Alessandro Manzoni

 

Osservazioni

sulla morale cattolica

 

SECONDA PARTE [1819-1820]

 

 

Edizioni di riferimento

Alessandro Manzoni, Opere inedite o rare, a cura di Ruggiero Bonghi e Pietro Brambilla, presso Rechiedei, Milano 1883-1898

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

 

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V.

 

Di alcuni caratteri particolari della morale cristiana

in relazione specialmente colle istituzioni sociali primarie.

 

Vediamone un esempio proposto. da Helvetius (Discours, II, Chap. XV, dove vuol dimostrare che i rimedi proposti da molti moralisti non producono che effetti parziali); esso fa benissimo al caso: La médisance est sans doute un vice, mais c'est un vice nécessaire; [parce qu'en tout pays où les citoyens n'auront point de part au maniement des affaires publiques, ces citoyens, peu intéressés à s'instruire, doivent croupir dans une honteuse paresse. Or s'il est, dans ce pays, de mode et d'usage de se jetter dans le monde, et du bon air d'y parler beaucoup, l'ignorant, ne pouvant parler des choses, doit nécessairement parler des personnes. Tout panégirique est ennuyeux et toute satyre agréable: sous peine d'étre ennuyeux, l'ignorant est donc forcé d'étre médisant. On ne peut donc détruire ce vice sans anéantir la cause qui le produit, sans arracher les citoyens à la paresse, et, par conséquent, sans changer la forme du gouvernement].

Chi con queste ragioni volesse sconsigliare un moralista cristiano dal predicare contro la maldicenza sarebbe molto simile a chi dopo una battaglia dicesse ad un chirurgo militare: Perché attendete voi a rimediare le ferite particolari di quei soldati? le ferite sono una conseguenza necessaria delle guerre, togliete le guerre dal mondo, distruggete l'ambizione dei principi, le passioni di tutti gli uomini, altrimenti voi non fate nulla.

Ognun vede ciò che il chirurgo potrebbe rispondere. Ma il moralista cristiano ha ragioni ancor più estese per provare la ragionevolezza e l'utilità dei mezzi ch'egli pone in opera per combattere la maldicenza; egli potrebbe rispondere: Voi mi fate osservare una causa generale della maldicenza alla quale io non aveva mai pensato, ora io non esaminerò s'ella sia o non sia causa; quello però che posso assicurarvi si è che non è la sola: e ve lo assicuro perché io ne conosco molte altre sulle quali ho meditato. Il solo rimedio che voi vorreste, che voi volete è incerto, difficile, complicato, e incompleto. Cangiare la forma del governo: è presto detto: ma a chi farei io questa proposizione? a quelli che tengono il governo? credete voi che gli persuaderei? ai governati? io non parlo dei rischi personali che ci potrebbero essere nel farlo: nessuno deve saper più d'un moralista cristiano che questa non è una obbiezione, ma io vi domando se nella vostra coscienza voi vorreste rispondere delle conseguenze di questa proposizione.

Voi volete che per ottenere un effetto io faccia agire una causa complessa che ne produrrebbe mille; la più parte dei quali io non posso prevedere: perché non vi sembra più ragionevole che io mi serva di mezzi diretti, e dei quali conosco le conseguenze, mezzi che so fin dove possono operare? Ma la vera ragione per cui non posso adottare questo rimedio è ch'io non lo credo un rimedio efficace, e ciò per la ragione ch'io vi diceva, cioè ch'ei non potrebbe in ogni caso toglier di mezzo che una causa, lasciando intatte tutte le altre che portano gli uomini a dir male. Volete ch'io ve lo enumeri? no, sarebbe una predica, e voi le potete trovare spiegate in cento libri. Vi farò invece osservare un fatto, che mostra ad evidenza che queste altre cause esistono, poiché operano anche dove è tolta quella di cui voi parlate. Credete voi che i ministri che hanno tanto a parlare degli affari di Stato non dicano mai male del prossimo? Credete voi che fra gli Ateniesi non vi fosse la maldicenza? Eppure non si può dire che non avessero parte al maneggio degli affari pubblici. Ma questo esempio è troppo difficile a verificarsi: ho inteso dire che presso una nazione moderna, dove i cittadini si occupano assai di affari pubblici, e sono tutt'altro che dediti alla pigrizia, non solo sussiste la maldicenza, ma è stata portata fino nei giornali, tanta è ivi la smania di parlare delle persone: altrove la storia dei fatti particolari non esce dal crocchio dei vicini e de' conoscenti, o al più dalle mura della città; ivi si diffonde per tutta la nazione. Ora supponete un moralista che volesse predicare a questa nazione contro la maldicenza, che potrà mai dire? E vi pare che si tolga una causa che non esiste? Egli dovrà cercare nella natura dell'uomo le cagioni della maldicenza, e nella religione le ragioni per determinare gli uomini a fuggirla: e questo è ciò che faccio io. Bisogna in fine venire a questo sistema, perché è il solo con cui si possa diminuire la forza delle cause perpetue. Non mi opponete che queste ragioni operano solo parzialmente, perché, che importa ciò, purché sieno le vere ragioni? Questo vorrà dire che i mali dell'umanità sono così gravi, che anche i veri rimedi non guariscono tutti gli uomini, ma non già che si debba per questo abbandonare i veri rimedi.

