Alessandro Manzoni

 

Osservazioni

sulla morale cattolica

 

SECONDA PARTE [1819-1820]

 

 

Edizioni di riferimento

Alessandro Manzoni, Opere inedite o rare, a cura di Ruggiero Bonghi e Pietro Brambilla, presso Rechiedei, Milano 1883-1898

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

 

 

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II.

Della opposizione della religione collo spirito del secolo.

 

Una accusa che si fa comunemente ai nostri giorni alla religione cattolica, è ch'ella sia in opposizione collo spirito del secolo. Questa accusa può in un senso essere dalla religione ricevuta come un elogio: se per spirito del secolo s'intende la tendenza violenta ad alcune cose transitorie come beni da ricercarsi per sé, l'amore e l'odio insomma delle creature non diretto si fini voluti da Dio, la religione si protesta, come sempre si è protestata, nemica di questo spirito; e quando venisse a far tregua con esso, allora si potrebbe trovarla in contraddizione e diffidare di essa. Guai alla Chiesa se ella facesse un giorno pace col mondo! se desistesse dalla guerra che il Vangelo ha intimata, e che ha lasciata alla Chiesa come la sua occupazione e il suo dovere; ma questo timore non può mai esser fondato, perché l'espressa parola di Gesù Cristo assicura il contrario.

Ma, si risponde, lo spirito del secolo presente non è altro che il complesso di molte verità utili e generose, presentite già da alcuni uomini grandi, diffuse di poi, e divenute il patrimonio di tutti i popoli colti, verità, il legame ed il punto centrale delle quali, non osservato nemmeno da quei sommi che le promulgarono, è stato sentito ai nostri tempi, è divenuto il fondo, per dir così, della opinione pubblica, e distingue questa epoca sommamente ragionevole. Ora questo spirito che onora la ragione umana meno ancora per la sua evidenza che per la sua bellezza, non è secondato dalla religione cattolica, anzi molte volte essa vi si oppone; e quando siamo a questo punto non bisogna stupirsi, se l'intelletto si volge da quella parte dove sta la dimostrazione, e la coscienza della dignità umana. Perché se voi trovate ardita o erronea una proposizione che sia il risultato delle riflessioni degli uomini i più illuminati d'una generazione, se tremate ad ogni esame che si istituisca, non dovete poi lagnarvi se si dirà che la vostra religione è nemica del pensiero, e che essa non vuole che il sacrificio del raziocinio ad una cieca sommissione: e dovreste esser convinti che su questa non è più da far conto. Che se la religione non è realmente opposta a queste verità, perché suscitate voi alla nostra fede un nemico che essa non avrebbe senza di voi? E se credete di poter provare che lo spirito della Chiesa è veramente opposto a quello del secolo, l'evidenza stessa della vostra tesi dovrebbe determinarvi a non sostenerla, perché il secolo è disposto a conservare il suo spirito ad ogni costo.

Questo mi sembra a un dipresso il sugo dei rimproveri che si fanno in questo genere alla morale della Chiesa cattolica. L'obbiezione è semplice, ma è impossibile che la risposta lo sia: perché deve aggirarsi su molte e varie cose, e fare assai distinzioni e nello spirito del secolo e in quello della Chiesa, e nel modo di manifestarsi dell'uno e dell'altro.

Uno dei caratteri dello spirito predominante di tutti i secoli è una certa persuasione di alcune idee che degenera in tirannia di opinione, che condanna chi lo contraddice, a passare per ignorante o per male intenzionato, dal che nasce un timore che impedisce a molti di esporre i loro dubbi, ed a moltissimi di concepirne. Questa tirannia è, come tutte le altre, precipitosa, impaziente di ogni obbiezione e di ogni esame, vaga di parlare, e nemica di ascoltare, e di dare spiegazioni; come tutte le altre, essa non vorrebbe dar campo alle risposte perché, come tutte le altre, è in dubbio di quella sua autorità che pure vorrebbe far riconoscere da tutti e fare ammettere come fondata sulla ragione senza lasciarla vagliare dal ragionamento. Eppure in tutte le discussioni è necessaria la calma, la pazienza, la libertà; eppure bisogna esaminar tutto, ed anche lo spirito del secolo.

Senza entrare a discutere tutti i punti nei quali si pretende, a ragione o a torto, che lo spirito della Chiesa contrasti a quello del secolo, io esporrò di seguito alcuni princìpi, i quali, a quello che mi sembra, deggiono essere gli elementi logici di ogni questione di questo genere.

 

I princìpi sono questi:

Una generazione può avere la più forte persuasione di sentir rettamente, ed essere in errore: In questo caso non è da stupirsi se i princìpi della religione saranno in opposizione collo spirito di questa generazione. Nelle opinioni di una generazione vi può essere del vero e del falso. Essa può cavare conseguenze storte da princìpi retti, o stabilire princìpi storti per dedurne delle conseguenze che sono verità, e che verrebbero logicamente da altri princìpi che essa non vuol riconoscere per qualche prevenzione. In questo caso la religione si opporrà alla parte falsa, e sarà d'accordo colla vera.

Una generazione può esaggerare i principi giusti, estendere la loro importanza oltre la verità: la religione, riconoscendo i princìpi giusti, e rivendicandoli come suoi, si opporrà alla esaggerazione.

Una generazione può sostenere dei principi giusti per motivi di passione e con passione. La religione riconoscerà pure i princìpi, e condannerà le passioni.

Una generazione può conoscere assai poco la religione, e non amarla, e travisare i suoi dogmi e le sue massime, e creare una opposizione chimerica con altre massime vere.

Finalmente alcuni di quelli che difendono la religione possono o per ignoranza o per fini particolari sconoscere lo spirito della religione, presentare come conseguenza della sua dottrina il loro spirito particolare, e creare essi una opposizione chimerica.

