Alessandro Manzoni

Adelchi

Edizione di riferimento

Alessandro Manzoni, Adelchi, introduzione e note di Alberto Giordano, Biblioteca universale Rizzoli, Milano 1994

DEDICA

ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE

ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL

LA QUALE INSIEME CON LE AFFEZIONI CONIUGALI

E CON LA SAPIENZA MATERNA

POTÉ SERBARE UN ANIMO VERGINALE

CONSACRA

QUESTO ADELCHI L' AUTORE

DOLENTE DI NON POTERE

A PIÙ SPLENDIDO E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO

RACCOMANDARE

IL CARO NOME E LA MEMORIA DI TANTE VIRTÙ.

PERSONAGGI

 Longobardi

Desiderio, re.

Adelchi, suo figlio, re.

Ermengarda, figlia di Desiderio.

Ansberga, figlia di Desiderio, badessa.

Vermondo, scudiero di Desiderio.

Scudieri d' Adelchi: Anfrido, Teudi,

Baudo, duca di Brescia.

Giselberto, duca di Verona.

Duchi: Ildechi, Indolfo, Farvaldo, Ervigo, Guntigi,

Amri, scudiero di Guntigi.

Svarto, soldato.

Franchi

Carlo, re

Albino, legato.

Conti: Rutlando, Arvino,

Latini

Pietro, Legato d'Adriano papa.

Martino, diacono di Ravenna.

Duchi, scudieri, soldati longobardi: donzelle, suore nel monastero di san Salvatore. — Conti e Vescovi franchi; un araldo.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Palazzo reale in Pavia.

Desiderio, Adelchi, Vermondo.

Vermondo:     O mio re Desiderio, e tu del regno

Nobil collega, Adelchi; il doloroso

Ed alto ufizio che alla nostra fede

Commetteste, è fornito. All'arduo muro

Che Val di Susa chiude, e dalla franca

La longobarda signoria divide,

Come imponeste, noi ristemmo; ed ivi

Tra le franche donzelle, e gli scudieri,

Giunse la nobilissima Ermengarda;

E da lor si divise, ed alla nostra

Fida scorta si pose. I riverenti

Lunghi commiati del corteggio, e il pianto

Mal trattenuto in ogni ciglio, aperto

Mostrar che degni eran color d'averla

Sempre a regina, e che de' Franchi stessi

Complice alcuno in suo pensier non era

Del vil rifiuto del suo re; che vinti

Tutti i cori ella avea, trattone un solo.

Compimmo il resto della via. Nel bosco

Che intorno al vallo occidental si stende,

La real donna or posa: io la precorsi,

L'annunzio ad arrecar.

Desiderio:                                               L'ira del cielo,

E l'abbominio della terra, e il brando

Vendicator, sul capo dell'iniquo

Che pura e bella dalle man materne

La mia figlia si prese, e me la rende

Con l'ignominia d'un ripudio in fronte!

Onta a quel Carlo, al disleal, per cui

Annunzio di sventura al cor d'un padre

È udirsi dir che la sua figlia è giunta!

Oh! questo dì gli sia pagato: oh! cada

Tanto in fondo costui, che il più tapino,

L'ultimo de' soggetti si sollevi

Dalla sua polve, e gli s'accosti, e possa

Dirgli senza timor: tu fosti un vile.

Quando oltraggiasti una innocente.

Adelchi:                                                                     O padre,

Ch'io corra ad incontrarla a ch'io la guidi

Al tuo cospetto. Oh lassa lei, che invano

Quel della madre cercherà! Dolore

Sopra dolor! Su queste soglie, ahi! troppe

Memorie acerbe affolleransi intorno

A quell'anima offesa. Al fiero assalto

Sprovveduta non venga, e senta prima

Una voce d'amor che la conforti.

Desiderio:        Figlio, rimanti. E tu, fedel Vermondo,

Riedi alla figlia mia; dille che aperte

De' suoi le braccia ad aspettarla stanno

De' suoi, che il cielo in questa luce ancora

Lascia. Tu al padre ed al fratell rimena

Quel desiato volto. Alla sua scorta

Due fidate donzelle, e teco Anfrido

Saran bastanti: per la via segreta

Al palazzo venite, e inosservati

Quanto si puote: in più drappelli il resto

Della gente dividi, e, per diverse

Porte, gli invia dentro le mura.

(Vermondo parte)

SCENA SECONDA

Desiderio, Adelchi.

Desiderio:                                                            Adelchi,

Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia

Far di nostr'onta testimon volevi?

E la ria moltitudine a goderne,

Come a festa, invitar? Dimenticasti

Che ancor son vivi, che ci stan d'intorno

Quei che le parti sostenean di Rachi,

Quand'egli osò di contrastarmi il soglio?

Nemici ascosi, aperti un tempo, a cui

L'abbattimento delle nostre fronti

È conforto e vendetta!

Adelchi:                                                O prezzo amaro

Del regno! oh stato, del costor, di quello

De' soggetti più rio! se anche il lor guardo

Temer ci è forza, ed occultar la fronte

Per la vergogna; e se non ci è concesso,

Alla faccia del sol, d'una diletta

La sventura onorar!

Desiderio:                                        Quando all'oltraggio

Pari fia la mercè, quando la macchia

Fia lavata col sangue; allor, deposti

I vestimenti del dolor, dall'ombra

La mia figlia uscirà: figlia e sorella

Non indarno di re, sovra la folla

Ammiratrice, leverà la fronte

Bella di gloria e di vendetta. — E il giorno

Lunge non è; l'arme, io la tengo; e Carlo,

Ei me la die': la vedova infelice

Del fratel suo, di cui con arti inique

Ei successor si feo, quella Gerberga

Che a noi chiese un asilo, e i figli all'ombra

Del nostro soglio ricovrò. Quei figli

Noi condurremo al Tebro, e per corteggio

Un esercito avranno: al Pastor sommo

Comanderem che le innocenti teste

Unga, e sovr'esse proferisca i preghi

Che danno ai Franchi un re. Sul franco suolo

Li porterem, dov'ebbe regno il padre

Ove han fautori a torme, ove sopita

Ma non estinta in mille petti è l'ira

Contro l'iniquo usurpator.

Adelchi:                                                      Ma incerta

È la risposta d'Adrian? di lui

Che stretto a Carlo di cotanti nodi,

Voce udir non gli fa che di lusinga

E di lode non sia, voce di padre

Che benedice? A lui vittoria e regno

E gloria, a lui l'alto favor di Piero

Promette e prega; e in questo punto ancora

I suoi legati accoglie, e contro noi

Certo gl'implora; contro noi la terra

E il santuario di querele assorda

Per le città rapite.

Desiderio:                                    Ebben, ricusi:

Nemico aperto ei fia; questa incresciosa

Guerra eterna di lagni e di messaggi

E di trame fia tronca; e quella al fine

Comincerà dei brandi; e subbia allora

La vittoria esser può? Quel dì che indarno

I nostri padri sospirar, serbato

E a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto,

Supplice invan, delle terrene spade

Disarmato per sempre, ai santi studi

Adrian tornerà, re delle preci,

Signor del Sacrifizio, il soglio a noi

Sgombro darà.

Adelchi:                                    Debellator de' Greci,

E terror de' ribelli, uso a non mai

Tornar che dopo la vittoria, innanzi

Alla tomba di Pier due volte Astolfo

Piegò l'insegne, e si fuggì; due volte

Dell'antico pontefice la destra,

Che pace offria, respinse, e sordo stette

All'impotente gemito. Oltre l'Alpe

Fu quel gemito udito: a vendicarlo

Pipin due volte le varcò: que' Franchi

Da noi soccorsi tante volte e vinti,

Dettaro i patti qui. Veggo da questa

Reggia il pian vergognoso ove le tende

Abborrite sorgean, dove scorrea

L'ugna de' franchi corridor.

Desiderio:                                                     Che parli

Or tu d'Astolfo e di Pipin? Sotterra

Giacciono entrambi: altri mortali han regno,

Altri tempi si volgono, brandite

Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo

Al primo rischio offerse, e il muro ascese,

Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,

E disperar? Questi i consigli sono

Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi

Dov'è, che imberbe ancor vide Spoleti

Rovinoso venir, qual su la preda

Giovinetto sparviero, e nella strage

Spensierato tuffarsi, e su la turba

De' combattenti sfolgorar, siccome

Lo sposo nel convito? Insiem col vinto

Duca ribelle ei ritornò: sul campo,

Consorte al regno il chiesi; un grido sorse

Di consenso e di plauso, e nella destra

 — Tremenda allor — l'asta real fu posta.

Ed or quel desso altro veder che inciampi

E sventure non sa? Dopo una rotta

Così parlar non mi dovresti. Oh cielo!

Chi mi venisse a riferir che tali

Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo

Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.

Adelchi:           Deh! perché non è qui! Perché non posso

In campo chiuso essergli a fronte, io solo

Io fratel d'Ermengarda! e al tuo cospetto,

Nel giudizio di Dio, nella mia spada

La vendetta ripor del nostro oltraggio!

E farti dir, che troppo presta, o padre,

Una parola dal tuo labbro uscia!

Desiderio:      Questa è voce d'Adelchi. Ebben quel giorno

Che tu brami, io l'affretto.

Adelchi:                                                     O padre, un altro

Giorno io veggo appressarsi. Al grido imbelle,

Ma riverito, d'Adrian, vegg'io

Carlo venir con tutta Francia; e il giorno

Quello sarà de'successor d'Astolfo

Incontro al figlio di Pipin. Rammenta

Di chi siam re; che nelle nostre file

Misti ai leali, e più di lor fors'anco,

Sono i nostri nemici; e che la vista

D' un' insegna straniera ogni nemico

In traditor ti cangia. Il core, o padre,

Basta a morir; ma la vittoria e il regno

È pel felice che ai concordi impera.

Odio l'aurora che m'annunzia il giorno

Della battaglia, incresce l'asta e pesa

Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi

Deggio dall' uom che mi combatte al fianco.

Desiderio:       Chi mai regnò senza nemici? il core

Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi

Tener chiusi dovrem nella vagina

Infin che spento ogni livor non sia?

Ed aspettar sul soglio inoperosi

Chi ci percota? Havvi altra via di scampo

Fuorché l'ardir? Tu, che proponi alfine?

Adelchi:           Quel che, signor di gente invitta e fida,

In un dì di vittoria, io proporrei:

Sgombriam le terre de' Romani; amici

Siam d'Adriano: ei lo desia.

Desiderio:                                                    Perire,

Perir sul trono, o nella polve, in pria

Che tanta onta soffrir. Questo consiglio

Più dalle labbra non ti sfugga: il padre

Te lo comanda.

SCENA TERZA

Vermondo che precede Ermengarda, e detti.

Donzelle che l'accompagnano.

Vermondo:                              O regi, ecco Ermengarda.

Desiderio:        Vieni, o figlia; fa cor.

(Vermondo parte: le Donzelle si scostano)

Adelchi:                                                Sei nelle braccia

Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo

Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio

De' re, nel tuo, più riverita e cara

D'allor che ne partisti.

Ermengarda:                                         Oh benedetta

Voce de' miei! Padre, fratello, il cielo

Queste parole vi ricambi; il cielo

Sia sempre a voi, quali voi siete ad una

Vostra infelice. Oh! se per me potesse

Sorgere un lieto dì, questo sarebbe,

Questo, in cui vi riveggo — Oh dolce madre!

Qui ti lasciai: le tue parole estreme

Io non udii; tu qui morivi -- ed io

Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;

Quella Ermengarda tua, che di tua mano

Adornavi quel dì, con tanta gioia,

Con tanta pièta, a cui tu stessa il crine

Recidesti quel dì, vedi qual torna!

E benedici i cari tuoi, che accolta

Hanno così questa reietta.

Adelchi:                                                       Ah! nostro

È il tuo dolor, nostro l'oltraggio.

Desiderio:                                                              E nostro

Sarà il pensier di vendetta.

Ermengarda:                                                O padre,

Tanto non chiede il mio dolor; l'obblio

Sol bramo; e il mondo volentier l'accorda

Agl'infelici: oh! basta; in me finisca

La mia sventura. D'amistà, di pace

Io la candida insegna esser dovea:

Il ciel non volle: ah! non si dica almeno

Ch'io recai meco la discordia e il pianto

Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia

Esser pegno dovea.

Desiderio:                                       Di quell'iniquo

Forse il supplizio ti dorria? quel vile,

Tu l'ameresti ancor?

Ermengarda:                                   Padre, nel fondo

Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla

Uscir ne può che ti rallegri: io stessa

Temo d'interrogarlo: ogni passata

Cosa è nulla per me. — Padre, un estremo

Favor ti chieggo: in questa corte, ov'io

Crebbi adornata di speranze in grembo

Di quella madre, or che farei? ghirlanda

Vagheggiata un momento, in su la fronte

Posta per gioco un dì festivo, e tosto

Gittata a' piè del passeggiero. Al santo

Di pace asilo e di pietà, che un tempo

La veneranda tua consorte ergea,

 — Quasi presaga — ove la mia diletta

Suora, oh felice! la sua fede strinse

A quello Sposo che non mai rifiuta,

Lascia ch'io mi ricovri. A quelle pure

Nozze aspirar più non poss'io, legata

D'un altro nodo; ma non vista, in pace

Ivi potrò chiudere i giorni.

Adelchi:                                                      Al vento

Questo presagio: tu vivrai: non diede

Così la vita de' migliori il cielo

All'arbitrio de' rei: non è in lor mano

Ogni speranza inaridir, dal mondo

Torre ogni gioia.

