Alessandro Manzoni

 

Osservazioni

sulla morale cattolica

 

SECONDA PARTE [1819-1820]

 

 

Edizioni di riferimento

Alessandro Manzoni, Opere inedite o rare, a cura di Ruggiero Bonghi e Pietro Brambilla, presso Rechiedei, Milano 1883-1898

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

 

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IV

Se il clero abbia perduta la superiorità di lumi nella morale.

 

Dando una occhiata ai primi tempi del Cristianesimo, una delle cose che colpisce più nei cominciamenti di quell'epoca divina, si è la immensa superiorità di lumi nelle idee morali degli Apostoli su tutti i popoli a cui essi andavano a portare quella luce che si è diffusa per essi nel mondo, quella luce da cui vengono tutti i raggi di verità di cui il mondo si fa ora bello, per cui si pretende tanto illuminato da non aver più bisogno di ascoltare i loro successori, che dico! la dottrina eterna che essi predicarono. Si veda S. Paolo dinnanzi all'Areopago, si veda, nel principio della sua Epistola ai Romani, e in ogni altro luogo dov'egli mostra la vanità, e l'insussistenza, e l'irragionevolezza della dottrina etnica; si veda da che alta sfera egli parla; come abbraccia tutto il sistema d'errore per atterrarlo, come scorge in esso i punti principali di assurdità, e di contraddizione, che viste generali per condannare, che grandi principi per stabilire la dottrina ch'egli vuole sostituire, che è certo di sostituire al gentilesimo. Questa superiorità della dottrina cristiana alla etnica non è messa in dubbio da alcuno; chi la volesse negare tenti un poco, non dico di persuadere, ma di persuadersi di alcuno di quei sistemi anteriori o contemporanei al Cristianesimo: si parla dei loro autori come di uomini grandi, si è parlato anche pur troppo degli Apostoli come di uomini da nulla, ma si risusciti una di quelle dottrine che essi hanno abbattute, si trovi una società che la addotti.

È ammesso quasi universalmente che questa superiorità di lumi del corpo dei ministri della Chiesa abbia esistito non solo nei primi tempi del Vangelo, ma anche in molte altre epoche posteriori, nelle quali si conviene che i preti furono, come si dice, alla testa della civilizzazione morale delle nazioni. Ma io affermerò contra l'opinione di molti un fatto, il quale ecciterà senza dubbio le risa di molti: siccome però colle risa sono per lo più accolte tanto le grandi verità quanto i grandi errori, non lascerò per questo di parlarne per quelli che amano più di esaminare che di ridere, pregando chi si compiace di leggere, di attendere al preciso senso della mia proposizione, e a tutte le condizioni con cui è esposta. Dico adunque che chi ammette il Vangelo, deve riconoscere che i preti non hanno mai perduta questa superiorità di lumi nella morale, che il corpo dei preti insegnanti in chiesa è stato sempre ed è più che mai la parte più dotta, più illuminata, più ragionatrice delle nazioni. Ho detto: chi ammette il Vangelo, perché chi lo nega, non riconoscerà questa superiorità in nessun tempo, e con questi bisogna pigliare la questione da più alto, e cominciare a stabilire la divinità della rivelazione. Il che non è nel mio argomento, ed è stato mirabilmente fatto da altri.

Il numero degli scrittori che impugnano direttamente il Vangelo, che lo considerano come una favola, è diminuito d'assai al nostri giorni: gli avversari più noti della religione cattolica ricevono il Vangelo, professano una alta venerazione per esso, e gli argomenti tanto ribattuti e portati in trionfo nel secolo scorso per abbattere la rivelazione, gli riguardano come sbalzi d'ingegno superficiale, incapace di internarsi in una serie di idee morali, di animo non abbastanza serio ed amico del bello, di mente che stima contrario al senso comune tutto ciò che non ha in ogni sua parte una evidenza fisica, tutto ciò che per persuadere la ragione esigge che la ragione vi si fermi a considerarlo con tranquillità, e con serietà.

