo un determinato paese da signoreggiare; minacciando non esaudito una fierissima guerra. Per questa ardita dimanda fumò di collera Tiberio, e mandò ordine a Bleso proconsole di tirar colle buone all′ubbidienza i sollevati, per far poscia prigione, se mai poteva, quel temerario. Grande sforzo fece per tale incitamento Bleso, e prese un di lui fratello, ma non fu già egli stesso. Di poco rilievo furono le sue imprese; contuttociò Tiberio, perch′egli era zio materno del favorito Seiano, gli fece accordare gli ornamenti trionfali. Morì in quest′anno Asinio Salonino, figliuolo d′Asinio Gallo e di Vipsania, ripudiata già da Tiberio Augusto, e però fratello uterino di Druso Cesare.

Anno        di Cristo 23. Indizione XI.

                 di Tiberio imperadore, 10.

Consoli      Gaio Asinio Pollione,

                       Lucio Antistio Vetere, o sia Vecchio.

Benché gli autori de′ Fasti Consolari comunemente dieno ad Antistio Vetere il prenome di Gaio, pure Lucio vien da me nominato sul fondamento d′una iscrizione della mia Raccolta [113], posta q. ivnio blaeso  l. antistio vetere; dalla quale eziandio si può raccogliere che nelle calende di luglio ad Asinio Pollione fu sustituito Quinto Giunio Bleso, già da noi veduto governatore dell′Affrica. Probabilmente Asinio Pollione fratello fu del poco fa defunto Asinio Salonino. Mancò di vita su i primi mesi dell′anno presente, dopo lunga malattia, Druso Cesare [114], unico figliuolo di Tiberio Augusto, giovane destinato a succedergli nell′imperio. Voce pubblica fu che un lento veleno, fattogli dare da Elio Seiano, ′l conducesse a morte. Tacito e Dione [115] danno questo fatto per certo. Druso, giovane, facilmente portato alla collera, non potendo digerire l′eccesso del favore di cui godea Seiano presso il padre, un dì venne alle mani con lui, e gli diede uno schiaffo, come vuol Tacito, parendo poco verisimile che il percussore fosse lo stesso Seiano, come s′ha da Dione. Questo affronto, ma più la segreta sete di Seiano di arrivare all′imperio, a cui troppo ostava l′essere vivente Druso, gli fece studiar le vie di levarlo dal mondo. Cominciò la tela con adescar Giulia Livilla, sorella del fu Germanico Cesare e moglie d′esso Druso, traendola alle sue disoneste voglie. Dopo di che non gli riuscì difficile colle promesse del matrimonio e dell′imperio a farla precipitare in una congiura contro la vita del marito. Scelto Liddo, uno degli eunuchi suoi più cari, un tal veleno gli diede che potesse parer naturale la di lui malattia. Non si conobbe allora l′iniquo manipolator di questo fatto; ma da lì ad otto anni, nella caduta di Seiano, ciò venne alla luce per confessione di Apicata sua moglie. Con tal costanza nondimeno portò Tiberio la perdita del figliuolo, che i maligni giunsero fino a sospettare lui stesso complice o autore del veleno, quasi che Druso avesse prima pensato di avvelenare il padre. Nè pur Tacito, benchè inclinasse ad annerir tutte le azioni di Tiberio, osò prestar fede a così inverisimil diceria. Del resto non erano tali i costumi e le inclinazioni di Druso, che i Romani internamente si affliggessero della di lui morte. Lasciò egli tre figliuoli di tenera età, ma che l′un dietro all′altro furono rapiti dalla morte, di modo che la succession dell′imperio cominciò a destinarsi a i figliuoli di Germanico. In abbondanza furono fatti onori alla memoria di Druso; ma Tiberio non ammise chi gareggiava per passar seco atti di condoglienza. affinchè non gli si rinovassero le piaghe del dolore. E perchè dà lì a non molto tempo gli ambasciadori d′Ilio, o sia di Troia, venuti a Roma [116], gli spiegarono il lor dispiacere a cagion della perdita del figliuolo, per deriderli rispose: Che anch′egli si condoleva con loro per la morte d′Ettore, ucciso mille e ducento anni prima.

Buone qualità avea Tiberio mostrato in addietro, e competente governo avea fatto [117]. Già dicemmo, che tolto di vita Germanico, cominciò egli a declinar al male. Peggiorò anche dopo la morte di Druso. Nondimeno a renderlo più cattivo contribuì non poco l′ambizioso e perverso Seiano, le cui mire tendevano tutte a regnar solo col tempo. Perchè gliene avrebbono impedito l′acquisto i figliuoli di Germanico, nipoti per adozione di Tiberio, e raccomandati in quest′anno dallo stesso Tiberio al senato; nè poteva Seiano sbrigarsi di loro col veleno, per la buona cura che avea d′essi e della propria pudicizia Agrippina lor madre; si diede a fomentare ed accrescere l′odio di Tiberio contra d′essi, e il mal animo di Livia Augusta contra d′Agrippina. Chiunque ancora de′nobili sembrava a lui capace d′interrompere i voli della sua fortuna, cominciò egli sotto varj pretesti e massimamente d′aver essi parlato di Tiberio, a perseguitarli con accuse, che in questi tempi ad alcuni e col progresso del tempo a moltissimi costarono la vita [118]. Succedeva talvolta che gl′istrioni, o vogliam dire i commedianti, eccedevano nell′oscenità e tagliavano i panni addosso, a determinate donne romane, o pure porgevano occasioni a risse. Tiberio li cacciò di Roma, e vietò l′arte loro in Italia. Alle persone di merito dopo morte erano state alzate alcune statue da esso Tiberio. Videsi nel presente anno questa deformità, cioè ch′egli mise la statua di bronzo di Seiano nel pubblico teatro. L′esempio del principe servì ad altri per esporne molte altre simili. E conoscendo già ognuno che costui era la ruota maestra della fortuna e de gli affari, risonavano da per tutto le sue lodi, ed anche nello stesso senato; piena sempre di nobili l′anticamera di lui; i consoli stessi frequenti visite gli faceano; nulla in fine si otteneva se non passava per le mani di lui. Una bestialità di Tiberio vien raccontata sotto quest′anno. Un insigne portico di Roma minacciava rovina, essendosi molto inclinate le colonne che lo sostenevano [119]. Seppe un bravo architetto con argani ed altri ingegni ritornarlo al suo primiero sito. Maravigliatosene molto Tiberio, il fece bensì pagare, ma il cacciò anche fuori di Roma. Tornato un dì costui per supplicarlo di grazia, credendo di farsi del merito, gittò un vaso di vetro in terra; poi raccoltolo; fece vedere che possedeva il segreto di racconciarlo. Gli fece Tiberio levar la vita, senza sapersi il vero motivo di così pazza e crudele sentenza. Scrive Plinio [120] lo stesso, più chiaramente dicendo che quel vetro era molle e pieghevole come lo stagno, con aggiugnere nulladimeno, essere stata questa una voce di molti, ma poco creduta da i saggi.

Anno           di Cristo 24. Indizione XII.

                    di Tiberio imperadore 11.

Consoli        Servio Cornelio Cetego,

                           Lucio Visellio Varrone.

Ancorché Tiberio non chiedesse al senato la confermazione della sua suprema autorità [121] finito il decennio d′essa, come usò Augusto, perch′egli non l′avea dianzi ricevuta per un determinato tempo; pure si solennizzarono i decennali del suo imperio con varj giuochi pubblici e feste. E perciocché [122] i pontefici e sacerdoti aveano fatto de i voti per la conservazione della vita di Tiberio, unendo anche con lui Nerone e Druso, cioè i due maggiori figliuoli del defunto Germanico, se l′ebbe a male il geloso Tiberio. Volle sapere, se così avessero fatto per preghiere o per minacce d′Agrippina lor madre: ed intteso che no, li rimandò, ma non senza qualche riprensione. Poscia nel senato si lasciò meglio intendere, con dire che non si avea con prematuri onori da eccitare od accrescere la superbia de′giovani per lo più sconsigliati. Seiano anch′egli non lasciava di fargli paura, ripetendo, essere già divisa Roma in fazioni una d′esse portare il nome di Agrippina; e doversi perciò prevenire maggiori disordini. Dato fu in quest′anno fine alla guerra, già mossa de Tacfarinate in Affrica. Era proconsole di quelle provincie Publio Dolabella ; e tuttoché fosse stata richiamata in Italia la legione nona, che era in quelle parti, pure raccolti quanti soldati romani potè, all′improvviso assalì i Numidi, mentre sotto il comando d′esso Tacfarinate stavano raccolti sotto un castello mezzo smantellato. Fatta fu strage di loro, e fra gli uccisi vi restò il medesimo Tacfarinate, per la cui morte ritornò la quiete fra que′popoli. Fu in quella azione aiutato Dolabella da Tolomeo, figliuolo di Giuba, re della Mauritania. Erano dovuti al vincitore proconsole gli onori trionfali, ed egli ne fece istanza; ma non gli ottenne, perchè a Seiano non piacque di vederlo uguagliato nella lode a Bleso suo zio, predecessore di Dolabella nel governo, che pure avea ricevuto quel premio con aver operato tanto meno. A Tolomeo re fu inviato da Tiberio in dono uno scettro d′avorio e una veste ricamata, in segno del gradimento dell′aiuto prestato. Perseguitò Tiberio in quest′anno alcuni de′nobili, non d′altro delitto rei che d′aver mostrato il loro amore a Germanico e a′suoi figliuoli, e ad alcuni per questo gran misfatto tolta fu la vita, crescendo ogni dì più la crudeltà del principe, e per conseguente il comune odio contra di lui. Abbondavano allora le spie; orecchio si dava a tutti gli accusatori, e niuno era sicuro. Nelle contrade di Brindisi un Tito Gortisio, soldato pretoriano ne′tempi addietro, mosse a sedizione i servi, o vogliam dire gli schiavi di quelle parti; e vi fu paura, d′una guerra Servile. Ma per la sollecitudnie di Tiberio e di Curzio Lupo questore, che con un corpo d′armati volò contro di loro, restò in breve estinto il nascente incendio. Hanno osservato gli eruditi [123] che nell′anno presente avendo Valerio Grato dato fine al suo governo della Giudea, Tiberio spedì colà per procuratore e governatore Ponzio Pilato; di cui è fatta menzione nel Vangelo.

Anno              di Cristo 25. Indizione XIII,

                       di Tiberio imperadore 12.

Consoli           Marco Asinio Agrippa,

                      Cosso Cornelio Lentolo.

Vien creduto che Cosso sia un prenome particolare della casa de′Cornelj Lentoli. Nuovo esempio dell′infelicità de′Romani, regnando il crudele Tiberio e il prepotente Seiano; si vide nel presente anno [124]. Cremuzio Cordo, uno de′migliori ingegni de′ Romani d′allora avea composta [125] una storia delle guerre civili di Cesare e Pompeo, conclucendola anche a i tempi d′Angusto. Lo stesso Augusto l′avea letta, e siccome principe saggio e discreto, non se n′era punto formalizzato. Ma avendo Gremuzio di poi forse con qualche parola disgustato Seiano, si trovarono in quella storia de i delitti gravissimi. Egli avea lodato Bruto e Cassio uccisori di Cesare, e chiamato lo stesso Cassio l′ultimo de′Romani. Male non avea detto di Giulio Cesare, nè di Augusto, ma nè pure stato era prodigo di lodi verso di loro. Fu accusato per questo nel senato, e Tiberio con occhio arcigno gli diede assai a conoscere d′essere indispettito contra di lui. Si difese egli coll′esempio di Tito Livio e d′altri scrittori e storici precedenti; ma tornato a casa, ed increscendogli di vivere sotto un sì tirannico governo, si lasciò morir di fame. Sentenziati furono al fuoco i di lui scritti; contuttociò avendone Marcia sua figliuola conservata una copia, vennero dopo la morte di Tiberio alla luce, accolti allora con ansietà maggiore dal pubblico appunto per la persecuzione sofferta dall′autor d′essi, ma a noi poscia rubati dalla voracità de′tempi. Osserva Tacito la mellonaggine di que′potenti che, male operando, non vorrebbono che la memoria de′lorperversi fatti passasse a i posteri, e tutto fanno per abolirla. Ma Iddio permette ch′ella vi passi per gastigare anche nel nostro mondo chi s′è abusato della potenza in danno de′popoli. A i Giziceni in quest′anno levato fu il privilegio di regolarsi colle pronrie leggi e co′propri magistrati; e ciò perchè non aveano peranche terminato un tempio eretto ad Angusto, ed aveano imprigionati alcuni cittadini romani. Le città di Spagna in questi tempi inclinate anch′esse all′adulazione, inviarono ambasciatori a Tiberio, pregandolo di permettere che innalzassero de i templi a lui e a Livia Augusta sua madre, siccome egli avea conceduto alle città dell′Asia. Tacito mette le più belle sentenze in bocca di Tiberio [126], con riferire il ragionamento di lui fatto nel senato, per cui nol volle loro permettere, riconoscendo sè stesso per uno de′mortali, e bastando a lui di avere un tempio nel cuore de senatori, per l′amore e la stima che sperava da essi. Salì poi tant′alto l′ambizion di Seiano, che nel presente anno arditamente supplicò per ottenere in moglie Giulia Livilla, vedova del fu Gaio Cesare, figliuolo adottivo di Augusto, e poi del definito Druso Cesare, e nuora del medesimo Tiberio. Quantunque fosse eccessivo il livore di Tiberio verso di lui, pure non si lasciò indurre l′astuto principe ad accordargli tal grazia: il che sconcertò forte le misure di Seiano, e il rendè malcontento della propria per altro smoderata fortuna. Tuttavia mise in ordine altre macchine, siccome vedremo nell′anno seguente. Credono alcuni letterati [127] che in quest′anno corresse l′anno XV dell′imperio di Tiberio, enunziato da san Luca, in cui san Giovanni Batista diede principio alle sue prediche. Prendesi tal anno dal fine d′agosto dell′anno undecimo dell′era cristiana, in cui Tiberio colla podestà tribunizia fu costituito suo collega nell′imperio da Augusto.

Anno            di Cristo 26. Indizione XIV.

                     di Tiberio imperadore 13.

Consoli        Gaio Calvisio Sabino .

                    Gneo Cornelio Lettolo  Getulico.

Ebbero questi consoli nelle calende di luglio per successori nella dignità Quinto Marcio Barea e Tito Rustio Nummio Gallo. V′ha chi crede non doversi attribuire il nome di Cornelio a Lentolo Getulico. Ma certamente i Lentoli soleano essere della famiglia Cornelia, come si può vedere ne i trattati dell′Orsino e Patino e di Antonio Agostino. S′erano messi in armi [128] alcuni popoli della Tracia, perchè non voleano sofferire che si facesse da i Romani leva di soldati ne′lor paesi; negavano anche ubbidienza a Remetalce re loro. A Poppeo Sabino fu data l′incombenza di rnarciar contra di loro con quelle forze che potè raccogliere; e questi sì fattamente li strinse, che per la fame, e più per la sete, parte rimasero uccisi, e il rimanente se n′andò disperso. Per tal vittoria accordati furono a Sabino gli onori trionfali. Crebbero in quest′anno le amarezze fra Tiberio ed Agrippina, vedova di Germanico, perchè fu condennata Claudia Pulcra, o sia Bella, cugina di lei.

Parlò alto Agrippina a Tiberio; il pregò ancora di darle marito: ma egli, che temeva competenza nel governo, la lasciò senza risposta. Fu poi gran lite in Roma fra gli ambasciatori delle città dell′Asia, gareggiando cadauna per aver l′onore di alzare un tempio ad Augusto. La decision del senato cadde in favore della città di Smirna. Ritirossi nell′anno presente Tiberio, nella Campania, col protesto di andare a dedicare lui tempio a Giove in Capoa, e un altro in Nola ad Augusto, morto in quella città. Suo pensiero era di non ritornar più a Roma, e così fu in fatti. Si misero tutti allora a scandagliare i motivi di questa ritirata. Chi pensò ciò avvenuto per arte e suggestione di Seiano, che voleva restar solo alla testa de gli affari in Roma, e seppe così ben dipignere gl′incomodi a′quali era sottoposto il principe per tante visite, suppliche e giudizj, che l′indusse a cercar la quiete nella solitudine. Furono altri di parere ch′egli se ne andasse per non poter più sofferire l′ambizion di Livia sua madre, giacché ella credeva a sè competente il far da padrona al pari di lui: cosa ch′egli non sapea digerire, ma nè pure assolutamente vietare, considerando la signoria sua un dono di lei. Credettero finalmente altri che si movesse Tiberio a tal risoluzione solamente per impulso proprio, originato dall′infame sua libidine, in cui da gran tempo era immerso, e continuava più che mai il sozzo vecchio, ma con istudiarsi di soddisfarla in segreto: al che era più proprio un luogo in ritirato. S′aggiugneva l′esser egli d′alta, ma gracile statura, col capo calvo e colla faccia sparsa d′ulcere, e coperta per lo più da empiastri. Hanno perciò creduto alcuni che ciò fosse un frutto della sua sordida impudicizia, e che il morbo gallico somministrasse ancora in que′ tempi un gastigo, benché raro, a i perduti dietro alle femmine prostitute. Vergognandosi egli di comparire in pubblico con sì deforme figura, parve ad alcuni di trovare in lui bastante motivo di fuggire dal consorzio de gli uomini. In fatti anche dopo la morte della madre e di Seiano si tenne egli lontano da Roma, benché talvolta andasse burlando la gente credula, con ispargere voce del suo imminente ritorno. Pochi cortigiani volle seco Tiberio. Fra essi furono Seiano e Cocceio Nerva, personaggio pratico della giurisprudenza e probabilmente avolo di Nerva che fu di poi imperadore. Ad assaissimi lunarj e ciarle senza fine de i Romani diede motivo la risoluzion presa da Tiberio; nè queste furono a lui ignote. Con levar la vita ad alcuni, forse anche innocenti, egli insegnò a gli altri ad esaminare e censurar con più riguardo le azioni de′tiranni.

Anno          di Cristo 27. Indizione XV

                   di Tiberio imperadore 14.

Consoli      Marco Licinio Crasso.

                   Lucio Calpurnio Pisone.

Il primo di questi consoli in due iscrizioni riferite dal Reinesio [129] vien chiamato Marcvs Crassvs Frvgi. Queste iscrizioni, senza avvedermi che erano già pubblicate, le ho inserite ancor io nella mia Raccolta; e sono ben più da attendere che la rapportata dallo Sponio, per conoscere il vero cognome d′esso console. Andò in quest′anno Tiberio Augusto a fissar la sua abitazione nell′amena isola di Capri, otto miglia distante da Surrento, tre dalla terra ferma, sprovveduta di porto, e solo accessibile a picciole barche, dove ritirato con suo comodo, continuò a sfogare l′infame sua lussuria. Non si sa quante guardie egli menasse seco. Molto strano era nondimeno che un imperadore soggiornasse in sì picciolo sito per dieci anni, senza aver paura de′corsari, o di chi gli volesse male. Forse egli si assicurò sulla difficultà di approdar colà per cagion de gli scogli. Pochi giorni dopo il suo arrivo un pescatore per mezzo ad essi scogli penetrò nell′isola [130], e gli presentò un bel mullo, o triglia, pesce allora stimatissimo. Perchè s′ebbe non poco a male Tiberio che costui per quella difficile via fosse entrato, fece fregargli e lacerargli il volto col medesimo  pesce e buon per lui che non gli accadde di peggio. Seiano intanto non tralasciava diligenza alcuna per accendere sempre più la diffidenza e l′odio di Tiberio contra di Agrippina vedova di Germanico, e contra di Nerone primogenito d′essa, non quello che fu dipoi imperadore. Secondo le apparenze dovea questo giovane principe,  siccome nipote per adozione di Tiberio, succedere a lui nell′imperio. Seiano, che v′aspirava anch′egli, il tenea forte di vista; segretamente ancora inviava persone che sotto specie di amicizia il gonfiavano, esortandolo a mostrar più spirito; tale essere il desiderio del popolo romano, tale quel de gli eserciti. All′incauto giovane scappavano talvolta parole che meglio sarebbe stato il tenerle fra i denti. Tutto era riferito a Seiano, e tutto passava, fors′anche con delle giunte, alle orecchie di Tiberio, con aggiugnere sospetti a sospetti. Però nell′anno presente furono messi soldati alla guardia del palazzo d′Agrippina, a fin di risapere chi v′andava e che vi si parlava: tutti segni funesti di maggiore strepito e della futura rovina. Accadde in quest′anno un caso quasi incredibile e sommamente lamentevole, che ha pochi pari nella storia [131]. In Fidene, città lontana da Roma cinque sole miglia, cadde in pensiero ad un uomo di bassa sfera, e nè pure ricchissimo, per nome Atilio, di schiatta libertina, di fabbricar un anfiteatro di legno di gran mole, per dare al popolo lo spettacolo de′gladiatori. Siccome non v′era divertimento di cui fossero sì ghiotti i Romani come di questo, venuto quel dì, a folla vi corse da Roma la gente, uomini e donne d′ogni età. Ma quella gran macchina era mancante di buoni fondamenti, e peggio legata, però ecco sul più bello dell′azione precipitar tutto l′anfiteatro. Vi restarono soffocate, o per la caduta sfracellate venti mila persone, e trenta altre mila ferite in varie guise, con braccia e gambe rotte e simili altri mali, con urli e grida che andavano al cielo. Fu almeno considerabile la carità de′cittadini romani, che nelle lor case accolsero tutti que′miseri, somministrando loro vitto, medici e medicamenti, con risvegliarsi l′antico lodevol costume de gli antichi, i quali così trattavano dopo le battaglie i soldati feriti. La pena data ad Atilio per la somma sua balordagine fu l′esilio, ed uscì un editto, che da lì innanzi non potesse dare il giuoco de′gladiatori se non chi possedeva quattrocento mila sesterzj di valsente, e che fosse approvato l′anfiteatro da intendenti architetti. A questa disavventura tenne dietro in Roma un grave incendio che consumò tutte le case poste sul monte Celio. Tiberio all′avviso di un tal danno spontaneamente si mosse alla liberalità, inviando gran soccorso di danaro a chi avea patito: il che gli fece assai onore, e ne fu anche ringraziato dal senato.

Anno         di Cristo 28. Indizione I.

                  di Tiberio imperadore 15.

Consoli     Appio Giunto Silano,

                 Silio Nerva.

Gran rumore e compassione cagionò in quest′anno in Roma la caduta di Tizio Sabino, illustre cavaliere romano [132]. Era egli de′più affezionati alla famiglia di Germanico: praticava in casa d′Agrippina, l′accompagnava in pubblico. Seiano gli tese le reti. Latinio Laziare d′ordine suo s′insinuò nella di lui amicizia, cominciando con amichevoli ragionamenti intorno alle afflizioni di Agrippina, e del mal trattamento a lei fatto e a i suoi figliuoli da Tiberio: del che andava mostrando gran compassione. Non potè Sabino ritener le lagrime, e sdrucciolò in lamenti contro la crudeltà e superbia di Seiano, non la perdonando nè pure a Tiberio. Con tali ragionamenti si strinse fra loro una stretta confidenza. In un giorno determinato Laziare trasse in sua casa il mal accorto Sabino per avvertirlo di disgrazie che soprastavano a i figliuoli di Germanico. Stavano ascosi nella camera vicina tre detestabili senatori per udir tutto, ed udirono in fatti Sabino sparlar di Tiberio e di Seiano. L′accusa tosto andò al senato; ed egli imprigionato, fu nel primo dì solenne dell′anno condotto al supplicio con terrore d′ognuno che seppe la frode usata. Ebbe da lì innanzi ognun sommo riguardo nel parlare del governo, nè pur attentandosi d′ascoltare, nè fidandosi d′amici, e sospettando fin delle stesse mura. Gittato il corpo di Sabino nel Tevere, un suo cane, che l′avea seguitato alla prigione e s′era trovato alla sua morte, andò anch′esso a precipitarsi e a morire nel fiume: del che altri esempli si son più volte veduti. Plinio anch′egli parla [133] della fedeltà di questo cane, ma con pretendere che fosse di un liberto di Sabino, condennato con lui alla morte. Mancò di vita in quest′anno Giulia, figliuola di Giulia e nipote d′Augusto, la quale non men della madre convinta già d′adulterio e relegata in un′isola da esso imperadore, e sostentata ivi da Livia Augusta, per venti anni avea fatta penitenza de′suoi falli. Ribellaronsi in questi tempi i popoli della Frisia, per non poter sofferire i tributi loro imposti, leggieri sul principio, e poscia accresciuti da gl′insaziabili ministri colà inviati. Contra di loro marciò Lucio Apronio, vicepretore della Germania inferiore, con un buon corpo d′armati; ma volendo perseguitarli per quel paese inondato dall′acque e pieno di fosse, vi lasciò morti circa mille e trecento de′suoi in più incontri, con gloria de′Frisj e vergogna sua. Tiberio ancorché dolente ne ricevesse la nuova, pure per gli suoi fini e timori politici niun generale volle inviare colà. Troppa apprension gli facea il mettere in mano altrui il comando di grossa armata. Faceva istanza il senato perchè Tiberio e Seiano ritornassero; e in fatti vennero essi in terra ferma della Campania, e colà si portò non solamente il senato, ma gran copia della nobiltà e della plebe, con ritornarsene poi quasi tutti malcontenti o dell′alterigia di Seiano, o del non aver potuto ottenere udienza dal principe. Diede nell′anno presente Tiberio in moglie a Gneo Domizio Enobarbo Agrippina, figliuola di Germanico e di Agrippina, più volte da noi memorata. Da loro poi nacque Nerone, mostro fra gl′imperadori. Era già parente della casa d′Augusto questo Gneo Domizio, avendo avuto per avola sua Ottavia, sorella d′Augusto. Suetonio [134] parlando di costui, ci assicura ch′egli fu una sentina di vizj; e però da maravigliarsi non è se il suo figliuolo divenuto imperadore non volle essere da meno del padre. Diceva lo stesso Domizio, che da lui e da Agrippina nulla potea prodursi se non di cattivo e di pernicioso al pubblico. Convien credere che questa Agrippina iuniore, ben dissomigliante dalla madre, fosse in sinistro concetto anche in sua gioventù.

Anno        di Cristo 29. Indizione II.

                 di Pietro Apostolo papa 1.

                 di Tiberio imperadore 16.

Consoli     Rubellio Gemino,

                  Gaio Rufio Gemino.

Nelle calende di luglio furono sustituiti altri consoli. Ha creduto taluno che fossero Quinto Pomponio Secondo e Marco Sanquinio Massimo. Ma il cardinal Noris [135] con più fondamento mostrò essere stati Aulo Plautio e Lucio Nonio Asprenate. Certamente egli è da dubitare che nell′assegnar i consoli sustituiti si sieno talvolta ingannati i fabbricatori de′Fasti Consolari. Più d′un esempio di ciò si truova nel Panvinio. Ora sotto questi due consoli Gemini han tenuto e tengono tuttavia alcuni letterati che seguisse la Passione del divin nostro Salvatore: opinione fondatissima, perchè assistita da una grande antichità, ed approvata da molti de′Santi Padri. Se così è, a noi sia lecito di metter qui l′anno primo del pontificato di San Pietro Apostolo. Tertulliano [136], autore che fiorì nel secolo seguente, chiaramente scrisse che il Signore patì sub Tiberio Caesare, consulibus Rubellio Gemino et Rufio Gemino. Furono del medesimo sentimento Lattanzio, Girolamo, Agostino, Severo Sulpizio e il Grisostomo. Altri poi han riferito ad alcuno de gli anni seguenti un fatto sì memorabile della santa nostra religione. All′istinto mio non compete il dirne di più; e massimamente perchè con tutti gli sforzi dell′ingegno e dell′erudizione non s′è giunti fin qui, e verisimilmente mai non si giugnerà a mettere in chiaro una così tenebrosa quistione. A noi dee bastare la certezza del fatto, poco importando l′incertezza del tempo. Sino a quest′anno era vivuta Livia, già moglie d′Augusto e madre di Tiberio [137], appellata anche Giulia da Tacito e in varie iscrizioni, perchè dal medesimo Augusto adottata. Morì essa in età assai avanzata, con lasciar dopo di sè il concetto d′essere stata donna di somma ambizione, e non men provveduta di sagacità per soddisfarla, con aver saputo a forza di carezze e di un′allegra ubbidienza in tutto guadagnarsi il cuore d′Augusto. Con tali arti condusse al trono il figlio Tiberio poco amata, ma nondimeno rispettata da lui e temuta di Seiano finch′ella visse, pochissimo poi compianta da loro in morte. Prima che Tiberio si ritirasse a Capri [138], era insorto qualche nuvolo fra lui e la madre perchè facendo ella replicate istanze al figliuolo di aggregare a i giudici una persona a lei raccomandata, le rispose Tiberio d′essere pronto a farlo, purché nella patente si mettesse che la madre gli avea estorta quella grazia. Se ne risentì forte Livia, e piena di sdegno gli rinfacciò i suoi costumi scortesi ed insoffribili, i quali aggiunse che erano stati ben conosciuti da Angusto; e in così dire cavò fuori una lettera conservata fin allora del medesimo Augusto, in cui si lamentava dell′aspre maniere del di lei figliuolo. Ne restò sì disgustato Tiberio, che alcuni attribuirono a questo accidente la sua ritirata da Roma. In fatti nell′ultima di lei malattia nè pur si mosse per farle una visita, e dappoiché la seppe morta, andò tanto differendo la sua venuta, senza mai venire, ch′era putrefatto il di lei corpo allorché fu portato alla sepoltura. Avendo l′adulator senato decretati molti onori alla di lei memoria, egli ne sminuì una parte, e sopra tutto comandò che non la deificassero (benché poi sotto l′imperio di Claudio a lei fosse conceduto questo sacrilego onore), facendo credere che così ella avesse ordinato. Nè pur volle eseguire il testamento da essa fatto, e dipoi perseguitò chiunque era stato a lei caro, e infin quelli ch′essa avea destinati alla cura del suo funerale.

