Alessandro Manzoni

 

Osservazioni

sulla morale cattolica

 

SECONDA PARTE [1819-1820]

 

 

Edizioni di riferimento

Alessandro Manzoni, Opere inedite o rare, a cura di Ruggiero Bonghi e Pietro Brambilla, presso Rechiedei, Milano 1883-1898

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

 

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AVVISO

 

L'autore è ben lontano dal pretendere che nei discorsi seguenti sia sviluppata la materia che è annunziata nei titoli rispettivi. Oltre le idee che egli non ha trovate, e che ha ommesse per ignoranza, ha ommesse scientemente tutte quelle che erano già state dette, quando la serie del ragionamento non richiedesse di includervele. Si ponno quindi considerare questi discorsi come una picciola appendice alle opere che trattano i medesimi argomenti, o, se si ama meglio, come una collezione di frammenti.

 

I.

Degli abusi e delle superstizioni.

 

Due cose io ho avute principalmente di mira nelle osservazioni precedenti: l'una di porre in salvo la morale della Chiesa cattolica da ogni eccezione, di provare che ella è perfetta, e che tutti i mali morali fuori ed entro la Chiesa vengono dall'ignorarla, dal non seguirla, dall'interpretarla a rovescio. L'altra che nelle accuse di fatto che si danno alla disciplina pratica dei cattolici, conviene andar guardinghi prima di creder tutto, perché molte sono dettate da spirito di parte, e ricevute inconsideratamente per un falso spirito d'imparzialità, quasiché per essere imparziale si dovesse stare a tutto ciò che si ode di contrario alla propria causa. Molte di queste accuse sono esaggerate, molte sono assolutamente false, molte, benché vere, sono ingiuste nelle conseguenze perché si attribuiscono ai soli cattolici, molte nascono dal desiderio di trovare guasti tutti i frutti per condannar l'albero e gittarlo al fuoco. Ma siccome a questo secondo articolo, cioè alla parte apologetica del fatto, si può dare più estensione ch'io non abbia inteso dargli, mi trovo in debito di spiegare più distesamente le idee generali ch'io possa avere su questo proposito, per oppormi alle conseguenze false, al mio parere, che si potrebbero dedurre da quanto io ho detto.

V'è in tutti gli uomini una inclinazione a giustificare sé stessi fondata sul desiderio che ognuno ha della perfezione. Non volendo noi per lo più fare il meglio perché ripugnante alle nostre passioni, e non volendo rinunziare alla idea di essere quali dobbiamo, ci appoggiamo ad ogni pretesto per lusingarci che siamo tali. E siccome dalle verità stesse che dovrebbero condurci al miglioramento, si cavano questi pretesti, così uno dei più comuni per farci essere contenti di noi si è quello di essere nella vera religione.