Vediamo ora che voglia dire credere al Vangelo. Essendo esso un libro rivelato da Dio, un libro che si dà per tale, che assicura di essere infallibile, credere ad esso vuol dire credere a tutto ciò che è rivelato in esso. Bisogna assolutamente che il Vangelo sia ispirato da Dio, o finzione umana: nel primo caso è forza riceverlo tutto, perché Dio non può ispirare un menomo errore. Chi venera il Vangelo dovrà dunque dire che il Vangelo è ispirato da Dio, e allora il punto di massima ragione, il punto più certo, più elevato dell'umano intelletto sarà il concordare col Vangelo: l'uomo sarà ragionevole e illuminato in proporzione della sua fede.

Ora perciò il corpo dei ministri della Chiesa è il più ragionevole ed illuminato perché è il solo che predichi e insegni tutto il Vangelo. Mi sembra che la conseguenza sia logicamente innegabile, non resta che a provare il fatto. Dovendo questa prova dedursi da una grande quantità di fatti, è impossibile portarvi la stessa evidenza; ma io spero che ogni animo spassionato, quando voglia esaminare da sé quello che io non posso che accennare, avrà la più piena persuasione della verità di esso.

È difficile leggere il Nuovo Testamento senza essere colpito da un carattere fra i tanti singolari di quel libro divino: l'unità della dottrina che risulta dai dogmi e dai precetti in un modo meraviglioso. Tutto è legato, tutto è corrispondente, tutto è desunto da princìpi d'un solo genere. La morale vi è fondata sul dogma, il che fa che il sentimento è unito al raziocinio, che è il solo mezzo per dare alla morale tutta l'autorità di che ha bisogno per persuadere gli uomini. Un sentimento non ragionato piacerà per la sua bellezza, ma non resisterà agli argomenti contrari, desunti dal raziocinio, perché vi è nell'uomo una forza che lo costringe a discredere e ad abbandonare tutto ciò che è falso. Non è nel Nuovo Testamento comandato un sentimento di amore e di odio, senza che si trovi un dogma per cui questo sentimento si dimostra ragionevole. Lodare la morale evangelica senza credere il dogma, non è altro che ricevere conseguenze senza ammettere i princìpi. Perché, a cagion d'esempio, l'obbligo di perdonare in ogni caso e di amare i nemici sia ragionevole, conviene che il danno e l'ingiuria ricevuta non sieno un un male; e questo dogma rivelato dal Vangelo è il fondamento del precetto.

