Alessandro Manzoni

Discorso sopra alcuni punti

della storia longobardica in Italia

Edizioni di riferimento

Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Mario Martelli, prefazione di Riccardo Bacchelli, Firenze, Sansoni 1973

Alessandro Manzoni, Scritti filosofici, Introduzione e note a cura di Rodolfo Quadrelli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1976

CAPITOLO V.

Della parte che ebbero i Papi nella caduta della dinastia longobarda.

È uno de’ punti della storia, sui quali i giudizi de’ fatti, dell’intenzioni, e delle persone sono, i più discordi e i più imbrogliati, perchè è stato quasi sempre in mano di scrittori di partito. Le notizie che ce ne rimangono, sono già sospette nella loro origine, poichè si trovano a un dipresso tutte, o nelle lettere de’ papi stessi, cioè d’una parte interessata, o nelle vite di essi scritte da Anastasio, o da chiunque fosse, con una scoperta parzialità. In quanto ai moderni, alcuni, scrivendo in odio della religione, in tutto ciò che i papi hanno fatto, voluto, detto, o anche sofferto, non videro altro che astuzia o violenza; altri, senza un fine irreligioso, ma ligi alla causa di qualche potentato, il quale era o credeva d’essere in questione di non so che diritti coi papi, cercarono di metter sempre questi dalla parte dell’usurpazione, e del torto. Alcuni de’ loro apologisti sostennero coi mezzi medesimi la causa contraria. Quindi da una parte e dall’altra questioni mal posto, o a caso o a disegno, dissimulato o travisato ciò che non faceva per la causa protetta dallo scrittore, discussioni tenebrose d’erudizione o di princìpi introdotti opportunamente, nel momento in cui le cose potevano cominciar a diventar chiare; dimanierachè fortunato il lettore che s’accorge di non aver ricavata da que' libri la vera cognizione de’ fatti.

In altri scrittori si vede uno spirito di partito nato da motivi e da disposizioni più degne, ma però sempre partito. Taluni compresi da una venerazione sinceramente pia per la dignità de’ sommi Pastori, sdegnati della parzialità ostile con cui molti di essi erano stati trattati, hanno difeso, giustificato si può dire ogni cosa. Altri invece sdegnati dell’abuso che alcuni papi fecero della loro autorità, non hanno fatta distinzione nè di tempi, nè di circostanze, nè di persone; hanno veduto in tutte l’azioni di tutti i papi un disegno profondo, continuo, perpetuo d’usurpazione e di dominio; e sono stati portati a rappresentare tutti i nemici di quelli, come vittime per lo più mansuete sotto il coltello inesorabile del sacerdote. Ed è una cosa da far veramente stupore, che scrittori per altro retti e non di vista corta, ma dominati da questo spirito, chiedano ai posteri lacrime, non per la morte dolorosa, non per que' patimenti che ognuno compiange e che ogn’uomo può provare, ma per la perdita del potere, per l’andare a voto i disegni ambiziosi d’uomini che deliberatamente, imperturbabilmente, ne hanno fatte sparger tante.

Quando una questione storica è diventata così una disputa di partito, i lettori sono per lo più disposti a supporre mire di partito in chiunque la tratti di nuovo; e tanto più, quando la sua opinione sia assolutamente favorevole a una delle parti. Tale è il caso di chi scrive questo discorso: e cosa fare in questo caso? Dire la cosa proprio come la si pensa, e lasciar poi che ognuno l’intenda a modo suo. Chi scrive protesta dunque, che il giudizio, che dall’attenta considerazione de’ fatti s’è formato nella sua mente sull’ultime differenze tra i Longobardi e i papi, è decisamente favorevole a quest’ultimi; e che il suo assunto è di provare che la giustizia (non l’assoluta giustizia, che non si cerca nelle cose umane) era dalla parte d’Adriano, il torto dalla parte di Desiderio; e nulla più. Che se chi difende un papa vien riguardato come l’apologista di tutto ciò che tutti i papi hanno fatto, o che è stato fatto in loro nome; se molti non sanno immaginare che si possa voler provare che un uomo, una società ha avuto ragione in un caso, se non col fine di favorire tutta la causa, tutto il sistema al quale quell’uomo e quella società si risguardano come uniti, lui non ci ha colpa; e il fine che si propone davvero, è di dire quella che gli par la verità, e di dirla tanto più di genio, quanto più è stata contrastata.