Che un individuo appartenga ad una società che ha il deposito della vera ed eterna morale, ad una società che ha i mezzi per condurre alla salute, è una condizione di probabilità favorevole per la bontà di quell'individuo; ma fondare su questa condizione sola la lusinga di esser buono, è una illusione che parrebbe impossibile in un uomo ragionevole se l'esperienza non la dimostrasse comune. Il giudizio sopra di sé stesso ognuno di noi deve fondarlo soltanto sulla conformità e difformità nei nostri sentimenti e delle nostre azioni colla legge. Pare impossibile che si dimentichi: eppure è troppo spesso così. Gli Ebrei segregati dalle genti, protetti visibilmente da Dio, soli liberi dell'abbominevole gioco della idolatria sotto al quale s'incurvava vergognosamente tutto il genere umano, il solo popolo che avesse idea della unità di Dio, dogma che poscia apparve così grande, così semplice e così ragionevole alle nazioni intere ed si sommi ingegni, quando fu diffuso dagli Ebrei dopo la venuta della luce del mondo, aventi una legge divina, un rito divino, e un tempio, il solo della terra dove si adorasse il vero Dio, ripetevano le parole del profeta: Non fecit taliter omni nationi; giammai azioni di grazie non furono più giuste, né ebbero un oggetto più importante. Ma troppo spesso gli stessi Ebrei, invece di esaminare se la loro riconoscenza era sincera e predominante, cioè se si manifestava colle opere, cavarono da questi doni di Dio una falsa fiducia che fu loro tanto rinfacciata dai magnanimi e santi loro profeti. « Non ponete fidanza in quelle false parole: il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio è del Signore »: ecco il grido di Geremia (Cap. VII, 4, S, 6, 7, 8) per disingannare coloro che dall'essere nel popolo dei veri adoratori arguivano di essere veri adoratori; ecco come gli richiamava all'esame di loro medesimi perché giudicassero se erano tali. « Perciocché se voi rivolgerete al bene i vostri costumi ed i vostri affetti; se renderete giustizia fra uomo e uomo; se non farete torto al forestiero ed al pupillo ed alla vedova, e non ispargerete in questo luogo il sangue innocente, e non anderete dietro agli dei stranieri per vostra sciagura; Io abiterò con voi in questo luogo, nella terra che io diedi ai padri vostri per secoli e secoli. Ma voi ponete fidanza sopra bugiarde parole che a voi non gioveranno. » Questa illusione che pur troppo dura, e che durerà finché gli uomini non saranno perfetti come la legge, io non intendo favorirla in nulla. Se il libro di cui ho creduto dovere confutare tutto ciò che condanna la dottrina della Chiesa, e tutto ciò che, al parer mio, condanna a torto la condotta dei cattolici, se questo libro può fare in alcune parti una impressione salutare sopra alcuno, voglio dire far pensare alcuno sopra di sé, fargli risovvenire che taluno dei rimproveri di che il libro è pieno possano esser giusti per lui, e porlo in pensiero di correggersi, io non voglio distruggere questa impressione.

Uno dei più gravi sintomi di degenerazione tanto in un uomo come in una società è l'esser contenti del suo stato morale, il non trovar nulla da togliere, nulla da perfezionare. Gli abusi che si giustificano con un pretesto religioso, ma che in realtà si sostengono per fini temporali, io non intendo in nulla difenderli, protesto anzi di bramare ardentemente che sieno sempre più conosciuti, e condannati da quegli stessi a cui potessero sembrare utili, e ai quali non sono utili certamente, poiché anch'essi debbono un giorno morire. Che vi sieno di questi abusi è pur troppo innegabile, e una prova che si riconoscono, si vede nel rispondere che si fa agli oppugnatori della religione che essi hanno il torto di condannare la religione per gli abusi: la quale risposta sarà sempre concludentissima, e, benché tanto ripetuta, si dovrà sempre ripeterla, finché gli oppugnatori cadranno nello stesso errore. Ma pur troppo alcuni di quelli che in monte confessano l'esistenza degli abusi, non sanno poi trovarne un solo, quando si venga a specificarli: difendono tutto ciò che esiste, e se si domandasse loro di citare un solo abuso non lo saprebbero forse rinvenire. Io so che questa riservatezza si chiama per lo più prudenza cristiana, so che lo è talvolta, so che molti risparmiano gli abusi, che dico, gli difendono, non per amore di essi, ma per rispetto alla religione. Ma il primo carattere della prudenza cristiana è di non andar mai contra la verità, ma la sua norma non è altro che l'applicazione della legge di Dio e dello spirito del Vangelo a tutti i casi possibili. Ma siamo in tempi in cui sarebbe somma follia il credere che gli abusi possano passare inosservati, e correggersi senza scandalo, esser tolti senza che il mondo si sia accorto che abbiano esistito. Non si può più sperare che il mondo, imitando la carità dei due figli benedetti di Noè, getti il pallio sui mali della Chiesa. Egli ne ride e ne trionfa, egli scopre gli abusi, i libri ne sono pieni da un secolo, egli gli esaggera, gli inventa, non vede altro nella Chiesa, e se gli si nega di riconoscere gli abusi reali, egli non tace per questo, ma si crede autorizzato a supporre abusi in tutto, egli dà questo nome alle cose più sacre, la religione stessa è un abuso per lui. Egli rinfaccia gli abusi come una prova decisiva contra la religione, e pare che supponga che la fede dei cattolici non regga che per la loro ignoranza degli abusi stessi. Ma se i cattolici fossero i primi ad abbandonargli per quello da cui dipende, e tutti gli altri a deplorarli, se dicessero questi altamente: noi sappiamo questi mali, ma la nostra credenza è fondata sopra ragioni troppo superiori, perché la vista di questi mali possa farla vacillare, io credo che il mondo sarebbe costretto ad essere più riservato, io credo che molti, veggendo come si può conoscere gli abusi ed essere cristiani, avrebbero una falsa scusa di meno. Osservazione importante. Quelli che hanno autorità nella Chiesa possono impedire talvolta e in qualche luogo che si parli contro gli abusi: ma non ponno impedire che gli uomini se ne scandalizzino e rinuncino alla religione. Ora questo è il vero male da evitarsi.