Soleva Tiberio ad ogni morte de′suoi diventar più cattivo. Ciò ancora si verificò dopo la morte della madre, la cui autorità avea fin qui servito di qualche freno alla maligna di lui natura, e a gli arditi e malvagi disegni di Seiano, con attribuirsi a lei la gloria di avere salvata la vita a molti. Poco perciò stette a giugnere in senato un′assai dura lettera di Tiberio contro Agrippina vedova di Germanico, e contra di Nerone di lei primogenito. Erano tutti i reati loro, non già di abbandonata pudicizia, non di congiure, non di pensieri di novità, ma solamente di arroganza e d′animo contumace contra di Tiberio. All′avviso del pericolo in cui si trovavano l′uno e l′altra, la plebe, che sommamente gli amava, prese le loro immagini, con esse andò alla curia, gridando essere falsa quella lettera, e che si trattava di condennarli contro la volontà dell′imperadore. Faceano istanza nel senato i senatori venduti ad ogni voler di Tiberio, che si venisse alla sentenza, ma gli altri tutti se ne stavano mutoli e pieni di paura. Il solo Giunio Rustico, bene l′è uno de′più divoti di Tiberio, consigliò che si differisse la risoluzione per meglio intendere le intenzioni del principe. Di questo ritardo, e maggiormente per la commozione del popolo, si dichiarò offeso Tiberio; ed insistendo più che mai nel suo proposito, fece relegar Agrippina [139] nell′isola Pandataria, posta in faccia di Terracina e di Gaeta. Dicono, che non sapendosi ella contenere dal dir delle ingiurie contra di Tiberio, un centurione la bastonò per comandamento di lui sì sgarbatamente, che le cavò un occhio. I di lei figliuoli Nerone e Druso, benché nipoti per adozion di Tiberio, furon anch′essi dichiarati nemici; il primo relegato nell′isola di Ponza, e l′altro detenuto ne′ sotterranei del palazzo imperiale. Qual fosse il fine di questi infelici, lo vedremo andando innanzi.

Anno           di Cristo 30. Indizione III.

                    di P ietro Apostolo papa 2.

                    di Tiberio imperadore 17.

Consoli       Lucio Cassio Longino,

                    Marco Vinicio.

In luogo de′suddetti consoli nelle calende di luglio succederono Gaio Cassio Longino e Lucio Nevio Sordino. Qui vien meno la storia romana, essendosi perduti molti pezzi di quella di Cornelio Tacito; e l′altra di Dione si scuopre molto digiuna, perchè assassinata anch′essa dalle ingiurie del tempo. Tuttavia è da dire, essere stati sì in grazia di Tiberio i due suddetti consoli ordinarj, cioè Lucio Cassio e Marco Vinicio, ch′egli da lì a tre anni diede loro in moglie due figliuole di Germanico; a Cassio, Giulia Drusilla; a Vinicio, Giulia Livilla. Appartiene poi a quest′anno il funesto caso di Asinio Gallo, figliuolo di Asinio Pollione, celebre a′ tempi d′Augusto. Da che Tiberio dovette ripudiar Vipsania, figliuola d′Agrippa, sua moglie primiera che già gli avea partorito Druso, per prendere Giulia figliuola d′Augusto questa Vipsania si maritò col suddetto Asinio Gallo, e gli partorì de′figliuoli, i quali perciò vennero ad essere fratelli uterini di Druso Cesare, ed uno d′essi era stato promosso al consolato. Ma per testimonianza di Tacito, Tiberio mirò sempre di mal occhio Asinio Gallo per quel maritaggio. Tanto più la prese con lui [140], perchè osservò ch′egli facea una gran corte a Seiano, e l′esaltava da per tutto, forse credendo che costui arriverebbe un dì all′imperio, o pure cercando in lui un appoggio contro le violenze di Tiberio. Dovendo il senato inviar degli ambasciatori a Tiberio, fece egli negozio per essere un d′essi. Andò; fu ricevuto con volto ben allegro da esso Tiberio, e tenuto alla sua tavola, dove lietamente si votarono più bicchieri; ma nel medesimo tempo ch′egli stava in gozzoviglia, il senato, che avea ricevuta una lettera da Tiberio con alcune accuse immaginate dal suo maligno capriccio, il condannò, con ispedir tosto un pretore a farlo prigione. S′infinse Tiberio d′essere sorpreso all′avviso di quella sentenza; ed esortato Asinio a star di buona voglia e a non darsi la morte, come egli desiderava, il lasciò condurre a Roma, con ordine di custodirlo sino al suo ritorno in città. Ma non vi ritornò mai più Tiberio: ed egli intanto senza servi, e senza poter parlar se non con chi gli portava tanto di cibo che bastasse a non lasciarlo morire, andò languendo in una somma miseria, con finir poscia i suoi guai, non si sa se per la fame o per altro verso, nell′anno 33 della nostra era, siccome attesta Tacito. Eusebio [141], che mette la sua morte nell′anno primo di Tiberio, non è da ascoltare. Anche Siriaco, uomo insigne pel suo sapere, tolto fu di vita non per altro delitto che per quello d′essere amico del suddetto Asinio. In quest′anno appunto scrisse la sua storia, di cui buona parte s′è perduta, Velleio Patercolo, con indirizzarla a Marco Vinicio, uno de′due consoli di quest′anno; e però non merita scusa la prostituzion della sua penna in caricar di tante lodi Tiberio e Seiano. Le loro iniquità davano ne gli occhi di tutti e quegl′incensi sì mal impiegati sempre più ci convincono di che animi servili fosse allor pieno il senato e la nobiltà romana. Abbiamo da Dione, che sempre più crescendo l autorità e l′orgoglio di Seiano, tanto più per paura o per adulazione crescevano le pubbliche e le private dimostrazioni di stima verso di lui. Già in ogni parte di Roma si miravano statue alzate in suo onore [142]. Fu anche decretato in senato che si celebrasse il di lui giorno natalizio. E a lui separatamente, e non più al solo Tiberio, si mandavano gli ambasciatori dal senato, da i cavalieri, da i tribuni della plebe e da gli edili. Cominciossi ancora ne′voti e sagrifizj che si facevano a gli Dii del Paganesimo per la salute di Tiberio, ad unir seco Seiano; e si udivano grandi e piccioli a giurare per la fortuna di amendue: il che era riserbato in addietro per gli soli imperadori. Non lasciava quell′astuta volpe di Tiberio, benché si stesse nell′infame postribolo di Capri, d′essere informato di tutto questo e tutto anche dissimulava, ma coll′andar intanto ruminando quel che convenisse di fare.

Anno            di Cristo 31. Indizione IV.

                     di Pietro Apostolo 3.

                     di Tiberio imperadore 18.

Consoli         lo stesso Tiberio Augusto per la quinta volta.

                     Lucio Elio Seiano.

Non ritennero Tiberio e Seiano lungo tempo il consolato, perciocché, siccome avvertì il cardinale Noris [143], nel dì 9 di maggio subentrarono in quella dignità Fausto Cornelio Sulla e Sestidio Catullino, ciò apparendo da un′iscrizione. Da un′altra ancora da me rapportata [144] apparisce il loro nome, ma con qualche mio dubbio, che Sexteidius possa essere Sex Teidius. Il non trovar io vestigio della famiglia Sestidia, ma bensì della Tidia, mi ha fatto nascere un tal dubbio. All′uno di questi due consoli fu surrogato nelle calende di luglio Lucio Fulcinio Trione, e all′altro nelle calende di ottobre, Publio Memmio Regolo, che non era amico di Seiano, come Fulcinio Trione. Con occhi aperti vegliava Tiberio sopra gli andamenti del suo favorito Seiano, pentito oramai d′averlo tanto esaltato. Già s′era accorto che costui avea serrati i passi a i ricorsi, nè gli lasciava sapere se non ciò ch′egli voleva. Molto più appariva che costui a gran passi tendeva al trono col deprimere i suoi nemici, e guadagnarsi ogni dì più amici e clienti. E giacché il senato e il popolo erano giunti ad eguagliarlo a lui in più occasioni, ed all′incontro ben sapea Tiberio d′essere poco amato, anzi odiato da i più de i Romani, preso fu da gagliardo timore che potesse scoppiare qualche gran fulmine sopra il capo suo. Abbiamo ancora da Giuseppe Ebreo [145] che Antonia madre di Germanico e di Claudio, che fu poi imperadore, spedito a Capri Pallante suo fidatissimo servo, diede avviso a Tiberio della congiura tramata da esso Seiano coi pretoriani, e con molti senatori e liberti d′esso Tiberio; di maniera che egli restò accertato del pericolo suo. Ma come atterrare un uomo sì ardito e intraprendente, e giunto a tanta possanza? La via di prevenirlo tenuta da quell′astuto vecchio fu quella di sempre più comparir contento ed amante di Seiano, e di colmarlo di nuovi onori, per più facilmente ingannarlo. Il creò console per l′anno presente; e a fine di maggiormente onorarlo, prese seco il consolato. Scrisse anche al senato con raccomandargli questo suo fedele ministro. Potrebbe chiedersi, perchè nol facesse strozzare in Capri, e come mai per abbatterlo il facesse salire al consolato, cioè ad una dignità che aumentava non solo il di lui fasto, ma anche la di lui autorità e potere. Quanto a me, vo credendo ch′egli non s′attentasse nè in Capri nè in Roma di fargli alcun danno, finché costui era prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie imperiali, il che vuol dire di un corpo di gente consistente in dieci mila de′migliori soldati fra i Romani, ed abitante unito in Roma. Allorché Tiberio volea farsi ben rispettare e temere da i consoli e senatori, alla lor presenza dava la mostra a i pretoriani. Ma anche a lui faceano essi paura, perchè comandati da Seiano e ubbidienti a i di lui cenni; ed esso Augusto era attorniato da sì fatte guardie, anche in Capri. Adunque con crear Seiano console, ed inviarlo a Roma, se lo staccò da i fianchi, disegnando di torgli a suo tempo la carica di prefetto del pretorio, per conferirla a Nevio Sertorio Macrone.

Dopo pochi mesi gli fece dimettere il consolato, allettandolo intanto colla speranza d′impieghi e premj maggiori [146], cioè di associarlo nella podestà tribunizia, grado sicuro alla succession dell′imperio, e di dargli moglie di sangue cesareo, verisimilmente Giulia Livilla, figliuola di Germanico. E perciocché Seiano, dappoiché ebbe deposta la trabea consolare, facea istanza di tornarsene a Capri, per seguitar ivi a far da padrone, Tiberio il fermò con dar ad intendere a lui e spacciar da per tutto che fra poco voleva anch′egli tornarsene a Roma. Ne′mesi seguenti andò Tiberio fingendo ora d′esser malato, ora di star bene, e sempre venivano nuove ch′egli si preparava pel viaggio. Talor lodava Seiano, ed altre volte il biasimava. In considerazione di lui facea delle grazie ad alcuni de′suoi amici, ed altri pure amici di lui maltrattava con varj pretesti: tutto per raccogliere segretameiite col mezzo delle spie, quali fossero i sentimenti e le inclinazioni del senato e del popolo. Non andò molto, che al non vedersi ritornar Seiano a Capri, e all′osservar certi segni di rallentato amore di Tiberio verso di lui, molti cominciarono a staccarsi con buona maniera da lui, e calò non poco il suo credito anche presso del popolo. Ma Seiano, tra perchè non gli parea di mirar l′animo di Tiberio alienato punto da sè, e perchè Tiberio conferì lui e a suo figliuolo in questo mentre l′onore del pontificato, non pensò, siccome avrebbe potuto, a far novità alcuna. Fu ben poi pentito di non l′aver fatto allorché era console. Nulladimeno viveva egli con delle inquietudini e con de i sospetti, e strano gli parve, che avendo Tiberio con sua lettera recato avviso al senato della morte di Nerone, figliuolo primogenito di Germanico e di Agrippina, e suo nipote per adozione, niuna lode, com′era usato di fare, avesse fatta del medesimo Seiano. Relegato, siccome già dissi, questo infelice principe nell′isola di Ponza, finì quivi nell′anno presente la sua vita: chi disse per la fame, e chi perchè essendo in sua camera il boia per istrangolarlo, egli da se stesso s′uccise. Certo fu anch′egli vittima della crudeltà di Tiberio.

Ora informato abbastanza Tiberio che l′affezion del senato e popolo verso Seiano non era quale si figurava egli in addietro, volle passar all′ultimo colpo, ma tremando per l′incertezza dell′esito. Nella notte precedente il dì 18 di ottobre comparve a Roma Macrone, segretamente dichiarato prefetto del pretorio e ben istruito di quei che s′avea da fare, mostrando di venir per altro negozio, e fu a concertar gli affari con Memmio Regolo, l′uno de′consoli, perchè l′altro, cioè Fulcinio Trione, era tutto di Seiano. La mattina per tempo andò al tempio di Apollo, dove s′avea da unire il senato, ed incontratosi a caso con Seiano, che non era per anche entrato, fu richiesto se avesse lettere per lui. Si annuvolò non poco Seiano all′udire che no, ma avendolo tratto in disparte Macrone, e dettogli che gli portava la podestà tribunizia, tutto consolato ed allegro andò a seder nella curia. Macrone intanto chiamati a sè i soldati pretoriani, una buona man de′quali facea sempre corteggio e guardia a Seiano, mostrò loro le sue patenti di prefetto del pretorio, e in luogo d′essi alla guardia del tempio distribuì le compagnie de′vigili, comandate da Gracino Lacone consapvole del segreto. Entrato egli poscia colà, presentò una lettera molto lunga, ma ingarbugliata di Tiberio. Non parlava egli seguitamente contra di Seiano, ma sul principio trattava d′un differente affare, andando innanzi, si lamentava di lui; poi ritornava ad altro negozio, e quindi passava a dir male di Seiano, conchiudendo, in fine che si facessero morir due senatori molto confidenti di lui, e Seiano fosse ritenuto sotto buona guardia. Non si attentò di dir che il facessero morire, perchè temeva che si svegliasse qualche tumulto da′suoi parziali. Confusi ed estatici rimasero i più de′senatori ad ordini tali, perchè già preparati a far de′complimenti ed elogi a Seiano per la promessa a lui podestà tribunizia. Seiano stesso avvilito, senza muoversi dal suo luogo, senza mettersi ad aringare ( il che se avesse fatto, forse altrimenti passava la faccenda ), pareva insensato, e chiamato tre volte dal console Memmio Regolo, non si movea, siccome usato a comandare e non ad ubbidire. Entrato intanto Lacone colle coorti de′vigili, l′attorniò di guardie e il menò prigione. Niun movimento fecero i pretoriani, perchè Macrone li tenne a freno con ispiegar loro la mente del principe, e promettere ad essi alcuni premj per ordine del senato. Si mosse bensì la plebe al mirare quel sì dianzi orgoglioso ministro condotto alle carceri, prorompendo in villanie e bestemmie senza fine, e poi corse ad abbattere e strascinar tutte le statue a lui poste, giacchè non poteano infierir contro la persona di lui [147]. Raunatosi poi nel medesimo giorno 18 di ottobre il senato nel tempio della Concordia, veggendo che i pretoriani se ne stavano quieti, e intendendo qual fosse il volere del popolo, condennarono a morte Seiano; e la sentenza fu immediatamente eseguita col taglio della testa. Accorsa, la plebe, gittò giù per le scale Gemonie [148] il di lui cadavero; e dopo essersi per tre dì sfogata contra d′esso, facendone grande scempio, lo buttò in Tevere. Anche due suoi figliuoli, l′uno maschio e l′altro femmina per ordine del senato furono privati di vita; ma perchè insolita cosa era il far morire una fanciulla, il carnefice, prima di strozzar quell′infelice, le tolse l′onore in prigione. Apicata, moglie di Seiano, benché non condennata, si diede la morte da se stessa, dopo aver messo in iscritto il tradimento fatto dal marito e da Livilla a Druso Cesare.

Intanto batteva forte il cuore a Tiberio nell′isola di Capri, per sospetto che non riuscisse bene la meditata impresa, ed avea ordinato che per fargli sapere il più presto possibile la nuova, si dessero sognali da i luoghi alti, frapposti tra Roma e Capri: salì egli in quel dì sul più eminente scoglio dell′isola, aspettando quivi il lieto avviso. Per altro aveva egli preparato delle barchette, affinchè, se il bisogno l′avesse richiesto, potesse ritirarsi in sicuro con esse ad alcuna delle sue armate. Scrivono eziandio, aver egli dato ordine a Macrone, che qualora fosse insorta qualche fiera sedizione in Roma, cavasse dalle carceri Druso figliuolo di Germanico, e il presentasse al senato e al popolo, con dichiararlo anche imperadore a nome suo. Il fine della tragedia di Seiano fu poi principio d′altre gran turbolenze che sconcertarono non poco il senato, e la nobiltà romana. Il popolo già commosso, a qualunque de′ favoriti di Seiano che gli cadesse nelle mani, levava la vita. Anche i pretoriani sdegnati si misero a saccheggiare e bruciar delle case. Cominciarono poi de i duri processi contro de′ senatori e d′altri nobili che più de gli altri s′erano fatti conoscere parziali di Seiano. Molti furono condennati, e con ignominiosa morte puniti; altri relegati, ed altri da sè stessi si abbreviarono la vita. Tutto era pieno di accusatori e si rivangavano i processi e le condanne, gastigando chi avea giudicato come per istigazion di Seiano. Si tenne per certo che le tante adulazioni del senato verso il medesimo Seiano, e gli onori straordinarj a lui vilmente accordati contribuissero non poco ad ubbriacarlo e farlo precipitare. Però lo stesso senato decretò che in avvenire si procedesse con gran moderazione in onorar altrui, nè si potesse giurare se non pel nome dell′imperadore. Contuttociò nel medesimo tempo volle esso senato concedere a Macrone il grado di pretore e a Lacone quel di questore, oltre ad un regalo in danari; ma essi addottrinati dal recente esempio, nulla vollero accettare. Incredibil fu la gioia di Tiberio allorché si vide sbrigato da Seiano. Ciò non ostante la sua mirabil politica gl′insegnò di non ammettere all′udienza sua alcuno de′ tanti senatori e cavalieri che erano corsi o erano stati spediti dal senato per significargli la fortunata riuscita dell′affare. E il console Regolo, che l′avea in ciò ben servito, fu costretto a tornarsene indietro senza poterlo vedere. Si figuravano molti, che liberato Tiberio dal giogo, da i mali ufizj e dai sospetti di Seiano, avesse da lì innanzi da fare un governo dolce. Troppo s′ingannarono: sempre più egli imperversò. E giacchè era venuto in cognizione, per la deposizion sopraccennata della moglie di Seiano, degli autori della morte di Druso suo figliuolo contra d′essi ancora con tutto rigore procedette, e la prima a provarne pena fu la stessa Livilla che, lasciatasi sovvertir da Seiano. avea tradito il consorte Druso. Scrive Dione [149] d′aver inteso da alcuni che Tiberio non la facesse morire in grazia di Antonia, madre di lei, e di Claudio, che fu poi imperadore; ma che la medesima sua madre quella fosse che la privò di vita con lasciarla morir di fame.

Anno           di Cristo 32 Indizione V.

                    di Pietro Apostolo papa 4.

                    di Tiberio imperadore 19.

Consoli          Domizio Enobarbo.

                          Marco Furio Camillo Scriboniano.

Il primo di questi consoli, marito d′Agrippina figliuola di Germanico, siccome già dissi, ebbe per figliuolo Nerone, che divenne poi imperadore. Al secondo de ′consoli, che mancò di vita nel consolato, fu sustituito Aulo Vitellio. Non si sa intendere perchè Suetonio [150], allorché scrisse essere nato sotto questi consoli Marco Salvio Ottone, uno dei susseguenti imperadori, chiamasse Camillo Arruntio il collega di Domizio Enobarbo: il che parimente si truova ne′ Fasti d′Idacio e del Cuspiniano. Forse fu sustituito a Vitellio, o Vitellio a lui. Parve bene [151] che Tiberio volesse por fine a i processi e alle condanne de gli amici di Seiano, con permettere ancora ad alcuni il lutto per la di lui morte; ma poco, durò questo barlume d′indulgenza, ed egli più che mai continuò la persecuzione, trovando allora altre accuse ancora d′incesti e di parricidj per levar la vita a chi non godea di sua grazia. Crebbe perciò cotanto l′universal odio contra di lui, che il poter divorare le di lui carni sarebbe sembrato un gustoso cibo ad ognuno. Fece anche il timore di lui crescere l′adulazion nel senato. Costume era in addietro che nelle calende di gennaio un solo leggesse gli ordini di Tiberio, con giurar d′osservarli: al che gli altri acconsentivano. Fu creduto maggior ossequio e finezza, benché niuno ne facesse istanza, che cadauno prestasse espressamente quel giuramento. Inoltre per far conoscere a Tiberio quanto cara lor fosse la vita di lui, decretarono che egli scegliesse chi de′ senatori fosse a lui in grado, e che venti d′essi colle spade servissero a lui di guardia quando egli entrava nel senato. Trovò Tiberio assai ridicolo un tal decreto; e quantunque ne rendesse loro grazie, pure non l′approvò, perchè non essendogli ignoto d′essere in odio al senato, non era sì pazzo da voler permettere intorno alla sua persona di sì fatte guardie armate. E da lì innanzi molto più attese a conciliarsi l′amore de′ soldati pretoriani, per valersene, occorrendo, contro il senato. Avea proposto Giunio Gallione che esso senato accordasse un privilegio a quei che avessero compiuto il termine della lor milizia. Tiberio, perchè non gli piacea che le genti militari fossero obbligate se non a lui solo, mandò in esilio lo stesso Gallione fuori d′Italia, e poscia il richiamò per metterlo a penar sotto la guardia de′ magistrati, da che intese aver egli meditato di passare a Lesbo, dove sarebbe troppo deliziosamente vivuto. Raccontano Tacito [152] e Dione che in quest′anno furono processati altri nobili per l′amicizia di Seiano, e fra gli altri fu punito Latinio Laziare, che, siccome abbiam veduto di sopra, coll′usare un tradimento a Tizio Sabino, fu cagion di sua morte. Fra gli accusati nondimeno miracolosamente la scappò netta Marco Terenzio. Il suo reato consisteva nel solo essere stato amico di Seiano. Lo confessò egli francamente, e con egual coraggio difese il fatto, mostrando ch′egli così operando avea onorato Tiberio nel suo favorito; e se Tiberio, signor così saggio, s′era ingannato in dispensar tante grazie a chi ne era indegno, meritavano bene scusa gl′inferiori caduti nel medesimo inganno. Nè doversi aver l′occhio all′ultimo giorno di Seiano, ma bensì a i sedici anni della di lui potenza, durante il qual tempo chi non volea perire, dovea studiarsi d′essere a lui caro. E però chiunque volesse condennar chi non avea fallato in altro che in amare ed onorar Seiano, verrebbe nello stesso punto a condannar Tiberio. Fu assoluto. nè Tiberio se l′ebbe a male.

Fu creduto daddovero in quest′anno che esso Tiberio tornasse a Roma [153]; imperocché da Capri venne nella Campania, e poscia continuato il viaggio fino al Tevere, quivi imbarcatosi  arrivò a gli orti della Naumachia presso Roma, dove oggidì si vede il monistero delle monache de′ santi Cosma e Damiano. Erano disposti sulla ripa del fiume corpi di guardia, acciocché il popolo non se gli accostasse. Ma, non entrò in città, senza che se ne sapesse il motivo, e se ne tornò poco dappoi a Capri. Altro non seppe immaginar Tacito, se non che fosse tirato colà dal suo mal genio, per poter nasconder entro quello scoglio il fetore delle immense sue laidezze. Non è certamente permesso ad onesta penna il rammentare ciò ch′esso Tacito e Suetonio non ebbero diflicultà di propalare della detestabil libidine di quell′infame vecchio. Basterà a me di dire che nel postribolo di Capri si praticarono ed inventarono tutte le più sozze maniere della sensualità [154] che faceano orrore allora ad orecchie pudiche. E a tale stato giunse un principe di Roma pagana, ma senza che ce ne abbiamo a stupire, perchè non conoscevano i Romani d′allora se non de gli Dii compagni nella medesima sensualilà; e per altro Tiberio era di coloro che poco conto faceva de′ medesimi, nè punto li temeva. Del solo tuono egli avea paura, e correva a mettersi in testa la corona d′alloro, per la credenza che quelle foglie fossero rispettate da i fulmini.

Morì in quest′anno Lucio Pisone, prefetto di Roma, che per venti′anni con lode avea esercitata quella carica, e in ricompensa del suo merito il senato gli decretò un pubblico funerale. In luogo suo fu posto da Tiberio Lucio Elio Lamia, il quale nell′anno seguente diede anch′egli fine ai suoi giorni. Morì parimente in quest′anno Cassio Severo, oratore di gran credito, ma portato sempre alla satira e a lacerar la riputazione delle persone illustri. Per questo mal genio era stato relegato da Augusto nell′isola di Creta, e poscia nella picciola di Serifo; dove in estrema povertà, senz′avere nè pur uno straccio da coprir le parti vergognose, terminò il suo vivere.

Anno            di Cristo 33. Indizione VI.

                     di Pietro Apostolo papa 5.

                     di Tiberio imperadore 20.

Consoli        Lucio Sulpicio Galea.

                           Lucio cornelio Sulla Felice.

Galba, primo de i due consoli, porta il prenome di Lucio in un′iscrizione riferita dal cardinal Noris, e da me inserita nella mia Raccolta [155]. In un′altra iscrizione, che si legge nel Tesoro del Grutero, il suo prenome è Servio: che così s′ha da intendere il ser. abbreviato de gli antichi, e non già Sergio come ha creduto taluno. Ma è lecito di sospettare che nell′iscrizion Gruteriana sia stato mutato il prenome di Lucio in Servio, perchè ben si sa che Galba imperadore, cioè il medesimo che fu console in quest′anno, era chiamato Servio Galba. Ma Suetonio [156] chiaramente scrive di lui: Lucium pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit: il che giustifica quanto ha il marmo del Noris, e fa con fondamento temere della corruttela nell′altro. Tacito e Dione diedero a Galba console quel prenome ch′egli usò fatto imperadore, senza avvertire ciò che Suetonio avvertì. Nelle calende di luglio a Galba fu sustituito nel consolato Lucio Salvio Ottone, creduto da alcuni figliuolo di Tiberio Augusto: cotanto se gli rassomigliava nel volto. Da questo console nell′anno precedente era nato Ottone, che fu poi imperadore di pochi mesi. Volle far conoscere Tiberio in quest′anno ai senatori [157] quanto egli poco si fidasse di loro, e che in breve era per venire a Roma; cioè scrisse chiedendo, che qualora egli entrava nel senato fosse permesso a Macrone capitan delle guardie del pretorio d′accompagnarlo con alcuni tribuni e centurioni della milizia. Tosto fu decretato che potesse menar seco quanta gente voleva.

Erano tuttavia serrati nelle carceri Druso, figliuolo di Germanico e nipote, per adozion di Tiberio, ed Agrippina di lui madre. Avea più volte Tiberio fatto condurre questi infelici da un luogo ad un altro, sempre incatenati e in una lettiga ben serrata [158], e con guardie che faceano allontanar tutti i viandanti. Dovea egli paventar sempre qualche rivoluzione, e che avesse da correre il popolo a sprigionar quell′infelice principe. Saziò poi il suo furore in quest′anno, con far morire di fame Druso. La savia Agrippina diede anch′essa fine al suo vivere, senza apparire se mancasse per non volere il cibo, o pure perchè il cibo le fosse negato [159]. Furono i lor corpi non già portati nel mausoleo d′Augusto, ma sì segretamente seppelliti, che mai non se ne seppe il sito. Tutta Roma si riempiè di dolore e lutto, ma solamente nell′interno delle persone, per sì compassionevol fine della famiglia di Germanico, principe tanto amato da ognuno. E pur bisognò che il senato rendesse grazie a Tiberio dell′avviso datogli della morte di Agrippina, predicata da lui per sua nemica e adultera, quando era notissima la di lei insigne onestà; ed in oltre convenne decretare, che essendo morta nel medesimo dì che Seiano fu ucciso, cioè nel dì 18 d′ottobre, da lì innanzi in quel giorno si facesse un′offerta a Giove in rendimento di grazie per la morte dell′uno e dell′altra.

