Anonimo

Leggenda di Maometto

Legenda Machometi

Edizione di riferimento:

Poésies populaires latines du moyen âge par M. Edélestand du Méril, Paris 1847.  Ristampa anastatica, Forni editore, Bologna 1969.

La traduzione dell'introduzione e delle note riportate è di Giuseppe Bonghi

Introduction par Edelestand du Méril

Abituati come sono ai simboli e agli apologhi, gli Orientali non legano ai fatti un senso materiale e puramente storico: ciò ch'essi cercano in un racconto non è tanto l'insegnamento letterale del passato, quanto una comunicazione simpatica (gradevole) di sentimenti e di idee; per loro la storia resta sempre poesia. Nell'ardore del loro entusiasmo, i discepoli di Maometto raccoglievano intorno a lui tutte le leggende che  potevano, mettendole in azione per esprimere diffondendole nel modo più dirompente la sua santità e la sua potenza. Era tale la quantità e il meraviglioso di queste leggende ch'esse spaventavano l'immaginazione degli Arabi; alla tradizione non furono riconosciute che sei fonti legittime [1]; e ancora gli spiriti che ostentavano un po' di buon senso non potevano attingere che con riserve eccessive in questo immenso deposito di miracoli e di tradizioni che si chiama il Sonnah. Abou-Abdallah Mohammed, o, per dargi il nome col quale è conosciuto nella storia letteraria, Bokhari, che è vissuto solo due secoli dopo l'Egira, ci fa conoscere nella sua opera che egli aveva raccolto su Maometto fino a duecento mia tradizioni, ma che non aveva potuto che pubblicarne solo 7225, di cui gli sembrava incontestabile l'autenticità. Gli altri raccoglitori non avrebbero avuto lo stesso scrupolo d'esattezza; essi raccolsero quasi indifferentemente tutti i fatti che si trovavano nella memoria popolare e gli storici [2] che si moltiplicavano così facilmente in un popolo così incline ai racconti in cui una conoscenza approfondita del passato non è indispensabile alla storia, inventarono senza dubbio una gran massa di fatti nuovi che ben presti neanche essi riuscirono più a distinguere dagli altri.

Inoltre, forse non è una meraviglia ridicola che non sia stata veramente attribuita a Maometto, e sarebbe tanto fastidioso quanto riportarle tutte. Egli nacque già circonciso e senza essere tenuto dal cordone ombelicale [3]; una luce il cui splendore  illuminò tutta l'Arabia, uscita con lui dal seno di sua madre; non appena egli si getta in ginocchio, eleva il suo sguardo verso il cielo ed esclama con voce sonora: Dio è grande, Dio solo è Dio e io sono il suo profeta [4]. Quando ebbe tre anni due angeli gli aprirono il petto per levarne una macchia nera e riempirla di luce. Durante la sua fuga a Medina, secondo Gjannabi, rinvigorì le forze dei suoi compagni facendo scaturire un ruscello di latte dalla testa di una magra capretta. Quando si sedeva sotto un albero morto, i rami ridiventavano verdi secondo Admed ben Joseph, e si ricoprivano di foglie per difenderlo  dai caldi raggi del sole, e Gazali racconta che quando istituì la prima cattedra, nel settimo anno dell'Egira, la palma alla quale si appoggiava di solito per predicare, si lamentava di essere tanto trascurata finché Maometto la calmò con buone parole. Ci sono tuttavia due miracoli leggendari che, malgrado siano ridicoli, meritano una menzione particolare, perché se ne parla nel Corano, e che hanno una maggiore autenticità rispetto agli altri. Si deve comunque premettere che in una raccolta composta a livello d'improvvisazione continua, e sovente ispirata da necessità e passioni del momento, si trovano dei testi adatti a tutte le opinioni, il Corano considera le sue verità come troppo evidenti in sè stesse tanto da non aver bisogno di essere legittimate con prodigi, e Maometto ha dichiarato più volte in termini estremamente chiari, che egli non aveva il dono dei miracoli. Così, per esempio, scriveva nel capitolo intitolato Raad o il Tuono: Gli infedeli dicono: «Se facesse qualche miracolo gli potremmo credere. Poi essi gli rimproveravano: Tu non sei che un chiacchierone e non ti occupi che di predicare agli altri». Ma sia per una di queste contraddizioni di cui è piena la sua vita, sia per la necessità di rafforzare una fede talvolta vacillante, ha cercato talvolta di far credere alla realtà di un sogno, durante il quale fu trasportato al settimo cielo e ammesso a vedere Dio faccia a faccia. Se il Corano dice solamente, nella tradizione di Maracci, «lode a colui che trasportò il suo servo dal tempio di Haram a un lontanissimo tempio», un'altra sura ha certamente inteso questo passo nel senso della leggenda popolare: «Egli l'aveva già visto in un'altra discesa, ‒ presso il loto del confine, ‒ là dove si trova il il giardino della casa». ‒ Il loto era coperto d'omba. ‒ L'occhio del profeta non si distolse, né si smarrì un solo istante. ‒ Egli ha visto la più grande meraviglia del suo Signore.» Il miracolo della piana dei sassi è talmente ridicolo che Abou’lféda ha disdegnato di parlarne, quantunque avesse dovuto farlo in presenza di tutto il popolo della Mecca, che domandava ironicamente a Maometto un segno della sua potenza. In risposta a questa insolente sfida, fitte tenebre coprirono la terra in pieno mezzogiorno, la luna discese dal cielo e venne a fare intorno alla Kaaba le sette circonvoluzioni che eseguono ordinariamente i pellegrini; poi ella si inchinò davanti a Maometto, dicendo: Io dichiaro che non c'è altro Dio che Dio, e che tu sei Maometto, l'apostolo di Dio; allora essa entrò nella manica destra del suo abito e uscì da quella sinistra, risalì al cielo metà da Occidente e metà da Oriente, e si riformò in un globo rotondo nel mezzo del cielo. Un miracolo così eclatante non ebbe però un grande successo presso gli Infedeli, perché determinò solamente la conversione di Abib ben Malek e di quattrocentosettanta abitanti della Mecca; ma ciò non è meno attestato da una folla di testimoni oculari d'una incontestabile autorità, e i Persiani ne celebrano ancora oggi la commemorazione con una festa religiosa. Se Maometto non ha voluto accreditare con espressioni ambigua una credenza assurda, che spiega a malapena l'entusiasmo idiota dei primi musulmani e l'amore disordinato degli Orientali per il meraviglioso, l'origine di questa tradizione si trova senza dubbio nel primo versetto della Sura 54: « si avvicinò l'ora e si divise la luna; » sarà stato dato un senso letterale a una figura retorica e inventata una storia che rendeva più colpevole la testardaggine degli increduli.

In Occidente, al contrario, non si è contenti di fare di Maometto uno stregone, un infame libertino, un ladro di cammelli, un eresiarca, un cardinale che stabilisce una nuova religione per vendicarsi dei suoi colleghi che si erano rifiutati di eleggerlo papa, l'Anticristo e anche una bestia; si è immaginata anche una gran quantità di leggende per rendere odiosa la sua persona e disprezzabile la sua religione. Una parte è stata inserita da Ildeberto nel suo poema di Maometto, ma sembra aver raccolto senza discernimento tradizioni poco diffuse [5]. Il monaco che noi pubblichiamo, sfoggia al contrario pretese storiche; indica fonti d'informazione con una cura ordinariamente ben lontana negli scrittori del Medioevo e la traduzione che Alessandro du Pont fa della sua opera, circa un secolo dopo, prova ch'egli aveva ottenuto un vero successo. Fabrizio non lo conosceva affatto, e la storia letteraria della Francia si limita a citarne 22 versi, e a dire: «Wautier, monaco francese, non si sa di quale casa, compose, negli anni della seconda crociata, una sorta di poema su Maometto, di cui si conserva un esemplare manoscritto nella Biblioteca del Re. L'autore ci comunica soltanto, nei primi versi, che si chiamava Walterius, e ch'egli ricavava le sue informazioni da un Abate chiamato Warnerius; ma la traduzione di Alexandre du Pont ci fornisce qualche altra indicazione meno vaga.

Se qualcuno vuole udire o sapere

la vita di Maometto, avere

ne riceverà qui conoscenza.

Nella terra il re di Francia.

Ma un tempo, a Sens, in Borgogna

chierici conobbero un canonico

che saracino era stato;

ma che era cristianizzato;

Mahom aveva del tutto lasciato

e conosceva tutta la storiella

che Mohammes aveva vissuto,

il baratto e l'imbroglio.

Fu chierico quando fu pagano,

e chierico dopo, quando fu cristiano.

al suo signore contò la fola

che a un abate del paese

che si chiamava Gravier,

raccontò a Gautier

che monaco era del suo abate.

I monaci pratici di scrittura,

un libretto scrissero in latino,

in cui Alessandro del Ponte espose

la materia di cui è fatto

questo piccolo racconto.

Se come affermano i detti monaci

Adans non aveva i canonici,

I chierici non avevano Diodonati

per quel ch'a Dio s'era donato.

Egli conosceva per scrittura

e Maometto e la sua natura,

com'egli s'era affannato

e dove la sua stirpe era nata. [6]

Malgrado questo nome di Gravier, e questi dettagli su un canonico Adans e un antico maomettano Diudounés, di cui non c'è traccia nel nostro poema, è evidentemente l'originale del Romanzo di Maometto, e non si possono attribuire queste differenze insignificanti che alle licenze che si davano i traduttori durante il medioevo. Questo Walterius viveva dunque nel mezzo della Francia e certamente durante il XII° secolo, poiché la scrittura del manoscritto 8501a ne ha i caratteri ordinari e si leggono alla fine del poema questi versi che, malgrado la loro riproduzione nel manoscritto 328, supplemento latino, appartengono senza alcun dubbio allo scriba [7]:

Idus adhuc julii renovantur signa triumphi;

Post bis quingentos et centum circiter annos

Ex quo virgineus del (P)neumate floruit alvus,

Anno centeno, julii quinto die deno,

Jherusalem nostris cesserunt maenia Francis.