Ora questo sistema di parti inseparabili, domando io, dove si sostiene, dove si predica tutto intiero se non nelle chiese, da quale società se non dai preti? Nei libri di morale filosofica forse? o nei discorsi degli uomini? Basta fare attenzione un momento agli uni e agli altri, e aprire il Vangelo, per essere obbligati a confessare che sono due sistemi affatto diversi, che chi non avesse altronde cognizione del Vangelo, è impossibile che ne ricevesse idea, dal più gran numero di quei libri e di quei discorsi. Gli omaggi al Vangelo che si trovano nella maggior parte dei libri filosofici (si sottintendono sempre alcune poche e debite eccezioni) sono in aperta contraddizione collo spirito del Vangelo, e quei libri sono d'altronde pieni di asserzioni opposte letteralmente ai dettami del Codice che lodano. Perché lo lodano in quanto lo considerano conducente a certi loro fini, a cui lo vogliono subordinato: il Vangelo come un mezzo, il Vangelo che non si può più concepire se non è l'unico fine. Questi elogi si possono ridurre in gran parte ad un discorso di questa sorte: « Non si può negare che tu, o religione di Cristo, non sii stata e non sii di molta utilità in questo mondo. Tu insegni, e comandi, la pazienza a quelli che sono privati di tanti vantaggi della vita; e chi sa come andrebbe il mondo se essi si accordassero un giorno a non essere più pazienti? Tu comandi di restituire a colui che nessuno può sospettare di aver rapito l'altrui, la tua voce si fa sentire dove non giunge il braccio della legge. Nei tempi di rozzezza, tu hai raddolciti i costumi, tu hai create istituzioni di misericordia, tu hai dato ad alcuni uno zelo, un eroismo di carità inconcepibile a chi non conosce i tuoi impulsi e le tue promesse, e la società ti deve esser grata di questo. Tu hai conservate le lettere nel tempo della barbarie, e se noi leggiamo Cicerone e Virgilio, questo è uno dei tuoi più bei benefici. Tu hai promosse le arti: qual genio senza di te avrebbe potuto immaginare nella pittura l'ideale della bellezza e della santità? quale altra religione avrebbe dati i soggetti di tanti capi d'opera? V'è in noi una disposizione fantastica che ci porta a desiderare e a rappresentarci qualche cosa al di là del tempo che conosciamo e della terra che abitiamo, e tu accontenti, questa disposizione, e lusinghi così la mente quando gli oggetti terreni fanno poca impressione sopra di essa. Tu diminuisci i mali degl'infelici: tu arricchisci l'animo degli sventurati con un tesoro inesauribile di cui tu hai la chiave, colla speranza; e gli altri devono tanto più lodarti di ciò, ché la speranza che consola gli affitti non toglie nulla a quelli che sono nella gioia. Altronde chi può mai tenersi certo di esser sempre avventurato? la prosperità, la salute, la gioventù, la ricchezza sono beni che devono certamente abbandonare, quelli che li posseggono; e chi può assicurarsi che la sua vita non duri più di essi? In questo caso ognuno deve contare sulle tue consolazioni, ed è sempre dolce il pensare che quando si sieno perduti, tu ci puoi ricordare che erano vanità, e che l'uomo è creato per un'altra felicità ».

A questo mi pare che la religione risponda: « O uomini troppo attaccati alla terra: certo da me vengono questi effetti che voi dite, perché tutto quello che viene da me deve condurre all'ordinato ed al bello; ma voi, col lodarmi di questi benefìci, date a divedere di non conoscermi e di non amarmi, perché dimenticate il primo e solo importante che io posso e voglio farvi, ed è quello di condurvi al fine beato per cui siete creati, di farvi simili a quei santi che voi lodate, di tendervi un mezzo di quei perfezionamenti che voi ammirate. Voi mi approvate negli altri, e non volete che quei soli beni che io posso farvi per mezzo della fede altrui, ma il vero bene che io voglio farvi è quello di dar la fede a voi ».

Io so bene che non tutti gli scrittori di filosofia morale si sono fermati a questa ammirazione del Cristianesimo che non vede nella eternità che un mezzo per il tempo, che subordina l'opera di Dio ai disegni degli uomini; so anzi che molti di essi si sono elevati al disopra di questi sistemi e gl'hanno eloquentemente combattuti. Rousseau non ha quasi lasciato opera dove non si trovi qualche omaggio alla rivelazione, nato non dalla considerazione di alcuni vantaggi temporali, ma da ammirazione profonda della sua bellezza, e della sua conformità colla parte più nobile e più vera della natura umana. E ai nostri giorni uno dei più splendidi intelletti che si sieno in ogni tempo occupati nella contemplazione dell'uomo, che abbiano portata negli scritti la parte più intima, più sottile, più spirituale del pensiero, Madama di Staël, come non si è ella sollevata sopra questi calcoli, come non ha ella forzato quei ragionatori che credevano di riposare alle mete del raziocinio, a levarsi, a ripigliare il cammino, e a correre per campi nemmeno immaginati da essi, per cercare una ragione ben superiore a quella di cui si erano accontentati. Cito due scrittori, e dei più noti, ma chi non sa che queste idee si trovano ora in cento libri? Ma in questi pure la contraddizione di esaltare il Vangelo, e di non predicarne che una parte, è sensibile quanto negli, altri, senonché quelli lo propongono come un mezzo di utilità, e questi come un mezzo di entusiasmo. Si apra il Vangelo, e si confronti con quegli scritti eloquenti: e si vedrà come nel Vangelo essi hanno fatto una scelta, come hanno coltivato qua e là un grano del seme della parola, e come ne lascian tanto perire soffocato fra i sassi e le spine. Io leggo bene che la croyance religieuse est le centre des idées, et la philosophie consiste à trouver l'interprétation raisonnée des vérités divines (Allemagne, Tomo III, pag. 31), io veggio l'ammirazione per le Scritture come a pensieri ispirati dalla Divinità, fonte di ogni intelletto, ma lo spirito delle Scritture, ma il fine che vi è proposto, ma i mezzi che esse comandano di porre in opera, ma il principio per giudicare della moralità di ogni azione, ma i pensieri predominanti ai quali tutto è diretto nelle Scritture, questo è quello che io cerco invano in questi libri. Il punto cardinale del Cristianesimo: andare a Dio per mezzo della Umanità di Gesù Cristo.