Restava solo in vita, de′ figliuoli di Germanico, Gaio Caligola [160], giovinetto di costumi sommamente malvagi, ma provveduto di tanto senno da farsi amare da Tiberio. Sapea coprir con finta modestia l′animo suo inclinato alla crudeltà; non gli scappò mai una parola di dispiacere o lamento per l′esilio e per la morte de′ fratelli e della madre, ed ottenne per grazia di poter accompagnare Tiberio a Capri, studiandosi quivi di comparir sempre con vesti simili a quelle di lui, e d′imitare, per quanto poteva, le di lui maniere di parlare, di modo che di lui divenuto poscia imperadore ebbe a dire Passieno oratore: Non esservi stato mai nè miglior servo, nè peggior signore di lui. Contrasse il medesimo Gaio, di consenso, di Tiberio, in quest′anno gli sponsali con Claudia, o Claudilla, figliuola di Marco Silano. Sotto il detestabil governo di Tiberio gran voga intanto aveano in Roma gli spioni e gli accusatori, parte volontarj, parte suscitati dal principe stesso. Bastava per lo più l′accusare perchè ne seguisse il condannare. Fioccavano in senato i libelli contra delle persone, e moltissimi inviati dal medesimo Tiberio, che col braccio del senato andava facendo vendette, e pascendo l′avarizia sua colla morte e col confisco de i beni de′ condennati. A parecchi nobili toccò ancor nell′anno presente la disavventura stessa, e massimamente a i senatori, tanti de′ quali a poco a poco andò egli levando dal mondo, che non si poteano più provvedere i governi delle provincie [161]. Fra altre più memorabili ingiustizie, commesse in quell′anno, degna è di menzione l′usata da Tiberio contra di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico, che col favore principesco giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie Tiberio, fece accusar amendue d′incesto, e gittar giù della rupe Tarpeia i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell′infelice Mario. Tacito racconta: molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà accadute in quest′anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario di Tiberio. Strano bensì parve a i più del popolo ch′egli in un certo dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse a tutte le persone militari il far questo infame ufizio, benché lo permettesse a i senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto per comparire disapprovatore di que′ maglini strumenti, de′ quali si serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico. Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contra de i debitori furono in quest′anno portate istanze assaissime al senato, nè picciolo era il numero di coloro, che ascondendo la pecunia d′oro e d′argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran somma d′oro e d′argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse e desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto: azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune odio contra del tiranno. Ad Elio Lamia prefetto di Roma defunto succedette in quell′ufizio Cosso, per attestato di Tacito o di Seneca [162]. E Marco Cocceio Nerva, giurisconsulto insigne di questi tempi ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccome uomo giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con lasciarsi morir di fame; né, per quante preghiere gli facesse Tiberio per saper la cagione di tal risoluzione e per tenerlo in vita, volle mutare il fatto proponimento.

Anno          di Cristo 34. Indizione VII.

                   di Pietro Apostolo papa 6.

                         di Tiberio imperadore 21.

Consoli      Paolo Fabio Persico,

                         Lucio Vitello.

A questi consoli ordinarj si crede che ne succedessero nelle calende di luglio due altri [163], de′ quali si è perduto il nome. E ciò perchè avendo questi ultimi consoli celebrato l′anno ventesimo compiuto dell′imperio di Tiberio, fecero anche de i voti a gli Dii pel decennio venturo, come fu in uso attempi d′Augusto. Quella gelosa bestia di Tiberio, che avea preso l′imperio non per dieci, nè per venti anni, ma per finchè a lui piacesse, parendogli che volessero far conoscere che la di lui podestà dipendea dall′arbitrio del senato, fece accusarli tutti e due e condennarli, e pare che fosse anche abbreviata immediatamente loro la vita. Questo Persico probabilmente è quello stesso che fu mentovato da Seneca [164] per uomo di cattiva riputazione. Ma nulla di un fatto tale, che avrebbe fatto più strepito di tant′altri, si ha presso Tacito, il qual pure accenna le morti di molti altri di dignità inferiore. Dione stesso attribuisce que′ Voti e quell′innocente fallo a i consoli ordinarii e pure noi sappiam da Suetonio [165] che Lucio Vitellio console nel presente anno, e padre di Aulo Vitellio che fu poi imperadore, dopo il consolato ebbe il governo della Soria, e campò molto dappoi. Parimente di Fabio Persico sopravivuto s′ha memoria presso Seneca [166]. Però la credenza de i consoli sustituiti, e fors′anche il fatto narrato da Dione può patire de i dubbj. Non mancarono all′anno presente le sue funeste scene, cioè molte condanne e morti d′uomini illustri, avvenute per la crudeltà di Tiberio e per la prepotenza di Macrone prefetto del pretorio, il quale imitando l′arti di Seiano, ma più copertamente, si abusava anch′egli della sua autorità e del favore del principe [167]. Pomponio Labeone, dopo essere stato pretore della Mesia per otto anni, accusato d′essersi lasciato corrompere con denari, tagliatesi le vene, si sbrigò da questa vita, ed altrettanto fece sua moglie. Era anche stato in governo Marco, o sia Mamerco Emilio Scauro; ne già era incolpato di cattiva amministrazione, quantunque vergognosi fossero i suoi costumi. Macrone, che l′odiava, trovò la maniera di precipitarlo, con presentare a Tiberio una di lui tragedia, intitolata Atreo, in cui, oltre al parlarsi di parricidio, uno era esortato a tolerar la pazzia del regnante, e con fargli credere che sotto nome altrui si sparlasse di lui. Di più non ci volle per far processare Scauro, il quale, senz′aspettar la condanna, si privò da sè stesso di vita; nè da meno di lui volle essere la moglie sua. Costumavasi allora da gli Etnici Romani di darsi iniquamente la morte da sè medesimi, perchè i corpi de′condennati non era lecito il seppellirli, e i lor beni andavano al fisco; laddove prevenendo la sentenza, loro non si negava la sepoltura, e sussistendo i testamenti, a gli eredi pervenivano i loro beni. Fra coloro eziandio che furono accusati, si contò Lentolo Getulico, stato già console nell′anno di Cristo 26. Altro a lui non veniva imputato, se non che avesse trattato di dare una sua figliuola in moglie a Seiano. Ma buon fu per questo personaggio ch′egli allora si trovasse in Germania al comando di quelle legioni, che l′amavano forte per le sue dolci maniere. Dicono ch′egli scrivesse animosamente una lettera a Tiberio, con ricordargli che non per elezione propria, ma per consiglio di lui stesso avea cercato di far parentela con Seiano: essersi ben egli ingannato nel procacciarsi l′amicizia di quell′uomo indegno, ma che niuno più d′esso Tiberio avea amato Seiano, nè essere perciò conforme alla ragione che il comun fallo fosse innocente per lui e peccaminoso per gli altri. Pertanto riflettendo al pericolo di nuocere a chi avea l′armi in mano e potea rivoltarsi giudicò meglio di desistere da l′impresa; o per lo contrario fece condennare e cacciare in esilio Abudio Rufo, cioè l′accusatore di Lentolo Getulico. Videsi in quest′anno nella Grecia un giovane [168], che spacciatosi per Druso figliuolo di Germanico trovò di molti aderenti in quelle contrade; e se gli riusciva di passare in Soria, a lui si sarebbe verisimilmente unito quell′esercito. Ma preso da Poppeo Sabino governator della Macedonia, fu inviato a Tiberio. Tacito scrive [169], ciò avvenuto tre anni prima, quando era tuttavia vivente lo stesso Druso in prigione: il che se fosse vero potrebbe questo avvenimento aver dato impulso alla morte del medesimo Druso. Da esso Tacito fu ancora scritto che nel presente anno si lasciò veder di nuovo dopo alcuni secoli l′augello Fenice nell′Egitto con rapportarne la mirabil genealogia. A simili favole oggidì non si presta fede. Plinio e Dione mettono due anni dappoi lo scoprimento di questo non mai più risorto uccello.

Anno          di Cristo 35. Indizione VIII.

                         Pietro Apostolo papa 7.

                        di Tiberio imperadore 22.

Consoli       Cestio Gallo.

                       Marco Servilio  Moniano.

Si celebrarono in quest′anno [170] le nozze di Gaio Caligola, nipote per adozione di Tiberio, con Claudilla, figliuola di Marco Silano, in Anzo. V′intervenne lo stesso Tiberio, non avendo voluto nè pure per occasion sì propria lasciarsi vedere in Roma, perchè non gli piacea di trovarsi presente alle sanguinarie esecuzioni che ivi tuttavia si continuavano d′ordine di lui, non mai sazio di perseguitare chiunque fu stretto d′amicizia con Seiano. Fin qui aveva egli sofferto Fulcinio Trione, che fu console nell′anno della caduta del medesimo Seiano; anzi la buona gente il riputava molto favorito da lui. Ora solamente era per iscoppiare il fulmine sopra di lui; ma ciò presentito da Trione, si uccise colle proprie mani, dopo aver fatto un testamento, in cui vomitò quante ingiurie potè contra di Tiberio, di Macrone e de i liberti della corte. Non si attentavano gli eredi suoi di pubblicare un sì obbrobrioso scritto. Avutane contezza Tiberio, volle che si portasse e leggesse nel senato, per guadagnarsi il plauso di principe sofferente dell′altrui libertà, giacchè punto non si curava della propria infamia, nè che si scoprissero le iniquità da lui commesse per mezzo di Seiano, ben sapendo che non erano cose ignote al pubblico. Uso certamente suo fu il non mai volere che si occultassero i libelli infamatori fatti contra di lui, parendo quasi che riputasse sue lodi le sue vergogne. Altri senatori ed altri nobili, annoverati da Tacito [171] e da Dione, o per mano propria, o per quella del carnefice, terminarono in quest′anno la lor vita, ed uno fra gli altri merita d′essere rammentato, cioè Poppeo Sabino, poco fa da noi veduto, che dopo il consolato per ventiquattro anni avea governato la Macedonia, l′Acaia e le due Mesie, e col darsi la morte schivò il giudizio. Soggiornava in questi tempi Tiberio in vicinanza di Roma, per poter più speditamente aver il piacere d′intendere l′esecuzione de′ suoi tirannici comandamenti [172]. Fu allora che vennero a Roma alcuni nobili Parti segretamente, cioè senza saputa del re loro Artabano, per chiedere a Tiberio Fraate, figliuolo del fu Fraate re. Era montato Artabano in gran superbia da che la vecchiaia di Tiberio e il suo abborrimento alla guerra aveano scemata in molti la stima e paura dell′armi romane. Essendo mancato di vita Zenone, o sia Artassia, giù creato da i Romani re dell′Armenia, Artabano avea occupato quel regno, e messovi Arsace uno de′ suoi figliuoli per re, con assalir dipoi la Cappadocia, e minacciar anche di peggio i Romani. Inimicossi oltre a ciò i suoi colla soverchia alterigia, e lor diede ansa che ricorressero a Tiberio. Fu dunque mandato Fraate in Soria per isperanza che i Parti si moverebbono in favore di lui; ma perchè v′andò con poca fretta, ebbe tempo Artabano di premunirsi, e Fraate ammalatosi morì. Non lasciò Tiberio per questo di accudire a gli affari dell′Armenia: e costituito Lucio Vitellio, cioè il padre di Vitellio che fu col tempo imperadore, per generale dell′armata romana in Levante, mosse anche i re d′Iberia e i Sarmati contra di Artabano. Lasciatisi corrompere i ministri di Arsace, già divenuto re dell′Armenia, tolsero a lui la vita; ed entrate in quel paese le truppe dell′Iberia sotto il comando del re Farasmane, presero Artasata, capitale del regno. Allora Artabano spedì Orofle, altro suo figliuolo, contra di Farasmane con parte delle sue forze [173], I Parti, benché inferiori di gente, vollero battaglia; ma o sia che Orode vi fosse ucciso, o che nuova ch′egli fosse ferito, passasse in credenza di morte, la vittoria si dichiarò per Farasmane, al cui fratello Mitridate re dell′Iberia fu conceduta l′Armenia. Diedesi dipoi una seconda battaglia da Artabano, ma svantaggiosa anch′essa per lui; e perchè nello stesso tempo seppe che Lucio Vitellio coll′armi romane si accingeva a passar l′Eufrate per entrar nella Mesopotamia, abbandonato ogni pensier dell′Armenia, si ritirò alla difesa, del proprio paese. Era allora l′Eufrate il confine tra l′imperio romano e il partico, o sia persiano.

Anno          di Cristo 36. Indizione IX.

                   di Pietro Apostolo papa 8.

                         di Tiberio imperadore 23.

Consoli        Sesto Papinio Allento,

                         Quinto Plautio.

Non è ben chiaro se Lucio Vitellio, fabbricato un ponte sull′Eufrate, coll′esercito romano passasse in questo o nel precedente anno in Mesopotamia. Certo è bensì che passò, e all′arrivo suo i primati de′ Parti si scoprirono allora alienati dall′ossequio verso del re Artabano [174], e congiunsero le loro armi co i Romani. Trovavasi con Vitellio anche Tiridate parente del defunto re Fraate. Veduta così bella disposizion de i Parti in suo favore, per consiglio di Vitellio preseli cammino alla volta di Seleucia, città potente, che gli aprì con gran festa le porte, ed Artabano veggendosi abbandonato da′ suoi, se ne fuggì.

Intanto Vitellio, contento di aver fatto la sua sparata con far conoscere a que′ popoli la possanza romana, e credendo già assicurato il regno a Tiridate, se ne tornò colle sue legioni in Soria. Fu coronato Tiridate in Ctesifonte, capitale del regno de′ Parti. S′egli avesse proseguito il corso di sua fortuna con visitar tutto il paese, e ridurre chiunque titubava alla sua fede, interamente il regno sarebbe stato di lui. Ma essendosi egli impegnato nell′assedio di un castello, dove Artabano avea ridotto il tesoro e le concubine sue, alcuni di que′ grandi che non erano intervenuti alla coronazione o per paura di Tiridate, o per invidia che portavano ad Abdagese, ministro favorito di lui, andarono a trovar Artabano per rimetterlo sul trono. S′era questi ritirato nell′Ircania, dove da povero uomo vivea, guadagnandosi il vitto con la caccia. Credette egli a tutta prima che fossero venuti costoro per assassinarlo. Rassicurato da essi, e presa seco una mano di Sciti, si mise con loro in cammino, e trovata la gente che senza difficultà tornava alla sua divozione, ingrossato di forze, s′indirizzò verso Seleucia. Stette in forse Tiridate, se dovea andargli incontro per dargli battaglia. Prevalse l′opinion de i dappoco, il primo de′ quali era il medesimo Tiridate; e però egli si ridusse in Soria con speranza che l′esercito romano avesse da prestargli aiuto per ricuperare il perduto regno, di cui con tanta facilità Artabano ripigliò il possesso. Vitellio non volle altro impegno; ed all′incontro Artabano diventò più che mai orgoglioso, e poco mancò che non portasse la guerra nel territorio romano. Non è inverisimile che questo fosse il tempo in cui egli scrisse una lettera di fuoco a Tiberio [175], rinfacciandogli la sua crudeltà, la vergognosa libidine e la poltroneria, ed esortandolo ad appagar prontamente l′odio universale e giustissimo de′ popoli con darsi la morte da sè medesimo.

Due disavventure afflissero Roma nell′anno presente, cioè una fiera inondazione del Tevere, per cagione di cui in molte parti della città fu necessario l′andar colle barche; e un incendio che guastò una gran copia di case nel monte Aventino e la metà del circo [176]. Tiberio in questa occasione, dimenticata l′innata sua avarizia, sovvenne con abbondanza d′oro al bisogno di chiunque avea patito. Che per altro amava Tiberio di conservare e d′accrescere il suo tesoro, nè si sa ch′egli lasciasse alcuna fabbrica insigne, fuorché il tempio innalzato ad Augusto e la scena del teatro di Pompeo. E nè pur queste, se crediamo a Suetonio, le perfezionò. Non passò l′anno presente senza che si vedessero le usate scene delle accuse e della crudeltà di Tiberio contra de′ nobili. Gaio Galba, già console e fratello di chi fu dipoi imperadore, due Blesi ed Emilia Lepida prevennero, con darsi la morte, i colpi del carnefice. Vibuleno Agrippa cavalier romano, accusato, prese in faccia del senato il veleno che portava in un anello. Caduto a terra moribondo, e strascinato alle carceri, fu quivi frettolosamente strozzato per occupargli i beni. Tigrane, già re dell′Armenia [177] e nipote del fu Erode re della Giudea, detenuto allora in Roma ed accusato, finì anch′egli i suoi giorni per mano del pubblico ministro. Trattenevasi in Roma allora anche suo fratello Agrippa, ed avea contratta una famigliarità sì grande con Gaio Caligola, nipote per adozion di Tiberio, che pareano due fratelli. Racconta Giuseppe storico, che essendo un dì amendue a divertirsi condotti in un cocchio, Agrippa per adular Gaio gli disse, essere ben tempo che quel vecchio di Tiberio cedesse il luogo a lui, perchè allora tornerebbe la felicità in Roma. Furono ascoltate queste parole da Eutico, liberto d′Agrippa, che gli serviva di carrozziere; e perciocché costui, per aver fatto un furto al padrone, fu imprigionato, allora si lasciò intendere d′aver qualche cosa da rivelare, attinente alla conservazion della vita dell′imperadore. Fu perciò inviato a Capri, dove era Tiberio, e tenuto un pezzo nelle catene, senza esaminarlo. Lo stesso Agrippa stoltamente tanto si adoperò, che Tiberio trovandosi nel settembre di quest′anno a Tuscolo, oggidì Frascati, vicino a Roma, fece venir Eutico, il quale alla presenza d′Agrippa rivelò quanto avea udito nel giorno suddetto. Ordinò immantenente Tiberio a Macrone capitan delle guardie di far incatenare Agrippa, a cui non valsero nè le negative nè le suppliche per esentarsi da quell′obbrobrio. Stette egli nelle carceri tanto che Tiberio finì di vivere, ed allora ne uscì, siccome vedremo fra poco [178]. Un augurio della morte d′esso Tiberio fu da i superstiziosi Romani creduta quella di Trasullo, succeduta nell′anno presente [179]. Costui era il più favorito strologo et indovino che si avesse Tiberio; imperciocché oltre modo si dilettò questo imperadore della strologia giudiciaria, arte piena di vanità e d′imposture, ch′egli stesso condannava in casa altrui. E quantunque scrivano Tacito, Suetonio e Dione, che Tiberio per mezzo di essa predicesse a Galba il suo corto imperio, e la morte del giovinetto Tiberio suo nipote per ordine di Caligola, e ch′egli sapesse ciò che dovea avvenire a se stesso in cadauna giornata; simili racconti più sicuro è il crederli dicerie del volgo. Allorché Tiberio stette come esiliato in Rodi, studiò forte quest′arte, che in que′ tempi era spacciata da i Caldei da per tutto. Quanti professori capitavano a Rodi, Tiberio, accompagnato da un solo robusto liberto, li conduceva in un alto scoglio, e metteali alla pruova d′indovinargli il passato o l′avvenire. Se non ci coglievano, dal liberto erano precipitati in mare, senza che alcuno ne avesse contezza. Trasullo capitato colà, fu menato da Tiberio in que′ dirupi, e gli predisse l′imperio, ma soggiugnendo Tiberio che gli sapesse dire anche l′anno e il giorno della propria natività, s′imbrogliò l′indovino, e confessò tremando di non saperlo, ma che ben sapea d′essere imminente la propria morte. Tra per la buona nuova dell′imperio e la conoscenza del pericolo in cui si trovava costui Tiberio l′abbracciò, e il tenne dipoi sempre in sua corte. Perchè la morte di costui facesse credere vicina quella di Tiberio, qualche predizione di lui si dovea essere intesa.

Anno            di Cristo 37. Indizione X.

                     di Pietro Apostolo papa 9.

                    di Gaio Caligola imperadore 1.

Consoli      Gneo Acerronio Procolo,

                         Gaio Petronio Pontio Negrino.

Ho aggiunto il nome di Petronio al secondo di questi consoli; perchè un′iscrizione riferita dal Fabretti [180] fu posta Cn. acerronio procvlo, c. petronio pontio nigrino cos. In vece di Negrino egli è appellato Negro da Suetonio [181], siccome ancora in un′iscrizione da me data alla luce [182] . Sino alle calende di luglio durò la dignità di questi consoli. Appresso diremo, a chi pervennero i fasci consolari. Anche ne′ primi mesi dell′anno presente si continuarono in Roma le accuse contra d′altre persone nobili, e perchè non erano accompagnate da lettere di Tiberio, credute furono manipolazioni di Macrone prefetto del pretorio, imitator di Seiano, e forse peggiore. Fra gli altri Lucio Arruntio, personaggio illustre, già stato console, non si potè impedir da gli amici che, tagliatesi le vene, non si desse la morte, allegando che un vecchio par suo non sapea più vivere, battuto in addietro da Seiano, ed ora da Macrone, e massimamente non essendo da sperare miglior tempo sotto il successor di Tiberio, che anzi prometteva peggio, e sarebbe governato dal medesimo Macrone, siccome in fatti avvenne. Intanto dopo essersi fermato Tiberio alcuni mesi ne′ contorni di Roma senza mai volervi entrare, o perchè non si fidava de′ Romani, o perchè qualche impostore gli avea predette delle disgrazie entrandovi, o pure perchè non voleva tanti occhi addosso alla sua scandalosa vita, determinò di tornarsene alla sua cara isola di Capri. Finora, benché giunto all′età di settantotto anni, e benché perduto in una nefanda lascivia, avea conservata la robustezza del corpo ed una competente sanità, camminava diritto come un palo, senza volersi servire di medicine, e con fare il medico a se stesso, giacché solea dire che l′uomo giunto all′età di trent′anni non dee più aver bisogno di medici per saper ciò che conferisca o sia nocivo alla sanità. Ma egli si ritrovò in fine sorpreso da una lenta malattia, arrivato che fu ad Astura [183]. Potè nondimeno continuare il viaggio sino a Miseno [184] , celebre porto, dissimulando sempre il suo male, e non men di prima banchettando con gli amici. Deluso dal suo poco prima defunto strologo Trasullo, che gli avea predetto anche dieci altri anni di vita, tenea per lontanissima tuttavia la morte. Fu creduto che Trasullo con buon fine il burlasse con quella predizione, acciocché persuaso di vivere sì lungo tempo, non si affrettasse a far morir tanti nobili ch′egli avea in lista. E certo non pochi si salvarono per questo saggio ripiego, e fra essi alcuni già condennati, perchè ne′ dieci giorni di vita che si lasciavano loro dopo la sentenza, arrivò la nuova della morte di Tiberio.

Fingeva dunque, secondo lo stile della sua dissimulazione, Tiberio di sentirsi bene, tuttoché aggravato dal male e ridotto a fermarsi nella villa e nel palazzo che fu di Lucullo. Ma Caricle medico insigne, e da lui amato, non già perchè volesse de′ medicamenti da lui, ma per gli suoi consigli, destramente nel congedarsi da lui gli toccò il polso, e conobbe che s′avvicinava al suo fine. Ne avvisò Macrone, e questi sollecitamente cominciò a disporre le cose per far succedere Gaio Caligola nell′imperio. Tre persone viveano discendenti in qualche guisa da Augusto, e però capaci di succedere a Tiberio, cioè esso Caligola, figliuolo di Germanico, nato [185] nell′anno 12 dell′era volgare, e però nel fiore di sua età. Questi, avendo Tiberio adottato Germanico di lui padre, veniva perciò ad essere di lui nipote legittimo. Ma egli era di pessima inclinazione, violento e tendente anche alla follia, e se n′era facilmente accorto Tiberio, di modo che un dì ridendosi Gaio di Silla, celebre nella storia romana, Tiberio gh disse: A quel ch′io veggo tu sei per avere tutti i vizj di Silla, ma niuna delle sue virtù. L′altro era Tiberio Gemello, figliuolo di Druso, cioè del figlio naturale dello stesso Tiberio, così appellato, perchè nato con un altro fratello da Livilla nel medesimo parto. Ma non avea che diecisette anni, e però non per anche capace di governare un sì vasto imperio. Il terzo era Tiberio Claudio, fratello del suddetto Germanico, in età bensì virile, ma di poca testa e di niun concetto fra i Romani. Discordano gli autori in dire chi fosse eletto da Tiberio per suo successore. Giuseppe storico racconta un fatto che ha ciera di favola [186] : cioè che Tiberio, incerto qual de i due de′ suddetti suoi nipoti avesse egli da eleggere, ne rimise la decisione al caso, con destinare di preferir quello che la mattina seguente fosse il primo ad entrar in sua camera; e questi fu Caligola, a cui poscia raccomandò il giovinetto Tiberio, quantunque scrivano che per astrologia antivedesse che Gaio Caligola gli dovea levare la vita. Altri [187] hanno detto che Tiberio non antepose il suo natural nipote, perchè la scoperta amicizia di Livilla di lui madre gli fece dubitare se fosse veramente figliuolo di Druso o suo figlio. Tuttavia pare che si accordino Filone Ebreo [188] , Suetonio e Dione, in dire che Tiberio in due suoi testamenti lasciò egualmente eredi Caligola e il giovane Tiberio.

Ora Gaio Caligola per assicurarsi di prendere la fortuna pel ciuffo, facea la corte a Macrone, potentissimo ufiziale, perchè capitano delle guardie, cioè di dieci mila soldati che erano il terrore di Roma. Nè men sollecito era a farla ad Ennia Nevia di lui moglie, anzi fu creduto che passasse tra loro un′infame corrispondenza, e di ciò non si mettesse pena Macrone, giacchè anch′egli dal suo canto aveva de i motivi di guadagnarsi l′affetto di Gaio, perchè parea più facile che in lui cadesse l′imperio. Però parlava sempre bene di lui a Tiberio, scusandone i difetti, in guisa che un dì Tiberio gli rimproverò questo grande attaccamento a Gaio con dirgli d′essersi ben avveduto ch′egli abbandonava il sole d′Occidente per seguitare il sole d′Oriente. Era cresciuto il male di Tiberio [189], ed avea già patito alcuni sfinimenti. Gliene arrivò uno spezialmente nel dì 16 di marzo così gagliardo, che fu creduto morto. Caligola uscì del palazzo; a folla corsero i cortigiani a rallegrarsi con lui: quand′ecco esce uno di corte che riferisce essere tornato in sè Tiberio, e chiedere da mangiare. Allora tutti spaventati, chi qua chi là colla testa bassa sfumarono. Gaio, senza poter parlare, più morto che vivo ricorre a Macrone. Ma questi, nulla atterrito, sa ben trovar tosto la maniera di calmare l′altrui spavento.

Non van d′accordo gli scrittori nel dirci come Tiberio si sbrigasse dal mondo. Seneca, citato da Suetonio, scrisse, che o sia che Tiberio si sentisse venir meno, o che la sua famiglia l′avesse abbandonato, come è succeduto in tanti altri casi di principi morti senza parenti, chiamò; e niuno rispondendo, si alzasse dal letto, e poco lungi di là caduto, spirasse. Raccontano altri che Gaio Caligola gli avesse dato un lento veleno che l′uccise: altri, che sotto pretesto di riscaldarlo, Mucrone gli facesse metter addosso di molti panni che il soffocarono; ovvero, che gli negasse da mangiare, e il lasciasse morire per mancanza d′alimento. Finalmente scrissero altri, che veggendo Caligola [190], come Tiberio non la volea finir da sè stesso, lo strangolasse con le sue mani, o pure con uno origliere o sia guanciale gli turasse la bocca e il facesse ammutolire per sempre. Comunque fosse, morì Tiberio nel suddetto giorno 16 di marzo. Dione scrive nel dì 26. O dell′uno o dell′altro il testo è mancante. Così cessò di vivere questo imperadore, dotato di grande ingegno, ma per servirsene solamente in male; che finché ebbe paura d′Augusto e di Germanico, nipote e figliuolo suo adottivo, stette in dovere; che simulatore e dissimulator sopraffino si mostrò delle false virtù, ma poi si abbandonò in fine a tutti i vizj; che divenne abbominevole per l′infame sua libidine, ma più per le sue crudeltà ed ingiustizie; che niuno amava fuorché sè stesso, e che fu udito chiamar felice Priamo, per essere morto dopo aver veduti morti tutti i suoi.

Non tardò Gaio Caligola ad avvisar il senato dell′essere Tiberio mancato di vita, con dimandare ancora che decretassero al medesimo gli onori divini. Ma Tiberio era troppo odiato; e siccome il popolo romano a questa nuova diede in risalti d′allegrezza, così commosso andava lacerando la di lui memoria con tutte le maledizioni, e gridando al Tevere, al Tevere, cioè il di lui corpo. Di questa commozione si servì il senato per sospendere la risoluzion de gli onori a Tiberio, e Gaio venuto poi a Roma, più non ne parlò. Portato a Roma il cadavero di Tiberio, fu bruciato secondo il costume d′allora, e con poca pompa seppellito. Gaio fece l′orazione funebre, ma con poco encomio di lui, impiegando le parole piuttosto in esaltare Augusto e Germanico suo padre. Già si è detto quanto fosse amato da i Romani esso Germanico per le sue rare virtù; e Gaio appunto per essere di lui figliuolo, comunemente era amato, giacche non s′erano per anche dati a conoscere se non a pochi tutti i suoi vizj e difetti che si trovarono poi innumerabili. All′incontro per l′odio d′ognuno contra di Tiberio, era anche odiato Tiberio Gemello, natural nipote di lui. E però a Gaio non fu difficile l′essere riconosciuto e confermato per imperadore, e il fare che dal senato fosse cassato il testamento di Tiberio, per cui egualmente lasciava ad esso Gaio e a Tiberio Gemello l′amministrazion dell′imperio. Così restò egli solo imperadore [191] colla podestà tribunizia, e coll′autorità ed arbitrio di far tutto, siccome attesta Suetonio, benché non usasse subito i titoli usati da i due precedenti Augusti. Piena d′ammirazione e di giubilo rimase Roma tutta al vedere con che mirabili e plausibili maniere Caligola desse principio al suo governo, senza riflettere che diversa dal mattino suol essere la sera di molti regnanti: Caligola, dissi, che così era volgarmente chiamato con sopranome a lui dato, allorché fanciullo trovandosi all′armata in Germania, Germanico suo padre il facea vestir da semplice soldato, e portar gli stivaletti, chiamati caligae, e usati allora nella milizia. Divenuto poi imperadore, riputò egli come ingiurioso e degno di gastigo un tal sopranome, e perciò da gli storici vien mentovato per lo più col nome di Gaio. Affettò dunque Gaio sulle prime di comparir popolare, siccome abbiamo da Suetonio e da Dione; poiché, per conto di Tacito, periti sono i libri suoi che trattavano della vita di questo iniquissimo principe, e de i primi anni del suo successore. Eseguì egli puntualmente tutti i legati lasciati da Tiberio, e quelli ancora che Livia Augusta nel suo testamento avea ordinato, ma che l′ingrato suo figliuolo Tiberio non avea mai voluto pagare. Diede subito la mostra alle compagnie de′ soldati del pretorio, con isborsar a tutti il danaro lasciato lor da Tiberio, ed aggiugnerne altrettanto per ispontanea munificenza. Pagò parimente al popolo romano l′insigne donativo di danaro ordinato da Tiberio colla giunta di sessanta denari per testa, ch′egli non avea potuto pagare allorché prese la toga virile, e in oltre quindici altri a titolo di usura pel ritardo. Finalmente a tutti gli altri soldati di Roma e alle guardie notturne, cioè a i vigili, e alle legioni fuori d′Italia e ad altri soldati mantenuti nelle città minori, sborsò cinquecento sesterzj a i primi, e trecento a gli altri per testa.