Ermengarda:                             Oh! non avesse mai

Viste le rive del Ticin Bertrada!

Non avesse la pia, del longobardo

Sangue una nuora desiata mai,

Né gli occhi volti sopra me!

Desiderio:                                                    Vendetta,

Quanto lenta verrai!

Ermengarda:                                      Trova il mio prego

Grazia appo te?

Desiderio:                                 Sollecito fu sempre

Consigliero il dolor più che fedele,

E di vicende e di pensieri il tempo

Impreveduto apportator. Se nulla

Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia

Nulla disdir vogl'io.

SCENA QUARTA

Anfrido, e detti.

Desiderio:                                          Che rechi, Anfrido?

Anfrido:           Sire, un legato è nella reggia, e chiede

 Gli sia concesso appresentarsi ai regi.

Desiderio:        Donde vien? Chi l'invia?

Anfrido:                                                     Da Roma ei viene,

 Ma legato è d'un re.

Ermengarda:                                     Padre, concedi

Ch'io mi ritragga.

Desiderio:                                       O donne, alle sue stanze

La mia figlia scorgete; a' suoi servigi

Io vi destino: di regina il nome

Abbia e l'onor.

(Ermengarda parte con le Donzelle)

Desiderio:                                   D'un re dicesti, Anfrido?

Un legato... di Carlo?

Anfrido:                                                 O re, l'hai detto.

Desiderio:       Che pretende costui? quali parole

Cambiar si ponno fra di noi? qual patto

Che di morte non sia?

Anfrido:                                               Di gran messaggio

Apportator si dice: ai duchi intanto,

Ai conti, a quanti nella reggia incontra,

Favella in atto di blandir.

Desiderio:                                                   Conosco

L'arti di Carlo.

Adelchi:                                   Al suo stromento il tempo

D'esercitarle non si dia.

Desiderio:                                              Raduna

Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi

Ei venga.

(Anfrido parte)

Desiderio:                          Il giorno della prova è giunto;

Figlio, sei tu con me?

Adelchi:                                               Sì dura inchiesta

Quando, o padre, mertai?

Desiderio:                                                     Venuto è il giorno

Che un voler solo, un solo cor domanda:

Dì, l'abbiam noi? Che pensi far?

Adelchi:                           Risponda

Il passato per me: gli ordini tuoi

Attender penso, ed eseguirli.

Desiderio:                                                        E quando

A' tuoi disegni opposti sieno?

Adelchi:                                                             O padre!

Un nemico si mostra, e tu mi chiedi

Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando

Nella tua mano. Ecco il legato: il mio

Dover fia scritto nella tua risposta.

SCENA QUINTA

Desiderio, Adelchi, Albino, Fedeli longobardi.

Desiderio:        Duchi, o Fedeli; ai vostri re mai sempre

Giova compagni ne' consigli avervi,

Come nel campo. — Ambasciator, che rechi?

Albino:             Carlo, il diletto a Dio sire de' Franchi

De' Longobardi ai re queste parole

Manda per bocca mia: volete voi

Tosto le terre abbandonar di cui

L'uomo illustre Pipin fe' dono a Piero?

Desiderio:        Uomini longobardi! in faccia a tutto

Il popolo nostro, testimoni voi

Di ciò mi siate; se dell'uom che questi

Or v'ha nomato, e ch'io nomar non voglio,

Il messo accolsi, e la proposta intesi,

Sacro dover di re solo potea

Piegarmi a tanto. — Or tu, straniero, ascolta.

Lieve domando il tuo non è, tu chiedi

Il segreto de' re: sappi che ai primi

Di nostra gente, a quelli sol da cui

Leal consiglio ci aspettiamo, a questi

Alfin che vedi intorno a noi, siam usi

Di confidarlo; agli stranier non mai.

Degna risposta al tuo domando è quindi

Non darne alcuna.

Albino:                                             E tal risposta è guerra.

Di Carlo in nome io la v'intimo, a voi

Desiderio ed Adelchi, a voi che poste

Sul retaggio di Dio le mani avete,

E contristato il Santo. A questa illustre

Gente nemico il mio signor non viene:

Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui

Il suo braccio consacra; e suo malgrado

Lo spiegherà contro chi voglia a parte

Star del vostro peccato.

Desiderio:                                                Al tuo re torna,

Spoglia quel manto che ti rende ardito

Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio

Sceglie a campione un traditor. — Fedeli!

Rispondete a costui.

Molti fedeli:                                       Guerra!

Albino:                                                               E l'avrete,

E tosto, e qui: l'angiol di Dio, che innanzi

Al destrier di Pipin corse due volte,

Il guidator che mai non guarda indietro

Già si rimette in via.

Desiderio:                                          Spieghi ogni duca

Il suo vessillo; della guerra il bendo

Ogni Giudice intimi, e l'oste aduni;

Ogni uom che nutre un corridor, lo salga

E accorra al grido de' suoi re. La posta

È alle Chiuse dell'alpi.

(al legato)

                                       Al re de' Franchi

Questo invito riporta.

Adelchi:                                                E digli ancora,

Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta

Che al debole son fatti, e ne malleva

L'adempimento o la vendetta, il Dio,

Di cui talvolta più si vanta amico

Che più gli è in ira, in cor del reo sovente

Mette una smania, che alla pena incontro

Correr lo fa, digli che mal s'avvisa

Chi va de' brandi longobardi in cerca,

Poi che una donna longobarda offese.

(partono da un lato i Re con la più parte de' Longobardi, dall'altro il Legato)

SCENA SESTA

Duchi rimasti.

Indolfo:            Guerra, egli ha detto!

Farvaldo:                                              In questa guerra è il fato

Del regno.

Indolfo:                               E il nostro.

Ervigo:                                                    E inerti ad aspettarlo

Staremci?

Ildechi:                                Amici di consulte il loco

Questo non è. Sgombriam; per vie diverse

Alla casa di Svarto ognuno arrivi.

SCENA SETTIMA

Casa di Svarto.

Svarto:             Un messaggier di Carlo! Un qualche evento

Qual ch'ei pur sia, sovrasta. — In fondo all'urna,

Da mille nomi ricoperto, giace

Il mio; se l'urna non si scote, in fondo

Si rimarrà per sempre; e in questa mia

Oscurità morrò, senza che alcuno

Sappia nemmeno ch'io d'uscirne ardea.

 — Nulla son io. Se in questo tetto i grandi

S'adunano talor, quelli a cui lice

Essere avversi ai re; se i lor segreti

Saper m'è dato, è perchè nulla io sono.

Chi pensa a Svarto? chi spiar s'affanna

Qual piede a questo limitar si volga?

Chi m'odia? chi mi teme? — Oh! se l'ardire

Desse gli onor! se non avesse in pria

Comandato la sorte! e se l'impero

Si contendesse a spade, allor vedreste,

Duchi superbi, chi di noi l'avria.

Se toccasse all'accorto! A tutti voi

Io leggo in cor; ma il mio v'è chiuso. Oh! quanto

Stupor si prenderia, quanto disdegno,

Se ci scorgeste mai che un sol desio

A voi tutti mi lega, una speranza

D'esservi pari un dì! — D'oro appagarmi

Credete voi. L'oro! gittarlo al piede

Del suo minor, quello è destin, ma inerme.

Umil tender la mano ad afferrarlo,

Come il mendico

SCENA OTTAVA

Svarto, Ildechi, poi altri che sopraggiungono.

Ildechi:                                           Il ciel ti salvi, o Svarto:

Nessun è qui?

Svarto:              Nessun. Quai muove, o duca?

Ildechi:             Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo

Si ravviluppa, o Svarto, e fia mestieri

Sciorlo col ferro: il dì s'appressa, io spero,

Del guiderdon per tutti.

Svarto:                                                      Io nulla attendo,

Fuor che da voi.

Ildechi: (a Farvaldo che sopraggiunge) Farvaldo, alcun ti segue?

Farvaldo:         Vien su' miei passi Indolfo.

Ildechi:                                                           Eccolo.

Indolfo:                                                                        Amici !

Ildechi:             Vila! Ervigo!

(ad altri che entrano)

                        Fratelli! Ebben: supremo

È il momento, il vedete: i vinti in questa

Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi,

Se un gran partito non si prende. Arrida

La sorte ai re, svelatamente addosso

Ci piomberan: Carlo trionfi, in preso

Regno, che posto ci riman? Con uno

De' combattenti è forza star. — Credete

Che in cor di questi re siavi un perdono

Per chi voleva un altro re?

Indolfo:                                                          Nessuna

Pace con lor.

Altri Duchi:                          Nessuna!

Ildechi:                                                   d'uopo un patto

Stringer con Carlo.

Farvaldo:                                           Al suo legato

Ervigo:                                                                     È cinto

Dagli amici de' regi; io vidi Anfrido

Porglisi al fianco; e fu pensier d'Adelchi.

Ildechi:             Vada adunque un di noi; rechi le nostre

Promesse a Carlo, e con le sue ritorni,

O le rimandi.

Indolfo:                                   Bene sta.

Ildechi:                                                     Chi piglia

Quest'impresa?

Svarto:                                        Io v'andrò. Duchi, m'udite.

Se alcun di voi quinci sparisce, i guardi

Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto

Cercherà l'orme sue, fin che le scopra.

Ma che un gregario cavalier, che Svarto

Manchi, non fia che più s'avvegga il mondo,

Che d'un pruno scemato alla foresta.

Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:

Dov'è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi

Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero

Imbizzarrì, giù dall'arcion nell'onda

Lo scosse, armato egli era, e più non salse.

Sventurato! diranno; e più di Svarto

Non si farà parola. A voi non lice

Inosservati andar: ma nel mio volto

Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio

Del mio ronzin che solo arrivi, appena

Qualche Latin fia che si volga; e il passo

Tosto mi sgombrerà.

Ildechi:                                                 Svarto, io da tanto

Non ti credea.

Svarto:                                        Necessità lo zelo

Rende operoso; e ad arrecar messaggi

Non è mestier che di prontezza.

Ildechi:                                                                   Amici!

Ch'ei vada?

Ildechi:                                 Ei vada.

Ildechi:                                                Al dì novello in pronto

Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

FINE DELL' ATTO PRIMO

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Campo de' Franchi in Val di Susa.

Carlo, Pietro.

Pietro:              Carlo invitto, che udii? Toccato ancora

Il suol non hai dove il secondo regno

Il Signor ti destina; e di ritorno

Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,

Dal tuo labbro real tosto smentita,

L'empia voce cader! L'età ventura

Non abbia a dir che sul principio tronca

Giacque un'impresa risoluta in cielo,

Abbracciata da te. No; ch'io non torni

Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando,

Che suscitato Iddio t'avea, ricadde

Nella guaina; il tuo gran figlio volle,

Volle un momento, e disperò.

Carlo:                                                                  Quant'io

Per la salvezza di tal padre oprai,

Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide

Il mondo, e fede ne farà. Di quello

Che resti a far, dal mio desir consiglio

Non prenderò, quando m'ha dato il suo

Necessità. L'Onnipotente è un solo.

Quando all'orecchio mi pervenne il grido

Del Pastor minacciato, io, su gl'infranti

Idoli vincitor, dietro l'infido

Sassone camminava; e la sua fuga

Mi batteva la via; ristetti in mezzo

Della vittoria, e patteggiai là dove

Tre dì più tardi comandar potea.

Tenni il campo in Ginevra; al voler mio

Ogni voler piegò; Francia non ebbe

Più che un affar; tutta si mosse; al varco

D'Italia s'affacciò volonterosa,

Come al racquisto di sue terre andria.

Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.

Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi

Fosser uomini sol, questa parola

Il re de' Franchi proferir potrebbe:

Chiusa è la via? Natura al mio nemico

Il campo preparò, gli abissi intorno

Gli scavò per fossati; e questi monti,

Che il Signor fabbricò, son le sue torri

E i battifredi: ogni più picciol varco

Chiuso è di mura, onde insultare ai mille

Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

 — Già troppo, in opra ove il valor non basta,

Di valenti io perdei: troppo, fidando

Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta

Di Franco sangue la spada. Ardito

Come un leon presso la tana, ei piomba,

Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,

Nell'alta notte visitando il campo,

Fermo presso le tende, udii quel nome

Con terror proferito. I Franchi miei

Ad una scola di terror più a lungo

Io non terrò. S'io del nemico a fronte

Venir poteva in campo aperto, oh! breve

Era questa tenzon, certa l'impresa

Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,

Un guerrier senza nome, un fuggitivo,

L'avria con me divisa; ei che già vinti

Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno,

Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.

Non se ne parli più.

Pietro:                                                 Re, all'umil servo

Di Colui che t'elesse, e pose il regno

Nella tua casa, non vorrai tu i preghi

Anco inibir. Pensa a che man tu lasci

Quel che padre tu nomi. Il suo nemico

Già provocato a guerra avevi, in armi

Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,

Più che di tema, il crudo veglio al santo

Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi

Desse altri re: — tu li conosci. Ei tale

Mandò risposta a quel tiranno: immota

Sia questa man per sempre; inaridisca

Il crisma santo su l'altar di Dio,

Pria che, sparso da me, seme diventi

Di guerra contro il figliuol mio. — T'aiti

Quel tuo figliuol, fe' replicargli il rege;

Ma pensa ben, che s'ei ti manca un giorno,

Fia risoluta fra noi due la lite.

