Vincenzo Monti

Il Bardo della Selva Nera

Edizione di riferimento del testo di Vincenzo Monti

Poesie, a cura di Guido Bezzola, Unione tipografico-editrice torinese, Torino, 1969

nota introduttiva

Edizione elettronica di riferimento della nota

http://www.cronacacomune.fe.it/index.phtml?id=773

"Il Bardo della Selva Nera" di Vincenzo Monti di Giuseppe Muscardini

...Vincenzo Monti era appena stato nominato storiografo del Regno d’Italia, quando pubblicò nel 1806 Il Bardo della selva nera. Da poco meno di un anno aveva incontrato Napoleone Bonaparte a Monaco di Baviera, ricevendone quell’impressione folgorante che riempie di versi la mente e il cuore dei poeti quando si trovano davanti ai grandi uomini. Il Bardo ebbe successo, ma per la critica letteraria resta ancora l’opera più complessa e controversa di tutta la produzione montiana. Densa di contaminazioni neoclassiche e romantiche, di elementi letterari talvolta fuorvianti rispetto al tema e al genere, uscì in quello stesso anno in edizione fiorentina, bresciana e parmense. Senza appello pare il severo giudizio del Foscolo, il quale affermò che l’idea concepita dall’autore sulla macchina di questo poema apparisce oltremodo puerile. In effetti ai critici il tema è sempre parso debole per l’anacronistico recupero della figura del bardo, un poeta medievale germanico risputato dal Monti nell’epoca napoleonica. Eppure il poemetto epico lirico si rende interessante in rapporto agli eventi biografici successivi, che vedranno il poeta romagnolo cambiare entusiasmi ed orientamenti ideologici, con l’animo del cortigiano che si adatta agli eventi del suo tempo.

Volendo estendere l’indagine alla fortuna del Bardo, è inevitabile imbattersi nella più tarda edizione della gloriosa Tipografia Elvetica di Capolago, che proprio con quest’opera inaugurò nel 1830 l’ampio catalogo di una produzione durata un quarto di secolo. L’edizione ticinese rendeva così giustizia a Vincenzo Monti, non tanto sul valore letterario del Bardo, quanto piuttosto per la conseguente assoluzione dalle accuse di opportunismo politico che la storia attribuiva il suo autore. Nel 1830 il poeta era scomparso da appena due anni, e la riedizione di Capolago diventava celebrativa solo in ragione dei temi patriottici presenti nel poemetto, che a molti era invece parso insipido, confuso, mal costruito e privo di spessore e organicità. In un delicatissimo momento storico in cui si preparavano azioni decisive contro l’Austria, gli esuli italiani in Ticino che sostenevano la causa dell’indipendenza, non potevano ignorare la potenza delle evocazioni epiche contenute nel testo. Attorno alla Tipografia Elvetica convergevano forze risorgimentali illuminate e lungimiranti, per prendere seriamente i presunti voltafaccia di un letterato che dopo la caduta di Napoleone aveva rivolto i suoi encomi lirici alla Reggenza austriaca in Italia. L’edizione capolaghese è scarna, essenziale, ispirata alle idee più che all’estetica, ma il cuore del Monti non resse fino al 1830 per poterla vedere e giudicare. Quel cuore fiaccato dall’emiplegia, ora giace in un’ampolla di vetro trasparente all’interno di una vetrinetta Impero presso la Biblioteca Ariostea. E alla Biblioteca Ariostea - mirabile dictu - giace anche l’edizione capolaghese del Bardo, considerata rarissima dai bibliofili. Collocazione Caretti, Rari A0033. Vista la preziosità, si leggano quelle pagine con la mente rivolta alle idee più che all’estetica. Servirà a stemperare le recenti polemiche sui disservizi della nostra Biblioteca Comunale.

Canto 1

I VATICINII

Quando al terzo di Marte orrido ludo

dal Britannico mar sul congiurato

Istro discese fulminando il Sire

delle battaglie, e d'atro nembo avvolta

al fianco gli venìa la provocata

dal Tedesco spergiuro ira del cielo,

sentì dall'alta Ercinia la procella

de' volanti guerrieri il Bardo Ullino;

Ullin germe di forti, ed animoso

cantor de' forti, e dello spirto erede

dell'indovina vergine Velleda,

cui l'antica paura incensi offrìa

nelle selve Brutere, ove implorata

l'aspra donzella con responsi orrendi

del temuto avvenire aprìa l'arcano.

Sopra una vetta che d'Albecco e d'Ulma

signoreggia la valle, e i cristallini

bei meandri dell'Istro in lontananza,

salìa tutto raccolto in suo pensiero

l'irto poeta, e dietro gli recava

l'arpa Cherusca la gentil Malvina;

alle cui rosee dita il dolce tocco

insegnò della lira Ullino istesso;

e dilettoso il suon delle sue corde,

più che quello del padre, al cor scendea.

Nuda il veglio ha la fronte, e su la fronte

gli tremula canuto il crin, siccome

onda di nebbia che il ciglion lambisce

di deserto dirupo, e l'occhio invita

del viandante a contemplar la brulla

maestà de' suoi fianchi. Antica e rozza

di sua stirpe divisa, dalle terga

pende il bardo cucullo. Ispido e stretto

da croceo cinto sul confin dell'anca

gli discende al ginocchio, e appena il tocca,

il germanico saio. Era l'aspetto

nobilmente severo; era l'incesso

grave; e seco nel cor venìa volgendo

l'inique e turpi di cotanta guerra

rivelate cagioni; e il vil di sangue

anglico patto, e la più vile assai

ragion di Stato che ne tolse il prezzo.

Ciò pensando, mettea lungo la via

sospir profondi, e gli scaldava il petto

l'ira un giorno bollente nelle vene

del fiero Bardo, che l'Arvonie rupi

fe' d'acerbi sonar carmi tremendi,

quando alle Furie consacrò del primo

Edoardo la stirpe. Per dirotto

faticoso sentier giù dall'alpestre

balza di Snowdon conducea le folte

sue piumate falangi a ingiusta guerra

l'orgoglioso tiranno; e ritto intanto

sovra uno scoglio che l'acuta fronte

su gli spumanti vortici protende

del muggente Conway, vestito a bruno

stava il bieco profeta e rimirava.

Insanguinate, su le nubi assise

gli fean cerchio le truci ombre gementi

degl'inulti fratelli; e il vate ordiva

su le corde dell'arpa dolorosa

di regali sventure e di delitti

una terribil tela, a cui le dire

porgean le fila nel sangue tuffate

de' Britannici re; mentre all'orrendo

lavor placate sorridean le lunghe

larve fraterne, e su i deserti letti

cessava il pianto delle Cambrie spose.

Giunto Ullino su l'erta, il guardo spinse

giù nella valle, e ritto in piedi, e l'arco

spalancando del ciglio e palpitando,

d'armi vide e d'armati tuttaquanta

ondeggiar la pianura, e starsi a fronte

già minacciosi, già parati al cozzo

gli eserciti rivali; e li movea

non eguale virtù. Guatava il veglio

le Germaniche file; e poiché l'ebbe

corse e ricorse: Oh sventurati! ei disse,

voi non venite a giusta pugna: io veggo

passar veloce su le vostre fronti

una mano di fuoco, che con negro

stile vi scrive una fatal sentenza.

Qual rio s'è fatto qui di voi mercato,

sventurati fratelli! E sì dicendo

torse lo sguardo inorridito, e pianse.

Si volse poscia alle contrarie schiere,

che miglior causa e Dei migliori all'armi

spingean. Sereno su que' volti tutti

lampeggiava il coraggio, e quella franca

securtà di valor che pria del fatto

al cor ti dice: Il vincitore è questi.

Venìan siccome a nuzial carola

i valorosi, e dalle dense usciva

mobili selve de' lucenti ferri

lampi intorno e paure. Alto tremava

sotto l'ugna de' fervidi cavalli

la terra; e chiuse ne' romiti alberghi

di Vertinga le madri e di Gunsburgo

si stringean trepidando i figli al seno.

Stette immoto alcun tempo a riguardarli

l'attonito cantor. L'avida vista,

senza batter palpebra, or da quel lato,

or da questo inviava: e per la mente

scorrean frattanto, e s'accendean veloci

le profetiche vampe. Alfin rapito

da sùbito furore, alla seguace

vergin si volse, e: Porgimi, le disse,

porgimi l'arpa de' guerrieri, o figlia;

ché un Dio per mezzo a quegli armati io veggo,

un terribile Dio, che li conduce,

e pentiti farà nel suo disdegno

i giurati Potenti. Incontanente

pose Malvina nelle man del padre

il fatidico legno. Ed ei, gli arguti

nervi scorrendo col maestro dito,

sposò la voce al suon delle percosse

fila, seguaci della calda mente:

Porgete attente

l'orecchie; e il fato,

che vi sta sopra, o re fanciulli, udite.

Dell'innocente

sangue versato

in scellerata guerra

conta il cielo le stille, e le schernite

lagrime tutte della stanca terra.

Lassù, dov'anco

il muto arriva

gemer del verme che calcato spira,

del Nume al fianco

siede una Diva,

che chiusa in negro ammanto

scrive i delitti coronati, e all'ira

di Dio presenta delle genti il pianto.

Ed ella il carco

d'igniti strali

ferreo turcasso agli omeri sospeso,

scende; e dall'arco

fischiar fa l'ali

dell'ultrice saetta.

Vanno in polve i diademi, e dell'offeso

popol si sfrena la fatal vendetta;

ché su gli scossi

troni s'asside

inesorata; e sul castigo e l'onte

de' re percossi

fiera sorride.

Poi rifatto in sembianza

più bella il solio, su vi scrive in fronte:

Re caduti, lasciate ogni speranza.

Tu che all'Anglo mercatore

per iniqui altrui consigli

(ahi perduto antico onore!)

vendi il sangue de' tuoi figli,

e ti dava il ciel clemente

regal senno e cuor che sente;

ti ricorda, incauto Sire,

ch'anco i regni han morte e tomba.

Odi il turbine ruggire,

mira il fulmin che già piomba,

Sire incauto, il Giglio spento

ti riempia di spavento.

Quei che nulla in alto vede

egualmente il guardo volve

di Ridolfo all'unto erede,

e all'insetto della polve.

Di Ridolfo augusto figlio,

ti spaventi il morto Giglio.

A che poni tua speranza

nel crudel feroce Scita?

Perde il nome la Possanza,

che di barbari s'aìta:

vile è il trono a cui sostegno

son quell'armi, ed onta il regno.

Ahi demenza! i cervi imbelli

congiurati assalto han mosso

al lion che arruffa i velli,

al lion che ancora ha rosso

di lor strage il forte artiglio,

e la morte ha nel cipiglio.

Ei già rugge: fuggite, fuggite,

sconsigliati; le frasche sentite

ruinose con alto fracasso

atterrarsi, e dar loco al suo passo.

Vedi, vedi, egli spira dagli occhi

fiamme orrende: nessuno lo tocchi;

ché signor delle selve

valor lo fece, ed arbitro

dell'altre belve.

Tale il Bardo proluse, in sacra nebbia

avvolgendo gli accenti. Ardea frattanto

in val d'Istro la pugna. E qual tra vili

minuti augelli piomba la grifagna

degli strali di Giove arrecatrice;

tal si scaglia per mezzo alla nemica

folta il Francese combattente, e armato

più di cor che di ferro, altro non teme

che gir secondo ad incontrar perigli.

Già fulminava di Vertinga i campi

procelloso un Guerrier, che della prima

strage Alemanna sanguinando il piano,

del primo arringo si cogliea gli onori,

e le schiere rompea; pari al veloce

d'ogni gagliardo domator Pelìde,

quando tutti di Grecia alla vendetta

precorrendo gli eroi stirpe di Numi,

per le Frigie contrade orrendamente

facea l'ugna sonar di Balio e Xanto,

immortali destrieri. Emula corre

di Teutonico lauro a ghirlandarsi

degli altri duci la virtù. D'Elchinga

e di Gunsburgo su i tremendi ponti

già batte la novella Aquila i vanni

d'ostil sangue roranti, e nell'antica

figge ardita così l'ugna sovrana,

e la squarcia, e la spenna; e le rabbuffa

sì la corona sulla doppia cresta,

che fuggitiva a rimpiattarsi d'Ulma

ne' mal chiusi ripari la costrigne.

La vincitrice intanto a maggior preda

sovra il balzo d'Albecco apre l'artiglio.

Ivi in pugna crudel prodigio apparve

d'infinito valor. Contra se' mila

impetuoso e quattro volte tanto

combattea l'Alemanno, e non lasciava

dubbia la speme l'inegual conflitto.

Ma numero che val contra virtude?

Veder la numerosa oste, e primieri

assalirla, spezzarla, e sgominarla,

e far che molti mordano la polve,

molti cedano il ferro, e il resto compri

col fuggir ratto una codarda vita,

fu per que' pochi eletti un breve affanno,

anzi un tripudio; ché i perigli sono

la danza degli eroi. Vide il bel fatto

il Bardo spettator dalla sua rupe,

e le nobili piaghe a mezzo il petto

del vincitor; le vide, e su le pronte

corde sonore fe' volar quest'inno:

Oh illustre pugna! oh splendide

ferite generose

alle ferite simili,

che le Laconie spose

baciar sul largo petto

dei trecento allo Stretto!

Raccogli, amor di patria,

quel sacro sangue, e al ciglio

de' giovinetti mostralo

nel marzial periglio.

Da mortal vena, il giuro,

mai non uscì il più puro.

Vedrai repente accendersi

tal ne' garzoni ardire,

tal nella mischia fervere

di gloria un bel desire,

che sorriso del forte

diventerà la morte.

Valle d'Albecco, i tremoli

vegliardi un dì col dito

t'insegneranno; e il postero

di santo orror colpito

ricercherà la fossa

che degli eroi tien l'ossa.

Coprirà l'erba e il tribolo

le mute spoglie, ed irti

per le notturne tenebre

vagoleran gli spirti,

che morti ancor daranno

spavento all'Alemanno.

Ma l'alto ardire, ond'inclito

suona d'Albecco il campo,

no, non fia sol. Già folgora

d'emule spade il lampo,

già in Cremsa si rinnova

la memoranda prova.

