IL LIBRO DELLA SCALA di MAOMETTO

Traduzione di Giuseppe Bonghi

Breve scelta di note tratte dall'edizione di Enrico Cerulli

Edizione di riferimento:

 Traduzione dall’edizione di Enrico Cerulli 1949, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano MCMXLIX; riproduzione anastatica della Multigrafica Roma, viale dei Quattro Venti, 1970; Il Libro della Scala e la questione delle fonti arabo spagnole della Divina Commedia - testo latino: Liber Scalae Machometi

§ 1 - Proemio del traduttore.

Comincia il libro ‘Scala di Maometto’

Qui comincia il libro che in arabo viene denominato Halmahereig, che in italiano significa: “salire in alto”. Maometto scrisse questo libro, e gli diede questo titolo. Per questo è così chiamato dalle genti. Il libro narra propriamente l’ascesa di Maometto, e il modo in cui egli salì in cielo per mezzo di una scala, secondo il racconto che in seguito ascolterete. E vide tutte le cose mirabili che Dio gli mostrò, come egli stesso asserisce ed è anche riferito in questo libro.

Quest’opera tradusse dalla lingua araba in spagnolo il medico giudeo Abraham per ordine del nobile ed eccellente signore Alfonso, per grazia di Dio re sempre augusto dei Romani, di Castiglia, di Toledo, di Lione, di Galizia, di Siviglia, di Cordova, di Murcia, di Giena e dell’Algarve, per illustrare la vita e la dottrina di Maometto, dividendo l’opera in capitoli precisi e distinti in paragrafi, che potessero più facilmente evidenziare le idee che vi sono contenute e soddisfare più facilmente la conoscenza dei quesiti trattati.

E come l’opera stessa sia stata tradotta da Abraham, ricordato prima, e suddiviso in ottantacinque capitoli disposti con ordine e precisione logica; così io, Bonaventura da Siena, scriba e notaio del re e signore prima ricordato, su suo mandato ho tradotto questo libro, parola per parola, dallo spagnolo in latino, come mi hanno permesso la pochezza del mio ingegno e il supporto povero delle mie conoscenze linguistiche, perché fossero noti gli attacchi non meno impropri quanto derisorii, di Maometto contro Cristo, in modo tale che la verità della fede in Cristo, comparata a quelle menzogne, diventi più cara. Infatti la conoscenza delle tenebre rende la luce più gradita, e la natura di ogni cosa appare più evidente se posta accanto al suo contrario. E quand’anche con questa traduzione io possa non aver acquisito alcun merito per incompetenza, e possa esser ripreso per la ruvidezza del mio linguaggio, tuttavia, desideroso di poter ubbidire nel modo migliore all’ordine del mio signore, ho assunto il presente lavoro con animo lieto, ed ho compiuto fedelmente tale versione sull’esempio della traduzione citata, utilizzando tutte le mie forze. E poiché nulla può essere ritenuto così credibile da rendere superfluo anche il solo parlarne, poiché di nulla, certo o dubbio che sia, si può mostrare ed approvare la verità, o respingere il contrario, se non con la parola, chiedo venia a chi mi rimprovererà se ho comunque portato a termine la traduzione quest’opera.

§ 2. Indice dei capitoli.

Il primo capitolo: tratta di come l’angelo Gabriele venne a Maometto, e di cosa gli disse.

II. capitolo: tratta di una bestia che Gabriele portò a Maometto, in groppa alla quale si recò al tempio di Gerusalemme.

III. capitolo: tratta di come Maometto, così andando, udì delle voci, e di cosa Gabriele gli disse riguardo ad esse.

IV. capitolo: tratta di come Maometto giunse nel tempio predetto, come pregò e cosa vi trovò.

V. capitolo: tratta della forma della scala su cui Maometto salì al cielo.

VI. capitolo: tratta di come Maometto, salendo la scala, vide nell’aria un angelo molto grande, e di cosa quell’angelo disse a Maometto su lui e sul suo popolo.

VII. capitolo: tratta di come Maometto capì che quel grande angelo era l’angelo della morte, delle cose sulle quali Maometto lo interrogò e di quel che l’angelo gli disse rispondendogli.

VIII. capitolo: tratta di come l’angelo della morte compie il suo ufficio sulle anime buone ed anche sulle malvage.

IX. capitolo: racconta di come Maometto vide un angelo che aveva figura di gallo e un altro per metà fuoco e per metà neve, e di cosa essi facevano.

X. capitolo: tratta di come Maometto vide il tesoriere dell’inferno, e di cosa il tesoriere stesso gli disse sul suo popolo.

XI. capitolo: tratta delle molte cose che Maometto chiese al suddetto tesoriere, e ciò che questi rispose.

XII. capitolo: tratta di come Maometto entrò nel primo cielo e di cosa vi trovò.

XIII. capitolo: tratta del secondo cielo.

XIV. capitolo: tratta del terzo cielo.

XV. capitolo: tratta del quarto cielo.

XVI. capitolo: tratta del quinto cielo.

XVII. capitolo: tratta del sesto cielo.

XVIII. capitolo: tratta del settimo cielo.

XIX. capitolo: tratta dell’ottavo cielo.

XX. capitolo: riporta come Dio parlò a Maometto, e come costui vide il suo trono.

XXI. capitolo: tratta di come Maometto vide gli angeli che reggono il trono di Dio.

XXII. capitolo: riporta come Maometto vide le schiere degli angeli che sono nel cielo ove si trova il suddetto trono di Dio.

XXIII. capitolo: narra di come Maometto vide gli angeli chiamati Cherubini, e qual forma essi avevano.

XXIV. capitolo: tratta di come Maometto vide fiumi di diverse specie tra gli angeli, e le montagne di neve.

XXV capitolo: riporta come Maometto vide un grandissimo mare dove si trovavano angeli, e il cielo circondato da fiumi.

XXVI capitolo: tratta di come Dio creò molteplici mondi e molte creature di molteplici specie.

XXVII capitolo: tratta di una terra bianca che Dio fece per sé, e delle creature che vi si trovano.

XXVIII capitolo: tratta di come Maometto rivide in un momento tutto quel che prima più lungamente aveva visto.

XXIX capitolo: tratta di come Maometto vide un gallo che era di Dio, e di cosa quel gallo faceva.

XXX capitolo: tratta di come Maometto vide il muro del Paradiso, di com’era quel muro, e di com’egli vi entrò.

XXXI capitolo: tratta di come Maometto chiese a Gabriele di quel Paradiso, e di cosa gli rispose Gabriele.

XXXII capitolo: tratta di come Maometto chiese a Gabriele quanto la terra distava dal primo cielo, e molte altre cose.

XXXIII capitolo: tratta del Paradiso in cui fu creato Adamo, e dei fiumi che in esso si trovano.

XXXIV capitolo: tratta di tutti i Paradisi, di come si chiamano, e di molte altre cose.

XXXV capitolo: tratta delle forme delle dame che sono nei Paradisi anzidetti, e di cosa esse fanno.

XXXVI capitolo: tratta della forma del Paradiso che si chiama “Genet hanaym”.

XXXVII capitolo: tratta della gioia e del bene di quanti stanno nel “Genet hanaym” anzidetto.

XXXVIII capitolo: tratta di quello che fanno le genti che sono nel Paradiso, dopo aver mangiato.

XXXIX capitolo: tratta della forma di un albero che è nel Paradiso e che ha nome “Thuba”.

XL capitolo: tratta di un altro albero ove si adunano quelli che stanno in Paradiso per ascoltare le storie che narrano loro gli angeli, e dei segni che Dio manda loro.

XLI capitolo: tratta di come Dio si mostrò a quelli che andarono a vederlo, e di quel che disse e donò a loro.

XLII capitolo: tratta di come quelli che vanno in Paradiso trovano delle lettighe, e di come entrano in esse.

XLIII capitolo: tratta dei fiumi, dei monti, dei giardini e delle fonti del Paradiso.

XLIV capitolo: tratta degli alberi dei Paradisi anzidetti, e delle tende e delle dame che in essi si trovano.

XLV capitolo: tratta di come Maometto trova il tesoriere del Paradiso, e di ciò che costui gli dice e gli mostra.

XLVI capitolo: tratta del fiume che circonda tutti i Paradisi, e delle tende e delle dame che in essi si trovano.

XLVII capitolo: tratta di come gli angeli conducono le dame anzidette ai loro sposi che stanno nel Paradiso.

XLVIII capitolo: tratta dell’albero che è tutto un’unica perla, e di una fonte che zampilla alla sua base.

XLIX capitolo: tratta di come Maometto ricevette il Corano dalle mani stesse di Dio.

L capitolo: narra di come Dio diminuì il numero delle preghiere che aveva imposto a Maometto.

LI capitolo: tratta di come Maometto pregò Dio sui digiuni imposti, e di come Dio glieli alleviò.

LII capitolo: tratta dei quattro vasi che furono dati da bere a Maometto, e del loro significato.

LIII capitolo: tratta di come Maometto fu condotto al Paradiso inferiore, e di cosa trovò in esso.

LIV capitolo: tratta di come Maometto vide la prima terra dell’inferno, e di cosa in essa si trovava.

LV capi tolo: tratta della seconda terra.

LVI capitolo: tratta della terza terra,

LVII capitolo: tratta della quarta terra.

LVIII capitolo: tratta della quinta terra.

LIX capitolo: tratta della sesta terra.

LX capitolo: tratta della settima terra.

LXI capitolo: tratta di un pozzo pieno di fuoco che è nei pressi dell’inferno, e di ciò che farà quel fuoco nell’approssimarsi del giorno del giudizio.

LXII capitolo: tratta di come Dio pose lì dove sono le sette terre infernali anzidette.

LXIII capitolo: tratta di come Maometto chiese a Gabriele quali facoltà avranno le cose nel giorno del giudizio, e di cosa gli rispose Gabriele.

LXIV capitolo: tratta di altre domande che Maometto pose a Gabriele sulle sette terre anzidette, e della risposta che ne ebbe.

LXV capitolo: tratta di come Dio manifestò la lealtà, e a chi la donò.

LXVI capitolo: tratta di come nel giorno del giudizio le genti si raduneranno, e di come esse verranno a ricevere il giudizio.

LXVII capitolo: tratta di come Dio giudicherà nel giorno del giudizio.

LXVIII capitolo: tratta di come Maometto chiese a Gabriele se il cielo e la terra e tutte le altre cose si tengano a vicenda oppure no, e di cosa Gabriele rispose.

LXIX capitolo: tratta di come Maometto chiese a Gabriele se oltre il monte chiamato Kaf ci fossero uomini, e delle molte altre cose che Gabriele rispondendo gli disse.

LXX capitolo: tratta di come Dio divise i suoi doni fra le creature.

LXXI capitolo: tratta di come Maometto vide l’inferno, le porte e le altre cose che in esso si trovano.

LXXII capitolo: tratta di come Gabriele narrò a Maometto il modo in cui son divise le pene dell’inferno.

LXXIII capitolo: tratta della mirabile bestia che Dio si farà venire dinanzi nel giorno del giudizio.

LXXIV capitolo: tratta di quel che Maometto chiese a Gabriele della bestia anzidetta, e delle risposte che ne ebbe.

LXXV capitolo: tratta della risposta che Gabriele diede a Maometto quando costui gli chiese se il giorno del giudizio sarà lungo o breve.

LXXVI capitolo: tratta della forma del ponte Azirat che tutti dovranno varcare, e del modo in cui saranno interrogati coloro che lo varcheranno.

LXXVII capitolo: tratta dei monti che stanno intorno al ponte Azirat anzidetto, e anche dei fiumi di fuoco e delle molte altre cose che ivi si trovano.

LXXVIII capitolo: tratta di come il popolo di Maometto è suddiviso in gruppi, e di come quei gruppi passeranno il ponte anzidetto.

LXXIX capitolo: tratta di come Maometto vide i peccatori patire nell’inferno diverse specie di tormenti.

LXXX capitolo: tratta di come Gabriele lasciò Maometto e lo raccomandò a Dio, e di come Maometto poi tornò alla sua casa.

LXXXI capitolo: tratta di come Maometto andò alla Moschea per narrare ai Coreisciti quel che aveva visto.

LXXXII capitolo: tratta di come Maometto narrò ai Coreisciti tutto quel che aveva visto, e di come essi gli risposero.

LXXXIII capitolo: tratta di come i Coreisciti misero alla prova Maometto chiedendogli una premonizione su una loro carovana.

LXXXIV capitolo: tratta di come Maometto rispose ai Coreisciti riguardo alla loro carovana, dicendo il vero.

LXXXV capitolo: tratta di come Maometto fece mettere per iscritto tutte le cose anzidette, in questo libro a cui diede nome Halmahereig.

 § 3. L'Angelo Gabriele appare a Maometto.

Capitolo [1] primo

Sappiano tutti gli abitanti delle quattro parti del mondo, che sono oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno, che vedranno e ascolteranno leggere questo libro prezioso, che io, Maometto figlio di Abdillehe, nativo della città araba della Mecca e nobile coreiscita [2], mi trovavo una notte, illuminato dalla grazia di Dio, mentre mi trovavo alla Mecca, nella mia casa, e giacevo nel mio letto a fianco della mia sposa di nome Omheni [3], e vegliavo meditando sulla legge di Dio, finchè cominciai a dormire; ed ecco subito venne a me l’angelo Gabriele, e mi si mostrò in questa forma: il suo volto era più bianco del latte e di qualunque neve e i suoi capelli erano molto più rossi del più rosso corallo. E aveva ampie sopracciglia, e una bocca bellissima e ben formata, e denti bianchi e splendenti; e si mostrò indossando vesti bianchissime e ricchissimamente ornate di perle e di pietre preziose. Aveva due cinture, una sul petto e l’altra intorno ai fianchi, come usano cingersi gli uomini; e le cinture erano d’oro purissimo, mirabilmente lavorate, e ciascuna più alta di un gran palmo. E le sue mani erano rosse come il fuoco, e i piedi e le ali erano più verdi di qualunque smeraldo ed anche più splendenti.

§ 4. Intimazione del viaggio.

In questo modo dunque si presentò a me l’angelo Gabriele, e mi disse: ‘Maometto, tu che sei nunzio di Dio, alzati e preparati: affibbiati la cintura, e avvolgiti il capo e il corpo nel tuo bianco mantello, e seguimi, poiché Dio questa notte vuole mostrarti la grande sua potenza e le meraviglie dei suoi segreti’. Udite queste parole, subito compresi che era Gabriele colui che mi stava innanzi, mi alzai dal letto e mi preparai come mi aveva ordinato. E quando fui pronto raggiunsi la soglia della mia casa, dove egli mi aspettava, e mi inchinai umilmente davanti a lui..

§ 5. Descrizione di Al Burāq.

Capitolo II

Dopo essermi inchinato dinanzi a Gabriele, io, Maometto, come avete appena udito ed io vi ho appena riferito, ecco che guardando vidi che teneva per le briglie una bestia che aveva portato per me, e il cui nome in lingua araba era Alborak [4], che in latino significa: ‘maschio d’anatra o di piccola oca’. Tale infatti era questa bestia per forma, mentre per dimensioni era più grande di un asino e più piccola di un mulo. Aveva volto umano, e i suoi crini erano di perla e la criniera invece di smeraldo; la coda era di rubino, e aveva gli occhi più chiari del sole. I suoi piedi e le unghie erano come quelli del cammello. Ad esempio i suoi colori erano di purissimo splendore. Inoltre questa bestia aveva una sella così magnifica e così riccamente e mirabilmente ornata di perle e di pietre preziose che nessuno saprebbe descriverla. L’arcione era d’oro purissimo e il cuoio della sella era la stessa gloria di Dio; e il freno e il pettorale erano di rubini, di topazi e smeraldi, e le staffe di croco. Vidi anche che la bestia era attorniata da angeli che su di lei vigilavano.

§ 6. Maometto monta Al Burāq.

Allora Gabriele mi disse: ‘Maometto, sali su questa bestia e cavalcala’. E quando mi avvicinai per cavalcarla, essa non volle farmi salire in groppa. Allora l’angelo gli disse: ‘Alborak, sta’ calmo e sopporta che costui ti cavalchi, perché giuro sul nome di Dio che mai un uomo così ti ha cavalcato, né mai ti cavalcherà finché il mondo avrà vita’. E l’animale disse: ‘Chi è dunque costui?’; E Gabriele gli rispose, dicendo: ‘Questi è Maometto, nunzio di Dio e profeta grandissimo’. E quando l’animale udì questo, subito si calmò, ed io lo montai, aiutato da Gabriele che mi tenne la staffa dicendo: ‘Va’ con la benedizione di Dio, che ti sostenga e ti guidi dovunque andrai’. E allora Alborak subito cominciò ad andare, e avanzava così rapido e dolcemente che nessuna lingua umana sarebbe in grado di esprimerlo. E guardando i suoi passi, io vidi che erano così grandi che tra l’uno e l’altro v’era tanto spazio quanto un uomo può coprire coi propri occhi. E andava diretto fino al tempio di Gerusalemme.

§ 7. Le tre voci che vogliono fermare Maometto.

Capitolo III

Mentre io, Maometto, come avete appreso in precedenza, andavo verso il tempio di Gerusalemme sulla bestia anzidetta, l’angelo santo Gabriele, veniva con me alla mia destra, e mi parlava di molte dilettevoli cose, e all’udirle fui non poco allietato. E mentre andavamo avanti, e io ascoltavo quel che Gabriele mi narrava, ecco che udii una voce soave chiamarmi, dicendo: ‘Ehi, Maometto’. Ma io non volli voltarmi per guardare verso la parte da cui proveniva la voce, e continuai per la mia strada senza rispondere. E più avanti, dopo aver proseguito il cammino per un gran tratto, udii un’altra voce che mi chiamava forte, dicendo: ‘Ehi Maometto, aspettami’. Io non risposi né mi curai di guardare verso il punto da cui la voce era giunta, ma proseguii il mio cammino. E ancora, dopo un lungo tratto di strada, vidi una donna, più bella d’ogni altra donna che mai avessi vista, in vita mia, rivestita di tutti i colori che è possibile immaginare, per tre volte dolcemente mi chiamò dicendo: ‘Ehi, Maometto, aspettami’. Io l’attesi, ma quando lei si avvicinò e volle parlarmi, la lasciai, non poco sdegnato, e proseguii oltre.

§ 8. Gabriele spiega le tre voci.

E trascorso un certo lasso di tempo Gabriele mi guardò e disse: ‘Maometto, ora so che in te c’è grande sapienza e ti dico perché. Devi sapere che la voce che per prima ti chiamò era la legge giudaica, e se tu le avessi risposto, tutti i tuoi fedeli sarebbero divenuti giudei’. E poi mi chiese se sapessi che voce fosse quella che mi aveva chiamato per seconda; ed io gli risposi dicendo: ‘Lo ignoro, Dio solo lo sa’. E Gabriele mi disse: ‘Sappi che quella voce era la legge dei cristiani: se tu le avessi risposto tutti i tuoi sarebbero divenuti cristiani’. Quando finì di parlare, dissi io a Gabriele: ‘Ora che mi hai spiegato chi fossero quelle due donne ti prego di dirmi chi fosse la bella donna, che mi ha chiamato per ultima, e che voleva parlarmi’. Ed egli mi disse: ‘Sappi che quella donna rivestita di tutti i colori rappresenta questo mondo, che è ripieno di ogni delizia. E poiché tu l’hai aspettata, sappi che le tue genti avranno più conforti e delizie di tutte le altre genti che furono nel passato e che saranno in futuro. Ma poiché l’hai lasciata sdegnato e non ti sei curato di risponderle, tu sarai senza peccato, più di di quanto lo sono stati tutti gli altri profeti fin qui esistiti, e di quelli che in futuro verranno’. Poi tacque e mi condusse al tempio già nominato..

§ 9. Arrivo al Tempio di Gerusalemme.

E quando arrivammo davanti alla porta del Tempio, mi raccomandò di scendere vicino a una pietra nera, dove erano soliti scendere i profeti; e discesi, e mentre scendevo, Gabriele legò le redini di Alborak ad una pietra e prendendomi per mano mi condusse nel tempio.

§ 10. Incontro con i profeti al Tempio.

 Capitolo IV

Dopo che io Maometto entrai nel tempio, e allo stesso modo Gabriele con me, ecco che io, vi trovai tutti i profeti che stavano in cerchio nel suo interno e che Dio aveva fatto uscire dalle loro sepolture, e fatti venire affinché mi onorassero. Essi stavano ad attendermi in piedi, e come mi videro, cominciarono tutti a pregare. Allora Gabriele mi disse: ‘Vieni dinanzi a me, Maometto, e guida tu la preghiera, poiché tu sei il re di tutti i profeti e il signore di tutte le genti’. Ed io, udendo ciò, mi feci avanti e recitai due brevi orazioni. Poi mi alzai e subito tutti i profeti mi salutarono e mi tributarono grandi onori, e abbracciandomi mi annunziarono buone novelle sul grandissimo bene che Dio aveva in serbo per me e per tutto il mio popolo. E tutti vollero sapere di me, e non ci fu nessuno che non mostrasse aperto desiderio che Dio mi colmasse di beni e di onori; e a tale fine lo pregarono tutti.

§ 11. La scala dal Tempio al Cielo.

Capitolo V

Nel Tempio sopra nominato, terminata la recita delle preghiere da me, Maometto, con i profeti lì adunati, e accolto con onore e anche abbracciato, come hai capito, Gabriele prendendomi per mano mi condusse fuori dal tempio e mi mostrò una scala che scendeva dal primo cielo fino alla terra su cui mi trovavo. Era quella scala la cosa più bella che si fosse mai vista, e i suoi piedi poggiavano su quella pietra sulla quale in precedenza ero disceso. I suoi gradini erano fatti in questa maniera: il primo era di rubino, il secondo di smeraldo, il terzo di perla bianchissima e tutti gli altri di pietre preziose, ognuna secondo la sua natura, lavorati con perle e oro purissimo, tanto riccamente che nessuna mente umana potrebbe concepire. Ed era tutta ricoperta di sciamito verde più splendente di uno smeraldo, e tutta circondata di angeli che la custodivano. E tale era la sua luminosità che appena si poteva darle un’occhiata.

§ 12. Maometto sale la scala.

Gabriele mi prese altresì per mano e sollevandomi da terra mi pose sul primo gradino e mi disse: ‘Sali, Maometto!’. E salii, e Gabriele salì con me. E anche gli angeli tutti, che erano deputati alla custodia della scala, si unirono a me. E Gabriele mi andava dicendo buone novelle sul grandissimo bene che Dio aveva preparato per me.

§ 13. Incontro con l'angelo della Morte.

Capitolo VI

Mentre io, Maometto, salivo con Gabriele lungo la scala di cui sopra si è detto, guardando in alto vidi un grande angelo assiso in trono, il quale teneva tra le mani una tavola che si stendeva da oriente a occidente. Aveva quest’angelo alla sua destra molti altri angeli, coi volti rilucenti come luna piena, e questo splendore era la gloria di Dio. E tutti quegli angeli avevano indosso vestimenti verdi, che erano più splendenti dello smeraldo, e avevano un profumo più soave del muschio e dell’ambra. E a sinistra c’era una schiera di angeli più neri dell’inchiostro, con gli occhi rubicondi come il fuoco, ed erano oltremodo puzzolenti e avevano voci più potenti del tuono e tutti avevano un aspetto mirabilmente orribile.

 § 14. Dialogo con l'Angelo della morte.

E Gabriele mi disse: ‘Fatti avanti, Maometto, e saluta quel grande angelo, e sappi che occupa un posto eminente al cospetto di Dio’. Ed io lo salutai, e l’angelo mi restituì il saluto con un cenno del capo ma senza parlare. Poi, guardai meglio, e vidi che quello guardava un po’ la tavola e un po’ mondo; e rimasi molto meravigliato per il modo con cui obbediva al Signore Dio suo. Allora Gabriele parlò al grande angelo dicendo: ‘Perché non saluti l’uomo migliore del mondo?’. E l’angelo si rivolse a Gabriele e disse: ‘E chi è costui?’. E Gabriele quindi rispose: ‘Egli è Maometto, nunzio del nostro Dio’. Allora l’angelo a Gabriele: ‘È già stato inviato?’. E Gabriele disse: ‘Sì, senza dubbio’. E subito l’angelo mi salutò, annunziandomi buone novelle sul grandissimo bene che Dio aveva in serbo per me. E quell’angelo disse ancora che io ero il più illustre e il più nobile di tutti i nunzi di Dio, ed ero di diritto il signore di tutti i popoli, chiedendomi infine di pregare con lui. Allora io, inchinandomi in avanti, pronunciai due brevi orazioni flettendo le ginocchia, poi tornai dritto sulle mie gambe.. E subito quell’angelo e tutti gli altri mi salutarono. Poi, concluso il saluto, quell’angelo grande mi disse: ‘Sappi, Maometto, che il tuo popolo sarà quello che rimarrà come ultimo nel mondo, e durerà più a lungo di tutti gli altri popoli messi insieme, perché Dio ama molto la tua gente, giacché fugge il male e compie il bene’.

§ 15. Come l'Angelo della morte compie il suo Offizio.

Capitolo VII

Capito quel che di me, Maometto, e del mio popolo aveva detto il suddetto grande angelo, come avete udito in precedenza, io chiesi a Gabriele chi fosse quell’angelo. E Gabriele rispondendomi disse che era l’angelo della morte. Udito questo,, subito andai verso di lui e gli chiesi: ‘Tu sei l’angelo della morte?’. E lui mi rispose: ‘Sì’. Ed allora interrogandolo, gli chiesi di dirmi in che modo traesse fuori le anime dai corpi degli uomini alla loro morte. E lui mi rispose dicendo: ‘Sappi, Maometto, che dal momento in cui Adamo, che fu il primo uomo, fu creato da Dio e posto sulla terra Dio mi diede questo compito di trarre le anime fuori dai corpi degli uomini fino alla venuta del gran giorno del giudizio, così che nessuno resti vivo, eccetto soltanto Dio, e me con Lui. Alla fine Dio dovrà estrarre l’anima anche a me, così da perdurare in seguito Lui solo in vita’. Dette queste parole, gli posi un’altra domanda: ‘Quando nello stesso momento muoiono due uomini, uno in oriente e l’altro in occidente, in che modo puoi contemporaneamente estrarre le anime di entrambi?’. E in verità egli rispose: ‘Non comprendi tu, Maometto, che tutto il mondo sta davanti a me in modo che non sia possibile che egli mi nasconda neppure un soldo, perché io lo vedo tutto. E così, poiché tutto il mondo sta al mio cospetto in modo tanto piccolo, non mi è grave estrarre nello stesso istante due anime una qui e l’altra là’.

§ 16. L'angelo della morte e la guerra.

E dopo questo, gli chiesi ancora e dissi: ‘Quando si combattono grandi battaglie, e in esse muoiono molti uomini, come puoi estrarre insieme tante anime dai morti?’. E lui a me: ‘Sappi, Maometto, che quando accade quello che tu hai detto, io tutte insieme le chiamo a gran voce, perché esse vengano a me, e così posso riceverle’. E dopo che disse questo, gli domandai: ‘Dimmi, angelo della morte, quando le anime sono davanti a te, come fai a distinguere quelle che debbono andare in Paradiso e quelle all’inferno?’. Ed egli così mi rispose: ‘Maometto, non vedi che i nomi di tutti gli uomini che un tempo furono, che ora sono e che saranno fino alla fine del mondo tutti stanno scritti su questa tavola, insieme alla morte destinata ad ognuno, insieme anche al bene e al male che Dio gli ha riservato secondo i suoi meriti? Per questo so bene chi dovrà andare in Paradiso e chi all’inferno’.

§ 17. L'Angelo alla morte del giusto.

Capitolo VIII

Dopo che il suddetto grande angelo ebbe risposto alle domande che io, Maometto, gli avevo posto, come avete appena udito, quegli mi disse ancora: ‘Sappi, Maometto, che quando chi è destinato ad andare in Paradiso si avvicina alla sua fine, io gli invio alcuni di questi angeli che stanno alla mia destra. Ed essi, così splendidi e anche profumati come sono, parlano in modo soave al moribondo, e gli annunziano buone novelle sulla grande pietà del nostro Dio. E, mentre così parlano, con dolcezza estraggono dal corpo l’anima, e la portano a me. E mentre si avvicinano le anime accompagnatrici, una di esse le precede per avvertirmene. Ed io, così avvertito, tendo la mano destra per cogliere quell’anima, che poi affido all’angelo più bello e profumato di quanti mi stanno intorno. E colui che accoglie l’anima, la porta da un cielo all’altro finché giunge davanti a Dio. E subito Dio comanda a un angelo pieno di splendore che accolga quell’anima la metta nella gola di un uccello tutto verde che la porterà in Paradiso. E così come ti ho narrato, viene l’anima del giusto.

§ 18. L'angelo alla morte del peccatore.

’Ma quando un peccatore qualunque sta per morire, sappi che io gli mando uno degli angeli che si trovano alla mia sinistra, così deformi e dall’aspetto orribili a vedersi. Questi parlano al peccatore in modo aspro e sulla pena gli dicono molte notizie che incutono un grande terrore. E mentre così gli parlano gli estraggono con crudeltà l’anima dal corpo e me la portano. Io allora, stendo la mano sinistra, l’afferro con violenza, e la consegno al più turpe e ed orribile ed anche più fetido degli angeli che mi stanno davanti. E questi, prende l’anima e la porta in cielo; ma quando arriva le sue porte le si serrano dinanzi, e non la vogliono ricevere, come Dio ha detto nel Corano: ‘Le porte del cielo non saranno aperte ai peccatori’.

§ 19. L'Angelo della preghiera.