Nella lunga lotta tra i re longobardi e i papi, ciò che è stato più osservato sono le mire ambiziose di questi: è il testo ordinario della questione; lì battono l’accuse e le difese. Ma l’importanza data a questo punto è un effetto di quell’abitudine strana di non vedere nella storia quasi altro che alcuni personaggi. Non si trattava solamente di papi e di re; e in una vasta discussione d’interessi com’era quella, l’ambizione degli uni o degli altri è una circostanza molto secondaria. Si sa che gli uomini i quali entrano a trattare gli affari d’una parte del genere umano, ci portano facilmente degli interessi privati: trovar de’ personaggi storici che gli abbiano dimenticati o posposti quella sarebbe una scoperta da fermarcisi sopra. Ma nel conflitto tra quelle due forze s’agitava il destino d’alcuni milioni di uomini: quale di queste due forze rappresentava più da vicino il voto, il diritto di quella moltitudine di viventi, quale tendeva a diminuire i dolori, a mettere in questo mondo un po’ più di giustizia? Ecco, a parer nostro, il punto vero della discussione.

Per formarne un giudizio, bisogna pur risolversi a dare un’occhiata ai fatti: toccheremo i principali con tutta quella brevità che si può conciliare con l’esattezza necessaria; dimanierachè ce ne sia abbastanza per decidere a quale delle due cause debba darsi il voto, non dirò d’ogni Italiano, ma d’ogni amico della giustizia.

Roma e l’altre parti d’Italia non conquistate da’ Longobardi, e possedute ancora, o con vero esercizio di potere o in titolo, dagl’imperatori greci, furono nell’ottavo secolo, quasi ogni momento, invase, o corse, o minacciate da quelli. Gli ultimi loro re, Liutprando e Ildebrando, Ratchis, Astolfo, Desiderio, fecero, chi una, chi due, chi più spedizioni sul territorio romano, assediando qualche volta Roma, e facendo sempre bottino, e stragi. Quali erano per gli abitanti i mezzi di difesa? L’impero, spesso distratto in altre guerre, e certo, nè più forte, nè meglio governato di quando aveva lasciato invadere l’altra parte d’Italia, non poteva, da sè, difender meglio il resto: e un esempio segnalato della sua debolezza si vide quando, essendo il territorio di Ravenna invaso da Liutprando, l’esarca Eutichio non seppe far altro che pregare papa Zaccaria, che implorasse dal re longobardo la cessazione delle ostilità [1]. I Romani erano quali gli aveva preparati di lunga mano la viltà fastosa, e l’irresolutezza arrogante de’ loro ultimi imperatori, la successione e la vicenda dell’invasioni barbariche, il disarmamento sistematico e l’esercizio dell’arti imbelli, in cui furono tenuti da’ Goti, la dominazione greca, forte solamente quanto bastava ad opprimere; erano quali gli avevano fatti de’ secoli d’inerzia senza riposo, di dolori senza dignità, di stragi senza battaglie; secoli in cui per far diventar il nome romano un nome di disprezzo e d’ingiuria, quelli che lo portavano, sostennero più severe fatiche, più rigorose privazioni, più inflessibili discipline, chè i loro antenati, per renderlo terribile e riverito all’universo. Senza ordini militari, senza condottieri illustri, senza memorie di gloriosi fatti recenti, e quindi privi di quell’animo che in gran parte è il frutto di tutte queste cose, come avrebbero potuto resistere all’impeto di quelle bande che nelle città conquistate avevano ritenuta la disciplina dell’antiche foreste, che avevano imparate con la prima educazione l’arti dell’invasione, e che vedevano ne’ Romani piuttosto una preda che un nemico? Tutto era dunque per questi scoraggimento, gemito, disperazione. Anastasio parla, è vero, in varie occasioni, dell’esercito romano; ma quanto e quale fosse, si può arguire dal vedere che ne’ momenti gravi, quel po’ di fiducia, si fondava sempre o sulle suppliche o sull’aiuto straniero. Quando un popolo è venuto o portato a questa condizione, non ha più nulla a sperare, nemmeno la compassione e l’interessamento della posterità. Austeri scrittori, seduti accanto al loro fuoco, lo accusano davanti a questa con ischerno e senza pietà: e tale è l’avversione loro per la viltà di esso, che non di rado scusano, lodano i suoi persecutori, li guardano quasi con compiacenza, purchè nel carattere di essi ci sia qualcosa di aspro e di risoluto, che denoti una tempra robusta. Eppure il più forte sentimento d’avversione dovrebb’essere per la volontà che si propone il male degli uomini: e per quanto profondamente essi siano caduti, un senso di gioia deve sorgere nel cuore d’ogni umano, quando veda per essi nascere una speranza di sollievo, se non di risorgimento.