Carlo:               A che ritenti questa piaga? In vani

Lamenti vuoi che anch'io mi perda? o pensi

Che abbia Carlo mestier si sproni al fianco?

 — È il periglio Adrian; forse è mestieri

Che altri a Carlo il rimembri? il vedo, il sento;

E non è detto di mortal che possa

Crescere il cruccio che il mio cor ne prova.

Ma superar queste bastite, al suo

Scampo volar... de' Franchi il re nol puote.

Detto io te l'ho; né volontier ripeto

Questa parola. — Io da' miei Franchi ottenni

Tutto finor, perchè sol grandi io chiesi

E fattibili cose. All'uom che stassi

Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta

Ciò ch'è più lieve appar, lieve talvolta

Ciò che la possa de' mortali eccede.

Ma chi tenzona con le cose, e deve

Ciò ch'egli agogna conseguir con l'opra,

Quei conosce i momenti. — E che potea

Io far di più? Pace al nemico offersi,

Sol che le terre dei Romani ei sgombri;

Oro gli offersi per la pace; e l'oro

Ei ricusò! Vergogna! a ripararla

Sul Vèsero ne andrò.

SCENA SECONDA

Arvino:                                                 Sire, nel campo

Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto

Chede.

Pietro:                           Un Latin?

Carlo:                                              Donde arrivò? Le Chiuse

Come varcò?

 Arvino:                        Per calli sconosciuti,

Declinandole, ei venne; e a te si vanta

Grande avviso recar.

Carlo:                                                    Fa' ch'io gli parli.

(Arvino parte)

E tu meco l'udrai. Nulla intentato

Per la salvezza d'Adriano io voglio

Lasciar: di questo testimon ti chiamo.

SCENA TERZA

Martino introdotto da Arvino, e detti. (Arvino si ritira)

Carlo:               Tu se' latino, e qui? tu nel mio campo,

Illeso, inosservato?

Martino:                                           Inclita speme

Dell'ovil santo e del Pastor, ti veggo;

E de' miei stenti e de' perigli è questa

Ampia mercè; ma non è sola. Eletto

A strugger gli empi! ad insegnarti io vengo

La via.

Carlo:                            Qual via?

Martino:                                          Quella ch'io feci.

Carlo:                                                                            E come

Giungesti a noi? Che se'? Donde l'ardito

Pensier ti venne?

Martino:                                        All'ordin sacro ascritto

De' diaconi io son: Ravenna il giorno

Mi diè: Leone. Il suo Pastor, m'invia.

Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;

Trovalo: Iddio sia teco; e s'Ei di tanto

Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma

Presenta il pianto e d'Adrian.

Carlo:                                                                 Tu vedi

Il suo legato.

Pietro:                                      Ch'io la man ti stringa,

Prode concittadino: a noi tu giungi

Angel di gioia.

Martino:                                   Uom peccator son io;

Ma la gioia è dal cielo, e non fia vana.

Carlo:               Animoso Latin, ciò che veduto,

Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,

Tutto mi narra.

Martino:                                     Di Leone al cenno

Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella

Contrada attraversai, che nido è fatta

Del Longobardo e da lui piglia il nome.

Scorsi ville e città, sol di latini

Abitatori popolate: alcuno

Dell'empia razza a te nemica e a noi

Non vi riman, che le superbe spose

De' tiranni e le madri, ed i fanciulli

Che s'addestrano all'armi, e i vecchi stanchi,

Lasciati a guardia de' cultor soggetti,

Come radi pastor di folto armento.

Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati

Sono i cavalli e l'armi; ivi raccolta

Tutta una gente sta, perché in un colpo

Strugger la possa il braccio tuo.

Carlo:                                                                      Toccasti

Il campo lor? qual'è? che fan?

Martino:                                                             Securi

Da quella parte che all'Italia è volta,

Fossa non hanno, né ripar, né schiere

In ordinanza: a fascio stanno, e solo

Si guardan quinci, donde solo han tema

Che tu attinger li possa. A te, per mezzo

Il campo ostil, quindi venir non m'era

Possibil cosa; e nol tentai; ché cinto

Al par di rocca è questo lato; e mille

Volte nemico tra costor chiarito

M'avria la breve chioma, il mento ignudo

L'abito, il volto ed il sermon latino.

Straniero ed inimico, inutil morte

Trovato avrei; reddir senza vederti

M'era più amaro che il morir. Pensai

Che dall'aspetto salvator di Carlo

Un breve tratto mi partia: risolsi

La via cercarne, e la rinvenni.

Carlo:                                                                 E come

Nota a te fu? come al nemico ascosa?

Martino:

Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campo

Inosservato uscii; l'orme ripresi

Poco innanzi calcate; indi alla manca

Piegai verso aquilone, e abbandonando

I battuti sentieri, in un'angusta

Oscura valle m'internai: ma quanto

Più il passo procedea, tanto allo sguardo

Più spaziosa ella si fea. Qui scorsi

Gregge erranti e tuguri: era codesta

L'ultima stanza de' mortali. Entrai

Presso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovra

Lanose pelli riposai la notte.

Sorto all'aurora, al buon pastor la via

Addimandai di Francia. — Oltre quei monti

Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;

E lontano lontan Francia; mia via

Non avvi; e mille son que' monti, e tutti

Erti, nudi, tremendi, inabitati,

Se non da spirti, ed uom mortal giammai

Non li varcò. — Le vie di Dio son molte,

Più assai di quelle del mortal, risposi;

E Dio mi manda. — E Dio ti scorga, ei disse:

Indi, tra i pani che teneva in serbo

Tanti pigliò di quanti un pellegrino

Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,

Ne gravò le mie spalle: il guiderdone

Io gli pregai dal cielo, e in vi mi posi.

Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,

E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla

Traccia d'uomo apparia; solo foreste

D'intatti abeti, ignoti fiumi, e valli

Senza sentier: tutto tacea; null'altro

Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora

Lo scrosciar dei torrenti, o l'improvviso

Stridir del falco, o l'aquila, dall'erto

Nido spiccata sul mattin, rombando

Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,

Tocchi dal sole, crepitar del pino

Silvestre i coni. Andai così tre giorni;

E sotto l'alte piante, o ne' burroni

Posai tre notti. Era mia guida il sole

Io sorgeva con esso, e il suo viaggio

Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto

Pur del cammino io gìa, di valle in valle

Trapassando mai sempre; o se talvolta

D'accessibil pendio sorgermi innanzi

Vedeva un giogo, e n'attingea la cima,

Altre più eccelse cime, innanzi, intorno

Sovrastavanmi ancora; altre, di neve

Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi

Ripidi, acuti padiglioni, al suolo

Confitti; altre ferrigne, erette a guisa

Di mura, insuperabili. — Cadeva

Il terzo sol quando un gran monte io scersi,

Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era

Tutto una verde china, e la sua vetta

Coronata di piante. A quella parte

Tosto il passo io rivolsi. — Era la costa

Oriental di questo monte istesso,

A cui, di contro al sol cadente, il tuo

Campo s'appoggia, o sire. — In su le falde

Mi colsero le tenebre: le secche

Lubriche spoglie degli abeti, ond'era

Il suo gremito, mi fur letto, e sponda

Gli antichissimi tronchi. Una ridente

Speranza, all'alba, risvegliommi; e pieno

Di novello vigor la costa ascesi.

Appena il sommo ne toccai, l'orecchio

Mi percosse un ronzio che di lontano

Parea venir, cupo, incessante; io stetti,

Ed immoto ascoltai. Non eran l'acque

Rotte fra i sassi in giù; non era il vento

Che investia le foreste, e, sibilando

D'una in altra scorrea, ma veramente

Un rumor di viventi, un indistinto

Suon di favelle e d'opre e di pedate

Brulicanti da lungi, un agitarsi

D'uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo

Accelerai. Su questa, o re, che a noi

Sembra di qui lunga ed acuta cima

Fendere il ciel, quasi affilata scure,

Giace un'ampia pianura, e d'erbe è folta

Non mai calcate in pria. Presi di quella

Il più breve tragitto: ad ogni istante

Si fea il rumor più presso: divorai

L'estrema via: giunsi sull'orlo: il guardo

Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi

Le tende d'Israello, i sospirati

Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,

Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

Carlo:               Empio colui che non vorrà la destra

Qui riconoscer dell'Eccelso!

Pietro:                                                              E quanto

Più manifesta apparirà nell'opra,

A cui l'Eccelso ti destina!

Carlo:                                                         Ed io

La compirò.

(a Martino)

                      Pensa, o Latino, e certa

Sia la risposta: a cavalieri il passo

Dar può la via che percorresti?

Martino:                                                   Il puote.

E a che l'avrebbe preparata il cielo?

Per chi, signor? perché un mortale oscuro

Al re de' Franchi narrator venisse

D'inutile portento?

Carlo:                                  Oggi a riposo

Nella mia tenda rimarrai: sull'alba,

Ad un'eletta di guerrier tu scorta

Per quella via sarai. — Pensa, o valente,

Che il fior di Francia alla tua scorta affido.

Martino: Con lor sarò: di mie promesse pegno

Il mio capo ti fia.

Carlo:                               Se di quest’alpe

Mi sferro alfine, e vincitore al santo

Avel di Piero, al desiato amplesso

Del gran padre Adrian giunger m'è dato,

Se grazia alcuna al suo cospetto un mio

Prego aver può, le pastorali bende

Circonderan quel capo; e faran fede

In quanto onor Carlo lo tenga. — Arvino!

(entra Arvino)

I Conti e i Sacerdoti.

(al Legato e a Martino)

                                         E voi, le mani

Alzate al ciel; le grazie a lui rendute

Preghiera sian che favor novo impetri.

(partono il Legato e Martino)

SCENA QUARTA

Carlo:               Così, Carlo reddiva. Il riso amaro

Del suo nemico e dell'età ventura

Gli stava innanzi; ma l'avea giurato

Egli in Francia reddia. — Qual de' miei prodi,

Qual de' miei fidi, per consiglio o prego,

Smosso m'avria dal mio proposto? E un solo,

Un uom di pace, uno stranier, m'apporta

Novi pensier! No: quei che in petto a Carlo

Rimette il cor, non è costui. La stella

Che scintillava al mio partir, che ascosa

Stette alcun tempo, io la riveggo. Egli era

Un fantasma d'error quel che parea

Dall'Italia rispingermi; bugiarda

Era la voce che diceami in core:

No mai, no, rege esser non puoi nel suolo

Ove nacque Ermengarda. — Oh! del tuo sangue

Mondo son io; tu vivi: e perché dunque

Ostinata così mi stavi innanzi

Tacita, in atto di rampogna, afflitta

Pallida, e come del sepolcro uscita?

Dio riprovata ha la tua casa; ed io

Starle unito dovea? Se agli occhi miei

Piacque Ildegarde, al letto mio compagna

Non la chiamava alta ragion di regno?

Se minor degli eventi è il femminile

Tuo cor, che far poss'io? Che mai faria

Colui che tutti, pria d'oprar, volesse

Prevedere i dolori? Un re non puote

Correr l'alta sua via, senza che alcuno

Cada sotto il suo piè. Larva cresciuta

Nel silenzio e nell'ombra, il sol si leva

Squillan le trombe; ti dilegua.

SCENA QUINTA

Carlo, Conti e Vescovi

Carlo:                                                                  A dura

Prova io vi posi, o miei guerrier, vi tenni

A perigli ozïosi, a patimenti

Che parean senza onor: ma voi fidaste

Nel vostro re, voi gli ubbidiste come

In un dì di battaglia. Or della prova

È giunto il fine: e un guiderdon s'appressa

Degno de' Franchi. Al sol nascente, in via

Una schiera porrassi. — Eccardo, il duce

Tu ne sarai. — Dell'inimico in cerca

N'andranno, e tosto il giungeran là dove

Ei men s'aspetta. — Ordin più chiari, Eccardo,

Io ti darò. Nel longobardo campo

Ho amici assai; come li scerna, e d'essi

Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto

Voi sniderete di leggier: noi tosto

Le passerem senza contrasto, e tutti

Ci rivedremo in campo aperto. — Amici!

Non più muraglie, né bastìe, né frecce

Da' merli uscite, e feritor che rida

Da' ripari impunito, o che improvviso

Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,

Destrier contra destrier, genti disperse

Nel piano, e petti non da noi più lunge

Che la misura d'una lancia. Il dite

A' miei soldati; dite lor, che lieto

Vedeste il re, siccome il dì che certa

La vittoria predisse in Eresburgo;

Che sian pronti a pugnar; che di ritorno

Si parlerà dopo il conquisto, e quando

Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi

La pugna e la vittoria; indi il riposo

Là nella bella Italia, in mezzo ai campi

Ondeggianti di spighe, e ne' frutteti

Carchi di poma ai padri nostri ignote;

Fra i tempii antichi e gli atrii, in quella terra

Rallegrata dai canti, al sol diletta,

Che i signori del mondo in sen racchiude,

E i martiri di Dio; dove il supremo

Pastore alza le palme, e benedice

Le nostre insegne; ove nemica abbiamo

Una piccola gente, e questa ancora

Tra sé divisa, e mezza mia; la stessa

Gente su cui due volte il mio gran padre

Corse; una gente che si scioglie. Il resto

Tutto è per noi, tutto ci aspetta. — Intento,

Dalle vedette sue, miri il nemico

Moversi il nostro campo; e si rallegri.

Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio

La scellerata preda, in sua man servo

Sogni il sommo Levita, il comun padre,

Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,

Risvegliator non aspettato. — E voi,

Vescovi santi e Sacerdoti, al campo

Intimate le preci. A Dio si voti

Questa impresa, ch'è sua. Come i miei Franchi,

Umiliati nelle polve, innanzi

Al Re de' regi abbasseran la fronte,

Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

FINE DELL'ATTO SECONDO

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Campo de' Longobardi. Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

Adelchi, Anfrido.

Anfrido: (che sopraggiunge) Signor!

Adelchi:                                                 Diletto Anfrido; ebben, che fanno

Codesti Franchi? non dan segno ancora

Le tende al tutto di levar?

Anfrido:                                                      Nessuno

Finora: immoti tuttavia si stanno,

Quali sull'alba le vedesti, quali

Son da tre dì, poi che le prime schiere

Cominciar la ritirata. Una gran parte

Scorsi del vallo, esaminando; ascesi

Una torre, e guatai; stretti li vidi

In ordinanza, folti, all'erta, in atto

Di chi assalir non pensa, ed in sospetto

Sta d'un assalto; e più si guarda, quanto

Più scemato è di forze; e senza offesa

Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.

Adelchi:           E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile

Offensor d'Ermengarda, ei che giurava

Di spegner la mia casa; ed io non posso

Spingergli addosso il mio detrier, tenerlo,

Dibattermi con esso, e riposarmi

Sull'armi sue! Nol posso! In campo aperto

Stargli a fronte, non posso! in queste Chiuse,

La fè de' pochi che a guardarle io scelsi

In cor di quelli ch'io prendea tra i pochi,

Compagni alle sortite, alla salvezza

Potè bastar d'un regno: i traditori

Stetter lontani dalla pugna, inerti,

Ma contenuti. In campo aperto, al Franco

Abbandonato da costor sarei,

Sol coi pochi. O vil trionfo! Il messo

Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto

Annunzio mi darà: gioia mi fia

Che lunge ei sia dalla mia spada!

Anfrido:                                                                   O dolce

Signor, ti basti questa gloria. Come

Un vincitor sopra la preda, ei scese

Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto

Si confessò quando implorò la pace,

Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello

Che l'hai respinto. Il padre tuo n'esulta

Tutto il campo il confessa; i fidi tuoi

Alteri van della tua gloria, alteri

Di dividerla teco; e quei codardi

Che a non amarti si dannar, temerti

Dovranno or più che mai.

Adelchi:                                                       La gloria? il mio

Destino è d'agognarla, e di morire

Senza averla gustata. Ah no! codesta

Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico

Parte impunito; a nuove imprese ei corre;

Vinto in un lato, ei di vittoria altrove

Andar può in cerca; ei che su un popol regna

D'un sol voler, saldo, gittato in uno,

Siccome il ferro del suo brando; e in pugno

Come il brando lo tiensi. Ed io sull'empio

Che m'offese nel cor, che per ammenda

Il mio regno assalì, compier non posso

La mia vendetta! Un'altra impresa, Anfrido,

Che sempre increbbe al mio pensier, né giusta

Né gloriosa, si presenta; e questa

Certa ed agevol fia.

Anfrido:                                            Torna agli antichi

Disegni il re?

Adelchi:                                   Dubbiar ne puoi? Securo

Dalle minacce d'esti Franchi, incontro

L'apostolico sire il campo tosto

Ei moverà: noi guiderem sul Tebro

Tutta Longobardia, pronta, concorde

Contro gl'inermi, e fida allor che a certa

E facil preda la conduci. Anfrido,

Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine

Sopra ruine ammucchierem: l'antica

Nostr'arte è questa: ne' palagi il foco

Porremo e ne' tuguri: uccisi i primi,

I signori del suolo, e quanti a caso

Nell'asce nostre ad inciampar verranno,

Fia servo il resto, e tra di voi diviso;

E ai più sleali e più temuti, il meglio

Toccherà della preda. — Oh! mi parea

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da far mi desse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

 — O mio diletto! O de' miei giorni primi,

De' giochi miei, dell'armi poi, de' rischi

Solo compagno e de' piacer; fratello

Della mia scelta, innanzi a te soltanto

Tutto vola sui labbri il mio pensiero.

Il mio cor m' ange, Anfrido; ei mi comanda

Alte e nobil cose; e la fortuna

Mi condanna ad inique; e strascinato

Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura,

Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,

Come il germe caduto in rio terreno

E balzato dal vento.

Anfrido:                                             Alto infelice!

Reale amico! il tuo fedel t'ammira,

E ti compiange. Toglierti la tua

Splendida cura non poss'io, ma posso

Teco sentirla almeno. Al cor d'Adelchi

Dir che d'omaggi, di potenza e d'oro

Sia contento, il poss'io? dargli la pace

De' vili, il posso? e lo vorrei, potendo?

 — Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,

Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso

Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,

Quali opre il cielo ti prepara? il cielo

Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

SCENA SECONDA

Adelchi, Desiderio. (Anfrido si ritira)

Desiderio:        Figlio, a te, rege qual son io, m'è tolto

Esser largo d'onor: farti più grande

Nessun mortale il può; ma un premio io tengo

Caro alla tua pietà, la gioia e l'alte

Lodi d'un padre. Salvator d'un regno,

La tua gloria or comincia: altro piú largo

E agevol campo le si schiude. I dubbi,

Ed i timor, che a' miei disegni un giorno

Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo

Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.

Dissipator di Francia! io ti saluto

Conquistator di Roma: al nobil serto

Che non intero mai passò sul capo

Di venti re, tu di tua man porrai

L'ultima fronda, e la più bella.

Adelchi:                                                               A quale

Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,

Ubbidiente seguiratti.

Desiderio:                                              E a tanto

Acquisto, o figlio, ubbidienza sola

Spinger ti può?

Adelchi:                                     Questa è in mia mano; e intera

L'avrai, fin ch'io respiro.

Desiderio:                                                 Ubbidiresti

Biasmando?

Adelchi:                                Ubbidirei.

Desiderio:                                              Gloria e tormento

Della canizie mia, braccio del padre

Nella battaglia, e ne' consigli inciampo!

Sempre così, sempre fia d'uopo a forza

Traggerti alla vittoria?

SCENA TERZA

Uno Scudiero frettoloso e atterrito, e detti.

 

Lo Scudiero:                                         I Franchi! i Franchi!

Desiderio:        Che dici, insano?

Un altro scudiero:                      I Franchi, o re.

Desiderio:                                                             Che Franchi?

(la scena s'affolla di Longobardi fuggitivi. Entra Baudo)

Adelchi:           Baudo, che fu?

Baudo:                                        Morte e sventura! Il campo

È invaso e rotto d' ogniparte: al dorso

Piombano i Franchi ad assalirci.

Desiderio:                                                               I Franchi!

Per qual via?

Baudo:                                    Chi lo sa?

Adelchi:                                                   Corriamo; ei fia

Un drappello sbandato.

(in atto di partire)

Baudo:                                                       Un'oste intera:

Gli sbandati siam noi; tutto è perduto.

Desiderio:        Tutto è perduto?

Adelchi:                                        Ebben, compagni, i Franchi?

Non siam noi qui per essi? Andiam: che importa

Da che parte sian giunti? I nostri brandi,

Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno!

Ei gli han provati: è una battaglia ancora:

Non v'è sorpresa pel guerrier: tornate;

Via, Longobardi, indietro; ove correte,

Per Dio? La via che avete presa è infame:

Il nemico è di là. Seguite Adelchi.

(entra Anfrido)

Anfrido!

Anfrido:                          O re, son teco.

Adelchi: (avviandosi)                               O padre; accorri,

Veglia alle Chiuse.

(parte seguito da Anfrido, da Baudo e da alcuni Longobardi)

Desiderio: (ai fuggitivi che attraversano la scena) Sciagurati! almeno

Alle Chiuse con me: se tanto a core

Vi sta la vita, ivi son torri e mura

Da porla in salvo.

(sopraggiungono soldati fuggitivi dalla parte opposta

a quella da cui è partito Adelchi)

Un soldato fuggitivo:                 O re, tu qui? Deh! fuggi.

(attraversa le scene)

Desiderio:        Infame! al re questo consiglio? E voi

Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse

Voi lasciate così? Che fu? Viltade

V'ha tolto il senno.

(i soldati continuano a fuggire. Desiderio appunta

la spada al petto d 'uno di essi, e lo ferma)

                                  Senza cor, se il ferro

Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide

Come quello de' Franchi. Al re favella:

Perché fuggite dalle Chiuse?

Soldati:                                                             I Franchi

Dall'altra parte hanno sorpreso il campo;

Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri

Son dispersi.

Desiderio:                       Tu menti. Il figliuol mio

Gli ha radunati, e li conduce incontro

A que' pochi nemici. Indietro!

soldati:                                                                O sire,

Non è più tempo; e' son pochi; e' giungono;

Scampo non v'è: schierati ei sono; e i nostri

Chi qua, chi là, senz'arme, in fuga: Adelchi

Non li raduna: siam traditi.

Desiderio: (ai fuggitivi che s'affollano)       Oh vili!

Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa

Restar si può.

Un soldato:                             Sono deserte: i Franchi

Le passeranno; e noi siam posti intanto

Tra due nemici: un piccol varco appena

Resta alla fuga: or or fia chiuso.

Desiderio:                                                             Ebbene

Moriam qui da guerrier.

un altro soldato:                                      Siamo traditi,

Siam venduti al macello.

un altro soldato:                                      In giusta guerra

Morir vogliam, come a guerrer conviensi,

Non igozzati a tradimento.

altro soldato:                                                 I Franchi!

molti soldati: Fuggiamo!

Desiderio:                           Ebben correte, anch'io con voi

Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.

(s'avvia coi fuggitivi)

SCENA QUARTA

Parte del campo abbandonato da' Longobardi sotto alle Chiuse.

Carlo circondato da Conti franchi, Svarto.

Carlo:               Ecco varcate queste Chiuse. A Dio

Tutto l'onor. Terra d'Italia, io pianto

Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.

E una vittoria senza pugna. Eccardo

Tutto ha già fatto.

(a uno de' Conti)

                                Su quel colle ascendi,

Guarda se vedi la sua schiera, e tosto

Vieni a darmene avviso.

(il Conte parte)

SCENA QUINTA

Rutlando, e detti.

Carlo:                                                         E che? Rutlando,

Tu riedi dal conflitto?

Rutlando:                                            Ore, ti chiamo

In testimonio, e voi Conti, che in questo

Vil giorno il brando io non cavai: ferisca

Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,

Io non l'inseguo.

Carlo:                                            E non trovasti alcuno

Che mostrasse la fronte?

Rutlando:                                                  Incontro io vidi

Un drappello venirmi, ed alla testa

Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli

Calar tosto i vessilli, e fecer segni

Di pace, e amici si gridaro. — Amici?

Noi l' eravam più assai, quando alle Chiuse

Ci scontravam. — Chiesero il re; le spalle

Lor volsi; or li vedrai. No; s'io sapea

A qual nemico si venia, per certo

Mosso di Francia non sarei.

Carlo:                                                              T'accheta

Prode tra' prodi miei. Bello è d'un regno,

Sia comunque, l'acquisto; in lungo, il vedi,

Non andrà questo; e non temer che manchi

Da far: Sassonia non è vinta ancora.

(entra il Conte spedito da Carlo)

Conte: (a Carlo) Eccardo è in campo, e verso noi s'avanza

Ei procede in battaglia: i Longobardi

Tra il nostro campo e il suo, sfilati in folla,

Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano,

Che da lui ci divide, or or fia sgombro.

Carlo:               Esser dovea così.

Conte:                                            Vidi un drappello,

Che s'arendette ai nostri; e a questa volta

Venia correndo.

Un altro Conte:                          È qui

Carlo:                                                     Svarto, son quelli

Che m'annunziasti?

Svarto:                                                Il son. — Compagni!

SCENA SESTA

Ildechi, ed altri Duchi, Giudici, Soldati longobardi, e detti.

Ildechi:                                                                                    O Svarto,

Il re!

Carlo:                        Son desso.

Ildechi: (s'inginocchia e mette le mani tra quelle di Carlo) O re de' Franchi e nostro!

Nella tua man vittoriosa accogli

La nostra man devota, e dalla bocca

De' Longobardi tuoi l'omaggio accetta.

A te promesso da gran tempo.

Carlo:                                                                    Svarto

Conte di Susa...

Svarto:                                         O re, qual grazia?

Carlo:                                                                           Il nome

Dimmi di questi a me devoti.

Svarto:                                                               Il duca

Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo,

Ermenegildo di Milano, Indolfo

Di Pisa, Vila di Piacenza: questi

Giudici son; questi guerrieri.

Carlo:                                                                Alzatevi,

Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno

Nel grado suo, per ora. I primi istanti

Che di riposo avremo, io li destino

Al guiderdon de' vostri merti: il tempo

Questo è l'oprar. Prodi Fedeli, ai vostri

Fratei tornate; dite lor, che ad una

Gente germana, di german guerrieri

Capo, guerra io non porto: una famiglia

Riprovata dal ciel, del solio indegna,

A balzarnela io venni. Al vostro regno

Non fia mutato altro che il re. Vedete

Quel sol? Qualunque, in pria ch'ei scenda, omaggio

In mia mano a far venga, o de' Fedeli

Franchi, o di voi, nel grado suo serbato,

Mio Fedel diverrà. Chi a me dinanzi

Tragga i due che fur regi, un premio aspetti

Pari all'opra.

(i Longobardi partono)

Carlo: (a Rutlando in disparte) Rutlando, ho io chiamati

Prodi costor?