Fragor percuotemi

d'armi terribile:

veggo di barbari

immenso un nugolo,

che in Diernestéino

su pochi intrepidi

piomba.

Ne tremano

di Cremsa i colli;

ma non i Gallici

brandi, che agognano

andar di Getico

sangue satolli.

Ecco, già brillano

nudi, già al sonito

guerrier s'abbassano,

già van, già rapidi

fan piaga, e pérdono

dentro le perfide

vene del truce

Scita la luce.

Scita crudel, di Tauride non sono,

della Vistola, no, queste le prode,

ove usurpasti fra' turbanti e un trono

da tre percosso del valor la lode.

Qui t'hai, mal giunto, quelle spade al petto,

che due volte fer tristo il tuo destino,

quando atterrato e di catene stretto

il Batavo ti vide e il Tigurino.

Ti coprì nudo, libertà ti rese,

d'armi ti cinse il vincitor. Che festi

di quell'armi, o fellon? Contra il cortese

donator sì bel dono, empio, volgesti.

E i petti a ferir corri, in cui spietato

pietà trovasti, e a quei difesa hai porto

che ti fur chiusi. Or va: t'aspetto, ingrato,

in Osterlizza, e l'aspettar fia corto.

Questi all'arpa fidava il Bardo austero

vaticinii sdegnosi; e confondea

l'arcano canto col fragor del fiume,

che lamentoso con vermigli flutti

nunzio corre di stragi alla superba

Vindobona, e di guerra infauste e dure

primizie apporta all'atterrito Sire.

Pallido intanto su l'abnobie rupi

il sol cadendo, raccogliea d'intorno

dalle cose i colori, e alla pietosa

notte del mondo concedea la cura.

Ed ella del regal suo velo eterno

spiegando il lembo raccendea negli astri

la morta luce, e la spegnea sul volto

degli stanchi mortali. Era il tuon queto

de' fulmini guerrieri, e ne vagava

sol per la valle il fumo atro, confuso

colle nebbie de' boschi e de' torrenti:

eran quete le selve, eran dell'aure

queti i sospiri; ma lugùbri e cupi

s'udìan gemiti e grida in lontananza

di languenti trafitti, e un calpestìo

di cavalli e di fanti, e sotto il grave

peso de' bronzi un cigolìo di rote,

che mestizia e terror mettea nel core.

canto 2

IL FERITO IN ALBECCO

Disse a Malvina allor commosso Ullino:

Odi, figlia, laggiù que' dolorosi

gemiti? gli odi? Il fier lamento è quello

del valor moribondo. Or senti, Anch'io

trattai nel fiore delle forze il brando

in crudeli battaglie, e a me pur anco

splende di belle cicatrici il petto.

Infelice a far mia degl'infelici

la sventura imparai. Scendiamo, o figlia,

scendiam; ché grata al ciel, né indarno spesa

in beneficio del valor che geme,

fia, lo spero, laggiù la nostra aìta.

Sbigottì, scolorossi a tanto invito

la non avvezza a sanguinosi obbietti

timidetta donzella, e, in lui gli sguardi

fissi e fermi, tacea. Poi dal paterno

esortar fatta più secura, e punta

dallo stral di pietà, che ardite e pronte

fa nell'uopo d'onor l'anime belle:

Padre, disse, scendiamo: e coraggiosa

l'orme del veglio a seguitar si mise.

Van per mezzo alla strage, e non gli arresta

il terror ch'esce dalle tronche membra,

e dal sangue e dall'armi orribilmente

sparse e confuse; ché sostienli e guida

la virtù che fa l'uom negli ardui tempi

più pensoso d'altrui che di se stesso.

L'andar dei due pietosi illuminava

tacita e pura la sorgente luna,

che per veder sì santa opra scoprìa

tutto il vergine volto, e rimovea

l'invido velo delle nubi. Ed ecco

per l'orrendo sentier gli attenti sguardi

ferir d'Ullino a un tempo e di Malvina

giovin guerriero, che fra molti uccisi

giace in lago di sangue, e, stretta in pugno

la rubiconda spada, ancor respira.

L'alta strage che il cinge, il minaccioso

tener del brando, ed il purpureo nastro,

che argomento d'onor gli fregia il petto,

fanno invito alla vista. Era il sembiante

fiero, ma bello, e su la nuda fronte

della luna scendea sì dolce il raggio,

che rapito ti senti a riguardarla

di pietade e d'amor, e qual sia primo

o non l'intende o non sa dirlo il core.

Vide il bel volto del garzon ferito

la tenera Malvina, e pria che il piede,

corse l'alma in aiuto all'infelice,

che di questo s'accorse, e coll'alzata

languida mano e co' natanti lumi

le rendea la mercé che colla voce

non potea. Molte, né però mortali,

gli solcavano tutta la persona,

e a poco a poco gli rapian la vita,

le ferite; ed uscìa di ciascheduna

in un col sangue una segreta voce

che al cor parlava di Malvina. Ond'ella

sciolte ratto dal fianco e dalle chiome

le caste bende, con Ullin si diede

a fasciarle veloce, e della piaga,

che occulto strale già le aprìa nel seno,

la meschinella ancor non s'accorgea.

E già lo spirto, che fuggìa col sangue,

le vie del cor ripiglia, e per le membra

diffuso riede ai consueti offici.

Già si folce sul cubito, già sorge,

dia in piè sostiensi il Cavaliero, e puote,

coll'aìta de' duo che al fianco infermo

gli fan colonna, imprimer l'orme, e lento

movere il passo. Non sorgea lontano

d'Ullin l'umile tetto, e non fu lungo

del venirvi lo stento. Ivi gioiosi

sovra non ricco letticciuol, ma tutto

bella spirante pastoral mondezza,

il corcar mollemente. E ciò che l'uopo

chiedea dell'arte, apparecchiato, e messo

di medich'erbe un suo tal sugo in pronto,

a lavar diessi coll'esperta mano

ogni piaga il buon vecchio, ad irrigarle

di sanatrici stille, a farle tutte

innocenti e sicure.

In mezzo all'opra

le guardava il ferito e sorridea,

e colla mano coraggiosa e ferma

le misurava, e gli brillava il viso

come raggio di Sol che dopo il nembo

ravviva il fiore dal furor battuto

d'aquilon tempestoso. E in quel gioire

il cor sospinse i suoi purpurei rivi

novellamente a risvegliar le rose

delle pallide guance; e nelle vene

tornò più lieta a circolar la vita.

Sciolse allor quell' intrepido la voce,

e con guardo sereno, e con parole

che sul labbro gl'invia la conoscenza

del ricevuto beneficio, disse:

Generoso mortal, che al fato estremo

mi togli, e tanta dalla nobil fronte

riverenza m'inspiri, e tu che mostri

d'angelo il volto, e la pietosa cura

con lui dividi, amabile fanciulla,

dite, se onesto è il mio pregar, chi siete?

Di che gente? Saper di chi m'ha salvo

giovami il nome, e il cor lo chiede, il core

che non ingrato mi fu posto in seno.

La mercede che scarsa io vi potrei

render di tanto, vi fia larga e intera,

pria dal Ciel, che le belle opre corona,

poi dal possente mio Signor renduta:

ché liberal, magnanimo, cortese

del par che invitto è de' Francesi il Sire,

e nel far lieta la virtude esulta.

Guerrier, rispose Ullino, il tuo coraggio,

la tua ne' mali alacrità, già detto

m'avean la patria tua. Io dell'averti

tolto a morte, e servato al tuo Signore

sento letizia, ch'ogni detto eccede.

Ma tu, figlio, tu fai misero e vile,

promettendo mercede, il beneficio.

Sta qui dentro il mio premio, in questo petto,

premio che darmi né tu puoi, né il Grande

per cui combatti. Né però disdegno

del tuo cor grato i sensi, e mi fia dolce

(ecco tutto che bramo) il saper vivi

nella tua rimembranza il Bardo Ullino,

e costei, che pietosa in tuo soccorso

volò primiera, ed è la speme, il raggio

dell'inclinato viver mio. - Nel fine

di questo detto caramente ei prese

la fanciulla per man, che compiaciuta

chinò i begli occhi verecondi, e tosto

gli alzò furtivi e timidetti al volto

del già caro garzone; ed ei la stava

già contemplando, e l'ultime parole

del buon canuto ripetea nel core.

Si scontraro gli sguardi, e negli sguardi

l'alme sospinte. In lei beossi, e ferma

la vista ei tenne: di color cangiossi

l'altra, e atterrò l'oneste luci. Il veglio

l'abbracciava, e seguìa: Questo diletto

di santissimi nodi unico frutto

(nodi troppo per tempo, ohimè! recisi,

ma troppa, o Cielo, ti parea la gioia

de' sereni miei dì!), questa gentile

tenera pianta, come valgo, all'aura

della virtude coltivando io vegno,

e in lei comincia, in lei tutta finisce

la mia cura, il mio regno. Ella m'è tutto,

e la man cara della mia Malvina,

questa mano innocente, allor che morte

chiamerà la mia polve entro la tomba,

i lumi in pace chiuderammi. Aperse

a que' detti Malvina ambe le braccia,

intenerita le ricinse al collo

dell'amato vegliardo, e su lui tutta,

senza veruna profferir parola,

cadde col capo in abbandono, e pianse.

A quell'atto d'amor tanto, a que' volti

dolcemente confusi, a quelle mute

lagrime alterne, si sentì sul ciglio

correr pur esso una segreta stilla

il sospeso guerriero, e per le membra

il dolor tacque delle sue ferite;

ma non già tacque il cor, che il molto affetto

dicea con gli occhi rugiadosi e fissi.

Ruppe alfin quella dolce estasi Ullino,

e rasciutta la guancia, amicamente

all'estatico disse: Io satisfeci,

sconosciuto Francese, al tuo desire.

Mi nomai Bardo, e in questo nome apersi

tutto che sono. Per te, stesso or sai

ch'io son de' buoni e in un de' forti amico,

in solitaria povertà non vile,

ricco di cor, di pace e di contento.

Né, perché Bardo, argomentar che rozzo,

qual già piacque a' miei prischi, e scevro in tutto

da civile dolcezza il tenor sia

di mia vita; ché care a me pur sono

le virtù cittadine, e precettori

nella somma de' carmi arte divina

non mi fur sole le tempeste e i nembi,

i torrenti, la luna, e le pensose

equitanti le nubi ombre de' padri;

ma i costumi ben anco e le dottrine,

e gli affetti, e i bisogni, e le vicende

dell'uom, cui nodo social costringe;

ché culta ancora la natura è bella.

Ben fu stagion che maestosa e diva,

non che bella m'apparve, innanzi a quella

de' vostri vati, la natura espressa

ne' bardi carmi, e grande io sì l'estimo

in suo rozzo vestir. Ma fantasia

sempre avvolta di nembi, e sempre al lampo

delle folgori accesa, ed al ruggito

d'uniformi procelle, a lunga prova

la bramosa di nuove dilettanze

alma nel petto mi stancava; e dentro,

sì qui dentro sentii che d'un sol fiore

ir contenta non può questa divina

nostra farfalla. Allor vid'io che il Bardo

pittor non era sì fedel, qual sembra,

di natura; ché varia ella e infinita

nell'opre sue risplende; e circoscritta

sotto i bardi pennelli è ognor la stessa.

Non che il mio stato, ti fei chiari, o figlio,

quali in petto li serro, i miei pensieri.

Or piacciati cortese a me tu pure

nomarti, e dirne i genitori. E` questo

l'interrogar che primo esce dal labbro

de' vegliardi, e mi so che dolce in petto

di buon figlio risuona. Come poscia

tua salute il consenta, di più lungo

desire antico mi farai contento.

Guerrier mi giova de' guerrieri udire

i magnanimi affanni; e del tuo Duce,

che tutta del suo nome empie la terra,

e ne libra i destini, è tempo assai

ch'io solingo di selve abitatore

molto udir bramo. - E molto udrai, rispose

sollevando la testa il Cavaliero;

ch'io su gl'Itali campi, ove le penne

al primo volo la sua fama aperse,

e sul barbaro Nilo, e fra l'eterne

nevi dell'Alpi il seguitai fedele,

e tutte del suo brando e del suo senno

l'opre vidi e conobbi, e nel volume

tutte le porto della mente impresse.

Medicina sarammi all'egro fianco

il narrarle. S'appaghi intanto il primo

tuo dimando. Terigi è il nome mio.

D'Itala madre mi produsse in riva

dell'umil Varo genitor Francese,

un di que' prodi che passar fur visti

su generose antenne alla vendetta

dell'oltraggiato American. Me privo

del morto padre in povera fortuna,

ma in non bassi pensieri e sentimenti

nudrì la madre coraggiosa. E quando

la non ben nota, né raccesa ancora

(come fulmin che dorme entro la nube)

virtù del magno Bonaparte scese

nell'Italico piano, arse d'un bello

desìo di gloria il giovanil mio petto,

né della patria la chiamata attesi,

ma volontario mi proffersi. Al seno

mi serrò la dolente genitrice,

dolente sì, ma non tremante, e, alzate

le luci al cielo, benedisse il figlio,

con queste, che profonde mi riposi

nel più sacro dell'alma, alte parole:

Figlio, tu corri a guerreggiar la terra

che mi diè vita. Non odiar tu dunque

la patria mia, che tua divien, che nullo

fece oltraggio alla vostra. I suoi tiranni

v'oltraggiaro, non ella, che cortese

arti dievvi e scienze, ed or bramosa

v'apre le braccia, e a sé vi chiama, e spera

dal Francese valor, non danno ed onta,

ma presidio e salute, e dell'antico

suo beneficio la mercé. Calcando

l'Itala polve, ti rammenta adunque

che tutta è sacra; che il tuo piè calpesta

la tomba degli eroi; ch'ivi han riposo

l'ombre de' forti, e che de' forti i figli

hanno al piè la catena, e non al core;

che in que' cor non morì, ma dorme il foco

dell'antica virtù; dorme il coraggio;

dormon le grandi passioni. Oh sorga,

sorga alfine alcun Dio che le risvegli,

che la reina delle genti al primo

splendor ritorni, ed il sepolto scettro

della Terra rialzi in Campidoglio!