Questa speranza i Romani non potevano averla in altri che ne’ pontefici. Roma, così incapace per sè di farsi temere, aveva nel suo seno un oggetto di venerazione, e qualche volta di terrore, anche per i suoi nemici, un personaggio per cui verso di essa si volgeva da tanta parte di mondo uno sguardo di riverenza e d’aspettazione, per cui il nome romano si proferiva nell’occasioni più gravi. E mentre le ragioni di giustizia, di proprietà, di diritto delle genti, non sarebbero state nè ascoltate nè intese dai barbari, i quali avevano un loro sistema di diritto fondato sulla conquista, questo solo personaggio poteva pronunziar parole che diventavano un soggetto d’attenzioue e di discussione: era un Romano che poteva minacciare e promettere, concedere e negare. A quest’uomo dunque si dovevano volgere tutti i voti, e tutti gli sguardi de’ suoi concittadini; e così infatti avveniva. I papi, nelle tribolazioni di quell’infelice popolo, chiedevano o forze ai Greci, o pietà ai Longobardi, o aiuti ai Franchi, secondo che la condizione de’ tempi permetteva di sperar più in un rimedio che nell’altro. L’ultimo fu il più efficace; ma per vedere, se l’effetto principale dell’intervento de’ Franchi sia stato di soddisfare un’ambizione privata de’ papi o di salvare una popolazione, basta guardare alla sfuggita in quali occasioni i Franchi siano stati chiamati dai papi. Gregorio III chiede aiuto a Carlo Martello, quando gli eserciti de’ Longobardi mettono a sacco il territorio romano [2]; Stefano II ricorre a Pipino, quando Astolfo, poco dopo aver conclusa la pace per quarant’anni, assale Roma, pretende da’ cittadini che si riconoscano tributari, finalmente minaccia i Romani di metterli tutti a fil di spada, se non si sottopongono al dominio Longobardico [3].

Dopo le due fughe e i due giuramenti d’Astolfo, e la donazione di Pipino, i richiami de’ papi ai Franchi s’aggirano intorno agl’indugi de’ Longobardi nello sgomberare le terre donate da Pipino, e insieme intorno alle nuove invasioni di essi sul territorio romano. Nel primo lamento molti non vedon altro che un dolore ambizioso de’ papi, e fanno carico a questi d’aver mosso cielo e terra per una loro causa privata: a noi però, come abbiam detto, è impossibile di riguardare come causa privata una contesa nella quale si trattava se una popolazione sarebbe stata conservata come conquista dai barbari, o libera da quelli. I mali orrendi delle spedizioni continue non erano certo un dolore privato de’ papi; e Paolo I non pregava per sè solo, quando implorava l’aiuto di Pipino contro i Longobardi, che passando per le città della Pentapoli avevan messo tutto a ferro e a fuoco [4]; nè Adriano, quando i Longobardi commettevano saccheggi, incendi, e carnificine nei territori di Sinigaglia, d’Urbino, e d’altre città romane, quando assalendo all’improvviso gli abitanti di Blera, che mietevano tranquillamente, uccisero tutti i primati, portarono via molta preda d’uomini e d’armenti, e misero il resto a ferro e a fuoco [5].