Capitolo IX

Narrate le cose precedenti, io Maometto andai oltre, e camminando vidi un angelo così immenso che il suo capo arrivava in cielo e i suoi piedi si trovavano nell’abisso. Quest’angelo aveva capelli molto lunghi e sparsi sulle spalle, e le sue ali avevano i colori più vari e più belli che mai un uomo aveva visto. E quest’angelo aveva forma di gallo. E Dio gli aveva rivelato tutte le ore in cui bisognava dire le preghiere, per questo, quando era tempo di pregare scendeva una voce dal cielo, dicendo: ‘creatura che a Dio sei obbediente, ti comando di lodare Dio’. E subito quell’angelo ad alta voce diceva: ‘Sia benedetto Dio, re santissimo degli angeli e delle anime e di tutte le creature’. E detto questo i galli che sono sulla terra, che udivano quel che che veniva detto dall’angelo, all’unisono cantavano tutti e lodavano Dio cantando, dicendo nei loro canti: ‘Voi, uomini che siete obbedienti a Dio, alzatevi e lodatelo perché Egli è potente su tutte le cose, che Lui stesso ha fatto e creato’.

§ 20. L'Angelo di fuoco e neve.

E finito tutto questo, proseguii e vidi un altro angelo, che era per una metà di fuoco e per l’altra di neve, ed era fatto in modo tale che il fuoco non distruggeva la neve, e la neve non spegneva il fuoco. E quell’angelo lodando Dio diceva: ‘Benedetto Tu sia, mio Signore, che in in tal modo hai congiunto insieme il fuoco e la neve. E come in me li hai uniti insieme, ti prego di degnarti di congiungere nello stesso modo i cuori delle genti che vivono a Te obbedienti’.

§ 21. Il quarto Angelo.

E mentre diceva queste cose, vidi un altro angelo, così mirabilmente enorme che non oso esprimere la sua grandezza. E la sua grandezza era il riflesso della potenza di Dio. Ed io lo salutai mentre andavo verso di lui, ma poiché stava pregando non mi rispose. Allora Gabriele gli disse: ‘Perché non salutate l’uomo più nobile di tutti i tempi?’. E l’angelo a Gabriele: ‘Di chi parli?’. E Gabriele all’angelo: ‘È Maometto, quello che stai vedendo’. E l’angelo domandò: ‘È già stato inviato?’. E Gabriele rispose di sì. Ed ecco che subito quell’angelo e tutti gli altri che in precedenza avevo visto mi salutarono, e mi annunziarono buone novelle sul grandissimo bene che Dio aveva preparato per me.

§ 22. L'Angelo tesoriere dell'Inferno.

Capitolo X

Dopo che Gabriele ed io, Maometto, ci allontanammo da quegli angeli, procedemmo molto avanti nel cammino; e mentre andavamo, guardandomi intorno io vidi un angelo di mirabile grandezza che sedeva sopra un seggio e teneva tra le sue mani una colonna molto grande colla quale, se egli avesse dato anche solo un colpo, avrebbe distrutto il cielo e la terra. E quando Gabriele vide quella colonna subito cominciò a piangere. Allora io gli dissi: ‘Perché piangi?’. E lui mi rispose: ‘Maometto, sai tu chi è quell’angelo?’. Ed io dissi: ‘No! solo Dio lo sa’. Allora Gabriele mi disse: ‘Sappi, Maometto, che quell’angelo è il tesoriere dell’inferno’. Udito ciò, mi diressi verso di lui e lo salutai, ma lui non mi rispose. E Gabriele gli disse: ‘Come mai non rispondi all’uomo più nobile inviato sino ad ora?’. Allora l’angelo gli domandò: ‘Chi è costui?’. E Gabriele rispose: ‘Questi è Maometto, grande nunzio di Dio’. E l’angelo a lui: ‘È già stato inviato?’. E Gabriele disse: ‘Sì’. Allora l’angelo venendo subito verso di me, mi salutò, mi porse il saluto e mi disse che quelli del mio popolo che andranno all’inferno patiranno meno pene degli altri.

§ 23. I disobbedienti a Dio.

Capitolo XI

E quando a me Maometto il tesoriere dell’inferno, come avete appena udito, finì di parlare del mio popolo, io, guardandolo in viso vidi che mostrava segni di tristezza. Allora gli chiesi perché era così triste, ed egli rispondendomi, disse: ‘Sappi, Maometto, che io molto mi dolgo per le genti che sono inobbedienti verso Dio perché, se lo volessero, ciò non accadrebbe. È per questo che così così mi rattristo’. Allora io gli dissi: ‘Tu dici il vero, ma ora ti chiedo di rispondere a una mia domanda’. E lui disse: ‘volentieri’.

§ 24. L'Inferno di fuoco e gli Angeli di fuoco dell'Inferno.

’Dimmi dunque com’è fatto l’inferno, e come sono fatti gli angeli che vi stanno e che vita vi conducono’. E subito prese a raccontare: ‘Sappi, Maometto, che non appena creò l’inferno, Dio fece accendere su di esso un fuoco che bruciò per settantamila anni, fino a quando quel fuoco divenne tutto rosso. E poi sopra quel fuoco ne accese un altro per un tempo altrettanto lungo, finché divenne tutto bianco. E dopo sopra quel fuoco ne accese un altro che durò per altri settantamila anni, finché divenne tutto nero, e più oscuro di ogni altra cosa. E quel fuoco arde sempre in se stesso con una forza mirabile, ma senza emettere alcuna fiamma. Quanto agli angeli infernali, dei quali chiedi, sappi che Dio li ha creati dal fuoco e che nel fuoco si nutrono. E se uscissero dal fuoco, anche per un’ora soltanto, subito morirebbero, non potendo vivere senza il fuoco: così come i pesci senz’acqua. E allo stesso modo Dio li fece muti e sordi, e mise nei loro cuori tanta durezza e crudeltà che nessuno saprebbe ridirlo: infatti non sanno far altro che torturare crudelmente e affliggere i peccatori. E per questo Dio li fece muti e sordi affinché non udissero le voci e i lamenti dei peccatori quando li tormentano. E li fece tanto crudeli affinché, se accadesse loro di vedere qualche peccatore reclamare qualche segno di umile sottomissione, non ne tenessero alcun conto e non ne avessero pietà alcuna. Infatti, i peccatori, oltre la pena del fuoco dell’inferno, ne sostengono un’altra altrettanto crudele: perché gli angeli infernali con enormi magli di ferro li torturano e li battono con durezza, per la grandissima crudeltà che hanno dentro, come dice Dio nel Corano: ‘Ponemmo nell’inferno i nostri angeli forti e duri e crudeli perché eseguano i nostri ordini mettano in atto e osservino i nostri comandi; ed obbediscano in tutto a ciò che ordinammo’. E quando il tesoriere mi ebbe riferito tutte queste cose, io e Gabriele timorosi ci allontanammo da lui con non poco spavento. E proseguimmo oltre, finché giungemmo al primo cielo, che è detto cielo della luna.

§ 25. Le porte del primo  cielo del Paradiso.

Capitolo XII

Quando io, Maometto, e Gabriele giungemmo al primo cielo sopra nominato, ecco che guardando vedemmo che era tutto di ferro, e che aveva uno spessore corrispondente a cinquecento anni di cammino, e altrettanta distanza lo separava dal secondo cielo. E Gabriele batté alla porta. E subito venne a noi un angelo così grande che la sua altezza era pari a mille anni di cammino, e la sua larghezza era altrettanta. E vedemmo che le porte del cielo erano mirabilmente belle, e che gli angeli che le custodivano erano splendidamente e riccamente adorni. Allora Gabriele si avvicinò ad una delle porte per entrare. E allora un angelo gli chiese: ‘Gabriele, che vuoi, e chi porti con te?’. E Gabriele rispose: ‘Con me porto Maometto, sigillo di tutti i profeti e signore di tutti i nunzi celesti; e vogliamo entrare’. E dette queste parole, le porte ci furono subito aperte e noi entrammo.

§ 26. Gli Angeli del primo cielo del Paradiso.

E quando fummo entrati, tutti gli angeli che si trovavano lì mi salutarono e mi annunziarono buone novelle, delle quali non poco mi sono rallegrato. E mentre mi parlavano, io guardandoli vidi che avevano volti umani e corpi come di vacca e avevano anche ali come le aquile. E quegli angeli erano in numero di settantamila, e ognuno aveva settantamila teste, ed ogni testa settantamila corna, ed ogni corno settantamila nodi; e tra un nodo e l’altro c’era una distanza pari a quaranta anni di cammino. E vidi inoltre qualcosa di più: che in ognuna delle predette teste vi erano settantamila volti e ogni volto aveva settantamila bocche, e ogni bocca settantamila lingue. E ciascuna di quelle lingue conosceva settantamila linguaggi e lodava Dio settantamila volte ogni giorno.

§ 27. Incontro con Giovanni e Gesù.

E dopo aver visto queste cose, e io, Maometto, rimasi molto stupito, ecco che fra quegli angeli vidi due uomini, che stavano seduti su due seggi di grande splendore, ed erano molto belli e mirabilmente ben fatti per statura del corpo e per aspetto del volto. Avevano capelli e lunghi e bianchi come la neve e barba fluente allo stesso modo bianca come neve; e anche le loro vesti erano bianchissime, tanto che a stento le si poteva guardare; e intorno al capo avevano un grandissimo splendore. E dopo averli guardati, chiesi a Gabriele chi fossero. E lui mi rispose dicendo: ‘Sappi, Maometto, che quello che siede nel seggio più in basso ha nome Yohanna ibni Zacharia, che significa: Giovanni figlio di Zaccaria, ed è uno dei profeti di Dio. E quell’altro che siede più in alto ha nome Yza ibni Marien, che significa: Gesù figlio di Maria. Questo Gesù è lo spirito di Dio e fu generato dalla sua parola’. Udite queste cose, andai verso di loro e li salutai. Ed essi chiesero a Gabriele chi fossi; e Gabriele disse loro il mio nome. Allora essi subito mi salutarono e mi annunziarono buone novelle sul grandissimo bene che Dio era pronto ad elargirmi.

§ 28. Le porte del secondo cielo.

Capitolo XIII

Dopo che io, Maometto, e Gabriele vedemo le cose che abbiamo narrato, proseguimmo il cammino, finché arrivammo al secondo cielo, che era tutto di rame e aveva uno spessore di cinquecento anni di cammino; e altrettanto spazio lo separava dal terzo cielo. Gabriele bussò alla porta. E subito un angelo venne verso di noi ed aprì. Quell’angelo era così grande che teneva il suo capo nel settimo cielo e i suoi piedi nel profondo della terra. E quest’angelo mi prese per mano e mi fece entrare in quel cielo.

§ 29. Gli Angeli del secondo cielo.

E quando fummo entrati, io e Gabriele guardammo e vedemmo degli angeli i cui corpi erano settantamila volte più grandi di quelli che avevamo visto nel primo cielo. Ed io andai verso di loro e li salutai. Essi chiesero a Gabriele chi fossi, e Gabriele disse loro chi ero. E quelli, udendo il mio nome, si rallegrarono molto e dissero: ‘Maometto è già stato inviato?’. E Gabriele rispose: ‘Sì’. E allora quelli, porgendomi il saluto, mi annunziarono buone novelle del grande amore che Dio nutriva per me, e del grandissimo bene che intendeva farmi.

§ 30. Incontro con Giuseppe.

E mentre mi riferivano tali notizie, ecco che guardando vidi fra loro un uomo bellissimo e mirabilmente formato in ogni sua parte, che non era ancor vecchio ma nella piena bellezza della sua età, che sedeva su di un seggio di splendore, e aveva capelli e vesti di così puro splendore che a stento le si poteva guardare. Costui era così bello a vedersi che nessuno sarebbe in grado di raccontarlo, e non appena lo vidi chiesi a Gabriele chi fosse. E Gabriele rispondendo mi disse che era Giuseppe, figlio di Giacobbe. Udito ciò, andai verso di lui e lo salutai. Allora lui chiese a Gabriele chi fossi. E saputolo, mi salutò molto lietamente, dicendomi buone nuove sul gran bene che Dio aveva preparato per me. E con queste ultime parole lo lasciammo, io e Gabriele, e andammo tanto oltre che giungemmo al terzo cielo.

§ 31. Le porte del terzo cielo.

E quando io, Maometto, e Gabriele giungemmo al terzo cielo anzidetto, vedemmo che era tutto d’argento e che si estendeva per cinquecento anni di cammino, e altrettanta era la distanza fra esso e il quarto cielo. Gabriele si avvicinò alla sua porta e chiamò. E subito venne a noi un angelo che era così grande e forte che avrebbe potuto tenere su di un palmo tutto il mondo, con tutte le cose che contiene, senza neppure accorgersene. E quell’angelo ci aprì la porta e noi entrammo.

§ 32. Gli Angeli del terzo cielo.

Capitolo XIV

E quando fummo entrati, ecco che vedemmo molti angeli di mirabile grandezza, che avevano volti bovini e mani di splendore. E questi angeli non cessavano di lodare devotissimamente Dio. E quando li vidi, li salutai. E Gabriele disse loro chi fossi. E loro gli chiesero se ero quel Maometto che doveva essere inviato. Gabriele disse: ‘Sì’. E quelli subito mi salutarono, narrandomi parte del grandissimo bene che Dio intendeva farmi; e mentre parlavano, guardandoli vidi che erano tutti ordinati per schiere e tanto fitti che fra essi un uomo non avrebbe potuto frapporre un sol capello. E tutti tenevano il capo chino a terra per il timore che avevano di Dio. Ed erano così obbedienti che se qualcuno di loro si fosse incamminato verso oriente od occidente, nessuno degli altri si sarebbe mosso finché quello non fosse tornato; né la schiera da cui quello si era separato avrebbe perso il suo ordine. E quelle schiere anzidette avanzavano in circolo lodando Dio e benedicendo il suo nome.

§ 33. Incontro con Enoc et Elia.

E dopo aver visto queste cose, guardando ancora vidi fra quegli angeli due vecchi uomini su due seggi di splendore, e avevano il capo avvolto in un velo di purissimo splendore e allo stesso modo erano fatte tutte le loro vesti. Ed erano a vederli la cosa più bella che si fosse mai vista. E dopo averli ammirati a lungo, chiesi a Gabriele chi fossero. E Gabriele rispondendo mi disse che l’uno era Enoc e l’altro Elia, e che Dio li aveva portati in alto entrambi, fino al cielo. E dopo queste cose vidi ancora che essi, insieme agli angeli, null’altro facevano che lodare devotamente Dio, senza smetter mai di farlo, neppure per un battere di ciglia. Ciononostante Gabriele nemmeno per un attimo smise di andare verso di loro e di rivelar loro il mio nome e il mio incarico. Udito ciò, subito mi salutarono e mi riferirono le buone novelle sul grandissimo bene che Dio aveva preparato per me. E quand’ebbero così parlato, io e Gabriele ci allontanammo da loro, e proseguimmo finché giungemmo al quarto cielo.

§ 34. Le porte del quarto cielo.

Capitolo XV

Dopo che io, Maometto, e Gabriele fummo giunti al quarto cielo nominato prima, vedemmo che era tutto d’oro purissimo e che aveva uno spessore di cinquecento anni di cammino, la stessa distanza che lo separava dal quinto cielo. E Gabriele bussò alla porta; e subito venne a noi un angelo così grande che sul pollice della mano destra teneva tutte le acque dolci, e sul pollice della sinistra quelle salate. E quell’angelo era tutto di splendore. E quando Gabriele gli disse che io ero Maometto, subito ci aprì la porta e lui salutò me, ed io lui.

§ 35. Gli Angeli del quarto cielo.

E quando fummo entrati, vi trovammo settantamila angeli, che avevano tutti volto d’aquila, e ognuno di essi aveva settantamila ali, ed ogni ala settantamila penne, ed ogni penna era lunga settantamila cubiti.

§ 36. Incontro con Aronne.

E mentre guardavo gli angeli anzidetti, osservando notai tra di loro un uomo mirabile d’aspetto, che sedeva su di un seggio di splendore, e indossava vesti di luminoso splendore, e in capo aveva un diadema di splendore, così fulgido che a stento un uomo poteva guardarlo. E dopo aver osservato a lungo quell’uomo, domandai a Gabriele chi fosse. E lui mi rispose che si trattava di Aronne. Allora andai verso di lui e lo salutai. E lui chiese a Gabriele chi fossi, e Gabriele gli disse il mio nome. E lui, non appena lo seppe, subito mi salutò annunziandomi buone novelle sul bene che Dio si preparava a largirmi, e io ne ebbi una grande letizia. E quando finì di parlare, io e Gabriele ci allontammo da lui, e tanto camminammo finchè giungemmo al quinto cielo.

§ 37. Le porte del quinto cielo.

Capitolo XVI

Giungendo dunque noi, ossia io Maometto, e Gabriele, al quinto cielo come di sopra è narrato, trovammo che era fatto tutto di una perla soltanto, totalmente pura erisulta più bianca della stessa neve. Aveva uno spessore di cinquecento anni di cammino, la stessa distanza che lo separava dal sesto cielo. E quando fummo lì giunti, Gabriele chiamò alla porta; e immediatamente venne a noi un angelo che era tutto di fuoco, aveva settantamila braccia, ognuna delle quali aveva settantamila mani; e in ogni mano aveva settantamila dita, e ogni dito lodava Dio settantamila volte al giorno. E quell’angelo ci aprì la porta.

§ 38. Gli Angeli del quinto cielo.

E dopo essere entrati, ecco che trovammo degli angeli che, quantunque avessero un corpo nobilissimo, tuttavia avevano un volto da avvoltoio, e avevano ali che splendevano di purissimo splendore. E questi angeli lodavano incessantemente Dio, né interrompevano mai le loro lodi. Io andai verso di loro e li salutai. E non appena Gabriele ebbe detto loro che io ero Maometto, subito essi mi salutarono e mi dissero una parte del grandissimo onore che Dio intendeva tributarmi.

§ 39. Incontro con Mosè.

E guardando nuovamente tra loro, vidi un uomo bellissimo seduto su un seggio di splendore, e aveva il capo avvolto in un velo di splendore. E teneva in mano una verga, anch’essa di splendore. E quando lo vidi, chiesi a Gabriele chi fosse. E Gabriele mi rispose che era Mosè, colui che parlò a Dio. Udito questo, andai verso di lui e lo salutai. E dopo che Gabriele gli ebbe detto chi ero, subito Mosè mi restituì il saluto e mi annunziò buone novelle del grandissimo bene che Dio aveva preparato per me e per il mio popolo. E mi disse anche questo: ‘Sappi, Maometto, che Dio vuole gravare te e il tuo popolo di lunghi digiuni e di non poche orazioni. Ma tu pregalo di rendere più lievi questi doveri perché tu e il tuo popolo non potrete altrimenti reggerlo. Io stesso e i figli d’Israele già ci trovammo per questo in difficoltà così grandi che nessuno può raccontare. Ed io chiesi ripetutamente a Dio di alleviarmi il peso, ma Egli non volle mai fare qualcosa. Per questo ti consiglio di tentar tutto con insistenza, affinché il tuo popolo non sia troppo gravato. Perché se lo farai, la tua gente ti amerà e ti seguirà ovunque vorrai. In caso contrario, sappi che non ti ameranno, ed anzi proveranno un odio e non crederanno in nessuna delle tue parole’. Io, Maometto, giuro sul nome di Dio che non vidi mai un altro uomo che mostrò tanta pietà per il mio popolo di quanta ne aveva Mosè, fratello mio. E dopo di ciò presi congedo da lui, ed io, Maometto, e Gabriele partimmo e tanto andammo così avanti che raggiungemmo il sesto cielo.

§ 40. Le porte del sesto cielo.

Capitolo XVII

Il sesto cielo che io, Maometto, e Gabriele trovammo, quando vi giungemmo, vedemmo che era tutto di smeraldo, di un verde così puro che ogni altra cosa verde ne era superata. E aveva uno spessore di cinquecento anni di cammino, la medesima distanza che lo divideva dal settimo cielo. Gabriele bussò alla porta e subito venne a noi un angelo che era settantamila volte più grande degli altri visti prima. La sua grandezza era tale che, se avesse voluto, avrebbe potuto inghiottire cielo e terra senza turbamento alcuno. E quell’angelo, aprendoci la porta, disse: ‘Entrate in pace’. E noi entrammo.

§ 41. Gli Angeli  del sesto cielo.

E quando fummo entrati, vedemmo degli angeli settantamila volte più grandi di tutti quelli veduti prima. Questi angeli avevano volti come quelli dei cavalli ed erano anche tutti armati; e ognuno di loro aveva settantamila cavalli, e ogni cavallo aveva settantamila selle, che erano tutte di smeraldi, di rubini e di perle incastonate soltanto nell’oro e nell’argento. E il cavallo di Gabriele stava fra quelli. Gli angeli erano ordinati per schiere e le loro armi erano così risplendenti che a stento un uomo poteva rivolgervi uno sguardo. E io chiesi a Gabriele chi fossero quegli angeli. E lui mi rispose dicendo che erano l’armata di Dio. Udito ciò, subito li salutai. Essi chiesero a Gabriele chi fossi, e lui glielo disse. Allora quelli domandarono: ‘È dunque già stato inviato Maometto, il grande nunzio di Dio?’. E Gabriele rispose: ‘Lo è’. Ed essi senza indugio mi salutarono e mi annunziarono buone novelle, di cui fui molto lieto. E dopo chiesi a Gabriele perché quegli angeli tenessero i loro cavalli sellati davanti a sé. E lui mi disse: ‘Sappi, Maometto, che ciò avviene per volere di Dio, poiché se qualcuno dei suoi servi ha bisogno di aiuto, io prendo quanti di questi angeli possono esser necessari, e lo raggiungo. Questi cavalli non vengono mai sferrati, e non hanno altro cibo o bevanda che lodare insieme il Signore. E tutti questi angeli ti aiuteranno, se ne avrai necessità, ed io, se mi chiamerai, scenderò con essi in tuo aiuto’.

§ 42. Incontro con Abramo.

Quando Gabriele giunse alla fine del discorso, guardando io vidi tra quegli angeli un uomo che sedeva sopra sopra un seggio di splendore; ed era tutto avvolto in vesti anch’esse di splendore, che rilucevano più del sole in estate. Aveva sul capo una corona di luce ed era circondato da angeli che devotamente lodavano Dio insieme a lui. Io chiesi a Gabriele chi fosse, e Gabriele rispose che era Abramo, nunzio e amico di Dio. Udito ciò, andai verso di lui e lo salutai, mentre Gabriele gli diceva che io ero Maometto. E allora quello subito salutandomi, disse: ‘Sappi, Maometto, che Dio ti ama molto, e prediligendo te fra tutti i suoi nunzi, per amor tuo ama molto anche il popolo tuo. Per questo ti dico che tutto il Paradiso risuona di queste parole, cioè: « zokay halla, bille dille ylle halla », che significano: « sia onore e lode a Dio, e a Lui rendiamo grazie poiché non c’è altro Dio all’infuori di Lui. » E nemmeno esiste altra virtù o altra potenza all’infuori di quella di Dio altissimo e grande’. Dopo aver detto queste parole, Abramo mi chiese di esortare il mio popolo a recitare frequentemente quelle parole: quanto più le avesse ripetute, tanto più diletto avrebbe avuto in Paradiso. E inoltre mi chiese di dire al mio popolo che il Paradiso è fatto in questa maniera: i suoi muri sono tutte d’oro purissimo fino alle mura [5], e la parte soprastante è di puro argento, e muschio e la calce è semplicemente muschio, perché i muri sono compatti; e che questo Paradiso è preparato per me e per tutti quelli che crederanno in me e nella mia legge. E dopo che mi ebbe detto queste cose, io e Gabriele ci allontanammo, e camminammo, finché giungemmo al settimo Cielo.

§ 43.Le porte del settimo cielo.

Capitolo XVIII

Quando io, Maometto, e Gabriele giungemmo al suddetto settimo cielo, vedemmo che era tutto di un rubino più splendente e più rosso di quanto si possa descrivere. Il suo spessore era di cinquecento anni di cammino, e altrettanta distanza lo separava dall’ottavo cielo. E Gabriele quando giungemmo alla porta, chiamò il guardiano, e subito venne a noi un angelo di cui nessuno saprebbe dir nulla, tranne Dio che l’aveva fatto e creato. Quell’angelo ci aprì la porta ed entrammo.

§ 44. Gli Angeli del settimo cielo.

E quando fummo entrati ecco che vi trovammo angeli così grandi per dimensioni e così meravigliosi per forma erano tali che in nessun modo potrei dirne qualcosa né oserei farlo perché Dio mi proibì di parlare di costoro a qualunque uomo vivente. Posso solo dirvi che tutti tenevano gli occhi rivolti a Dio e niente altro facevano che cantare e lodare devotissimamente Dio. Questi angeli non appena mi videro, subito alzarono mirabilmente le loro voci. Era il loro canto così grande e anche così maestoso che mi parve che tutti gli angeli, che già avevo visto in tutti i cieli precedenti, fossero come semiaddormentati o come partorienti svenute; e allo stesso modo mi parve che tutti i cieli e tutte le terre stessero udendo quel canto. Allora io, Maometto, e Gabriele con me, cominciammo a piangere per il timore che avevamo di Dio.

§ 45. L’Angelo chiama alla preghiera.

E mentre così piangevamo, ecco che fra loro si levò un angelo che era l’«almokaden [6]» di quel cielo, che nella lingua araba significa: colui che nelle ore stabilite chiama i Saraceni alla recita delle preghiere. E appena si fu alzato, cominciò a recitare: « halla huha kybar [7] », che significa: ‘Dio è grande’. E dopo questo disse: « le hille halla hilalla », che significa: ‘Non v’è altro dio che Dio’. E disse ancora: « Haxedu le halla hilalla », che significa: ‘Attestiamo che Maometto è il suo profeta’. E poi disse ancora: « haia lazala haya lalfala », che significa: ‘Venite a fare la vostra preghiera e a prendere la vostra ricompensa’. E mentre quell’angelo cantava, Gabriele mi chiamò dicendo: ‘Vieni avanti, Maometto, e prega, poiché Dio ha posto te innanzi a tutti gli altri nunzi e al di sopra di tutti coloro che hai visto nei sette cieli, di cui sopra s’è detto’. E come ebbi udito queste parole, mi feci avanti e mi prosternai sulle braccia e sulle ginocchia, e recitai due preghere in verità abbastanza brevi. E subito tutti gli angeli che avevo visti nei cieli precedenti abbassarono il volto e presero a pregare insieme a me. E quando mi rialzai, anch’essi tutti si levarono, pregando Dio di concedermi un bene ancor maggiore di quello che aveva stabilito di elargirmi, e mi dissero anche molte buone parole dalle quali ricevetti grande letizia.

§ 46. Incontro con Adamo.

Adamo

E mentre mi parlavano in questo modo, all’improvviso guardando fra loro vidi un uomo che sedeva su di un seggio di splendore, e che indossava vesti di puro splendore, e sul capo aveva una corona che era fatta alla stessa maniera del seggio e delle vesti. E anche il suo viso brillava di purissimo splendore. E quando l’ebbi guardato, chiesi a Gabriele chi fosse. E lui mi rispose che era il nostro padre Adamo, che fu il primo tra gli uomini. Ed io subito lo salutai. E lui chiese a Gabriele chi fossi. E Gabriele gli disse che ero Maometto. E subito Adamo mi salutò e mi testimoniò grandi segni di affetto e mi fece molti onori. E dopo disse che Dio voleva conferirmi più beni e più onori di quanti non ne avesse mai conferiti a tutti gli altri uomini che erano stati e che saranno, ed aggiunse: ‘Sappi, Maometto, tu che sei il padre dei miei figli, che il Paradiso è chiuso, e che né profeta né altro uomo vi entrerà fino a quando tu e il tuo popolo sarete qui. Dio stesso ha stabilito che fosse così’. E quando ebbe finito di parlare in questo modo, venne ad abbracciarmi e ponendomi una mano sul capo, pregò Dio per me con grande fervore e con grande umiltà e devozione. E quand’ebbe finito di pregare, presi congedo da lui, ed io e Gabriele lo lasciammo, e camminammo oltre, finché giungemmo all’ottavo cielo.

§ 47. Le porte dell'ottavo cielo.

Capitolo XIX

Io, Maometto, e Gabriele vedemmo che l’ottavo cielo anzidetto era tutto formato da un unico topazio, ed era la cosa più bella da vedersi che mai occhi mortali avessero veduto. Esso aveva uno spessore di cinquecento anni di cammino. E Gabriele batté alla sua porta. E subito venne a noi un angelo di luce, il cui splendore era settantamila volte maggiore di quello del sole. Esso aveva settantamila teste, ed ognuna aveva settantamila volti, ed ogni volto settantamila occhi; e ciascun occhio aveva settanta mila pupille, ognuna delle quali tremava settantamila volte al giorno, atterrita dal timore di Dio. Quell’angelo ci aprì la porta ed entrammo.

§ 48. I Cherubni dell'ottavo cielo.

E dopo essere entrati, ci inoltrammo in quel cielo fino a giungere a un limite fatto di cortine, che separa Dio dagli angeli. E allo stesso modo c’erano dei cerchi che servivano da ulteriore separazione. E intorno a quei cerchi c’era una grandissima moltitudine di angeli che sono detti Cherubini. E nessuno, tranne Dio, ne conosceva il numero, né avrebbe potuto conoscerlo. Tuttavia questo posso dirvi: che il loro numero era di due volte settantamila maggiore di quello di tutti gli altri angeli che avevo visto. E quegli angeli lodavano Dio e null’altro facevano. E come giungemmo presso di loro, Gabriele prese a lodare Dio, ed io feci lo stesso.

§ 49. Le cortine tra Dio e gli Angeli.