Questi voti al valor consacro, o figlio,

dell'auspicato Bonaparte. Il fiero

spirto che ferve in quel profondo petto,

è dell'Italo sole una scintilla,

e l'ardir delle prische alme latine

sul suo brando riposa. Or tu fra l'armi

duce seguendo di cotanta speme,

possa tu, figlio, meritarti il grido

di buon, di prode, di leal guerriero,

e tornar salvo ad asciugarmi il pianto

che mi lasci partendo. - E qui troncaro

le lagrime la voce. Il cielo io chiamo

in testimonio, e te, cara e sovente

del mio sangue bagnata Ausonia terra,

che della madre io fui fedele ognora

ai santi avvisi, e rispettai le tue

maestose sventure, e qual seconda

patria t'amai; ché ben di senso è privo

chi ti conosce, Italia, e non t'adora.

E voi di Dego e Montenotte orrendi

dirupi, e voi dell'Adige e del Mincio

onde battute, fatemi voi fede,

che né disagio, né periglio alcuno

schivai d'armi, né fui pugnando avaro

della mia vita. - Si commosse Ullino,

si commosse Malvina a quel pietoso

racconto, e i moti fea del cor palesi

l'alta eloquenza del tacer. Quetato

degli affetti il tumulto, si riscosse

il Bardo, e disse: Nella tua favella

una forte risplende alma sublime,

valoroso Terigi; e l'ascoltarti

è gioia che si sente e non si parla.

Ma di quiete or le tue piaghe han d'uopo,

d'alta quiete: e il sanator di tutte

cure, l'amico degli afflitti, il sonno,

tempo è che scenda a riparar le spente

tue forze. Avremo alle parole assai

ore acconce altra volta. In questo dire

surse il veglio, abbracciollo; e su le labbra

ponendo in atto di silenzio il dito,

allontanossi. Taciturna e lenta

il seguìa la donzella, e un guardo indietro

dalla soglia piegò con un sospiro

che dicea: parte il piè, ma resta il core.

Canto 3

LA PRESA DI ULMA

Mentre d'Ullino nei riposti alberghi

tacitamente Amor un suo leggiadro

colpo prepara, e la Virtù gli è duce,

due di Virtù nemiche, e d'ogni bello

senso d'onor, Paura e Codardìa,

nella stretta d'assedio Ulma turrita

tale ordiscono turpe opra di guerra,

che della più non sarà mai che parli

vergognando la fama. Allor che frutto

d'infernale imeneo la tenebrosa

dell'Erebo consorte eterna Notte

l'Angoscia partorì, l'Insidie, il Pianto,

la malvagia Fatica, e la Menzogna,

e con le bieche rubiconde Risse

delle leggi il Disprezzo, e la deforme

consigliera di colpe orrida Fame,

cognati tutti e spaventosi aspetti;

la negra madre con nefando parto

la Codardìa produsse e la Paura;

luridi mostri, che di Giove il senno

fe' di Marte ministri. Ed ei, siccome

più gli talenta, a sbigottir li manda

le percosse città, di falsi empiendo

rumor gli orecchi, e di sgomento i petti.

Or tu, Diva del canto, a cui palesi

de' mortali son l'opre e degli Dei,

e ti ragiona ei pure i suoi segreti

il Fato, di cui trema ogni altro Iddio;

tu, che dentr'Ulma oprar le nequitose

torve sorelle mi racconta, e adempi,

libera e vera saettando i vili,

la vendetta de' forti. E primamente

narrami di che loco al turpe fatto

la Paura volò. Sola e disgiunta

dalla sozza sirocchia (ché non sempre

di Codardìa compagna è la Paura),

stava la Dira sul britanno lido

seminando il terror delle francesche

armi, e destando d'ogni lato in fretta

le difese e l'offese. Era ne' porti

un sobbuglio, una pressa, una faccenda

mirabile a vedersi. Altri devolve

dai fervidi arsenali in mar gli abeti,

che van su l'onde a rinnovar co' venti

l'antica lite, e i cavi seni han gravidi

di tradigion, di ferro e di coraggio.

Altri il fianco ristoppa alle sdruscite

navi, e sarte rintègra, e monche antenne,

e lacerate vele. Altri ai ridotti

e alle bastite orribile ghirlanda

fan de' concavi bronzi imitatori

del fulmine celeste. E per le vie

brulicanti frattanto, e per le prode

tale un gemer di rote, un incessante

picchiar d'incudi e di martelli, un sempre

ire e redir di ciurme e di soldati,

d'armi, di carri e di navali arnesi,

che l'udire e il veder mettean nell'alma

in un solo sentir confusi e misti

terror, diletto e maraviglia. A tanta

provvidenza di mezzi, a tanta mole

di travaglio assistente è la Paura,

che per tutto discorre e tutto osserva,

tutto esamina attenta, e mai non posa.

Poi quando su le dure opre mortali

stende il velo la notte, alto s'estolle

su le nubi la Furia, e con lugùbre

lungo ululato orrendamente grida:

Bonaparte. Si svegliano al tremendo

nome gli azzurri addormentati, e corrono

alle vedette rabbuffati e pallidi.

Notano da che parte il vento spiri,

e del mar su le fosche onde la vista

intendendo e l'orecchio, ad ogni fiotto

temon l'arrivo delle Franche antenne.

Svegliasi anch'esso di Windsor su l'ebre

piume il deliro Coronato, e corre

con la mano a cercar su l'irta chioma

in gran sospetto il regal serto, e pargli,

pargli il trono veder che crolla e fugge.

Ma imperturbato il regnator ministro,

che sonno non permette alla pupilla,

né si scuote a quel grido, né sembiante

fa di temerlo. Allor furtiva e queta

a lui viene la Dira, e nelle chiuse

arcane stanze gli ritrova al fianco

orrenda compagnia. Vi trova il vile

Tradimento, che strigne nella dritta

pugnale acuto, e stende l'altra al prezzo

delle scoppiate indarno in su la Senna

polveri inferne; e più felici colpe

feroce e bieco vantator promette.

La sannuta vi trova e ardimentosa,

d'ogni onorato e degli eroi flagello,

svergognata Calunnia con le piene

man di libelli, in cui la ria distilla

i pagati veleni. Evvi l'avara,

che d'oberato senator gli vende

il suffragio e la voce. Evvi abbracciato

con la Perfidia il rompitor de' patti

falso Interesse, che del patrio amore

ha la larva sul ceffo. Evvi di tutte

la più nera, colei che al conio suda

de' falsati metalli, e di mentito

stigma imprime le carte, a cui di tutti

la sostanza è creduta. Han le medesme

figlie d'Averno orror di questa iniqua.

Evvi ancor l'esquisito empio Diletto

delle lagrime altrui; evvi l'Orgoglio

dei sublimi delitti; evvi la Rabbia

delle vane congiure, e degli errati

calcoli, ed altre d'esecrato aspetto

tartaree forme; e tutte intorno al capo

dell'arbitro Britanno un mormorìo

fan confuso e feral, quale ne' boschi

del Gargaro racchiusi e già vicini

a far tempesta i venti: il rombo n'ode

l'arator da lontano, e sul periglio

della già bionda spiga impallidisce.

Tale e più rauco è il susurrar là dentro

delle spietate in quella vasta e scura

di misfatti officina; e or l'una, or l'altra

va consultando e carezzando il macro

degli Angli correttor, mentre alle porte,

che Crudeltà tien chiuse, inesaudito

batte il pianto d'Europa. In mezzo a tanta

tenebrosa congréga, la Paura

comparisce improvvisa, e le raccolte

negre sorelle di spavento agghiaccia;

gli occhi immobile affigge su lo smorto

Anglo, il contempla, e non fa motto. Alfine

dalle chiome spiccando una fischiante

cerasta, al petto glie l'appicca, e grida:

Guarda e trema. In quel dir sciogliesi tutta

in levissimo fumo, e per le nari

e per la bocca gli discende al core.

Guarda il misero, e vede, oh che mai vede?

Squarciato vede e sanguinoso il petto

di larga piaga al fiero e non mai vinto

vincitor d'Abukire; e alla caduta

del truculento Eroe pargli che tutto

d'Albion cada il vanto e la speranza.

Vede lui stesso atroce ombra rabbiosa

su gli Atlantici flutti perseguire

dell'Ispano e del Franco i galleggianti

cadaveri, ed il morso empio su quelli

rinnovar di Tideo. Vede all'orrendo

atto fuggir le vinte ombre atterrite,

ed ode in quella un'esultante voce,

che su i campi Moravi la vendetta

del Franco nome a contemplar le chiama.

Ode poscia un lamento, un suon confuso

di molte voci di dolore e d'ira,

che d'ogni parte lo percuote; e vede

da quei gridi invocata e taciturna

a gran passi venir la domatrice

d'ogni possanza e d'ogni rio, la Morte.

E la vede egli sì, che già ne sente

ne' polsi il gelo; e nel morir, più eccelso

mira inalzarsi, ahi vista! e più temuto

del guerreggiato suo nemico il trono,

e al piè di lui preganti con le rotte

corone in mano i re venduti e vinti.

Al crudele spettacolo d'un freddo

sudor si bagna il disperato, un guardo

gitta smarrito alle bilance infami

compratrici de' regi: ed ahi! le mira

traboccanti di sangue, e le man sangue

grondano, e al piè gli sgorga e bolle un fiume

di sangue che ognor cresce, e alfin l'affoga.

Questi oprava la Dea strani terrori

ne' Britanni cerébri. Si diparte

a iniqua provocato ingiusta guerra

ratto qual lampo dal Piccardo lido

il Guerrier de' guerrieri, e al suo partire

si toglie anch'essa d'Albion la Dira,

precorrendo l'eroe. Piomba su l'Istro

tacitamente; s'intromette occulta

nel Teutonico campo, e de' suoi geli

tutto lo sparge. Ma più ch'altri invade,

e al cor s'attacca del racchiuso in Ulma

Austriaco duce. Di quel cor già donno

la Paura ritrova un altro Nume

più deforme d'assai, la Codardìa,

che d'Arcoli, di Dego e di Marengo

incessante gli tuona entro l'orecchio

i terribili nomi, né midollo

né fibrilla gli lascia che non tremi.

Da due tante d'onore avversatrici

posseduto, incalzato, esagitato,

che farà l'infelice? Arduo torreggia

ed aspro tutto di fulminee bocche

il muro che lo serra, e par che debba

da tutti assalti assicurarlo. Gravi

gemon di molta cerere, e per molte

lune provvista, le riposte celle.

Nulla è che manchi a qual sia uopo. Al fianco

gli stan tre volte dieci mila intatte

spade, e assai prodi, a cui morir più giova

che patteggiar la vita, ed incruente

ceder l'armi. Che più? Pugnan per lui

i venti e l'onde. Impetuosa pioggia

l'assediante flagella. Irato inonda

l'Istro il vallo Francese. E qual già sotto

le fatali di Troia inclite mura

di Teti al figlio oppor si vide il Xanto

i divini suoi flutti, e del grand'Ilio

ritardar la caduta; non diverso

contra il Gallico Eroe le violente

onde solleva il regnator superbo

de' Germanici fiumi, e d'Ulma i tristi

fati pur tenta differir. Ma indarno

per lo vil duce, che li tolse in cura,

d'un Dio combatte la possanza. Antica

sua compagna fedel la Codardìa,

ogni favilla di valor gli ammorza

nell'attonito petto. E quando i lumi

gli occupa il sonno, la schifosa assume

gli atti, l'andar, la voce, il portamento

della Diva Prudenza, e a lui sul capo

librandosi, e raggiando di gran luce,

così prende a parlar: Macco, tu dormi?

Tu, diletto mio figlio? E in qual ti stai

rischio orrendo non badi? Il Franco ardito

l'erte intorno già tiene, e signoreggia

la non forte città. Cadde Memminga,

cadde Gunsburgo: d'ogni parte rotti

fuggono i tuoi: le Russe armi son lungi,

e il saranno; nessuna in tanto estremo

speme rimanti di soccorso: e ancora

fai dimore alla resa, e l'ire inaspri

del vincitor? Che attendi? Il rio macello

forse ignori di Iaffa, e che crudele

spesso diventa la pietà schernita?

Sorgi, e fa senno de' miei detti, il senno

che un dì nel campo Capuan ti fece

la rossa abbandonar vinta bandiera

prigionier fortunato, e poi di nuovo

più fortunato fuggitivo. Il vulgo

quell'abbandon vil disse, e quella fuga;

ma ti diè laude di scaltrito il saggio,

e l'Anglo t'ammirò, l'Anglo che volle

de' congiurati eserciti commesso

al tuo saper il carco e la fortuna.

Renditi dunque, renditi, son io

che di ciò ti consiglio, io che il passato

dell'avvenir fo speglio. Se più tardi,

passa il momento del perdon: furente

entra il Franco d'assalto, e tu con tutti,

tu se' morto. - Disparve in questo dire

con un guizzo di luce la mentita

Diva, e tornò nel primo volto. Allora

sul cor tutta gli stende la Paura

la man fredda, e lo strigne, e della suora

la vile opra sigilla. Esterrefatto

balza il misero in piedi. Udir già pargli

degl'ignivomi bronzi il tuono, e il grido

dell'assalto; veder pargli divelta

dai fondamenti la cittade, e sopra

la fervida ruina alto apparire

il gran guerrier, che inesorato invìa

d'ogni intorno la morte. Alla pensata

vista feral confuso, istupidito,

pensa, volge, rivolge. Ira, rimorso,

e furore e vergogna in un raccolti

l'avvampano, ma tutti in cuor gli estingue

delle paure tutte la più cruda,

Napoleon. Da tanto nome oppresso

cede l'arme il meschin, cede un intégro

esercito captivo; e, col terrore

sol del nome, incruente e stupefatte

cittadi e regni il mio Signor conquista.

Canto 4

L RIPOSO

Su le Noriche nevi alta già sparge

le sue rose l'Aurora, e saltellante

di ramo in ramo il passer mattutino

in suo garrire la saluta, e chiama

alle cure campestri il villanello.

Surge Ullin; ma d'amor punta la figlia

già vegliava infelice, e del languente

Terigi tutta notte avea portato

nel pensier le ferite e le parole.

