Giovanni Antonio Maggi

Vita di Vincenzo Monti

Edizione di riferimento:

Monti, Liriche e poemi, con la vita dell'autore scritta dal Maggi e il ritratto del Monti di Pietro Giordani, Classici italiani, collazione dei testi di Tommaso di Petta, disegni e fregi di Duilio Cambellotti, Novissima Biblioteca diretta da Ferdinando Martini, serie 1, vol. XXI, Istituto Editoriale Italiano, Milano s.d. (dopo il 1900)

Vincenzo Monti, nacque nel giorno 19 di febbraio dell'anno 1754 da Fedele Monti e da Domenica Maria Mazzani alle Alfonsine nel territorio Leonino, donde suo padre non tardò a trasferirsi a Maiano presso Fusignano, doviziosa terra della Romagna. Nel seminario di Faenza ebbe sotto abili maestri la sua letteraria educazione; dacché appena vuolsi far parola de' primi erudimenti che in Fusignano gli diede Marcello Padovani; e venne di poi colla sua famiglia ad abitare in Ferrara, dove prese a frequentare l'università, perciocché il padre destinavalo alla giurisprudenza. Ma avvenne di lui ciò che di tanti altri grandi poeti, i quali non appena furono iniziati in quello studio, che volsero ad esso le spalle, sentendosi commossi da una fiamma che insofferente d'ogni fredda e pesante disciplina spingevali a spaziare negli immensi campi della fantasia. Le prime scintille però del poetico ingegno del Monti si dimostrarono nel canto improvviso e nel verseggiare in latino, idioma ch'egli aveva perfettamente appreso. Ma se fu saggio il consiglio pòrtogli da chi lo esortò ad applicarsi unicamente alla poesia meditata, la quale è sola ministra d'immortalità, fu del pari nostra ventura ch'egli per sé stesso, dopo i primi saggi felici, si rivolgesse interamente al poetare in lingua italiana.

Perocché per quanto alcuni de' nostri poeti, scrivendo nella morta favella del Lazio, abbiano conseguita una bella fama, i loro versi hanno, qual più qual meno, faccia di centone; né l'opera per essi prestata alla nazionale letteratura, fu sì giovevole come quella di chi per mezzo di poesie ora soavi ed ora sublimi acquistò nuovi spiriti e diede nuove movenze al linguaggio moderno. Lo studio però dei classici latini fece avvisato il Monti ancor giovinetto, che non era verace poesia quella che allora tenevasi per tale dai più, seguendo sconsigliatamente il Frugoni.

Il perchè egli si diede ad emulare principalmente due grandi poeti ferraresi, Alfonso Varano ed Onofrio Minzoni. Né andò guari che se gli ebbe lasciati addietro. Poiché superava di gran lunga il primo nella forza e nella sobrietà delle immagini, e nell'armonia del verso: e più che l'uno e l'altro era dotato di squisita sensibilità e di una mente vivace, nella quale con facilità si formavano i poetici fantasmi, e tutto prendeva anima, volto e colore. Di queste qualità si mostrò ben presto improntato il suo stile, e giunse a molta eccellenza. Egli poi si andava inspirando del continuo colla lettura de' Profeti, la cui sublimità sovrumana gli si faceva potentemente sentire, della Commedia di Dante, il quale in lui parve rivivere, e delle opere di Virgilio, che riguardava come il più perfetto di tutti i poeti per l'arte divina di porre ogni cosa in immagine, di vestire di bellissimo stile gli oggetti stessi più tenui, e di fare i versi più armoniosi, più vari e meglio coloriti che sieno stati composti in lingua veruna. Né mai saziavasi anche negli ultimi tempi di commendare questo scrittore, e portavalo seco dovunque gli avvenisse di andare, citandone spesso i più bei passi a memoria. Anche la fecondissima vena dell'immortale Lodovico contribuì non poco ad infondere nel suo stile quella disinvoltura e quell'abbondanza, accompagnate dalla precisione e dalla proprietà delle parole e dei modi, che non si potranno mai abbastanza lodare. E qui non è da tacersi una cosa della quale amò egli stesso di conservare memoria; ed è, che avendo egli ancor giovinetto interrogato il Minzoni del segreto per cui erasi formata quella sua evidenza di stile, n'ebbe questa secca risposta: Dante, i Profeti e l'Ariosto. In processo di tempo il Monti lesse eziandio tutti i poeti greci nelle versioni letterali latine; e non havvi in esse bellezza di sentenze, d'immagini, di descrizioni cui non avesse notata per fiorirne all'uopo le sue poesie, com'ape che tesoreggia nell'arnie tutte le ricchezze dei prati. Dicasi lo stesso degli autori latini, ed in generale di tutti i classici d'ogni nazione, che leggeva originali o tradotti, facendo conserva di quanto essi hanno di eccellente e stampandolo, per così dire, nella sua vasta e tenace memoria, la quale né pure coli'aggravarsi dell'età non perdette mai le sue forze.