Conclusa la recita delle lodi ci entrammo nei cerchi e nelle cortine sopra accennati. E, osservando, io vidi allora che le cortine della prima separazione erano settanta, tutte di sciamito tanto rosso e tanto splendente che a stento un uomo poteva guardare. E dopo queste cortine ce n’erano altre settanta, tutte di sciamito verde più lucente e splendente di ogni cosa esistente. E dopo queste ce n’erano altre settanta, e così procedevano di settanta in settanta, ed erano di ogni colore che un uomo possa concepire ed esprimere, e tutte chiare e luminose come le prime. E dopo che superammo questi cortine, trovammo altri settanta separatori, tutte di perle più bianche di quanto qualunque cosa possa mai esser bianca. E c’erano altrettanti separatori di rubini, e altrettanti di smeraldi. E così le separazioni erano l’una dopo l’altra, di settanta in settanta, tutte di pietre preziose e di tutti i tipi che si possano dire o pensare. E dopo i predetti separatori ne trovammo altri settanta, che erano tutti d’acque. E ce n’erano altrettanti di neve; e altrettanti di grandine, e altrettanti di nubi, e altrettanti di tenebre, e altrettanti di fuoco, e altrettanti di splendore e altrettanti di gloria di Dio. E altrettanti di tutti i colori che un uomo sia in grado di immaginare. E in tutti i separatori si trovavano angeli in così gran numero che nessuno sarebbe in grado di dirlo. E questi angeli andando e venendo in circolo, mai cessavano di lodare Dio.

§ 50. Gabriele lascia solo Maometto.

E mentre contemplavo queste grandi meraviglie, Gabriele si allontanò e mi lasciò solo.

§ 51.Maometto riceve dal Signore la legge della preghiera e del digiuno.

Capitolo XX

Anche se io, Maometto, vidi che ero solo, avendomi Gabriele lasciato, nondimeno ricevendo forza e coraggio nell’amore di Dio, andai così avanti che superai tutti i suddetti separatori, tranne quello che era rappresentato dalla gloria di Dio. E avvicinandomi ad esso, ecco che udii una voce che mi diceva: « hacrop kodem, ya habibi, ya Muhagmet », che significa: ‘Avvicinati a me, amico Maometto’. E dopo aver udito questo, andai ancora più avanti e udii un’altra voce [che mi disse la stessa cosa. E quando arrivai più vicino, udii un’altra voce che mi disse] le stesse parole aggiungendo: ‘Sappi, Maometto, che presso di me tu sei più onorato di tutti gli altri nunzi e più esaltato di tutte le altre creature che ho fatto, sia angeli che uomini o diavoli’. E quando udii quella lode e quell’elogio che Dio mi faceva, subito andai ancora avanti, avvicinandomi tanto che tra lui e me rimase solo lo spazio di due tiri di balestra. Allora io salutai Dio, e Lui me. E poi mi domandò come si comportava il mio popolo. Ed io gli dissi che gli era molto obbediente. E Lui disse: ‘Maometto, ti raccomando di far digiunare il tuo popolo per sessanta giorni ogni anno, e di fargli recitare cinquanta preghiere ogni giorno’. E, dopo che ebbe così parlato, io mi allontanai da Lui, e ritornai tanto indietro che arrivai dove ritrovai Gabriele.

§ 52. Il trono di Dio, la tavola e la penna.

E mentre andavo in quel cielo guardando la mirabile dimora di Dio, vidi il suo trono che, come mi parve, era così unito al cielo da esser come se cielo e trono fossero stati creati insieme. E il trono era di un tale splendore che nessuno sarebbe in grado di dirlo. E nel trono si trovavano i quattro elementi, ossia fuoco, aria, acqua e terra. E l’uno e l’altro mondo, e il Paradiso e anche l’inferno. Tutte le cose che Dio aveva creato si trovavano dunque in quel trono, che splendeva molto più d’ogni altra cosa splendente mai vista prima. Insieme al trono Dio creò una tavola da scrittura, tanto grande che un uomo a percorrerla impiegherebbe mille anni. Quella tavola era di perla bianchissima, e aveva i bordi di rubino e la parte centrale era fatta di smeraldo. E le lettere scritte su di essa erano di purissimo splendore. E Dio guardava nella tavola cento volte ogni giorno, e ogni volta che guardava, costruiva e distruggeva, creava e svaniva. Ad alcuni elargiva onori e ad altri li toglieva, e alcuni levava in alto e altri sprofondava in basso. E ogni cosa giudicava e faceva secondo la propria volontà. Con la predetta tavola Dio creò una splendida penna per scrivere, che aveva una lunghezza pari a cinquecento anni di cammino e altrettanto in larghezza. E dopo averla creata Dio le ordinò di scrivere. E la penna disse: ‘Che devo scrivere?’. E Dio rispose: ‘Scrivi la mia sapienza e tutte le mie creature, dal principio del mondo alla fine’. E subito la penna prese a scrivere. E scrisse ciò che Dio le aveva comandato. La sua scrittura era molto lieve e soave, ed essa scriveva assai veloce. La penna aveva un taglio (sulla punta) da cui usciva l’inchiostro. E tutte queste cose eran fatte in modo che sembrava fossero state create contemporaneamente.

§ 53. Gli Angeli portatori del trono di Dio.

Capitolo XXI

Io, Maometto, vi ho già parlato prima del trono, della penna e della tavola. Ora vi dirò degli angeli che portano il trono, come son fatti e che aspetto hanno. Sappi che gli angeli che portano il trono sulle loro spalle nacquero insieme ad esso, e la lunghezza dalle spalle al capo è pari a quella del trono medesimo, che ha una grandezza tale che nessuno saprebbe dirla se non Dio che lo creò. E ognuno di quegli angeli aveva quattro facce: una davanti, una dietro, una a destra e una a sinistra. E similmente quattro figure: una d’uomo, una d’aquila, un’altra di leone e un’altra di toro [8]. E i loro corpi erano tutti pieni d’occhi. E ognuno di loro aveva sei ali: due per volare, due per lodare Dio, e con le rimanenti due, che erano di fiamme di fuoco, si coprivano i volti. Quegli angeli non cessavano di lodar Dio e di dire: ‘Santo, santo, santo [9] è Dio, della cui gloria son pieni i cieli e la terra. Tu sia lodato e anche benedetto all’infinito, perché sei Dio, alto, grande e potente. E per questo devi esser benedetto e santificato in tutte le lingue e in tutti i tempi e in tutti i luoghi, dovunque tu sei o sarai’.

§ 54. Le dimensioni del trono e le cortine.

Il trono che quegli angeli reggevano aveva quattro piedi, e ognuno era settantamila volte più lungo della distanza fra il cielo e la terra. E dentro quel trono stanno e il cielo e la terra e il mondo intero. E il mondo sembra così piccolo nel trono, come se fosse un granello di senape sul palmo di un uomo grande. Gli angeli che portano il trono non sanno quanto siano lontani o vicini a Dio. E tra questi angeli e gli altri che reggono il cielo ci sono tre separatori: nel primo dei quali ci sono settanta cortine tutte di tenebra, nel secondo altre settanta tutte di grandine, nel terzo altre settanta, tutte di purissimo splendore. E ognuna di quelle cortine si estendeva per settanta anni di cammino. E altrettanto spazio c’era fra l’una e l’altra. Dio fece tali separatori; e se non li avesse fatti, tanto grande e così intenso è il già detto splendore che tutti gli angeli che ivi si trovano sarebbero rimasti bruciati.

§ 55. Le figure dei quattro Angeli del trono.

Quattro sono dunque gli angeli che portano il trono. Ma quando verrà il giorno del giudizio, Dio ve ne metterà altri quattro, così saranno otto. E l’angelo che ha figura d’uomo pregherà Dio per gli uomini, perché ne abbia pietà e rimetta a loro i peccati. Quello che ha figura d’aquila pregherà per gli uccelli. Quello che ha figura di leone pregherà per gli animali selvatici; e quello che ha figura di toro pregherà per gli animali domestici. [10]

§ 56. Le schiere degli Angeli osannanti.

Capitolo XXII

Dopo aver visto, io, Maometto, e Gabriele, le cose, che vengon narrate più sopra, del trono anzidetto, osservando ancora io vidi che, nel cielo dov’esso si trova, c’erano settantamila schiere di angeli, tutte ordinate una dietro l’altra. E queste schiere percorrevano continuamente la circonferenza del cielo, così da incontrarsi lungo il percorso le une con le altre. E quando si incontravano, gli angeli cantavano con molta forza; e tanto alzavano la loro voce nel lodar Dio che tutti i cieli li udivano. E dopo vidi altre settantamila schiere di angeli che stavano tutti eretti in piedi e tenevano le mani congiunte dietro il collo. E quando gli angeli alzavano le voci, come si è narrato, anche questi levavano le loro, dicendo: ‘Tu sia benedetto, Dio grande e potente, perché non c’è altro dio all’infuori di te. Tu hai fatto tutte le creature, ed esse ti obbediscono’. Dopo queste vidi altre centomila schiere di angeli che stavano in piedi e tenevano le mani sul petto, la destra sopra la sinistra. E questi angeli erano coperti di peli e di piume. E tutti i peli e tutte le piume lodavano Dio in modi infiniti, ognuno diverso dall’altro, che nessuno c’è che possa ridirlo. E tutti questi angeli avevano ali; e c’era tanto spazio tra l’una e l’altra schiera quanto un uomo poteva percorrerlo in trecento anni di cammino. E altrettanta distanza in ognuno di loro c’era dall’orecchio alla spalla, mentre da una spalla fino all’altra spalla c’erano cinquecento anni di cammino. E dalla caviglia fino al ginocchio tanto spazio quanto un uomo ne poteva percorrere in 200 anni di cammino, e il ginocchio da solo si estendeva per cento anni di cammino. E dalla parte superiore del ginocchio fino all’anca c’erano trecento anni di cammino, e fra una costa e l’altra duecento. E dal palmo al gomito altrettanto cammino. E dal gomito alla spalla c’erano trecento anni di cammino. Le palme delle mani erano così vaste che, se Dio glielo avesse concesso di farlo, avrebbero nel palmo di una mano tutte le montagne del mondo, e sull’altra tutte le pianure, e nessuno di loro se ne sarebbe neppure accorto.

§ 57. Gli Angeli sostegno del cielo del trono.

E vidi altre cose mirabili: gli angeli che reggono il cielo dove si trova il trono di Dio di cui sopra s’è detto hanno un’altezza di duecentodiciassettemila anni di cammino. I loro piedi hanno un’ampiezza di settemila anni di cammino. E ognuno di loro aveva tante facce e tanti occhi che nessuno potrebbe dirne o concepirne il numero, tranne Dio che li aveva creati. E quando questi angeli vogliono portare il cielo si inginocchiano, e gli altri angeli li esortano a dire: « le halille zohani hille bille », che significa: ‘Non c’è altro dio che Dio. Egli è potente sopra tutte le cose’. Dopo aver così detto, subito quegli angeli si rialzano in piedi. E sono così alti che coi piedi penetrano tutti i cieli e la terra fino al vento che sta sotto di essa, per uno spazio pari a cinquecento anni di cammino. Tutti questi angeli lodano Dio in molteplici maniere, e senza posa lo lodano dicendo: « le hilella helalla », che significa: ‘Non c’è altro dio che Dio, santo, buono, grande e potente sopra tutte le cose’. E dopo averlo così lodato, pregano Dio per tutte le creature. E soprattutto per gli uomini e le donne che credono in lui e osservano i suoi comandamenti.

§ 58. Ritorno al settimo cielo. Descrizione dei Cherubini.

Capitolo XXIII

Viste le cose sopra riferite, io, Maometto, e Gabriele discendemmo al settimo cielo, dove c’erano gli angeli che sono chiamati Cherubini. E quando fummo lì giunti, io guardai e vidi che quegli angeli erano così numerosi come nessuno avrebbe potuto dire quanti erano, tranne Dio solo che li aveva fatti. E tutti lodavano Dio, e lodandolo alzavano con tanta forza le loro voci che se le genti del mondo ne udissero anche una soltanto morirebbero tutte per lo spavento che avrebbero ascoltando quel suono. E quegli angeli eran fatti in modo tale che nessuno di loro assomigliava ad un altro, né per aspetto, né per favella, né in alcun membro. E, lodando Dio, la lode di ognuno di loro in nulla era somigliante a quella di ogni altro. Sono così obbedienti a Dio che dopo che furono creati nessuno di loro volse mai il capo a guardare il compagno, ma tutti lo tenevano inchinato per il timore che avevano di lui, e perché gli erano sottomessi in tutto e devoti. Fra quegli angeli vidi anche settantamila schiere una davanti all’altra di angeli che erano ancor più grandi degli altri. La loro grandezza era tale che col capo arrivavano sopra il settimo cielo, e coi piedi penetravano sotto l’abisso. E fra queste settanta schiere c’erano altre nove schiere di angeli, una davanti all’altra, ognuna novanta volte più grande dell’altra. Veramente gli angeli di queste nove schiere, che non avevano nessuno spazio fra il capo e le spalle, ed eran così somiglianti in tutto che non esisteva differenza tra loro, e fra l’una e l’altra di tali schiere v’era tanto spazio quanto un uomo ne avrebbe percorso in cinquanta mila anni di cammino.

§ 59. I fiumi e le montagne tra le schiere angeliche.

Capitolo XXIV

E dopo aver ammirato le cose suddette, io, Maometto, nuovamente guardai e vidi che quelle nove schiere di angeli, di cui ho parlato, si intrecciavano vicendevolmente, entrando l’una nell’altra, come una schiera che entra nell’altra così come usano fare i cambiavalute quando pesano le monete per determinarne il valore. E fra quelle schiere scorre un fiume d’acqua di cui nessuno conosce la fonte e la foce, se non Dio che l’ha fatto. Le sue acque sono così limpide e chiare e risplendenti che nessuno osa guardarle, temendo, guardandole, di poter perdere la vista. E oltre a quello ce n’era un altro, grandissimo, tutto di tenebre, le più fitte e oscure che Dio avesse mai fatto o creato. E dopo questo fiume ve n’era un altro tutto di fuoco, che incessantemente ardeva in se stesso. Il suo calore era così forte e grande che nessuno sarebbe in grado di concepirlo. E dopo i fiumi c’erano montagne altissime, fatte solo di neve, così candida che a stento un uomo avrebbe potuto guardarla.

§ 60. Gli Angeli dell'Oceano primo.

E dopo quelle montagne di neve c’era il grande mare che attraversa tutte le sette terre, delle quali sentirete parlare più avanti. Questo mare è tutto popolato di angeli che vi stanno e vi dimorano; e sono così alti che l’acqua gli arriva appena alle anche. E questi angeli nel giorno del giudizio pregheranno Dio per i pesci del mare e di tutte le altre acque. E anche se sono molto amici di Dio, ignorano quel che c’è sul fondo del mare, benché vi poggino sopra i piedi. E con la testa toccano il cielo in cui si trova il trono di Dio, di cui già vi ho detto. Sono così obbedienti a Dio che di notte e di giorno non cessano di lodarlo dicendo: ‘Tu sia benedetto, Dio, che sei circondato di cortine, di nuvole, d’acque, di tenebre, di fuoco, di mare ed anche di splendore’.

§ 61. Gli Angeli dell'Oceano secondo e i quattro fiumi.

Capitolo XXV

Dopo che io, Maometto, ebbi veduto tali cose, osservando notai che dopo quel gran mare di cui vi ho parlato ce n’era un altro immenso, tutto d’un’acqua così mirabilmente chiara che la sua limpidezza superava quella di tutte le cose che sono in terra. In questo mare vidi molti angeli che, stando sempre eretti, non cessano di lodare Dio e di dire: « le hille halalla », che significa: ‘Non c’è altro dio all’infuori di Dio’. Essi continuano a ripetere questo da quando furono creati, e fino al giorno del giudizio non cesseranno di ripeterlo. E questi angeli sono così strettamente allineati per schiere che sembrano quasi un muro disposto a difesa di una città o di una rocca.

Vidi anche qualcosa mirabile, certamente immenso, cioè che il cielo in cui si trovano questi angeli è circondato da quattro grandi fiumi, dei quali uno era di tale luminosità da superare ogni altra cosa splendente, tranne Dio. L’altro era di acque più bianche del latte e della neve e d’ogni altra cosa bianca sulla terra. Quell’acqua era così trasparente che tutto ciò che stava sul fondo lo si poteva vedere come se uno lo tenesse nella sua mano, e la sua profondità era tale che nessuno potrebbe determinarla. La rena di questo fiume era di pietre preziose, di tutte le specie concepibili da mente umana. E da questo fiume hanno origine gli altri fiumi del Paradiso. E dopo questo fiume ve ne era un altro tutto di neve, così bianca che nessuno può guardarla, atterrito dal timore di perdere la vista. E dopo questo fiume di neve ce n’era un altro, tutto di acque così chiare, così salubri e così saporose che è impossibile dirlo. E questo fiume è tutto pieno di angeli che, stando ritti in piedi, andando e venendo continuamente lodano Dio in molteplici modi. E sebbene guardassi gli angeli, i fiumi e le altre cose anzidette, mai per vederle perdevo di vista il cielo dove si trova il trono di Dio, di cui vi ho parlato.

§ 62. Le settantamila lingue osannanti.

Vidi ancora un’altra cosa di mirabile: cioè nel cielo in cui si trova il trono di Dio le lingue sono centoquarantamila volte più numerose di quelle di tutte le altre creature che ci sono in tutti i cieli e le terre e gli universi. E tutte queste lingue di notte e di giorno non cessano di lodano Dio. E ognuna di esse lo loda in tutte le specie di linguaggio, e benedice il suo santo nome e la sua potestà.

§ 63. I mondi e le creature.

Capitolo XXVI

Dopo che io, Maometto, ebbi visto le predette cose che avete prima ascoltato, conobbi che Dio aveva creato diciottomila mondi, uno dei quali è quello in cui siamo. E con essi Dio creò mille specie di creature, oltre agli uomini, ai demoni, e ai fantasmi, e anche Gog e Magog che sono tra gli uomini e i demoni. Nessuno invece può conoscere il numero di queste creature, se non Dio solo che le ha create. Ma su mille specie di queste, quattrocento sono terrestri e seicento marine.

§ 64. Gli Angeli.

E anche senza di loro i cieli sono tutti a tal punto popolati di angeli che io, Maometto, giuro, per il Dio che mise un’anima nel mio corpo, che sono tanti, così fittamente e strettamente uniti da non potervi frapporre un solo capello. Alcuni di questi angeli stanno in piedi, altri sono seduti, altri ancora giacciono bocconi. E tutti pregano e lodano Dio, e tremano ed agitano le ali per il timore che ne hanno. E non gli disobbediscono neppure con un battito di ciglia.

§ 65. La Terra Bianca e le sue creature.

Capitolo XXVII

Io, Maometto, dopo che mi allontanai dagli angeli di cui vi ho appena parlato, ecco che Gabriele mi condusse ad una terra che Dio aveva fatto solo per sè e che era tutta bianca. La sua bianchezza era di purissimo splendore, ed era tutta popolata da creature create da Dio stesso. E tali creature erano di specie tanto numerose da non potersi dire e neanche immaginare. E tutte erano così obbedienti a Dio che non si staccavano dall’obbedienza neppure per il tempo necessario ad aprire e chiuder la bocca; e lo lodavano incessantemente in tutti i modi che potevano e sapevano.

§ 66. Natura misteriosa delle creature della Terra Bianca.

E se qualcuno mi chiedesse se tali creature erano figli d’Adamo, risponderei che esse non sapevano neppure se Dio avesse creato Adamo oppure no. E se ancora mi si volesse chiedere se erano di genere diabolico, risponderei che esse ignoravano persino se Dio avesse creato il diavolo oppure no. E se qualcuno m’interrogasse con insistenza, dicendo: ‘Dicci, Nunzio di Dio, di che natura sono queste creature, che non sono né umane né diaboliche?’, gli risponderei in questo modo, e di queste creature direi: ‘Voi non sapete nulla di loro, e io non vi dirò nulla, perché Dio me lo ha proibito e contro il suo divieto non oso andare’. E, dopo aver visto tali cose, partii da quel luogo e proseguii il mio cammino.

§ 67. Ritorno di Maometto verso le sette terre.

Capitolo XXVIII

Dopo che io, Maometto, ebbi veduto la terra bianca e le creature che la abitavano, come sopra vien detto, ecco che lo spirito di Dio mi condusse per tutti i cieli; e tutto quel che in precedenza avevo visto secondo un ordine spaziale, Egli me lo ha fatto rivedere in un momento unico. E mi guidò fino a che incontrai Gabriele, e con lui anche l’angelo Raffaele, che per ordine di Dio era sceso per condurmi nelle sette terre che circondano la terra bianca anzidetta, e per mostrarmi ciò che là si trova.

§ 68. Incontro con l'angelo Anquotrofin.

E quando fui così disceso trovai un angelo di mirabile grandezza, che ha nome Ankocrofin. Quell’angelo teneva in mano una penna tutta di splendore, che era lunga cinquecento anni di cammino. E quella penna aveva una fessura, e dalla fessura scorreva un inchiostro tutto di splendore. E quella penna conosceva settantamila lingue che nessun altro intendeva al di fuori dell’angelo Ankocrofin. E costui ne conosceva altrettante non conosciute da altri se non dalla penna medesima. Sia benedetto Dio che fece e creò le cose secondo il suo volere.

§ 69. Il gallo del cielo.

Capitolo XXIX

Dopo che io, Maometto, ebbi visto quel che sopra ho detto, Gabriele e Raffaele mi mostrarono un gallo che apparteneva a Dio. Quel gallo era talmente grande che teneva il capo e la cresta nel cielo, dove si trovano Dio e il suo trono, e le zampe le teneva nel profondo della settima terra, di cui udrete in seguito. E cosa dirvi del suo aspetto? Dio lo fece come a lui piacque. Quel gallo era uno degli angeli di Dio, ma nonostante questo non sapeva dove Dio fosse. Altro non faceva che lodar sempre Dio e nelle sue lodi diceva: ‘Tu sia benedetto, Signore Iddio, ovunque tu sia’. E quel gallo aveva ali così grandi che, quando le apriva, con esse penetrava in tutti i cieli e in tutte le terre che si trovano da oriente ad occidente. A metà della notte apre le ali e le agita dicendo: « le halla hilalla », che significa: ‘Non c’è altro dio al di fuori di Dio’. E subito, al suo canto, tutti i galli terrestri agitano come lui le ali e cantando lodano Dio. E quando quel gallo angelico tace, tacciono tutti. E all’approssimarsi dell’aurora, esso nuovamente fa quel che aveva fatto a metà della notte. E aggiunge, nel suo canto: « Che tu sia benedetto, Dio grande e potente, tu che sei il Signore di tutti i cieli e di tutte le terre ». E tutti i galli ripetono quel che lui ha detto. E lo fanno ogni volta che quel gallo canta. E io osservai l’aspetto del gallo, e vidi che aveva le grandi penne superiori così mirabilmente bianche che il loro candore non era dicibile. E le sue piume piccole che stavano di sotto erano così verdi che quel color verde non si poteva dire né concepire. E così grande era il mio diletto nel contemplare quel verde che non potevo saziarmene in alcun modo.

§ 70. L'Angelo di neve e fuoco.

E quando smisi di guardare questo gallo, vidi un angelo che stava di fronte a Dio, mirabile a vedersi. Il suo corpo era infatti per metà neve e per metà fuoco ardente. Ed era fatto in modo tale che la neve non estingueva il fuoco, né il fuoco scioglieva la neve. Quest’angelo sta sempre innanzi a Dio, ritto in piedi, e dice: ‘Benedetto sia, Dio alto e potente, che impedisce al calore del fuoco di sciogliere la neve, e al gelo della neve di spegnere il fuoco’. E diceva anche: ‘Signore Iddio, che hai così unito la neve e il fuoco, io ti prego affinché ti degni di unire allo stesso modo i cuori dei tuoi servi perché ti possano servire ancor meglio’. E intorno a quest’angelo ne vidi molti altri, che pregavano Dio a voce alta; ed erano così tanti che il loro numero nessuno potrebbe dirlo o anche solo pensarlo. Tutti questi angeli tenevano il capo eretto, e guardavano dritto dinanzi a sè, né più in alto né più in basso, per il timore che avevano di Dio.

§ 71. Il muro del Paradiso.

Capitolo XXX

Dopo aver visto le cose anzidette, io e Gabriele tanto andammo avanti che giungemmo al gran muro del Paradiso. E quando arrivammo guardai e vidi, che le grandi pietre quadrate di quel muro alcune erano d’oro e e altre d’argento, inframmezzate ad altre di rubino. Quel muro era di tale e tanta luminosità che a stento un uomo lo poteva guardare. E vidi che la calce, con cui erano connesse le pietre, era tutta mescolata con muschio ed ambra ed acqua di rose, per cui profumava in un modo che nessuno avrebbe potuto ridire come. E guardai ancora, chiedendomi se qualche uomo fosse in grado di dire l’altezza di quel muro, e con chiarezza riconobbi che nessuno avrebbe potuto dirla o concepirla, tranne Dio che l’ha fatto.

§ 72. Gabriele indica il « Paradiso duraturo ».

E in verità domandai a Gabriele: ‘Cos’è quel che vedo?’; e lui mi rispondendomi disse: ‘Sappi, nunzio di Dio, che queste son le mura e le torri del Paradiso; e ti giuro sul nome di Dio che finora non è mai salito nessuno su queste mura e su queste torri, né angelo né demonio né fantasma, perché sono custodite da creature che ne impediscono la vista. Tu, ora, Maometto, sei il primo degli uomini che le avrà viste; e ti dirò di più: che al di là di questo Paradiso si trova un giardino che in lingua araba ha nome « Genet halkolde », che significa: ‘Paradiso durevole’; e sappi che anche se un uomo afferma che esiste un solo Paradiso, è vero invece il fatto che il Paradiso non è altro che diletto; e sappi che questo diletto Dio lo divise in molte forme, e lo dona ai suoi secondo i meriti di ciascuno. Dio vuole anche che tu sappia e veda come sono distinte le forme del diletto, e quali forme ha deciso di scegliere per te e per il tuo popolo. E proprio il giardino di cui ti ho parlato, e che è chiamato « Paradiso durevole », Dio lo ha fatto con le proprie mani, riservandolo a tuo beneficio. E tra questo Paradiso e Dio non ci sono che due cortine soltanto. E questo paradiso è più nobile e più prezioso di tutti gli altri. Vieni avanti, e te lo mostrerò’.

§ 73. Maometto alla porta del « Paradiso duraturo ».

E dopo che m’ebbe detto queste cose, m’inchinai e andai con lui finché giungemmo ad una porta, e quando arrivammo a quella porta Gabriele chiamò, e subito vennero i custodi e chiesero chi fossimo. E Gabriele disse loro il suo nome ed essi domandarono: ‘Chi è quello che sta con te?’, e lui rispose: ‘Questi è Maometto, il nunzio di Dio’. Udito ciò, essi domandarono: ‘È già stato inviato?’. E Gabriele disse: ‘Sì’. E subito le porte ci furono aperte, e noi entrammo.

§ 74 . Dimensioni del Paradiso.

Capitolo XXXI

Mentre io, Maometto e Gabriele entravamo nel suddetto Paradiso guardai e vidi che era la cosa più bella che cuore umano possa concepire. E chiesi a Gabriele quanto fosse grande in larghezza e lunghezza. E lui così mi rispose: ‘Sappi, Maometto, che quando creò il Paradiso, Dio lo fece largo come il cielo e la terra; e quanto alla lunghezza, nessuno la conosce, se non Dio che lo ha fatto’.

§ 75. Chi diverrà del Paradiso e dell'Eden dopo il Giudizio Universale?

E poi io gli domandai: ‘Dimmi, Gabriele, quando cielo e terra muteranno, che sarà di questo Paradiso?’, E lui mi rispose: ‘Sappi, nunzio di Dio, che quando il Signore nel giorno del giudizio muterà e cielo e terra, il luogo in cui ora si trova questo Paradiso si trasformerà in aria. E allora Dio trarrà di sua mano questo Paradiso e con esso un altro che si chiama Heden, ed è il giardino dove fu creato Adamo. E questi due Paradisi trarranno dietro a sé tutti gli altri. Lo spazio che Dio riserverà a questi Paradisi avrà l’ampiezza del cielo e della terra. E dopo che così saranno stati tratti, fra questi Paradisi e la cattedra di Dio non ci saranno che la sua gloria e il suo splendore, che nessuno conosce tranne lui. E in quello splendore dimoreranno tutti gli angeli, con il medesimo agio con cui ora stanno in tutti i cieli. E da quel giorno tale splendore si diffonderà per ogni dove, e sarà tanto grande che la sua grandezza, a somiglianza della potenza di Dio, non avrà misura né termine. Sia benedetto Dio, alto e potente su tutte le cose’.

§ 76. Dimensioni dell'Eden.

E dopo che Gabriele mi ebbe così parlato, io gli chiesi di dirmi in che modo fosse fatto il giardino anzidetto, che ha nome Heden, e che dimensioni avesse. E lui mi rispose: ‘Sappi, Maometto, che quando creò quel giardino, Dio abbondò in tutte le cose che vi mise. E poi nello stesso giardino ne creò un altro che si chiama Genen [11]; e che sta fra cielo e terra, oltre il luogo da cui sorge il sole. E dopo aver fatto questo giardino, Dio lo innalzò ad una altezza di seicentosessantatré anni di cammino’.

§ 77. Distanza dalla Terra al primo cielo.

Capitolo XXXII

Dopo che io, Maometto, capii quel che Gabriele mi aveva riferito, gli chiesi se potessi conoscere quale distanza vi fosse fra la terra e il primo cielo. E lui rispondendomi disse ‘Sappi, Maometto, che dal primo cielo alla terra vi è tanto spazio quanto ne potrebbe percorrere un uomo in seicentosessantatré anni di cammino. E questo è senza dubbio secondo quanto Dio ha detto nel Corano, dove si dice: ‘Noi distingueremo e divideremo tutto quel che dalla terra fino al primo cielo, e ancora fino al cielo in cui si trova il nostro trono’.

§ 78. Distanza dal settimo cielo alla terra e luce del settimo cielo.

E poi gli domandai quale fosse la distanza fra il cielo in cui si trova il trono di Dio e la terra. E lui mi rispose che dal cielo dove si trova il trono di Dio fino alla terra c’è tanto spazio quanto ne potrebbe percorrere un uomo in cinquantamila dei nostri anni e dei nostri mesi e giorni. E gli chiesi se colà vi fosse giorno o notte. E lui mi disse che non vi è giorno né notte, che non vi è sole né luna e neanche stelle; ma che tale e tanto è lo splendore che ivi esiste, che, rispetto ad esso, la luminosità del sole è come la luce di una stella rispetto a quella del sole.