Trovolla il padre su le soglie assisa

della stanza ove giace il giovinetto,

guardiana pietosa, ad ogni lieve

rumor d'aura mettendo alle socchiuse

valve l'orecchio, e palpitando. E quegli,

fatto sicuro della vita, e vinto

dal soave sopor che nelle stanche

membra sì grato la natura infonde,

del perduto vigor prendea ristauro

in dolcissimo obblìo. Sereno intanto

l'almo d'Iperion lucido figlio,

su le pannonie cime i rugiadosi

destrier sferzando, lampeggiava il puro

fulgido riso allegrator del mondo,

e su le vinte d'Ulma eccelse mura

di tremoli baleni illuminava

lo sventolante tricolor vessillo.

Dalle propinque rupi stupefatto

il Tedesco lo vide, e de' futuri

danni presago ne tremò. L'accorto

Tirolese lo vide, e su la speme

di destino miglior sorrise e tacque.

Il Bavaro lo vide, ed alto un grido

di giubilo mandò, che l'adorato

suo Prence richiamava, e i rai divini

della Vergine stella adornatrice

del Vindelico cielo, e non sapea

che ciel più bello glie l'avrìa rapita.

Vid'egli pur la vincitrice insegna

dal romito suo tetto il Bardo Ullino,

e al piagato Guerrier, che al dì novello

in quell'istante i lumi aprìa, ne porse

esultando l'avviso. Ed ei l'infermo

fianco sul letto sollevando, e tutto

tremante di piacere: Oh! ch'io la vegga,

ch'io la vegga, gridava. E sì parlando

barcollante si leva, alla fidata

spalla si folce del buon vecchio, e il passo

move; e di forze povertà non sente:

tanto puote la gioia. In rusticano

acconcio seggio lo compose Ullino

sul varco della soglia, e dirimpetto

coll'accennar del dito il trionfante

vessillo gli mostrò. Corse al Guerriero

tutta l'alma negli occhi a quell'aspetto,

gli tolse il gaudio le parole; e l'atto

della bocca, del ciglio e della fronte,

e tutta la sembianza era un sorriso

del cor che lieto per la vista uscìa.

Da quel dolce spettacolo rimossi

ancor Terigi non avea gli sguardi,

quando cupo da lungi e ognor più spesso

di bellicosi bronzi un tuon sentissi,

che dell'Istro muggir facea le rive

con lugubre rimbombo; a cui gementi

scotendo il peso delle bianche brume

con sordo echeggio rispondean le selve.

Eran pugne novelle, che ne' campi

di Neresemo e Langenò novelli

rapidi lauri raccoglieano al crine

del Magno Bonaparte, a cui, se pure

altro resta da farsi, il fatto è nulla.

Qua finisce un conflitto, e là comincia

l'altro; e veloci d'un sol capo al cenno

per diverso sentiero alla vittoria

volan dovunque delle Franche armate

i magnanimi duci: a quella guisa

che dell'alto Gottardo i fragorosi

liquidi figli dal paterno fianco

con orrendo fracasso si devolvono

per quattro parti, e sbarbicate e lacere

giù rotando le selve a quattro pelaghi

portano le sorelle onde velivole

a nudrir di Nettuno il vasto imperio,

e le procelle risonanti e i turbini.

Come intese Terigi il tuon de' cavi

fulminanti metalli, indizio certo

di calda zuffa, fiammeggiò nel viso,

erse il capo, gli prese il corpo tutto

una smania, un tremor: quale il pugliese

generoso destrier che, delle tube

lo squillo udito e delle spade il cozzo,

vibra incontro al romor gli acuti orecchi

con erto collo e scintillanti sguardi;

scàlpita la sonante ugna il terreno,

spiran foco le nari, e alla battaglia

par che sul dorso il cavaliero inviti.

Tal si fece Terigi. Ed ecco, ei grida

fieramente animoso, ecco sanate

le mie ferite: datemi, rendete

al mio fianco l'acciar: vola il coraggio

de' miei fratelli a nuove palme, ed io,

io qui resto? io che tutto ancor non diedi

alla patria il mio sangue, al mio Signore?

A me l'armi, su via, l'armi. Ed in questa

si rizzò, ricercò con gli occhi il brando,

e verso quello la man stesa, il passo

vacillante tentò; ma non rispose

l'infermo piede alla virtù del core.

Posto a giacer di nuovo, e in lui sedato

quel non saggio desìo, grave lo prese

per la mano il vegliardo, e così disse:

figlio, mal serve al prence suo chi troppo

di servirlo s'adopra. Arsa di vero

zelo hai tu l'alma pel tuo Re? fa stima

d'una vita a lui sacra. I suoi guerrieri

sono i suoi figli: sue pur anco adunque

le tue ferite. E tu le sprezzi? e vanto,

folle! pretendi di fedel soldato?

Figlio, a che questo intempestivo ardore,

questo delirio di valor? Perduto

temi forse il momento di far chiara

la tua prodezza? Della patria tutti

giaccion forse i nemici? Odi vicina

rimuggir la Sarmatica procella,

odi il pianto de' campi, odi le grida,

l'ulular de' fumanti arsi paesi,

e l'alta delle genti ira che chiede

alle Galliche spade memoranda

la vendetta d'Europa, la vendetta

della culta ragion venuta a zuffa

con la barbarie. Allor ben mostro e speso

fia l'ardir che t'accende, allor ben dato

il sangue. Or pensa a rintegrarlo, e in vana

guerresca furia non gittar l'avanzo

d'una vita non tua. - Dimesso e mesto

chinò le ciglia a quel parlar Terigi,

errò col guardo su le sue ferite,

le tentò con la mano, e dal cor pieno

ruppe un sospir, che lo disciolse in pianto.

N'ebbe il Bardo pietà; furtivo un cenno

fe' degli occhi a Malvina, che dell'arpa

lieve lieve si pose fra le dita

le dolcissime corde, e sul dolore

dell'amato garzon sciolse il concento:

Piagato e languido

giace il guerriero,

dal muro pendere

vede il cimiero;

fitta al suol mira

l'asta, e sospira.

Repente scuotelo

il marzio carme;

l'invito intendere

de' prodi all'arme

pargli, e impedito

freme il ferito.

Ma ve' che recagli

il già mertato

lauro la Gloria,

ed al suo lato

dolce s'asside:

l'eroe sorride.

Sorride, e memore

dei dì felici,

racconta agli avidi

pendenti amici

di Marte orrende

alte vicende.

Narra dell'Itale

pugne gli affanni,

del Nilo domiti

narra i tiranni,

e l'omai spenta

patria redenta.

Alle magnanime

narrate imprese

l'orecchio tendono

l'alme sospese;

e qualche core

batte d'amore.

Chinò i begli occhi al fin di sue parole

l'infiammata donzella, e su le gote

le si diffuse del pudor la rosa,

che nata appena impallidì. La vide

l'accorto padre, nel cor imo scese

della fanciulla, e tutta ne conobbe

la ferita. Né già d'ira fe' segno

né di dolor; ché i puri occhi del cielo

cosa non ponno contemplar più bella

d'amor compagno d'onestate. In lui

posa de' padri la speranza; ei dolci

rende i tormenti della vita; ei porge

all'arso labbro de' mortali il sorso

della celeste voluttade, e tutta

gli sorride natura. E anch'ei sorrise

il discreto buon vecchio, e nel pensiero

antiveggente l'avvenir, rifulse

un santo nodo già nel cielo ordito;

ma nella mente lo si chiuse, e tacque.

Che cor fu il tuo, Terigi, che consiglio,

allor che aperto balenar vedesti

tanto arcano d'amor? Fra l'armi e l'ire

crescesti, è ver; ma di Gradivo i duri

studi non fero al cor bennato oltraggio.

Valor da bella cortesia disgiunto

resti al sozzo ladron che dagli eterni

ghiacci d'Arturo a desolar le belle

nostre spiagge calò; resti al crudele

che ne comprò le mercenarie spade;

resti d'Europa all'assassino. Orgoglio

di francese guerriero è un cor gentile.

Come gli accenti, che stupor, rispetto,

desìo, speme, timor gli avean rapito,

poté la lingua ripigliar, si volse

il garzon generoso alla donzella;

e con quel dolce favellar, che care

fa le parole e il parlator, sì disse:

Celeste al par de' tuoi begli occhi è il canto

del tuo labbro, Malvina; ed efficace

ineffabil dolcezza su l'amaro

de' miei pensieri diffondesti. Assai,

assai m'è grave udir di Marte il grido,

saper ch'altri si coglie eterne palme

in illustri perigli, ed io qui starmi,

lasso! inutile peso. Or, poi che tolto

emmi il gran Duce seguitar, né posso,

per lui pugnando e per la patria, un qualche

lauro io pure intrecciarmi a questo crine,

seguirallo il cor mio, dolce mi fia

raccontarne l'imprese, e far più mite,

ragionando di lui, la mia sventura.

Ma che prima dironne, e che dappoi?

Ché tutto nell'Eroe, tutto è portento

di fortezza, di senno e di coraggio;

e i dì son meno che i portenti, e il vero

sì di menzogna le sembianze acquista,

che per fede ottener, forza gli è spesso

la sua luce scemar. - Luce di vivo

limpido sole, l'interruppe Ullino,

fa cieco il guardo, né sostienla il ciglio,

se la man nol soccorre, o temperanza

di frapposti vapori. E tal pur anco

a noi sfavilla la virtù di questo

ammirando mortal, che l'infinita

di lassù provvidenza in travagliosi

tempi concesse al declinato mondo

per emendarlo, e agli arbitri scettrati

della terra insegnar la già perduta,

o ceduta a' malvagi arte del regno.

Dell'ardue cose per lui fatte il grido

a qual non venne orecchio? e chi narrarle

puote od udirle, e serbar freddo il petto?

Ben io molte n'intesi insin d'allora

che dall'alpestre Mondovì comparso

su le balze tremende i primi allori

giovinetto mietea strappati al crine

di canuti nemici. E a me pur anco

d'ogni tumulto cittadin diviso,

a me pur giunse il suon della ruina

che sul lombardo piano si diffuse,

e d'Arcoli al fatal ponte percosse

la tedesca fortuna. - Oh che ricordi?

Interruppe Terigi. Arcoli? oh nome

ch'ogni cor Franco allegri, e il mio confondi!

Oh d'Arcoli crudel notte! tu splendi

nel mio pensiero eterna: le tue sacre

ombre fur conscie del mio fallo, e in uno

del sacramento che giurai di tutto

espiarlo col sangue: e tutto ancora

nol satisfeci. - Risvegliar que' detti

curioso un desìo nell'ascoltante

Bardo, e Malvina palpitò. Ma niuno

farne osava dimanda, e si tacea.

Allor riprese il Cavalier: Porgete,

miei cari, orecchio; e quale e quanto affetto,

quanta fede legar debba d'eterno

nodo quest'alma al mio Signore, udite.

Altri in mezzo alle pugne, o fra l'eccelse

cure del trono, il grande animo cerchi

di Bonaparte: io vo' mostrarne il core.

La notte che seguì d'Arcoli il duro

conflitto, a me, del lungo pugnar lasso,

fu commessa una scolta. Di vergogna

nel rimembrarlo avvampo, e la parola

raccontando mi sfugge. La stanchezza,

ch'anche in mezzo al ruggir delle tempeste

addormenta il nocchier, vinse me pure,

sì che posto in vedetta, immantinente

m'occupa il sonno, e tutti in un profondo

obblìo sommerge i travagliati spirti.

Ma l'indefesso Bonaparte, a cui

par che tempra di membra il ciel conceda

d'ogni uopo intatta di mortal natura,

scorrea tacito, solo, ed in vestire

di gregario guerrier, l'addormentato

campo. Il nemico non lontan rendea

perigliose le veglie, e più la mia,

che più dappresso lo spiava. Ed ecco

vien l'ora delle mute. Un improvviso

scuotemi e desta calpestìo di piedi.

Eran le guardie successive. I lumi

apro, nel sonno ancor natanti; cerco

l'arme caduta, e non la trovo. In giro

meno gli sguardi stupefatti, e veggo

ritto starsi ed armato alla vedetta

vigilante in mia vece altro guerriero.

M'accosto, il guato, il riconosco: è desso,

desso il gran Duce. Me perduto! io grido,

e bramai sotto i piedi una vorago

che m'inghiottisse. Ma con tale un detto

di bontà, che più dolce unqua sul labbro

né di padre s'udì, né di fratello:

Non temer, quel magnanimo riprese;

dopo lunga fatica ad un gagliardo

ben lice il sonno, e a me vegliar pel mio

figlio e compagno. Ma tu scegli, amico,

meglio altra volta i tuoi momenti. E sparve. -

Muto, tremante, attonito, siccome

uom cui cadde la folgore vicina,

mi restai lunga pezza. Alfin del fallo

la conoscenza e del perdon mi fece

impeto al core: alzai le palme, al suolo

mi prostrai su i ginocchi, e per l'orrore

della notte gridai: Dio, che passeggi

per quest'alte tenèbre, e de' mortali

miri le colpe e le virtù, gran Dio,

dammi che un dì per lui morire io possa.

Ecco il cor del mio Duce. - Anzi d'un nume,

riprese Ullino; né stupir più voglio

se tu l'adori, ed ogni faccia affronta

per Lui di rischio in campo il suo soldato.

Or m'odi. Allor che, dissipati e spersi

quattro possenti eserciti, al nemico

fe' tremar la corona in Leobéno,

arsi io pur del desìo di veder questa

di valor maraviglia, e del cospetto

d'un sì famoso satisfar la vista.

Bramai l'armi seguirne, e con quest'occhi

l'opre mirar della sua spada, e poscia

bellicoso cantor porle su l'arpa

eternatrice degli eroi; ché tale

è di Bardo poeta il ministero.

Ma troncò l'ali a quella calda brama

carità di costei, che pargoletta

mal potea le paterne orme seguire.

Volò frattanto quel Tremendo a nuova

audacissima impresa; e, liberando

dal terror delle franche armi Lamagna,

piombò del Nilo su le sponde, e in forse

mise d'Asia il destin. Ma incerta e poca

di sì bel fatto a me giunse la fama.

Or tu verace testimon di tutto,

tu lo mi conta, e qual fortuna, o Dio

dalle libiche rive a salvamento

il ridusse alle vostre; e come poscia

campò la patria inferma, e la rapita

Itala figlia al rapitor ritolse.

Il sol, vedi, a rincontro ti sorride,

e il raggio sanator lungo la sponda

t'invìa del letto a rallegrar la mente,

e porge al labbro narrator la lena.