Mellifluo fu in un certo giorno il suo ragionamento a i senatori, con dir loro, dopo aver toccati tutti i vizj del defunto Tiberio, di volerli a parte nel comando e governo, e che farebbe tutto quanto paresse loro il meglio, chiamandosi lor figliuolo ed allievo. Richiamò gli esiliati, liberò tutti i prigioni, e fra gli altri Quinto Pomponio, tenuto in quelle miserie per sette anni, dopo il suo consolato. Annullò ogni processo criminale, con bruciar anche i libelli lasciati da Tiberio. Queste prime azioni gli guadagnarono un gran plauso, massimamente perchè fu creduto ch′egli fosse per mantener la parola e che in quell′età il suo cuore andasse d′accordo con la lingua. Volle tosto il senato far dimettere il consolato a Procolo e Negrino, per conferirlo a lui; ma egli ordinò che continuassero in quella dignità, secondochè era dianzi stabilito, sino alle calende di luglio, nel qual tempo poscia fu egli dichiarato console, ed amò di aver per collega Tiberio Claudio suo zio, che fin qui era stato tenuto in basso stato e nell′ordine de′ soli cavalieri a cagion della debolezza del suo capo. Nelle medaglie [192] Gaio si truova intitolato Caivs Caesar Avgvstvs Germanicvs: ed in altre vi si aggiugne Divi Avgvsti pronepos. Fece ancora risplendere l′amor verso de′ suoi, con dare il titolo d′Augusta e di Sacerdotessa d′Augusto ad Antonia avola sua e madre di Germanico, e col concedere alle sue sorelle i privilegj delle Vestali e posto presso di sè ne gli spettacoli. A Tiberio Gemello, nipote di Tiberio, diede il titolo di Principe della gioventù, e di più l′adottò per suo figliuolo. Andò in persona alle isole Pandataria e Ponza a cercar le ceneri d′Agrippina sua madre e di Nerone suo fratello, e con funebre magnificenza portatele a Roma, le collocò nel mausoleo d′Augusto, con determinare in onore e memoria d′essi esequie e spettacoli annuali. Stava tuttavia fra le catene [193] Agrippa, nipote di Erode il Grande, re della Giudea, quando restò liberata Roma dal ferreo giogo di Tiberio. Gaio essendosene tosto ricordato, siccome amico suo caro, mandò ordine al prefetto di Roma di trasferirlo dalla carcere alla casa dove abitava prima, e da lì a pochi giorni fattoselo condurre d′avanti con abito mutato, gli mise in capo un diadema dichiarandolo re e sottomettendo a lui la tetrarchia già posseduta da Filippo suo zio, morto poco fa, con aggiugnervi l′altra di Lisania, restando la Giudea come prima sotto l′immediato governo de i Romani. Restituì ancora ad Antioco il regno della Comagene colla giunta della Cilicia marittima. Di gloria medesimamente fu a Gaio l′aver cacciato fuori di Roma que′ giovinetti che faceano l′infame mercato de′ lor corpi, e poco vi mancò che non li mandasse a seppellir nel Tevere. Ordinò che si cercassero e pubblicamente si potessero leggere le storie suppresse di Tito Labieno, Cordo Crennizio e Cassio Severo. Ai magistrati lasciò libera la giurisdizione, senza che si potesse appellare a lui. Dalle Provincie d′Italia levò il dazio del centesimo denaro che si pagava per tutte le cose vendute all′incanto. Sotto Tiberio principe d′umor tetro le pubbliche allegrie, i giuochi, gli spettacoli erano divenuti cose rare. Gaio non tardò a rimetter tutto in uso, e con grande accrescimento: cose tutte stupendamente applaudite dal popolo [194]. Dopo aver tenuto il consolato per due mesi, lo rinunziò a i due consoli destinati da Tiberio. Il nome loro non è noto. Stimò il Pighio che fossero Tiberio Vinicio Quadrato e Quinto Curzio Rufo. Se di queste maravigliose azioni di Gaio Caligola si rallegrasse Roma, veggendo un aspetto sì bello con tanta differenza dal precedente sanguinario governo, non è da chiederlo. Talmente si rallegrò quel popolo a sì gran mutazione di scena, che, per testimonianza di Suetonio, ne i tre mesi seguenti dopo la morte di Tiberio, cento sessanta mila vittime furono svenate in rendimento di grazie a i loro falsi Dii. Ma durò ben poco questo ciel sì ridente, siccome all′anno seguente apparirà. Artabano re de′ Parti, che in addietro odiò forte Tiberio, udita la di lui morte, se ne rallegrò, e diede tosto adito ad un trattato di pace. Scrive Dione ch′egli stesso ricercò l′amicizia di Gaio. Ma Suetonio e Giuseppe Ebreo raccontano che fu Vitellio, governator della Soria, il promotore di quell′accordo per ordine di Gaio. Seguì in fatti fra esso re e Vitellio un magnifico abboccamento in un ponte fabbricato sull′Eufrate, e quivi fu conchiusa la pace con condizioni onorevoli per gli Romani.

Anno         di Cristo 38. Indizione XI.

                  di Pietro Apostolo papa 10.

                 di Gaio Caligola imperadore 2.

Consoli     Maeco Aquillio Giuliano,

                       Publio Nonio Asprenate.

Era già cominciato nel precedente anno un impensato cambiamento di vita e di massime nel da noi osservato finora sì amorevole e grazioso Gaio Caligola. Rapporterò io qui ciò che accadde allora, e nel presente anno ancora [195]. I conviti, le crapole ed altre dissolutezze di una vita sensuale, a cui si abbandonò di buonora questo nuovo imperadore, cagion furono ch′egli cadde nel mese d′ottobre sì gravemente malato, che si dubitò di sua vita [196] . Appena si riebbe, che di volubile qual era dianzi, cominciò a comparir stranamente agitato da varj e fieri capricci, quasi che la mente sua per la sofferta malattia avesse patito qualche detrimento, con peggiorar da lì innanzi di maniera, che Roma sì maltrattata sotto Tiberio cattivo, senza paragone sotto questo pessimo maestro divenne teatro di calamità. Aveano fatto i Romani delle pazzie pel tanto desiderio ch′egli superasse quel malore, perchè dopo aver Gaio dato sì glorioso principio al suo governo, si figurava ciascuno riposta tutta la pubblica felicità nella conservazione della di lui vita. Due persone fra le altre, cioè Publio Afranio Potito, uomo popolare, ed Atanio Secondo, cavaliere, fecero voto, l′uno di dar la propria vita se egli ricuperava la salute, e l′altro di combattere fra i gladiatori, con esporsi al pericolo della morte, purché Caligola guarisse. Guarito che egli fu, d′inesplicabil giubilo si riempiè tutta la città. Ma non tardò molto a cangiarsi scena. La prima sua strepitosa iniquità quella fu di far levar di vita Tiberio Gemello, nipote legittimo e naturale di Tiberio Augusto, e da lui adottato per figliuolo, con obbligarlo ad uccidersi da sè stesso; perciocchè Gaio sì scrupoloso era, che non potea permettere a chichesia di torre la vita al nipote di un imperadore. Per iscusa di questa crudeltà addusse essere egli stato accertato che il giovinetto Tiberio si era rallegrato della sua infermità, ed avea desiderata la sua morte. Passò oltre il suo bestial capriccio, con esigere che chi avea fatto voto della vita per salvare la sua, eseguisse la promessa, affinchè non rimanessero con lo spergiuro in corpo.

Fece in quest′anno Gaio alcune azioni che piacquero al popolo [197], perchè restituì alla plebe il suo diritto ne′ comizj per l′elezione de′ magistrati, che Tiberio avea ristretto ne i senatori: il che ebbe poco effetto. Ordinò che pubblicamente si rendessero i conti delle rendite e spese della repubblica: regolamento dismesso sotto Tiberio. Essendo sminuito forte l′ordine de′ cavalieri, lo ristorò con ascrivere ad esso molti, scelti dalla nobiltà delle città dell′imperio, purché ben imparentati e sufficientemente ricchi, concedendo loro anche de′ privilegi. Con decreto del senato diede a Soemo il regno, o sia principato dell′Arabia Iturea; a Cotys l′Armenia minore, e poscia alcune parti dell′Arabia. Concedette ancora una parte della Tracia a Rimetalce, e il Ponto a Polemone, figliuolo del re Polemone; esercitando in tal guisa la giurisdizione romana sopra que′ lontani paesi, ed affezionando quei re al romano imperio. Non furono già di questo tenore altre sue azioni nell′anno presente. Già dicemmo ch′egli per opera di Macrone prefetto del pretorio avea ottenuto l′imperio. Perchè quest′uomo, per altro cattivo, osava di parlargli con qualche franchezza [198] , forse per ritenerlo dall′esecuzione de′ suoi malnati appetiti; Gaio, che non voleva più aver sopra di sè de i maestri, dallo sprezzo passò alla risoluzione di levarlo dal mondo, dopo avergli promesso il governo dell′Egitto. Macrone prevenne il carnefice con darsi da sè stesso la morte; e non meno di lui fece Ennia Nevia sua moglie, quella medesima con cui Caligola avea tenuta, per quanto fu creduto, una pratica disonesta. Parve ad ognuno troppo nera l′ingratitudine di lui verso persone tali; e più indegno si riputò il delitto apposto loro dal medesimo imperadore, con chiamarli ruffiani, quando in lui ricadeva questo reato. Suocero d′esso Gaio era Marco Giunio Silano, già stato console, uomo di gran nobiltà, di gran senno, e primo nel senato a dire il suo parere allorché regnava Tiberio. Sua figliuola Giunia Claudilla, maritata con Caligola non per anche imperadore, era, per attestato di Dione [199], stata ripudiata. Tacito [200] la dice morta in breve, forse di parto. A questo illustre personaggio tali affronti fece Gaio, che l′indusse, secondo l′empio stile d′allora, a darsi la morte da sè stesso. Di ciò parla Dione all′anno precedente. Abbiamo anche da Tacito [201] e da Seneca, che Caligola volle dar l′incumbenza d′accusar Silano a Giulio Grecino, senatore di rara probità, che compose alcuni libri dell′Agricoltura, menzionati anche da Plinio, e che fu padre di Giulio Agricola, la cui vita scritta da Tacito è pervenuta a i nostri giorni. Generosamente se ne scusò egli, e per questa bella azione meritò che il crudele Caligola il facesse morire. Racconta Seneca [202] di questo Grecino, che mancandogli il danaro per celebrar de′ giuochi pubblici, Fabio Persico, probabilmente quello stesso che fu console nell′anno 34 de la nostra era, ma uomo screditato, gliene mandò ad esibire una buona somma. La rifiutò Grecino, e agli amici, che il biasimavano di questo, rispose: Come vorreste voi di io ricevessi de i danari da uno con cui mi vegognerei anche di stare a tavola ?

Quanta fosse la corruzion de′ costumi in Roma pagana per questi tempi, sarebbe facile il mostrarlo. Caligola anch′egli ne lasciò de gl′infami esempli [203]. Tre sorelle avea egli, cioè Drusilla, Agrippina e Livilla. Con tutte e tre, o vergini o maritate, disonestamente conversò. Sopra l′altre amò Drusilla, a cui tolto avea l′onore giovinetto. Era essa stata di poi maritata con Lucio Cassio Longino, che fu console. Caligola gliela tolse, e la tenne e trattò da legittima consorte. Dione [204] , non so come, la fa moglie (forse in seconde nozze) di Marco Lepido, notando nondimeno anch′egli l′obbrobrioso commercio del fratello con essa. Fu costei in quest′anno rapita dalla morte, verisimilmente verso il fine di luglio. Gaio n′ebbe a impazzire, e cadde in istravaganze ridicole. Dopo un solennissimo funerale e lutto pubblico, fece decretare ad essa gli onori dati a Livia Augusta, e deificarla, e alzarle de i templi; e si trovò un senator sì vile, cioè Livio Geminio, che con giuramento affermò di aver veduto Drusilla salire al cielo, e ne riportò un buon regalo da Gaio. Seneca anch′egli si rise di costui. Oltre a ciò, come forsennato all′improvviso si partì da Roma, fece un viaggio nella Campania, arrivò sino a Siracusa, e poi frettolosamente ritornò a Roma, senza essersi fatta radere la barba, nè tosare i capelli. Andò tanto innanzi la frenesia di Gaio, che fece morir non so quante persone per due opposti motivi o pretesti; cioè le une perchè si erano rattristate per la morte di Drusilla, quasi che fosse un gran delitto l′affliggersi per chi era divenuta partecipe della divinità, e l′altre perchè o avessero fatto conviti o balli, o fossero ite al bagno nel tempo del lutto per Drusilla, parendo ciò un rallegrarsi della sua morte. Chi potea indovinarla con un sì furioso e pazzo Augusto? Altri nondimeno han creduto ch′egli spigolasse sì fatti pretesti per ingoiar le ricchezze de i condennati a diritto o a torto; imperciocché il folle ne′ primi mesi fece un tale scialacquamento di danaro, che consumò colla sua prodigalità in doni e pubblici giuochi gl′immensi tesori che l′avaro Tiberio avea radunato; e trovandosi poi smunto, si diede ad ogni sorta di violenza o pubblica con imporre gravezze, o privata con levar di vita i ricchi innocenti, per soddisfare a i suoi capricciosi voleri colle loro sostanze. Quando altra accusa mancava, sempre era in pronto quella, che avessero avuta parte nella morte de i di lui genitori e fratelli.

Un′altra ridicolosa comparsa avea fatto questo imperadore, forse nell′anno precedente, come s′ha da Dione [205] ( Invitato alle nozze di Gaio Calpurnio Pisone con Livia (o sia Cornelia) Orestilla, appena ebbe veduta quella giovinetta, che se ne invaghì, con dire a Pisone: Non ti venga talento di toccare mia moglie. E tosto seco la condusse in corte, poi fra pochi dì la ripudiò: e da lì a due anni ragguagliato ch′essa avea commercio col primo marito, relegò l′uno e l′altra. In oltre pochi giorni dopo la morte di Drusilla avendo esso Gaio udito parlare della straordinaria bellezza dell′avola di Lollia Paolina, moglie di Gaio Memmio Regolo, già stato console, e che era allora governatore della Macedonia ed Acaia, stranamente avvisandosi che non fosse minor la beltà della nipote, mandò a prendere essa Paolina, e la sposò, con obligar suo marito ad adottarla per figliuola. Ma svaghitosene fra poco, la ripudiò, con precetto a lei fatto di non avere carnal commercio con altr′uomo in avvenire. Sposò dipoi Cesonia Milonia, che già avea avuto tre figliuole da un altro marito; donna che sapea il mestiere di farsi amare. E la sposò nel dì stesso che la medesima partorì una figliuola, ch′egli riconobbe per sua, ed ebbe nome Giulia Drusilla. Dione la fa nata un mese dopo, e riferisce all′anno seguente un tal matrimonio [206]. Intanto si diede meglio a conoscere la sua furiosa passione di mirar con piacere le morti degli uomini. I giuochi funesti de′ gladiatori erano il suo maggior solazzo. Sollecitava anche i nobili, benché fosse contro le leggi, a combattere ne gli anfiteatri e a farsi scannare. Non contento del duello d′uno con uno, ne voleva delle schiere, e un dì fece combattere ventisei cavalieri romani, mostrando gran contento allo spargimento del loro sangue. Talvolta ancora mancando i gladiatori, facea ghermire taluno della plebe, e colla lingua tagliata, affinchè non potesse gridare, il forzava a combattere con le fiere. Così di giorno in giorno andava egli crescendo nella crudeltà, sfoggiando nelle pazzie, e gittando smoderata copia di danaro in varj spettacoli, e in demolir case per nuovi anfiteatri. In quest′anno [207], per quanto si crede, la mano di Dio cominciò a farsi sentire in Levante contra de′ Giudei, fieri persecutori del già nato Cristianesimo. Ebbero principio in Egitto le turbolenze mosse contra di tal nazione, che in più centinaia di migliaia abitava in quella ricchissima provincia, con essersi sollevato il popolo di Alessandria contra d′essi, in occasione che il re Agrippa arrivò a quella città. Gran copia di loro fu maltrattata, tormentata, uccisa; saccheggiate le lor case, spogliati i magazzini, e ridotto quel gran popolo ad un′estrema miseria. La storia distesamente si legge ne′ libri di Filone contra Flacco, ne gli Annali del Baronio all′anno 40, dell′Usserio e d′altri. L′istituto mio non soffre ch′io ne dica di più.

Anno        di Cristo 39. Indizione XII.

                  di  Pietro Apostolo papa 11.

                       di Gaio Caligola imperadore 3.

Consoli    Gaio Cesare Caligola Augusto per la seconda volta,

                 Lucio Apronio Cesiano.

Solamente per tutto il gennaio tenne Caligola il consolato [208], e nelle calende di febbraio, per attestato di Dione [209], rinunziò la dignità a Marco Sanquinio Massimo, che era stato console un′altra volta. Continuò Apronio Cesiano nell′ufizio sino alla fine di giugno; per testimonianza del medesimo storico, e nelle susseguenti calende dicono che gli fu sustituito Gneo Domizio Corbulone. Così il padre Stampa [210] ed altri, negando la sustituzione d′altri consoli. Ma Dione scrive che incolpati da Gaio i consoli per non aver intimate le ferie pel suo giorno natalizio e per aver solennizzata la vittoria d′Augusto contra di Marc′Antonio, furono in quello stesso dì, cioè del suo natale, degradati, con rompere i loro fasci: ignominia tale, che l′un di essi consoli si uccise di poi da sè stesso. Aggiunge, che allora succedette nel consolato Domizio Africano.

Secondo Suetonio [211], Gaio Caligola nacque nel dì 31 d′agosto; e però in quel dì succedette la mutazion de′ consoli, e Domizio Affricano, eletto console da Caligola, tenne il consolato suo al fine dell′anno. Domitium Afrum collegam Cajus ipse sibi re, verbo populus elegit. Certo è, essere stati due personaggi diversi Domizio Corbulone e Domizio Affricano, come si ricava da Tacito [212], che li nomina amendue. Dione anch′egli parla di essi sotto l′anno presente, con dire che Domizio Corbulone si guadagnò il consolato con far de i processi, e poscia aggiugne che anche Domizio Affricano fu creato console. Quel solo che resta scuro, si è, qual de′ due consoli deposti si troncasse il filo della vita; perciocché tanto Sanquinio Massimo, quanto Corbulone sembra che vivessero alcuni anni ancora, se pur di amendue parla Tacito ne gli Annali [213]. Gaio nell′anno presente levò di nuovo al popolo il diritto de i comizi, perchè ne seguiva dell′imbroglio, e lo restituì al senato. Era per altre cagioni in collera contra d′esso popolo, perchè sapea d′esserne odiato, vedea che scarso era il loro concorso a gli spettacoli, e più volte intese che aveano levato rumore contro le spie e gli accusatori. Però molti di quando in quando ne fece ammazzare, e si augurava che un solo collo avesse tutto il popolo romano, per poterlo tagliare con un sol colpo. Nel medesimo tempo andava crescendo la di lui crudeltà anche verso i nobili e ricchi, trovandosi con facilità de i pretesti per farli accusare e condennare, a fine di mettere le griffe sopra le loro ricchezze e beni. Di Calvisio Sabino senatore, di Prisco pretore e d′altri parla Dione, con aggiugnere che tutto il senato e popolo all′udirlo un di lodar Tiberio, e minacciar tutti, rimasero sbalorditi e tremanti; e la conciarono per allora con delle adulazioni e lodi eccessive. Domizio Affricano, del cui consolato poco fa s′è ragionato, seppe anch′egli con ripiego di fina accortezza schivar la mala ventura. Credendo costui d′acquistarsi un gran merito, avea esposta una statua di Caligola, con dire nell′iscrizione ch′esso Augusto in età di ventisette anni era giunto ad essere console due volte. Prese Caligola con quella sua testa sventata al rovescio l′espressione, parendogli fatto un rimprovero a sè stesso per la sua età e per le leggi, che non permetteano in sì poco tempo tali onori. Però considerando che uomo accreditato nell′eloquenza del foro fosse Domizio, composta un′orazione con molto studio, volle egli stesso accusarlo in senato. L′accorto Domizio, finita ch′egli ebbe la diceria, senza mettersi a difendere sè stesso, si mostrò solamente stupefatto per la forza e bellezza dell′orazione di Gaio, con rilevarne tutti i passi più luminosi, e lodarli; Richiesto poi di difendersi, se potea, rispose d′essere vinto, da così forte eloquenza, ed altro non restargli se non di ricorrere alla clemenza di Cesare, e in così dire, se gli gittò supplichevole a i piedi, implorando misericordia. Gaio gonfio per aver superato un oratore, di tanto nome, gli perdonò il resto, ed appresso il creò console.

Ma non meno della crudeltà cresceva in lui anche la frenesia o pazzia, profondendo sempre più a sproposito immenso danaro ne gli spettacoli [214]. Egli stesso sulla carretta talvolta andò nel circo a gareggiar nella corsa co i plebei professori; e guai a quegli uomini e cavalli che gli andavano innanzi. Fra gli altri ebbe un cavallo prediletto, a cui avea posto il nome d′Incitato. Lo tenea seco a tavola, dandogli biada in vasi d′oro, e in bicchieroni d′oro del vino. Forse fu una burla il dirsi che gli aveva anche promesso di crearlo console un dì; e che l′avrebbe fatto se fosse vivuto più tempo. Poca gloria a questo forsennato regnante pareva il passeggiar per terra a cavallo. Volle far vedere a i Romani che gli dava l′animo di cavalcar sopra il mare. Fece dunque fabbricar un ponte in un seno d′esso mare fra Baia e Pozzuolo, lungo da tre miglia e mezzo, con due file di navi da carico, fermate con ancore, e fatte venir anche da lontano [215]: il che poi cagionò una gran carestia in Roma e nell′Italia. Sopra vi fu fatto un piano di terra con varie case ben provvedute d′acqua dolce. Per questo ponte fabbricato con immensa spesa, un dì montato sopra un superbo cavallo, armato colla corazza, riputata di Alessandro Magno, e con sopravesta ornata d′oro e di gemme, spada al fianco e scudo imbracciato e con corona di quercia in capo, marciò l′intrepido imperadore con tutta la sua corte da Baia a Pozzuolo, quasiché andasse ad assalire un′armata nemica; e come se fosse stanco per una data battaglia, si riposò poi in quella città. Nel seguente giorno, salito sopra un carro tirato, da′ suoi più superbi destrieri, con Dario avanti, uno de gli ostaggi de′ Parti, seguitato da essa, sua corte tutta in gala, e da alcune schiere di pretoriani, ripassò di nuovo sul medesimo ponte; in mezzo al quale alzato un tribunale, arringò, come se avesse conseguita qualche gran vittoria, lodando i soldati, quasi che fossero usciti di pericolo; gloriandosi sopra tutto di aver calpestato co′ piedi il mare. Dato poscia un congiario o sia regalo al popolo, egli co i cortigiani sul ponte, e gli altri in varie navi, passarono il rimanente del giorno e la notte in gozzoviglie e in ubbriacarsi, essendo tutto il ponte colla collina d′intorno illuminato da fiaccole, fuochi «ed altri lumi, talmente che la notte non invidiava al giorno. Nel calore del vino e dell′allegria molti furono gittati per divertimento in mare e molti ve ne gittò lo stesso Gaio, de′ quali perirono alcuni. Così terminò la gran funzione, con vantarsi il prode Angusto d′aver messo terrore al mare, e con ridersi di Dario e di Serse per aver egli domato il mare per un tratto più lungo. Le immense spese fatte in questa azion da teatro incitarono dipoi lo smunto Angusto a far danari per tutte le vie e massimamente colle condanne de′ benestanti. Fra questi uno fu il celebre filosofo Lucio Anneo Seneca, tenuto pel più saggio di Roma, che corse gran pericolo, non già per qualche suo delitto, ma solamente per aver trattata con vigore nel senato una causa alla presenza dello stesso Caligola, che se l′ebbe a male, o perchè proteggesse co i desiderj quella causa, o perchè spiacesse chi era più eloquente di lui. Il fece dunque condannare; ma il lasciò poi vivere per avere inteso da una donnicciuola di corte che questo filosofo era tisico, e poco potea campare.

Prese susseguentemente Caligola all′improvviso la risoluzione di passar nella Gallia, col pretesto della guerra non mai bene estinta co i Germani, ma veramente per far bottino addosso alle provincie romane, ed  insieme per dar a conoscere l′insigne suo valore e potenza a i Barbari, dopo averne data una sì bella lezione al mare stesso. Dovette accadere la sua partenza ne gli ultimi mesi di quest′anno. Fu detto ch′egli raunò ducentomila, ed altri anche scrissero, ducento cinquanta mila armati. Direste ch′egli sicuramente subbissò con tante forze la Germania. Andò a finire anche questo formidabil apparato in una scena comica. Appena ebbe passato il Reno, che marciando in carrozza in mezzo, all′esercito per de i passi stretti, gli fu detto che sorgerebbe ivi della confusione se i nimici venissero ad assalir i Romani. Bastò questo perchè egli salito a cavallo, con fretta se ne tornasse al ponte del Reno, e trovatolo impedito dalle carrette de′ bagagli, si facesse portar di là sulle spalle da gli uomini, non parendogli mai d′essere in sicuro da i Germani finché non ebbe la barriera del Reno davanti. In quella ridicolosa spedizione fece un dì nascondere alcuni Tedeschi della sua guardia di là da esso Reno, acciocché nel tempo del desinare gli fosse portata la nuova che il nemico veniva. Allora saltato su da tavola, colle milizie corse contra quelle sognate truppe, e giunto in un bosco, vi spese il resto del giorno a far taghare de gli alberi, per innalzarvi de′ trofei dell′oste nemica da lui messa, in fuga, confortando intanto alla tolleranza le legioni colla speranza di menar meglio le mani un′altra volta. Ed intanto scrivea lettere di fuoco al senato, perchè in Roma si faceano de i conviti ed altri divertimenti, mentr′egli si trovava in mezzo a i pericoli della guerra. Venne in questi tempi a mettersi sotto la di lui protezione con pochi de′ suoi Adininio, figliuolo d′uno de i re della gran Bretagna, cacciato dal padre. Come s′egli avesse conquistata la Bretagna, spedì tosto corrieri a Roma con lettere laureate, ed ordine ad essi di presentarsi sol quando il senato fosse adunato nel tempio di Marte, e di consegnar le lettere in mano de i consoli. Fecesi anco proclamar Imperadore per la settima volta, quasiché egli avesse riportata qualche vittoria, quando nè pur uno de′ Germani provò s′erano ben affilate le spade romane. Queste furono le bravure e conquiste, del buffonesco imperadore, che diedero da ridere a tutti, e spezialmente a gli stessi Germani, i quali s′avvidero per tempo della di lui vanità e paura, nè ebbero più apprensione alcuna di lui. Il tèmpo preciso di queste sue ridicolose prodezze non è assegnato da gli antichi scrittori.