Se questi princìpi si avessero presenti quando ci si affaccia un caso in cui ci sembri che la ragione del secolo sia in contrasto colla ragione eterna della fede, la ricerca sarebbe più lunga e più difficile sì, ma si potrebbe avere un po' più di fiducia nel giudizio che si porterebbe con queste precauzioni, e il giudizio sarebbe in molti casi che l'opposizione non esiste, e dove si trovasse si vedrebbe che l'errore è dalla parte del mondo, che non fa che disdirsi, che passare dall'entusiasmo al disprezzo, che confessarsi fallibile nel passato, pretendendo poi di essere riconosciuto infallibile ad ogni nuovo sentimento che adotta, e che la verità è con quella religione che, diciotto secoli sono, disse al mondo: Io non mi cangerò mai;e che non è mai cangiata. Mi sia lecito di ripetere ad uno ad uno questi princìpi per avvalorarli con qualche esempio e con qualche spiegazione.

 

I. « Una generazione può avere la più forte persuasione di sentir rettamente, ed essere in errore. In questo caso non è da stupirsi se i principi della religione saranno in opposizione collo spirito di questa generazione. »

Per ridurre la questione si suoi termini precisi, ed evitare ogni equivoco, s'intenda che la parola secolo si adopera in vari sensi; talvolta significa la pluralità di coloro che si occupano di scrivere e di parlare di princìpi generali e di interessi comuni; ognun sa che finora la massa delle nazioni rimane o nella ignoranza o nella indifferenza e talvolta nella avversione di questi princìpi. Talvolta però vi partecipa. Ho detto poi la pluralità degli altri perché in ogni secolo vi sono proteste e riclami di alcuni contro lo spirito predominante, proteste che possono venire o da ostinazione di pregiudizi o d'interessi contro la verità, o da tranquilla e indipendente ragione che rigetti opinioni false e fanatiche. Mi sembra necessario fare questa distinzione perché la parola spirito del secolo è adoperata indifferentemente e quando si tratti di quasi tutta Europa, o di una nazione, o di una gran parte di essa, o di alcune classe di varie nazioni, concordi fra di loro, e discordi ognuna dagli altri suoi nazionali, o d'una setta nazionale. Ora in tutte queste società diverse può entrare l'errore, ed esservi sostenuto come un principio. Chi lo nega? mi si dirà: nessuno lo nega, ma non basta riconoscere la massima, bisogna ricordarsene al momento di applicarla, nel tempo in cui la adesione universale ad una opinione, o la franchezza di alcuni in sostenerla, diventa senza che ce ne accorgiamo il principale o l'unico argomento per farcela ricevere. L'errore è spesso opposto all'errore, e non è raro di vedere gli uomini di una età, predicando una massima falsa, deplorare la cecità dei loro avi che tenevano l'altro estremo, enumerare le circostanze per cui essi poterono ingannarsi così grossolanamente, e non vedere ch'essi sono da circostanze simili tratti e tenuti nell'inganno contrario. Chi nei tempi chiamati i bei tempi della repubblica romana avesse detto che la guerra fatta per comandare ad altri popoli è una crudele pazzia, come sarebbe stato udito? Chi avesse detto agli Spartani: gl'Iloti hanno gli stessi diritti alla libertà ed alle leggi che avete voi; l'esser vinto o figlio di un vinto non gli toglie; il fine della società non può essere altro che procurare a tutti gli stessi vantaggi; la parola giustizia non ha senso se non si applica a tutti gli uomini; quando voi ubbriacate gli schiavi per far abborrire l'intemperanza ai vostri figli, l'azione vostra è di assai più brutto esempio che non quella di cui volete ispirar loro il disprezzo, perché pervertire gli uomini a disegno è cosa più vile che l'ubbriacarsi; chi avesse parlato così sarebbe stato stimato degno di risposta? E se alla metà del secolo decimosettimo in Francia fossero state proposte quelle opinioni che ora vi sono quasi universalmente proclamate, sarebbero state accolte non come rivelazioni imprudenti di verità ardite, ma come paradossi volgari, come sogni di intelletto ineducato, progetti appena buoni per una società di mercanti. E se un secolo ha avuto un'alta e ferma idea della eccellenza del suo spirito, è quello sicuramente. Queste idee predominanti in un'epoca si chiamano di moda, vocabolo che dovrebbe per sé renderle sospette, perché significa: essere determinato a seguire un sentimento o un uso dall'autorità, escluso l'esame. Quando alcuna di esse si trova contraria alla religione, la tentazione è forte per molti: a pochi è dato di volere e potere uscire, per dir così, dall'atmosfera generale delle idee, e trasportarsi in un campo più tranquillo e sereno, per consultare più la ragione propria che le mille voci concordi su un oggetto, e pesare quello che quasi tutti gli altri affermano. Due classi di persone schivano questa tentazione o la superano: quelli cioè che senza molta coltura, con un cuore illuminato dalla fede sono fermi in essa, e diffidando di sé stessi, temono ogni pensiero che possa esser contrario a ciò che essi sentono essere principalmente e incontrastabilmente vero; e quelli che accoppiando all'amore per la legge divina la ragionata ammirazione di essa, che conoscendo l'immutabilità delle verità rivelate e la mutabilità dei cervelli umani, considerano attentamente queste opinioni opposte alla religione, finché trovino dove sta l'errore di esse. I primi talvolta si tengono per una certa timidità in una ignoranza utile perché esclude le idee false come le vere: talvolta rigettano fatti certi e dottrine fondate perché, veggendo che da esse si derivano conseguenze irreligiose, le stimano false, mentre l'errore non è che nelle conseguenze. Rigettando il vero e il falso, essi cadono nell'errore opposto dei loro avversari, che ricevono l'uno e l'altro, ma l'errore di quelli è di poca importanza perché non è contro le verità essenziali: è una applicazione mal fatta della regola certa di prescrizione, ma l'effetto di escludere gli errori in fatto di fede essi l'ottengono. Intendo che l'errore è di poca importanza nei privati che tacciono, non già in coloro che possono influire sulle idee o sulla manifestazione delle idee altrui: questi sono obbligati a studiare, e ad ascoltare.