Chi vuol più fatti ne troverà nelle lettere de’ papi e nelle loro vite. Abbiam citato questi pochi per un saggio: e l’ultimo ci sembra degno d’esser notato particolarmente, per quella strage de’ primati, che è una ripetizione di quello che i Longobardi avevan fatto nelle prime occupazioni. Siamo ben lontani dall’affermare che questi due fatti bastino per far supporre che l’uccisione de’ principali proprietari fosse una parte del loro sistema di conquista; ma se ci fossero dati più numerosi per poterlo stabilire, non si può negare che con ciò si verrebbe a spiegare il perchè tra tutte le storie delle dominazioni barbariche, la longobardica sia quella in cui figura meno la popolazione indigena; e si potrebbe con più facilità arguire a qual condizione dovesse esser ridotta la parte che i vincitori lasciavano viva.

Si dirà qui senza dubbio, e molto a proposito, che per i fatti tra i Longobardi e i Romani non si deve stare in tutto alle grida de’ papi [6], nè all’asserzioni di Anastasio; e certo, si può supporre esagerazione nell’uno e nell’altre. Ma si badi che si potrà bensì disputare sul più e sul meno delle violenze e delle soverchierie crudeli fatte da’ Longobardi ai Romani, ma che (e qui sta il punto vero della questione) le soverchierie e le violenze sono sempre da una parte: dell’altra non è fatta menzione che per il suo spavento, per le sue processioni, e al più per qualche vano e misero preparativo di difesa.

Si veda ora che sugo abbiano quelle parole del Giannone: « I Pontefici romani, e sopra tutti Adriano, che mal potevano sofferirli (i Longobardi) nell’Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni, li dipinsero al mondo per crudeli, inumani, e barbari; quindi avvenne che presso alla gente, e agli scrittori delle età seguenti, acquistassero fama d’incolti e di crudeli [7]. » E quali erano poi finalmente codesti disegni che i Longobardi cercavano di rompere? Che i Romani non fossero assoggettati da que' barbari, nè scannati da loro. ‑ Ma avevano anche altri disegni. ‑ Sì eh? Cos’importa? Avevano o non avevano questi che abbiam detto? e questi erano giusti o ingiusti? frivoli o importanti? Si decida questo, e poi si cerchi pure se i papi pensarono ad approfittarsi dell’angustie d’un popolo infelice e dell’amicizia de’ re Franchi, per acquistare un dominio; e quando si trovi che la fu così (supposizione, del resto, non autorizzata per nulla dal carattere conosciuto di que' papi), si dica pure che il bene che fecero ai Romani loro coetanei, non venne da un sentimento purissimo di virtù disinteressata. Ecco tutto: resterà che la loro ambizione gl’indusse a salvare una moltitudine dall’unghie atroci delle fiere barbariche, e a risparmiarle de’ mali spaventosi. Quando l’ambizione produce simili effetti, si suol chiamarla virtù: questo è troppo; ma perchè in questo caso, buttarsi all’eccesso opposto? Che si compianga una popolazione ridotta all’alternativa o di cadere sotto un potere nemico, o di mantenersi sotto la protezione d’un potere protetto, è una cosa che s’intende benissimo; ma che si prenda parte per il primo, sarebbe strano, se in fatto di giudizi sulla storia non si dovesse esser avvezzi a tutto.

Ci sia permesso di trascrivere qui alcuni passi del Giannone sulle cagioni della discordia tra Adriano e Desiderio, e di proporre questi passi come un esempio solenne della stranezza d’idee e d’espressioni alla quale può arrivare, delle contradizioni in cui può cadere, uno storico parziale.