Questo Walterius o Galterus, che invoca la testimonianza di un abate Warnerius, doveva, come il detto Alessandro Du Pont, far parte del suo monastero, ed ebbe un Warnerius, abate di Marmoutiers, che compose le Gesta consulum andegavensium, riconobbe di essersi servito della storia dei Marmoutiers, per mezzo di un Galterus di Compiègne. È senza alcun dubbio colui che fu il primo priore di Saint Martin en Vallée, in uno dei sobborghi di Chartres, e sottoscrisse in questa qualità una carta datata 1131, e questa circostanza  ce lo farebbe ritenere anche come l'autore dei Miracles de la Vierge de Chartres, scritti verso la metà del XII° secolo che Labbe ha inserito nella Biblioteca nuova dei manoscritti. Proprio all'inizio l'autore dice: « Fratri venerando et in Christi visceribus plurimum complectendo Sancti-Venantii monacho Gauterius Cluniacensis monachus usque ad finem pondus diei et aestus constanter portare! » ma i monaci cambiavano assai sovente monastero e venivano nominati abitualmente col nome del monastero cui appartenevano. Quale che sia la realtà di questa ultima congettura, non si conosce, durante il XII° secolo, malgrado l'opera di Mabillon e di Martenne, alcun altro abate, chiamato Warnerius, che quello di Marmoutiers, l'autore del nostro poema faceva dunque, molto probabilmente parte di questa abbazia, e tutto porta a vedervi il Galterus di Compiègne, che era monaco di Marmoutiers e s'occupava, precisamente nel medesimo tempo a raccogliere tradizioni storiche [8].

La Biblioteca reale possiede due manoscritti di questo poema: il n° 8501a che, così come è stato visto, è datato 15 luglio 1199, e il n° 328 del supplemento latino che sembra essere stato scritto nel XIV° secolo. Come i versi dello scriba che abbiamo appena citato vi si trovano ugualmente, il primo ha dovuto servirgli come fonte [9], ma qua e là si riscontrano delle varianti che non permettono di dubitare dell'esistenza di un manoscritto più corretto.

Èdelestand du Méril

Quisquis nosse cupis patriam Machometis [10] et actus,

otia Walterii de Machomete lege.

Sic tamen otia sunt ut et esse negotia credas.

ne spernas quotiens otia forte legis.

Nam si vera mihi dixit Warnerius abbas,                                           5

me quoque vera loqui de Machomete puta.

Si tamen addidero vel dempsero sicut et ille

addidit aut dempsit, forsan, ut esse solet,

Spinam devita, botrum decerpere cura;

botrus enim relicit, vulnera spina facit.                                        10

Abbas jam dictus monacho monachus mihi dixit,

immo testatus est mihi multotiens,

Quod quidam cui nomen erat Paganus, honestus,

clericus et Senonum magnus in ecclesia,

Secum detinuit aliquanto tempore quemdam                                    15

qui Machomis patriam gestaque dixit ei.

Qui de progenie gentili natus et altus,

Christi baptismum ceperat atque fidem:

Ergo se puerum dedicisse legendo professus

quidquid scripturae de Machomete sonant,                                20

Dixit euni genitum genitoribus ex idumaeis

et C.hristi doctum legibus atque fide.

Rethor [11], arismeticus [12], dialecticus et geometer,

musicus, astrologus, grammaticusque fuit.

Qui licet, ut liber, excelleret artibus istis,                                             25

ex servis servus ortus et altus erat.

Servus erat domini cujusdam nobilis [13] atque

castellis, opibus divitis et populo.

Qui licet omnibus his et pluribus esset abundans,

more tamen gentis illius et patriae,                                              30

Merces mutandas, species quoque prò speciebus,

longe per servos mittere suetus erat;

Sed magis arbitrio Machometis quaeque fiebant;

utilior reliquis, plusque fidelis erat.

Illis temporibus et in illis partibus unus                                               35

vir fuit, egregii nominis et meriti,

Conversans solus inter montana rogansque

pro se, pro populo, nocte dieque Deum [14].

More prophetarum gnarus praenosse futura,

totus mente polo, carne retentus humo.                                      40

Vicinis igitur de partibus atque remotis

multi gaudebant ejus adire locum.

Consilio cujus, prece, dogmate quisque refectus

regrediebatur laetior ad propriam.

Sic etiam Machomes devotus venit ad illum,                                     45

recte vivendi discere dogma volens.

Quo viso, Sanctus, admoto lumine mentis,

intus possessum daemone novit eum,

Et, cruce se signans, « Possessio daemonis, » inquit,

« vas immunditiae, fraudis amice, fuge !                                     50

Quid luci tenebrae, vel quae conventio Christi

ad Belial? Tecum portio nulla mihi. »

His Machomes motus et scrutans intima cordis

et manuum, talem se reperire nequit;

Unde satis supplex humilisque requirit ab ilio.                                  55

quare tam graviter corripuisset eum.

Sanctus ei: « Vere possessio daemonis es tu;

lex sacra, sacra fides, te tribulante, ruet.

Conjugium solves, corrumpes virginitatem,

judicioque tuo castus adulter erit;                                                60

Exlex legitimum damnabit iniquus amicum

justitiae, pietas impietate cadet.

Tu facies, mentis ut circumcisio non sit,

ut redeat carnis, ut sacra cesset aqua,

Utque loquar breviter, Adam veterem renovabis                               65

atque novas leges ad nichilum rediges. »

Tunc Machomes constanter ait se malle cremari

quam pro se leges ad nichilum redigi.

Vir tamen ille Dei nichilominus increpat illum

aque sua facie jam procul ire jubet.                                             70

Abscedens Machomes et Sancti dicta revolvens,

innumeras animo fertque refert(que) vices.

Nam de se Sancto plusquam sibi credere coepit,

et sicut mentem sic variat faciem;

Jamque satis posset advertere quilibet illum,                                      75

non proprii juris esse sed alterius.

Daemon enim ducebat eum quocunque volebat,

permissuque Dei prospera cuncta dabat.

Qui, proprium tamen ad dominum de more reversus,

exequitur solitum sedulus obsequium;                                        80

Conservos ad se vocat; adsunt: imperat illis;

illius imperiis accelerando favent.

Serica cum tyriis et murice pallia tincta,

plurima praeterea quae pretiosa putant,

De domini sumunt thesauris atque camelos                                       85

ex ipsis onerant; sic iter arripiunt.

Æthiopas igitur, Persas Indosque petentes

merces mutandas mercibus instituunt.

Non sic ad votum Machometis cesserat unquam,

nec tantum domino proderat ante suo:                                       90

Nam rediens, commissa sibi duplicata reportat;

quaedam, multa magis quam triplicata refert.

O(h)! divinorum scrutator judiciorum

quis queat esse? Malis plus sua vota favent.

Sed si credamus rationi christicolarum,                                              95

quam sacra lex firmat, quam tenet alma fides.

Retribuit Deus ista malis propter bona quaedam,

quae quandoque mali, parva licet, faciunt.

Econtra nemo tam sancte vivit ad unum,

quin aliquando manu, mente vel ore cadat.                                100

Hic igitur premitur ut et hic deponat amurcam

quam de peccato contrabit exul homo.

Sic Job, sic Machomes (bonus hic, malus ille) fuerunt

nunc habet hic requiem, sustinet ille crucem:

Taliter Antiochus, Machabaei taliter; hi nunc                                     105

felices gaudent, nunc miser ille dolet.

Pressuras Sancti sic omnes paene tulerunt,

ut dolor iste brevis gaudia plena daret.

Jam non turberis, Domino si judice, justis

hic mala proveniunt, vel bona saepe malis.                                 110

Divitis esto memor quem Lazarus ille rogabat.

cujus lingebat ulcera lingua canum:

Dives inhumanus modo tormentatur in igne,

nunc Abrahae gaudet Lazarus in gremio.

Sic Nero, sic Decius, Datianus, Maximianus                                      115

presserunt Christi tempore membra suo,

Et caput ipsorum (Christum loquor) in cruce misit

gens cui promissus et cui missus erat.

Ille resurrexit, ascendit, regnat et illuc

membra trahit secum jugiter ipse sua.                                        120

Sic antichristos vermis qui non morietur

rodet, et Inferni flamma vorabit eos.

Talibus exemplis sta firmus, cum mala justis

vel bona non justis saepe venire vides:

Nam, quod de Domino testatur Lectio sacra,                                     125

judicium justis exeret hic patiens.

Quod quia langendum visum fuit utile, noster

est intermissus ad modicum Machomes.

His intermissis, redeuntes ad Machometem.

texere propositum jam satagamus opus.                                     130

Tempus adest quo mortuus est dominus Machometis.

et sine prole manet uxor [15], et absque viro.

Sed sicut domino Machomes fuit ante fidelis,

sic etiam dominae subditur imperiis.

Servit ei, dat consilium, procurat agenda,                                          135

plus solito dominae multiplicavit opes.

Postquam post domini decessum transiit annus,

disponit juvenis nubere jam domina;

Secretoque vocans Machometem tempore, dicit:

« Sum juvenis, sexu femina, res fragilis;                                      140

Possideo servos, ancillas, praedia, villas;

sunt castella mihi, sunt etiam proceres;

Sum viduata viro, nalis et utroque parenti;

ignoro prorsus qualiter ista regam.

Ergo tu, qui Consilio callere probaris,                                                 145

praemeditare mihi quae facienda probes.

Utile consilium rogo provideas et honestum:

nunquam laude carent haec duo juncta simul [16].

Sit persona decens, sapiens et strenua, sit quae

non minuat nostrum nobilitate genus.                                        150

Denique, ubi talis sit ut esse per omnia dignum,

illum me nemo jure negare queat. »

Respondit Machomes: « Operam dabo nocte dieque;

forsitan inveniam qui deceat dominam.

Sed, quia vix talis in multis invenietur,                                               155

quod quaeris longi temporis esse reor.

Non diffido tamen, quia si Deus ista futura

praevidit, non est cur remanere queant. »

His dictis, Machomes abscedens, pervigil instat,

si quoque forte modo ducere possit eam.                                    160

Transierant vix octo dies cum subdolus ille,

veracem simulans, praemeditatus adest.