Una di queste opinioni predominanti e contrarie alla religione fu quella tanto in voga per tutta almeno la metà del secolo scorso, sul celibato lodato e comandato dalla Chiesa. L'aumento della popolazione era tenuto come un indizio e una cagione così certa e così universale di prosperità, che tutto ciò che tendeva a limitarlo in qualche parte era considerato cosa dannosa, improvvida e barbara; e questi caratteri si davano per conseguenza al consiglio ed alla legge della Chiesa. Ben è vero che alcuni scrittori e singolarmente Gianmaria Ortes si opposero alla esaggerazione di questo principio, ma le opere di questo autore erano in pochissime mani, nelle altre l'argomento non era trattata compiutamente. Di più, ai tratti sparsi qua e là in favore d'una opinione conforme alla religione, se venivano da uomini noti per pensare cristiano non si dava generalmente retta, si consideravano come pregiudizi della loro professione; se venivano da uomini che avessero riputazione di filosofi, si supponevano sacrifici fatti per politica alla opinione dominante nel popolo. A parte, adunque, qualche eccezione, si può dire che il sentimento di una classe d'uomini riputatissimi aveva portata l'esaggerazione fino a sostenere che la popolazione non poteva essere mai eccessiva, e che il celibato era sempre antisociale, quasi un delitto. Che san Paolo avesse lodata la verginità, che la Chiesa dai primi tempi avesse interdette le nozze ai suoi ministri, si attribuiva al non avere essa saputo indovinare il perfezionamento delle idee in questo proposito, ad un sistema temporario e locale, anzi da questa sua istituzione si cavava argomento della falsità della religione. Questa opinione cominciava ad essere predicata con manco ardore, come suole accadere, quando finalmente un economista inglese, il Dr. Malthus trattò la questione a fondo, e con un ampio corredo di fatti e di osservazioni. E contro le grida di tanti scrittori egli poté stabilire alcuni principi tanto evidenti che all'udirli si vede che la sola tradizione continua e persistente di una dottrina fanatica aveva potuto farli dimenticare: che la popolazione potrebbe crescere indefinitamente, ma non le sussistenze necessarie a conservarla; che quando l'equilibrio fra queste e quella sia tolto è forza che si ristabilisca; che i mezzi infallibili con che l'equilibrio si ristabilisce sono sempre grandi e violenti mali; che è utile e saggio il prevenire la necessità di questi mezzi; che non v'è altro modo di prevenirli che mantenere più che si può l'equilibrio: ma come mantenerlo fra una potenza indefinita, ed una molto circoscritta? determinando quella a non spiegarsi tutta, a proporzionarsi all'altra che le è necessaria. Fra i mezzi leciti ed utili e ragionevoli, pare che il celibato dovrebb'essere uno de' più conducenti a questo scopo: l'Autore non si serve di questo vocabolo condannato presso i suoi, ma lo definisce e vi applica un'altra denominazione: Parmi les obstacles privatifs, l'abstinence du mariage jointe à la chasteté est ce que j'appelle contrainte morale (Tom. I, pag. 21, Trad. de Mr. Prévost). Il che è appuntino il celibato lodato dalla Chiesa, e proposto a quelli che sentono di esservi chiamati: senonché, oltre le ragioni di prudenza e di ragionevolezza e di dignità morale addotte da quel profondo ed accurato scrittore, la Chiesa vi include quelle di un particolare perfezionamento di sacrifizio delle inclinazioni proprie, di staccatezza dagli oggetti terreni, idee che essa associa a tutti i suoi consigli, perché non può mai dimenticare in ogni sua istituzione quello che ha proposto ai suoi figli come fondamento di esse: che sono veri beni quelli soli che conducono ai beni eterni.

L'opinione che il celibato, con qualunque limite e restrizione, sia una istituzione antisociale e sempre dannosa, opinione alla quale è stato dato l'ultimo colpo nel nuovo Prospetto delle Scienze Economiche, è ora, a quello ch'io stimo, quasi del tutto abbandonata. Intanto quanti uomini hanno portata nel sepolcro la persuasione che la morale cattolica era viziosa e falsa perché lodava il celibato!

Quegli i quali hanno considerate le vicende delle opinioni umane troveranno altri esempi di questa fede prestata a cose riconosciute false dappoi; quegli che hanno fatto studi nelle scienze fisiche, ne troveranno in esse, poiché da esse in tutti i tempi si son cavate obbiezioni contro la fede. Una di esse è ricordata da quel Pascal che fu tanto incontrastabilmente un grand'uomo che nessuno di quelli che combatterono le sue idee profferì il suo nome senza ammirazione: Combien les lunettes nous ont découvert d'astres, qui n'étoient point pour nos philosophes d'auparavant. On attaquoit hardiment l'Écriture sur ce qu'on y trouve en tant d'endroits du grand nombre des étoiles: il n'y en a que mille vingt-deux, disait-on; nous le savons (Pascal, Pens. Chrét., pag. 59). Se in questi casi la Chiesa avesse, per una supposizione impossibile, ceduto alle grida ed alla autorità di tanti uomini colti, se avesse confessato di non aver tutto preveduto quando accettò i consigli di un Maestro infallibile, se si fosse ritrattata, questa generazione presente non avrebbe ogni ragione di tacciarla di servilità, di precipitazione e di incostanza? Ma questi rimproveri non potranno toccarla mai: ella è paziente perché le è promesso che nulla sulla terra le sopravviverà; ella lascia scorrere le opinioni, sicura che tutte quelle che le sono contrarie svaniranno; e noi che passiamo sulla terra, noi che esaminando noi stessi troviamo nei nostri pensieri stessi tanta successione di certezza e di disinganno, abbandoneremo noi quella guida che non ha mai ingannato nessuno? e [potendo nelle cose essenziali avere il giudizio certo di tutti i secoli] vorremo farci così schiavi del nostro da non riflettere ch'esso ci travia ogni qual volta si allontana da quella società, con cui Cristo starà fino alla consumazione di tutti?