Diedero per lo contrario da piagnere alla Gallia le inaudite sue estorsioni per far danaro. Non contento de i regali che gli portava no i deputati delle città, si applicò a far morire i più ricchi di quelle contrade sotto diversi pretesti, occupando le lor terre e vendendole dipoi anche, per forza a chi non ne avea voglia ed era obbligato a pagarle molto più che non valevano, Trovandosi un giorno al giuoco gli fu detto che mancava il danaro. Fecesi tosto portare i catasti de′ beni della Gallia, comandò che i meglio possidenti fossero privati di vita, e rivoltosi ipoi a gli altri giuocatori, disse: Voi giuocate di poco, ma io giuoco a guadagnar sei milioni. Profuse bensì un gran danaro in regalar le milizie, ma insieme cassò molti ufiziali, ad altri assaissimi negò la promozione dovuta, e, a gran copia di soldati per capricciose ragioni, fece levar la vita. Sopra tutto risonò la morte, da lui data a due de′ suoi principali magistrati. L′uno fu Gneo Lentolo Getulico della primaria nobiltà romana, che per dieci anni, avea tenuto il governo dell′armi della Germania. Perch′egli, secondo il sentimento di Dione, s′era guadagnata la benevolenza de′ soldati, questo fu un gran delitto, per cui Caligola il tolse dal mondo. Ma probabilmente, anch′egli fu incolpato come mischiato in una congiura tramata contra d′esso Augusto da Marco Emilio Lepido, non so se vera o falsa. Suetonio la dà per vera. Aveva Gaio condotte seco nel viaggio le sue sorelle Agrippina e Livilla, disonestamente amate da lui, e prostituite anche ad altri. Lepido era loro parente, sì per essere figliuolo di Giulia nipote d′Augusto e sorella d′Agrippina lor madre, e sì per essere stato marito di Drusilla loro sorella. La confidenza che passava fra essi, a cagion della parentela, degenerò facilmente in un infame commerzio: cosa non rara fra i Pagani, seguaci di una falsa e sporca religione. Sapendo le sorelle quanto fosse odiato il fratello, ed aspirando spezialmente l′ambiziosa Agrippina a divenir imperadrice, macchinarono, tutti  e tre contro di Caligola, perchè Lepido si prometteva di succedergli. Scoperta la trama, Lèpido la pagò con la vita; ed Agrippina e Livilla furono relegate nell′isola di Ponza con aver anche Gaio obbligata Agrippina a portare a Roma le ceneri del drudo in un′urna. Disse, che oltre alle isole egli avea per loro anche delle spade. Scrisse poscia al senato d′avere scappato quella pericolosa burrasca e Mandò a Roma i biglietti che attestavano l′impudica lor vita, e la lor lega co i congiurati e tre pugnali in oltre destinati a torgli la vita, con ordine di consecrarli a Marte vendicatore [216] . Fece da lì a poco venir nella Gallia tutti gli ornamenti e le suppellettili, gli schiavi, ed anche i liberti delle sorelle, per ricavarne danaro (perchè spesso lo scialacquatore ne scarseggiava); e trovata che li vendea ben caro, nella maniera nondimeno che dissi da lui praticata, comandò tosto che fossero condotte da Roma anche tutte le più belle e preziose massarizie del palazzo imperiale prendendo per forza tutte le carrette e cavalli che si trovavano per le pubbliche strade, a fin di condurle, non senza grave danno e lamento de′ popoli. Tutto ancora vendè come all′incanto nella Gallia, e carissimo, perchè volea che si pagasse anche il fumo, con aver messo de′ biglietti sopra cadaun di que′ mobili: in uno d′essi dicea: Questo fu di mio padre; quest′altro di mio nonno e di mia madre; quest′era di Marc′Antonio in Egitto; questo lo guadagnò Augusto, in una tal vittoria; e così discorrendo. Tutto il danaro poi si dissipò in breve tra le paglie e i regali de′ soldati, ed alcuni spettacoli ch′egli volle dar in Lione, prima del suo ritorno, succeduto nell′anno seguente.

Anno          di Cristo 40. Indizione XIII.

                   di Pietro Apostolo papa 12.

                  di Gaio Caligola imperadore 4

Console      Gaio Cesare CaligolA Augusto per la terza volta.

Solo fu console ad aprir l′anno Gaio Caligola, non già perchè egli non avesse nominato, il collega, ma perchè, come abbiamo da Suetonio e da Dione [217], il console disegnato morì nell′ultimo dì del precedente anno, nè vi restò tempo da provvedere. Si trovarono imbrogliati i senatori, per non esservi in Roma capo alcuno del senato, nè si attentavano i pretori, a convocare esso senato, benché loro appartenesse tale ufizio nell′assenza e mancanza de′ consoli. Contuttociò da loro stessi salirono nelle calende di gennaio, al Campidoglio, e quivi fecero i sagrifizj; posta anche la sedia di Caligola nel tempio, l′adorarono; e come s′egli fosse stato presente, gli fecero l′offerta de i doni che in testimonianza del loro amore avea introdotto Augusto: Tiberio poi la dismise, e Caligola per avarizia rinovò. Null′altro osarono di fare in quel dì i senatori, se non di caricar di lodi l′imperadore, e di augurargli delle immense prosperità. Si contennero anche ne i dì seguenti; finché, arrivò l′avviso che Caligola, giunto a Lione, avea dimesso il consolato nel dì 12 di gennaio. Allora entrarono nella dignità i due consoli sustituiti. Dione li lasciò nella penna. Secondo le conghietture d′alcuni eruditi, questi furono Lucio Gallio Poblicola e Marco Cocceio Nerva; ma non è cosa esente da dubbj; e molto meno che nelle calende di luglio fossero sustituiti Sesto Giulio Celere e Sesto Nonio Quintiliano, come altri han creduto. In Lione, siccome accennai, si trovò Caligola nelle calende di gennaio [218], e probabilmente allora per onorare il suo consolato celebrò quivi gli spettacoli, mentovati da Suetonio e da Dione. Furono varj, ma non vi mancò quello della gara nell′eloquenza greca e latina, giuoco solito a farsi in quella città alla statua d′Augusto. Chi era vinto pagava il premio a i vincitori, ed era tenuto a fare un componimento in lor lode. Coloro poi che in vece di piacere, dispiacevano, doveano colla lingua o con una spugna cancellare il loro scritto, se pur non eleggevano d′essere sferzati da i discepoli, ovvero tuffati nel fiume vicino. Era tuttavia Gaio in Lione, quando arrivò colà, chiamato da lui Tolomeo re, figliuolo di Giuba già re delle due Mauritanie e suo cugino. Fu onorevolmente ricevuto. Ma o sia ch′egli entrato nel teatro, per ragione del grande sfarzo recasse gelosia al luminare maggiore, oppure che Gaio, informato delle molte di lui ricchezze, le volesse far sue, fuor di dubbio è che il mandò in esilio;  poscia ( forse nel cammino ) con somma perfidia il fece ammazzare: iniquità, per cui suoi sudditi si ribellarono dipoi al romano; imperio. Anche Mitridate re dell′Armenia in altro tempo fu da lui mandato in esilio non ucciso. Poscia prima di ritornare, in Italia volle Caligola coronar tante sue gloriose imprese con un′azione magnifica [219]. Sul lido dell′Oceano per ordine suo andò tutto il suo esercito ad accamparsi con gran copia di macchine e d′attrezzi militari, ed egli imbarcatosi in una galea, per mare arrivò colà. Ognun si aspettava che egli pensasse a portar la guerra nella Bretagna, e forse ne avea formato il disegno: quand′ecco smontato egli di nave salì sopra un alto trono, fece ordinare in battaglia tutte le schiere, e sonar le trombe, dare il segno della zuffa, come se fosse vicino un gran combattimento, senza vedersi intanto nemico alcuno. Poscia tutto ad un punto ordinò a′ soldati di raccogliere sul lido quante conchiglie, e nicchi potessero nelle celate e nel seno, chiamandole spoglie dell′Oceano, da portarsi a Roma e da mettere nel Campidoglio. In memoria di questa sua segnalata vittoria fece fabbricare ivi un′alta torre. Vennegli anche in testa, prima di partirsi dalla Gallia, di far tagliare a pezzi le legioni che si rivoltarono molti anni addietro contra di Germanico suo padre, ed assediarono anche lui stesso fanciullo. Tanto gli dissero i suoi consiglieri, che depose così matta e crudel voglia, non poterono però tanto, ch′egli non persistesse nel volere almen decimare que′ soldati. Fecegli pertanto l′aunar tutti senz′armi e senza spada, ed attorniare dalla cavalleria; ma accortosi che molti d′essi, dubitando di qualche insulto, correano a prendere l′armi, fu ben presto a levarsi di là e ad affrettare il suo ritorno in Italia.

Venne egli, ma pieno di mal talento contro al senato. Si trovavano stranamente imbrogliati i senatori, per non sapere come regolarsi con un sì fantastico e pazzo imperadore [220]. Se gli decretavano onori straordinarj per la sua pretesa vittoria de′ Germani e Britanni, temevano del male, quasi che ′l beffassero, e non decretandone alcuno, o pochi, a misura de i di lui desiderj, ne temevano altrettanto. Egli in oltre avea scritto di non voler onori; e pur da lì a non molto tornò a scrivere, lamentandosi che l′aveano defraudato del trionfo a lui dovuto. Ed avendogli il senato inviato all′incontro un′ambasceria, sollecitandolo a venire a Roma: Verrò,  verrò, rispose, e con questa, tenendo la mano sul pomo della spada. Fece anch′egli pubblicamente sapere a Roma ch′egli ritornava, ma solamente per coloro che desideravano il suo arrivo, cioè per l′ordine equestre e pel popolo, perchè quanto a sè non si terrebbe più per cittadino, nè per principe del senato. Né dipoi volle che alcun de′ senatori venisse ad  incontrarlo. O rifiutato o differito il trionfo, si contentò dell′ovazione: col qual onore entrò in Roma nel dì 31 d′agosto, giorno suo natalizio, conducendo seco per pompa, quei pochi prigionieri o disertori Tedeschi che potè avere, a′ quali unì una mano d′uomini d′alta statura, raccolti nella Gallia e fatti tosare e vestire alla tedesca. Menò ancora, e buona parte per terra, le galee che l′aveano servito nella ridicolosa spedizione contra della gran Bretagna [221]. Gittò poi in questa occasione dall′alto della basilica Giulia gran quantità d′oro e d′argento, e nella folla molti vi perirono. Dopo tal solennità comandò che fosse ucciso Cassio Betulino, e volle che Capitone di lui padre assistesse a sì funesto spettacolo, e perchè questi osò di chiedergli, se permetteva a lui la vita, a lui ancora la levò. Rappacificossi poi col senato per un accidente. Entrato nella curia Protogene, corsero tutti i senatori a complimentarlo, e a toccargli secondo il costume la mano. Fra gli altri essendosi a lui presentato Scribonio Proculo, uno d′essi, Protogene, ministro della crudeltà di Gaio, guatandolo con occhio torvo: E tu ancora, disse, hai ardire di salutarmi; tu che cotanto odii l′imperadore? Allora i senatori si scagliarono addosso all′infelice,come ad un mostro e nemico pubblico, e con gli stiletti da scrivere, che ognuno portava addosso, tante gliene diedero che lo stesero morto a terra. Il suo corpo fatto in brani fu poi strascinata per la città. Questo atto dei senatori, e l′aver eglino decretato [222] che l′imperadore avesse da sedere in un sì alto tribunale che niuno potesse arrivarvi, e tener ivi le guardie, e che si mettessero anche de i soldati alle di lui statue, cagion fu che egli si ammollì, e perdonò a quell′augusto ordine e similmente mostrò piacere che i senatori più che mai l′adulassero, chi dandogli il titolo d′Eroe, e chi di Dio: il che servì a maggiormente farlo impazzire. Gran tempo era che questa leggier testa si riputava più che uomo ed ambiva gli onori divini. Già avea comandato che in Mileto città dell′Asia si fabbricasse un tempio in onor suo. Un altro ancora se ne fece alzare in Roma; e si trovarono interi popoli, e massimamente gli Alessandrini, che a questa ridicolosa divinità davano gl′incensi. Perchè i Giudèi, divoti del solo vero Dio, non vollero consentire a tanta empietà, patirono di molti guai, e maraviglia fu che non li sterminasse tutti. Le pazzie che fece Gaio per sostenere questa sua varia opinione di deità, raccontate da Dione, sono innumerabili. Sulle prime si pareggiava a i Semidei, vestendosi talora come Ercole, Bacco ed altri simili. Passò ad uguagliarsi a gli Dii e a gareggiar con Giove stesso. Al vederlo un dì assiso sul trono in abito di Giove, un ciabattino nativo della Gallia non potè contenere le risa. Avvedutosene Gaio, e chiamatolo, gli dimandò, chi credeva egli che fosse: Un gran pazzo, con gran sincerità rispose il buon uomo. E pur Gaio, che per tanto meno avrebbe fatto morire un intero senato, male non fece a costui, perchè più sopportava la libertà de i plebei che de i grandi. La via che tenne Lucio Vitellio, padre dell′altro, che fu imperadore, per salvare la propria vita, fu la seguente. Richiamato egli in quest′anno dalla Soria, nel cui governo come proconsole s′era acquistato non poco onore, con ripulsare Artabano re de′ Parti, venne a Roma. Gaio, parte per invidia alla di lui gloria, parte per paura di un personaggio sì generoso, avea già fissata la di lui morte. Subodorato questo, suo pericolo [223], Vitellio prese il ripiego dell′adulazione, e d′impazzire co i pazzi e presentatosi davanti a lui con abito vile e col capo velato, come si faceva a i falsi Dii, se gli prostrò a′ piedi con dirotte lagrime, dicendo che non v′era altri che un Dio par suo, capace di perdonargli, promettendo di fargli de′ sagrifizj se potea conseguir la sua grazia. Non solamente Caligola gli perdonò, ma il tenne da lì innanzi per uno dei suoi principali amici. E Vitellio trovata così utile l′adulazione, continuò poi sotto Claudio Augusto a valersene con perpetua infamia del suo nome. Intanto non mancarono a Roma altri spettacoli della pazza crudeltà di Caligola, accennati da Dione e da Suetonio, non potendosi abbastanza esprimere a quante metamorfosi fosse suggetto quel cervello bisbetico, volendo oggi una cosa, domani il contrario, ora amando ed ora odiando le medesime persone, prodigo insieme, ed avaro sprezzator de′ suoi Dii; e un coniglio qualora udiva il tuono; talora perdonando i gran falli, ed altre volte gastigando colla morte i minimi; e così discorrendo: tutti caratteri d′uomo a cui s′era intorbidato più d′un poco il cervello. Fu anche creduto, che Cesonia sua moglie con dargli una bevanda amatoria l′avesse conciato così. La qual poscia, fra le carezze che le faceva il consorte, ne sentiva anch′ella delle belle; imperocché baciandole il collo, più volte Gaio le dicea: Oh che bel collo; che subito che me ne venga talento, sarà tagliato! Ma sopra tutto tenne egli saldo il costume di far morire chi de′grandi non gli mostrava assai affetto o rispetto, con avere spesso in bocca il detto di Azzio, tragico poeta; Oderint, dum metuant Mi odiino quanto vogliono, purché mi temano. Un simile tirannico motto fu in uso a Tiberio [224].

Anno          di Cristo 41 Indizione XIV.

                   di Pietro Apostolo papa 13.

                   di Tiberio Claudio, figliuolo di Druso imperadore 1.

Consoli      Gaio Cesare Caligola Augusto per la quarta volta,

                        Gneo Sentio Saturitino.

Che Caligola fosse in quest′anno console per la quarta volta, e deponesse tal dignità nel dì 7 di gennaio, l′abbiamo da Suetonio [225], il quale ancora aggiugne ch′egli unì i due ultimi consolati per essere stato console anche nell′anno antecedente. Secondo il Pagi [226] ed altri invece di due dovrebbe avere scritto Suetonio tre, perch′egli entrò console anche nell′anno 39 della nostra era. Che a lui nel consolato fosse sustituito Quinto Pomponio Secondo nello stesso dì 7 di gennaio, si raccoglie da Dione [227], che per tale il nomina nel dì 24 del suddetto mese in cui fu ucciso Caligola. E Giuseppe Ebreo [228] attesta anch′egli che erano consoli Sentio Saturnino e Pomponio Secondo, allorché Claudio salì all′imperio. Ne′ Fasti di Cassiodoro consoli dell′anno presente son detti Secondo e Venusto; e però il Panvinio ed altri han portata opinione che nelle calende di luglio questo Venusto succedesse a Saturnino. Monsignor Bianchini [229] che non trovò consoli in quest′anno. e lasciò scappar l′anno medesimo per assettare la nuova sua Cronologia, difficilmente può sperar seguaci in tale opinione. Erano già pervenuti i lioniani alla disperazione, veggendosi governati da un Augusto, se non tutto, almen mezzo pazzo e mezzo furioso, il quale spezialmente esercitava il suo furore contro la nobiltà che angariava con insopportabili imposte e gravezze i popoli, con inviare non i soliti ufiziali, ma i soldati a riscuoterle; che avea [230] spogliato ogni tempio della Grecia di tutte le lor più belle pitture e statue; che permetteva a gli schiavi di accusare in giudizio i lor padroni (cosa inaudita); di modo che lo stesso Claudio, zio paterno dell′imperadore, accusato da Polluce suo schiavo, corse pericolo della vita, e fu obbligato a difendersi in senato; Augusto finalmente, che tutto dì si vedea far delle nuove pazzie, indegne d′ogni persona ragionevole, non che d′un imperadore. Perciò tutti sospiravano, chi per vendetta del passato, chi per impazienza del mal presente, e chi per timore di peggio nell′avvenire, che la terra fosse oramai liberata da questo mostro. Ma niuno osava. I soldati pretoriani, cioè delle guardie, grosso corpo di gente avvezza all′armi ed affezionata a Caligola per le frequenti sue liberalità, faceano venir meno il coraggio a chiunque avesse voluto tentare contro la vita di lui. Contuttociò non mancarono persone che per proprj riguardi e per compassione del pubblico, il quale andava di male in peggio, cominciarono a tramar delle congiure. I principali e più coraggiosi furono Cassio Cherea e Marco Annio Minuciano. Era il primo uno de′ tribuni, cioè de′primi ufiziali delle compagnie pretoriane, uomo di petto e di probità tale, che detestava le crudeltà e pazzie tutte di Caio, dotato anche di molta prudenza e cautela, e però atto ad ogni grande impresa. Caligola, perch′egli avea poche parole e parlava con voce languida, il teneva per un effeminato, beffandolo anche bene spesso come un dappoco, e dato solo alla sensualità; di modo che qualor Cherea andava a prendere il nome per la guardia, ora gli dava quel di Priapo o di Cupido, ora quel di Venere, ed altri simili: del che si offese molto Cherea. E buon per lui che sì vil concetto avea del suo merito Caligola; perciocché dicono che gli era stato ultimamente predetto che sarebbe ammazzato da un Cassio come fu ancora Giulio Cesare: il che fu cagione ch′egli richiamò a Roma Cassio Longino proconsole dell′Asia [231], discendente da Cassio uccisor di Cesare, con ordine ancora d′ucciderlo, ma senza che ne seguisse poi l′effetto. Trasse Cherea nelle sue massime Cornelio Sabino, tribuno anch′essa delle guardie; ed amendue si aprirono con Annio Minuciano, uomo della primaria nobiltà, e pel suo raro merito stimato da tutti ma che stava male presso di Caligola, per essere stato amico intimo di Marco Lepido. Scrive Giuseppe che questo Minuciano avea sposata una sorella di Caligola. Noi vedemmo che Giulia fu maritata con Marco Vinicio, uomo consolare e Dione parla d′un Viniciano che pretese all′imperio. Però potrebbe essere che Minuciano fosse il medesimo che Viniciano, o sia Vinicio, con errore di alcuno de′ testi. Si trovò Minuciano non solamente pronto all′impresa, ma più ardente degli altri. A loro si aggiunse Callisto, liberto di Gaio, che secretamente coltivava l′amicizia di Claudio zio dell′imperadore, con altri non pochi. E Valerio Asiatico, personaggio ricchissimo di beni nelle Gallie, vi tenea mano, ma con gran secretezza e riguardo. Fu destinato al compimento del disegno il tempo de′ giuochi che si aveano da fare in onor d′Augusto nel dì 21 di gennaio e ne i tre seguenti: giacché terminata quella festa, Caligola avea fissata la sua partenza per l′Egitto, a far ivi meglio conoscere un impazzito imperadore. Ne i tre primi giorni de′ giuochi non si trovò apertura a compiere il disegno: laonde Cherea, che non potea più stare alle mosse per paura che messo l′affare in petto di tante persone traspirasse, determinò di sbrigarla nel dì 24 di gennaio.

Nella mattina di quel dì Gaio, più allegro ed affabile che mai fosse stato, si assise nell′anfiteatro, fabbricato di nuovo per quella funzione; fece gittar delle frutta a gli spettatori; egli ancora lietamente in pubblico mangiava e beveva, facendo parte di que′ regali a chi gli era vicino, e spezialmente a Pomponio Secondo console, che sedeva a i suoi piedi, e facea la graziosa scena di andarglieli baciando di tanto in tanto. Pericolo vi fu che Gaio non si movesse di là nel rimanente del giorno; perchè assai satollo ed abboracchiato per la lauta colezione, bisogno non avea di desinare. Contuttociò riuscì a Minuciano, ad Asprenate e ad altri cortigiani congiurati di farlo muovere un′ora o due dopo il mezzodì, per andare al bagno, e ritornarsene pranzato che avesse. Giunto al palazzo, in vece di andar diritto verso dove l′aspettavano i destinati al fatto voltò strada per vedere alcuni giovanetti delle migliori famiglie dell′Asia e della Grecia [232] fatti venire apposta per cantare e ballare ne′ giuochi. Allorché fu in un luogo stretto, Cherea se gli presentò davanti per chiedergli il nome della guardia. L′ebbe, ma derisorio, secondo il costume. Egli messa allora mano alla spada, gli diede un tal fendente sul capo, che a Gaio sbalordito nè pure restò voce per chiamare aiuto. Fecesi avanti Cornelio Sabino, che con un un colpo gli tagliò una mascella, ed altri con trenta altre ferite il finirono. Perchè senza rumore non potè succedere quella scena, trassero colà primieramente i portantini della lettiga imperiale colle loro stanghe, e poscia le guardie tedesche, le quali cominciarono a menar le mani addosso a′colpevoli ed innocenti.

Fra gli altri vi perderono la vita Publio Nonio Asprenate che era stato console nell′anno 38, Nerbano ed Anteio, tutti e tre senatori. Il cadavere dell′estinto Augusto, portato nella notte seguente nel giardino di Lamia, fu mezzo bruciato e frettolosamente seppellito in terra, per timore che il popolo lo mettesse in brani. Mandato anche da Cherea un centurione o tribuno, appellato Giulio Lupo, alle stanze di Cesonia moglie di Gaio, la trucidò insieme colla figliuola Giulia, per cui Gaio avea fatto varie pazzie, con dichiararla anche figliuola di Giove. E tale fu il fine di Gaio Caligola, fine corrispondente ad un conculcatore di tutte le leggi umane e divine, e che troppo tardi s′accorse d′essere non un Dio, ma un miserabil mortale. Abbattute poi furono le sue statue, rasato il suo nome dalle iscrizioni, e trattata la sua memoria come di un pubblico nemico.

Portata la nuova della morte di Caligola all′anfiteatro, dove tuttavia buona parte del popolo dimorava in allegria godendo il pubblico divertimento, incredibil fu lo spavento di tutti; e tanto più perchè i soldati pretoriani attorniarono colle spade nude quel luogo, e si durò gran fatica a trattenerli, che non cominciassero a far vendetta dell′estinto principe sopra quegl′innocenti. Subito che poterono in tanta confusione i consoli Sentio Saturnino e Pomponio Secondo operar qualche cosa, inviarono tre compagnie d′essi pretoriani, che si trovarono ubbidienti, per la città, affinchè impedissero i tumulti. Raunato poscia il senato nel Campidoglio, corsero colà gli altri soldati del pretorio, chiedendo con alte grida che si cercassero gli uccisori. Ma affacciatosi Valerio Asiatico, uno de′ primi senatori, ad un balcone, gridò forte: Piacesse a Dio che l′avessi ammazzato io. Queste sole parole fecero impression tale ne′ soldati, che si ritirarono. Fu poi dibattuto nel senato quel che fosse da fare in sì pericolosa congiuntura. Il console Saturnino, secondo che scrive lo storico Giuseppe, fece una bella aringa, con rammentar tutti i mali patiti sotto Tiberio e Caligola, principi sanguinarj ed assassini del pubblico, e conchiudendo che s′avea da ricuperare la libertà oppressa da i precedenti imperadori; ma senza prendere ben le misure necessarie per sì importante risoluzione. In fatti non tardò molto a scoprirsi la vanità di questo disegno. Tiberio Claudio Druso Germanico, comunemente conosciuto col nome di Claudio fra gl′imperadori de′ Romani, figliuolo fu di Nerone Claudio Druso e fratello di Germanico Cesare, per conseguente zio paterno di Caligola. Uomo di poco senno e sommamente timido, benché avesse studiato l′arti liberali era tenuto in concetto più tosto di stolido, e perciò sprezzato e deriso da tutti. Forse anch′egli mostrava d′essere più di quel che era. E questo fu la sua fortuna, perchè salvò la vita sotto Tiberio e Caligola, i quali vedendolo addormentato e dappoco, nè avendo apprensione alcuna di lui, si ritennero dal levarlo dal mondo. Tiberio nondimeno il lasciò sempre nell′ordine de′ cavalieri. Gaio suo nipote, benché fosse dipoi qualche volta tentato d′ucciderlo, pure l′avea alzato al grado di senatore, ed anche al consolato. Trovatosi egli in compagnia o poco lungi da Caligola, allorché i congiurati se gli avventarono addosso. Tutto spaventato corse ad appiattarsi dietro ad una tappezzeria, da dove ascoltava lo strepito di chi andava e veniva, e co′ suoi occhi vide le teste d′Asprenate e degli altri uccisi staccate da i busti [233]. S′aspettava anch′egli la morte, quando in passare uno de′ soldati per nome Grato e scoperti i suoi piedi, il tirò per forza fuori della tappezzeria. Cadde in ginocchioni Claudio e gli dimandò la vita ma il soldato riconosciutolo per quel che era, non solamente l′animò, ma gli diede anche il titolo di mio imperadore. E menatolo a′ suoi compagni, che stavano disputando di quel che s′avesse a fare in quel contingente, siccome per la memoria di Germanico suo fratello l′amavano, tutti concorsero a riceverlo per imperadore. Pertanto postolo in una lettiga, sulle loro spalle il portarono al castello pretoriano, cioè al loro quartiere; tremando egli intanto, e compassionandolo il popolo nel mirarlo così portato, sulla credenza che il conducessero alla morte. Si fermò tutta quella notte nel quartier de′ soldati; nè andò al senato, benché chiamato, scusandosi colla forza che glie l′impediva. Venuto poscia il dì 25 di gennaio, giacchè i senatori erano discordi fra loro, ne mezzi apparivano da poter ripigliare e sostenere l′antica libertà, non si prendeva risoluzione alcuna nel senato, in cui per altro non mancava il partito di chi proponeva un nuovo principe.

Intanto la natia paura di Claudio l′avea tenuto lungamente sospeso s′egli avesse sì o no da accettare l′esibito imperio, e fu più volte in procinto di rifiutarlo, o di rimettersi totalmente alla volontà del senato: quando, per testimonianza di Giuseppe storico, Agrippa re di parte della Giudea, che si trovava allora in Roma, ed avea fatto dar sepoltura all′ucciso Caligola, arrivò segretamente colà, ed incoraggì talmente il vacillante Claudio, che consentì al buon volere de′ soldati, da′ quali fu universalmente proclamato Imperadore, con promettere egli a tutti un buon regalo di danari. Fu questi il primo degl′imperadori eletto dalle milizie, con esempio infinitamente pregiudiziale all′imperio romano; perchè ne vedremo tant′altri per questa via, e col comperare l′imperio da i soldati, salire al trono. Ora il senato, a cui era già pervenuto l′avviso degli andamenti de′ pretoriani e di Claudio, trovandosi ben intricato fra il desiderio di ricuperar la libertà e il timore di non poterlo, mandò a chiamare il re Agrippa, per valersi del suo mezzo. Quest′uomo doppio, quant′altri mai fosse, comparve in senato ben profumato, e fingendo di nulla sapere, anzi dimandando dove fosse Claudio, fu informato del presente sistema de′ pubblici affari, ed interrogato del suo parere. Lodò egli sommamente il lor disegno di rimettere in piedi la repubblica, e si protestò pronto a dar la vita per la gloria del senato. Ma nello stesso tempo sparse il terrore in tutti, mostrando la difficultà di resistere a i pretoriani, e lodando in fine che si facesse una deputazione a Claudio, per esortarlo a desistere: al che egli si esibì. Accettata l′offerta, e deputati con lui anche i tribuni della plebe, andò Agrippa a trovar Claudio, e fece pubblicamente l′ambasciata. Poscia in un ragionamento a parte espose a Claudio la debolezza ed incertezza del senato, esortandolo a prendere le briglie con mano forte. Perciò, per quanto dicessero di poi i tribuni per rimuoverlo, e per consentire almeno di ricevere l′imperio dalle mani del senato, Claudio tenne saldo, con promettere solamente un buon governo. Da che il senato ebbe ricevuta questa risposta, volle fare il bravo col minacciargli la guerra, e Claudio ne mostrò paura. Passò fra questi dubbj il dì 25 di gennaio, ma intanto andarono cangiando faccia gli affari. Molta parte del popolo cominciò a gridare di voler un principe, e ne nominò ancora alcuni, e venuto il dì 26, non pochi de′ senatori stettero ritirati, senza entrare in senato. Il peggio fu che quattro compagnie, fin qui ubbidienti a Cherea e a Sabino, voltarono casacca ed abbracciarono il partito di Claudio. Altrettanto fecero i vigili, i gladiatori e gli altri soldati della città; in maniera che i senatori rimasti come in isola nel senato, s′appigliarono in fine, benché forzati, alla risoluzion di conoscere Claudio per imperadore. Andarono dunque tutti a gara al quartier de′ soldati per salutarlo; ma furono sì mal ricevuti da coloro, che ne restarono alcuni bastonati ed altri feriti, e Pomponio Secondo, l′uno de′ consoli, corse pericolo della vita. Claudio ed Agrippa s′interposero ed acquetarono quegli animi turbolenti.

Allora Claudio accompagnato dal senato e dalle milizie, a guisa di trionfante, si mosse, e dopo essersi portato al tempio per ringraziar gli Dii della sua esaltazione, passò al palazzo, nè altro di funesto per allora operò, se non che per politica condannò a morte alcuni degli uccisori eh Caligola, e massimamente il lor capo Cassio Cherea, che coraggiosamente la sofferì. Volle perdonare a Cornelio Sabino, e conservargli anche la sua carica; ma questi non sapendo sopravivere all′amico Cherea, si diede poi la morte da sè stesso. Del resto Claudio dopo avere ricevuto i titoli di Cesare Augusto e di Pontefice Massimo, e la tribunizia podestà, si truova distinto da Tiberio suo antecessore, coll′essere chiamato figliuolo di Druso, o pur di Tiberio ) laddove Tiberio s′intitolava figliuolo d′Augusto [234]. E nelle medaglie Tiberio è mentovato col solo prenome Tiberivs cæsar; ma Claudio, Tiberivs Clavdivs Cæsar. Nè Claudio solea anteporre il titolo d′Imperadore al suo nome, ma posporlo.