Rutlando:                                Pur troppo.

Carlo:                                                            Errato ha il labbro

Del re. Questa parola ai Franchi miei

In guiderdon la serbo. Oh! possa ognuno

Dimenticar ch'io proferita or l'abbia.

(s'avvia)

SCENA SETTIMA

Anfrido ferito, portato da due Franchi, e detti.

Rutlando:        Ecco un nemico. Ove si pugna?

Un franco:                                                             Il solo

Che pugnasse, è costui.

Carlo:                                                       Solo?

Il franco:                                                            Gran parte

Gettan l'arme, e si danno; in fuga a torme

Altri ne van. Lento ritrarsi e solo

Costui vedemmo, che alle barde, all'armi,

Uom d'alto affar parea: quattro guerrieri

Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia

Sull'orme sue, pei campi. Egli inseguito

Nulla affrettò della sua fuga; e quando

Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi

Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino

Vibra l'asta, e lo abbatte: la ritira,

Prostra il secondo ancor, ma nello stesso

Ferir, percosso dalle nostre ei cadde.

Quando fu al suol, tese le mani in atto

Di supplicante, e ci pregò, che posto

Ogni rancor, sull'aste nostre ei fosse

Portato lungi dal tumulto, in loco

Dove in pace ei si muoia. Invitto sire,

Meglio da far quivi non c'era: al prego

Ci arrendemmo.

Carlo:                                            E ben feste: a chi resiste

L'ire vostre serbate.

(a Svarto)

                                   Il riconosci?

Svarto:             Anfrido egli è, scudier d'Adelchi.

Carlo:                                                                      Anfrido,

Tu solo andavi contro a lor?

Anfrido:                                                          Bisogno

C'è di compagni per morir?

Carlo:                                                              Rutlando,

Ecco un prode.

(ad Anfrido)

                             O guerrier, perché gittavi

Una vita sì degna? e non sapevi

Che nostra divenia? che, a noi cedendo

Guerrier restavi e non prigion di Carlo?

Anfrido:           Io viver tuo guerrier, quand'io potea

Morir quello d' Adelchi? Al ciel diletto

È Adelchi, o re. Da questo giorno infame

Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore

Vorrà serbarlo: ma, se mai... rammenta

Che, regnante o caduto, è tale Adelchi,

Che chi l'offende, il Dio del cielo offende

Nella più pura immagin sua. Lo vinci

Tu di fortuna e di poter, ma d'alma

Nessun mortale: un che si muor tel dice.

Carlo: (ai Conti) Amar così deve un Fedel.

(ad Anfrido)

                                              Tu porti

Teco la nostra stima. È il re de' Franchi

Che ti stringe la man, d'onore in segno

E d'amistà. Nel suol de' prodi, o prode,

Il tuo nome vivrà, le franche donne

L'udran dal nostro labbro, e il ridiranno

Con riverenza e con pietà: riposo

Ti pregheran. Fulrado, a questo pio

Presta gli estremi ufizi.

(ai soldati che rimangono)

                                        In lui vedete

Un amico del re. Conti, ad Eccardo

Incontro andiam: nobil saluto ei merta.

SCENA OTTAVA

Bosco solitario.

Desiderio, Vermondo, altri Longobardi fuggiaschi in disordine.

Vermondo:      Siamo in salvo, o mi re: scendi, e su queste

Erbe l'antico e venerabil fianco

Riposa alquanto. O mio signor, ripiglia

Gli affaticati spirti. Assai dal campo

Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio

Lo scellerato mormorio non giunge.

Cinto non sei che di leali.

Desiderio:                                                  E Adelchi?

Vermondo:      Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia

Più d'un fido inviai, che lo ritragga

Dall'empio rischio, a miglior pugna il serbi,

E a questa posta de' leali il guidi.

Desiderio:        O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco,

È stanco — dalla fuga.

Vermondo:                                             Ahi traditori!

Desiderio: Vili! Nel fango han trascinato i bianchi

Capelli del lor re; l'hanno costretto,

Come un vile, a fuggir. — Fuggire! e quinci

Non sorgerò che per fuggir di nuovo?

A che pro? dove? in traccia d'un sepolcro

Privo di gloria? — E comple? Io, per costoro,

Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga,

La vita. Ebben? quand'io sarò sotterra,

Che mi farà codesto Carlo?

Vermondo:                                                     O nostro

Re per sempre, fa cor: son molti i fidi;

La sorpresa gli ha spersi; a te d'intorno

Li chiamerà l'onor: ti restan tante

Città munite; e Adelchi vive, io spero.

Desiderio:        Maledetto quel dì che sopra il monte

Alboino salì, che in giù rivolse

Lo sguardo, e disse: questa terra è mia!

Una terra infedel che sotto i piedi

De' successori suoi doveva aprirsi

Ed ingoiarli! Maledetto il giorno,

Che un popol vi guidò, che la dovea

Guardar così! che vi fondava un regno,

Che un'esacranda ora d'infamia ha spento!

Vermondo:        Il re!

Desiderio:                  Figlio, sei tu?

SCENA NONA

Adelchi, e detti.

Adelchi:                                             Padre, ti trovo!

(s 'abbracciano)

Desiderio:        S'io t'avessi ascoltato!

Adelchi:                                                Oh! che rammenti?

Padre, tu vivi; un alto scopo ancora

È serbato a' miei dì; spender li posso

In tua difesa. — O mio signor, la lena

Come ti regge?

Desiderio:                                 Oh! per la prima volta,

Sento degli anni e degli stenti il peso.

Di gravi io ne portai; ma allor non era

Per fuggire un nemico.

Adelchi: (ai Longobardi)                          Ecco, o guerrieri,

Il vostro re.

Un longobardo:                       Noi morirem per lui!

Molti longobardi: Tutti morrem!

Adelchi:                                           Quand'è così, salvargli

Forse potrem più che la vita. — E a questa

Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta

Ma non perduta, voi legate ancora

La vostra fede?

Un longobardo:                             A' tuoi guerrieri, Adelchi,

Risparmia i giuri: ai longobardi labbri

Disdicon oggi, o re: somiglian troppo

Allo spergiuro. Opre ci chiedi: il solo

Segno de' fidi è questo omai.

Adelchi:                                                              V'ha dunque

De' Longobardi ancora! — Ebben; corriamo

Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora

La nostra vita, ma per farla in tempo

Cara costar; donarla al tradimento

Non è valor. Quanti potrem dispersi

Raccoglierem per via, misti con noi

Ritorneran soldati. Entro Pavia,

A riposo, a difesa, o padre, intanto

Ristar potrai: cinta di mura intatte,

Ricca d'arme è Pavia: due volte Astolfo

Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo.

Io mi getto in Verona. O re, trascegli

L'uom che restar deva al tuo fianco.

Desiderio:        Il duca D'Ivrea.

Adelchi: (a Guntigi che s'avanza)  Guntigi, io ti confido il padre.

Il duca di Verona ov'è?

Giselberto:      (si avanza)                     Tra i fidi.

Adelchi:           Meco verrai: nosco trarrem Gerberga.

Tristo colui che nella sua sventura

Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto

Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi

Il tuo ducato, ed Ermengarda. — E voi,

Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,

(li sceglie tra la folla)

Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi

Ponno senza sospetto i Longobardi

Mischiarsi: esaminate; i duchi, i conti

Esplorate, e i guerrier: dai traditori

Discernete i sorpresi; e a quei che mesti

Vergognosi vedrete da codesto

Orrido sogno di viltà destarsi,

Dite ch'è tempo ancor, che i re son vivi.

Che si combatte, che una via rimane

Di morir senza infamia; e li guidate

Alle città munite. Ei diverranno

Invitti: il brando del guerrier pentito

È ritemprato a morte. Il tempo, i falli

Dell'inimico, il vostro cor, consigli

Inaspettati vi daranno. Il tempo

Porterà la salute; il regno è sperso

In questo dì, ma non distrutto!

(partono gli indicati da Adelchi)

Desiderio:                                                           O figlio!

Tu m'hai renduto il mio vigor: partiamo.

Adelchi:           Padre, io t'affido a questi prodi; or ora

Anch'i teco sarò.

Desiderio:                                     Che attendi?

Adelchi:                                                              Anfrido

Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle

Seguirmi da lontan; più presso al rischio

Star, per guardarmi: io non potei dal duro

Voler, da tanta fedeltà distorlo.

Seco indugiarmi, di tua vita in forse,

Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci

Non partirò, fin ch'ei non giunga.

Desiderio:                                                                  E teco

Aspetterò.

Adelchi:                             Padre...

(a un soldato che sopraggiunge)

                                  Vedesti Anfrido?

Il soldato:        Re, che mi chiedi?

Adelchi:                                          O ciel! favella.

Il soldato:                                                               Il vidi

Morto cader.

Adelchi:                                 Giorno d'infamia e d'ira,

Tu se' compiuto! O mio fratel, tu sei

Morto per me! tu combattesti!... ed io...

Crudel! perché volesti ad un periglio

Solo andar senza me? Non eran questi

I nostri patti. Oh Dio!... Dio, che mi serbi

In vita ancor, che un gran dover mi lasci,

Dammi la forza per compirlo. — Andiamo.

CORO              Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,

Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor

Un volgo disperso repente si desta;

Intende l'orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

Qual raggio di sole da nuvoli folti,

Traluce de' padri la fiera virtù:

Ne' guardi, ne' volti confuso ed incerto

Si mesce e discorda lo spregio sofferto

Col misero orgoglio d'un tempo che fu.

S'aduna voglioso, si sperde tremante,

Per torti sentieri, con passo vagante,

Fra tema e desire, s'avanza e ristà;

E adocchia e rimira scorata e confusa

De' crudi signori la turba diffusa

Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,

Irsuti per tema le fulve criniere,

Le note latebre del covo cercar;

E quivi, deposta l'usata minaccia,

Le donne superbe, con pallida faccia,

I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,

Quai cani disciolti, correndo frugando,

Da ritta, da manca, guerrieri venir:

Li vede, e rapito d'ignoto contento,

Con l'agile speme precorre l'evento

E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,

Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier:

Sospeser le gioie dei prandi festosi

Assursero in fretta dai blandi riposi,

Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio

Le donne accorate, tornanti all'addio,

A preghi e consigli che il pianto troncò:

Han carca la fronte de' pesti cimieri,

Han poste le selle sui bruni corsieri,

Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,

Cantando giulive canzoni di guerra,

Ma i dolci castelli pensando nel cor:

Per valli petrose, per balzi dirotti,

Vegliaron nell' arme le gelide notti,

Membrando i fidati colloqui d'amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

Per greppi senz'orma le corsa affannose,

Il rigido impero, le fami durar;

Si vider le lance calate sui petti,

A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D'un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

All' opere imbelli dell'arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,

Col novo signore rimane l'antico

L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti

D'un volgo disperso che nome non ha.

FINE DELL ATTO TERZO

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Giardino nel monastero di San Salvatore in Brescia.

Ermengarda, sostenuta da due Donzelle, Ansberga.

Ermengarda: Qui sotto il tiglio, qui

(s'adagia sur un sedile)

                                     Come è soave

Questo raggio d'april! come si posa

Sulle fronde nascenti! Intendo or come

Tanto ricerchi il sol colui che, d'anni

Carco, fuggir sente la vita!

(alle Donzelle)

                                               A voi

Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,

Pago feste l'amor ch'oggi, mi prese

Di circondarmi ancor di queste aperte

Aure, ch'io prime respirai, del Mella

Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto

Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva.

 — Dolce sorella, a Dio sacrata madre

Pietosa Ansberga!

(le porge la mano: le Donzelle si ritirano: Ansberga siede)

                                 — Di tue cure il fine

S'appressa, e di mie pene. Oh! con misura

Le dispensa il Signor. Sento una pace

Stanca, foriera della tomba: incontro

L'ora di Dio più non combatte questa

Mia giovinezza doma; e dolcemente,

Più che sperato io non avrei, dal laccio

L'anima, antica nel dolor, si solve.

L'ultima grazia ora ti chiedo: accogli

Le solenni parole, i voti ascolta

Della morente, in cor li serba, e puri

Rendili un giorno a quei ch'io lasciò in terra.

 — Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi

Accorata così. Di Dio, nol vedi?

Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terra

Pel dì che Brescia assaliran? per quando

Un tal nemico appresserà? che a questo

Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?

Ansberga:        Cara infelice, non temer: lontane

Da noi son l'armi ancor: vontra Verona,

Contra Pavia, de' re, dei fidi asilo,

Tutte le forze sue quell'empio adopra;

E, spero in Dio, non basteranno. Il nostro

Nobil cugin, l' ardito Baudo, il santo

Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno

Del Benaco i guerrieri e delle valli

Han radunati; e immoti stanno, accinti

A difesa mortal. Quando Verona

Cada e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo

Lungo conflitto...

Ermengarda:                                 Io nol vedrò: disciolta

Già d'ogni tema e d'ogni amor terreno,

Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre

Io pregherò, per quell'amato Adelchi,

Per te, per quei che soffrono, per quelli

Che fan soffrir, per tutti. — Or tu raccogli

La mia mente suprema. Al padre, Ansberga,

Ed al fratel, quando li veda — oh questa

Gioia negata non vi sia! — dirai

Che, all'orlo estremo della vita, al punto

In cui tutto s'obblia, grata e soave

Serbai memoria di quel dì, dell'atto

Cortese, allor che a me tremante, incerta

Steser le braccia risolute e pie,

Né una reietta vergognar; dirai

Che al trono del Signor, caldo, incessante,

Per la vittoria lor stette il mio prego;

E s'Ei non l'ode, alto consiglio è certo

Di pietà più profonda; e ch'io morendo

Gli ho benedetti. — Indi, sorella... oh! questo

Non mi negar!... trova un Fedel che possa

Quando che sia, dovunque, a quel feroce

Di mia gente nemico approssimarsi...