Le altissime speranze che il Monti giovinetto dava di sé nel proprio paese, indussero il cardinal Borghese, nel suo ritorno a Roma dalla legazione di Ferrara, a condurlo seco, contando egli l'anno ventiquattresimo dell'età sua. E non era ancora trascorso un anno dacché egli soggiornava in quella metropoli, alloraquando diede alla luce riuniti in un volume, stampato a Livorno nel 1779, i primi saggi delle sue poesie, dedicandoli alla marchesa Bevilacqua di Ferrara, celebrata dal Frugoni sotto il nome di Climene Teutonica. E benché molte di quelle sue produzioni sieno poi state come troppo puerili rifiutate dal Monti, il che puossi dedurre dal paragonare la stampa livornese coll'edizione Bodoniana dell'anno 1787; trovansi nondimeno anche in questa la Visione d'Ezechiello applicata ad un celebre predicatore in Ferrara, e scritta a ventidue anni, l'Entusiasmo melanconico, le Elegie, quantunque assai ritoccate, ed altri componimenti pieni di grandissime bellezze di pensiero e di stile. Dal che si trae che il Monti fu poeta per natura, e che questa lasciò poco da fare all'arte per condurlo alla perfezione: giacché fino dai suoi principii ebbe nobiltà di concetti, vivacità d'immagini, splendore di locuzione, armonia di verso, castigatezza di lingua ed una mirabile facilità di dire ogni cosa. Avendo poi avuto occasione di celebrare in Arcadia le nozze del principe don Luigi Braschi, nipote di Pio VI, con donna Costanza Falconieri nel le-giadrissimo Canto in terza rima che ha per titolo La bellezza dell'Universo, ottenne il favore di quel principe che il volle presso di sé nella qualità di suo segretario; e così egli fermò stabilmente la sua dimora in Roma. Una delle prime amicizie da lui quivi contratte si fu quella del grande archeologo Ennio Quirino Visconti. Questi, che allora attendeva all'ordinamento ed alla descrizione del Museo Pio-Clementino, bramò che il Monti celebrasse il ritrovamento del busto di Pericle avvenuto di que' dì negli scavi vicino a Tivoli, ove si congettura essere stata la villa di Cassio. Sopra tale argomento è scritta adunque la bellissima Prosopopea di Pericle, una delle più nobili canzoni del Monti, da lui composta per compiacere all'amico. Con una schiettezza poi tutta propria de' grandi ingegni professavasi altamente grato al Visconti dell'avergli esso aperti i tesori dell'antica sapienza, e per compenso lusingava colla sua luce poetica l'inclinazione che quel celebre antiquario aveva per l'arte dei versi. L'amore quindi che il Visconti seppe infondere nel giovine Monti per la classica antichità, procacciò a lui una mirabile attitudine a spargere i suoi versi di quella maschia eleganza che solo si attigne ai limpidi rivi della Grecia e del Lazio; gl'insegne l'arte di abbandonarsi e di discendere senza cadere e senza avvilirsi, siccome aquila generosa che non rade il suolo talvolta, che per sollevarsi dopo a maggiore altezza nell'aria.

Il soggiorno del Monti in Roma, finché le cose dell'Italia rimasero tranquille, fu sempre assecondato dal favore del suo principe: ed appartengono a questa parte della sua vita la bellissima canzone al signor di Montgolfier, l'Amor peregrino, l'Amor vergognoso ed altre; il poemetto in terza rima intitolato Il Pellegrino Apostolico, molti sonetti di vario argomento, fra i quali sono notabili quelli sulla morte di Giuda, ecc. Ma il principale lavoro ch'ei meditava, e che in parte allora compose, era la Feroniade, poema il quale, ripigliato da lui negli ultimi anni, se vedrà la luce quando che sia, come non dubitiamo, darà novella prova che solo il Monti poteva venire in concorrenza con se medesimo nell'arte di fare bei versi e nello spargerli a piena mano di tutte le ricchezze della poesia.

In questo mezzo sorse l'Alfieri a cingersi di quella corona che unica rimaneva ancora intatta fra noi; e già i più lo salutavano creatore dell'italiana tragedia; quando, venuto egli in Roma, si suscitarono fra que' letterati varie contese intorno alla bontà del suo stile e della sua versificazione, cui alcuni sostenevano ed altri negavano, accusandolo di essere scrittore contorto, aspro ed oscuro. Il Monti, in cambio di attenersi alle sole parole, entrò nella lizza, ed in tutto il vigore della gioventù e dell'ingegno, sentendosi l'animo da tanto, compose L'Aristodemo, nel quale se cedette al grande Astigiano per riguardo di quella sua severa architettura del dramma e per quel suo dialogo così incalzato, lo vinse nello splendore dello stile: né gli mancarono belle sentenze ed una forte passione, la quale prende assai del modo di Guglielmo Shakespeare. Di qui evvi tra il Monti e l'Alfieri sostanziale differenza; perocché il secondo sdegnò di ritrarre altra maniera che quella de' Greci, ed avrebbe voluto dare al nostro teatro l'importanza politica di quello di Atene. La rappresentazione dell'Aristodemo venne accolta in Roma con grandissimi applausi; e fu tanto il terrore che i rimorsi di quell'ambizioso uccisore della propria figlia inspirarono alla celebre pittrice Angelica Kauffmann, che essa protestò non reggerle il cuore di assistervi per la seconda volta. Così la potenza magica di quello stile si fa sentire fino nel più profondo dell'anima. L'altra tragedia del Monti, intitolata Galeotto Manfredi principe di Faenza, non è tanto terribile come la prima, e vie più accostasi alle maniere familiari del tragico inglese. Egli poi dipinse sé medesimo nell'onorato cortigiano Ubaldo, e nel perfido Zambrino significò un nemico che aveva tentato di nuocergli: e queste allusioni, intese facilmente in Roma dagli spettatori, ottennero grande effetto. L'Aristodemo era stato impresso la prima volta nel 1786 con tutta magnificenza dal Bodoni (rimeritato dal Monti collo scrivere in suo nome que' bellissimi versi sciolti, co' quali l'edizione parmense dell'Arminia del Tasso è dedicata alla marchesa Malaspina); e il duca di Parma volle mandare in premio all'autore la medaglia d'oro, colla quale si coronavano in quella città le tragedie migliori, benché da due anni fosse chiuso l'arringo. Il Galeotto Manfredi fu stampato in Roma nel 1788 dal Puccinelli; ed insieme con esso ricomparve l'Aristodemo seguito da una lettera del celebre geometra Gioachino Pessuti, da un esame critico dell'autore sul proprio lavoro, e dai pentimenti del medesimo. In questo stesso anno il Monti ebbe briga da certuni che si attentarono di morderlo per un sonetto da lui scritto sopra san Nicola da Tolentino, nel quale questo santo era invocato a proteggere la duchessa Braschi: ma egli saputi i nomi e le condizioni de' suoi censori, fece loro costar cara la soddisfazione di averlo assalito, e li ridusse al silenzio col famoso sonetto codato:

Padre Quirino, io so che a Maro e a Fiacco

Diè l'invidia talor guerra e martello: ecc.