Ho detto tutto questo non per fare il dottore nella Chiesa, troppo sentendo come questo uficio non mi convenga per nessun verso; ma siccome è lecito anche al minimo dei cristiani il difendere la Chiesa quando è attaccata, siccome a questa difesa è troppo facile dare più estensione che non si debba, così ho creduto ridurre l'apologia ai suoi termini più precisi.

Tutto questo si applica pure alle superstizioni. Pur troppo la Chiesa è accusata delle superstizioni che essa condanna, pur troppo si esaggerano le superstizioni che regnano in alcuni cattolici, mentre si tace sulle superstizioni che dominano fra i non cattolici o fra tanti increduli, o almeno non se ne tira argomento contro la loro credenza: pur troppo [si chiamano superstizioni] i dogmi più sacri, quelli a cui sottomettere la propria ragione i santi e grandi uomini di diciotto secoli stimarono il più alto uficio della ragione. Ma pur troppo anche vi ha delle superstizioni; e molte sussistono, oltre i motivi generali, per alcune regole di falsa prudenza che conducono, a risparmiarle talvolta quegli stessi che dovrebbero combatterle. V'ha chi difende e loda il silenzio su certe superstizioni col pericolo che, essendo esse nelle menti del popolo tanto collegate coi principi religiosi, non si possa sterparle senza sradicare in quelle menti la fede stessa. Ma quanti motivi di pusillanimità possono nascondersi sotto questo pretesto! Quanto è facile trovare ragioni per dimostrare dannose e imprudenti quelle cose per cui bisogna sottoporsi al pericolo del biasimo ingiusto! Questo pretesto mi sembra non solo falso, ma ingiurioso alla religione, come se la religione non trovasse nella parte più vera dell'animo nostro una corrispondenza per appoggiarvisi, e convenisse porla sopra fondamenti falsi: come se ogni superstizione non avesse un principio di opposizione e di incompatibilità colla religione, giacché la superstizione non è altro che sostituire i principi arbitrari, e carnali, a quello che è rivelato: ogni superstizione è una illusione per essere irreligioso coll'apparenza della fede. La religione ha due avversari, che sono pure avversari fra loro, cioè l'incredulità e la superstizione. Questa è combattuta dall'altra, e siccome le sue basi sono false, così col raziocinio semplice si possono abbattere, e allora chi non ha saputo discernere la superstizione dalla religione corre il rischio di abbandonare l'una e l'altra. Perché si deve lasciare nell'animo di un cattolico una opinione erronea, sulla quale un impugnatore della religione possa avere il vantaggio sopra di lui, e metterlo dalla parte del torto? Giacché, bisogna qui pure ripeterlo, non è da credere che il mondo voglia lasciarle passare in silenzio. Iddio però non ha permesso che le voci contra la superstizione si levassero solo nel campo degli avversari della religione: uomini piissimi le hanno svelate e combattute per zelo, e basti nominare il dotto Muratori (Della regolata divozione dei cristiani). Né si deve negare la dovuta lode ai molti che tuttodì alzano la voce contro esse.