« Era intanto, morto Stefano, stato eletto nel 772 Adriano I, il quale sul principio del suo Pontificato trattò con Desiderio di pace, e tra loro fermarono convenzione di non disturbarsi l’un coll’altro; perciò Desiderio credendo, che questo nuovo Pontefice fosse di contrarj sentimenti de’ suoi predecessori, pensò per meglio agevolar i suoi disegni, d’indurlo a consecrare i due figliuoli di Carlomanno per Re.... Ma Adriano che internamente covava le medesime massime de’ suoi predecessori, e che non meno di coloro aveva per sospetta la potenza de’ Longobardi in Italia, non volle a patto alcuno disgustarsi il Re Carlo, ed, a’ continui impulsi, che gli dava Desiderio, fu sempre immobile [8]

Che, per essersi Adriano impegnato a non disturbar Desiderio, si dovesse credere che avrebbe acconsentito a una tale richiesta, è una cosa tanto fuori di proposito, che non può esser venuta in mente nemmeno a Desiderio re longobardo, ambizioso, interessato, irritato contro Carlo. Credeva bensì che avrebbe acconsentito per paura: era una previsione sbagliata, ma non una così pazza conseguenza. Che una conseguenza simile l’abbia tirata uno storico, e uno storico rinomato, è una cosa che bisogna credere perchè si vede. Adriano, secondo lui, avrebbe dovuto dire a que' Franchi che, per la divisione di Pipino, ma col loro consenso [9], avevano avuto per re Corlomanno: ‑ Questi due bambini sono i vostri re. Voi altri, in vigore delle vostre consuetudini, n’avete eletto un altro; e potete aver avuto de’ buoni motivi per riunirvi di novo in un gran regno, e sotto un giovine che dà qualche speranza di sè. Ma i vostri motivi e le vostre consuetudini non reggono contro una mia volontà. Il re Desiderio m’ha fatto dire che dovevo assolutamente venire a questa risoluzione; e avendogli io promesso di non disturbarlo, vedete bene che non potevo dirgli di no. Io dispongo de’ regni, e lui di me; sicchè abbiate pazienza. ‑

Ma ciò che fa più stupore ancora del ragionamento, è il pensare di chi è. Chi trova, dico, che un papa avrebbe fatta una cosa naturalissima, e da doversi aspettare, annullando con un motuproprio, anzi con una semplice cerimonia, un’elezione solennemente fatta da chi toccava, e facendone una lui; chi vuole che, per rifiutare una proposta simile, bisognasse covare internamente certe massime, e aver per sospetta (bello quel sospetta!) la potenza che la facea, è quel Giannone, il quale tutti sanno se ha gridato contro la pretensione attribuita ai papi di poter fare e disfaro i re a piacer loro. È un caso raro che uno contradica a sè stesso a questo segno, per dare addosso a un nemico; e davvero gli starebbero bene in bocca quelle parole d’un personaggio di tragedia:

Per troppa

Gran rabbia cieco . . . . . . . . . . . . . . .

Lo empiei di tante e di tante ferite,

Che d’una io stesso il mio fianco trafissi [10].

« Onde questi sdegnato, e finalmente perduta ogni pazienza, credendo colla forza ottener quello, a che le preghiere non erano arrivate, invase l’esarcato, ed in un tratto avendo presa Ferrara, Comacchio, e Faenza, designò portar l’assedio a Ravenna. Adriano non mancava, per Legati, di placarlo, e di tentare per mezzo degli stessi la restituzione di quelle città; nè Desiderio si sarebbe mostrato renitente a farlo, purchè il pontefice fosse venuto da lui, desiderando parlargli, e seco trattar della pace. Ma Adriano, rifiutando l’invito, ed ogni ufficio, vi ostinò a non voler mai comparirgli avanti, se prima non seguiva la restituzione delle piazze occupate. Così cominciavano pian piano i pontefici romani a negare ai re d’Italia quei rispetti e quegli onori, che prima i loro predecessori non isdegnavano di prestare. Desiderio irritato maggiormente per queste superbe maniere di Adriano comandò subitamente, che il suo esercito marciasse in Pentapoli, ove fece devastar Sinigaglia, Urbino, e molte altre città del patrimonio di S. Pietro fino a Roma. »