Del resto potete osservare (e questo è della più grande importanza) che i rimedi della religione tendono a produrre gli effetti più generali che si possono immaginare, perché non correggono un vizio, che migliorando tutto l'uomo morale, a differenza di tanti mezzi da voi proposti nel vostro libro, i quali talvolta lasciano intatto il principio di corruttela, e talvolta tendono manifestamente a diffonderne e ad accrescerne l'attività. Di qui si vede quanto ragionevolmente vuole Helvetius (Liv. II, Chap. XVI) che si riconoscano i moralisti che egli chiama ipocriti, dalla indifferenza con cui riguardano i vizi distruttori degli imperi, all'impeto con cui danno addosso ai vizi particolari. Come se il fine della morale fosse di conservare gli imperi, e non di perfezionare gli uomini, come se il parlare ad ognuno dei suoi propri mali non fosse il miglior mezzo di correggere tutta la massa degli uomini, come se non si dovessero porre in opera i mezzi possibili per rimediare ad alcuni mali sotto il pretesto che vi sono altri mali più generali. Coloro che avendo a parlare dei vizi che distruggono gl'imperi ne parlano con indifferenza, o che trattando della distruzione degl'imperi dissimulano i vizi che ne sono cagione, fanno male se per ignoranza, peggio poi se è per adulare i potenti o i pregiudizi dei loro contemporanei. Ma lasciare da parte i grandi effetti politici di alcuni vizi, e restringersi ad insegnare agli uomini a vincere le passioni e ad esser buoni e giusti, non è ipocrisia, è un uficio nobile non meno che salutare, è filosofia più profonda. Rintracciare l'occasione di certi vizi e di certe virtù nella direzione data dalle cause politiche ad una nazione, è una ricerca fondata che ha prodotte belle e importanti scoperte, le quali hanno finito e finiranno col distruggere molte istituzioni cattive: ma supporre in una o più di queste cause tutta la moralità degli uomini, immaginarsi che, tolto quell'inciampo che si ha sotto gli occhi, tutta la via diverrà piana, è dimenticare affatto la natura dell'uomo.

La facoltà di operare sugli uomini indipendentemente dalle relazioni politiche, mi sembra uno dei più bei caratteri di sapienza e di perpetuità della religione. I sistemi politici sono tutti complicati, e il sostenerli e l'attaccarli è impresa nella quale entrano troppo facilmente mezzi onesti e viziosi, e gli effetti che ne vengono sono e misti di bene e di male, e per lo più incalcolabili da quelli stessi che gli vogliono produrre. La vera religione doveva essere una guida all'uomo per operare rettamente in qualunque tempo e in qualunque sistema; essa deve dare mezzi per cui l'uomo che vuole esser giusto, lo possa essere, benché gli altri si ostinino a non esserlo, benché esistano cause che lo porterebbero al male: giacché queste cause non si possono togliere. Essa ha scelto di agire direttamente sopra l'animo di ognuno che la vuole ascoltare, perché questa azione è la sola che sia pronta, sicura, perpetua, ed universale. E si osservi che questa azione, mentre è indipendente dalle cause politiche, influisce però in bene sopra di esse, perché, portando gli uomini alla giustizia ogniqualvolta essa sarà ascoltata, cangerà anche le istituzioni quando sieno dannose. Su che è dunque fondato il rimprovero di Elvezio, che pretende che i precetti di moderazione raccomandati da moralisti, com'egli dice, declamatori e senza spirito, ponno essere utili a qualche particolare, ma rovinerebbero le nazioni che li adottassero? Certo, se tutte li adottassero, non sarebbero rovinate, perché, essendo tutte moderate, l'energia della difesa non farebbe più di bisogno. Ma, si dirà, appunto perché le altre non sono moderate, quella che volesse esserlo soccomberebbe. Questa supposizione è stata molto ripetuta, ma è ella provata? Consta veramente che una nazione moderata e giusta sarebbe meno energica delle altre? Consta che non si possa essere atti alla difesa se non esercitandosi alla offesa? Mi sembra che la storia provi tutto l'opposto. Ma, si dirà da ultimo, questa perfezione è una chimera. Ma la felicità fondata sullo sviluppo delle passioni è ella una realtà? Dove sono le memorie del contento nato dalla violenza? Vediamo nella storia l'inutile pentimento e le lagrime senza consolazione andar dietro alla moderazione ed alla giustizia? Son desse che si trovano ingannate dagli eventi? Son desse che ottenuto il loro intento diventano più inquiete e crucciose? La prima è una chimera per la renitenza degli uomini che potrebbero e non vogliono adottarla: la seconda è una chimera per la natura stessa delle cose.

Le leggi hanno un inconveniente necessario, ed è: che non possono creare un dovere senza far nascere un corrispondente diritto: bisogna quindi che per ottenere il loro effetto armino l'uomo contra l'uomo. La religione impone dei doveri ad una parte, senza dar diritti all'altra; comanda p. es. al ricco di dare il superfluo, senza conferire al povero il diritto di ripeterlo, comanda all'offeso di perdonare, senza che l'offensore possa pretendere il perdono. Da questa differenza consegue che la religione può prescrivere alcune cose bellissime ed utilissime che non possono prescrivere le leggi, perché i diritti che conferirebbero con ciò sarebbero cagione di gravissimi mali, e la legge ne sarebbe inapplicabile, o distruttiva.

La legge non deve parlare che quando abbia una quasi certezza di farsi obbedire: deve dunque avere la forza con sé: e, in quanto impone cose che non si farebbero spontaneamente, essa non comanda che ai più deboli; la voce della religione è sempre viva: essa parla ai più forti, a cui nessuna autorità umana potrebbe comandare, senza opprimerli od esserne oppressa; cioè senza disordini.

Le leggi, supponendole fatte con rette intenzioni, tendono alla giustizia ed alla tranquillità: due fini difficilissimi a conciliarsi, e sono quindi forzate di sacrificare il più sovente la prima alla seconda; la religione tende a condurre tranquillamente alla giustizia perché determina a fare dei passi verso di essa quelli che non possono trovare ostacoli a questo nell'altra parte, che anzi non ne ricevono che benedizioni: determina a cedere volontariamente.

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012