Canto 5

LA SPEDIZIONE D'EGITTO

Taque il Bardo, ciò detto, e più vicina

fece l'orecchia ad ascoltar. Vezzosa

dall'altra sponda la gentil Malvina

della bocca alcun poco aprì la rosa,

e coll'alma dal petto peregrina

il bel viso sporgea, desiderosa

d'udir gli accenti di quel labbro amato,

su cui tutto già vola il cor piagato.

Allor Terigi incominciò: Gran cose,

egregio veglio, a raccontar m'inviti,

come in sua forza Bonaparte pose

l'Egizia terra co' suoi pochi arditi;

e qual propizio Nume a più famose

prove salvo il ridusse ai nostri liti,

ove i furori della patria spense

tutti, e d'Italia il rio destin redense.

Ma chi spinger potrà securo e solo

per tanto mar la temeraria antenna?

Il valor di che parlo, è di tal volo,

che nol può seguitar vela né penna.

Stanca è la tuba della Fama, e solo

qualcun de' fatti memorandi accenna;

e si lamenta che, ognor schietta e vera,

le più volte tenuta è menzognera.

Già l'orgoglio alemanno avea piegato

dinanzi al franco sull'Isonzo il ciglio,

e l'insubre paese trionfato

nuove leggi reggean, nuovo consiglio;

mentre ruggendo e a miglior dì serbato,

il veneto Lion perdea l'artiglio;

ed Europa, che pace ai re chiedea,

già le sue piaghe ristorar parea.

Sol del sangue d'Europa e del suo pianto

cresciuta sempre, e sempre sitibonda,

Anglia feroce dell'ulivo al santo

ramo insultava su l'atlantic'onda,

e comprava delitti, e sol di tanto

si dolea, che non fosse ancor feconda

di tradimenti assai la disleale

quant'era di valor la sua rivale.

Questa di ferro e di sublime ardire,

quella d'oro e di fraudi era possente.

Vide il grande Guerriero che ferire

fea bisogno la cruda in Oriente,

e all'avara su l'Indo inaridire

dell'auro corruttor la rea sorgente:

ché su l'Indo inesausta ed infinita,

non sul Tamigi, è di costei la vita.

Chiude l'alto pensier nel suo gran seno,

fa di forti un'eletta, e al mar s'affida.

Non sì tosto sul dorso hallo il Tirreno,

che giunto al Nilo già la fama il grida.

Salvo uscito sul libico terreno,

l'esercito si volse all'onda infida:

guatò l'immensa liquida pianura,

e ricordossi delle patrie mura.

Allor pronto le schiere a parlamento

raccolse il Magno, e la serena vista

girando intorno, con quel forte accento

ch'ogni volere al suo volere acquista:

Soldati, ei disse, a illustre esperimento,

a famosa io vi guido alta conquista,

che costumi, virtù, commercio abbraccia,

e di quest'orbe cangerà la faccia.

Voi ferirete a morte l'infedele

Anglia, cui tanto il nostro danno alletta.

Di qua si passa al cor della crudele,

di qua vassi di Francia alla vendetta;

qua vi chiamano i pianti e le querele

d'un altro mondo che soccorso aspetta.

Al fulgor della gallica bandiera

l'Indo da lungi alza la fronte, e spera.

Soldati, Europa vi contempla, e grande,

grande è il destino che adempir vi resta.

Rischi, affanni, fatiche, e memorande

pugne, la danza a cui vi meno è questa.

Ma parlo ai forti, a cui già le ghirlande

d'Arcoli e Dego coronar la testa;

parlo al Franco guerrier, parlo a' miei figli

nello stento esultanti e ne' perigli.

Molto voi feste per la patria, molto

per la gloria, per me. D'assai più ancora

farete adesso; ch'io vi scorgo in volto

già la fiamma d'onor che vi divora;

già il suon dell'armi, già le voci ascolto

accusatrici d'ogni vil dimora.

Ma chi vil può mostrarsi in questo lido,

ove ancor suona d'Alessandro il grido?

Quella che incontro torreggiar si mira,

è città da quel Magno un dì fondata.

Colà dentro la grande Ombra sospira

dal molle abitator dimenticata.

Or la sdegnosa, raddolcendo l'ira,

da que' merli contenta ella ne guata,

e impaziente a vendicar ci chiama

l'onor prisco già spento, e la sua fama.

Qui molte troveremo orme profonde

dell'antico valor. Chiaro il Romano

su questo suol fu spesso e su quest'onde,

né il Franco andrà da quello oggi lontano.

L'emulaste finora; or, se risponde

l'usato ardir, l'eguaglierete. Invano

nol vi prometto. Ditelo, se mai,

promettendo vittoria, io v'ingannai.

Fur ignei dardi al sen queste parole:

Armi ognun grida, all'armi ognun si sprona.

L'ali al piè, l'ali al cor, primo esser vuole

a por ne' rischi ognuno la persona.

Tragge lampi e terror dai ferri il sole:

l'allegro canto de' guerrieri intuona

l'esercito volante, e si confonde

l'inno di Marte col fragor dell'onde.

Animoso di ratte orme l'arena

venìa stampando innanzi a tutti il Duce.

Non macchiava vapor l'aria serena;

schietta e larga dal ciel piovea la luce:

quando repente (a me medesmo appena

il credo, e il vidi con quest'occhi) un truce

prodigio apparve. Tu l'ascolta, e al vero

darà fede in segreto il tuo pensiero.

Mugge il mar senza vento, e sopra il mare

da prestissimi vortici sospinta

negra una nube di lontano appare

di vivo sangue tempestata e tinta.

Dal fosco grembo ad or ad or traspare

una forma terribile indistinta.

Dritta vêr noi, veloce, alta, tremenda

venìa dall'Asia l'apparenza orrenda.

Dalla parte onde il nembo a noi procede,

tutto è il ciel buio; dalla nostra è un riso

di purissima luce. Il guardo vede

quinci un inferno, e quindi un paradiso.

Giunta là dove nel mar bagna il piede

degli Arabi la torre, all'improvviso

tuona la nube, squarciasi, e fuor caccia

immenso spettro con aperte braccia.

L'alto capo toccar gli astri parea,

ma il piè sotterra s'inabissa. Stende

su l'Africa una man, l'altra spandea

su l'Asia, e parte ancor d'Europa offende.

Al fianco il brando, al fronte l'elmo avea,

e sotto l'elmo dell'altar le bende.

Scosse un gran libro, e il libro che s'aprìo,

scritto in fronte mostrò: Voce di Dio.

Schifosa, oscena, e per gran piaghe impura

tutta appar la persona. Ha la sembianza

carca di duol, smarrita e mal sicura,

quasi senta mancar la sua possanza.

Mette, e par che riceva la paura

che altrui dar cerca. Cavernosa stanza

di rance zanne la livida bocca

pestifera mefite intorno scocca.

Girò su noi l'orribil guardo, e foco

dagli occhi dardeggiò, ma smorto e tetro;

digrignò i denti spaventosi, e roco

muggì, come spezzata onda, lo spetro;

e udir mi parve questo tuon: Sì poco

temuta è dunque la mia possa? Addietro,

addietro, gente dell'altrui bramosa,

la più di tutte audace e perigliosa.

Se con la spada e co' pensieri ardite

tradurre al culto di ragion la terra

che in mal punto attingeste, e alle meschite

ed ai costumi ch'io fondai, far guerra,

e turbar l'ozio del mio regno, udite

ciò che nel grembo all'avvenir si serra;

Franchi, udite e tremate: mille porte

per tutti esterminarvi apre la morte.

Altri in dure battaglie, altri di stento

e di squallido morbo, altri trafitto

sotto il ferro cadrà del tradimento;

faran bianco le vostre ossa l'Egitto.

Le vele che portar tanto ardimento,

fulminate dall'Anglo in rio conflitto,

d'Abukir lasceranno infame, e bruna

di Franca strage la fatal laguna. -

Mi fêr l'orrende profezie fremire.

Volsi gli occhi al gran Duce, e su la fiera

fronte gli vidi folgorar l'ardire;

li rivolsi allo spettro, e più non v'era.

Ben di lampi e di fumo in Abukire

una striscia mirai, che densa e nera

tra le galliche antenne in frettolose

rote nel mar tuffossi, e si nascose.

Scarco di quel funesto ingombro il cielo

tornò sereno, e tornar lieti i petti.

D'un cor medesmo e d'un medesmo zelo

moviam rapidi, quieti e circospetti.

E già quanto due volte è un trar di telo,

in ordinanza militar ristretti,

d'Alessandro siam sotto alla cittade

scossa al baleno dell'ignote spade.

Qui l'ardua cominciò Nilìaca impresa.

Chi fia che tutta a mano a man la dica?

Il dì primiero combattuta e presa

cadde d'Egitto la reina antica.

Munir le mura e il porto di difesa

fu del secondo rapida fatica;

norma si diede e provvidenza all'uopo

de' cittadini il terzo e l'altro dopo.

In Rosetta nel quinto, in Damanuro

brillò nel sesto di nostr'arme il lampo.

L'altro fe' Rammanìa, l'altro fe' scuro

d'Araba strage di Cebrissa il campo.

De' re alle tombe ne' seguenti un duro

conflitto arse: vincemmo; e senza inciampo

del fortunato Bonaparte al piede

l'Egizie sorti il dì ventesmo vede.

Dietro il volar di sue vittorie è lento

della parola e del pensiero il corso.

Ancor Cinzia col bel carro d'argento

tre giri intégri non avea trascorso,

che sottomesso ogni nemico o spento,

Menfi sentìa del Franco impero il morso

dal Pelusìaco seno alle rimote

spiagge, ove dritta il piè l'ombra percuote.

E sagge furo e salutari e dive

del vincitor le leggi, e dolce il freno.

Sovente conquistar l'Egizie rive

l'Arabo, il Perso, il Turco, il Saraceno;

ma fu crudo il conquisto, e ancor lo scrive

colma d'orror la storia, che sereno

farà il sembiante, e allegrerà gl'inchiostri

l'opre narrando del Cirneo Sesostri.

Oltre Gaza respinti, oltre Siene

del Canopo i tiranni, a far beati

gli abitatori, a sciorne le catene

i pensier tutti dell'Eroe fur dati.

I santi dritti, ond'esce il comun bene,

i costumi, le curie, i magistrati

restituisce; e pien di maraviglia

l'uomo dell'uom la dignità ripiglia.

Con severa bilancia ripartito

regola il carco che la patria impone;

frange i ceppi al commercio che fiorito

l'arti risveglia, a cui la pace è sprone.

Per le vie, per le case al dolce invito

l'industria ferve: ogni squallor depone

il già cangiato Egitto, e sente a prova

la presenza del Dio che lo rinnova.

Vita di tutto Ei tutto osserva, e saggio

dispon dell'opra il mezzo e la maniera.

Tale il re delle pecchie, allor che il raggio

del monton sveglia l'alma primavera,

a riparar del rio verno l'omaggio

desta al lavor del miele e della cera

l'industri ancelle, e, osservator severo,

le fatiche ne scorre e il magistero.

Altre intendono ai favi, altre la manna

van de' fiori a predar cupide e snelle.

Qual le compagne a scaricar s'affanna,

qual del dolce licore empie le celle.

Queste, tratti i pungigli, la tiranna

torma de' fuchi caccian lungi; e quelle

castigano le pigre. Un odor n'esce

che ti ristaura, e il lavorìo più cresce.

Con infinita provvidenza il senno

de' suoi sofi comparte il sommo Duce.

Altri l'ombra del punto fissar denno,

che rompe all'arco meridian la luce.

Altri i portenti investigar, che fenno

chiaro l'Egitto, ovunque ne traluce

l'orma ancor maestosa, alla cui vista

il pensiero stupisce, e il cor s'attrista.

Quei dell'alcali indaga e de' metalli

i segreti covili, arcano obbietto

di maraviglia; per deserte valli

questi raccoglie il peregrino insetto.

Qual pe' freschi del Nilo ampi cristalli

del muto abitator turba il ricetto

ittiologo bramoso, e qual procura

nuove piante all'amor della natura.

Ai lenti ceppi di tenace arena

altri toglie i canali; e quando i cólti

chieggon del Nilo la feconda piena,

corregge i flutti vagabondi e sciolti.

Altri all'aura le late ali disfrena

di ventoso molino; altri per molti

gorghi in severo idraulico travaglio

getta nell'onde il tentator scandaglio.

Sagaci intorno al chimico fornello

sudano intanto d'Esculapio i figli,

che de' morbi a frenar l'atro flagello

d'erbe e nitri facean dotti perigli.

La schiava al fato stirpe d'Ismaello

l'arte che a morte sa troncar gli artigli

stupita impara, e vede alfin che dove

l'uom si guarda, il destin l'urna non move.

Così l'alme scienze ricondotte

alla terra natìa per mano amica,

dopo l'orror di lunga iniqua notte,

salutar liete la lor cuna antica.

E di saper più ricche ed incorrotte,

e con fronte più casta e più pudica,

il delitto espiar d'un esecrando

timor del Vero, che le spinse in bando.

Bello il vederle ai porti, alle bastite

girar tra spade e bronzi, e con le pure

man le seste, gli squadri e le matite

oprar tranquille in mezzo alle paure.

Bello il veder le vie coperte e trite

di guerrieri e di sofi: e le secure

canopie genti intanto dappertutto

raccor dell'armi e della pace il frutto.

Securo punge il suo cammel, né teme

dall'Arabo ladrone onta e rapina

il viator: libera il dorso preme

l'Indica merce all'Eritrea marina.

Di Bonaparte è l'occhio ovunque è speme

dell'utile, o del meglio: in sua divina

mente Ei lo volge ad ogn'istante, e il piede

move rapido e franco ove lo vede.

Tutto discorre il Delta, ed ogni passo

è un beneficio. Intento a ciò che giova,

ode, osserva, provvede, né mai lasso,

o nascendo o morendo il sol, lo trova.

E se talvolta di vigor già casso,

lo spirto no, ma chiede il corpo nuova

di forze emenda, di veder ti pensa

Giove in riposo all'Etiopia mensa.

Ché pari a Giove Ei pur talor discende

alla dolcezza d'ospital convito.

N'esulta in cor l'Egiziano, e pende

da quelle labbra di stupor rapito.