Che la sola cosa necessaria è di salvare l'anima sua, che dobbiamo renderci conformi alla immagine di Gesù Cristo, che non possiamo fare alcun bene senza la Sua grazia, che bisogna operare la sua salute con timore e tremore, che la Fede è necessaria per piacere a Dio: queste verità fondamentali della rivelazione, queste a cui Paolo e Pietro, e Gesù Cristo stesso riducono tutti i loro insegnamenti, si trovano esse in questi libri? Ah queste idee sono di quelle che Dio ha nascosto ai prudenti e ai sapienti, bisogna farsi piccoli per intenderle; ma se non le poniamo in cima ai nostri sistemi morali, l'omaggio che rendiamo al Vangelo è una contraddizione. E che? sentiremo che il Vangelo è un libro superiore all'intelletto umano, che è un dono di Dio, e vorremo poi fare le parti dei doni di Dio, e riceverne quello solo, che concorda con altri sistemi? Non è quindi da farsi meraviglia se in questi libri si trovino poi contraddizioni, se il Vangelo tanto lodato in una pagina, sia dimenticato affatto in un'altra; e in punti in cui tutto dovrebbe decidersi colla sua autorità, quando si sia ammessa una volta, se alle volte la contraddizione è tanto rapida che le idee opposte si succedono immediatamente. Cito fra mille un passaggio della stessa opera per tanti capi immortale: Ne faut-il pas pour admirer l'Apollon sentir en soi-méme un genre de fierté qui foule aux pieds tous les serpens de la terre? Ne faut-il pas être Chrétien pour pénétrer la physionomie des Vierges de Raphaël, et de S. Jérôme du Dominiquin? (Allemagne, Tomo III, pag. 405). Bisogna dunque poter farsi un entusiasmo pagano, e un entusiasmo cristiano secondo gli oggetti che si presentano? E si può esser cristiano, quando il sentimento della propria miseria, della carità universale, e della unica speranza in Gesù Cristo, morto per tutti gli uomini, non vinca nell'anímo nostro a riguardo di ogni nostro fratello, per quanto la condotta sua possa parere a noi ed essere abbietta e perversa? Io so che questo è l'improperio di Cristo. Ma bisogna confessarlo e glorificarsi in questo solo, o non citare il Vangelo.

