Alessandro Manzoni

Discorso sopra alcuni punti

della storia longobardica in Italia

Edizioni di riferimento

Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Mario Martelli, prefazione di Riccardo Bacchelli, Firenze, Sansoni 1973

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note a cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

CAPITOLO VI.

Sulla cagione generale della facile conquista di Carlo.

Delle cagioni immediate s’è parlato nelle Notizie storiche. Le principali però, quali sono il tradimento d’alcuni, gli sbandamenti e le pronte sommissioni dei più, sono anch’esse effetti di più alte cagioni, che bisogna ricercare nello stato morale e politico, e nella disposizione del popolo che diede un tale spettacolo. Il Machiavelli, il quale fu forse il primo tra i moderni, che andasse a cercar cagioni lontane de’ grandi avvenimenti storici ‑ metodo col quale s’arriva a di belle scoperte, quando si lavora sul vero, e a di belle chimere, quando, illusi dalla relazione che piace di trovare tra un fatto primario e gli avvenimenti posteriori, si trascura d’osservare a parte il carattere e l’origine di questi, per attaccarli a quello solo ‑ il Machiavelli attribuì la rovina de’ Longobardi, nell’ottavo secolo, a una rivoluzione ch’essi fecero nel sesto. È noto che, ucciso Clefi (574), i Longobardi non elessero altro re, e per dieci anni furono governati da trenta o più duchi: « il qual consiglio, » dice il Machiavelli « fu cagione, che i Longobardi non occupassero mai tutta l’Italia.... perchè il non aver re li fece meno pronti alla guerra; e poichè rifeciono quello, diventarono, per essere stati liberi un tempo, meno ubbidienti e pià atti alle discordie fra loro; la qual cosa prima ritardò la loro vittoria, di poi in ultimo li cacciò d’Italia[1]. » Lasciando anche da una parte, che appunto nell’interregno i Longobardi conquistarono una gran parte d’Italia[2], la cagione, questa volta, è un po’ troppo remota, per ciò che riguarda la rovina o, per dir meglio, il cambiamento del regno. Ne’ due secoli che passarono tra queste due rivoluzioni, ci furono tanti regni bellicosi, accaddero tanti fatti d’ogni genere, che davvero non c’è verso d’attaccar l’una all’altra.

Qualcheduno inclina a credere, che i Longobardi, ammolliti, come i Goti e i Vandali, dal possesso del bel paese che avevano conquistato, diventassero per ciò una preda facile per i loro nemici [3]. Ma i Romani che possedevano altre volte quel paese non furono per tanto tempo una preda facile; ma i Sassoni perdettero pure in una battaglia una parte della Britannia, che non è decantata per quella bellezza che, al dir di molti, ammollisce i vincitori: della rotta di Hastings, e de’ suoi effetti così vasti e così rapidi, non si può davvero dar la colpa nè ai tepidi soli, nè alla terra ridente. E finalmente, erano essi ammolliti que' Franchi che dispersero i Longobardi? Eppure una buona parte di essi veniva da climi temperati e da paesi ameni.

La cagione vera e primaria si trova, a mio credere, non nel fatto addotto ma nel principio posto dal Machiavelli. La libertà signorile de’ Longobardi (per servirci d’un’espressione classica del Vico) fu quella che in parte divise, in parte scemò, in parte rese inerti le loro forze in quella lotta co’ Franchi; e così agevolò a Carlo tutte l’operazioni della conquista.

Ma per qual motivo l’effetto principale di questa libertà, la debolezza in guerra, non si fa sentire nel tempo de’ duchi, cioè quando una tale libertà era nel massimo grado? E se questa libertà., non veniva dall’essere i Longobardi stati quei dieci anni senza re, da quali circostanze fu ella poi spinta al grado da produrre la debolezza?

Rispondere brevemente a queste due domande, è la miglior maniera di spiegare come essa abbia così potentemente operato nell’occasione di cui qui si tratta.