§ 79. Distanze tra i vari cieli.

E dopo che Gabriele mi ebbe detto tali cose, pensai nel mio cuore e capii bene che ogni cielo aveva uno spessore pari a mille anni di cammino; e che altrettanto spazio separava un cielo dall’altro. E inoltre intesi che, comprendendo tutti i cieli e le cortine e i separatori anzidetti, lo spazio totale era di quarantaduemila anni di cammino.

§ 80. Gli alberi ombrosi dell'Eden.

Capitolo XXXIII

Io, Maometto, nunzio di Dio, rendo noto a tutti coloro che credono in Lui e desiderano la gloria celeste, che la forma di quel Paradiso che Gabriele mostrò a me per primo e in cui fu creato Adamo, era tale che esso, verso la parte ad oriente, da cui sorge il sole, era tutto pieno di alberi che incessantemente facevano ombra ovunque, secondo il volgersi dell’astro.

§ 81. Le sorgenti del Nilo, Eufrate, Tigri e Gihon.

E poi vidi parimenti che nella terra del Paradiso v’era un gran fiume da cui hanno origine tutti i fiumi che scorrono per il mondo. Questo attraversa l’Egitto si chiama Nilo, e Fisone [12] in latino. E lungo il suo percorso nella terra del Paradiso è tutto di miele, ma quando lascia quella terra si muta in acqua. E dopo questo fiume ne vidi un altro grandissimo che ha nome Addehilla, in latino Eufrate. Tale fiume, quando scorre nella terra del Paradiso, è tutto di latte, così bianco che è impossibile a dirsi, ma subito si muta in acqua quando esce da quella terra. E ancora, dopo questo, vidi un altro fiume assai grande che ha nome Gayan, in latino Gyon, che lungo il suo corso nella terra del Paradiso è tutto di vino, ma che subito si muta in acqua quando esce da quella terra. E dopo questo ne vidi un altro molto grande che ha nome Targa, Tigri in latino. Tale fiume è tutto di un’acqua così chiara e così dolce che non si può concepire. E questi fiumi si dipartono come segue: il fiume di miele corre verso oriente, quello di latte verso occidente, quello di vino verso mezzogiorno e quello d’acqua verso settentrione.

§ 82. L'iscrizione sulla porta del Paradiso.

E dopo aver visto i fiumi che ho detto, guardai e vidi che sopra la porta del Paradiso, verso la parte interna, stava scritto: ‘Io sono Dio e non c’è altro dio all’infuori di me. E tutti gli uomini che in vita dissero « le halla hilalla, Muahgmet razur Halla », che significa: ‘Non c’è altro dio all’infuori di Dio, e Maometto è il suo profeta’, qualunque peccato avranno commesso non entreranno all’inferno né patiranno alcuna pena’.

§ 83. Nomi dei sette cieli del Paradiso.

Capitolo XXXIV

E dopo aver visto tutte le cose sopra narrate, io, Maometto, andai per tutti i Paradisi. E mentre andavo guardando ora qua ora là, vidi che i Paradisi erano fatti in modi diversi e che uno era più bello degli altri. Questo fece Dio per conferire più grazia e più onore a chi gli sarà più diletto. Ed imparai i nomi dei Paradisi, e dirò anche a voi il nome di ognuno. Sappiate che il primo, dove fu creato Adamo e di cui vi ho parlato, si chiama Heden, il secondo Daralgelel, il terzo Daralzerem, il quarto Genet halmaulz, il quinto Genet halkolde, il sesto Genet halfardauz e il settimo Genet hanaym. Quest’ultimo è come la rocca dei Paradisi: infatti è il più alto, e da esso l’uomo può vedere tutti gli altri paradisi. Su questo paradiso viene anche Dio quando vuole vedere i Paradisi. E qui, quando Egli viene, è la Sua casa.

§ 84. Le due colonne all'ingresso del settimo cielo.

Vidi anche in questo Paradiso due grandissime colonne: una di smeraldo e l’altra di rubino. Le loro dimensioni nessuno le conosce tranne Dio. Ma a voi questo posso dire: che dall’una all’altra colonna vi è tanto spazio quanto da oriente a occidente. E quello che si trova in mezzo è tutto di splendore. E queste due colonne stanno all’ingresso del Paradiso di Dio di cui s’è detto.

§ 85. Castelli, giardini e frutta dei primi sei cieli.

Tutti gli altri sono Paradisi di splendore. E in essi vi è un gran numero di città e di castelli, e sono tutti di splendore. E anche i palazzi, le case, le sale, i saloni e tutte le cose che si trovano in quelle città e in quei castelli sono di splendore. E inoltre vi sono tanti alberi e di specie così diverse, che nessuno sarebbe in grado di dirlo così anche per la varietà dei frutti che fanno. Sono infatti più belli dei rubini, degli smeraldi e delle altre pietre preziose, e più profumati d’ogni cosa che si possa immaginare. E per questi giardini scorrono fiumi di così diversi colori che nessuno è in grado di dirlo, né pensarlo in cuor suo. E tutti profumano meravigliosamente. E inoltre sulle rive di quei fiumi ci sono così numerose tende, e di fogge così diverse, e tante case così belle e così nobili e di così mirabili forme che nessun cuore umano potrebbe concepirlo. E tutte sono di purissimo splendore.

§ 86. Le dame del Paradiso.

Capitolo XXXV

Dopo che io, Maometto, vidi tutte le cose di cui vi ho parlato più sopra e che voi avete appreso, osservando ancora notai che nelle tende e nelle case che si trovavano sulle rive dei fiumi predetti v’erano le dame più avvenenti e più pure, e dagli occhi più belli e dagli sguardi più amorosi che cuore umano sia in grado di concepire. E tutte sono di purissimo splendore. Le loro teste sono ornate di perle e di pietre preziose, e sopra hanno un copricapo di splendore. Ed anche le loro vesti sono tutte di splendore. E portano cinture di muschio e d’ambra con pietre preziose e perle, che profumano così soavemente che anche un uomo gravemente infermo, aspirando il loro profumo. odorandole, dovrebbe guarire.

§ 87. Canto delle dame del Paradiso.

Quelle dame siedono ordinate una vicina all’altra e paiono le creature più belle del mondo. Esse innalzano le loro voci e cantano così bene, così chiaramente e dolcemente, che tutte le altre voci e gli strumenti che si possano dire e immaginare nulla valgono in confronto col loro canto mirabile. E cantando dicono: ‘Noi siamo eternamente vergini, non possiamo morire e per sempre resteremo damigelle senza macchia, né ira, né cattivo pensiero. Noi siamo feconde di gioia ed eccellenti per bellezza, perché la nostra bellezza è senza fine. Noi siamo assegnate a uomini onorati, fedeli e obbedienti al nostro Dio. Ah! come sono fortunati quelli che a noi sono promessi, e a cui noi siamo promesse’. E mentre così cantavano, ecco che intesi che ripetevano anche alcune parole di Dio, che nel Corano sono scritte, ove si dice: ‘Noi creammo vergini amorose, che amano mirabilmente i loro mariti’. Osservai anche il loro aspetto, e così vidi che mentre cantavano erano visibili i loro denti che erano più bianchi d’ogni perla e della neve. E le loro bocche erano così belle e vermiglie che nessun rubino può esser paragonato ad esse.

§ 88. Fedeltà delle dame del Paradiso per i loro mariti.

Queste dame nutrono un amore profondo per quelli che devono avere come mariti, e per nessun altro. E inoltre ignorano sia chi dovrà essere, sia il loro nome, secondo la parola di Dio nel Corano, ove è scritto: « Noi le facemmo così vereconde che esse non alzano gli occhi che sui loro mariti, né esiste qualcuno di quegli uomini che osi avvicinarsi ad altra donna che non sia la propria moglie; e neppure oserebbe questo il diavolo stesso. » E, per quante volte i mariti si uniranno ad esse, sempre le troveranno vergini come la prima volta. E ciascuna di esse porta scritto in petto il nome del suo amico; e questi, a propria volta, il nome dell’amica. La scritta del promesso dice: ‘Io sono il tuo innamorato e non ti cambierò mai con nessun’altra’. E uguale era la scritta della damigella nei confronti di lui. E vidi inoltre che i cuori, e i fegati e il midollo dell’ossa, sia delle donne che degli uomini, erano esternamente visibili, com’è visibile un filo in un’ampolla di cristallo. E così nessuno di loro può fare o meditare in cuore qualcosa senza esser visto dall’altro.

§ 89. Abiti delle dame del Paradiso.

Ognuna delle dame suddette indossa settantamila mantelli, l’uno sull’altro, e tali mantelli hanno la foggia di quelle vesti dalle maniche ampie che portano i chierici quando entrano in chiesa per recitarvi gli Uffici. E sono tutti di oro purissimo e mirabilmente intessuti dei più diversi colori. E quelle dame li indossavano senza alcun affanno, come se portassero una camicia leggera.

§ 90. Descrizione del settimo cielo.

Capitolo XXXVI

Io, Maometto, voglio che tutti coloro che ascolteranno leggere questo libro sappiano in che modo son fatti i Paradisi di cui vi ho parlato, e in che modo è fatto ciascuno di essi. E per primo vi dirò di quel Genet hanaym, che è la casa che Dio ha nei Paradisi ed è più alto di tutti gli altri, come avete udito in precedenza. Genet hanaym vuol dire: giardino perfettamente ricolmo di tutte le delizie che cuore umano possa concepire. I muri di questo Paradiso sono tutti di rubino; e parimenti la torre e l’interno della casa, ma i letti e i giacigli, e le scale per cui si sale alle terrazze, e tutto il vasellame, e le porte delle case suddette sono di perla. E all’interno vi sono giovinette amorosissime, che sono centomila volte più belle e gioiose delle altre di cui vi ho fatto menzione in precedenza. E vi sono tende, alcune di rubini, altre di smeraldi, altre di perle e anche di ogni tipo di pietre preziose d’ogni natura, che sono le cose più belle e più meravigliosamente lavorate che cuore di qualsiasi uomo possa concepire. E in più queste tende son poste presso a fonti da cui sgorgano acque e vini d’ogni sorta di colori e sapori che da un uomo possano essere concepitipossa concepire. E vi sono dolci canti e damigelle mirabili, che siedono sotto gli alberi che si trovano lì, tutti di pietre preziose. E allo stesso modo i loro frutti, che sono più dolci e più saporosi d’ogni altra cosa. E vi sono strumenti musicali, che sono tanto soavi e piacevoli a udirsi che nessun cuore umano sarebbe in grado di concepirlo. E sotto questo giardino ve ne sono altri due, il primo dei quali è tutto circondato, dall’interno e dall’esterno, di pietre preziose; e l’altro d’oro rosso purissimo, che era cosa molto bella a vedersi. Il giardino di cui vi ho parlato, che si chiama Hanaym, è tutto fatto di gradoni, che sono in numero di cento. E questi gradoni sono fatti in modo tale che ognuno di essi ha un’altezza pari a duecentocinquanta anni di cammino, e altrettanta in larghezza. E uno era d’oro, un altro d’argento, un altro di rubino, un altro di smeraldo, un altro di perla; e tutti e cento erano fatti in tal modo. E la calce, con cui sono congiunti i gradoni, è tutta di muschio e d’ambra che mirabilmente profumava.

§ 91. I beati del settimo cielo.

E questo è il luogo che Dio preparò per quelli che credono in Lui. E Dio nel giorno del giudizio dirà loro: ‘Venite, amici miei, varcate virilmente l’Azirat halmukazin [13]. E prendete codesto Paradiso, e dividetelo fra voi, secondo i meriti di ognuno perché codesto Paradiso, e le case, e gli alberi, e tutto ciò che in esso si trova io lo feci per voi, e a vostro vantaggio; e tutte queste cose sono colme della mia grazia e della mia gloria, che durerà in eterno’.

§ 92. Le donne dei beati.

Capitolo XXXVII

E io, Maometto, figlio di Abdillehe, nunzio di Dio, dico questo: colui che si trova su quello inferiore dei gradoni del Paradiso di Dio, di cui s’è detto, può disporre di uno spazio per sé corrispondente a cinquecento anni di cammino in ogni direzione; e Dio gli dona anche cinquecento donne come mogli e quattromila vergini fra cui scegliere quante spose a lui piacerà, e altre ottomila donne non vergini affinché lo servano in tutto. E colei che egli più predilige, quando vorrà abbracciarlo, verrà spontaneamente a lui per farlo. E il loro amplesso sarà tale che, sin quando lui l’amerà, lei non potrà separarsi da lui, né lui da lei.

§ 93. La mensa dei beati.

E avranno di fronte a sè una tavola imbandita che non farà mai mancar loro né cibi né bevande ad essi graditi, poiché tanto rapidamente porranno le mani sulla mensa altrettanto velocemente essi saranno saziati, come se avessero mangiato tutti i cibi del mondo. E saranno vogliosi nel bere, come se togliessero loro il bicchiere di bocca. E ogni giorno, verrà un angelo a portar loro cento alfollia, che sono come dei panni d’oro da indossare e dirà loro: ‘È Dio che vi manda questo dono. Vi piace?’. Ed essi risponderanno dicendo: ‘Ci piace più di ogni cosa che abbiamo mai visto’.

§ 94. Frutti degli alberi del quinto cielo ai beati del settimo cielo.

E se essi avranno desiderio di andare nel Paradiso chiamato Genet halkolde, di cui avete già inteso parlare, e vedranno gli alberi che vi si trovano e gusteranno i loro frutti, subito verrà a loro un angelo che li condurrà in quel Paradiso, e dirà al primo albero che incontreranno: ‘Datemi vostre vivande per i servi di Dio’. E subito quell’albero darà loro settantamila scodelle di cibi preparati con tanta varietà di carni e di volatili che nessuna mente umana potrebbe concepirlo. E sappiate che i volatili non avranno né penne né piume né ossa, e non saranno né cotti nell’acqua né arrostiti col fuoco; e da mangiare saranno così saporiti da sembrar conditi con burro e miele; e profumeranno di muschio, e di ambra. E di questi cibi loro mangeranno due volte al giorno e a volontà, a pranzo e a cena. E l’ultimo bocconcino sarà per loro gustossaporito come il primo. E dopo che essi avranno avuto tutto questo, tutto questo non bastasse, Dio manderà loro dal cielo ancora altri doni, attraverso i suoi angeli.

§ 95. Come i beati digeriscono il cibo.

Capitolo: XXXVIII

Sappiano le genti che vedranno questo libro che quando i servi di Dio avranno mangiato, come sopra vien detto, il cibo che avranno ingerito si trasformerà nel loro ventre in vapore, e uscirà come sudore. E quel sudore profumerà più soavemente del muschio.

§ 96. I due fiumi che mondano i beati.

E subito gli angeli apriranno una postierla del Paradiso che si apre su un altro giardino mirabile. E all’ingresso di questo giardino, dalla parte più grande, vi è un albero così grande che nessuno sarebbe in grado di descriverlo. E ai piedi di quest’albero sgorgano due fonti più belle e più chiare di quanto cuore umano possa concepire. E quelli che entrano nel Paradiso si accostano ad una di queste fonti e bevono. E bevendo si purificano di tutto quel che hanno mangiato, tanto che non ne resta più nulla. E poi si accostano all’altra fonte, e si bagnano nelle sue acque, e dopo essersi lavati dicono le loro preghiere. E la grazia di Dio scende su di loro. E dopo aver terminato tutto questo fanno ritorno in Paradiso. E giungendo presso la porta, il custode domanda loro: ‘Siete purificati?’ Ed essi rispondono: ‘Lo siamo’. E subito il custode apre loro la porta ed essi entrano.

§ 97. I fanciulli del Paradiso e le nozze dei beati.

E appena sono dentro, vi trovano fanciulli tanto belli che nessun uomo potrebbe dirlo, poiché il loro candore è simile a perle bianchissime, e il loro rossore a quello delle rose. Questi fanciulli vagano per il Paradiso giocando, come giocano i fanciulli in questo mondo. Essi conoscono l’aspetto e il nome tutti coloro che entrano nel Paradiso. E uno di questi fanciulli gli si fa incontro e gli dice: ‘Benvenuto, amico mio, ecco: ti reco buone novelle’. E questo succede sempre così che nessuno di quelli che entrano rimane senza che uno di questi fanciulli gli dica: ‘Sappi che Dio ha preparato per te molte donne, le vergini, le più belle del mondo, ed anche molte ancelle e molte dimore di una bellezza indicibile’. E colui che ha ascoltato queste buone novelle, ricevute dal fanciullo, subito risponde: ‘Sia lode e gloria a Dio, e tu sia benedetto per avermi recato queste novelle’. Dopo aver detto tali parole, il fanciullo subito si allontana da lui, e va da quella delle donne che gli viene incontro, sapendo che colei che viene è la sua diletta, e le annuncia che sta per divenire sua sposa. E quella risponde al fanciullo dicendo: ‘Tu l’hai visto?’. E il fanciullo le risponde: ‘L’ho visto’. Allora lei senza indugio ringrazia Dio e benedice il fanciullo che le ha portato la buona novella. E lei ne prova tanto gaudio che a stento può crederlo. E immediatamente va fino alla porta per vedere se l’annuncio risponda al vero o no.

§ 98. L'arrivo dei beati nella loro casa nuziale.

E quando colui che viene si avvicina e vede i muri della sua casa, che sono tutti di perle e di pietre preziose, guardando infine la loro parte superiore rischia di perdere la vista per il grande splendore. E sappiate che molti già l’avrebbero perduta, se non fosse che Dio non permette che ciò avvenga, perché quello splendore è superiore di molto a quello del lampo quando tuona forte. E dopo aver guardato in alto, costui flette il capo verso il basso e vede le vergini che sta per prender come spose. E vede le cortine e i drappi intessuti d’oro che sono stesi lungo la sala: e similmente i letti e i giacigli, che son tutti di perle, di rubini e di smeraldi e son ricoperti di sciamìto e d’altri panni serici dai colori diversi. E dopo aver veduto tali cose, senza indugio esclama: ‘Sia benedetto Dio che ci ha donato tutto questo. Infatti noi non l’avremmo, se non per sua grande grazia e per la verità che Maometto, il suo nunzio, ci ha mostrato e fatto conoscere, dicendo che noi saremmo i possessori eredi del Paradiso’.

§ 99. L'albero ţūbā nel Paradiso

Capitolo: XXXIX

Io, Maometto, ancora desidero che le genti sappiano che nel Paradiso esiste un albero denominato in arabo Thuba, che significa: ‘Albero della gioia e del piacere’. E quest’albero è alla base così grande che un uomo sul cavallo migliore e più veloce del mondo che corresse senza fermarsi, non riuscirebbe a farne il giro in cento anni. E la base di quest’albero è tutta di rubino, e la terra dove è piantato è tutta di muschio e d’ambra, più bianca della neve, e profuma così che nessuno è in grado di esprimerlo. E in verità, per temperare il forte odore di muschio e di ambra, la terra è frammista alla canfora. I rami di quest’albero sono tutti di smeraldo, e le sue foglie di sciamito; e i fiori di drappi d’oro più belli di quanto un uomo possa narrarlo agli altri. E i suoi frutti sono come perle, e tanto grandi che se uno di essi fosse qui nel mondo, basterebbe a a far mangiare cento uomini per un anno. Questi frutti sono più bianchi della neve e più chiari del cristallo e d’ogni altra cosa esistente, e il loro sapore è come di zenzero e miele mescolati insieme. E l’erba che cresce lì intorno come l’erba di un prato è tutta di zafferano verde, che profuma soavemente.

§ 100. Le fontane di vino ai piedi dell'albero ţūbā.

E ai piedi di quell’albero [14] sgorgano molte fonti, tutte di vino, che scorrono come fiumi per il Paradiso. E di questi vini alcuni sono più bianchi e più chiari dell’acqua, altri più rossi e più chiari del rubino. Ed essi sono così saporosi e delicati al palato che nessuno dei viventi lo può spiegare. E ivi ci sono anche vini di altre due qualità: alcuni sono piuttosto acerbi di gusto, e nel colore tendono al verde; gli altri sono gialli e chiari come il topazio, e di tale maturità e forza nel berlo che nessun uomo sarebbe capace di esprimerlo. E quattro erano le fonti principali; ma fra di esse ve n’erano numerose altre, tutte di vino e di tante varietà di colori e di sapori da non potersi neppure concepire.

§ 101. L'Angelo narratore ed i beati che giungono al Paradiso.

Capitolo XL

Dopo che io, Maometto, vidi l’albero anzidetto, il cui nome è Thuba, guardai ancora e ne vidi un altro che è fra i primi e più belli del Paradiso. Sotto questo albero stanno seduti e si radunano tutti gli abitanti del Paradiso, e ascoltano le favole e i racconti che narra loro un angelo che non ha nessun altro ufficio che quello.

§ 102. Arrivo della carovana degli Angeli presso l'labero dell'angelo narratore.

E mentre osservavo l’angelo narratore, guardai ed ecco che vidi venire una grande schiera di angeli, che venivano tutti a dorso di cammello. E i cammelli avevano tutti finimenti d’oro intorno al collo e i loro musi sembravano candele ardenti. Il loro pelo era serico e di colore rosso misto al bianco, e mi sembrava il più bello che da lungo tempo già trascorso avessi visto Erano di natura mansueta, e così bene addestrati che non avevano bisogno di alcuna punizione. Nessuna fatica che essi sopportavano li poteva affaticare. E questi cammelli erano onerati dal peso di oro e argento, perle ed altre pietre preziose di tutte le specie, che portavano dietro il dorso dei cavalieri.

§ 103. I nuovo beati partono verso il Trono con la carovana angelica.

E quando gli angeli che cavalcavano a dorso dei cammelli giunsero al luogo in cui si trovavano quelli che ascoltavano le favole e le storie anzidette, scaricarono i cammelli, e donarono loro da parte di Dio tutte le gioie che avevano portato, e poi li salutarono dicendo: ‘Montate su questi cammelli e andate da Dio, perché Lui vuole vedervi, e vuole che voi lo vediate; e vuole parlarvi, e vuole che voi gli parliate. Lui vi mostra più pietà e vi rende più onore di quanto non abbia mai fatto fino ad ora’. E subito ognuno di quelli prese a cavalcare il suo cammello; e andavano tutti l’uno appresso all’altro in tal modo e così bene ordinati ed uniti, che i loro cammelli procedevano egualmente insieme, e nessuno metteva il muso o una zampa davanti ad un altro. E quando incontravano uno degli alberi del Paradiso, subito quello si piegava e si abbassava sino a terra, come se lì non ci fosse nulla; e ciò perché nulla fosse d’impedimento al loro viaggio, e che nessuno di essi dovesse precedere un altro, o per un certo tratto separarsi dagli altri. E così giunsero in Paradiso e fino a Dio. E furono al suo cospetto. Dio scoprì il suo bellissimo volto, grande e onorato su tutti, e si mostrò loro. E subito essi si inchinarono e dissero salutandolo umilmente: ‘Tu sei la pace, e da te nasce’.

§ 104. I nuovo beati si presentano ad adorare il Signore.

Capitolo: XLI

Dopo che i servi [15] di nostro Signore giunsero davanti a Lui in Paradiso, come avete udito in precedenza, Dio scoprì il suo viso grande e onorato al di sopra di tutte le cose, e si mostrò. e subito si inchinarono davanti a Lui e Gli dissero così; ‘Tu sei la pace e da te nasce e per diritto Ti appartiene l’onore e la nobiltà’ [16]. E nostro Signore rispose: ‘Sopra di voi scenda la mia pace e la pietà e la salute, poiché senza dubbio mia è la pace, e da me nasce; e per diritto in me risiede l’onore e la nobiltà senza fine. Per questo benvenuti siano i miei servi e i miei amici che custodirono la mia legge e il mio precetto, ed ebbero timore di me ancora prima che mi vedessero’. Ed essi rispondendo gli dissero: ‘Noi giuriamo, per la tua gloria e la tua grande nobiltà e sublimità, di non poterti servire secondo la tua grande pietà e potenza, ma ti preghiamo che tu ci permetta di prostrarci ai tuoi piedi, per pregare e lodare il tuo nome santissimo’.

§ 105. Il Signore accorda la beatitudine ai nuovi suoi eletti.

E il Signore disse loro: ‘Non lo farete, io vi ho già liberati da ogni pena, e dalla fatica della preghiera, e da qualunque altra cosa gravosa; e ho dato riposo alle vostre anime. Ed ora è giunto il tempo di donarvi quel che vi promisi. Chiedete dunque quel che volete, e scegliete: tutto vi sarà concesso. E non vi largirò secondo i vostri meriti ma secondo la mia larghezza e la mia sublimità e la mia misericordia. Chiedete dunque senza timore’. E come ebbe parlato così, subito essi gli risposero dicendo: ‘Signore, molti uomini al mondo ebbero grandi sollazzi e diletti carnali, e noi abbiamo tralasciato tutto questo per te, per questo ti chiediamo in questa retribuzione tanto bene quanto ne esiste al mondo, dal momento in cui cominciò ad esistere fino alla sua fine’. E Dio rispose loro e disse: ‘Poco chiedeste, e molto meno di quanto è in vostro diritto e anche di quanto avete meritato. E di ciò che chiedete vi accordo tutto. E allo stesso modo vi dono quel che vedrete’.

§ 106. I castelli dei nuovi beati.

Ed essi, guardando il dono aggiunto da Dio, videro molte rocche, le cui mura e tutte le torri e anche il palazzo e le sale e le camere ed ogni altro luogo erano d’oro e d’argento, di rubini e di smeraldi e di ogni altra pietra preziosa; e allo stesso modo di perle di tutti i colori che un uomo sia in grado di concepire. E le sale erano tappezzate di veli d’oro e di seta d’ogni colore, in modo tale che il verde era più più verde d’ogni smeraldo verde e splendente, e il rosso più rosso di tutti i rubini rossi e splendenti. E similmente per ogni altro colore.

Lo splendore delle cose suddette era così grande e forte che se Dio non avesse impedito che così fosse nessuno sarebbe stato in grado di guardarli senza perdere la vista, perché ognuno di loro era più luminoso di quanto fosse il sole ed anche più risplendente.

§ 107. Le lettighe per i nuovi beati.

Capitolo: XLII

Dopo che io, Maometto, ebbi visto le cose narrate più sopra, osservando meglio vidi quei fanciulli di cui vi ho detto che andavano giocando per il Paradiso. E ciascuno di loro conduceva quattro palafreni magnifici, e sopra ognuno di questi c’era una portantina più ricca e più bella di quanto possa concepire qualunque cuore umano. E sopra ogni portantina c’era un piccolo castello di splendore e di pietre preziose, così mirabilmente lavorato da non potersi immaginare. E all’interno di ogni castello c’era una cavità, come una conchiglia o un guscio di tartaruga, fatta di rubini, di smeraldi e di perle. E in ogni nicchia c’era un altare. E sopra quell’altare sedeva un angelo, circondato da molti altri che erano della famiglia e della casa di Dio. E tali angeli erano in attesa di quelli che venivano in Paradiso, per accoglierli e riceverli con onore. E quando quelli giunsero in Paradiso e furono accanto alle predette portantine, gli angeli ricordati li salutarono e comandarono loro da parte di Dio di entrare in esse. E quelli subito entrarono. E i fanciulli di cui avete già udito li condussero ai dilettevoli giardini del Paradiso.

§ 108. Gli Angeli conducono i nuovi beati nei loro castelli.

E non appena vi giunsero si trovarono dinanzi le « Alkazara [17]», che significa: “regge reali”. E li fecero smontare. E gli angeli, smontando con loro, li accompagnarono nelle magioni anzidette, e prendendoli per mano sedettero con loro ed incominciarono a conversare e a scherzare e a ridere così leggiadramente e così forte che quel riso si sentiva da lontano. E dopo aver fatto ciò a lungo, gli angeli dissero a quelli: ‘Amici, noi giuriamo per la sublimità e l’onore di Dio che mai, da quando fummo creati, ridemmo e scherzammo così, né mai aprimmo la bocca e muovemmo la lingua se non per lodare il Signore Iddio nostro. E se abbiamo riso e scherzato con voi, è stato per amor vostro, e per farvi onore’. E dopo aver detto questo, dissero ancora: ‘Dio vi conceda di godere il bene che vi ha fatto’. Ciò detto, presero congedo da loro, e partirono. E dopo la partenza degli angeli quelli rimasero, ciascuno in casa propria; e trovarono un bene centomila volte più grande di quello che avevano in precedenza sperato, e chiesto a Dio di dar loro.

§ 109. I fiumi, i monti e le sorgenti del Paradiso.

Capitolo: XLIII

Mentre io, Maometto, osservavo le dimore e le altre cose di cui sopra vien detto, guardando ancora vidi che ciascuna di esse aveva una postierla, per la quale si andava ad uno dei fiumi. E dico uno, perché lì molti sono i fiumi ed anche di caratteristiche diverse. Ma quei fiumi di cui vi parlo sono bellissimi e chiarissimi e mirabilmente grandi. E da una parte e dall’altra di questi fiumi ci sono le montagne del Paradiso, tutte fatte dello zaffiro più bello del mondo. E in queste montagne ci sono miniere d’oro e d’argento e di pietre preziose di tutte le specie che possono esistere. E quei minerali sovrabbondano e attraverso fenditure giungono sino al fiume suddetto, e la rena di quel fiume di nient’altro era fatta che pietre preziose. Lo zaffiro di cui in verità son fatte le montagne di cui sopra vien detto è così trasparente che dall’esterno si può vedere che cosa c’è dentro; e questo è dalla parte del fiume suddetto. E in quelle montagne ci sono molte altre fenditure, attraverso le quali si può andare ai giardini che si trovano dalla parte opposta del fiume suddetto. E per ciascuna di quelle aperture si va nei quattro giardini del Paradiso. Due di essi sono molto vasti, e in ognuno sgorgano due grandissime fonti molto belle. E in quei giardini si trovano moltissimi alberi [18], e ciascuno di essi fa frutti di cento varietà e ciascuna di esse è diversa dalle altre, ed essi non fanno venir sete. Gli altri due giardini non sono così ampi, ed in entrambi sgorga una fonte non così grande come quelle di cui sopra s’è detto. Ed essa è molto bella e limpida.