Ho detto che le istruzioni e lo spirito di esso non sono fedelmente conservati, né in generale nei libri di morale filosofica, né nei discorsi degli uomini. Anche per questa seconda parte nulla è più facile che convincersene. Basta qui pure ascoltare, aprire il Vangelo, e confrontare. Chi volesse ridurre ogni discorso morale ai principi evangelici, passerebbe per un ipocrita o per un fanatico, almeno per un bigotto, e per un incivile. Poiché il mondo ha fatto quasi una regola di buona creanza della esclusione della religione dalle considerazioni morali sui fatti particolari, e si vede nell'inconcepibile e strano proverbio: non bisogna entrare in sagrestia, proverbio che si opporrebbe a chi pretendesse di considerare le cose morali dal solo lato vero e importante da quegli stessi che dicono in astratto esser questo il solo lato importante. Supponiamo che si parli di onori e di dignità, che da una parte si pretenda che i pericoli, i dispiaceri, le agitazioni, il timore di perdere, la noia, l'aumento dei desideri superano i beni che quelle arrecano, che altri sostenga che i beni superano i mali, che in questa questione entri uno che dica: Il punto importante è di vedere se le dignità e gli onori rendono più o meno facile la salute eterna, in che casi e con che condizioni possano condurre o allontanare da questo fine? quest'uomo non farà ridere per la sua semplicità? Non si dirà che ogni cosa ha il suo tempo, che è assurdo fare da predicatore in società? La quale proposizione stessa svela da sé la contraddizione e l'assurdità che contiene, perché viene a concedere che quelle cose dette nell'istruzione ecclesiastica sieno vere: ora nulla è più assurdo che il pretendere che una massima riconosciuta vera non si debba poi applicare al caso per cui è fatta, mentre la sua verità non consiste anzi che nel potere essere applicata. Fra gente colta che cerchi cagione di rallegrarsi, chi ricordasse la beata speranza, chi dicesse che il vero soggetto di gioia è che siamo stati redenti da Gesù Cristo si crederebbe fargli grazia a crederlo un pedante. È inutile moltiplicare esempi per un fatto troppo chiaro, che le idee evangeliche sono escluse quasi del tutto dai discorsi degli uomini, che non è lecito che parlarne qualche volta generalissimamente purché non si faccia mai applicazione, eccetto alcuni casi, p. e. di afflizione, nei quali, dopo sperimentati inutili i rimedi umani, non si stima sconveniente ricorrere a considerazioni di un genere superiore.