Vultum demittit, oculos gravat, afficit ora.

mentitur facie relligionis opus.

Pallidus apparet, ut quilibet hunc heremitam                                    165

aut anachoretam judicet aut monachum;

Talem se simulat ut dicere vera putetur,

cum dominam fallet, falsa loquendo sua,

Rhetoricosque suis verbis miscendo colores,

cum domina tanquam Tullius alter agit.                                     170

« Si juveni nubas quem nobilis ordo parentum,

quem decus atque decor, strenuitasque levet,

Depopulator erit rerum fortasse tuarum;

vastabit villas, praedia destituet,

Omnia consumet vivendo luxuriose:                                                   175

quae modo dives eras, ad breve pauper eris;

Quodque puto gravius, te spernens, fiet adulter;

unde, timens capiti, non eris ausa loqui.

Qua re consilium dominae, me judice, non est

nobilis et juvenis quaerere conjugium.                                        180

Sed jam de senibus tecum, puto, mente revolvis:

ille vel ille senex est bonus, est sapiens;

Congruit ille mihi bene, me reget et sapienter

omnia disponet; nubere quaero seni.

Sed non hoc quaeras, quia non sibi convenienter                              185

junguntur juvenis femina virque senex.

Illa calore viget, nitida cute, corpore recto:

pallidus, incurvus, sordidus, ille tremit.

Illa juventutis amplexus factaque quaerit.

.    .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   . [17]                                                190

Ille dolet, tussit, emungitur, excreat; illa

sanior et juvenis pene nihil patitur.

Auditus, gustus, olfactus, visio. tactus,

integritas mentis in sene deticiunt;

Sed, nisi turbetur casu, natura Juventus,                                            195

sensibus his sanis, laeta vigere solet.

Cum sibi dissimiles ita sint juvenesque senesque.

cum sene quo pacto copula stet juvenis?

Non igitur juveni, qualem praediximus ante,

nec cuiquam vetulo conveniat domina.                                       200

Ut vulgare loquar, praesumo docere Minervam;

non praesumo tamen, actito jussa mihi:

Et solet hoc multis contingere res alienas

multotiens melius quam proprias agere.

Et quod non fallat haec in me regula, nosti                                        205

namque tuis semper postposui propria:

Dum tibi vir vixit, me nemo fidelior illi;

nemo tibi viduae me fuit utilior:

Cumque tibi maneam tam commodus atque fidelis,

cur dubites nostro credere Consilio?                                            210

Quodque loquar dominae non mentem, non gravet aures

cum cupiam tibi plus quam mihi proficere. »

Illa rfert: « Constat, Machomes, te vera locutum:

et debere tibi credere me fateor.

Die igitur quodeunque placet, quodeunque videtur;                         215

consilium, credo, credere non renuam. »

Tunc Machomes solito factus securior, illi

jam reserare parans abdita cordis, ait:

« Quae modo sunt domini dominaeque fuisse probantur,

ancillae, servi, praedia, prata, domus,                                         220

Villarum reditus, terrarum commoda cuncta,

a puero sempernota fuere mihi.

Nullus de servis dominae sic omnia novit,

nullus ei tantum commodus esse potest;

Et, nisi servili sub conditione tenerer,                                                  225

nobilium nulli nuberet utilius. »

Talibus auditis, ut prudens atque modesta,

responsum tali temperat illa modo:

« Consilium quod das nec prorsus dico probandum.

nec prorsus dico quod reprobare velim;                                      230

Nam quod de juventini dixisti nobilitate,

ut patet in factis, nemo negare potest:

Vix etenim videas cum nobilitate juventam

quin sit contemptrix, prodiga, vana, procax.

Sic etiam constat te vera fuisse locutum,                                             235

quod senis et juvenis copula non deceat;

Et bene monstrasti disconvenientia quare

jungi non debent; id placet, idque probo.

Sed quod me dicis tibi nubere convenienter,

nulla mihi ratio persuadere potest.                                               240

Si dominae servus jungatur, nemo tacebit,

ridendi causas omnibus ipsa dabo.

Clamabunt omnes, simul omnes improperabunt,

et dicent omnes: femina virque simul,

Quae solet esse super, nunc subjacet, et dominari                             245

qua esolet, ancillae nunc gerit officium.

Quodque magis timeo, quoniam magis est pudibundum,

dicent me quondam succubuisse tibi;

Quod si vel leviter submurmuret unus ad unum,

id quoque si sciero, me puto malle mori.                                     250

Est etiam procerum mihi copia, qui mihi debent

temporibus certis reddere servitia;

Quos pudeat servire mihi si nupsero servo,

sic honor, et nostrae sic minuentur opes.

Quin etiam servi, conservum despicientes,                                         255

nec tua curabunt nec mea jussa sequi.

Sic et quae spondes ex te mihi commoda perdam,

quaeque putas per te damna cavere feram. »

Cautus ad haec Machomes aurem patienter habebat,

cordis in arcano singula verba locans;                                         260

Oreque compresso, modicum silet, ut videatur

responsum magni ponderis esse suum;

Inde levans oculos et oris claustra resolvens:

« Crede mihi, » dixit, « non nisi vera loquar:

Si libertati tibi me donare placebit,                                                      265

quae metuis poterunt nulla nocere tibi,

Nobilis aut servus, tibi vel mihi nemo resistet;

aut timor hos subdet, aut sociabit amor.

Unde tuam nemo praesumet laedere famam,

sed benedicetur nomen ubique tuum.                                         270

Divitiae crescent, augmentabuntur honores,

et procerum solito major erit numerus.

Multiplicabuntur reditus, augebitur omne

quod minus esse solet, villula, vicus, ager:

Et, quod promitto si non erit, excute dentes,                                      275

aut fodias oculos, aut mihi tolle caput. »

Tam magnis igitur promissis illa ligata,

si proceres iaudent, nubere spondet ei.

Tunc Machomes gaudens exit festinus ab illa;

ad proceres ambit; munera magna parat.                                   280

Hunc trahit in partem, secreto postulat illum;

hunc sibi promissis allicit, hunc precibus.

Aurum promittit, argentum, pallia, vestes,

quidquid amat mundus, quidquid habere cupit.

Rem tamen occultat, nisi qui [18] firmaverit ante                                   285

quod ferat ex toto corde juvamen ei.

Postquam per partes Machomes sic quemque ligavit.

ut nulli retro cedere jam liceat;

Consilio prudens, omnes conduxit in unum.

et quo res tendat omnibus innotuit:                                             290

Scilicet ut liber fiat, laudantibus illis,

et per eos dominae possit habere thorum,

Jamque manumisso sibi reddere non gravet illos

antea quae domino debita reddiderant.

O coecum virus quo turget iniqua cupido,                                         295

quo semel imbutus se quoque nescit homo!

Hos ita coecavit nummi species, rubor auri,

quod faciunt dominam ducat ut ille suam:

Cujus erant domini fiunt ob munera servi;

libera supponunt colla manusque jugo.                                      300

Ad dominam properant et quod Machometis ab ore

audierant, illi persuadere student:

« Si dominus noster, » dicunt, « tuus ille maritus,

nobilis et sapiens, non moreretur adhuc,

Non tibi vicinus praesumeret ullus obesse;                                         305

externos etiam subderet ille tibi;

Omnia curaret, disponoret omnia; nulla

morderet mentem. sollicitudo tuam.

Sed quia mortuus est et le sine prole reliquit,

atque remanserunt multa gerenda tibi,                                       310

Est opus ut nubas, quia non potes absque marito

pondera curarum, femina, ferre diu.

Sed, vivente viro, constat quod casta fuisti;

post obitum cujus haec quoque fama manet:

Unde timebamus ne forte tibi statuisses,                                            315

sic semper vitam ducere velle tuam.

Hac igitur causa convenimus ut verearis

tot vel tantorum spernere consilium.

Nube viro, quia si de te non venerit haeres

qui teneat terram, te moriente, tuam,                                          320

Omnia quae tua sunt miserabiliter rapientur,

particulamque volet quisque tenere suam.

Immo, si fuerit quis fortior, omnia tollet,

si quis ei contradixerit ense cadet:

Et nos aut poenis aut morte peribimus omnes,                                  325

si non ut servi subjiciamur ei.

Quae mala jure tibi vertentur ad impietatem

si, nos contemnens, nubere nolueris. »

Illa refert: « Etsi non nubere proposuissem,

propositum pietas vinceret et ratio;                                              330

Sed constat mecum me nil proponere magnum

quod non ex vestro pendeat arbitrio;

Ergo personam mihi quaerite convenientem.

quae mihi, quae vobis utilis esse queat;

Si tamen ille [19] mihi fuerit minus utilis, opto                                    335

consilium vestrum non minus inde sequi. »

Hoc verbum statim rapuere loquentis ab ore,

quod procerum placitum spondeat illa sequi;

Tunc quidam fortasse senex, cui credere dignum

monstrabat gravitas canaque caesaries.                                      340

Antiquos annos memorans et gesta priorum

alloquiis dominam talibus aggreditur:

« Principio nullus servili conditionib erat;

sed quia primus homo peccavit transgrediendo,

peccati poenae subditur omnis homo.                                         345

Unde recens natus, si vivat nocte vel una,

primi peccati sorde nec ipse caret,

Et, nisi mundetur sacri baptismatis unda,

semper ei coeli janua clausa manet.

Hoc quoque mundatis transgressio contulit illa,                                350

quod peccare, mori, nemo carere potest;

Qui, nisi peccasset, potuisset utroque carere,

et modo sub neutro posteritas gemeret;

Sed sub utroque gemit, et Chau [20] contraxit ab illo

quod legitur nudum non tacuisse patrem.                                  355

Sed quia fortasse dominae non venit ad aures,

non reor indignum si referatur ei.

Cum genus humanum Deus ob peccata sub undis

delesset, solis octo superstitibus,

Obdormisse Noe legitur, detecta pudenda                                         360

ejus erant; vidit Cham sine veste patrem,

Detulit ad fratres; fratres doluere, pudorem

patris texerunt: nota fuere patri,

Qui contristatus, Cham supposuit maledicto,

et semper servum fratribus instituit.                                            365

Ex hoc cepit homo causas homini dominandi;

ex hoc servilis sumpsit origo caput.