Scoppiava intanto la rivoluzione francese; ed Ugo Bassville, segretario di legazione presso la corte di Napoli, venuto in Roma sul principiare dell'anno 1 793 per promovere le nuove idee, fu ammazzato nella notte del 13 di gennaio dal popolo levato a furore. Questo fatto aperse al Monti il campo di dare alla sua fantasia quell'altissimo volo pel quale non gli si era presentata ancora l'occasione. E perocché Bassville, ferito con un colpo di pugnale nel ventre, nelle poche ore che gli rimasero di vita, aveva dati segni di cristiano compungimento, il poeta con felicissima invenzione immaginò di cantare la sua redenzione, facendo che la vista degli orrori, ne' quali la Francia era immersa per la rivoluzione, servisse di purgatorio all'anima sua già tolta all'ugne dello spirito di abisso. Con tale ragione poetica egli connette alla pittura di tutti i mali a cui era in preda la Francia, e che minacciavano l'Europa, l'apologia del governo romano per riguardo di quell'uomo, che i suoi repubblicani sostenevano essere stato assassinato con aperta violazione del diritto delle genti. Quindi la religione, la politica, la storia tutto viene in soccorso della poesia nella meravigliosa Cantica Bassvilliana, la quale pose il colmo alla gloria poetica del Monti, ed è lavoro di sì alto spirito, che non potrebbe dirsi qual altro il raggiunga. L'autore è sempre sostenuto dall'aura poetica, e quando dici fosse per piombare nel precipizio, lo vedi repentinamente (come osserva il Parini) levarsi a maggior volo di prima.

A tal che chiunque non sapesse ancora che fosse poesia, e leggendo codesta Cantica non ne concepisse subito vivamente l'idea, dovrebbe, a mio parere, giudicarsi disperato del concepirla giammai.

Il poema doveva chiudersi coll'ingresso di Bassville nella gloria celeste, allorché dopo avere assaporato in ispirito tutto il calice delle sciagure della sua patria, questa fosse ritornata sotto lo stendardo dei Gigli. E le forze bastavano al Monti per compiere questo lavoro, come dimostrò in tanti altri componimenti di vario genere che fece di poi. Ma il torrente della rivoluzione soverchiando ogni cosa, rovesciossi anche sopra la nostra penisola, e strascinò seco il poeta. Perocché non è raro che un fervido ingegno, assecondando gli impeti del cuore, si lasci sviare da quella meta sicura verso la quale si dirigeva per se stesso, e corra dietro a certe larve che nulla promission rendono intera. Gli inni e le canzoni che il Monti scrisse negli ultimi anni del secolo scorso e sul principio di questo, disgradano qualunque forza di stile e di pensiero che i Greci ammirassero in Alceo o nel cigno di Dirce. Così non gli fosse trascorsa la penna, in quel trambusto di cose e d'idee, a sentimenti che non erano conformi alla bontà del suo cuore, e ch'egli stesso poscia disapprovava. Nei tempi qui accennati compose ancora diversi capitoli e sonetti noti abbastanza; e mise in luce colle stampe di Venezia, e precisamente nell'anno 1797, il poemetto in ottava rima sulla generazione delle Muse, intitolato con greco vocabolo Musogonia, e tutto spirante greca fragranza, cui aveva incominciato a stampare in Roma con qualche diversità nelle parti e nel tutto. In quell'anno medesimo poi essendosi trasferito a Bologna, pubblicò il primo canto del Prometeo, poemetto in versi sciolti, con una prefazione, nella quale sviluppò tutta la favola di questo famoso Titano, e protestassi che nel tessere il suo lavoro aveva principalmente in mira di promovere l'amore de' Latini e de' Greci, da cui era molto tempo che i nostri eransi discostati con detrimento sommo della bella poesia. E veramente il Monti era entrato così addentro nella più riposta mitologia di quegli antichi popoli, che in que' versi ne' quali gli piacque prendere da essa argomento, ne fece un tal uso, che la moderna sapienza vestita di quei simboli apparve più bella e più spiritosa.

Nel 1799 gli convenne abbandonare Milano, ove trovavasi da circa due anni, e ripararsi al di là delle Alpi. Quivi errando nelle campagne della Savoia, ed accolto in Parigi dall'amicizia d' illustri personaggi, provò di quanto sollievo riescano veramente le lettere a chi è caduto nel fondo della sventura. E fu allora ch'egli ridusse a compimento la sua terza tragedia, il Caio Gracco, nella quale sono perfettamente ritratti i caratteri romani, e domina la magniloquenza propria di quella nazione. Quando poi nel primo anno del secolo ebbe risalutata con tutta l'esultanza del cuore questa bella Italia, i tempi eransi fatti più miti; ed egli, prendendo occasione della morte avvenuta in Parigi nell'anno stesso del celebre geometra e leggiadro poeta Lorenzo Mascheroni, immaginò una Cantica, nella quale con fiere terzine animate della più acre bile dantesca sono dipinti i mali d'ogni maniera che sotto colore di libertà avevano oppressa la Lombardia. Questa Cantica è detta comunemente Mascheroniana; perocché finge il poeta che volata al cielo l'anima di Lorenzo, s'incontri in quelle d'altri illustri Italiani morti da poco tempo, e facciasi, ragionando con esse, a deplorare le sciagure della patria comune. Sono queste le ombre di Parini, di Verri e di Beccaria, ciascuno de quali è perfettamente caratterizzato. Tre soli canti di questo sublime componimento vennero in luce nel 1801, ed altri due stavano già per uscire, allorché l'autore fu consigliato da chi presiedeva allo Stato di sospenderne la stampa, poiché nel consacrare al pubblico obbrobrio i demagoghi della Cisalpina, egli usava il soverchio dell'ira, e si volevano allora rimettere in calma gli animi già troppo irritati. Nel quinto canto era descritta una inondazione ed un turbine, che desolarono le campagne ferraresi, con tanta evidenza di parole, che ben dimostravano essere la poesia, quale taluno chiamolla, una pittura parlante. Un frammento del canto quarto, in cui è descritto il monumento eretto al Parini presso Erba dall'avvocato Rocco Marliani, venne pubblicato di poi nel 1808 insieme co' Sepolcri di Foscolo e di Pindemonte, e ben fu detto di esso, che vi si sente la mollezza e l'amore delle egloghe virgiliane.