L'uomo che leggendo il Vangelo sente nel suo cuore la divinità di esso, che confuso ed afflitto di scoprire nel suo senso una contrarietà ad esso, vorrebbe almeno essere animato dal giudizio concorde degli uomini, che cerca invano questa testimonianza nei libri e nelle conversazioni degli uomini, e se ne duole, entri in un giorno festivo nella povera chiesa di un villaggio. Gli uditori rozzi, non esercitati certo a discussioni metafisiche; stanno però aspettando una voce che parli loro di quello che è più importante nell'uomo il più colto come nel più ignorante, dell'anima, del fine per cui siamo creati, della moralità delle azioni, della Divinità. Il prete interrompe il rito e si volge alla turba che aspetta il pane della parola. Sia egli un nobile ingegno ridotto ad esercitare le più nobili funzioni lontano dagli sguardi del mondo, e alla sola presenza di Dio, e di alcuni animi semplici, o sia rozzo egli pure, sia divorato dallo zelo della salute de' suoi fratelli, pieno della sublimità della legge che insegna, e esempio di fedeltà ad essa, o eserciti pur troppo con animo mercenario, e impaziente, il più alto dei ministeri; sia egli un vecchio disingannato dalle speranze del secolo, e desideroso dei riposi immortali, o un giovane che soffoca sotto la croce le passioni, e che passa, nell'insegnare e nel predicare la sapienza e la moderazione, gli anni dell'impeto e dei desideri; sia egli compreso della dignità di cristiano e di sacerdote, o pur troppo un uomo compiacente ai fortunati del secolo; qualunque egli sia, non importa, ascoltiamolo. Egli ha ripetute alcune di quelle parole che diciotto secoli fa portarono la luce nel mondo, un miracolo di beneficenza e di compassione dell'Uomo-Dio, una istruzione alle turbe, un rimprovero agli ipocriti e ai superbi, una parabola di consolazione o di un salutare spavento. Egli interpreta le parole divine, e le adatta ai bisogni del suo popolo, egli conforma ogni suo suggerimento a tutta la legge di Gesù Cristo, egli non dimezza i precetti, non transigge col mondo, chiama vanità, vanità tutto ciò che nella Scrittura è chiamato vanità, egli riduce tutto ad un principio, non si vergogna di nulla, la persuasione è sulla sua fronte; sa che predica dei paradossi, e non gli mitiga in nessuna parte, sa che gli uomini si regolano per altri motivi, e predica questi soli, e chiama tutti gli altri falsi e meschini, egli predica tutta la follia della Croce. O sommi filosofi! voi avete scoperte nel Vangelo perfezioni recondite e sublimi che quest'uomo non vi sospetta forse nemmeno, voi avete più ingegno, e più cognizioni, ma quest'uomo ha più logica di voi. Egli intende il Vangelo come è scritto, egli ha sentito che la ragione che riconosce la divinità di una legge, non ha altro a fare che anteporla ad ogni altro concetto, che insegnarla tutta. L'uomo che ama la religione, si consola nel vedere che la predizione di Cristo non è mancata, che il Vangelo si predica sempre, che quegli a cui Gesù Cristo gli ha detto di ascoltare, sono i più conseguenti e i più illuminati degli uomini, quando si tratti di quelle cose nelle quali è prescritto di ascoltarli. Io so che il prete che spiega le parole di vita, non è infallibile, che talvolta le passioni e gli errori suonano anche dall'altare, ma non voglio già sostenere che non si predichi mai altro che il Vangelo, dico solo che nella Chiesa soltanto si predica tutto il Vangelo. Miserabile contraddizione dell'uomo! Il prete stesso uscito di chiesa, misto ai figliuoli del secolo, partecipe delle loro passioni, talvolta il prete stesso contraddice a sé stesso, e applica i princìpi anticristiani del mondo alle azioni, assume il linguaggio generale intorno ai beni e ai mali, e dice talvolta beati, dove il Vangelo dice guai! e viceversa. Contraddizione miserabile, ma che serve a far più ammirare la mano di Dio nell'insegnamento generale e costante per bocca anche di uomini, su cui non suonerebbero le massime del Vangelo, se Dio non ve le ponesse, se l'imposizione delle mani non gli segregasse dalla cattedra dei derisori, e dalla congregazione dei malignanti. Il gran Massillon stesso, nel suo discorso di ringraziamento all'Accademia, parla come il mondo che ha condannato sì eloquentemente, e adopera le parole esprimenti idee della prima importanza in un senso tutto opposto a quello che hanno nei suoi sermoni.

Quando poi si pensa che questa dottrina, che non si ode intiera che nell'insegnamento ecclesiastico, è quella che ha abbattuto gli idoli per tutto il mondo, quella che ha soggiogata la sapienza Greca e l'orgoglio Romano, la dottrina che ha realizzato in migliaia di migliaia d'uomini un complesso di virtù che sembrava chimerico, quella dottrina che è stata per una lunga serie di secoli professata da uomini di alto ingegno, di animo vacata, e di ottima disciplina, quella dottrina che ha resistito a tanti attacchi dalla filosofia, la dottrina di un libro, al quale gli uomini colti e pensatori si vergognano di essere temuti avversi o indifferenti, si può a buon diritto conchiudere che la primazia dei lumi è presso coloro che la mantengono viva, e la diffondono colla predicazione universale.

Un penseur allemand a dit qu'il n'y avoit point d'autre philosophie que la religion cbrétienne (Allemagne, T. III, pag. 216). E che? vi vogliono tante meditazioni per giungere a scoprire che avendo Dio rivelato agli uomini tutte le principali verità della morale, non devono gli uomini dar fede ad altro? Questa dottrina s'insegna dagli Apostoli in poi, gli uomini i più rozzi la tengono fra i cattolici, i fanciulli la ricevono colle prime istruzioni.

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012