Sed quia peccavit Cham vel Chanaam modo servit;

qui sequitur Japhet, Sem quoque liber erit:

Nam, si quis peccat, peccati servus habetur,                                      370

eque Deo natus crimina cuncta digit:

Non peccando, Dei jam lilius esse docetur

nec servus dici jure nec esse potest.

Hoc Jhesus dicit et apostolus ille Johannes;

hinc evvangelio non mihi quaero fidem.                                     375

Hos quoniam testes constat non posse refelli,

liber erit merito quisque fidelis homo.

Est autem dominae servorum copia multa,

inter quos unus omnibus est melior;

Qui bonus et sapiens, qui strenuus atque fidelis,                                380

qui validus membris, qui specie nitidus;

Digne rex posset, vel princeps quilibet esse,

si non ex servis ejus origo foret. »

Tunc, velut ignorans quod de Machomete loquantur,

callida responsum dissimulando dedit:                                        385

« Quem mihi laudatis ignoro, sed ex(h)ibeatur

et fiat liber; sim sua, sitque meus. »

Praesentant proceres Machometem, suscipit illa;

de servo liber protinus efficitur.

Tractatur de conjugio; consentit uterque,                                           390

et modico lapso tempore conveniunt.

Gaudia, prandia, fercula, pocula, vasa, ministros,

pransores, cytharas, cimbala, sistra, lyras.

Pallia, cortinas, aurum, lapides pretiosos,

ornamenta domus, quis numerare queat?                                  395

Anceps, venator non defuit; ardea, cygnus,

Grus, pavo, mergus, adest ursus, aper, caprea.

Festivos egere dies dum festa fuere;

sed dolor infestat festa repente gravis:

Nam Machomes morbo qui dicitur esse caducus,                             400

arreptus, dominae concidit ante pedes.

Membra volutat humi, decurrunt ore salivae [21];

jam quasi defunctum flet domus et domina;

Peneque deficiens, nimio confecta dolore,

quod spes quae fuerat de Machomete perit.                               405

Ad thalamum properat et claudens ostia post se,

ut dare solamen nemo valeret ei.

Ingeminat luctus, vestes a pectore scindit,

abrumpit crines, unguibus ora secat.

Interea Machomes, animo flatuque resumpto,                                   410

tristitiae causas quaerit et audit eas.

Et dominam quaerit, thalamos intrasse docetur;

praecipit ut veniat, ostia clausa vetant.

Tunc per se Machomes accedit et ostia pulsat;

quae pulsata diu, vix reserantur ei.                                              415

Ingressus dominam solari temptat, at illa

nullum solamen ex ratione capit.

Blandiri dominae Machomes molitur, at illa

pro blandimentis evomit opprobria;

Commendat Machomes illius nobilitatem.                                         420

illi de servis exprobat illa genus.

At Machomes, quanquam sibi sit patientia falsa,

parce tamen dominae sustinet opprobria,

Scilicet ut longo tandem satiata furore

vel sic suscipiat quae rationis erunt.                                             425

Res ita provenit, dominae deferbuit ira

unde sit in Machomem jam minus ipsa gravis.

Laetatur Machomes, supplex accedit ad illam

atque salutantem taliter alloquitur:

« Si servum velles audire tuum patienter                                            430

(nam Machomes dominae non nisi servus erit),

Si velles, inquam, mihi credere, protinus omnis

ira dolorque tuo cederet ex animo. »

« Dic, » inquit, « patiar tantum, si verba loquaris,

si me non temptes fallere more tuo. »                                          435

Respondit: « Nisi vera loquar, si fallere quaeram,

linguam fallacem gutture velle suo. »

Propositum praebens assensum, conditioni

annuit ore, manu; protinus ille refert:

« Quod me sperasti nuper tormenta tulisse,                                       440

nulla fuit morbi passio, crede mihi;

De coelo virtus in me descendit, et illam

immensam fragilis ferre nequivit homo:

Propterea cecidi spumans et membra volutans,

non quia passio me laeserit ulla mali.                                          445

Sed nunc mandatis praebe coelestibus aurem,

quae mihi de coelo nuntius explicuit.

sicut enim Gabriel archangelus ille Mariae

adventus Christi nuntius ante fuit,

Sic ventura Deus reserat mihi nunc per eumdem,                             450

et pietate prius, et pietate modo.

Naturalis enim primos transgressio legis

infecit patres et genus omne suum;

Postea, scripta Dei digito, Moysi data lex est,

quam, mandante Deo, detulit ad populum.                                455

Promisit populus Domini se jussa tenere;

sed cito dissiluit transgrediendo viam.

His igitur causis moriendi lege tenemur,

exilium patimur tartareasque cruces.

Sed Deus, has hominum poenas miserando, recepit                          460

naturam nostram, virgine matre satus;

In cunis positus, intra praesepe locatus,

contectus pannis vilibus et modicis;

Esuriens panis, sitiens fons, dives egenus,

praeter peccatum cuncta gerens hominis.                                   465

Ex infante puer, sed et ex puero juvenescens,

denique vir factus, discipulos habuit;

Vitandum vitium, virtutem dixit amandam;

respuit elatos, suscipiens humiles;

Conjugio docuit praeferri virginitatem,                                              470

de qua praeceptum non tamen ipse dedit.

Conjugium castum mandavit, ut unus et una

consociarentur foedere legitimo:

Nam, reliquo quocunque modo se quis macularet,

turpis eum dixit criminis esse reum.                                            475

Omnibus impendi sincerum jussit amorem

omnibus, ut capiat quod sibi quisque cupit.

Hinc circumcidi carnem vetuit genitalem;

usque modo, dicens, ista figura fuit;

Re praesente, figura vacet, baptismatis unda                                     480

isti succedat; haec stet et illa cadat.

Agnus, ovis, vitulus et caetera signa recedant;

quo sol resplendet, non habet umbra locum.

Jam Pharisaeorum procul absint traditiones;

lex vetus impletur, lege vigente nova.

Talia dum mandat constanter homo, Deus idem;                              485

saevit Judaeus et Pharisaeus ad haec.

Insidiantur ei, verborum retia tendunt;

se verbo Verbum fallere posse putant.

Quod quia non possunt, intendunt crimina falsa,

sed, nisi cum voluit, fraus nihil illa fuit.                                       490

Nam contra Dominum non est sapientia, non est

consilium, virtus, sermo vel ingenium.

Ergo cum voluit tentus fuit; aspera lenis

sustinuit, clavos, verbera, probra, crucem;

In cruce defunctus, terrae mandatus, adivit                                       495

Tartara; confregit, cum spoliis rediit;

Discipulis visus est quadraginta diebus,

Thomae palpandum praebuit ipse latus;

Corporeumque cibum sumpsit, cernentibus illis,

ut monstraretur vivere vera caro.                                                 500

Denique jussit eos totum transire per orbem

et veram populis insinuare fidem,

Ut credant, ut agant, ut sacro fonte laventur

et salvi fiant, sin alias perient.

His dictis, benedicit eis, coeloque receptus,                                         505

promisso Patris munere firmat eos.

Spiritus inter eos in linguis venit et igne,

ut per verba fluant quos sacer urat amor.

Ergo, muniti linguis et amore calentes,

securi Christi nomen ubique ferunt;                                            510

Unde flagella, cruces, ignes, gladios patiuntur;

sed poenis illos vincere nemo potest.

Quin sibi collato virtutum munere reges

et populos Christi supposuere jugo.

O nova res! Morum mutatio tanta fiebat                                            515

ut qui major erat gaudeat esse minor:

Qui fuerat quondam nutritus deliciose,

cum modico modicam pane requirat aquam,

Qui prius ornari pretiosa veste volebat,

nunc vili sacco frigida membra tegat.                                         520

Hic cibus, hic vestis, ita strinxerat illa pudenda,

quod vix inter eos quis nisi castus erat.

Virginis hic votum sibi fecerat; ille maritus

servabat sancti foedera conjugii.

Tantam christicolae tenuerunt relligionem,                                        525

dum data lex noviter, dum novus ordo fuit;

Sed quod habere solet noviter novus ordo statutus

primitus ut vigeat, inde tependo ruat;

Sic quoque relligio decrevit christicolarum,

ut quae summa fuit postea corruerit.                                           530

Invidiae surgunt, sibi quisque requirit honorem

et frater fratrem laedere non metuit.

Ebrius efficitur qui sobrius esse solebat,

et parcus venter solvitur ingluvie.

Foedantur mentes et corpora commaculantur;                                  535

virgo ruit vitio, castus adulterio.

Nemo fidem Christo nec fidum servat amorem;

nemo tenet castum se; ruit omnis homo;

Et quem jam Christus cruce, sanguine, morte redemit,

ut redimat rursum non morietur item.                                        540

Sed tamen ex ipsa qua praeditus est pietate

consilium statuit ne penitus pereat.

Legis onus minuet, tollet baptisma, decemque

uxores unus ducere vir poterit.

Scribere mandavit Deus haec mihi per Gabrielem,                           545

caetera jussurus tempore quaeque suo.

His mihi de causis Gabriele superveniente,

sicut vidisti, concido, spumo, tremo.

Qui simul abscedit, ego, mox virtute resumpta,

gratulor arcani conscius angelici.                                                 550

Tu quoque congaude quia femina sola mereris

divinum mecum noscere consilium.»

His Machomes dominam sic decepisse putabat,

ut quidquid dicat credere non dubitet;

Sed, nihil illa putans verbis fallacius istis,                                           555

conviciis illum talibus aggreditur [22].

« Mendax, plene dolo, te sustinui patienter

expectando diu te mihi vera loqui;

Sed quia nunc video te non nisi falsa locutum

contra promissum quo mihi vinctus eras,                                   560

Me vix abstineo quin excruciam tibi dentes,

quin oculos fodiam, quin caput ense cadat. »

Respondit Machomes: « Ut credas profero testem

de cujus dictis sit dubitare nefas.