Ansberga:        Carlo!

Ermengarda:               Tu l'hai nomato: e sì gli dica:

Senza rancor passa Ermengarda: oggetto

D'odio in terra non lascia, e di quel tanto

Ch'ella sofferse, Iddio scongiura, e spera

Ch'Egli a nessun conto ne chieda, poi

Che dalle mani sue tutto ella prese.

Questo gli dica, e... se all'orecchio altero

Troppo acerba non giunge esta parola

Ch'io gli perdono. — Lo farai?

Ansberga:                                                           L'estreme

Parole mie riceva il ciel, siccome

Queste tue mi son sacre.

Ermengarda:                                           Amata! e d'una

Cosa ti prego ancor: della mia spoglia,

Cui, mentre un soffio l'animò, sì larga

Fosti di cure non ti sia ribrezzo

Prender l'estrema; e la componi in pace.

Questo anel che tu vedi alla mia manca,

Scenda seco nell'urna: ei mi fu dato

Presso l'altar, dinanzi a Dio. Modesta

Sia l'urna mia: — tutti siam polve: ed io

Di che mi posso gloriar? — ma porti

Di regina le insegne: un sacro nodo

Mi fe' regina: il don di Dio, nessuno

Rapir lo puote, il sai: come la vita,

Dee la morte attestarlo.

Ansberga:                                               Oh! da te lunge

Queste memorie dolorose! — Adempi

Il sagrifizio; odi: di questo asilo,

Ove ti addusse pellegrina Iddio,

Cittadina divieni; e sia la casa

Del tuo riposo tua. La sacra spoglia

Vesti, e lo spirto seco, e d'ogni umana

Cosa l'obblio.

Ermengarda:                         Che mi proponi, Ansberga?

Ch'io mentisca al Signor! Pensa ch'io vado

Sposa dinanzi a Lui; sposa illibata,

Ma d'un mortal. — Felici voi! felice

Qualunque, sgombro di memorie il core

Al Re de' regi offerse, e il santo velo

Sovra gli occhi posò, pria di fissarli

In fronte all'uom! Ma — d'altri io sono.

Ansberga:                                                                           Oh mai

Stata nol fossi!

Ermengarda:                            Oh mai! ma quella via,

Su cui ci pose il ciel, correrla intera

Convien, qual ch'ella sia, fino all'estremo.

 — E, se all'annunzio di mia morte, un novo

Pensier di pentimento e di pietade

Assalisse quel cor? Se, per ammenda

Tarda, ma dolce ancor, la fredda spoglia

Ei richiedesse come sua, dovuta

Alla tomba real? — Gli estinti, Ansberga,

Talor de' vivi son più forti assai.

Ansberga:        Oh! Nol farà.

Ermengarda:                         Tu pia, tu poni un freno

Ingiurïoso alla bontà di Lui,

Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,

Far che ripari, chi lo fece, il torto?

Ansberga: No, sventura, ei nol farà. — Nol puote.

Ermengarda: Come? perché nol puote?

Ansberga:                                                 O mia diletta

Non chieder oltre; obblia.

Ermengarda:                                             Parla! alla tomba

Con questo dubbio non mandarmi.

Ansberga:                                                                    Oh! l'empio

Il suo delitto consumò.

Ermengarda:                                       Prosegui!

Ansberga:        Scaccialo al tutto dal tuo cor. Di nuove

Inique nozze ei si fe' reo: sugli occhi

Degli uomini e di Dio, l'inverecondo,

Come in trionfo, nel suo campo ei tragge

Quella Ildegarde sua...

(Ermengarda sviene)

                                         Tu impallidisci!

Ermengarda! non m'odi? Oh ciel! sorelle,

Accorrete! oh che feci!

(entrano le due Donzelle e varie Suore)

                                        Oh! chi soccorso

Le dà? Vedete: il suo dolor l'uccide.

Prima suora: Fa core; ella respira.

Seconda suora:                                 Oh sventurata!

A questa età, nata in tal loco, e tanto

Soffrir!

Una donzella:               Dolce mia donna!

Prima suora:                                               Ecco le luci

Apre.

Ansberga:            Oh che guardo! Ciel! che fin?

Ermengarda: (in delirio)                                     Scacciate

Quella donna, o scudieri! Oh! non vedete

Come s'avanza ardimentosa, e tenta

Prender la mano al re?

Ansberga:                                             Svegliati: oh Dio!

Non dir così; ritorna in te; respingi

Questi fantasmi; il nome santo invoca.

Ermengarda: (in delirio) Carlo! non lo soffrir: lancia a costei

Quel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fuga

Andranne: io stessa, io sposa tua, non era

Pur d'un pensiero, intraveder nol posso

Senza tutta turbarmi. — Oh ciel! che vedo?

Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudele

Scherzo; ei mi strazia, io nol sostengo. — O Carlo,

Farmi morire di dolor, tu il puoi;

Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno

Dolor ne avresti. — Amor tremendo è il mio.

Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora

Non tel mostrai: tu eri mio: secura

Nel mio gaudio io tacea; né tutta mai

Questo labbro pudico osato avria

Dirti l'ebrezza del mio cor segreto.

 — Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,

Come una serpe: il guardo suo m'uccide.

 — Sola e debol son io: non sei tu il mio

Unico amico? Se fui tua, se alcuna

Di me dolcezza avesti... oh! non forzarmi

A supplicar così dinanzi a questa

Turba che mi deride Oh cielo! ei fugge!

Nelle sue braccia! io muoio!

Ansberga:                                                      Oh! mi farai

Teco morir!

Ermengarda: (in delirio)    Dov'è Bertrada? io voglio

Quella soave, quella pia. Bertrada!

Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,

Che prima amai di questa casa, il sai?

Parla a questa infelice: odio la voce

D'ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,

Ma nelle braccia tue sento una vita,

Un gaudio amaro che all'amor somiglia.

 — Lascia ch'io ti rimiri, e ch'io mi segga

Qui presso a te: son così stanca! Io voglio

Star presso a te; voglio occultar nel tuo

Grembo la faccia, e piangere: con teco

Piangere io posso! Ah non patir! prometti

Di non fuggir da me, fin ch'io mi levi

Inebbriata del mio pianto. Oh! molto

Da tollerarmi non ti resta: e tanto

Mi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insieme

Giorni ridenti! Ti sovvien? varcammo

Monti, fiumi e foreste; e ad ogni aurora

Crescea la gioia del destarsi. Oh giorni!

No, non parlarne per pietà! Sa il cielo

S'io mi credea che in cor mortal giammai

Tanta gioia capisse e tanto affanno!

Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?

Chiamami figlia: a questo nome io sento

Una pienezza di martir, che il core

M'inonda, e il getta nell' obblio.

(ricade)

Ansberga:                                                             Tranquilla

Ella moria!

Ermengarda: (in delirio)   Se fosse un sogno! e l'alba

Lo risolvesse in nebbia! e mi destassi

Molle il pianto ed affannosa; e Carlo

La cagion ne chiedesse, e, sorridendo

Di poca fe' mi rampognasse!

(ricade in letargo)

Ansberga:                                                O Donna

Del ciel, soccorri a questa afflitta!

Prima suora:                                                           Oh! vedi:

Torna la pace su quel volto; il core

Sotto la man più non trabalza.

Ansberga:                                                           O suora!

Ermengarda! Ermengarda!

Ermengarda: (riavendosi)                              Oh! chi mi chiama?

Ansberga: Guardami; io sono Ansberga: a te d'intorno

Stan le donzelle tue, le suore pie

Che per la pace tua pregano.

Ermengarda:                                                    Il cielo

Vi benedica. — Ah! sì: questi son volti

Di pace d'amistà. — Da un tristo sogno

Io mi risveglio.

Ansberga:                           Misera! travaglio

Più che ristoro ti recò sì torba

Quiete.

Ermengarda:                 È ver: tutta la lena è spenta.

Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fido

Mio letticciol traetemi: l' estrema

Fatica è questa che vi do; ma tutte

Son contate lassù. — Moriamo in pace.

Parlatemi di Dio: sento ch'Ei giunge.

CORO                      Sparsa le trecce morbide

Sull'affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S'innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una man leggiera

Sulla pupilla cerula

Stende l'estremo vel.

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Fuor della vita è il termine

Del lungo tuo martir.

Tal della mesta, immobile

Era quaggiuso il fato:

Sempre un obblio di chiedere,

Che le saria negato;

E al Dio de' santi ascendere,

Santa del suo patir.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl'irrevocati dì;

Quando ancor cara, improvida

D'un avvenir mal fido,

Ebbra spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De' corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L'irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea repente, pallida

D'amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d'Aquisgrano!

Ove, deposta l'orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell'erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l'empia

Virtù d'amor fatica,

Discende il refrigerio

D'una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d'un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L'erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L'immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblio torna immortale

L'amor sopito, e l'anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol.

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com'era allor che improvida

D'un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

SCENA SECONDA

Notte. Interno d'un battifredo sulle mura di Pavia.

Un'armatura nel mezzo. Guntigi, Amri.

Guntigi:           Amri, sovvienti di Spoleti?

Amri:                                                            E posso

Obbliarlo, signor?

Guntigi:                                           D'allor che, morto

Il tuo signor, solo, dai nostri cinto,

Senza difesa rimanesti? Alzata

Sul tuo capo la scure, un furibondo

Già la calava; io lo ritenni: ai piedi

Tu mi cadesti, e ti gridasti mio.

Che mi giuravi?

Amri:                                            Ubbidienza e fede,

Fino alla morte. — O mio signor, falsato

Ho il giuro mai?

Guntigi:                                        No, ma l'istante è giunto

Che tu lo illustri con la prova.

Amri:                                                                  Imponi.

Guntigi:           Tocca quest'armi consacrate, e giura

Che il mio comando eseguirai; che mai,

Nè per timor né per lusinghe, fia,

Mai, dal tuo labbro rivelato.

Amri: (ponendo le mani sull'armi)                  Il giuro:

E, se quandunque mentirò, mendico

Andarne io possa, non portar più scudo,

Divenir servo d'un Romano.

Guntigi:                                                           Ascolta.

A me commessa delle mura, il sai,

È la custodia; io qui comando, e a nullo

Ubbidisco che al re. Su questo spalto

Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn'altro

Guerriero allontanai. Tendi l'orecchio,

E osserva al lume della luna, al mezzo

Quando la notte fia, cheto vedrai

Alle mura un armato avvicinarsi:

Svarto ei sarà... Perché così mi guardi

Attonito? egli è Svarto, un che tra noi

Era da men di te; che ora tra i Franchi

In alto sta, sol perché seppe accorto

E segreto servir. Ti basti intanto,

Che amico viene al tuo signor costui.

Col pomo della spada in sullo scudo

Sommessamente ei picchierà: tre volte

Gli renderai lo stesso segno. Al muro

Una scala ei porrà: quando fia posta,

Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo

Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti

Qui fuor: se un passo, se un respiro ascolti,

Entra ed avvisa.

Amri:                             Come imponi, io tutto

Farò.

Guntigi:            Tu servi agran disegno, e grande

Fia il premio.

(Amri parte)

SCENA TERZA

Guntigi:                          Fedeltà? — Che il tristo amico

Di caduto signor, quei che, ostinato

Nella speranza, o irresoluto, stette

Con lui fino all'estremo, e con lui cadde,

Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa

Si consoli, sta ben. Ciò che consola,

Creder si vuol senza esitar. — Ma quando

Tutto perder si puote, e tutto ancora

Si può salvar; quando il felice, il sire

Per cui Dio si dichiara, il consacrato

Carlo un messo m'invia, mi vuole amico

M'invita a non perir, vuol dalla causa

Della sventura separar la mia

A che, sempre respinta, ad assalirmi

Questa parola fedeltà ritorna,

Simile all'importuno? e sempre in mezzo

De' miei pensieri si getta, e la consulta

Ne turba? — Fedeltà! Bello è con essa

Ogni destin, bello il morir. — Chi 'l dice?

Quello per cui si muor. — Ma l'universo

Seco il ripete ad una voce, e grida

Che, anco mendico e derelitto, il fido

Degno è d'onor, più che il fellon tra gli agi

E gli amici. — Davver? Ma, s'egli è degno,

Perché è mendico e derelitto? E voi

Che l'ammirate, che vi tien che in folla

Non accorriate a consolarlo, a fargli

Onor, l'ingiurie della sorte iniqua

A ristorar? Levatevi dal fianco

Di que' felici che spregiate, e dove

Sta questo onor fate vedervi: allora

Vi crederò. Certo, se a voi consiglio

Chieder dovessi, dir m'udrei: rigetta

L'offerte indegne; de' tuoi re dividi,

Qual ch'ella sia, la sorte — E perché tanto

A cor questo vi sta? Perché, s'io cado,

Io vi farò pietà; ma se, tra mezzo

Alle rovine altrui, ritto io rimango,

Se cavalcar voi mi vedrete al fianco

Del vincitor che mi sorrida, allora

Forse invidia farovvi; e più v'aggrada

Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro

Questo vostro consiglio. — Oh! Carlo anch'egli

In cor ti spregerà. — Chi ve l'ha detto?

Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro

Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto

Quel potente m'onori, il core a voi

Chi 'l rivela? E che importa? Ah! voi volete

Sparger di fiele il nappo a cui non puote

Giungere il vostro labbro. A voi diletta

Veder grandi cadute, ombre d'estinta

Fortuna, e favellarne, e nella vostra

Oscurità racconsolarvi: è questo

Di vostre mire il segno: un più ridente

Splende alla mia; né di toccarlo il vostro

Vano clamor mi riterrà. Se basta

I vostri plausi ad ottener, lo starsi

Fermo alle prese col periglio, ebbene,

Un tremendo io ne affronto; e un dì saprete

Che a questo posto più mestier coraggio

Mi fu, che un giorno di battaglia in campo.

Perché, se il rege, come suol talvolta,

Visitando le mura, or or qui meco

Svarto trovasse a parlamento, Svarto,

Un di color, ch'ei traditori, e Carlo

Noma Fedeli... oh! di guardarsi indietro

Non è più tempo: egli è destin, che pera

Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,

Ch'io quel non sia.

SCENA QUARTA

Guntigi, Svarto, Amri.

Svarto:                                             Guntigi!

Guntigi:                                                         Svarto!

(ad Amri)

                                                             Alcuno

Non incontrasti?

Amri:                                             Alcun.

Guntigi:                                                    Qui intorno veglia.

(Amri parte)

SCENA QUINTA

Guntigi, Svarto.

Svarto:             Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto

Alla tua fede.

Guntigi:                                  E tu n'hai pegno; entrambi

Un periglio corriamo.

Svarto:                                                   E un premio immenso

Trarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorte

D'un popolo e la tua?

Guntigi:                                               Quando quel Franco

Prigion condotto entro Pavia, mi chiese

Di segreto parlar, messo di Carlo

Mi si scoverse, e in nome suo mi disse

Che l'ira di nemico a volger pronto

In real grazia egli era, e in me speranza

Molta ponea; che ogni mio danno avria

Riparato da re; che tu verresti

A trattar meco; io condiscesi: un pegno

Chiese da me; tosto de' Franchi al campo

Nascosamente il mio figliuol mandai

Messo insieme ed ostaggio: e certo ancora

Del mio voler non sei? Fermo è del pari

Carlo nel suo?

Svarto:                                      Dubbiar ne puoi?

Guntigi:                                                                  Ch'io sappia

Ciò ch'ei desia, ciò ch'ei promette. Ei prese

La mia cittade, e ne fe' dono altrui;

Né resta a me che un titol vano.

Svarto:                                                     E giova

Che dispogliato altri ti creda, e quindi

Implacabile a Carlo. Or sappi; il grado

Che già tenesti, tu non l'hai lasciato

Che per salir. Carlo a' tuoi pari dona

E non promette: Ivrea perdesti; il Conte,

Prendi,

(gli porge un diploma)

              sei di Pavia.

Guntigi:                                              Da questo istante

Io l'ufizio ne assumo; e fiane accorto

Dall'opre il signor mio. Gli ordini suoi

Nunziami, o Svarto.

Svarto:                                                Ei vuol Pavia; captivo

Vuole in sua mano il re: l'impresa allora

Precipita al suo fin. Verona a stento

Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno

Brama d'uscirne, e dirsi vinto:

Adelchi:           Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi,

Vincitor di Pavia, di resistenza

Chi parlerà? L'altre città che sparse

Tengonsi, e speran nell'indugio ancora,

Cadon tutte in un dì, membra disciolte

D'avulso capo: i re caduti, è tolto

Ogni pretesto di vergogna: al duro

Ostinato ubbidir manca il comando:

Ei regna, e guerra più non v'è.

Guntigi:                                                               Sì, certo:

Pavia gli è d'uopo; ed ei l'avrà: domani,

Non più tardi l'avrà. Verso la porta

Occidental con qualche schiera ei venga:

Finga quivi un assalto; io questa opposta

Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi

Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa

Ei corra; aperta gli sarà. — Ch'io, preso

Il re consegni al suo nemico, questo

Carlo da me non chieda: io fui vassallo

Di Desiderio, in dì felici; e il mio

Nome d'inutil macchia io coprirei.

Cinto di qua, di là, lo sventurato

Sfuggir non può.

Svarto:                                           Felice me, che a Carlo

Tal nunzio apporterò! Te più felice,

Che puoi tanto per lui! — Ma dimmi ancora:

Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante

Soglio reggere han fermo, o insiem seco

Precipitar, son molti ancora? o all'astro

Trionfator di Carlo i guardi alfine

Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome

L'altra già fu, questa vittoria estrema?

Guntigi:           Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo

Stanno sol per costume: a lor consiglia

Oggi pensier di abbandonar cui Dio

Già da gran tempo abbandonò; ma in capo

D'ogni pensier s'affaccia una parola

Che gli spaventa: tradimento. Un'altra

Più saggia a questi udir farò: salvezza

Del regno; e nostri diverran: già il sono.

Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo

Ormai nulla sperando...

Svarto:                                                       Ebben, prometti

Tutti guadagna.

Guntigi:                                        Inutil rischio ei fia.

Lascia perir chi vuol perir: senz'essi

Tutto compir si può.

Svarto:                                                 Guntigi, ascolta.

Fedel del Re de' Franchi io qui favello

A un suo Fedel, ma Longobardo pure

A un Longobardo. I patti suoi, lo credo,

Carlo terrà; ma non è forse il meglio

Esser cinti d'amici? in una folla

Di salvati da noi?

Guntigi:                                          Fiducia, o Svarto,

Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo

Senza sospetto regnerà, che un brando

Non resterà che non gli sia devoto

Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge

Un nemico, e respira, e questo novo

Regno minaccia non temer che sia

Posto in non cal chi glielo diede in mano.

Svarto:             Saggio tu parli e schietto. — Odi: per noi

Sola via di salute era pur quella

Su cui corriamo, ma d'inciampi è sparsa

E d'insidie: il vedrai. Tristo a chi solo

Farla vorrà. — Poi che la sorte in questa

Ora solenne qui ci unì, ci elesse

All'opera compagni ed al periglio

Di questa notte, che obbliata mai

Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo

Patto di vita. Sulla tua fortuna

Io di vegliar prometto; i tuoi nemici

Saranno i miei.

Guntigi:                                      La tua parola, o Svarto,

Prendo, e la mia ti fermo.

Svarto:                                                         In vita e in morte.

Guntigi:           Pegno la destra.

(gli porge la destra: Svarto la stringe)

                            Al re de' Franchi, amico,

Reca l'omaggio mio.

Svarto:                                                Doman!

Guntigi:                                                            Domani.

Amri!

(entra Amri)

            È sgombro lo spalto?

Amri:                                                                È sgombro; e tutto

Tace d'intorno.

Guntigi: (ad Amri, accennando Svarto) Il riconduci.

Svarto:                                                                          Addio.

FINE DELL' ATTO QUARTO

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Palazzo Reale in Verona.

Adelchi, Giselberto duca di Verona.

Giselberto:                    Costretto, o re, dell'oste intera io vengo

A nunziarti il voler: duchi e soldati

Chiedon la resa. A tutti è noto, e indarno

Celar si volle, che Pavia le porte

Al Franco aprì; che il vincitor s'affretta

Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge

Captivo il re. Co' figli suoi Gerberga

Già incontro a Carlo uscì, dell'aspro sire

Più ancor fidando nel perdon, che in una

Impotente amistà. Verona attrita

Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte

Scema, non forte assai contra il nemico

Che già la strinse, non potrà la foga

Dei sorvegnenti sostener; nè quelli

Che l'han difesa fino ad or, se pochi

Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi

Di pugna impari, e di spietato assalto.

Fin che del fare e del soffrir concesso

era un frutto sperar, fenno e soffriro

Quanto il dover, quanto l'onor chiedea,

Il diero: ai mali che non han più scopo

Chiedono il fine.

Adelchi:                                        Esci: la mia risposta

Tra poco avrai.

(Giselberto parte)

SCENA SECONDA

Adelchi:                                      Va, vivi, invecchia in pace;

Resta un de' primi di tua gente: il merti:

Va, non temer; sarai vassallo: il tempo

È pe' tuoi pari. — Anche il comando udirsi

Intimar de' codardi, e di chi trema

Prender la legge! è troppo. Han risoluto!

Voglion, perché son vili! e minacciosi

Li fa il terror; né soffriran che a questo

Furor di codardia s'opponga alcuno,

Che resti un uom tra loro! — Oh cielo! Il padre

Negli artigli di Carlo! I giorni estremi

Uomo d'altrui vivrà, soggetto al cenno

Di quella man, che non avria voluto

Come amico serrar; mangiando il pane

Di chi l'offese, e l'ebbe a prezzo! E nulla

Via di cavarlo dalla fossa, ov'egli

Rugge tradito e solo, e chiama indarno

Chi salvarlo non può! nulla! — Caduta

Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto

Anch'ei le porte a spalancar da quelli

Che non voglion morire. Oh più di tutti

Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa

Di Desiderio, ove d'invidia è degno

Chi d'affanno morì! — Di fuor costui,

Che arrogante s'avanza, e or or verrammi

Ad intimar che il suo trionfo io compia;

Qui la viltà che gli risponde, ed osa

Pressarmi; — è troppo in una volta! Almeno

Finor, perduta anche la speme, il loco

V'era all'opra; ogni giorno il suo domani,

Ed ogni stretta il suo partito avea.

Ed ora... ed or, se in sen de' vili un core

Io piantar non potei, potranno i vili

Togliere al forte, che da forte ei pera?

Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;

Più d'un compagno troverò, s'io grido:

Usciam costoro ad incontrar; mostriamo

Che non è ver che a tutto i Longobardi

Antepongon la vita; e... se non altro,

Morrem. — Che pensi? Nella tua rovina

Perché quei prodi strascinar? Se nulla

Ti resta a far quaggiù, non puoi tu solo

Morir? No puoi? Sento che l'alma in questo

Pensier riposa alfine: ei mi sorride,

Come l'amico che sul volto reca

Una lieta novella. Uscir di questa

Ignobil calca che mi preme; il riso

Non veder del nemico; e questo peso

D'ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!

Tu, brando mio, che del destin altrui

Tante volte hai deciso, e tu, secura

Mano avvezza a trattarlo... e in un momento

Tutto è finito. — Tutto? Ah sciagurato!

Perché menti a te stesso? Il mormorio

Di questi vermi ti stordisce, il solo

Pensier di starti a un vincitor dinanzi

Vince ogni tua virtù; l'ansia di questa

Ora t'affrange, e fa gridarti: è troppo!

E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo

Senza aspettar che tu mi chiami, il posto

Che m'assegnasti, era difficil troppo

E l'ho deserto! — Empio! fuggire? e intanto,

Per compagnia fino alla tomba, al padre

Lasciar questa memoria; il tuo supremo

Disperato sospir legargli! Al vento,

Empio pensier. — L'animo tuo ripiglia,

Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante

D'ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,

Che in tuo poter non è? — T'offre un asilo

Il greco imperador. Sì, per sua bocca

Te l'offre Iddio: grato l'accetta: il solo

Saggio partito, il solo degno è questo.

Conserva al padre la sua speme: ei possa

Reduce almeno e vincitor sognarti

Infrangitor de' ceppi suoi, non tinto

Del sangue sparso disperando. — E sogno

Forse non fia: da più profondo abisso

Altri già sorse: non fa patti eterni

Con alcun la fortuna: il tempo toglie

E dà: gli amici, il successor li crea.

 — Teudi!

SCENA TERZA

Adelchi, Teudi.

Teudi:                                 Mio re.

Adelchi:                                          Restano amici ancora

Al re che cade?

Teudi:                                         Sì: color che amici

Eran d'Adelchi.

Adelchi:                                       E che partito han preso?

Teudi:               L'aspettano da te.

Adelchi:                                          Dove son essi?

Teudi:               Qui nel palazzo tuo, lungi dai tristi

A cui sol tarda d'esser vinti appieno.

Adelchi:           Tristo, o Teudi, il valor disseminato

Tra la viltà! — Compagni alla mia fuga

Io questi prodi prenderò: null'altro

Far ne poss'io; nulla ei per me far ponno,

Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno

Cui venga in mente un più gentil consiglio,

Per pietà, me lo dia. — Da te, mio Teudi,

Un più coral servigio, un più fidato

Attendo ancor: resta per ora; al padre

Fa che di me questa novella arrivi:

Ch'io son fuggito, ma per lui, ch'io vivo

Per liberarlo un dì; che non disperi.

Vieni, e m'abbraccia: a dì più lieti. — Al duca

Di Verona dirai che non attenda

Ordini più da me. — Sulla tua fede

Riposo, o Teudi.

Teudi:                                           Oh! la secondi il cielo.

(escono dalle parti opposte)

SCENA QUARTA

Tenda nel campo di Carlo sotto Verona.

Carlo, un Araldo, Arvino, Conti.

Carlo:               Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti

I suoi guerrier questa parola esponi:

Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra

Grazioso signor; se no, più tarda

L'entrata fia, ma non men certa e i patti

Quali un solo li detta, e inacerbito.

(l'Araldo parte)

 Arvino:            Il vinto re chiede parlarti, o sire.

Carlo:               Che vuol?

 Arvino:                             Nol disse; ma pietosa istanza

Egli ne fea.

Carlo:                                   Venga.

(Arvino parte)

                                 Vediam colui

Che destinata a un' altra fronte avea

La corona di Carlo.