 

II. « Nelle opinioni d'un secolo vi può essere del vero e del falso: esso può cavare conseguenze storte da princìpi retti, o stabilire princìpi storti per dedurne conseguenze che sono verità, e che verrebbero logicamente da altri princìpi che esso non vuol riconoscere per qualche prevenzione. In questo caso la religione si opporrà alla parte falsa e sarà d'accordo colla vera. »

Ora il mondo generalmente non si appaga di queste concessioni parziali. L'uomo è sistematico per natura: egli tiene al complesso delle sue opinioni più che ad ognuna di esse in particolare, ed ama meno la verità particolare che crede vedere in ciascuna di esse, che il risultato di tutte, che risguarda particolarmente come l'opera della sua riflessione. Per con seguenza di questa disposizione egli sarà avverso ad ogni potenza intellettuale che pretenda far distinzioni in queste sue opinioni, e preferirà di difenderle tutte, combattendola come parte avversaria, che riceverne la sentenza come da giudice. L'imparzialità stessa di chi sceglie fra le nostre opinioni facendo le parti del vero e del falso, la ponderatezza, la superiorità di ragione che questo suppone, ripugna al nostro senso, e ci determina talvolta a sostenerle tutte piuttosto che a ricevere un nuovo giudizio da un'altra autorità. Perché questo è un riconoscer che noi abbiamo comparate ed osservate molte idee senza far poi un giusto discernimento fra esse. Quando invece noi vogliamo supporre che quella autorità ci sia in tutto avversa, abbiamo il vantaggio di difendere contro essa anche la parte vera delle nostre opinioni, e si rigetta sovra di essa confusamente l'accusa di opposizione a verità incontrastabili. Questa avversione alle distinzioni si mostra sempre in quelli che tengono opinioni esaggerate e sistematiche: si vede talvolta le due parti opposte manifestare una certa stima l'una dell'altra: ognuno loda dell'avversario ben pronunziato la fermezza, la congruenza ai suoi princìpi, l'ostinazione stessa: loda insomma quella parte in cui gli somiglia. Quegli invece che si frappone e dice: tu hai ragione in questo e tu in quello, e avete ambedue torto in altre cose, quegli è maltrattato dall'uno e dall'altro; e può esser contento, se non ne riporta altro titolo che di visionario e di fanatico.

Questa è una delle, ragioni, a mio credere, per le quali siamo così pronti a credere una serie di idee tutte contrarie allo spirito di religione, mentre converrebbe ad una paragonarle con essa. Eppure come questa mescolanza di vero e di falso può facilmente esistere in tutte le idee degli uomini, facilmente si trova poi anche nel complesso di quelle che formano ciò che si chiama lo spirito di un secolo, perché facilmente appunto vi entra quello spirito che la Chiesa ha sempre condannato, perché si oppone al Vangelo.

Ma si dirà: quand'anche si venga alla discussione parziale di ogni opinione, non si concorderà però per questo: perché alcune di esse saranno false secondo il Vangelo, e il mondo le riterrà per vere, cosicché l'opposizione si troverà essere reale. Certamente essa esisterà sempre poiché il mondo non vuole riconoscere la bellezza e la verità di tutto il sistema di morale cristiana. Ma questa distinzione produrrà il vantaggio di mostrare chiaramente i veri punti di opposizione, ed allora ogni intelletto sincero potrà scegliere. Si vedrà allora per quali massime la religione condanni una tal cosa, come queste massime sieno riconosciute, in tanti altri casi, incontrastabili ed ammirabili dal mondo stesso, come esse sieno legate con tutto il suo sistema, come non si possa negarne l'applicazione senza distruggere altre verità riconosciute dal mondo. Si vedrà che quello che nello spirito d'un secolo la religione chiama falso, lo ha chiamato falso sempre, e che il secolo stesso lo ha riconosciuto falso in altri, perché non avea gli stessi pregiudizi. Si vedrà che la opposizione della Chiesa non nasce dal non aver essa prevedute certe massime, o dall'essere essa troppo semplice, o poco filosofica per adottarle, ma che ad ognuno di questi principi che essa condanna, contrappone sempre un principio più alto, più perfetto, più eroico, più universale, più liberale. Il mondo non converrà colla Chiesa nel discernimento fra i suoi sentimenti, ma si vedrà perché non voglia convenire. Questo è quello che desidera la Chiesa, la quale, avendo la verità con sé, non ha bisogno d'altro che di essere ben conosciuta.