Nos omnes scimus quod, in isto monte propinquo,                           565

est quidam magni nominis et meriti;

A quo, si quisquam quae sint ventura requirat,

quidquid respondet indubitanter erit.

Non prece, non pretio, nullove timore moveri

a vero poterit; firma columna manet:                                          570

Hic tibi quae dixi si deneget, omnia membra

per minimas partes, annuo, tolle mihi. »

Illa rapit verbum, sanctum commendat et « illum

cras, » inquit, « dicta conditione, petam. »

Laudat et hoc Machomes, et, eum de nocte requirens,                      575

cuncta refert, et post talia commemorat.

« Praeteriere, puto, jam tres aut quatuor anni,

ex quo sancta domus haec mihi nota fuit;

Tunc mihi dixisti quod, me faciente, peribunt

Iex nova, sacra fides, conjugium, lavacrum.                               580

His adjunxisti quamplurima, more prophetae,

antea quam veniant notificata tibi;

Et, si praevidit per me Deus ista futura,

ut praedixisti, res ita proveniet.

Sic igitur Christi destructa lege fideque,                                             585

in baratri poenas corruet omnis homo;

Nam nisi qui fuerit baptismi fonte renatus

ad Christi regnum nullus habebit iter.

Attamen haec aliter fieri fortasse valerent,

si nostris velles credere consiliis;                                                   590

Christicolis aliis destructis tu superesses,

et templum tecum, discipulique tui;

Et, miserante Deo, modico de semine posset

Christi cultorum surgere magna seges. »

Sanctus ad haec: « Jura te non evertere templum,                             595

quodque mihi parcas discipulisque meis,

Et faciam quaecunque voles, tantummodo non sint

adversus Domini jussa sacramque fidem. »

Et Machomes: « Christo contraria multa videntur

quae dispensanter saepe licet fieri. »                                            600

Sanctus ait: « Sic est; die quod placet, impleo; tantum

servetur semen christicolae populi. »

Juravit Machomes et subdidit: « Est mihi conjunx

excellens fama, divitiis, genere;

Qua nubente, mihi venerunt prospera cuncta,                                   605

sed cito turbavit gaudia nostra dolor:

Improvisus enim morbus mihi contigit, et me

seminecem stravit ante pedes dominae.

Illa repentino casu turbata, simulque

tota domus, flentes unguibus ora secant.                                    610

Sic jacui similis defuncto pene per horam

et, rursus sumpto flamine, convalui

Et, satagens moestos solari, dissimulabam,

affirmans passum me nihil esse mali;

Sed secreta Deus mittit mihi per Gabrielem,                                      615

cujus virtutem ferre nequiret homo.

His illa non dante fidem, te nomino testem;

laudat, et idcirco cras tua tecta petet.

Haec tibi confiteor; haec antea dicere veni

quam veniat, ne tu dicta negare queas.                                       620

Haec et in occulto teneas, cum venerit illa;

quae si testeris, tuque tuique ruent;

Et, quod jam dixi, sic christicolae perimentur

ut jam non valeat surgere vestra fides.

Tunc Sanctus, Christi plus quam sua commoda pensans,                625

dicere promittit quae Machomes monuit.

Regrediens Machomes aurorae praevenit ortum,

ne quis eum videat et referat dominae.

Jamque die facto, montem petit illa prophetae,

nescia quod Machomes nocte fuisset ibi;                                     630

Omnia narrat ei, quae sit, cur venerit; ille

quae fuerat doctus a Machomete refert.

Illa redit gaudens tanto nupsisse marito,

qui mundi mutet jura, jubente Deo.

Jam veniam poscit; jam se peccasse fatetur                                        635

quod jussis ejus improba restiterit;

Jam veneratur eum; jam prorsus subditur ejus

imperiis; jam se non reputat dominam.

Laetatur Machomes ita se vicisse prophetam,

ut per eum dominam sic sibi subdiderit;                                     640

Et dicit: « Nosti tibi me non falsa locutum:

certam te fecit ille futura videns.

Nunc igitur quid agas te doctam convenit esse:

quando superveniet angelus ille mihi,

Sicut jam dixi, virtutem ferre nequibo;                                               645

sed tremulus, spumans, protinus ipse cadam.

Tu vero statim me veste teges pretiosa,

donec item redeat angelus ad superos.

Si quis enim videat me talem, nescius alti

consilii, morbo me cecidisse putet. »                                            650

Illa refert: « Pro posse geram quaecunque jubebis;

intendent in te mens, manus, os, oculi;

Contra stare tibi praesumet nemo meorum,

nam tua sunt melius, quam mea quae mea sunt. »

Hinc simulat Machomes vultum solito graviorem,                            655

et, velut e coelo venerit, alta sonat.

Sic risum vitat et verba moventia risum,

ut stupeat quisquis antea nosset eum.

Sub terra Machomes cameram fieri sibi fecit,

in quam praeter eum nullus haberet iter.                                    660

Quam Machomem conjunx ideo fecisse putabat,

ut Domino posset vivere liberius.

Sed vitulum niveum Machomes absconderat intus.

cujus erat potus Bacchus, et esca Ceres,

Qui sic doctus erat studio Machometis ut ejus                                   665

se genibus flexis sterneret ante pedes;

Et persistebat in terra sicut adorans,

donet surgendi signa daret Machomes [23].

Contigit ut fierent illic solemnia quaedam,

ad quae convenit patria tota fere;                                                 670

Per se magnates, per se plebs, et muliebris

a maribus sexus dissociatus erat.

Femineus sexus in verbis semper abundat;

dixeris arcanum, vix reticere potest.

Sic uxor Machomis conventu dixit in illo                                            675

quae celanda sibi crediderat Machomes.

Namque sui dum quaeque viri laudes memoraret,

omnibus ipsa suum praeposuit Machomem,

Dicens: « In vestris quidquid laudabile constat

longe praecellit in Machomete meo.                                            680

Quin etiam, nova si qua Deus proponit agenda,

angelus ille meo nuntiat ante viro;

Et, quia conjugii nos castus amor facit unum,

nulla putat Machomes non retegenda mihi.

Unde, fidem mihi si facitis secreta tenere                                            685

quae vobis dicam, mira futura loquar. »

Affirmant omnes se nulla prodere causa,

donec eis Machomes ipsave praecipiat.

Tunc quidquid Machomes secretum dixerat illi

ipsa revelat eis, ordine quaeque suo.                                            690

Omnes mirantur, omnes hanc esse beatam

dicunt, quod tanto sit sociata viro.

Finito festo, redeunt ad propria quique

atque domi referunt dicta vel acta foris;

Cumque referretur quorundam plurima virtus,                                 695

virtutum Machomis mentio major erat;

Nec tamen ullus adhuc procerum secreta sciebat

quae dominabus erant credita de Machome.

Quae licet illarum fidei mandata fuissent,

una nocte tamen non tacuere viris:                                              700

Scilicet arcanis Machomem coelestibus uti,

et ventura prius noscere quam veniant;

Quod lex a Christo data dura nimis, moderanda

per Machomem, Domino praecipiente, foret;

Multaque praeterea quae supra diximus, aut quae                           705

sunt retegenda suo tempore sive loco.

Mirantur proceres super his, secumque revolvunt

quidnam portenti talia significent.

Hi dubitant fieri tot tantaque per Machometem;

hi dubitare putant de Machomete nefas.

Nam, dum respiciunt virtutes anteriores,                                           710

coguntur per eas his quoque ferre fidem;

Ne vero quisquam remaneret pendulus ultra,

de se dicturus ille vocatus adest.

Excipiens illum summo conventus honore

surgit, et in primo dat residere loco.                                             715

Tunc Machomes causam conventus quaerit, et unus

quem commendabat lingua, genus, probitas,

Cygnea canities (quis enim praesumeret alter,

aut sciret tanto reddere verba viro?),

Hic igitur talis ac tantus, supplice voce,                                              720

vultu demisso, sic reverenter ait:

« O patriae custos! O spes! O gloria nostra!

nos omnes servos noveris esse tuos,

Nec servos durum qui te dominum patiamur,

sed quos more patris corripiendo foves.                                       725

Propterea quotiens audimus grandia de te,

quisque velut proprio gaudet honore tuo.

Quae vero de te miranda modo referuntur,

extollunt coeli nomen ad alta tuum.

Nam si consiliis divinis participaris                                                     730

et Deus arbitrio tractat agenda tuo,

Angelus aut Deus es humano corpore tectus,

jam tibi divinus exhibeatur honor!

Jam tibi donentur thymiamata, thura crementur,

ut te pacatum mundus habere queat! »                                       735

Respondit Machomes: « Ne me jactare viderer,

propositum fuerat ista silere mei;

Sed quae vult per me fieri divina potestas,

per me non fieri criminis esse reor.

Ergo locus certus et terminus instituatur,                                           740

in quo conveniant cum populo proceres,

Ut referamus eis quae sit divina voluntas,

qualiter infirmis parcere provideat.

Longinquas igitur percurrat epistola partes,

nuntia conventus, temporis atque loci. »                                     745

Dictum laudatur; edictum mittitur; omnes

tam Machomi(s) nomen quam nova fama movet.

Conventu facto, Machomi(s) facundia captat

aures et mentes, gestibus, ore, manu;

Unde satis miror, si vel fuit unus in illis                                              750

qui Machomis verbis nollet habere fidem.

Dixit quae supra jam me scripsisse recordor,

propter quod breviter sunt memoranda mihi:

Quod Moyses redeat, Christo cedente, vetusque

ritus agatur item, lege cadente nova;                                           755

Quod sacramentum cesset baptismatis, et quod

circumcidendi mos iterum redeat;

Quod licite denas uxores ducere possit

unus, et una decem possit habere viros.

Haec postquam dixit Machomes, et caetera quae se                         760

dicere dicebat, praecipiente Deo,

« Ascendamus, » ait, « montem quem cernitis illic;

fortassis nobis coelica verba sonent:

Sic etenim quondam Moyses de monte refertur

in tabulis legem dante tulisse Deo. »                                            765

Hic praetendebat Machomes verissima, verum

sub specie veri decipiebat eos.