§ 110. I frutti del giardino del Paradiso.

Capitolo: XLIV

Dopo aver visto i fiumi, i monti, i giardini e le fonti di cui sopra s’è detto, io, Maometto, guardai ancora e vidi che in questi giardini c’erano di quegli alberi che son detti palme e melograni, ed erano così grandi e belli che nessuno saprebbe esprimerlo. E nei frutti di questi alberi, appena un uomo li mette in bocca, sente il sapore di tutti gli altri frutti che in questo mondo hanno gusto.

§ 111. Le Urì del Paradiso.

E quando quelli del Paradiso vanno in questi giardini, trovano sotto i suddetti alberi le tende più ricche e più belle che cuore umano possa concepire. E in quelle tende dimorano delle vergini che in lingua araba si chiamano « Halkories », che significa: “le elette e custodite anche da Dio”, perché sono così ben custodite che nessuno osa avvicinarle, neanche lo stesso demonio, se non quelli soltanto cui sono concesse. Che dirvi ora della loro bellezza? Nessun uomo potrebbe descriverla né pensarla nel proprio cuore. E queste damigelle siedono su drappi che sono i più ricchi del mondo. E quando coloro ai quali sono promesse arrivano qui, esse si alzano davanti a loro, li accolgono con grandi onori e con essi nuovamente si siedono.

§ 112. Il Signore visita i nuovi beati.

E così quando essi si sono seduti, Dio li viene a visitare in compagnia di un gran numero di angeli, e dice loro: ‘Avete trovato quel che vi ho promesso?’. Ed essi rispondono dicendo: ‘Sì, Signore, secondo la vostra grande grazia’. E dopo queste cose Dio dice loro: ‘Che vi sembra della mia ricompensa a coloro che mi servono? Siete contenti di ciò che ho fatto per voi?’. Ed essi rispondono: ‘Se tu sei contento di noi, noi siamo contenti di ciò che tu hai fatto per noi’. E di nuovo Dio dice loro: ‘Io son ben contento di voi, e dopo che siete entrati nella mia casa e vi ho parlato e vi ho mostrato anche il mio volto, e voi avete abbracciato i miei angeli. E sappiate che i doni che vi ho donato, senza alcun dubbio non vi saranno mai rinfacciati e nemmeno tolti’. Ed essi rispondono insieme: ‘Che tu sia benedetto Signore Iddio nostro, e ti rendiamo grazie per averci donato il gaudio eterno, che è senza pena e travaglio’.

§ 113. L'Angelo Rid(wān, tesoriere del Paradiso.

Capitolo: XLV

Quando io, Maometto, vidi le cose che ho narrato più sopra, [mi meravigliai molto], e avendo nel cuore grandissima gioia, subito benedissi Dio per il gran bene che faceva a quelli che lo servivano. E dopo, guardando coloro che servivano nel Paradiso, vidi che erano tanto belli, che nessuno potrebbe esprimere questo. E vidi inoltre un angelo seduto su un seggio di splendore, così grande e bello che è impossibile a dirsi. E questo angelo era circondato da altri angeli, che stavano ritti sui propri piedi ed erano impegnati al servizio di questo. Io in verità chiesi a Gabriele chi fosse quel grande angelo. E lui mi rispose dicendo che era il tesoriere del Paradiso e che si chiamava Ridohan.

Udito ciò, andai verso di lui e lo salutai. E lui chiese a Gabriele chi fossi; e Gabriele gli disse il mio nome e chi ero [19]. E subito l’angelo mi restituì il saluto e mi accolse allegramente e con grande gioia, chiedendomi cosa volessi. Ed io gli risposi che volevo vedere tutti i Paradisi. E subito lui mi prese per mano e mi condusse per tutti i Paradisi.

§ 114.  Rid)wān mostra a Maometto le bellezze del Paradiso.

E mi mostrò i fiumi, gli alberi, i castelli, i palazzi reali e le terrazze ed ogni cosa che si trovava nei Paradisi. E tutto splendeva di un tale splendore purissimo, che per poco accadde che io non perdessi la vista per il fulgore. Ridohan mi mostrava ogni cosa che Dio aveva preparato per donarla ai suoi amici. E mi mostrò quelle dimore che erano tutte d’oro e d’argento, di rubini e di smeraldi, di perle e di ogni altra pietra preziosa, ed erano tutte di purissimo splendore. E dopo questo mi mostrò le montagne da cui sono circondati i Paradisi: e vidi i pascoli e i prati e i boschi che erano in esse, così belli e fertili che nessun cuore umano potrebbe concepirlo. E fra quei monti v’erano molti recinti tutti di muratura, e ogni recinto si estendeva per uno spazio pari a cinquecento anni di cammino. E in quei recinti v’erano cavalli e cavalle di tutti i colori, e più belli d’ogni cosa che occhio umano avesse mai visto. E non appena mi avvicinai ad essi per vederli meglio, subito presero a correre per lo spavento. E mentre così correvano, con gli zoccoli sollevavano zolle di una terra che era tutta muschio ed ambra; e aveva un profumo così forte e buono che i recinti ne erano tutti ricolmi. E inoltre Ridohan mi condusse ad una voliera tutta piena d’uccelli, che erano verdi e gialli e d’ogni altro colore. Ed erano straordinariamente grandi e profumati. E non appena mi avvicinai a loro, credendo di alzarsi in volo, mi caddero invece tutti dinanzi. E allora dalle loro ali uscì tanto muschio e tanta ambra che la voliera fu tutta ricolma di profumo e di soavità. E poi mi mostrò delle case che erano tutte d’oro e d’argento e di pietre preziose. E in quelle case vi erano sedie e letti e giacigli così belli e ricchi che mai occhi umani videro nulla di paragonabile, né orecchi ne udirono parlare. Sia benedetto Dio che fece e creò tali cose secondo il suo volere.

§ 115. Il fiume Kettinen nel Paradiso.

Capitolo: XLVI

Dopo che Ridohan, il tesoriere del Paradiso, mi ebbe mostrato quel che sopra vien detto, mi condusse ancora avanti e mi mostrò un fiume che ha nome Alketynon. Tale fiume ha una larghezza pari a a quella che un uomo può percorrere in cinquecento anni di cammino; ma quanta lunghezza abbia, nessuno la conosce, se non Dio che lo fece. Questo è lo stesso quel fiume che circonda tutti i Paradisi. E come lo vidi, fui molto meravigliato dalla sua larghezza e dalla sua lunghezza.

§ 116. Le tende delle belle dame sul fiume Kettinen.

Ma di questo fui meravigliato ancor di più, naturalmente, quando su entrambe le rive di quel fiume vidi allestite molte tende, che erano così grandi che dirlo sarebbe cosa molto difficile. E quelle tende erano tutte di panno dorato e di sciamito; e quei panni erano così brillanti e rilucenti che la vista lo trapassava più facilmente che se si trattasse di topazi e smeraldi. Ed anche tutte le sedie e i drappi, con cui le tende erano arredate, erano fatte alla stessa maniera In quelle tende nascono spontaneamente, secondo la volontà di Dio, delle dame che in arabo sono dette « Halkoralen », che significa: dame sublimi, perché senza alcun dubbio lo sono. Infatti son così grandi che un loro sopracciglio ha le dimensioni dell’arcobaleno che appare in cielo fra le nubi. E la loro bellezza è tale che non può essere descritta. Emana dai loro corpi uno splendore che è più difficile da sostenersi di quello del sole. Quelle tende sono tutte chiuse e senza aperture visibili; e lì dentro le dame di cui sopra s’è detto nascono spontaneamente, come l’erba quando spunta dalla terra. E dopo esser nate e formate si coprono di capelli che son più belli e splendenti di quanto possa esprimere lingua mortale. E in seguito crescono fino al punto di toccare la sommità delle tende.

§ 117. L'Angelo va a prendere la bella dama e la fa vestire di drappi.

E dopo che l’hanno raggiunta, subito le tende prendono a muoversi un poco, e facendo ciò subito gli angeli che le custodiscono si avvedono che le dame sono nate e sono cresciute fin dove dovevano. E allora uno di quegli angeli viene alla tenda che si muove e trova la nuova dama cresciuta fino alla giusta grandezza, come sopra vi ho detto. E lì dentro trova anche vesti d’oro e di perle e di pietre preziose, fatte e preparate per la dama, affinché le indossi. Tali vesti son così belle e tanto ricche che nessuna mente umana sarebbe capace di concepirle. E alla dama che trova nella tenda l’angelo dice anche: ‘Vieni con me, che voglio condurti in un castello del Paradiso che io custodisco’. E subito quella dama, guardandosi intorno, vede le vesti d’oro e di seta, i più belli del mondo, confezionati esattamente per la sua statura, e subito le indossa.

§ 118. L'Angelo conduce la dama al castello del suo nuovo marito.

Capitolo: XLVII

E quando la predetta dama si è così vestita, subito l’angelo che deve condurla al castello del Paradiso, di cui è custode, come in precedenza avete ascoltato, la prende per mano, la fa uscire dalla tenda e la porta al suo castello, che risplende da tanto lontano che la distanza può essere percorsa in 500 anni di cammino. E mentre così vanno, la dama recita una preghiera, il cui principio in lingua araba è così: « Kadabafla hum halmuminina », che significa: ‘Ben fortunati sono quelli che credono’. E poi recita tutta la preghiera, che è molto lunga. E quando l’ha finita, soggiunge: ‘Ah, quant’è fortunato colui che possiede la grazia di Dio, come noi l’abbiamo’. E l’angelo domanda: ‘Signora, sai tu da chi ti conduco?’. Ed ella risponde. ‘Sì. Tu mi conduci dal tale uomo, che si chiama così, ed è figlio del tale uomo, e dimora in tale luogo del Paradiso’. Infatti, gli angeli suddetti non hanno altro compito che accompagnare le dame che nascono nelle tende da coloro che debbono esser i loro sposi in Paradiso, come vi ho già narrato prima.

§ 119. Perché le dame conoscono i nomi dei nuovi beati cui saranno
assegnate e come le frutta del Paradiso obbediscono ai beati

E ci furono infatti alcuni che mi chiesero: Dicci, nunzio di Dio, in qual modo possono quelle dame conoscere i nomi di coloro che saranno i loro futuri sposi, giacché nessuno glielo ha detto?’. E io rispondendo loro dissi: ‘Sappiate, amici, che Dio glielo fa sapere, e vi dico in che modo. Se uno di quelli che credono fermamente desidera mangiare uno dei frutti del Paradiso, subito l’albero, offrendo quel frutto, gli appare dinanzi col frutto desiderato, e gli dice: ‘Amico di Dio mangia!’. Ed egli rispondendo chiede all’albero: ‘Dimmi, o albero, come sapevi che avevo voglia di mangiare i tuoi frutti?’. E l’albero gli risponde: ‘Colui che mi creò per servirti, me lo ha fatto conoscere’. E io, Maometto, ho persino visto che se uno che sta in Paradiso ha in bocca un frutto che si trova lì, e ha desiderio d’un altro qualsiasi frutto, subito il frutto che tiene in bocca cambia assumendo il gusto di quello desiderato. E tutto questo avviene grazie alla potenza divina’.

§ 120. I beati in Paradiso accolgono i nuovi arrivati.

Quando qualcuno giunge in Paradiso tutti coloro che già vi stanno escono ad incontrarlo e lo accolgono con grande gioia ed esultanza, come noi facciamo con un parente o un amico che ritorni da un pellegrinaggio o da qualunque altro lungo viaggio. Ed anche la sposa e i suoi familiari che avrà in Paradiso proveranno un desiderio ben più vivo di vederlo di quanto non ne avesse avuto la sua famiglia nel mondo.

§ 121. L'albero di perla.

Capitolo: XLVIII

Dopo aver visto io, Maometto, nunzio di Dio, le grandi meraviglie di cui vi ho parlato, e a lungo contemplato i Paradisi e le dame di cui avete udito in precedenza, Gabriele e Ridohan, che stavano al mio fianco, mi condussero in un luogo che ha nome « Zaderat halmouta », che significa: ‘luogo spazioso’, e mi mostrarono un albero così grande e così bello che posso descrivere solo in parte. Tale albero era fatto di un’unica perla mirabilmente bianca. Ed era così bella che la sua bellezza superava ogni altra bellezza, tranne quella di Dio e dei suoi angeli. E allo stesso modo tutte le sue foglie, e anche i suoi fiori e i suoi frutti erano belli allo stesso modo. E i suoi frutti avevano tutti i buoni sapori che cuore umano possa concepire.

§ 122. La sorgente al-Kawt)ar.

E ai piedi di quell’albero sgorgava una fonte d’acque più trasparenti e chiare d’ogni altra cosa, e più dolci del miele. Ed io chiesi a Gabriele che fonte fosse quella. Ed egli rispondendomi disse che era la fonte chiamata « Halkaufkar », che significa: ‘fonte della grazia perfetta’. E soggiunse: ‘Sappi, Maometto, che solo per te e per tuo uso Dio creò questa fonte. E in questo ti rese più grazie e ti esaltò di più di quanto aveva esaltato qualunque altro profeta che già sia vissuto o che verrà in futuro, perché questa fonte a nessun altro volle darla che a te, per cui puoi ben chiamarti, sopra tutti gli altri, profeta e nunzio di Dio’. E dopo aver detto questo, mi chiese licenza dicendo: ‘Maometto, io ti lascio, perché non posso accompagnarti oltre. Dio vuole che tu vada da solo sino a Lui, e vuole anche parlarti in segreto prima che tu ritorni; e perciò tu andrai con la grazia di Dio nostro, e sappi che tu sei il signore di tutti quelli che sono nel mondo’. E dopo tali parole mi abbracciò, e sia lui che Ridohan rimasero insieme; ed io continuai il cammino da solo, secondo il beneplacito della volontà di Dio.

§ 123. Maometto traversa le cortine e torna in presenza del Signore.

Capitolo: XLIX

Avendo Gabriele e Ridohan lasciato me, Maometto, nunzio di Dio, da solo come avete udito più sopra, io tornai per quella via da cui prima ero venuto; e tanto andai avanti che giunsi alle cortine che si trovavano presso Dio. E come arrivai lì, le cortine incominciarono a sollevarsi, e non appena ne superavo una, la seguente si sollevava da sola, senza che qualcuno vi ponesse mano. E tutto questo avveniva per la potenza di Dio, la cui grandezza è tale che nessuno può concepirla, né conoscerne compiutamente l’inizio e la fine. E così procedendo attraverso quelle cortine, tanto mi inoltrai che fra Dio e me non ne rimanevano che due, e la prima era di tenebre e l’altra dello splendore della sua potenza.

§ 124. Il Signore consegna a Maometto il Corano.

E mentre le contemplavo, ecco che dietro quelle cortine udii una voce pronunciare le parole del Corano, là dove si inizia a dire: « hamina harazul bine unzila ylay », che significa: ‘il nunzio ha creduto a tutto ciò che gli fu rivelato’ [20]. E dopo che fu recitata sino alla fine l’orazione, che era molto lunga, Dio mi disse: ‘Maometto, prendi questa rivelazione del Corano, che io ti dono e concedo. Esso tratta dei miei tesori del Paradiso, che superano tutti gli altri tesori dell’universo’. E dopo che mi ebbe così parlato, io presi il Libro dalla sua mano e Lo ringraziai per il dono che egli mi fece. E in quel momento fra Lui e me non vi erano né qualche angelo o uomo né altro, ma solo Lui ed io, l’uno di fronte all’altro [21].

§ 125. Il Signore dà a Maometto il sapere.

E dopo mi disse: ‘Maometto, cosa devono sapere le genti del mondo sulle questioni e sulle genti celesti?’. Ed in verità io gli risposi dicendo: ‘Signore, non so’. E di nuovo mi disse ‘Maometto, avvicinati a me’. E subito si alzarono le cortine che stavano in mezzo; e allora Dio mi tolse la vista dagli occhi e me la ridonò al cuore, e così Lo vidi col cuore, e pochissimo con gli occhi. E poi disse: ‘Maometto, avvicinati di più a me’. E tanto mi avvicinai che fra Lui e me non v’era una distanza superiore a due tiri di balestra. E mi pose la mano sul capo, e io sentii freddo nel mio cuore. E m’infuse all’istante ogni scienza, e così seppi tutte le cose che sono, che furono e che saranno in futuro. E poi mi domandò un’altra volta: ‘Maometto, cosa devono sapere le genti del mondo sulle questioni e sulle genti celesti?’. Ed io risposi dicendo: ‘Signore, devono sapere la parola scritta nel Corano: « haldaraiet vhalkaforat »’. E allora Dio mi chiese: ‘Che significa « vhalkaforat? »’. Ed io gli risposi che « vhalkaforat » voleva dire muoversi per andare alla moschea a rivolgere preghiere al Signore. Allora Dio mi disse: ‘Maometto, tu hai afferrato una verità purissima’. E poi mi domandò: ‘E che vuol dire « haldaraiet »?’, ed io gli risposi: ‘« Haldaraiet » vuol dire come porgere il saluto alle genti e augurare loro del bene e accoglierle in lieti banchetti, e pregare mentre gli altri dormendo riposano’. Allora Dio mi disse: ‘Ah, Maometto, ora vedo che sei ricolmo della mia grazia e di ogni scienza, perché conosci l’intera verità; e, così come la conosci, va’ a comunicarla e dimostrarla al tuo popolo’.

§ 126. Dio prescrive le orazioni ed i digiuni dei Musulmani.

Capitolo: L

Dopo che Dio mi ebbe detto tali parole e, come vi ho riferito, mi ebbe colmato della sua grazia, mi parlò ancora in questo modo: ‘Sappi, Maometto, che per amor tuo io amo il tuo popolo più d’ogni altro. E poiché voglio che mi sia più vicino degli altri, gli impongo, e comando a te di ordinarglielo a mio nome, di pregare cinquanta volte al giorno e di digiunare sessanta giorni all’anno. E se faranno tali digiuni e preghiere, insieme alle loro richieste, mi impegno sin d’ora a donar loro il Paradiso’.

§ 127. Maometto ottiene dal Signore che le preghiere
           siano cinque sole al giorno.

E avendo io, Maometto, udito ciò, per il grandissimo amore che portavo a Dio, e anche per suo timore, non osai pregarlo di sollevarmi del tutto dai predetti digiuni, per non esser considerato goloso o ingordo di cibo; tuttavia lo pregai di risparmiarmi sulle preghiere. E Lui mi rispose dicendo: ‘Maometto, quelle cinquanta orazioni al giorno, che ti avevo ordinato di far compiere al tuo popolo, per amor tuo le allevio e le riduco a cinque, e che tre di esse sian fatte di giorno e due di notte, nelle ore prescritte e con le invocazioni e gli inchini che ad esse si convengono; e gli « halmoaden », ossia quelli che chiamano alla preghiera, quando chiameranno mettano le loro dita dove si conviene. E se i tuoi faranno tali orazioni, darò loro il Paradiso, come già ti dissi. Accetterò dunque queste cinque preghiere in luogo delle cinquanta che ho detto prima. E se qualcuno dei tuoi farà del bene, glielo conterò per dieci; e se farà un’azione malvagia non gliela conterò che per una; e se me ne chiederà perdono gliela cancellerò del tutto, e non ne serberò memoria alcuna, poiché io sono il pio, il misericordioso e colui che largisce il perdono’. E quando io, Maometto, vidi la sua pietà, e la grande grazia che Dio mi faceva, ebbi molta vergogna di chiedergli altro. Infine pregando chiesi licenza e me ne andai.

§ 128.Maometto incontra nuovamente Mosè.

Capitolo: LI

Dopo che io, Maometto, profeta di Dio, gli ebbi implorato licenza, come vi dissi, e fui tornato sulla strada percorsa in precedenza, ecco che le cortine di cui sopra vien detto cominciarono ad alzarsi da sole, una dopo l’altra, così come avevano fatto durante il primo passaggio. E, discendendo, giunsi in un cielo ove trovai mio fratello Mosè.

§ 129. Mosè induce Maometto a tornare dal Signore
          che riduce il digiuno a 30 giorni.

E non appena Mosè mi vide, mi chiese che cosa avessi fatto con Dio. Ed io gli narrai di come mi avesse ben ricevuto e conferito molti onori, e come avesse ridotto per amor mio a cinque le cinquanta orazioni che mi aveva comandato di far recitare ogni giorno al mio popolo, e come di queste cinque tre andassero recitate di giorno e due di notte, secondo quanto sopra vien detto, e come invece dei sessanta giorni di digiuno non me ne avesse tolto nessuno, non avendo io osato chiederlo, per la verecondia che avevo avuto a domandar altro a chi mi aveva già conferito tanta grazia ed amore. E allora Mosè rispondendomi disse: ‘Maometto, fratello mio, ti consiglio di tornare da Dio e di pregarlo di alleviarti i digiuni, perché il tuo popolo non sarebbe in grado di reggerli’. Ed io credetti a Mosè; e, tornando da Dio, lo pregai di degnarsi di ridurmi i digiuni. E Dio me li alleviò, e sottrasse dal conto dieci giorni. Poi, tornando da Mosè, gli narrai di come Dio mi avesse diminuito di dieci giorni il digiuno. E Mosè mi disse di tornare nuovamente da Dio e di pregarlo di un’ulteriore riduzione, perché il mio popolo non avrebbe potuto sopportare neppure quello. Ed io ritornai da Dio e lo pregai di questo, sin quando lui sottrasse altri dieci giorni al digiuno anzidetto. E di nuovo tornando da Mosè gli raccontai come avevo regolato la questione. Ma ancora lui mi disse che dovevo ritornare da Dio e ottenere un’ulteriore riduzione. E così andai un’altra volta da Dio, e lo pregai di alleggerirmi ancora il digiuno; e Lui lo fece, e mi tolse altri dieci giorni da quelli, per cui ne rimasero solamente trenta. E poi, lasciando Dio, andai da Mosè per riferirgli la suddetta riduzione; e lui mi invitò a tornare ancora da Dio. Al che io gli risposi dicendo: ‘Ah, Mosè, fratello mio carissimo, ti giuro per il nome di Dio che non ritornerò più da Lui per contrattare, perché il farlo mi sembrerebbe inverecondo; e temo inoltre che si rifiuti, e che imputi a golosità questo mio continuo pregare’. E dopo di questo chiesi licenza a Mosè e me ne andai.

§ 130. L'angelo Rid)wān dà a Maometto le quattro vivande.

Capitolo: LII

E dopo che io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, mi allontanai da Mosè, come sopra vien detto, ecco che incontrai Gabriele e Ridohan, il tesoriere del Paradiso, che parlavano tra loro. E vidi che Ridohan teneva in mano quattro vasi di terracotta assai belli, e mi disse: ‘Maometto, questi quattro vasi mi sono stati dati perché ti dia da bere da essi quanto ne vorrai, e quel che non vorrai, lascialo pure!’. E subito, tendendo verso di me la sua mano, mi porse uno dei vasi e disse: ‘Bevi da questo, Maometto, tu che sei il prescelto fra tutti gli uomini’. Io allora presi il vaso e, sentendo un odore simile al muschio e aveva un sapore di latte, tutto lo bevvi. Poi mi diede il secondo, il cui odore era come d’ambra e il sapore di miele. E me lo portai alla bocca, feci con questo quello che avevo fatto col precedente. E dopo, porgendomi il terzo vaso, sentii che odorava di muschio e che il gusto era quello dell’acqua; ed era tanto chiara e tanto saporosa che nessun cuore umano sarebbe in grado di concepirlo. E mi disse: ‘Bevi questo, Maometto, tu che sei stato elevato al di sopra di tutti gli uomini del mondo’. Ed io presi il vaso e tutto lo bevvi. E dopo mi disse: ‘Prendi quest’altro, Maometto, tu che sei il migliore di tutti gli uomini del mondo e il prediletto di Dio’. E io presi il vaso, ma riconoscendo il suo odore e il suo sapore simile al gusto del vino, lo detestai ed evitai di berlo. E Gabriele, cominciando a sorridere, mi chiese: ‘Maometto, ti sembra cattiva da bere quest’ultima bevanda?’. Ed io risposi: ‘Sì’.

§ 131. Significato allegorico delle quattro bevande.

E allora mi disse: ‘Sappi, Maometto, che il primo vaso che ti ha donato Dio significa chiaramente questo: come il latte nutre e regola il corpo umano più d’ogni altra bevanda, così Dio nutrirà e governerà il tuo popolo sopra ogni altro sino alla fine. Dell'altro vaso, che era di miele sappi che ti è stato dato perché, come il miele è curativo ed entra in molti farmaci, così sarà la medicina del tuo popolo sino all’ultimo giorno. E ti donò un altro vaso, quello dell’acqua perché, come l’acqua purifica ed elimina le lordure più di qualunque altra cosa, così fino al giorno del giudizio questo terrà mondo e puro il tuo popolo, sopra tutti gli altri che furono, che sono e che in futuro seguiranno. Quanto al vaso di vino, che induce l’uomo alla follia e lo incita all’immoralità, io ti dico che Dio, avendo tu rifiutato quel vaso ed essendoti astenuto dal berlo, allontanerà da te e dal tuo popolo ogni stoltezza e turpitudine. E in verità, sia a te che al tuo popolo il vino sarà sempre proibito, tranne quello che insieme berrete nella gloria del Paradiso’.

§ 132. La chiusa d'acqua chiara.

Capitolo: LIII

Avete udito come Gabriele spiegò a me, Maometto, profeta e nunzio di Dio, il significato dei suddetti quattro vasi; e dopo mi prese per mano e conducendomi ad un Paradiso inferiore mi mostrò un’acqua che era più limpida e più chiara d’ogni altra acqua, e abbastanza più dolce del miele. Di traverso [22] su quell’acqua era posta una chiusa tutta di cristallo lunga settantamila leghe e larga quanto un uomo in una pianura può spingere lontano lo sguardo. E sopra di essa c’erano tanti calici d’oro e d’argento quante sono le nuvole in un cielo quando più è pieno di nubi.

§ 133. A chi è destinata l'acqua chiara della chiusa.

E io chiesi a Gabriele che cosa fosse. E lui mi rispose dicendo che era una chiusa che Dio mi aveva donato e mi aveva conferito più onore che a ogni altro profeta. E inoltre mi disse: ‘Sappi che è ben fortunato colui che beve l’acqua di questa chiusa; perché nessuno potrà berne tanta da disgustarsene o da aver voglia di rigettarla. E quelli del Paradiso desiderano bere quest’acqua più di tutte le altre che in esso si trovano. Ma nessuno ne beve se non quelli che in te, Maometto, credono e che non ti abbandonano per nessun altro profeta che sia stato o che in futuro verrà’.

§ 134. Gabriele annunzia a Maometto il volere del Signore
           che egli visiti l'inferno.

Ed ancora così mi disse: ‘Sappi, Maometto, che nostro Signore ti ama tanto da volere che io ti mostri le immagini di tutte le genti, di quelle che vivono e di quelle che hanno già lasciato il mondo. E vuole che tu veda in che modo è fatto l’inferno e quali cose vi sono in esso. E dopo questo vedrai anche quali sono le pene e i tormenti vi soffrono gli infedeli; e vuole che tu veda le cose in modo da mostrarle e raccontarle al tuo popolo, affinché sappia chi andrà ai supplizi infernali e chi no. E vuole anche che tu dica ai tuoi di fare ciò che comanderai loro di fare’. E infine, finito tutto questo e ringraziato Gabriele, lo pregai di mostrarmi quel che mi aveva annunziato.

§ 135. La costruzione dell'inferno ed il pesce che la sostiene.

Capitolo: LIV

Avendo io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, chiesto a Gabriele di mostrarmi le cose suddette, prendendomi per mano lui incominciò a narrare così: ‘Sappi, Maometto, che sotto questa terra, dove stanno le genti, c’è un’altra gente tutta di fuoco, e di fuoco sono le genti che in essa si trovano. E in essa c’è anche un mare di fuoco, con pesci di fuoco. E vicino a quella terra ve n’è un’altra di fuoco, con un altro mare; e tutte le genti e tutti i pesci che vi si trovano sono di fuoco. E così vi sono sette terre, una appresso all’altra; e in ogni terra c’è un mare di fuoco; e tutte queste terre e questi mari, e le genti e i pesci che vi si trovano, sono tutti di fuoco. E tutte le creature che vi stanno, di qualsiasi specie esse siano, sono di fuoco’. Ed io interrogai Gabriele pregandolo di dirmi che cosa ci fosse sotto quelle terre. E lui mi rispose dicendo che sotto c’era una pietra, che sosteneva quelle terre; e sotto la pietra c’era un pesce che reggeva la pietra stessa. Questo pesce tiene testa e coda congiunti a forma di cerchio. E poi gli chiesi che cosa ci fosse sotto quel pesce. Lui mi rispose che sotto quel pesce non c’era null’altro che l’oscurità delle tenebre, e che oltre nessuno sa cosa ci sia, se non Dio stesso.

§ 136. La terra e l'Angelo che sul dorso d'un pesce la sostiene.

Dopo questo gli chiesi ancora di dirmi che cosa sostenesse la terra su cui eravamo. E lui mi rispose che si sosteneva per mandato divino. Ed io dissi: ‘E com’è questo mandato?’. E lui disse: ‘È una domanda precisa. Sappi che il mandato consiste in questo: un angelo tiene nel suo palmo una certa pietra verde. E quest’angelo sta ritto in piedi sul dorso di un pesce così grande e così forte da sostenere sopra di sé tutte le cose che sono sotto il cielo. E ancora ti dico, che Dio creò questa terra per se stessa, poiché non è congiunta a nessun’altra, e ha nome Arauka, cioè a dire ‘terra a sé stante’.