Ora anch′egli, non meno di quel che avessero fatto i precedenti due cattivi imperadori, diede un bel principio al suo governo. La più gloriosa delle azioni sue fu quella di accordare un general perdono a chiunque avea trattato di ridurre di nuovo Roma allo stato di libertà, e di escludere lui dall′imperio. Nè egli rivangò mai più questi conti; anzi promosse a gradi più illustri chi s′era mostrato più zelante in quella occasione. Guai a loro, s′egli avesse avuto il cuor di Tiberio o di Caligola! Anzi nè pur fece vendetta di tanti e tanti che in vita privata o l′aveano oltraggiato o vilipeso, gastigandoli solamente se si provavano rei d′altri delitti. Allorché giunse in Germania la nuova dell′ucciso Caligola, furonvi molti che sollecitarono Sulpicio Galba, general di quelle legioni, ad assumere l′imperio. Mai non volle egli acconsentire, perchè più poteva in lui l′onore che l′ambizione. Claudio di ciò informato, tenne sempre Galla per uno de′ suoi migliori amici, laddove Tiberio e Caligola furono soliti di levar di vita chiunque credeano riputato degno dell′imperio. Un altro merito si era acquistato Galba nell′anno precedente, perchè appena fu uscito delle Gallie Caligola, che i Germani fecero un′irruzione nelle provincie romane; ma Galba li ripulsò con tal vigore, che fu lodato in fin da Caligola, principe per altro invidioso della gloria de′ suoi generali. In quest′anno ancora egli sconfisse i popoli Catti nella Germania: laonde Claudio per tal vittoria, e per altra rapportata da Publio Gabinio contro i Cauci, fu nominato Imperadore per la seconda volta. Il timido natural di Claudio, avvalorato anche dal recente esempio del nipote, cagion fu ch′egli per un mese non osò d′entrar nel senato; nè alcuno, ancorché donna o fanciullo, da lì innanzi a lui si accostò se prima non era visitato, per veder se portasse sotto coltello od altre armi. Andando a qualche convito, tenea sempre le guardie intorno alla tavola, e volendo far visita a qualche malato, facea prima ben cercar per la camera e per gli letti, se armi vi fossero. A fine poi di cattivarsi il pubblico amore, levò tosto, o almeno ristrinse assaissimo la licenza conceduta ad ognuno in addietro di accusare chiunque si volea di lesa maestà [235]; e rimise in libertà, o richiamò dall′esilio le persone processate per questo, con volerne nondimeno il consenso del senato. Abolì gli aggravj imposti da Caligola, nè volle i regali annui comandati da esso suo nipote. A chiunque indebitamente era stato spogliato de′ suoi beni dal medesimo e da Tiberio, li restituì. Fece anche rendere alle città le statue e pitture che Caligola avea fatto condurre a Roma. Sopra tutto ebbe in abbominio gli schiavi e liberti che sotto il disordinato precedente regno si erano rivoltati contra de′ lor padroni, e similmente i falsi testimonj che in addietro aveano avuta gran voga. Egli ne fece morir la maggior parte, obbligandoli a combattere negli anfiteatri colle fiere. La sua modestia era grande. Abborrì l′alzare a lui de i templi; per lo più ricusò anche le statue; altri onori straordinarj non volle nè per sè, nè per gli figliuoli, nè per la moglie. Due erano le sue figlinole, Antonia, che fu maritata a Gneo Pompeo in quest′anno, a lui nata da Elia Petina, sua seconda moglie defunta; ed Ottavia, nata da Valeria Messalina, sua moglie vivente, che fu promessa a Lucio Silano, e poi fu maritata a Nerone crudelissimo imperadore. Gli partorì essa Messalina un figliuolo nell′anno presente, conosciuto dipoi sotto nome di Britannico Cesare. Trattava egli co i senatori con molta bontà e cortesia, visitandogli anche malati, ed assistendo alle lor feste private. Onorava spezialmente i consoli, alzandosi anch′egli al pari del popolo in piedi, allorché intervenivano a gli spettacoli, e qualora andavano al suo tribunale per parlargli. Parcamente ancora vivea, ed era indefesso a far giustizia, ed attento perchè gli altri la facessero. La sua liberalità verso i re sudditi fu riguardevole. Ad Agrippa, a cui professava di grandi obbligazioni, concedette tutto il regno posseduto da Erode il Grande suo avolo, e ad Erode suo fratello il paese di Calcide, col diritto ad amendue di sedere in senato, ed altri onori. Restituì ad Antioco la provincia di Comagene. Mise in libertà Mitridate re d′Armenia, e gli rendè i suoi Stati. Richiamò ancora dal loro esilio a Roma Agrippina e Giulia Livilla, che Caligola lor fratello avea relegate nell′isola di Ponza. In somma sì fatte lodevoli azioni sul principio acquistarono a Claudio l′amore d′ognuno, stupendosi probahilmente tutti come un uomo creduto da nulla, e stolido in addietro, comparisse ora con sì diversa divisa, e sapesse correggere con sì buon garbo gl′innumerabili disordini introdotti da i due precedenti Augusti, e con tanta amorevolezza e giustizia si fosse accinto al pubblico governo.

Anno          di Cristo 42. Indizione XV.

                   di Pietro Apostolo papa 14.

                   di Tiberio Claudio, figlio di Druso imperadore 2

Consoli        Tiberio Claudio Germanico Augusto per la seconda volta,

                        Gaio Cecina Largo.

Nell′ultimo di febbrajo Claudio Augusto si spogliò della dignità consolare, per ornare non si sa bene chi. Ha creduto taluno che gli succedesse Gaio Vibio Crispo, ma giocando ad indovinare. Nelle calende di gennaio [236] esso Claudio Augusto console fece ben giurare da i senatori l′osservanza delle leggi d′Augusto e la giurò egli stesso ma non pretese nè permise un simile giuramento per quelle ch′egli facesse. S′erano già ribellati i popoli della Mauritania per la morte data da Caligola a Tolomeo re loro. In quest′anno rimasero essi sconfitti da Suetonio Paolino, che s′inoltrò fino al monte Atlante, e saccheggiò quelle contrade. Due altre rotte lor diede dipoi Osidio Geta, di maniera che posate le anni, quel paese tornò tutto all′ubbidienza di Roma. Claudio per tali vittorie prese il titolo d′Imperadore per la terza volta poiché il merito delle vittorie si attribuiva sempre al generalissimo delle milizie romane ( tali erano allora gl′imperadori ) e non già a gli ufiziali subalterni. Patì in quest′anno [237] Roma gran fame. Claudio Augusto non mancò al suo dovere per provvedere al bisogno. E perciocché Roma si trovava senza porto in sua vicinanza, nè le navi nel tempo di verno osavano portar grani alla città, Claudio imprese a formarne uno di pianta: opera degna della magnificenza romana, e tanto più gloriosa per Claudio, perchè Giulio Cesare avea avuta la medesima idea, ma per la grave spesa e difficultà di eseguirla l′aveva abbandonata. Alla sboccatura dunque del Tevere e dal lato del fiume opposto a l′altro, dove era Ostia, fece cavare un porto vastissimo nel continente, con due ale che si sporgevano molto in mare; il tutto guernito di marmi e con torre, o sia fanale ben alto. Si crederono gli architetti, chiamati per tal fabbrica, di spaventarlo con dirgli la sterminata spesa che costerebbe. Egli tanto più se n′invogliò, e volle farla, e la condusse a fine con gloria grande del suo nome. Resta tuttavia il nome di porto a quel sito, ma non già vestigio del porto medesimo. Racconta Plinio [238] come testimonio di veduta, che mentre si facea quell′insigne fabbrica, capitò colà un mostro marino, chiamato Orca, di smisurata grandezza. Per prenderlo, bisognò inviarvi i soldati del pretorio, e varie navi, una delle quali restò affondata dall′acqua gittatavi dalle narici del pesce. Molte leggi utili e buone fece Claudio in quest′anno, e fra l′altra ordinò che i governatori e ministri delle provincie eletti nel principio dell′anno, e soliti a fermarsi lungo tempo in Roma, per tutto marzo dovessero trovarsi alle loro provincie, e che gli eletti nol ringraziassero in senato, come era il costume. Dicea che non essi a lui, ma egli ad essi dovea rendere grazie, perchè l′aiutavano a portare il peso del principato, e cooperavano al buon governo de′ popoli, con prometter anche loro maggiori onori se con lode avessero esercitato il loro impiego.

Non sarebbe stato Claudio con tutta la sua poca testa un principe cattivo, perchè non gli mancava una buona intenzione, e mostrava genio alle cose ben fatte, privo per altro d′orgoglio e di fasto; e sulle prime regolandosi col consiglio de′ savj, non metteva il piè in fallo [239]. Ma per sua o per altrui disgrazia cominciò a comparir cattivo, parte per gli mali effetti del suo natural timoroso, e parte perchè Messalina sua moglie, la più impudica donna del mondo, e Narciso suo liberto favorito, ed altri mali arnesi della corte, abusandosi della di lui scempiaggine, il faceano precipitare in risoluzioni indegne di lui e sommamente pregiudiziali al pubblico. Quel che parve strano dall′un canto era un coniglio pien di paura, e dall′altro uno de′ suoi maggiori piaceri consisteva nell′assistere a gli abbominevoli spettacoli de′gladiatori, e in veder gli uomini combattere con le fiere, e restarne assaissimi stracciati e divorati. Diede anche da ridere l′aver egli fatto levar l′insensata statua d′Augusto dall′anfiteatro, acciocchè non vedesse tante stragi, e non convenisse ogni volta coprirla; quando egli vivente non avea scrupolo di guatarle sì spesso e di prenderne tanto diletto. Certamente fu creduto che avvezzatosi in questa maniera al sangue umano, divenisse poi sì facile a spargerlo co′ suoi ingiusti decreti, da che lo spingevano al mal fare l′iniqua moglie e i suoi perversi servitori di corte. La prima sua ingiustizia che cominciò a far grande strepito, fu la morte di Appio, o sia Gaio Silano, uno de′ più illustri e stimati senatori di Roma, e tenuto in gran conto ed amato da Claudio stesso, perchè [240] padrigno di Messalina sua moglie, avendo sposata Domizia Lepida, madre d′essa Messalina. E perciocché si sa che Claudio avea già fatti seguir gli sponsali fra Ottavia figliuola di Messalina e Lucio Silano, s′è creduto che questo Lucio Silano fosse nato dal medesimo Appio Silano e da Giulia nipote d′Augusto, sua prima moghe. Questi sì stretti legami di parentela non trattennero l′infame Messalina dal tentar Appio Silano d′adulterio. Il non aver egli voluto consentire, fu un grave delitto, a punir il quale Messalina e Narciso si servirono della seguente furberia [241]. Entrò una mattina per tempo Narciso nella camera di Claudio, che tuttavia dimorava in letto colla moglie; e facendo lo spaventato e il tremante, gli raccontò di aver veduto in sogno lo stesso imperadore ucciso per mano del sopradetto Appio. Saltò su allora Messalina, e calcò la mano con dire aver anch′ella le notti addietro più volte con orrore sognato un sì orrendo spettacolo. Nello stesso tempo vien bussato all′uscio, ed è Appio Silano che Messalina e Narciso d′accordo aveano fatto venire a quell′ora. Non occorse di più. Claudio, a cui in materia di sospetti le biche pareano montagne, diede tosto ordine che gli fosse levata la vita ; e l′ordine fu eseguito. Portò lo stesso Claudio al senato questa bella nuova, come liberato da un gran pericolo e molto ringraziò il suo liberto Narciso, che anche sognando vegliava così bene per la vita del suo padrone. Somiglianti foghe di sospetti e timori fecero che Claudio in altre occasioni togliesse dal mondo altre persone innocenti con subitaneo furore; ed accadde talvolta (cotanto era stupido) che dopo aver fatto morir taluno, come tornato in sè, ne dimandava conto, credendolo vivo. Dettogli che per ordine suo non si contava più fra i mortali, se ne rammaricava poi forte, ma senza profitto de i morti.

Credesi che l′ingiusta morte di Silano, e il mirar la stupidità di Claudio, capace d′altre simili false carriere, desse moto ad una congiura contra di lui: tanto più perchè durava in molti l′idea di rimettere in piedi la libertà della repubblica; nè parea ciò difficile sotto un imperadore impastato di paura [242]. Annio Viniciano, o Minuciano, fu delle prime ruote di tal cospirazione, siccome quegli che non si tenea mai sicuro, dopo essere stato uno de′ principali nella congiura contro Caligola, e proposto anche in senato per succedergli nell′imperio. Ma sì grande impresa non si potea compiere senza l′armi; e Claudio intanto era ben assistito da i pretoriani e dall′altre milizie che stavano di quartiere in Roma, perchè, oltre alla paga ordinaria, li rallegrava ogni anno con un buon regalo. Si rivolsero dunque i congiurati a Furio Camillo Scriboniano, che comandava ad alcune legioni nella Dalmazia, promettendogli aiuto, se armato veniva a Roma. Vi saltò egli dentro, e fattasi giurar fedeltà da quell′esercito, col pretesto di restituire il popolo romano nell′antica autorità, tutto andò disponendo, con iscrivere intanto una lettera fulminante e piena d′ingiurie a Claudio, minacciandogli tutti i malanni se non rinunziava l′imperio. Ricevuta questa imperiosa intimazione, non era lontano Claudio dall′ubbidire,ma un accidente il liberò dal pericolo. Dato da Furio Camillo il segno della marcia, per caso fortuito si trovò difficultà a sollevar le insegne che, secondo il costume, stavano conficcate in terra. Erano i Romani d′allora la più superstiziosa gente del mondo, badavano a tutto, interpretando anche le menome bagattelle per presagj favorevoli o contrarj dell′avvenire. Bastò questo perchè i soldati credessero volontà degli Dii il non dar esecuzione al meditato viaggio. Furio Camillo trovandosi deluso, se ne fuggì in un′isola della Dalmazia, dove [243] fra le braccia di Giunia sua moglie fu ucciso da un semplice soldato, appellato Volaginio, il quale premiato poi da Claudio ascese i primi gradi della milizia. Per questa sedizione, terminata con tanta felicità, Claudio fece far di molte perquisizioni in Roma, a fin di scoprire i complici. Alcuni furono giustiziati; altri si levarono la vita da sè stessi, fra i quali spezialmente si contò il sopr′accennato Viniciano o Minuciano. Non pochi anche de i cittadini romani, de′ cavalieri, e insin de′ senatori furono messi a i tormenti, e data licenza a i servi e liberti di accusare i loro padroni, benché Claudio nell′anno addietro avesse abolito quegli usi. In somma, si riempiè tutta Roma di sospiri e di terrore; e quei soli se n′andarono salvi che seppero guadagnarsi la protezion di Messalina o de i liberti di corte. Fu osservato il coraggio di un liberto di Furio Camillo, per nome Galeso, che interrogato da Narciso nel senato, cosa egli avrebbe fatto se il suo padrone fosse divenuto imperadore: Gli avrei, rispose, tenuto dietro secondo il mio solito, ed avrei taciuto. In questa occasione [244] Cecina Peto, già stato console, che avea sposato il partito di Furio Camillo, fu preso e condotto a Roma in una nave. Arria sua moglie, donna di petto virile, rigettata da quella nave, gli tenne dietro in una barchetta; ed arrivata a Roma, ricorse a Messalina per raccomandarsele. Avendo trovata con lei Giunia moglie del suddetto Furio Camillo, la rimproverò, perchè tuttavia vivesse dopo la morte del marito. Avrebbe potuto Arria, mercè del favore di Messalina, non solamente vivere, ma anche sperar buon trattamento; pure s′incapricciò tanto di non voler sopra vivere al marito, che dopo aver veduta disperata la di lui causa, prese un pugnale, si trafisse, e poi diede il ferro medesimo al marito, acciocchè facesse altrettanto. Quest′atto d′Arria vien esaltato colle trombe da Plinio il giovane in una delle sue epistole, e da Dione, secondo la falsa idea che aveano i Romani di quel tempo della gloria; quasi che possa essere conforme alla retta ragione l′uccidere un innocente, e non sia più gloriosa quella fortezza che sa sufferir le maggiori calamità. Non si può fallare credendo che dopo la morte di Furio Camillo fosse inviato al governo della Dalmazia, o sia dell′Illirico, Lucio Ottone padre di Ottone; poscia Imperadore, di cui parla Suetonio [245]. Fu egli sì rigoroso, che fece tagliar la testa ad alcuni semplici soldati, i quali pentiti d′avere aderito ad esso Camillo, di lor propria autorità e contro l′ordine aveano ucciso i loro ufiziali, come autori di quella sedizione, senza far egli caso se dispiaceva a Claudio, da cui erano anche stati promossi alcuni di que′ soldati a posto maggiore. Ne acquistò gloria presso i Romani, ma perdè molto della buona grazia di Claudio, con ricuperarla nondimeno da lì a poco, per avere scoperto e rivelato il disegno formato da un cavaliere di uccidere esso imperadore.

Anno          di Cristo 43. Indizione I.

                   di Pietro Apostolo papa 15.

                        di Tiberio Claudio, figlio di Druso imperadore 3.

Consoli       Tiberio Claudio Augusto per la terza volta,

                       Lucio Vitellio per la seconda.

Non più di due mesi tenne l′Augusto Claudio il suo terzo consolato [246]. V′ha chi crede a lui succeduto nel dì primo di marzo Publio Valerio Asiatico, quel medesimo che avea tenuta mano ad abbattere il crudele Caligola; ma è opinione incerta. Vitellio console quel medesimo è che vedemmo proconsole della Siria e ch′ebbe per figliuolo Vitellio, poscia imperadore. Coll′adulazione si salvò sotto Caligola; con questa ancora si fece largo presso di Claudio. Nelle calende poscia di luglio giudicarono alcuni eruditi che a i suddetti consoli ne succedessero due altri, cioè Quinto Curzio Rufo e Vipsanio Lenate. Plausibile è la lor coniettura, ma non è più che coniettura. V′erano sì smisuratamente moltiplicate in Roma le ferie [247], che la maggior parte dell′anno era feriata, ed allora non si teneano i pubblici giudizj. Vi rimediò Claudio Augusto, riducendo esse ferie ad un numero discreto. Tolse varj ufizj a chi indebitamente gli avea ottenuti da Caligola, e li restituì o li conferì a chi ne era degno. Al popolo della Licia, perchè avea fatto un tumulto, con uccidere ancora non so quanti Romani, levò la libertà, e sottomise quella provincia alla Panfilia. Privò della cittadinanza di Roma uno di quel paese, perchè non intendea la lingua latina, ed altri spogliò del medesimo diritto per loro falli; ma conferillo poi a moltissimi altri a capriccio, nè solo a i particolari, ma anche alle università e città. Più nondimeno quegli erano che, ricorrendo con danari a Messalina, e a i liberti favoriti di corte, l′impetravano, di modo che si dicea che la cittadinanza romana, la quale una volta siccome bel privilegio si pagava carissimo, era divenuta sì a buon mercato, che con un pezzo di vetro rotto si acquistava. Né sol questo si vendea da Messalina e dai liberti palatini, ma ancora gli ufizj militari e i governi, con entrar anche a far traffico e a cavar danaro dalla grascia e dall′altre cose che si vendevano: il che fece incarire i lor prezzi, e necessario fu che Claudio nel campo Marzio alla presenza del popolo li tassasse. Ed intanto Messalina più che mai datasi in preda alla libidine [248], e sfacciatamente adultera, senza rispetto alcuno del marito, era l′oggetto delle dicerie della gente accorta. Se vero è ciò che ne scrisse Giuvenale, lasciato la notte in letto l′addormentato buon consorte, travestita passava a i pubblici lupanari, nè contenta dell′infame suo vivere, forzava anche altre nobili donne, con chiamarle a palazzo, a prostituire la lor pudicizia, ed anche alla presenza de′ lor mariti. A chi d′essi si contentava non mancavano onori e posti; a gli altri, che non amavano questo vituperoso giuoco, fabbricava trappole per farli condannare e morire, trovando maniere che non penetrasse a gli orecchi del goffo marito l′enorme sordidezza del vivere suo. Perciò Claudio era quasi il solo che non sapesse un′infamia sì mostruosa. Anzi scioccamente talvolta cooperava alle pazze voglie di lei, siccome fra l′altre avvenne di Mnestere famoso istrione o sia commediante. Era perduta nell′amore di costui la bestial Messalina, nè mai con preghiere o minacce avea potuto trarlo alle sue voglie, perchè egli dovea ben misurare il pericolo di quel salto. Lamentossi ella con Claudio che Mnestere la sprezzava, nè volea ubbidirla in certo altro affare. Fattolo chiamare, l′Augusto bufalo gli ordinò di far tutto quanto ella gli comandasse. Nell′anno presente ancora riuscì a Messalina di levar dal mondo due principesse della casa cesarea [249], cioè Giulia figliuola di Druso Cesare figliuol di Tiberio, e Giulia Livilla sorella dell′ucciso Caligola e di Agrippina, poi moglie dello stesso Claudio. Perchè esse voleano gareggiar con lei in bellezza e in possanza, nè usavanle assai finezze, e Livilla in oltre da sola a sola parlava spesse volte con Claudio, seppe così offuscare il cervello del marito Augusto, che senza lasciar loro agio per difendersi, le inviò all′altro mondo, l′una col ferro, l′altra colla fame. Il celebre filosofo Seneca, perchè amico di Livilla, fu in tal congiuntura relegato nella Corsica, e si vendicò poi di Claudio morto con una satira che s′è conservata sino a i dì nostri.

Fin qui la grand′isola della Bretagna, oggidì appellata Inghilterra, non avea piegato il collo sotto il giogo de′ Romani. Perchè quantunque Orazio [250] sembri indicare che Augusto vincesse que′ popoli, e Servio [251] chiaramente l′insegni; pure Strabone [252] assai fa conoscere che ciò non sussiste: ed è certo che anche a i tempi di Claudio quei popoli viveano sottoposti a′ varj loro re, amici solamente, ma non sudditi di Roma. Per cagione [253] d′alcuni desertori non restituiti si intorbidò la buona armonia fra i Britanni e Romani, e un certo Berico cacciato dalla Bretagna tanto seppe dire ad Aulo Plauzio senator chiarissimo, pretore allora e governatore della Germania inferiore, che gli fece credere facili le conquiste in quell′isola. Claudio informato della proposizione, e voglioso di guadagnare un trionfo, vi consentì. Trovò Plauzio una somma renitenza nell′esercito per uscire del continente e passare in un paese incognito; nè si voleano in fatti muovere. Arrivò colà Narciso spedito con ordini pressanti da Claudio. Questo liberto, gonfio pel gran favore del padrone, arditamente salì sul tribunale di Plauzio per fare un′aringa a i soldati. Allora a tutti montata la collera, cominciarono a gridare: Ben venuti i Saturnali; perchè in que′ giuochi i servi si travestivano con gli abiti de′padroni. E senza volerlo ascoltare, alzate le bandiere, tennero dietro a Plauzio, il quale colle navi preparate andò poi a fare uno sbarco nella Bretagna. Non si aspettavano que′ popoli una tal visita; e perchè non s′erano nè preparati nè uniti, si diedero alla fuga, nascondendosi nelle selve e nelle paludi. Con Plauzio andò anche Vespasiano, che fu poi imperadore. S′impadronirono questi due valorosi ufiziali d′una parte di quel paese sino al Tamigi; nè osando Plauzio di passar oltre, significò con sue lettere la positura de gli affari a Claudio, e quali popoli egli avesse soggiogato, quali Vespasiano; e come Gaio Sidio Geta inviluppato da i nemici con pericolo d′esser preso, gli avea poi sbaragliati. Claudio o avea già fatta, o fece allora la risoluzione di passar colà in persona. Lasciato dunque il governo di Roma a Lucio Vitellio, ch′era stato, o pur tuttavia era console, probabilmente nella state s′imbarcò, e da Ostia fece vela verso Marsiglia, con patire per viaggio una pericolosa burrasca. Poscia parte per terra, parte per mare arrivò all′Oceano, e finalmente raggiunse l′armata che stava tuttavia accampata presso al fiume Tamigi. Valicato quel fiume, sconfisse i Britanni accorsi in gran copia per impedirgli il passaggio, e prese Camaloduno reggia di Cinobellino. Così Dione [254]: laddove Suetonio [255] scrive non aver egli data battaglia alcuna. Certo è, che per quelle imprese due o tre volte conseguì di nuovo il titolo d′Imperadore, titolo indicante qualche nuova vittoria. Anche Tacito [256] afferma aver egli conquistato un buon tratto di paese nella Bretagna, e domati ivi alcuni di quei re, e Suetonio [257] stesso, asserisce che Vespasiano in quella spedizione, ora sotto Plauzio ed ora sotto lo stesso Claudio Augusto, si segnalò, con essere ben volte trenta venuto alle mani con que′ popoli, ed aver sottomesse due di quelle possenti nazioni, prese renti città e l′isola di Vicht. Non molto tempo si fermò Claudio in quelle contrade; e dopo aver tolte l′armi a gli abitanti del paese conquistato, e lasciato Plauzio coll′esercito al loro governo, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Sei mesi spese nell′andare e venire; ed abbiamo da Seneca [258] e da Tacito [259] che nella Bretagna fu alzato un tempio a questo imperadore, la cui impresa aprì l′adito all′armi romane di stendersi maggiormente coll′andare de gli anni in quella vasta isola. Giunti a Roma molto prima di Claudio, Gneo Pompeo e Lucio Silano, generi d′esso imperadore, coll′avviso del lieto avvenimento [260], il senato decretò il trionfo a Claudio, e diede tanto a lui, che al picciolo suo figliuolo Claudio Tiberio Germanico, il titolo di Britannico, con ordinar de i giuochi da farsi ogni anno in sua memoria, e l′erezione di due archi trionfali, l′uno in Roma e l′altro al lido della Gallia, dove Claudio entrò in mare per passare in Bretagna. Accordò in oltre a Messalina moglie di Claudio, ancorché non avesse il titolo d′Augusta, il primo luogo nelle pubbliche adunanze, (il che può parere strano) e il poter andare nel carpento, cioè in carrozza singolare, di cui godeano per privilegio le sole Vestali e i sacerdoti, ed entrar con essa ne′ pubblici spettacoli. Nello stesso tempo pubblicarono un editto, che chiunque avesse monete di rame coll′immagine dell′odiato Caligola, le portasse alla zecca, da essere disfatte. Sopra questo rame o bronzo mise tosto le mani Messalina, e ne fece formar delle statue al suo caro drudo Mnestere commediante.

Anno         di Cristo 44, Indizione II.

                  di Pietro Apostolo papa 16.

                  di Tiberio Claudio, figlio di Druso imperadore 4.

Consoli        Lucio Quintio Crispino per la seconda volta.

                  Marco Statilio Tauro.

Da un′iscrizion del Grutero raccolse il cardinale Noris [261] che il prenome di Statilio Tauro fu Marco. Un′altra tuttavia esistente in Roma nel museo del Campidoglio, e da me [262] pubblicata, fu posta Manio Æmilio lepido, T. Statilio tavro cos. Quando questa appartenga all′anno presente, si può inferirne, che essendo mancato di vita, ovvero avendo dimessa la dignità, il primo de′ consoli Crispino, a lui succedesse Manio Emilio Lepido. Similmente se ne ricaverebbe che il prenome di Statilio Tauro era Tito, e non Marco. Ma di ciò all′anno seguente. Arrivò l′imperador Claudio dalla Bretagna in Italia, e per testimonianza di Plinio [263]; andò ad imbarcarsi ad una delle bocche del Po, appellata Vatreno, in un grosso legno, somigliante più tosto ad un palazzo che ad una nave. Pervenuto a Roma, trionfante v′entrò [264] colle solite formalità. Sommamente magnifico e maestoso fu l′apparato, ed ottennero licenza i governatori delle Provincie, ed anche alcuni esiliati, d′intervenirvi. Osserva Dione [265] che Claudio salì ginocchione al Campidoglio, sollevandolo di qua e di là i due suoi generi, e che dispensò, ma con profusione, gli ornamenti trionfali non solo alle persone consolari che l′aveano accompagnato in quella spedizione, ma anche ad alcuni senatori contro il costume. Celebrò dipoi i giuochi trionfali in due teatri. Vi furono più corse di cavalli, caccie di fiere, forze d′atleti, balli di giovani armati. Le altre azioni lodevoli di Claudio in quest′anno si veggono brevemente riferite da Dione. Avea Tiberio tolte al senato le provincie della Grecia e Macedonia, con deputarne al governo i suoi ufiziali. Claudio gliele restituì, e tornarono a reggerle i proconsoli. Rimise in mano de′ questori, come anticamente si usava, la tesoreria del pubblico, togliendola a i pretori. Possedeva Marco Giulio Cozio il principato avito di un bel tratto di paese nell′Alpi che separano l′Italia dalla Gallia, appellate perciò Alpi Cozie. Gli accrebbe Claudio quel dominio, e, per attestato del medesiuio Dione, gli concedè il titolo di Re: cosa, dice egli, non praticata in addietro. E pure nell′arco celebre di Susa, tuttavia esistente, la cui iscrizione, pubblicata dal marchese Maffei [266] , ho ancor io [267] data alla luce, si legge M. Ivlivs Regis donni filivs Cottiys. Quella iscrizione fu posta ad Augusto. Però sembra che non ora cominciasse il titolo di Re in que′ principi, e che Augusto, nel conquistar quelle contrade, le lasciasse bensì in signoria a Giulio figliuolo del re Donno, ma senza il titolo di Re, il quale fu poi restituito da Claudio a Marco Giulio Cozio di lui figliuolo o nipote. Aveano i cittadini di Rodi crocifissi alcuni Romani che forse meritavano la morte, ma perchè quel supplizio era ignominioso, e in riputazione grande si tenea il privilegio della cittadinanza romana, Claudio levò loro la libertà, cioè il governarsi colle lor leggi e co′ proprj ufiziali, benché poi loro la restituisse nell′anno di Cristo 53. Mancò di vita in quest′anno Erode Agrippa re della Giudea, allorché si trovava in Cesarea [268]. Credevasi che Claudio Augusto lascerebbe succedere in quel regno il di lui figliuolo Agrippa, ma prevalendo i consiglj de′ suoi liberti, ne diede il governo a Cuspio Fado cavalier romano: con che Gerusalemme restò di nuovo senza i suoi re, immediamente sottoposta a i governatori romani.

