Pietro Giordani

Ritratto di Vincenzo Monti

1830

Edizione di riferimento:

Monti, Liriche e poemi, con la vita dell'autore scritta dal Maggi e il ritratto del Monti di Pietro Giordani, Classici italiani, collazione dei testi di Tommaso di Petta, disegni e fregi di Duilio Cambellotti, Novissima Biblioteca diretta da Ferdinando Martini, serie 1, vol. XXI, Istituto Editoriale Italiano, Milano

Vincenzo Monti, nato presso Fusignano (territorio Ferrarese) ai 19 di febbraio 1754, morì in Milano il dì 9 ottobre 1828: del quale, poichè molti già scrissero con varietà di giudizio e di affetti, io che devo esser brevissimo, renderò con poche parole testimonio sincero alla bontà di quel grand'uomo. Il quale vicino al finire della vita, da persona [1] a lui e a me carissima, più volte e istantemente mi fece richiedere di quest'uffizio; non meno dovuto alla verità, che ad una lunga e fedele amicizia. Poichè la bontà del mio Amico fu nota e provata a quanti lo conobbero, degni di amarla; e non meno la conobbero gli indegni, che troppi, e troppo l'abusarono. Ma quelli che non lo videro, e molte generazioni future che ne' suoi scritti leggeranno parole superbe e sdegnose, potrebbero leggermente crederlo assai diverso da quello che fu. Però ci è necessario, avvertire, che egli quando si fece riprenditor veemente di quelli che studiano ad ingannare il genere umano o ad opprimerlo; compié il debito di poeta civile: quando poi, o essendo o credendosi offeso, punse altrui non per causa pubblica, ma per suo proprio dolore; non fu mai concitato da stimoli d'odio o d'invidia; ma trasportato da un torrente di fantasia: la quale in lui (somigliandolo a Cicerone) soverchiò le altre parti della mente, e dominò la vita. Egli per verità pronto a divampare in isdegni, non sempre giusti, ma brevi e placabili, altrettanto fu incapace dell'odio: anzi rispondeva coi benefici alle ingiurie; poco sapendo guardarsi da nuove offese d'ingrati, e d'ingannatori. Nella severa maestà del suo volto (sì vivamente rappresentata dalla scultura di Giambatista Comolli), la grazia (non rara) di un sorriso dolce e delicato rivelava pienamente un animo sincerissimo e affettuoso. E la sincerità fu perfetta; che nè voleva nè poteva dissimulare non che fingere verun pensiero: e perciò detestava forte ogni falsità e simulazione: così avesse saputo da falsi e simulati difendersi! Quell'anima nobilissima ignorò affatto l'invidia: nell'estimare gl'ingegni e gli studi altrui quasi troppo liberale; nel giudicare i vizii e le virtù piuttosto molle che rigido; nel far congetture delle indoli semplice; e siccome corrivo a immaginarsi il bene, così facile ad ingannarsi: placabile ai tristi con facilità deplorabile; affabilissimo anche agli sconosciuti ; amico agli amici con fede e tenerezza singolare. Ingrandiva ogni minimo servigio che ricevesse; e alla riconoscenza non poneva termine; compativa a tutte le afflizioni; avrebbe voluto soccorrere tutti i bisogni; amava e favoriva tutti i meriti: e della grazia che giustamente godette presso i potenti cercò profitto non per sè stesso, ma per altrui. Studiò di non dispiacere a' potenti: e perchè il giuoco di fortuna è insolente e spesso nel suo teatro gl'istrioni si cambiano; perciò il buon Monti necessitato di voltare quanto a Ponente e quanto a Settentrione la faccia, non potè sfuggire dal biasimo di quelli che nel poeta vorrebbero gravità e costanza di filosofo; e a lui diedero colpa di mutate opinioni. Ma egli non vendette la coscienza, non mai nè per avarizia per ambizione; e nemmeno si può dire che mentisse a sè stesso. Lo fece apparire mutabile una eccessiva e misera e scusabile timidità; la quale egli stesso confessava ai più stretti amici dolente. E si consideri che a lui già famoso non sarebbesi perdonato il silenzio. E si guardi che s'egli variamente lusingò i simulacri girati in alto da fortunevole ruota; non però mai falsò le massime, non raccomandò l'errore, non adorò i vizi trionfanti, non mancò dl riverenza alle virtù sfortunate; sempre amò e desiderò che il vero, il buono, l'utile, il coraggio, la scienza, la prosperità, la gloria fossero patrimonio di nostra madre Italia. In somma chi ha conosciuto intimamente e considerato bene il Monti può dire, che le molte ed eccellenti virtù che in lui il mondo ammirò, e i tanti suoi amici adorarono; e quel non molto che alcuni ricusarono di lodare; quella vena beata di poesia e di prosa, quella d'immagini quella variata ricchezza di suoni, quella arguta abbondanza di modi in tante differenti materie; e similmente quelle ineguaglianze e dissonanze e, quasi quei balzi di stile; quell'audacia talora di concetti scomposti, e di figure meno vereconde; e così quella facilità e mobilità di affezioni, quelle paure con piccolo motivo, e così tosto quegli ardimenti con poca misura; quelle ire subite e sonanti con quella tanta facondia nell'ira; quelle amicizie sì prontamente calde, e sì fluttuose: quella modestia e semplicità di costumi; quella sincerità candidissima; quella perpetua ed universale benevolenza; quella, per così dire, muliebrità d'indole (che pareva più notabile in corpo quasi di atleta, e nella poetica baldanza dell'ingegno), tutto nel Monti era parimente cagionato da prepotenza di passiva immaginazione. La quale dopo molti anni egli seppe frenare, ed ammogliare al giudizio; sommettendola a studi potenti, benchè tardivi: grande meraviglia, a tutti che paragonavano lui lungamente giovane a lui tardi maturato scrittore. Ma quanto il suo ingegno si maturò senza appassire, tanto gli bastò sin presso all'estremo fervida la giovinezza del cuore. Sia duro giudice a te, mio carissimo Vincenzo Monti, chi vuole però; a noi sarà caro perpetuamente il rimemorare con amorosa malinconia, che il poeta riverito in Europa, adorato dagl'ltaliani, l'amico di Ennio Visconti e di Barnaba Oriani, l'encomiatore del Parini e del Mascheroni, visse non meno buono che grande.

Pietro Giordani

 

Nota

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[1] Adelaida Calderara Butti

Indice Biblioteca Progetto 200

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 luglio 2007