§ 137. Il vento distruggitore del popolo di Ād.

’Proprio sotto questa terra Dio mise un vento che in arabo ha nome « arre alakim », che significa: ‘vento sterile’. Ed ha tale nome perché è duro e crudele ed anche senza alcuna pietà, come una femmina sterile, che non genera e che non ha la pietà che hanno le altre donne. E poiché quel vento è così duro e crudele, Dio lo fa tenere imbrigliato con mille freni di ferro; ed a reggere ognuno di essi collocò mille angeli. Con questo vento Dio abbatté Dathan e Abiron e tutte le loro genti; e un’altra volta sterminò un altro popolo chiamato Hade perché non aveva voluto credere ai suoi nunzi. Per questo Dio ordinò al tesoriere di tale vento di aprire un po’ la porta verso quel popolo. Allora il tesoriere chiese: ‘Devo aprirne uno spiraglio ampio quanto le narici di un bue?’, E Dio gli rispose di aprirla quel tanto che sarebbe bastato a distruggere l’intero mondo: ‘Ma aprila per lo spessore del dito di un piccolo bimbo!’ E il tesoriere facendo ciò, lasciò uscire il vento per sette giorni e sette notti contro quel popolo, e lo sterminò tutto. Con questo vento Dio distruggerà, un poco prima del giorno del giudizio, tutte le montagne, tutti i castelli e le le città e gli edifici costruiti sopra la terra, così che niente rimarrà, come Lui stesso disse nel Corano ed anche mi annunziò: ‘Se qualcuno ti chiedesse che sarà delle montagne nel giorno del giudizio, gli risponderai che io le sradicherò dalle loro radici e le spianerò, sì che sopra la terra non ci sarà nessun luogo che sia più alto di un altro’.

§ 138. Il vento distruggitore tormenta i dannati.

Dopo che mi disse queste cose, Gabriele mi disse ancora che con quel vento Dio farà torturare i peccatori nell’inferno, scorticandoli tutti; e poi la fiamma del fuoco li brucerà. E tanto duramente subiranno tormento che nessuno c'è che potrebbe descriverlo.

§ 139. La seconda terra dell'inferno ed i suoi scorpioni.

Capitolo: LV

Voi avete già udito come Gabriele mi narrò quel che si trova nella prima delle sette Terre anzidette, e come fossero tutte di fuoco, e anche i mari, le genti, i pesci e tutte le altre creature. Ora vi dirò della seconda, come lui me la mostrò. Sappiate che questa Terra ha nome « Halgelada », ed è assai vasta. In essa Dio pose degli scorpioni infernali, grandi come muli; e le loro code sono lunghe come un’asta di lancia o ancor di più; e in ciascuna coda ci sono trecentosessanta nodi, ed in ogni nodo ha trecentosessanta corni, in ognuno dei quali ci sono trecentosessanta vasi, che son tutti colmi di veleno. E tale veleno è così potente che se si ponesse uno soltanto di quei vasi nel mondo, sia gli alberi che le acque, e le genti, e le bestie e tutte le altre cose che vi dimorano sarebbero distrutte per il grandissimo fetore che ne esce, e per l'orrore che incute.

§ 140. Come gli scorpioni tormentano i dannati.

A questi scorpioni Dio diede potestà sopra i peccatori dell’inferno: infatti, quando essi li trovano, li prendono per i capelli e li scuoiano dalla testa ai piedi, per cui quelli restano a tal punto stupefatti che un uomo non potrebbe capire se sian morti o vivi. E dopo averli così scuoiati vi spandono sopra il veleno di uno dei vasi predetti. E quel veleno è così potente che seziona il corpo mettendo da una parte la carne, da un'altra le ossa, da un’altra ancora i nervi, e in tal modo totalmente li annienta. Ma Dio li ricompone facendoli tornare com’erano prima, affinché siano torturati più di nuovo e di più.

§ 141. La terza terra dell'inferno e le fiere « catas ».

Capitolo: LVI

Dopo che Gabriele mi ebbe riferito della seconda Terra, come avete già inteso, mi parlò anche della terza, che è chiamata « Area ». Dio riempì questa Terra di bestie infernali di nome catas, grandi come grandi montagne; ed essendo fatte tutte di terra frammista a fuoco, sono orribili, e più nere di una notte molto oscura. E sono tutte circondate di tenebre, più oscure di una notte molto oscura. E ognuna di quelle bestie ha in sé un veleno così forte che profondamente brucia, più di quanto non faccia il grande fuoco dell’inferno.

§ 142. Come le fiere « catas » tormentano i dannati.

E quando Dio comanda a tali bestie di torturare i peccatori, subito queste li ghermiscono e li gettano a terra sotto di sé crudelmente, e poi aprendo la bocca scagliano sopra di essi il veleno, così da liquefarli, come fonde la cera innanzi al fuoco. Questa è la pena maggiore per i peccatori, e la più dura fra tutte le altre che essi videro per prime nell'inferno o delle quali sentirono parlare.

§ 143. La quarta terra dell'inferno ed i suoi serpenti.

Capitolo: LVII

Avete già udito della terza Terra. Adesso vi dirò della quarta, il cui nome è « Alhurba ». E dovete sapere che Dio l’ha popolata di serpenti infernali, così grandi e grossi che nessuno potrebbe ridirlo. Ognuno di tali serpenti ha nella bocca diciottomila denti, ciascuno dei quali è grande come una di quelle piante che hanno nome palme, le più alte che si possa trovare nel mondo. Ed ancora: le radici d’ogni dente hanno settantamila vasi, tutti pieni di un veleno così forte e ardente che infiamma il fuoco infernale. E ancora vi dico che se Dio ordinasse ad uno di quei serpenti di colpire il monte più grande del mondo con un unico dente, tutto lo distruggerebbe e lo ridurrebbe in cenere, tanta sono potenti il suo veleno e le sue forze. Ed essi sono più neri e spaventosi a vedersi di ogni cosa che possa raccontare la bocca umana.

§ 144. Come i serpenti tormentano i dannati.

E quando trovano dei peccatori, prima li addentano e poi vi spandono sopra un po’ di veleno; e subito quel veleno li disfa e frantuma le loro membra e le loro giunture, dalla testa fino alle unghie dei piedi. E la pena minore che quei serpenti infliggono ai peccatori è più forte e più dura per loro della più grande di tutto l’inferno, al punto che desidererebbero morire mille e più volte al giorno, se non fosse che Dio non lo consente, per farli soffrire di più.

§ 145. La quinta terra dell'inferno e le pietre di solfo.

Capitolo: LVIII

Io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, vi ho narrato della quarta Terra. Ora voglio dirvi della quinta, che è chiamata « Malca », secondo quel che mi riferì Gabriele. Sappiate che Dio pose in questa Terra delle pietre sulfuree dell’inferno, colle quali la riempì tutta. Queste sono le pietre che Dio preparò per tormentare i peccatori che stanno all’inferno. Esse assomigliano allo zolfo vermiglio, e sono anche altrettanto splendenti, eccetto che per la grandezza: la più piccola di queste pietre è settantamila volte più grande della più grande montagna dell’intero mondo.

§ 146. Come i dannati sono tormentati con le pietre di solfo.

Sono infatti queste le pietre di cui parla Dio nel Corano [23] quando dice: ‘Noi preparammo nell’inferno delle pietre per ardere e tormentare i peccatori’, perché è senza dubbio così, che quando gli angeli infernali legano una di queste pietre al collo di un peccatore, e poi lo portano nel fuoco dell’inferno. E quando è nell’inferno, subito accostano il fuoco alla pietra, che immediatamente si incendia, così ché pietra e peccatore formano un'unica fiamma. E quella fiamma s’innalza sopra il peccatore a un’altezza che nessuno potrebbe concepire. E questo è ciò che Dio disse nel Corano: ‘Le facce dei peccatori saranno coperte dal fuoco’. E disse ancora: ‘Chi sono quelli che non avranno paura quando il Signore applicherà dei tormenti sopra i loro volti, dopo il giorno del giudizio, all’inferno?’. L’uomo deve dunque guardarsi attentamente dall’agire contro legge; e similmente deve temere molto le pene anzidette, come le pietre sulfuree, e i serpenti, e le bestie, e gli scorpioni e il vento sterile, perché tutte queste pene sono una sull’altra, come disse Dio nel Corano: ‘Noi aggiungemmo pena su pena per i peccatori nell’inferno, affinché fossero tormentati più duramente’.

§ 147. La sesta terra dell'inferno e il libro dei peccati.

Capitolo: LIX

Vi dirò come è fatta la sesta Terra, che ha nome « Zahikika » secondo quel che mi mostrò Gabriele. In questa Terra Dio pose i libri e le carte di tutti i peccati commessi dagli uomini fino al giorno del giudizio. Lì infatti stanno scritti tutti i loro nomi, e i peccati di ognuno e il come e il dove e il perché, come Dio dice nel Corano, là dove afferma: ‘Bada, peccatore, ché in Zahikika c’è il libro del tuo danno’; perché senza dubbio per questo libro saranno accusati e condannati i peccatori nel gran giorno del giudizio.

§ 148. Il mare delle acque orribili nel sesto inferno.

E ancora vi dico che in quella Terra vi sono mari d’acque amarissime, che in arabo hanno nome « Halmochale », ossia ‘ripugnanti’. E senza dubbio sono più ripugnanti di qualunque altra cosa. Persino le bestie dell’inferno ne provano ribrezzo. Ed io, Maometto, giuro per quel Dio, che ha in suo potere la mia anima, che quell’acqua è così amara e così calda che se qualcuno vi immergesse una pietra durissima e grande come il più gran monte del mondo, subito la ridurrebbe in niente. E in quest’acqua i peccatori per ordine divino si bagnano. E poi ne bevono e, quando ne hanno bevuto, subito si disfa e si annienta quel che hanno nei loro corpi.

§ 149. La settima terra dell'inferno e Satana legato.

Capitolo: LX

Avete udito della sesta Terra. Ed ora, come Gabriele mi ha narrato, vi dirò della settima, che ha nome « Hagib », che significa: ‘mirabile’, perché senza dubbio essa è così. Sappiate che in questa terra c’è la sede e l’abitazione del demonio e il suo regno. E lì inoltre si trovano le sue milizie e le sue genti. E nel suo regno il diavolo vive legato. Infatti, fin dal momento in cui disubbidì a Dio, gli angeli buoni precipitarono lui e i suoi giù dal cielo; e poi lo presero e lo legarono con catene di ferro, una mano davanti e l’altra dietro; e in modo simile i piedi. E così lui si trova legato nella settima terra. Ma è così grande che, stando nel luogo in cui si trova, tocca col capo questa Terra in cui ora siamo; e con le due corna sbuca al di sopra di essa. E verrà anche il tempo in cui sarà slegato e inviato nel mondo. Allora molti altri demoni verranno con lui, e lui porterà con sé tutta la superbia e il furore dell’inferno, insieme alle anime peccatrici degli infedeli. Sono anche questi il suo esercito, e la gente che di notte e di giorno lo vigila, e dimora intorno a lui.

§ 150. La dimora di Satana nel settimo inferno.

E ancora vi dico che nel mezzo di questa settima Terra vi è un separatore di tenebre, fatto in modo tale che nessuno può avvicinarsi al demonio se prima non ha superato tali tenebre. E dopo queste tenebre vi è un castello in cui si trova il seggio del demonio. E i fossati che circondano il castello son tutti pieni di veleno di molte specie diverse; e i muri, le torri, le fortificazioni e tutti gli edifici del castello sono di fuoco molto nero, che arde incessantemente in se stesso. E su un lato del castello vi è una porta che immette attareverso la quale un uomo può andare al grande inferno. E sull’altro vi è un’altra porta che si apre su un vento chiamato « Azaukaril »: io domandai a Gabriele che cosa ci fosse sotto i luoghi predetti. E lui mi rispose che vi erano aria e tenebre. E che dopo di quelle nessuno conosce che cosa vi sia, se non Dio che tutto fece e creò.

§ 151. Gabriele spiega a Maometto come avverrà la fine del mondo.

Capitolo: LXI

Dopo che Gabriele tutte le cose che ho raccontato prima ebbe narrato a me, Maometto, profeta e nunzio di Dio, io lo pregai di dirmi che cosa farà Dio del mondo e di quanti vi si troveranno, quando sarà prossimo il giorno del giudizio: se egli distruggerà e ucciderà tutte le genti, oppure se le abbandonerà perché rimangano. E Gabriele mi rispose dicendo: ‘Sappi, Maometto, che quando Dio vorrà separare questo mondo dall’altro, comanderà che sia aperto un pozzo che è nei pressi dell’inferno, tutto pieno di un fuoco di nome Alfalak. Quel fuoco così forte e ardente che distruggerà facilmente persino il fuoco dell’inferno come questo nostro fuoco incendia la bambagia durante la lavorazione con l'arcolaio. E quando questo fuoco predetto giungerà al grande mare che circonda [24] tutto l’inferno, ed alle altre cose che vi si trovano e di cui vi ho parlato, disseccherà tutto, al punto che sembrerà che in quel mare non vi sia mai stata acqua. E il grande mare suddetto è quello che separa l’inferno dalle altre sette terre di cui avete udito prima. E il fuoco Alfalak, quando raggiungerà queste sette terre, le brucerà tutte, e le renderà rosse e ardenti come carboni accesi. E tutte queste cose così rapidamente le brucerà come il chiudere e l'aprire degli occhi. Allora infatti tutti i serpenti dell’inferno, e le pietre di cui vi ho già detto, ed anche le bestie catas, e il vento sterile e tutte le altre cose che là si trovano, saranno angosciati da questo fuoco, come un pesce è angosciato quando vivo è gettato in un gran fuoco’.

§ 152. Gabriele spiega a Maometto la prima creazione delle sette terre.

Capitolo: LXII

Sebbene io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, avessi già chiesto a Gabriele, molte cose e ad ognuna aveva dato risposta, nondimeno gli domandai di dirmi se le sette terre suddette furono popolate quando Dio le creò, o se lo furono in seguito col passare del tempo. E lui mi rispose dicendo: ‘Sappi, Maometto, che dopo che Dio creò queste sette terre, non le stabilì in un luogo preciso, ma stavano sopra un mare, come se fossero navi. E andavano talvolta a destra e tal’altra a sinistra; oppure verso oriente o verso occidente; e nel frattempo si espandevano o si restringevano, quasi fossero tessuti. E in tal modo erano inquiete, non essendo fisse in alcun luogo’ [25].

§ 153. Il Signore supplicato dagli Angeli,
           ferma le sette terre e le fa sostenere.

E quando gli angeli videro questo, andarono davanti a Dio e, gettandosi bocconi, a lungo restarono così in preghiera; poi gli dissero: ‘Signore, noi sappiamo bene che tu hai creato il mondo solo per popolarlo di creature che ti onorino, così come hai noi in cielo. Dunque ti preghiamo, Signore, di dare uno sguardo a quelle sette terre, che vanno vagando, ora qua, ora là, quasi giocando sul mare, come se fossero navi, e che tu faccia in modo, con la tua sublime pietà, che esse non debbano affaticarsi più in tal modo’. E Dio, esaudendo la loro preghiera, subito ordinò a uno degli otto angeli che reggono il suo trono di scendere al di sotto delle predette sette terre e di sostenerle. E l’angelo, al comando di Dio, subito scese, e stendendo le sue braccia insieme alle mani afferrò quelle terre e se le pose sulle spalle. E così le tiene ferme. E poiché l’angelo in verità non aveva dove poggiare i piedi, Dio gli donò una bellissima pietra tutta verde e quadrata su cui appoggiare i piedi. E poiché non c’era nulla che sostenesse la pietra, Dio inviò un bove delle terre del Paradiso perché quella pietra reggesse sulla groppa. E il bue, subito ubbidendo all’ordine di Dio, la sostenne come gli aveva comandato; e poiché non aveva dove poggiar le zampe, Dio gli donò un pesce grandissimo sul quale porli tutti e tutto sostenesse.

§ 154. Il bue Behamot ed il pesce Leviathan che sostengono le sette terre.

Ed ora ti racconterò la grandezza del bue e del pesce predetti. Sappi che da un corno all’altro del bue c’è una distanza pari a cinquecento anni di cammino. Ed altrettanta dalle corna alle spalle; e dalle spalle all’attaccatura della coda altrettanta; ed altrettanta dall’attaccatura all’estremità della coda, come anche da lì fino agli zoccoli. E tutto è ordinato in modo che l’angelo regge le terre, la pietra regge l’angelo, il bue la pietra, e il pesce è così grande da sostenere il bue. E tale pesce si chiama « Leviazan » e sta sul gran mare che regge tutto. Il bue di cui ti ho parlato non è mai stanco, e le sue forze non diminuiscono, ma anzi crescono di continuo, e per questo è in grado di reggere tutto. E c’è ancora una cosa che riguarda questo bue: che tutte le acque che corrono per il mondo, come quelle che piovono dal cielo, gli entrano per le narici e discendono fino al suo ventre. Ma nonostante questo il suo ventre non si riempie mai, né sarà pieno fino al giorno del giudizio. E poi sappi che l’angelo, la pietra, il bue e il pesce anzidetti hanno una grandissima paura del catastrofico terremoto che ci sarà poco prima della fine del mondo.

§ 155. I quattordici mari e la funzione dell'Oceano.

Capitolo: LXIII

E dopo che Gabriele mi ebbe riferito tutto quel che più sopra è narrato, con molta dolcezza io gli chiesi ancora di dirmi che forza e che potenza avranno una per una le cose predette nel giorno del giudizio. E lui rispondendo mi disse: ‘Sappi, Maometto, che Dio diede grande potere a ciascuna di tutte le cose di cui sopra ti ho detto. Ma tutto questo è nulla rispetto alla potenza che tenne per sé. Ed ora ti dico inoltre che ciascuna delle sette terre auddette ha per sé un mare. Mentre la Terra su cui ci troviamo ne ha sette. E così i mari sono quattordici. E oltre a questi mari ce n’è un altro grandissimo, davanti alla bocca dell’inferno, che è detto mare dei mari. E se non ci fosse, l’inferno brucerebbe tutto il mondo’.

§ 156. L'atmosfera al di sopra dell'inferno.

Dopo tutto questo, chiesi a Gabriele cosa ci fosse sotto l’inferno. E lui mi rispose che lì c'erano tenebre e un vento fortissimo, ma veramente nessuno sa per quanto in lunghezza e in larghezza questi due elementi si estendano. Si può solo sapere che tutto ciò è posto su di un luogo chiamato Zare. E in quanto a quello che si trova oltre tale luogo, nessun senso umano può giungere a percepirlo, se non Dio solo, che fece ogni cosa, come Lui stesso si esprime nel Corano, dove dice: ‘Dio è il Signore di tutti i cieli e delle terre e di tutto ciò che si trova nel mezzo, e allo stesso modo di quello che c’è sopra lo Zare’.

§ 157. La terra, il pesce che la sostiene ed il monte al-Qāf.

E sappi che la Terra nella quale noi siamo è situata e distesa sui lombi di un pesce; e da ogni parte è unita a un gran monte che è nominato Kaf e che la racchiude e la circonda totalmente. E questa Terra ha uno spessore di cinquecento anni di cammino.

§ 158. Le dimensioni delle sette terre.

Capitolo: LXIV

Quando Gabriele mi ebbe detto qual era lo spessore della Terra in cui siamo, lo pregai di non inquietarsi per le domande che ancora intendevo rivolgergli. E lui rispose di non essere infastidito, e che domandassi pure senza timore. Allora io l’interrogai, pregandolo di dirmi le dimensioni di ognuna delle sette terre di cui più sopra avete udito. Al che lui rispose dicendo: ‘Sappi, Maometto, che ognuna delle sette terre di cui domandi ha una lunghezza di mille anni di cammino, e una larghezza pari a questa; il loro spessore è invece di cinquecento anni di cammino.

§ 159. L'atmosfera Halmange e gli uccelli punitori.

‘E fra queste sette terre e quella in cui siamo, c’è un'altra cosa, e ha nome « Halmange », che significa: ‘aria’. E questa cosa che ha nome Halmange ha uno spessore pari al cammino che un uomo può fare in 500 anni. E fra Halmange e il primo cielo c’è una distanza di duecentoventi anni di cammino. E sappi che in questa atmosfera detta Halmange Dio creò degli uccelli grandissimi, che hanno il dorso e il capo tutti neri, mentre hanno il becco giallo e il ventre e il petto bianchi. Sono gli uccelli che portarono quelle pietre sulfuree da cui furono arse Sodoma e Gomorra. E ognuno di loro porta nel becco tre di quelle pietre, su ognuna delle quali sta scritto: ‘Colui che disobbedisce a Dio sarà condannato, e colui che gli è obbediente sarà salvo’.

§ 160. La lealtà e le sue lodi.

Capitolo: LXV

Dopo le cose che più sopra vengono narrate, Gabriele disse a me Maometto, profeta e nunzio di Dio, quel che dovevo dire e ancora in qual modo spiegare alle genti come Dio avesse creato la probità [26]. E dopo averla creata, la presentò a tutti i cieli e a tutte le terre e anche ai sassi, alle pietre, alle montagne e ai colli e alle vallate dicendo loro: ‘Io ho creato la probità, che è cosa preziosissima; ed io ve l’affido in custodia, col patto che se la custodirete con cura ve ne renderò merito; se invece la trascurerete, sappiate che vi punirò duramente. Sappiatelo bene’. E quelli, udendo ciò, a tali condizioni non vollero accoglierla. E Dio, vedendo che le cose, come s’è detto sopra non volevano accogliere la probità, allora la donò ad Adamo affinché la custodisse per sé e per i propri eredi. E Adamo l’accettò e promise di custodirla per sé e per i suoi. E sappiate che la maggiore probità consiste nella conoscenza che l’uomo ha di se stesso. Perché chi conosce se stesso conosce bene anche ogni altra cosa. E ancora vi dico che la probità sta sempre davanti a Dio, così come i cieli e le terre; e, come il più piccolo granellino di senape sembra piccolo sul palmo di una mano enorme, o come una coppa sembra piccola su una grande mensa, così rispetto alla cattedra di Dio sembrano piccoli i cieli e le terre. E ora la probità è più grande del trono stesso, perché per suo mezzo l’uomo conosce ogni cosa. E proprio perché Dio ha creato così grande la probità che viene lodato da tutti gli uomini e da tutte le donne, e dagli uccelli, dalle bestie, dai pesci e in generale da tutte le creature

§ 161. Le rane lodano la lealtà.

Ma le rane sono quelle che lo lodano dieci volte di più degli altri animali. E non cesseranno di lodarlo fino al giorno del giudizio. E quando verrà quel giorno, Dio comanderà loro di farsi terra e convertirsi in polvere, e quelle così subito si muteranno in terra e in polvere.

§ 162. Gabriele spiega a Maometto come gli uomini
          si riuniranno il giorno del Giudizio.

Capitolo: LXVI

Quando Gabriele mi ebbe rivelato quel che sopra si narra, subito provai una grande meraviglia, e ancora gli chiesi con molta cortesia di dirmi come sarà il giorno del giudizio, quando verrà, e in che modo saranno adunate le genti per udire il giudizio e conoscerlo. E lui mi rispose dicendo: ‘Sappi, Maometto, che nel giorno del gran giudizio tutte le genti si raduneranno, sia gli uomini che le donne; e verranno nudi e scalzi, come vennero al mondo il giorno della loro nascita. E tutti saranno in età di trent’anni’.

§ 163. Perché nel giorno del Giudizio non si avrà
           più vergogna della propria nudità.

Allora io l’interrogai ancora, dicendo: ‘Gabriele, non si vergogneranno, vedendosi così nudi?’. E lui rispose: ‘No, perché ognuno di loro sarà tanto occupato sia a guardare se stesso che i propri peccati, che non si curerà quasi degli altri. E infatti, tralasciando questo, guarderanno sempre verso il cielo, per vedere Dio che verrà a portare il giudizio. Essi avranno un’emozione così grande di vederlo, e una così grande angustia, che suderanno tutti, perché riconosceranno di aver commesso molti peccati. E qualcuno di loro suderà fino alle anche, altri fino ai ginocchi, altri fino ai piedi.

§ 164. Come il Signore verrà al Giudizio.

‘E quando Dio vedrà la loro ansia e la loro angoscia, allora, mosso da pietà, comanderà agli angeli che portano il suo trono di prenderlo e di posarlo su una Terra che sarà tutta più bianca dell’argento purissimo. In quella Terra non fu mai sparso sangue, né commesso peccato. E lì Dio si manifesterà a tutto il mondo, e quello sarà il primo giorno in cui occhi umani cominceranno a vededo’.

§ 165. Gabriele spiega a Maometto come il Signore giudicherà.

Capitolo: LXVII

E dopo che Gabriele mi ebbe spiegato le cose che ho detto sopra, lo pregai ancora di narrarmi in che modo Dio giudicherà le genti. E lui mi rispose in questo modo: ‘Sappi, Maometto, che quando Dio siederà sul suo trono, posto dagli angeli sulla Terra bianca anzidetta, e tutte le genti saranno al suo cospetto, convenute per il giudizio, Lui farà chiamare ogni uomo per nome, affinché tutto il mondo lo veda e lo ascolti. E farà venire davanti a sè colui che è stato chiamato, coll'elenco di tutte le azione buone e cattive che avrà compiuto in vita. E poi lo farà leggere pubblicamente davanti a tutti. E dopo Dio dirà: ‘C’è qualcuno di voi che ha da lamentarsi di costui?’. E allora si faranno avanti tutti coloro che avranno lagnanze da raccontare. E Dio valuterà il bene e il male compiuti da costui; e se giudicherà che tanto di bene fece quanto di male, Dio darà in possesso e attribuirà il bene a coloro ai quali avrà fatto del male, e quegli, da tale male, sarà sciolto e liberato. E se avrà fatto più bene che male, il bene d’avanzo rimarrà a lui e andrà a suo profitto. Se invece avrà fatto più male che bene, sarà iscritto fra quelli che dovranno andare alle pene del fuoco infernale. In quel giorno non sarà possibile nessuna redenzione a prezzo d’oro o d’argento, ma solo quella delle buone azioni che saranno compensate dalle azioni cattive che ognuno avrà fatto, pur non dovendo, agli altri e a se stesso. E lì tutti i segreti della Terra saranno svelati, niente rimarrà nascosto dei peccati che uno avrà commesso nei confronti di un altro. Infatti ognuno accuserà l’altro per ciò che saprà; e se per caso qualcuno avrà compiuto verso se stesso un peccato non conosciuto da altri e di cui non sia accusato, allora le sue stesse membra lo accuseranno, come Dio si esprime nel Corano quando dice: ‘Quell’ultimo giorno sarà prodigioso, perché gli occhi, le mani, i piedi e tutte le membra testimonieranno contro i peccatori’. E se quelli che si lagneranno degli altri non potranno aver soddisfazione del male sofferto, non essendo sufficiente il bene ricevuto dai loro debitori, si riterranno appagati da ciò che Dio dirà loro: ‘Non turbatevi, perché ciò che manca ve lo integrerò tutto con la mia grazia, e vi rifonderò con essa’. E ai debitori dirà: ‘Poiché non avete di che pagare il debito, e poiché non rimane in voi del bene ma siete gravati dalla mole dei peccati, ecco, vi do per madre un fuoco perpetuo’. E tutto ciò Dio compirà in un lampo, poiché è fulmineo e attento nel suo computo e giudizio. Tutto sarà portato a fine in un istante, e dopo non ci sarà nessuno che avrà da lagnarsi di un altro. Quel giorno non ci sarà nessun angelo, né profeta, né martire, né santo che non tremerà atterrito dal timore di Dio, vedendo Dio investigare sollecito e attento, e giudicare con tanta potenza e giustizia’.

§ 166. Gabriele spiega a Maometto ls costruzione del mondo.

Capitolo: LXVIII

Terminato il racconto di tutte le cose, che ho riportato in precedenza, fatto a me da Gabriele, di nuovo lo pregai di tollerarmi per le cose che gli avevo chiesto e per quello che ancora volevo chiedergli. Mi rispose di non essere infastidito e che gli domandassi ciò che volevo. Allora io lo pregai di spiegarmi se i cieli e le terre e le altre cose anzidette erano unite insieme, o se erano separate in modo tale che l’una non toccasse l’altra. E lui mi rispose che volentieri mi avrebbe risposto, ma che la risposta era assai dura e difficile da capire, perché occorreva ripetere cose già dette, e inoltre aggiungere altre cose così difficili ed oscure che nessuno le potrebbe comprendere, se non fosse ricolmo di grazia divina. E dopo avermi detto ciò, prese a narrare: ‘Maometto, tu sai bene, come già ti dissi, che Dio creò tutte le sette terre di cui sopra s’è detto, e comandò ad un angelo di nome Arzaniel, che si trova sotto la settima Terra, di sostenerle sulle sue spalle. È costui infatti uno degli angeli spirituali, e un compagno dell’angelo della morte. Ha una statura pari a cinquecento anni di cammino. E sta a cavallo del bue già detto, che ha nome Behamut. E questo bue è straordinariamente grande, e sta su una pietra verde, come in precedenza ti ho detto. Sopra tale pietra è posta una parte di quel grandissimo monte che è chiamato Kaf; e l’altra parte è di sotto; e sotto tale pietra ci sono aria e tenebre. E quelle tenebre si estendono fino all’acqua che si trova lì sotto. Fra l’acqua e le tenebre c’è quel pesce grandissimo che sostiene ogni cosa, e di cui si è narrato in precedenza. Ed intorno a quel pesce c’è il gran vento sterile come t’ho detto. E ti ho già parlato del monte grandissimo di nome Zare che ha un’orbita divisa in sette parti che si tengono per se stesse separate dalle altre terre. E ognuna di queste sette parti dista dalle altre terre cinquecento anni di cammino, ma è Kaf, il monte grandissimo, a racchiudere e circondare ogni cosa’.

§ 167. Gli esseri che vivono al di là dell'al-Qāf.