Sarebbe argomento contenzioso e complicatissimo l'osservare lo spirito dei nostri tempi con questa intenzione di discernere quello che concordi colla religione e quello che vi si opponga; facciamo brevemente questo discernimento in uno spirito che ha durato a lungo, si è diffuso in moltissime parti, e ha portata al più alto punto la persuasione della esclusiva eccellenza e ragionevolezza propria: lo spirito cavalleresco. Lasciamo da parte la questione se esso sia mai stato realmente applicato alla condotta reale della vita, o se (come a ragione, a parer mio, afferma il Sig. Simonde) la cavalleria pratica, per dir così, sia una invenzione quasi assolutamente poetica, un nuovo secol d'oro che ogni età ha supposto in un'altra età più antica (Littérature du Midi, Tom. I, Cap. III, pag. 90). Lo spirito, nel senso di cui ora si parla, deve risultare non dalle azioni, ma dalle massime di un'epoca, perché questo spirito teorico e precettivo è appunto quello che si contrappone alla religione. Ora egli è vero che nel medio evo è stata generalmente ricevuta una serie di massime che si può chiamare spirito cavalleresco; e questo spirito si trova nelle istituzioni, nei giuramenti dei cavalieri, quando erano adottati, nelle ragioni della lode e del biasimo dato alle azioni contemporanee, e nelle ragioni con cui si giudicavano le azioni storiche nei caratteri veri o finti degli uomini proposti come esemplari, nelle adulazioni fatte ai potenti inventando fatti o interpretandoli secondo le intenzioni generalmente supposte lodevoli, nella adulazione dei potenti stessi all'opinione generale, nel professare i principj di questa opinione e nell'ostentare o fingere nelle loro opere una conformità a questi principi. È cosa universalmente ricevuta che fra i principi del medio evo erano questi dei principali: sommissione e venerazione alla Fede Cristiana, fedeltà nel mantenere la parola data, rispetto alle donne, protezione dei pupilli e delle vedove e dei deboli in generale contra la forza ingiusta, amore della gloria e delle distinzioni, l'onore riposto nel vendicare le ingiurie, e la infamia nel sopportarle pazientemente, onore esclusivo della professione delle armi, bassezza di quasi tutte le altre, e specialmente della agricoltura e del commercio, dignità dei nobili nel sentire e mantenere la loro superiorità sugli ignobili chiamati villani, viltà nel rinunciare ad essa e confondersi con loro, viltà nel dipendere dalle leggi, e nel riconoscere altra autorità che de' suoi pari. È manifesto che questo spirito si compone di sentimenti e di idee in parte conformi, in parte avverse alla dottrina evangelica. L'uomo che a quei tempi parlava contra il Vangelo era considerato non solo un empio, ma un vile, e (contraddizione singolare!) l'uomo che coll'autorità del Vangelo tanto riconosciuta condannava certe massime ricevute, era pure un vile e un dappoco. È facile però il vedere da che più alti princìpi venga la pazienza e il perdono comandato dal Vangelo, che non la vendetta voluta dallo spirito cavalleresco. Poiché secondo il Vangelo, e la ragione non può disdirlo, l'onore non consiste nella opinione altrui, ma nei sentimenti e nelle azioni proprie, la distruzione di chi ha voluto torre l'onore ad uno non cambia in nulla le cose reali per cui questi è degno o non degno di onore; è disposizione nobile, ragionevole ed energica il vincere l'orgoglio, e l'ira: il giudizio falso contra di noi non è un male, la forza e le armi non sono un paragone del vero. È ingiusto il farsi giudice in causa propria, e le leggi sono appunto necessarie perché escludono il sentimento particolare dell'offesa dalla retribuzione. Questi ed altri principi eterni della religione contra l'esaggerazione del sentimento dell'onore dei secoli bassi sono più universali e più belli certo di quelli su cui era fondato il pregiudizio, e per una conseguenza della loro verità sono eminentemente utili anche alla società. Se quel codice di onore si fosse perpetuato, se si fosse spinto ed applicato in tutte le sue conseguenze, non vi dovrebbero essere né tribunali, né leggi, né civilizzazione di sorta. Gli altri pregiudizi sulla diseguaglianza, sulla sommissione all'ordine sociale, non hanno nemmeno bisogno di essere confutati, gli interessi e le passioni del maggior numero hanno aiutata la ragione a sentirne il falso.

Ognuno può con ponderazione e spassionatezza fare questa disamina dello spirito di altri secoli, e trovati i punti di opposizione, cercare i princìpi su cui è fondata l'una e l'altra dottrina, e scegliere.

 

Per quanto una opinione sia vera, vi avrà sempre chi non la vorrà riconoscere o per ostinazione o per interesse. Quelli che sono persuasi di essa si sentono portati al disprezzo, all'odio, al furore contro gl'impugnatori; e siccome noi abbiamo sempre bisogno d'un bel,principio per giustificare le nostre passioni, questi sentimenti si considerano come conseguenze dell'amore di verità; ricercando però quello che la religione prescrive, troviamo che il precetto di conservare la carità non ammette eccezioni: sopprimere i ribollimenti del disprezzo, contenersi dal mostrare nelle parole il sentimento profondo che abbiamo della dappocaggine di chi dissente da noi, cercare di persuaderli con pazienza e con fermezza, ed amarli, quando anche si disperi di farlo, sono prescrizioni che sembrano tanto amare al senso corrotto, che si spezzano piuttosto tutte le tavole della legge che riconoscer questa. Eppure quando la consideriamo in astratto, non possiamo a meno di non confessarla bella e sapiente, e sola conforme alla debolezza dei nostri giudizi; perché anche chi si inganna, si fonda sulla persuasione propria, e se non si ammette una regola comune di condotta per chi s'inganna e per chi ha ragione, se è lecito rompere la carità a chi sostiene il vero, chi avrà più carità, se tutti credono di sostenerlo? E noi stessi, quando gli avversari nostri si lasciano contro noi trasportare alla passione, ne facciamo loro rimprovero, e ricordiamo loro che la verità è tranquilla, e pretendiamo che si sottopongano a quel giogo, che diciamo insopportabile quando ci si voglia porre sulle nostre spalle.

Un'altra parte di falso che le passioni mischiano a sistemi veri per sé, per cui gli fanno trovare in opposizione colla religione, è la ammirazione eccessiva, gli affetti troppo estesi, il principio per cui si pretende dover questi sistemi essere abbracciati. Noi siamo tanto desiderosi della felicità e tanto avversi alla via che il Vangelo ci segna per giungervi, che preferiamo di figurarcela ora in una, ora in un'altra cosa creata; l'illusione non dura, è vero, ma è però sovente piena. Quando siamo presi dalla bellezza di una idea, quando l'entusiasmo degli altri accresce, e giustifica il nostro, quando gli sforzi per realizzarla cominciano a dare probabilità di felice successo, allora tutto ciò che non seconda la pienezza ed universalità di questo nostro amore ci sembra meschino, ci spiace, lo allontaniamo da noi, lo escludiamo dai nostri pensieri. Ora la religione ha posti certi termini inamovibili, contro cui vanno ad urtare queste passioni che non si vogliono contenere fra quelli. L'affetto a qualunque cosa temporale, come a fine, è proscritto dal Vangelo. Chi lo ha dato agli uomini ha pensato a tutti i secoli, ha preveduto ogni entusiasmo ed ogni disinganno, sapeva che nulla ci può render felici in questa terra, e ce ne ha ammoniti sempre. Tutto ciò che non è preparazione alla vita futura, tutto ciò che ci può far dimenticare che siamo in cammino, tutto ciò che prendiamo per dimora stabile, è vanità ed errore. La religione introduce in ogni giudizio nostro intorno alle cose temporali l'idea della instabilità, della sproporzione coi nostri desideri, e col nostro fine, della necessità di abbandonarle, e questa idea appunto noi vorremmo escludere da quelle che ci rapiscono. Questo è uno dei motivi per cui nelle grandi commozioni la religione è più dimenticata e più contraddetta per lo più che nei tempi ordinari. Eppure quelle cose stesse si rivolgono sempre in modo, che col tempo noi la ricaviamo da quelle cose medesime, essa diventa come un riposo dopo le agitazioni: la religione non vuole che condurci alla saviezza e alla moderazione senza dolori inutili, che portarci per tranquilla riflessione a quella ragionevolezza a cui giungeremmo per la stanchezza e per una specie di disperazione. E si noti che l'amore a certe verità diretto dalla religione è non solo più moderato, ma più costante, anzi per così dire immutabile, in quanto è attaccato ad un principio immutabile.