Nam prius occulte montem conscenderat ipsum

in quo mel multum lacque recondiderat.

Montis enim culmen, qua nescio foderat arte,                                    770

ut tuto liquidum quid retinere queat.

Mel igitur Machomes foveae commiserat uni,

altera lac tenuit dum Machomes voluit:

Sic quoque cespitibus fovearum texerat ora,

ut nullus fossae possit habere notam.                                          775

Praeterea taurus, quem me memorasse recordor,

cujus erat potus Bacchus et esca Ceres,

Haud procul a foveis lactis mellisque latebat

leges confictas a Machomete gerens.

Huc igitur postquam Machomes, proceres populusque                    780

venerunt, Machomes quemque silere jubet.

Quo facto, quasi consilium Domini, manifestat

quid de mutandis legibus instituet;

Sed cum nonnullos super his dubitare videret,

immo per paucos his adhibere fidem,                                          785

Sit ait: « A Domino devote signa petamus

quae valeant servos certificare suos. »

Tunc, genibus flexis, sternentes corpora terrae,

ex desiderio cordis ad astra volant;

Cumque rogata diu pietas divina fuisset,                                            790

surgens, surgendum significat Machomes.

Post haec assumptis secum senioribus, illuc

ducit eos quo mel lacque recondiderat;

Erectis igitur oculis manibusque, refertur

ad Dominum tales exhibuisse preces.                                          795

« O pater omnipotens qui verbo cuncta creasti,

quique creata regis, cuncta movens stabilis,

Qui de te genitum fecisti sumere carnem,

qui mundo vitam mortuus ipse dedit;

Quique novae legis per eum mandata dedisti,                                   800

quae si quis servet vivere semper habet!

Sed quia jam senuit mundus, vix illa tenere

quis valet; unde prope jam perit omnis homo;

Si placet ergo tibi legis mollire rigorem

(quod te facturum me docuit Gabriel),                                        805

Digneris praeter solitum mundo dare signum,

per quod noscat in hac te sibi parte pium. »

Sic prece finita, Machomes inquirere coepit,

nunc hunc, nunc illum dissimulando locum;

Post, tanquam casu, fossas divertit ad illas                                         810

mel ubi lacque prius ipse recondiderat.

Porro cespitibus, nunc hinc, nunc inde, remotis,

altera fossarum mel dedit, altera lac,

Quo magis indicio pietas divina placeret;

dulcia mel superat, lacte quid albius est?                                    815

Attamen ut dubius Machomes probat ore saporem;

post illum gustant ordine quique suo [24].

Tunc extollentes voces et corda manusque,

grates divinis laudibus accumulant;

Et Machomes, lacrymis ficta pietate profusis                                     820

atque diu tonso pectore, sic loquitur:

« Ecce videtis, » ait, « quanta dulcedine mundum

et mundi leges conditor orbis agat;

Melle figuratur quod legis amara recedant,

lacte quod ut genitos nos alat ipse suos. »                                   825

His dictis, rursus ita flesse refertur, ut omnes

illius exemplum moverit ad lacrymas;

Tunc ait: « Oremus, ut sicut montis in alto

Christum discipulis jura dedisse liquet

Et sicut legem Moyses in monte recepit                                              830

quae fertur digito scripta fuisse Dei,

Sic quoque nos scripto dignetur certificare

qua genus humanum vivere lege velit. »

Quo facto, Machomes tanto clamore replevit

aera, quod coelos intonuisse putes;                                              835

Tunc taurus quem nutrierat (quod jam memoravi),

qui juxta gracili fune ligatus erat;

Exilit ad vocem Machometis, vincula rumpit

et domini pedibus stratus adorat eum.

Hic igitur leges cornu gestabat utroque                                              840

fictas et scriptas arte, manu Machomis.

Quo viso, Machomes coepit simulare stuporem

ac si non alio tempore nosset eum.

Tunc propius plebs et proceres accedere jussi,

sollicite vitulum scriptaque prospiciunt [25].                               845

Inveniunt illic ea quae confinxerat ille

astutus Machomes mente, dolo, manibus;

Ut sacramentum baptismi destituatur,

circumcidendi lege levante caput;

Ut Christi carnis et sanguinis occidat usus                                         850

et redeant aries, hircus, ovis, vitulus;

Ut denas ducat uxores masculus unus,

et pereant casti foedera conjugii.

Plurima praeterea Machomes scripsisse refertur,

quae, mihi certa minus, duco tacenda magis;                             855

Multaque multotiens non est replicare necesse,

quae scio saepe suis me meminisse locis.

Verum quis poterit exponere sufficienter

quas laudes dederunt plebs proceresque Deo?

Virtutes etiam Machometis ad astra levabant,                                   860

quod sibi par hominum nullus in orbe foret;

Et, satis atque super tauri mirando decorem,

de coelo missum quisque putabat eum.

Hinc quam detulerat legis mandata probantes

obsequium spondent nutibus, ore, manu.                                   865

Exactis igitur solemniter octo diebus,

laetus et admirans ad sua quisque redit.

Taurus cum solo solus Machomete remansit;

at Machomes illum clausit ut ante fuit,

Et pascebat eum dum vixit ut ante solebat;                                       870

se tamen excepto nemo videbat eum,

Cunque rogaretur Machomes quo taurus abisset,

per quem de coelo lex nova missa foret,

Ad superos illum Machomes dicebat abisse,

unde petisse prius ima docebat eum.                                           875

Credebant quidquid Machometis ab ore sonabat

ac si coelestis nuntius ille foret:

Credebant igitur quia taurus ad astra regressus

virtutum numero consociatus erat:

Credebant Machomem terris ideo superesse,                                     880

ut praesit mundo cum Deus astra regat.

His ita transactis, modico post tempore, cum jam

gens sua tuta satis sub Machomete foret,

Insurrexerunt in eos, gens effera, Persae

omnia vestantes igne, fame, gladio;                                             885

Namque querebantur Idumaeos fraude tenere

juris Persarum prædia, castra, domos:

Quae nisi restituant, possessa minantur eorum

subjicienda modis omnibus exitio.

Talibus auditis, turbatur gens Idumaea,                                             890

et contra Persas bella tenere parant.

Attamen inter eos qui consilio meliores

esse videbantur, corde vel ore graves,

Ante requirendum persuadent a Machomete

quam contra Persas tale quid incipiant.                                      895

Qui respoudit eos non posse resistere Persis,

credendum potius quod sibi jure petunt.

Tunc quidam juvenes ingenti corde, lacertis

fortibus instructi spicula dirigere,

Muniri clypeis, etiam fugiendo sagittis                                               1000

hostes Parthorum more ferire suos,

Sic aiunt Machomi: « Si sic dimittimus ista

quae repetunt Persae, tollere cuncta valent:

Nam, velut infirmos nos et pavidos reputantes,

a modicis tendent ad potiora manum;                                         1005

Nostraque libertas periet; sic nostra manebunt

regis Persarum subdita colla jugo;

Sed Deus avertat ut vivi sic pereamus,

et nostrae gentis vivat ad opprobrium!

Nam cur portamus pharetras, cur tela tenemus,                               1010

cur tegimur clypeis, spicula cur gerimus,

Si sic uxores, si sic sine sanguine terras,

si sic servitio pignora cara damus?

Per gladios veniant, sit eis transire per hastas;

mors gentem nostram vincere sola potest:                                  1015

Si vinci tamen est ubi non animus superatur,

sed caro sola jacet, dum caput ense cadit. »

Omnes collaudant dictum, Machomemque precantur

ut contra Persas dux sit et auctor eis.

Opponit Machomes aetatis tempora longa,                                       1020

vires consumptas corpore jam vetulo,

Se bello modicum vel nullum ferre juvamen,

quin magis ut senior ipso juvandus erit.

Praeterea coeli dicebat abesse favorem,

quo sine nil vires, nil valet ars hominum.                                    1025

Ad quod dum, tamquam victi, ratione silerent,

sic Machomi quemdam verba dedisse ferunt:

« Quod Dominus noster Machomes excusat inire

praelia, ne juvenes impediat senior:

Dicimus econtra juvenum minus acta valere                                      1030

si non consilium dirigat illa senum;

Unde necesse reor ut sis quoque corpore praesens,

ut gens nostra tuum currat ad arbitrium.

Praeterea scimus te tot non esse dierum,

quin bene si sit opus arma movere queas;                                   1035

Scimus et audacem; melior te nemo fuisse

creditur, haec semper fama tui maneat;

Quodque negas coelum nobis ad bella movere,

ob culpam nostri criminis esse reor;

Sed constat quoniam Deus est summae pietatis,                                1040

parcens peccanti si bene poeniteat:

Sic de flente Petro, sic de latrone beato,

sic de Ma(t)thaeo pagina sancta docet.

Hi peccaverunt graviter, sed poenituerunt;

unde Dei pietas cuncta remisit eis:                                               1045

Sic et nos culpas nostras punire parati,

omnia spondemus quae facienda doces;

Carnem tormentis quantislibet afficiemus,

extensis sursum mentibus et manibus.

Sic Ninivitarum non desperamus ad instar                                        1050

placandam nobis, si qua sit ira Dei;

Si magis hircorum, taurorum vel vitulorum

victima delectat, sacrificemus et haec;

Quod cum fecerimus, qua te ratione retardes

a servis dominus, a genitis genitor?                                             1055

Si placet, uxores, infantes, tota supellex

sit commissa tibi, cum pueris sedeas,

Des modo consilium, nos praelia sustineamus;

nos feriant hostes, nos feriamus eos;

Si superamus eos, laus sit tua; si superemur,                                      1060

stultitiae nostrae deputet omnis homo! »

Hoc laudant omnes; Machomes plorasse refertur

quod sic quisque suum tendit ad interitum:

Attamen assensum faciens, se spondet iturum;

sicque datur pugnae terminus atque locus.                                 1065

Dicitur hoc Persis; verum nihilominus ipsi

insistunt, rapiunt, excruciant, perimunt.