Per intendere prima, come la nazione longobardica, divisa in ducati e senza assoluta unità di forze e di comando, soggiogasse tanta parte d’Italia, bisogna osservare una distinzione essenziale nell’imprese de’ popoli settentrionali del medio evo; cioè tra quelle che fecero contro le varie nazioni dell’impero romano, e quelle che fecero barbari contro barbari. Le nazioni dell’impero romano erano, da gran tempo, quasi affatto prive d’ordini militari e di milizia: le forze erano quasi tutte composte di barbari; e quando questi s’avvidero che, essendo i risoluti e gli armati, potevano essere i padroni, che in vece di ricever paghe misurate, potevan servirsi a modo loro; quando in somma i soldati si dichiararono nemici, quando gli eserciti si costituirono nazioni; allora l’impero si trovò, per questo fatto solo, esposto all’offese, e mancante de’ mezzi di difesa. Il carattere e la condotta degl’imperatori e de’ governanti era debole come lo stato; ed era naturale che fosse così, perchè un’alta e permanente forza morale priva di forze materiali è un prodigio altrettanto raro che inutile. Sopra tali nemici le ‑ vittorie dovevano essere ed erano facili, certe, decisive. I Longobardi condotti da trenta duchi non avevano, è vero, unità di disegno e di capitano, ma unità di scopo, e di fiducia ne’ loro mezzi: per portar via a chi non può difendere il suo, i molti non han bisogno d’andar d’accordo in altro che nella distribuzion del lavoro. Tutte l’operazioni particolari conducono al resultato generale: la moltiplicità e la divergenza di queste operazioni può bensì esser un ritardo a ottenerlo, ma di rado lo rende impossibile; gli errori rimangono impuniti, perchè non c’è un nemico che possa prevalersene. Nascevano discordie tra i duchi? Era un momento di respiro per gl’Italiani da conquistarsi; ma quando le discordie finivano, e in qualunque maniera fossero finite, i pacificati, o i vincitori, o anche i vinti, potevano andar di nuovo addosso agl’indigeni: il torrente riprendeva il suo corso; trovava il letto libero dovunque arrivava; nessun argine era stato alzato, nel tempo in cui le sue acque avevan presa un’altra strada.

Ma tra barbari e barbari non passava questa disuguaglianza: c’erano altre proporzioni, e per decidere della vittoria erano necessari altri mezzi particolari di superiorità. Lì ognuno vede quanto l’unità materiale delle forze, l’unità del comando, la direzione di tutte l’operazioni a un solo scopo dovessero servire a renderlo facile e sicuro; lì la libertà signorile, con le sue pretensioni, con le sue discordie, con le sue condizioni, con la sua tarda, disuguale, dimezzata, litigata ubbidienza, doveva far sì che molte cose necessarie alla riuscita non si tentassero, che altre andassero a male; doveva in somma produrre una debolezza generale in tutte l’operazioni. Questa disuguaglianza si trova al massimo segno tra l’esercito franco e il longobardo, tra l’una e l’altra nazione, al tempo della guerra tra Carlo e Desiderio.

Ma questa disuguaglianza (ed eccoci alla seconda questione) bisogna, se non m’inganno, cercarla, non tanto nell’istituzioni de’ due popoli quanto nel carattere de’ due capi, o per dir meglio, nel carattere singolare di Carlomagno.