È stato molto e bene parlato dei pessimi effetti delle passioni nei grandi avvenimenti politici, ma uno non è stato, ch'io creda, osservato. Gli uomini che abbracciano un sistema per passione veggiono in quello una bellezza e una perfezione al di là del vero, e se ne promettono effetti esaggerati ed impossibili. Questo stato di mente non può durare, e, oltre la mutabilità naturale dell'uomo, i fatti stessi tendono a cambiarlo, succedendo sempre o minori d'assai, o contrari alla aspettazione. Accade quindi pur troppo sovente che si passi da questo eccesso a quello di spregiare tutto quello che si era troppo idolatrato, e che dall'errore dell'entusiasmo si passi ad un altro meno nobile, che si creda disinganno, e perfezione di ragione. In questo caso le passioni sono dannose e nella loro veemenza, e nel raffreddamento medesimo. È facile veder questo effetto nel più grande avvenimento dei nostri giorni, la rivoluzione francese.

Se all'incontro la religione moderasse sempre la tendenza nostra verso qualunque idea, non si andrebbe fino a quel punto ove è impossibile dimorare, e dal quale è troppo difficile ritrocedere soltanto fino alla verità. Né hanno mancato ai nostri giorni esempi di questo genere: uomini i quali non hanno voluto subordinare l'eternità al tempo, né supporre mai che vi potessero essere né epoche né cose alle quali non si potesse applicare la regola infallibile del Vangelo. Alcuni di essi vissero abbastanza per veder cadere gli eccessi che avevano combattuti, per vedere stabiliti in fatto e in massima gli eccessi contrari, e per essere tacciati di caparbietà e di esaggerazione, come lo erano stati di corte vedute e di pusillanimità.

Si appongono spesso alla religione, da coloro che non l'amano, principi e conseguenze che essa non tiene. Non si è detto tante volte che la religione consiglia ed ama l'ignoranza! Sicut blasphemamur et sicut aiunt quidam nos dicere (ad Rom. 111. 8). Che comanda di credere a ciò che sentiamo contrario alla ragione! Supposti questi princìpi alla religione, non era difficile provare che essa era in opposizione col senso comune, e con quello che lo spirito di ogni secolo ha di ragionevole. Ma basta aprire il Vangelo per vedere come queste ed altre simili supposizioni sieno espressamente contrarie a tutta la rivelazione.

 

Alcuni finalmente di quelli che onorano e difendono la religione cadono nello stesso errore di attribuirle o per ignoranza o per fini particolari massime che essa non ha, la pongono così in opposizione collo spirito di un secolo in punti dove questa opposizione non esiste.

Se noi ci fondiamo su queste autorità per disistimare la religione abbiamo certamente il torto. Poiché a che serve il declamare contro la credulità, predicare l'esame, se in un punto di tanta importanza ce ne rimettiamo poi alla asserzione di persone il giudizio delle quali vale sì poco presso di noi in altri argomenti? Non sarebbe questo il caso di esaminare? Certo la religione ha molte massime che sembrano meschine al mondo, perciò ella è detta follia, ma basta considerarle per iscorgervi la più profonda sapienza, per vedere che non sono follia al senso corrotto dell'uomo se non perché vengono da un punto di perfezione al quale egli non può solo salire nello stato suo di decadimento.

Il vero punto di discernimento è che le massime evangeliche non sono follia che supponendo tutto finito nella vita mortale. Questo stesso senso però non può a meno di non provare una certa ammirazione per esse. Ma quando si ode proporre una massima veramente picciola e falsa come derivata dalla religione; prima di credere che essa ne venga, bisogna ricordarsi che serie di uomini grandi ha impiegata la contemplazione di tutta la vita a considerare e ad ammirare la religione di Cristo; e come dallo studio di essa ricavarono motivi per trovarla sempre più grande e ragionevole. Non già ché l'autorità di essi ci debba portare a crederla tale senza conoscerla, ma deve farci diffidare di tutto ciò che la rappresenta come meschina e bassa, deve portarci ad esaminarla da noi come facevano essi.

Se però la pietra d'inciampo posta in sulla via non iscusa colui che cadde, perché poteva o schifarla o gettarla dal suo cammino, non si deve lasciare di osservare quanto gran male sia il porre pietre d'inciampo. Ora questo fanno, forse senza avvedersene, forse credendo invece far bene, molti che nello spirito di un secolo pretendono condannare, con argomenti religiosi, opinioni non solo innocenti, atta ragionevoli, ma generose, opinioni le opposte delle quali sono talvolta assurde. Dal che, mi sembra che ai nostri giorni sia necessario guardarsi più che non sia stato mai, giacché, non giova dissimularlo, il più comune rimprovero che si fa oggidì alla religione si è che essa conduca a sentimenti bassi, volgari. Gli oppugnatori di essa parlano come se la filosofia mondana fosse salita ad una sfera di pensieri più elevata, più pura, più celeste che non quella a cui il Vangelo ha portata la mente umana. Ah! quanto questo inganno è più grande e più pericoloso, tanto più deve essere lo studio per non dare alcun pretesto ad alcuno per cadervi.