Se in lui veder nelle battaglie orrende

credette il divo d'Iside marito,

or n'udendo il sublime almo sermone,

Pittagora ascoltar pargli e Platone.

De' suoi gravi di senno alti pensieri

fa tesoro la Fama; e sì voi pure

moli eterne di Céope e di Meri

li parlerete coll'età future.

Il maggior de' Potenti e de' guerrieri

qui, direte, s'assise, e le mature

sentenze svolse dal profondo petto,

e fu degno di cedro ogni suo detto.

Gli occhi alzando di Céope al sublime

monumento, dell'arte immenso affanno,

contra cui le già stanche e mute lime

del tempo vorator dente non hanno:

Venti secoli e venti dalle cime

di quella mole a contemplar ci stanno,

sclamò l'Eroe. L'udì la Fama, e disse:

Cadrà quel masso, non quel detto . E scrisse.

Giunto là, dove Neco il gran tragitto

fece alle Rubre nelle Libich'onde,

con lieto grido salutar l'Invitto,

sceso a bearle, quelle chiare sponde.

Ma sdegnoso dell'istmo il derelitto

mar vermiglio, agitò le rubiconde

spume, e cercò, sentendo il fato amico,

pien di nuova speranza il varco antico.

Tutto guardando, e tutto in sé romito

il Magnanimo intanto esaminava

l'acque, le prode, il ben acconcio sito

che le porte al commercio Indo dischiava.

Del figliuol di Psammìtico l'ardito

genio il seguìa dappresso, e gli mostrava

l'orme ancor vaste del canal che spinse

l'orto all'occaso, e in un due Mondi avvinse.

E ben la fiamma al cor gli s'accendea

dell'emula virtù, ben nell'audace

pensier gli lampeggiò la grande idea,

che forse ancora nell'Eroe non tace.

Ma diverso lassù fato volgea.

Già nuove palme gli prepara il Trace

stretto coll'Anglo, a cui la Franca sorte,

arbitra fatta dell'Egitto, è morte.

Sul mar di Siria e in Acri, ove Fortuna

sfida a conflitto la virtù francese,

ondeggia al vento con la turca luna,

ahi vile accordo! il leopardo inglese.

Di Joppe e Gaza la campagna è bruna

di barbari già pronti a inique offese.

Ma tante torme e tante armi son polve

dinanzi a quel valor che tutto solve.

Vide il costoro orribile macello

il monte che l'Ebreo sacra ad Elìa.

L'umil terra lo vide, u' Gabriello,

siccome è scritto, salutò Maria.

E tu il vedesti, tu che d'Israello

apristi all'arca trionfal la via,

retrogrado Giordano, e la seconda

fuga tentasti con la trepid'onda.

E fôra il muro al suol caduto alfine

che in Acri il sommo Vincitor rattenne;

e avrìa rimesso la Fortuna il crine

alla mano che stretto ognora il tenne;

ma il Ciel, che a più mirande e peregrine

prove il chiamava, all'alto ardir le penne

precise, il Ciel che a più levarlo inteso,

due gran fati al suo brando avea sospeso.

D'Asia il fato e d'Europa era pendente

da quella spada, e trepidava il Mondo.

Librò, credo, amendue l'Onnipossente,

e ponderoso in giù scese il secondo.

Sparve l'altro più lieve, e nella mente

si rinchiuse di Dio, che nel profondo

del suo consiglio or forse il fa maturo,

né par che molto restar debba oscuro.

S'offerse agli occhi allor di Bonaparte

grande un prodigio, e qual vulgossi, occulto

nol vi terrò; ch'egli è d'eterne carte

degno, né debbe rimaner sepulto.

Già d'Acri a terra rovinose e sparte

cadean le mura; del superbo insulto

già il fio pagava l'Ottoman, cui resta

solo un riparo, e mal potea far testa.

Tacita uscìa dalle cimmerie grotte

la nemica del dì; ma non del Duce

tacea la cura, che per l'alta notte

in mille parti il suo pensier traduce.

Ed ecco balenando aprir le rotte

ombre a' suoi sguardi un'improvvisa luce;

ecco stargli davanti eccelsa e ritta

l'augusta immago della Patria afflitta.

Avea lacero il crin, smorto il bel viso,

e su la guancia lagrime e squallore.

Guatò muta il Guerriero, e il guardo fiso

parea sul volto gli cercasse il core.

Indi un sospir dal petto imo diviso:

Mi conosci tu? disse: al suo dolore

non ravvisi la madre? e il suo periglio

dunque ancora non parla al cor del figlio?

Tu fra barbare genti, inutil vanto,

cogli d'Asia gli allori; e il fero Scita,

giunto coll'Unno, al crin mi sfronda intanto

quei che lasciasti nella tua partita.

Né questa è tutta la cagion del pianto,

lassa! né sola è questa la ferita

che mi dà morte. I figli, i figli, ahi stolti!

spengon la madre in ree discordie avvolti.

Grande, felice, e di valor precinta

feci io tutti tremar, mentre fui teco.

Or giaccio oppressa, disprezzata e vinta;

ché Bonaparte mio non è più meco.

Il tuo lasciarmi, il tuo partir m'ha spinta,

m'ha, misera! sommersa in questo cieco

di mali abisso, e dell'uscirne è vano

ogni sforzo, se lungi è la tua mano.

Torna, deh! torna a me, figlio, mia speme,

mia speranza, mio tutto. A che ti stai

cercando pur su queste rive estreme

gloria minor del tuo coraggio? e il sai.

Salvar la patria che t'invoca e geme,

pensaci, è gloria più solenne assai.

Deh! non patir ch'empio ladron ne tolga

la vita, e il pugno in queste chiome avvolga.

Non patir che la bella itala figlia

usurpator sarmatico t'involi.

Piange in barbari ceppi, e si scapiglia

l'infelice, e non è chi la consoli.

A te le sue catene, a te le ciglia

alza, pregando che a scamparla voli.

Il promettesti, lo giurasti, e furo

sempre d'un Dio la tua promessa e il giuro.

Vieni dunque, e ne salva. Delle genti

in te gli occhi son fissi. Il mormorìo

del mar che freme è carco de' lamenti

che ti manda l'Europa; odi, per Dio!

se frapponi al soccorso altri momenti,

tu più patria non hai. - Disse, e sparìo

come baleno; e per la via che prese,

di gemiti suonar l'aria s'intese.

canto 6

  IL XIX BRUMAIRE

Amor di patria, amor di gloria un fiero

fan certame nel Duce; e d'armi instrutto

prepotenti è ciascun. Vince il primiero.

In magnanimo cor la patria è tutto.

Sol di questa il dolor gli empie il pensiero:

arde già di partir, già sopra il flutto

vola il suo spirto, già le rive afferra,

già vendica l'onor della sua terra.

D'Acri gli allori su l'infranto muro

gli mostrava la Gloria, e gli dicea:

Vieni, prendi, son tuoi, monta securo:

ed Ei voltate già le spalle avea.

Un lauro più d'assai bello e più puro

di qua dal mare il suo pensier vedea;

di questo solo Ei vuol la fronte adorna.

Francia, t'allegra; Italia, sorgi: Ei torna.

Ma senza memoranda alta vendetta

non fia, no, dell'Invitto il dipartire.

Intégra e degna dell'Eroe l'aspetta

de' prodi il sangue estinti in Abukire;

e tal l'ebbe. Su l'onda maladetta

le gallich'ombre si placaro e l'ire.

Di turca strage il mar crebbe, e l'ondosa

faccia sparì da tanti corpi ascosa.

Spente le forze de' nemici, e ogni uopo

dell'armata provvisto, al lido aduna

i suoi più fidi il Duce, e dal Canopo

salpa; e nocchiera in poppa ha la Fortuna.

Né fragil prora vi fu pria, né dopo

mai l'onde ne vedranno altra veruna

di tanto carco. Il cor cui poco è il mondo,

quel cor si cela in quell'angusto fondo.

Contra le vele del fatal naviglio,

consci forse del Dio ch'ei porta in grembo,

non osano di far lite e scompiglio

i venti: dorme la procella e il nembo.

Solo increspa con placido bisbiglio

dolce un Levante alla marina il lembo:

E l'onda intanto: Chi è Costui, dir pare,

a cui l'aria obbedisce, e serve il mare?

E certo il mar sentìa che su quel legno

navigava il valor che al fier Britanno

farà caro costar dell'onde il regno,

finché ne spezzi lo scettro tiranno.

Quindi parve d'uman senso dar segno

il tremendo elemento, e un bello inganno

fatto all'inglese insecutor schernito,

pose il vindice suo salvo sul lito.

Come giunto s'udì l'alto Guerriero,

di giubilo delire a lui davante

si versar le città lungo il sentiero:

mise a tutti il piacer l'ali alle piante.

Ognun s'affretta e incalza, ognun primiero

esser vuole a gioir del suo sembiante.

Bonaparte gridare i vecchi padri,

iterar Bonaparte odi le madri.

Bonaparte i fanciulli, Bonaparte

rispondono le valli; e nell'ebbrezza

di tanto nome, al vento inani e sparte

van le memorie d'ogni ria tristezza.

Nel tripudio ognun corre ad abbracciarte,

sia nemico, od amico: l'allegrezza

non distingue i sembianti; un caro errore

dona gli amplessi, e negli amplessi il core.

Francia tutta del Magno alla venuta

rizzossi; ne tremò l'Alpe, e l'avviso

dienne all'itala donna. L'abbattuta

in mezzo al pianto lampeggiò d'un riso,

e serenossi. Ma in piè surta e muta

di maraviglia, Europa il guardo fiso

su la Senna converse, ove sentìa

che alfin soluto il suo destino andrìa.

Qual, pria che fosse il mar, la terra, il cielo,

del caos l'orrenda apparve atra mistura,

ove l'umido, il secco, il caldo, il gelo

fean pugna, e muta si tacea natura;

che tal, rimosso alla menzogna il velo,

fusse di Francia il volto ti figura,

quando il Magno a camparla dal Ciel fisso,

venne, quale già Dio sovra l'abisso.

E l'abisso in che l'egra era sepolta,

tutto il vide Egli sì. Vide il Delitto

passeggiar venerato, e per istolta

potenza fatto probitate e dritto.

La Virtù vide di gramaglie avvolta,

atterrati gli altari, Iddio proscritto,

la Giustizia mercato, e disciplina

generosa la Frode e la Rapina.

Vide in bisso il codardo, e nudo il petto

del forte, il petto ancor del sangue brutto

per la patria versato; e a rio banchetto

di sue ferite divorato il frutto;

e spinte al cenno di vil duce inetto

al macello le schiere, e omai già tutto

morto il bellico onor, morta la scuola

de' prodi, e viva l'arroganza sola.

Fremé d'orrore e di pietade al diro

spettacolo l'Eroe. Tutte discorre

fra sé le vie, le guise, onde al martiro

di tanto scempio alfin la patria torre.

Vede, ovunque gli sguardi Ei volga in giro,

di colpe orrende intreccio, e che a disciorre

cotanto nodo il taglio mestier fea,

che del re Frigio il groppo un dì sciogliea.

Dopo molte vegliate in questa cura

torbide notti, alfin diè calma al vago

pensier quel Dio che queta ogni rancura

col ramo che di Lete intinse al lago.

Ed ecco in sogno manifesta e pura

tornargli innanzi la medesma immago

che gli apparve in Sorìa. Mesta del letto

su la sponda s'asside, e con affetto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

così prende a parlar: figlio, il crudele

mio stato il miri. A che ti stai? Sol una

è la via di salute, ed infedele

all'alme dubitose è la fortuna.

In che mar di misfatti abbia le vele

spinto il poter de' molti, e che nessuna

esser può libertade ove son tutti

liberi, il vedi: e assai n'ha il fatto istrutti.

Arroge, ch'ella è un'impossibil cosa

in vasto stato; arroge l'opulenza,

e lo splendor de' vizi, e la sdegnosa

di tutte leggi popolar licenza.

Arroge la ribelle, imperiosa

forza dell'uso, cui né violenza

non doma, né lusinga; e in questo suolo

l'uso comanda il comandar d'un solo.

Sorgi dunque, e novello e più temuto

rialza e premi il necessario trono.

Re codardo che fugge, ed ha potuto

ne' perigli lasciarmi in abbandono;

re che vita non rischia, e fece acuto

de' miei nemici il ferro, al mio perdono

chiuse ogni varco. Re vogl'io chi forte

vola al mio scampo, non chi vuol mia morte.

Ne l'arduo calle, a cui t'esorto, vedi,

vedi tu capo di regnar più degno?

china la fronte, ti ritira, e cedi,

ch'esser qui debbe del migliore il regno.

Ma se nullo t'è pari, è colpa, il credi,

il tuo rifiuto, e d'alto cor non segno.

Le presenti e le tarde età vedranno

questo vile rifiuto: e che diranno?

Diran: stanca la Gallia d'una stolta

libertà che a perir la conducea,

in mille parti scissa e capovolta

un sommo e solo correttor chiedea.

Ogni brama, ogni speme era raccolta

nel fatal Bonaparte: Ei la potea

far salva, Ei solo; e ad un poter funesto

lasciolla in preda, e si fe' reo del resto.

Diranno: I giorni del Terror tornaro

tinti di sangue; e Bonaparte il volle.

Rifisse la civil furia l'acciaro

nel sen fraterno; e Bonaparte il volle.

I delitti, atterrato ogni riparo,

inondar Francia; e Bonaparte il volle;

ch'egli è un voler la colpa, ove i suoi passi

frenar potendo, imperversar la lassi.

Questa di mali, o Figlio, onda fremente

franger non puossi che d'un trono al piede,

al voler d'una sola arbitra mente,

che all'utile comun ratta procede.

Allor forte, allor grande, allor possente

mi sarò tra le genti; allor fia sede

di virtù vera la tua patria, or rio

mar di vizi, 'u 'l furor soffia di Dio.

Allor tremanti abbasseran le ciglia

i re giurati; e tu sembiante al Sole,

che, fonte e centro della luce, imbriglia

de' minor fuochi il giro e le carole,

tu porrai loro il freno; allor la figlia

del tuo valor, che suo drudo non vuole

né il Tedesco, né il Geta, Italia bella

dirà: di Bonaparte ecco l'ancella.

