Vincenzo Monti

Pensieri d’amore

Edizione di riferimento

Poesie di Vincenzo Monti; scelte illustrate e commentate da Guido Zaccagnini; Biblioteca di classici italiani annotati; Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi; Milano, 1905

Pensieri d’amore

1

Sallo il ciel quante volte al sonno, ahi lasso!

col desire mi corco e colla speme

di mai svegliarmi. E sul mattin novello

apro le luci, a mirar torno il Sole,

ed infelice un’altra volta io sono.

Quale sovente con maggior disdegno

vedi sul mar destarsi le procelle,

che fatto dianzi avean silenzio e tregua;

tale al tornar della diurna luce

più fiero de’ miei mali il sentimento

risorge, e tal dell’alma le tempeste,

che la calma notturna avea sopite,

svegliansi tutte, e le solleva in alto

quel terribile iddio che mi persegue.

Del cuore allor spalancansi le porte,

e il Dolor siede su la mesta entrata.

Con cent’occhi il crudel mostro la guarda,

e la Gioia ne scaccia, che passarvi

vorria pietosa, e col suo dolce tocco

il fier custode addormentar procura.

Al sorriso, al gentil vezzo di questa

avversaria divina ei ben talvolta

par che vinto s’accheti; ma trapassa

l’onda repente di contrario affetto,

ch’alto romor menando lo riscuote;

ond’egli riede dispettoso all’ira,

e l’istesso gioir cangia in martire.

Pensieri d’amore

2

Indarno alla novella alba del giorno,

allorché dopo il travagliar d’oscura

funesta vision svegliomi, e tutto

d’affannoso sudor molle mi trovo,

indarno stendo verso lei le braccia,

misero! e nel silenzio della notte

la cerco indarno per le vôte piume,

quando un felice ed innocente sogno

m’inganna, e parmi di sederle al fianco,

e stretta al seno la sua man tenermi,

ricoprirla di baci, e contro gli occhi

premerla, e contro le mie calde gote.

Ahi! quando ancora colle chiuse ciglia

tra veglia e sonno d’abbracciarla io credo,

e deluso mi desto, ahi! che del cuore

la grave oppression sgorgar repente

fa di lagrime un rio dalle pupille,

e al pensier disperato mi dischiude

un avvenir d’orrendi mali, a cui

termine non vegg’io fuorché la tomba.

Pensieri d’amore

3

Oh come del pensier batte alle porte

questa fatale immago e mi persegue!

Come d’incontro mi s’arresta immota,

e tutta tutta la mia mente ingombra!

Chiudo ben io per non mirarla i rai,

e con ambe le man la fronte ascondo;

ma su la fronte e dentro i rai la veggio

un’altra volta comparir, fermarsi,

riguardarmi pietosa e non far motto.

Le braccia allargo, e prono in su le piume

cader mi lascio colla bocca e il petto;

ma l’immago dagli occhi non s’invola;

anzi s’accosta, e par che ciglio a ciglio,

gote a gote congiunga, e tal poi meco

reclini il capo e s’abbandoni al sonno.

Pensieri d’amore

4

Torna, o delirio lusinghier, deh! torna,

né così ratto abbandonarmi. Io dunque

suo sposo! ella mia sposa! Eterno Iddio,

di cui fu dono questo cor che avvampa,

se un tanto ben mi preparavi, io tutti

spesi gl’istanti in adorarti avrei.

Non vo’ lagnarmi, o giusto Iddio. Perdona

alle lagrime mie, perdona al cieco

desio che m’arde. Se fra queste braccia

dato mi fosse un sol momento stringere...

Se questi labbri su quei labbri... Ahi, misero!

Ahi che al solo pensarlo entro le vene

di foco un fiume mi trabocca, e tutti

tremano i polsi combattuti e l’ossa!

Pensieri d’amore

5

Oh se lontano dalle ree cittadi

in solitario lido i giorni miei

teco mi fosse trapassar concesso!

Oh se mel fosse! Tu sorella e sposa,

tu mia ricchezza, mia grandezza e regno,

tu mi saresti il ciel, la terra e tutto.

Io ne’ tuoi sguardi e tu ne’ miei felice,

come di schietto rivo onda soave

scorrer gli anni vedremmo, e fonte in noi

di perenne gioir fôra la vita.

Poi, quando al fine dell’etade il gelo

de’ sensi avrebbe il primo ardor già spento,

e in fuga si vedrian volti i diletti

all’apparir delle canute chiome,

amor darebbe all’amistade il loco;

dolce amistade, che dal caldo cenere

delle passate fiamme altra farebbe

germogliar tenerezza, altri contenti.

Oh contenti! oh speranze!... Un importuno

fremer di vento mi riscosse, e tutta

sparve col mio delirio anche la gioia.

Pensieri d’amore

6

Ahi sconsigliato! ahi forsennato! e dove,

dove son tratto dal furor di questo

tremendo affetto? In lei sepolto, in lei

sola è sepolto il mio pensier. Quest’occhi

altro non veggon che sua dolce immago;

altro nel core risonar non sento

che l’amato suo nome, e tutto apparmi,

se lei ne traggi, l’universo estinto.

Pensieri d’amore

7

Ma che? sederle al fianco, e de’ suoi sguardi,

de’ suoi sorrisi, de’ suoi dolci accenti

pascer l’anima ingorda, e sì dappresso

farmi al suo labbro, che sul labbro mio

giungerne io senta il tepido respiro...