I partiti in minorità non avendo la forza ricorrono alla giustizia, e questo è avvenuto spesso ai filosofi: essi hanno dette verità utili ed importanti: e sono stati male avvisati quelli che hanno voluto tutto confutare. Conveniva separare il vero dal falso; e se il vero era stato tacciuto, conveniva confessarlo e subire l'umiliazione di averlo tacciuto: non rigettare le verità per confutare. Quando il mondo ha riconosciuta una idea vera e magnanima, lungi dal contrastargliela, bisogna rivendicarla al Vangelo, mostrare che essa vi si trova, ricordargli che sé avesse ascoltato il Vangelo, l'avrebbe riconosciuta dal giorno in cui esso fu promulgato. « Poiché tutto quello che è vero, tutto quello che è puro, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello che rende amabili, tutto quello che fa buon nome, se qualche virtù, se qualche lode di disciplina, tutto è in quel libro divino » (Paolo ai Filippensi, C. IV, 8).

Bisogna mostrare al mondo che anzi quello che la religione può condannare in quelle idee è tutto ciò che non e abbastanza ragionevole, né abbastanza universale, né abbastanza disinteressato. Se il mondo vuol pur sempre rigettare la dottrina di Gesù Cristo, la rigetti come follia, ma non mai come bassezza. La follia che consiste nel disprezzare le cose temporali di cui gli uomini sono più bramosi, nel sacrificare l'utile al vero, nell'affrontare i dolori e gli spregi per esso, è la follia dei martiri e dei padri, è il patrimonio eterno della Chiesa, e nessun cristiano deve soffrir mai che nemmeno per un momento il mondo possa vantarsi di avergliela rapita.

Ma, odo rispondere, si dovrà forse adottare ogni sentimento fanatico ed esaltato che sia in voga, si dovrà correre dietro ad ogni idea profana che il mondo inventi, e metta in adorazione?

Dio liberi. Ma mi sia lecito di fare osservare a molti uomini di rettissime intenzioni, che i pregiudizi sono pure profani perché non vengono dalla verità, che esaminando le loro opinioni, essi ne troveranno molte che non vengono che da abitudine, forse da interesse, e da principi affatto estranei al Vangelo, e che si sostengono come conseguenze di esso; e che nessuna idea morale è straniera al Vangelo: ogni verità morale è di sua natura una verità religiosa. La noncuranza stessa e l'ignoranza dello spirito del secolo da parte di tutti quelli che nella Chiesa sono destinati ad insegnare, sarebbe di gravissimo nocumento. Non già che essi debbano essere diretti da quello, ma dovrebbero anzi diriggerlo, raddrizzarlo, e dove sia duopo confutarlo con cognizione di causa, e con superiorità di ragione, non condannarlo in monte, né abbandonarlo a sé stesso, giacché in questo secondo caso essi lasciano il bell'uficio di maestri a cui sono destinati, e nel primo mostrandosi o parziali, o non informati, perdono l'autorità indispensabile per essere ascoltati e persuadere.

Mi sembra che molti apologisti, della religione nel secolo scorso sieno caduti nell'inconveniente di confutar tutto. I partiti che sono in minorità, non avendo la forza, invocano la giustizia, ed è quasi impossibile che da essi non vengano idee utili e generose. Gli scrittori francesi del secolo scorso che si chiamarono filosofi scrissero cose irreligiose superficiali e false, e cose utili vere e nuove. Alcune idee di Voltaire sull'amministrazione, alcuni princìpi di alta politica di Montesquieu, alcuni metodi di educazione e soprattutto alcune censure delle massime correnti sull'educazione in Rousseau, sono di tale evidenza che hanno trionfato di ogni opposizione, e bisogna render loro giustizia, ma questa giustizia sarebbe stato bello che fosse stata loro resa immediatamente, e da quelli che confutavano il falso de' loro scritti.

Rousseau, parlando nelle sue confessioni della risposta ch'egli fece al libro del re Stanislao contro il celebre Discorso sulle Lettere, si vanta di aver saputo nella critica del re distinguere i passi che erano scritti da lui, e quelli che appartenevano al P. de Ménou gesuita che aveva aiutato il re nel lavoro, e di aver fatto man bassa sulle frasi che gli parvero essere del P. Ménou: tombant sans ménagement sur toutes les phrases jésuitiques, je relevai chemin faisant un anachronisme que je crus ne pouvoir venir que du révérend. Gli apologisti dovevano porre ogni studio a fare un discernimento più importante e più generoso nelle opere dei filosofi, separare cioè diligentemente il vero dal falso, e tombant sans ménagement su questo, rendere al vero gli omaggi che gli son sempre dovuti. Era un dovere di giustizia e di riconoscenza, ed era anche un mezzo per mostrare che l'imparzialità e la gentilezza e l'amore della verità sono naturalmente uniti alla religione. Si sarebbe veduto allora che non era [lo spirito di] partito che moveva a combattere l'errore; e le verità riconosciute in quelli scrittori non darebbero autorità ai loro concetti in fatto di religione.

Un'altra attenzione era pur necessaria, e non si è sempre usata, a quel che mi pare, ed era l'estrema delicatezza che si doveva porre in opera riguardo alle persone. La religione ebbe per una gran parte del secolo XVIII la forza con sé: gli oppositori posero quindi in opera ogni astuzia per attaccarla senza esporsi a rischio di persecuzioni: quindi il rispetto espresso per la fede in otto o dieci frasi di libri tutti destinati a combatterla, quindi il modo indiretto di stabilire massime anti-evangeliche senza nominare il Vangelo, protestando sempre di stare entro i limiti di una filosofia umana. Il veleno era nascosto in quei libri, mostrarlo era mettersi a rischio di fare il delatore, si dovea quindi usare una gran diligenza, una nobile astuzia per illuminare i fedeli, per impedire il trionfo dell'errore senza manifestare la malizia dell'errante. Ma pur troppo l'effetto della forza è tanto contagioso, che è troppo difficile che l'uomo, che può ricorrere ad essa per atterrire il suo avversario, non se ne valga. Questa attenzione era tanto più necessaria che lo stato di depressione in cui talvolta si trovarono i nemici della religione e la potenza dei suoi difensori era una tentazione per gli animi gentili a valutar più gli argomenti di quelli, e a chiudere gli orecchi alle difese. Quando Monsig. di Beaumont, Arcivescovo di Parigi, Duca di Saint Cloud, Pari di Francia, Commendatore dell'Ordine dello Spirito Santo, ecc., pubblicava una Pastorale contro G.G. Rousseau cittadino di Ginevra, povero, infermo, fuggitivo e proscritto, che effetto non dovevano fare nell'opinione pubblica i riclami non solo, ma gli argomenti di quest'ultimo, quali si fossero! M'ingannerò, ma credo che quando la religione fu spogliata in Francia dello splendore esterno, quando non ebbe altra forza che quella di Gesù Cristo, poté parlar più alto, e fu più ascoltata; e almeno coloro che sono disposti a pigliare le parti degli oppressi, ebbero contro di essa un pregiudizio di meno: il linguaggio de' suoi difensori ebbe tosto i caratteri gloriosi di quei primi che la professarono, quando il confessarla non portava che l'obbrobrio della croce.