Terminus advenit, locus insinuatur, adesse

Persae non metuunt, hostis uterque ruit:

Pugnant, oppugnant telis, mucronibus, hastis;                                  1070

sed socios Machomis bella premunt gravius.

Porro cernentes Idumaei se superari

a Persis bello, viribus et numero.

Dimittunt Machomem, loculos aurumque ferentem,

quae natis reddat conjugibusque suis;                                         1075

Ne, si forte patres perimantur sive mariti,

paupertas matres opprimat et pueros:

Dumque redit Machomes, quorumdam tempia Deorum

temporis antiqui cernit et intrat ea.

In quibus argentum, loculos aurumque reponens                             1080

quae sibi serranda gens sua tradiderat,

Exiit accludens et signans ostia post se,

et sic ad dominas tendit, et ad pueros;

Tendit et ad reliquum vulgus, quod inutile bello

dimissum fuerat haud procul in casulis.                                      1085

Ejus enim gentis mos dicitur iste fuisse,

et fortassis adhuc istud enim faciunt,

Ut, si quando procul vadunt ad bella gerenda,

ducant vel portent mobile quidquid habent.

Ergo, dum Machomes et vulgus inutile belli                                      1090

stat procul, eventum nosse rei cupiens,

Astute Machomes cunctis blanditur, ut aetas,

ut genus, ut sensus hujus et hujus erant,

Dicens: « O comites, vestri mihi cura relicta,

et juvenum pietas, debilitasque senum,                                       1095

Et fragilis sexus monet et movet intima cordis,

usibus ut vestris commoda provideam.

Scitis quod nostris ad bella volentibus ire

adversus Persas ut facerent vetui;

Quod non fecissem, si non divinitus illud                                           1100

praescissem vetitum, praecipiente Deo;

Et quoniam vetitum divinum praeterierunt,

omnes, ut timeo, destruet ira Dei.

Sed vos insontes quid poenae promeruistis,

infans, mater, anus, verna, puella, senex?                                   1105

Ergo Deus vobis parcet; vestraeque puellae

et pueri thalami foedere convenient;

Taliter ut denas sibi copulet unus, et una,

si libeat, denos copulet ipsa sibi;

Nec tamen ille, Deo mandante, putetur adulter,                                1110

nec reputetur ob hoc criminis illa rea.

Cultor enim terrae, si multos seminet [26] agros,

messibus e multis horrea multa replet;

Sic et ager quando multis versatur aratris,

si fecerat sterilis, fertilis efficitur.                                                   1115

Sic gignet multos multis e matribus ille;

illa vel ex uno semine concipiet:

Nam si de tot erit natura frigidus unus,

alter erit calidus et sobolem faciet;

Sicque volente Deo, sine fructu nulla manebit                                   1120

nec sterilis metuet arboris illa rogum. »

Dum sic sermonem Machomes praetendit ad omnes,

nuntius unus adest, solus et ipse malus;

Omnibus occisis, se clamat ab hostibus unum

esse reservatum tanta referre mala.                                             1125

Exoritur luctus; clamor tentoria replet;

plorantum ad coelos tollitur usque sonus.

Vir, matrona sonat, pater, infans, sponsa, maritae;

flet genitor genitum, vernula flet Dominum.

Tunc Machomes inquit: « Deus hoc providerat esse,                         1130

non aliter decuit; parcite jam lacrymis;

Quin magis oremus omnes Domini pietatem,

ut nos et nostros, cunctaque nostra regat,

Et quibus abstraxit solatia tanta virorum

vobis vel loculos reddere sustineat!»                                             1135

His dictis, procedit eos ad templa Deorum,

in quibus ipse prius abdiderat loculos.

Tunc, velut ignorans, girabat; denique, tanquam

munere divino, repperit introitum.

Ingrediens reperit loculos, et signa quibusque                                    1140

in loculis monstrant singula cujus erant.

Femina quaeque sui cognoscit signa mariti

et recipit juris quod patet esse sui.

Inde maritantur juxta legem Machometis,

et vivunt omnes ejus ad arbitrium.                                              1145

Plurima pax illic viguit, Machomete vigente,

pacatis cunctis hostibus arte sua;

Unde Deum Machomem reputabant, atque per illas

partes ipsius nomen erat celebre.

Transactis igitur in tanta pace diebus                                                  1150

qui vitae Machomis exstiterant spatium,

Mortuus est Machomes et praemia digna recepit,

inferni poenas, ut tenet alma fides.

At sua gens credens quod spiritus ejus ad astra

transisset, metuit subdere corpus humo.                                     1155

Instituens igitur operis mirabilis archam,

intus eum posuit quammelius potuit.

Nam, sicut fertur, ita vas pendere videtur,

intra quod Machomis membra sepulta jacent,

Ut sine subjecto videatur in aere pendens,                                          1160

sed nec idem rapiat ulla catena super [27].

Ergo, si quaeras ab eis qua non cadat arte,

fallentes Machomis viribus hoc reputant.

Sed vas revera circumdatur undique ferro,

quadrataeque domus sistitur in medio;

Et lapis est adamas per partes quattuor aedis,

mensura distans inde vel inde pari;

Qui vi naturae ferrum sibi sic trahit aeque,

ut vas ex nulla cedere parte queat [28].

Sic igitur Machomem divo venerantur honore,

et venerabuntur dum Deus ista sinet.

Urbs ubi dicuntur Machometis membra sepulta,

non sine portento Mecha vocata fuit;

Nam Machomes immunditiae totius amator

moechiam docuit, moechus et ipse fuit [29].

Sic, ob praeteritos actus vel signa futura,

multis imponi nomina saepe solent;

Sic est dicta Babel [30] quod eam qui constitueba(n)t,

dum per eam vellent scandere summa poli,

His Deus indignans linguas confudit eorum,

ut linguam nemo nosceret alterius.

Sic reor Aegyptus tenebrae [31] sonat, obtenebrata

et ducis et populi corda futura docens.

Plenius hoc dicit Moyses, ego taedia vito;

tu Moysen, si vis caetera nosse, lege.


 

[1] Aiscia, moglie di Maometto; Abou Horaira, suo amico; Abou Abbas; Ebn Omar; Giâber ben Abd̉allah e Anas ben Malek

[2] Hadschi Chalfa cita nel suo dizionario bibliografico fino a duecento storici arabi, persiani e turchi; de Hammer ne ha citati 120 che si sono occupati esclusivamente di Maometto.

[3] questa circoncisione naturale sembra un'idea presa dai giudei, che credevano che Adamo, Giuseppe, Mosè e Davide nacquero circoncisi.

[4] Si è raccontato anche che, il giorno della nascita di Maometto, il palazzo di Kesra (Cosroe) tremò; quattordi delle sue torri crollaron e il fuoco sacro dei Persiani, che bruciava senza interruzione da da mille anni  si spense. In un manoscritto latino con le pagine non numerate, scritto probabilmente nel XII secolo, che si conserva presso B.R. col numero 3391, c'è una traduzione del Corano preceduta dalla genealogia di Maometto e da una relazione delle meraviglie della sua infanzia, in cui la sua nascita è accompagnata dagli stessi prodigi:In quello stesso anno, tutta la parte delle terre che erano sterili, Dio alla nascita del profeta e del nunzio suo con benedizione e abbondanza. E pose per quella notte una separazione fra maschio e femmina in tutta l'Arabia e per tutta la notte nessun Arabo potè trasgredire. In quel giorno su tutti e soprattutto sui maghi, sugli indovini, sui sortilegi, venne a mancare ogni efficacia. Furono rovesciati in quella stessa ora molti re dal sorgere fino al tramonto del sole per cui nulla rimase in piedi. In quella stessa ora Dio mandò un araldo per il cielo e la terra ad annunziare che gli era nato un amico fedele e benedetto. e la madre testimonia che il figlio nè nell'utero nè durante il parto le provocò il minimo dolore. Del resto, se andiamo a vedere quel che scrivono gli storici del Medio Evo, scopriamo che queste meraviglie accadevano sovente alla nascita di uomini straordinari.

[5] Egli si sbaglia grossolanamente sui fatti meglio conosciuti; così Maometto, che nacque nel 571, è contemporaneo di sant'Ambrogio che visse alla fine del IV secolo. Fa di Maometto un console di nome Mamuzio, che diventa re della Libia perché doma un toro seguendo i consigli d'un topo che gli chiede come ricompensa l'abolizione della religione cristiana. La sua morte non è meno strana del resto della sua storia: un giorno che egli era attaccato dalla sua epilessia:

   Immensus dolor abstulerat sibi sensus,

jamque subacta fere lingua parat fugere.

Quod portendebant spumaemquibus ora rigebant

et male continuus flatus et exiguus.

Sic, absente mago, tenet hunc dum mortis imago,

accurrere suos, digna repende lues:

Qui rapidus sic grex, quasi sperens quod foret hic rex

totus in hunc properat et miserum lacerat.

[6] Dal Romanzo di Maometto, edito da Reinaud e Francisque Micheò, dal ms B.R. n° 7995 (XIII° secolo

[7] Questi versi sono esametri e leonini, mentre il poema è in versi elegiaci, senza alcuna consonanza sistematica.

[8] La storia letteraria ha nel frattempo conservato il nome di molti altri Waltherius o Galterus, che vivevano in Francia press'a poco nel medesimo tempo; un abate di Saint-Vast dans l'Artois, un arcidiacono di Châlons, vescovo dal 1080 al 1114, un abate di Saint-Martin de Laon, che fiorì verso il 1148; un Gualterus de Mauritania, vescovo dal 1155 al 1174, e Gualterus de Constantiis che fu arcivescovo di Rouen dal 1184 al 1208; ma nessuna ragione di alcun genere autorizza ad attribuire a uno di loro la paternità del poemetto.

[9] Una singolare coincidenza ci sembra che renda impossibile il dubbio. Il ms. 8501 chiama sempre Chan il secondo figlio di Noe, tranne la prima volta che ne parla, in cui l'ultimaa lettera è quasi cancellata  in modo tale da sembrare una u o tutt'alpiù una n, e il copista del ms. 328, suppl. latino, che ha scritto ovunque Cham, ha messo nel medesimo luogo Chau. Dobbiamo anche far notare un verso pentametro che è stato dimenticato nei due manoscritti e che nessun'altra dimenticanza di questo genere si trova nell'uno o nell'altro dei due.