Ahi! parmi allor che un folgore mi corra

per gli attoniti sensi. Innanzi al ciglio

una nube si stende: entro la gola

van soffocate le parole, e sembra

che di foco una man la stringa e chiuda.

Allor mi batte in fiera guisa il core;

e per dar vento all’infiammato petto

più lunghi e cupi dall’aperta bocca

esalano i sospiri; e forza è quindi

o correre co’ baci alla sua mano,

e di pianto bagnarla; o dispiccarmi

da lei veloce, e colle vôlte spalle

gir percotendo per furor la fronte.

Pensieri d’amore

8

Alta è la notte, ed in profonda calma

dorme il mondo sepolto, e in un con esso

par la procella del mio cor sopita.

Io balzo fuori delle piume, e guardo;

e traverso alle nubi, che del vento

squarcia e sospinge l’iracondo soffio,

veggo del ciel per gl’interrotti campi

qua e là deserte scintillar le stelle.

Oh vaghe stelle! e voi cadrete adunque,

e verrà tempo che da voi l’Eterno

ritiri il guardo, e tanti Soli estingua?

E tu pur anche coll’infranto carro

rovesciato cadrai, tardo Boote,

tu degli artici lumi il più gentile?

Deh, perché mai la fronte or mi discopri,

e la beata notte mi rimembri,

che al casto fianco dell’amica assiso

a’ suoi begli occhi t’insegnai col dito!

Al chiaror di tue rote ella ridenti

volgea le luci; ed io per gioia intanto

a’ suoi ginocchi mi tenea prostrato

più vago oggetto a contemplar rivolto,

che d’un tenero cor meglio i sospiri,

meglio i trasporti meritar sapea.

Oh rimembranze! oh dolci istanti! io dunque,

dunque io per sempre v’ho perduti, e vivo?

e questa è calma di pensier? son questi

gli addormentati affetti? Ahi, mi deluse

della notte il silenzio, e della muta

mesta Natura il tenebroso aspetto!

Già di nuovo a suonar l’aura comincia

de’ miei sospiri, ed in più larga vena

già mi ritorna su le ciglia il pianto.

Pensieri d’amore

9

Limpido rivo, onor del patrio colle,

che dolce mormorando per la via

lo stanco ed arso passeggiero inviti,

è gran tempo, lo sai, che su l’erbetta

del tuo bel margo a riposar non vengo,

e d’accanto ti passo frettoloso,

né mi sovviene di pur darti un guardo.

Scusa l’error, amabil rio, perdona

l’involontaria scortesia. Se noto

l’orror ti fosse di mio stato, e quali

ravvolgo in mente atri pensieri, e quanta

guerra nel petto, orrenda guerra, io porto,

certo t’udrei su l’alta mia sventura

gemer pietoso e andar più roco al mare.

Ma ben crudo se’ tu, che i segni ancora

serbi di mia felicità perduta.

Perché quei cespi alimentar, che spesso

d’affanni scarco m’accoglieano in grembo,

quando il cor visse solitario, e tocco

d’Amor la face non l’avea pur anco?

Perché riveggio queste piante, e l’ombra

che i miei sonni coperse? E tu soave

aura d’april, perché sì dolce intorno

batti le piume e mi carezzi il volto?

Fuggi e le gote a lusingar ten vola

non bagnate di pianto. Ah! fuggi, e queste,

che mi rigan la guancia, ultime stille

non asciugarmi, e in libertà le lascia

cader nell’onda che mi scorre al piede.

Pensieri d’amore

10

Tutto père quaggiù. Divora il Tempo

l’opre, i pensieri. Colà dove immenso

gli astri dan suono, e qui dov’io mi assido,

e coll’aura che passa mi lamento,

del Nulla tornerà l’ombra e il silenzio.

Ma non l’intera Eternità potria

spegner la fiamma che non polsi e vene,

ma la sostanza spirital n’accese;

fiamma immortal, perché immortal lo spirto

entro cui vive, e di cui vive e cresce.

Quest’occhi adunque chiuderà di morte

il ferreo sonno, né potrà quel sonno

lo sguardo estinguer che dagli occhi uscìo.

Cesserà il cuor di palpitarmi in petto,

e il frale, che mi cinge, andrà nel turbo

della materia universal confuso;

ma incorruttibil dal corporeo fango,

come raggio dall’onda emergeranne

l’amoroso pensier, che tante in seno

faville mi destò, tanti sospiri.

Poiché dunque n’avrà pietoso il Fato

della spoglia terrena ambo già sciolti,

e d’altre forme andrem vestiti in altro

men scellerato e più leggiadro mondo,

noi rivedremci, o mio perduto Bene,

e sarà nosco Amor. Noi de’ sofferti

oltraggi allor vendicheremo Amore;

né d’uomo tirannia, né di fortuna

franger potranne, o indebolir quel nodo

che le nostre congiunse alme fedeli.

Perché dunque a venir lenta è cotanto,

quando è principio del gioir, la Morte?

Perché sì rado la chiamata ascolta

degl’infelici, e la sua man disdegna

troncar le vite d’amarezza asperse?

Indice Biblioteca Progetto Romanticismo

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 luglio 2007