Se uno storico pasciuto nella reggia di Desiderio avesse chiamato il rifiuto d’Adriano, superbo, iniquo, e anche inumano; via, sarebbe in regola: ma che, già di nove secoli dopo il fatto, quando non c’erano più Longobardi, uno scrittore il quale non doveva avere altro partito che la verità, altro interesse che la giustizia, abbia qualificate di superbe le maniere d’Adriano in quel caso, d’ostinato il suo non volersi movere, l’è strana bene. Mai Desiderio non prese il titolo di re d’Italia; ma l’avesse preso, come poteva venir da ciò che Adriano dovesse andare all’ubbidienza di quel re? Se questo l’avesse preteso per diritto, come re d’Italia, toccherebbe allo storico a trattare una tal pretensione come si meritava; ma il re non l’ebbe, e lo storico l’ha immaginata. E scegliendo tra tutti i sistemi di diritto pubblico, non se ne troverà uno, in cui ci sia un principio per il quale Adriano, che abitava un paese su cui i Longobardi non avevano un diritto nemmeno sognato (quando il desiderio non costituisca un diritto), un principio, dico, per il quale Adriano dovesse presentarsi a loro, quand’era chiamato.

Gli scrittori di storie, raccontando e giudicando avvenimenti consumati, irrevocabili, non esercitano sui fatti alcuna influenza; ma la loro autorità su di quelli, quanto è inoperosa e sterile, è altrettanto più degna ed estesa: nessun interesse, nessuna considerazione, nessun ostacolo dovrebbe ritenerli dall'essere interamente giusti in parole. Eppure, anche a questo solo ma splendido privilegio può far rinunziare lo spirito di partito: uno storico si contenta di discendere dal suo nobile posto, si butta nel mezzo delle passioni e de’ secondi fini di coloro che dovrebbe giudicare, e inventa qualche volta sofismi più raffinati e più strani di quelli che le passioni attive e minacciate hanno saputo immaginare.

Non si deve passar sotto silenzio, che la predilezione di molti per la causa de’ Longobardi è fondata su un pensiero di utilità universale, e su quell’amore di patria che si diffonde nel passato e nell’avvenire, e fa trovare negli avvenimenti passati, negli avvenimenti futuri e lontani, de’ quali non sappiamo altro di certo se non che noi non ne saremo testimoni, un interesse, non della stessa vivacità ma dello stesso genere di quello che si trova negli avvenimenti contemporanei. Dal Machiavelli in poi, molti storici (e certo non quelli che hanno men fama di pensatori) hanno detto, o fatto intendere che la conquista del territorio romano per parte de’ Longobardi sarebbe stata vantaggiosa a tutti gli abitatori d’Italia, rendendola forte e rispettata, per l’unione e per l’estensione del territorio. Ma questo è sempre fondato sulla supposizione che i Longobardi vivessero in una comune concittadinanza con gli Italiani che abitavano il territorio già posseduto da loro; che offrissero una comune concittadinanza a quelli, del di cui territorio si sarebbero impadroniti; che volessero estendere un governo, non un possesso: ed è una supposizione, sulla quale, come spero d’aver dimostrato, non c’è da fondar nulla.