La mirabile traduzione di Persio, nella quale parve voler dimostrare, cimentandosi col più conciso e tenebroso di tutti gli autori latini, come la lingua nostra in mano di chi sappia ben maneggiarla sia uno stromento che rende tutti i suoni, fu per la prima volta stampata nel 1803. E fu questa una lode tutta propria del Monti, l'avere tentati tutti i generi della poetica eloquenza, e l'aver domati per modo la favella e lo stile da sembrare un altr'uomo in ciascuno di essi. Né certo voleaci meno per rendere Persio nella traduzione infinitamente più chiaro e trattabile che non sia nel suo originale linguaggio, senza allungarlo notabilmente, ed anzi affrontando la somma difficoltà di traslatare la sesta satira in altrettanti versi italiani, quanti sono i latini; cimento non nuovo, poiché già tentato da altri, ma superato dal Monti con felicità incomparabile. Anche le note a questa versione hanno molta importanza, e principalmente la prima della satira quinta, la quale è da considerarsi come una squisitissima dissertazione sull'indole e sul merito comparativo dei tre famosi Satirici latini. Nel 1803 egli scrisse eziandio la canzone Fior di mia gioventute, ecc. Nell'anno seguente fu rappresentato sul teatro della Scala il Teseo, azione drammatica. E tanto numero di poesie composte in breve giro di tempo, e tutte piene del più alto sentire ed animate dal più vivo entusiasmo, ben dimostra che il suo ingegno poetico trovavasi allora nel suo più splendido meriggio.

Fino da' primi anni in cui il Monti venne a soggiornare in Milano, era stato designato successore del Parini nella cattedra braidense di belle lettere; ma dopo il ritorno dalla Francia, quantunque quel sommo letterato e poeta più non vivesse, egli prescelse di andare professore della medesima facoltà nell'università di Pavia. E quivi dovendo inaugurare gli studi nel 1803, prese a difendere con generoso intendimento l'onore della nostra nazione contro quegli stranieri che fatti ricchi delle sue spoglie scientifiche sdegnano non di rado di onorare negl'Italiani i primi scopritori del vero. Tale è il subbietto della sua Prolusione; nella Introduzione poi al corso delle lezioni di Eloquenza, che è stampata insieme con essa, viene dimostrando i sommi aiuti che quest'arte somministra in gran copia a tutte quante le scienze, aiuti di tanto peso, di tanta importanza, che priva di essi la sapienza perde le sue divine attrattive, e la stessa ragione si rimane pressoché morta.

Le Lettere filologiche sul cavallo alato di Arsinoe, stampate nel 1804, sono una illustrazione erudita insieme e brillante di un passo di Catullo, in quell'elegia sulla chioma di Berenice ch'ei tradusse da Callimaco, della quale il tempo ci ha invidiato il greco originale. Ivi nelle parole Arsinoes Locridos ales equus, intorno alle quali variamente adoperarono gli eruditi sì nel leggerle e sì nello interpretarle, il Monti vede apertamente, facendosi appoggio dell'autorità di Pausania nel capo 31 delle Beotiche, indicato lo struzzo; e in cinque lettere indirizzate a Giovanni Paradisi discorre gli argomenti che stanno a favore di questa sua spiegazione.