(ai Conti)

                                  Ite: alle mura

La custodia addoppiate; ad ogni sbocco

Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

SCENA QUINTA

Carlo, Desiderio.

Carlo:               A che vieni, infelice? E che parola

Correr puote tra noi? Decisa il cielo

Ha la nostra contesa; e più non resta

Di che garrir. Triste querele e pianto

Sparger dinanzi al vincitor, disdice

A chi fu re, né a me con detti acerbi

L'odio antico appagar lice, né questo

Gaudio superbo che in mio cor s'eleva,

Ostentarti sul volto, onde sdegnato

Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo

Non m'abbandoni ancor. Né, certo, un vano

Da me conforto di parole attendi.

Che ti direi? ciò che t'accora, è gioia

Per me; né lamentar posso un destino,

Ch'io non voglio mutar. Tal de mortale

È la sorte quaggiù: quando alle prese

Son due di lor, forza è che l'un piangendo

Esca del campo. Tu vivrai; null'altro

Dono ha Carlo per te.

Desiderio:                                            Re del mio regno,

Persecutor del sangue mio, qual dono

Ai re caduti sia la vita, il sai?

E pensi tu, ch'io vinto, io nella polve,

Di gioia anco una volta inebbriarmi

Non potrei? del velen che il cor m'affoga,

Il tuo trionfo amareggiar? parole

Dirti di cui ti sovverresti, e in parte

Vendicato morir? Ma in te del cielo

Io la vendetta adoro, e innanzi a cui

Dio m'inchinò, m'inchino: a supplicarti

Vengo; e m'udrai; ché degli afflitti il prego

E giudizio di sangue a chi lo sdegna.

Carlo:               Parla.

Desiderio:                    In difesa d'Adrian, tu il brando

Contro di me traesti?

Carlo:                                                   A che domandi

Quello che sai?

Desiderio:                                   Sappi tu ancor che solo

Io nemico gli fui, che Adelchi — e m'ode

Quel Dio che è presso ai travagliati — Adelchi

Al mio furor preghi, consigli, ed anche,

Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne

Mai sempre oppose: indarno!

Carlo:                                                                  Ebben?

Desiderio:                                                                       Compiuta

È la tua impresa: non ha più nemici

Il tuo Romano: intera, e tal che basti

Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode

La sicurezza e la vendetta. A questo

Tu scendevi, e l'hai detto: allor tu stesso

Segnasti il termin dell'offesa. Ell'era

Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla

Più ti domanda Iddio.

Carlo:                                                    Tu legge imponi

Al vincitor?

Desiderio:                            Legge? Oh! ne' detti miei

Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.

O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi

Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro

Odi il prego sommesso e la lusinga;

Nel suolo ov'ei ti combattea, tu regni.

Ah! non voler di più: pensa che abborre

Gli smisurati desidèri il cielo.

Carlo:                                                                Cessa

Desiderio:        Ah! m'ascolta: un dì tu ancor potresti

Assaggiar la sventura, e d'un amico

Pensier che ti conforti, aver bisogno;

E allor gioconda ti verrebbe in mente

Di questo giorno la pietà. Rammenta

Che innanzi al trono dell'Eterno un giorno

Aspetterai tremando una risposta,

O di mercede o di rigor, com'io

Dal tuo labbro or l'aspetto. Ahi! già venduto

Il mio figlio t'è forse! Oh! se quell'alto

Spirto indomito, ardente, consumarsi

Deve in catene!... Ah no! pensa che reo

Di nulla egli è; difese il padre: or questo

Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi

Non c'è brando che fera: a te vassalli

Son quei che il furo a noi: da lor tradito

Tu non sarai: tutto è leale al forte.

Italia è tua; reggila in pace: un rege

Prigion ti basti; a stranio suol consenti

Che il figliuol mio

Carlo:                                              Non più: cosa mi chiedi

Tu! che da me non otterria Bertrada.

Desiderio:  — Io ti pregava! io, che per certo a prova

Conoscerti dovea! Nega; sul tuo

Capo il tesor della vendetta addensa.

Ti fe' l'inganno vincitor; superbo

La vittoria ti faccia e dispietato.

Calca i prostati, e sali; a Dio rincresci

Carlo:               Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri

La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,

Qual converria, se, nella facil ora

Di colloquio ospital, lieto io sorgessi

Dalla tua mensa! E perché amica e pari

Non sonò la risposta al tuo desio,

Anco mi vieni a imperversar d'intorno

Come il mendico che un rifiuto ascolta!

Ma quel che a me tu preparavi — Adelchi

Era allor teco — non ne parli: or io

Ne parlerò. Da me fuggìa Gerberga,

Da me cognato, e seco i figli, i figli

Del mio fratel traea, di strida empiendo

Il suo passaggio, come augel che i nati

Trafuga all'ugna di sparvier. Mentito

Era il terror: vero soltanto il cruccio

Di non regnar; ma obbrobriosa intanto

Me una fama pingea quasi un immane

Vorator di fanciulli, un parricida.

Io soffriva, e tacea. Voi premurosi

La sconsigliata raccettaste, ed eco

Feste a quel suo garrito. Ospiti voi

De' nipoti di Carlo! Difensori

Voi del mio sangue, contro me! Tornata

Or finalmente è, se nol sai, Gerberga

A cui fuggir mai non doveva; a questo

Tutor tremendo i figli adduce, e fida

Le care vite a questa man. Ma voi,

Altro che vita, un più superbo dono

Destinavate a' miei nipoti. Al santo

Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,

Che sulle chiome de' fanciulli, al peso

Non pur dell'elmo avvezze, ei, da spergiuro,

L'olio versasse del Signor. Sceglieste

Un pugnal, l'affilaste, e al più diletto

Amico mio por lo voleste in pugno,

Perch'egli in cor me lo piantasse. E quando

Io, tra 'l Vèsero infido e la selvaggia

Elba, i nemici a debellar del cielo

Mi sarei travagliato, in Francia voi

Correre, insegna contro insegna, e crisma

Contro crisma levar, perfidi! e pormi

In un letto di spine, il più giocondo

De' vostri sogni era codesto. Al cielo

Parve altrimenti. Voi tempraste al mio

Labbro un calice amaro; ei v'è rimasto:

Votatelo. Di Dio tu mi favelli;

S'io nol temessi, il rio che tanto ardia

Pensi che in Francia il condurrei captivo?

Cogli or il fior che hai coltivato, e taci.

Insausta di ciance è la sventura;

Ma del par sofferente e infaticato

Non è l'offeso vincitor l'orecchio.

SCENA SESTA

Carlo, Desiderio, Arvino.

 Arvino:            Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli

Calan le insegne: strepitando a terra

Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti

Ognun s'affolla, ed all'omaggio accorre.

Desiderio:        Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta

Ad ascoltar!

Carlo:                                    Né si sottrasse alcuno?

Arvino:             Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.

Sorpresi nella fuga, d'ogni parte

Cinti, pugnar fino all'estremo; e tutti

Restar sul campo, quale estinto, e quale

Ferito a morte.

Carlo:                                        E son?

Arvino:                                                 Tale è presente

A cui troppo dorrà, se tutto io dico.

Desiderio:        Nunzio di morte, tu l'hai detto.

Carlo:                                                                    Adelchi

Dunque perì?

Desiderio: (ad Arvino)           Parla, o crudele, al padre.

 Arvino:            La luce ei vede, ma per poco, offeso

D'immedicabil colpo. Il padre ei chiede,

E te pur anche, o sire.

Desiderio:                                            E questo ancora

Mi negherai?

Carlo:                                      No, sventurato. — Arvino,

Fa ch'ei sia tratto a questa tenda; e digli

Che non ha più nemici.

SCENA SETTIMA

Carlo, Desiderio.

 

Desiderio:                                               Oh! come grave

Sei tu discesa sul mio capo antico

Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!

Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,

E tremo di vederti. Io del tuo corpo

Mirerò la ferita? io che dovea

Esser pianto da te! Misero! io solo

Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti

Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!

Se ancor, tra il canto de' guerrier, caduto

Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,

Tra il singulto de' tuoi, tra il riverente

Dolor de' fidi, sul real tuo letto,

Gli occhi io t'avessi..... ah! saria stato ancora

Ineffabil cordoglio! Ed or morrai

Non re, deserto, al tuo nemico in mano,

Senza lamenti che del padre, e sparsi

Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.

Carlo:               Veglio, t'inganna il tuo dolor. Pensoso,

Non esultante, d'un gagliardo il fato

Io contemplo, e d'un re. Nemico io fui

D'Adelchi; egli era il mio, né tal, che in questo

Novello seggio io riposar potessi,

Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli

Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge

La nimistà d'un pio.

Desiderio:                                         Dono funesto

La tua pietà, s'ella giammai non scende,

Che sui caduti senza speme in fondo

Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,

Che più loco non trovi alle ferite.

SCENA OTTAVA

Carlo, Desiderio, Adelchi ferito e portato.

Desiderio:        Ahi, figlio!

Adelchi:                             O padre, io ti rivedo! Appressa;

Tocca la mano del tuo figlio.

Desiderio:                                                        Orrendo

M'è il vederti così.

Adelchi:                                          Molti sul campo

Cadder così per la mia mano.

Desiderio:                                                          Ahi, dunque

Insanabile, o caro, è questa piaga?

Adelchi:           Insanabile.

Desiderio:                          Ahi lasso! ahi guerra atroce!

Io crudel che la volli; io che t'uccido!

Adelchi:           Non tu, né questi, ma il Signor d'entrambi.

Desiderio:        Oh desiato da quest'occhi, oh quanto

Lunge da te soffersi! Ed un pensiero

Fra tante anbasce ni reggea, la speme

Di narrartele un giorno, in una fida

Ora di pace.

Adelchi:                                Ora per me di pace,

Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto

Te dal dolor quaggiù non lasci.

Desiderio:                                                            Oh fronte

Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio

Che spiravi terror!

Adelchi:                                          Cessa i lamenti

Cessa, o padre, per Dio! Non era questo

Il tempo di morir? Ma tu, che preso

Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.

Gran segreto è la vita, e nel comprende

Che l'ora estrema. Ti fu tolto un regno:

Deh! nol pianger; mel credi. Allor che a questa

Ora tu stesso appresserai, giocondi

Si schiereranno al tuo pensier dinanzi

Gli anni in cui re non sarai stato, in cui

Né una lagrima pur notata in cielo

Fia contra te, né il nome tuo saravvi

Con l'imprecar de' tribolati asceso.

Godi che re non sei, godi che chiusa

All'oprar t'è ogni via: loco a gentile

Ad innocente opra non v'è: non resta

Che far torto, o patirlo. Una feroce

Forza il mondo possiede, e fa nomarsi

Dritto; la man degli avi insanguinata

Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno

Coltivata col sangue, e omai la terra

Altra messe non dà. Reggere iniqui

Dolce non è; tu l'hai provato: e fosse;

Non dee finir così? Questo felice

Cui la mia morte fa più fermo il soglio

Cui tutto arride, tutto plaude e serve,

Questo è un uom che morrà.

Desiderio:                                                         Ma ch'io ti perdo,

Figlio, di ciò chi mi consola?

Adelchi:                                                           Il Dio

Che di tutto consola.

(si volge a Carlo)

                                   E tu, superbo

Nemico mio

Carlo:                                    Con questo nome, Adelchi

Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe

Empia e villana è nimistà; né tale

Credilo, in cor cape di Carlo.

Adelchi:                                                            E amico

Il mio parlar sarà, supplice, e schivo

D'ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo

Per cui ti prego, e la morente mano

Ripongo nella tua. Che tanta preda

Tu lasci in libertà questo io non chiedo

Ché vano, il veggo, il mio pregar saria,

Vano il pregar d'ogni mortale. Immoto

È il senno tuo; né a questo segno arriva

Il tuo perdon. Quel che negar non puoi

Senza esser crudo, io ti domando. Mite,

Quant'esser può, scevra d'insulto sia

La prigionia di questo antico, e quale

La imploreresti al padre tuo, se il cielo

Al dolor di lasciarlo in forza altrui

Ti destinava. Il venerabil capo

D'ogni oltraggio difendi: i forti contro

I caduti, son molti; e la crudele

Vista ei non deve sopportar d'alcuno

Che vassallo il tradì.

Carlo:                                                  Porta all'avello

Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo

Testimonio mi sia; la tua preghiera

È parola di Carlo.

Adelchi:                                          Il tuo nemico

Prega per te, morendo.

SCENA NONA

Arvino, Carlo, Desiderio, Adelchi.

 Arvino:                                                   Impazienti,

Invitto re, chiedon guerrieri e duchi

D'essere ammessi.

Adelchi:                                          Carlo!

Carlo:                                                          Alcun non osi

Avvicinarsi a questa tenda. Adelchi

È signor qui. Solo d' Adelchi il padre

E il pio ministro del perdon divino

Han qui l'accesso.

(parte con Arvino)

SCENA DECIMA

Desiderio, Adelchi.

Desiderio:                                      Ahi, mio diletto!

Adelchi:                                                                     O padre

Fugge la luce da quest'occhi.

Desiderio:                                                        Adelchi,

No, non lasciarmi!

Adelchi:                                          O Re de' re tradito

Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...

Vengo alla pace tua: l'anima stanca

Accogli.

Desiderio:                     Ei t'ode: oh ciel! tu manchi! ed io...

In servitude a piangerti rimango.

FINE DELLA TRAGEDIA

 

 

Indice Biblioteca Progetto Cesare Pavese

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 21 marzo 2012