Anno           di Cristo 45 Indizione III.

                    di Pietro Apostolo papa 17.

                   di Tiberio Claudio, figlio di Druso imperadore 5.

Consoli      Marco Vinicio per la seconda volta,

                  Tauro Statilio Corvino.

Secondo le osservazioni del cardinal Noris, tali furono i consoli dell′anno presente, e secondo lui Tauro fu il prenome di Statilio: del che certo si può dubitare, perchè in un passo di Flegonte [269] si parla di un fatto avvenuto in Roma, essendo consoli Marco Vinicio e Tito Statilio Tauro, cognominato Corvilio: dove apparisce Tauro cognome. Abbiam veduto nell′anno precedente rammentata un′iscrizione posta manio aemilio lepido et t. statilio tavro cos. Non ho io saputo dire, e nè pure lo so ora, a qual anno precisamente appartenga questo paio di consoli. Certamente questo Tito Statilio Tauro non sarà stato console tanto in questo che nell′antecedente anno, perchè ciò sarebbe stato notato ne′ Fasti; e però lo Statilio di quell′anno dee essere diverso dal presente. Osservarono il Panvinio ed altri, che a i consoli suddetti dovettero essere sustituiti Marco Cluvio Rufo e Pompeo Silvano, ricavandosi ciò da un rescritto di Claudio, riferito da Giuseppe Ebreo [270] - e fatto sul fine di giugno, correndo la quinta sua podestà tribunizia. Per altro ancorché finora abbiano faticato varj valenti letterati, non possiam dire superate per anche le tenebre sparse qua e là ne′ Fasti Consolari, restandovi tuttavia molto di scuro e molte imperfezioni. Piena era oramai Roma di statue [271] e d′immagini pubbliche o di marmo o di bronzo, perciocché ad ognuno era permesso il metterne: il che renderà troppo familiare ed anche vile un onore che dovea essere riserbato alle persone di merito distinto. Claudio ne levò via la maggior parte, ordinando insieme che da lì innanzi niuno potesse esporre l′immagine sua senza licenza del senato, a riserva di chi facea qualche fabbrica nuova, o rifacea le vecchie, per animar ciascuno ad accrescere gli edificj di Roma. Mandò in esilio il governatore d′una provincia, perchè fu convinto d′aver preso de i regali, e gli confiscò tutto quello ch′avea dianzi guadagnato nel governo. Fece ancora un editto, che a niuno dopo un ufizio esercitato nelle provincie, se ne potesse immediatamente, conferire un altro: legge anche altre volte stabilita, acciocché nel tempo frapposto potesse chi avea delle querele contra di tali persone, proporle con franchezza. Proibì ancora, finiti i lor governi, il pellegrinare in altri paesi, volendo che tutti venissero a Roma, per essere pronti a quello che ora noi chiamiamo Sindacato. Nell′anno presente spese Claudio di molto in dar solazzo al popolo con altri pubblici giuochi; e alla plebe, solita a ricevere gratis il frumento del pubblico, donò trecento sesterzj per cadauno e vi fu di quelli che n′ebbero per testa fino mille e ducento cinquanta. Nel giorno suo natalizio [272] , cioè nel dì primo di agosto, in cui dieci anni prima dell′era nostra egli venne alla luce in Lione, correva in quest′anno l′eclissi del sole. Claudio con pubblico monitorio ne fece alcuni dì prima avvertito il popolo, acciocché sapessero quello essere un effetto necessario del corso de i pianeti, e non ne tirassero qualche mal augurio per lui, come per poco soleano fare in tanti altri affari i Romani, essendo troppo quella gente nudrita da gl′impostori nella superstizione. Le medaglie [273] ci fan vedere che tanto nel precedente, che nel presente anno, Claudio prese più volte il titolo d′Imperadore, trovandosi nominato Imperadore per la decima volta. Indizj son questi che i suoi generali nella Bretagna doveano aver fatti de′ progressi coll′armi; ma di ciò non resta vestigio nella storia.

Anno di        Cristo 46 Indizione IV.

                         di Pietro Apostolo papa 18.

                  di Tiberio Claudio figliuolo di Druso imperadore 6.

Consoli       Publio Valerio Asiatico per la seconda volta.

                       Marco Giunio Silano.

Dal trovar noi Valerio Asiatico nominato console per la seconda volta, apparisce aver ottenuto l′eccelso grado di console un qualche anno innanzi, sustituito a i consoli ordinarj; ma in quale, non si è potuto finora esattamente sapere. Se crediamo al Panvinio [274] e ad altri, nelle calende di luglio a questi consoli succederono Publio Suillo Rufo e Publio Ostorio Scapula. Che ancor questi veramente arrivassero al consolato, né abbiam delle pruove; ma se veramente in quest′anno, ciò non si può accertare. Era [275] Marco Giunio Silano console fratello di Lucio, da noi veduto genero di Claudio Augusto. Diede molto da dire a′ Romani la risoluzion presa in quest′anno dal suddetto Asiatico console. Siccome era stato determinato da Claudio per fargli onore, egli dovea ritener per tutto l′anno il consolato; ma spontaneamente lo rinunziò. Avevano ben fatto lo stesso alcuni altri consoli, per mancar loro le ricchezze sufficienti a sostener la spesa enorme che occorreva in celebrar i giuochi circensi, addossata alla borsa de′ consoli, e cresciuta poi a dismisura. Era giusta la scusa e mirata per questi, ma noi già per Asiatico, ch′era uno de′ più ricchi nobili del romano imperio, possedendo egli delle rendite sterminate nella Gallia, patria sua. Il motivo da lui addotto fu quello di schivare l′invidia altrui pel suo secondo consolato;  ma poteva meglio assicurarsene col non accettarlo nè pure per gli primi sei mesi; e può credersi che non andò esente dalla taccia di avarizia quella spontanea sua rinunzia. Vedremo all′anno seguente i frutti amari di tante sue care ricchezze. Nel presente toccò la mala ventura a Marco Vinicio, personaggio illustre, già marito di Giulia Livilla, cioè d′una sorella di Caligola. Non l′avea nel suo libro Messalina, dopo aver essa proccurata la morte alla di lui consorte. Crebbero anche i sospetti e gli odj contra la di lui persona da che (per quanto fu creduto) l′onestà di lui diede una negativa alle impure voglie della medesima Messalina. Seppe ella fargli dare sì destramente il veleno, che il mandò per le poste al paese di là, con permettere dipoi che dopo morte gli fosse fatto il funerale alle spese del pubblico: onore molto, familiare in questi tempi. Da Agrippina, prima che divenisse moglie di Tiberio Augusto, era nato Asinio Pollione, il quale perciò fu fratello uterino di Druso Cesare figliuolo di Tiberio. Nel cervello d′esso Pollione entrarono in quest′anno grilli di grandezze e desiderj di divenir imperadore; e cominciò egli per queste  alcune tele con sì poca avvertenza, che ne arrivò tosto la contezza a Claudio. Teneva ognuno per certa la di lui morte; ma Claudio si contentò di mandarlo solamente in esilio, o perchè non avea fatta adunanza alcuna di gente o di danaro per sì grande impresa, o perchè il trattò da pazzo, considerata anche la sua piccola statura e deformità del volto per qui era comunemente deriso, nè ciera avea da far paura a chi sedeva sul trono. Di questa sua indulgenza, riportò Claudio non poca lode presso il pubblico, siccome ancora per altre azioni di giustizia e di zelo pel buon governo e massimamente per la giustizia. All′incontro era universale la doglianza e mormorazione perchè egli si lasciasse menar pel naso da Messalina sua moglie e da′ suoi favoriti liberti, di modo che egli pareva non più il padrone, ma bensì lo schiavo di essi. Condennato fu (che così si usava ancora) a combattere ne′ giuochi de′ gladiatori Sabino, stato governator nella Gallia a′ tempi di Caligola, per le sue molte rapine e iniquità. Desiderava Claudio, e gli altri più di lui, che questo mal uomo lasciasse ivi la vita, come solea per lo più succedere. Ma Messalina, che anche di costui si valeva per la sua sfrenata sensualità, il dimandò in grazia, né Claudio gliel seppe negare. Ed intanto ogni dì più si mormorava, perchè Mnestere commediante allora famoso non si lasciava più vedere al teatro. Era egli in grazia grande presso il popolo per la sua arte, e spezialmente per la sua perizia nel danzare; ma in grazia di Messalina era egli maggiormente per la sua avvenenza. Dolevasi la gente d′essere priva di un sì valente attore, ma più perchè ne sapeva la cagione, e la sapevano anche i più remoti da Roma. Altri non v′era che il buon Claudio il quale ignorasse quanta vergogna albergasse nel proprio suo palazzo. Eusebio Cesariense [276] solo è a scrivere, che circa questi tempi essendo stato ucciso Rematalce re della Tracia da sua moglie, Claudio Augusto ridusse quel paese in provincia, e ne diede il governo a i suoi ufiziali.

Anno         di Cristo 47,  Indizione, V.

                  di Pietro Apostolo papa 19.

                  di Tiberio Claudio figlio di Druso imperadore 7.

Consoli     Tiberio Claudio Augusto Germanico per la seconda volta.

                       Lucio Vitellio per la terza.

Abbiamo da Suetonio [277] che Claudio Augusto non fu già console ordinario con Lucio Vitellio in quest′anno. Un altro, il cui nome non sappiamo, procedette console nel principio di gennaio; ma perchè questi da lì a poco finì di vivere, Claudio non isdegnò di succedere in suo luogo. Vitellio qui mentovato lo stesso è che fu proconsole della Soria, e padre di Vitellio imperadore. Tanti onori a lui compartiti erano frutti della sua vile adulazione. Secondo la supputazion di Varrone, questo era l′anno ottocentesimo della fondazion di Roma [278] ; e però Claudio diede al popolo il piacer de′ giuochi secolari, i quali propriamente si doveano fare ad ogni cento anni. Ma a que′ giuochi accadde ciò che si osservò nel Giubileo romano cominciato nel 1300 che dovea rinovarsi solamente cento anni dipoi, ma poi fu celebrato in anni diversi. Erano passati solamente sessantaquattro anni, da che Angusto diede questi giuochi, e viveano tuttavia delle persone che vi assisterono, e de gl′istrioni che aveano ballato in essi, fra′ quali Stefanione commemorato da Plinio [279]. Però essendo solito il banditore nell′invitare a questi giuochi il popolo, di dire che venissero ad uno spettacolo che non aveano mai più veduto, nè sarebbono mai più per vedere, si fecero delle risate alle spese di Claudio. Ancor qui notata fu adulazione del console Vitellio, perchè fu udito dire a Claudio, che gli augurava di voler dare altre volte questi medesimi giuochi. Comparve ne′ giuochi suddetti Britannico figliuolo dell′imperadore insieme col giovinetto Lucio Domizio, che fu poi Nerone imperadore, e si osservò che l′inclinazion del popolo correa più verso questo giovane, perchè era figliuolo di Agrippina, principessa amata da essi non tanto per essere stata figlia dell′amato Germanico, quanto perchè la miravano perseguitata da Messalina. Si contano ancora sotto quest′anno alcune azioni lodevoli di Claudio [280]. Prodigiosa era la quantità de gli schiavi che ogni nobil romano teneva al suo servigio [281]. Allorché i miseri cadeano infermi, costumavano alcuni de′ loro padroni, per non soggiacere alla spesa, di cacciarli fuori di casa, mandandoli nell′isola del Tevere, acciocchè Esculapio, a cui quivi era dedicato un tempio, li guarisse, ed esponendogli in tal guisa al pericolo di morir di fame. Fece Claudio pubblicar un editto, che gli schiavi cacciati da′ padroni s′intendessero liberi, nè fossero obbligati a tornar a servire. Che se, in vece di cacciarli, volessero levarli di vita, si procedesse contra di loro come omicidi. In oltre essendo denunziati alcuni di bassa sfera, quasi che avessero insidiato alla di lui vita, niun caso ne fece, con dire non essere nella stessa maniera da far vendetta di una pulce che d′una fiera. Ordinò ancora che i liberti ingrati a i lor padroni tornassero ad essere loro schiavi: legge sempre dipoi osservata. Rimosse dal senato alcuni senatori, perchè essendo poveri, non poteano con dignità calcare quel posto, il che a molti di loro fu cosa grata. E perchè un Sordinio nativo dalla Gallia, ed uomo ricco, poteva con decoro sostenere la dignità senatòria, e Claudio intese ch′era partito per andarsene a Cartagine, disse: Bisogna che io fermi costui in Roma, con i ceppi d′oro; e richiamatolo indietro, il creò senatore. Insorsero gravi querele contro gli avvocati che esigevano somme immense da i lor chenti. Fu in procinto il senato di proibire affatto ogni pagamento. Claudio volle che si tassasse una molto leggier somma.

Ma se Claudio da tali azioni riportò lode, maggior fu bene il biasimo che a lui venne per essersi lasciato condurre a dar la morte in questo medesimo anno a varie illustri persone, per le maligne insinuazioni di Messalina sua moglie. Aveva egli accasata con Gneo Pompeo Magno Antonia sua figliuola. La matrigna Messalina, che odiava l′uno e l′altra, seppe inventar tante calunnie, dipingendo il genero Pompeo per insidiatore della vita di lui, che Claudio gli fece tagliar la testa. Per altro costui offuscava la nobiltà de′ suoi natali con de i vizj nefandi. Nè qui si fermò la persecuzione. Fece anche morire Crasso Frugi e Scribonia, genitori d′esso Pompeo, tuttoché, per attestato di Seneca [282], Crasso fosse così stolido che meritasse d′essere imperadore, come era Claudio. Antonia fu poi maritata con Cornelio Silla Fausto, fratello di Messalina. A Valerio Asiatico, da noi già veduto due volte console, le sue molte ricchezze furono in fine cagione di totale rovina [283]. Con occhio ingordo le mirava Messalina, e massimamente co i desiderj divorava gli orti di Lucullo, da lui maggiormente abbelliti. S′inventarono varj sospetti e delitti contra di lui; ed avendo egli determinato di passar nelle Gallie, dove possedea de i gran beni, fu fatto credere a Claudio che ciò fosse per sollevar contra di lui le legioni della Germania. Condotto da Baia incatenato ed accusato, con forza si difese, allegando che non conosceva alcuno de′ testimonj prodotti contra di lui. Si fece venire innanzi un soldato che protestava d′essere intervenuto al trattato della congiura. Dettogli, se conosceva Asiatico: senza fallo rispose. Che il mostrasse; data una girata d′occhi sopra gli astanti, sapendo che Asiatico era calvo, indicò un calvo, ma che non era Asiatico. Niuno dell′uditorio potè contenere le risa, e l′assemblea fu finita. Già pensava Claudio ad assolverlo per innocente, quando entrò in sua camera l′infame Vitellio il console, imboccato da Messalina, che colle lagrime a gli occhi mostrò gran compassione d′Asiatico, e poi finse d′essere spedito da lui per impetrar la grazia di potere scegliere quella maniera di morte che più a lui piacesse. Il bietolone Augusto senza cercar altro, credendo che per rimprovero della coscienza rea egli non volesse più vivere, accordò la grazia richiesta. Asiatico si tagliò dipoi le vene, e rendè contenta, ma non sazia, l′avarizia e crudeltà di Messalina, la quale per altre somiglianti vie condusse a morte Poppea, moglie di Scipione, la più bella donna de′ suoi tempi e madre di Poppea maritata poi coll′Augusto Nerone. Nulla seppe di sua morte Claudio. D′altri nella stessa guisa abbattuti parla Tacito, la cui storia maltrattata da′ tempi torna a narrarci gli avvenimenti d′allora, quando quella di Dione per la maggior parte è venuta meno. In quest′anno [284] ancora si credè Claudio d′immortalare il suo nome anche fra i grammatici, con aggiugnere tre lettere all′alfabeto latino. Una delle quali fu l′F scritto al rovescio per significare l′V consonante. Ma dopo la sua morte morirono ancora le da lui inventate lettere. Furono in quest′anno rivoluzioni in Oriente. Essendo stato ucciso Artabano re de′ Parti, disputarono del regno coll′armi in mano due suoi figliuoli. Prese Claudio questa occasione per inviar Mitridate, fratello di Farasmane re dell′Iberia, a ricuperare il regno dell′Armenia, già occupato da i Parti. Ed egli in fatti se ne impadronì, e vi si sostenne col braccio de′ Romani. Nè fu senza moti di guerra la Germania. Essendo morto Sanquinio, che comandava l′armi romane nella Germania bassa, in suo luogo fu inviato Gneo Domizio Corbulone, che riuscì dipoi il più valente capitano che allora si avesse Roma. Innanzi ch′egli arrivasse colà, i Cauci aveano fatte delle scorrerie ne i lidi della Gallia. Subito che Corbulone fu alla testa delle legioni, soggiogò essi Cauci; fece tornare all′ubbidienza i popoli della Frisia che s′erano ribellati alcuni anni prima; rimase fra le truppe romane con gran rigore l′antica disciplina. Era per far maggiori imprese, se il pauroso Claudio Augusto non gli avesse scritto di ripassare il Reno e di lasciar in pace i Barbari. Ubbidì Corbulone, ma con esclamare: Felici gli antichi generali! Claudio a lui concedè poi gli ornamenti trionfali. Venuto anche a Roma Aulo Plauzio, il quale s′era segnalato nella guerra della Bretagna, accordò a lui pure l′onore dell′ovazione: che così chiamavano il picciolo trionfo. Già s′era cominciato a riserbare il vero trionfo a i soli imperadori, perchè soli essi erano i generalissimi dell′armi romane, e a loro si attribuiva l′onor di qualunque vittoria che fosse riportata da i subalterni.

Anno       di Cristo 48, Indizione VI.

                di Pietro Apostolo papa 20.

                     di Tiberio Claudio  figlio di Druso, imperadore 8.

Consoli   Aulo Vitellio,

                     Quinto Vipsanio Poblicola.

Il primo di questi consoli fu poscia imperadore. Per attestato di Suetonio [285], ad esso Aulo Vitellio nelle calende di luglio, venne sustituito Lucio Vitellio suo fratello: tanto poteva nella corte d′allora Lucio Vitellio lor padre, il re de gli adulatori. Trattossi nell′anno presente in senato [286] di creare de′ nuovi senatori in luogo de i defunti; e seguì molta disputa, perchè i popoli della Gallia Comata dimandavano di poter anch′essi concorrere a tutte le dignità e a gli onori della repubblica romana. Fu contradetto da non pochi, ma prevalse il parere di Claudio, che addottò l′esempio de′ maggiori, sostenne non doversi negar la grazia, perchè ridondava in pubblico bene e in accrescimento di Roma. Come censore fece Claudio ancora alcune buone ordinazioni, e fra l′altre spurgò il senato di alcune persone di cattivo nome, e ciò con buona maniera; perciocché sotto mano lasciò intendere a que′ tali, che se avessero chiesto licenza di ritirarsi, l′avrebbono conseguita. Propose il console Vipsanio che si desse a Claudio il titolo di Padre del Senato. Claudio, conosciuto che questo era un trovato dell′adulazione, lo rifiutò. Fu fatto in quest′anno da esso Augusto parimente, come censore, e dal vecchio Lucio Vitellio, suo collega, il lustro, cioè la descrizione di tutti i cittadini romani: il che non vuol già dire de gli abitanti di Roma, perchè tanti forestieri venuti a quella gran città non erano tutti per questo cittadini di Roma, e molto meno tante e tante migliaia di servi, cioè schiavi, che servivano allora in Roma a i benestanti. Niuno de gli antichi scrittori ci ha lasciato il conto di quante anime allora vivessero in Roma: città che in que′ tempi forse di non poco superava le moderne di Parigi e di Londra. Un′iscrizione che di ciò parla, merita d′essere creduta falsissima, siccome osservò giusto Lipsio [287]. Per cittadini dunque romani s′intendevano tutte quelle persone libere che godeano allora la cittadinanza romana sì in Roma che nelle Provincie, giacchè non peranche questo privilegio s′era dilatato a tutto l′imperio romano, come ne′ tempi susseguenti avvenne. Di tali cittadini si trovarono nella descrizion suddetta sei milioni e novecento quarantaquattro mila.

Giunta era all′eccesso l′impudicizia e la baldanza di Messalina moglie di Claudio Augusto. Volle ella nell′anno presente far un colpo a credere il quale gran fatica si dura, non sapendosi capire come potesse arrivar tant′oltre la sfacciataggine di una donna, e la balordaggine di un marito, e marito imperadore. Lo stesso Tacito confessa [288] che ciò parrà favoloso; tuttavia tanto egli, quanto Suetonio [289] e Dione [290] ci dan per sicuro il fatto. Era impazzita questa rea femmina dietro a Gaio Silio, giovane non men per la nobiltà, che per la bellezza del corpo, riguardevole. Avea portato Claudio a disegnarlo console per l′anno prossimo. Nè bastandogli di mantenere un indegno commerzio con questo giovane, determinò in fine di contraere, matrimonio con lui benché vivente Claudio, nè ripudiata da lui. Dicono, ch′essendo ito Claudio ad Ostia per affari della pubblica annona, ella fingendo qualche incomodo di sanità, si fermò in Roma, e con gran solennità fece stendere lo strumento del contratto, munito di tutte le clausole consuete, donando a Silio tutti i preziosi arredi del palazzo imperiale, e compiendo la funzione co i sagrifizj e con un magnifico convito. Fu poi esposto [291] a Claudio, che alla presenza del senato, del popolo e de′ soldati tutti ciò era seguito. Ha dell′incredibile. Suetonio aggiugne, aver Messalina indotto lo stesso imperadore a sottoscrivere quell′atto, con fargli credere che fosse una burla, e ciò utile per allontanare un pericolo, che a lui sovrastava, predetto dagl′indovini, e per farlo ricadere sopra Silio, finto imperadore. Sì lontana da ogni verisimile è questa partita, che patisce l′intelletto a crederla vera. Sarà stata probabilmente una diceria del volgo, solito, ad aggiugnere a i fatti veri delle false circostanze; nè Tacito ne parla. Comunque sia, un gran dire per questo sì sfoggiato ardimento, fu per Roma tutta. Il solo Claudio nulla ne sapea, perchè attorniato da i liberti, tutti paurosi di disgustar Messalina, l′incorrere nella disgrazia di cui [292] e il perdere la vita andavano bene spesso, uniti. Tuttavia troppo facile era lo scorgere che Messalina dopo aver fatto Silio suo marito, era dietro a farlo anche imperadore, con un cotale sconvolgimento del pubblico e della corte, a cui terrebbe dietro infallibilmente la rovina ancora d′essi liberti, tanto favoriti da Claudio. Si aggiunse ancora, che avendo Messalina fatto morir Polibio [293], uno de′ più potenti fra essi nella corte, impararono gli altri a temere un′egual disavventura. Perciò Callisto, Pallante e Narciso, liberti i più poderosi de gli altri nell′animo di Claudio, presero la risoluzione di aprir gli occhi all′ingannato Augusto. Ma non istettero saldo i due primi nel proposito, paventando, che se Messalina giugneva a parlare una sola volta a Claudio, saprebbe inorpellar sì bene il fatto, che sfumerebbe in lui tutto lo sdegno. Narciso solo stette costante; nè attentandosi egli a muovere il primo parola, fece che alcune puttanelle di Claudio gli rivelassero non solamente la presente infamia, ma ancora la storia di tutti i precedenti scandali originati dalla trabocchevol libidine e crudeltà di Messalina. Attonito Claudio fa tosto chiamar Narciso, il qual chiesto perdono in prima e addotte le cagioni del silenzio fin ora osservato, conferma il fatto e rivela altri complici della disonestà di Messalina. Turranio presidente dell′annona e Lusio Gela prefetto del pretorio, chiamati anch′èssi, attestano il medesimo, con rappresentare e caricare il pericolo di perdere vita ed imperio, imminente a Claudio per gli ambiziosi disegni di Silio e di Messalina e il bisogno di provvedervi con mano forte, senza ascoltar discolpe e parole lusinghiere della traditrice consorte. Rimase sì sbalordito Claudio, che andava di tanto in tanto dimandando s′egli era più imperadore, se Silio menava tuttavia vita privata.

Era il mese d′ottobre, e fu veduta Messalina più gaia del solito; divertirsi alle feste di Bacco [294] che si faceano per le vindemie, prendendo essa la figura di Baccante, e Silio quella di Bacco. Quand′ecco di qua e di là giugnere a Roma l′avviso, essere Claudio consapevole di tutte le sue vergogne, e venire a Roma per farne vendetta. Il colpo di riserva, su cui riponeva le sue speranze Messalina, era quello di poter parlare a Claudio, fidandosi che, come tant′altre volte era accaduto, ora ancora placherebbe l′insensato marito. Ma questo appunto era quello da cui l′accorto Narciso volea tener lontano il padrone: al qual fine impetrò di aver per quel giorno il comando delle guardie, rappresentando la dubbiosa fede di Lusio Geta; ed insieme ottenne di venir anch′egli in carrozza coll′imperadore a Roma. Nella stessa venivano ancora Lucio Vitellio e Publio Cecina Largo, senza mai articolar parola nè in favore nè contra di Messalina, perchè non si fidavano dell′animo troppo instabile e debole di Claudio. Intanto Messalina, presi seco Britannico ed Ottavia suoi figliuoli, e Vibidia la più anziana delle Vestali, ed accompagnata da tre sole persone, perchè gli altri se ne guardarono, s′inviò a piedi fuor della porta d′Ostia, e salita poi in una vilissima carretta, trovata ivi per avventura, andò incontro al marito, non compatita da alcuno. Allorché arrivò Claudio, cominciò a gridare che ascoltasse chi era madre di Britannico e d′Ottavia; e Narciso intanto facea marciar la carrozza, strepitando anch′egli, con esagerar l′insolenza di Silio e di Messalina, e con rimettere sotto gli occhi di Claudio lo strumento nuziale. Nell′entrare, in Roma si vollero affacciare alla carrozza, Britannico ed Ottavia: ordinò Narciso alle guardie che li tenessero lontani; ma per la venerazione e per gli privilegj che godeano le Vestali, non potè impedir Vibidia dall′accostarsi, e dal far grande istanza che contra di Messalina non si procedesse a condanna senza prima ascoltarla. Così promise Claudio. Accortamente Narciso condusse a dirittura l′imperadore alla casa di Silio, e fecegli osservar le preziose masserizie della corte portate colà: vista, che svegliò pur del fuoco in quel freddo petto. Indi così caldo il menò al quartiere de′ pretoriani, istruiti prima di quel che, aveano a dire. Poche parole potè proferir Claudio, confuso tra il timore e la vergogna ed alzossi allora un grido de′ soldati, che dimandavano il nome e il gastigo de i rei. Silio fu il primo che sofferì con coraggio la morte, poi Vettio Valente, Pompeo Urbico ed altri nobili, tutti macchiati nelle impudicizie di Messalina. Mnestere il commediante, con ricordare a Claudio d′aver ubbidito a i di lui comandamenti, intenerì sì fattamente il buon Claudio, che fu vicino a perdonargli; ma i liberti gli fecero mutar sentimento. Solamente Suilio Cesonino e Plauzio Laterano la scapparono netta, l'ultimo per gli meriti di Aulo Plauzio suo zio. Intanto Messalina ritiratasi ne gli orti di Lucullo, fra la speranza e l′ira, si pensava pure di poter superare la burrasca; e non ne fu lontana. Claudio arrivato al palazzo con gran quiete si mise a tavola, ed allorché si sentì ben riscaldato dal vino, diede ordine che s′avvisasse Messalina di venire nel seguente dì, che l′avrebbe ascoltata. Si credette allora perduto Narciso, però fatto coraggio, e levatosi da tavola, come per dar ordine suddetto, da disperato ne diede uno tutto diverso al centurione e al tribuno di guardia, dicendo loro che immediatamente si portassero ad uccidere Messalina, perchè tale era la volontà dell′imperadore. La trovarono eglino stesa in terra, ed assistita da Lepida sua madre, che l′andava esortando a prevenir colle sue mani gli esecutori della giustizia. All′arrivo di essi si diede ella in fatti alcuni colpi, ma con mano tremante, più sicura fu quella del tribuno, che la finì. Portata incontanente la nuova a Claudio che Messalina era morta, lo stupido, senza informarsi, se per mano propria, o d′altrui, dimandò da bere, e con tranquillità compiè il convito. Ne′ seguenti giorni non si mirò in lui nè ira nè odio, nè allegrezza nè tristezza, ancorché osservasse l′ilarità di Narciso e de gli altri accusatori e il volto afflitto de′ figliuoli. A farlo maggiormente dimenticar di Messalina, servì l′attenzion del senato; perchè per ordine suo furono levate le di lei immagini tanto da i pubblici che da i privati luoghi. Narciso in ricompensa delle sue fatiche da esso senato fu promosso all′ordine de′ questori.