Mi sembra che tre classi d'uomini abbiano (benché con gran differenza) avuto il torto e fatto danno alle idee della religione: 1° Quelli che unirono cose diverse; 2° Quelli che attaccarono tutto il complesso; 3° Quegli che sostennero e lodarono tutto. Scrittori ai quali non si può negare l'ingegno senza sciocchezza, né la retta intenzione senza calunnia, hanno giustificate, vantate, considerate come effetto di sapienza profonda cose che venivano da corruttela e da cattiva amministrazione, hanno riproposte cose di tempi andati che a quei tempi erano detestate pubblicamente come abusi da uomini venerati allora, venerati adesso, e venerabili sempre [1].

Benché sia facile l'intendere che gli esempi renderebbero più interessante, ed ecciterebbero l'attenzione, molte ragioni ci obbligano ad astenerci dal moltiplicarli. Non si deve sempre pretendere che uno dica molto, basta che non dica nulla di cui non sia convinto. Del resto il lettore che non ha cominciata la sua lettura in questo libricciuolo saprà facilmente dove trovare gli esempi importanti delle verità e degli errori. Da lungo tempo, se è lecito usare di questa similitudine, la letteratura originale è in un sol luogo; là bisogna cercare i grandi argomenti e i grandi modelli, le grandi bellezze e i grandi difetti, e spesso si trovano in un sol uomo e in un sol libro. Tutto il resto è imitazione, commento, o critica.

Si ricordino che l'avversione del mondo alla religione si appiglia ad ogni pretesto, e quindi bisogna usare la più gran delicatezza, porre il più attento studio a non dare pretesti contro la religione: ora uno dei più forti è quello che quelli che la predicano, resistono a verità riconosciute, e vi resistono per motivi di religione. Certo gli uomini sono obbligati a conoscere la legge, a distinguerla dalle aggiunte che vi fanno gli uomini, ma perché render loro più difficile quest'obbligo, perché non portarsi invece nel punto dove si uniscono la ragione e la religione, per mostrare a quelli che cercano il vero dove deggiano fermarsi? La prevenzione, l'ostinazione, il fanatismo, l'impazienza dell'esame sono spesse volte le armi con cui si combatte la religione, bisogna che non si possano trovare mai nelle mani di chi la difende; bisogna rassicurare quelli che sono affezionati ad una idea vera e generosa, che la religione non gli domanderà mai di rinunziarvi. Ah, i sacrifici ch'ella esigge non sono mai di questo genere. « Ma si dovrà esporsi alla disapprovazione di taluno, di cui converrà combattere gli interessi e i pregiudizi. » Eh quando mai simili scuse furono ricevute nella Chiesa? « Si dovrà per questo stare al fatto delle opinioni correnti, ingolfarsi in istudi profani, mischiarsi alle discussioni degli uomini senza sposare le loro passioni, senza lasciarsi strascinare dal loro entusiasmo. » Eh! i promulgatori della religione non hanno essi operato a questo modo? non si son fatti tutto a tutti per guadagnar tutti a Cristo? Tutto bisogna intraprendere, sottoporsi a tutto, piuttosto che lasciare prevalere l'opinione che la religione sia contraria ad una verità morale, piuttosto che permettere che i figli del secolo si vantino di essere in nulla (intendo sempre delle scienze morali) più illuminati che gli allievi di Cristo. Quando si vogliono opporre agli increduli i buoni effetti della religione, non si enumerano forse le istituzioni e le idee grandi e utili trovate o divolgate da uomini religiosi e dal clero in ispecie? Perché dunque non ricordarsi che quegli stessi trovarono degli ostacoli allora? perché porne dinnanzi a quelli che gli imitano? Si sono anche troppo vantati i servizi resi dagli ecclesiastici alle scienze esatte; servizi che non possono rendere che togliendo al loro ministero una parte di quelle cure che tutte gli hanno promesse. E non si è forse abbastanza reso giustizia ai vantaggi resi da ecclesiastici alle idee morali. Per citare un esempio solo, non si potrebbe forse asserire che la moderna politica è stata fondata da Fénelon in un libro, che pel cattivo gusto dominante nel suo secolo (sia detto con buona licenza) è rivestito di forme gentilesche, ma il cui fondo è in tante parti cristiano? Ah non si lascino mai gli ecclesiastici antivenire nell'esporre una idea conforme alla vera dignità dell'uomo, e sopratutto alla umanità, al rispetto per la vita e pei dolori del prossimo. Si esamini, si studi, si combatta il falso, non dico si conceda, ma si predichi, si stabilisca il vero; il mondo non si raddrizzerà, ma voi avrete fatto il vostro dovere, ma gli animi retti non avranno più pretesti per non ascoltarvi, ma ad ogni opposizione dello spirito del secolo con quello della religione risulterà, non solo che la Chiesa ha sempre ragione, ma che hanno sempre ragione quelli che si gloriano di tenere e di diffondere gli insegnamenti della Chiesa.

 

Nota

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[1]  Il passo di Bonald e di Massillon [N.d.A.]

 

 

Indice Biblioteca Progetto Manzoni Indice - Osservazioni sulla morale cattolica

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011