Capitolo: LXIX

Tutte queste cose, che Gabriele narrò a me, Maometto, nunzio e profeta di Dio, io le intesi con perfetta chiarezza. E poi gli chiesi se oltre il monte Kaf ci fossero uomini o no. E lui mi rispose che nell’aria c’erano creature viventi, fatte come uomini. Allora io gli domandai che specie di uomini fossero. E lui mi rispose che nessuno lo sapeva tranne Dio che aveva dato loro forma.

§ 168. Il gallo celeste si sostiene sull'al-Qāf.

E dopo domandai ancora cosa ci fosse tra il cielo dove si trova il trono di Dio e l’altro che sta direttamente sotto. E lui mi rispose che lì si trovava il gallo di Dio, di cui avete già udito in precedenza, che era così grande che teneva la sua cresta nel cielo del trono anzidetto, e le zampe nella più bassa delle terre. Ed io gli chiesi ancora che Terra fosse quella e mi rispose che era Kaf, della cui esistenza mi aveva già parlato.

§ 169. I rami dell'al-Qāf. sostengono i cieli.

E inoltre mi disse che da Kaf escono diciassette rami, come i rami d’un albero. E tali rami si protendono in alto verso i cieli e sono tanto lunghi che penetrano tutti i cieli fino all’ottavo, per cui tutti i cieli si sostengono su quei rami, in modo tale che uno non tocca l’altro. E grazie a questi rami, che così sostengono il cielo, vi è un così grande spazio fra un cielo e l’altro, come è stato detto più sopra.

§ 170. I sostegni del mondo sino al Behemot ed al Leviathan.

E oltre questo grandissimo monte di nome Kaf, ci sono sette mari che circondano ogni cosa. La bocca dell’inferno si apre al centro della settima Terra, come un grande pozzo. E tutte queste cose si sostengono sulle spalle del suddetto angelo, che tiene i piedi sul dorso di quel grandissimo pesce di cui avete già udito; e che sostiene la pietra, il bue ed ogni cosa anzidetta.

§ 171. I mari di fuoco alla bocca dell'inferno.

Intorno alla bocca dell’inferno ci sono sette mari di fuoco infernale, che arde in modo mirabile. E questi mari si uniscono per formare un mare grandissimo, in cui Dio fa immergere e purificare le anime dei peccatori che si allontanano da Lui, e lo rinnegano mentre sono in vita; e li farà torturare così fino al giorno del giudizio. Dopodiché li giudicherà secondo i meriti.

§ 172. Il ponte al- Şirāt ed il Mawğ al-makfūf.

E quando arriverà il giorno del giudizio, Dio leverà l’inferno in alto, così che sia visto da tutti, e similmente il Paradiso, che starà sopra di quello. E sull’inferno ci sarà un ponte, che è detto Azirat, di cui vi parlerò in seguito. Qui dico soltanto che ha una lunghezza di cinquecento anni di cammino. E nei pressi di questo ponte vi è un luogo chiamato Marge Halmacfuf, che significa: ‘mare occulto’ [27]. E questo mare è lungo cinquecento anni di cammino, e largo altrettanto. Ed esso si trova fra la Terra dove siamo e la prima delle sette Terre di cui in precedenza sì è detto.

§ 173. Distanze e dimensioni dei prati inclusi nelle sette terre.

Presso quel mare ce n’è un altro che si trova tra la prima Terra e la seconda, che sta sotto di essa, e si estende per XXX [28] anni di cammino. E fra la seconda Terra e la terza, che sta sotto di essa, c’è un altro mare che ha un’estensione di XXX [29] anni di cammino. E altrettanta ne ha ognuno degli altri mari, che sono fra una Terra e l’altra, fino alla settima e ultima Terra, che fa parte a sé stante. Ed ognuna di queste sette terre ha uno spessore di CCL anni di cammino.

§ 174. Gabriele spiega a Maometto come il Signore alla creazione ripartì
           la sua grazia tra gli Angeli e gli uomini e gli altri esseri viventi.

Capitolo: LXX

Dopo che Gabriele mi ebbe narrato le cose che sopra sono riferite, continuò dicendomi molto amichevolmente: ‘Ah, Maometto, se tu sapessi in che modo Dio ha diviso i suoi doni fra le creature, già subito te ne rallegreresti’. Allora io lo pregai dolcemente di raccontarmelo. Ed egli rispondendomi disse che lo avrebbe fatto volentieri. E subito cominciò a narrare così: ‘Sappi, Maometto, che quando Dio creò cieli e terre, divise fra i cieli la sua grazia in questo modo: naturalmente ne fece dieci parti, di cui ne diede nove agli angeli dell’ottavo cielo, dove sta il suo trono. E della parte residua ne fece altre dieci, di cui nove le diede agli angeli che abitano nel settimo cielo. Di quella decima parte che restava ne fece similmente altre dieci, di cui IX ne diede agli angeli del sesto cielo. E ancora, facendo della parte residua altre dieci parti, IX ne diede agli angeli che sono nel quinto cielo. Della decima parte che restava ne fece ancora altre dieci, di cui IX ne diede agli angeli che sono che sono nel quarto cielo. E ciò che rimaneva suddivise nuovamente in dieci parti, e IX di esse le diede agli angeli che sono nel terzo cielo. E similmente della decima che restava fece X parti, e IX di esse le diede agli angeli che sono nel secondo cielo. E della parte che restava fece X parti; e IX le diede agli angeli che sono nel primo cielo. Della decima parte residua ne fece altre X, dandone IX di esse agli spiriti che stanno nel fuoco che è detto ‘elemento’. E di quel decimo che restava ne fece altre X, di cui ne diede nove ai fantasmi, che sono nell’aria presso il fuoco già detto, e sopra quest’aria che vediamo. Ed ancora di quel decimo residuo fece X parti, e IX ne diede agli uccelli. E di quel che restava ne fece altre X, e IX ne diede ai pesci. E agli uomini donò la sua grazia in così gran copia da far loro conoscere tutte le cose e distinguere le caratteristiche di ogni cosa.

§ 175. Come il Signore ripartì il male.

‘E dopo queste cose Dio creò il male sulla Terra, e lo divise fra le genti in questo modo: è evidente che della stoltezza fece X parti, e ne diede IX a quelle genti che sono chiamate Gog e Magog [30]. Colla decima parte rimasta creò l’invidia, e la divise in X parti, e ne diede IX agli abitanti dell'Arabia. E colla decima che restava creò la lussuria, e fattene dieci parti, ne diede IX agli abitanti dell'India. E della Xa parte che rimaneva creò la falsità, e fattene in X parti, ne diede IX ai giudei. E colla decima che rimaneva creò l’arroganza, e la fece in X parti delle quali ne IX nove ai cristiani. E colla decima che era rimasta creò l’avarizia, e facendola in dieci parti, ne diede IX ai quelli della Persia. E della Xa che restava creò l’ignoranza, e fattala in X parti, ne diede nove a quelli dell'Etiopia. E colla decima rimasta creò la superbia, e ne fece dieci parti, e ne diede IX ai Barbari. E il rimanente lo divise fra tutto il resto del mondo.

E poi creò i piaceri, e fattili in dieci parti, ne diede nove alle donne, e divise il rimanente fra il resto del mondo. E dopo questo creò ancora allo stesso modo il Paradiso, di cui fece X parti: e IX ne diede a quelli della tua legge, e il decimo rimasto lo divise fra tutti gli altri popoli della Terra’.

§ 176. Le porte dell'inferno.

Capitolo: LXXI

Avete udito quel che Gabriele mi narrò, e come me lo disse. E concluso il suo racconto prese a sospirare molto profondamente. Ed io gli chiesi perché sospirasse così. E lui mi rispose che lo faceva per le pene che vedeva dover i peccatori subire nell’inferno. Allora gli chiesi se nell’inferno ci fossero castelli e torri, o palazzi e dimore, o altre simili cose, come ne esistono in Paradiso. E lui mi rispose dicendo che me l’avrebbe mostrato; e prendendomi per mano mi condusse in un luogo dal quale vidi l’inferno e le sue porte, che erano sette e ordinate una sopra l’altra. E tali porte erano tanto calde che se la meno calda di esse fosse in oriente e un uomo in occidente, se la guardasse, gli uscirebbe il cervello dal capo per le narici, per l’eccessivo calore che emana. Ognuna di queste porte ha un suo proprio nome. La prima si chiama Gehenna, la seconda Lada, la terza Halhatina, la quarta Halzahir, la quinta Zakahar, la sesta Halgahym, e la settima Halkehuya. Fra ognuna di esse c’è uno spazio pari a LXX mila anni di cammino. E davanti a ognuna di esse c’è una grandissima turba di demoni e di uomini che soffrono le pene infernali. Dio li fa venire ogni giorno davanti alle porte e mostra loro il bene del Paradiso e di questo mondo. E così, assistendo allo spettacolo del bene, si raddoppiano per loro le pene.

§ 177. I castelli di fuoco nell'inferno.

E fuori di ognuna di quelle porte, verso la parte sinistra, ci sono sessantamila [31] montagne che sono tutte di fuoco. E in ognuna di esse si trovano LXX mila fonti di fuoco. E da qualunque fonte escono LXX mila fiumi, parimenti tutti di fuoco. E su ognuno di tali fiumi ci sono LXX mila castelli di fuoco. E in ogni castello, allo stesso modo, LXX mila sale di fuoco.

§ 178. Le dame di fuoco nei castelli infernali.

E in ognuna di quelle sale ci sono LXX mila dame di fuoco, che a vederle sono le più laide e le più orribili che cuore umano possa immaginare. Al contrario quando i peccatori giungono in queste sale, le dame li abbracciano e li stringono con una così grande forza che a loro pare d’esser preda di una grandissima compressione. E quelle incutono loro un tale timore che fa loro perdere il senno. E poi li ustionano al punto che nessun fuoco potrebbe maggiormente bruciarli. E questo sembra loro un supplizio così grande, che preferirebbero morire LXX mila volte al giorno, se fosse possibile, piuttosto che sostenerlo, perché una qualsiasi di queste dame infligge loro tormenti di LXX mila specie.

§ 179. Alberi e frutta dell'inferno.

E dopo queste cose [32] da tutte e due le parti, su entrambe le rive dei fiumi suddetti, ci sono settantamila alberi di fuoco, ognuno dei quali ha LXX mila varietà di frutti, e in ognuno ci sono LXX mila vermi; e nel verme che è il più piccolo di tutti c’è tanto veleno da sterminare tutti gli uomini della Terra, in tal modo da separarne la carne dalle ossa.

§ 180. I draghi infernali.

Inoltre ai piedi di ciascuno di questi alberi ci sono LXX mila draghi, e altrettanti di quegli scorpioni di cui avete sentito parlare in precedenza. L’inferno in verità è tutto pieno di bestie di specie diverse, ciascuna delle quali infligge ai peccatori torture di settantamila forme diverse, e così dure che essi, se fosse possibile, preferirebbero morire LXX mila volte al giorno, piuttosto che sopportare simili pene.

§ 181. Come sono ripartiti i peccatori nelle varie terre dell'inferno.

Capitolo: LXXII

E dopo che Gabriele ebbe finito di narrare le cose sopradette a me, Maometto, profeta e nunzio di Dio, io lo pregai con grande dolcezza di dirmi quali sono le pene dell’inferno, e in che modo sono divise, secondo i peccati che i peccatori avevano commesso. E lui rispose che l’avrebbe fatto volentieri, e e cominciò a narrarmi così: ‘Sappi, Maometto, che la prima porta dell’inferno, chiamata Gehenna, Dio ordinò e dispose che fosse per quelli credono nelle immagini e adorano gli idoli, come Lui stesso si esprime nel Corano, dove dice: "Voi che adorate immagini di legno e di metallo sarete all’inferno legna secca, e strumento per attizzare il fuoco. La seconda porta, di nome Lada, è per quelli che credono nella retta legge di Dio, ma poi l’abbandonano. La terza, chiamata Halhatina, è da assegnare a quelli che ammassano ricchezze in malo modo, e per le genti che sono chiamate Gog e Magog. Lì bruceranno e saranno duramente torturati. La quarta, che si chiama Halzahir, è per quelli che giocano a dadi o ad altri giochi, dai quali son provocati all’ira, così che, una volta provocati, bestemmiano Dio. La quinta, di nome Zakahar, è per quelli che non compiono le orazioni prescritte e non fanno elemosine ai poveri. La sesta, che si chiama Halgahym, è per quelli che non vogliono credere ai profeti e ai nunzi di Dio, ed anzi li rimproverano come bugiardi e contraddicono le loro parole, come Dio stesso afferma nel Corano: ‘O voi che non credete ai profeti e ai nunzi miei, ecco, il fuoco di Halgahym sarà destinato e voi e il luogo sarà vostro possesso’. La settima porta, che si chiama Halkehuya, è preparata per quelli che ingannano la gente e frodano su pesi e misure. Il resto dell’inferno è tutto diviso in sette parti, di cui sei sono per quelli che attribuiscono un compagno a Dio e dicono che c’è un altro dio pari a Lui; ed è anche per quelli che non vogliono sopportare pene né alcunché di gravoso in suo nome, e che preferirono fare la propria volontà piuttosto che avere la sua grazia. Tutte queste genti dal libro della vita saranno cancellate per sempre’.

§ 182. La bestia infernale dalle trentamila bocche.

Capitolo: LXXIII

Narrate e me le cose che avete appena udito, a questo punto Gabriele mi narrò che nel giorno del giudizio Dio si farà portare dinanzi una bestia, che è tanto grande che da nessuno può essere creduto; e a condurla saranno settantamila schiere di angeli, ognuna tanto grande quanto il cielo e la Terra tutta. Questi angeli prepareranno nell’inferno quattro pilastri; e ognuno di essi avrà una lunghezza pari a settantamila anni di cammino ed uno spessore pari alla metà della lunghezza. Tali pilastri saranno drizzati [33] ai quattro angoli dell’inferno, e lì la bestia sarà legata per tormentare i peccatori, come più avanti udirete. Quella bestia ha trentamila bocche e ogni bocca trentamila denti, ciascuno dei quali è trentamila volte più affilato della più tagliente spada che un uomo possa trovare al mondo. E in ognuna delle sue labbra ha un anello di ferro assai grande, e una grandissima catena. E in ciascuna catena ci sono settantamila anelli di ferro, e ognuno è tenuto da un angelo. E tali angeli sono tanto grandi e così forti che ognuno di loro potrebbe inghiottire tutto il mondo senza sentir nulla.

§ 183. Gli Angeli conducono dinanzi al Signore
           la bestia dalle trentamila bocche

E cosa posso dirvi dell’aspetto di quella bestia? Sappiate che è così strana e spaventosa a vedersi che, se fosse a un capo del mondo, e all’altro capo ci fosse qualcuno, costui vedendola perderebbe tanto il senno quanto la memoria, atterrito dalla sua vista. E quando questi angeli avranno condotto la bestia al cospetto di Dio, le diranno: ‘Ecco, guarda Dio che ti ha creata, e siigli obbediente in tutto ciò che ti comanderà’. E la bestia, appena avrà udito queste parole, proverà un forte timore e si rattristerà così tanto che nessuno, se non Dio, può saperlo. E lei subito dirà agli angeli: ‘Vi prego che mi diciate perché Dio mi ha fatto venire, e se abbia creato, per infliggermi tormenti, qualcosa più forte di me’. Allora gli angeli rispondendole giureranno per la potenza di Dio di non saperne nulla. E allora la bestia comincerà a tremare tutta e a battere forte sia le zampe che i denti, atterrita dal timore di Dio.

§ 184. Il Signore dà mandato alla bestia dalle trentamila bocche
          di tormentare i dannati

E in verità quando sarà giunta davanti a Dio, piegando le ginocchia dirà: ‘Signore Iddio, tu che sei potente sopra tutte le cose, ti prego di dirmi se hai creato qualcosa di più forte di me per torturarmi’. Allora Dio rispondendo le giurerà, sulla potenza e sublimità sua, di non aver creato nulla per infliggerle pene: ‘Però ho fatto te per tormentare gli altri e per vendicarmi dei miei nemici e per distruggere quelli che, non credendo in me, mi tolsero la mia unicità e fecero di me molte parti’. E a questo la bestia risponderà e dirà: ‘Signore, ti prego di lasciare che m’inchini dinanzi a te per questa grazia che mi hai fatto’. Ed essendo stato concesso questo da Dio, subito la bestia reclinerà il suo capo; e piegando le ginocchia davanti a Dio dirà: ‘Che tu sia benedetto, Signore Iddio, tu che sei sublime e sopra ogni cosa potente’. E e dopo aver detto queste cose sospirerà. Ed io, Maometto, giuro per quel Dio che mi fece vedere in così breve tempo tali cose, che essa sospirerà così forte che, se gli uomini di questo mondo udissero anche uno solo dei suoi sospiri, morirebbero tutti atterriti dallo spavento.

§ 185. La bestia dalle trentamila bocche torna in inferno.

Allora il Signore le ordinerà di andare all’inferno. E subito la bestia si metterà in cammino ed erutterà dalla bocca una fiamma così alta che si vedrà per tutto il mondo. E il fumo che emetterà dalle narici sarà così intenso che oscurerà fortemente l’aria, tanto che non si potrà vedere se non quelli che saranno illuminati dalla grazia divina. E gli angeli suddetti andranno a destra e a sinistra di quella bestia e la condurranno in inferno.

§ 186. La bestia dalle trentamila bocche nel giorno del Giudizio.

Capitolo: LXXIV

Raccontatemi da Gabriele, le cose che vi ho detto, sulla bestia e sugli angeli anzidetti, mi prese un timore così grande che il cuore cominciò a tremarmi tutto nel ventre, ma ciononostante non smisi di pregare con dolcezza Gabriele di dirmi se le genti che saranno riunite nel giorno del giudizio vedranno quella bestia, o se la vedranno soltanto Dio e i suoi angeli. E lui rispondendomi disse che tutte le genti la vedranno, e avranno di essa una così grande paura che tremeranno così fortemente, che ad ognuno sembrerà che il cuore debba uscire dal ventre, e che tutte le membra si debbano separare ad una ad una per la forza del tremito. Ed essi perderanno anche senno e memoria, sia per paura della bestia sia per la reminiscenza dei propri peccati.

§ 187. La bilancia del giudizio.

Allora Dio comanderà di portare al suo cospetto una bilancia, la cui asta centrale è lunga come lo spazio da oriente a occidente. E ciascuno dei piatti è tanto grande da ricoprire tutto il mondo. Uno è quello della luce e l’altro è quello delle tenebre. Il piatto della luce sta alla destra di Dio, quello delle tenebre alla sinistra. E nel piatto della luce si porrà il bene, e in quello delle tenebre il male. Ogni uomo avrà due secchi come quelli in cui si porta l’acqua; e ogni secchio sarà così grande che lo si potrà vedere da molto lontano. Ed in uno si metterà il proprio bene, e nell’altro i peccati commessi. E giungendo dinanzi alla bilancia ognuno vuoterà il secchio del bene nel piatto della luce, e l’altro in quello delle tenebre. E lui starà nel mezzo; e se i peccati peseranno più del bene, andrà verso la parte delle tenebre. E se il bene peserà più dei peccati, entrerà nella parte luminosa.

§ 188. Valore decisivo della professione di fede (šahāda)
           per la bilancia del Giudizio.

‘E ancora ti dico, Maometto, che Dio farà cose così grandi per te che se ci sarà qualcuno, di qualunque fede, che abbia anche commesso tutti i peccati possibili e niente di bene avrà fatto, e possa aver fatto solo quello di possedere un foglietto nel quale stia scritto: « le halla hilalla, Muahgmet razul Alla »: che significa: "non c’è altro dio che Dio, e Maometto è il suo profeta", e lo getti nel piatto della luce, quel foglietto sarà più pesante di tutti i suoi peccati che staranno nell’altro piatto. E allora tutti i suoi peccati, che staranno scritti nel registro universale, subito saranno cancellati, e non si potranno rintracciare, e di essi non rimarrà alcuna memoria presso Dio.’

§ 189. Durata del giorno del Giudizio.

Capitolo: LXXV

Io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, fui molto stupito per le cose che Gabriele mi aveva narrato, come avete precedentemente udito; e ancora lo pregai di dirmi se il giorno del giudizio sarà lungo o breve. E Gabriele rispondendomi disse: ‘Sappi, Maometto, che quel giorno per tutte le genti sarà lungo come se durasse cinquantamila anni. Per Dio invece sarà più breve di un battito di ciglia. E ti dirò perché alle genti parrà tanto lungo. Ciò avverrà per due ragioni. La prima è perché tutti aspetteranno ritti in piedi, la seconda invece è perché i buoni saranno ansiosi di giungere al bene che li attende, mentre gli altri cominceranno ad avere, ed avranno, una gran fame e una gran sete, e molta tristezza e ansietà. E tutti avranno una così gran paura che tremeranno forte e piangeranno assai amaramente. Quel giorno sarà chiamato in arabo « yhum halkiyama », vale a dire ‘giorno di resurrezione, ultimo fra tutti.

§ 190. La resurrezione dei morti.

E sappi che in quel giorno cielo e terra tremeranno, e voci terribili e orribili si udiranno. Allora tutti quelli che stanno sepolti sottoterra si leveranno. E quello sarà giorno di resa dei conti, giorno di penitenza, giorno di retribuzione; giorno in cui ciascuno davanti a sé troverà quanto avrà fatto di bene e di male in questo mondo; giorno in cui i volti degli uomini si muteranno, e alcuni si faranno bianchi e altri neri; giorno in cui frodi e malizie non gioveranno a chi le avrà commesse; giorno in cui un padre non potrà essere utile al figlio, e viceversa un figlio al padre; giorno in cui, se una donna sarà gravida, non si ricorderà del concepito che porta in grembo; e tutti gli uomini diventeranno ebbri, e non per il vino, bensì per la grandissima tribolazione e per il timore. In quel giorno la vecchia Terra si muterà in una terra nuova; e il vecchio cielo si muterà in un cielo nuovo. E tutto ciò davanti a Dio sembrerà così minuscolo, come una nave solitaria in tutto il mare. E il suo sguardo sarà sopra tutto, e la sua voce sarà udita dappertutto.

§ 191. I morti risorti in attesa del Giudizio.

In quel giorno saranno respinte le occasioni per malignare e tutte le malvagità fra le genti, così che nessuno potrà danneggiare né aiutare un altro, ma tutti aspetteranno quel che Dio avrà voluto dar loro. E i cuori dei santi e dei sapienti allo stesso modo muteranno; e tutti quelli che non avranno creduto in Dio riconosceranno apertamente la propria stoltezza. In quel giorno i re conosceranno cos'è stata la loro potenza e cesseranno d’esser feroci. La verità sarà infatti confermata e la menzogna estirpata. Sarà giorno, quello, di tribolazione e di angustie così grandi che nessuno c'è che potrebbe raccontarlo; e soprattutto a coloro che non credettero in Dio né si curarono di obbedire ai nunzi di Dio stesso, che così afferma nel Corano dicendo: ‘La Terra non riceverà quelli che non credettero alle parole che dissi loro attraverso i miei nunzi, né il cielo li ricoprirà’.

 § 192. Gabriele spiega a Maometto come è fatto il ponte al-Şirāt.

Capitolo: LXXVI

Sebbene io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, fossi stato molto insistente con Gabriele col domandargli quanto sopra ho detto, non smisi per questo di pregarlo con dolcezza di dirmi com’è il ponte di nome « Azirat », e a che serve. E lui molto affabilmente mi disse: ‘Sappi, Maometto, che l’Azirat è quel ponte che Dio fece per mettere alla prova chi crede e allo stesso modo chi non crede nella tua legge. È posto in alto al di sopra dell’inferno, ed è più sottile di un capello e più affilato della lama di ogni spada. Ai due lati è tutto irto di tenaglie e di uncini e di altri arnesi di ferro adatti a forare, più lunghi di grandi lance e più acuti nel ferire di quanto sia possibile dire. È suddiviso in modo tale che sette ponti lo formano, uno avanti all’altro, il primo dei quali ha una lunghezza di diecimila anni di cammino; il secondo di ventimila; il terzo di quarantamila; il quarto di ottantamila; il quinto di centosessantamila; il sesto di trecentoventimila; ed il settimo di seicentoquarantamila anni di cammino.

§ 193. Come i Musulmani passeranno i sette ponti che compongono al-Şirāt.

Ad ogni modo, quando Dio comanderà alle tue genti di andare in Paradiso, poiché credettero nelle tue parole e ti obbedirono, subito essi penseranno di andare verso il ponte. E quando saranno giunti al primo ponte, saranno interrogati sulla loro fede, e sul come essi credettero. E quelli che saranno stati di fede salda e forte passeranno. Gli altri saranno feriti dalle tenaglie e dagli uncini di ferro, di cui in precedenza s’è detto, e cadranno nei supplizi di fuoco dell’inferno. E quando quelli che avranno passato il primo ponte saranno giunti al secondo, saranno interrogati se compirono le preghiere a loro prescritte. Se l’avranno fatto, passeranno. Altrimenti precipiteranno nel fuoco come i precedenti. E a quelli avranno passato il secondo ponte, non appena saranno giunti al terzo, verrà domandato se conoscano passi del Corano a memoria. Quelli che ne sapranno andranno avanti, gli altri cadranno nel fuoco. Ed avendo oltrepassato il terzo ponte e giungendo al quarto, sarà loro chiesto se durante la quaresima digiunarono come dovevano. E chi l’avrà fatto passerà, chi non l’avrà fatto cadrà come gli altri. E avendo varcato questo ponte, come verranno al quinto verrà chiesto loro se andarono alla Mecca, come promesso, e se ci rimasero per i giorni stabiliti. E chi l’avrà fatto passerà; altrimenti cadrà nel fuoco. E avendo attraversato questo ponte, non appena giunti al sesto saranno interrogati sulle abluzioni prima delle preghiere e dopo le polluzioni. Chi le avrà fatte passerà, chi non le avrà fatte cadrà come gli altri. E a chi sarà giunto al settimo ponte verrà chiesto se onorò padre e madre secondo l’ordine della legge. Se l’avranno fatto, passeranno; altrimenti cadranno nel fuoco dell’inferno e vi saranno tormentati in eterno.

§ 194. Le montagne e valli dell'al-Şirāt.

Capitolo: LXXVII

Gabriele disse anche di più a me, Maometto, profeta e nunzio di Dio, sull’aspetto di quel ponte: nel mezzo è sottile come una lama, ma da entrambi i lati, dove ci sono le tenaglie e gli uncini e gli altri arnesi di ferro citati prima, ci sono le montagne più grandi che ci siano al mondo e molto difficili anche in salita; infatti la loro discesa è così difficile e vertiginosa che chi vi discende ha l’impressione di scendere in un abisso. E queste montagne sono in numero di LXX. E la salita di ciascuna di esse ed il discendere dura tanto quanto il cammino che un uomo può fare in LXX mila anni. E tra le montagne c’è una oscurità molto vasta, che si stende per tremila anni di cammino. E in questa maniera son fatti tutti i sette ponti posti sopra l’inferno, come in precedenza è narrato.

§ 195. Le fiamme che circondano l'al-Şirāt.

La fiamma che precisamente esce dall’inferno è così grande che s’innalza al di sopra delle teste di quelli che passano sul ponte, per un’altezza pari a LXX mila anni di cammino. E ci sono altre fiamme, sia a destra che a sinistra, per cui chi passa avanza come lungo una via di fuoco. E quelli, guardando sopra e davanti e indietro e a destra e a sinistra, non vedono altro che fiamme e fuoco, che arde con tanta forza da non potersi dire. E chi guarda in giù scorge l’inferno e quelle sette porte di cui avete già udito fino a questo punto.

§ 196. I draghi e gli scorpioni infernali intorno l'al-Şirāt.

E Gabriele ancora mi disse a questo punto che da ciascuna di quelle porte escono LXX mila grandissimi fiumi di fuoco, e da ciascuno di essi centomila ruscelli. E in ciascuno di questi ruscelli ci sono mille draghi e altrettanti scorpioni. E il più piccolo di essi è lungo X mila anni di cammino. E ognuno dei draghi e degli scorpioni ha LXX mila code; e in ciascuna di esse ci sono X mila nodi. E in ogni nodo ci sono X mila piccoli corni, tutti pieni di veleno. E quando un peccatore cade nell’inferno, i draghi e gli scorpioni lo afferrano, e vi spandono sopra di quel veleno, e lo distruggono, come se nulla fosse. Ma poi comunque quello ritorna come era prima, per essere tormentato ancora di più. E dopo lo rivestono di settanta pelli oltre quella che già possedeva. E ognuna di tali pelli ha uno spessore di LXX cubiti. E lo spazio che si trova fra una pelle e l’altra è tutto pieno di serpentelli e di scorpioni che così dolorosamente lo mordono e gli iniettano veleno che quello vorrebbe volentieri morire mille volte, piuttosto che sostenere la pena suddetta. E nonostante questo lo brucerà una fiamma settantamila volte al giorno, e non potrà per questo morire, poiché Dio non lo permette; anzi vivrà per sempre, per patire più tormenti nell’inferno. Infatti le sue pene dureranno eternamente, come Dio ha detto nel Corano: ‘Quante volte saranno bruciate le loro pelli, tante volte gliene verranno date di nuove, affinché possano patire più tormenti. Dio è sapiente e potente sopra ogni cosa’. E poi Gabriele disse ancora: ‘Sappi, Maometto, che i peccatori che cadranno nell’inferno avranno un’altra pena oltre a quelle che ti ho già detto, ossia taglieranno legna per tutto il giorno, e quando verrà notte si bruceranno su di essa’.

§ 197. Con quale velocità i Musulmani passeranno l'al-Şirāt.