Veniva intanto nel 1805 Napoleone a Milano a prendere la ferrea corona de' re Longobardi, dopo essersi già cinto in Francia del serto imperiale di Carlo Magno, ed il Monti, eletto a celebrare questo avvenimento, scrisse la Visione dantesca, che in alcune stampe è intitolata il Beneficio. In questo componimento è introdotto l'Alighieri, caldissimo propugnatore della monarchia, a parlare della mutata condizione d'Italia, e i versi posti in bocca del fiero Ghibellino sono tali, che ei volentieri li riceverebbe per suoi. Da questo punto il Monti, onorato col titolo di istoriografo del regno d'Italia, fu incaricato, secondo varie occasioni, di celebrare in versi le vittorie, i matrimoni, le nascite dei principi, ed altri simili eventi solenni. Qui adunque si riferiscono la Supplica di Melpomene e di Talia ed altre minori poesie composte nella stessa circostanza della Visione, il Bardo della Selva Nera, la Spada di Federico, il dramma de' Pitagorici (quantunque si aggiri intorno alle cose di Napoli, e su quel teatro sia stato rappresentato), la canzone che incomincia Fra le Camelie vergini, la Palingenesi, la Ierogamia di Creta, le Api panacridi in Alvisopoli, ecc.; componimenti tutti ne' quali ei mantenne sempre fra i contemporanei il nome di primo poeta italiano; nome che invano gli si volle contrastare nello scritto pubblicato nella Revue littéraire di Parigi da un mentito Filebo. Il Monti si difese colla famosa lettera all'abate Bettinelli: ed i miserabili compilatori di quell'articolo pagarono ben caro l' ardimento d'aver insultato un sì potente ingegno. E così non fosse egli stato di questa tempera, che mal soffrendo la critica, allorché sospettava che essa provenisse da invidia o da mal animo (poiché del resto prima di stampare le cose sue le comunicava volentieri agli amici ed ascoltava con singolare bontà e modestia le loro osservazioni), non avesse più volte condisceso generoso leone a lottare con botoletti ringhiosi, con grave rammarico de' suoi leali ammiratori! Ma egli non era abbastanza convinto del proprio merito; a tal che gli pareva che dovesse questo offuscarsi al menomo gracidare d'ogni sciagurato censore. Uno però de' più segnalati servigi che il Monti rendette alle lettere, dopo avere illustrato sé medesimo con tante poesie originali, si fu la traduzione dell'Iliade, per mezzo della quale il suo nome si è in Italia associato a quello di Omero, e con esso durerà fino che sarà intesa la nostra lingua, e che non sarà spenta negli uomini l'ammirazione pel primo poeta dell'universo. E qui è da osservarsi ch'era invalsa fra noi, prima che il Monti venisse a farne convinti del contrario, una o-pinione che la Iliade, quantunque in ogni tempo venerata come il più antico monumento delle nazioni, dopo la Bibbia, non potesse farsi italiana con fedeltà ed eleganza: perocché Omero, il quale viveva forse tremila anni prima di noi, aveva descritta una troppo rozza natura con colori sovente a quella conformi, cui i soli grecisti, giusta quell'opinione, potevano tollerare, leggendo l'originale, a cagione della nativa dolcezza ed armonia del verso e della lingua. A confermare questa sentenza contribuivano poi i due più celebri traduttori italiani, Salvini e Cesarotti; il primo de' quali aveva effettivamente fatto parer vile Omero colla pedestre sua versione, l'altro erasi avvisato di riformarlo secondo che a lui pareva richiedersi dalla schifiltà de' tempi moderni. In tal modo quella semplice sublimità, e quelle sì evidenti descrizioni di un costume, per così dire, ancor vergine, andavano tutte perdute; e non restava che il nome di Omero da ammirare a chi non poteva nella lingua loro originale gustare i suoi versi. Il Monti aveva fatto il primo tentativo di questa sua traduzione in Roma per una disputa insorta in casa del cardinale Fabrizio Ruffo, nella quale il celebre Saverio Mattei aveva sostenuto il parere del Cesarotti, che fosse impossibile di rendere in italiano Omero conservando la fedeltà al testo. Poiché avendo agli assunto di provare l'opposito, in capo ad alcuni giorni presentò il saggio di taluno di que' luoghi medesimi che si stimavano i più disperati per la loro bassezza, e n'ebbe la palma a giudizio dello stesso traduttore de' Salmi. Allora il Ruffo e gli amici lo esortavano a proseguire nell'impresa ed a terminare un'opera tanto desiderata. Ma egli dopo aver tradotti il primo, il secondo, l'ottavo e il decimottavo libro, non procedette più oltre, fino a questi tempi in cui ripigliò con fervore il lavoro, e in meno di due anni l'ebbe compiuto. Innanzi però di tutto metterlo in luce volle tentare il giudizio del pubblico col dar fuori il primo libro, accompagnato da alcune sue belle Considerazioni sulla difficoltà di ben tradurre la protasi dell'Iliade, in un volume stampato in Brescia nel 1807, nel quale è compresa anche la traduzione dello stesso primo libro fatta da Ugo Foscolo, e posta a riscontro della versione letterale in prosa italiana del Cesarotti. Allora si risvegliò tosto un desiderio vivissimo dell'opera intera la quale si ebbe nell'anno 1810 co' torchi bresciani, e provò essere stata dirittamente applicata al Monti quella sentenza di Socrate, che l'intelletto altamente inspirato dalle Muse è l'interprete migliore d'Omero. E nulladimeno il traduttore, a cui stava a cuore che la sua versione rendesse una fedelissima immagine dell'originale, volle, dopo la prima edizione, consultare alcuni de' più dotti ellenisti suoi a-mici; un Luigi Lamberti, un Andrea Mustoxidi Corcirese, un Ennio Quirino Visconti; e tutti concordemente acclamarono l'eccellenza di un tanto lavoro. Alcune loro osservazioni, e singolarmente quelle del Visconti, produssero varii cambiamenti che all'autore piacque di fare nella sua Iliade pubblicandola per la seconda volta nell'anno 1812 in Milano. Perocché, scrivendogli da Parigi quel grande archeologo italiano da lui pregato d'indicargli que' passi che abbisognassero di qualche ritocco: il desiderio di farne disparire alcuni piccoli nei m'induce a soddisfare alla vostra dimanda. Troverete qui annessa la nota di alcuni passi che vorrei cambiati; allora la vostra traduzione non cederebbe ad alcun'altra per la fedeltà e per l'esattezza, come è già superiore a tutte nel carattere dello stile e nella frase poetica. Ed infatti tutta vedesi ne' versi del Monti quella magnifica semplicità dello stile d'Omero che nella sua abbondanza si dilata e scorre come fiume reale, e discende talvolta alle cose più famigliari a somiglianza del peplo di Minerva, che in larghe pieghe si diffonde sul pavimento delle sale paterne. Né altri che il Monti per avventura avrebbe potuto raggiungere questa ingenua sublimità del primo pittore delle memorie antiche: dacché egli ebbe non solamente un dire poetico oltremodo copioso, e pieno ad un tempo di venustà e di robustezza, ma possedette ancora il segreto di nobilitare certi vocaboli e certe locuzioni tolte di mezzo al favellare comune, o ripescate fra gli arcaismi, con un'arte che parve a lui serbata unicamente, e che aggiungeva al suo stile una forza mirabile. Egli poi protestava di essere andato sulle tracce dell'Eneide di Annibal Caro: ma se ne pareggiò la copia e lo splendore della elocuzione, la vinse di lunga mano nella fedeltà; ed anco al verso diede u-na forma più narrativa, variandone con insigne destrezza il suono a seconda delle cose; saggiamente moderò gli ornamenti, e schivò quel periodo poetico soverchiamente allungato, che nel traduttore di Virgilio disvia forse talora l'attenzione dei leggitori dalle cose descritte, nel mentre che riempie loro l'orecchio di una troppo costante armonia. Né a bene intendere Omero gli nocque la mancanza della gramatica greca; perocché lo spirito di questo padre della poesia è trasfuso e vive in tanti suoi successori, che il Monti se n'era fatto succo fino da' suoi primi anni. Ogni parola poi del testo, e puossi dire ogni sillaba, è stata pesata su così rigorose bilance da tanti critici da cui venne tradotto letteralmente nella latina ed in altre lingue, spiegato, illustrato sotto qualunque aspetto, che l'uomo dotato di fino giudizio e di cuore che sente non ha più bisogno di ricorrere al greco per vedere a nudo i pensieri d'Omero. I quali, essendo eziandio tanto conformi alla natura e tratti dall'intima ragione delle cose, vengono da per sé stessi a percuotere senza molta fatica nella mente. Così il Monti, ricevuto dagli interpreti il concetto omerico, volse tutto il pensiero a gittarlo, per così dire, nella forma italiana, come ve l'avrebbe gittato Omero istesso se avesse dovuto scrivere in questa lingua. E quanto all'armonia imitativa del verso, ei la suppose dovunque gli parve che ne fosse il caso, e la ritrasse per quanto il comporta la diversa favella.

Né ciò poteva riescire difficile ad un sì grande artefice di poesia, qual era il Monti. Ora è inutile il dire che le edizioni di questa versione, riconosciuta generalmente per classica, si sono moltiplicate e si vanno tutto giorno moltiplicando per modo, che al traduttore ben anche già si conviene quello che fu detto del greco scrittore : Posteritate suum crescere sentit opus.