Ma mi sembra che la guerra dovrebbe esser più viva e perpetua nel seno del cattolicismo, che il disinganno non dovrebbe venire che dai ministri della verità, da quelli che, combattendo un errore, vi sostituiscono una verità di fede, e non un altro errore più dannoso. Se fosse lecito ad un uomo, che nella Chiesa è peggio che nulla, il rivolgersi a quelli che sono maestri, io direi a coloro che pascono il gregge cristiano, e lo direi colla umiltà e colla confusione con cui deve parlare l'uomo inutile a quelli che portano il peso del giorno e del caldo: guardatevi intorno, interrogate la fede di molti del popolo, vedete se la speranza non è posta talvolta in quelle cose da cui non viene la salute, se le tradizioni volgari, se le favole animali non sono talvolta sostituite alle cose più gravi della legge; voi che spregiate i clamori del mondo, voi che combattete le sue false massime, vedete se talvolta il vostro silenzio non lascia i semplici in errori indegni della sapienza cristiana, vedete se non convenga combatterli direttamente e infaticabilmente. Questi errori svaniranno, ma v'è troppo a temere che in tante parti del mondo cattolico non isvanisca con essi anche la fede. Rimondate voi stessi l'albero dai rami secchi e infruttuosi prima che l'uomo inimico possa porvi il ferro della distruzione.

La situazione di chi, professando altamente la religione cattolica, confessa nello stesso tempo e condanna gli abusi e le superstizioni è la più esposta a tutte le inimicizie, e la più lontana dagli applausi; e questa considerazione deve portare sempre più gli amici della verità a porsi in questa situazione, come la più sicura e la più gloriosa dinnanzi a Dio. Le parti che tengono opinioni estreme hanno soventi vincoli di fratellanza pur troppo più forti che non quelli che legano i pochi e non arruolati difensori del vero: e mancare di questi appoggi dev'essere per loro un grande argomento di consolazione e di speranza. Altronde, come è già stato detto, i partiti estremi hanno vicendevolmente qualche indulgenza, e l'odio più costante e più vivo è per quelli che stanno nel mezzo. Coloro che amano gli abusi, temono meno gli uomini che si dichiarano nemici della fede, perché questi non ponno avere autorità alcuna presso i fedeli; ma quelli che danno loro ombra, quelli che vorrebbero screditare, sono coloro che, stando fermi al fondamento, biasimano che vi si fabbrichi sopra fieno e stoppie (I Corinth. III, 12 et seq.), perché questo è l'edifizio che a loro piace, e non possono opporre a chi lo vorrebbe abbattere ch'egli rigetti il fondamento. L'ira poi dei nemici della fede è assai più rimessa verso i partigiani degli abusi, perché veggono in essi una prova che a loro par concludente contro la religione, un argomento di scherno e di biasimo, un pretesto perpetuo alla incredulità; ma quelli contro cui si mostrano più esacerbati, sono gli uomini che deplorando gli abusi dicono nello stesso tempo e provano col fatto che si può conoscerli ed esser fedele, e che tentando di toglierli tentano di toglier loro di mano Tarme di cui fanno più uso. Quindi contro di questi si rivolgono gli uni e gli altri, e credono di scoraggiarli, e di proferire la loro condanna, mentre rendono loro la più gloriosa testimonianza, dicendo cioè che essi scontentano tutti i partiti. Felici se essi amano e gli uni e gli altri, se, posti in una posizione così difficile, sentono che non ci si possono sostenere che coll'aiuto di Dio, se dai contrasti che soffrono cavano argomento di speranza e non di orgoglio, se li sopportano come pene meritate pei loro falli, se persuasi di sopportarli per la verità tremano pensando quanto sieno indegni di un tale incarico, se non rivolgono un occhio di desiderio e di invidia agli applausi del mondo, se non li spregiano per un sentimento di superbia, se non desiderano la confusione dei loro avversari di ogni genere, ma la loro concordia, aspettando con ogni pazienza i momenti del Signore. 

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012