Capitolo: LXXVIII

Dopo che io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, ebbi ascoltato quel che mi aveva riferito Gabriele sulle pene che i peccatori soffriranno all’inferno, come avete udito più sopra, provai una così grande pietà che cominciai a piangere amaramente; ma nonostante questo non rinunciai a pregarlo che mi dicesse se coloro che passeranno il ponte suddetto lo attraverseranno di corsa o camminando soavemente, e se gli uni andranno in un modo e gli altri nell’altro. E lui prese a dirmi: ‘Sappi, Maometto, che in quel giorno molti dei tuoi precipiteranno dal ponte giù nell’inferno, sia uomini che donne, perché Dio dividerà il tuo popolo in sette gruppi e dirà loro: “Quelli di voi che credono di meritare più degli altri il Paradiso, passino per primi”. E subito quelli cominceranno a correre per venire al ponte. E tu, Maometto, starai all’altra sua estremità, verso il Paradiso, e griderai forte: “Aiuta, Signore, aiuta il popolo mio”. E appena quelli ti udiranno, immediatamente verranno al ponte correndo, fitti come locuste quando cadono sopra la terra. E anch’io, Gabriele, starò con quelli del tuo popolo, chiamando ad alta voce dirò: « Arrabi, zallam », che significa: “Salva, Salvatore, salva”. Ed il ponte sotto il loro passaggio tremerà, come trema la foglia della pianta che ha nome palma, quando il vento la scuote con violenza. E quelli che usciranno fuori dal primo gruppo percorreranno il ponte come il baleno del lampo quando tuona forte. E quelli del secondo gruppo come un turbine certamente molto selvaggio. E quelli del terzo come l’uccello che vigorosamente vola in alto. E quelli del quarto come un cavallo leggero nella corsa. E quelli del quinto come un uomo gagliardo e abile nella corsa. E quelli del sesto come un uomo molto agile nella corsa, e che corre velocemente. E quelli del settimo come un piccolo bambino che avanza con le mani e con i piedi, quando comincia a camminare. E altri ci saranno: come quelli che per attraversare il ponte strisceranno per terra sui loro petti. E altri che stringeranno il ponte con una mano; e, sentendo il fuoco, toglieranno quella mano e si terranno con l’altra. E quando il fuoco toccherà l’altra mano, ritireranno anche quella, e vorranno tenersi coi piedi; ma uno dei piedi scivolerà sul viscido, e si terranno con l’altro. E durerà la loro pena sin quando non avranno varcato il ponte ben noto. E ci saranno, tra loro, quelli che, attraversando il ponte, diventeranno neri come il carbone per esser stati arsi dalle fiamme del fuoco.

§ 198. Quanto durerà il passaggio dell'al-Şirāt.

E ci saranno quelli fra loro che sosterranno quella pena per un unico giorno e una notte; altri per due giorni e due notti; altri per uno o due o tre mesi, altri ancora per uno o due o più anni. E progressivamente aumenterà la durata dell'attraversamento, e così ci saranno alcuni che dureranno in questa pena per venticinquemila anni. E questa sarà la metà del giorno del giudizio, perché esso durerà cinquantamila anni; e così prima che ne sia trascorsa la metà, tutti quelli che dovranno andare in Paradiso saranno in Paradiso, e tutti quelli che dovranno andare all’inferno saranno all'inferno, secondo ciò che Dio disse nel Corano: ‘Nel giorno del giudizio, prima che ne sia passata la metà, quelli del Paradiso saranno nella maggior quiete di gloria che mai vi sia stata, e quelli dell’inferno nella pena più grande’.

§ 199. Le pene per i seminatori di discordie ed i falsi testimoni.

Capitolo: LXXIX

E quando Gabriele ebbe concluso la sua relazione io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, vidi i peccatori tormentati all’inferno in tanti modi diversi, per cui nel mio cuore sentii una così grande pietà che per l’angoscia cominciai tutto a sudare; e vidi alcuni di loro ai quali venivano amputate le labbra con forbici incandescenti di fuoco. E allora chiesi a Gabriele chi fossero. E lui mi rispose che erano quelli che seminano parole per mettere discordia fra le genti. Ed altri, a cui era stata amputata la lingua, erano quelli che avevano reso falsa testimonianza.

§ 200. Le pene per gli adulteri e le fornicatrici.

Ne vidi altri che rimarranno appesi per il membro virile ad uncini di fuoco, e questi erano coloro che nel mondo avevano commesso adulterio. E dopo vidi tante donne, un numero stupefacente per quante erano, e tutte da grandi tronchi infuocati pendevano per l’utero. E questi tronchi pendevano da catene di un fuoco, che ardeva così prodigiosamente ardente che nessuno sarebbe in grado di esprimerlo in parole. E io chiesi a Gabriele chi fossero quelle donne. E lui mi rispose che erano meretrici che non avevano mai rinunciato alla fornicazione e alla lussuria.

§ 201. Le pene per i ricchi orgogliosi.

E vidi anche molti uomini belli d’aspetto e molto ben vestiti. E capii che erano i ricchi tra la mia gente, e tutti bruciavano nelle fiamme di fuoco. E chiesi a Gabriele perché bruciassero così, poiché so bene che facevano molte elemosine ai poveri. E Gabriele mi rispose che pur essendo prodighi di elemosine, erano gonfi di superbia e infliggevano molte ingiustizie alle genti umili. E in questo modo vidi tutti i peccatori, che erano tormentati con supplizi diversi, a seconda dei loro particolari personali peccati.

§ 202. Conclusione della visita all'Inferno ed al Paradiso.

Allora io pregai Gabriele che mi conducesse lontano dal luogo in cui eravamo, perché ero talmente oppresso sia dalla pietà sia dal dolore, vedendo le cose suddette, che non potevo più sopportarle oltre. E Gabriele mi domandò: ‘Maometto, cosa pensi delle cose, così numerose e così grandi, che Dio, nella sua pietà, ti ha mostrato?’. Ed io in verità gli risposi: ‘Di certo nessun cuore umano può concepire l’onore e il bene che Dio mi ha affidato, poiché mi ha manifestato il suo potere e la sua gloria, e mi ha mostrato i beni e l’onore che sono preparati per i buoni, e le pene e i tormenti che saranno inflitti ai peccatori’. E Gabriele mi disse: ‘Maometto, hai bene impresso nel tuo cuore tutto quel che hai visto?’. Ed io risposi: ‘sì’. Allora lui disse: ‘Va, dunque, e come hai visto queste cose, così dì ogni cosa al tuo popolo affinché tutti sappiano e si tengano nella giusta via della legge, e pensino e facciano in modo che vadano in Paradiso e si salvino dall’inferno’.

§ 203. Maometto ritorna sull'al-Burāq alla Mecca.

Capitolo: LXXX

Dopo che Gabriele ebbe riferito e mostrato a me, Maometto, profeta e nunzio di Dio, tutte le cose in precedenza narrate, ancora mi disse: ‘Maometto, tu ora tornerai nel mondo e la grazia del nostro Dio sarà con te. Io ti accompagnerò fino alla pietra che sta davanti al tempio di Gerusalemme, dove scendesti, e lì monterai sopra Alborak, che ti condurrà fino a casa’. Ciò detto, mi prese per mano e mi condusse alla scala per cui ero salito al cielo, e la discendemmo fino a giungere alla pietra ricordata. E come vi fui giunto, ecco che trovai Alborak in attesa. E fui molto lieto di vederla, e mi avvicinai per cavalcarla. Allora Gabriele mi abbracciò fortemente dicendo: ‘Ah, Maometto, Dio ti venga in aiuto e ti guidi ovunque tu andrai; e ti dia la grazia di poter ricordare tutto ciò che vedesti e di esporlo alle genti, affinché in virtù della tua esposizione quelle sappiano conoscere la verità e l’errore, e tenere la retta via, e guardarsi dal male lungo il cammino’. E quand’ebbe terminato di parlare, io montai su Alborak, e tornai a casa mia. Si avvicinava quasi l'aurora ed io, smontando, raccomandai Alborak al Signore Dio nostro. Ed essa prima di partire mi s’inchinò dinanzi e mi chiese di pregare Dio per lei.

§ 204. Maometto ritrova sua moglie Umm Hāni.

Concluse queste cose, entrai in casa e vidi che Omheni, la mia sposa, dormiva ancora nel suo letto. E non appena mi fui seduto sulla sponda del letto, ecco che subito lei uscì dal sonno. E guardandomi, e vedendo la mia grande letizia, mi chiese quale ne fosse la causa. E allora io le raccontai ogni cosa che Dio mi aveva mostrato del suo potere e della sua gloria. E lei rispondendo mi disse: ‘Ah, nunzio di Dio, poiché sei così stanco, ti prego di entrare in questo letto e di riposarti fino a giorno inoltrato.’ Ed io le risposi: per nessun motivo lo farò, ma intendo recarmi alla moschea dei Coreisciti che sono della mia stirpe, a riferire loro ogni cosa. Allora lei mi pregò di non farlo, dicendo: ‘Sappi, Maometto, amico mio, che essi reputeranno tali notizie più bugiarde che vere, e sappi anche che si prenderanno gioco di te’. E poi mi disse di non dir nulla, sin quando non ci fossero stati più saraceni di quanti ce ne fossero allora, poiché non ce n’erano ancora abbastanza.

§ 205. Incontro di Maometto con sua moglie Ā̉ išah e sua figlia Fāţimah.

Capitolo: LXXXI

E dopo che Omheni, mia sposa, ebbe detto a me, Maometto, profeta e nunzio di Dio, quel che avete inteso più sopra, io mi avviai alla moschea, ed era ormai giorno. E durante il cammino, quand’ero ancora sulle mie proprietà, incontrai l’altra mia sposa, di nome Hasce [34], con mia figlia, che si chiama Fatima [35], ed entrambe venivano verso di me. E non appena mi videro mi salutarono e mi chiesero perché fossi così felice. Ed io risposi loro che la mia letizia era dovuta al fatto che Dio mi aveva mostrato la sua potenza e la sua gloria, e tutti i cieli e le terre, e i Paradisi e gli inferni. ‘E vado alla Moschea, a riferire tutto quel che ho visto ai Coreisciti, che sono della mia stirpe’. E loro dolcemente mi pregarono di non parlarne a quelli, perché avrebbero pensato che le mie erano tutte menzogne, e mi avrebbero dato dell’ubriaco. Allora io dissi loro: ‘Non pensate più a questo e non pregatemi più oltre, perché in nessun modo rinuncerò a raccontare tutto quel che ho visto ai Coreisciti; e dopo averlo tutto narrato a loro, lo narrerò anche a voi ordinatamente’.

§ 206. Incontro di Maometto con Habenabez suo cugino.

Detto ciò mi allontanai da loro ed incontrai un mio cugino, che si chiamava Habenabez [36]. E costui, non appena mi vide, subito proferì ad alta voce: ‘Ah, come mai viene il nunzio di Dio?’. Ed io gli raccontai tutto quel che avevo visto, secondo quanto avete inteso in precedenza. E lui mi rispose dicendo: ‘E che? Tu vuoi raccontare tutto questo ai Coreisciti? Sappi che se lo farai le giudicheranno grandi menzogne, e ti terranno per stolto ed insano’. Allora gli dissi: ‘Sappi che in nessun modo desisterò dal narrarglielo, giacché Dio me l’ha ordinato’.

§ 207. Maometto va alla moschea per incontrare i Coreisciti.

E subito entrando nella moschea vi trovai tutta la mia gente coreiscita e con essa Habulbekar il cui cognome in lingua araba era Zedic che significa: “il credente”. E non appena fui entrato, si alzarono tutti venendo verso di me. Ma poco prima che ciò avvenisse, uno che tra loro era giudice, di nome Halmuhakim, insieme all’altro mio cugino Habubekar, che non mi amava, dissero a quelli che erano raccolti: ‘Ecco, guardate Maometto, che viene a raccontarci le più grandi menzogne mai pronunciate da bocca umana’. Malgrado questo, non rinunciai a presentarmi a loro per riferir tutto quello che avevo visto.

§ 208. Maometto racconta ai Coreisciti il suo viaggio in Inferno e Paradiso.

Capitolo: LXXXII

Essendo io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, entrato nella moschea, dove si trovavano i Coreisciti, come avete inteso più sopra, li guardai tutti con gli occhi lucidi e li salutai con grande letizia. E poiché essi si erano levati verso di me al mio ingresso, li feci sedere, e quando furono seduti così cominciai a parlare: ‘Ah, Coreisciti, gente benedetta, Dio mi manda a voi perché vi narri quel che Lui stesso in questa notte mi ha mostrato, e nella sua melliflua grazia mi ha fatto conoscere. Mi ha mostrato in verità il suo grande potere e la sua grandissima sublimità, e mi ha conferito tanto onore, come vi sto per narrare. Vi dirò infatti tutte le cose mirabili che mi ha mostrato e quelle che ordinò che io faccia, e che voi similmente facciate. Ora dunque occorre che voi apriate i vostri cuori e le vostre orecchie per ascoltare e per comprendere quel che vi avrò narrato, e che siate pronti a mettere in atto le cose che Dio vuole che facciate e ad obbedire ai miei ordini, perché in verità io sono il nunzio di Dio, in special modo inviato a voi e poi a tutto il resto del mondo. E io vi dico di essere sicuri con profonda certezza che se avrete fatto quanto vi ordinerò, ne conseguirete il massimo bene e il massimo onore’. E dopo narrai loro tutto quello che nella notte avevo osservato, come il libro narra più sopra.

§ 209. I Coreisciti rifiutano di credere al viaggio di Maometto.

E quasi ad ogni mia parola che dicevo, Habubekar [37], quello soprannominato Zedic, rispondeva dicendo: ‘Ah, Maometto, tu dici il vero’. Gli altri tacevano, e non pronunziavano nessuna parola. Al termine del mio racconto, subito tutti insorsero contro di me con animo irato dicendo: ‘Ah, mentitore, come osi raccontare simili cose? Tu vuoi darci ad intendere che in una sola notte saresti andato nel tempio di Gerusalemme ed avresti visto tutto ciò che vi si trova; e che avresti scorto i cieli e tutte le terre, e i Paradisi e gli inferni. E dici che fra un cielo e l’altro c’è uno spazio di cinquecento anni di cammino, e che ognuno di essi ha un uguale spessore. Ma noi sappiamo bene che di qui al tempio suddetto c’è almeno un mese di marcia. Come vuoi dunque che ti crediamo riguardo alle altre cose che ci hai narrato?’. E oltre a queste mi dissero tante parole e tali che non sapevo cosa rispondere. Ma rispose il predetto Habubekar, dicendo loro: ‘Miei buoni signori, tutto ciò che Maometto ci ha riferito può ben essere vero, per la somma potenza di Dio’.

§ 210. I Coreisciti chiedono in prova che Maometto
           parli della loro carovana a Gerusalemme.

Capitolo: LXXXIII

Queste inutili parole, che sopra sono riportate, e moltissime altre che a me Maometto, profeta e nuncio di Dio, pronunciarono con animo mosso all'ira i Coreisciti che non poco mi addolorarono [38] colle loro risposte. Tuttavia, per il grande amore che avevo per Dio, innanzi tutto, e poi per loro, tolleravo ogni cosa pazientemente. E in ultimo mi dissero: ‘Se tu sei il vero nunzio di Dio, quale a noi ti mostri, dopo che hai visto tutte le cose che la tua lingua ci ha riferito, dì a noi dove si trova la nostra carovana che deve passare per Gerusalemme, e cosa porta, e quando deve giungere qui’. Infatti i Coreisciti avevano organizzato quella carovana di quaranta animali, per procurarsi i viveri di cui avevano bisogno, che doveva passare per Gerusalemme, come vien detto più sopra. E avendomi interrogato su tale carovana, io non potei rispondere loro prontamente, perché Dio, nella notte in cui mi aveva mostrato quanto più sopra vien detto, di quella carovana nulla mi aveva mostrato.

§ 211. Il Signore fa vedere a Maometto
           la carovana Coreiscita a Gerusalemme.

E per questo, a capo chino e coperto dal mio mantello, cominciai a meditare e a pregare umilmente Dio che mi concedesse, per la sua pietà, di vedere e conoscere quelle cose su cui mi avevano interrogato i Coreisciti, per poter dare loro una risposta veritiera e, grazie a questa, esser considerato vero nunzio e profeta di Dio. Subito Dio, esaudendo la mia preghiera, comandò a Gabriele di radunare tutto il mondo, da oriente a occidente, con tutti i mari, le terre, le creature e le cose che vi si trovano, e di pormelo dinanzi, in modo che lo potessi abbracciare con uno sguardo, come se lo tenessi nella mano. E questo fu subito fatto. Ed io guardai e vidi tutto il mondo e il tempio predetto e la carovana, e vidi quante bestie c’erano e che cosa portava ogni bestia. E scorte tali cose, alzai il capo e guardai tutti quelli che mi stavano intorno. E subito Habubekar, di cui vi ho parlato e che era un credente nella legge di Dio, prima che pronunciassi parola, a tutti quelli in ascolto disse: ‘Ah, Maometto, so bene che tu sei verace, e che hai conosciuto tutta intera la verità’.

§ 212. Maometto annuncia ai Coreisciti
           la composizione della loro carovana.

Capitolo: LXXXIV

E dopo che io, Maometto, nunzio e profeta di Dio, ebbi conosciuto tutta la verità sulla carovana anzidetta ed ebbi inteso quel che Habubekar, il buon credente, diceva di me guardai verso i Coreisciti e con lieto volto così parlai loro: ‘Ah, stirpe dei Coreisciti, che siete qui riuniti, voi mi avete ritenuto menzognero riguardo alle cose che vi ho riferito e che Dio si è degnato di mostrarmi; e volete mettermi alla prova sulla vostra carovana. Ora sappiate che quel Dio che mi mostrò le cose di cui vi ho parlato, mi ha allo stesso modo mostrato il vero circa la vostra carovana. E me lo ha fatto sapere per mezzo dell’angelo Gabriele. E vi dico che in quella carovana ci sono quaranta animali, e dieci sono carichi di pane, altri dieci di datteri, altri dieci di fichi secchi, e gli ultimi dieci di uva passa. E sono già così vicini che senza dubbio saranno qui in questo giorno’.

§ 213. I Coreisciti son fermi nella loro incredulità.

E pronunciate queste parole, subito il predetto Habubekar, rizzandosi in piedi, a voce tanto alta da farsi udire da tutti, disse: ‘Ah, buoni signori coreisciti, da questo potete capire che Maometto è il vero nuncio di Dio in ogni sua parola. Andate e verificate questo e vedrete che la verità è né più né meno che quella che lui v’ha detto’. E subito quelli, guardandosi l’un l’altro, si alzarono tutti e andarono incontro alla carovana per sapere se era vero o no ciò che Maometto aveva loro predetto E trovarono che essa era vera punto per punto. Nondimeno non per questo vollero credere a lui, né per quelle parole dette da Dio nel Corano: ‘Sia lodato quel Dio che in una notte portò il suo servo dalla moschea della Mecca fino al tempio di Gerusalemme, e gli mostrò quelle cose che non mostrò agli altri che furono prima e neanche a coloro che verranno dopo’.

§ 214. Passi del Corano in biasimo della Mecca e in lode di Medina.

E sappiate che tutte le parole dette nel Corano contro quelli che non credono nella legge di Dio sono per quelli della Mecca, che non si curarono mai di credere se non costretti con la spada, come si esprime Dio nel Corano dicendo: ‘Suscitai in loro timore affinché credessero, ed ecco che si accrebbe la loro durezza. E in seguito divennero ancora più increduli’. E dove nel Corano in verità troverete parole sui buoni credenti, esse sono dette per quelli della città di Medina, che è detta Atrip. Essi in verità non per costrizione, ma spontaneamente credettero, come Dio dice nel Corano: ‘I buoni credenti devono credere non per costrizione, ma di propria volontà’.

 § 215. Perché fu scritto in fede il Libro della Scala.

Capitolo: LXXXV

Compiute le cose suddette per quel che vi dissi io, Maometto, profeta e nunzio di Dio, la maggior parte dei Coreisciti credette alle parole che avevo loro rivolto, poiché avevo detto il vero circa la carovana; e mi dissero anche che quelle cose sembrava che realmente procedessero dalla somma potenza di Dio, che mi aveva mostrato un così grande amore. E tutte quelle cose, che non furono mai mostrate prima ad altri né mai lo saranno, essi mi pregarono di farle scrivere, per poterle affermare con certezza a tutte le genti. Ed io, di comune accordo con loro, chiesi a quell’Habubekar di cui vi ho parlato in precedenza, e ad Abnez, di scrivere tutto quello che mi era accaduto e che accadrà in futuro. Erano entrambi ottimi credenti nella legge di Dio, e uomini molto leali e di fede e buona fama. Essi, aderendo di buon grado alla mia richiesta, trascrissero con la massima fedeltà tutto quel che mi era accaduto in questo libro, intitolato Halmahereig. Esso fu scritto nell’ottavo anno da quando lo Spirito di Dio era sceso sopra di me, e io avevo incominciato a profetare.

§ 216. Attestazione di Abubakr ed Abnez.

Noi, i suddetti Habubekar e Abnez, attestiamo con vero cuore e pura coscienza che tutto quel che ha narrato più sopra Maometto risponde al vero, così che tutti coloro che lo ascolteranno dovranno credere a ogni cosa che ha detto, come noi abbiamo scritto e come in seguito scriveremo.

Termina il Libro della Scala di Maometto che in arabo si intitola Halmahereig.

Herveus Keinhouarn, brettone, della Diocesi Leonese, scrisse.

Note

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[1] Presenta un sottotitolo: Machometus fuit de civitate Meche qui et nobilem se mendaciter fecit.

[2] I Coreisciti (arabo: Banū Qurayš): tribù maccana cui apparteneva Maometto.

[3] « Omheni » è: Umm Hāni’, figlia di Abū Ţālib zio di Maometto, e citata come fonte del racconto del viaggio miracoloso già nella più antica redazione, di questo; è dichiarata in questa tradizione (e in varie altre redazioni arabe della leggenda del Mi’rag) come moglie di Maometto, mentre storicamente non lo fu.

[4] La spiegazione del nome: al-Burāq è tradizionalmente data dai lessicografi arabi in relazione con il significato di « splendore, fulgore » dell'arabo . Questa curiosa spiegazione, (data anche altrove, v. p. 333), come nome del maschio dell'anatra va forse riconnessa, in arabo, con l'aggetivo abraq « (animale) avente il mantello di due colori: bianco e nero » o con una rappresentazione iconografica. Ma forse si tratta di un equivoco nell'arabo di Spagna, giacché buraka (anche burāka, v. R. Dozy. Supplément aux dictionnaires arabes) significa appunto «anatra ».

[5] bastioni

[6] oggi viene detto ‘muezzin’ che chiama nelle ore stabilite i fedeli alla preghiera dall'alto del minareto.

[7] Allāhu akbar: Allah è grande.

[8] Questa descrizione dei Cherubini è ovviamente ispirata al noto passo biblico (Ezechiele, I, 4-28) od alla tradizione iconografica cristiana della Maiestas Domini che ne è, a sua volta, derivata. Le quattro faccie dei Cherubini (uomo, leone, aquila e toro) coincidono poi coi simboli adottati dalla tradizione per gli Evangelisti e quindi con il culto dei « Quattro Animali » diffuso nell'Egitto (cristiano) ed in Etiopia.

[9] La formula del Sanctus è qui ispirata da Isaia, VI, 3 ed insieme da Apocalisse, IV, 8 (l'ultima parte anzi parrebbe una deformazione del passo dell'Apocalisse); e questo starebbe più in favore di un'influenza cristiana anziché giudaica.

[10] Queste funzioni dei « Quattro Animali » nel Giudizio Universale sono in relazione con la credenza musulmana, che estende la resurrezione finale agli animali.

[11] trascrizione dell’arabo gălāl. «dār al gălāl», Casa della Gloria, è uno dei Paradisi della tradizione musulmana.

[12] La corrispondenza del Nilo col Phison della Bibbia (Genesi, II, 11) è evidentemente una glossa aggiunta dal primo traduttore Abraham. Il redattore del testo francese ha esitato tra questa corrispondenza e quella più comune del Nilo col Gehon; ed ha finito con inserire i due nomi: « Gycon Fison », l'uno appresso l'altro. Le due corrispondenze hanno entrambe una loro tradizione nelle fonti medievali europee

[13] Le due storpiature: latino « azirat halmuzakin »; francese « azirat zal mucalein» corrispondono all’arabo: aş-şirāţ al-mustaqīm « la via retta ». L’assimilazione di aş-Şirāt (il ponte sottile del Giudizio) con « la via retta », per cui il Musulmano invoca Dio di guidarlo nella Fātiha (la prima sura del Corano) è corrente nell’escatologia musulmana.

[14] Il latino non ha le frasi corrispondenti al francese : « et si est tant fresche qu’elle semble que naist tot ades ». « Et au pie de cel arbre si sourdent mout de fontaines tottes... », usate qui perché il testo sia più chiaro.

[15] Qui vi è ordine diverso nel latino e nel francese, per evidente errore dell’amanuense del codice latino. Infatti, mentre il francese conclude il cap. XLI, con l’arrivo dei nuovi beati « devant Nostre Seignour en Paradis », il latino continua il capitolo narrando come il Signore gratificò i nuovi arrivati della Sua visione beatifica. Così, quando nel capitolo XLI la narrazione ripiglia nel latino come nel francese, l’amanuense del latino omette qui bruscamente (dopo «ipse discooperuit ») il passo sul Volto del Signore, che egli aveva già incluso nel precedente capitolo e ripiglia, disordinatamente, a metà del discorso glorificatore che i nuovi beati rivolgono al Signore. (Cerulli)

[16] Dall’inizio del paragrafo fino a questo punto abbiamo usato il testo francese per superare l’errore dell’amanuense latino di cui alla nota precedente. (ndr)

[17] trascrizione dell’arabo al-qaş, che corrisponde al latino castrum. l’Alcazar è una residenza reale, un magnifico palazzo e per immaginarlo pensiamo all’Alkasar di Siviglia.

[18] Il passo risulta alquanto oscuro, a causa della voce insicio di cui non si trova riscontro. Il passo, comunque, dovrebbe significare che la frutta del Paradiso, succosa, è tale che non fa venir la sete, non fa desiderare di bere. (Cerulli)

[19] in latino: meum nomen et esse: il mio nome e chi sono, con riferimento alla sua condizione di profeta e di nuncio di Dio nel mondo.

[20] La traduzione è condotta sul testo francese e non su quello latino. Così spiega Cerulli: « hamiua haraçul bi-me huncila ylay » (francese): « hamina harazul bi-me unzila ylay » (latino) è l’arabo: amina ar-rasūl bi-mā unzila ilayhi « L’Inviato (di Dio) ha creduto in quel che a lui fu rivelato » (Corano, II, 285. - Il francese esattamente traduce ed aggiunge che la Voce recitò « l’estoire du comencement iusqu’a la fin ». Nel latino invece l’amanuense ha confuso (per errore omoteleutico col « totum »?) la traduzione del versetto coranico con la frase successiva (quella che avrebbe dovuto corrispondere alle parole francesi su riferite); in modo che sembra erroneamente che «a principio usque ad finem» rientrino nella traduzione del versetto coranico.

[21] la versione francese ha: de droit en droit

[22] non secundum longum sed secundum latum: tradotto nella vers. francese dou travers.

[23] Corano, II, 22 e XIV, 51 : « Il fuoco, il cui combustibile saranno gli uomini e le pietre».

[24] così Cerulli traduce “rimatur”, che ha il significato di ‘fendere, aprire, rompere’.

[25] Gabriele non risponde  in questo paragrafo alla domanda di Maometto.

[26] Gabriele spiega a Maometto il concetto di legalitas (corretta osservanza della legge) da intendersi come ‘fidelitas’, ‘probitas’ (integrità morale) verso Dio (nota 249 del Cerulli)

[27] nota 280 di Cerulli: “Trascrizione dell'arabo mawğ makfūf: onda condensata; il primo traduttore per facile scambio di w e r nella scrittura araba, ha letto marğ, prato. Traduciamo apportando la correzione del Cerulli. E visto che per sineddoche onda sta per mare, usiamo questa parola anche in accordo coi mari che circondano le terre (questo sarebbe l'unico caso di prato che si estende tra una terra e l'altra) ma che, a differenza degli altri mari, è absconditus, cioè occulto, celato (dovrebbe essere svelato al momento del Giudizio Universale, come altri elementi.). Notiamo infine che il concetto di prato contrasta con il §139, in cui si dice espressamente che ogni terra ha il suo mare.

[28] non trecento come in R. R. Testa

[29] non ‘trecento’ come in R. R. Testa

[30] Gog e Magog sono leggendarie popolazioni dell'Asia centrale, citate nella tradizione biblica e in quella coranica, quali genti selvagge e sanguinarie, fonte di incombente e terribile minaccia, nella mitologia e nel folklore. Vengono presentati come uomini, esseri soprannaturali come giganti o demoni, gruppi etnici o territori.

[31] sexaginta milia

[32] le LXX mila fonti di fuoco, i LXX mila fiumi, i LXX mila castelli di fuoco, e le LXX mila sale per ogni castello, e le LXX mila dame di fuoco per ogni sala che infliggono LXX mila supplizi diversi che generano LXX mila volte al giorno nei peccatori il desideio di morire..

[33] vers. lat.: eligentur; vers. fr: drecies.

[34] « Hasce » è ̒Ā̉ išah, la moglie preferita di Maometto figlia di Abū Bakr

[35] È da osservare come nel racconto siano fatte intervenire Ā̉ išah e Fāţimah ed entrambe per lo stesso consiglio di prudenza.

[36] « Habenabez » e cioè ̒Abdallah Ibn ̒Abbàs, figlio dello zio di Maometto: ̒Abbas b. ̒Abd al-Muţţalib. Vi è qui confusione tra lui e suo padre, che le fonti arabe menzionano appunto in relazione con questo episodio, giacché al tempo in cui la tradizione colloca il Mi’rāğ Ibn ’Abbās non era ancora nato. La confusione è sorta dall'essere la trasmissione del racconto posta sotto l'autorità di Ibn’Abbās.

[37] « Abulbekar » è Abu Bakr, suocero di Maometto e suo primo successore come Califfo.

[38] Il dolore provocato dalle parole “offensive’ dei Coreisciti.

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Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2010