Niuno certamente avrebbe pensato che il Monti, uscito vincitore da sì glorioso cimento, volesse deporre gli allori poetici per entrare nelle scuole della gramatica, e piegare quella sua gran forza di fantasia e auella sua innata impazienza a minute ricerche intorno alla purità della lingua. Di che gli deve essere tanto più grata l'Italia, poiché ne provenne l'ottimo effetto che questi studi, dopo l'omaggio prestato loro da sì eccelso scrittore, non sembrarono più indegni di qualunque più forte ingegno, e cessò l'ingiusto spregio in cui molti affettavano di avere un'arte coltivata con amore dai Greci e dai Latini: e che fra i moderni, tenuta precipuamente in onore dai Francesi, ha servito in modo tanto maraviglioso a diffondere generalmente la loro letteratura. L'edizione del Vocabolario della Crusca fatta in Verona dal celebre Antonio Cesari, colla giunta d'un gran numero di vocaboli e di frasi razzolati negli autori de' primi secoli della lingua e le più di nessun uso per la moderna favella, diede al Monti l'impulso ad entrare nell'arringo, richiamando la sua attenzione sopra coteste materie. Egli scrisse allora nel Poligrafo il famoso Dialogo del Capro; e volse in ridicolo le strane parole accettate dal Cesari nel suo Vocabolario in un altro Dialogo fra il Trentuno, il Trentasei, il Quarantasei, ed in un terzo fra il Dottor Quaranzei e il Compare Trenta-pru-sor-uno, spruzzando la filologia del sale di Luciano, e mostrando quale accurato scrittore di prosa ei sapeva essere volendo, giacché nelle Prolusioni e nelle Lettere sul cavallo alato d'Arsinoe aveva posto mente, più che ad altro, alla forza del dire.

Tornata la Lombardia dopo il 1814 sotto il pacifico scettro dell'Austria, piacque con saggio consiglio a chi presiedeva al governo di queste Provincie, d' esortare l'I. R. Istituto ad occuparsi della compilazione del Vocabolario italiano. Venne perciò invitato il Monti a porre le fondamenta della necessaria riforma; il che egli fece nell'opera che modestamente intitolò Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, la quale vide la luce tra l'anno 1817 ed il 1824 in sei volumi, e nel 1826 venne accresciuta d'un Appendice. La ragione del lavoro e i modi opportuni per soccorrere ai bisogni della favella sono discorsi nell' eloquentissima lettera proemiale scritta al marchese Trivulzio, fervido cultore di questi studi. Associossi poi all'opera l'esimio conte Perticari suo genero, il quale adornò la Proposta di due scritti veramente aurei, il Trattato degli scrittori del Trecento, e l'Apologia dell'amor patrio di Dante e del suo libro intorno il volgare eloquio. Da quanto il Monti ragiona e dimostra col perpetuo esame del Vocabolario, chiaro apparisce che il perfezionare la favella, la quale è lo stromento che serve a manifestare ed a propagare i tesori dell'umana mente, non è cosa da popolo, né da graffiatici che non siano mai entrati né penetrati della filosofia. Ma quando il popolo, servendo al bisogno, ha trovato i segni per esprimere colla voce le idee, ed i graffiatici gli hanno raccolti, il farne la scelta, il regolarli, l'insegnarne col fatto il vero uso, e il preservarli dalla corruzione spetta ai sapienti di tutta una nazione. Ed anzi in questi soli sta il diritto di creare i vocaboli, allorché essi, riferendosi alle scienze ed alle arti, trascendono l'ordinaria capacità degli uomini che mai non furono in esse iniziati. La trascuranza di questi principii e la soverchia deferenza agli usi volgari, e principalmente a quelli del popolo di Firenze, ha sparso di moltissimi errori la gran-d'opera della Crusca, i quali si sono andati di mano in mano travasando dall'una edizione nell'altre, e sono passati ne' Vocabolari che hanno per fondamento quello degli accademici. Un'ampia messe di tali errori fu raccolta dal Monti e posta in piena luce col soccorso della critica accompagnata dalle grazie della lingua e dello stile; e quelle sue osservazioni intorno a false interpretazioni di vocaboli, a citazioni sbagliate, a strafalcioni di stampe e di codici, che di loro natura sarebbero aride e fredde, riescono oltremodo piacevoli pel garbo col quale sono dettate. Saporitissimi soprattutto sono i frequenti dialoghi, pe' quali il Monti aveva grandissima maestria ed una decisa predilezione. Quindi al comparire di quest'opera fu concorde il voto dei più che a lui davano vinta la causa, a malgrado di qualche abbaglio ch'egli medesimo amò di riconoscere e di confessare.

Ma non mancarono taluni che alzarono la voce in difesa delle antiche preoccupate opinioni e delle pretensioni municipali. Dispiacque ad altri eziandio quella splendida bile, dalla quale non sapea contenersi il Monti quando mettevasi in campo contro un avversario, qualunque ei si fosse. Comunque però sia di ciò, e comunque s'arrabatti la genia di coloro che si fanno volontariamente ciechi contra la verità, le dottrine poste dal Monti nel fatto della nostra lingua sono inconcusse, e come tali vengono ormai riconosciute dalle Alpi alla punta estrema di Lilibeo. Onde a lui principalmente si deve quella felice rivoluzione che dopo la Proposta abbiamo veduto operarsi nella materia della favella e dello stile.