L’istituzioni de’ Franchi e quelle de’ Longobardi, come quelle di quasi tutti i popoli settentrionali, avevano tra loro pochissime differenze, e queste non essenziali. Una nazione conquistatrice, posseditrice, e militare; un re elettivo, capo dell’esercito, legislatore col popolo; duchi o conti, con poteri militari e giudiziari; i punti cardinali in somma dello stato politico erano i medesimi: perchè lo stato antico e le circostanze successive di que' popoli, l’intenzioni delle loro leggi erano simili nelle cose primarie. Ma l’istituzioni politiche di tutti i tempi producono effetti diversi secondo il carattere degli uomini che sono regolati da esse, e le regolano a vicenda. Non c’è mai stata una misura di poteri tanto precisa, tanto applicabile a tutti i casi, a tutte le relazioni, che in tutte le mani sia sempre stata la stessa. C’è nelle leggi di qualunque sorte una certa, per dir così, arrendevolezza, la quale seconda le volontà più o meno forti di coloro che operano con l’autorità di quelle. Ora, questa facoltà d’applicare in varie maniere le leggi si trovava in sommo grado presso i barbari del medio evo, tra i quali le leggi che attribuiscono i poteri, quelle che a’ giorni nostri si chiamerebbero organiche, costituzionali, non erano nè scritte, nè ridotte, che si sappia, in formole tradizionali, ma erano consuetudini pratiche, prodotte da circostanze e da necessità successive e complicate. Queste leggi o consuetudini o memorie di fatti antecedenti non prevedevano tutte le possibili emergenze, tutti i contrasti di potere, tutti i dubbi; c’erano dunque di molti casi, ne’ quali il da farsi non si sarebbe trovato in esse, quand’anche tutti di buona fede avessero voluto seguirle. Ora, dov’era, in questi casi, il principio delle risoluzioni? Nelle volontà. E quale prevaleva? La più forte, quella che nel manifestarsi annunziava una determinazione, un’irremovibilità, una profondità di pensiero e una passione tale, che l’altre s’accorgevano di non avere altrettanto da opporle. Carlomagno aveva una di queste volontà, e per conseguenza le facoltà che la fanno esser tale, e per tale riconoscere. Chi vuol sapere appuntino cosa significasse la parola re ne’ secoli barbari, non si cerchi in istituzioni che, o non esistevano, o non erano compite, nè rassodate, ma nell’azione e nel carattere d’ognuno di que' re: si vedrà allora che questa parola aveva in ogni caso un significato diverso. La corona era un cerchio di metallo, che valeva quanto il capo che n’era cinto.

Quando un uomo del carattere di Carlomagno è investito d’un’autorità primaria e limitata nello stesso tempo; ed è risoluto di far prevalere la sua volontà, tutti gli uomini dotati anch’essi d’attività e d’un forte volere, si trovano con lui in tre diversi generi di relazioni, che ne formano come tre classi. La prima è d’alcuni i quali, tenaci de’ loro o privilegi o diritti, avendo presenti le consuetudini e i fatti anteriori, non potendo persuadersi che le cose devano cambiarsi perchè è cambiata una persona, s’oppongono, apertamente o per mezzo di trame, a un potere che trovano ingiusto: e questi sono perduti. La seconda classe è di quelli che, pensando come i primi, non hanno la stessa risoluzione, e si contentano di rammaricarsi e di criticare: e questi non influiscono, almeno in grande, sugli avvenimenti. La terza, e la più numerosa, è di quelli che, volendo operare, e vedendo che la maniera più sicura, più facile e meno pericolosa d’operare è di farsi mezzi di quell’uomo; chi per inclinazione, chi per rassegnazione, diventano suoi mezzi. Quest’uomo allora, tenendo in mano la maggior somma delle forze, le rivolge a uno scopo, dirige tutti gli avvenimenti, e ne fa nascere, com’è da aspettarsi, d’eternamente memorabili. E così fu. Gli uomini della prima classe, riguardo a Carlomagno, si vedono in Hunoldo duca d’Aquitania, in Rotgaudo duca del Friuli, in Tassilone duca de’ Bavari, e in altri. Della seconda, la storia non parla; ma chi dubiterà che non ce ne siano stati? La terza si vede tutta raccolta in que' campi dove Carlo faceva proposizioni ch’erano decreti; in quegli eserciti che portava da un punto all’altro d’Europa, e ne’ quali non si può distinguere quasi altro che un esercito e un uomo. L’aristocrazia era nel regno di Carlo non già abolita, ma inerte, ma impotente, ma sospesa, per dir così, in tutto ciò che potesse essere comando indipendente, o resistenza: e tutta la forza che le rimaneva, veniva ad essere un mezzo potente nelle mani del re. Gli uomini di questo carattere, quando si trovano al primo posto, non s’affaticano a distruggere tutte l’istituzioni che, in diritto, potrebbero essere un limite al loro potere, perchè sentono troppo la grandezza e la complicazione del loro disegno, per renderlo ancor più difficile e più vasto senza necessità; creano alle volte essi medesimi di queste istituzioni: il volgo può credere un momento che si siano messo un freno; e in vece hanno afferrato uno strumento. Sotto un tal uomo l’esercito Franco non aveva da pensare ad altro che ad eseguire degli ordini: e questa certezza che scemava forse il sentimento della dignità nelle persone, accresceva però la fiducia che nasce dal trovarsi in una grande unanimità. Presso i Longobardi in vece, nessuno si sentiva come obbligato da un impulso a piegare in tutto la sua volontà; ma rimanendo in gran parte libero, corrreva rischio di rimaner solo, o con pochi compagni. Da queste differenze, la differente condotta dei due eserciti. Se questi avessero cangiati i capi, la condotta di tutt’e due sarebbe stata tutt’altra. I Longobardi, governati da Carlo, non si sarebbero divisi in partiti: quelli che prima del suo regno avessero appartenuto al partito del suo nemico, avrebbero cercato di farlo dimenticare a forza di devozione, e d’attiva servilità: e se i Franchi avessero avuto un re non dotato dell’incontrastabile superiorità morale di Carlo, ciò che era in essi impeto d’ubbidienza, sarebbe divenuto facilmente più o meno aperta opposizione.