E tu d'ancella la farai reina,

e il serto che portò Carlo, all'incude

ritemperato di miglior fucina,

locherai su la fronte alla virtude,

alla virtù canuta e peregrina

di giovinetto eroe, che in sen già chiude

le tue vive scintille, e fia l'amore

dell'Italo che giusto e caldo ha il core.

Disse e sparve. Apre gli occhi, erge la testa

il supremo Guerrier: cerca col guardo

il fuggito fantasma, e alla tempesta

del cor ben sente che non fu bugiardo.

Balza in piedi agitato. Era già desta

la foriera del dì, già il primo dardo

della luce le torri ardue ferìa,

e la vita spandea per ogni via.

A mirar l'ascendente astro divino

fermossi; e in quella gli si fece appresso

il figlio del suo cor, che mattutino

scendea del padre al consueto amplesso.

Di Lui parlo, ch'or fa lieto il destino

dell'italica donna, e forte ha messo

la man pietosa entro sue piaghe, ond'ella

a sanità già torna e si rabbella.

Dati e presi gli onesti abbracciamenti,

in che tace la lingua e parla il petto,

contra i puri del Sol raggi sorgenti

seder si fece al fianco il giovinetto;

e gli uditi nel sonno eccelsi accenti

pur volgendo nell'alma: O mio diletto,

mira, disse (e nel dir stendea la mano),

come bello è del ciel l'astro sovrano!

Delle stelle monarca egli s'asside

sul trono della luce, e con eterna

unica legge il moto e i rai divide

ai seguaci pianeti e li governa.

Per lui natura si feconda e ride,

per lui la danza armonica s'alterna

delle stagion, per lui nullo si spia

grano di polve che vital non sia.

E cagion sola del mirando effetto

è la costante, eguale, unica legge,

con che il raggiante imperador l'aspetto

delle create cose alto corregge.

Togli questa unità, togli il perfetto

tenor de' vari moti onde si regge

l'armonia de' frenati orbi diversi,

e tutti li vedrai confusi e spersi;

e l'un l'altro inghiottire, e furibondo

il mar levarsi e divorar la terra,

e squarciarla i vulcani, e nel secondo

càos gittarla gli elementi in guerra.

Figlio, in questa ruina (e dal profondo

cor sospirò) l'immagine si serra

di nostra patria: cade la sua mole,

perché a' suoi moti non è centro un sole.

Tacque; e surto del loco ove sedea,

gli occhi al suol fitti, e a passo or presto or lento

misurava la stanza; e sculto avea

su la fronte l'interno agitamento.

Tra la primiera genitrice idea

di perigliosa impresa, ed il momento

dell'eseguire, l'intervallo è tutto

fantasmi; e bolle de' pensieri il flutto.

Allor fiera consulta in un ristretti

fan dell'alma i tiranni; e la raccolta

ragion nel mezzo ai ribellati affetti

sta, qual re tra feroci arme in rivolta.

Ma prestamente, ove la Gloria getti

nel mezzo il dado, quella lite è sciolta.

Tormenta i petti generosi allora

il periglio non già, ma la dimora.

Tutto quel dì l'Eroe fu muto, e pronte

tutte sue forze rassegnò. Non tante

scoppiar scintille fa il martel di Bronte

sovra l'incude di Vulcano, quante

scoppian le cure dentro quella fronte

alla fronte di Giove simigliante,

quando Pallade ancor non partorita

del cérebro immortal chiedea l'uscita.

Scese la notte; e in sogno ecco plorando

tornar la stessa vision, che in atto

di sdegnoso dolor gli fea comando

di precider le lunghe al gran riscatto.

Surse il Forte, e la man stesa sul brando:

O Patria, disse, t'obbedisco. E ratto

nel raccolto Senato al nuovo sole

entra, e queste vi tuona alte parole:

In quale stato vi lasciai, Francesi?

In qual vi trovo? Vi lasciai la pace,

trovo guerra; lasciai conquiste, e scesi

veggo dall'Alpi l'Alemanno e il Trace;

lasciai lucenti di guerrieri arnesi

gli arsenali, e son vôti. La vorace

rapina ha tutto dissipato, eretta

in ria scienza dal poter protetta.

Hanno esausto lo Stato; il nume è spento

di Giustizia; né senno, né decoro

nel maneggio civil; qual vile armento

spinti i soldati al marzial lavoro.

Ove sono i miei figli? ove li cento

mila fratelli che lasciai d'alloro

carchi? che avvenne di cotanti forti?

Mi rispondete; che ne fu?... Son morti.

Morti, ahi! son della patria i difensori,

e vivi i tristi che la patria uccidono;

vivi non pur, ma eccelsi e reggitori

supremi al comun pianto empii sorridono.

E delle leggi intanto i creatori

senza consiglio, senza cor s'assidono

in venduto Senato: han sotto il piede

spalancato l'abisso, e nullo il vede.

Ma d'infamia coperto e irrevocato

passò, lo giuro, de' ribaldi il regno;

e della patria qui sul lacerato

corpo il giura de' prodi il santo sdegno. -

Come vento tra scogli imprigionato,

fremé il consesso a quel parlar già pregno

di vicina tempesta; ed una voce:

lo Statuto, gridò cupa e feroce.

Lo Statuto? il Magnanimo riprese,

e l'accento suonò più che mortale.

Lo Statuto? Ed ardisce alma Francese

oggi invocarlo? Lo Statuto? E quale?

Quello cui tante e tante volte offese

delle parti il furor? quello in cui strale

non è che fitto non sia stato? Un nome

che in fronte al giusto fa rizzar le chiome.

Dunque un nome s'oppon, che soli affida

i traditori un nome in cui delinque

santamente ogn'iniquo, e il parricida

poter si sacra tuttavia de' Cinque?

E non udite ancor dunque le strida

che le rive lontane e le propinque

v'invian gridando: A terra, a terra l'empio

Statuto, o Franchi, e fine al patrio scempio?

Tremar di gioia ai generosi accenti

i pochi intégri, e di terrore i molti

perversi; e fuggir sotto i vestimenti

più man fur viste, e trasmutarsi i volti.

A camparlo quel dì dai violenti

ferri di questi o scellerati o stolti,

fama è che intorno al perigliante Duce

fiammeggiar fu veduta una gran luce.

L'Angiol fu forse della patria, forse

altro messo del ciel, che tolto al mondo

l'onor non volle de' mortali, e torse

il colpo che mettea Francia nel fondo.

Di noi pietoso un Dio certo il soccorse;

né più bello, no mai, né più giocondo

giorno brillò di questo, in cui la forte

mano il fren prese della patria sorte.

Qual robusto di fianchi alto naviglio,

che privo di governo in mar crudele

estremo corse d'annegar periglio,

frante l'antenne, e lacere le vele;

se di miglior piloto arte e consiglio

il sottragge all'irata onda infedele,

sue ferite ristaura, e sul mar scuro

le tempeste a sfidar torna securo;

cotal la grande Nazion rinvenne,

ché grande allor veracemente emerse,

e sanò le sue piaghe, e di solenne

luce vestita ogni squallor deterse.

Le virtù fuggitive in bianche penne

tornar. Giustizia racconciò le sperse

rotte bilance, e dal furor segnate

cancellò le rubriche insanguinate.

La Concordia rifulse, e di catene

indissolute la nemica avvinse;

franse gli empii pugnali in su l'arene

angle temprati, e l'ire tutte estinse.

La virtù che di Dio nell'uom mantiene

la riverenza, la virtù che strinse

col ciel la terra, più graditi e cari

bruciò gl'incensi su i risurti altari.

Ebber norma ed impulso e vigoria

i diversi doveri; e d'un sol fiato

tutti sospinti per diversa via

mossersi a gara ad animar lo Stato.

Così volge sue rote in armonìa

l'ordigno che misura il tempo alato;

hanno vario il cammino e vario il volo

tutte; ma il punto che le move è un solo.

E le scienze intanto e le sorelle

arti, splendor de' regni e formatrici

d'almi costumi, senza cui né belle

son le città, né i troni unqua felici,

schiuser liete i lor templi; e di novelle

ghirlande ornate, con più fausti auspici

ricominciar lor riti, e ogni villano

costume entrato ne cacciar lontano.

Così tutte lasciò Francia le brune

spoglie del lutto, e rivestissi il manto

di sua grandezza. Io sol nella comune

letizia, ahi lasso! io mi fui solo al pianto.

Redir d'Egitto, e alle paterne cune

volar, fu il primo mio desire. Un santo

dover spingea quest'alma intenerita

ad abbracciar colei che mi diè vita.

Movo ratto di Freio, e per la via,

di lei sola il pensier tutto ripieno,

anticipando nel mio cor venìa

il piacer del serrarla a questo seno.

E una dolcezza dentro mi sentìa

da non dirsi, e godea che indegno almeno

de' cari amplessi io non facea ritorno,

di qualche bella cicatrice adorno.

In val di Varo, già narrailo, siede

l'umil terra ove nacqui. Frettoloso

vêr quella adunque celerando il piede

odo annunzio per via fero e doglioso.

Odo che le vicine erte possiede

il vincitor nemico, odo ch'egli oso

fu di calarsi in suol Franco, e col fuoco

desolarlo e col ferro in ogni loco.

Di mio villaggio fo dimanda, e tutto

da' barbari l'intendo per feroce

rabbia, correa due giorni, arso e distrutto.

Mi strinse il gel le vene a quella voce.

Palpitando proseguo, e già condutto

mi son davanti al suol natìo. Veloce

raddoppio il passo, e m'apparisce, entrando,

spettacolo crudele e miserando.

Avean le fiamme intorno orribilmente

divorate le case, e su la scura

solitaria ruina alto un tacente

orror regnava e il lutto e la paura.

Irto i crini, e col cor che il danno sente

pria che lo vegga, alle paterne mura

tremante, ansante mi sospingo; ed arse

tutte le trovo, e al suol crollate e sparse.

Se' tu fuggita in salvo, o sotto questa

macerie orrenda, o madre mia, sei chiusa?

Ecco il crudo pensier che alla funesta

vista mi corse nell'idea confusa.

Gridai, gente cercai: tutto era mesta

solitudin. Tenea la circonfusa

oste i colli imminenti, e non ardiva

uomo appressarsi alla deserta riva.

Nell'orribile dubbio odo un lamento

d'afflitta belva, un ululato acuto

che uscìa di mezzo alle ruine, e il sento

in suon che sembra dimandarmi aiuto.

Salgo, ed ahi! veggo (umano sentimento,

vieni e impara pietà), veggo giaciuto

là sul rottame il mio Melampo, antico

de' nostri lari e sempre fido amico.

Mi riconobbe ei sì, ma non diè segno

dell'usata esultanza il doloroso;

e d'amor e di fede unico pegno

levò la testa e mi guardò pietoso.

Poi si diè ratto con umano ingegno

a raspar le macerie, e lamentoso

ululando e scavando tutta volta,

dir parea: La tua madre è qui sepolta.

E, ohimè! che vero ei disse; ohimè! che quanto

m'era dolor serbato io non sapea!

Misera madre!... - E qui ruppe in un pianto,

che degli occhi due fonti gli facea.

Pianse percosso di pietade il santo

veglio, pianse Malvina, ed attendea,

già disposta a maggior duolo, dal caro

labbro la fine del racconto amaro.

canto 7

LA PIETA` FILIALE

Oh! del nostro sentir parte migliore,

generosa di belle alme fralezza,

lagrime pie! per voi vinto il dolore

tace, e la punta del suo dardo spezza;

per voi fra l'onde degli affanni il core

beve, ignota al profano, alma dolcezza;

voi degli afflitti voluttà, voi pura

fonte di pace in mezzo alla sventura.

Misero quegli che cader vi mira,

e, di voi schivo, ad altra parte abbassa

la sdegnosa pupilla, e non sospira

su l'infelice venerando, e passa!

Verrà del Cielo a visitarlo l'ira,

che inulta la ragion vostra non lassa;

né stilla pur del pianto altrui negato

scenderà sul superbo abbandonato.

Ma tre volte felice chi di belle

lagrime bagna, compatendo, il ciglio!

La Pietà le raccoglie, e ammorza in quelle

l'ira che ferve nel divin consiglio;

mentre il vostro vapor, ch'alto alle stelle

e caro ascende dal terreno esiglio,

su l'umano fallir stende un bel velo,

e riconcilia colla terra il cielo.

Né voi già larghe scorrere godete

tra il fasto cittadin sott'aureo tetto:

ché la diva Pietà, da cui movete,

non batte no del crudel ricco al petto.

Anime pure di vostr'acque han sete,

di voi più degne in povero ricetto;

ivi il cor di Terigi, ivi le ciglia

v'aspettano d'Ullino e della figlia.

Poiché in parte per gli occhi ebbe disciolto

il duol che chiuse al favellar la via,

alzò Terigi il caro umido volto,

che ancor più caro nel dolor venìa.

Vede il veglio che, il guardo in sé raccolto,

lagrimava e tacea, vede la pia

vergin che sopra gli pendea co' belli

occhi intenti ed aperti in due ruscelli.

La man pose alla man della dolente,

grato a tanta pietà, quell'infelice;

sovra il cor la si strinse, ed il languente

sguardo in lei fisso: Sospendi, le dice,

questo pianto sospendi, alma innocente;

ché la lagrima tua consolatrice

tempo non è che tutta su l'orrenda

avventura trabocchi, e al cor ti scenda.

Se tu pur conoscesti e ti fu cara

una madre, o Malvina, un'adorata

madre, udirai e intenderai se amara

fu la mia sorte e a rimembrar spietata.

Disse; e quale è colui che si prepara

caso acerbo a narrar, l'addolorata

mente raccolse il Cavaliero, e detti

cercò conformi ai perturbati affetti.

Parla, riprese allor con un sospiro

la giovinetta a confortarlo intenta;

parla, caro infelice: il tuo martiro

non l'apri a cor che fugga e non lo senta.

Anch'io conosco, anch'io sostenni il diro

strale che l'arco del disastro avventa;

anch'io l'ebbi una madre, una diletta

madre ed amica che lassù m'aspetta.

Sì dicendo, levò le rugiadose

luci, e, col guardo al ciel diritto e fiso,

la man sul petto virginal compose,

e sì dolce atteggiò l'aria del viso,

che l'anima parea le desiose

ali aprire e innalzarse al paradiso,

disdegnosa del carcere terreno

che la divide dal materno seno.