A questi studi del Monti per la correzione del Vocabolario appartengono le due operette pubblicate, l'una nel 1820, ed intitolata : Due Errata Corrige sopra un testo classico del buon secolo della lingua, e vale a dire sul Volgarizzamento delle Pistole di Ovidio dato in luce dal dott. Luigi Rigoli accademico della Crusca; e l'altra nel 1823 col titolo : Saggio dei molti e gravi errori trascorsi in tutte le edizioni del Convito di Dante, che servì come di preludio all'edizione di questa opera dell'Alighieri, che si fece prima in Milano, e poi in Padova cogli auspizii e coll'opera principalmente del signor marchese Trivulzio. Ma il Monti non era immerso per modo nelle ricerche sulla lingua, le quali per altro gli costarono assai tempo e fatica grandissima, che a quando a quando non producesse alcuni bei frutti della sua musa. Così nel 1815 scrisse la Cantata il Mistico omaggio per l'(augusto) arciduca Giovanni, e per (la Maestà del) l'imperatore il Ritorno d'Astrea nel 1816, e l'invito a Pallade nel 1819. Dettò ancora le due leggiadrissime anacreontiche sul Cespuglio delle rose, e la canzone e i sonetti raccolti nel 1822 sotto il titolo di Sollievo nella malinconia, poiché gli aveva composti trovandosi in Pesaro afflitto da grave malattia all'occhio destro, cagionatagli forse dall'assidua applicazione sui testi di lingua, e principalmente sul Vocabolario della Crusca, che lesse intero e postillò nell'edizione veronese. A queste composizioni seguirono l'Ode nobilissima per nozze illustri veronesi, in cui tocca della morte del conte Perticari avvenuta con tanto suo lutto e con sì grave danno delle italiane lettere, e l'altra per le nozze Butti e Calderara. Ma che il fuoco poetico non fosse in lui spento nè dagli studi gramaticali, nè dall'aggravarsi dell'età, dimostrollo ancor più nel bellissimo Idillio in versi sciolti, Le nozze di Cadmo, col quale celebrò nel 1825 le sponsalizie delle ultime due figlie del marchese Trivulzio. Nello stesso anno fece anche prova di tradurre in ottava rima la contesa di Agamennone con Achille, ossia il principio dell'Iliade. E qui non vinse sé stesso, perocché la nuda maestà del verso sciolto è la sola che si conviene alla larghezza dello stile omerico, il quale rifiuta gli ornamenti ed i ceppi della rima: ma diede assai bene a divedere in quest'esperimento (cui tentò senza animo di proseguire) ch'egli sapeva superare ogni difficoltà, e non lasciare ch'altri gli mettesse il piede innanzi trattando qualunque metro. Da ultimo nelle nozze Durazzo e Costa di Genova compose il Sermone sulla Mitologia in versi che spirano il brio della gioventù e mandano una luce tutta virgiliana. In esso ei deplora l'esilio che la moderna scuola romantica vorrebbe dare alla mitologia de' Greci e de' Latini privando così il linguaggio dei poeti di una ricchezza della quale si giovarono con tanto profitto non solamente i sommi Italiani, ma eziandio gli stessi Tedeschi e gl'Inglesi. E noi l'udimmo più volte lagnarsi di queste nuove scuole che allontanano la gioventù dalle antiche intemerate sorgenti d'ogni bella disciplina per farla imitatrice d'altri modelli in tutto divisi dal modo italiano di sentire e di scrivere; e l'udimmo parimente ridersi di coloro che volevano collocarlo fra i romantici per la Bassvilliana e per altri suoi componimenti d'argomento moderno, laddove ei professava di non aver mai seguite altre scorte che Omero e Virgilio e Dante e quegli altri che insieme con essi ebbero sempre nome di classici.

Sventuratamente però quel Sermone sulla Mitologia, essere doveva come il canto del cigno: che mentre il Monti nella robustezza ancora di tutte le forze del corpo e dell'ingegno vedeva di già formata intorno a sé la posterità, e veniva d'ogni parte applaudito Dante redivivo, propugnatore magnanimo della favella, interprete sommo del maggior poeta, principe dei poeti viventi, un colpo di apoplessia lo sopraggiunse nella notte del giorno 9 di aprile dell'anno 1826.

La bontà del temperamento ed i sussidii d'ogni maniera co' quali si venne prontamente al soccorso della natura, se non valsero a togliere la radice del male, ne rendettero però per qualche tempo meno violento l'effetto. Ed anzi nell'autunno dello stesso anno egli aveva di tanto migliorato, che trovandosi in Brianza nella villa del suo amico Aureggi, potè dettare alcuni versi pel giorno onomastico della sua donna, i quali, benché pieni del sentimento di quell'ultimo fine a cui si andava appressando, fecero sperare ch'ei fosse ridonato alle lettere. Ed infatti, quantunque gli fosse rimasta offesa la parte sinistra del corpo, eransi però conservate intatte le facoltà mentali, le quali, benché venissero di poi scemando a grado a grado del loro vigore, non si ottenebrarono però giammai; e se non fosse stata la sordità che lo travagliava sino dalla età sua più florida, avrebbe potuto se non altro godere della conversazione de' suoi amici ed ammiratori, che a lui concorrevano desiderosi di rendergli meno ingrati gli ultimi periodi dell'esistenza. La natura però, che da principio pareva resistere al crollo sofferto, di giorno in giorno si affievoliva, e nell'inverno del 1827 decadde per maniera, che ben si conobbe che non avrebbe potuto durare ancor lungamente alle scosse della malattia che si replicarono più volte ne' mesi successivi. Da quel punto la sua vita fu un continuo languire; e solo gli veniva consolata alquanto dall'amorosa assistenza della moglie, la signora Teresa Pikler, figlia del grande artista di questo nome, la quale gli fu prodiga delle più tenere cure nella infermità, non meno che dall'affetto della figlia, la vedova di Giulio Perticari, e dalle premure degli amici che gli erano sempre intorno, ed avrebbero pur voluto far qualche cosa a sollievo di quel grand'uomo.

La religione, da cui ne' suoi primi tempi egli aveva tratte tante belle inspirazioni poetiche, fu da lui chiamata in soccorso appena ch'ebbe conosciuta la gravezza del male da cui era stato sorpreso. Né tardò guari a conoscerla.

Dacché nella state del 1826, allorché noi ci confortavamo di dolci illusioni, parendoci che la salute tornasse a sorridergli, mi scriveva dalla Brianza: poca è la speranza di riavermi, checché gli amici mi vadano pascendo di belle lusinghe: e soggiungeva (citando alcuni versi del Molza, cui non mi è dato di ricordare senza tenera commozione) :

Ultima jam properant, video, mea fata, sodales,

Meque aevi metas jam tetigisse monent.

Si foret hic certis morbus sanabilis herbis,

Sensissem medicae jam miser artis opem;

Si lacrymis, vestrum quis me non luxit? et altro

Languentem toties non miseratus abit?

La religione adunque, che accorre sempre generosa consolatrice dell' uomo allorché egli vede dileguarsi e sparire siccome ombre la figura del mondo, sparse de' suoi balsami divini il cuore di lui; e finalmente raccolse il suo spirito dopo lunga ma placida agonia, nella mattina del giorno 13 di ottobre. Nel giorno 15 gli venne fatto il funerale nella chiesa di S. Fedele; ed alcuni membri dell'I. R. Istituto e buon numero de' suoi amici ed ammiratori concorsero a pregargli pace, e finite le esequie ne accompagnarono il corpo al cimitero di Porta Orientale, ove prima che fosse consegnato alla terra gli fu dato l'estremo saluto da uno de' più cari e leali suoi amici, l'egregio sig. Felice Bellotti.