[10] Vincentius de Beauvais l'appelle aussi nous Machomet, et cette forme s'est conservée dans l'italien Macometto.

[11] leggi: Rhetor.

[12] leggi: arithmeticus.

[13] si chiamava Abd Jononephi; molti storici affermano che egli fosse già morto quando Maometto entrò al servizio di Khadidja.

[14] Questo monaco, che si chiamava Bohaïra, secondo la maggior parte degli orientalisti, o Bah'îrâ o Bahayra da Guglielmo di Tripoli; abitava a Bosra, nei dintorni di Damasco: Maçoudi dice che i cristiani lo chiamavano Sergius. Secondo Ahmed ben Joseph, egli riconobbe la missione di Maometto da una nube che aleggiava sulla sua testa per proteggerlo dai raggi del sole e al fogliame di cui si coprivano subitamente gli alberi per donargli un po' d'ombra. Ibrahim de Haleb indica anche un altro monaco cristiano, chiamato Nestor, che presagì il fututo di Maometto.

[15] Vincentius de Beauvais la chiamava Cadiga; gli orientalisti scrivono di solito Chadijah, Khadigia, ou Khadidja: quest'ultima forma ci sembra preferibile, ma la scrittura delle lingue orientali, con dei caratteri europei, presenta, comme si sa, insolubili difficoltà, poiché i usoni primitivi; ne sono gli stessi e ognuno preferisce l'ortografia approssimativa che soddisfa di più il suo orecchio.

[16] Forse mancano due versi in cui Khadigia esprime in termini più chiari la sua intenzione di sposarsi.

[17] manca nei due manoscritti il pentametro.

[18] l. cui ?)

[19] (l. illa ?)

[20] (l. Cham)

[21] Malgrado l'opinione di Gagnier, Gibbon e di quasi tutti gli scrittori orientali (tra gli altri anche Aboul'feda) l'epilessia di Maometto è ormai un fatto incontestabile. Non solamente Theophane, Tonare e tutti gli scrittori greci l'affermano; ma risulta molto più significativo il fatto che gli storici arabi non sembrano averne compreso l'importanza. Così secondo Aboul'feda Harith, il padre adottivo di Maometto, dice a sua moglie Halima, dopo una specie di attacco o di visione che egli ebbe nella sua prima infanzia: Temo che questo bambino non sia affetto da follia: riportalo alla sua famiglia. Ibn Ishaq, nel suo Sirat arrasûl, scrive che Maometto, anche prima della rivelazione del Korano, era soggetto ad accessi che finivano con uno svenimento. Dopo essere stato colto dalla convulsione, i suoi occhi si fermavano, il suo viso schiumava ed egli muggiva come un giovane cammello. Moslem ha raccolto una tradizione fondata sull'autorità di Abou Huréira (Journal asiatique de Paris, juillet 1842, p. 109) molto simile e Diarbekir aggiunge nel Khamis che  Maometto sentiva un tintinnio simile a quello di un sonaglietto, che è uno dei sintomi dell'epilessia.

[22] Questi dubbi di Khadidja sulla missione di suo marito sono attestati anche dagli scrittori greci. Ma non è necessario ricorrere ai prodigi raccontati da Abou᾿lféda (tra gli altri quello degli angeli che colle loro ali proteggevano Maometto dal calore del sole), per credere che un giovane di 25 anni non faticò a convincere una donna di 40 a fare tutto ciò che volle. Del resto gli scrittore orientali sono concordi nel dire che solo 15 anni dopo il suo matrimonio Maometto si presentò come profeta.

[23] Avevano raccontato anche che Maometto aveva addestrato una colomba a volare sulla sua spalla e a becchettargli l'orecchio, e che egli pretendeva ricevere gli ordini di Dio tramite il suo intermediario, e alcuni affermano che di questa tradizione non c'è alcuna traccia in Oriente; leggiamo in Gabriel Sionita e Giovanni Hesromita (Tractatus de nonnullis orientalibus urbibus, cap. VII: Si trova una grande quantità di colombe, le quali, poiché sono del genere e della stirpe che quella che becchettava l'orecchio di Maometto, come favoleggiano i Moslemanni. La leggenda non era molto diffusa nel XII secolo, visto il silenzio di molti autori intorno ad essa.

[24] Per non scindere il passaggio di Vincentius de Beauvais, lo diamo qui per intero, benche una parte si rapporti al verso seguente et ut ejusdem missioni ad instar Moysi prodigia quaedam viderentur attestari, populum assignata die convocavit ad certum locum, quasi legem divinitus missam in signis et prodigiis accepturum. Tum, cosermocinante ad populum, columba quae in vicino erat, ad hoc ipsum fallaciter edocti, super humerum ejus advolans stetit, et in ejus aure, juxta morem solitum, grana inibi reposita comedens, quasi verba legis ei suggere simulavit. Taurus quoque, similiter ad hoc ipsum consuetudine quadam edoctus ut de manu ejus pabulum acciperet, ad vocem ejus coram popolo venit, et quasi legis novae mandata coelitus missa, quae ipse cornibus ejus alligaverat, detulit. Sed et picerias lacte ac melle plenas, quas ipse in certis locis terrae latenter infoderat, quasi per divinam revelationem ibidem effodi fecit, et populo, velut in signum abundantiae futurae quam per ejusdem legis observantiam idem populus mereri juberetur, ostendit; Speculum historiale, l. xxiv, ch. 40, ed. de Nuremberg 1485.

[25] Il toro bianco come il latte ed elevato a simbolo del segreto si trova anche in Ildeberto:

Haud ablactatum, aod nunc do matre creatum

sume tibi vitulum; rei lateat populum,

Sumptum elaudamuf at nutrir! faclemus

ut nulli pateat quod vitulus lateat.

Res tamen ut vere possit sine testo latere

est opus arte mea; fiet enim fovem

Omnibus ignota, sic et de luce remota

ut quid ibi fiat sol neque luna sciat.

Historia Mahometis, v. 325.

Ma la storia è diversa; colui che arriverà a domare questo toro deve diventare re di Libia e grazie aalle  attenzioni che Maometto ne ha prese è lui che il popolo riconoscerà come sovrano

[26] forse: seminat.

[27] La tomba di Maometto sospesa nell'aria, σημα μετεωριζομενον, si trova anche in Laonico Calcondile, De rebus turcicis l. III p. 66, e si legge in Ildeberto:

Sic opus elatum, solo magnete paratum,

in medio steterat quod velut arcus erat,

Sub quo portatur Mahumet, tumuloque locatur;

qui, si quis quaerat, aero paratus «at:

Et quia revera tam granella contrahat aera,

in qua rex jacuit tumba levata fuit;

Et sic pendebat, quod vis lapidum faciebat.

Historia Mahumetis, v. 1127.

È una tradizione popolare che si applicava a differenti luoghi; così Ausonio scriveva nel suo poema De Mosella

Conditor hic forsan fuerit Ptolemaidos aulac

Dinochares; quadro cui in fastigia cono

Surgit, et ipsa suas consumit Pyramis umbras,

Jussus ob incesti qui quondam foedus amoris

Arsinoen Pharii suspendit in aere templi:

Spirat enim tecti testudine Corus Achates

Afflatamque trahit ferrato crine puellam.

Idyllium X, v. 31: dans Lemaire.

Poetae latini minores, t. I, p. 264.

Vedere anche Sant'Agostino, De civitate Dei, l. xxi, ch. 6. Secondo Ruffino, Historiae ecclesiasticae, I. ii, avvenne nel tempio di Serapide ad Alessandria, e Cassiodoro, Variarum, l. i, let. 45, racconta la stessa cosa di una statua di Cupido, che era sospesa nell'aria nel tempio di Diana.

[28] L'imitazione di Alexandre Du Pont è ben più dettagliata:

Un liusiel de fier forgier font,               fanno un lenzuolo forgiato di ferro

le cors Mahom couchier i font;             fanno distendere il corpo di Maometto

Une maisonnete voltée                          in una casetta rivoltata

font d'aymant si compassée,                 fanno una calamita così ben tarata

K'en mi liu ont le cors laissié                 che a mezz'aria tiene il corpo sollevato

ni a rien ne l'ont atachié;                       senza essere  legato a niente:

En l'air sans nul loien se tient;             nell'aria nessun legame lo tiene

mais li aymans le soustient                   ma le calamite lo sostengono

Par sa nature seulement,                       per sua natura solamente

de toute partie ingaument,                   da ogni parte

Nequedent n'i atouche mie                   nessuno può toccarla

la gens, n'a talent ki l'otrie;                    la gente non ha desiderio di

Ains dist que Mahons par miracle      così si dice che Maometto per miracolo

se soustient en son abitacle.                 si sostiene nel suo abitacolo

                     Roman de Mahomet, v. 1002.

[29] Alessandro du Pont ha cercato anche di tradurre questo gioco di parle anche se il francese non vi si presta molto

Car cils none Meke velt tant dire

con cele ki fait avoutire;

Car avoutire controuva

Mahons en la ley k'il trouva,

Ensi con il le demonstra.

Roman de Mahomet, v. 1958.

[30] Dell'hebreo Balbel; è l'etymologia la più generalmente adottata, confusione; ved. Genesi cap. XI, v. 9; ma noi faremmo piuttosto derivare questo nome da Bab Bel, Porta o Palazzo del Bello, perché questa idea si ritrova in molti altri nomi di città, e che è poco probabile che gli Assiri avevano dato ala loro capitale un nome che non poteva ricordar loro che tragici ricordi.

[31] Il nome dell'Egitto viene senza dubbio dal sanscrito a-kuptas, Coperto; e questa idea si ritrova nel greco αἰγυπτος, oscuro, e il nome Chémé che gli egiziani davano essi stessi al loro paese, e che aveva rapporti etimologici con l'ebraico Cham, Nero. Ved. S. Girolamo e Champollion.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 febbraio 2010