Di quel dolce abbandono ancor non era

d'Ullin la figlia generosa uscita,

che apparecchiato a proseguir la fiera

storia che il pianto avea prima impedita,

Terigi ripigliò: Poiché la fera

pietosa m'ebbe in suo parlar chiarita

la crudel sorte della madre, immoto

rimasi e freddo, e d'ogni senso vôto.

Al tornar dello spirto, entro le chiome

cacciai la mano, e del dolore il grido

alzai d'intorno, e la chiamai per nome;

né mi rispose che il deserto lido.

Di su, di giù mi ravvolgea siccome

furente, e tuttavia raspando il fido

cane ululava, e dir parea: M'aiuta,

ché la misera ancor non è perduta.

Come rapida fiamma al cor mi corre

questo sospetto, e nel pensier mi riede

sotterraneo recesso, ov'ella porre

potea nell'uopo a salvamento il piede.

Per udita esser anco mi soccorre

fresco l'eccidio del paese, e fede

danne il fumo che, in mezzo all'alto orrore,

sfoga tra sasso e sasso, e ancor non muore.

A quel lampo di speme infiammarse

le membra mi sentii di repentina

forza; e alla parte ov'io pensai che trarse

in occulto potea quella meschina,

il dì che crudo entrò il nemico e sparse

d'ogn'intorno la morte e la ruina,

ratto mi diedi a disgombrar la smossa

bica di sassi e travi a tutta possa.

Ma solo, ahi lasso! che potea? Tropp'era

alto l'ingombro, e la man poca a tanto,

la man che tutta è sangue in quella fiera

fatica, e un'onda il corpo tuttoquanto.

Pur proseguo, e vi spendo ogni maniera

di travaglio e di pena; infin che franto

ogni vigore, in mezzo all'affannosa

opra al suol cado come morta cosa.

Cado, e abbracciava sanguinoso e rotto

le accalcate ruine. In quello stato

odo, o parmi d'udir, cupo di sotto

un lamento lugubre e prolungato.

Mi riscuoto; e di nuovo in giù condotto

l'orecchio al suol, di nuovo odo un plorato,

che distinto m'avvisa e gemebondo

un sepolto che grida in quel profondo.

Ella vive, ella vive; e balzo in piedi

forsennato di gaudio; e tuttavia

iterando, ella vive, a far mi diedi

sforzo che vano e disperato uscìa.

Dio, gridai, Dio clemente, o mi concedi

la sua vita, o ti prendi anco la mia.

Così pregando, un improvviso e molto

romor di piedi avvicinarsi ascolto.

Era di Franchi un bellicoso ardito

drappel, cui patrio amore, ira movea

contro il vicin nemico, e lui pentito

far degl'incendii miserandi ardea.

Corsi, e squallido, ansante, irto, sfinito,

narrai l'orrido caso; e non avea

tutto ancor detto, che lo stuol già sopra

ai franti muri di gran cor s'adopra;

e a quella parte ov'io lor destre invoco,

sgombra il passo impedito, e mi seconda,

e già siam presso al sotterraneo loco;

già la chiamo, già par che mi risponda.

Oh momento! il mio core era di foco,

e tremava ad un tempo come fronda.

Apresi il varco alfine, alfin più chiara

mi vien la voce lamentosa e cara.

Precipitoso per la data porta

l'impaziente mia pietà mi caccia,

gridando, O madre! e già la tengo (ahi corta

immensa gioia!) fra le calde braccia.

La dolorosa omai tra viva e morta,

al suon della mia voce alza la faccia,

mi guarda, mi conosce, e messo un grido,

cade spenta dal gaudio, ed io l'uccido.

Io per camparla le troncai la vita,

misero incauto! e si fe' giuoco il Cielo

di mia pietade filial tradita.

Se ancor del crudo colpo mi querelo,

Dio, perdona: nasconde l'infinita

tua provvidenza impenetrabil velo.

Ma tanto amore ed una tanta fede,

no, mertar non parea questa mercede.

Che si fosse di me, che mi facessi

dopo l'alta sventura, io nol so dire;

sì dall'ambascia e dal dolore oppressi

gli spirti tutti uscìan d'ogni sentire.

Come fur chiamati agl'intermessi

offici della vista e dell'udire,

trovaimi cinto di dolenti volti

in pio silenzio a me d'intorno accolti.

Muto li guato, e già il pensier tornando

ne' suoi discorsi, colla man rimovo

i circostanti, e con lo sguardo errando

d'ogni lato, la cerco e non la trovo.

Dov'è? languido e fioco alfin domando,

dov'è la madre? e tace ognun. Di nuovo

chieggo, e fiero mi levo, e la discreta

carità degli amici indarno il vieta.

In povero vicin tempio, dall'ira

ostil non tocco, avean locato intanto

umilmente su la nuda pira

di poche pietre il corpo onesto e santo.

Giacegli gramo al fianco e lo rimira

il povero Melampo, che di pianto

avea gli occhi suffusi, e ad or ad ora

solleva il capo, si lamenta e plora.

Di molte turbe, quivi convenute

sotto la scorta del guerrier drappello,

bisbigliavan le vie dianzi sì mute:

ciascun tornava al suo deserto ostello;

e frugando dell'arse ed abbattute

case ogni lato, accolto in quel sacello

avean le salme d'alcun altro estinto,

e deposte nel mezzo al pio recinto.

V'era una madre dal dolore uccisa,

giovinetta col figlio alla mammella:

una tigre, una Furia avrìa conquisa

la sua sembianza dilicata e bella.

Crudel ferro sul petto in empia guisa

il caro pegno le trafisse, ed ella

per l'immenso dolore al punto istesso

spirò col labbro su la piaga impresso.

Crescea materia di comun lamento

un generoso che, a campar l'amico,

si lanciò tra le fiamme e vi fu spento,

vittima illustre dell'amor ch'io dico.

Lagrimavasi ancora il violento

fato d'un veglio di valor antico,

che, giusto, umano, liberal, cortese,

tutti amò, Dio temette, e nullo offese.

Come il piè misi nella santa soglia

tra quella di defunti atra corona,

l'altrui sventura che la nostra doglia

sospende e dolce a compatir ne sprona,

religion che pronta in noi germoglia

nel disastro, e al pensier grave ragiona,

sì mi scosser l'inferma anima anela,

che tutta cadde al mio furor la vela.

Sentii, venendo nella sacra stanza,

stanza augusta di Dio quanto più nuda,

la sua sentii presente alta possanza,

che d'ogni umano affetto ci denuda.

Questo Dio degli afflitti una costanza

par che nel petto allor m'infonda e chiuda;

la costanza del giusto, che la pace

trae dagli affanni, inchina il capo e tace.

Oh necessaria agli infelici e cara

religion! Tu davi al mio dolore

sublime qualità, sì che l'amara

piena non tutto mi sommerse il core.

M'appressai della madre all'umil bara,

v'affissi le pupille, e di chi muore

già mi stringea l'angoscia; ma le penne

levò la mente al cielo, e la sostenne.

Sorse intanto la notte, e ricoprìa

del benigno suo vel le lagrimate

opre mortali; e ognun del tempio uscìa

di mestizia dipinto e di pietate.

Ma me né forza né pregar partìa

dalle care a' miei sguardi ed onorate

spoglie, e là mi rimasi, onde di duolo

inebbriarmi a mio pien grado, e solo.

Le venerande tenebre rompea

del sacro chiuso una lugùbre e muta

lampa; e la fioca luce orror crescea

dai distesi cadaveri sbattuta.

Al nudo capo maternal facea

letto una pietra, ed io su la sparuta

fronte tenea le ciglia immote e fisse,

quasi aspettando che le sue m'aprisse.

Poiché alfin la solinga aspra mia cura

fu di lagrime sazia e di sospiri,

o poter fosse della pia natura

che tutti placa col pianto i martìri,

o fosse opra del Ciel, me su la dura

terra giacente con pesanti giri

tale avvolse un sopore, e mi si fuse

su gli occhi, che domati alfin li chiuse.

Ed ecco vera innanzi e luminosa

starmi l'immago della cara estinta,

che i rai m'asciuga colla man pietosa

e in soave d'amor voce distinta:

Figlio, disse, pon modo all'affannosa

doglia, che offende il mio gioire. Io cinta

d'immortal luce in ciel mi godo, e quivi

al senso alzata degli eterni Divi,

t'amo d'amore che in mortal non scende

intelletto, e di te con Dio ragiono,

e in lui veggo il tenor delle vicende

a cui tu resti, e di che lieta io sono.

Ma sollevarne il vel mi si contende;

di conforti e d'avvisi unico dono

farti mi lice, e venni a ciò. Tu gli odi,

e in cor li figgi di ben saldi chiodi.

La patria, per cui bella è ognor la morte,

a fecondi d'onor nuovi perigli

minacciata d'esterne empie ritorte

di nuovo appella ad alto grido i figli.

Soccorso invoca su le Cozie porte

Italia stretta dai tedeschi artigli,

e il brando che a tarparli il ciel destina,

il fatal brando è fuor della vagina.

E già splende sull'Alpi, già l'eterna

neve incalcata da terreno piede

sente l'orma francese, e la superna

cima d'armi fiammeggia, e il varco cede.

Là ti chiama l'onor che ti governa,

di là si scende ad immortal mercede,

alla mercé del forte che sé stesso

dona alla patria ed all'amico oppresso.

Sceso in valle di Po l'alto Guerriero,

a cui nullo guerrier si paragona,

farà gran pugna, fiaccherà del fiero

Teuton l'orgoglio, che temuto or suona;

vittoria mieterà che dell'impero

Italo e Franco la regal corona

daragli al crine, e più non dico: il Fato

matura il resto a più bei dì serbato.

Ciò che possa l'ardir Gallo ne' campi

di Marengo tremendi, fia dimostro.

Ivi sarà che di valor tu stampi

orma degna, tu pur, d'eterno inchiostro.

Va dunque, e tua virtù chiara divampi

per l'onorato calle che ti mostro.

Fa che di te quel Grande che ti guida,

qualche bel fatto intenda, e ti sorrida.

Con questa speme al ciel beata io torno;

più non lice indugiarmi: al tergo mio

olezzante aleggiar sento del giorno

l'aura vietata che m'incalza: addio. -

Sì dicendo mi cinse al collo intorno

le braccia, e sparve in un balen, mentr'io

per rattenerla a lei m'avvento, e a vôto

tornan le mani al petto, e mi riscuoto.

Confortato mi desto, e coll'aìta

de' già pronti compagni a dar mi volsi,

duro officio! la tomba a chi la vita

diemmi; e tutto al grand'uopo il cor raccolsi.

Pietosamente in parte erma e romita

ne recammo la spoglia, e anch'io ne tolsi

su queste spalle il peso, alle sante ossa

anch'io scavai con questa man la fossa.

Io la calai là dentro, io sovra il letto

dell'eterna quiete la composi;

delle man giunte le feci croce al petto,

e i fior mesti di morte al crin le posi;

e dato il lungo estremo sguardo, e detto

l'ultimo addio, su i santi e preziosi

membri gittammo della terra il velo,

pregando all'alma eterna luce in cielo.

Oh Malvina! al cader delle versate

gementi zolle sul materno volto,

qual mi movesse assalto la pietate,

alle labbra d'un figlio il dirlo è tolto.

Così sparir vid'io, lasso! le amate

sembianze, e ancor le veggo, ancora ascolto

il cupo suon della terra che piomba

su quella fronte, e dentro mi rimbomba.

Ma de' tuoi casi, o mio Melampo, degni

di ricordanza e di perpetuo vanto,

non tacerò, ché ovunque pietà regni

privo il tuo fato non andrà di pianto.

E noi sol d'odio e di superbi sdegni

stirpe nudrita, dalle belve intanto,

se imitarne la fede un dì sapremo,

noi la vera amistade impareremo.

Poiché la donna sua scender sotterra

vid'egli, e tutto già deserto il lito,

a plorar sulla fossa che la serra

rimase, empiendo d'ululati il Sito.

Ed or si corca, or si raggira ed erra

sulla sepolta; e quando è il dì partito,

romper non cessa l'animal fedele

di gemiti la notte e di querele.

Sventurato! tre volte il sol morendo

in quella tomba a lamentar lasciollo,

immemore del cibo, e tre nascendo

su quella tomba a lamentar trovollo;

finché attrito di duolo, e già sentendo

mancar la vita, i piedi adagia e il collo

placidamente sul sepolcro; il mira

l'ultima volta gemebondo, e spira.

Canto 8

(FRAMMENTO)

Ma già levato avea dell'armi il grido

de' Franchi il sommo correttor Guerriero,

e alla possente voce, Armi, ogni lido,

Armi freme ogni petto, ogni pensiero.

Come suol dall'arena arsa di Dido

soffiar l'umido vento, e alzarsi nero

di nubi un gruppo che del ciel la faccia

nasconde, e strage all'arator minaccia;

così da tutta la francesca terra,

terra di prodi ognor feconda, s'erse

subitamente nube atra di guerra,

che d'armati le Cozie Alpi coperse.

L'orror del varco indarno il cammin serra,

e la neve che piè mai non sofferse,

e i torrenti e gli abissi. Alla virtude

sprone è il periglio, e nulla via si chiude.

Fama è che sopra quell'orrende cime

l'ombra s'aggiri, avvolta di tempeste,

del feroce Annibàl, che delle prime

orme guerriere stampò l'ardue creste.

La vede il montanar fosca e sublime

passeggiar su le nubi, e dalle teste

dell'erte rupi rotar nembi al basso,

vietando ai fanti e cavalieri il passo.

D'asta armato e d'usbergo ergesi il crudo

fantasma a guardia del tremendo calle,

pari a dirupo smisurato e nudo,

cui batte eterno turbine alle spalle.

Spesso, se vero è il grido, alza lo scudo,

e forte il percotendo, empie la valle

d'alti rimbombi e di paure, e truce

fa del grand'elmo balenar la luce,

e dell'elmo il cimier, che tremolante

fra i rotti nembi trapassar si mira,

e trarsi dietro il turbo e la sonante

ala de' venti procellosi e l'ira.

All'immenso fracasso il viandante

d'orror sacro compreso il piè ritira

....................................

Indice Biblioteca Progetto 800

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 agosto 2007