Vincenzo Monti nell'aspetto di tutta la persona e principalmente ne' robusti lineamenti del volto, nella fronte ampia, ma abitualmente aggrottata e pensosa, nei grandi e severi sopraccigli mostrava l'altezza e la forza dell'intelletto. Quando però era inspirato da un dolce sentimento, il suo sorridere diveniva graziosissimo, e graziosissima tutta l'aria del viso: ma nelle forti commozioni non era fibra in quel volto che non tremasse, e co' suoi ondeggiamenti non facesse manifeste le vibrazioni dell'animo. Nelle conversevoli adunanze egli mostravasi sovente freddo e taciturno; ma se altri avvisavasi di stimolarlo con discorsi che andassero contra il suo modo di sentire, allora facevasi tutto radiante nell'aspetto, e le parole gli uscivano con vera facondia, ne si sarebbe potuto ritrarlo meglio che coll'immagine dell'omerico Ulisse :

Ma come alfin dal vasto petto emise

La sua gran ooce, e simili a dirotta

Neve invernai piovean l'alte parole,

Verun mortale non avrebbe allora

Con Ulisse conteso.

E veramente nel declamare, secondo le occorrenze, aveva un tal nerbo ed un sì bel garbo, che i suoi versi recitati da lui nelle accademie o nella società degli amici (al che assai di rado inducevasi, preferendo in quest'ultimo caso i versi di qualcuno degli autori suoi prediletti) parevano ancora più belli. Lo sdegno, che facilmente lo investiva, era per lui una fonte di eloquentissime scritture sì in verso che in prosa, nelle quali il suo ingegno irritato, come la selce che percossa sfavilla, si spiegava in tutta la naturale sua forza. Per conoscere però com'egli fosse dotato di un carattere dolcissimo ed amorevole, era d'uopo trattare personalmente e da vicino con lui, osservare le sue affezioni domestiche, e vedere come premurosamente si adoperasse a vantaggio di chicchessia. Gli piacevano la frugalità e la quiete; il che è tanto più da notarsi in un uomo i cui versi spirano da per tutto splendore e magnificenza, e che passò molta parte della sua vita nella conversazione de' grandi. Le sue ire si spegnevano colla stessa prontezza colla quale si accendevano: ed essendo grandemente inclinato all'amicizia, tornava facilmente amico di chi talvolta all'ombra di questo santissimo nome erasi fatto gioco di lui : sicché non parve sempre ben penetrato da quella sentenza del Favolista latino : Vulgare amici nomen, sed rara est fides. Ma egli aveva il cuor buono, era generoso e benefico, e modificava con molta facilità la propria opinione con quella di chi avesse saputo introdursi nella sua benevolenza: quindi sembrò fatto per vivere in un'età meno pericolosa di quella in cui venne ad abbattersi, e con uomini tutti di tempra illibata. In diversi tempi gli furono affidate alcune commissioni ed impieghi fuori della letteratura. Ma confessava candidamente egli stesso di non avere per essi nè pratica, nè vera disposizione. Ed in fatti, per quanto il suo intelletto fosse vasto ed atto ad immaginare e a dire poeticamente ogni gran cosa, esso non era però capace di quella longanimità, o dir vogliasi di quella fredda e sottile prudenza che si richiede per ben conoscere e maneggiare gli affari, e per non ismarrirsi nell'infinito labirinto delle complicazioni sociali. Per ciò lasciavasi guidare dalla sensibilità del suo cuore, anche allora quando era necessario di frenarne i movimenti, e dava retta senza più a quanto gli si dipingeva sotto lo aspetto del bene. Ond'è che dopo aver reso omaggio alla bontà del suo animo, qualità di cui egli meritamente compiacevasi, vuolsi considerare Vincenzo Monti unicamente come sommo letterato e poeta. Che si può dire veramente essere stata la sua vita uno studiare continuo; e tale che anche in mezzo alle conversazioni avveniva non rare volte ch'ei si applicasse a qualche lettura, ed allora ei pareva astratto da tutti gli oggetti circostanti, che più non avevano alcuna influenza sopra di esso. Allorché poi attendeva alla composizione de' suoi versi, dimenticavasi d'ogni altra cosa, e bene spesso perfino del cibo; non essendo contento giammai finché tra le varie maniere di esprimere un pensiero non avesse trovato quella che più lo mettesse in immagine, ed insieme avesse miglior garbo di dire. Ed a questo effetto lo rivolgeva da ogni lato, e lo rimetteva più volte, secondo il detto di Orazio, sopra l'incudine, durandovi intorno ogni fatica, e riscrivendo più e più volte la cosa medesima fino a tanto che avesse raggiunta l'idea della perfezione ch'ei se n'era formata. Sicché venendo lodato per quella spontaneità che nelle sue scritture apparisce, soleva rispondere che gli costava molta fatica il fare versi facili. Soprattutto egli fu studioso della chiarezza e dell'armonia, due doti le quali siccome volle sempre conseguire in se stesso, così mal soffriva di non ritrovare negli altri. Di qui il contraggenio, che, nato in lui una volta, non potè giammai esser vinto per lo stile dell'Alfieri, autore nel qual ammirava per altro i pregi della composizione e de' sentimenti. Le svariatissime circostanze nelle quali trovossi il Monti e da cui ebbe impulso a poetare, lo inspirarono sempre con una tale gagliardia, che i suoi versi sono fortemente colorati della tinta de' tempi ne' quali vennero dettati; poiché la sua fantasia oltremodo vivace, prendendo quei moti che le circostanze in essa eccitavano, più non vedeva che le immagini convenienti al subbietto. Di qui gran parte de' suoi componimenti rimane priva del fine, poiché i tempi mutavansi prima ch'ei gli avesse compiti : al che contribuiva anche la sua naturale impazienza, per la quale intrapreso con gran calore un lavoro, ed avanzatolo fino ad un certo segno, interrompeva per correre in traccia di altri argomenti. E nondimeno i suoi poemi sono come quelle fabbriche d'illustri architetti, alle quali il rimanere interrotte non toglie la perfezione e la sublimità delle parti che sono compiute.

Il Monti fu cavaliere della Corona di Ferro, membro della Legion d'onore e dell'I. R. Istituto, professore emerito dell' Università di Pavia, accademico della Crusca, ecc. Ma la lode di uno scrittore insigne non è da ricercarsi fuori delle sue opere. E quelle di Vincenzo Monti passeranno, formando il vincolo d'unione che annoda ne' fasti della nostra letteratura il secolo decimonono, alla più tarda posterità, monumento perenne della sua tanta fiamma d'ingegno e della poetica gloria italiana.

Giovanni Antonio Maggi

(Dalle « Biografie degli italiani illustri », pubblicate per cura del prof. Emilio Tipaldo. — Vol. VII, pagg. 193 a 214.,  Alvisopopoli, Venezia 1846)

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Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2007