È una curiosa maniera d’osservare la storia, quella d’arzigogolare gli effetti possibili d’una cosa che non è avvenuta, in vece d’esaminare gli effetti reali d’avvenimenti reali; di giudicare una serie di fatti in vista della posterità, e non della generazione che ci s’è trovata dentro o sotto: come se alcuno potesse preveder con qualche certezza lo stato che a lungo andare sarebbe resultato da fatti diversi; come se, quand’anche si potesse, fosse poi cosa ragionevole e umana il considerare una generazione puramente come un mezzo di quelle che vengon dopo. Ci dicano un poco quegli scrittori, quale sarebbe stata la condizione del popolo romano, se i disegni d’Astolfo fossero riusciti; ci diano, non dirò un minuto ragguaglio, ma un’idea della sorte che sarebbe toccata ai conquistati; ci facciano vedere qual parte ci avrebbe avuta la giustizia, la sicurezza, la dignità, tutti in somma que' beni sociali che meritano un tal nome, non tanto per i vantaggi che portano nel tempo, quanto perchè rendono a ognuno men difilcile l’esser bono. Con queste notizie si potrà discutere se la causa che essi hanno preferita, meriti veramente la preferenza. Per noi intanto, i mezzi che i Longobardi mettevano in opera per farsi padroni, cioè il ferro e il fuoco; le nozioni generali sull’indole degli stabilimenti barbarici del medio evo, l’orrore manifesto de’ Romani per la sorte che li minacciava, l’ignoranza stessa in cui siamo dello stato degl’Italiani già soggetti ai Longobardi, sono argomenti più che bastanti per credere che i papi facend andare a voto la conquista, allontanarono da que' popoli una gran calamità. E non esitiamo a dire ingiusto e inconsiderato quel biasimo dato tante volte alla memoria d’Adriano, d’avere egli in questo caso chiamati gli stranieri in Italia: parole che, dicendo una cosa vera, ne vogliono far supporre una falsa, cioè gli abbia chiamati contro i suoi concittadini; quando gli aveva chiamati in loro aiuto. Cos’avrebbero detto, a sentire un tal rimprovero, que' Romani, i quali avvezzi a tremare, a chiudersi nelle chiese, a urlar di spavento all’avvicinarsi d’un re longobardo, vedevano allora un re de’ Franchi, quel Carlo vincitore, il di cui nome, pronunziato da così poco tempo, aveva già un suono storico, lo vedevano presentarsi alle porte di Roma, e chiedere mansueto l’entrata, stringere con affetto riverente e sincero [11] la mano del pontefice, e entrar con lui, accompagnato da’ giudici franchi e romani [12], dando con quegli abbracciamenti, con quella fiduciale confusion di persone una caparra e un principio di riposo a quelli che non potevano sperare di conquistarselo? Riposo senza gloria, dirà taluno. Senza gloria certamente; ma per chi mai v’era gloria in quel tempo? Per le diverse nazioni romane, vinte, possedute, disarmate, disciolte? O per i barbari? Se alcuno crede che il soggiogare uomini i quali non avevano il mezzo di resistere, che levar l’armi dalle mani che le lasciavano cadere, che il guerreggiare sonza un pretesto di difesa, l’opprimere senza pericolo, fosse gloria; non c’è nulla da dirgli. A ogni modo, a questa gloria i Romani non potevano aspirare: essi ottennero, per mezzo de’ papi, uno stato che li preservava dall’invasioni barbariche; e fu un benefizio segnalato.

 

Note

_____________________________

 

[1] Anastas. in Vita Zachariae; Rer. Ital., Tom. III, pag. 162.

[2] Epist. Greg. ad Car. Mart. in Cod. Carol. 1.

[3] Anast.; Rer. It., T. III, pag. 166: e le lettere di Stefano nel Codice Carolino.

[4] Pauli ad Pip. Epist. in Cod. Car. 15.