Anno          di Cristo 49 - Indizione VII.

                   di Pietro Apostolo papa 21.

                  di Tiberio Claudio figlio di Druso, imperatore 9.

Consoli       Aulo Pompeo Longino Gallo,

                        Quinto Veranio.

S′è dubitato se il primo de′ consoli portasse il cognome di Longino o Longiniano. In un frammento di marmo [295] esistente oggidì nel museo del Campidoglio si legge: Q. Veranio, A. Pompeio Gallo Cos. E però non Gaio, come s′è creduto fin qui, ma Aulo sarà stato il di lui prenome. A questi consoli ordinarj circa le calende di maggio fondatamente si credono succeduti Lucio Memmio Pollione e Quinto Allio Massimo. Rimasto vedovo Claudio Augusto, si credette che non passerebbe ad altre nozze [296]; e tanto più perch′egli protestò a i soldati del pretorio di non voler più moglie, da che tanta sfortuna avea provato nei precedenti matrimoiij; e che se facesse altrimenti, si contentava d′essere scannato dalle loro mani. Ma andò presto in fumo questo suo proponimento. Tutte le più nobili dame romane si misero in arnese per espugnar questa debil rocca, mettendo in mostra tutte le lor bellezze naturali ed artificiali, e adoperando quanti lacci sa inventare la loro scuola, sapendo per altro come egli fosse alieno dalla continenza [297]. Tenevano il primato tre fra l′altre, cioè Lollia Paolina, figliuola di Marco Lollio già stato console, e per lei facea di caldi ufizj Callisto, uno de′ liberti favoriti di Claudio. La seconda era Elia Petina della famiglia de′ Tuberoni, figliuola di Sesto Elio Peto già console, stata già moglie del medesimo Claudio [298] prima dell′imperio, e da lui ripudiata per lieve cagione. Perorava per questa Narciso, altro potente liberto di corte, di cui già s′è parlato. La terza fu Giulia Agrippina, figliuola di Germanico suo fratello, già cacciata in esilio da Caligola per la sua mala vita, e perseguitata in addietro da Messalina. A promuovere gl′interessi di lei si sbracciò forte Pallante, liberto anch′esso di gran possanza nel cuore di Claudio. E questa in fine vinse il pallio. Benché fosse stata maritata due volte, cioè più di vent′anni prima a Gneo Domizio Enobarbo, a cui partorì Liccio Domizio Enobarbo, che vedremo imperadore col nome di Nerone, e poscia a Crispo Passieno, ch′ella fece morire per non tardare a godere l′eredità da lui lasciatale; e benché ella avesse passati gli anni della gioventù, pure era assai fresca, e sosteneva il credito d′esser bella, possedendo anche a maravigha l′arte de gli intrighi e delle lusinghe femminili. A cagion della stretta parentela, essendo Claudio suo zio paterno, godeva ella il privilegio di visitarlo spesso ed assai confidentemente. Questo bastò per farlo cader nella pania, di maniera che fin l′anno precedente furono concertate fra loro le nozze, ed eseguite poi nel presente. In mani peggiori non potea capitar Claudio, perchè in questa donna non si sa qual fosse maggiore, o la fierezza, o la superbia, o l′avarizia. Pure la sua passion dominante, e superiore all′altre, era l′ambizione, per cui avrebbe sagrificato tutto. Scrive Dione [299], esserle stato predetto un giorno da uno strologo che suo figliuolo Nerone sarebbe imperadore, ma ch′egli stesso l′ucciderebbe. Non importa, rispose ella, mi uccida, purchè, regni. In fatti fin d′allora si diede ella a cercar le vie di accasar Lucio Domizio Enobarbo suo figliuolo, (che fu poi Nerone) nato sul fine dell′anno 37 dell′era nostra, con Ottavia figliuola d′esso Claudio Augusto. Perchè tra questa principessa e Lucio Silano erano seguiti gli sponsali alcuni anni prima [300], bisognò pensare alla maniera di levar un tale ostacolo con ricorrere alla calunnia, giacché Silano per l′incorrotta sua vita era esente da veri delitti. Lucio Vitellio censore fu l′iniquo mezzano della di lui rovina, con far credere a Claudio che fra Silano e Giunia Calvina sua sorella passassero intrinsichezze nefande. Perciò Silano, che nulla sapea di questo, vide se stesso tutto ad un tempo balzato dal grado di senatore, obbligato in oltre a rinunziar la pretura, e rotto il suo maritaggio con Ottavia. Questa fu la prima prodezza di Agrippina, e non era peranche moglie di Claudio.

Ma Claudio benché ardente di voglia di effettuar questo matrimonio, tuttavia non osava, perchè presso i Romani non era lecito, non che in uso, che uno zio sposasse una nipote. Prese ancor qui l′assunto di provedere al bisogno quel gran faccendiere di Lucio Vitellio: ne parlò egli con energia al senato, e i senatori, schiavi d′ogni volere del principe, decretarono la validità di un tal contratto. Celebraronsi dunque le nozze, e in quello stesso dì Lucio Silano, stato genero di Claudio, si diede la morte da se stesso. Entrata nell′imperial palazzo Agrippina, poca pena ebbe a rendersi padrona dello scimunito consorte e de′ pubblici affari, con voler anch′ella al pari di Claudio essere ossequiata dal senato, da i principi stranieri e da gli ambasciadori. Cominciò ad ammassar della roba, senza perdonare a sordidezza alcuna, tirando colle lusinghe alcuni a dichiararla erede, ed atterrando altri con calunnie per occupare i lor beni. Promosse gli sponsali del giovinetto Lucio Domizio suo figliuolo, già pervenuto all′età di dodici anni, colla suddetta Ottavia figliuola di Claudio, a cui questa alleanza fu il primo gradino per salire al trono imperiale. Fece parimente richiamar a Roma dall′esilio della Corsica Lucio Anneo Seneca, insigne filosofo stoico, e il diede per precettore al figliuolo, sperando di farne mia cima d′uomo e un mirabil imperadore, giacché a questo bersaglio tendevano le principali sue mire. Impetrò anche la pretura pel medesimo Seneca. Appresso rivolse Agrippina lo spirito vendicativo contro a Lollia Paolina, che seco avea gareggiato pel matrimonio di Claudio. Fecesi comparire che avesse interrogati strologhi e l′oracolo di Apollo di Clario in pregiudizio dell′imperadore: questi perciò, senza lasciarle agio per le difese, la cacciò in esilio fuori d′Italia; e confiscò la maggior parte del suo ricchissimo patrimonio. Mandò Agrippina dipoi anche a levarle la vita e fece appresso bandire Calpurnia, illustre donna, solo perchè accidentalmente a Claudio era scappato di bocca che era bella. Accrebbe Claudio in quest′anno il pomerio, o sia il circondario delle mura di Roma: il che era riputato di singolar gloria. Alle preghiere de′ Parti mandò loro per re Meerdaie di quella nazione, che poca fortuna provò per sè e svergognò i Romani, Nella Tracia furono guerre tali nondimeno, che io mi dispenso dal riferirle, perchè di niun momento per la storia presente. Se crediamo ad Orosio [301], seguì in quest′anno l′editto di Claudio, che tutti i Giudei uscissero di Roma: del che parla San Luca ne gli Atti de gli Apostoli [302]. Prodigiosa era la quantità d′essi in quella gran città. Orosio cita Giuseppe Ebreo per testimonio di tal fatto all′anno presente; ma ne i testi di Giuseppe Ebreo oggidì non si truova un tal passo. Per altro è certo il fatto, asserendolo ancora Suetonio [303] con dire di Claudio: Judæos, impulsore Chresto (così egli nomina il divino Salvator nostro) assidue tumuluantes Roma expulit. Sotto nome de′ Giudei erano allora compresi anche i Cristiani; e forse i Giudei perseguitando i Cristiani, svegliavano que′ tumulti.

Anno        di Cristo 50. Indizione VIII,

                 di Pietro Apostolo papa 22.

                 di Tiberio Claudio, figlio di Druso, imperadore 10.

Consoli    Gaio Antistio Vetere, o sia Vecchio,

                     Marco Suillio Nervilino.

Ho scritto Nervilino, e non già Nerviliano, come hanno altri; perchè il cognome di questo console si legge formato così in un insigne marmo del museo Capitolino, da monsignor Bianchini [304] e da me [305] ancora dato alla luce. Un altro gran passo fece in quest′anno Agrippina per innalzar sempre più il suo figliuolo Lucio Domizio Enobarbo [306]. Tuttoché Claudio Augusto avesse un figliuolo maschio, cioè Britannico, che naturalmente avea da succedere a lui nell′imperio, il semplicione si lasciò indurre ad adottar per figliuolo anche il medesimo Lucio Domizio, il quale passato nella famiglia Claudia cominciò ad intitolarsi Nerone Claudio Cesare Druso Germanico, come apparisce dalle medaglie [307] battute allora in onor suo. Il mezzano di questo affare, adoperato da Agrippina, fu Pallante, il più confidente che s′avesse Claudio: ed avendo allora Nerone due anni di più di Britannico, si vide la deformità d′aver egli adottivo la mano dal figliuolo legittimo e naturale dell′imperadore, ornati amendue del cognome cesareo. Nè già dimenticò sè stessa l′ambiziosa Agrippina. Non avea mai Claudio conceduto a Messalina il titolo d′Augusta. Lo volle ben ella, nè le fu difficile l′ottenerlo; siccome ancora nell′anno seguente volle l′onore d′entrar col carpento, o sia colla carrozza ne′ pubblici giuochi. Cresciuta ne′ titoli Agrippina, crebbe anche nell′autorità, e peggior divenne di Messalina, non già nell′impudicizia, perchè se questa non le mancò, fu almeno occulta, ma nelle rapine della roba altrui, e in procurar la morte a chi si tirava addosso il di lei sdegno, o lo meritava per essere ricco. Quanto ella era diligente a far ben educare e a produrre il suo figliuolo Nerone, altrettanto la scaltra donna si studiava di abbassare e di fare scomparire il figliastro suo, cioè Britannico Cesare. Sotto varj pretesti fece morire, o levare dal di lui fianco le persone che gli poteano ispirare de′ sentimenti contrarj a i suoi; e fra gli altri [308] v′andò la vita di Sosibio di lui maestro. Altre persone mise ella in lor luogo, tutte dipendenti da i suoi voleri, di modo che l′infelice principe era in certa guisa assediato e tenuto quasi come prigione, senza ch′egli potesse se non di rado vedere il padre Augusto. Faceva anche correr voce che egli patisse di mal caduco, e fosse scemo di cervello [309], quando si sapea che in quell′età di nove o dieci anni era forte di corpo, e di spirito molto vivace. Un trattamento tale eccitava la compassione in tutti, ma senza alcun profitto per lui. Nell′anno seguente Britannico in salutar Nerone, disavvedutamente gli diede il nome di Domizio, oppure di Enobarbo. Non si può dir che fracasso e querele facesse per questo in corte Agrippina. Volle essa in oltre la gloria di fondare una colonia che portasse il suo nome. A questo fine mandò alcune migliaia di veterani a piantarla nella città de gli Ubii, che da lì innanzi prese il nome di Colonia Agrippina, città tuttavia delle più illustri e floride della Germania, che ritiene il nome di Colonia. Quivi era nata la medesima Agrippina, allorché Germanico suo padre guerreggiò in quelle parti co i Germani. Riportò in quest′anno Publio Ostorio Scapula molti vantaggi contra de′ popoli della Bretagna, e prese, non so se in questo o nel seguente anno, Carattaco, uno de i re o duci loro, colla moglie e co′ figliuoli [310]; per le quali imprese conseguì dal senato romano gli ornamenti trionfali, ma con goderne poco, perchè la morte il rapì da lì a non molto. Condotto a Roma Carattaco prigioniere, senza smarrirsi punto, parlò a Claudio da uomo forte: e Claudio restituì a lui e a tutti i suoi la libertà. Ammirava dipoi Carattaco la magnificenza di Roma, e dicea a i Romani, che non sapea capire, come avendo essi cotanti superbi palazzi ed agiate case, andassero poi a cercar le povere capanne de′ Britanni. Camaloduno in quella grand′isola, città così denominata dal dio Camalo, fu scelta per condurvi una colonia di veterani, acciocché servissero di baluardo contro i nemici e ribelli. Anche nella Germania superiore i Catti furono in armi, e fecero delle iucursioni nel paese romano. Ma Lucio Pomponio Secondo, insigne poeta tragico e governatore dell′armi in quelle parti, li mise in dovere, con aver anch′egli perciò meritati gli onori trionfali.

Note

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[1] Sueton. Vita August. cap. 5a.

[2] Dio Cass. Histor.

[3] Tacit. Annal. lib. 5. cap. 56.

[4] Noris Cenotaph. Pisan. Diss. II. cap. 13.

[5]Joseph Antiq.′udaicar. lib. 17. c. 8, Pagius in Critica Baroniana.

[6] Vaillant. Idem Pagius. Usserius, Noris, etc.

[7] Velleius Paterculus lib. 2.

[8] Plinius lib. g. cap. 55.

[9] Noris Cenotaph. Pisan. Diss, II. cap. 14.

[10] Dio. Suetonius. Tacitus.

[11] Sueton. in Tiber. cap. 7.

[12] Velleius Historiar. lib. 2.

[13] Tacitus lib. 5. Annal.

[14] Velleius lib 2. Florus lib. 4- cap. 4- Tacitus lib. 11. Annal.

[15] Dio in Histor. Strabo lib. 2. Velleius lib. 1. Rufus Festus in Breviar.

[16] Usserius Annal. Noris Cenotaph. Pisan.

[17] Tertullian. lib. 4- cap- 19 contra Marcionem.

[18] Velleius lib. 2. Zonaras Histoir. Suetonius in August. cap. 68.

[19] Tacitus lib. I. Annal.

[20] Mediobarb. in Numismat.

[21] Velleius lib. 2. Dio Histor. lib. 55.

[22] Fabrettus Inscription. pag. 705.

[23] Patinus Famil. Roman.

[24] Vellejus lib. 2.

[25] Sueton. in Tiber. cap, 16. Joseph. Antiq. Iudaic. lib. 18.

[26] Dio Histor. lib. 55.

[27] Dio lib. 55.

[28] Sueton. in August. cap. 42.

[29] Dio lib. 55.

[30] Velleius lib. 2.

[31] Joseph. Antiq. Judaic, lib. 17.

[32] Dio l. 55. Strabo l6.

[33] Genes. c. 49- v. 10.

[34] Dio lib. 55. Velleius lib. 2.

[35] Joseph. Antiq. lib. 17.

[36] S. Lucas in Evang. cap. 2.

[37] Dio lib. 57. Tacit. lib. I.Annal. cap. 16 et seq.

[38] Sueton. in Tiber. cap. 16

[39] Sueton. in Tiber. cap. 17. Dio 1. 56.

[40] Velleius lib. 2.

[41] Tacitus Annal. lib. I.

[42] Velleius lib. 2. Dio lib. 56.

[43] Sueton. in August. cap. 23.

[44] Dio lib. 57. Tacit. lib. i. Annal. cap. 16 et seq.

[45] Sueton. in Tib. c. 18.

[46] Velleius lib, 2

[47] Usserius in Annalib.

[48] Sueton. in Tiber. cap. 18.

[49] Velleius lib. 2.

[50] Sueton. in Tiber. c. 20 e 21.

[51] Velleius lib. 2.

[52] Tacitus Annal. lib. 1.

[53] Velleius lib. 2.′

[54] Sueton. in Tiber. c. 20.

[55] Dio lib. 56.

[56] Petavius, Mediobarbus, Pagius et alii.

[57] Dio lib. 56

[58] Sueton, in Caligul. cap. 8.

[59] Dio lib. 57. Tacit. lib. I. Annal. cap. 16 et seq.

[60] Gruter. Thesaur. Inscription. pag. 230.

[61] Euseb. in Chron.

[62] Sueton. in August. cap. ultim.

[63] Dio lib. 56.

[64] Sueton. Tacitus, Dio.

[65] Velleius lib. 2.

[66] Tacitus Annal. lib. I.

[67] Tacitus Annal, lib. I. Dio lib. 51. Sueton. in August. cap. 59. Philo in Legation. ad Caium.

[68] Sueton. in August. cap. 101. Dio lib. 56.

[69] Dio lib. 57.

[70] Sueton. in Tiber. cap. 24.

[71] Velleius lib. 3.

[72] Dio lib. 57. Tacit. lib. I.Annal. cap. 16 et seq.

[73] Dio lib. 57. Tacitus Annal. lib. i. cap. 16

[74] Tacit. ib. c. 55.

[75] Dio lib. 57. Suetonius in Tiber. cap. 26.

[76] Sueton. in Tiber. cap. 67.

[77] Dio lib. 57. Tacitus Anna!, lib. I. c. 16. Sueton. III Tiber. c. 50.

[78] Tacitus Annal, lib. I. cap. 9.

[79] Dio lib. 57. Tacit. lib. I.Annal. cap. 16 et seq.

[80] Panvin. in Fast. Blanchin. in Anastas.

[81] Fabrettus Inscript. pag. 701

[82] Ovidius lib. 4 Ep. 9. Trist.

[83] Tacitus Annal. lib. 2. cap. 9 et seq.

[84] Dio lib. 57.

[85] Sueton. in Tiber. cap. 27.

[86] Dio lib. 57.

[87] Thesaur. novus Inscription. pag. 301. num i.

[88] Tacitus Annal. lib, 2. cap. I. Joseph Antiqu. Judaic. lib. 16. c. 3

[89] Dio lib. 57.

[90] Tacit. Annal. lib. i. cap. 43.

[91] Dio Strabo Eusebius in Chronico.

[92] Hieron, in Chron.

[93] Thes. Novus Inscript. pag. 501. n. 3.

[94] Tacitus Ann. lib. 2. c. 54.

[95] Tacitus Annal. lib. i. cap, 59.

[96] Sueton. in Tiber. cap. 52.

[97] Dio in Excerptis, et lib. 57.

[98] Josephi Antiq. lib. 18. c. 4.

[99] Tacit. lib. 2. c. 85.

[100] Sueton. in Tiber. cap. 56.

[101] Ibidem cap. 35.

[102] Tacitus lib. 5. cap. i.

[103] Ibidem c. 9.

[104] Sueton. in Tiber. cap. 29.

[105] Idem in Claud. cap. 27.

[106] Sueton. in Tiber. cap. 26.

[107] Dio lib. 57.

[108] Tacit. lib. 5. cap. 53.

[109] Dio lib. 57. Tacitus lib. 3. c. 50.

[110] Sueton. in Galba cap. 3.

[111] Tacitus lib. 5. c. 55.

[112] Mediobarb. Num. Imperator.

[113] Dio lib. 58.

[114] Thesaurus Novus Inscript. pag. 301. n. 4.

[115] Tacitus lib. 1. cap. 8.

[116] Sueton. in Tiber. c. 52.

[117] Dio lib. 57.

[118] Tacitus lib. 4. cap. 14.

[119] Dio lib. 5.

[120] Plinius lib. 56. cap. 26.

[121] Dio lib. 57.

[122] Tacitus lib. 5. cap. 16.

[123] Noris Cenotaph. Pisan. Dissert. II. c. 16, Blanch, in Anastas. Schelestratus et alii.

[124] Tacitus lib. 4. c. 34.

[125] Dio lib. 57.

[126] Tacitus lib. 4. c. 54.

[127] Pagius in Critic. Baron. Stampa et alii.

[128] Tacitus lib. 6. cap.

[129] Reinesius Inscription. Class. VII. num. 17, 18.

[130] Sueton. in Tiber, cap. 60.

[131] Tacitus lib, 4. Annal, cap. 62. Sueton. in Tiber, cap. 40.

[132] Tacitus lib. 4. cap. 68. Dio lib. 58.

[133] Plinius lib. 8. c. 40.

[134] Suet. in Neron. c. 5. Dio in Neron.

[135] Norisius in Epistola Consulari.

[136] Tertull. contra Jud. c. 8.

[137] Tacitus lib. 5. cap. 1.

[138] Sueton. in Tiber. cap. 51.

[139] Sueton. in Tiber. cap. 55.

[140] Dio in Excerptis Vales.

[141] Euseb. in Chron.

[142] Dio lib. 58.

[143] Norisius Epist. Cons.

[144] Thesaurus Novus Inscription. pag. 502. num.

[145] Joseph Antiquit. Judaic. lib. 18.

[146] Dio lib. 58.

[147] Tacitus lib. 6. cap. 25.

[148] scalinata di accesso dal tempio della Concordia al colle Campidoglio a Roma e al carcere Mamertino. [ndr.]

[149] Dio lib. 58.

[150] Sueton, in Vitellio cap.

[151] Dio lib, 58.

[152] Tacitus Annal. lib. 6. cap. i. Dio lib. 58.

[153] Tacitus Ann. 1. 6. c. i. Suetonius in Tiber. cap. 72.

[154] Suetonius cap. 45.

[155] Thesaurus Nov. Inscript. pag. 303. n. i.

[156] Sueton in Galba cap. 4.  

[157] Tacitus Annal. lib. 6

[158] Sueton. in Tiber. c. 64.

[159] Dio lib. 53.

[160] Tacit. lib, 6. c. 30.

[161] Tacitus lib. 6 cap. 19. - Dio, lib. 58.

[162] Seneca Epist. 81.

[163] Dio lib. 58.

[164] Seneca de Benefic. lib. 2, cap. 21.

[165] Sueton. in Vitellio c. 2.

[166] Seneca lib. 2 et 4 de Benefic.

[167] Dio lib. 58. Tacitus lib. 4 cap. 19.

[168] Dio lib. 58.

[169] Tacit. lib. 5. cap. 10.

[170] Dio lib. 58.

[171] Tacitus lib. 6. cap. 58.

[172] Idem cap. 51. Dio lib. 58.

[173] Joseph Antiq. Judaic. lib. 18. c. 6.

[174] Tacitus lib. 6. cap. 42

[175] Sueton. in Tiber. cap. 66.

[176] Tacitus lib. 6. cap. 43; Dio lib. 58.

[177] Tacitus lib, 6. cap. 40, Joseph Anliquit. Judaic. lib. 18.

[178] Dio lib. 58.

[179] Tacit. lib. 6. cap. 21.

[180] Fabret. inscript. pag. 674.

[181] Sueton. in Tiber. cap. 74

[182] Thesaiurus Novus Inscription. pag. 303. num. 2.

[183] Sueton. in Tiber. cap. 72.

[184] Dio lib. 58. Tacitus lib. 6. c. 5o.

[185] Sueton. in Caligula cap. 8.

[186] Joseph. Antiquit. Judaic. lib. 18.

[187] Dio lib. 58.

[188] Philo de legation. Sueton. in Tiber. c. 76.

[189] Dio lib. 58. Tacitus lib. 6. c. 50. Sueton. ibi. c. 73.

[190] Sueton. in Gaio cap. 12.

[191] Sueton. in Caio c. 14. Dio lib. 59.

[192] Mediobarbus in Numismat. Imperator.

[193] Joseph Antiqu. lib. 18. Dio lib. 59.

[194] Sueton. in Caio cap. 17. Dio lib. 69.

[195] Dio lib. 59.

[196] Philo in Legatione ad Caium

[197] Dio lib. 59.

[198] Philo in Legat. ad Caium.

[199] Dio lib. 59.

[200] Idem ib. Tacit. Annal. lib. 6. cap. 46.

[201] Tacitus in Vita Agrirolae.

[202] Seneca de Benefic. lib. 2. c. 21.

[203] Sueton. in Caio cap. XL.

[204] Dio lib. 59.

[205] Dio lib. 59,  Sueton. in Caio c. 25.

[206] Dio lib. 59.

[207] Philo in Flacc. Joseph Antiq. Judaic. Eusebius et alii.

[208] Sueton. in Caio cap. 17.

[209] Dio lib. 59.

[210] Stampa Continuat. Fastor. Sigonius et alii.

[211] Sueton. in Caio cap. 8.

[212] Tacitus Annal. lib. 3. c. 31, et lib. 4. c. 52.

[213] Tacitus Annal. lib. II. c. 18.

[214] Sueton. in Caio cap. 54. Dio lib. 59.

[215] Sueton. in Caio c. 19.

[216] Sueton. in Caio c. 39.

[217] Sueton. in Caio cap. 17. Dio lib. 59

[218] Sueton. in Caio cap. 20.

[219] Dio lib. 59. Sueton. cap. 46. Aurelius Victor de Caesarib.

[220] Sueton. in Caligula cap. 40.

[221] Dio lib. 59.

[222] Dio in Excerptis Valesianis.

[223] Sueton. in Vitellio cap.2.

[224] Sueton. in Tiber. cap. 59.

[225] Sueton. in Caio cap. 17.

[226] Pagius Dissert. Hypatic.

[227] Dio lib. 69.

[228] Joseph de Bello Judaic, lib. 21.

[229] Blanchin in Anast.

[230] Joseph Antiquit.Judaic. lib. 19. c. i.

[231] Dio lib. 59. Suetonius in Caio cap. 57.

[232] Suetonius in Caio cap. 58. Dio lib. 69. Josep Antiquit. lib. 59.

[233] Sueton. in Claudio cap. 10. Dio lib. 60. Joseph Antiq. lib. 19.

[234] Mediobarbus Numism. Imper. Goltzius, Patiaus et alii.

[235] Sueton. in Claudio cap. 5. Dio lib.

[236] Dio lib. 60.

[237] Sueton. in Claudio c. 20.

[238] Plinius lib. 9. c. 6.

[239] Dio lib. 60.

[240] Sueton. in Claudio cap. 29. Seneca in Apocol.

[241] Sueton. in Claud. c. 37. Dio lib, 60.

[242] Sueton. in Claudio cap. 13. Dio lib. 60.

[243] Tacit. Historiar. lib. 2. c. 75.

[244] Plinius Junior lib. 5. Ep. 16.

[245] Sueton. in Ottone cap. 1.

[246] Idem in Claudio cap. 14.

[247] Dio lib. 60.

[248] Juvenalis Satyra 6. Dio lib. 60. Suetonius in Claud. cap. 26.

[249] Seneca in Apocol. Suetonius in Claud. cap. 29.

[250] Horatius Odar. lib. 3. I.

[251] Servius in Virgil. Georgic. 3.

[252] Strabo lib. 2.

[253] Sueton. in Claud. c. 17. Dio lib. 60.

[254] Dio lib. 60.

[255] Sueton. in Claudio cap. lib. 17.

[256] Tacitus in Vita Agricolae c. 13.

[257] Sueton. in Vespasiano c. 4.

[258] Seneca in Apocol.

[259] Tacitus Annal. lib. 14. cap. 31.

[260] Dio lib. 60.

[261] Noris Epistola Consular.

[262] Thesaurus Novus Inscription. pag. 304. num 3.

[263] Plin. lib. 3. c. 16.

[264] Sueton. in Claudio cap. 17.

[265] Dio lib. 60.

[266] Scipio Maffeius Diplomat.

[267] Thesaurus Novus Inscription. pag. 1095.

[268] Joseph Antiquit. Judaic. lib. 19.

[269] Phlegon. de Mirabilib. cap. 6.

[270] Josephi Antiqu. jud. lib. 19.

[271] Dio lib. 60.

[272] Sueton. in Claudio cap. 2.

[273] Mediobarbus Numismat. Imperatore

[274] Panvinius in Fast. Consularibus.

[275] Dio lib. 60.

[276] Eusebius in Chronico et in Excerptis.

[277] Suetonius in Claudio cap. 4.

[278] Sueton. in Claud. cap. 21. Tacitus lib. 11. cap. 11.

[279] Plinius lib. n. cap. 48. Zosimus lib. 2.

[280] Dio lib. 60.

[281] Sueton. in Claudio cap. 25.

[282] Seneca in Apocol.

[283] Tacitus Annal, lib. ii. cap. i.

[284] Tacit. Ann. lib. ii. cap. i. Sueton. in Claud. c. 1.

[285] Sueton. in Vitellio c. 5.

[286] Tacitus Annal. lib. ii. cap. 23

[287] Lipsius in Notis ad Tacit. lib. 40.

[288] Tacitus Annal. lib. 11. c. 26.

[289] Sueton in Claudio c. 26.

[290] Dio lib. 69.

[291] Tacitus Annal. lib. ii. c. 30.

[292] incorrere nella disgrazia di disgustar Messalina aveva lo stesso valore di una condanna a morte. (ndr-Bonghi)

[293] Dio in Excerptis Valesianis.

[294] Tacitus lib. II. c. 51.

[295] Thesaums Novus Inscription. pag. 504.

[296] Sueton. in Claudio cap. 26.

[297] Sueton. in Claud. cap. 53;

[298] Idem ibid. cap. 26.

[299] Dio lib. 60.

[300] Tacitus lib. 12. c. 4.

[301] Orosius in Histor.

[302] Actus Apostolor. c. 18 vers. 2.

[303] Sueton. in Claudio cap. 25.

[304] Thesaur. Nov. veter. inscript. T. i.

[305] Idem pag. 305.

[306] Tacitus Annal. lib. 12. c. 25. Dio lib. 60.

[307] Mediobarbus Numism. Imp.

[308] Dio lib 60.

[309] Tacit. lib. 12. cap. 41.

[310] Tacitus lib. 12. c. 52.

 

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Ultimo aggiornamento: 03 dicembre, 2011