Eginardo, nella vita di Carlo, la quale, benchè tanto succinta, è pure il più prezioso monumento di quei tempi, osserva la differenza tra le spedizioni di Pipino in Italia, e quelle del suo figliuolo e successore. La cagione della guerra, dic’egli, era simile, anzi la stessa; ma non lo fu la riuscita. Pipino assediò Astolfo in Pavia, l’obbligò a restituire ai Romani il paese usurpato, ricevette ostaggi e giuramenti; ma Carlo fece di più: non depose l’armi se non dopo aver conquistato il paese in prima nemico, e assicurata la conquista. Così Eginardo: ed è, in uno storico di quei tempi, cosa notabile l’avere non solo accennata la differenza delle due spedizioni; ma cercata e vista la cagione di questa differenza. Osserva egli che Pipino intraprese la guerra con somme difficoltà, perchè molti degli ottimati Franchi, coi quali teneva consiglio, resistettero alla sua volontà, a segno di protestare altamente e liberamente che lo avrebbero abbandonato, e sarebbero ritornati a casa. Prevalse la volontà di Pipino; ma la guerra fu fatta a precipizio, e la pace conclusa subito: le condizioni non furono dettate dalla sola ambizione, nè dall’orgoglio esaltato d’un re vittorioso: il bisogno che questo sentiva d’uscire da una guerra che aveva oppositori potenti tra quelli i quali dovevano farla con lui, l’obbligò a una moderazione che lasciò vivere il vinto. Questa circostanza rende ragione di quel fatto il quale potrebbe parere un mistero, cioè che Pipino, due volte di seguito, dopo aver ridotto il nemico in una città, e costrettolo a gridar misericordia, sia poi ripartito con la celerità d’un fuggitivo. Carlo in vece, avendo avvezzi tutti i voleri a uniformarsi al suo, e ad aspettarne la manifestazione, non metteva nelle imprese altra fretta, se non quella ch’era necessaria a farle riuscire.

Non si vuol concludere che la diversità tra i Longobardi e i Franchi di cui si è finora parlato, sia la sola cagione della conquista; ma s’è detto abbastanza per provare, che fu la primaria, quella che fortificò tutte le altre circostanze favorevoli, e scemò l’effetto delle contrarie. E, come della facilità di questa spedizione, è la cagione primaria della riuscita di tante altre imprese, per le quali la posterità ha unito al nome stesso di Carlo il giudizio dell’ammirazione; e quel nome ottenne una celebrità, che è rimasta popolare.

 

Fine del discorso storico

 

Note

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[1]Ist. Fior. Lib. I.

[2] Paul. Diac. Lib. II, cap. 32.

[3] Hist. de l’Emper. Charlemagne. Trad. libre de l’allemand du Profess. Hegewisch; pag. 147.

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Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012