[5] Anastas., pag. 182. ‑ Più d’uno storico e più d’un pubblicista dissero che Pipino, donando alla Chiesa romana un paese che faceva parte dell’Impero aveva donato l’altrui; altri sostennero che quel paese era diventato suo per ragione di guerra: ed è ciò che, nelle Notizie Storiche, abbiamo chiamato una questione mal posta. Una contradizione aperta e cortese (due eccellenti qualità, senonchè in questo caso c’è un grand’eccesso della seconda) ci avverte che avremmo dovuto addurre la ragione di quest’opinione, e, prima di tutto, enunciarla più chiaramente. « La questione » ci viene opposto, « se pure si può chiamarla tale, non fu tronca nè nel fatto nè nel diritto. Perchè, in quanto al diritto, Astolfo, dal quale Pippino, o vogliamo dire Stefano, riceveva le città, non poteva trasferire in altri più di quello ch’egli medesimo aveva in sè; e se Stefano e Pippino, lo tenevano e lo chiamavano pubblicamente usurpatore, il diritto dell’usurpatore, sustanzialmente vizioso non poteva divenire buono solamente perchè da quello si trasferiva in altri. E in quanto al fatto, Pippino non conquistò mai materialmente, nè sul Longobardo nè sul Greco, quelle città, una parte delle quali il papa stesso non ebbe per un gran pezzo di poi; e quelle che ebbe allora, e le altre che ebbe di poi, tutte le ricevette dalle mani del Longobardo. (Ranieri, Storia d’Italia dal V al IX secolo, Lib. 2.°). La ragione che avremmo dovuta allegar più a tempo, e la quale vorremmo che valesse a giusifficarci presso il dotto e ingegnoso oppositore, è che tra Pipino, Costantino e Astolfo non si trattava del mio e del tuo. Se uno si lascia rubar l’orologio, il giudice, potendo, glielo fa restituire; e se quel trascurato se lo lascia rubare una seconda, una terza, una quarta volta, altrettante gli è restituito, se si può. E questo, perchè l’orologio non ha il diritto d’esser preservato, da’ ladri, nè altro diritto di sorte veruna, il solo che n’abbia in questo caso è il proprietario, per trascurato che sia. Ma sugli uomini la è potestà e non proprietà; e la potestà è legata a delle condizioni di tutt'altro genere: delle quali una essenzialissima è che questa potestà voglia efficacemente e possa effettivamente mantenersi. Ora, il Copronimo aveva date troppo manifeste e troppo ripetute prove, del contrario. Non facendo nulla per difendere le città dell’esarcato, e da un pezzo, dopo più scorrerie, (dopo una stabile iuvasione de’ Longobardi, dopo tante istanze de’ papi, aveva lasciata perire di fatto la sua potestà sopra di esse. Le rivoleva poi, per titolo di proprietà, perchè si chiamassero sue; ma le città sono piene d’uomini e gli uomini non sono cose.

In quanto poi al fatto, è vero che la questione non fu allora definitivamente sciolta, perchè la donazione non ebbe subito il suo effetto; ma l’effetto ottenuto poi pienamente e stabilmente dal figlio di Pipino non fu altro che una conseguenza di essa.

[6] Nelle lettere del Codice Carolino, i Longobardi sono qualche volta eccessivamente ingiuriati, e i Franchi eccessivamente lodati. E sarebbe meglio che non ci fosse nè questo nè quello; ma non bisogna dimenticarsi che i papi autori di quelle lettere parlavano di masnadieri, parlavano a dei difensori, e parlavano per delle popolazioni.

[7] Ist. Civ. Lib.V, Cap. 4. Il Giannone fu, per cagione di questa sua storia, arrestato a tradimento, e tenuto arbitrariamente in prigione, dove morì. E siccome, in queste materie principalmente, si suppone spesso che chi combatte l’opinioni d’uno scrittore approvi, come per conseguenza, tutto ciò che sia stato o detto o fatto contro di lui, così protestiamo espressamente che, implorando contro il libro la persecuzione della critica e del buon senso, detestiamo, quanto il più caldo ammiratore del Giannone, quell’ingiusta persecuzione della persona.

[8] Ist. Civ. Lib. V, Cap. 4.

[9] Una cum consensu Francorum et procerum suorum, seu et Episcoporum, regnum Francorum quod ipse tenuerat, aequali sorte inter praedictos filios suos Carlum et Carlomannum, dum adhuc ipse viveret, inter eos divisit. Baluz., Capitularia, T. I, pag. 187.

[10] Alfieri, Congiura de’ Pazzi, V. 5.

[11] Quando fu annunziata a Carlo la morte di Adriano papa, ch’egli aveva in conto di singolare amico, pianse, come se avesse perduto un fratello, o un figliuolo carissimo. Egin. in Vit. Kar. 19.

[12] Anast. pag. 185 e segg.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Manzoni

© 1996 – Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 22 marzo 2012